Via Vallechiara, collegamento fra Cairoli/Zecca e il Carmine, resterà pedonale. Lo aveva anticipato la settimana scorsa l’assessore alla Mobilità del Comune di Genova, Anna Maria Dagnino, e lo ha confermato ieri rispondendo in Consiglio comunale a un articolo 54 di Alberto Pandolfo (PD). La strada che collega piazza del Carmine a largo Zecca e permetteva a scooter e auto “in discesa” di evitare la rotonda di piazza dell’Annunziata verrà definitivamente interdetta al traffico veicolare. Attualmente ancora interessata da lavori che sono intervenuti sulle grandi utenze nel sottosuolo e sulla riqualificazione dei marciapiedi, quando riaprirà tra pochi giorni la stretta via sarà accessibile solo ai pedoni (che, a dire il vero, seppure lungo due passaggi non proprio agevoli, possono già percorrerla attualmente).
«Il traffico privato in città è in diminuzione – ha dichiarato l’assessore Dagnino – e oggi si possono fare scelte di pedonalizzazione più coraggiose e magari impensabili fino a qualche anno fa».
Il progetto rientra nel quadro di una più ampia riqualificazione di largo Zecca, in particolare dei marciapiedi antistanti la caserma militare e la scuola media superiore “Vittorio Emanuele II – Jacopo Ruffini”. «Il nodo di largo Zecca – ammette l’assessore – era molto problematico per la viabilità. Da molti anni giaceva una richiesta da parte dell’istituto scolastico di messa in sicurezza dell’unica uscita e tante erano le lamentele dei cittadini che ci chiedevano un intervento. In effetti, c’era molto disordine causato da sosta irregolare sui marciapiedi di auto e moto, presenza di cassonetti Amiu e, appunto, il viavai di circa 1200 alunni. Senza considerare che molti genitori passano da qui per portare i bambini alla materna del Carmine». L’intervento di riqualificazione, dunque, è partito dall’allestimento di un marciapiede rialzato, con tutte le dotazioni per i disabili, proprio davanti all’ingresso del Vittorio Emanuele perché, a detta dell’assessore, «è l’unico modo per combattere l’abusivismo della sosta». Si sta procedendo, poi, a una riorganizzazione degli stalli merci e a una sistemazione dei posteggi per i motocicli nell’adiacente via Targa, in modo da mettere in sicurezza anche l’accesso alla funicolare Zecca-Righi.
Una scelta che ha dunque l’obiettivo di migliorare mobilità e decoro urbano, ma che potrebbe rivelarsi indovinata anche per quanto riguarda l’attrattività turistica del centro cittadino e, in particolare, del borgo del Carmine: «Quando mettiamo in ordine un pezzo di città – dice l’assessore Dagnino – lo facciamo certamente per i genovesi ma laddove stanno bene i cittadini, la qualità della vita è migliore anche per i turisti». Le suggestive creuze del Carmine e la piazza del rinnovato mercato rimangono troppo spesso “tagliate fuori” dal flusso di turisti che da Piazza De Ferrari raggiungono via Garibaldi e via Cairoli. Da tempo commercianti e cittadini chiedono al Comune una segnaleticaad hoc che possa indicare il borgo ai visitatori. Un provvedimento che al momento non è previsto, ma la speranza è che il nuovo collegamento pedonale possa dare il via ad un processo virtuoso di valorizzazione di questa piccola perla cittadina incastonata alle spalle della Città Vecchia.
Nel corso dei lavori è stato necessario chiudere al traffico via Vallechiara anche per interventi programmati nel sottosuolo. «L’opzione della pedonalizzazione definitiva di via Vallechiara – spiega Dagnino – non era stata presa in considerazione fin dalle prime battute per il timore di un congestionamento del traffico sul nodo dell’Annunziata e di via delle Fontane. I numeri di queste settimane, però, ci hanno mostrato che questa modifica può assolutamente essere resa permanente». Certo, sarebbe stato meglio fare testare la ricettività del traffico in una giornata invernale di pioggia e non con il sole estivo ma, in caso di necessità, il Comune è pronto a fare marcia indietro. «Nella riqualificazione di via Vallechiara – prosegue l’assessore – abbiamo comunque lasciato un marciapiede rialzato più ampio rispetto a quello precedente e una sede stradale carrabile in modo che un domani possa essere provvisoriamente riaperta al traffico veicolare, in caso di emergenze».
Soddisfatto il consigliere Alberto Pandolfo che aveva sollevato la questione in Sala Rossa: «Si tratta di una scelta di buona amministrazione nella direzione della salvaguardia delle fasce più deboli – ha detto l’esponente del Partito democratico – che in questo caso sono gli studenti. Questi percorsi pedonali vanno replicati in altre zone della città che presentano occasioni simili a questa, con lavori di riqualificazione del territorio, da una parte, e possibilità di valorizzare luoghi di pregio bypassandoli dalla mobilità privata, dall’altra».
Piste ciclabili e percorsi pedonali nel centro città
La pedonalizzazione di via Vallechiara, come detto, può rivelarsi strategica in funzione del tanto atteso completamento del percorso pedonale e di grande interesse turistico che da piazza De Ferrari conduce ai palazzi di Strada Nuova sino a scoprire lo splendido e caratteristico quartiere del Carmine, animato anche dalle tante iniziative del Mercato. In questa ottica e sempre a proposito di mobilità intelligente, l’assessore Dagnino ha anche confermato la prossima realizzazione della pista ciclabile di via XX Settembre che tanti dubbi ha suscitato in queste settimane. Due corsie, una in salita e una discesa, nel fulcro del centro cittadino che non sono destinate a rimanere isolate. Verso levante, infatti, è in fase di studio con la collaborazione del Municipio la prosecuzione del percorso lungo tutto viale Brigate Partigiane, dalla Stazione Brignole fino a piazzale Kennedy, che comporterà una riprogettazione delle aiuole nel tratto successivo alla Questura di via Diaz. Ma la grande novità sta nelle parole dell’assessore Dagnino che ha annunciato la possibilità di far proseguire il percorso in corso Italia realizzando una pista ciclabile sulla carreggiata a mare che verrebbe così totalmente interdetta al traffico: «Per il momento è solo un’idea – ha tenuto a precisare l’assessore – perché bisogna studiare la sostenibilità del progetto per il carico del traffico cittadino ma sarebbe bello rendere permanente ciò che ogni tanto avviene la domenica».
Verso ponente, invece, da piazza De Ferrari il percorso proseguirà all’interno del centro storico: qui, per una questione di spazi limitati rispetto a quanto previsto dalla normativa europea, la pista ciclabile non potrà essere visivamente delimitata sulla pavimentazione ma si procederà con un’apposita segnaletica. In fase di studio c’è la possibilità di allargare la pista a una corsia di via Roma per poi far scendere i ciclisti urbani lungo salita Santa Caterina, piazza Fontane Marose e raggiungere così via Garibaldi. Qui ci si innesterebbe nel percorso pedonale che arriverà fino al Carmine ma potrà proseguire anche fino a Castelletto, sfruttando l’ascensore di piazza della Meridiana, o al Righi attraverso la funicolare.
Il cuore della città, insomma, è sempre più orientato alla mobilità sostenibile. Almeno sulla carta. E, proprio in questa direzione si colloca un’altra interessante iniziativa che vedrà protagonisti i biker urbani della Valbisagno a partire dal mese di settembre: in occasione della settimana della mobilità sostenibile, infatti, verrà lanciato “Biketowork”, un progetto per condividere in bici il percorso da casa a lavoro. Lungo tutta la Valbisagno verranno create delle apposite fermate a cui fare riferimento per unirsi alla carovana diretta verso il centro cittadino: un passaggio ogni quarto d’ora, nell’arco orario di inizio mattina. Un po’ come avviene ormai in quasi tutti i quartieri con il Pedibus per i bambini che vanno a scuola. Perché muoversi insieme è più bello e più sicuro, soprattutto con le bici e lungo tratti cittadini cosiddetti promiscui.
A distanza di due anni dalla prima visita di Era Superba a Villa Piaggio, la sensazione rimane grosso modo la stessa: la villa e il suo verde soffrono molto e la loro manutenzione ha bisogno di grossi investimenti. Nelle scorse settimane si era parlato di un possibile inserimento dei lavori nella prossima programmazione Puc, la voce però non ha trovato conferma. La soluzione per non danneggiare ulteriormente un patrimonio dal grande potenziale oltre che uno spazio che dovrebbe appartenere ed essere utilizzato dai cittadini, potrebbe essere quella di una sinergia virtuosa fra pubblico e privato. Possibile? Ne abbiamo parlato con il presidente del Municipio I Centro Est, con le associazioni presenti in villa e con la società Castalia srl che ha acquistato i fabbricati nel 2011 da Spim.
All’interno della villa al primo piano vi sono realtà comunali: l’ufficio della polizia municipale e gli uffici degli ATS (ambiti territoriali sociali) ai piani inferiori due associazioni e l’Istituto internazionale delle comunicazioni. L‘acquisto da parte dei privati sembrava potesse cambiare definitivamente il destino dell’area. «Quando Spim ha messo all’asta gli immobili lo ha fatto con un progetto per fare 7 grandi alloggi, con destinazione residenziale – commentano da Castalia srl – probabilmente per agevolare gli investimenti, il Comune aveva fatto fare questo studio, ma in realtà a noi l’immobile non è mai interessato per fare degli alloggi in questo senso, quello che ci interessava era la vicinanza al polo universitario».
I lavori nell’area delle ex scuderie procedono con ritmo più sostenuto da alcuni mesi, la destinazione è residenziale (come da Puc) ma «residenziale spurio, abbiamo diviso in due il comparto immobiliare, i piani inferiori saranno destinati alla realizzazione dell’ostello e ai piani superiori sono già state realizzate tutte le divisioni interne per creare bilocali per residenze studentesche, l’obiettivo finale è di creare un campus». Nota a margine, al momento L’università degli studi di Genova non è stata coinvolta, a quanto ci risulta.
Un ostello da 61 posti e 20 bilocali, residenze per studenti al posto delle antiche scuderie in stato di degrado. Entro l’estate 2015 si ipotizza l’apertura dell’ostello, per le residenze studentesche bisognerà aspettare la fine del 2015 e l’inizio 2016.
Questa potrebbe essere una buona notizia per l’intera villa e soprattutto nella prospettiva che si crei una sinergia fra ciò che è pubblico e ciò che verrà gestito dai privati. Il mantenimento di quella parte di verde di competenza dei privati (oltre alla ristrutturazione dei due fabbricati in toto) può essere l’inizio di un percorso che porti ad una sempre maggiore curadi questo patrimonio cittadino. Tanto più stando a ciò che Castalia ci ha raccontato: «sono stati presentati progetti in Soprintendenza per il ripristino della parte superiore (dove attualmente si trovano gli uffici della polizia municipale) e per l’accesso su via Pertinace; è ancora tutto in fase embrionale, certo è, che la presenza delle nostre strutture, una volta avviate, potrà essere un vantaggio, noi siamo molto aperti alla sinergia pubblico privato».
La società ha poi voluto sottolineare che «c’è interesse a dare un aiuto concreto per la manutenzione del verde e delle facciate della villa; se individuiamo degli aspetti che alle associazioni presenti possono essere utili ci attiviamo ben volentieri».
Sono trascorsi quasi tre anni dall’acquisto. Castalia spiega che essendo (come da Puc) gli edifici soggetti a tutela paesaggistica di insieme e puntuale (cioè è possibile mettere in atto restauro conservativo, ndr) il percorso burocratico è stato molto lungo.
Stando alle parole di Castalia le premesse buone ci sono tutte, ma che ne pensano le associazioni che nella villa operano da anni? E il Municipio I Centro Est? Ecco quanto ci ha raccontato Simone Leoncini, presidente del Municipio Centro Est. Conferma di essere stato informato del progetto “campus”. E poi aggiunge che è chiaro che al centro vi sia «una struttura che ha bisogno di robustissime manutenzioni, con il problema basilare che queste per essere realizzate necessitano di fondi che sicuramente sono molto cospicui» . Leoncini ci anticipa che il prima possibile la sede distaccata ATS presente in villa sarà trasferita in via Santa Fede (dove attualmente vi è già il servizio di anagrafe) proprio per i grossi problemi strutturali di Villa Piaggio.
Ma pare che gli uffici degli ATS non saranno gli unici ad abbandonare la villa. Ci sono, a quanto ci racconta Leoncini, ipotesi di razionalizzazione delle sedi distrettuali della polizia municipale, anch’essa si trova nei piani strada di Villa Piaggio (quelli con maggiori problemi di manutenzione), possibile l’accorpamento della sezione di Castelletto con quella di Villa Spinola.
Le altre realtà presenti nella villa sono, come le ha definite il presidente del Municipio, locali associativi comunali che svolgono una funzione sociale importante. Sono l’associazione Anziani Oggi Argento Vivo e ContemporART. La prima si occupa di rispondere a molte delle esigenze dei cittadini della zona, svolge corsi di vario tipo, fornisce assistenza agli anziani e ha un centro estivo per i bambini. Assolve la funzione sociale che una struttura comunale come Villa Piaggio dovrebbe avere insita. ContemporART si occupa di arte, organizzando eventi e mostre, il fil rouge dell’associazione è diventato negli anni il legame fra arte e follia. Ha collaborato in passato e collabora tutt’ora con le ASL, realizza attività socio-terapeutiche (con l’aiuto di professionisti). Le due associazioni insieme all’Istituto internazionale delle Comunicazioni IIC, fra l’altro quello presente da più anni all’interno della villa, si occupano con le risorse che possono utilizzare della manutenzione del verde per quanto riguarda le zone di loro “competenza”. «Quando siamo entrati la villa aveva bisogno di tantissimi lavori che abbiamo fatto noi di nostra iniziativa con le nostre possibilità economiche», commentano da ContemporART. «La villa avrebbe bisogno di lavori. I nostri spazi sono puliti perché ce ne occupiamo noi, collaborando con le altre associzioni presenti», affermano dall’Associazione Anziani, sulla stessa linea dell’IIC «ci siamo fatti carico, negli anni scorsi, di alcuni lavori interni e dei problemi cronici di umidità».
Insomma Villa Piaggio è viva, popolata di iniziative e frequentata da chi vive nella zona. Avrebbe bisogno di manutenzione costante e quindi di risorse economiche che il Comune non può investire, al momento Aster si occupa della manutenzione del verde della villa «secondo una frequenza prevista a contratto – commentano dalla società in house del Comune – apertura giornaliera feriale, svuotamento cestini e raccolta rifiuti grossolani sul suolo ogni settimana e potature in funzione delle disponibilità economiche erogate dal Comune. In Villa Piaggio hanno dato importante contributo alla manutenzione ordinaria le associazioni di volontari coordinate dal Municipio», concludono.
La prospettiva di un soggetto privato che si prenda in carico, almeno in parte, il problema della manutenzione potrebbe essere la soluzione. Fondamentale sarà la sinergia fra tutti i soggetti, i compratori privati, l’amministrazione pubblica e le associazioni. Villa Piaggio si appresta dunque a diventare teatro di un esperimento che potrebbe essere replicato anche in altre aree verdi urbane che soffrono dei medesimi problemi.
Dello scenario ucraino mi sono occupato solo una volta; non certo perché si tratti di vicende minori o perché non contengano quei risvolti politici di cui si occupa questa rubrica, ma perché le notizie che ci arrivano sono filtrate e condizionate: e tentare una valutazione è davvero un’impresa. Per questo mi ero limitato a un semplice invito: considerato che ci sono molti interessi in gioco, conviene per lo meno abbandonare lo schema semplicistico che contrappone “occidente=democrazia=bene” a “oriente=oligarchia=male”. Con la tragica vicenda del boeing malese, le cose non sono cambiate. E forse, a questo punto, tornare a riflettere sulla vicenda può essere utile non tanto per capire la dinamiche della politica internazionale, quanto piuttosto per riflettere sul ruolo dei media.
Innanzitutto, un primo punto fermo: in Ucraina si combatte una guerra. Questo aspetto, apparentemente banale, può essere in realtà sfuggito a molti, perché la stampa italiana, a differenza di quello che avviene – ad esempio – per i combattimenti nella striscia di Gaza, non dedica molto spazio alle cronache militari, essendo riuscita persino ad oscurare il terribile massacro di Odessa. Anche dopo l’abbattimento del velivolo malese, una grande attenzione è stata rivolta al balletto delle responsabilità, ma poco si è detto sulla guerra che si sta combattendo.
Il fatto è che dopo il referendum di marzo in Crimea, un voto che ha sancito l’annessione della regione alla Russia, anche le altre parti dell’Ucraina a maggioranza russa hanno provato a seguire la strada di un’indipendenza che guardi a Mosca. Kiev ha cercato di reprimere la rivolta e ne è venuta fuori una vera e propria guerra civile, che interessa quasi tutta la regione di Donetsk. Gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e l’Unione Europea (a trazione franco-tedesca) spalleggiano il governo ucraino, mentre la Russia sostiene i ribelli. Sono in gioco dunque sentimenti di appartenenza non facili da districare e interessi di vario di tipo.
In questo scenario cosa è successo davvero all’aereo malese? Nessuno, finora, ha saputo dimostrarlo con certezza. Ma non è affatto strano, anzi è logico e prevedibile, che i vari governi e i media nazionali tendano ad accreditare la versione della loro parte: per Obama, Cameron, Merkel e Hollande la colpa è sicuramente dei filorussi; mentre Putin nega di aver mai fornito ai ribelli i missili terra-aria in grado di abbattere un velivolo che voli a quella altitudine. Nel frattempo sono spuntati tutti i riscontri possibili immaginabili: video, testimonianze e tracciati radar, da una parte e dall’altra, accreditano vuoi la teoria dell’aereo abbattuto per sbaglio, vuoi quella di un colpo intenzionale per alzare la tensione dello scontro. Eppure nulla è apparso davvero risolutivo: ogni filmato amatoriale può essere un falso e ogni intervista può celare una menzogna. Che speranze ci sono, dunque, di ottenere una prova ragionevolmente attendibile? Le speranze, purtroppo, sono poche.
Chiediamoci: in che modo si può sapere qualcosa sulle reali dinamiche dell’incidente? Si potrebbero esaminare i resti: ma gli occidentali si sono già lamentati di non avere libero accesso alla zona; lasciando intendere in questo modo che i ribelli avrebbero tutto il tempo di rimuovere evidenze scottanti. Dunque il terreno è già da considerarsi “inquinato”. Il discorso sarebbe diverso per le scatole nere, che sono state riconsegnate e su cui non gravano sospetti di manomissione. Ma è difficile che emerga qualcosa circa la provenienza del presunto missile.
Rimangono infine le fonti di intelligence: servizi segreti, radar militari, tracce satellitari, eccetera. Il problema di queste risultanze è però la loro attendibilità. A chi possiamo realmente credere? A chi possiamo prestare fede senza temere manipolazioni e condizionamenti inclini alle ragioni della politica estera dei rispettivi governi?
Purtroppo nessuno ha un pedigree immacolato. Sulla Russia di Putin non occorre spendere parole: è già costume consolidato di gran parte del nostro giornalismo quello di descriverla come una dittatura assoluta, dove stampa e governo sono assoggettati al pugno di ferro di questo novello zar ex-KGB. Ma anche i “democratici” Stati Uniti non sono da meno. Avevo già ricordato che per la prestigiosa rivista Foreign Policy la CIA è responsabile di aver architettato almeno sette colpi di Stato in giro per il mondo. E l’altro giorno niente meno che Human Rights Watch ha accusato l’FBI di addestrare terroristi arabi per scatenare finti attentati.
Ma non c’è bisogno di addentrarsi nel terreno di queste operazioni sporche: basta ricordare cosa è successo nella guerra in Iraq. Scatenata da Bush jr. per via delle famose “armi di distruzione di massa” possedute – dicevano – da Saddam Hussein, dopo un bagno di sangue e ingenti capitali spesi per la ricostruzione (a vantaggio di ben precise multinazionali amiche, s’intende), ci ha alla fine consegnato un grande risultato: le milizie jihaidiste si preparano a conquistare la capitale. E naturalmente le famose armi di distruzione di massa erano una balla ciclopica (oppure Saddam le nascose con tale dedizione da preferire la morte piuttosto che tirarle fuori e usarle contro gli odiati invasori).
Quanto poi alla “civile” Europa, certo anch’essa nonsi è mai distinta per il rigore nei principi e l’indipendenza: una parte è sempre andata a rimorchio degli americani, anche quando questi andavano a giocare alla guerra; e l’altra ha sempre evitato di prendersela con i russi per non subire ritorsioni commerciali. Insomma: nessuno può lanciare la prima pietra.
È evidente che in un simile contesto la patente di verità non si può attribuire acriticamente né all’una né all’altra parte. Per rispetto dei morti, sarebbe necessaria la paziente costruzione di una commissione indipendente, gestita da paesi o organismi riconosciuti da entrambi gli schieramenti come realmente “terzi”. Ma siccome non si sta andando in questa direzione, è chiaro che c’è chi non è interessato alla verità, perché può manipolare mediaticamente la vicenda.
Così Obama, pur non avendo saputo fornire alcuna prova, si è subito detto sicuro che la colpa sia dei russi; e con l’avvallo di quasi tutta la “libera” stampa, da una parte e dall’altra dell’Atlantico, si appresta a infliggere nuove sanzioni con il pieno avvallo della nostra grande Europa (che dunque continua a fomentare guerre, ma che per definizione deve esser chiamata “portatrice di pace”).
Avevamo visitato Villa Pallavicini a Pegli qualche mese fa (qui l’approfondimento), quando la fine dei lavori sembrava prossima e ci si preoccupava di trovare un gestore solido e credibile, che instaurasse un dialogo con Tursi e diventasse operativo già nei mesi prima della riapertura, in modo da proporre strategie concrete di promozione ed entrare in sinergia con il quartiere e con i possibili visitatori. Nonostante le proroghe, i lavori inspiegabilmente non sono stati ultimati e per quanto riguarda la gestione è tutto ancora aperto: la nascente Fondazione – iniziativa dell’associazione Amici di Villa Pallavicini – ha presentato 10 mesi fa una proposta al Sindaco, ad oggi nessun segnale.
Villa Pallavicini, i lavori
I lavori, iniziati nel 2011 e finanziati con 3,6 milioni di euro di fondiresidui delle Colombiane del 1992 (ad hoc per il recupero dei parchi storici) sarebbero dovuti finire entro il 2014. Il progetto iniziale prevedeva interventi nei tre lotti principali del parco (in tutto circa 8 ettari).
Quando avevamo visitato il parco lo scorso febbraio, avevamo constato che – mentre il primo lotto era stato ultimato – nel secondo e nel terzo si parlava rispettivamente di una proroga a marzo 2014 e maggio-giugno, per la piantumazione di nuovi alberi.
A che punto siamo oggi? Nulla è cambiato, ci conferma l’architetto che sta seguendo i lavori, Silvana Ghigino, rispetto a mesi fa: «Non ci sono novità da quando ci siamo incontrati l’ultima volta. I lavori si dovevano concludere prima, ma sono ancora bloccati. Ad oggi non sappiamo niente: speriamo a settembre di avere qualche novità in più».
La gestione e la nascita della fondazione privata
Anche su questo versante, tutto tace. “Abbiamo ripresentato il nostro progetto al Sindaco (ottobre 2013), dove il sottoscritto ed altri metteranno il capitale necessario alla costituzione (almeno € 60.000,00). Abbiamo elaborato un Piano Gestionale con i relativi conti economici che confermano la necessità di un fabbisogno di 700 mila euro l’anno, da reperire mediante ingressi e servizi turistici. Abbiamo chiesto al Comune di contribuire al 50%, ma non si sa se accetteranno. Abbiamo costituito l’Associazione Amici di Villa Durazzo Pallavicini: da settembre 2013, attraverso una convenzione con il Comune di Genova, nei fine settimana organizza visite guidate ai cantieri del parco chiuso al pubblico per mantenere viva la promozione turistica e non danneggiare il futuro gestore”. Questo è quanto scrive Fabio Calvi, socio dell’associazione, in un comunicato.
Dopo aver presentato il progetto a fine 2013, nel maggio scorso sono state raccolte oltre 400 firme, consegnate al Sindaco.
«Al momento ci stiamo confrontando con il Comune per ragionare sulla situazione – racconta Ghigino – siamo costituiti in fondazione privata e speriamo di poter interagire con Tursi un domani, venendo riconosciuti come soggetto idoneo per la futura gestione». I membri avevano presentato a ottobre 2013 un progetto completo con valutazioni economiche per dare vita a una fondazione in grado di inserirsi nella gestione e atutofinanziarsi. I costi stimati annualmente per la manutenzione e la promozione (a fronte degli attuali costi del Comune, pari a 640 mila euro per il verde, 250 mila di manutenzione e 80 mila per la biglietteria) si aggirerebbero attorno ai 700 mila euro e la strategia della fondazione, così come nella proposta presentata al Comune, era quella di contribuire per la metà attraverso fondi raccolti con bigliettazione e iniziative culturali. Per l’altra metà, invece, si chiedeva l’intervento del Comune.
L’idea di dar vita alla fondazione non nasce, naturalmente, dal nulla. «Ci occupiamo dal 1983 delle sorti di Villa Pallavicini: prima come tesi di laurea, poi con pubblicazioni ed infine come progettisti dei diversi progetti di restauro del parco, a partire dal 1991 sino a quelli attuali. Dal 1992 siamo presenti a Villa Serra a Còmago (Sant’Olcese) come direttore del parco e abbiamo pertanto maturato in tutti questi anni una certa esperienza di gestione e di conoscenza della macchina comunale dall’interno. Siamo critichi verso la gestione pubblica, che ha subito negli ultimi anni pesanti tagli e non è in grado di rispondere ai bisogni del territorio: nel 2001, momento dello scioglimento del Servizio Giardini del Comune e del suo passaggio in ASTER, vi erano in servizio 300 giardinieri; oggi ASTER ne ha 60 per tutta la città. In Villa Pallavicini 5 anni fa vi erano 8 giardinieri, oggi solo 3, di cui due disabili. Inoltre, ASTER riceve dal Comune per la manutenzione straordinaria (potature ed abbattimenti) una cifra che nel 2011 era di € 120 mila euro e che nel 2013 era di circa € 100 mila, in costante diminuzione».
Viste le difficoltà evidenti dell’amministrazione, in questi anni il gruppo di volontari prima riuniti nell’associazione Amici di Villa Pallavicini matura l’idea di costituirsi in fondazione per proporsi, prima del termine dei lavori, come gestore del complesso: «Lo statuto del 2010 nasceva dal contributo di 4 associazioni pegliesi (riunite in un Comitato promotore della Fondazione), con il contributo esterno del FAI e l’assistenza tecnica del nostro studio, di avvocati e commercialisti. La necessità di definire una modalità gestionale diversa da quella comunale è iniziata nel momento stesso in cui sono partiti i progetti (inizio 2009) ed era una scelta ampiamente condivisa dal territorio, già bruciato dai restauri del 1992 dove, dopo aver speso 8 miliardi di lire, il parco era caduto nell’abbandono».
Una strategia inevitabile per arginare il progressivo declino. Come già scrivevamo mesi fa, si è passati da 25 mila visitatori del 1995 ai 5 mila del 2012: un quinto in 17 anni. I visitatori (soprattutto gli stranieri, che costituivano la metà degli ingressi paganti) erano scoraggiati dallo stato di abbandono del parco.
Stando a quanto sostengono i membri di APS – Amici di Villa Durazzo Pallavicini: «Qui a ponente è condivisa da tutti la necessità di risolvere il problema con una gestione esterna al Comune. Abbiamo lavorato a lungo per individuare la figura giuridica no-profit più adatta. All’inizio si pensava ad una “Associazione di Associazioni”, poi ad una fondazione composta da Associazioni e Comune, poi solo da Associazioni ma con il contributo economico del Comune (e la possibilità di reinvestire nel parco gli utili della bigliettazione, che oggi finisco nel bilancio comunale). Ma il Comune ha detto no a questa prima proposta, motivando la scelta con l’impossibilità di trovare fondi per contribuire economicamente e costringendo le associazioni a ritirarsi. Così alla fine siamo approdati alla soluzione della fondazione privata, coinvolgendo anche i cittadini pegliesi a cui sta a cuore il patrimonio cittadino».
Prosegue, seppure a rilento a causa delle tardive risposte arrivate a Tursi, il percorso di acquisizione gratuita da parte del Comune di Genova di immobili e terreni dal Demanio statale e militare (qui l’approfondimento) così come previsto dal programma di “federalismo demaniale” inserito nel cosiddetto “Decreto del Fare”. È stata approvata all’unanimità in Consiglio comunale la seconda delibera (qui l’approfondimento sulla prima tranche) che dà il via libera definitivo all’acquisizione di una serie di beni rientranti in quelle 120 voci richieste ufficialmente da Tursi, sentiti anche i Municipi, alla fine del 2013.
La delibera tratta nel dettaglio 62 immobili per la maggior parte dei quali il Demanio ha accettato la richiesta di acquisizione e per cui il Comune ha confermato il proprio interesse. Si tratta innanzitutto di una serie di strutture e terreni utili a completare il sistema difensivo dei forti in parallelo al processo di acquisizione dei forti stessi (qui l’approfondimento). Sotto questa voce sono compresi: l’ex Batteria nord-sud del Forte Richelieu, l’ex Batteria Belvedere parte dell’ex Batteria di San Simone, l’ex caserma e magazzino del telegrafo a Forte Tenaglie e la polveriera di Porta Mura Angeli a patto che non siano vincolate dalla Sovrintendenza. A queste strutture si aggiungono il terreno limitrofo al Forte di Santa Tecla, il terreno via Domenico Chiodo e salita del Castellaccio, l’ex campo di tiro a segno del Lagaccio in via del Peralto e diverse aree e manufatti sul Monte Moro per un progetto di valorizzazione del levante genovese.
Un’altra serie di beni, invece, sarà acquisita a migliorare la mobilità locale e il trasporto pubblico. In questo capitolo rientrano anche beni già utilizzati per il traffico cittadino ma il cui ottenimento da parte del Comune sgraverebbe le casse di Tursi di alcune servitù e potrebbe consentire una più facile gestione e manutenzione. Ecco, dunque, che nella delibera troviamo alcune parti delle rampe di accesso alla Sopraelevata di via Quadrio per lo svincolo di via Madre di Dio e il cammino di ronda Piazza Caricamento nella zona sottostante la rampa di uscita in via della Mercanzia. Ci sono, poi, l’area “ex Derna” a Sampierdarena funzionale al miglioramento della viabilità di Lungomare Canepa, un tratto di oltre mille metri quadri del greto dell’ex torrente Veilino per ottimizzare l’accesso al Cimitero di Staglieno, un’area lungo via Multedo ed altri tratti di ex strade militari ad oggi già parzialmente sfruttati per viabilità urbana.
Sempre al fine di migliorare collegamenti viari, pedonali e per usi specifici utili ai servizi di trasporto pubblico, il Comune conferma l’acquisizione di una ventina di gallerie, nella maggior parte dei casi ex ricoveri anti aerei. Sotto questa voce troviamo gli immobili di:
via della Marina per l’uscita di sicurezza della Metropolitana; via Cantore per l’ascensore Amt di collegamento con l’ospedale Villa Scassi; corso Magenta, corso Armellini e via Ponterotto già sfruttate per l’accesso ad ascensori pubblici; via Vianson in quanto utilizzata dal museo di Villa Doria Pallavicini; via Reggio, via Monte Contessa, via Buffa/via Alassio, via Pegli/via Caldesi, via Airaghi/via Villini Negrone per interesse manifestato dal Municipio Ponente; galleria Mameli impropriamente denominata Mazzini; un ex ricovero antiaereo a Coronata funzionale alla riconversione dell’ex complesso ospedaliero; le gallerie di via Vado/Villa Rossi per interesse del Municipio VI Medio Ponente; l’ex ricovero antiaereo di Porta Soprana e quello di via Vernazza utilizzati principalmente per i lavori della Metropolitana; un deposito automezzi di Amiu alla Volpara; l’ex ricovero antiaereo di Palazzo Tursi; la galleria di accesso a corso Firenze da via Paleocapa, già utilizzata dalla viabilità ordinaria; la galleria Bixio; l’ex ricovero antiaereo di piazza Acquaverde in posizione strategia dell’ambito dei lavori di riqualificazione della stazione ferroviaria di Piazza Principe.
Suscita grande interesse per il miglioramento della viabilità di sponda dei torrenti Bisagno, Polcevera e Secca l’acquisizione di tratti dei greti di alcuni ex torrenti e dei terreni limitrofi. Sotto questa voce le strade coinvolte più interessanti risultano: via Emilia, via Geirato, via Struppa, la sponda destra del Bisagno a Prato, Lungomare Dalmazia, la sponda sinistra del Polcevera, un terreno incolto in via Lepanto e il terreno dell’ex caserma Nino Bixio funzionale alla mobilità dell’ospedale Galliera.
A completare il quadro delle acquisizioni, altri quattro immobili che, con tutta probabilità, verranno sfruttati da Tursi per essere rivenduti e fare cassa. In particolare, si tratta di un negozio al civici 4 e 6 rossi di via Torti, un laboratorio in Salita al Santuario n.2, l’ex casa con “magazzeno” di via Mura del Molo n.2, l’ex casa littoria di Giminiano a Rivarolo.
Come già successo nella prima delibera, anche in questa sono contenuti alcuni beni inizialmente inseriti nell’elenco delle manifestazioni di interesse da parte del Comune che, a seguito di opportune verifiche, sono stati stralciati dalle richieste a prescindere dalla disponibilità del Demanio. Si tratta dell’ex galleria di Borgo Incrociati, a rischio esondabilità e murata nel corso dei lavori di riqualificazione della Stazione Brignole; di una copertura del torrente Foce tra via Airaghi e via Cordanieri perché, differentemente da quanto pensato, non è contigua con sedime stradale pubblico bensì privato; un parcheggio e un manufatto in via delle Fabbriche sul greto del Cerusa, tenuto conto della particolare collocazione non strategica.
Infine, vi sono anche tre spazi per cui il Demanio ha comunicato il proprio diniego alla disponibilità di passaggio di proprietà. Il primo riguarda l’area su cui sorge il ristorante di Punta Vagno perché oggetto di contenzioso in via di soluzione tra il Demanio e i proprietari del locale; le altre due si riferiscono all’ex “Casa del soldato” in piazza Sturla e alla caserma Andrea Doria per cui il Ministero della Difesa ha manifestato l’interesse di sfruttarle come alloggi di servizio. L’immobile di Carignano, in particolare, sembrerebbe destinato a ospitare la nuova sede della caserma dei Carabinieri attualmente nel vicino complesso della caserma Pilo. Su questi due ultimi beni ritenuti strategici per la città, uno come valore architettonico-culturale l’altro per l’inserimento di funzioni urbane, Tursi non si arrende e ha chiesto l’avvio di un tavolo di trattativa e concertazione con l’Esercito, alla presenza del Demanio, per capire quali siano le reali esigenze del Ministero della Difesa e se non si potesse, invece, quantomeno ottenerne una parte o, eventualmente, scambiarli in permuta con altre aree.
Con un paio di giorni di ritardo ma ben 17 in più rispetto alla promessa di arrivare in aula entro il 1° luglio, la delibera di indirizzo ad Amiu per la definizione del nuovo ciclo dei rifiuti è stata approvata giovedì scorso dal Consiglio comunale con 23 voti favorevoli (Pd, Lista Doria, Sel, FdS, Repetto dell’Udc, Anzalone e De Benedictis del Gruppo Misto) e 13 contrari (Pdl, Lega Nord, Lista Musso, M5S e Baroni del Gruppo Misto).
Verso il piano industriale di Amiu, un iter travagliato
Già note le situazioni che martedì avevano portato all’annullamento della seduta ordinaria con i consiglieri di opposizione usciti dall’aula al momento dell’appello per far mancare il numero legale vista l’assenza di alcuni membri della maggioranza. Anche nella seconda convocazione di giovedì l’opposizione ha tentato di bloccare i lavori presentando una sospensiva con l’intenzione di attendere la discussione delle problematiche relative all’impianto di Volpara nel Municipio Media Val Bisagno, i cui cittadini avevano presenziato in buon numero in Sala Rossa esponendo uno striscione nero con la scritta “Basta morti alla Volpara”. Ma la maggioranza ha serrato i ranghi e ha bocciato la proposta. Ecco allora che, dopo l’illustrazione di una ventina di ordini del giorno e 35 emendamenti, si è arrivati finalmente all’approvazione del documento che vincola la partecipata del Comune di Genova a presentare al Consiglio il proprio piano industriale entro la fine del mese.
«In realtà – chiarisce il presidente di Amiu, Marco Castagna – si tratterà solo di una prima versione del piano industriale perché stiamo aspettando la road map dalla Regione per porre definitivo rimedio all’emergenza Scarpino e capire dove collocare il nuovo impianto di trattamento del percolato».
In proposito sarà indispensabile capire a chi spetterà il finanziamento degli interventi: se, come sostiene Castagna, la messa in sicurezza della vecchia discarica di Scarpino 1 rientra in un quadro di lavori bonifica è un conto, altrimenti l’onere dei lavori ricadrà nel capitolo della gestione dei rifiuti e, di conseguenza, sulle bollette dei genovesi nei prossimi anni «che sarebbero così costretti a pagare oggi gli sbagli del passato». Oltre alle tempistiche di realizzazione dei nuovi impianti e ai conseguenti fabbisogni finanziari, Amiu dovrà anche rendere esplicite le necessità di personale in modo che Tursi possa predisporre un piano di assunzioni a tempo indeterminato
A fianco alla presentazione del piano industriale, il presidente di Amiu ha annunciato anche l’arrivo di un dossier che metterà a punto un’efficace strategia per finanziare buona parte degli indispensabili adeguamenti impiantistici attraverso fondi europei. In questo capitolo rientrerebbe anche il biodigestore, la cui installazione al momento è stata supposta nelle aree ex Ilva a Cornigliano dove Mediterranea delle Acque sta già progettando un nuovo impianto di depurazione.
Con l’arrivo del biodigestore entro il 2018, i cui costi si aggirano sull’ordine di grandezza dei 35/40 milioni di euro, potrebbe trovare in parte una soluzione anche la problematica Volpara (per quanto riguarda il ridimensionamento dell’area nel suo complesso, decisiva anche l’entrata in funzione del suddetto depuratore di Cornigliano entro il 2020, ndr), di cui i cittadini della Val Bisagno chiedono a gran voce la chiusura. L’avvio del nuovo digestore, in grado anche di produrre una discreta quantità di energia pulita, dovrebbe portare infatti alla dismissione dell’impianto di separazione secco-umido che nel frattempo troverà posto proprio nella discarica della Val Bisagno (insieme con quello che entro luglio 2015 dovrà essere installato nell’area di Rialzo a Campi).
Gli indirizzi del Comune ad Amiu: differenziata, impiantistica, tariffazione
Benché siano già state annunciate e trattate su Era Superba a diverse riprese nelle scorse settimane, è certamente opportuno ricordare quali siano le principali linee di indirizzo che Giunta e Consiglio hanno fornito alla partecipata nel tentativo di rispondere alle strategie europee in direzione della cosiddetta “economia circolare”, basata cioè su una società che ricicla allo scopo di ridurre la produzione di rifiuti e di utilizzarli come risorsa prevenendo il consumo delle materie prime e mettendo in pratica una concreta ottimizzazione energetica.
Il primo indirizzo della delibera riguarda il completamento “entro il 2016 dell’estensione della raccolta differenziata della frazione organica e della componente “secca” in tutta la città, sia per le utenze domestiche che per le utenze commerciali, diversificando le modalità di servizio al fine di ottenere ove possibile una raccolta di qualità dei materiali e tenendo conto anche degli aspetti economici”.
Il piano di Amiu fissa in proposito una doppia fase per le utenze commerciali con circa 600 nuovi ritiri porta-a-porta a partire da questo mese e altri 1600 da dicembre. Per le utenze domestiche, invece, il potenziamento della raccolta, in questo caso principalmente di prossimità attraverso la predisposizione di nuovi cassonetti marroni, sarebbe dovuto partire da settembre ma la partecipata sembra essere in anticipo con la consegna proprio in questi giorni del kit per la raccolta dell’organico a circa 5600 famiglie residenti nelle zone di Carignano e via San Vincenzo. Prossime tappe Sampierdarena, Foce e Nervi per un totale di 50 mila abitanti entro la fine dell’anno.
Grazie al potenziamento delle azioni di comunicazione, informazione ai cittadini e incentivazione economica, infatti, Amiu dovrà raggiungere degli obiettivi di raccolta differenziata stabiliti dal Piano Regionale (qui l’approfondimento), che prevede una percentuale del 50% al 2016 e del 65 % al 2020.
Si arriva, poi, alla questione impiantistica. Ecco che cosa dice, in proposito, la delibera: “Completare la progettazione degli impianti necessari per il trattamento e recupero della “frazione organica” dei rifiuti, basati sulla tecnologia di digestione anaerobica, che dovranno essere realizzati entro il 2018, includendo anche l’ipotesi di una eventuale collocazione in aree Ilva. La soluzione impiantistica dovrà essere modulare, anche al fine di poter dare soddisfare le esigenze, ancora in fase di definizione, della Città Metropolitana”. Ecco, dunque, nero su bianco il superamento dell’inceneritore, salutato con grande soddisfazione dalle associazioni ambientaliste: «È una enorme rivincita per le associazioni, i comitati ed i cittadini – scrivono gli Amici del Chiaravagna – che nel luglio di 10 anni fa avevano fortemente contestato una delibera che, aprendo la strada alla costruzione di un mega inceneritore, sembrava avere messo una pietra tombale sul diritto alla salute, sulla democrazia, sull’equilibrio dei conti pubblici genovesi. Tutti insieme, siamo stati in grado di condizionare l’agenda politica locale e nazionale dimostrando il valore delle nostre tesi finalizzate esclusivamente al bene comune».
Per quanto riguarda il nuovo impianto di digestione anaerobica (biodigestore), invece, la delibera parla di studiare “la possibilità di utilizzo del biogas generato per usi alternativi alla produzione di energia elettrica, quali l’autotrazione o l’immissione in rete, tenuto conto delle opportunità di incentivazione economica e della localizzazione dell’impianto”.
Si parla poi di “approfondire la possibilità di realizzare presso il sito di Scarpino un nuovo impianto di compostaggio, in cui trattare la componente organica derivante dalla raccolta differenziata e dal trattamento anaerobico, sulla base dello studio di fattibilità del 10/11/2013 e alla luce delle criticità emerse sull’area. In alternativa, per consentire il computo della frazione organica nell’ambito dei criteri di calcolo delle percentuali di raccolta differenziata, sarà necessario identificare un altro sito, ovvero stipulare accordi con altri soggetti”. Per Scarpino, il primo punto all’ordine del giorno deve essere proprio il superamento dell’emergenza. Per questo la delibera ricorda che si dovranno “attuare tutti gli interventi necessari all’adeguamento della discarica di monte Scarpino affinché la stessa possa essere messa in sicurezza ed essere utilizzata come discarica di servizio per gli scarti prodotti dagli impianti di trattamento e recupero della frazione organica e secca, secondo le prescrizioni dei nuovi provvedimenti autorizzativi degli Enti competenti”.
Infine, uno sguardo anche alla “frazione secca” dei rifiuti residui per cui dovranno essere elaborate “soluzioni impiantistiche da realizzarsi in alternativa al gassificatore, valutando – secondo criteri ambientali, economici e logistici – sia l’ipotesi di impianti per il recupero spinto di materia che quella di impianti di CSS (combustibile solido secondario) prevista dal Piano Regionale dei Rifiuti privilegiando prioritariamente la componente di recupero della materia”.
Tutti questi elementi dovranno essere recepiti nel piano industriale che Amiu dovrà presentare entro fine mese. Entro fine anno, invece, la partecipata dovrà approvare un percorso per la realizzazione di nuove Isole Ecologiche in modo che ogni Municipio arrivi ad averne una.
Tra i numerosi emendamenti accolti dalla Giunta e approvati dal Consiglio, merita particolare attenzione quello presentato dal capogruppo di Lista Doria, Enrico Pignone e sottoscritto da tutta la maggioranza, che per ammissione dello stesso assessore al Ciclo dei rifiuti, Valeria Garotta, «completa e rende migliore tutto l’impianto della delibera». Tra i punti principali delle modifiche apportate al testo licenziato da sindaco e assessori, si sottolinea lo sprone ad avviare sperimentazioni di soluzioni di tariffazione puntuale che adeguino l’imposta alla quantità di rifiuto indifferenziato effettivamente prodotto e l’istituzione di un Osservatorio di Cittadinanza Attiva “al fine di coinvolgere soggetti di rappresentanza dei cittadini, degli utenti e delle parti sociali” come attivi valutatori delle performance di Amiu e attenti segnalatori di eventuali esigenze.
Molto soddisfatto della delibera il consigliere Enrico Pignone, capogruppo Lista Doria e da sempre impegnato nella lotta ambientale per un miglioramento del ciclo dei rifiuti cittadino: «Vedo questo passaggio come una sorta di rivoluzione culturale – ha detto Pignone – perché mai come ora in una delibera sono stati presenti così tanti grandi elementi di cambiamento. Questa delibera è una risposta adeguata anche nella direzione del sostegno del servizio pubblico delle aziende pubbliche. Fino a ieri sbagliavamo a guardare i rifiuti solo come una questione economica: ora sono finalmente considerati come materiali post consumo ovvero una risorsa». Ma la soddisfazione più grande per il primo eletto nella “lista arancione” a sostegno del sindaco sono le nuove prospettive tecnologiche: «Finalmente viene messo nero su bianco il superamento del gassificatore e dell’inceneritore – ha proseguito Pignone suscitando una reazione non proprio composta tra i banchi del Partito democratico – che molti consiglieri conoscono bene perché avevano votato con favore nel passato ciclo amministrativo in cui, tra l’altro, si cercava di risolvere i problemi della Valbisagno semplicemente spostandoli a Scarpino».
Anche il sindaco Doria guarda con soddisfazione alla delibera approvata e tocca il tempo alla Regione pensando già alla costituenda Città Metropolitana: «Nel piano regionale – si legge in una nota del primo cittadino – sono previsti impianti di diverso carattere, funzionali al ciclo in aree territoriali omogenee o di valenza regionale. Le caratteristiche, la collocazione e i costi di questi impianti devono essere discussi in modo chiaro, trasparente e condiviso perché sono a carico dei cittadini dell’intera Liguria che è caratterizzata dalla presenza di una vasta città metropolitana».Secondo Doria, dovranno essere previsti investimenti pubblici, anche regionali, per la realizzazione di tali impianti. «Le linee di indirizzo decise dal Consiglio comunale di Genova – prosegue il sindaco – consolidano la funzione di Amiu a servizio dell’area metropolitana e quale importante risorsa industriale a livello regionale. La ripartizione delle risorse pubbliche dovrà tenere in debito conto il numero dei cittadini serviti e la valenza industriale delle aziende pubbliche esistenti sul territorio».
Ma è ancora il capogruppo Enrico Pignone a tracciare la road map delle prossime priorità: «Innanzitutto dovrà essere messa in sicurezza la discarica di Scarpino – ricorda il capogruppo di Lista Doria – e nel frattempo vanno velocizzate le tappe del processo di separazione secco/umido». Il consigliere comunale guarda anche a un orizzonte più ampio: «Oltre a quanto Amiu proporrà nel proprio piano industriale dovremo studiare nuove filiere per recuperare il materiale che ieri era considerato solo rifiuto ma domani potrà anche portare lavoro, nel rispetto della salute dei cittadini e dell’ambiente».
Ora la palla passa ad Amiu, prima che il dibattitto ritorni a Tursi una volta presentato ufficialmente il piano industriale.
“Non tutti sanno che se l’occupazione femminile arrivasse al 60% il Pil crescerebbe del 7 per cento”, scriveva qualche mese fa la giornalista Lidia Baratta su linkiesta.it. Quello che emerge dagli ultimi report (e quello che sta sotto gli occhi di tutti) è che, per quanto riguarda il settore dell’occupazione femminile, in Italia la situazione è ancora di grande arretratezza rispetto ad altri paesi. Nonostante il più o meno recente dibattito sulle quote rosa aperto in Parlamento e nelle altre istituzioni preposte, resta alto il numero delle donne disoccupate: casalinghe, madri, pensionate, ma anche giovani che, una volta terminato il ciclo di studi, non trovano o non cercano lavoro e si dedicano – volenti o nolenti – alla famiglia. Forse non ce ne rendiamo conto, ma questo fenomeno è talmente diffuso che ha preso anche un nome: “chilometro rosa”, ad indicare la corsa ad ostacoli che le donne sono costrette a correre con i loro colleghi uomini. All’inizio il percorso è lo stesso, poi la corsa si fa impari: le donne compiono questa impresa lavorativa/sportiva con una zavorra sulle spalle che i loro equivalenti maschi non hanno e restano pertanto escluse dal podio dei ruoli dirigenziali.
L’Italia vive uno stallo ineguagliabile e la riflessione su questa situazione è tornata in auge proprio in questa fase storica, in cui la crisi costringe tanti a vivere in povertà (i dati Istat del 14 luglio stimano che il 10% della popolazione, vive in condizioni di povertà assoluta o relativa). Ci si chiede se l’occupazione femminile e l’accesso delle donne ai ruoli di potere possa aiutare a rimettere in moto l’economia.
In generale, sembra una prospettiva non troppo utopica: anche se le imprenditrici sono ancora poche nel nostro Paese (1,5 milioni, pari a circa il 23,6% del totale) e ricoprono ruoli meno rilevanti dei colleghi maschi, le imprese guidate da donne sembrano aver retto meglio alla crisi. Ci sono migliaia di imprese rosa in più rispetto agli ultimi anni: oltre 3 mila in più nel 2013 e 11 mila nuove imprese negli ultimi 3 anni, in base ai dati di Unioncamere.
Imprenditoria femminile in Italia e a Genova: i dati
In Italia le aziende guidate da donne sono poche, meno di 1 su 4, e per la maggior parte si tratta di imprese piccole, con fatturato minore rispetto a quelle a conduzione maschile.
In base ai dati Eurostat 2013, la percentuale di donne in posizione dirigenziale in Italia è poco rassicurante: 34,7%, con calo drastico al 4%, se si considera la presenza femminile nei CdA di società per azioni. Situazione opposta quella delle PMI a conduzione femminile, che resistono alla crisi più di quelle maschili e sono in costante aumento (incremento di oltre il 4% nel 2013 di società di capitali).
I dati nel complesso non sono ancora rassicuranti, ma si stanno facendo progressi verso il consolidamento di un sistema imprenditoriale femminile vero e proprio. A questo proposito, lo scorso 9 maggio nel corso del primo Forum nazionale Terziario Donna a Palermo (organizzato dal Comitato delle donne imprenditrici della Confcommercio, dal titolo “Donne motore della ripresa”) sono stati presentati i risultati dell’osservatorio sull’evoluzione dell’imprenditorialità femminile nel terziario realizzata in collaborazione con il Censis: «Negli ultimi cinque anni» – spiega Luisa Cecchi Famiglietti, Presidente Terziario Donna Ascom Genova e Consigliere Nazionale Terziario Donna – «è cresciuta la percentuale femminile sul totale degli imprenditori, rappresentando 1/3 delle imprese italiane, mentre, a livello di rappresentanza nel sistema Confcommercio arrivano al 50%».
In base ai dati forniti da Ascom, le donne imprenditrici resistono alla crisi meglio degli uomini, dimostrando grande capacità innovativa: dal 2009 il numero complessivo di imprenditori è passato da 4 milioni 514 mila a 4 milioni 308 mila del 2013, con un’emorragia di 206 mila unità (4,6%). Tra le donne le perdite sono state inferiori sia in termini assoluti (-47 mila imprenditrici tra 2009 e 2013) che relativi (-3,5%). L’effetto combinato delle diverse dinamiche ha determinato una crescita seppur lieve del livello di femminilizzazione della nostra imprenditoria: l’incidenza delle imprenditrici sul totale degli imprenditori è passata dal 29,8% del 2009 al 30,1% del 2013.
Commenta Famiglietti: «Va riportata l’attenzione su un’Italia al 74° posto per parità di genere, al 90° per opportunità di partecipazione alla vita economica e al 48° per istruzione femminile e presenza in parlamento. Inoltre 800 mila sono le mamme che, costrette, hanno abbandonato il lavoro negli ultimi 2 anni e oltre 4 milioni le donne che vorrebbero lavorare e non possono. Questi dati sono il segnale di quanto sia necessario immaginare percorsi professionali davvero in grado di conciliare produttività e tempo di lavoro, in quanto la conciliazione tra maternità e lavoro ai livelli apicali rischia di essere impossibile, mancando le strutture, gli aiuti e politiche pubbliche adeguate».
Quante sono e quanti anni hanno le donne imprenditrici in Liguria?
Per quanto riguarda la concentrazione delle imprese guidate da donne, dal report fornito nel 2013 da Unioncamere – Osservatorio dell’imprenditoria femminile si nota che le regioni più virtuose sono Molise (29,7%), Abruzzo (27,8%) e Basilicata (27,7%). Tra le province, invece, Avellino e Benevento, con oltre il 32%, Frosinone e Isernia, che superano il 30%, Chieti, Campobasso e Grosseto con percentuali superiori al 29%. La Liguria si attesta a quota 24,4% assieme a Puglia e Toscana, dato superiore alla media nazionale del 23,6%. Tuttavia, la nostra regione registra un calo dello 0,99% rispetto al 2012, con la chiusura di oltre 400 aziende a gestione femminile, su un totale di 510 chiusure.
Stando ai dati che ci fornisce Confesercenti Liguria, nel primo trimestre 2014 le “aziende rosa” (in generale quelle a maggioranza femminile, con il CdA composto al 60% da donne) in Liguria erano 713, di cui 384 a Genova. Per quanto riguarda l’età, il 51% delle donne titolari di imprese fanno parte della fascia compresa tra i 35 e i 50 anni, ma si tratta di una stima approssimativa in quanto gran parte delle donne in questione proviene da un background imprenditoriale famigliare e spesso iniziano da giovanissime a muovere i primi passi in azienda, arrivando però a ricoprire ruoli chiave solo in età più adulta.
Ad oggi in Liguria la percentuale di imprenditrici in età compresa tra i 20 e i 35 anni è il 17,1, seppur in leggero aumento rispetto agli scorsi anni, resta bassa se comparata al 51% della fascia superiore.
In quali settori prevale l’imprenditoria femminile?
Nessuna sorpresa. In Italia l’incidenza più bassa si registra nelle costruzioni (solo l’1,95% del totale, contro il 98,05% degli uomini), mentre percentuali più alte si riscontrano nel settore della moda, in cui le donne sono più degli uomini, e nel campo benessere e sanità (46,57%).
In generale, in base ai dati forniti dall’Osservatorio Confcommercio-Censis sull’evoluzione dell’imprenditorialità femminile nel terziario tra il 2009 e il 2013, si riscontrano: 74 mila nuove attività di commercio al dettaglio (abbigliamento, alimentare, arredo, etc); 35 mila attività di ristorazione e catering; 24 mila istituti di bellezza, centri estetici; quasi 20 mila imprese di commercio all’ingrosso; circa 8 mila donne si sono registrate alla Camera di commercio rispettivamente come agenti o intermediari assicurativi e altrettante come agenti immobiliari, mentre 5 mila hanno avviato attività di manutenzione e pulizia di edifici.
Foto di Diego Arbore
Infine, aumenta la quota di imprenditrici straniere, soprattutto nei settori come servizi alla persona, sanità e agenzie immobiliari. Racconta Ilaria Mussini, Consigliere Terziario Donna Ascom Genova: «Il numero di imprenditrici straniere in Italia è cresciuto di oltre 20 mila unità dal 2009, con le cinesi in testa a tutte (+45,5%), rappresentando nel 2013 ben il 17,4% delle donne di origine straniera alla guida di un’azienda, seguite da rumene (8,9%)».
Lo stesso discorso vale per la Liguria: anche qui i settori privilegiati restano quelli tradizionalmente associati alla cultura di genere femminile, ovvero cultura, servizi e turismo. Si pensi che su 713 aziende rosa di Confesercenti ben 502 sono riconducibili a questi tre settori.
Giovani e imprenditrici: connubio possibile?
Si evince, dunque, che sia a livello nazionale che regionale è il terziario il settore preferito dalle donne per l’avvio di attività, con il 76% delle nuove imprenditrici italiane: il 58,6% (ma nei servizi la percentuale è del 60,3%) ha tra i 30 e 50 anni, e il 19,1% meno di 30 anni. Questa spiccata preferenza per il settore terziario vale soprattutto per quanto riguarda le giovani e giovanissime: ben l’82,3% del totale delle nuove imprenditrici con meno di 30 anni sceglie i servizi per l’avvio di una nuova attività, e stessa preferenza esprime il 78,2% di quante hanno tra i 30 e 50 anni.
Cosa facevano queste ragazze prima di fare il salto al lavoro in proprio? In piccola parte provenivano da un’altra occupazione di tipo per lo più dipendente, mentre in maggioranza (rispettivamente 37,9% e 39,4%) si trattava di disoccupate/alla ricerca del primo impiego, oppure di casalinghe/studentesse.
In generale, queste due categorie – giovani e donne – restano discriminate: per questo, si sta tentando da parte di Confesercenti di aprire un dialogo tra il progetto ministeriale Garanzia Giovani (qui l’approfondimento) e il mondo dell’imprenditoria femminile under 35, in modo da far confluire parte dei finanziamenti della Youth Guarantee nel settore delle “aziende rosa”.
Gli incentivi all’imprenditoria fenminile: “gender pay gap”
La discriminazione tra lavoratrici/lavoratori e tra imprenditrici/imprenditori spesso si registra già nell’accesso alla professione e durante il percorso della vita lavorativa, in cui le donne – specie se qualificate e laureate – sono più sottoutilizzate degli uomini. Qualora queste prime problematiche vengano superate, spesso ci scontra con lo scoglio più insormontabile: la retribuzione inferiore delle donne, a parità di mansione. Questo fenomeno viene denominato gender pay gap: la media europea di divario si attesta attorno al 16% (a fronte di uno stipendio medio maschile di 2 mila euro, una donna ne guadagna in proporzione circa 1600 e nell’arco di un anno dovrebbe lavorare due mesi all’anno in più per eguagliare lo stipendio del collega uomo). I dati relativi all’Italia all’apparenza stupiscono: il gender pay gap qui è del 5,5%, ma bisogna considerare che nel nostro Paese il tasso di occupazione femminile è tra i più bassi d’Europa (tasso di inattività femminile quasi quattro volte quello della media UE).
Il dato reale è che, a parità di posizione, la retribuzione per le donne è inferiore di circa il 20% rispetto a quella maschile: una stima che sale anche vertiginosamente a seconda dei settori, con percentuali che variano tra il 24 e il 18, e per le donne meno scolarizzate. Un retaggio del passato? Oggi le cose non stanno più così? Un pensiero comune, ma purtroppo errato: di questa discriminazione soffrono tutte, dalle giovanissime (-8,3% di retribuzione rispetto ai coetanei) alle più adulte (12,1%).
Se effettivamente il mercato del lavoro femminile è così svantaggiato rispetto a quello maschile, come far fronte alle difficoltà di natura economica che si presentano per un’imprenditrice?
Stando a quanto evinciamo dalle nostre ricerche (cosa che confermano anche da Confesercenti Liguria), non esistono veri e propri incentivi specifici per una donna che voglia aprire un’azienda, sia a livello nazionale che locale (regionale, provinciale, comunale). Al momento, l’attenzione maggiore si riscontra a livello statale, con misure quali il protocollo d’intesa ABI per agevolare l’accesso femminile al credito, e alcune misure intraprese dai ministeri.
A livello locale, confermano da Confesercenti, in questo momento in Liguria non sono previsti fondi, né vantaggi di altro tipo . Tuttavia, potrebbe trattarsi di una situazione transitoria, e già da settembre potrebbero arrivare nuove proposte di incentivi e bandi ad hoc. Esistono, però, agevolazioni indirette, come l’ottenimento di un punteggio più alto nei bandi di gara o una maggiore attenzione in genere per gli under 35.
Ma la situazione si complica se si parla diaccesso al credito. Conferma la presidente Terziario Donna Ascom Genova Luisa Cecchi Famiglietti: «A fronte di una situazione di incremento nel settore imprenditoriale in rosa, secondo quanto sostengono Bankitalia e l’Osservatorio Confcommercio le imprese femminili soffrono di un accesso al credito più difficoltoso rispetto a quelle a guida maschile: sono profondamente negative soprattutto le condizioni relative alle garanzie richieste dalle banche (16,0 contro 17,7). Le imprese femminili continuano a lamentare una condizione di maggiore difficoltà rispetto al resto delle imprese italiane del terziario (16,0 contro 19,5) tanto che è al lavoro un protocollo ABI e Ministero delle Pari Opportunità proprio allo scopo di monitorare l’andamento del credito alle imprese femminili».
Oltre al protocollo ABI, un’ulteriore risorsa per facilitare il rapporto del gentil sesso con le banche è l’istituto dell’Arbitro Bancario Finanziario: un sistema per la risoluzione stragiudiziale delle controversie in ambito bancario e finanziario tra intermediari finanziari e clientela (sia imprese che consumatori). ABF, strumento per la corretta uniformazione dei comportamenti bancari, prevede un massimo di 6 mesi per la risoluzione di ciascun procedimento, con soli 20 euro. In particolare, si occupa di risolvere controversie legate a investimenti bancari, recesso o mancato finanziamento in termini arbitrari, modifiche unilaterali delle condizioni contrattuali, aperture di credito in conto corrente.
Esiste, inoltre, sempre a livello nazionale, un fondo di garanzia per le imprese costituite in prevalenza da donne. Si tratta di una misura introdotta mediante decreto 27 dicembre 2013 del Ministero dello Sviluppo Economico, finalizzata agli interventi a favore delle imprese femminili. Il fondo vuole facilitare l’accesso femminile al credito. Le risorse a disposizione ammontano a 20 milioni di euro e sono impiegate per interventi di garanzia diretta, controgaranzia e cogaranzia: una quota pari al 50 per cento della dotazione è riservata alle nuove imprese (start up).
Sullo stesso fronte si sta muovendo anche Confesercenti, con l’istituzione di confidi supportati dalle Camere di Commercio, contro la discriminazione delle banche: non esiste ancora un riferimento specifico, ma ci sono vari soggetti che agevolano l’elargizione monetaria.
Reti di associazioni a sostegno delle imprese rosa in Liguria
Ci sono delle strutture che supportano le imprese femminili, in Italia e in Liguria?
Tra le strutture ufficiali preposte alla tutela del mondo imprenditoriale femminile, all’interno di Ascom Genova (a livello provinciale) e di Confcommercio (a livello nazionale) è operativo il Comitato Terziario Donna. Si tratta di un’organizzazione costituita nel 1989 in seno ad Ascom della Provincia di Genova per la promozione e lo sviluppo dell’imprenditoria femminile negli ambiti sociali ed istituzionali, favorendo il conseguimento delle pari opportunità e il completamento della formazione professionale. Inoltre, la stessa Confesercenti, al cui interno esiste un ramo per l’imprenditoria femminile (CNIF – Coordinamento Nazionale per l’Imprenditoria Femminile) per fornire supporto e per rendere consapevoli le imprenditrici degli strumenti a loro disposizione, facilitando il percorso professionale. Inoltre, esistono comitati di imprenditoria femminile (i cosiddetti CIF) anche all’interno della Camera di Commercio. A livello regionale, molte di queste associazioni sono andate a costituire una rete e cooperano per lo svolgimento di attività di animazione, promozione e divulgazione della cultura dell’impresa in rosa. Le associazioni in questione seguono le imprenditrici (o aspiranti tali) passo passo nel loro percorso: già nelle fasi iniziali, le aiutano a capire come fare impresa, progettando insieme un businessplan e accompagnandole verso l’avvio dell’attività. Inoltre, ancora prima, offrono la possibilità di fare un’autovalutazione per capire se la persona possiede l’attitudine e la stoffa dell’imprenditrice, prima di lanciarsi in un percorso oneroso in termini di energie e risorse.
Inoltre, c’è poi una rete di strutture “ufficiose” che a livello nazionale conta ormai migliaia di unità, tanto che ormai è difficile orientarsi.
Come si diventa imprenditrici?
Ci aiuta a rispondere Patrizia de Luise, presidente di Confesercenti Liguria e Coordinamento Nazionale Imprenditoria Femminile, nonché membro di giunta camerale della Camera di Commercio: «Non ci si può improvvisare imprenditrici: in questo periodo di crisi, molte donne si trovano magari disoccupate, magari a dover mandare avanti una famiglia, e pensano che la soluzione più semplice per reinserirsi nel mondo del lavoro sia aprire la partita iva e mettersi in proprio. Ma non è così semplice: bisogna essere cauti e consapevoli, visto che si mettono in gioco grandi quantità di soldi propri che non vengono restituiti in caso di fallimento. Per questo, è importante affidarsi alle associazioni di rappresentanza, da Confesercenti a Confcommercio e tutte le altre sigle riunite in R.ET.E Impresa Italia e contattare gli sportelli locali per avere un accompagnamento».
Imprese rosa per contrastare la crisi?
«Il sistema italiano è il vero ostacolo al lavoro femminile e alla ripresa del Paese – commentano da Ascom – l’Ocse segnala infatti che se nel 2030 la partecipazione femminile al lavoro raggiungesse i livelli maschili, la forza lavoro italiana crescerebbe del 7% e il Pil pro capite di un punto percentuale l’anno (con una crescita totale del 17%). Ecco perché le donne sono indispensabili per aumentare la forza lavoro in un Paese e in un’Europa a crescita zero, dove nel corso dei prossimi 15 anni si perderanno 20 milioni di lavoratori, anche calcolando il saldo della forza lavoro immigrata. Le donne spesso rinunciano ad avere un’occupazione (sia come imprenditrice che come dipendente) proprio per la grande mancanza di servizi e in quanto il carico del lavoro di cura e famigliare è sempre sulle loro spalle, ne consegue che il tempo dedicato alla cura non può essere destinato al lavoro, si rinuncia oppure se ne dedica meno e ciò si traduce in un’opportunità sprecata per la crescita dell’azienda e personale».
Allo stesso modo si esprime anche Patrizia de Luise: «Che lo sviluppo dell’imprenditoria femminile e della donna in genere possa portare benefici alla società in termini economici, è un dato conclamato da fior fiore di economisti. Nella pratica, però, si è ancora troppo lontani da questo sviluppo: bisogna intervenire sui limiti del sistema, sul welfare (per permettere alle donne di conciliare realmente famiglia e lavoro) e sul sistema di accesso al credito. Oggi il numero di imprenditrici è sì in aumento, ma le donne si buttano in imprese piccole e poco rischiose, con minor forza di incisione. Questo trend deve finire: favorire il lavoro femminile significa favorire la libertà delle donne e degli uomini. Donne realizzate e con un proprio reddito che permette loro di badare a loro stesse e ai loro figli, sono donne libere di decidere della propria vita; sono donne libere di scegliere di andarsene, per esempio, da un marito violento. Questo è un problema anche degli uomini: non è meglio avere a fianco una donna realizzata e indipendente? Dovrebbe essere così, in un sistema sociale sano».
Per dirlo con una metafora calcistica utilizzata dal presidente di Confcommercio Sangalli, «puntare sulle donne è conveniente per l’economia e per l’Italia, quindi perché lasciare in panchina un buon giocatore in una partita così delicata?»
Il Goa-Boa festival è una realtà ormai consolidata, che dal 1998 risveglia la scena musicale live genovese, e che si va sempre più affermando come un festival di respiro nazionale (è stato infatti definito “la più grande festa della musica in Liguria”) e soprattutto internazionale, con spettatori da tutta Europa e nomi che vanno da Manu Chao a Morrissey al Banco del Mutuo Soccorso. Il Goa-Boa viene organizzato dall’associazione culturale Psycho, costituita ufficialmente nel 1984, ma i primi avventurosi concerti con Gaz Nevada e Monochrome Set risalgono a qualche annetto prima. Psycho promuove singoli eventi, convegni tematici, stagioni di gestione teatrale con attività multidisciplinari, programmazione di festival e singoli concerti.
Alla loro terza presenza al Goa-Boa, gli Aftehours sono ormai dei veterani del festival; e dei veterani nel panorama musicale alternativo italiano, che riavvertono l’esigenza di andare a riscoprire il proprio prodotto migliore. Non c’è alcuna questione in sospeso da chiarire sulla portata di un disco come “Hai paura del buio”.
Votato come miglior disco di alternative rock degli ultimi 20 anni in Italia, gli After, per celebrare questa manifestazione di affetto del pubblico, decidono di intraprendere un tour dedicato al loro capolavoro. Ne viene fuori un riproposizione “remastered and reloaded”, rimasterizzata e reinterpretata con la collaborazione di molti artisti, italiani e stranieri. Non si tratta quindi di un semplice disco auto-celebrativo, scorciatoia in un momento di mancanza di idee; bensì di un disco consapevole del proprio ruolo chiave per l’evoluzione del rock italiano nel passato, e consapevole di avere ancora da dire dopo diciassette anni. L’importanza di “Hai paura del buio?” e il prestigio del gruppo milanese ha la conferma e la riprova in una collaborazione in particolare: quella di un colosso sacro della musica tutta come Robert Wyatt (Soft Machine).
Il Goa-Boa non smentisce le aspettative, retaggio del successo degli anni precedenti. E questa edizione sceglie di piazzare il proprio palco in fondo ai magazzini del cotone, sullo splendido sfondo della Lanterna e del porto. Ad aprire il concerto, Le luci della centrale elettrica.
“Hai Paura del Buio? special edition” denota allora tre cose, come detto fin qui: la saggezza (musicale) dell’introspezione; l’urgenza di risuonarlo, con tutta la potenza del concerto dal vivo; e la necessità di riproporlo. Il risultato paga alla grande e il pubblico non lesina a farlo capire e la piazza sembra tornata indietro agli anni ’90. Diciannove canzoni indimenticabili, tra le quali spiccano, per potenza di esecuzione e reazione di pubblico, la paradigmatica “1.9.9.6.”, sferzante e generazionale, icona stessa dell’album intero, e “Male di miele”, degna erede dei canoni post-grunge di Germi; le ballate che hanno come punto di partenza “Dentro Marylin”: “Rapace”, “Pelle”, “Simbiosi” e “Voglio una pelle splendida”, che si altalenano tra arpeggi morbidi e feedback di overdrive tirato; e infine l’hardcore punk rabbioso e distruttivo di “Dea”, “Lasciami leccare l’adrenalina” e “Sui giovani ci scatarro su”, canzoni che sembrano frammenti detonati direttamente dall’apparente pace eterea delle ballate precedenti, come piccoli momenti di quiete (o, se vogliamo chiamarli diversamente, di sfiducia e disperazione) prima della tempesta.
Manuel Agnelli (chitarra e voce), Xabier Iriondo (chitarra), Giorgio Prette (batteria), Giorgio Ciccarelli (chitarra), Roberto dell’Era (basso) e Rodrigo d’Erasmo (violino) suonano vestiti come si vestivano nel ’97, e suonano soprattutto con una carica come se il disco fosse stato scritto il pomeriggio stesso. E chi pensava che gli Afterhours potessero essere un po’ invecchiati, si è dovuto ricredere alla grande: due ore e passa di concerto sudatissimo e trascinante, con ben due bis e l’acclamazione unanime di un pubblico esaltatissimo. Ad alcune canzoni dell’ultimo album Padania, seguono altre canzoni irrinunciabili del repertorio della band, a rimarcare la loro prolificità di brani cardine dell’indie rock italico, come “Strategie”, “Quello che non c’è” e “Bye Bye Bombay”, brano di chiusura assolutamente perfetto vista la scenografia cittadina dietro al palco e per la quale “guardo il porto, sembra un cuore nero e morto, che mi sputa una poesia”. La poesia ermetica e visionaria degli Afterhours, risvegliata dopo 17 anni e più lirica che mai.
Spesso in città si dispone di poco spazio o quello sulle finestre potrebbe, apparentemente, non consentire alle piante ed ai rampicanti di svilupparsi in modo adeguato. In realtà, se si opta per le varietà giuste, anche la collocazione più ombrosa e meno felice può riservare notevoli sorprese.
Dopo aver letto di recente un articolo su alcuni paesaggisti, ho visitato i loro siti internet e ho avuto conferma delle mie esperienze personali. In particolare, un progettista ha dedicato una sezione del suo sito alle realizzazioni a verde negli spazi limitati. Le fotografie ivi pubblicate sono particolarmente interessanti e dimostrano che, specie nelle grandi città, si presti attenzione alla valorizzazione delle piccole aree disponibili. Più l’area è limitata e sacrificata più il lavoro progettuale si complica. Sono infatti necessarie doti estetiche, ampie conoscenze botaniche e competenze tecniche per sfruttare il poco terreno o per fare sviluppare adeguatamente e senza troppa manutenzione, in piccole cassette, le più disparate essenze vegetali.
Se la posizione è assolata e si possono collocare solo vasi di dimensioni molto limitate o comunque contenenti poco terreno, la soluzione migliore sono senza dubbio le piante succulente. In particolare i Sedum, nelle loro infinite varietà, garantiscono la produzione di cespuglietti dalle molteplici forme, con foglie molto variegate e dalle colorazioni che vanno dal verde intenso, al grigiastro, al marrone brunastro, fino al verde rossastro. Le loro esigenze colturali sono minime e ci si può persino “dimenticare” per qualche mese delle piante senza che l’insieme ne risenta troppo. Le infiorescenze, sebbene piccole, sono esteticamente apprezzabili e si presentano nelle varianti del giallo intenso, del bianco puro o talvolta del rosa-rosso.
L’impiego delle essenze aromatiche richiede invece un po’ più di cura ma garantisce sempre ottimi risultati. Rosmarino, erba salvia, timo, lavande, menta, persino basilico o prezzemolo oppure le differenti varietà di ginepro producono piccoli cespugli dai verdi più svariati e piccole infiorescenze che, negli spazi ridotti, si notano e rallegrano l’insieme.
Nel contesto cittadino, spicca poi l’utilizzo delle felci e del capelvenere. Queste piante sono, infatti, perfette per l’uso in spazi limitati: sono duttili, non richiedono cure particolari e soprattutto crescono bene all’ombra ed all’umido (ad esempio nei cortili interni o sulle finestre poco esposte al sole).
Nelle immagini qui riprodotte, si può inoltre notare l’utilizzo di essenze vegetali insolite o comunque poco impiegate. Le foglie verde chiaro e molli delle africane Calle (Zantedeschia) o di giovani piante di Alocasia (nei climi temperati) o dell’Aucuba, in contrasto con quelle un po’ stellate e lobate della Aralia, con quelle lanceolate della quasi indistruttibile Aspidistra (meglio negli esemplari giovani e di piccole dimensioni) o della Hosta dalla spighe floreali blu, possono, mescolate ad edere ed altre essenze, trasformare pochi centimetri di davanzale in un vero e proprio, articolato spazio verde. Come si evince dalle fotografie, questa piccola cortina vegetale migliora, con poco sforzo e manutenzione assai ridotta, la percezione dell’esterno, conferendo profondità all’insieme e, al tempo stesso, mascherando vedute cittadine spesso esteticamente poco interessanti.
Le scorse settimane abbiamo di un contatore piombato per cui venivano richieste somme indebitamente. Oggi parliamo di un caso che, se non lo avessi gestito personalmente, mi verrebbe difficile crederci.
La signora A. C. aveva un contratto di fornitura gas con GDF Suez (ex Italcogim). Dopo un certo numero di anni, le viene recapitata una bolletta sballata, dovuta ad una lettura completamente diversa da quella del suo contatore, ovvero quello che la signora ha sotto casa sua.
Come è noto, comunicare con GDF Suez è da sempre difficoltoso, per meglio dire impossibile. Dopo vari tentativi GDF Suez corregge la lettura e compensa il tutto; salvo poi, alla scadenza successiva, perseverare nella lettura errata che precedentemente aveva creato il problema.
La signora A.C. – esausta – cambia gestore e decide di passare ad Iren. Il problema, che all’apparenza sembrerebbe risolto, si ripropone nella medesima maniera.
Perché?
Semplice; il contatore sotto casa della signora non è il suo, secondo quanto sostiene il distributore. Per la precisione, la signora paga i consumi di qualcun altro; il “qualcun altro” ancora da identificare paga i consumi della signora. Basterebbe invertire le letture, ma… non si può!
E così parte un altro reclamo presso Iren Mercato, la quale propone di staccare l’utenza della signora A. C.; la signora propone, molto più ragionevolmente, di staccare l’utenza altrui.
Risposta: Iren, anche attraverso il distributore, non è in grado di farlo, così dice… Eppure – nel frattempo – si è pervenuti all’indirizzo dell’altra utenza, ma, sostiene sempre Iren, non sono in grado di capire quale sia l’altro contatore.
Situazione vergognosa, a dir poco.
Ad emettere le bollette pazze, pur consapevoli dell’errore, ci hanno messo un attimo. A trovare una soluzione ci vogliono tempi biblici e sembra quasi mancare la volontà… Viene da pensare: meglio incassare i soldi non dovuti, ma sicuri, della signora A.C. piuttosto che non incassare nulla.
È stato nel frattempo fatto esposto all’Autorità Garante che ha compreso immediatamente la problematica. Abbiamo consigliato anche di fare esposto alla Magistratura, in quanto i denari richiesti, a questo punto, non possono più considerarsi frutto di un errore o di un disguido.
Alberto Burrometo
Per segnalazioni, domande e richieste di consulenza scrivere a progetto.up@gmail.com oppure redazione@erasuperba.it. La rubrica “Consulenza Online” vuole essere un filo diretto con i lettori, il presidente dell’ associazione Progetto Up Alberto Burrometo è a vostra disposizione.
Riassunto delle puntate precedenti. Renzi è il terzo premier in tre anni che va a Bruxelles provando a “sbattere i pugni sul tavolo” con l’intento di conseguire sempre il solito obiettivo: la fantomatica “flessibilità”.
Il punto di principio è questo: dato che qualche “riforma” dal 2011 a oggi l’abbiamo anche fatta, dato che l’impegno per il rigore nei conti pubblici indubbiamente c’è stato e dato che il governo italiano ha recuperato “credibilità” dopo gli anni bui di Berlusconi, allora forse l’Europa può premiare questi sforzi concedendoci qualche deroga. D’altronde abbiamo messo il pareggio in Costituzione: il che significa che l’Italia si è impegnata a non fare più nuovo debito. E anche se questo principio entrerà strutturalmente in vigore solo nel 2016, nel frattempo siamo stati molto attenti a mantenere il deficit sotto controllo, rispettando scrupolosamente il famoso parametro del 3% (cosa che non si può dire di molti altri paesi europei, compresa la Francia).
Ecco dunque l’idea del governo: scorporare dal calcolo la spesa per investimenti e ricerca. In questo caso, infatti, saremmo di fronte non alla solita (nella vulgata corrente) “spesa pubblica improduttiva”, ma a una spesa indubbiamente “buona”; una spesa, cioè, che è destinata a ripagarsi nel corso del tempo con un ritorno in termini di sviluppo e crescita. Pertanto, nella particolare congiuntura economica, essa diventerebbe un elemento di stimolo anche per rendere più agevole il compito dell’Italia di garantire conti in ordine nel medio periodo.
D’altra parte è già prevista la possibilità di un disavanzo eccessivo, benché “eccezionale e temporaneo”. Infatti l’articolo 2 del Regolamento n. 1467/97 stabilisce che un superamento del 3% annuo di deficit è possibile, purché esista una stima credibile di rientro e qualora si possa tenere conto delle “modalità improvvise ed inattese con cui la recessione si è manifestata o della diminuzione cumulata della produzione rispetto alle tendenze passate” – più o meno le stesse parole con cui viene giustificato, ufficialmente, il ritardo della ripresa economica. Insomma, l’Italia ha qualche ragione a chiedere un’applicazione più “morbida” dei parametri; e questo anche senza tenere in alcun conto l’aspetto politico, dato dall’opportunità di non vanificare il successo elettorale di Renzi, unico leader in Europa ad aver saputo davvero contenere la “deriva” euro-scettica.
Ciononostante il governo ha raccolto una sfilza imbarazzante di rifiuti. Ha detto no il ministro delle finanze tedesco Wolfgang Schaeuble; hanno detto no Manuel Barroso e Angela Merkel; e da ultimo ha detto no persino il “nostro” Mario Draghi, che si è pure preso il lusso di una sottile derisione: «Non mi è chiara, ma forse perché non sono un uomo politico, la chimica di flessibilità che garantisca alle regole l’essenziale credibilità» (come a dire: “Non veniteci a raccontare la storia della flessibilità perché qua non attacca”). Rimbalzato su questo impenetrabile muro di gomma, per non farsi mancare nulla Renzi ha incassato pure lo schiaffo di un primo rifiuto alla sua proposta di nomina della Mogherini per la (piuttosto inutile) poltrona di “ministro degli Esteri” dell’Unione.
Come mai l’Italia ha tutta questa difficoltà a ottenere anche cose che in realtà non cambiano nulla, come piccoli riconoscimenti o pochi decimi di percentuale in più di spesa? Naturalmente la spiegazione è che la moneta unica non funziona, perché costringe paesi diversi a una lotta dove solo uno, il più forte, può vincere: una logica che incentiva chi è in posizione di forza (il capitalismo nordeuropeo) ad accampare ogni più piccola pretesa, riducendo parallelamente il potere di contrattazione di chi è in posizione di debolezza e ha sempre rinunciato a difendere i suoi interessi (noi). Ma ovviamente chi non vuole mettere in discussione l’euro questo non lo può dire: e dunque deve trovare altre spiegazioni.
Renzi, nell’attesa di tornare alla carica, cerca di concentrarsi sul fronte interno. La linea del governo è che la riforma della Costituzione è indispensabile per la nostra “credibilità”: e una volta diventati credibili, potremmo rivendicare meglio i nostri interessi con i partner in Europa. Peccato che sia esattamente la stessa scusa con la quale Monti ci ha rifilato la riforma Fornero: e in tre anni i risultati in termini di potere contrattuale non si sono visti. Inoltre questa giustificazione è smentita dallo stesso ex-commissario europeo ed ex-premier, che, ospite qualche giorno fa di In Onda, ha ribadito come all’Europa non interessino tanto le “riforme istituzionali”, quanto quelle “economiche” (che poi significa salvaguardare gli interessi dei paesi creditori).
La versione di Monti sugli insuccessi diplomatici italiani è però ancora più pittoresca. Secondo l’uomo della Bocconi è tutto un problema di comunicazione: anziché chiedere flessibilità sul rispetto del rigore dei conti, dovremmo chiedere rigore nel rispetto della flessibilità (visto che è già nero su bianco nei trattati). Insomma, si va dalla Markel, le si fa un giochino di parole e quella subito si esalta: «E’ ffero! Non ci affere pensaten! Allora ffoi non essere più soliti schifen di Italianen spaghetti e mandolinen, che prova sempre a infinocchiare tutten: ffoi essere fferi ffirtuosen come noi Deutscheland! Allora spendeten! Spendeten pure quanto ffolere!!». Insomma, siamo alle comiche.
Ciononostante in linea teorica questo teatrino di giustificazioni potrebbe reggere a tempo indefinito grazie alla compiacenza dei media italiani, che sorvolano come niente fosse sull’inaccettabile misto di sottovalutazione e incompetenza del premier. Ma c’è un problema: nel frattempo il PIL crolla. Questo significa che i conti fatti non tornano, e dunque per il governo si prospettano due strade.
In primo luogo si può varare in autunno una nuova manovra da (secondo Fassina) 23 miliardi tra tagli e tasse: in questo modo si farebbe contenta l’Europa, ma si ammetterebbe l’insuccesso politico e si darebbe un duro colpo alla popolarità di Renzi (e forse anche alla tenuta del governo); oppure in alternativa ci si può imputare e alzare il tiro con i partner, magari minacciando un’uscita dell’Italia dall’euro qualora non si venisse accontentati sull’allentamento del rigore. In entrambi i casi risulterebbe evidente l’assurdità della linea di rispetto degli impegni europei – linea di cui il Partito Democratico è stato il più fiero (e talvolta unico) sostenitore.
C’è però una terza via, caldeggiata anche da esponenti autorevoli del fronte euroscettico: far finta di nulla e sforare il deficit. Ci sono varie ipotesi su questo punto, ma l’idea è sempre la stessa: sforare ci farà bene e prima che in Europa organizzino delle sanzioni passeranno anni. Nel frattempo ci sono buone possibilità che, con maggiore spesa pubblica, le performance economiche si aggiustino.
Questo non impedirà alle contraddizioni dell’euro di deflagrare: anzi le evidenzierà. E certo c’è sempre il rischio di un attacco speculativo dei mercati; anche se, per la sua pretestuosità, sarebbe immediatamente riconosciuto come mirato e “punitivo”, evidenziando quindi la necessità del recupero di quel vecchio assetto monetario che garantiva riparo da queste pericolose aggressioni finanziarie. Per il resto per i socialdemocratici sarebbero tutti vantaggi: eviterebbero lo stillicidio dell’economia italiana, darebbero l’impressione di fare finalmente i nostri interessi e forse avrebbero anche il tempo di organizzare una ritirata dal Vietnam della difesa dell’euro a oltranza.
Se però dovessi proprio tirare a indovinare su quale strada Renzi e Padoan decideranno alla fine di percorrere, allora la scommessa è quasi obbligata: e noi faremmo meglio a prepararci al solito autunno di lacrime e sangue…
Genova aderisce all’Agenzia regionale per il trasporto pubblico locale. Con quattro mesi di ritardo sulla tabella di marcia sancita dall’accordo sottoscritto lo scorso novembre da Regione, Comune, Amt e dipendenti dell’azienda pubblica, sta per andare in porto uno dei tasselli più importanti per il futuro della mobilità pubblica genovese e ligure.
Secondo quanto assicurato dall’assessore regionale Vesco alla collega genovese Dagnino, infatti, nei prossimi giorni dovrebbero essere formalizzate anche le ultime adesioni mancanti. «A questo punto – segna le tappe Anna Maria Dagnino – la Regione dovrebbe chiamarci per dare vita all’Agenzia spero entro la fine di luglio, primi giorni di agosto».
L’Agenzia è lo strumento previsto dalla nuova legge regionale sul trasporto pubblico locale che ha rivoluzionato, o meglio dovrebbe rivoluzionare, lo status quo di autobus e corriere liguri attraverso l’istituzione di un unico bacino regionale da affidare mediante una gara unica. «L’Agenzia – spiega Dagnino – predisporrà gli atti di gara per l’affidamento del servizio, fungerà da stazione unica appaltante e monitorerà il rispetto del contratto di servizio».
Non solo. L’ Agenzia Regionale Trasporti, da statuto, dovrebbe preoccuparsi anche della promozione del trasporto pubblico, della sperimentazioni di nuove tecnologie funzionali al miglioramento del servizio e del monitoraggio di eventuali progetti europei di settore utili anche al reperimento di fondi.
Formalmente si tratterà di una società in house della Regione Liguria. Genova parteciperà al capitale sociale di 400 mila euro per il 26,29% (seconda solo alla Regione a cui spetta il 40%, limite massimo previsto dallo Statuto) pari a una quota di poco superiore ai 105 mila euro.
«Quello di oggi (l’approvazione della delibera in Consiglio comunale che sancisce l’adesione di Genova all’Agenzia, ndr)– commenta l’assessore Dagnino – è un passaggio importante, anche se arriva con qualche mese di ritardo. Adesso speriamo che il percorso acceleri e si riesca ad arrivare alla gara entro la fine del 2015». Esattamente un anno dopo rispetto a quanto previsto dall’accordo di novembre 2013.
Nel frattempo azienda e lavoratori hanno mantenuto le promesse già a marzo, 4 milioni di euro per coprire parte delle perdite, attraverso il congelamento di ferie arretrate e aumenti contrattuali e l’incremento nei primi mesi del 2014 dell’attività di verifica dei titoli di viaggio (qui l’approfondimento). Anche il Comune sembra essere intenzionato a farlo a stretto giro. Secondo l’accordo, infatti, Tursi avrebbe dovuto aumentare il capitale sociale della partecipata per un importo di 4,3 milioni. La cifra non è prevista direttamente nei conti del bilancio previsionale (qui l’approfondimento) che dovrebbe arrivare in Consiglio la prossima settimana. Tuttavia, l’assessore Miceli ha assicurato che si potrà fare affidamento al fondo di riserva. «Al di là che tutte le parti l’abbiano rispettato o meno – commenta l’assessore alla Mobilità del Comune di Genova, Anna Maria Dagnino – noi abbiamo tutta l’intenzione di rispettare l’accordo di novembre e di onorare il nostro impegno riferito ai 4,3 milioni di euro. Innanzitutto perché gli accordi vanno rispettati e poi perché da questo dipende la stabilità economica di Amt. I soldi verranno presi dal fondo di riserva e da eventuali aggiustamenti di bilancio in fase consuntiva ma, comunque, nella delibera che accompagnerà il bilancio previsionale è previsto un passaggio dedicato a questo punto».
Insomma, a non aver fatto il proprio dovere sembra resterà soltanto la Regione che ha procrastinato all’inverosimile la costituzione dell’Agenzia e la predisposizione del bando di gara per il bacino unico. «Se siamo bravi, e qualche volta capita, il nuovo servizio regionale e integrato partirà il 1° gennaio 2015». Così dichiarava il presidente delle Regione Claudio Burlando a novembre. Questa volta, forse, dalle parti di piazza De Ferrari non sono stati così bravi.
Un problema non indifferente per Genova e Amt. Il contratto di servizio della partecipata genovese, infatti, scade il 31 dicembre di quest’anno. «Il problema del periodo transitorio (ovvero come verrà finanziato e gestito il servizio di Amt per tutto il 2015 o comunque fino all’avvio del nuovo servizio unico regionale, ndr) esiste – ammette, senza esitazione, Dagnino – ma è la Regione che dovrà trovare una soluzione. Nella legge regionale si prevede la possibilità di una proroga sulle scadenze del regolamento europeo ma Genova, come avevamo avuto già modo di segnalare in fase di redazione della legge, ne ha già usufruito. È evidente – conclude l’assessore – che una volta istituita l’Agenzia e imboccata la strada verso la gara per il bacino unico, l’autorità di bacino che altro non è che la Regione dovrà fare un provvedimento ad hoc per Genova».
In proposito, nel corso del dibattito in Consiglio comunale, è stato anche accolto un emendamento presentato dal capogruppo del Pd, Simone Farello, che ha impegnato l’Amministrazione a farsi carico di informare la Sala Rossa circa i provvedimenti che la nuova Agenzia intenderà attuare per gestire il periodo transitorio.
Di Farello anche un secondo emendamento approvato che punta a fare chiarezza sull’integrazione del trasporto locale su ferro, previsto dalla legge regionale in funzione integrata a quello su gomma ma non menzionato dagli organi sociali della costituenda Agenzia. «Se questo è l’ultimo punto all’ordine del giorno – ha detto l’ex assessore alla Mobilità della giunta Vincenzi – si è completamente sbagliata prospettiva: l’assenza dell’integrazione ferro-gomma è infatti un forte limite perché Trenitalia svolge già un servizio di fatto metropolitano».
«La legge regionale – commenta Dagnino – dice che la gara potrà anche comprendere il trasporto su gomma. Al di là di questo, la necessità di integrare i servizi è evidente come quella di rendere compatibili tra loro il nuovo contratto di servizio e il contratto con Trenitalia». Un’operazione per nulla semplice, considerata anche l’estensione e la particolare morfologia della Regione, che comunque spetterà a Piazza De Ferrari.
Si è concentrato, invece, sulla questione economica l’intervento di Antonio Bruno (Fds) che ha richiesto un passaggio in Consiglio comunale del nuovo contratto di servizio, una volta che saranno espletate le formalità che porteranno alla gara regionale unica.
Molto scettico sul funzionamento dell’Agenzia l’esponente della Lega Nord, Edoardo Rixi, forte anche della sua esperienza di consigliere regionale: «Difficilmente arriveremo all’affidamento del servizio entro il 2015. L’Agenzia sorbirà molte risorse destinate al Tpl e non so come potrà avere accesso alle agevolazioni fiscali preventivate». Rixi fa riferimento ai 20 milioni all’anno che la Regione ha previsto di recuperare attraverso il rimborso dell’Iva: espediente possibile grazie alla costituzione consortile dell’Agenzia purché vi siano entrate da compensare. «Ma quali saranno quest’entrate visto che l’Agenzia avrà solo trasferimenti da parte dello Stato?» si chiede retoricamente il leghista.
Negativo anche il commento di Paolo Putti, capogruppo M5S: «Creiamo questo contenitore senza dire che cosa vogliamo metterci dentro e non facciamo nulla per contrastare il regime di monopolio che non ha mai garantito un livello migliore di servizio. Anzi, adesso vogliamo allargare la gara anche al trasporto su ferro: certo, l’integrazione sarebbe importante ma non deve essere integrato anche l’appalto perché se uno controlla tutto, migliora la propria redditività non certo il servizio reso ai cittadini».
Il 21 settembre, in occasione dell’edizione 2014 della Settimana Europea della Mobilità Sostenibile, l’area portuale compresa fra via dei Pescatori e il Mercato del Pesce di Piazza Cavour, ai piedi della sopraelevata, diventerà un laboratorio di idee, uno spazio di incontro e confronto aperto a tutta la città. Superelevata [FOOT]PRINT è un’iniziativa del gruppo di ricerca universitaria Recycle Italy Genoa Lab (una decina tra professori, ricercatori, dottorandi e studenti del Dipartimento di Scienze dell’Architettura e delle Università di Genova e di Milano) in collaborazione con il Comune di Genova, l’Associazione Amici della Sopraelevata e l’Ordine degli Architetti di Genova e coinvolge cittadini, associazioni, creativi, progettisti per dare vita ad una grande performance urbana. Le installazioni realizzate dai partecipanti saranno teatro di laboratori, workshop, performance e attività basate sulle tematiche del riciclo di spazi urbani e della mobilità sostenibile.
Al centro di Superelevata [FOOT]PRINT, ovviamente, la sopraelevata di Genova, l’amata-odiata arteria cittadina, messa in discussione anche dall’attuale Amministrazione che ha riportato agli onori della cronaca il progetto del tunnel sub-portuale. È possibile immaginare un futuro diverso per il “gigante” del waterfront cittadino?
«L’evento è stato definito in questi giorni e grazie all’attivo coinvolgimento dell’Amministrazione, che si è prodigata in diversi modi per rendere possibile l’iniziativa, si è arrivati a definire come location un’area importantissima per la città», racconta Marco Fonti uno degli organizzatori. Inizialmente l’idea era quella di chiudere al traffico per un giorno la sopraelevata per aprirla alla città e ospitare le installazioni. Poi la decisione di virare verso la zona di Via dei Pescatori. «La possibilità di lavorare al piede della sopraelevata ci permette di dare maggior risalto al progetto culturale della ricerca Recycle Italy senza andare a chiamare in causa il problema più ampio della riconversione dell’infrastruttura e del tunnel sub-portuale. La finalità era quella di far partecipare i cittadini nella possibilità di immaginare anche solo per un giorno un nuovo spazio e un nuovo possibile modo per viverlo, riavvicinando città e cittadini attraverso la valorizzazione e il riutilizzo degli spazi urbani. Inoltre, la modifica della location, rende l’evento più fruibile e accessibile, senza problemi di sicurezza pubblica».
Il progetto si colloca nel più ampio contesto della ricerca nazionaleRecycle Italy che ha l’obiettivo di esplorare le ricadute operative del processo di riciclaggio sul sistema urbano, sostenendo la possibilità e l’utilità di progetti, politiche e pratiche capaci di attivare nuovi cicli di vita delle aree urbane dismesse e in stato di abbandono. «Se da un lato trasformare per un giorno la sopraelevata in un palcoscenico, una passeggiata e un’esposizione, rappresentava un’idea di grande spettacolarizzazione in grado di arrivare ai più – spiega Marco – dall’altro oggi si ha la possibilità di operare realmente in un’area portuale in cui i cittadini non possono accedere liberamente e che rappresenterà una grande risorsa per la città. Un’operazione pari all’apertura dei cancelli del Porto Antico negli anni ’90, che permette al progetto Superelevata [FOOT]PRINT di essere stato presente nella città per innescare un processo reale di cambiamento, usando la ricerca come dispositivo per “fare”».
Il bando è scaduto da qualche giorno e ha avuto un buon riscontro. «Ci hanno contattato associazioni cittadine, studenti e progettisti interessati al tema del riciclo dello spazio pubblico. Le idee presentate sono di grande qualità e spaziano dalle installazioni di micropaesaggi per la Sopraelevata, ai temi più generali del riciclo, per arrivare a perfomance che coinvolgeranno i cittadini che vorranno partecipare alla giornata del 21 settembre. Abbiamo rilevato che per incrementare la partecipazione di associazioni sarà necessario offrire loro aiuto attraverso una collaborazione con gruppi di progetto dell’Università, per permettere una loro piena adesione al progetto anche laddove le risorse materiali sono limitate».
I progetti selezionati verranno pubblicati online sul sito di riferimento a partire dalla settimana prossima. E se qualche genovese scoprisse solo ora dell’opportunità e volesse farsi avanti? «Il lavoro che sarà svolto nei prossimi mesi sarà quello di ausilio a chi ha già fatto manifestazione di interesse alla partecipazione e in tal senso le associazioni cittadine che non hanno partecipato alla prima fase ma volessero parteciparvi dovranno contattare singolarmente il gruppo di ricerca». L’indirizzo mail cui fare riferimento è superelevata@gmail.com, per maggiori informazioni il sito web e la pagina facebook.
In vista dell’evento è in programma anche un workshop internazionale organizzato nell’ambito del progetto Recycle e che coinvolgerà 250 studenti, tutor e docenti delle Università italiane e internazionali che hanno aderito all’iniziativa. «Anche dal workshop scaturiranno nuove idee sul coinvolgimento della città nell’iniziativa», conclude Marco.
I figli delle coppie omosessuali sono più felici di quelli che crescono nelle famiglie tradizionali: è una notizia che ha iniziato a circolare sul web qualche giorno fa, uno di quei titoli “virali” rilanciati dalle agenzie dopo la pubblicazione dei risultati di una ricerca universitaria. In questo caso l’assist è giunto dall’Australia, uno studio condotto tra 2012 e 2014 dall’università di Melbourne su un campione di oltre 300 genitori e 500 figli.
Partiamo da questa “news” per presentare una realtà genovese sconosciuta ai più. Nella nostra città, infatti, è stata da poco attivata un’iniziativa per aiutare ad affrontare la tematica dell’ omogenitorialità e sconfiggere i conflitti all’interno della famiglia, decostruire gli stereotipi e combattere la violenza, di genere e non. Il bello di questo progetto è che si rivolge direttamente ai più piccoli, ai bambini fino ai 6-7 anni, attraverso la lettura di testi che trattano specificamente queste problematiche. L’iniziativa si svolge all’interno della Casa delle Donne di Salita del Prione ed è stata avviata nell’ottobre 2013. Scopriamo insieme di cosa si tratta.
Omogenitorialità: il progetto “Piccola biblioteca – leggere senza stereotipi”
di Mimma Pieri
Dallo scorso 17 ottobre 2013, le associazioni SpA Politiche di Donne e Usciamo dal Silenzio – in collaborazione con SNOQ e Arcilesbica e con il patrocinio del Municipio 1 Centro Est – hanno dato vita al progetto “Piccola biblioteca – Leggere senza stereotipi” e al servizio gratuito di Mediazione Famigliare, rivolto soprattutto ai bambini. L’attività delle due associazioni principali, UdS e SpA Politiche di Donne, si è sviluppata su due canali distinti ma paralleli: mentre la prima ha curato la parte legata alla biblioteca, la seconda si è occupata di mediazione. L’iniziativa nel suo complesso è proseguita fino a fine giugno e, visto il successo della prima edizione, dopo la pausa estiva riprenderà da dove si era fermata.
Per quanto riguarda “Leggere senza Stereotipi”, in particolare, si tratta di un progetto per l’infanzia, per disinnescare la violenza attraverso prevenzione ed educazione. Nello specifico, parliamo di una biblioteca per i più piccoli, con libri in parte acquistati e in parte donati da case editrici di tutta Italia specializzate in queste tematiche, per sensibilizzare i più giovani (ma anche gli adulti) nei confronti di tematiche quali la discriminazione a vari livelli, l’accettazione, l’abbattimento di stereotipi di genere (femminile, come anche maschile e omosessuale).
Ci racconta Bice Parodi, presidente di UdS: «Siamo nate a Genova come associazione femminista, negli anni (2006, n.d.r.) delle battaglie contro l’abolizione della legge 194 per il diritto all’aborto. Negli anni, confrontandoci e parlando tra noi, abbiamo capito che non dovevamo limitarci alla difesa dei privilegi già ottenuti, ma farci portavoce di battaglie per i diritti non ancora acquisiti. Così nasce, tra le altre cose, la Piccola Biblioteca: parliamo ai piccoli perché ancora incontaminati, nella speranza di un futuro senza stereotipi. Abbiamo cercato di sviluppare un approccio differente, consapevoli del fatto che spesso la violenza espressa in ambito famigliare e relazionale ha radici in un’educazione che, spesso inconsapevolmente, trasmette pregiudizi».
L’aspetto principale è proprio il cambiamento di approccio alla questione: «Visto il fallimento del vecchio approccio alle tematiche di genere, discriminazione, violenza – ci racconta Martina Gianfranceschi, volontaria di UdS – ci interroghiamo sui ruoli classici definiti e proviamo a decostruirli. Ad esempio, in uno dei libri c’è un piccola principessa che non vuole essere tutta rosa e si interroga sul perché, invece, quello debba essere il suo colore; oppure si parla di bambini che, in base a stereotipi sociali, “devono” giocare a calcio, quando magari vorrebbero fare altro, magari ballare».
I libri, infatti, toccano tutti temi diversi ma affini: dalla principessa che vuole fare l’ingegnere, alle famiglie moderne, in cui ci sono due mamme o due papà, o che sono allargate. Le case editrici che hanno fornito i libri (in parte sono stati acquistati, in parte donati dagli editori) sono tutte specializzate in tematiche di genere e si rivolgono a bambini in età compresa tra 0-7 anni, fino al primo ciclo delle scuole primarie. Inoltre, la scelta di proporre proprio una biblioteca non è casuale ma tiene conto della potenza evocativa di testi e immagini nell’approccio ai generi sessuali e ai diversi ruoli assegnati nelle attività quotidiane, nelle relazioni, in famiglia e nella società. Le immagini soprattutto sono in grado di segnare i più piccoli influenzando la costruzione di future relazioni sociali.
Gli spazi della biblioteca in questi primi mesi di attività si sono aperti anche a genitori ed insegnanti e hanno permesso anche proiezioni di documentari sempre sul tema degli stereotipi nell’infanzia, tra “Libera Infanzia” sul tema dell’erotizzazione del corpo infantile da parte dei mass-media. «È un’iniziativa indirizzata ai bambini – dice Bice Parodi – ma abbiamo cercato di coinvolgere anche gli adulti perché qui nascono spunti di riflessione e di discussione che devono essere portati avanti dentro la famiglia e a scuola».
Quello della Piccola Biblioteca è un appuntamento fisso settimanale (si svolgeva ogni giovedì dalle ore 18), aperto a tutti. Per quanto riguarda la risposta dei genovesi, è stata buona, anche se certo è difficile farsi conoscere, come raccontano Bice e Martina: «L’affluenza varia in base al periodo ed è stata altalenante: alle volte era più scarsa, altre più soddisfacente, soprattutto da quando l’iniziativa ha iniziato a svolgersi in concomitanza con le lezioni di lingua italiana (altro servizio fornita dal centro, n.d.r.).Le donne – perlopiù arabe – che venivano qui a fare lezione, portavano con sé i bambini, che nel frattempo leggevano con noi le storie. Certo, è un progetto ancora giovane e dobbiamo farci conoscere: per questo ad esempio lo scorso maggio eravamo in Piazza De Ferrari per Coloratamente e abbiamo partecipato al Ninin Festival di Bogliasco».
Un’avventura artistica che noi di Era Superba abbiamo visto crescere e che siamo orgogliosi di raccontare. Da ieri (domenica 13 luglio) è online la web serie “Come Kubrick in Ombre Rosse“, prodotta da Screenfabula, una Content Factory genovese formatasi al termine del corso per autori web tv organizzato lo scorso anno dalla nostra testata e tenuto da Marcello Cantoni. Oggi, Marcello, già sceneggiatore, scrittore e regista romano con alle spalle numerose esperienze lavorative nella capitale, dirige questa neonata realtà formata da giovani sceneggiatori. «La nostra mission è quella di ideare e sviluppare contenuti audiovisivi adatti a qualunque piattaforma, dal web alla tv, al cinema – spiega Cantoni – e questo è il nostro primo progetto».
Un’impresa impossibile, quattro sceneggiatori improbabili: Davide, figlio di papà a cui sono stati congelati i fondi, Riccardo, ex anestesista cinefilo vittima di un grave shock emotivo, Elena, studentessa di lettere che per mantenersi si adatta ad un lavoro lontano dalle sue aspettative, Gino, quarantenne appassionato di film d’azione che nella vita scarica cassette al mercato. Terminato un corso di sceneggiatura, lo strano gruppo si ritrova alcuni mesi dopo per scrivere un film commissionato da una grande casa di produzione; inizia così una serie di incontri volti a trovare l’idea giusta, in cui tra gag e situazioni paradossali i quattro arriveranno a confondersi sempre più.
La web serie è coprodotta con Wonderland Production, casa di produzione con sede a Nervi che si occupa di 3D, video musicali, aziendali e spot pubblicitari.
«La particolarità e la sfida di questa web serie – conclude Marcello – è quella di sperimentare un modo nuovo e innovativo per pubblicizzare attività e prodotti commerciali, con un linguaggio narrativo che vuole discostarsi dagli spot televisivi. Ogni puntata sarà girata all’interno di un locale commerciale della città con un backstage pilotato, tutto questo al fine di promuovere il locale stesso».