Anno: 2014

  • Under The Map, progetto made in Zena. Video interviste di approfondimento con esperti e docenti

    Under The Map, progetto made in Zena. Video interviste di approfondimento con esperti e docenti

    under-the-mapAvete mai sentito parlare di Under the Map? In un momento in cui si parla molto di start-up e iniziative creative, durante una puntata di #EraOnTheRoad siamo andati a conoscere i fondatori di questo progetto “made in Zena”. Una bella giornata, un caffè insieme, una conversazione stimolante in cui ci hanno illustrato, con entusiasmo e competenza, i punti principali della loro iniziativa.

    In sostanza, Under the Map è una web tv che nasce a Genova nel febbraio 2013 dall’iniziativa di un gruppo di ragazzi under 30 – quasi tutti dottorandi all’Università di Genova – e si occupa di politica internazionale, cultura e società. Il progetto nasce con l’intento di parlare di questioni complesse (come quelle relative a diritti umani, mediazione culturale, Medio Oriente, diritti dei popoli) in modo semplice e alla portata di tutti. La situazione si complica se pensiamo che, per riuscire in questa ambiziosa missione, i ragazzi sono armati soltanto di uno smartphone: con il telefonino intervistano esperti, ricercatori e docenti universitari di fama internazionale che arrivano a Genova per partecipare a eventi, incontri, conferenze.

    Nuovo, veloce, “giovane”, indipendente, social: il progetto è efficace e praticamente a costo zero, per questo ci piace. Abbiamo posto alcune domande ai ragazzi. Ecco cosa ci hanno risposto.

    Come è nata l’idea di dar vita a Under the Map?

    «Il progetto è stato elaborato in via sperimentale ormai un anno fa, nel febbraio 2013, e si può dire che l’idea è nata all’interno del DISPO, il Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università di Genova in Largo Zecca: siamo un gruppo di amici dottorandi in Scienze Politiche che ha deciso di unire le proprie forze e mettere a disposizione le diverse competenze per far partire questa sperimentazione».

    Come funziona il progetto e come si svolgono le interviste?

    «Abbiamo deciso di partire proprio da Genova e di approfittare degli eventi culturali che si svolgono in città per interagire con esperti e studiosi, e far loro domande su alcuni temi di interesse generale. Partecipiamo spesso agli incontri a Palazzo Ducale (prossimamente parteciperemo a “La Storia in Piazza”, ad esempio) e in Università e intervistiamo i nostri interlocutori usando il telefonino. Poi tagliamo il video per renderlo più chiaro ed efficace: non più di 2 minuti per ogni risposta. Sono incontri a cui avremmo partecipato in ogni caso, per interesse personale: abbiamo colto l’occasione per approfondire tematiche di attualità per le persone che non possono partecipare o che magari non abitano in città: siamo partiti da Genova per rivolgerci anche altrove, a un bacino di utenti più ampio. Abbiamo voluto dire che non è vero che nella nostra città non succede niente ma che anzi gli eventi sono tanti: basta informarsi, essere motivati, avere degli interessi. Chi vuole vedere le nostre interviste e ascoltare i contributi, può seguirci su vari social media. Per prima cosa abbiamo aperto un canale YouTube sul quale caricare le interviste, poi una pagina Facebook, e infine è arrivato Twitter: ci teniamo a essere presenti su vari media per raggiungere target diversi».

    Quali sono le caratteristiche che contraddistinguono il progetto?

    «Per prima cosa, abbiamo scelto di essere indipendenti. Non riceviamo finanziamenti o sovvenzioni da nessuno, e il progetto è nato per cause contingenti all’interno dell’Università ma non è stato promosso o proposto dall’Ateneo: certo, capita di cercare un confronto con i professori, ma niente di più, non c’è alcuna partnership né niente del genere. Da soli, abbiamo dato vita a una redazione vera e propria: ci riuniamo una volta al mese per decidere il calendario di eventi cui partecipare e le interviste da svolgere. Gli incontri si svolgono di volta in volta in luoghi diversi: evitiamo l’Università e preferiamo altri luoghi come abitazioni private, bar e altri spazi pubblici. Ad esempio, a breve ci piacerebbe riunirci all’interno della nuova sede dell’associazione di quartiere A.Ma. in Via della Maddalena, visto che alcuni di noi ne fanno parte: sarebbe un modo per renderci utili e contribuire tenere alzate le saracinesche in una zona in cui ancora troppe serrande sono abbassate. In redazione, ognuno di noi sa cosa deve fare: i compiti sono ben ripartiti, ciascuno è autonomo e il lavoro procede senza intoppi. Lo “zoccolo duro” è costituito da sei persone, poi ci sono altri collaboratori occasionali: ci siamo allargando e stiamo imparando pian piano a gestire sia il gruppo, sia il progetto in crescita. Non l’abbiamo mai fatto prima e per noi è uno “work in progress”, impariamo strada facendo. Non ci sono gerarchie all’interno del gruppo, ma vige una logica orizzontale. Inoltre, ci teniamo molto a dire che non siamo una testata giornalistica e le nostre interviste non si sovrappongono a quelle che escono sui giornali, ma sono piuttosto approfondimenti specialistici, con domande di dottorandi a studiosi».

    Un bilancio a un anno dall’inizio: il riscontro è positivo?

    «Siamo soddisfatti, abbiamo un buon seguito e il nostro pubblico è eterogeneo: soprattutto giovani, studenti e addetti ai lavori, ma anche istituzioni culturali in senso lato, persone interessate per “cultura generale” e giornalisti che cominciano a seguirci su Twitter. Il progetto è stato apprezzato e per il futuro vogliamo ancora crescere e cercare nuove collaborazioni».

     

    Elettra Antognetti

  • Lorenzo Malvezzi e le sue “Canzoni di una certa utilità sociale”. La nostra intervista

    Lorenzo Malvezzi e le sue “Canzoni di una certa utilità sociale”. La nostra intervista

    Lorenzo MalvezziLorenzo Malvezzi, cantautore genovese nato negli anni ’70, ha vagabondato per lo stivale sino al ritorno in patria e alla pubblicazione del primo disco solista “Canzoni di una certa utilità sociale“.  Giovedì 27 marzo Malvezzi sarà in scena alla Claque con uno spettacolo di teatro-canzone, monologhi recitati intervalleranno le canzoni del disco. Un disco pop, sia come sound che come intenzione, dove la parola “pop” non vuole certo essere una parolaccia… Una struttura semplice, un sound pulito caratterizzato da tanti motivi orecchiabili che ben si sposano con l’ironia dei testi che raccontano le tante contraddizioni del nostro “essere italiani”. Abbiamo fatto qualche domanda a Lorenzo, ecco l’intervista.

    Ormai già diversi anni vissuti di e con la musica… come va il vostro “rapporto”? Come sei riuscito a mantenere sempre alto il livello di guardia? Seguendoti sui social capita ogni tanto di imbattersi in tue “dichiarazioni d’amore” per il lavoro che fai…

    «Io amo profondamente quello che faccio. Mi sento fratello di tutti quelli come me, che nonostante i tanti chilometri, gli orari impossibili, i mille sbattimenti per stare nelle spese, continuano a credere nei loro sogni e tengono duro. Senza queste persone, il mondo sarebbe in bianco e nero».

    lorenzo_malvezzi_canzoni_di_una_certa_utilita_socialeDopo tanto girovagare sei tornato a Genova in pianta stabile, riesci a convivere serenamente con la tua città o anche tu fai parte di quella schiera di artisti genovesi che amano definirsi non profeti in patria?

    «Genova mi fa venire in mente il film 300. Sai quando Leonida calcia giù dal pozzo il messaggero di Serse e dice “Questa è Sparta”? Beh… è stata una errata traduzione in realtà lui dice “Questa è Genova”. Però non è vero che a Genova non succede niente, è che molti genovesi sono pigri e poco curiosi. Un esempio?! Ha appena aperto un posto fichissimo il TigerSpot in via San Vincenzo, dove fanno cose veramente interessanti. Quando parlo del Tiger la maggior parte della gente mi dice “ma non è un negozio?”. Il tiger non è solo un negozio, basta fare una rampa di scale e ti si apre un mondo: mostre, corsi, concerti , caffetteria, giochi da tavolo, ping pong, cocktail e divanetti. Gratisss!! Basta fare una rampa di scale».

    Riesci a vivere di musica in un periodo come questo dove i cachet per gli artisti che si esibiscono sono bassi e il mercato del disco non è più una risorsa a cui attingere?

    «Vivere di musica diventa sempre più difficile. Tra musicisti, a Genova, si dovrebbe fare più squadra, più spogliatoio. Come hanno fatto i cabarettisti. Sono un fronte unito e questo impone che sul mercato abbiano una forza maggiore a livello di contrattazione e prezzo. I musicisti invece si fan la lotta tra loro, c’è quello che fa il furbetto, quello che vuole gestire e secondo me è un’immensa stronzata; si dovrebbe condividere il locale che ti fa suonare, e non prenderlo come baluardo, mettendoci una bandierina. Io e Bobby Soul, ad esempio, tra noi ci siamo sempre scambiati i locali, risultato abbiamo suonato di più.
    Si dovrebbe parlare tra musicisti. Scegliere che sotto un certo cachet non si va, se siamo tutti d’accordo e un locale vuole fare musica, paga il giusto; perché non è lui a fare il prezzo, ma il professionista (i camerieri prendono un tot all’ora indipendentemente se il locale ha gente o meno). A me questa storia della crisi fa girare il cavolo, i gestori ti vogliono pagare meno perché c’è la crisi,
    però il loro menù aumenta il prezzo, non diminuisce».

    Infine parlaci del disco, della traccia che consigli ai lettori di Era Superba di ascoltare per prima…

    «Il disco è un concept album. Trattando di temi seri in modo ironico e satirico potremmo definirlo una vignetta in musica. È questa la sua caratteristica. Non volevo fare un disco poetico. Volevo un disco concreto, in cui alla fine di ogni brano sai cosa hai ascoltato
    e non ti chiedi: “ma che cazzo ha detto?”. Ho volutamente fatto un lavoro hemigwayano, ho tolto i fronzoli per dare azione… il disco è diventato in modo naturale uno spettacolo di teatro canzone con monologhi che, a volte in modo cinico, a volte in modo incantato, parlano delle contraddizioni di ognuno di noi. I singoli dell’album sono “test psicoattitudinale” e “Manifesto popolare” che sono molto identificative per un primo ascolto, però io amo tantissimo “Come la Santanchè”,”Abbestia”, “Escort Progressista”
    ed “Educazione civica”… ogni volta che le suono me le godo proprio. Al lettore curioso di Era Superba che vuole capire di che cosa parla il disco in un ascolto, beh gli consiglio “Canzoni di una certa utilità sociale” che è la title track, e spiega meglio di qualunque altra la mission dell’album».

  • Genova, more than this: presentato a Tursi il nuovo logo della città

    Genova, more than this: presentato a Tursi il nuovo logo della città

    genova-more-than-this-permalosa-apertaAvete fatto caso nelle ultime settimane a quei cartelloni pubblicitari difficilmente interpretabili a sfondo rosso con la scritta “more than this”? Alcuni di questi manifesti riportavano anche delle parole enigmatiche, “permalosa e aperta”.
    Bene, il soggetto è la città di Genova e quei manifesti sono il risultato della campagna promozionale adottata dal Comune per destare curiosità fra i genovesi in vista della presentazione ufficiale, avvenuta questa mattina a Tursi, del nuovo logo di Genova.

    “Abbiamo pensato di non identificare la città con un logo che riprendesse un monumento o un aspetto soltanto, rivelando dunque il già noto o visibile, ma abbiamo semplicemente scritto il suo nome senza rivelarlo completamente, lasciando alcune parti nascoste, invisibili, che solo lo sguardo sensibile di chi guarda può completare. Perché Genova si rivela a piccoli passi, e quando lo fa è sempre di più di quanto lasci immaginare. Genova è MORE THAN THIS.” Sono le parole di Valeria Morando e Anna Giudice, le due autrici che hanno vinto il Concorso Internazionale di idee per il nuovo logo di promozione della città, bandito dal Comune nell’ambito del progetto europeo Urbact – City Logo.

    Genova more than this

     

    Al bando di concorso hanno partecipato 373 proposte; la vincitrice è stata selezionata da una Commissione internazionale tecnica e professionale, composta da Sinead Mullins (Responsabile Comunicazione Eurocities), Giuseppe Lamarca (Formula Adv, per TP – Associazione Italiana Pubblicitari Professionisti), Mario Piazza (Politecnico di Milano, per AIAP Associazione Italiana Design della Comunicazione Visiva), Andrea Rauch (Rauch Design, per AIAP Associazione Italiana Design della Comunicazione Visiva); oltre che da Cesare Torre (Direttore Comunicaizone e Promozione della Città – Comune di Genova).

    Il progetto europeo Urbact – City Logo ha coinvolto Genova ed altre 10 città europee (capofila Utrecht), i costi sono stati coperti dall’Unione Europea.

  • Terzo Valico, espropri a Trasta. Il caso: «Rivendico il diritto di oppormi a una scelta politica sbagliata»

    Terzo Valico, espropri a Trasta. Il caso: «Rivendico il diritto di oppormi a una scelta politica sbagliata»

    terzo valico trasta4Non è stato il primo e non sarà nemmeno l’ultimo. L’esproprio dei terreni del signor Vittorio Calvini per far spazio ai lavori del Terzo Valico in via Ceresole, a Trasta, ha occupato le pagine dei quotidiani locali la scorsa settimana ma è tornato a far parlare di sé ieri pomeriggio in Consiglio comunale, attraverso un articolo 54 del Movimento 5 Stelle che mirava a fare chiarezza sulle modalità con cui il Cociv si è introdotto con i propri mezzi su quello che fino alla sera prima era un terreno coltivato.

    «Ci sono quantomeno dei dubbi sulle modalità e la tempistica della consegna dell’atto espropriativo» ha detto il capogruppo grillino in Sala Rossa, Paolo Putti. «Non è possibile che l’esproprio avvenga il giorno successivo al recepimento della notifica, facendo sbaraccare i contadini senza neppure avvertirli. Immaginatevi un uomo di 70/75 anni con la moglie che si vede arrivare ruspe e quant’altro in un terreno in cui il giorno prima era lì a zappare. Sapete che cosa ha detto? “Potevate almeno lasciarmi raccogliere le fave”. Questa è la distanza che c’è tra la vita degli uomini e quella di chi sta nelle posizioni di comando e se ne frega».

    Dura la replica del vicesindaco Bernini che ha ricordato come dopo una prima fase non proprio ortodossa degli espropri, l’amministrazione comunale abbia avviato un percorso fruttuoso tra gli interferiti e il Cociv offrendo compensi per gli espropri di molto superiori al valore di mercato dei terreni. «Il Cociv– sostiene il vicensindaco – pagherebbe anche un indennizzo all’affittuario, come nel caso del signor Calvini e dell’usufruttuario del suo terreno, se il rapporto fosse dimostrato almeno da un comodato gratuito. Ma il signor Calvini – prosegue Bernini – ci ha scritto che non aveva nessuna intenzione di essere aiutato nel rapporto con Cociv e che avremmo dovuto cambiare mestiere perché il Terzo Valico è un’opera inutile. Invece, avrebbe forse avuto il tempo utile per avvisare l’affittuario di non piantare le fave»

    «La colpa è del Cociv è che non mi ha dato i dieci giorni di tempo prima dell’esproprio come previsto dalla legge» risponde indirettamente il proprietario del terreno. «Certo forse il giorno stesso avrei potuto avvertire il contadino ma per me, in quel momento, l’esproprio era un’operazione illegittima. Quello del Cociv è stato un atteggiamento molto arrogante: se uno si oppone non deve per forza essere trattato male».

    «La parte terribile di questa storia – prosegue il signor Calvini – è che loro si fanno forti di poter comprare la disperazione della gente sfruttando le enormi disponibilità economiche che queste grandi opere hanno dietro. Ma in realtà non esiste una cifra che potete darmi per ripagarmi di quello che vado a perdere».

    Il signor Calvini sembra avere ragione anche dal punto di vista legale, come ci spiega l’avvocato Alessandro Gorla che, seppur penalista, è diventato un punto di riferimento imprescindibile per il movimento no Tav, grazie a quella che lui stesso definisce “vicinanza politica e affettiva e anche perché se no non se ne sarebbe occupato nessuno”: «Formalmente – spiega l’avvocato – l’avviso è stato inviato da Cociv a febbraio, quindi nei termini corretti. Il problema riguarda però la notifica che è avvenuta il giorno prima della presa in possesso quando di legge dovrebbe esserci una settimana di tempo. L’altra mattina avevamo una rivendicazione giusta e legale. Tra l’altro il giorno prima avevamo diffidato il Cociv via fax dicendo che non c’erano i termini legali per l’esproprio ma non siamo stati ascoltati. Quando mi sono rivolto alle forze dell’ordine chiedendo spiegazioni, mi sarei aspettato che dicessero : “ok, impacchettiamo tutto e andiamo a casa”.  Invece, hanno risposto che non avevano competenza per decidere e che se mai avremmo potuto fare ricorso. Piccolo particolare: il ricorso costa solo che di bolli 2 mila euro. Avrebbero potuto sospendere in attesa di chiarimenti. Per carità uno il ricorso lo fa anche ma il terreno ormai è stato dissodato».

    Nei giorni scorsi lo stesso Calvini ci racconta di aver scritto una mail alle caselle istituzionali di sindaco e vicesindaco ma di non aver ricevuto ancora nessuna risposta: «Nel messaggio – spiega il proprietario del terreno espropriato – chiedevo al vicesindaco una spiegazione concreta sul perché si debba realizzare un’opera che consenta di potare su un treno dei camion che a loro volta trasportano container.  Non voglio una risposta generica tipo “l’ha deciso l’Europa” o “quando ci sarà l’opera senz’altro servirà”.  Voglio una valutazione costi benefici. Al sindaco, poi, ricordavo come lo stesso don Gallo  – che ha sostenuto la sua candidatura – avesse esplicitamente richiesto la presenza della No Tav sulla sua bara».

    Alla valutazione costi benefici fa riferimento anche il capogruppo del Movimento 5 stelle in Consiglio comunale, Paolo Putti: «È chiaro che più vanno avanti i giochi più è difficile che accada qualcosa di clamoroso, anche se siamo in Italia e abbiamo visto che tanti lavori partono giusto per far avviare i cantieri. Il problema è che nel frattempo il contesto è completamente mutato, con lo stesso Moretti (a.d. di Trenitalia, n.d.r.)  che ha più volte  ribadito come quest’opera non sia rilevante e che ci si renderà conto solo dopo di quanto in realtà non serva. Una situazione, peraltro, che si sta verificando a Genova su tutte le grandi opere che si vogliono “fare tanto per fare”. Ma questo “fare” non porta neppure lavoro in città, salvo qualche pasto in trattoria nelle zone di cantiere».

    È vero che probabilmente lo stesso Calvini, pur non avendo aderito alla trattativa privata con il Cociv attraverso la mediazione del Comune, riceverà l’indennizzo base previsto per la realizzazione dell’infrastruttura, ma la sua è più che altro un’opposizione all’opera in sé. «Io non sono di per sé contrario agli espropri per opere pubbliche che sono una cosa legale e sacrosanta. Ma sacrosanta è anche l’opposizione a scelte politiche sbagliate. Se mi viene dimostrato che l’opera è indispensabili allora non dovrebbe neanche esserci bisogno della mediazione del Comune per avere più soldi, a meno che non si presupponga che quelli del Cociv vogliano fregare la gente. Io rivendico il diritto di oppormi a una scelta politica sbagliata».

    C’è un altro elemento che nelle ultime ore va ad intricare la situazione di questo terreno espropriato e conteso. Secondo alcune testimonianze provenienti direttamente da Trasta, ma non confermate dal Cociv che nella serata di ieri si è negato al telefono, i cantieri sarebbero stati bloccati per il ritrovamento di un tubo dell’Iplom. «Il progettista della Cociv lo sapeva benissimo» sostiene Calvini. «Tra l’altro ce n’è pure un altro dell’Eni».

    «Non mi è ancora giunta questa notizia – diceva ieri pomeriggio in aula il vicesindaco Bernini – ma posso dire che la presenza di oleodotti o gasdotti nel sottosuolo deve essere appositamente segnalata da paletti. Se ciò non è avvenuto, la responsabilità è del proprietario della tubatura».

    Fin qui il problema degli espropriati. Ma c’è anche chi, durante i lavori e ad opera realizzata, resterà a vivere in queste zone interferite dal Terzo Valico. «Di fatto – spiega il proprietario dei terreni di Trasta – chi cede la proprietà esce da questa situazione. Alcuni vicini sono stati anche ben contenti di dare il terreno perché hanno case senza accesso diretto alla strada e hanno ottenuto in cambio la promessa di poter sfruttare in futuro quella costruita per il cantiere. Vedremo, per ora restano solo promesse».

    «D’altronde – chiosa l’avvocato Gorla – questi hanno pagato fantastiliardi per case diroccate solo per non avere problemi di opposizione e quant’altro». Ma c’è chi, come il signor Calvini, non è disposto ad ammainare la propria bandiera, seppure qualche euro in più farebbe molto comodo.

    Simone D’Ambrosio

  • Torre Piloti: concorso di fotografia e illustrazione per la realizzazione della mostra al Museo Galata

    Torre Piloti: concorso di fotografia e illustrazione per la realizzazione della mostra al Museo Galata

    Padiglione della Fiera di Genova L’associazione Promotori Musei del Mare Onlus e l’Accademia Ligustica di Belle Arti di Genova lanciano il nuovo concorso di fotografia ed illustrazione per la realizzazione della mostra “Torre Piloti, ospitata sulle rampe del Galata Museo del Mare dal 7 maggio al 1 giugno, ad un anno di distanza dalla tragedia che ha colpito Genova e il suo porto.

    Tema del concorso e informazioni

    Il dramma percepito dagli occhi di fotografi e illustratori. Interpretazioni, documentazioni, evidenze.
    Sulla tragedia della Torre Piloti di Genova, la dimensione personale e professionale dell’artista in grado di raccontare con sensibilità, secondo differenti tematiche espressive, un tema profondo e complesso come quello in questione. Siano esse produzioni documentaristiche o artistiche interpretazioni, possa tuttavia servire a sensibilizzare le coscienze altrui.

    Sono ammessi al concorso le opere di illustratori e fotografi residenti in Italia o Europa e la partecipazione gratuita. Solo i finalisti  dovranno versare in un secondo momento  una quota di € 30 come contributo spese.
    Le dimensioni massime delle opere non devono superare i 100Cm per lato, il supporto di stampa (Forex, Poliuretano, Plexiglas, Compensato) è libero.

    Le opere andranno inviate all’indirizzo mail eventi@buccierodesign.it entro il 10 aprile.. Solo i progetti degli artisti selezionati, dovranno essere spediti tramite corriere* già provvisti di attaccaglie, entro e non oltre il 28 aprile 2014.

    Il bando di partecipazione è disponibile qui

    Premi

    Saranno selezionati da una giuria di esperti 50 finalisti.
    Al vincitore del concorso sarà corrisposto un premio in denaro ammontante ad euro € 1.000,00 al lordo delle imposte di legge, al secondo e terzo classificato, sarà consegnata una menzione d’onore durante la cerimonia di premiazione, il giorno del Finissage.
    Le tre opere vincitrici non saranno restituite, la somma ricavata dalla loro vendita sarà devoluta in beneficenza al “Comitato Vittime Evento Crollo Torre Piloti/VTS”

    Beneficenza

    Il progetto Mostra Torre Piloti, nasce con il fine unico, di raccogliere fondi, da destinarsi in beneficenza, ai feriti ed alle famiglie delle vittime del crollo della torre piloti.

    Le donazioni benefiche , sono facoltative e saranno raccolte durante tutta la durata dell’evento; il sito di riferimento www.produzionidalbasso.com – Mostra Torre Piloti. Sarà inoltre possibile raccogliere donazioni tramite bonifico bancario intestato a:
    Comitato Vittime Evento Crollo Torre Piloti/VTS
    IBAN: IT42S0333201400000000947011 Causale: Concorso Fotografico Torre Piloti

     

  • Giornate Fai di Primavera 2014: tutti i luoghi da visitare a Genova e Provincia

    Giornate Fai di Primavera 2014: tutti i luoghi da visitare a Genova e Provincia

    San fruttuoso di CamogliSabato 22 e domenica 23 marzo è in programma la ventiduesima edizione delle Giornate FAI di Primavera, evento dedicato al patrimonio artistico-culturale e ambientale italiano che quest’anno prevede l’apertura straordinaria di oltre 750 luoghi in tutte le regioni d’Italia, con visite straordinarie a contributo libero.

    Sarà l’occasione per visitare luoghi affascinanti e spesso inacessibili, aperti al pubblico per l’occasione e illustrati e raccontati da guide d’eccezione, gli Apprendisti Ciceroni®, giovani studenti che illustreranno aspetti storico-artistici dei monumenti. Inoltre non mancheranno le visite guidate per cittadini di origine straniera, che verranno effettuate in diverse lingue in base alle diverse cittadinanze di stranieri presenti.

    Quest’anno le Giornate FAI di Primavera sono dedicate all’imperatore Augusto nel secondo millenario della sua morte. Tra le 750 aperture in tutte le regioni d’Italia, 120 aperture racconteranno la sua storia. Una dedica all’uomo che ha segnato una pausa nella vorticosa espansione dell’Impero Romano, pausa che gli ha consentito di ristrutturarlo e di farlo rinascere. E Roma è diventata una grande capitale, posta al centro del cuore dell’Impero.

    Anche Genova e la Liguria partecipano all’inziativa. Qui di seguito i luoghi da visitare a Genova e Provincia

    Abbazia di San Fruttuoso di Camogli

    Sabato e domenica 22-23 marzo: ore 10 – 15.45
    Orario di chiusura soggetto a variazioni in base all’ultima corsa del battello di rientro per Camogli

    L’incontro armonico tra uomo e natura Monastero benedettino, covo di pirati, umile abitazione di pescatori e poi per secoli proprietà dei principi Doria, l’Abbazia di San Fruttuoso è oggi un luogo assolutamente unico, dove l’opera dell’uomo si è felicemente integrata con quella della natura. L’Abbazia è una perla del X-XIII secolo che splende in una profonda insenatura della costa del Promontorio.

    Eventi collegati:
    Notturno a San Fruttuoso: voci e suoni dal buio. Sabato 22 marzo (ore 21), una visita insolita per imparare a vedere l’arte attraverso la narrazione e a riconoscere l’avifauna attraverso i richiami. Un’esperienza unica per esplorare il mondo senza l’ausilio della vista, alla scoperta di uno degli angoli più caratteristici del Parco di Portofino. La prima attività sarà condotta all’interno dell’Abbazia da Lidia Schichter, ideatrice del progetto “Appuntamento nel Buio” ed esperta nell’ambito delle abilità psicosensoriali, con il contributo di alcuni ragazzi non vedenti, mentre la seconda, condotta dal naturalista ed esperto ornitologo Riccardo Nardelli, in collaborazione con l’Oasi LIPU di Arcola, prevede un breve itinerario a piedi lungo il sentiero che conduce al vecchio eliporto di San Fruttuoso. Ingresso a contributo libero, biglietto del battello Camogli – San Fruttuoso: a/r € 12 a persona. Prenotazione obbligatoria al numero 0185-772703.

    Barberia Giacalone

    Vicolo Caprettari, 14 rosso, 16123, Genova, GE
    Sabato: ore 10 -18. Domenica: ore 10 – 13 / ore 15 – 18

    La piccola barbieria, allestita dal padre Giacalone nel 1882, è stata rinnovata nell’arredamento dal figlio Italo, nel 1922, secondo il gusto e le forme dell’Art Déco. Sullo sfondo di tradizionali piastrelle bianche, il gioco dei vetri colorati sulle pareti e a soffitto, delle lampade e dei riflessi negli specchi ovali, avvolge festosamente l’osservatore. Il piccolo negozio (10 mq) è stato acquistato dalla Delegazione di Genova, che ha reperito i fondi fra enti e privati cittadini.

    Villa Crosa Diana

    Via Nicolò Daste, 14, 16149, Genova, GE
    Sabato e domenica: ore 10 – 18
    Visite guidate a cura degli Apprendisti Ciceroni® dell’I.S.S.S. “Firpo – Buonarroti”, del Liceo Classico “G.Mazzini”, del Liceo Classico dell’Istituto “Emiliani”
    Visite guidate anche in inglese e spagnolo

    La famiglia Crosa commissionò la costruzione di questa villa nel tardo 1500. Non si conosce quale tra i Crosa fu il committente né l’architetto che la progettò. Villa Crosa Diana, proprietà dell’ Opera Pia Conservatorio dei Fieschi è stata costruita quando Sampierdarena era un luogo di soggiorno estivo e poi trasformata nei primi decenni del secolo scorso in industria conserviera.

    Villa Imperiale Scassi La Bellezza

    Largo Gozzano, 3, 16149, Genova, GE
    Sabato e domenica: ore 10 – 18
    Visite guidate a cura degli Apprendisti Ciceroni® del Liceo Classico “D’Oria”, del Liceo Scientifico “G.Cassini”, Liceo Artistico “Klee – Barabino”, Liceo Classico “Colombo”
    Visite guidate anche in inglese e spagnolo

    Villa Scassi è nata come Villa Imperiale dal nome del principe Vincenzo Imperiale. Mirabile era soprattutto l’enorme giardino all’italiana che circondava l’edificio, ritenuto uno dei più belli d’Italia. Residenza degli Imperiali fino al 1757, la villa fu adibita a caserma e poi trasformata in ospedale finché, nei primi decenni dell’Ottocento, fu ceduta ad Onofrio Scassi che la riportò agli antichi splendori. Oggi è diventata proprietà del Comune ed ospita la scuola media N. Barabino.

    Villa Spinola dei Duchi di San Pietro

    Via Spinola di San Pietro, 1, 16149, Genova, GE

    Sabato: ore 14 – 18. Domenica: ore 10 – 18
    Visite guidate a cura degli Apprendisti Ciceroni® del Liceo “Piero Gobetti”, del Liceo Linguistico Internazionale “G.Deledda”, del Liceo Classico “G.Mazzini”, del Liceo Scientifico G.Cassini
    Visite guidate anche in inglese e spagnolo

    La villa, fatta costruire nella seconda metà del Cinquecento dalla famiglia Spinola, per le caratteristiche architettoniche deriva dal modello alessiano. La decorazione pittorica della villa venne affidata al pittore genovese Bernardo Castello che nel 1611 data e firma con le proprie iniziali i cinque riquadri del pian terreno con le Storie di Paride. Tra gli altri artisti che decorarono la villa ricordiamo Domenico Fiasella, Giovanni Carlone e Giovanni Andrea Ansaldo.

    Lavagna, Casa Carbone

    Via Riboli, 14, 16033, Lavagna, GE
    Sabato e domenica ore 10 – 18

    Per maggiori informazioni contattare Casa Carbone al num. 0185 393920 oppure Cooperativa TerraMare al num. 0185 41023 visitefai@terra-mare.it

    Visite guidate a cura degli Apprendisti Ciceroni®: IISS “F. Liceti” di Rapallo e IPSC “Giovanni Caboto” di Chiavari

    Oggetti d’arte, ceramiche e arredi fin-de-siècle, tempere parietali, dipinti di scuola ligure del XVII secolo e vivaci pavimenti a terrazzo decorano Casa Carbone, tipica costruzione ligure del XIX secolo che custodisce con fedeltà e calore l’atmosfera domestica e il gusto dell’abitare a cavallo tra Ottocento e Novecento. Ereditata dal FAI dai fratelli Emanuele e Siria Carbone, proprietari e ultimi abitanti, Casa Carbone è una vera e propria casa-museo.

    Santa Margherita Ligure Grand Hotel Miramare
    Il Grand Hotel di Santa Margherita Ligure e la sua storia

    Via Milite Ignoto, 30, 16038, Santa Margherita Ligure, GE

    Sabato: ore 14.30 – 18.30. Ingresso riservato agli Iscritti FAI
    Domenica: ore 9 – 12.30 / 14 – 17.30

    Visite guidate a cura degli Apprendisti Ciceroni®: I.I.S. S. “Fortunio Liceti” di Rapallo; I.P.S.C.T. “Giovanni Caboto” di Santa Margherita Ligure

    Uno dei primi Grand Hotel della Riviera Ligure: nel 1933, sulla terrazza panoramica Guglielmo Marconi trasmise, per la prima volta nel mondo, segnali radio telegrafici e radio telefonici. Lo scienziato fece del Miramare la sua sede di rappresentanza, alloggiando nella suite 105 (aperta per la Giornata Fai di Primavera). Lungo il percorso, attraverso la hall, i saloni e il primo piano, saranno esposti foto, argenteria d’epoca e memorabilia di un Grand Hotel.

    L’elenco completo dei siti visitabili in italia è disponibile nel sito del Fai qui

  • Era Superba in viaggio con YEAST: da Genova a Cipro per parlare di Unione Europea, media e giovani

    Era Superba in viaggio con YEAST: da Genova a Cipro per parlare di Unione Europea, media e giovani

    Cipro e l'EuropaPartiremo da Genova, un viaggio che per ora sembra tutto fuorché semplice: un treno, un bus, un aereo, tre navette, tre giorni (ok, in mezzo ci sarà pure una sosta relax sulle spiagge di Larnaca) per raggiungere Nicosia, capitale cipriota, in cui i membri dell’associazione E-Youth accoglieranno dal 21 al 27 marzo una rappresentanza di 25 giovani under 35 provenienti da vari Paesi dell’Unione Europea (Spagna, Grecia, Italia, Croazia, Bulgaria, Polonia).

    In mezzo a loro ci saremo anche noi, una piccola delegazione di genovesi, parte della redazione di Era Superba. Partiremo grazie all’Associazione genovese Yeast, progetto cui anni fa hanno dato vita nel 2012 tre ragazzi del capoluogo ligure, Monica Poggi, Stefania Marongiu e Alessandro Boretti, e atterreremo in terra cipriota per partecipare al progetto European Elections 2014 Time for Action: nessuna città sarebbe più adatta di Nicosia, crocevia di persone e ricca di scambi, città interculturale e ponte sul Mediterraneo, avamposto europeo al confine con il continente asiatico, che si affaccia su Turchia, Siria, Libano, Grecia.

    Faremo una full immersion di politica, UE, giornalismo e nuovi media in previsione delle prossime elezioni del Parlamento europeo del 22-25 maggio prossimo. In tutto ciò, troveremo anche il tempo per confrontarci, perderci alla scoperta della città, raccontare di noi e scoprire qualcosa degli altri. E vi sveliamo un segreto: porteremo Genova a Cipro, proveremo a promuovere e far conoscere la nostra città attraverso le pagine di Era Superba e i contributi audio-video di guidadigenova.it… Seguiteci su twitter fino al 27 marzo per sapere com’è andata!

    European Elections 2014 Time for Action: il progetto

    Organizzato dal gruppo E-Youth di Cipro, in partnership con Youth Business Network (Greece) e un team di ricerca della Democritus University della Tracia, tutto il programma si svolgerà nella capitale, Nicosia: sono previsti workshop, incontri, interventi, lavori di gruppo aperti ai 25 partecipanti, che seguiranno tutte le fasi del progetto partecipando attivamente ogni giorno, mattina e pomeriggio.

    Scopo dei workshop è dare ai partecipanti la possibilità di esprimere la propria percezione sulle tematiche europee, confrontarsi con i rappresentanti di altri Paesi e pensare a una linea nuova da dare all’UE, per trasformarla in un’istituzione più vicina alle esigenze dei singoli e meno astratta, burocratica.
    Il gruppo affronterà i temi che hanno a che fare con il panorama politico e – scrivono gli organizzatori – “it will challenge and consider current political reporting and programming and why it is mainly a ‘switch off’ and not a ‘switch on’ for our audiences” . Un occhio di riguardo sarà rivolto anche alle nuove tecnologie, al loro ruolo negli scambi e nella cooperazione tra Paesi vicini.
    Non ci sono preclusioni nella partecipazione, tuttavia ci sono criteri cui rispondere e di cui nella selezione si è tenuto conto: sono state convocate persone con una preconoscenza delle dinamiche politiche del proprio Paese e della UE, e che hanno mostrato interesse verso l’iter pre-elettorale iniziato nei mesi scorsi e che porta direttamente alle elezioni di maggio.
    Il workshop, inoltre, si concentrerà anche sul tema della copertura mediatica dell’evento elettorale e si cercherà di rispondere a quesiti come: quali informazioni interessano al pubblico? Stiamo coprendo le tematiche giuste? E i programmi politici sono un “turn off”, un deterrente che fa calare l’attenzione? Come migliorare e abbandonare l’ambito della “propaganda” per migliorare la copertura elettorale?

    Discussioni, dibattiti e confronti saranno aperti per risolvere le questioni legate ai media e per informare i giovani europei sui loro diritti, sulle strutture che li circondano, incoraggiandoli a diventare cittadini attivi e partecipi, anche attraverso il voto di maggio.

    Nicosia, la città

    Nicosia, la capitale cipriota, si trova all’incirca al centro dell’isola: la sua storia affonda le proprie radici nell’età del Bronzo ed è diventata capitale solo nell’undicesimo secolo d.C., quando la dinastia dei Lusignano, di origine francese, la trasformò in una città magnifica e piena di splendori, costruendo un Palazzo Reale e oltre 50 chiese.
    Oggi la città è una perfetta commistione di splendore passato e trambusto metropolitano: il centro storico, all’interno delle antiche mura veneziane del XVI secolo presenta musei, antiche chiese, edifici medievali che preservano l’atmosfera dei secoli passati; la nuova Nicosia, invece, si estende fuori dalle mura ed è, oltre che un centro culturale, anche un classico esempio di città contemporanea e cosmopolita, a breve distanza da siti archeologici, villaggi, monasteri e chiese di epoca bizantina.
    Il centro della città oggi è diviso in due parti, unico caso di capitale europea ancora separata con la forza. Ci sono due settori, uno cipriota e l’altro di occupazione turca: il primo si trova nella parte nord della città (Repubblica Turca di Cipro del nord) ed è stato occupato dalle milizie turche dal 1974, in risposta al colpo di stato cipriota che depose l’allora presidente dell’isola e alterò gli equilibri del Trattato di Zurigo e Londra tra Cipro, Regno Unito, Grecia e Turchia e in cui si legittimava l’intervento militare di ciascun garante in caso di sensibile alterazione dello status politico dell’isola. L’occupazione fu aspramente criticata dai greci e dai loro sostenitori, che si opposero senza successo all’ingerenza turca, la cui iniziativa è ricordata con il nome di “Operazione di pace a Cipro”, ma è in effetti passata alla storia con la denominazione di “Operazione Attila”.
    L’invasione è stata un grosso trauma sotto il profilo sociale e culturale, una scissione che per molti sembra ancora oggi insuperabile. Si pensi che la comunità greco-cipriota costituiva all’epoca circa il 78% dell’intera popolazione, mentre quella turca il 22%.

    Yeast e Genova

    Associazione di Promozione Sociale, YEAST acronimo di Youth Europe Around Sustainability Tables, è nata a Genova nell’ottobre 2012 dall’iniziativa di Monica, la presidente, Stefania, tesoriera, e Alessandro, vice-presidente (qui maggiori informazioni).
    Il termine YEAST, mutuato dalla lingua inglese, significa lievito, fermento, ed è stato scelto per esprimere con una metafora il senso dell’azione dell’associazione: organizzare scambi culturali in Europa per far viaggiare, mettere in circolo persone e idee, favorire la mobilità dei giovani genovesi che hanno voglia di guardarsi attorno.

    Raccontano i fondatori: «Abbiamo scelto il nome YEAST perché quando si viaggia si cresce, si matura, insomma “lievitiamo” nel senso che diventiamo più “grandi”. Gli scambi internazionali di cui ci occupiamo si rivolgono prevalentemente a quella fascia d’età compresa tra 18-25 anni, che è più in “fermento” e ha più vitalità. Riteniamo che la nostra bellissima città, Genova, spesso chiusa e non troppo giovanile, abbia proprio bisogno di maggior “fermento” (senza contare che nessun altro nome poteva essere più appropriato, visto che tutti e tre amiamo la birra, e insomma più “yeast” di così…)».

    Gli scambi di YEAST mirano a coinvolgere i giovani genovesi in contesti in cui affrontare temi di pubblico interesse e farli diventare parte attiva nella costruzione del loro futuro. I temi principalmente affrontati toccano diversi ambiti: leadership, spirito imprenditoriale, cooperazione internazionale, valorizzazione della creatività personale, sport, integrazione, green economy, mobilità sostenibile.
    Tra le possibilità di YEAST, oltre agli scambi internazionali, anche esperienze alla pari, stage e lavoro a Londra in collaborazione con Come2England.

    Non solo Europa: anche a livello locale sono proposte varie iniziative, dall’incontro tra culture diverse tramite il laboratorio online “multiculturalità” attivo presso il portale OpenGenova; agli aperitivi culturali De GustiBUS, un “viaggio tra i sapori del mondo senza muovervi dalla vostra città!”.

     

    Elettra Antognetti

  • Arizona, ecco il cuore popolare della Val Bisagno dopo il Contratto di Quartiere

    Arizona, ecco il cuore popolare della Val Bisagno dopo il Contratto di Quartiere

    arizona-molassana-edilizia-popolare-casePer gli abitanti di Molassana, la zona all’inizio della valle del Rio Geirato, tra Via Sertoli e Piazza Unità d’Italia, si chiama “Arizona”. Forse non sono in molti a saperlo, forse i genovesi di altri quartieri oggi lo ignorano, e lo ricordano solo gli abitanti più longevi di Molassana, che lo hanno raccontato ai più giovani. Un tempo, questo era un quartiere in fermento, e la sua storia è la storia di una Genova bella e viva, ma anche ambigua e sfaccettata. Abbiamo visitato la zona durante la diretta twitter di #EraOnTheRoad: nato come quartiere popolare, nel corso del tempo la sua fisionomia non è cambiata e di recente qui sono stati avviati importanti interventi di edilizia sociale, voluti dal Comune e da ARTE.

    L’Arizona genovese, la storia

    È un luogo nato dalla demolizione dei quartieri del centro storico genovese degli anni’30, l’area popolare di Ponticello lasciò il posto agli alti palazzi di piazza Dante (l’approfondimento da guidadigenova.it), un primo passo che avrebbe per sempre stravolto la fisionomia del quartiere di Portoria che venne poi in gran parte demolito dopo i bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale (documentario video da guidadigenova.it). Proprio a seguito di queste trasformazioni urbane si è formata l’Arizona di Molassana: qui sono sorti casamenti ed edifici di edilizia popolare, per accogliere gli abitanti del centro storico rimasti senza casa.
    Negli anni del dopoguerra, questo è diventato uno dei centri principali del quartiere, che riuniva oltre 600 famiglie (circa 4 mila persone) nei sei palazzi di nuova edificazione e accoglieva il più della popolazione della zona.

    arizona-molassana-case-popolari-verticalePerché sia stato scelto proprio questo nome oggi sembra che a Molassana in molti non lo ricordino più: è un soprannome nato anni fa, quando all’Arizona le bande di ragazzi si scontravano per strada e c’erano poche opportunità. Qui, si diceva, dovevi imparare a cavartela da solo: c’è chi l’ha definito un Far West genovese, con i cowboy e le risse del cinema di quegli anni, o chi l’ha descritto come una “favela”. Insomma, un quartiere popolare di pasoliniana memoria, in quell’Italia del dopoguerra che voleva farcela, a tutti i costi, a discapito di una realtà oggettiva talvolta ai limiti del sopportabile.

    [quote]Anarchici, antifascisti, emigrati sardi siciliani toscani convivevano
 in via Sertoli assieme a disoccupati, e anche ex ospiti delle galere di Marassi. Una umanità sofferente, ricca di orgoglio, piena di volontà di riscatto”, scriveva Giordano Bruschi su Liberazione il 24 aprile 2009.[/quote]

    Nel quartiere Arizona viveva Paride Batini (1934-2009), leader storico dei portuali genovesi, per 25 anni console a guida della Compagnia Unica e oppositore della liberalizzazione dei traffici portuali. Antifascista, filo-anarchico, Batini faceva parte del Pci e fu attivo in prima linea nelle giornate del 30 giugno 1960, in cui “i ragazzi delle maglie a strisce” si opponevano al congresso missino a Genova (l’approfondimento da guidadigenova.it). La sua storia parte dal quartiere di periferia e su di esso si forma.

    L’Arizona nel 2014: il Contratto di Quartiere

    Nel corso degli ultimi anni qui si sono registrati cambiamenti importanti e significativi, che hanno consolidato la fisionomia “popolare” del quartiere. È stato avviato un programma di riqualificazione dei caseggiati anni ’30, che ha portato alla realizzazione di vari alloggi di edilizia residenziale pubblica (ERP). Si tratta del Contratto di Quartiere (CdQ 2 Molassana, messo in pratica anche a Voltri e nel ghetto), avviato nella seconda metà del 2005, dopo una lunga fase procedurale per l’approvazione da parte del Ministero delle Infrastrutture e la partecipazione al bando regionale per l’accesso ai finanziamenti (12 milioni di provenienza pubblica).

    L’operazione è stata salutata da alcuni come “il più grande intervento comprendente edifici storici, con 420 abitazioni di edilizia pubblica, tra nuova costruzione e recupero”: sono stati creati 369 alloggi ERP, di cui 244 di nuova costruzione (ai civici 11A/11B di Via Sertoli e 14/16 di Via S. Felice, in cui sono stati demoliti i palazzi esistenti) e 125 di recupero (civici 7 e 17). A questi sono da aggiungere altri 52 alloggi sempre ERP, al civico 9: qui i lavori sono iniziati nella seconda metà del 2012 e stanno per essere ultimati. I lavori nel primo lotto (11 A/B Via Sertoli, 14/16 S. Felice) sono stati ultimati e consegnati anni fa. Di recente, nell’aprile 2012 sono stati consegnati altri alloggi (35 su 70) al civico 7 di Via Sertoli.
    L’opera di riqualificazione del quartiere è stata quasi del tutto completata: per la ristrutturazione sono stati investiti circa 5,5 milioni di euro, a cui corrisponde un costo unitario contenuto (circa 900 euro/mq). Anche qui, come in tutti gli altri edifici, si trattava di un intervento di ARTE, soggetto che gestisce lo stabile sotto il profilo amministrativo e contabile. Il palazzo, prima della ristrutturazione, ospitava 104 alloggi, ma si è deciso di ridurli a 70 dopo il restyling (5 sono per disabili) per ottenere spazi adeguati alle normative vigenti.

    L’asilo Peter Pan e la nuova piazza Unità d’Italia

    asilo-peter-panSempre qui c’è anche l’asilo Peter Pan (affacciato sulla retrostante Piazza Unità d’Italia) e la mensa per i bambini: sono stati trasferiti di recente all’interno del complesso di edilizia popolare, come previsto dal CdQ 2. Nel corso del nostro sopralluogo facciamo due chiacchiere con i dipendenti, che lamentano il degrado e lo sporco: ci dicono che alla sera il giardino sul lato anteriore dell’asilo, affacciato sulla piazza, diventa luogo per il bivacco di giovani, che lasciano sporcizia e rendono ingestibile per gli addetti della scuola occuparsi della manutenzione. Servirebbe un aiuto da Aster per la gestione, oppure si potrebbe fare una pavimentazione più consona, invece di lasciare l’erba incolta, ma finora non arrivano risposte. Lì anche un sistema piuttosto efficace ed ecologico per la raccolta di acqua piovana e l’irrigazione del giardino, che però resta inutilizzabile perché sommerso dalla sporcizia. Si potrebbe usare per lo spazio per farne degli orti urbani, coinvolgendo anche pensionati e associazioni; si dovrebbe impedire l’accesso e monitorare l’area, per fare in modo che non sia presa d’assalto la notte e i bambini possano fruirne durante il giorno: le proposte sono varie, per ora niente si muove.

    Del contratto di quartiere fa parte anche l’inaugurazione della nuova Piazza Unità d’Italia, nominata così nel 2011 in omaggio al 150 anniversario dell’unità del Paese.
    Proprio nella piazza si sono svolti interventi di edilizia sociale che non erano però inclusi nel CdQ 2. Qui sono state abbattute le vecchie case popolari ed è nato da circa dieci anni un nuovo complesso in stile “Unité d’Habitation” di Le Corbusier, che però sembra già vecchio e che delle Unitée di Marsiglia e Berlino ha ben poco: se ai tempi l’idea era quella di creare unità autonome e indipendenti, che funzionassero come città e che fossero dotate di tutti i servizi, nei fatti l’impressione è quella di un luogo già “invecchiato” dopo dieci anni e abbandonato a sé stesso. Adombra la piazza un enorme caseggiato bianco ed essenziale, amministrato anche in questo caso da ARTE che, per conto di Tursi, ha assegnato gli appartamenti. A pochi passi, sul lato sinistro, un parcheggio coperto su più piani, sia interrato che in superficie, sempre gestito da ARTE: molti posti auto sono stati venduti, tanti altri invece restano vuoti, inutili.
    È stata spostata in questo luogo anche la biblioteca Saffi (che dovrebbe poi cambiare di nuovo sede e trovare spazio nel complesso che sorgerà al posto dell’ex area Boero), al piano terra dell’edificio principale. Al quarto piano, invece, è stato trasferito il distretto sociale.

    Il punto con il presidente del Municipio Media Val Bisagno

    In generale, gli interventi sono stati tanti, tutti importanti e ambiziosi. Dopo anni, sembra che presto il quartiere Arizona acquisterà la sua fisionomia definitiva.
    Commenta il Presidente del Municipio Agostino Gianelli: «Negli ultimi anni abbiamo dato avvio a un processo di riqualificazione importante. Grazie al Contratto di quartiere abbiamo riqualificato 3 caseggiati e ne abbiamo ricostruiti altri, abbiamo inserito l’asilo Peter Pan e la mensa all’interno di questo complesso e finora siamo riusciti a consegnare molti appartamenti. Dal 2012, con l’assegnazione degli spazi in Via Sertoli 7, non ci sono state nuove consegne ma stiamo ultimando i lavori al civico 9, e contiamo di finire entro il 2014. Oltre al CdQ, abbiamo svolto altri interventi e costruito il caseggiato e il silos di Piazza Unità d’Italia. Tutto il complesso fa capo ad ARTE, che amministra e gestisce la zona. Siamo contenti di aver raggiunto questo risultato e di aver integrato l’edilizia popolare con i servizi: abbiamo portato qui il distretto sanitario, con un front office al piano terra, e la biblioteca Saffi: quando sarà ricollocata all’interno dell’area Boero per essere ampliata, gli spazi che lascerà vuoti in Piazza Unità d’Italia saranno occupati da altri servizi, verso un miglioramento ulteriore».

    Elettra Antognetti

  • Erzelli: scade l’ultimatum di Ght, ma l’Università non ci sente: “Nessuna scadenza”

    Erzelli: scade l’ultimatum di Ght, ma l’Università non ci sente: “Nessuna scadenza”

    erzelli-cantiere-universita-6Qualche settimana fa con #EraOnTheRoad vi abbiamo portato sulla collina degli Erzelli fra i cantieri semi abbandonati e le attività di Siemens, Ericsson e Talent Garden (qui l’approfondimento). Un progetto che sino a due anni fa veniva considerato il volano per la ripresa della nostra città, per poi perdersi in una telenovela senza fine. Fra Ght (Genova High Tech) e Università la partita continua anche se ormai ha stancato tutti. Addetti ai lavori, giornalisti e cittadini.

    I dettagli ormai li conoscono anche i muri e non avrebbe senso ripercorrere l’intera vicenda. Da anni prosegue il tira e molla, “vado agli Erzelli, non vado agli Erzelli”. Il secco ultimatum di Ght dava all’Università tempo sino a domani (18 marzo) per la conferma dell’acquisizione delle aree preposte antistanti l’attuale edificio Siemens, ultimatum che è stato poi posticipato alla fine del mese in occasione della presentazione dell’indagine sulle imprese high tech a Genova. «Entro marzo l’Università dia una risposta definitiva sul trasferimento di Ingegneria», aveva ribadito in quell’occasione il presidente di Ght Carlo Castellano. Il risultato, tuttavia, non è cambiato: l’Università non vuole sentir parlare di scadenze ed ultimatum, il rettore Deferrari dichiara a Primocanale che andrà avanti per la sua strada (quale?) mettendo sul piatto, per l’ennesima volta, il problema trasporti. In parole povere, stando almeno alle dichiarazioni ufficiali, siamo fermi allo stesso punto da quasi due anni.

    Il problema è che, ormai, si fa a fatica a comprendere le ragioni delle parti, e viene sin troppo facile mettere in discussione il progetto: tutto fumo e niente arrosto? È possibile che in tutto questo tempo non sia stato possibile trovare una soluzione? Basti pensare che, ancora una volta durante l’incontro sulle imprese high tech, è intervenuto il presidente di Confindustria Giuseppe Zampini sentenziando: «L’Università di Genova ha il dovere e il diritto di esaminare il business plan dell’operazione parco tecnologico degli Erzelli». Siamo ancora all’esame del “business plan”?!? In questi anni ci sarà stato il tempo per darci almeno un’occhiata. E pensare che in ballo ci sono oltre 100 milioni di finanziamenti pubblici. Attendiamo la fine di marzo, ma potrebbe trattarsi dell’ennesimo buco nell’acqua.

  • Viaggio alla scoperta della canzone d’autore: musica e parole appartengono alla comunità

    Viaggio alla scoperta della canzone d’autore: musica e parole appartengono alla comunità

    ChitarraLa canzone è una forma musicale di grandissima popolarità e notevole potenziale espressivo – comunicativo. Ognuno di noi ha certamente una o più canzoni che negli anni ha amato o a cui si sente maggiormente legato. Magari semplicemente perché una canzone gli ricorda episodi della sua infanzia della sua adolescenza. Insomma le canzoni – è noto – muovono i ricordi, legate come sono a volti, vicende personali e/o collettive racchiuse nella nostra memoria (a questo proposito qui è possibile consultare gli articoli della stagione scorsa, dedicati alla “Musica Nuova“). Ma oltre a questi aspetti psicologici, affettivi e privati (anche quando riguardano migliaia di persone) ci sono caratteristiche che rendono la canzone immediatamente un “oggetto sociale”. Anzi, possiamo certamente sostenere che la canzone sia già frutto di un’attività sociale: la canzone è indice di (e spesso favorisce le) relazioni sociali.

    Banalmente, si scrivono canzoni per poi cantarle o perché siano cantate da qualcuno. Anche la canzone “rimasta nel cassetto”, in realtà avrebbe voluto spiccare il volo verso il mondo. Ben difficilmente qualcuno scriverebbe solo ed esclusivamente per se stesso, in quel caso, come dire, si tratterebbe di “canzoni catatoniche”… Magari si scrive e poi vien meno il coraggio di fare ascoltare le proprie canzoni agli altri per paura dei giudizi (ecco una possibile genesi per le canzoni che rimangono nel cassetto…). Ma d’altra parte qualsiasi “oggetto ideale” – come è una canzone nella fase embrionale – diventa una canzone vera e propria solo quando qualcuno inizia ad ascoltarla, ossia quando diventa socializzabile/comunicabile/ripetibile/giudicabile.

    La popolarità e/o il successo rappresentano poi una ulteriore sfaccettatura che riguarda (e necessariamente segue) la creazione/produzione di una canzone. A questo punto mi sembra utile inserire un distinguo tra “popolarità” e “successo”. Certo, un brano di successo diventa, per forza di cose, popolare, nel senso di “conosciuto a livello di massa”. Ma il termine – almeno in un’accezione del suo significato – mi sembra che rimandi ad un contesto storico particolare e recente. Le canzoni (e i cantanti-interpreti) di successo sono esplicitamente un fenomeno successivo alle consistenti innovazioni tecnologiche – applicate alla realtà/mercato dei mass media – che hanno caratterizzato la prima metà del ventesimo secolo: la radio; le tecniche di registrazione; il disco e poi la cassetta audio, la televisione, la possibilità di amplificare ed elaborare il suono ecc… E parallelamente il formarsi/nascere dell’industria culturale, che tutti questi mezzi ed opportunità offerte dalla tecnologia userà a spada tratta, abusandone.

    Però il successo può anche finire, essendo legato molto spesso alle mode. Quindi una canzone/cantante di successo dopo non molto tempo potrebbe sparire dalla memoria, all’insegna dell’effimero. Il termine “popolare”, invece, mi sembra maggiormente legato alla memoria, al ricordo: la popolarità si guadagna, è frutto di un lavoro costruito nel tempo, un traguardo, non il risultato di invasive strategie promozionali e pubblicitarie; c’entra relativamente con i risultati delle vendite e le Hit parade. Prendiamo ad esempio Blowind in the wind, We shall overcome, O sole mio, Il ragazzo della via Gluck, Fischia il vento, La canzone del sole, Nel blu dipinto di blu (Volare). Queste sono canzoni “popolari” perché rimaste nella memoria storica e ne vanno ad arricchire la tradizione musicale. E in quanto vanno a sedimentarsi negli strati più o meno profondi della tradizione/costume/cultura di una collettività, le canzoni diventano traccia/segno/simbolo/icona sonora di quella stessa comunità. Ogni canzone, anche la più dimenticata, costituisce comunque la traccia di un particolare periodo storico.

    Tuttavia, in quanto prodotto culturalmente complesso, la canzone diventa, da elemento semplicemente residuale, “segno”  di quel determinato periodo: fornendoci delle informazioni (aspetti formali e strutturali, caratteristiche del giro armonico, rapporto col testo, tecniche di registrazioni e supporto audio eventuale…) ci aiuta ad identificarlo. Se poi quella canzone fosse (o fosse stata) molto popolare, addirittura potrebbe assurgere a simbolo di un’epoca, una vicenda storica, una comunità, un gruppo di persone. Canzoni-simbolo possono considerarsi : Like a rolling stone di B. Dylan, La locomotiva di F. Guccini,  Bella ciao, Sapore di sale di G. Paoli, Satisfaction dei Rollig Stones, e ovviamente altre.

    Dopo queste doverose premesse, nella prossima uscita iniziaremo il nostro viaggio attraverso la “forma canzone”…

    Gianni Martini

     

  • Museo del Risorgimento, la casa di Mazzini in via Lomellini. La nostra visita e il punto con la direttrice

    Museo del Risorgimento, la casa di Mazzini in via Lomellini. La nostra visita e il punto con la direttrice

    mazzini-museo-risorgimentoProsegue il nostro viaggio alla scoperta dei Musei di Genova. Siamo partiti dalla GAM di Nervi, poi è stata la volta del Castello d’Albertis, infine – con la pubblicazione dei dati relativi all’andamento dei musei civici nel 2013 – siamo stati in grado di fare una panoramica generale. La scorsa settimana, per celebrare le Giornate Mazziniane, abbiamo fatto visita con la diretta di #EraOnTheRoad al Museo del Risorgimento, fanalino di coda tra i musei civici per quanto riguarda le visite nel 2013, con 6629 visitatori, in calo dello 0,03% rispetto al 2012. Abbiamo parlato con la Dott.ssa Raffaella Ponte, direttrice, e la Dott.ssa Bertuzzi, responsabile dell’attività didattica e, durante l’intervista, ci siamo fatti accompagnare fra i tesori del museo.

    Museo del Risorgimento: il percorso e la struttura

    museo-risorgimento-casa-mazzini-vertIl Museo è distribuito su più piani e si snoda tra varie stanze di dimensioni piuttosto contenute, ciascuna con un “tema” diverso: si possono vedere documenti e contributi legati a periodi storici diversi o a particolari eventi che hanno fatto la storia del Risorgimento italiano, partendo dalla metà del ‘700 fino alla Grande Guerra.

    Iniziamo proprio con l’ultima sala in ordine cronologico, quella legata alla prima guerra mondiale: qui un’orazione autografa di D’Annunzio, foto, ritratti e materiale donato al Museo da privati. La dott.ssa Ponte racconta di voler estendere il percorso oltre il Risorgimento e aprirlo alla storia più recente: un modo per attirare più visitatori e interessare fasce diverse di pubblico. L’allargamento e l’apertura delle sale avverrà entro l’estate 2014: «Potrebbe diventare il Museo del Risorgimento e dell’Età Contemporanea, perché no!», commenta la direttrice.

    Il percorso vero e proprio inizia con una sala multimediale, in cui è possibile fare una panoramica delle cose che si andranno a visitare nelle altre stanze. Si tratta di un’installazione nuova, voluta nel 2005 dall’allora direttore Leo Morabito, che in quell’anno aveva avviato un’opera di ristrutturazione e modernizzazione estesa, per celebrare il novantesimo compleanno dalla prima fondazione del Museo, datata 1915. Oltre a questa nuova installazione, da poco è stato introdotto anche un sistema di illuminazione intelligente, che consente il risparmio energetico.

    manoscritto-inno-mameli-vertSi parte dal 1746  e da Napoleone; si prosegue in ordine cronologico con i giacobini e i balilla, fino all’Inno d’Italia (nel museo è presente la prima copia originale, redatta dallo stesso Mameli), alle “camicie rosse”, i carabinieri, cioè le milizie private garibaldine. Dal 1975 è stata aperta al pubblico anche la sala natale di Giuseppe Mazzini, quella in cui sono nati lui e i suoi fratelli prima che la famiglia decidesse di trasferirsi da questa casa a quella di Castelletto, in cui Giuseppe vivrà a lungo.

    Per finire, una piccola sala per esposizioni temporanee, che ora ospita “Il Risorgimento in Musica nelle collezioni dell’Istituto mazziniano” con le opere di Verdi, Leoncavallo, ecc., e poi ancora una sala didattica con dipinti restaurati nel 2011, grazie ai fondi devoluti in occasione delle celebrazioni per il centocinquantesimo anniversario dell’Unità ‘Italia. Ci rivela la direttrice: «Qui non ci sono spazi grandi e non riusciamo ad organizzare mostre temporanee articolate, ma possiamo allestire piccoli percorsi a tema: ad esempio, per il 2015 è previsto un percorso dedicato al cibo, in collaborazione con Expò 2015».

    La struttura comprende, oltre al Museo vero e proprio, anche una biblioteca e un archivio. In particolare, per quanto riguarda la biblioteca, è in corso il trasferimento nella nuova di Via del Seminario, vicino alla Biblioteca Berio e nella stessa sede della Biblioteca dell’Attore. La consultazione, ci dice la direttrice, è di solito richiesta da addetti ai lavori e specialisti, come studiosi e dottorandi. Ad oggi il trasferimento è completato, ma la biblioteca è chiusa e per consultare i volumi serve un’apertura straordinaria, su appuntamento.

    I visitatori della “Casa Mazzini”

    statua-mazzini-museo-risorgimentoPer quanto riguarda la tipologia di visitatori, le nostre accompagnatrici ci raccontano che qui vengono perlopiù scolaresche, gruppi o anche singoli turisti e visitatori, sia italiani (e genovesi) che stranieri. La didattica è l’attività che predomina all’interno del Museo, ma anche i turisti raggiungono il museo seguendo le guide turistiche, anche se per i stranieri – in maggioranza – ad oggi mancano ancora le traduzioni in inglese. Da poco, su consiglio di un turista russo, è stato tradotto in inglese un pdf che racconta la storia del tricolore.

    E se gli stranieri si appassionano ai cimeli della nostra storia, i genovesi avventori sono più rari. La lamentela più ricorrente dei concittadini sembrerebbe essere quella legata alla posizione, definita dai più “scomoda” anche se a due passi da Strada Nuova e dal polo universitario di Via Balbi, «molti non trovano il Museo», ci dicono. Certo, la segnaletica lascia a desiderare: andrebbe potenziata a partire da Caricamento, San Lorenzo e De Ferrari, per aiutare gli autoctoni e richiamare ancora più turisti, un problema comune alla maggioranza delle strutture museali cittadine, problema che ad oggi rimane irrisolto.

    «Noi non possiamo accollarci anche questa spesa e siamo riusciti solo a far mettere un totem fuori dalla porta, su Via Lomellini, ma non è abbastanza. Per ovviare alla mancanza di promozione cerchiamo di fare rete con gli altri musei, sia civici che statali, e collaboriamo molto con la Fondazione Cultura di Palazzo Ducale: ora in corso proprio lì la mostra “Fascismo, ultimo atto”, con alcune delle nostre opere. Nel 2011, invece, eravamo presenti con alcune sculture all’interno della vetrina allestita sempre al Ducale: questo ci ha dato visibilità e ha fatto arrivare molti visitatori in più, ma non possiamo ripetere questa esperienza perché è a rotazione e ogni anno la vetrina promuove un museo diverso».

    museo-risorgimento-casa-mazzini-targaCome sottolineato in apertura, i visitatori nel 2013 sono stati pochi: 6629 persone (in calo rispetto al 2012) in un anno corrispondono a una media di circa 30-31 persone al giorno, contando che il museo è aperto 4 giorni a settimana (è chiuso giovedì, domenica e lunedì, e su 4 giorni di apertura solo 2 volte è aperto anche al pomeriggio). «Il calo è dovuto al fatto che ci sono stati tagli al personale che hanno costretto a ridurre l’orario di apertura da 49 ore settimanali alle attuali 27 (nel periodo invernale, mentre in estate scendono a 21, n.d.r.). Se si analizzano questi dati, si vede come in fondo la flessione possa essere considerata un incremento, perché dimezzando le ore non sono dimezzati gli ingressi, anzi sono scesi solo di pochissimo. Se avessimo dunque mantenuto lo stesso orario nel 2013 saremmo cresciuti: i dati che si leggono sono solo una riga all’interno di una tabella, che però non si può interpretare senza fornire un adeguato contesto. Si rischierebbe di semplificare troppo».

    Certamente, ma i visitatori rimangono pochi. Il dato preoccupa anche perché  l’introito complessivo derivante dalla biglietteria nel 2013 supererebbe di poco i 25mila euro (considerando le tariffe ridotte), troppo pochi per sopravvivere e per coprire costi di installazioni e mostre, senza contare le spese di energia e luce. Un costo per l’amministrazione civica, che deve provvedere a coprire quel che il museo da solo non riesce a fare. Insomma, una situazione non facile: certo, il museo deve rimanere aperto, ma per evitare che gravi sulle casse di Tursi sarebbe bene mettere in atto strategie di rilancio.

    Le strategie per il rilancio

    chitarra-mazzini-museo-risorgimentoDopo i risultati non esaltanti del 2013, per il 2014 ci aspettiamo dunque progetti per il rilancio. E infatti le idee non mancano né per i prossimi anni, né nell’immediato. Scopriamo che il Museo è molto vivo e la gestione attuale consente di portare qui dentro molti eventi, mostre interessanti, personalità di spicco del panorama culturale, tutto rigorosamente a costo zero, visto che – come ci si sente ripetere sempre più spesso da qualche anno a questa parte – “non c’è budget”.

    Il 2014 inizia con la Grande Guerra: entro l’estate si vuole riuscire ad ampliare il percorso cronologico e farlo arrivare fino all’epoca più recente, aprendo nuove sale e potenziando quelle esistenti con ulteriore materiale documentario riscoperto negli archivi comunali e donazioni di privati. Per il 2015, come si diceva, ci saranno eventi legati all’Expò e si confida nella collaborazione con Milano e gli altri musei di Genova.

    In questi giorni le celebrazioni delle Giornate Mazziniane e i festeggiamenti per l’ottantesimo anno dalla fondazione dell’Istituto mazziniano (datato 1934 e poi inglobato nel Museo). Inoltre, ogni mese in programma uno/due eventi culturali, mostre (al momento, oltre a quella al Ducale, anche “Camicie rosse nella Grande Guerra”, conclusa da poco), tavole rotonde, concerti (oggi 17 marzo quello del maestro Scanu in occasione della Festa Nazionale della Bandiera), laboratori in collaborazione con MiBac e Soprintendenza regionale. Non mancano le presentazioni di libri (due solo ad aprile, uno su Mazzini e l’Europa, l’altro sulla prima tesi di laurea di Sandro Pertini).

    E non bisogna dimenticare che tutto ciò è a costo zero: sia per i partecipanti, che per i conferenzieri e ospiti, che decidono di aderire a titolo di amicizia e senza chiedere un rimborso. Questo perché al momento le condizioni sono così difficili che non c’è la possibilità di organizzare eventi a pagamento ma tutto è lasciato all’abilità dei gestori di intessere relazioni con istituzione e personaggio della cultura. Difficile, senza il supporto dell’amministrazione centrale.

    Inoltre, questa mancanza di fondi si ripercuote non solo sugli eventi ma anche sulla gestione generale del museo, che necessita di spese per la ristrutturazione e la manutenzione sia dell’edificio che delle opere che contiene. Ci racconta la dott.ssa Ponte: «Negli scorsi anni abbiamo cercato di partecipare a bandi nazionali ed europei per finanziare i nostri progetti di restyling e miglioramento. Fino al 2010-2011 era più facile e siamo riuscite a fare tante cose: dalla digitalizzazione del patrimonio archivistico mazziniano, alle traduzioni del materiale in inglese con un bando regionale, al recupero di alcuni dipinti. Adesso i bandi scarseggiano: per il 2014 abbiamo vinto i finanziamenti per la conservazione del materiale documentario della Prima Guerra Mondiale. Ci affidiamo anche a stage in collaborazione con l’Università, collaboriamo con la Sovrintendenza per i Beni Archivistici e, ad esempio per la catalogazione del materiale della Grande Guerra, collaboreremo con giovani laureati. È una situazione difficile in generale, i tagli ai fondi e al personale ci costringono a una razionalizzazione estrema: per partecipare ai bandi dobbiamo articolare progetti già strutturati e indicare in ogni dettaglio come saranno impiegati i fondi perché non sono consentiti sprechi. Inoltre per me è difficile amministrare il Museo perché mi occupo anche dell’archivio e della biblioteca, quindi le energie e l’attenzione si dividono tra diversi soggetti: per questo diventa oggi sempre più importante essere aiutati da una squadra capace e riuscire a fare rete. Le difficoltà sono le stesse per tutti, meglio unire le forze».

     

    Elettra Antognetti

  • Come realizzare un piccolo spazio verde sulle finestre, sui balconi e sulle terrazze

    Come realizzare un piccolo spazio verde sulle finestre, sui balconi e sulle terrazze

    1Questa settimana forniremo qualche suggerimento su come si possano realizzare cassette di piante da collocare sulle finestre, sui terrazzi e sui balconi.
    Innanzi tutto, la scelta delle varietà deve sempre adeguarsi al contesto ed alle condizioni di esposizione, luce e climatiche in cui le differenti essenze vengono inserite. Le cassette presentano, poi, rispetto ad un giardino un indubbio vantaggio, è infatti possibile sostituire le piante in base alle stagioni, ottenendo così un effetto che varia nel tempo. In questo caso suggeriamo di utilizzare preferibilmente varietà annuali o stagionali. Queste ultime sono infatti assai meno costose, si sviluppano appieno in poco tempo e possono, una volta terminato il loro ciclo vegetativo, essere agevolmente rimpiazzate.

    2Va poi detto che, a differenza di quanto si possa pensare, le piante sono in grado, anche in poco spazio, di crescere e fiorire in modo abbondante, garantendo anche al neofita ottimi risultati.
    In questo articolo forniremo solo qualche esempio, essendo il numero delle combinazioni di diverse tipologie di essenze pressoché infinito e liberamente combinabile da parte del progettista.
    La prima scelta di fondo che si pone è di scegliere tra uno schema della cassettaclassicooppure uno naturale e spontaneo. Come regola generale, nel primo caso, si può optare per l’utilizzo di piante dal portamento compatto e scultoreo, ad esempio piccoli bossi, ligustri o, specie nel periodo invernale, agrifogli, skimmie o analoghe essenze. L’effetto “formale” viene poi accentuato, qualora queste ultime vengano collocate in modo geometrico nelle cassette, per esempio o al centro o ai due estremi laterali delle stesse.

    3Nel caso in cui si voglia, invece, ottenere un’immagine più naturale e spontanea, le piante verranno posizionate nei contenitori secondo uno schema libero, eventualmente su più livelli ed in base all’estro del proprietario. Durante la primavera e l’estate si possono utilizzare un’infinita varietà di piante annuali o biennali tra cui: petunie, lobelie, piante del tabacco, gerani, pelargoni, tageti, nasturzi, viole, calendule… Si possono inoltre inserire nei contenitori molteplici bulbose quali ad esempio: giacinti, tulipani, crochi, narcisi, muscari
    Per quanto concerne le dimensioni delle piante, possiamo solo dire in generale che queste dovranno variare in base alla grandezza dei contenitori, alla loro ubicazione ed al risultato finale che si intende ottenere. Da un punto di vista cromatico, di regola suggeriamo di optare per un colore di fondo (il bianco, il rosa, il giallo, l’azzurro…) e di inserire, a seconda dell’effetto finale desiderato, differenti variazioni sullo stesso tema.

    4Di massima, i rosa si abbinano bene agli azzurri, ai violetti, ai bianchi. I gialli possono essere enfatizzati dall’arancione e dai rossi. Il bianco è un colore puro che risalta in contrasto con il verde, specie se scuro, o può essere abbinato ai rosa, agli azzurri e violetti. L’aspetto cromatico risulta, come è facilmente intuibile e senza voler entrare nelle articolate teorie della celebre paesaggista inglese Gertrude Jeckyll, estremamente importante. A seconda del colore scelto, verranno individuate le essenze più adatte, per esempio per il giallo i tageti, le calendule, i narcisi o i nasturzi. Per il rosa si può optare per le petunie, i pelargoni, i gerani ed i giacinti. Per il blu-azzurro suggeriamo i muscari, le lobelie, gli iris (bulbosi o tuberosi) ed i mecanopsis. Per il bianco si potranno utilizzare varie bulbose (narcisi, giacinti, gigli…), le surfinie, le piante del tabacco, i gerani ed i pelargoni.

    5In generale si può poi dire che i colori freddi garantiscono, soprattutto se utilizzati a contrasto con il verde intenso ed il verde grigio un effetto formale e classico all’insieme, per contro quelli caldi risultano generalmente più “spontanei” e “disordinati”.
    In alcuni dei futuri articoli cercheremo di fornire al lettore qualche esempio concreto di cassetta, ciascuno correlato ai diversi periodi dell’anno. Proveremo quindi a dare anche al neofita qualche suggerimento utile affinché egli possa scegliere tra le numerosissime essenze esistenti quelle più adatte alle sue esigenze e possa realizzare, in poco spazio, uno spazio verde che gli permetta di cogliere, anche solo dalle finestre di case, l’incessante variare delle stagioni.

                                                                                                                                                                                                                                                                   Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano

    stampa stemma piccolo

    Per informazioni: ema_v@msn.com

  • Sanità pubblica, mancano 60.000 infermieri. Poche assunzioni, urge forza lavoro

    Sanità pubblica, mancano 60.000 infermieri. Poche assunzioni, urge forza lavoro

    sanita.lavoratoriNelle strutture sanitarie italiane mancano sessantamila infermieri, un numero a dir poco eloquente che certifica la carenza di forza lavoro nel comparto, secondo l’allarme lanciato in questi giorni dalla Federazione dei collegi Ipasvi – l’organizzazione di rappresentanza – che per l’ennesima volta evidenzia un vuoto cronico del Paese, da colmare al più presto. D’altra parte anche i dati OCSE confermano la tendenza: “Nel 2011 l’Italia aveva 4.1 medici ogni 1000 abitanti mentre la media OCSE si attestava al 3.2. Tuttavia, il numero degli infermieri era in Italia molto inferiore alla media OCSE nel 2011 (6.3 per 1000 abitanti contro 8.7 negli altri paesi OCSE). Se ne evince un eccesso di medici e una mancanza di infermieri da cui risulta un’insufficiente allocazione delle risorse” (Fonte OECD Health Data 2013).
    «Siamo sotto la media europea ma il sistema sanitario pubblico da tempo non assume – afferma Annalisa Silvestro, presidente nazionale Ipasvi (infermieri professionali, assistenti sanitari, vigilatrici d’infanzia) – Crescono i malati ma da anni c’è il blocco del turn over e dei contratti. Negli ospedali il lavoro aumenta, l’età media si alza e non c’è ricambio. Le alternative sono l’espatrio e la libera professione. Dobbiamo superare il blocco e dare una possibilità di ingresso ai più giovani».
    In questo senso è significativo il divario tra il potenziale fabbisogno (60 mila infermieri) e l’effettiva opportunità di formazione: in Italia, infatti, nell’anno accademico 2013-2014 sono attive 221 sedi di corso di laurea in infermieristica (che fanno capo a 42 Facoltà di Medicina) per un totale di 15.970 posti disponibili.

    Liguria e Genova: la situazione

    Ospedale San Martino, Genova

    Per quanto riguarda la Liguria «I dati dimostrano che a 12 mesi dal conseguimento della laurea l’80% dei laureati in infermieristica trova lavoro – spiega Carmelo Gagliano, presidente del Collegio Ipasvi della Provincia di Genova – Una prospettiva ancora consolidata nonostante il blocco delle assunzioni nelle strutture pubbliche in vigore ormai da 4 anni. Le opportunità di impiego, dunque, sono prevalentemente nel settore del privato convenzionato».
    In merito alla formazione, secondo il collegio, occorre non scendere al di sotto di una soglia pericolosa «Sennò un domani, nel momento auspicabile in cui anche nel pubblico si sbloccheranno le assunzioni, non avremo a disposizione sufficiente forza lavoro adeguatamente formata – sottolinea Gagliano – Insomma, noi sosteniamo che non si debbano ridurre i posti destinati alla formazione degli infermieri per non farsi trovare impreparati nel futuro».
    Purtroppo, però «In Liguria, dal 2008 ad oggi, in maniera graduale i posti nei corsi universitari sono diminuiti del 20% – continua Gagliano – Attualmente le università liguri formano circa 300 infermieri all’anno».

    Forza lavoro che viene assorbita sopratutto dal settore privato convenzionato, mente il pubblico agonizza a causa del blocco del turn over e dei contratti. Tuttavia, alcuni timidi segnali di ripresa delle assunzioni cominciano a manifestarsi, grazie alle deroghe concesse dalla Regione Liguria ad Asl 3 genovese e IRCCS San Martino che prossimamente potranno assumere qualche decina di infermieri professionali a tempo indeterminato, attingendo il personale dalla graduatoria della Asl 2 savonese stilata dopo il concorso del 12 settembre 2013.
    Il rovescio della medaglia è rappresentato da un’altra recente notizia, apparsa sull’edizione locale de “La Repubblica” (07-03-2014), ossia l’offerta di lavoro per 6 infermieri professionali con partita Iva da utilizzare per 2 mesi nell’Unità di crisi aperta presso l’ospedale Villa Scassi di Sampierdarena (presidio dell’Asl 3) in risposta all’emergenza influenza.
    L’escamotage della partita Iva, novità assoluta nella sanità pubblica, è un modo per aggirare lo scoglio del blocco delle assunzioni. Ma come riferisce Repubblica (11-03-2014) “…Tre infermieri professionali hanno detto no all’offerta di svolgere il servizio con partita Iva all’ospedale di Sampierdarena…”.

    Il sindacato autonomo Fials dà un giudizio tranchant dell’ipotesi “infermieri a partita Iva” «Precariato che si aggiunge ad altro precariato senza dare risposte alle esigenze reali – spiega il segretario Mario Iannuzzi – Vorrei ricordare che le carenze di organico in tutte le strutture dell’Asl 3 (ospedali Villa Scassi di Sampierdarena, Padre Antero Micone di Sestri Ponente, Gallino di Pontedecimo, la Colletta di Arenzano, oltre ai servizi territoriali) superano le 100 unità. Dal 2012 ad oggi, tra pensionamenti, mobilità e licenziamenti, dai 35 ai 45 infermieri sono cessati dal servizio».
    La Liguria, così come le altre regioni, si confronta con il blocco del turn over vigente in tutti gli enti pubblici «Per cui ogni cinque dipendenti che escono se ne può assumere soltanto uno – spiega Francesco Rossello della segreteria Cgil Liguria – Nel campo degli infermieri ci lascia parecchio perplessi l’offerta di assunzioni con partita Iva. Non capiamo perché si debba utilizzare proprio questa formula (mentre al Gaslini, ad esempio, si utilizzano diversi infermieri interinali) che crea disparità contrattuali tra lavoratori con le stesse professionalità che operano nei medesimi reparti. È evidente che così facendo tutti i lavoratori diventano potenzialmente sfruttabili. L’Asl 3 prova ad aggirare il problema del blocco delle assunzioni ma avvia una tendenza pericolosa che non vorremmo conducesse a liberalizzare il mercato del lavoro in un settore delicato come la sanità pubblica».

    La carenza di personale si accusa in tutte le strutture, ospedaliere e territoriali «Mancano infermieri ma anche Oss (operatori socio sanitari), determinanti in molti reparti di medicina e nelle Rsa – aggiunge Antonella Bombarda, segretario Cgil Funzione Pubblica – Da tempo chiediamo che vengano sbloccate le assunzioni. L’età media degli infermieri è di circa 55 anni. Ricordo che parliamo di persone che svolgono un lavoro usurante. Oggi una parte di infermieri dovrebbe essere esonerata, per motivi di salute comprovati dal medico competente, dallo svolgimento di alcune mansioni, mentre altre attività potrebbero essere svolte soltanto con la presenza di un collega in appoggio. Questo in pura teoria perché nella pratica anche i lavoratori parzialmente esonerati eseguono tutti i compiti loro assegnati». Secondo Bombarda «Gli infermieri devono essere assunti a tempo indeterminato, la partita Iva è una semplice scorciatoia che non risolve il problema. Noi abbiamo fatto delle proposte per riorganizzare la sanità pubblica a 360 gradi. In particolare mi riferisco all’accordo raggiunto con la Regione nel dicembre scorso, poi trasformatosi in delibera regionale».

    Si tratta della delibera di Giunta regionale n. 1717 del 27/12/2013 “Riordino delle attività distrettuali e delle cure primarie. Direttive vincolanti per le Aziende Sanitarie Locali ai sensi dell’art. 8 della l.r. 41/2006”. «Per decongestionare gli ospedali bisogna innanzitutto trasferire il più possibile l’assistenza a livello territoriale – conclude Bombarda – La carenza di forza lavoro, ad esempio di infermieri, è una criticità che va affrontata all’interno di tale contesto. Occorre una risposta puntuale tramite l’organizzazione di una rete di servizi territoriali, sempre aperti ai cittadini, che svolgano il ruolo di filtro chiamando in causa e integrando le professionalità di medici e tecnici. In caso contrario continueremo a scontare la mancanza di operatori negli ospedali e negli altri servizi sanitari pubblici».

    Libera professione delle categorie sanitarie non mediche: in discussione la nuova legge regionale

    sanita-mediciIl 10 marzo scorso, mentre in Italia così come a Genova si discuteva della mancanza di infermieri, la Commissione Salute e Sicurezza sociale del Consiglio regionale ligure, presieduta dal consigliere Valter Ferrando (Pd), ha approvato a larghissima maggioranza (contrario Alessandro Benzi di Sel con Vendola) il testo unico – frutto dell’unificazione di due proposte di legge, una presentata da Ezio Chiesa (Gruppo misto-Liguria Viva), l’altra dallo stesso Ferrando e altri consiglieri di maggioranza – che riorganizza l’attività libero professionale delle categorie sanitarie non mediche.
    Il provvedimento, che riguarda circa 20 mila operatori del settore sanitario in Liguria (infermieri professionali, ostetriche, tecnici sanitari che operano in laboratori di analisi e servizi di radiologia, tecnici di riabilitazione e prevenzione) “...tende a garantire una maggiore continuità assistenziale e favorisce uno sviluppo integrato delle professionalità – si legge nel comunicato stampa della Regione Liguria – Il testo unificato, che verrà iscritto all’ordine del giorno di una delle prossime sedute del Consiglio regionale, autorizza il personale sanitario non medico a svolgere attività libero professionale singolarmente: attualmente tale attività può essere svolta solo in equipe a supporto del medico. Questa modifica consente, quindi, di assicurare continuità assistenziale fra ospedale, territorio e domicilio. L’attività libero professionale potrà essere esercitata nella stessa azienda sanitaria in cui il professionista presta la propria opera oppure in regime di intramoenia allargata e dovrà essere regolamentata e autorizzata dall’azienda stessa”.
    «Una volta approvata dal Consiglio regionale – dichiara il presidente della Commissione Valter Ferrando – questa legge consentirà al paziente, sia in ospedale che a domicilio, un’assistenza più snella, efficace e, contemporaneamente, fornita da personale altamente qualificato che già opera nella struttura pubblica».

    Il presidente del collegio Ipasvi di Ganova, Carmelo Calcagno, saluta positivamente la novità «La proposta normativa sulla libera professione intramoenia mette al centro il paziente per garantire continuità di cure, rafforzando così la vocazione pubblica del servizio sanitario. Ovviamente questa non è una risposta alla carenza di personale, anche infermieristico, nelle strutture pubbliche. Piuttosto si tratta di consentire ai singoli infermieri (e altri operatori del settore sanitario) la possibilità di mettersi al servizio dei cittadini. In pratica il dipendente della sanità pubblica sarà autorizzato ad eseguire, al di fuori dell’orario di servizio, una prestazione richiesta dal paziente che la pagherà di tasca sua. La Liguria in tal senso potrebbe diventare una regione all’avanguardia».

    Dal punto di vista sindacale, invece, la Cgil manifesta dei dubbi sulla proposta di legge: “La complessità della materia trattata richiederebbe un confronto ben più approfondito di una sola audizione consiliare – scrive la Cgil nella memoria per la Commissione – i vincoli legislativi e contrattuali non sono risolvibili unicamente a livello di ogni singola Regione ma, se si vuol condividere una proficua soluzione, la sede più idonea si configurerebbe nell’organismo della Conferenza Unificata Stato-Regioni”.
    Secondo il sindacato, infatti “…il rapporto di lavoro del personale laureato delle professioni sanitarie appartenenti all’area del comparto (infermieri, personale tecnico-sanitario e della riabilitazione), ad oggi, è vincolato dall’esclusività del rapporto di lavoro, ed in ragione di ciò non può svolgere altre attività professionali aggiuntive se non trasformando il proprio rapporto di lavoro da full-time ad un rapporto di lavoro part-time non superiore al 50%, con specifica autorizzazione dell’ente da cui dipende, che attesti l’assenza di incompatibilità con il lavoro istituzionale svolto”.
    La Cgil ritiene che la libera professione sia solo una scorciatoia “Si deve, invece, procedere al rinnovo dei contratti nelle loro parti economiche e normative, e si devono sbloccare le assunzioni, prioritariamente per il personale addetto all’assistenza”.

    Peraltro i lavoratori “Già oggi si sobbarcano quote significative di lavoro straordinario oltre al normale orario di lavoro – sottolinea infine la Cgil – se a questo si dovessero sommare ulteriori ore per adempiere alla libera professione, si giungerebbe ad un orario di lavoro ben superiore a quello consentito dalle normative europee”.

    Matteo Quadrone

  • Porticciolo turistico di Pegli, un iter lungo 12 anni. Da Tursi il via libera al nuovo progetto

    Porticciolo turistico di Pegli, un iter lungo 12 anni. Da Tursi il via libera al nuovo progetto

    PegliSarebbe dovuta passare in Consiglio comunale martedì scorso ma per il protrarsi dei lavori inseriti all’ordine del giorno è slittata alla prossima settimana la delibera che dovrebbe dare il via libera definito alla realizzazione del nuovo porto di Pegli, letteralmente “una struttura dedicata alla nautica di diporto nell’area compresa fra il Castelluccio e il Risveglio”. Ma il progetto è più ampio e, come lo definisce Mauro Avvenente, presidente del Municipio Ponente, riguarda l’allestimento di un vero e proprio porticciolo turistico nella delegazione ponentina.

    «Stiamo per entrare nel Guinness dei primati – ci spiega lo stesso Avvenente – perché stiamo parlando di una pratica che è in Conferenza dei servizi da 12 anni scoccati il 31 dicembre scorso: record assoluto per un’opera che può essere considerata residuale rispetto a quelle veramente invasive che sono state realizzate nel nostro territorio». Le lungaggini sono dovute principalmente a cinque ricorsi al Tar inoltrati dalla società Bagni Castelluccio, partecipante alla selezione pubblica per l’assegnazione dei lavori, già insediata nella zona marina di Pegli e quindi intenzionata a mantenere lo status quo, contro Porto Pegli srl, vincitrice del bando e composta dai soggetti che hanno già realizzato la Marina di Sestri Ponente. «Quattro di questi ricorsi – spiega il presidente del Municipio – sono stati respinti mentre il quinto è stato accolto ma solo per una carenza di motivazioni da parte della Soprintendenza circa la scelta del progetto vincitore. Motivazioni che sono state dettagliate successivamente con la presentazione di un dossier ad hoc che il Comune ha ritenuto sufficiente per esaurire la pratica».

    Ma nel processo di rallentamento dell’opera è intervenuta anche la Regione che ha modificato il Piano Territoriale della Costa, adottato ma non ancora approvato, istituendo alcuni importanti paletti alla realizzazione di nuovi porticcioli nello spirito di preservare aree della Liguria non ancora antropizzate. «Nella nostra situazione però – specifica Avvenente – si tratta di un intervento che va a migliorare la condizione generale di degrado della zona: stiamo, infatti, parlando di un’area interna alla diga foranea che protegge il porto di Pegli Lido – Prà – Voltri. Qui un porticciolo di fatto esiste già ma non ha accessi carrabili, non ha possibilità di far intervenire mezzi di soccorso e, comunque, non ha mai impiegato la spesa di un centesimo di risorse pubbliche». Una risposta indirizzata soprattutto a un gruppo di residenti di via Zaccaria, che lo stesso presidente definisce «sparuto», che si è scagliato contro il progetto innalzando la bandiera del “no alla cementificazione scriteriata”. «In realtà – sostiene Avvenente – non vedono di buon occhio la realizzazione di una piazza pubblica con due piccoli locali e giochi per i bambini che sono previsti nel progetto per riqualificare e rivitalizzare il territorio. Naturalmente chi è abituato a vivere in una via sostanzialmente chiusa, pur nel degrado, non ha nessun interesse a rendere accessibile la propria zona. Ma chi fa l’amministratore pubblico deve far prevalere l’interesse pubblico collettivo diffuso».

    Pegli-riviera-ponente-DEppure il progetto, dopo le modifiche imposte dalla Regione e da altri enti aventi diritto a partecipare alla Conferenza dei servizi, è davvero molto meno invasivo tanto che Antonio Bruno, capogruppo Fds in Consiglio comunale, dopo aver votato contro la delibera nelle amministrazioni precedenti ha assicurato il proprio sostegno alla nuova opera.
    «Stiamo parlando di una zona che prima della Guerra aveva un’enorme spiaggia – ricorda il consigliere – che è stata ristretta con l’avvento di Italsider, riallargata con il porto Multedo e definitivamente sparita con gli interventi nel porto di Voltri. Inizialmente il progetto, approvato nel passato ciclo amministrativo con il mio voto contrario, era molto più invasivo e prevedeva un pesante accesso carrabile con la costruzione di un’apposita piastra per realizzare box auto nella zona delle “Focassette” e la conseguente generazione di traffico legato non solo all’accesso alle nuove banchine. Alla fine, anche grazie alle nuove norme regionali che vanno proprio a salvaguardare la zona delle “Focassette” e del “Castelluccio”, il progetto si è notevolmente ridotto e voterò a favore anche io».

    «Tutta l’aera del Castelluccio, che è ancora naturale, e la scogliera a ponente del porticciolo – specifica il vicesindaco Stefano Bernininon possono essere toccate. Il progetto ha dovuto per forze di cosa ridurre il proprio campo di intervento a uno spazio più ristretto. Questo ha consentito di andare incontro a molte richieste dei comitati locali, minor cementificazione e non costruzione della piastra per i posteggi su tutte. Per cui è stato presentato un nuovo progetto su cui ripartirà la Conferenza dei servizi già in atto prima, con minori dimensioni del porto in termini di lunghezza delle banchine, minor volumetria, diminuzione elevatissima dei posteggi ora solo a raso, e una viabilità pedonale interferita solo dal passaggio delle auto per andare in banchina. Effettivamente è cambiato il mondo: si salvano le parti naturali e si fa un porticciolo dove comunque sono già presenti alcune strutture».

    Tutto, dunque, parrebbe orientato al via libera per la realizzazione del progetto definitivo e, conseguentemente, di quello esecutivo. Ma in Sala Rossa ci sono ancora posizioni piuttosto critiche. Su tutte, quelle del M5S che dovrebbe presentare un sostanzioso emendamento che tuttavia il vicensindaco non sembra intenzionato ad accogliere, e del capogruppo di Sel, Gian Piero Pastorino, peraltro residente in zona.
    «Da quello che ho captato – commenta il presidente del Municipio, Mauro Avvenente – in Consiglio comunale ci sono soggetti che, vuoi per scarsa conoscenza del territorio o per prese di posizione di carattere ideologico, come quelle dei professionisti dei no a tutto, anche in questo caso esercitano la loro nefanda azione cercando di bloccare qualsiasi iniziativa che potrebbe creare anche posti di lavoro nel porticciolo e creare un volano molto positivo per tutto il tessuto commerciale nella zona di Pegli Lido. In questo contesto – prosegue Avvenente facendo chiaro riferimento a Pastorino – c’è anche chi si dice favorevole a parole al progetto ma vuole inserire nella delibera elementi accessori che rischiano di far saltare l’equilibrio economico dell’opera. Se chiedo di realizzare anche la fermata delle ferrovie, il sottopasso per collegare Pegli lido con il nuovo porticciolo (passaggio che in realtà esiste già ma è stato privatizzato) di fatto mi schiero contro l’opera. Se, infatti, fossi imprenditore e mi vedessi già dimezzato lo spazio per realizzare il posteggio e la superficie utile per attività commerciale, di fronte a queste ulteriori richieste mollerei tutto. Non far andare avanti il progetto vincitore, però, non è una scelta neutra ma significa voler agevolare lo status quo e chi già opera nella zona».

    pegli-ponente-riviera-panoramica-d6Una scelta ancora meno neutra se si tiene presente che, come previsto nelle richieste originarie dell’allora Circoscrizione ponentina, insieme con il nuovo porticciolo turistico di Pegli dovrebbe essere realizzata anche la passeggiata che ricongiunge fisicamente l’intero litorale del Ponente, da Multedo alla Fascia di Rispetto di Prà fino alla sponda sinistra del Branega, per poi tornare indietro sulla pista ciclabile a sud del canale di Calma. Non ultimo, seppure in un futuro probabilmente non proprio prossimo, potrebbe essere realizzato anche il ricongiungimento di Palmaro con Voltri che, a quel punto, darebbe vita alla passeggiata sul mare più lunga d’Europa, che consentirebbe di arrivare fino a Varazze senza soluzione di continuità. «Un obiettivo – conclude Avvenente – di straordinaria importanza che merita di essere sopravanzato rispetto agli interessi privati di chi pensa, pur legittimamente, a mantenere il proprio business o di chi non vuole essere disturbato sotto casa».

    Insomma, per capire realmente che cosa succederà dovremo aspettare quantomeno martedì prossimo perché le istanze dei consiglieri sono molteplici e riguardano anche questioni tra loro molto diverse. «Un problema sollevato dal Consiglio comunale – spiega Bernini – è che il porto ora come ora è in concessione non corretta a un privato che ha partecipato e perso la gara (Bagni Castelluccio, ndr) mentre la nuova opera va a un altro imprenditore. La gara, però, non è stata bandita dal Comune ma da Autorità portuale e, comunque, chi l’ha vinta ha tutto il diritto di realizzare le proprie opere. C’è poi – conclude Bernini – una discussione aperta sui pescatori professionistici che non sono stati presi in considerazione dal nuovo progetto: ma io, Comune, non posso certo far saltare per questo motivo la gara di Autorità portuale; tuttavia, posso impegnarmi ad agire con le altre istituzioni per trovare una collocazione idonea sempre nell’ambito portuale del Ponente».

     

    Simone D’Ambrosio

  • Gli Stati (mai) Uniti d’Europa e il ruolo delle identità nazionali. La fine del “sogno europeo”

    Gli Stati (mai) Uniti d’Europa e il ruolo delle identità nazionali. La fine del “sogno europeo”

    EuropaQualche giorno fa Beppe Grillo posta sul suo blog una serie di “considerazioni storiche” sul futuro del paese e sulla possibilità (auspicio?) che l’Italia finisca per dividersi. Tra gli altri, Il Giornale commenta con un titolo geniale: Grillo sale sul Carroccio”. Tuttavia nella realtà il comico non sta propugnando una precisa linea separatista. Piuttosto, come è sua abitudine, attraverso domande e periodi ipotetici, lancia il sasso e poi nasconde la mano. È il solito giochino del “megafono del movimento” che la spara grossa per ottenere la più ampia visibilità mediatica. L’obiettivo è sempre raccattare i delusi in circolazione con messaggi sufficientemente forti da dare l’impressione che la nuova forza politica sia portatrice di mutamenti radicali, ma anche sufficientemente ambigui per evitare di doversi schierare nettamente in un modo, allontanando dal movimento quelli che la pensano al modo contrario. È una strategia che abbiamo visto all’opera a proposito del tema dell’euro: e tra l’altro, a questo riguardo, i nodi stanno venendo al pettine, visto che qualcuno ha già cominciato a rinfacciare al movimento di non avere una propria posizione.

    Dunque certamente non si deve scambiare l’abitudine di Grillo alla boutade per un manifesto programmatico. Purtuttavia, ciò detto, non bisogna nemmeno sottovalutare la sua capacità di puntare con decisione ai “fronti caldi”. Infatti anche in questa occasione il comico genovese ha toccato un nervo scoperto. Dopo essersi costruito un consenso con il tema dell’autoreferenzialità della Casta e dopo averlo consolidato con il tema della critica all’Europa (punti su cui gli altri partiti sono poi stati costretti ad inseguire), Grillo conferma per la terza volta un’indiscutibile capacità di anticipare gli argomenti clou della politica andando a mettere il dito nella ferita aperta. E il tema scottante, oggi, è il nodo irrisolto del ruolo degli «Stati nazionali».

    È un peccato che il fondatore del M5S abbia partorito un soggetto politico con limiti strutturali e premesse ideologiche assurde: perché il fiuto davvero non gli mancherebbe. O forse sono gli altri ad essere particolarmente indietro. Comunque sia, resta il fatto che in Europa c’è un enorme problema di identità e di istituzioni politiche: e mentre gli altri si baloccano con le quote rosa, Grillo si è già mosso per cavalcare quest’onda a modo suo.

    Senza dubbio il comico ha intuito che il vaso di Pandora si sta scoperchiando con le tensioni in Ucraina e la decisione della Crimea di staccarsi da Kiev per riavvicinarsi a Mosca. Questo delicato passaggio pone infatti urgenti questioni di legittimità (come notano, tra gli altri, Panorama e l’economista Jacques Sapir). Tuttavia esistono da tempo altri problemi: la Scozia che si esprimerà sull’indipendenza dall’Inghilterra il prossimo 18 settembre; la Catalogna che vorrebbe votare per staccarsi da Madrid il 9 novembre (ma è più decisamente osteggiata dal governo spagnolo); infine la contrapposizione in Belgio tra fiamminghi e valloni, che può portare il paese a fare la fine della Cecoslovacchia. Su quest’onda altre cause separatiste, come quella corsa, quella basca e quella irlandese, per non parlare di quella leghista in casa nostra, rischiano di riaccendersi.

    Tutte queste vicende sono legate da un filo rosso che passa per Sebastopoli e arriva fino alla villa del comico a Sant’Ilario. Questo filo è evidentemente il fallimento del progetto politico europeo e la necessità che da qui segue di ripensare il ruolo dello Stato e il senso delle comunità nazionali in un mondo globalizzato. La vicenda ucraina, per il momento, interessa l’Unione Europea solo di riflesso; nel senso che rapportarsi a spinte autonomiste in “politica estera”, per di più con uno Stato che un domani potrebbe chiedere di diventare membro, pone un problema di coerenza nell’atteggiamento da tenere verso le analoghe spinte in “politica interna”. Ma tutto il resto, da Edimburgo a Varese, è l’espressione diretta dell’inconsistenza del progetto federale europeo.

    Autorità pubblica e identità nazionale

    italia-europa-politicaSe mi è concesso banalizzare un po’ un problema altrimenti troppo complesso, direi che l’autorità pubblica, e quindi le istituzioni ad essa collegate, hanno senso unicamente in quanto espletano una semplice funzione: la collezione delle risorse pubbliche, ossia, in una parola, la riscossione delle tasse. Per realizzare degli scopi a livello collettivo, infatti, occorre qualcuno che abbia il consenso per usare le risorse di tutti a fini comuni. E il fine ultimo è certamente il benessere della comunità.

    Tuttavia decidere sui modi in cui si persegue questo benessere e il fatto che il benessere di alcuni possa facilmente entrare in contrasto con il benessere di altri può spezzare l’unione di un gruppo sociale e delle sue istituzioni. Per questo si dice che la comunità ha bisogno di un “senso di appartenenza”: i singoli devono riconoscersi come membri di un’entità collettiva, la cui sopravvivenza valga qualche compromesso individuale e qualche sacrificio. Occorre, insomma, in termini spiccioli, benevolenza, comunicazione e comprensione reciproca, cosa che richiede inderogabilmente il riconoscimento tra i membri di una comunità di tratti comuni.

    Questo “senso di identità” comunitario deve essere evidentemente esclusivo. Come appartenenti al genere umano abbiamo certamente tutti dei caratteri comuni. E all’opposto come individui siamo tutti unici e diversi. Ma da un punto di vista sociale e culturale siamo simili ad alcuni e diversi da altri. Le comunità si definiscono e si riconoscono, dunque, grazie a un’identità comune ed esclusiva. Ciò non toglie che, come si diceva, il senso di una comunità è il mantenimento del suo benessere: tuttavia la precondizione perché si realizzi la ricerca collettiva del benessere è il superamento delle diffidenze reciproche attraverso la costituzione di un’identità collettiva.

    Questa almeno, a grandi linee, è stata la lezione che ci aveva consegnato la modernità fino al secolo scorso, quando due guerre mondiali hanno posto il problema di come evitare il rischio di nazionalismi conflittuali. A questo argomento, poi, si sono aggiunte le dinamiche della globalizzazione, interpretata come sviluppo di fenomeni e soggetti transnazionali che richiedono una forma di controllo politico più elevato rispetto alle singole autorità nazionali.

    L’Europa (mai) Unita

    [quote]Quella che in questi anni abbiamo chiamato “identità europea” altro non era che la cultura standardizzata dell’occidente civilizzato[/quote]

    europa-bceIl progetto di unificazione europeo va considerato in questo contesto. Nelle intenzioni esso doveva essere, da un lato, una prima risposta politica ai problemi posti dalla globalizzazione e dal rischio della conflittualità tra nazioni; dall’altro lato, come autorità pubblica, avrebbe dovuto basare il proprio consenso su un benessere generale conseguito attraverso la mera gestione tecnocratica. In altri termini, secondo le élite che hanno guidato il processo, non sarebbe stato necessario tanto fondare il consenso su ragioni ideologiche o identitarie: sarebbe bastata la prosperità economica, garantita dai governanti in virtù della loro conoscenza tecnica delle leggi dell’economia.

    Il problema dell’identità, cui facevamo accenno prima come indispensabile, veniva eluso facendo la somma delle identità preesistenti. Non c’era, infatti, e non c’è mai stata, alcuna riflessione su una possibile “identità europea” diversa da altre identità culturali e politiche nel mondo. Tra Gran Bretagna, Spagna e Danimarca non ci sono, al fondo, tratti comuni particolari che non siano al contempo condivisi da Canada o Nuova Zelanda. Questo significa che quella che in questi anni abbiamo chiamato “identità europea” altro non era che la cultura standardizzata dell’occidente civilizzato, che ha una lingua e una visione politico-economica di derivazione anglosassone.

    Pertanto, senza una vera identità comune e con un approccio multiculturale, il risultato del tentativo di unificazione l’Europa non poteva essere che l’esaltazione delle componenti identitarie locali. Infatti, se il progetto politico è la “nazione”, è ovvio che c’è un superiore “interesse nazionale” al quale le aspirazioni locali, in ultima analisi, si devono piegare: l’integrità della Spagna, in quest’ottica, viene prima delle esigenze di autonomia della componente basca. Se però, al contrario, gli Stati dovranno alla fine confluire verso un super-Stato federale europeo, in un quadro di equidistanza e pari dignità di tutte le componenti, allora è chiaro che baschi, catalani, andalusi e spagnoli hanno tutti lo stesso diritto a vedersi riconoscere un’eguale autonomia. Ecco dunque come la spinta centripeta del progetto federale riveli in realtà un esito centrifugo all’affermazione di identità locali.

    Questo processo disgregativo, per di più, è esasperato dalla crisi economica: una crisi che, giova ricordarlo, è tutta europea. Il ripiegamento su stessi viene vissuto, dunque, non solo come il diritto all’affermazione della propria identità, ma anche come la risposta a un problema economico che l’Unione Europea non sa affrontare. Le “regole europee”, espressione di un tecnicismo centralizzato favorevole alle multinazionali (non certo alla salvaguardia delle economie locali), diventano l’odioso simbolo di un disagio troppo grande. E così è completo il fallimento del progetto federale, che prima ha preteso di poter dare benessere con la tecnica ignorando il problema politico dell’identità; e oggi fallisce anche quell’obiettivo di benessere che era la sua unica ragione, regalando povertà e disoccupazione e tirando il freno alla ripresa globale.

     Il futuro

    Agli Stati per anni è stato raccontato che tutti i loro problemi dipendevano dalla mancanza di un’entità politica più grande: ora che l’Unione più grande ce l’abbiamo e i problemi sono aumentati a dismisura, ci si può ancora ostinare a credere che l’integrazione raggiunta sia insufficiente (ossia che ci vuole “più Europa”), ma non si può davvero biasimare chi invece va alla ricerca di una maggiore autonomia locale. L’ormai prossima fine del progetto europeo, dunque, non ci riporterà magicamente alla situazione che c’era prima di Maastricht; ma ci consegnerà a una situazione di forte incertezza politica causata dalla demolizione delle precedenti certezze. È il frutto amaro di una lotta ideologica allo Stato che va avanti da almeno trent’anni e che a questo punto dovremmo ripensare.

    A questo proposito la settimana prossima esamineremo il caso dell’Italia, cercando di trarre la giusta lezione dal fallimento dell’Europa e provando a domandarci se davvero parlare di “nazione italiana” nel terzo millennio, come lascia intendere Grillo, non abbia più alcun senso.

     

    Andrea Giannini