Anno: 2014

  • Via Shelley, messa in sicurezza rio Penego e nuova strada da corso Europa ad Apparizione

    Via Shelley, messa in sicurezza rio Penego e nuova strada da corso Europa ad Apparizione

    Via Shelley, QuartoDovrebbe finalmente essere arrivata a una svolta decisiva l’ormai ultratrentennale vicenda che riguarda la realizzazione di alcuni nuovi edifici residenziali in via Shelley. Rispondendo, infatti, ad alcuni obblighi imposti da sentenze della giustizia amministrativa e da un’operazione di polizia idraulica della Provincia di Genova, la Giunta comunale ha dato il via libera a un processo a catena che potrebbe portare all’avvio definitivo dei lavori entro la fine dell’anno. Ma la situazione è piuttosto intricata perché unisce, da un lato, la necessità di ammodernare la canalizzazione del rio Penego per una definitiva messa in sicurezza in caso di forte piogge, dall’altro, il completamento del nuovo collegamento stradale tra via Monaco Simone e corso Europa.

    La situazione è spiegata meglio dalle parole del vicesindaco, Stefano Bernini: «Abbiamo l’obbligo – dice l’assessore all’Urbanistica – di realizzare una modifica alla tombinatura del rio Penego perché quella fatta dagli abitanti di via Shelley negli anni ‘60-‘70 è piccola e ha creato diversi disagi in seguito a forti piogge. A monte, invece, il lavoro è stato fatto correttamente ma, nel tratto di congiungimento tra le due tubature, l’acqua che arriva non riesce a essere recepita dal vecchio scolmatore, che fa tappo e provoca i conseguenti allagamenti».

    L’intervento, però, viene anche considerato tra le opere propedeutiche alla realizzazione della nuova viabilità pubblica di collegamento tra corso Europa e Apparizione (qui l’approfondimento), che il Comune aveva inserito negli oneri di urbanizzazione per la costruzione di un centro residenziale in via Shelley. In questo contesto, è inevitabile che le due situazioni si siano intrecciate indissolubilmente. Da un lato, gli abitanti della valle del Penego sono soddisfatti perché finalmente si realizzano la tombinatura e, soprattutto, la nuova strada che decongestiona il traffico di via Tanini e via Posalunga a Borgoratti; dall’altro, gli attuali abitanti di via Shelley si oppongono a nuovi insediamenti residenziali, facendosi forti della bandiera del no alla cementificazione scriteriata e sollevando diversi dubbi sulla necessità di revisione alla tombinatura del rio Penego, grazie anche all’appoggio di alcuni ambientalisti.

    «È un conflitto che si sana solo facendo una scelta o un’altra» ammette Bernini, dalle cui parole ben si intuisce come l’amministrazione la propria scelta l’abbia già fatta. «I residenti di via Shelley hanno comunque il peso di aver fatto male, a suo tempo, la tombinatura del Penego a cui dovrebbero rimediare a proprie spese. Quanto alla nuova urbanizzazione, bisogna sfatare alcuni falsi miti: innanzitutto non è vero che si fa fuori dalla linea verde ma è un intervento che ricade dentro l’area urbana. Naturalmente l’opera, ben ponderata, impone a chi si fa carico dei nuovi palazzi anche il mantenimento del verde circostante». Non si tratta, dunque, di una vera e propria speculazione da parte di qualche imprenditore edile ma piuttosto dello sviluppo di un progetto che esiste da decadi e che è stato realizzato da una cooperativa di abitanti futuri. «Non siamo di fronte al classico “mettere le mani sulla città” – assicura il vicesindaco – da parte di imprenditori che vogliono costruire sulle colline. Ma si tratta di un progetto per cui tra l’altro il Comune ha già incassato gli oneri di urbanizzazione ma non ha ancora fatto nulla».

    Rio Penego a Genova QuartoChe cosa c’entri il Comune con la realizzazione del nuovo centro residenziale è presto detto. «Nell’accordo con il Consorzio cooperative Rio Penego (il soggetto interessato alla costruzione del nuovo centro residenziale, NdR) – spiega Bernini – è previsto che i lavori possano iniziare una volta realizzata la strada necessaria all’insediamento del cantiere. È, dunque, ragionevole che mentre il Comune mette in sicurezza il rio, possa allargare leggermente la strada soprastante che servirà come base per dar via ai lavori dei tre blocchi di edifici previsti dal piano regolatore e della strada di collegamento come onere di urbanizzazione. Da lì, infatti, il Consorzio potrà fare la cantierizzazione e utilizzare il movimento terra per completare il collegamento tra corso Europa e Apparizione». Una strada che dovrebbe costare circa 5 milioni di euro che però il Comune non ha a direttamente disposizione, tanto da averla appunto “addebitata” al Consorzio.

    In realtà su questo progetto insisterebbe anche un veto del Tar. Ma, come ci racconta il vicesindaco, la sentenza del Tribunale amministrativo fa riferimento esclusivamente a una sorta di vizio di forma: «Il progetto del nuovo alveo tombinato del Rio Penego e della base su cui realizzare le altre opere è stato chiuso dalla Conferenza dei servizi quando il commissario nominato dal governo era già scaduto. È su questo aspetto che la giustizia amministrativa ha imposto di iniziare nuovamente il percorso: la Conferenza dei servizi, dunque, dovrebbe ripartire perché è stata chiusa in sede deliberante quando non aveva più il commissario. Ma il progetto nel suo contenuto non ha avuto nessuna eccezione: la colpa è dei tempi burocratici che, come spesso accade in queste situazioni, si sono dilatati a dismisura provocando un avvicendamento di diversi commissari per una piccola questione. Ad ogni modo, se il ricorso al Consiglio di Stato non dovesse avere successo, si tratterebbe solo di riacquisire i pareri già acquisiti e riformalizzare la deliberazione».

    Il Comune, dunque, interverrà con urgenza sulla tombinatura del rio Penego. La messa in sicurezza riguarda, tuttavia, un tratto limitato di 120 metri a partire dall’impianto di via Monaco Simone che risponde alle misure stabilite dal piano di bacino. La canalizzazione, però, non sarà completata: restano ancora 370 metri insistenti su aree demaniali e private, tra cui quelle del Consorzio stesso, che potranno essere messi in sicurezza solo nel corso dei lavori di completamento della nuova viabilità tra corso Europa e Apparizione.

    Insomma, l’obiettivo è quello di prendere tre piccioni con una fava: mettere in sicurezza il rio Penego, completare il collegamento tra via Monaco Simone e corso Europa e iniziare i lavori per il nuovo insediamento residenziale che attende il via libera dal 1981. E tutto sembra muoversi in questa direzione visto che anche il consiglio di Municipio IX – Levante ha recentemente approvato all’unanimità un ordine del giorno che sprona l’amministrazione comunale a proseguire definitivamente il percorso.

    Simone D’Ambrosio

  • Acquario di Genova: oltre due milioni di debito con Porto Antico s.p.a., pronto il piano di rientro

    Acquario di Genova: oltre due milioni di debito con Porto Antico s.p.a., pronto il piano di rientro

    acquario2,4 milioni di euro. A tanto ammonta il debito che Costa Edutainment, proprietaria dell’Acquario di Genova, ha maturato nei confronti della società Porto Antico spa per l’affitto dell’area. Una cifra importante che, tuttavia, rappresenta solo una tranche degli oneri annuali che fino ad oggi erano sempre stati versati puntualmente. Un piccolo campanello di allarme che ha stuzzicato l’attenzione del Movimento 5 Stelle, tanto da portare il capogruppo Paolo Putti a presentare sul tema un articolo 54 (da ieri strutturato secondo la nuova versione del regolamento del Consiglio comunale, vedi approfondimento) all’assessore Sibilla.

    «La zona del Porto Antico così come la pedonalizzazione di via San Lorenzo – ricorda Putti nella premessa alla sua interrogazione a risposta immediata – ha costituito il volano per una nuova dimensione di Genova come città in cui Turismo e Cultura possano rappresentare, da un lato, un’importante opportunità economica, dall’altro, un’occasione di confronto e crescita sociale per la popolazione residente. In questo sistema, l’Acquario rappresenta sicuramente un fiore all’occhiello dal punto di vista dell’attrattività nazionale e internazionale per cui vorremmo sapere quanto sono vere queste voci che parlano di una difficoltà economica da parte dei gestori».

    L’assessore a Cultura e Turismo, Carla Sibilla, ha ammesso che nell’ambito del controllo sulle società partecipate, Porto Antico spa ha evidenziato la settimana scorsa il ritardo da parte di Costa Edutainment del pagamento dell’ultima tranche di affitto. «Costa – ha spiegato Sibilla – riconosce alla Porto Antico una serie di affitti non solo per l’Acquario e per la nuova vasca dei delfini ma anche per altre strutture che insistono sulla zona come la Nave Italia, il Bigo, la galleria commerciale Atlantide e una porzione del parcheggio di calata Rotonda. Il contratto prevede un canone variabile pari al 13% dei proventi della bigliettazione a cui va aggiunto il 5% degli incassi commerciali». Costa è poi impegnata economicamente anche su altri fronti. «Innanzitutto – prosegue l’assessore – alla società gestrice dell’Acquario viene riaddebitata una quota parte delle spese che Porto Antico sostiene per l’amministrazione dell’area. A questa vanno aggiunte le uscite per la manutenzione ordinaria e una parte di quella straordinaria, sulla base di piani pluriennali di accordo: ad esempio, dal 2006 al 2010 in questo capitolo sono stati spesi 5,6 milioni di euro, di cui più di 3 per la cura degli impianti acquariologici. Infine, ci sono gli investimenti in promozione e comunicazione che ogni anno superano la soglia dei 600 mila euro».

    Insomma, il contratto d’affitto, se così lo si può chiamare, è piuttosto variegato per cui è abbastanza complicato dire con precisione a che cosa siano addebitabili gli attuali ammanchi. Certo è che, per sua stessa natura dato che chiama spesso in causa valori percentuali sul fatturato, il legame tra Porto Antico e Acquario è determinante per le performance economiche di quest’ultimo. O quantomeno c’è da sperare che sia così perché, come ricorda Paolo Putti, «sviluppi non postivi di questa situazione potrebbero avere ricadute rilevanti su tutto il settore turistico culturale genovese». Per il capogruppo 5 stelle, dunque, «è necessario monitorare la reale voglia di investimento di Costa nella nostra città, alla luce degli interessamenti fuori Genova che sono stati recentemente annunciati. Non vorremmo, infatti, che come spesso succede, da Genova si prende lo slancio ma i frutti vengono fatti maturare e sfruttati altrove».

    Una situazione che l’assessore Sibilla tende a smentire: «È indubbio che la società stia diversificando i propri investimenti ma è altrettanto vero che l’Acquario rimane il vero e proprio fiore all’occhiello del gruppo. Sono sicura che gli ottimi rapporti di collaborazione che il Comune ha sia con Costa sia con Porto Antico ci consentiranno di essere attivi in tempi stretti per spronare a ripianare la situazione».

    Non si è fatta attendere la replica di Costa Edutainment affidata alle pagine del Corriere Mercantile: «Abbiamo pagato religiosamente per 20 anni, ora se per qualche mese siamo in ritardo non facciamone un dramma». Costa sottolinea inoltre che non ci sarebbero danni per la Porto Antico in quanto vi sarebbero garanzie bancarie per circa due milioni. «Ricordiamo che abbiamo fatto molti investimenti nelle strutture e abbiamo presentato un piano di rientro che ci permetterà di essere in pari a fine giugno ma spero ciò possa avvenire anche prima».

    Una situazione, comunque, che resta sotto vigile osservazione, dal momento che l’interesse del Comune non riguarda solo le materie turistiche e di promozione della città. La società Porto Antico spa è, infatti, partecipata al 51% da Tursi. Qualche rassicurazione, allora, arriva anche dall’assessore al Bilancio, Francesco Miceli: «A memoria, si tratta della prima volta che ci troviamo di fronte a questo tipo di ritardo. Confido che, seppure in tempi non brevissimi, la situazione venga ripianata perché ho in calendario un incontro con i vertici di Costa che mi hanno preannunciato la predisposizione di un piano di rientro». Parole che, a dirla proprio tutta, nel contesto economico attuale non suonano proprio così rassicuranti ma, per una volta, proviamo a essere tutti ottimisti.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Il Consiglio comunale dura il tempo di un caffè, i lavori procedono a singhiozzo

    Il Consiglio comunale dura il tempo di un caffè, i lavori procedono a singhiozzo

    palazzo-tursi-rixi-edoardo-lega-D2Che sarebbe stato un Consiglio comunale rapido lo si poteva presupporre già dallo stringato ordine del giorno che metteva in calendario solamente una delibera, peraltro non da discutere ma esclusivamente da votare, e tre mozioni dell’opposizione. Ma di certo non si poteva immaginare che alle 15.09 il presidente Guerello dichiarasse già conclusi i lavori per mancanza del numero legale. Un numero legale (21 consiglieri, pari alla maggioranza più uno) che pochi istanti prima era, invece, stato ampiamente superato nel consueto appello fatto dalla segreteria generale. Che cos’è successo, dunque, tra le 15 e le 15.09? Semplice la risposta. Le opposizioni, avendo fatto due abili conti, hanno deciso di abbandonare l’aula disertando così la votazione delle modifiche al piano comunale per le attività di somministrazione al pubblico di alimenti e bevande, retaggio dell’ultima seduta quando la minoranza aveva già provocato la conclusione prematura dei lavori facendo mancare il numero legale proprio sulle votazioni delle stessa delibera. I conti, invece, non è riuscita a farli la maggioranza che neppure questa volta ha avuto i numeri per reggere da sola, 18 voti a favore e 2 presenti non votanti: questo è, infatti, stato l’esito che ha costretto al rinvio alla prossima settimana.

    Decisa la presa di posizione dell’assessore Oddone, che della delibera è il proponente: «Con la prosecuzione di questo atteggiamento irresponsabile si rischia di andare a penalizzare fortemente un settore, quello dei bar e dei ristoranti, che su questa regolamentazione conta moltissimo e ha bisogno di certezze in un momento così difficile dal punto di vista economico. Credo che i consiglieri che sono usciti con una manovra da politica politicante della peggior specie si debbano solo vergognare di fronte alla cittadinanza genovese».

    Non nasconde, invece, la propria soddisfazione il capogruppo del Pdl, Lilli Lauro, tra le principali fautrici dell’uscita dall’aula a cui si sono uniti M5S, Lega Nord, Udc, Lista Musso e Gruppo misto: «Abbiamo mostrato ancora una volta come questa maggioranza non abbia i numeri per essere tale. Sono dei fannulloni. Se non fosse per la responsabilità delle opposizioni questa situazione si verificherebbe quasi ogni settimana».

    palazzo-tursi-assessore-oddone-francesco-D4Troppo facile parlare di fratture interne alla maggioranza o di ripicche verso un assessore che sicuramente non è tra più amati neppure nella sua area politica di riferimento. «Data la situazione che si era verificata la settimana scorsa – replica Oddone – mi era stato detto che questa volta non ci sarebbero stati problemi. Io, poi, devo puntare sulla buona fede e sull’intelligenza politica delle persone».

    Casualità o chiaro avvertimento politico dei consiglieri di maggioranza alla giunta? Anche se due indizi (ovvero due rinvii) fanno una prova, come commenta qualcuno in Sala Rossa, il capogruppo del Pd, Simone Farello, è di diverso avviso: «Non è l’assenza di un numero legale, che tra l’altro non è ascrivibile solo al Partito democratico, che crea un problema di natura politica o di spaccatura della maggioranza. Siamo piuttosto di fronte a un’incuria di alcuni consiglieri di maggioranza, sicuramente grave e di cui mi assumo la responsabilità come capogruppo, perché l’incuria nell’amministrazione pubblica è altrettanto grave che la cattiva volontà». Un’incuria che, come richiesto a gran voce anche dal sindaco, costerà ai consiglieri del Pd il gettone di presenza: «Non sarà né la prima né l’ultima volta che lo faremo. In questo ciclo amministrativo tutti i gruppi consigliari hanno dato un segnale di grande correttezza dal punto di vista dell’etica pubblica. Proprio per questo abbiamo messo una serie di regole che impediscono di fare i furbetti del gettone e fregare sulle presenze in aula. Mi sembra che si tratti di un Consiglio comunale che sia in grado di capire che se non ha fatto bene il suo lavoro non è giusto che venga retribuito per un lavoro fatto male».

    Certo, sarebbe bastato fare un po’ meglio i conti e sfruttare magari qualche astuzia politica per attendere l’arrivo dei consiglieri ritardatari, Veardo e Canepa (entrambi Pd), giunti in Sala Rossa alle 15.07. «Ma speravo a quarant’anni di non dover fare il cane da pastore invece del capogruppo. Se, a quanto pare, devo ancora fare il cane da pastore me ne farò una ragione» chiosa Farello.

    Nulla, invece, si poteva fare per i consiglieri Brasesco (Lista Doria), malato, e Vassallo. Certo, l’assenza di quest’ultimo potrebbe far drizzare le antenne ma l’ex assessore della giunta Vincenzi, all’estero per questioni famigliari, condivide pienamente nel merito la delibera in questione come assicura il suo capogruppo: «Tra i provvedimenti che ha portato Oddone – ammette Farello – questo è uno dei pochi su cui è d’accordo anche Vassallo, che peraltro era l’unico ad aver preannunciato la sua assenza. Non esiste un problema politico su questo tema: si tratta di una delibera che abbiamo già approvato ma che dobbiamo integrare secondo alcune indicazioni nazionali, con un percorso in Commissione che è stato ancor più sereno di quello fatto dal testo iniziale».

    Non resta che aspettare le imminenti e molto più calde discussioni su bilancio e puc per capire se davvero si è trattato “di incuria amministrativa” da parte di che dovrebbe poter contare su numeri più o meno forti o se i mal di pancia nei confronti della giunta Doria stiano effettivamente montando.

    Quanto alla delibera di ieri, è del tutto probabile che la terza votazione in calendario martedì prossimo sia quella buona. Ma che cosa potrebbe accadere se il via libera della Sala Rossa dovesse ancora slittare? «Nel frattempo – spiega l’assessore Oddone – continua a valere il regolamento approvato a luglio che però necessita di importanti modifiche concordate con l’autorità garante della concorrenza. Il continuo procrastinare questi ritocchi potrebbe comportare il rischio che la stessa autorità garante vada a contestare la legittimità dell’intero regolamento perché non stiamo dando seguito a quanto concordato». Questo stop inatteso, inoltre, manda in stand-by anche altri importanti regolamenti cittadini perché, sulla scorta di quanto già successo per il regolamento sulle slot, la risposta dell’antitrust serve all’amministrazione per ricalibrare i limiti di natura normativa amministrativa entro i quali si può muovere e dove deve necessariamente porre paletti invalicabili.

    Simone D’Ambrosio

  • Industrie creative a Genova: di cosa stiamo parlando? Lo chiediamo all’Ufficio Città e Cultura del Comune

    Industrie creative a Genova: di cosa stiamo parlando? Lo chiediamo all’Ufficio Città e Cultura del Comune

    pittore-pittura-disegno-arte-CAvete mai sentito parlare di industrie creative? Una definizione che prende sempre più campo anche a Genova, suona bene e richiama immagini positive, ma allo stesso tempo trasmette vaghezza ed evocatività. Si tratta di imprese nate dalla creatività individuale, che sfruttano abilità e talento culturale/intellettuale per generare profitti e posti di lavoro. Il concetto è stato sviluppato a partire dal 2001 in Gran Bretagna, e la definizione sopra citata si deve all’allora Ministero della Cultura, Media e Sport, vero iniziatore di questo processo che si spinge fino ad oggi e che ha valicato i confini britannici per spingersi in tutta Europa.

    Oggi, infatti, sono attivi vari programmi promossi e finanziati dall’Unione Europea per il sostegno alle industrie creative: un processo che nel corso di questi anni ha subito continue evoluzioni, verso un miglioramento testimoniato dal trend positivo che questo modello di business registra.

    Ma perché le attività imprenditoriali che puntano su una propria idea e sulle proprie capacità ora devono essere chiamate industrie creative? Siamo davanti ad una banale etichetta priva di senso? Molti – sia gli addetti ai lavori del mondo dei media, sia gli outsider – sembrano convinti di questa ipotesi. Per questo ci rechiamo all’Ufficio Città e Cultura del Comune di Genova e ne parliamo con Egidio Camponizzi e Fabio Tenore, che seguono lo sviluppo di queste attività sul territorio genovese.

    In che settori operano le industrie creative?

    Le industrie creative si riferiscono a una serie di attività economiche che si occupano della produzione e/o dello sfruttamento di conoscenze e informazioni, ovvero quelle imprese che hanno la loro origine nella creatività individuale, abilità e talento, e che hanno un potenziale di ricchezza di posti di lavoro attraverso la generazione e lo sfruttamento della proprietà intellettuale.

    Esse includono tutto ciò che ha a che fare con la produzione di cultura a ogni livello: non solo la performance dell’artista sul palco, ma anche il mondo che si cela dietro come ad esempio pubblicità, video, architettura, musica, arte e mercati antiquari, spettacolo dal vivo, computer e videogame, editoria, artigianato, software e design, tv, radio, moda. Oltre ai 13 settori indicati a livello generale, in Italia è contemplato anche il settore dell’industria del gusto, secondo l’indicazione fornita qualche anno fa da Walter Santagata.

    L’Europa e l’Italia

    Il progetto “Industrie Creative” nasce a livello europeo, all’interno di progetti più grandi come Creative Cities, Mediatic e Creart, che tutti insieme si occupano di incentivare e tutelare in vari modi le esperienze professionali legate al mondo della cultura, dell’arte, della creatività, favorendo la mobilità artistica tra i Paesi dell’UE.

     Oggi le aziende di questo tipo coprono il 9% del PIL europeo.

    Come si legge qui  “A livello strategico l’Unione europea sta puntando molto sulle industrie creative come principale vettore capace di trainare le economie occidentali fuori dalla crisi, tanto da dedicare un intero programma, nella prossima tranche di finanziamenti (previsti per i primi mesi del 2013, n.d.r.), alla creatività, con un investimento complessivo di 1,8 miliardi di euro per il periodo 2014-2020. Secondo i dati di Eurostat nel 2005 in Europa c’erano 5,8 milioni di lavoratori impiegati nelle industrie creative pari al 3,1% della popolazione europea”.

    Venendo al caso dell’Italia, nel nostro Paese nello specifico sono 400 mila le aziende che rientrano sotto l’etichetta di “industrie creative” e 1,4 sono gli occupati in questo settore, con una copertura del 4,9% del PIL nazionale.

    Genova

    via venti settembre genovaA Genova, ci raccontano Camponizzi e Tenore, il progetto è stato accolto positivamente prima dall’allora giunta comunale (in particolare dall’assessorato alla Cultura, che ha inserito il programma nella sua agenda), poi dall’attuale sindaco Doria, che aveva inserito il tema delle industrie creative all’interno del suo programma di candidato sindaco, con una sorta di “endorsement” pubblico al progetto.

     

    «Oggi è entrato a buon diritto all’interno del programma politico della giunta comunale – conferma Camponizzi – e gode del duplice appoggio del settore culturale e finanziario: pochi giorni fa è stato firmato un atto deliberativo congiunto tra assessorato allo Sviluppo Economico e alla Cultura per la realizzazione di interventi di rigenerazione urbana in luoghi da destinare alla produzione artistica. Il progetto non è ancora stato finanziato, ma è un passo avanti verso un lavoro congiunto, che apra anche all’erogazione di fondi a livello locale, oltre a quelli stanziati a livello europeo e nazionale, per il sostegno alle realtà creative».

    Ad oggi, inoltre, alcuni incentivi arrivano anche a livello regionale (che fornisce un sostegno strutturale), senza contare le richieste a terzi, che decidono di aderire a ipotesi di sviluppo. In generale, i progetti e le attività presi in considerazione hanno come riferimento sia le risorse umane (Direzione Cultura e Turismo – Ufficio cultura e città del Comune di Genova, collaborazioni professionali esterne per progetti europei, collaborazioni con vari settori del Comune, reti di associazioni artistiche); sia risorse finanziarie, tra cui fondi dei progetti europei, finanziamenti dal Piano Locale Giovani e sponsor privati. In totale, dal 2011 al 2013 a Genova sono stati destinati alle industrie creative oltre 700.000 euro.

    Stando ai dati forniti dalla Camera di Commercio e aggiornati all’ottobre 2013, nel capoluogo ligure sono 2787 le Imprese Creative, con un numero medio di 3,7 occupati per azienda (si tratta quindi di piccole e micro imprese), pari al 6,6% del comparto produttivo cittadino. Dal 2007 al 2011, inoltre, il numero di industrie creative a Genova è aumentato del 22,03%, e il trend più alto è stato registrato soprattutto nel settore delle imprese di produzione e distribuzione di software, videogame e dell’innovazione tecnologica.

    Ci dicono i nostri interlocutori: «Genova ha un sistema culturale molto articolato e un tessuto creativo vario e di alto livello. È importante promuovere la creatività dei giovani: è una grande opportunità, in questo contesto, oltre che un dovere collettivo. Il fatto che ogni impresa permetta l’assunzione di circa 3 dipendenti ciascuna è un dato positivo e apre nuove potenzialità a livello non solo europeo ma soprattutto locale, in un momento in cui si registrano perlopiù trend negativi collegati ad altre esperienze produttive, industriali e imprenditoriali. Una controtendenza, un successo che viene sia dal sostegno europeo, sia dall’adeguamento a nuovi modelli di comunicazione e cultura, diversi dal passato: sono settori in evoluzione, oggi basta un semplice pc per creare cultura, o il crowdfunding, o altri sistemi nuovi. A differenza dell’industria pesante, in crisi anche perché richiede strumenti costosi  e ricercati, le industrie creative sono sostenibili, rispondono a nuove esigenze e aprono a nuovi mercati».

    Il quadro appare certamente positivo, ma non nascondiamo qualche perplessità. Ci sembrano – dobbiamo confessare – conclusioni un po’ troppo semplicistiche e avulse dalla realtà, i numeri non bastano a farci cambiare idea. Perciò chiediamo: in concreto, quali sono le ricadute positive delle cosiddette industrie creative nella realtà genovese? Dopo l’iniziale momento di perplessità, la risposta: «Buona domanda, è difficile stabilirlo con precisione».

    Palazzo Ducale, Genova«In generale possiamo dire che dopo la presentazione dei nuovi progetti europei in autunno, lavoreremo per valorizzare e promuovere le figure professionali dietro le quinte del mondo creativo, a vari livelli. Pensiamo di individuare uno o due ambiti specifici in cui muoverci: un esempio, il settore audiovisivo, a Genova già consolidato e coperto da realtà come Cineporto, e in cui è più facile concentrare i finanziamenti. Inoltre, pensiamo di sostenere iniziative legate all’arte contemporanea, che non ha mai attecchito a Genova, nonostante gli sforzi di Villa Croce. In tutto ciò, naturalmente lavoreremo rivolgendoci allo sviluppo delle nuove tecnologie e il loro impiego all’interno dei vari settori delle industrie culturali, verso l’affermazione della Smart City. L‘approccio è cambiato radicalmente: non più solo industrie culturali e cultura vecchio stile, finora sostenuta in modo passivo, ma industria creativa che diventa capace di autofinanziarsi e offrire impiego, rigenerarsi, trovare finanziamenti in modo indipendente. È il processo che viviamo ora: all’inizio, nel 2007, anche le linee del programma della UE erano più “passive”, come formalizzato dal progetto Cultura 3007-2013; ora, con Creative Europe questo status è cambiato». La non risposta conferma i nostri dubbi».

    A livello locale, inoltre, il Comune di Genova è orientato a puntare sulla valorizzazione del patrimonio culturale, per il radicamento dell’industria creativa nel tessuto urbano attraverso analisi e monitoraggio del territorio, favorendo i collegamenti interni e con la rete europea. Si parla anche del riutilizzo di spazi cittadini attualmente vuoti e dismessi, adibiti a luoghi di creazione di cultura. Esiste un progetto di rigenerazione urbana con finanziamenti ministeriali, approvato all’interno del decreto legge Valore-Cultura approvato nell’ottobre 2013, che “prevede la destinazione di immobili di proprietà dello Stato a studi di giovani artisti italiani e stranieri, per favorire il confronto culturale e la realizzazione di spazi di creazione di arte contemporanea (art. 6)”.  Se sia sostenibile o no, se sia fattibile in tempi brevi o meno, non lo sappiamo, e non lo sanno nemmeno i nostri interlocutori all’Ufficio Città e Cultura, che commentano «Ora almeno c’è questa possibilità, poi vedremo cosa succederà. Serve l’aiuto di amministrazione locale e statale».

    I progetti in Europa per le industrie creative

    Creative Cities: È un progetto europeo di durata triennale, finanziato dal programma europeo Central Europe che prevede la partecipazione di cinque città dell’Europa centrale che stanno vivendo una fase di trasformazione post-industrale con un passaggio da un’economia industriale ad un’economia creativa (nello scorso triennio Genova ha partecipato al progetto Creative Cities, purtroppo in città se ne sono accorti in pochi a causa della scarsa promozione. L’approfondimento sul numero 38 di Era Superba, ndr). Grazie a Creative Cities vengono indicati principali campi d’azione di un’impresa creativa: dalla pubblicità e commercio, all’architettura e compagnie di distribuzione, industria cinematografica, musica, attività museale, vendita (sia diretta che al dettaglio) di beni culturali, ecc, al fine di  creare una rete a livello europeo fra gruppi di imprese operanti nel campo della produzione creativa. Per farlo, ci si serve di gruppi di lavoro e corsi di formazione, azioni di marketing transnazionale e collaborazioni con altri settori del mercato. Il fine del progetto è favorire le capacità imprenditoriali e la competitività delle industrie creative locali, aprire nuovi mercati e attrarre investimenti.

    Mediatic: Progetto europeo triennale (dicembre 2011-dicembre 2014) che prende le mosse dal precedente Creative Cities, per lo sviluppo economico del settore audiovisivo e dei mezzi di comunicazione. Anche in questo caso Genova fa parte del progetto insieme a nove partner europei – Siviglia, San Sebastian (Spagna), Kristiansand (Norvegia), Derry (Regno Unito), Bielsko-Biala (Polonia), Cork (Irlanda), Balzan (Malta), Donegal (Irlanda), Vidzeme (Lettonia). Il budget complessivo a disposizione del progetto è pari a 1.747.721 euro.

    Creart: Progetto del 1 marzo 2012, coordinato dalla città di Valladolid, vede Genova partecipante con altri 13 partner, per un sistema permanente e professionale di mobilità artistica. Creart è finanziato nel quadro del programma Cultura 2007 -2013 e ha durata di 5 anni, con finanziamenti pari a 3.437.300 €.

    Creative Europe: Nuovo programma di finanziamenti europei 2014-2020. Ha un budget di 1,46 miliardi di euro e deriva dalla fusione di due precedenti programmi, “Cultura” e “Media” 2007-2013, e da un fondo di garanzia per il settore culturale. Possono partecipare enti pubblici e privati di uno dei Paesi membri, attivi da almeno 2 anni nel settore creativo. I primi bandi sono stati presentati nel dicembre 2013.

    I progetti a Genova

    Chiediamo ai nostri interlocutori qualche nome, qualche riferimento preciso di industria creativa a Genova, per aiutarci a inquadrare l’oggetto della nostra discussione e scendere dal piano teorico a quello pratico. Ma incontriamo qualche difficoltà, e alla fine escono fuori solo gli esempi di CreSta, di cui vi avevamo già parlato, ma anche – dice Egidio Camponizzi –  Yarn Bombing: «A Genova l’idea è nata nel 2012, nell’ambito di un servizio civile per cercare di sviluppare le relazioni tra generazioni diverse, come quella dei giovani e quella degli anziani. Fin dal primo anno abbiamo avuto una partecipazione straordinaria, con 70 tra scuole, comitati e associazioni che si sono offerti di collaborare per “vestire” la città. Quest’anno il numero è cresciuto a 100, e gli sponsor sono entusiasti: ad esempio, i produttori di lane e filati, ma non solo, che hanno deciso di aderire e finanziare il progetto, rendendolo indipendente».

    Ma anche in questo caso si può parlare di industria creativa, o si tratta piuttosto di un evento collettivo e partecipativo, che – pur essendo creativo – esula dalla definizione di “industria”? Le idee restano confuse: «Anche se in questo caso non si parla di vera e propria impresa, Yarn Bombing è un modello virtuoso, bisogna andare avanti e incentivare la compartecipazione. È un modo come un altro di sostenere quello che sta attorno alla cultura. Cerchiamo di adeguarci a nuove tecnologie e forme di fare eventi».

    L’impressione generale – e totalmente personale – è che nonostante gli ottimi progetti e i buoni tentativi dell’amministrazione locale, regni ancora un po’ di confusione circa le industrie creative, il loro potenziale sul territorio genovese e la loro forza nel creare lavoro per i giovani “artisti”, di qualunque tipo. Come potenziare il sistema, come aprire le industrie creative e renderle fruibili per l’intera città? Al momento queste domande sono destinate a restare senza risposta.

    Elettra Antognetti

  • Il boom di Marine Le Pen e del Front National in Francia: xenofobia o euroscetticismo?

    Il boom di Marine Le Pen e del Front National in Francia: xenofobia o euroscetticismo?

    Marine Le PenNon sarà passato inosservato che la scorsa settimana Marine Le Pen ha suonato la sveglia. Di sicuro questa volta “il boom” l’ha sentito anche il nostro Presidente della Repubblica, dato che nel commemorare l’eccidio delle Fosse Ardeatine si è messo a declamare: «La pace è una conquista dovuta precisamente a quella unità europea che oggi troppo superficialmente da varie parti si cerca di screditare e attaccare». Questa visione non è affatto minoritaria. Anzi, si può dire che  essa rappresenti la “dichiarazione standard” con cui, sia in Italia che all’estero, si è risposto al clamoroso avanzamento del Front National; una serie molto varia di commenti, che però sostanzialmente poggiano tutti su un semplice assunto: nazionalismi e populismi sono la risposta sbagliata ai problemi di un sistema giusto.

    La diagnosi sarebbe la seguente: “l’Europa” è per la pace e il bene dei popoli, mentre i nazionalismi sono l’anticamera della guerra; la gente normalmente lo sa, ma in tempo di crisi tende a dimenticarsene e a farsi distrarre da chi fa vuote promesse (populismo) o individua facili capri espiatori (razzismo, antisemitismo, xenofobia in genere). Pertanto, seppure con l’attenuante delle circostanze, è evidente che gli elettori si sbagliano: perché – appunto – sappiamo già a priori cosa è bene e cosa è male (“Europa” bene; chi è contro male). Tuttavia, nonostante l’evidente errore, il verdetto delle urne deve comunque essere “ascoltato”: e indirettamente esso ci sta dicendo che il sistema ha dei difetti e va riformato. Morale: siccome il popolo sta diventando razzista, dobbiamo fare “più Europa”.

    È un’ipotesi di lettura del voto. Ma io ve ne suggerisco un’altra, basata su un assunto di segno opposto: il voto anti-euro è la risposta giusta a un sistema sbagliato.

    Questa seconda lettura ovviamente considera la possibilità che gli elettori non necessariamente sbaglino. Ma prima di parlare delle differenze, parliamo dei punti in comune. Entrambe le interpretazioni ammettono che il voto è l’espressione di un disagio reale; e in entrambi i casi si riconosce che le forze politiche premiate dagli elettori hanno in comune spesso e volentieri una sgradevole matrice tradizionalmente ostile all’immigrazione. Ma le analogie si fermano qui.

    Le differenze cominciano proprio dalla valutazione che si fa del peso della componente xenofoba. Questa componente indubbiamente è presente nella tradizione – per fare un esempio – del Front National: ma è davvero da qui che è partita la volata elettorale della Le Pen? Ovviamente no: al contrario tutti ammettono piuttosto tranquillamente che è stata decisiva la critica radicale alla moneta unica e la battaglia per il ripristino della sovranità monetaria. Ovviamente per i critici questo non fa molta differenza: essere xenofobi, essere nazionalisti o essere contro l’euro è sostanzialmente la stessa cosa: stiamo sempre parlando di soluzioni troppo comode e nel contempo troppo pericolose (che difatti provengono dalle solite persone). Ma questa interpretazione è contraddetta da almeno due dati di fatto.

    Innanzitutto da un punto di vista scientifico è risaputo che l’euro è una pessima soluzione. Fu addirittura il Sole 24 Ore l’anno scorso a fare la conta dei premi nobel per l’economia che si sono dichiarati contrari all’euro: e di questi, nel frattempo, già due hanno rinunciato all’idea di riformare l’eurozona per consigliare apertamente agli Stati di ritornare alle valute nazionali. Pertanto è evidente che chi riduce la questione dell’euro a semplice propaganda populista o è male informato o è in mala fede. Secondariamente, da un punto di vista politico, è altrettanto innegabile che i partiti che si sono espressi contro la moneta unica hanno migliorato la coerenza e la serietà della loro proposta.

    Marine Le Pen fa una campagna elettorale molto diversa da quella che faceva il padre Jean-Marie. Già da anni ha intrapreso un’intelligente opera di dédiabolisation, tesa a riportare il Front National su posizioni più sostenibili e maggiormente in sintonia con l’elettorato moderato. Al confronto la Lega Nord di Matteo Salvini è indietro; ma è anche vero che, da quando ha intuito le potenzialità di una campagna contro l’euro, il neo-segretario leghista ha messo tra parentesi propositi secessionisti e toni anti-meridionali cari alla base per concentrarsi su un insistente batage elettorale che probabilmente gli darà qualche punto percentuale in più (magari a scapito dell’indecisione di Beppe Grillo). Dunque è corretto dire che la critica alla moneta unica, offrendo un spazio di consenso elettorale potenzialmente molto vasto, sta giocando un ruolo importante nell’oscurare i vecchi cavalli di battaglia, al confronto meno redditizi, delle forze estremiste.

    Per contro chi insiste ad accomunare le due cose sta facendo il gioco rischioso di alzare sfrontatamente la posta. Ostinarsi a non volere concepire la possibilità di un’alternativa a “l’Europa”, continuare a confondere “euro” con “Unione Europea”, e dare esplicitamente o implicitamente del nemico della pace e dello xenofobo a chiunque voglia supporre altre forme di cooperazione fuori dalla moneta unica, significa non solo regalare alle destre una comoda battaglia per la verità: significa anche – come ricorda sempre Alberto Bagnai – prendersi la responsabilità di un messaggio estremamente pericoloso. Significa instillare nella gente l’idea che, se l’euro crollerà (periodo ipotetico della realtà), automaticamente saremo costretti ad un futuro di odio reciproco e di guerre civili: un’idea che a quel punto potrebbe tornare utile a forze ben più pericolose e sovversive del Front National.

    A scardinare la lettura semplicistica dell’avanzata di generici populismi dovrebbe contribuire anche un giudizio più equilibrato e meno encomiastico sul ruolo acriticamente positivo dell’Unione Europea. Dire che “la pace è una conquista dell’unità europea” significa dare un giudizio storico francamente poco condivisibile: la pace è stata la condizione grazie alla quale abbiamo costruito la cooperazione europea, e non il contrario. I ricordi del Presidente Napolitano devono essere ormai appannati, se è davvero convinto che la pace sia da attribuire a una fantomatica “unità” e non, più prosaicamente, all’equilibrio militare tra USA e URSS seguito alla seconda guerra mondiale. Questa rivalità tra superpotenze, e il relativo scontro ideologico tra sistemi economici, aveva portato occasionalmente rivolte e disordini in Europa: ma dopo il ’45 non si era più visto un odio fra popoli come quello che si è manifestato quando Angela Merkel ha visitato Atene; a dimostrazione del fatto che un processo di integrazione sbagliato (come questo basato sulla moneta unica) porta dritti verso quelle tensioni che a parole si vorrebbero evitare.

    Allo stesso modo limitarsi a denunciare la minaccia dei “nazionalismi” significa sottintendere la solita subdola reductio ad Hitlerum. Anziché accomunare ogni forza euro-scettica a Alba Dorata, occorrerebbe ammettere che il “nazionalismo” del Front National non è concepito come una contrapposizione tra Stati: è concepito come contrapposizione tra lo Stato, da una parte, e chi è contro lo Stato, dall’altra. La Le Pen, pur ambendo dichiaratamente a riportare la Francia al rango di potenza globale (la mai sopita grandeur dei cugini), ha per lo meno il merito di non porsi in un’ottica imperialista e aggressiva: anzi, si muove accortamente lungo un solco internazionalista, quando chiama a raccolta i vicini europei in un’alleanza contro lo scardinamento delle sovranità nazionali, vista come anticamera allo scardinamento dei diritti civili. Dimostra quindi di aver capito che il nemico è chi ci dice che occorre “superare” i vecchi Stati, perché in realtà ci vuole togliere la tutela delle Costituzioni, che in Europa – guarda un po’ – sono state una conquista della lotta antifascista. Il fatto che a difendere questa preziosa eredità sia oggi una donna che proviene dalla tradizione del governo di Vichy non è solo un paradosso: è la colpa storica delle sinistre europee. E ben presto dovranno renderne conto.

     

    Andrea Giannini

  • Permiso de Soñar, un documentario che lega la Liguria all’Ecuador. Progetto del collettivo Escuelita

    Permiso de Soñar, un documentario che lega la Liguria all’Ecuador. Progetto del collettivo Escuelita

    ChiavariPermiso de Soñar è un film del collettivo Escuelita, nato da un laboratorio video animato da Cristina Oddone, Zelmira Pinazzo, Claudia Sbarboro, Gianluca Seimandi, Simone Spensieri. È l’ultimo progetto video diretto dalla regista genovese Oddone che, dopo il successo del documentario “Loro Dentro” (qui l’approfondimento di Era Superba), si è avvalsa ancora della collaborazione degli operatori del Laboratorio di Sociologia Visuale, del Centro Frantz Fanon di Torino e ASL 4, allargando il cerchio anche all’Escuelita di Chiavari.

    Il film racconta la migrazione di un gruppo di giovani che dall’Ecuador sono arrivati in Italia per ricongiungersi con le loro madri, partite anni prima sperando di trovare un’occupazione nel nostro Paese. Permiso de Soñar affronta i problemi aperti legati all’accoglienza nel nostro Paese e soprattutto in Liguria, alle leggi, agli ambienti “devianti” in cui i migranti spesso si trovano a vivere.

    Il titolo, com’è facilmente intuibile, significa “Permesso di sognare”: una formula che richiama anche fonicamente il concetto di “permesso di soggiorno” ed evoca le difficoltà di ottenere un documento che legittimi la presenza di questi soggetti sul territorio e restituisca loro la speranza di un progetto di vita concreto.

    Nel dicembre 2012, una versione ancora embrionale era stata presentata a Genova in occasione dell’Ecuador Festival. Si trattava di un piccolo premontato di circa 18 minuti. In seguito, questo lavoro è stato integrato con altre immagini e contributi: un docu-film di circa 50 minuti, in formato HD (fotocamera Canon 70D e telecamera SONY HVR Z1), da distribuire in festival, circuiti televisivi, dvd, formazioni sul tema delle migrazioni e della sofferenza sociale. Per questo, dallo scorso 27 gennaio è stato aperto il crowdfunding: chi vuole, può fare una donazione entro il 15 maggio 2014 e aiutare la realizzazione del documentario.

    La Escuelita e i “figli sospesi”

    «Al momento gli incontri all’Escuelita si svolgono una volta a settimana – racconta la regista Cristina Oddone – ma siamo fermi con le riprese perché stiamo cercando finanziatori per poter ideare un progetto organico. Per ora abbiamo optato per il fundraising e ci siamo affidati a Produzioni dal Basso, ma abbiamo in programma anche un incontro con il consolato ecuadoriano per cercare di sbloccare la situazione: anche loro sono sensibili alle tematiche che trattiamo perché negli ultimi anni si sta riscontrando un ritorno dei migranti nel Paese di origine».

    Il progetto nasce grazie all’iniziativa di “La Escuelita”, collettivo di giovani immigrati per lo più ecuadoriani, che da ormai 6 anni opera nel territorio del Tigullio – tra Chiavari e Lavagna – e lavora sulle problematiche di esclusione e marginalizzazione. Si riunisce con la supervisione dello psichiatra Simone Spensieri del Centro Frantz Fanon di Torino e segue il percorso complicato di questi giovani stranieri – molti dei quali frequentano anche il SERT -, occupandosi di cittadinanza e processi di socializzazione. Nel 2013 Escuelita ha deciso di dare avvio alla realizzazione di un documentario sui sogni dei ragazzi che ospita e sulla loro difficoltà nel trovare nuovi orizzonti di vita nell’area del Tigullio, collegando a doppio filo Liguria e Sud America. Chiavari, nello specifico, è uno scenario particolare: è una “provincia ricca”, meno problematica e complessa di Genova. Anche se si tratta di una città di migranti (diretti proprio verso il Sud America), oggi qui la società è conservatrice, i giovani stranieri danno più nell’occhio, sono stigmatizzati e devono fare spesso i conti con una forte sorveglianza.

    Inoltre, il motivo della formazione di una comunità così importante proprio nella nostra regione è dovuta al fatto che, come si sa, l’età media degli abitanti è alta, la popolazione è anziana e bisognosa di cure: per questo molte donne sudamericane hanno scelto di vivere qui, lavorando come badanti. Poco dopo, il ricongiungimento dei coniugi e dei figli, per la ricostruzione del nucleo famigliare. Solo che, mentre le madri hanno trovato impiego presso le famiglie chiavaresi, i figli sono rimasti sospesi «tra un passato sfumato e un futuro che non riesce a configurarsi», come racconta la regista. Sono in Italia da ormai una decina di anni, sono arrivati quando erano adolescenti e frequentavano le scuole superiori; adesso hanno circa 27-28 anni, molti di loro hanno una famiglia, le loro storie sono sfaccettate e complicate. Da un lato non vogliono andarsene dal nostro Paese, ma le dinamiche di inclusione e il contesto sembrano ostili; dall’altro mitizzano la patria lasciata e vorrebbero tornarvi, soprattutto adesso che – complice la crisi dell’occidente – l’Ecuador è un Paese emergente, con più possibilità sotto il profilo professionale e dell’istruzione, e con maggiori incentivi sul piano edilizio.

    In bilico tra restare e tornare, tra inclusione ed esclusione in un contesto ostile, questi migranti hanno anche molti ostacoli legali davanti a sé: ottenere la cittadinanza italiana, avere i documenti in regola e un permesso di soggiorno permetterebbe loro di costruirsi una vita “regolare”, trovare un lavoro che non sia in nero e che non li renda ricattabili, fare progetti per la loro famiglia.

    Permiso de Soñar: il documentario

    Dallo scorso anno si è cominciato a introdurre nei tradizionali incontri dell’Escuelita una riflessione sull’immagine e la narrazione di sé, realizzando interviste e girando scene all’aperto, nei luoghi normalmente frequentati dai ragazzi, cercando di coglierne l’aspetto quotidiano. Si è pensato di trasformare i consueti colloqui individuali in incontri di gruppo tra individui con problemi simili, in cui i soggetti potessero tirare fuori le proprie emozioni, ascoltarsi e  imparare anche a usare la macchina da presa e la strumentazione.

    Il girato si snoda in periferie e spazi urbani in stato di abbandono, e – come succedeva in “Loro dentro”, documentario girato all’interno del carcere di Marassi – l’obiettivo è instaurare un narrato intimistico e creare un livello di confidenza con i personaggi, spingendoli a parlare delle proprie storie perché a loro agio con gli operatori.

    L’approccio è etnopsichiatrico e tratta le problematiche dei vari soggetti non come se fossero separate dallo scenario di riferimento, ma contestualizzandole e facendo riferimento al gruppo etnico di riferimento: cade il giudizio etnocentrico e vengono messe in luce le specificità di certi disturbi non appartenenti a categorie psichiatriche universalmente riconosciute.

     

    Elettra Antognetti

     

  • Caserma Gavoglio, le immagini in mostra al Ducale. Il gigante del Lagaccio si apre alla città

    Caserma Gavoglio, le immagini in mostra al Ducale. Il gigante del Lagaccio si apre alla città

    gavoglio de angeli-36Fino al 4 aprile è possibile visitare, presso lo Spazio 46 Rosso di Palazzo Ducale, la mostra fotografica di Federica De Angeli sulla caserma Gavoglio al Lagaccio. L’esposizione fornisce un’eccellente panoramica su quest’enorme area urbana le cui sorti hanno sempre suscitato particolare interesse e preoccupazione nei residenti (qui l’ approfondimento di Era Superba).

    Le associazioni di quartiere, che si sono prestate attivamente alla creazione del comitato “Voglio la Gavoglio” per il recupero della zona e per la sua restituzione alla collettività, hanno finalmente visto un punto di svolta il 20 marzo con la cessione a titolo gratuito, da parte del Demanio al Comune, di un primo lotto degli oltre 60.000 metri quadrati dell’area (qui maggiori informazioni), precisamente della parte più antica, tra l’altro sottoposta a vincolo dalla Soprintendenza in quanto bene culturale.
    A latere si è tenuta, sempre a Palazzo Ducale, una conferenza sul tema, dal momento che l’area – se riconvertita e recuperata – potrebbe essere la chiave di volta per la riqualificazione di un quartiere penalizzato da decenni di edilizia selvaggia, da una viabilità pessima e dalla mancanza di servizi essenziali.

    La Gavoglio è solo un tassello del grande mosaico genovese di luoghi abbandonati da restituire alla comunità: il lavoro fotografico documentario di Federica De Angeli sta progressivamente mettendo insieme le numerose tessere di questo mosaico (la scorsa tappa è stata la mostra fotografica su Valletta Carbonara presso l’Albergo dei Poveri, ndr). Le tappe «sono state tante in questi anni: il mercato di Corso Sardegna, il Parco dell’Acquasola, Ponte Parodi, Calata Gadda, gli Erzelli, ma uno dei più importanti è il progetto che si è concluso dopo tre anni di lavoro sulla bonifica dell’area di Cornigliano dal titolo Ilva Cornigliano 2006-2008 con una mostra a Palazzo Rosso nel marzo 2012 e un catalogo a testimonianza. Il lavoro l’ho condiviso con Ivo Saglietti, grande maestro dell’immagine» racconta Federica.

    A volte il lavoro viene portato avanti a quattro mani dunque, altre volte sono stati messi insieme gruppi di lavoro più numerosi che hanno fornito diversi punti di vista, questa volta invece la fotografa ha lavorato da sola: una macchina fotografica e 60.000 metri quadri da percorrere in lungo e in largo alla ricerca dell’inquadratura giusta. «Sono curiosa, da tanto tempo pensavo a quell’area semiabbandonata, inaccessibile e proibita alla gran parte della popolazione. Per anni ho cercato di avere i permessi per fotografare, finalmente l’anno scorso qualcosa si è mosso e ho ottenuto l’autorizzazione. La motivazione è sempre quella di lasciare traccia documentale di un luogo che non sarà mai più».

    gavoglio de angeli-32Per questo tipo di lavori la fotografa parte sempre «da un progetto personale, dall’individuazione di aree che possano essere di interesse pubblico e faccio una ricerca. Nessuna commissione da parte di enti, di associazioni e comitati. Devo essere libera di testimoniare con il mio punto di vista. Il taglio è rigoroso, lavoro con il cavalletto, in pellicola BN proprio per evidenziare il lavoro documentaristico. Chiaro che racconto come vedo, non faccio cronaca ma racconto attraverso il mio punto di vista».

    L’intenzione di dare un taglio prettamente documentaristico non impedisce comunque a molte di queste immagini di essere anche evocative e poetiche, come per esempio l’istantanea di una stanza abbandonata con tanto di scrivania vuota, telefono impolverato e sedia. A tal proposito impressiona particolarmente l’aspetto di “interruzione” che emerge da questi luoghi abbandonati: nonostante i locali siano per lo più vuoti, alcune stanze è come se fossero state lasciate all’improvviso – invece che per un processo di dismissione – e le loro soglie mai più varcate: «Sì, è vero, ho avuto la sensazione di una fuga più che un abbandono. Infatti speravo ingenuamente di trovare all’interno della caserma tracce “militari”, invece non ho trovato nulla che mi riportasse alla vita di caserma, di officina militare. Tutto ripulito meticolosamente, tranne qualche rara traccia negli alloggi degli ufficiali o come lo chiamo io: “il monumento al proiettile” che spicca appena varcato il primo cancello, a memoria, a perenne ricordo».

    Per eseguire il lavoro Federica ha percorso meticolosamente corpi di fabbrica, cortili, giardini e viali: «Nelle immagini della mostra sono ripresi tutti i luoghi “fotografabili”, ho dovuto lasciare fuori gli edifici dove ancora risiedono la Marina Militare e il deposito della Guardia di Finanza, inaccessibili per divieto militare e un deposito della Croce Rossa Italiana. Alcuni di questi edifici sono ristrutturati (quelli occupati), altri in stato di abbandono e degrado».

    Formato 6×6 e bianco e nero conferiscono all’insieme omogeneità e rigore, a tutto vantaggio della funzione documentale. La fotografa ci spiega il suo modus operandi: «Lavoro anche in digitale ma prediligo la pellicola soprattutto per i lavori di documentazione, è una sorta di valenza in più. Lavoro con l’Hasselblad e il banco ottico (in questo caso con Hasselblad), mi “gusto” l’inquadratura con molta cura, la foto che viene stampata la ri-conosco da subito. In pratica la scelta delle immagini è a monte, in fase di ripresa e non in fase di stampa o di lettura del provino. Le fotografie di questa mostra sono stampate a mano ai sali d’argento su carta baritata, mi sono avvalsa della preziosa professionalità del laboratorio De Stefanis di Milano».

    La mostra permette a tutti perciò di conoscere per immagini una realtà cittadina preziosa e ricca di possibilità per la comunità. Finanziata dall’Ordine degli Architetti di Genova, rimarrà presso la loro sede una volta terminato l’allestimento a Palazzo Ducale ma – aggiunge Federica – potrebbe essere esposta in occasione di altri eventi.

     

    Claudia Baghino

  • #EraOnTheRoad alla scoperta delle botteghe storiche genovesi: lo storify del tour

    #EraOnTheRoad alla scoperta delle botteghe storiche genovesi: lo storify del tour

    botteghe-storiche-genovaNon solo Rolli Days nel weekend genovese. Oltre alle visite guidate ai palazzi che hanno fatto la storia della nostra città e all’ormai consueto appuntamento con il campionato mondiale di pesto al mortaio, un gustoso antipasto delle tipicità della nostra tradizione è stato servito questa mattina con un tour guidato alla scoperta delle botteghe storiche di Genova. Si è trattato di un evento di per sé riservato alla stampa nazionale, pensato soprattutto per far conoscere Genova fuori dai confini liguri, all’interno di una tre giorni “promozionale” molto articolata, ma è un’occasione che Era Superba non si è voluta far scappare per conoscere più da vicino alcune delle piccole, grandi eccellenze della nostra tradizione, che magari incrociamo tutti i giorni sul nostro cammino ma di cui non siamo pienamente consapevoli.

    botteghe-storiche-genova-barbiere-caprettariParliamo di botteghe che hanno sede in edifici antichi, inseriti nel tessuto del centro storico, con architetture, arredi, attrezzature e documenti d’epoca, che testimoniano attività dal sapore antico ma sempre apprezzate.
    A Genova, per preservare questo autentico patrimonio, è stato istituito un “Albo regionale delle botteghe storiche” nel quale vengono inseriti gli esercizi che sono in attività da almeno 70 anni e che soddisfano tutta una serie di requisiti richiesti dalla Soprintendenza per i Beni Architettonici. «Grazie a un rinnovato accordo con Sovrintendenza e Camera di commercio – ci ha spiegato l’assessore a Cultura e Turismo del Comune di Genova, Carla Sibilla – il numero delle Botteghe storiche genovesi è potuto salire negli ultimi mesi da 14 a oltre una ventina. Le botteghe fanno domanda e si sottopongono alla valutazione della Sovrintendenza. Solo dopo un riscontro effettivo di tutti i requisiti possono entrare a far parte di un circuito di valorizzazione importante per la città e sostanzialmente unico a livello nazionale».

    L’elenco, dunque, è sempre aperto. Certo, l’aggiornamento non è così rapido dal momento che oltre una cinquantina di altre botteghe sono in attesa di valutazione: ma la Sovrintendenza si prende il suo tempo e il fatto di non poter limitarsi a certificazioni sulla carta ma di dover verificare con studi e approfondimenti sul posto l’esistenza dei requisiti necessari, di certo non velocizza le procedure. «Si tratta di uno dei numerosi patrimoni che può promuovere il turismo della nostra città facendo leva su una delle sue eccellenze – sottolinea l’assessore Sibilla – per questo vogliamo valorizzare al massimo la rete delle botteghe storiche e renderla nota sia all’esterno che agli stessi genovesi, che non sempre la conoscono nel dettaglio».

    Ecco lo storify della puntata speciale di #EraOnTheRoad. Siamo partiti dalla storica Farmacia Alvigini, in via Petrarca, a pochi passi da De Ferrari per poi risalire via Roma fino alla camiceria e cravatteria Finollo. A quel punto abbiamo fatto qualche passo indietro per scendere nell’imperdibile tripperia di vico Casana per raggiungere poi la Confetteria Romanengo in piazza Soziglia. Dopodiché siamo risaliti verso via Garibaldi, passando per la polleria Aresu in vico del Ferro per poi raggiungere in via di Fossatello la Pasticceria Cavo Marescotti. Ma non ci siamo fermato al programma ristretto del tour guidato. Ci siamo spinti nei vicoli e vi abbiamo fatto conoscere tante altre botteghe antiche della nostra città.

    Simone D’Ambrosio

     

     

  • Il Narciso: una bulbosa facilissima da coltivare in vasi ed aiuole

    Il Narciso: una bulbosa facilissima da coltivare in vasi ed aiuole

    1narcisoQuesta settimana parleremo di una delle bulbose più semplici da coltivare e che, nonostante sia indubbiamente interessante e di facilissima gestione, viene impiegata abbastanza poco nei giardini italiani.
    I narcisi sono piante tipicamente europee, appartenenti alla famiglia delle Amaryllidaceae (che comprende anche i bucaneve). Sono bulbose primaverili, che crescono spontanee in natura, nei boschi e nei prati di molti paesi dell’Europa centrale.

    2narcisoLe infiorescenze, singole o a gruppi di piccoli fiori a trombetta, sono piuttosto vistose, nei toni del bianco puro e delle diverse varietà del giallo, dal più tenue al più intenso. I bulbi producono, nel tardo inverno ed in primavera, foglie lanceolate verdi scuro, dal cui centro dipartiranno gli steli floreali. Partendo da quelli spontanei in natura, sono state create decine di cultivar, assai diversi tra loro, semplici e doppi (ossia con fiori dai petali molto numerosi). Secondo me le varietà originali, dai gialli pallidissimi, e quelle bianco puro sono in assoluto le migliori.

    3narcisoI fiori sono indubbiamente più piccoli, l’effetto cromatico meno vistoso ma i cespugli che questi bulbi creano sono molto più naturali. Debitamente collocati nelle aiuole, nei prati e soprattutto sotto gli alberi nei boschi, questi narcisi avranno poi il vantaggio di sembrare spontanei ed apparire da sempre in quel luogo. I narcisi crescono, infatti, con estrema facilità e rapidità, in quasi tutti i suoli, tanto in vaso che in terra piena. E’ sufficiente collocare i bulbi nel terreno in autunno e “dimenticarsi” di loro. Faranno tutto da soli, fiorendo copiosamente di primavera in primavera, per moltissimi anni. Le piante si naturalizzano poi con grande facilità e si moltiplicano da sole, creando grandi gruppi di foglie verdi intenso, lanceolate. In caso si voglia accelerare il processo ed i bulbi si infoltiscano troppo, si potrà procedere, dopo averli dissotterrati, alla loro divisione ed al loro distanziamento.

    4narcisoIn generale, a differenza di altre bulbose come i tulipani (di origine turca e quindi sensibili al freddo), i narcisi non necessitano di essere annualmente rimossi dalla terra in inverno, cosa che agevola molto la loro coltivazione. Più che in Italia, questi bulbi sono molto utilizzati nei paesi nordici, dove crescono benissimo e sono assai apprezzati. In Gran Bretagna vi era persino, negli anni Trenta, un apposito treno, il “Daffodil Special” gestito dalla Great Western Railway, per portare i londinesi a raccogliere ed acquistare narcisi al confine tra Gloucestershire e Herefordshire, zona ricchissima di cespugli spontanei e di loro coltivazioni.

    5narcisoIl celebre poeta William Wordsworth ha poi dedicato alla pianta una nota poesia “Daffodils”, incentrata sulla campestre “beatitudine della solitudine”. Spettacolari sono, infatti, le distese infinite di questi impalpabili fiori, nella luce del tardo inverno che cede alla primavera e nella foschia a mezz’aria dei boschi del Lake District.
    Infine, si dice che il nome di questo bulbo derivi dal mito greco di Narciso: il capo chino del fiore ricorderebbe il giovane nell’attimo in cui si specchia sopra un laghetto.
    Ai Kew Gardens di Londra utilizzano poi questa pianta persino per studiare gli effetti dei cambiamenti climatici sul Pianeta. Con assoluta precisione si è stimato che, se negli anni Ottanta del Novecento, i narcisi fiorivano intorno al 12 febbraio, nel 2008 a causa dell’aumento della temperatura, circa il 27 gennaio, ben sedici giorni prima…

    Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano

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    Per informazioni: ema_v@msn.com

  • Terzo Valico: grande opera, poco lavoro. Quante sono le aziende genovesi?

    Terzo Valico: grande opera, poco lavoro. Quante sono le aziende genovesi?

    demolizione-palazzo-pontedecimo-via-pieve-di-cadore-terzo-valicoA Trasta, Val Polcevera, nell’ex sottostazione elettrica delle Ferrovie in via Polonio, prosegue la costruzione del villaggio con 400 casette prefabbricate che ospiteranno altrettanti operai “foresti” prossimamente impegnati nei cantieri per la realizzazione del Terzo Valico ferroviario, opera finanziata con soldi pubblici (6,2 miliardi di euro) della quale, tuttavia, è difficile conoscere i dati ufficiali in merito all’effettivo impiego di manodopera locale e non, ma anche i nomi e la provenienza delle ditte alle quali il consorzio di imprese Cociv (Consorzio collegamenti integrati veloci, oggi composto da gruppo Salini-Impregilo al 64%, Società Italiana per Condotte d’Acqua al 31% e Civ S.p.A al 5%) – general contractor, ovvero soggetto unico gestore degli appalti – ha affidato parte dei lavori, in corso di svolgimento, del primo lotto costruttivo (sei lotti complessivi) del Terzo Valico dei Giovi. Un campo base è previsto pure in località Maglietto (nel Comune di Campomorone in Val Verde), dove presumibilmente saranno ospitati circa 200 lavoratori fuori sede, mentre l’area della Biacca a Bolzaneto ha di recente cambiato destinazione trasformandosi da campo base a deposito di materiali semilavorati e attrezzature, previo stoccaggio di circa 70 mila metri cubi di terra di scavo (qui l’approfondimento di Era Superba e il ricorso al Tar presentato dagli abitanti).

    Nonostante diversi tentativi, la società di comunicazione a servizio del Cociv (Chiappe Revello Associati s.r.l.) non ci ha ancora fornito il prospetto con l’elenco delle imprese appaltatrici trincerandosi dietro la mancanza delle autorizzazioni previste (da parte di RFI, società del gruppo Ferrovie dello Stato S.p.A., committente dell’opera, e dello stesso Cociv) a diffondere informazioni che a rigore di logica dovrebbero essere pubbliche già da un pezzo. Ricordiamo che il general contractor può dare in affidamento diretto in forma di subappalto il 40% delle opere, mentre per il 60% è prevista la procedura a evidenza pubblica con bando di gara internazionale. Per accorciare i tempi delle operazioni i lavori del primo lotto sono tutti compresi nel 40% di affidamento diretto: in pratica è il general contractor a decidere a chi affidare – tramite procedure negoziate – l’esecuzione dei lavori .

    Le presunte ricadute occupazionali – soprattutto sul territorio ligure e genovese – sono sempre state enfatizzate dai maggiori sponsor istituzionali della grande opera, in primis dall’assessore regionale alle Infrastrutture, Raffaella Paita, che in questo senso, proprio una settimana fa, ha annunciato «I dipendenti di Metrogenova licenziati dopo l’ultimazione dei lavori della metropolitana (una trentina, ndr) sono stati chiamati dal Cociv per il Terzo Valico. L’attenzione al lavoro locale è doverosa – ha aggiunto Paita – Anche segnali come questo devono essere d’incentivo e di stimolo per continuare. Stiamo parlando di una grande infrastruttura in grado di dare risposte precise in termini di occupazione a un territorio particolarmente provato dalla crisi». A dire il vero, da quel che si riesce a comprendere, almeno finora tale affermazione pare essere smentita dai fatti. Secondo i sindacati, infatti, al momento sarebbero impegnati nei cantieri complessivamente circa 200-250 lavoratori nelle ipotesi più ottimistiche, tra personale amministrativo, tecnici ed operai (circa 50-60 unità), di cui pochissimi residenti a Genova. Le aziende appaltatrici locali dovrebbero contarsi sulle dita di una mano. D’altra parte l’unico intervento importante sul fronte genovese del valico sarebbe quello relativo all’esecuzione delle gallerie Borzoli-Erzelli e delle opere di completamento all’aperto della nuova viabilità tra via Borzoli-via Erzelli e via Chiaravagna, lavori affidati ad un raggruppamento di imprese composto dalla società napoletana Cipa S.p.A. (capogruppo) e dalla società genovese Pamoter s.r.l. Per altri interventi minori, come quello riguardante il cantiere di Fegino, alcune fonti riferiscono dell’avvenuto affidamento ad un paio di imprese genovesi ma, ad oggi, i lavori sarebbero pressoché fermi.

    I numeri sull’occupazione prevista

    terzo valico trasta2Ma inizialmente quali erano i numeri del possibile assorbimento occupazionale legato alla realizzazione della grande opera ferroviaria? Le stime più recenti le troviamo nell’edizione del “Giornale della Giunta” della Regione Liguria del 10 aprile 2013, dove a tal proposito si leggeva: “Il Terzo Valico porterà in dote lavoro per 4000 persone. È quanto emerso dalla riunione tecnica tra le istituzioni locali, il Cociv, e le organizzazioni sindacali e dei costruttori. Ma ci vorrà del tempo, circa tre-quattro anni, per arrivare a queste cifre: intanto si comincerà con circa 200 lavoratori entro fine anno (2013, ndr) per arrivare a 300 nel 2014 e giungere appunto al picco nel 2015 e 2016“. Ma visti i ritardi nei lavori non è detto che il traguardo venga raggiunto nei tempi.

    Sei mesi prima – precisamente l’11 ottobre 2012 – un protocollo d’intesa sottoscritto da Regione Liguria, Cociv e sindacati confederali Cgil, Cisl e Uil, stabiliva di “…prestare particolare attenzione al problema delle infiltrazioni mafiose, grazie all’osservatorio regionale sui contratti pubblici e al protocollo sulla legalità in via di sottoscrizione con la Prefettura di Genova; di assumere in via prioritaria manodopera locale; attivare un presidio sanitario nei pressi del cantiere per garantire la sicurezza sul lavoro; di istituire un servizio mensa ad opera di Cociv per i lavoratori e le imprese affidatarie, coinvolgendo i servizi di ristorazione locali”. Il protocollo – in merito all’occupazione – specificava la necessità di “…privilegiare, nel rispetto di tutte le norme di legge, di contratto e di accordo, aziende e manodopera del territorio attraverso la verifica delle professionalità richieste; le assunzioni saranno rivolte a lavoratori espulsi dal circuito lavorativo anche attraverso percorsi di riqualificazione professionale; prevedere nei contratti di appalto e subappalto l’integrale recepimento del presente protocollo”.

    Il j’accuse del presidente di Ance Genova

    Su circa 480 milioni di euro complessivi del primo lotto costruttivo del Terzo Valico, Cociv finora ha appaltato pochissime decine di milioni, soprattutto sul fronte piemontese. Eppure sono questi gli unici lavori appetibili per le imprese locali. «Ma finora la ricaduta sull’occupazione è stata davvero minima – spiega Federico Garaventa, presidente Ance Genova (Associazione nazionale dei costruttori edili) – Tutti a parole dicono che deve essere favorito l’incremento del lavoro sul territorio ma le procedure guarda caso vanno nella direzione opposta».

    Per la parte di opere propedeutiche affidate in via diretta con gare negoziate «Noi come Ance ci siamo prodigati a fornire una lista di aziende locali che sono tuttora all’attenzione del Cociv – continua Garaventa – Ad oggi, però, le imprese genovesi appaltatrici secondo le informazioni in nostro possesso sono soltanto 2-3. Ci auguriamo che anche altre realtà locali possano partecipare agli interventi del primo lotto che dovrebbero essere appaltati e poi avviati nei prossimi mesi». Per quanto riguarda, invece, la quota di opere (il 60%) da affidare necessariamente con procedure internazionali, probabilmente quelli relativi al secondo lotto costruttivo «Le imprese liguri e genovesi non sono adeguatamente attrezzate per concorrere – sottolinea Garaventa – Parliamo di lavori complessi in galleria a cui potranno ambire pochissime imprese italiane e nessuna locale».

    Ma il presidente di Ance Genova lancia un vero e proprio j’accuse all’odierna disciplina del general contractor in Italia «Un conto è affidare la gestione di una grande opera al general contractor, altro discorso è se lo Stato abdica completamente alla sua funzione di controllo lasciando mano libera a tale soggetto che così bada esclusivamente al proprio interesse di impresa». Ma non va dimenticato che lo stesso affidamento diretto – senza una gara a evidenza pubblica – ad un soggetto unico gestore degli appalti (general contractor), ha suscitato le critiche dell’Unione Europea all’Italia perché non ha garantito l’apertura al mercato e alla concorrenza. E sovente tale scelta ha comportato un risultato di non economicità: opere che dovevano essere già terminate sono ancora in corso di realizzazione e nel frattempo i costi sono ampiamente lievitati (vedi la nostra precedente inchiesta del 2012 sul Terzo Valico dei Giovi). Poi Garaventa rincara la dose «Vista l’esperienza di altri colleghi impegnati nella realizzazioni di simili grandi infrastrutture non so neppure quanto sia conveniente aggiudicarsi gli appalti, considerando che spesso le aziende appaltatrici finiscono con le gambe all’aria. La normativa attuale, infatti, prevede un pesante squilibrio a favore del general contractor. Con la scusa che il soggetto unico sta appaltando con soldi pubblici, in buona sostanza può decidere il prezzo che vuole. È evidente che se il general contractor appalta sotto costo le imprese rischiano di non stare dentro a quelle cifre». Quindi, piuttosto che rinunciare al lavoro in un periodo di crisi nera, partecipano lo stesso, cercando di risparmiare magari sulla manodopera e sulla qualità dei materiali, con conseguenze immaginabili quali ritardi nell’esecuzione degli interventi e contenziosi giudiziari, quando va bene, fallimento delle aziende quando va male.

    La posizione dei sindacati

    I sindacati all’unisono denunciano l’andamento troppo lento dei cantieri e chiedono al consorzio Cociv di rispettare il protocollo d’intesa a tutela della manodopera locale, sottoscritto nell’ottobre 2012. «Per il momento le notizie che abbiamo descrivono una realtà che vede, dal punto di vista temporale, i flussi di manodopera previsti traslati di almeno sei mesi – racconta Fabio Marante, segretario generale Cgil Fillea Genova – Non arriviamo neppure a 250 lavoratori attualmente impiegati in tutti i cantieri propedeutici del Terzo Valico. Si tratta di un campione non rappresentativo, per questo motivo ancora non c’è stato un grido d’allarme da parte dei sindacati». I prossimi bandi di gara internazionali ovviamente avranno un ampio respiro aprendo il campo ad imprese provenienti da fuori regione ma pure da fuori Italia. «Noi stiamo provando a sollecitare le istituzioni affinché sia garantita una ricaduta occupazionale anche sul territorio – continua Marante – Ma le imprese locali non sono sufficientemente strutturate per partecipare a questi lavori. Sono imprese mediamente piccole con pochi dipendenti: o si consorziano tra di loro, oppure non potranno competere con realtà aziendali ben più grandi». Se invece, come probabile, ad aggiudicarsi gli appalti saranno imprese foreste (come in gran parte è avvenuto finora) «Solleciteremo l’assunzione di manodopera disponibile in loco – conclude il segretario Cgil Fillea Genova – Ma considerando la crisi dell’edilizia anche queste ditte avranno del personale da ricollocare dunque non sarà per nulla semplice tutelare gli interessi dei lavoratori genovesi e liguri».

    «Noi con il Cociv siamo rimasti al protocollo firmato un anno e mezzo fa – spiega Roberto Botto, segretario provinciale Feneal Uil Genova – Dopo di che il Cociv si è reso invisibile, e non comunica neppure con noi». Allo stato attuale, secondo il rappresentante sindacale, non c’è nessun effetto positivo tangibile sul territorio. «Se parliamo di operai inquadrati con contratto edile oggi nei cantieri sono impegnate soltanto qualche decina di unità – sottolinea Botto – Mentre diversi lavoratori hanno altre tipologie contrattuali. Si prevede che per la tarda primavera, forse inizio estate, dovrebbe verificarsi un maggiore assorbimento occupazionale. Però, ad oggi, non c’è alcuna garanzia da parte di Cociv in merito al rispetto del protocollo d’intesa dell’ottobre 2012. E il consorzio Cociv rifiuta il confronto con le parti sociali».

    «Il discorso con Cociv è aperto – afferma Paola Bavoso, responsabile Filca Cisl Genova – adesso l’obiettivo è attivare un tavolo comune per cercare di trovare la maggior collocazione possibile almeno per determinati profili professionali disponibili sul territorio. Per Genova, se parliamo di lavori specializzati in galleria, dobbiamo ammettere di non avere aziende pronte ad operare in simili contesti. Tuttavia, insieme alle altre sigle sindacali, stiamo creando un elenco locale comprendente singole figure professionali con caratteristiche idonee dal quale attingere per la futura richiesta di manodopera».

      Matteo Quadrone

  • Scuole dell’infanzia, a Genova sempre meno bambini: avanzano posti nelle materne

    Scuole dell’infanzia, a Genova sempre meno bambini: avanzano posti nelle materne

    asiloIl giorno della verità. Poco meno di 2 mila famiglie genovesi stanno aspettando di capire quale sarà il destino dei propri figli per i prossimi tre anni. È, infatti, arrivato tanto atteso momento della pubblicazione delle graduatorie definitive per le iscrizioni alle scuole dell’infanzia (i vecchi asili o scuole materne che riguardano sostanzialmente i bimbi dai 3 ai 6 anni) comunali. Sono 1964 le domande ricevute quest’anno dal sistema comunale, a fronte delle 2163 dello scorso anno (mentre la popolazione tra i 3 e 6 anni è calata da 14187 a 13674 bambini). Ogni anno, il sistema integrato comunale-statale-privato offre una disponibilità maggiore rispetto all’intera popolazione in età: per fare un esempio, per l’anno scolastico in corso i posti offerti sono stati 14253 a fronte di una popolazione di 14187 individui, mentre nel 2011/2012 per 14078 bambini tra i 3 e i 6 anni, i posti disponibili erano 14584. Un’offerta più alta della domanda consente ai genitori di scegliere abbastanza liberamente dove mandare a scuola i propri figli ma il sistema di preiscrizione e successiva conferma è alquanto complicato e lascerà famiglie e istituti col fiato sospeso ancora per diverse settimane.

    Proviamo a vedere che cosa succede. Ogni anno i genitori possono richiedere l’iscrizione a una sola scuola dell’infanzia statale mentre possono esprimere una preferenza plurima per le scuole comunali e per le private convenzionate, quello cioè per cui è prevista un’almeno parziale copertura della retta da parte del Comune per le famiglie con Isee basso. Chiuse le preiscrizioni, che potremmo anche definire manifestazioni di interesse, ogni scuola statale stila la propria graduatoria in base ai criteri decisi dal Consiglio d’istituto, che tengono in considerazione il reddito e la condizione socio-economica famigliare, il numero dei figli, lo stato di occupazione dei genitori, eventuali disabilità famigliari o altre particolari criticità. A questo punto, in base ai posti disposizione e alla graduatoria, le segreterie fanno partire le prime telefonate in cerca di conferma delle iscrizioni. Spesso, però, la risposta ricevuta è del tipo: “Grazie, ma preferisco aspettare la pubblicazione della graduatoria delle scuole comunali”. Ciò avviene perché le scuole comunali, che dal punto di vista normativo vengono considerate paritarie, generalmente rappresentano i posti più ambiti grazie soprattutto ad orari più estesi nel corso della giornata e a servizi più ampi lungo tutto il corso dell’anno (venendo, ad esempio, incontro a chi non può occuparsi dei figli per tutti i tre mesi di pausa estiva).

    Ecco, dunque, che il meccanismo si inceppa sostanzialmente fino a oggi, ovvero al giorno di pubblicazione delle graduatorie comunali.

    Queste, naturalmente, vengono stilate con gli stessi criteri su tutto il territorio genovese ma il posizionamento di ogni famiglia varia da scuola a scuola, a seconda di chi ha inoltrato la propria manifestazione di interesse. Una volta ricevute le eventuali disponibilità da scuole comunali e dalla scuola statale prescelta, la famiglia potrà finalmente decidere dove confermare l’iscrizione del bambino. Ecco perché sarebbe auspicabile che le graduatorie statali e comunali diventassero un tutt’uno. Una promessa che circola nell’aria già da qualche anno ma che, nei fatti, non si è ancora concretizzata. In questo bailamme diventa allora molto difficile avere un quadro completo fino a ridosso delle vacanze estive. Senza dimenticare l’opzione delle scuole private, spesso scelte per maggiore vicinanza alla propria abitazione o a quelle dei nonni e per i servizi aggiuntivi.

    Ma anche le scuole pubbliche hanno all’interno della propria offerta formativa peculiarità che meritano di essere quantomeno prese in considerazione dai genitori al momento della fatidica scelta, tenendo ben presente il grado di coinvolgimento della famiglia stessa e la qualità e l’importanza affidata agli spazi e agli ambienti in cui cresceranno i bambini.

    L’asilo, il punto di partenza

    Tra i progetti pedagogici più noti, spicca il cosiddetto metodo Montessori che punta molto sulla libertà del bambino nel suo percorso di apprendimento e sull’importanza della qualità dell’ambiente che lo accompagna nel suo cammino di crescita, rivoluzionando i tradizionali tempi di apprendimento scolastici.  Ci sono poi, naturalmente, le sperimentazioni interculturali, sempre più cruciali per formare i piccoli a ben integrarsi in una realtà così umanamente ricca come quella genovese, e quelle informatiche che introducono l’utilizzo dei computer fin dalle prime basi del cammino didattico. Per chi avesse il pallino della matematica esiste il cosiddetto “Laboratorio zero” che punta a evidenziare l’importanza dei codici naturali da cui siamo circondati, unendo lo stupore della conoscenza del mondo alla razionalità dell’approccio scientifico. C’è anche la possibilità di puntare sulla filosofia fin dai primi passi nel mondo dell’istruzione, attraverso una metodologia didattica che valorizza il dialogo, la partecipazione democratica e lo sviluppo di un pensiero critico all’interno di un contesto relazionale. Non possono naturalmente mancare le sperimentazioni psicomotorie che danno grande importanza al gioco, al movimento, alla relazione e al rispetto interpersonale. Infine, l’educazione ambientale e alimentare con il progetto “Orto in condotta”, promosso a livello nazionale da Slow Food, che stimola i bambini a osservare, conoscere e prendersi cura della natura.

    Asili nido, tutt’altra storia: pochi posti a disposizione

    Questi progetti in alcuni casi propongono sperimentazioni già a partire dagli asili nido. Qui, se possibile, la situazione che riguarda le iscrizioni è ancora più complicata perché le preferenze esprimibili sono pressoché infinite ma i posti a disposizione nel sistema comunale sono assai limitati. La copertura dell’intero servizio, infatti, è di circa il 33% della popolazione in età. Ciò significa che per ogni bambino da 0 a 3 anni che ha la possibilità di andare al nido (comunale o privato che sia) ce ne sono altri due che restano a casa con i genitori, i nonni o i baby-sitter.

    Anche in questo caso, si parla di sistema integrato, come ci spiega il direttore del settore Scuola, Sport e Politiche giovanili del Comune di Genova, Tiziana Carpanelli: «Da anni il Comune di Genova persegue una politica di integrazione tra tutti i soggetti che offrono questo tipo di servizio. I nidi, in particolare, possono essere comunali, accreditati, convenzionati o strettamente privati.  La differenza tra accreditati, il cui rispetto di standard strutturali e pedagogici viene costantemente monitorato dai nostri uffici, e convenzionati sta nel fatto che con questi ultimi il Comune si accorda per un certo numero di posti per cui mette a disposizione una cifra massima a copertura totale o parziale delle rette per agevolare le famiglie con Isee basso».

    A proposito, la retta massima per i nidi comunali è stata finora sempre sotto i 400 euro (398,34 l’anno scorso) per l’orario base 8.30-16.30. Nell’anno scolastico in corso, confermando una quota ormai stabile da diversi anni, i posti a disposizione negli asili nido comunali erano 1901, che salivano a 2287 considerato anche i convenzionati. L’intero sistema integrato, invece, ha messo a disposizione solo 4485 posti a fronte di una popolazione residente tra gli 0 e 3 anni pari a circa 13300 unità. Cifre non particolarmente diverse da quanto accaduto nel passato recente: nell’anno scolastico 2011/2012, ad esempio, i posti a disposizione nel sistema integrato erano 4574, di cui 2469 comunali e convenzionati con una retta massima di 386,36 euro, a fronte di un popolazione di 13910 bambini.

    Volete fare un affare e offrire un servizio alla vostra comunità? Potreste pensare ad aprire un asilo nido a cifre abbordabili e con tanti servizi che possano aiutare i neo-genitori nei loro compiti educativi.

    Simone D’Ambrosio

  • Mini Scolmatore Fereggiano: la Giunta approva il progetto definitivo per la messa in gara

    Mini Scolmatore Fereggiano: la Giunta approva il progetto definitivo per la messa in gara

    torrente-fereggianoCon un breve comunicato stampa il Comune di Genova ha annunciato l’approvazione del progetto definitivo del mini-scolmatore del Fereggiano. L’opera, presentata lo scorso settembre (qui l’inchiesta di Era Superba), aveva suscitato sin dal primo momento non pochi dubbi legati in particolar alla copertura finanziaria e all’incompatibilità con il progetto dello Scolmatore del Bisagno. A conferma di ciò lo scorso febbraio era arrivata anche la bocciatura dal Consiglio Nazionale dei Lavori Pubblici (con 64 pagine di osservazioni, qui il pdf completo).

    La Giunta ha dunque recepito le osservazioni del Consiglio Nazionale, ha prima predisposto e ora approvato il progetto definitivo per la messa in gara. Un segnale chiaro, che dimostra ancora una volta la ferma volontà di Tursi di andare fino in fondo con il mini-scolmatore.

    “La Giunta comunale, riunita questa mattina, su proposta dell’assessore Giovanni Crivello di concerto con l’assessore Valeria Garotta, ha deliberato l’approvazione del progetto definitivo della galleria scolmatrice dei torrenti Fereggiano, Noce e Rovare, quale primo stralcio funzionale dello scolmatore del torrente Bisagno.
    Il progetto comprende: la galleria scolmatrice a servizio dei torrenti Fereggiano/Noce/Rovare, le opere di sbocco a mare in corrispondenza dei bagni Squash, le opere di captazione sul torrente Fereggiano all’altezza di via Pinetti/salita Ginestrato.
    Come noto, l’intervento comporta un costo complessivo di 45 milioni di euro, di cui 25 milioni finanziati nell’ambito del piano nazionale di riqualificazione urbana, 10 milioni stanziati dall’Amministrazione comunale attraverso un mutuo e 5 milioni provenienti da contributo della Regione.
    L’approvazione del progetto definitivo, avvenuta entro i tempi del cronoprogramma a suo tempo annunciato, rende ora possibile predisporre la gara per l’assegnazione dei lavori”.

  • Genova città “amica” degli artisti di strada, il regolamento è fra i meno restrittivi d’Italia

    Genova città “amica” degli artisti di strada, il regolamento è fra i meno restrittivi d’Italia

    Arte di Strada teatro attoriLi incontriamo tutti giorni, con il sole ma spesso anche sotto la pioggia, andando al lavoro, facendo la spesa, in coda al semaforo o più semplicemente passeggiando tra i caruggi. Ma spesso non ci facciamo più neppure caso. Siano essi eccellenti musicisti, pittori brontoloni, giocolieri colorati, acrobati illusionisti, artigiani creativi, writer “naturalisti” o suonatori fantasiosi e magari un po’ fastidiosi. Non ci facciamo quasi più caso perché, ormai, fanno parte del nostro dna o, almeno, di quello della nostra città. C’è chi qualche anno fa voleva dar loro una sorta di carta d’identità professionale, chi voleva istituire un vero e proprio Registro… stiamo parlando degli artisti di strada, quelli che lo stesso regolamento approvato nel 2004 dal Consiglio comunale di Genova (qui il pdf), definisce “fenomeno culturale” e ne valorizza “le varie forme espressive”.

    Insomma, Genova capitale europea della cultura sapeva bene che cultura non vuol dire solo musei, teatri ed eventi istituzionali. Genova, città creativa e dai mille fermenti, sa ancora oggi che per far nascere i fior dal letame bisogna lasciare che il terreno cresca libero e fertile. È probabilmente per questo che il nostro regolamento per l’arte in strada è uno dei meno restrittivi d’Italia e punta a valorizzare la libertà di espressione artistica piuttosto che imbrigliarla dietro norme burocratiche e soffocanti. O almeno questo vorrebbe provare a fare.

    Certo, le stesse norme comunali fanno rifermento a una fantomatica istituzione di un albo professionale, ma non è così chiaro a che cosa possa servire visto che, per potersi esibire, basta una semplice autocertificazione “attestante lo svolgimento di attività di tipo artistico o, in alternativa, il tesserino di appartenenza alle associazioni di categoria”. A parte gli annunci, dunque, del registro degli artisti di strada non pare che se ne sia mai sentito effettivamente il bisogno. Ed è probabilmente per questo che dal 2009 è sparito sostanzialmente dalla circolazione, complice anche l’avvicendamento amministrativo a Palazzo Tursi.  Ma l’assessore alla Cultura, Carla Sibilla, assicura che si tratta di un percorso non del tutto abbandonato: «Stiamo lavorando anche assieme a chi si fa in qualche modo portavoce degli artisti di strada per vedere se c’è la possibilità di apportare aggiornamenti e miglioramenti al regolamento che ben si addicano al nostro territorio».

    In quest’ottica, grande attenzione è stata posta anche ad altre realtà nazionali per cercare di capire se fosse stato possibile cogliere qualche suggerimento utile per la normazione delle esibizioni dei cosiddetti artisti “a cappello”: «I tecnici – spiega ancora Sibilla – si sono soffermati soprattutto su Milano ma hanno trovato una modalità onerosa e burocratica, sia per l’amministrazione che per gli artisti stessi. Noi, invece, vorremmo andare nella direzione di apportare eventuali miglioramenti allo status quo».

    Ecco allora un possibile allargamento del raggio d’azione a tutti gli artisti indipendenti, con particolare attenzione ai più giovani che non trovano spazio nei luoghi più istituzionalizzati della Genova artistica e culturale: «Abbiamo ripreso in mano il regolamento, che nel 2004 era stato seguito soprattutto dal settore Commercio del Comune piuttosto che dall’area culturale – prosegue l’assessore – perché vorremmo far rientrare in questo discorso anche la valorizzazione di tutto il mondo dei creativi genovesi e degli artisti indipendenti. Per cui, il regolamento e anche il tema del registro degli artisti di strada, che non aveva avuto più alcun seguito, può diventare un’opportunità per valorizzare l’arte indipendente, come già cerchiamo di fare con il progetto Cresta, e rispondere a un’esigenza piuttosto sentita dal territorio».

    Se anche queste siano destinate a rimanere soltanto promesse sarà il tempo a dirlo. Resta comunque il fatto che Genova vuole, o quantomeno vorrebbe, prestare continuamente attenzione a chi nasce con una particolare abilità artistica e non ha paura di offrirla agli altri, pur non riuscendo magari a farne fonte di reddito primario.

    Ma chi è, in fin dei conti, l’artista di strada? Trovare una definizione non è così semplice. Ci ha provato il già citato regolamento comunale che all’articolo 2 enuncia: “Sono considerati artisti di strada coloro che svolgono attività di tipo artistico, culturale o ludico in forma spontanea, non finalizzata a lucro”.
    Già da questi passaggi si capisce come non siamo di fronte a prescrizioni bacchettone. Ma qualche norma, com’è giusto che sia, c’è. Intanto, l’occupazione del suolo, che viene concessa a titolo gratuito, non può superare nel complesso i 2 metri quadrati e, naturalmente, può essere effettuata solo con strutture facilmente rimuovibili. Le performance, poi, non devono costituire intralcio al traffico veicolare, ai pedoni e all’accesso agli esercizi commerciali e devono ovviamente rispettare il decoro urbano.

    Nelle more del regolamento sono individuati alcuni spazi in città ritenuti idonei per le manifestazioni degli artisti di strada. Ce n’è per tutti i gusti: da un generico Centro storico al Porto Antico, da corso Italia e Boccadasse alla Passeggiata di Nervi e al Lungomare di Pegli, dai parchi e giardini pubblici alle isole pedonali. Il tutto, naturalmente, con la possibilità di ampliamenti o restrizioni temporanee stabilite direttamente dai Municipi (in realtà, l’ormai datato regolamento parla ancora di Circoscrizioni…).

    Inoltre, se è vero che l’artista di strada non può chiedere il pagamento di un biglietto, è invece assolutamente consentito il cosiddetto “passaggio a cappello” con l’invito a una “libera elargizione” da parte del pubblico.

    Soprattutto per quanto riguarda il Centro Storico, non sono mancate negli anni le lamentele di chi vorrebbe vietate le esibizioni canore e musicali. Ma il regolamento non prevede nulla di tutto ciò. Anzi, all’articolo 9 recita: “Le esibizioni musicali e/o canore sono consentite purché non venga arrecato disturbo a terzi e venga osservata la normativa vigente sull’inquinamento acustico. Il suono degli strumenti musicali potrà essere diffuso anche da piccoli impianti di amplificazione purché le emissioni sonore non superino i decibel consentiti dalla normativa vigente”. Un limite, invece, viene imposto alla durata della performance, non solo musicale, che non può superare i 60 minuti continuativi nella stessa postazione, se ci si trova nei pressi di edifici residenziali o esercizi commerciali.

    L’unico divieto perentorio, invece, è riferito all’utilizzo di “uno o più animali di qualsiasi specie”. Niente circhi improvvisati, dunque, salvo concessioni ad hoc. Hanno, invece, via libera i cosiddetti “madonnari”, che devono però avere l’accortezza di utilizzare per i propri quadri su strada materiali non danneggianti i selciati. I ritratti, comunque, non possono essere realizzati sul sagrato di una chiesa, di un luogo di culto o in altre zone cittadine considerate di alto pregio, oltre naturalmente a tutti i muri verticali.

    Simone D’Ambrosio

  • Testimonianze ricerca azioni, al via la rassegna curata da Teatro Akropolis

    Testimonianze ricerca azioni, al via la rassegna curata da Teatro Akropolis

    teatro-akropolisGiunge alla V edizione Testimonianze ricerca azioni,  il festival di ricerca teatrale organizzato dal Teatro Akropolis di Sestri Ponente. Dall’1 aprile al 4 maggio la rassegna porterà a Genova alcuni fra gli artisti più rappresentativi nell’ambito del teatro di ricerca e delle arti performative a livello internazionale.

    Per la direzione artistica di Clemente Tafuri e David Beronio, Testimonianza ricerca azioni 2014 si articola in sette spettacoli, cinque laboratori, quattro seminari e un progetto di residenza, “tutti eventi indirizzati a un pubblico sempre più ampio e variegato – si legge nella nota stampa –  con una particolare attenzione a chi al teatro intende avvicinarsi con strumenti critici sempre più approfonditi”. Oltre ovviamente al teatro di Sestri Ponente, gli eventi si svolgeranno anche a Palazzo Ducale, Villa Bombrini (Cornigliano) e Villa Rossi (Sestri Ponente).

    Con il sostegno di Regione Liguria, Comune di Genova, Municipio VI Medio Ponente e Società per Cornigliano, anche quest’anno la rassegna sarà raccontata attraverso la pubblicazione di un volume edito da AkropolisLibri e Le Mani Editore (Teatro Akropolis – Testimonianze ricerca azioni vol. quinto), “che raccoglie gli interventi di tutti gli artisti e gli studiosi che partecipano all’iniziativa, consentendo di approfondirne la conoscenza e di accedere a materiali utili al confronto con la scena”.

    Inoltre “grazie alla partnership tra Teatro Akropolis e BlaBlaCar sarà possibile usufruire del servizio di ride-sharing per raggiungere il teatro e partecipare alle attività del festival. Chi verrà in teatro offrendo o ricevendo un passaggio in auto tramite il servizio BlaBlaCar.it, avrà diritto al biglietto ridotto per l’ingresso agli spettacoli, a uno sconto del 10% sull’iscrizione ai laboratori e riceverà in omaggio lo shopper di Teatro Akropolis contenente la borraccia di BlaBlaCar”.

    Gli ultimi tre giorni della rassegna (dal 2 al 4 maggio) saranno dedicati ad un interessante iniziativa chiamata Finestre sul giovane teatro che coinvolgerà quattro compagnie (Teatro dei Venti di Modena, TeatrInGestAzione  di Napoli,
 Teatro Ridotto di Bologna e Teatro Akropolis). Si tratta di “un progetto annuale del Teatro Ridotto di Bologna di cui quest’anno viene riproposta da Teatro Akropolis l’edizione del 2013. Quattro gruppi teatrali si incontrano in tre giorni di lavoro e di scambio di pratiche di lavoro attraverso un laboratorio che coinvolge gli artisti dei rispettivi gruppi. A disposizione cinque posti per altrettante persone che vogliano partecipare gratuitamente ai tre giorni di laboratorio insieme ai quattro gruppi.
 Due ulteriori posti sono disponibili per uditori che desiderino solo assistere al lavoro“.

    Gli spettacoli

    Institutet-for-ScenkonstApre la rassegna giovedì 3 aprile lo spettacolo La logica della passione – Opus Genovamesso in scena dal duo svedese Magdalena Pietruska e Roger Rolin (direttori dell’Institutet för Scenkonst – in residenza al Teatro Akropolis – istituto svedese fondato da Ingemar Lindh, allievo di Decroux), con gli artisti del network internazionale X-Project. Domenica 6 a Villa Bombrini in programma L’Eremita contemporaneo – MADE IN ILVA a cura della compagnia Instabili Vaganti di Bologna e mercoledì 9 si torna all’Akropolis con Il Fascino dell’Idiozia di Zaches Teatro (Firenze).
    Venerdì 11 Festa a Villa Rossi Martini, una serata di festa durante la quale andranno in scena due spettacoli: Senza Niente a cura di L’Attore di Teatro Magro (Mantova) e Elogio Dell’attesa / La figura del cavolo di Davide Frangioni (UBIdanza, Genova). Il giorno dopo Senso Comune all’Akropolis della compagnia modenese Teatro dei Venti e il 17 aprile sempre all’Akropolis chiude C Credo. L’unico spettacolo al mondo con una sola lettera! di Teatro Belcan (Brescia).

    I laboratori

    In programma 4 (ore 18-22), 5 e 6 aprile (ore 14-20) al Teatro Akropolis Essere del fare curato da Roger Rolin e Magdalena Pietruska, Institutet för Scenkonst. L’ 8-9-10-11 aprile ore 18.30-21.30 presso l’auditorium dell’ex manifattura tabacchi di Sestri Ponente Laboratorio di ritmica applicata all’azione fisica di Stefano Tè e Igino L. Caselgrandi del Teatro dei Venti. Il 13-14-15-16 aprile ore 18-22, nuovamente al Teatro Akropolis, Il mestiere dell’attore con Massimiliano Civica (tra i principali registi e pedagoghi del teatro italiano) e infine i giorni 28-29-30 aprile ore 18.30-21.30, Teatro Akropolis, Il gesto come (cre)azione curato da Davide Frangioni / UBIdanza e rivolto ad attori, danzatori e performer.

    Gli incontri e i seminari

    Si parte l’1 aprile alle ore 17 in Sala gradinata-Informagiovani (Palazzo Ducale) con Opus Genova, incontro con l’Institutet för Scenkonst / X-Project. Il 9 e 10 aprile ore 9-18.30 presso Villa Bombrini #Comunicateatro, seminario condotto da Simone Pacini/fattiditeatro sulla comunicazione applicata agli eventi culturali nelle sue forme più innovative, low budget, virali e 2.0. L’11 aprile ore 14-18 e il 12 aprile ore 10-14 (luogo da definire) Viaggi teatrali: dalla tournée alla spedizione antropologica tenuto da Marco De Marinis, studioso, storico del teatro e direttore del DAMS di Bologna. Infine, il 4 maggio alle 18.30 Carlo Angelino e Gerardo Guccini chiudono al Teatro Akropolis con La dimensione perduta del teatro, teatro e sapienza nell’opera di Alessandro Fersen.

  • Pechakucha Night e Sala Dogana: cercasi idee, artisti, creativi a Genova

    Pechakucha Night e Sala Dogana: cercasi idee, artisti, creativi a Genova

    La mostra nella galleria d'arteIn un caso si tratta dello spazio espositivo per eccellenza rivolto ad artisti emergenti genovesi e non, nell’altro dell’ormai ottava edizione dell’evento dedicato alle industrie creative. Il comune denominatore è la ricerca di idee e artisti pronti a mettersi in gioco per far conoscere ed esporre le proprie opere. Stiamo parlando di Sala Dogana e di PechaKucha Night, due occasioni da non perdere per gli artisti e i creativi genovesi.

    Sala Dogana cerca nuove idee

    Aspettiamo i vostri progetti artistici“. Con queste parole l’organizzazione di Sala Dogana apre come di consueto le porte alle idee made in Zena e non solo. Per la programmazione dei prossimi mesi è partita la ricerca di buone idee e progetti da realizzare e presentare la propria candidatura è molto semplice: nominativi e curriculum degli artisti coinvolti, una cartella di descrizione del progetto, l’indicazione del target a cui il progetto si rivolge, necessità tecniche e tempi di realizzazione. La Sala sarà ceduta in comodato d’uso gratuito. A questo indirizzo è possibile scaricare tutta la documentazione necessaria e richiedere maggiori informazioni.

    PechaKucha Night, giovedì 8 maggio via all’ottava edizione

    “Designer, architetti, grafici, fotografi, artisti, stilisti, scrittori, fumettisti, musicisti, videomaker, inventori, scienziati, professionisti che si occupano di comunicazione o editoria, chiunque abbia un’idea, una passione o un progetto creativo e voglia condividerlo e farlo conoscere”, si legge sulla nota stampa diffusa dallo staff di PechaKucha.

    Una parola giapponese che significa chiacchiera e con cui ormai abbiamo preso confidenza, un evento internazionale nato a Tokyo che interessa ormai più di 740 città in tutto il mondo e che a Genova è già arrivato all’ottava edizione.

    I candidati avranno l’oppurtunità di presentare e condividere i propri progetti sul palco della Claque in Agorà giovedì 8 Maggio 2014. Partecipare è molto semplice ed è gratuito; è sufficiente scaricare la scheda di partecipazione e il format di presentazione power point e inviare il tutto entro domenica 20 aprile all’indirizzo pkn.genova@gmail.com (scheda di partecipazione, in italiano e in inglese, 7 slide di presentazione di cui almeno 1 rappresentativa del progetto, foto o logo).

    Ogni creativo avrà a disposizione 6’40’’ e 20 immagini, ogni immagine dura 20’’. Un software gestirà la sequenza delle immagini e dei creativi e non sarà possibile bloccare la sequenza. Quindi è consigliabile strutturare il proprio intervento basandosi su queste indicazioni per evitare di essere interrotti bruscamente. L’orario di avvio delle danze non potrà che essere anche per questa edizione primaverile il doppio 20…

    Per maggiori info o cambi al programma http://www.facebook.com/pages/PechaKucha-Genova/339366006077341