Anno: 2014

  • San Fruttuoso, borgo di Sant’Agata: il progetto del Civ, nuova piazza sull’antica via romana

    San Fruttuoso, borgo di Sant’Agata: il progetto del Civ, nuova piazza sull’antica via romana

    imageA due passi da Corso Sardegna, dietro all’ex mercato ortofrutticolo, da qualche giorno sono partiti i lavori di riqualificazione parziale di Largo Giuseppe de Paoli: una piazza dall’alto valore storico, che oggi fa parte del piccolo nucleo dell’antica Val Bisagno, sopravvissuto agli stravolgimenti urbani. Un progetto del 2010 proposto dal CIV (che è anche committente dei lavori), finanziato al 70 per cento con fondi europei: si tratta del secondo progetto proposto dal comitato che partecipa a un bando regionale, vincendo e ottenendo accesso a finanziamenti pari a 150 mila euro, stanziati dall’Unione Europea. Prima era stata la volta della riqualificazione di Piazza Manzoni, che vi avevamo già raccontato qui.

    Stando alle proposte del comitato di cittadini, la piazza – su progetto degli architetti Dario Kuglievan e Roberto Martinelli – si trasformerà in un’isola pedonale, un’oasi felice per i cittadini chiusa tra via Giacometti e il complesso di Sant’Agata. Gli interventi, ora in corso, dovrebbero concludersi a fine estate e riguarderanno la riorganizzazione dei posti auto su Via Giacometti, la risistemazione del tratto che unisce la via con il complesso storico di Sant’Agata, l’introduzione di reti fognarie bianche e nere. Inoltre, un arredo urbano consono alle esigenze degli abitanti della zona, con panchine, stalli per le biciclette, nuove fonti di illuminazione (5 pali della luce), telecamere per la videosorveglianza dell’area.

    Racconta Umberto Solferino, presidente del CIV: «Una soddisfazione: siamo al nostro secondo progetto finanziato al 70% dalla UE grazie alla partecipazione al bando regionale. Questo significa che il CIV è un interlocutore fondamentale per il Comune e l’amministrazione civica. Il nostro intervento in Piazza Manzoni, ad esempio, è oggi fiore all’occhiello della zona. Come CIV dovremo intervenire anche economicamente per ultimare i lavori in Largo de Paoli: a nostro carico, ad esempio, l’inserimento di telecamere».

    imageIl progetto prevede inoltre l’incremento della cartellonistica e la pedonalizzazione dell’area vicina all’allaccio dell’antico Ponte di Sant’Agata, con collegamento al ciottolato storico della piazza. Ci svela sempre Solferino che da qualche giorno la ditta appaltatrice che sta seguendo i lavori ha preso contatti con la madre superiora del convento di Sant’Agata e sembra ci sia un accordo per il rifacimento della pavimentazione anche nel tratto privato, di proprietà del convento, che affaccia sulla via principale.

    Gli interventi mirano a rilanciare il turismo e a creare un tutt’uno con il complesso dell’ex mercato di Corso Sardegna, che a breve sarà interessato da interventi di recupero a fruizione della cittadinanza.
    L’importanza di questi lavori è data dal fatto che, come si diceva, si tratta di un sito dall’alto valore storico: la pavimentazione originaria è quella della Via Antica Romana, che seguiva il tracciato del Ponte di Sant’Agata e univa Levante e Ponente. In questa prima fase dei lavori, si sta smantellando l’antico ciottolato in pietra, ma in un secondo tempo sarà restaurato e valorizzato. Così commenta l’architetto Matteo Marino, cittadino da sempre attivo nella promozione culturale della zona e attento alla valorizzazione del sito di Sant’Agata: «Questi lavori daranno la possibilità di rilanciare la zona sotto il profilo turistico: si potrebbe creare un percorso lungo la Via Antica Romana, in cui i cittadini possono passeggiare liberamente o andare in bici».

    Gli interventi sono volti al miglioramento generale della zona, ma soprattutto serviranno a ridare dignità a una piazza oggi relegata al rango di “slargo”, che affaccia sulla più trafficata Via Giacometti e offre qualche posteggio agli automobilisti perlopiù diretti in Corso Sardegna. «Purtroppo Genova – commenta Solferino – è la città del “mugugno” libero: spesso i nostri interventi seppur positivi, non sono così sentiti dalla popolazione, noi vogliamo che il nostro quartiere sia decoroso, assumendoci anche oneri in termini monetari; o ancora, organizziamo eventi per ridare slancio alla zona: certe volte ci arrabbiamo con il territorio nel non vedere riconosciuto il nostro lavoro».

     

    Elettra Antognetti

  • Enti case popolari a rischio default: facciamo il punto dopo il caso Arte Genova

    Enti case popolari a rischio default: facciamo il punto dopo il caso Arte Genova

    centro-storico-castello-vicoliLa questione casa è senza dubbio l’argomento più caldo del momento (qui l’inchiesta di Era Superba relativa al territorio genovese), capace di richiamare in piazza una moltitudine di persone – giovani e meno giovani, italiani e stranieri – per chiedere al Governo risposte concrete a favore di chi è rimasto senza un tetto e non soltanto repressione contro le occupazioni abusive di alloggi sfitti portate avanti in questi mesi dal Movimento di lotta per la casa sorto in numerose città italiane, tra cui Genova.
    La drammatica situazione odierna è il risultato della prolungata assenza di politiche strutturali per l’abitare e di finanziamenti stabili ad hoc per l’edilizia residenziale pubblica (Erp). Ma pure il modello di gestione degli alloggi pubblici – attualmente disimogeneo sul territorio nazionale, frammentato com’è nei diversi enti casa territoriali che hanno sostituito gli Iacp (Istituti autonomi per le case popolari) – andrebbe completamente ridisegnato, visto che finora esso non si è dimostrato socialmente efficace e neppure economicamente sostenibile.

    «Le case popolari rischiano il default – lancia l’allarme Emidio Ettore Isacchini, presidente di Federcasa (federazione di 114 enti che, in tutta Italia, costruiscono e gestiscono abitazioni sociali) – Troppi i nodi da tempo irrisolti dei quali la politica non sembra volersi fare carico: dalla confusione sul pagamento dell’Imu, alla mancanza di risorse per il settore, all’assenza di agevolazioni sotto il profilo energetico. A tutto ciò si aggiunge la necessità di individuare norme precise che indichino la missione degli enti gestori».
    Senza dimenticare, però, gli esempi di malgestione degli stessi ex Iacp, sovente utilizzati per effettuare operazioni finanziarie che certamente non rientrano tra le loro primarie finalità. L’ultimo caso, in ordine di tempo, è quello di Arte Genova (una delle 4 aziende territoriali per l’edilizia controllate dalla Regione Liguria), indebitatasi di circa 76 milioni di euro per acquistare – tra 2012 e 2013 – alcuni immobili di proprietà delle Asl liguri (tra i quali l’ex ospedale psichiatrico di Quarto) allo scopo di ripianare il buco nel bilancio sanitario regionale. Beni in seguito messi all’asta per 116 milioni ma ad oggi rimasti invenduti. La Corte dei Conti ha aperto un’inchiesta sul trasferimento del debito dalla Regione Liguria ad Arte, mentre il Ministero dell’Economia e delle Finanze ha chiesto chiarimenti alla Giunta guidata da Claudio Burlando.

    A tal proposito, nella relazione ministeriale si legge: “Dalla lettura dei dati di bilancio emerge come l’azienda (Arte Genova, ndr) non avesse la liquidità per far fronte alla compravendita di immobili e che le necessarie risorse finanziarie siano state procurate attraverso il ricorso al sistema bancario. Questa operazione ha permesso all’azienda regionale di surrogare il debito verso la regione in un debito verso il sistema bancario (nello specifico Banca Carige) con l’accollo degli oneri conseguenti all’indebitameto. Va inoltre evidenziato che le eventuali plusvalenze che Arte dovesse conseguire dalla cessione dei predetti immobili dovranno essere rigirate alla Regione Liguria […] Il piano di alienazione e valorizzazione del patrimonio immobiliare approvato dalla Regione è certamente legittimo […] Tuttavia, le modalità di dismissione destano qualche perplessità, soprattutto dal punto di vista della sostenibilità economica dell’operazione da parte di Arte Genova”.

    Il dissesto finanziario degli enti casa riguarda pure altre realtà territoriali – come ad esempio Aler Milano e le aziende Ater del Lazio – con bilanci in profondo rosso soprattutto a causa del ricorso a costose consulenze e all’impiego di strutture spesso elefantiache, oltre al pesante fardello rappresentato da una morosità – in particolare quella incolpevole – costantemente in crescita.

    Enti case popolari, la posizione di Federcasa

    «Premesso che non conosco nel dettaglio la condizione di Arte Genova – spiega Isacchini – comunque, purtroppo, questo non è l’unico caso in Italia. In realtà la missione delle aziende territoriali è quella di costruire, acquistare e gestire case popolari per le fasce meno abbienti della popolazione. Al contrario simili operazioni, non frutto di scelte autonome ma piuttosto legate a particolari esigenze delle singole regioni, mettono in estrema difficoltà gli enti casa esponendoli al pubblico lubridrio come fossero tutti dei carrozzoni parastatali indebitati. Teniamo conto che i finanziamenti pubblici destinati al settore Erp si sono praticamente azzerati. Dal ’98 ad oggi, da quando sono stati eliminati i contributi Gescal, le risorse sono calate progressivamente fino all’esaurimento attuale. La conseguenza è che in Italia non riusciamo ad aumentare il parco Erp nonostante la forte richiesta di case popolari». Secondo il presidente di Federcasa anche «Le politiche fiscali sono diventate ormai insostenibili e devono essere oggetto di revisione affinché le politiche abitative possano avere il giusto respiro». La criticità principale è relativa alla definizione di “alloggio sociale”, nella quale, in base alla Legge di Stabilità approvata a dicembre 2013, non rientrano gli alloggi popolari. Secondo la legge vigente, infatti, gli enti casa sono tenuti al pagamento dell’Imu come seconda casa, un esborso non sopportabile che potrebbe provocare il dissesto dei bilanci delle varie realtà territoriali. «Ogni anno dobbiamo battagliare con l’amministrazione statale – continua Isacchini – Proprio in questi giorni sono stato in audizione al Senato. E le posso dire che se ci obbligheranno a pagare l’Imu dovremo dichiarare l’impossibilità a svolgere il nostro ruolo».

    arizona-molassana-edilizia-popolare-caseNel frattempo, il Governo Renzi, con il decreto legge 28 marzo 2014, n. 47 intitolato “Misure urgenti per l’emergenza abitativa, per il mercato delle costruzioni e per Expo 2015“, prevede di investire nel comparto abitativo un miliardo e 741 milioni di euro con tre obiettivi: sostenere gli affitti con la formula della cedolare secca, allargare i vani destinati alla residenza pubblica, e favorire la sua maggiore diffusione sul territorio. In linea generale viene istituito un Piano di recupero immobili Erp da 400 milioni di euro destinati a 12 mila alloggi che andrà ad agevolare la riqualificazione energetica, antisismica o impiantistica dell’immobile. 68 milioni saranno, invece, indirizzati al recupero di 2 mila e 300 vani per categorie in particolare stato di difficoltà, come le famiglie con reddito sotto i 27mila euro lordi, i portatori di handicap, malati terminali, nuclei con over 65, ecc. Inoltre, nasce il Fondo destinato alla concessione di contributi in conto interessi su finanziamenti per l’acquisto degli alloggi ex Iacp; soprattutto chi usufruisce di un alloggio di edilizia residenziale popolare come abitazione principale e appartiene a fasce di reddito particolarmente basse potrà vedersi riconosciuta una detrazione di 900 euro se il reddito è inferiore a 15.493,71 euro oppure di 450 euro per redditi complessivi sotto i 30.987,41 euro.

    «Si parla di 12 mila interventi destinati al recupero di alloggi che attualmente non possono essere affittati perché fuori norma – sottolinea Isacchini, presidente di Federcasa – Sono troppo pochi rispetto alla reale necessità. Abbiamo una lista d’attesa inevasa di almeno 700 mila persone, i numeri sono eloquenti. Quella del Governo, dunque, è una risposta piuttosto limitata, che per di più potrà effettivamente esplicarsi solo in tempi lunghi».
    Secondo il presidente Isacchini, anche i piani di vendita delle case popolari agli inquilini «In questi anni hanno fornito risultati negativi. Le persone oggi hanno sempre minori possibilità di acquistare un’abitazione e sono disincentivate a farlo a causa della fiscalità elevata che si è concentrata sulla casa». D’altra parte gli alloggi Erp, come ammette Isacchini «Stanno cadendo nel degrado, visti i bassi affitti che gli enti casa percepiscono a cui si somma la morosità crescente. Insomma, le nostre aziende non possono più svolgere la manutenzione ordinaria e straordinaria. Questa è una situazione di difficoltà generale in tutta Italia». Inoltre, circa il 90% delle case popolari (oltre 600 mila abitazioni in tutto il Paese) necessita di lavori straordinari di efficientamento energetico. «Chiediamo al ministero dell’Ambiente e all’Esecutivo di individuare le soluzioni necessarie all’ammodernamento di un patrimonio oltremodo datato, a partire dall’estensione alle aziende casa della detrazione del 65% sulle spese sostenute» afferma Isacchini, presidente di Federcasa, che aggiunge «Occorre una vera politica nazionale dell’abitare. Lo sappiamo bene che le casse dello Stato sono pressoché vuote, però, il ruolo della politica è quello di reperire le risorse, anche in altri modi».
    Invece, a proposito del social housing, molto in voga negli ultimi anni, la posizione di Federcasa è chiara: «Si parla di numerosi progetti social housing, ma gli immobili realizzati in realtà sono pochissimi – sottolinea Isacchini – Le aziende al momento non sono in grado di promuovere queste iniziative che, peraltro, si rivolgono ad una fascia di popolazione che non è quella abitualmente destinataria dell’edilizia residenziale pubblica. Social housing è di sicuro una bella parola, un’ipotesi che può anche essere importante, soprattutto nelle grandi città, per calmierare il mercato privato e favorire il ceto medio. Tuttavia, non credo proprio che sia questa la risposta di cui hanno bisogno le famiglie». Per Federcasa, infatti, è necessario «Puntare su recupero, riqualificazione, risparmio energetico, interventi di carattere strutturale – conclude il presidente Isacchini – sono azioni fondamentali che consentono l’opportunità di accedere ai Fondi europei. Noi auspichiamo che tali risorse vengano destinati al settore Erp, soltanto così sarà finalmente possibile aumentare il parco di case popolari in Italia».

    Le proposte dei sindacati inquilini

    I sindacati degli inquilini – Sicet Cisl (Sindacato inquilini casa e territorio), Sunia Cgil (Sindacato unitario nazionale inquilini ed assegnatari) e Uniat Uil (Unione nazionale inquilini ambiente e territorio) – sono stati recentemente auditi (il 16 aprile scorso) dalle Commissioni 8 “Lavori pubblici, comunicazioni” e 13 “Territorio, ambiente, beni ambientali” del Senato proprio in merito al disegno di legge n. 1413 – Conversione in legge del decreto legge 28 marzo 2014, n. 47, recante “Misure urgenti per l’emergenza abitativa, per il mercato delle costruzioni e per l’Expo 2015”.
    Per le 3 sigle sindacali che hanno sottoscritto un documento unitario “Il disegno di legge rappresenta un segno di discontinuità rispetto alla grave assenza di attenzione ai problemi legati alla locazione… la decisione di alimentare con risorse aggiuntive, sia l’intervento statale per l’aiuto preventivo agli inquilini (FSA) che quello per la morosità incolpevole, risulta particolarmente positiva, anche se il dimensionamento economico è di gran lunga inferiore alla domanda rappresentata da oltre 350 mila famiglie”.
    Sicet Sunia e Uniat, però, sottolineano “È improrogabile un’offerta immediata di edilizia residenziale pubblica attraverso azioni di recupero, con interventi leggeri su alloggi degli enti gestori attualmente non assegnabili. La programmazione del recupero va sostenuta e incoraggiata, con procedure di estrema semplificazione per raggiungere l’obiettivo in tempi rapidi e certi. Questa azione non è realizzabile come previsto dal decreto, con linee di finanziamento dilatate nei prossimi sei anni e con una dotazione per il 2014 di soli 5 milioni di euro”.
    Oltre a queste misure, il provvedimento contiene ancora una volta interventi normativi di agevolazioni fiscali ed urbanistiche nei confronti del social housing, che lasciano molto perplessi i sindacati “Innanzitutto perché una norma sull’emergenza, con risorse limitate, dovrebbe indirizzare i propri sforzi verso priorità dettate della domanda che non è il social housing – scrivono Sicet, Sunia e Uniat – poi perchè il risultato prodotto da questo insieme di interventi tramite i fondi immobiliari ha cantierato solamente in 5 anni 1684 alloggi in locazione”.
    Inoltre, il disegno di legge prevede delle norme per favorire la vendita degli alloggi di edilizia residenziale pubblica a prezzi legati al livello dei canoni corrisposti e con agevolazioni sui mutui. “L’ennesimo tentativo di dismissione generalizzata dell’Erp – sottolineano i sindacati inquilini – dopo il fallimento di tutti i propositi simili messi in atto dalla 560/93 in poi, denota come l’edilizia popolare sia considerata erroneamente un problema e non un’opportunità”. Infine, secondo Sicet, Sunia e Uniat “Va affrontato il problema degli ex Iacp, sia rispetto all’efficacia del modello di gestione, con particolare riferimento alla sostenibilità sociale ed economica, sia alla governance. Anche in questo caso l’occasione può essere rappresentata dalla riforma del titolo V della Carta Costituzionale per una giusta ed equilibrata collocazione delle competenze e della definizione dei livelli essenziali in materia di Erp”.

    Stefano Salvetti, segretario genovese del Sicet, da trentanni attivo sul fronte del disagio abitativo, spiega: «Stiamo elaborando un documento che porteremo all’attenzione delle altre organizzazioni sindacali con l’intento di condividerlo. La premessa necessaria è la seguente: la riforma Bassanini ha messo tutto il carico dell’edilizia residenziale pubblica sulle spalle delle Regioni, ma oggi l’80% dei bilanci regionali è rappresentato dalle spese per la sanità ed il trasporto pubblico, mentre per le case popolari rimangono soltanto le briciole. Dunque, occorre ripensare l’organizzazione di livello regionale. Abbiamo chiesto un incontro all’assessore alle politiche abitative della Regione Liguria, Giovanni Boitano e anche al governatore Claudio Burlando che non ha ancora detto una parola sul tema». Per quanto concerne il livello centrale «Il primo principio della proposta che stiamo elaborando è la necessità di una legge quadro di indirizzo nazionale, che noi chiediamo da tempo e non è mai stata realizzata, con un finanziamento stabile per l’Erp. Invece, ormai da anni, in particolare da quando sono finiti i contributi Gescal (circa 3000 miliardi di vecchie lire all’anno provenienti dai lavoratori dipendenti), le case popolari ricevono soltanto dei finanziamenti a spot che ogni volta dobbiamo conquistarci con le unghie. Le Regioni, terminate le proprie risorse residue, oggi non hanno più finanziamenti dedicati ai piani Erp e da sole non saranno mai in condizione di affrontare questa importante partita». Secondo Salvetti «Spetta allo Stato determinare i livelli essenziali in materia di Erp da garantire su tutto il territorio. La definizione di alloggio sociale, soggetto a finanziamento pubblico, è fondamentale per indirizzare le risorse centrali. I pochissimi aiuti di Stato devono essere destinati esclusivamente all’Erp e non al social housing che non rappresenta una risposta per le fasce meno abbienti. Parliamo di progetti di cofinanziamento pubblico-privato, molti dei quali rimasti solo sulla carta. Con l’housing sociale gli affitti si attestano su circa 400-500 euro al mese più le spese di amministrazione. In Italia, invece, servono vere case popolari con affitti sui 100-150, massimo 200 euro al mese. Così sarebbe possibile aumentare il parco Erp disponibile, dapprima puntando sul recupero degli immobili e poi sulla trasformazione edilizia dell’esistente».

    Il secondo principio della proposta del Sicet riguarda il modello di gestione degli alloggi pubblici. «In Italia occorrono dei criteri uniformi – spiega Salvetti – Attualmente, invece, a livello gestionale regna una gran confusione. Esistono aziende regionali, realtà che ancora hanno gli ex Iacp, chi mantiene la potestà in capo ai Comuni, ecc. Noi in generale proponiamo di costituire delle “agenzie pubbliche del welfare” con un amministratore unico. Ma soprattutto ci vuole un organo di sorveglianza esterno: un consiglio di indirizzo che assicuri la partecipazione di tutti i soggetti, Regione, Comune, sindacati inquilini, ecc., deputati a svolgere un ruolo di controllo delle azioni svolte e di verifica dei risultati ottenuti. Per la Liguria immaginiamo un’unica agenzia che si dirama in unità operative di decentramento, al posto delle odierne quattro aziende».

    In merito alle misure previste dal Governo, il giudizio di Salvetti è sostanzialmente negativo: «I 400 milioni di euro per 12 mila alloggi da ristrutturare sono briciole. Nel piano di Renzi ci sono delle evidenti contraddizioni. Da un lato si destinano risorse al recupero degli immobili. Dall’altro si cerca di incentivare la vendita di alloggi. Ma in Italia non dobbiamo neppure ipotizzare di vendere le case popolari che già sono numericamente poche rispetto agli altri paesi europei. Con una percentuale pari al 4%, infatti, siamo la nazione con la minore quota di alloggi di edilizia residenziale pubblica, a fronte del 36% dell’Olanda, del 22% del Regno Unito e del 20% della media comunitaria. Al contrario l’iniziativa privata ha continuato a proliferare senza dare alcuna risposta alle persone bisognose di un tetto».

    Matteo Quadrone

  • “Quanti ricordano perché abbiamo voluto l’Europa?” Lo spot della Rai: un’idea stupida

    “Quanti ricordano perché abbiamo voluto l’Europa?” Lo spot della Rai: un’idea stupida

    europa-bceOvviamente si sapeva che si sarebbe arrivati a questo punto; per cui c’è poco da stupirsi, se oggi in tema di Europa ci ritroviamo a commentare, anziché critiche e proposte, uno stucchevole spot elettorale.

    È infatti in onda in questi giorni sulle reti RAI, realizzata dalla stessa azienda di Stato (non si capisce bene a che titolo), una vera e propria pubblicità commerciale in stile “Mulino Bianco”, la cui “trama” è la seguente: all’inizio, mentre scorrono scene di guerra, rovine e distruzione, vengono ricordati i morti di due guerre mondiali; poi, a un certo punto, come per magia, immagini in bianco e nero di firme e strette di mano; la musica cambia, la voce fuori campo ripercorre le epiche tappe dell’integrazione, manifestanti di varie nazionalità reggono cartelli a favore dell’Europa e infine si affaccia un tripudio di mamme e bambini sorridenti, anziani sicuri, abbracci affettuosi, sicurezza, pace e prosperità. Non manca la morale della favola: Bruxelles a volte ci delude, ma non dobbiamo dimenticarci a cosa ci serve l’Unione Europea.

    Purtroppo, nonostante il motto riportato nella schermata finale sia “per informare, non influenzare”, è evidente che la realtà sta esattamente all’opposto. Excusatio non petita, accusatio manifesta: proprio perché è evidente che si tratta di propaganda di bassa lega, devono scrivere che è “informazione”, altrimenti non se ne sarebbe accorto nessuno.

     L’argomento sostenuto è sempre lo stesso e l’abbiamo già smontato: l’Europa si è autoproclamata “antidoto contro la guerra”, ma ascrivere il merito degli ultimi settant’anni di pace al processo di integrazione non solo comporta avallare un falso storico: più banalmente comporta anche credere a un’idea davvero stupida. E spiace constatare che il nostro Presidente della Repubblica non sia più in grado di ravvedersi da questo clamoroso abbaglio, per cui in generale si continua a confondere “euro”, “Unione Europea” ed “Europa”, che sono tre concetti diversi; e si pretende di definire le dinamiche globali a partire da una banale questione terminologica (semplicemente perché “unirsi” è un termine con valenza positiva e “dividersi” ha valenza negativa).

    La costanza di queste bugie mi costringe a ripetermi. Nessuno nega che i padri fondatori avessero intenzioni nobili; ma resta il fatto che è difficile sostenere che i loro sforzi nel dopoguerra abbiano pesato di più dell’equilibrio nucleare tra USA e URSS. La realtà è che la Germania era occupata militarmente e divisa in due blocchi; la Francia, l’Italia e la Gran Bretagna erano subordinate agli Stati Uniti; l’est Europa era in mano sovietica: impossibile che potesse muoversi anche un solo carrarmatino del Risiko senza che le due superpotenze lo volessero. Allo stesso modo è del tutto priva di fondamento l’idea che due guerre mondiali siano da attribuirsi essenzialmente a non meglio precisati “egoismi nazionali”, la cui logica sarebbe insita anche nel principio stesso del ripristino di valute nazionali (evidentemente per via dell’aggettivo comune). Questa propaganda fatta di “iper-inflazione”, “carriole” da Repubblica di Weimer e “nazifascismo” è però chiaramente smentita da Giorgio Gattei, docente di Storia del Pensiero Economico a Bologna, che scrive:

    “La Germania non si è mai ripresa dallo shock della Grande Inflazione degli anni 1919-1923, a cui si addebita la responsabilità della salita al potere di Hitler. Così ragionando essa però rimuove il fatto inequivocabile che da quella iperinflazione si è usciti con la stabilizzazione del marco della socialdemocratica Repubblica di Weimar (1923-1932) e che la catastrofe elettorale del 1933 è stata piuttosto provocata dalla sciagurata politica di austerità deflattiva adottata dal governo Brüning (è ricorrenza storica che le dittature escano politicamente dalle deflazioni monetarie, mentre l’inflazione sposta l’elettorato a sinistra!)”.

    Questo passo ha il merito di riportare la discussione su binari di minimo buon senso. I popoli non si fanno la guerra solo perché non condividono lo stesso Stato: altrimenti non esisterebbero le guerre civili. Al contrario, si può restare in pace anche senza unirsi dentro entità più grandi, come dimostra il caso della Svizzera, che è neutrale dal 1515 (e difatti si è ben guardata dall’adottare l’euro o dall’entrare nell’Unione Europea).

    Inoltre si finge di non vedere che all’inizio delle due guerre mondiali c’erano sì fermenti nazionalisti, ma a dettare l’invasione militare come strumento di politica estera furono piuttosto le ragioni dall’espansionismo: Austria-Ungheria, Germania e Giappone condividevano infatti una visione politica tardo-imperialista, per la quale la forza di uno Stato è data dalla vastità dei territori controllati, che a loro volta si traducono in uomini in armi e campi da coltivare (il “Lebensraum” hitleriano). Oggi questo retaggio non esiste più: a parte – s’intende – tra i sostenitori del «più Europa», per i quali – guarda un po’ – dobbiamo diventare più grandi proprio per rivaleggiare con la Cina (come ci suggerisce quest’altro bello spot dai toni molto “pacifici”). Tra le persone normali, tuttavia, nessuno si azzarderebbe a sostenere che nel mondo di oggi per scambiarsi merci e servizi si debba essere per forza “grandi”; né si può sostenere che senza l’Unione Europea a qualcuno verrebbe in mente di invadere i partner commerciali per diventare più ricco!

    In realtà, come suggerisce il passo di Gattai, le guerre non dipendono dal fatto che ci sono i nazionalisti cattivoni: più verosimilmente guerre e nazionalismi aggressivi dipendono dalle idee stupide. E se c’è un’idea stupida, anzi addirittura «orribile» secondo il premio nobel Amartya Sen, questa idea è proprio l’euro.

    La “propaganda” a favore dell’euro, perciò, non può che essere definita tale anche se viene da insigni economisti. Il problema è che – al netto dei mistificatori di professione – siamo stati tutti vittime di questo gigantesco luogo comune, che si è trasformato in una sorta di ricatto morale implicito. “Essere contro l’Europa è essere contro la pace”, perché è tecnicamente innegabile che, se tutti accettassero di vivere sotto un unico stato, non ci sarebbero più stati separati che si fanno la guerra tra loro (peccato solo che frustare la gente a colpi di deflazioni salariali non sia esattamente la migliore idea per entusiasmarla).

    È tale, ad esempio, la posizione di un critico dell’euro come Paul Krugman, che in questo articolo si chiede perché non lasciare che la moneta unica si rompa: “La risposta, credo, è soprattutto politica. Non del tutto così – una rottura dell’euro sarebbe estremamente dirompente, con costi puntualmente alti di “transizione”. Inoltre, il costo duraturo di una rottura dell’euro equivarrebbe a una sconfitta enorme per il progetto europeo più ampio che ho descritto all’inizio di questo discorso – un progetto che ha reso al mondo un gran bene, e che nessuno che non sia cittadino del mondo vorrebbe vedere fallire”.

    Dunque, a parte gli alti costi di transizione (che però con gli anni stanno diventando irrisori, a fronte della devastazione che stiamo subendo, e che comunque avrebbero evidentemente una fine, una volta compiuta la transizione stessa), è chiaro che per Krugman il problema è politico: e con questo anch’egli mostra di cadere preda del mito “Unione Europea = bene”, benché nessuno riesca a esemplificare in concreto come questi benefici abbiano superato le privazioni economiche patite.

    C’è poi un ricatto ancora più grosso: “chi è contro l’euro non vuole che l’Europa funzioni”. Con questo argomento implicito si accolgono con freddezza e fastidio tutti i critici, che ovviamente, non potendo sostenere di prevedere il futuro, sono costretti a dare una chance al progetto. Curiosamente, però, se parliamo dell’Italia questa indulgenza non vale: cioè, bisogna dire che l’Europa funzionerà anche se non ha mai funzionato, mentre bisogna dire che l’Italia non funzionerà, anche se ha funzionato.

    È l’argomento usato, tra gli altri, da Luigi Zingales: “Avere la flessibilità di usare il cambio solo in alcuni momenti, è un grande vantaggio; è un grande vantaggio che noi abbiamo dato via, ma abbiamo dato via a ragione perché l’abbiamo usato male, e non avevamo la credibilità di usarlo solo bene”.

    Insomma: siamo inferiori e l’euro ce lo meritiamo, anche se è la cosa sbagliata. Il fatto che questa idea sia insultante per gli italiani, al punto di non ammettere nemmeno la più piccola possibilità di un ravvedimento, non fa sorgere in nessuno il sospetto che in realtà gli Zingales non vogliano che l’Italia abbia successo e lavorino perché diventi preda di potentati economici stranieri: cosa che io non credo – sia chiaro –, ma che è esattamente quello che si fa con chi critica la moneta unica quando lo si definisce “nazionalista”. Alla prova dei fatti, dunque, chi davvero mette a repentaglio il contributo positivo dell’Unione Europea è solo chi si rifiuta di separarlo da quello negativo dell’euro.

     

    Andrea Giannini

  • Scuola digitale, la situazione degli istituti genovesi. Tablet e lavagne interattive, finanziamenti e iniziative

    Scuola digitale, la situazione degli istituti genovesi. Tablet e lavagne interattive, finanziamenti e iniziative

    scuola-piazza-erbe-inaugurazione-27-gennaio-2013 (1)La scuola genovese compie passi decisi verso la digitalizzazione. Sono molti gli istituti che hanno già raggiunto buoni risultati e altrettanti si apprestano a farlo, forti dei finanziamenti ricevuti, ma anche e soprattutto della buona volontà delle persone che ci lavorano. Tante scuole si sono mosse prima di vedere i soldi accreditati e altre lo hanno fatto di loro spontanea iniziativa, aiutate dai genitori.

    Sul sito del MIUR leggiamo che l’intento è fare in modo che l’innovazione digitale “rappresenti per la scuola l’opportunità di superare il concetto tradizionale di classe, per creare uno spazio di apprendimento aperto sul mondo nel quale costruire il senso di cittadinanza e realizzare una crescita intelligente, sostenibile e inclusiva”.

    LIM, cl@ssi 2.0,WIFI e rete LAN sono le sigle più in voga fra i dirigenti scolastici. Che cosa significano?

    LIM, lavagna interattiva multimediale

    LIMLa lavagna interattiva multimediale (LIM) è lo strumento che dovrebbe far sparire gessetti e ardesia che, diciamocelo, fanno molto scuola nell’immaginario della maggior parte di noi. La LIM, insieme ad un video proiettore e un pc permette di ampliare le possibilità di insegnamento per gli insegnanti e l’interazione con gli studenti. In parole povere sulla LIM si può scrivere, gestire immagini, vedere video e navigare in rete, ma soprattutto si possono fare video lezioni, creare ambienti virtuali nei quali far agire gli studenti. Le potenzialità sono molte e gli insegnati genovesi formati dai corsi previsti dal Ministero o auto-formatasi sembrano volerle sfruttare. Proprio di questi giorni l’invio di una circolare dell’Ufficio Scolastico Regionale che invita i vari istituti ad eleggere a capofila una singola scuola per chiedere e acquistare i dispositivi digitali in modo da poter avere un contenimento dei costi.

    Le lavagne multimediali si possono acquistare all’interno del MePA, il mercato elettronico della Pubblica Amministrazione, questo dovrebbe garantire costi inferiori al normale mercato. Pare però che il MePA non sia visto così di buon occhio da tutti gli istituti. Ad esempio ci raccontano dall’istituto Comprensivo Centro storico (gli istituti comprensivi riuniscono scuola materna elementare e media)  che non è così di facile utilizzo e la direttrice scolastica del comprensivo di S. Fruttuoso aggiunge che a volte si trovano fornitori vantaggiosi al di fuori del MePA, che poi si dovranno comunque accreditare al suo interno.

    Ad ogni modo, che sia MePa oppure no, una volta acquistata la LIM viene spontaneo chiedersi se tutti gli insegnanti sappiano come utilizzarla per questo sono stati pensati dei corsi di formazione ad hoc.

    Chi tiene i corsi di formazione per l’utilizzo della LIM?

    In una prima fase, con le prime assegnazioni di fondi per la scuola digitale, cioè tramite l’accordo del settembre 2012 fra Miur, Ufficio Scolastico Regionale e Regione Liguria,  erano stati individuati tutor con competenza specifica per formare i docenti. Ad oggi ci racconta Dino Castiglioni Referente per la Scuola digitale dell’Ufficio Scolastico Territoriale – c’è la possibilità di manifestare la propria disponibilità da parte dei docenti che hanno loro competenze specifiche per essere i prossimi formatori. «A livello regionale – continua – abbiamo 20 docenti con le competenze giuste e di questi una dozzina sono a Genova. A loro le scuole potranno rivolgersi per la gestione della formazione al digitale».

    Le cl@ssi 2.0

    Con il termine, molto digitale, cl@ssi 2.0si fa riferimento ad ambienti/classi ricavate all’interno degli istituti scolastici, attrezzate per i nuovi dispositivi didattici e per ottenere il fine ultimo di un più efficace apprendimento. Le classi 2.0 sono sperimentazioni partite già nell’anno scolastico 2008/09 e si assegnano tramite bando regionale. Gli ultimi bandi del 2012 stanno erogando ora i finanziamenti. Secondo i dati dell’ufficio regionale scolastico (in aggiornamento) a Genova le classi sperimentali sono 29.

    Anche qui ritroviamo insieme al finanziamento pubblico l’intervento diretto della scuola, che si muove in autonomia. Citiamo ancora una volta l’esempio dell’istituto Comprensivo Centro Storico che, grazie all’appoggio di una dottoranda in Architettura, riesce ad allestire le cl@ssi 2.0. Anche l’istituto Comprensivo di Pegli si è mosso con anticipo sperimentando i nuovi dispositivi grazie allo sforzo di genitori e insegnanti insieme, che hanno comprato i tablet ai propri figli.

    I finanziamenti pubblici

    Sono stati realizzati diversi bandi nel corso degli anni, tutti partiti da un accordo fra Miur Regione Liguria e Ufficio Scolastico Regionale, i cui fondi sono in corso di erogazione in questi mesi. I fondi sono destinati all’acquisto di LIM, alle sperimentazioni nelle classi 2.0 e all’ampliamento o creazione di reti LAN e di WiFi all’interno degli istituti.

    Inoltre, quest’anno, l’Assessorato alla formazione Liguria ha organizzato una serie di incontri sul territorio per definire i desideri e i progetti del sistema scolastico regionale. Il risultato di questi lavori lo vedremo il prossimo ottobre in occasione della Conferenza Regionale sulla scuola. Per i prossimi finanziamenti aspettiamo le decisioni  dell’autunno.

    Supporto di Regione, Ufficio Scolastico e Miur a parte, diamo un’occhiata a che cosa succede in alcune scuole. Perché ciò che conta è sicuramente avere i dispositivi digitali finanziati, ma ancor di più conta che questi vengano sfruttati al meglio delle proprie capacità. Quello che è emerso dalle nostre telefonate è che l’intenzione della maggior parte degli istituti genovesi è muovere passi significativi verso una scuola digitale indipendentemente dal fatto che i finanziamenti arrivino o meno. E soprattutto che, con un modo di dire efficace in questo caso, le azioni ‘a macchia di leopardo’ delle singole scuole possono e devono portare alla creazione di linee guida e vanno utilizzate come buone pratiche da istituzionalizzare.

    Questo è anche il futuro che auspica l’assessore regionale al bilancio e alla formazione Sergio Rossetti: «vogliamo arrivare ad ottobre (Conferenza regionale sulla scuola 8-9 ottobre 2014 ndr) con la messa a sistema di tutto quello che fino ad oggi è stato fatto, sia grazie ai finanziamenti pubblici che in autonomia dagli istituti. Dobbiamo capire anche come fare a delegare e sostenere le autonomie scolastiche, inoltre punteremo molto sul fondo sociale europeo per reperire risorse contro la dispersione scolastica che in Liguria è aumentata fino al 17%». Anche Alessandro Clavarino, direttore del settore sistema scolastico regionale, ci conferma che va fatto «un ragionamento di sistema come regione, da un lato come media education e dall’altro come scuola digitale».

    Dal Comprensivo di Pegli la direttrice racconta con entusiasmo un percorso – che definisce affascinante – con docenti competenti che stanno utilizzando i tablet per coinvolgere maggiormente gli studenti nelle varie fasi dell’apprendimento. In questo caso la sperimentazione digitale è partita spontaneamente con la collaborazione dei genitori. «Nel nostro caso è stata scelta la tecnologia android, meno dispendiosa e più duttile rispetto ad apple». Ma il messaggio che ci ha colpito nel racconto della direttrice è che la cosa importante è valutare cosa è veramente compatibile con la didattica, cosa può essere modulato sulle esigenze della singola classe. È valsa molto l’esperienza diretta degli insegnanti in classe che hanno verificato cosa fosse fattibile e cosa no.

    Anche il Comprensivo Pontedecimo conferma che il metodo LIM funziona e che i docenti le utilizzano con successo. C’è poi il caso dell’istituto Pertini che sta progettando una struttura di rete fisica e wifi in parte finanziata. A proposito del wifi la sua distribuzione è abbastanza diffusa, ci ha confermato l’ufficio scolastico, alcune scuole se ne sono dotate in autonomia altre con accordi con il comune, altri ancora si attiveranno grazie ai fondi. Il dato di distribuzione generale va oltre il 70/75%.

    Concludiamo questa breve panoramica condividendo le parole di Castiglioni «è importante il fatto che la Regione Liguria ponga particolare attenzione al voler contribuire alla distribuzione in maniera omogenea su tutto il territorio dei finanziamenti».

    Insomma la scuola digitale anche a Genova compie passi importanti verso il futuro, istituto dopo istituto si è inserita correttamente nei tempi che il Ministero per primo ha dettato e ora, in parte con iniziative autonome, si è mossa verso l’innovazione. Ora non resta che attendere la Conferenza regionale di ottobre, l’auspicio è che gli esempi virtuosi possano diventare linee guida per tutta la provincia di Genova e per la Liguria e che i finanziamenti per il 2015 non tradiscano le attese.

     

    Claudia Dani

  • La Regione sorprende tutti e dà il via libera al nuovo Ospedale Galliera: dubbi a palazzo Tursi

    La Regione sorprende tutti e dà il via libera al nuovo Ospedale Galliera: dubbi a palazzo Tursi

    ospedale-galliera-pronto-soccorsoSta circolando la notizia che la giunta regionale, in una parte di seduta non coperta dalla consueta diretta streaming, la scorsa settimana abbia dato il via libera al progetto per la realizzazione del nuovo ospedale Galliera seppure in maniera non ancora del tutto ufficiale. Il progetto, ridimensionato rispetto a una prima stesura che avrebbe richiesto 180 milioni di investimenti, prevede il mantenimento della funzione sanitaria per buona parte dell’attuale ospedale che verrà completato da una nuova struttura con un profondo radicamento nel sottosuolo. I posti letto saranno nell’ordine di grandezza di 400, anziché i 500 inizialmente previsti, ma dovrà essere liberata un’area di circa 20 mila metri quadrati da destinare a nuove funzioni abitative. Un passaggio imprescindibile per cofinanziare gli investimenti necessari.

    La situazione, naturalmente, è monitorata con grande attenzione anche dalle parti di Palazzo Tursi, ove iniziano a registrarsi le prime reazioni. Su tutte, quella di Lista Doria che, oltre alle questioni edilizie, vorrebbe porre l’attenzione su alcune urgenti problematiche di carattere sanitario. «In mancanza di un Piano Sanitario Regionale – sostiene la consigliera Clizia Nicolella, dirigente medico presso Villa Scassi – e stanti le attuali direttive nazionali che mirano al superamento dell’assistenza ospedaliera tramite l’articolazione di un sistema territoriale che preveda anche l’installazione di costruzioni dedicate alla salute (si veda ad esempio la piastra sanitaria in Valpolcevera, ndr), pensare a un intervento spot su un ospedale, senza un’analisi del bisogno del territorio, getta sull’opera quantomeno il dubbio che possa essere realizzata per interessi che esulano dalla salute pubblica».

    In parole più semplici, che servizi vorrebbe inserire il Galliera nel nuovo padiglione? «I soldi vanno investiti dove c’è bisogno – sostiene in maniera sensata ma anche un po’ lapalissiana Nicolella nel suo intervento sul sito di Lista Doria – e il Galliera deve specificare gli obiettivi che vuole raggiungere attraverso un ingente investimento economico». Se le attività previste potessero essere svolte nella struttura esistente con adeguati interventi di ristrutturazione o se si trattasse di servizi già offerti ad esempio dall’IRCCS San Martino – è la sintesi di quanto sostenuto da Nicolella – il progetto di un nuovo ospedale non avrebbe senso e non dovrebbe essere finanziato.

    A proposito di finanziamenti, la cifra necessaria dovrebbe aggirarsi attorno ai 135 milioni di euro: 48 milioni dovranno provenire dalla già citata parziale vendita degli spazi attualmente occupati dall’ospedale; 53 milioni, invece, arriveranno da fondi nazionali e regionali, in funzione anche di un debito pregresso che via Fieschi ha contratto con l’ente ospedaliero; al Galliera, infine, toccherà accendere un mutuo trentennale per i restanti 34 milioni.

    Ma è sulla compartecipazione alle spese da parte delle Regione che a Tursi si storce il naso. Il timore, infatti, è che la cifra destinata a finanziare l’ente presieduto dall’arcivescovo Angelo Bagnasco venga sottratta dalle risorse per la realizzazione dell’ospedale di ponente, ritenuto decisamente più urgente e strategico del Galliera bis.

    Le questioni aperte o, meglio, da aprire sembrano ancora molte e parecchio sostanziose. C’è, ad esempio, il capitolo che riguarda l’iter urbanistico di un progetto presentato nel 2009 e non sottoposto a procedura di valutazione ambientale, all’epoca non ancora introdotta dalla Regione Liguria. Ma siccome le pietre devono ancora essere posate, il nuovo Galliera è comunque soggetto a Vas? E ancora: verrà inserito nel nuovo Puc? Per questo motivo pare che gli stessi consiglieri di Lista Doria siano intenzionati a presentare un’interrogazione a risposta immediata al vicesindaco Bernini nella prossima seduta ordinaria di Consiglio comunale, prevista per martedì 29 aprile. Se ciò non bastasse è anche pronta la richiesta di un’interrogazione a risposta scritta sempre indirizzata al vicesindaco per mettere nero su bianco quali siano le competenze e le intenzioni dell’amministrazione genovese a riguardo. In ballo, infatti, c’è la necessità di una variante urbanistica che preveda il cambio di destinazione d’uso per i padiglioni del Galliera attualmente per servizi sanitari ma che diventerebbero a funzione abitativa. «Tale variante – dicono ancora i consiglieri di Lista Doria – è stata bocciata dal Tar e riabilitata dal Consiglio di stato: il Comune intende mantenerla o modificarla? La modifica a tale variante urbanistica deve passare in Consiglio comunale?».

    Insomma, come sempre accade con l’avvicinarsi delle elezioni (non solo europee ma anche quelle per il rinnovo di via Fieschi, previste il prossimo anno) le notizie sull’accelerazione di opere grandi, medie e piccole rimaste al palo per anni si moltiplicano tanto quanto i campi di confronto e scontro politico. Solo il tempo potrà dire quante delle molte parole che stanno iniziando a circolare si tramuteranno in fatti, cantieri e opere compiute.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Abbattimento delle barriere architettoniche, linee guida del Comune: priorità alle scuole

    Abbattimento delle barriere architettoniche, linee guida del Comune: priorità alle scuole

    palazzo-tursi-D7Il diritto di accesso e libera mobilità a tutti i cittadini è una delle sfide più importanti intraprese dalla civiche amministrazioni di tutta Italia negli ultimi dieci anni. L’abbattimento delle barriere architettoniche è un processo ancora in atto, in qualunque zona della penisola, da nord a sud. A Genova, specialmente, considerata la particolare conformazione geografica caratterizzata anche dalla presenza di un vasto centro storico con strutture architettoniche di tipo monumentale.

    La Giunta comunale ha approvato oggi i criteri di ripartizione e le linee guida per l’utilizzo dei fondi destinati all’abbattimento delle barriere architettoniche. Il documento è il risultato del lavoro coordinato dall’assessorato Legalità e ai Diritti con l’Ufficio Accessibilità e la Consulta Comunale per i Diritti degli Handicappati, insieme alle Direzioni rappresentate nella Commissione Barriere, per la ridefinizione dei “criteri di ripartizione e alla formulazione delle linee guida per l’utilizzo dei fondi destinati all’abbattimento delle barriere architettoniche e localizzative, per opere, edifici ed impianti di competenza comunale, secondo un ordine di priorità necessariamente imposto dalla limitatezza delle risorse accantonate”.

    “La Commissione, istituita con decisione della Giunta comunale n.94 del 22 marzo 2001, esamina, approva ed eventualmente finanzia i progetti per rendere accessibili strade ed edifici pubblici sul territorio comunale, attingendo dalle risorse disponibili ogni anno e provenienti dall’accantonamento del 10% degli oneri di urbanizzazione accertati e riscossi. L’accantonamento di questa quota parte di oneri è specificatamente previsto dalla legge 13/1989, secondo le indicazioni del DPR. 503/1996. La Commissione assegna i fondi necessari per interventi di abbattimento di barriere architettoniche esistenti per costruzioni antecedenti l’11 agosto 1989, data dell’entrata in vigore della normativa in materia, presupponendo che tutte le costruzioni successive dovrebbero essere già di per sé completamente accessibili”.

    “L’Amministrazione si è attivata prevedendo per tutti i progetti di opere e lavori pubblici e opere o lavori privati ad uso pubblico, l’acquisizione del parere dell’ufficio Accessibilità espresso di concerto con la Consulta nelle fasi preliminari di realizzazione del progetto ed in ogni caso prima dell’approvazione definitiva”. I maggiori sforzi saranno incentrati sulle scuole “dove possono trovarsi i nostri piccoli cittadini disabili, eliminando, per quanto si riuscirà con le risorse disponibili, le barriere ancora presenti, per consentire di accedere, frequentare e vivere quei luoghi affrontando meno ostacoli possibili. Ma anche tutti gli altri cittadini con difficoltà motorie sono presi in considerazione nelle linee di finanziamento dei progetti, dai giovani agli anziani, dalle mamme che spingono passeggini, alle persone che subiscono un incidente, una malattia e provvisoriamente incappano nel limite della loro mobilità ridotta”.

    Nella nota stampa diffusa nel primo pomeriggio, il Comune di Genova riporta l’elenco degli interventi relativi all’ultimo triennio, resi possibili grazie all’utilizzo degli oneri di urbanizzazione:

    – Via Garibaldi: rifacimento totale della pavimentazione in lastre di pietra, previa asportazione e riutilizzo delle stesse, nonché rifacimento completo di tutte le utenze presenti nel sottosuolo;
    – Palazzo Comunale: realizzazione di una rampa interna a Palazzo Tursi, previe opere di scavo e sottomurazione, al fine di eliminare il vetusto impianto servo scala e permettere l’accessibilità diretta a Palazzo Albini, sede degli Uffici del Comune di Genova;
    – Palazzo Bianco: è in fase di realizzazione un collegamento tramite rampa che permetta l’accesso da via Garibaldi a Palazzo Bianco, previa creazione di un nuovo varco porta e rampa interna in metallo;
    – Biblioteca Berio: è stata realizzata una rampa in acciaio, posta nel cortile interno della biblioteca, che permette l’accesso diretto al palco della sala conferenze ed ai servizi igienici;
    – Scuola De Scalzi: è in fase di realizzazione un servizio igienico per disabili, al piano terra, dove si trovano la palestra e i laboratori;
    – Scuola Da Passano: è stata finanziata la fornitura e messa in opera di nuovo impianto ascensore;
    – Scuola Materna Bacigalupo e Cantore Via Reti C. Ovest: è stata finanziata la fornitura e messa in opera di nuovo impianto ascensore;
    – Scuola Gallino:  è in fase di cantierizzazione la realizzazione di un nuovo impianto ascensore;
    – Abbattimento delle barriere presso il centro giovani polivalente di via Pellegrini;
    – Adeguamento dei locali di piazza Americhe: sportello vittime di reato- Centro est;
    – Fornitura e posa in opera di mappe tattili per non vedenti presso il MuMa, a Castelletto e a Principe
    – Creazione di un tavolo tattile girox a Palazzo Bianco per non vedenti;
    – Realizzazione di un impianto di induzione magnetica nella sala Linnea per non udenti;
    – Realizzazione di impianto di induzione magnetica nell’auditorium della biblioteca De Amicis per non udenti.

  • Istanbul, la città vecchia aldilà dei Balcani. Fra bazar e minareti, vicoli e odori

    Istanbul, la città vecchia aldilà dei Balcani. Fra bazar e minareti, vicoli e odori

    istanbul-notte-panorama-portoUna sera, durante una cena speciale, ho ricevuto un libro in regalo con sopra una dedica, un dono inaspettato, semplice e sincero, uno di quelli che arrivano dal cuore. Il libro parla di una città magica aldilà dei Balcani dove oriente e occidente si fondono nelle acque increspate dei suoi due mari sempre in movimento, come il popolo che ne abita le rive fin dai tempi antichi. Chiamatela Bisanzio, Istanbul o Costantinopoli, la sua storia è impregnata nella terra intrisa di sudore e sangue, l’eco delle millenarie battaglie viaggia nell’aria come polline in primavera trasportato dal vento che soffia sul Bosforo. Incuriositi e felici abbiamo riempito la valigia di entusiasmo e siamo saliti su un aereo, direzione Turchia.

    A Instanbul era una fresca e limpida serata di marzo, la strada per raggiungere il centro dall’aeroporto Ataturk costeggia il porto e dal finestrino del taxi passavano rapidi i fotogrammi della vita quotidiana. Grandi palazzi trasandati e malconci sembravano cadere da un momento all’altro, facevano da scenografia ad un palco che alternava locali e ristoranti a piccole aree verdi dove gruppi di persone sedevano di fronte ad un fuoco. Il tassista, un tipo poco raccomandabile e di poche parole, zigzagava nel traffico a velocità sostenuta non curandosi di avere due passeggeri a bordo, teneva la radio ad alto volume e ascoltava un’incomprensibile canzone araba, dopo improvvise frenate e pedoni sfiorati siamo entrati a Sultanahmet, la città vecchia.

    istanbul-aran-bazarHo pagato il taxi lasciando una piccola mancia e mi sono voltato per raccogliere le valigie, Arianna stava accarezzando un gatto, era grande e ben curato nonostante fosse un randagio, aveva un pelo folto e maculato di bianco e di nero. I gatti di Istanbul sono considerati sacri, i suoi abitanti li coccolano e li nutrono lasciandoli liberi di vagare per la città indisturbati passando silenziosi tra le gambe dei turisti riposando sulle panchine facendosi accarezzare dai passanti. Questo amore nasce da un antico racconto riguardante la gatta che Maometto teneva sempre in grembo, essa lo aiutò a cacciare un serpente che era entrato nelle sue vesti salvando la vita al profeta islamico.

    Il primo impatto con il cuore di Sultanahmet è stato il canto del Muezzin proveniente dalla Moschea Blu, la sua voce nascosta tra i rumori della città  volteggiava in aria tra i gabbiani arrivando a chiamare i fedeli per la preghiera lasciando ammaliati chi come noi la ascoltavano per la prima volta. Abbiamo attraversato il piccolo Aaran Bazar, tessuti e spezie coloravano il nostro cammino illuminato da variopinte lampade poste fuori dalle vetrine, alla fine del mercato si vedevano piccole nuvolette di fumo provenienti da un bar all’aperto. Attirati dal profumo di quei vapori ci siamo seduti e abbiamo ordinato un succo di carota e uno di melograno assaporando il fumo del tabacco alla mela che usciva dal narghilè, un cameriere passava di tanto in tanto a sostituire il carbone nel braciere e ci siamo rilassati osservando queste usanze così insolite dalle nostre parti.

    istanbul-derviscioIl locale era molto spartano ma affascinante, i tavoli in legno erano bassi e le poltroncine foderate di una stoffa rossa simile ai tappeti persiani, tre uomini suonavano dal vivo musica turca e sul palchetto si esibiva un Derviscio con la sua danza roteante, un rito che porterebbe a raggiungere un’estasi mistica. Gli altri tavoli erano occupati da uomini che giocavano a backgammon e dama, alcune donne con indosso un Niquab ridevano di gusto nascondendo il loro sorriso sotto il velo. Si beveva principalmente tè servito in piccoli bicchieri panciuti, poi caffè turco e succhi di frutta, gli alcolici non sono previsti dall’Islam e difficilmente vengono serviti nei locali. Nel cuore di Sultanahmet, venivamo avvolti dal profumo di castagne e pannocchie che rosolavano sulla brace degli ambulanti nella passeggiata notturna ai piedi della Basilica di Santa Sofia e della Moschea Blu.

    La mattina seguente di buonora centinaia di gabbiani volavano sopra le guglie dei minareti, corvi e piccioni si spostavano frenetici da un terrazzo all’altro dove i gatti aspettavano sornioni una loro distrazione camminando silenziosamente sui tetti. Le navi in porto si scambiavano i saluti sotto un soffitto di nuvole bianche e i pescherecci ormeggiavano sulla banchina scaricando le casse del pescato della notte sui carretti già pronti per le prime consegne ai ristoranti. Il caffè turco ha una preparazione più lunga e accurata rispetto a quanto avviene dalle nostre parti, viene servito dentro una variopinta tazzina riempita fino al bordo, sul fondo giace un sedimento di finissima polvere che secondo gli anziani servirebbe a predire la sorte, noi quella polvere la raccoglievamo con il cucchiaino lasciando ben poco per leggere il nostro futuro.

    Santa Sofia e la Moschea Blu

    Come prima tappa ho scelto l’imponente basilica di Santa Sofia, dapprima nata come chiesa cattolica, in un secondo tempo diventata moschea e successivamente museo. La sua travagliata storia parla di terremoti e guerre, del suo passaggio all’Islam e, in particolare, di leggende da mille e una notte, storie poco credibili ma sicuramente affascinanti. Sotto di essa nascono le cisterne, le più grandi della città, un vasto spazio sotterraneo costituito da dodici file da ventotto colonne tra le quali scorre acqua un tempo proveniente dalla foresta di Belgrado grazie ad un antica ed efficientissima rete idrica.

    La bellezza immortale della Moschea Blu ha ispirato scrittori e registi, tra i quali Ian Fleming che fece recitare il suo James Bond nelle cisterne in dalla “Russia con amore”. Avevamo tolto le scarpe e Arianna doveva coprire il capo con un velo per entrare. Sul pavimento un grosso tappeto rosso occupava ogni spazio e alcuni fedeli si raccoglievano in preghiera.

    Il Gran Bazar

    istanbul-lampade-bazarI turchi sono abili mercanti, amano portare a termine lunghe ed estenuanti trattative e non sono disposti a vendere senza arrivare ad un punto d’incontro sul prezzo di partenza. Il Gran Bazar è il regno del commercio di Istanbul, al suo interno si possono acquistare tessuti e tappeti, dolciumi e merce contraffatta, ci sono anche diverse botteghe artigiane di pellami, gioielli e prodotti tipici. Collane e orecchini brillano come stelline nelle vetrine dei negozi, i profumi di curry e cannella si aggirano con circospezione tra i piccoli passaggi del bazar, mentre un ragazzino schizzava tra la folla portando un vassoio per il Tè legato a tre catene, la forza centrifuga permetteva ai bicchieri di non cadere, ma le sue doti da circo rimanevano innegabili.

    Abbiamo chiesto il prezzo di una borsa ad uno dei più loschi individui che potevamo trovare, ci invitava a seguirlo per vedere altri modelli in magazzino e in pochi secondi siamo finiti fuori dal bazar, in un cortile ricavato da alcuni scantinati e piccole abitazioni ammassate senza alcun principio architettonico, un alberello era cresciuto proprio al centro e un uomo era appoggiato sul tronco, osservava un pollo che passeggiava inconsapevole del suo destino. Il compare del nostro venditore stava preparando la brace sotto una griglia, era scuro di fuliggine e indossava un camicia marrone sbottonata, sotto aveva una canottiera bianca e in testa un basco nero, una perfetta comparsa per un film di Kusturica. Intanto, il barbiere chiacchierava con un cliente fuori dalla sua bottega, vestiva un camice bianco da macellaio, ci guardava incuriosito ed io rispondevo con lo sguardo di chi non si sarebbe fatto accorciare neanche le basette. Abbiamo preferito non salire in magazzino aspettando in cortile, il mercante scendeva le scale tenendo la borsa sotto braccio con aria di sfida. Ognuno era fermo sulla sua posizione e la trattativa non si sbloccava, la situazione intorno a noi si faceva sempre più calda, il pollo ormai era allo spiedo e non volevamo fare la stessa fine…

    Suggestioni. Nonostante la faccia da serial killer, i turchi sono persone affabili e dai modi gentili, così ci siamo accordati sul prezzo scendendo a meno della metà da quello di partenza. I soldi risparmiati sono stati investiti poco dopo al mercato delle spezie dove montagne colorate di polveri facevano da sfondo a vallate di dolciumi e campi di tisane di fiori.

    Attraversati i bellissimi giardini dei palazzo Topkapi ci siamo trovati nella piazza sottostante al ponte Galata, il giro turistico era finito, adesso volevamo vivere le emozioni della vera Istanbul inoltrandoci nelle vie meno battute.

    Una donna sedeva pensierosa sui gradini della piazza, indossava uno chador rosso papavero, i suoi occhi erano fermi,  davanti a lei tutto si muoveva, eppure il suo sguardo sembrava non osservare nulla. I piccioni rissavano per accaparrarsi i semi venduti per poche lire da alcune signore anziane sedute dentro una baracchetta, sui loro visi notavo i segni di un carattere austero e di una vita noiosa, avevano lo sguardo schivo e non si lasciavano fotografare, la cultura islamica sostiene che ogni fotografia porti via una parte di anima, ho cercato di rubare molte anime in quei giorni e ognuna di essa riempie quella di chi la osserva.

    La vita a Istanbul scorre frenetica, le persone si muovono come formiche calpestandosi tra di loro, quindici milioni di abitanti sono tanti e non si può vivere di stenti o aspettando la fortuna. Ogni persona ha un suo compito e chi non ha lavoro si inventa qualcosa, c’è chi vende pellicce dentro il cofano di un anacronistico Mercedes e chi ripara tv seduto sul marciapiede, alcuni raccolgono spazzatura da riciclare, altri riportano alla luce vecchi mestieri come il lustrascarpe e qualche nostalgico vende bandiere di Ataturk per le manifestazioni di piazza Taksim.

    istanbul-tramonto-bosforo

    Per arrivare al quartiere di Beyoglu abbiamo attraversato il ponte Galata che collega il corno d’oro al quartiere Europeo, è stato impossibile trovare spazio per affacciarsi ad osservare il mare, ogni centimetro era occupato da pescatori della domenica intenti a tirare su pesci di piccola taglia e scarpe bucate, la destinazione del pescato non era certamente la tavola di uno dei numerosi ristoranti sottostanti. Beyoglu distribuisce vita lungo tutte le sue arterie ricche di locali e negozi, saltimbanco e musicisti di strada, Istiklal Caddesi è la sua aorta, tre chilometri di negozi, ristoranti, cinema e teatri, confluisce in piazza Taksim, il suo cuore che non cessa mai di battere. La torre Galata sovrasta il quartiere, era parte integrante dell’omonima fortezza costruita quando Genova vantava diritti commerciali con l’imperatore bizantino, oggi è uno dei simboli più significativi della città oltre che una delle attrazioni turistiche più importanti.

    Quel pomeriggio, i tram rossi per piazza Taksim passavano di continuo in mezzo alla folla, dietro di loro una coda di ragazzini cercavano un passaggio gratuito o un semplice divertimento, si aggrappavano al finestrino scatenando le ire del tramviere e rendendo quasi ridicola la scena.

    Il sole calava dietro le moschee specchiandosi sul bosforo, l’ombra dei minareti contrastava il giallo del cielo profilando perfettamente i contorni della città, le acque adesso erano calme e la gente era ferma a contemplare quella luce che sembrava giungere da un abat-jour posta dietro la collina.

    Diego Arbore

     

  • Albergo dei Poveri, aspettando il campus universitario. Il punto sul ventennale progetto di riqualificazione

    Albergo dei Poveri, aspettando il campus universitario. Il punto sul ventennale progetto di riqualificazione

    Albergo dei PoveriAcquistato dall’Università di Genova nel 1991 grazie ad un accordo con l’azienda proprietaria ASP Brignole che prevedeva l’acquisto del diritto di superficie a 50 anni, l’Albergo dei Poveri è interessato dal 2003 da un progetto di riqualificazione complessivo per la costruzione di un campus e il trasferimento della Facoltà di Scienze Politiche. Il trasferimento è quasi ultimato, ma per la fine degli interventi complessivi si dovrà attendere il 2019.

    Albergo dei Poveri, la storia

    L’edificio di Piazza Emanuele Brignole, a Castelletto, è stato costruito nel 1652 per volere proprio di Emanuele Brignole, che fu investito dalla Repubblica di Genova del compito seguire la costruzione di un nuovo ricovero per i poveri della città. Ma solo quattro anni dopo questa data i lavori furono interrotti dall’epidemia di peste che colpì la città molto duramente: la sospensione ormai definitiva fu interrotta da una donazione dello stesso Brignole (pare 100.000 lire dell’epoca), che permise di riprendere i lavori. Tra molte vicissitudini, l’Albergo fu ultimato solo duecento anni dopo, nel 1835, a causa di vari ampliamenti svolti nel corso degli anni.

    In un primo momento l’edificio venne utilizzato anche come rifugio per i rappresentanti della Repubblica genovese e conteneva importanti beni pubblici (dal Tesoro di San Lorenzo alle ceneri di San Giovanni Battista); alla fine del XX secolo è stato convertito unicamente all’assistenza agli anziani bisognosi, fino a quando in tempi recenti, dismessa la sua funzione, ha ospitato la Facoltà di Scienza Politiche.

    Il 20 novembre 1991, dopo le trattative condotte fra le parti nel corso di una quindicina d’anni, l’Istituto Brignole, proprietario dell’Albergo, formalizza con l’Università di Genova un’intesa programmatica per il trasferimento a quest’ultima del diritto di superficie per 50 anni dell’edificio. Successivamente 4.500 studenti hanno fatto il loro ingresso nella nuova struttura, grazie all’intervento dell’architetto Enrico Bona, che ha riadattato gli spazi per utilizzo didattico. I 490 pazienti ancora ricoverati dell’Albergo sono stati traslocati in residenze per anziani in vari quartieri della città.

    Il progetto dell’Università di Genova

    Si tratta di un progetto ambizioso per la creazione, entro il 2019, di un campus universitario che ospiti 7 mila studenti e si estenda su 48 mila metri quadrati. Accanto a questo progetto, anche il trasferimento della Facoltà di Scienze Politiche, che ha iniziato anni fa ad abbandonare le aule di Via Balbi 5 (che occupava assieme alla Facoltà di Giurisprudenza): dal 2012-2013 è iniziato il trasferimento in massa della maggior parte dei dipartimenti e oggi è pressoché ultimato. Inoltre, sempre nel 2012 anche l’inaugurazione del Centro Studi Bibliotecari “Enrico Vidal” e dell’aula magna, rispettivamente al secondo e primo piano.

    albergo-dei-poveri-universita-scienze-politiche-2Per realizzare questo progetto è stato necesserio un investimento di ben 80 milioni di euro stanziati dall’ateneo: l’obiettivo è dare vita non solo a un polo con facoltà e campus, ma a una vera e propria “città” universitaria con bar, negozi, cartolerie, librerie, tutto pensato in funzione delle esigenze degli studenti. Qui si cerca di valorizzare il polo umanistico e il progetto fa da contraltare a quello del trasferimento della Facoltà di Ingegneria sulla collina degli Erzelli.

    I lavori che sono già stati portati a termine. In primis il recupero delle aule per la didattica (3300 mq) al piano terra; altre aule e l’aula magna di Scienze Politiche e Giurisprudenza sono state già risistemate e rese operative anche al primo piano (per un totale di 4115 mq); proseguendo, al secondo piano è attiva la biblioteca, il CSB Enrico Vidal (2535 mq). La biblioteca merita un commento a parte: inaugurata a giugno 2012, è situata nell’ala est dell’edificio e ospita oltre 240 posti sui suoi circa 2500 metri quadrati di spazio, e contiene 45 mila volumi. Al terzo piano, invece, sono stati recuperati gli spazi che ospitano dipartimenti e centro linguistico di ateneo (rispettivamente 1200 e 350 mq); al quarto e al quinto, ancora dipartimenti per 2740 mq totali.

    E questo è quanto. Ma quali sono i lavori che devono essere portati a termine? Procedendo ancora per piano, tra gli spazi da recuperare ci sono i depositi (3675 mq), servizi vari (portineria, dipartimenti, disaster recovery, 740 mq) e negozi, senza contare il tunnel di 2200 mq che andrà a costituire un percorso museale storico-botanico, con accesso sulla parte anteriore, ovvero la Valletta San Nicola e le serre storiche gestite dal Comune. Al primo piano, sono ancora da terminare il bar-caffetteria, la mensa, un museo e laboratorio didattico, altri dipartimenti, la parte relativa alla chiesa di S. Immacolata e l’antichiesa che sorgono al centro del complesso dell’Albergo dei Poveri, nella parte posteriore. Qui troveranno spazio anche gli uffici amministrativi di ASP Brignole, cui si accederà da un ingresso posto nella facciata antistante del complesso, adiacente a quella riservata all’Università. Proseguiamo: secondo piano, aule studio e dipartimenti ancora da completare (3100 mq); al terzo, quarto e quinto, oltre alle aule per la didattica, residenze per studenti e foresteria: 90 posti letto, con cucine, lavanderia, ristorante, aule multimediali, spazi creativi e archivio. Al sesto, anche una palestra.

    In totale, la superficie già recuperata è pari a quasi 11 mila mq. Quella che ancora dovrà essere soggetta a recupero invece è pari a oltre 23.300 mq.

    Valletta San Nicola

    Valletta Carbonara San NicolaIl progetto si inserisce all’interno di un altro progetto importante per la zona, quello del recupero di Valletta San Nicola (qui l’approfondimento di Era Superba), che coinvolge sempre ASP Brignole, Comune, Regione, cittadini e appunto Università. Ciascuno dei soggetti, come già scritto più volte su Era Superba, ha intenzione di acquisire parte dei 27 mila mq a disposizione per dar vita a progetti diversi: la cura delle felci storiche per il Comune; la creazione di orti urbani e spazi aggregativi per i cittadini; infine, il campus universitario, altro grande progetto dell’ateneo genovese assieme a quello degli Erzelli.

    Proprio per parlare del futuro della Valletta oggi, giovedì 16 ore 14.30, è convocata una commissione consigliare in cui si cercherà l’accordo tra i soggetti coinvolti, in attesa dell’imminente (pare) firma definitiva dell’accordo di programma e della successiva spartizione dei territori.

    Il Museo, o meglio, l’area didattica…

    «Museo è una parola grossa – aveva precisato ad Era Superba Enzo Sorvino, commissario straordinario di ASP Brignole – che comporta costi difficili da sostenere, sia per noi che per Tursi. Tuttavia, abbiamo intenzione di dare vita a un’area didattica ed educativa, che attiri visitatori sia da Genova che da fuori e che contribuisca a far conoscere i tesori lasciati in eredità dai Brignole e le bellezze della Valletta San Nicola».

    Si tratta di una proposta dall’associazione di cittadini Le Serre ben accolta dall’Istituto Brignole, dal Comune e dall’Università. L’idea è quella di creare un percorso che parta dal Porto Antico e termini nella Valletta, passando per Via Balbi. Il museo sarà, appunto, di stampo storico-botanico e collegherà l’interno dell’Albergo (la galleria che un tempo portava ai reparti) alla Valletta: un tunnel congiungerà gli interni con giardini e serre di felci storiche all’esterno.

    La collaborazione con gli studenti di Architettura

    Oggi all’interno del corridoio al primo piano dell’Albergo dei Poveri si possono consultare tavole appese alle pareti prodotte dagli studenti della Facoltà di Architettura (Corso di Laurea Magistrale in Restauro e Recupero Edilizio, V anno, a.a. 2011-2012, e Scuola di Specializzazione in Beni Architettonici), che hanno avanzato tutte queste proposte progettuali di recupero della struttura, in via di attuazione. Si tratta nello specifico di una proposta che è stata oggetto di un Accordo Quadro di collaborazione tra il Dipartimento Grandi Opere Progettazione e Sicurezza e la Scuola di Specializzazione in Beni Architettonici e del Paesaggio. Un primo accordo attuativo tra Ateneo e scuola per la presentazione di un vero e proprio masterplan con indicazioni su assetto distributivo del complesso, definizione degli usi futuri rispetto alle necessità di ateneo e città. Gli studenti e i docenti hanno collaborato con la Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici della Liguria e la Direzione Regionale per i Beni Culturali, e hanno svolto insieme studi e accertamenti sulla fattibilità degli interventi. Un lavoro che, come dicono gli stessi studenti coinvolti, contribuisce a “far conoscere fuori dalla aule universitarie e ben oltre la sola Genova, il valore e le potenzialità di questo straordinario complesso monumentale di scala urbana”.

     

    Elettra Antognetti

  • Presidio sanitario in Valpolcevera: ultimatum del Consiglio comunale, ma regna ancora l’incertezza

    Presidio sanitario in Valpolcevera: ultimatum del Consiglio comunale, ma regna ancora l’incertezza

    ponte-autostrada-valpolceveraPiastra, palazzo o casa della salute che sia, il Consiglio comunale ha espresso ieri la sua ferma volontà affinché il presidio sanitario della Valpolcevera possa diventare realtà il prima possibile. Ieri, infatti, è stata approvata una mozione che impegna sindaco e giunta a definire entro un mese un accordo con Asl 3 circa i servizi da allocare nei nuovi spazi che saranno finanziati dalla Regione. Dopo un lungo dibattito, il documento ha avuto il via libera con 32 voti favorevoli, nessun contrario e 7 astenuti (M5S e Udc) per questioni di metodo più che di merito e qualche rivendicazione politica.

    Come molti consiglieri di opposizione, e non solo, hanno avuto modo di sottolineare, sul progetto vige ancora molta incertezza. «Sarà un caso – ha detto Mauro Muscarà (M5S) – ma nel 2010 si era tagliato il nastro dell’ospedale di Pontedecimo, oggi con l’approssimarsi delle elezioni europee torniamo a parlare della piastra in Valpocevera e, magari, la posa della prima pietra avverrà in piena campagna elettorale per le regionali». A rincarare la dose il suo capogruppo, Paolo Putti: «Figuriamoci se posso essere contrario a un provvedimento che riguarda direttamente il miglioramento di un’area in cui vivo e in cui vivono le mie figlie, ma mi sembra che ci stiamo impegnando a fare cose che non sono di nostra competenza. Si parla già di progetto esecutivo e di realizzazione dell’opera a partire dal 2015 ma non sappiamo ancora che cosa vogliamo metterci, dove vogliamo farla, quanto ci costerà l’area, a fronte di quali oneri di urbanizzazione per realizzare che cosa e che tipo di bonifica sarà necessaria».

    Per lungo tempo si è parlato dell’area ex Mira Lanza come luogo destinato a ospitare il nuovo presidio sanitario ma gli eccessivi oneri di urbanizzazione che avrebbero previsto la concessione ai privati di circa 12/13 mila metri quadrati di terreno da sfruttare dal punto di vista commerciale sono stati ritenuti irricevibili per il territorio da parte del Municipio Valpolcevera. In mancanza di aree pubbliche da poter sfruttare, la scelta sembra allora essersi orientata su un’area di circa 3500 metri quadrati, sempre in zona Teglia, in via Fratelli Bronzetti, di proprietà Houghton ma attualmente dismessa e che comporterebbe oneri di urbanizzazione decisamente minori.

    «Si tratta di un’area ex industriale in cui veniva effettuato trattamento di olii esausti – ha spiegato il vicesindaco, Stefano Bernini – e che è proprietà attuale di una compagnia indiana che ha dismesso l’attività ed è interessata a nuove realizzazioni. Bisogna, dunque, capire se, fatti i lavori di bonifica a carico dei proprietari, sia possibile ritagliare una porzione da utilizzare, cambio oneri, per la realizzazione della nuova piastra sanitaria». Destinazione che sembrerebbe gradita anche ad Asl che, stando a quanto riportato dal vicesindaco, avrebbe espresso la propria preferenza per aree edificabili ex novo che consentano la realizzazione di economie di scala e maggiori libertà di movimento più difficilmente ottenibili rispetto a uno spazio già costruito e sottoposto a vincoli della Sovrintendenza com’è quello dell’ex Mira Lanza.

    La mozione approvata in Consiglio comunale

    La mozione di ieri, in ogni caso, ha soprattutto lo scopo di fissare alcuni paletti imprescindibili per un iter procedurale che non può più subire rallentamenti dal momento che la Regione deve fissare entro giugno gli investimenti in edilizia sanitaria da inserire nei fondi Fas 2014-2020. «Il documento – spiega la prima firmataria Cristina Lodi (Pd) – è frutto di un lavoro complesso portato avanti da Municipio, Comune e Regione e scandisce un tempo utile e necessario entro cui dovrà muoversi la Asl per non perdere i finanziamenti che la Regione stessa è disponibile a dare. Non si può più perdere tempo in Commissione, nel senso che i lavori preliminari rispetto alla piastra della salute in Valpolcevera erano già stati ampiamente affrontati in quella sede, anche dalla giunta precedente».

    Anche il sindaco Doria ha espresso il proprio sostegno alla mozione: «La giunta – ha detto il primo cittadino nel suo intervento in aula consiliare – è favorevole perché questo documento dà l’indicazione all’amministrazione di occuparsi attivamente, entro i propri limiti, alla soluzione dei problemi che riguardano la realizzazione della piastra sanitaria in Valpolcevera. Condivido l’indicazione politica che ne scaturisce di definire, in tempi utili, che cosa si debba fare».

    Ma chi è chiamato a decidere e a non perdere ulteriore tempo prezioso? «La programmazione deve essere congiunta tra le istituzioni e la Asl» spiega la consigliera Lodi, presidente della commissione Welfare. «La definizione dell’area spetta al Municipio e al Comune, tenendo presente quanto previsto dal Puc e senza dimenticare le necessità del contesto in cui la nuova realtà andrebbe inserita. La Asl, invece, deve entrare nel merito della progettazione della piastra decidendo cosa metterci e la Regione deve investire economicamente, dov’è possibile anche con un cofinanziamento comunale. Si tratta, dunque, di un sistema intricato ma la mozione di oggi ha proprio lo scopo di porre alcuni vincoli a un processo di programmazione che è alle porte».

    Una mozione appoggiata anche dall’assessore alle Politiche socio-sanitarie, Emanuela Fracassi: «Apprezzo la mozione perché tenta di far coincidere percorsi che per natura non hanno coincidenza. Lo sforzo è mettere insieme la riqualificazione di uno spazio cittadino come previsto dal Puc con l’utilizzo di fondi Fas della Regione ai fini del miglioramento delle strutture per l’assistenza socio-sanitaria dei cittadini».

    Accanto alla mozione sono anche stati votati all’unanimità due ordini il giorno. Il primo, presentato dal Movimento 5 Stelle, richiede un approfondimento in Commissione sulla scelta della nuova area e sulla tipologia degli oneri di urbanizzazione da concedere alla proprietà. Il secondo, proposto dalla Lista Doria, mira ad ampliare lo sguardo all’intero sistema socio-sanitario genovese per garantire il principio di equità di accesso alle cure. «Voglio sottolineare – ha detto il consigliere Pierclaudio Brasesco – che è necessario che il Comune consolidi l’interlocuzione con la Asl nell’ottica di una più efficace integrazione socio-sanitaria».

     

    Simone D’Ambrosio

     

  • “Bocche tassate”, di che cosa si tratta? Uno spreco di oltre 7 miliardi di litri ogni anno di acqua pulita

    “Bocche tassate”, di che cosa si tratta? Uno spreco di oltre 7 miliardi di litri ogni anno di acqua pulita

    rubinettoLo ammettiamo: fino a ieri non avevamo mai sentito parlare di “bocche tassate o tarate”. E, mossi da questa nostra ignoranza di fondo, con curiosità abbiamo deciso di soffermarci sull’articolo 54, interrogazione a risposta immediata, con cui il capogruppo dell’Udc, Alfonso Gioia, ha chiesto chiarimenti all’assessore Garotta in merito a questa particolare tipologia di fornitura di acqua ai condomini della città, che crediamo sia noti a pochi non addetti ai lavori.

    Per chi, come noi, si fosse avvicinato per la prima volta al termine, dunque, specifichiamo che si sta parlando di un sistema di tariffazione flat, un po’ come quello dei cellulari, che non tiene in considerazione il consumo effettivo del bene pubblico ma prevede un pagamento forfettario a fonte di una fornitura giornaliera in misura fissa. Questa tipologia di impianto veniva installata a Genova fino agli Settanta e prevede una vasca di accumulo condominiale che vada ad alimentare i serbatoi dei singoli appartamenti. L’acqua erogata ma non consumata confluisce in una vasca di riserva e, da qui, direttamente alle fogne anche se si tratta di acqua ancora pulita. Con uno spreco immane. «Secondo i dati forniti dalle associazioni condominiali – ha detto Gioia – a un condominio a bocca tarata vengono erogati mediamente 5200 metri cubi di acqua all’anno mentre uno con il contatore ne consuma circa 2300». Ne deriva che ogni bocca tassata spreca ogni anno 2 milioni e 900 mila litri di acqua. Ma quanti sono i condomini che utilizzano questo sistema sprecone?

    «Sulle 47 mila utenze di tutto il Comune di Genova – ha specificato l’assessore Garotta – solo 2500 sono interessate da questa tipologia di fornitura». Proseguendo i nostri calcoli, le “bocche tassate” comporterebbero per tutto il territorio comunale uno spreco pari a 7 miliardi e 250 milioni di litri di acqua pulita ogni anno! Un vero e proprio disastro ambientale, senza considerare la ricaduta economica. «Siamo di fronte a uno spreco non più tollerabile – aggiunge Gioia – se pensiamo anche che a Genova l’acqua è tra le più care d’Italia, con una differenza che oscilla tra il 10 e il 20 per cento rispetto al costo medio italiano. Ma a questa diversità di costi non corrisponde né una qualità elevata di servizi né tantomeno una quantità importante di investimenti».

    Possibile, dunque, che non si possa fare nulla per eliminare definitivamente tutti gli impianti di questo genere? «Il problema di questi impianti – spiega Garotta – è che non possono essere riconvertiti perché non sarebbero in grado di sopportare le pressioni normali dal momento che sono stati concepiti per un flusso costante a pressione ridotta». Negli anni passati alcuni condomini hanno superato questo sistema ma i lavori, di norma, vengono fatti nel quadro di una più complessiva ristrutturazione che consente una più facile ammortizzazione per gli inquilini. «Sono d’accordo che questo sistema vada superato – ha ammesso l’assessore – e la precedente amministrazione aveva anche approvato una mozione che consentiva l’abbattimento del canone di occupazione suolo in carico al condominio che si fosse adoperato per il superamento della “bocca tassata”. Tuttavia, si tratta spesso di costi che i condòmini non sono disposti a sostenere, neppure di fronte agli incentivi proposti dalla Regione qualche tempo fa».

    «Non basta essere d’accordo – ha replicato il consigliere Gioia – ma mi aspetterei che l’amministrazione prendesse un’iniziativa concreta per risolvere queste problematiche. Anche perché, se capisco l’aspetto dal punto di vista del privato che può essere spinto a intervenire solo attraverso una cospicua incentivazione, non capisco come si possa continuare a fare nulla per le 800 utenze a bocca tassata (1/3 del totale, ndr) che risultano in capo al Comune». Insomma, proviamo a parafrasare Gioia, com’è possibile che una giunta che si è sempre schierata a tutela dei beni comuni fin dalla campagna elettorale, si renda partecipe dello spreco annuale di miliardi di litri di “oro blu”?

    Sarà probabilmente per colpa dei tempi ristretti imposti dal regolamento alla trattazione degli articoli 54, ma su questo punto l’assessore Garotta non si è espressa. Qualche parola, invece, è stata spesa sulla questione delle tariffe salate. «Dopo decenni di attività – ricorda l’assessore – a partire dai primi anni 2000 Genova sta sostenendo investimenti fondamentali e da sostenere quasi esclusivamente con le tariffe del servizio idrico in assenza di fondi europei o altre forme di finanziamento a fondo perduto. E molto terreno abbiamo ancora da recuperare se si pensa, ad esempio, al depuratore in previsione per la nuova area centrale genovese (qui l’approfondimento di Era Superba)».

     

    Simone D’Ambrosio

  • Prà, skate park e area sportiva: 20 mila mq da restituire alla cittadinanza

    Prà, skate park e area sportiva: 20 mila mq da restituire alla cittadinanza

    street-art-skater-D1Ancora una volta il Consiglio comunale torna a parlare del Por di Prà (qui l’approfondimento di Era Superba). Dopo aver analizzato nel dettaglio la situazione del “Parco Lungo” a inizio anno, ieri è stata la volta del progetto Prà-to-sport, che coinvolgerà la zona più a levante della delegazione.

    Lo spunto è stato fornito dai consiglieri del Movimento 5 Stelle, Boccaccio e Burlando, che riportando le istanze raccolte sabato scorso durante una manifestazione sul territorio, hanno chiesto all’assessore ai Lavori pubblici, Gianni Crivello, di fare chiarezza su come verranno spesi i 2,180 milioni di euro messi a bilancio per questo intervento. «All’interno del Piano triennale dei lavori pubblici, che potremmo anche definire desaparecido visto che ha fatto un passaggio “a manetta” nei municipi perché arrivasse subito in Consiglio ma non se n’è saputo più nulla, ci sono una trentina di voci che riguardano il Por di Prà – ha detto in Sala Rossa Andrea Boccaccio – e in particolare una che si riferisce a interventi relativi a un’area pubblica per sport all’aperto. Vorremmo sapere nel dettaglio di che tipo di interventi si tratta e come si fa ad arrivare a una cifra tale».

    Nella sua risposta, Crivello ha ricordato che si tratta di un’area di circa 20 mila metri quadrati che, come previsto dalla Conferenza dei servizi ambientali, necessita di bonifica e di un ricarico del fondo esistente per circa un metro di terra su tutta la sua estensione. «Inoltre – ha proseguito Crivello – si dovrà provvedere alla regimentazione delle acque, alla recinzione e all’illuminazione dell’area. Restano poi ancora 150 mila euro per restituire lo spazio pubblico ai cittadini il prima possibile».

    Ma non è tutto. Per l’allestimento sportivo è, infatti, previsto l’impiego di altre risorse provenienti dal ribasso d’asta dell’intero Por, un’economia che ammonta a circa 1 milione e 250 mila euro, con cui verrà realizzato quasi sicuramente uno skate park. Sul tema, si era espresso anche il sindaco Marco Doria, proprio in Consiglio comunale lo scorso gennaio: «I ribassi d’asta del Por – aveva detto il primo cittadino – verranno utilizzati per realizzare interventi che siano apprezzati, che rispondano alle esigenze di risistemazione dell’area e che possano essere funzionali anche a implementazioni future ma che nell’immediato consentano un primo utilizzo dell’area». Niente più palazzetto dello sport, dunque, che sarebbe di gran lunga più oneroso rispetto ai fondi a disposizione. «Lo skate park – ci aveva spiegato il presidente del Municipio Ponente, Mauro Avvenente – è una promessa presa dall’amministrazione già tre anni fa a fronte di una richiesta di alcuni giovani praesi. Con i soldi restanti valuteremo le altre proposte di campetto polivalente e pista di atletica».

    Nel suo complesso, il Por di Prà è stato finanziato con 17 milioni e 324 mila euro, di cui 11,5 milioni provenienti da fondi regionali ed europei e 5,8 milioni dalle casse di Tursi. «Parte degli interventi – ha ricordato l’assessore Crivello – è già stata effettuata: nel 2010 è stato messo a punto l’accesso al parco di Ponente, nel 2012 è stata terminata piazza Sciesa e l’anno scorso abbiamo completato il riassetto idrogeologico del rio Sampietro. Ma c’è ancora molto da fare. Come il Parco Lungo, i cui lavori dovrebbero partire a settembre/ottobre di quest’anno e concludersi nell’ottobre del 2015. Per dare un’accelerata definitiva (e non perdere i finanziamenti del Por che vanno rendicontati entro la fine del 2015, ndr) la giornata lavorativa sarà di un turno e mezzo, dalle 7 alle 20».

    Insomma, dopo 7 tavoli ufficiali, 5 assemblee pubbliche, un consiglio monotematico trasformato in assemblea pubblica con la presenza di Crivello e del sindaco, 15 incontri tra consigli e commissioni municipali e comunali solo negli ultimi mesi, oltre agli innumerevoli sopralluoghi e a due ipotesi di progetto presentate e dibattute pubblicamente, i praesi possono finalmente intravedere la luce in fondo al tunnel.

    Simone D’Ambrosio

    [foto di Daniele orlandi]

  • Giulia Vasta e le sue “forme dell’assenza”, incontro con l’artista genovese

    Giulia Vasta e le sue “forme dell’assenza”, incontro con l’artista genovese

    Giulia Vasta - Frame castelli di sabbia 45x70cmFino al 30 aprile è possibile visitare l’esposizione di Giulia Vasta, classe ’84, diplomata in Pittura all’Accademia Ligustica. La mostra si intitola “Le forme dell’assenza” ed è ospitata dalla Unimediamodern Gallery.

    Frammenti di vita di altri, colti per caso su una spiaggia dopo una mareggiata, luoghi abbandonati, scanditi da vecchie finestre rotte da cui filtra una luce opaca, vecchie porte di legno tarlato e consumato dal tempo, tenute chiuse da un fil di ferro arrugginito… Questi sono solo alcuni dei soggetti immortalati da Giulia durante la sua ricerca, utilizzando media diversi.

    Osservando le foto esposte, si finisce col cercare di immaginarsi la storia del vecchio stivale che giace sulla sabbia, o di come sia arrivato fin lì il piccolo rosario dai grani sbiaditi che pende da un vecchio tronco bianco lavato dall’acqua salata: «Il mio modo di lavorare – spiega Giulia –  nasce e si sviluppa a seguito dell’accumulo di materiale. Provo un grande fascino per tutto ciò che è trascurato, tralasciato, abbandonato. Raccolgo frammenti, fotografie, oggetti, qualsiasi cosa attiri la mia attenzione, in qualsiasi momento. Mettendo insieme le cose, in qualche modo il lavoro nasce. Tutto trova la giusta combinazione».

    È così che accanto alle immagini di questi oggetti prendono posto radici vere e proprie, prelevate e portate fino alla piccola sala dove sono adesso esposte insieme alle fotografie. Radici fotografate e radici fisicamente presenti: «Le radici e le ramaglie sia esposte che fotografate sono le stesse che hanno attraversato il corso del fiume e che ho raccolto, in questo caso sulla spiaggia dopo la mareggiata. Il loro significato risiede nella loro essenza, nel loro percorso, nel loro viaggio, nel loro passato e in tutto ciò che le ha portate fino a lì».

    Giulia Vasta - CanniccioVicino, un video manda l’immagine di un tratto del Bisagno, l’acqua che scorre rapida lambendo i grossi piloni di cemento grigio: al tema del ricordo, rappresentato dagli oggetti e dai luoghi, si unisce il tema del flusso: «La mia ricerca si muove nell’ambito dell’esistenza e la ricerca del “senso”. In particolare questa mostra nasce da un’immagine: rami piegati, accumulati e incastrati nei piloni dei ponti dei fiumi. Questa immagine mi ha dato un senso profondo di resistenza, qualcosa che, nonostante tutto, non si lascia trascinare dalla corrente. Ricordi, tracce, tutto ciò che resta. E poi il fiume, con la sua forza irrefrenabile, il suo continuo movimento, il suo perenne passare. Per “immortalare” questa immagine ho deciso di utilizzare una vecchia telecamera e fare diverse riprese, inquadrature dell’acqua che scorre sotto il ponte. Da questo video ho scelto alcuni fotogrammi: dal flusso, quindi, ho estrapolato alcune immagini».

    Giulia Vasta - Frame cambiamento 45x70cmSu una delle pareti, il concetto di flusso è ribadito chiaramente da lunghe sequenze di frame da video digitali: acqua che scivola via dalle mani a coppa, una costruzione di sabbia che si consuma sotto l’onda, una saponetta che si scioglie tra le mani. Panta rei: il tempo ci scorre tra le dita prima ancora che ce ne accorgiamo, gli istanti non tornano più: «Esattamente, è lo scorrere inesorabile del tempo e le tracce lasciate dal suo passare.“…Non ti bagnerai mai due volte nella stessa acqua di un fiume, perché tutto cambia continuamente, vi è una sola cosa che non cambia, il cambiamento (Eraclito)».

    Diversi mezzi artistici, diverse opportunità per trovare la via più adatta a ciascuna creazione: «La pittura per me è un modo di guardare il mondo. In accademia ho studiato pittura, e tra le altre, fotografia, arti performative e video. Dopo il primo approccio accademico alla pittura ho iniziato a sperimentare. Sono partita dall’informale e ho iniziato ad utilizzare diversi materiali per poi concentrarmi su quelli edili: stucco, cemento, gesso e da lì sono nati i miei “muri”. Le crepe, le sbeccature hanno dato inizio alla mia riflessione sul tempo. Il tempo è diventato il tema fondamentale del mio lavoro e ho iniziato ad esprimere questo concetto attraverso diversi linguaggi. Credo che l’importante sia sapere cosa si vuol dire e cercare il modo (mezzo) migliore per esprimerlo».

    Il video del Bisagno è girato in 4/3, con una vecchia telecamera analogica appunto, con cui l’artista ha potuto dare sfogo al suo amore per la tecnologia passata: «Ho una grande passione per la fotografia soprattutto analogica, ho anche una bella collezione di macchine fotografiche tra le quali una Rolleicord degli anni cinquanta. Le foto in mostra però sono digitali. La fotografia digitale, grazie alla sua immediatezza, è di grande aiuto nel mio lavoro perché mi permette di accumulare un gran numero di immagini, anche se cerco sempre di non “sprecarle”. Uso la fotografia non come fotografia fine a se stessa ma come raccolta di immagini».

    Il lavoro analogico però mette in contatto con ciò che si sta creando in maniera infinitamente più viscerale rispetto alle tecniche digitali: «Sono d’accordo con te, stampare in camera oscura è un’esperienza incredibile dove il tempo diventa rivelatore di immagini. Anche questa esperienza è stata fondamentale nel mio lavoro (Giulia ha seguito il corso di camera oscura di Alberto Terrile, ndr). Tuttavia la praticità della fotografia digitale è di grande aiuto per il mio lavoro di “accumulatrice”».

    Se è vero che il lavoro dell’artista nasce da una pulsione personale alla creazione, è vero anche che il suo approdo finale è davanti al pubblico: una congerie di sguardi, nell’insieme tutti indistinti eppure così diversi l’uno dall’altro. L’idea è quella di riuscire a comunicare qualcosa a tutti loro: «Spero che chi guarda il mio lavoro sia stimolato dal punto di vista emotivo. Spero che le persone si mettano in relazione con il lavoro che stanno osservando, spero che arrivi la sensazione di “ricordo”, “vissuto”, qualcosa che appartiene a tutti, qualcosa di condiviso e difficilmente comunicabile».

     

    Claudia Baghino

  • I Tre Allegri Ragazzi Morti sul palco dello Zapata: il racconto della serata

    I Tre Allegri Ragazzi Morti sul palco dello Zapata: il racconto della serata

    tre-allegri-ragazzi-morti-2C.S.O.A. Zapata, quarta tappa delle dieci date del tour dei Tre Allegri Ragazzi Morti per celebrare i 20 anni di attività. I luoghi scelti per l’esclusività degli eventi non sono casuali: ripercorrono infatti, come si legge sul loro sito, le loro stesse orme, “nei posti dove suonavano, quelli che sono rimasti, nelle città che per prime hanno risposto all’urlo di Mai come voi’”. La formazione è rimasta praticamente immutata da vent’anni, raro esempio di alchimia vincente nel panorama musicale italiano, scevro da personalismi interni e immune da discordie artistiche. D’altronde la coerenza e la dignità intellettuale di Davide Toffolo -chitarra e voce-, Enrico Molteni -basso- e Luca Masseroni -batteria- non è messa in discussione, e questo rende il gruppo un caso più unico che raro.

    A riprova di questo c’è il voto della band di non svendere la propria immagine ai media, proteggendo la propria individualità, spesso mercificata dalle regole dell’industria discografica, con un’arma più appuntita di una lancia e più esplosiva di un missile: la matita di un fumettista di rilievo come Davide. E così le maschere dei teschi sono, fin dalle origini, un simbolo del gruppo, anticipando una tendenza che significa, paradossalmente, il contrario nello stesso periodo, quando i Daft Punk ne fanno un motivo di marketing per alimentare la trovata discografica di impersonare musicisti cyborg venuti dal futuro.

    Nati dall’esperienza punk della Pordenone fine anni’70 e dal movimento denominato Great Complotto, i TARM (come spesso viene abbreviato il nome della band) toccano uno dei punti più alti del punk e del rock indipendente italiano, diventando capostipiti di una nuova concezione musicale, autoprodotta e dichiaratamente live, dimensione prediletta rispetto a quella in studio.

    tre-allegri-ragazzi-mortiI primi lavori, “Mondo Naif” del 1994, “Allegro Pogo Morto” del 1995 e l’EP “Si Parte” dell’anno successivo, sono i manifesti di questa loro filosofia. Il tour Aprile1994 intende ripercorrere proprio questi album. E, questo è importante sottolinearlo, non solo riproporli. Tra le spesse mura dello Zapata, infatti, viene annunciato un esperimento spazio temporale, un virtuale viaggio a ritroso dal 2014 al 1994, per dare la possibilità a chi ancora non c’era di assistere a come sarebbe stato uno dei primi concerti marchiati TARM, e a chi c’era di rinfrescarsi i ricordi. Quei ricordi che, come suggerisce l’esperimento stesso, sarebbe più importante imprimere nella mente, invece di fissarle nella tecnologia che ormai sembra sostituire il nostro cervello. Oltre a questo, lo scopo è anche molto più pratico. I Tre Allegri Ragazzi Morti, infatti, proprio come alle origini suonano senza maschera. E le fotografie sono bandite. Naturalmente rispettiamo la decisione per il rispetto dovuto alla loro scelta artistica. Così ci facciamo piombare addosso un concerto di puro punk, come, forse, non ne abbiamo mai sentiti. L’impatto sonoro è poderoso: le casse sparano al massimo e le loro vibrazioni, con la complicità di centinaia di persone che saltano, fanno addirittura scalcinare pezzi di intonaco dalle pareti!

    >> Ascolta su Spotify i brani eseguiti dai Tre Allegri Ragazzi Morti al CSOA Zapata

    La scarica di adrenalina e di nostalgia che riescono a infondere versi come “non saremo mai come voi, siamo diversi: puoi chiamarci se vuoi ragazzi persi” di Mai come voi; o “sessanta milioni di topolini davanti alla tivù non dimenticheranno mai il facile du du du” di 1994 (riprendendo il motivo dell’inno di Forza Italia) scatenano quel pogo profetico. Profetico perché anticipa il capitolo successivo di Allegro Pogo Morto, da cui spiccano pezzi del calibro di Dipendo da te, Una cosa speciale e Quindici anni già con “tutta la noia di sua madre e tutte le bugie di suo padre”. L’esperimento si conclude con l’epitaffio di Sono Morto dall’EP “Si parte”: “non sarà il fumo di marijuana, la febbre al fine settimana, sarà che sono disperato o che mi sono consumato: ma sono morto!”. Un concerto fatto di memoria e sudore, e -come direbbe un altro maestro del punk new wave- una bella “botta di energia del rock”.

    concerto-zapataLo Zapata permette anche di assistere al concerto nel salone del bar, grazie a un proiettore che trasmette il palcoscenico su un telo gigante. Rindossate le maschere, i TARM tornano al 2014, proponendo alcune tra le loro più belle canzoni degli ultimi anni, tra cui “Francesca ha gli anni che ha”, “La mia vita senza te”, “Il mondo prima” e “Alle anime perse”. Una menzione particolare è dovuta al gruppo di spalla, i Numero6: la formazione ligure di indie rock capitanata da Michele Bitossi (qui l’intervista di Era Superba), a nostro parere, merita sempre attenzione.

    Nicola Damassino

  • Piazza Matteotti pedonale: la battaglia dell’associazione di quartiere AssEst

    Piazza Matteotti pedonale: la battaglia dell’associazione di quartiere AssEst

    Palazzo Ducale entrataPiazza Matteotti pedonale, dotata di arredi urbani e valorizzata in tutto il suo splendore, in continuità con Piazza De Ferrari: un biglietto da visita per tutti, genovesi doc e turisti, che arrivano nel centro storico. È quello per cui si battono da anni i rappresentanti di AssEst, associazione di quartiere che sta portando avanti varie battaglie, dalla valorizzazione del complesso di Santa Maria di Castello e Torre Embriaci, al controllo della movida sregolata. Nel corso di #EraOnTheRoad abbiamo incontrato il presidente dell’associazione, Giancarlo Bertini, che ci ha illustrato le problematiche e le proposte per il futuro.

    Per prima cosa, sono state chieste alcune modifiche alla situazione corrente: ad esempio, si vorrebbe che le auto del commissariato di Polizia che affaccia sulla piazza e su Via San Lorenzo siano posteggiate altrove, liberando la piazza. Si parlava, una volta chiuso il cantiere che oggi occupa la parte sud di Matteotti, di trasformare quell’area in un piccolo parcheggio riservato alle auto di servizio. Tuttavia, il cantiere, aperto ormai dal 2010, rischia di andare per le lunghe e ancora non si intravede una soluzione in questo senso. «Prima la colpa del ritardo era del cantiere di Piazza delle Erbe, ma ora che  la scuola è stata completata il cantiere è rimasto. Quanto ancora si andrà avanti?», commenta Bertini.

    Inoltre, la proposta di AssEst prevede una risistemazione complessiva dei posteggi per i residenti del centro storico, così da assicurare la sosta agli abitanti: a ciò, deve seguire il divieto di sostare per tutte le altre macchine e l’introduzione di un sistema di monitoraggio di ingressi e uscite, l’aumento dei controlli da parte della Polizia Municipale e l’inasprimento delle sanzioni per chi infrange la legge. Discorso a parte per chi esibisce apposito contrassegno di disabilità, naturalmente legittimato a sostare. «Quando ci sono manifestazioni a San Lorenzo qui è tutto pieno di macchine – continua Bertini – Noi vorremmo semplicemente che la Piazza Matteotti fosse libera e dotata di un arredo urbano consono a una piazza così importante e centrale, biglietto da visita per la città non meno di Piazza De Ferrari. Cosa pensano i turisti arrivando in centro e scoprendo questa situazione? È uno scandalo non riuscire a valorizzare un luogo così centrale e strategico».

    Confermano da AssEst che, in tutto questo tempo in cui hanno continuato a portare avanti la loro battaglia (di fronte all’Amministrazione civica, negli uffici, nelle riunioni di quartiere, perfino sui social: su Twitter hanno lanciato l’hashtag #matteottipedonale), hanno trovato sempre buon riscontro da parte di Tursi, che si è sempre detto pronto al dialogo e concorde in questa battaglia per la pedonalizzazione della piazza. «Abbiamo il loro appoggio, certo – continua Bertini – ma in concreto cosa hanno fatto e cosa fanno? Poco o niente. C’è stato un incontro con Elena Fiorini (Assessore a Legalità e Diritti, n.d.r.), con l’assessore allo Sviluppo Economico Oddone e attendiamo di incontrare soprattutto Anna Maria Dagnino (Politiche relative alla Mobilità, alla Logistica ed al Trasporto pubblico, al Trasporto su ferro e metropolitana, n.d.r.), che può darci una risposta. Anche in passato abbiamo avuto ottimi interlocutori all’interno della giunta Vincenzi (l’ex assessore alla Mobilità Simone Farrello), che sposavano in toto la nostra causa, ma che poi hanno di fatto rinunciato ad attuare qualsiasi cambiamento».

    Non solo Tursi: AssEst interagisce anche con la Polizia Municipale, cui manda periodicamente fotografie della piazza che denunciano situazioni anomale e contro la legge, e cerca un dialogo anche con le forze di Polizia di Stato, la cui sede affaccia sulla piazza: «Il questore ci ha ascoltati e ci ha dato più volte ragione, ma di fatto anche lui non fa nulla: vedere che proprio loro non rispettano le norme è un deterrente anche per tutti gli altri cittadini. Non sappiamo più a chi rivolgerci per farci ascoltare, ma siamo determinati ad andare avanti con questa battaglia per restituire Piazza Matteotti ai cittadini. La situazione qui è simile a quella di Corso Quadrio, anche quella tragica: lì un tempo c’erano parcheggi per i residenti, ora la zona è da tempo occupata da un cantiere, ormai chiuso da anni, e il Comune non fa niente per liberare l’area e restituirla ai residenti, nonostante le tante sollecitazioni. Il paradosso è che lo spazio è usato dalla carrozzeria lì vicina, privatamente, come deposito delle auto. Per quanto riguarda Matteotti, poi, c’era stata anche una delibera nel 2011, che non è mai stata messa in essere».

    Insomma, “non si muove nulla ma continuiamo a protestare”: di questo sono convinti i rappresentanti di AssEst, che aspettano il fatidico incontro con l’assessore Dagnino e sono determinati a risolvere l’impasse proponendo poche chiare, valide idee concrete: posteggi per la Polizia al posto dell’attuale cantiere, aumento della segnaletica, sistema di sorveglianza, appunto. Tutte misure attuabili a costo pressoché zero, solo ottimizzando la situazione attuale.

    Elettra Antognetti

  • Porto, sistema telematico: la situazione genovese, E-port e il modello Amburgo

    Porto, sistema telematico: la situazione genovese, E-port e il modello Amburgo

    porto-imbarchi-DIIn un contesto in cui assistiamo ad un graduale spostamento degli equilibri economici mondiali, sempre più sbilanciati a favore dell’Estremo Oriente – Asia in primis, con la Cina destinata a sostituire gli Stati Uniti, forse già nel 2018, come maggiore potenza economica del pianeta – tendenza che si riflette nei flussi economici (i dieci porti maggiori a livello globale sono nella stessa Cina e nel Middle East, mentre i tre più grandi porti europei movimentano complessivamente meno container rispetto a quanto faccia lo scalo di Shanghai da solo), l’Italia non è riuscita ad approfittare del vantaggio derivante dalla propria posizione geografica che ne dovrebbe fare l’approdo europeo naturale per le merci provenienti e destinate al Far East.

    “Considerando il volume di merci con origine/destinazione in Italia che transitano per i porti del Nord Europa, emerge come, con volumi superiori a 440 mila teus, il Northern Range possa essere considerato, in un certo senso, l’ottavo porto container italiano – scrivono Spediporto (la più importante associazione italiana delle “case di spedizione” protagoniste del mercato dell’import/export e del trasporto delle merci) e Assagenti (associazione agenti raccomandatari mediatori marittimi agenti aerei) in una relazione congiunta – La chiave di questa minore competitività sta nel concetto di rispetto dei tempi pianificati. Rispetto a Germania, Francia e Regno Unito i principali punti di debolezza del sistema logistico italiano appaiono quelli relativi alle infrastrutture e alla puntualità dei servizi. Il rapporto della World Bank colloca l’Italia al 24o posto nel ranking mondiale per performance logistica. La stessa classifica conta tra le prime dieci posizioni sei Paesi che aderiscono all’Unione Europea. Secondo alcune stime questa bassa collocazione in classifica costa all’Italia 40 miliardi di inefficienza logistica, un valore intorno al 2,5% del PIL”.
    Lo studio AT Kearney-Confetra che approfondisce il tema del vantaggio geografico dell’Italia per la movimentazione di container lungo la rotta Far East-Europa è in tal senso emblematico: “Considerando un’ipotetica tratta Singapore-Milano, nelle due varianti via Genova e via Anversa, emerge come, nonostante la posizione geografica favorevole del porto di Genova, che consentirebbe un risparmio di quasi 800 miglia marine (4 gg di navigazione), il transito attraverso lo scalo italiano implichi una maggiore variabilità nel tempo stimato per il trasporto (compreso fra 20 gg e 28 gg), rispetto allo scalo belga (minimo 25 gg, massimo 27 gg). In particolare, l’elemento discriminante, oltre alla tratta terrestre, sembra essere l’attraversamento del porto, che rappresenta un elemento di fragilità del sistema: attraversamento del porto di Genova (3 gg -11 gg); attraversamento del porto di Anversa (3 gg – 5 gg)”.

    porto-ferrovia-binari-containerCertezza e miglioramento dei tempi di uscita delle merci dal porto, dunque, sono gli elementi chiave sui quali focalizzare l’attenzione puntando ad una forte sburocratizzazione delle procedure ed alla de-materializzazione della documentazione a favore di sistemi informatici evoluti. «Gli operatori privilegiano sistemi logistici più efficienti anche qualora questo dovesse tradursi in tempi maggiori, purché certi – spiega Gian Enzo Duci, presidente Assagenti – Questa scelta consente loro una migliore e più efficace programmazione logistica. La telematizzazione del porto di Genova può aiutare il sistema ad essere più efficiente, oltre a ridurre del 75% i tempi di uscita delle merci dallo scalo. Abbiamo stimato che un abbattimento di questa portata equivalga a una moltiplicazione degli spazi fisici, quindi banchine e piazzali, di quasi un terzo rispetto alle strutture oggi esistenti a Genova».

    Spediporto e Assagenti si candidano per gestire direttamente il sistema telematico del porto di Genova “E-Port”

    Il sistema telematico del porto di Genova, il cosiddetto “E-port” dell’Autorità Portuale (AP) genovese, è una piattaforma informatica trasversale – affidata in gestione attraverso gara al gruppo AlmavivA (leader italiano nell’Information & Communication Technology) il quale si avvale della collaborazione di realtà esperte nel settore come ad esempio la Hub Telematica (partecipata, tra gli altri, da Spediporto e Assagenti) – che mette a servizio di soggetti terzi operanti in ambito portuale una serie di importanti funzionalità. Il primo modulo è stato inaugurato nel 2005, in seguito si sono sviluppati diversi componenti operativi di supporto che hanno fatto di E-port un progetto di rilevanza nazionale. Nel resto d’Europa il modello organizzativo prevalente prevede che simili sistemi informatici portuali siano gestiti da società in cui le varie categorie professionali sono soggetti attivi e partecipanti. Adesso Assagenti e Spediporto propongono di gestire loro in maniera diretta (con i conseguenti oneri economici a carico degli stessi privati) il sistema telematico portuale. «Pensiamo sia giunto il momento che le categorie dell’utenza portuale compiano un passo in avanti e sulla base di consolidati modelli gestionali affermati in Nord Europa si candidino alla gestione del sistema telematico del Porto di Genova – spiega Maurizio Fasce, presidente Spediporto – Negli anni abbiamo constatato difficoltà da parte di Autorità Portuale, che comunque rimarrebbe proprietaria di E-Port, a individuare soggetti gestori che sapessero associare alla manutenzione del sistema un’efficace capacità di sviluppo sempre allineata alle esigenze del mercato. La nostra proposta guarda all’Europa, ai suoi modelli e alle esigenze della merce, e vuole responsabilizzare direttamente le categorie ponendole in cabina di regia del sistema telematico, nulla di strano se si guarda a quello che avviene in Olanda e Germania dove già da decenni le associazioni dell’utenza portuale si vedono assegnare questo ruolo».
    «E-port rimarrà un sistema di proprietà pubblica (AP) gestito da un soggetto, noi immaginiamo di tipo consortile, che raccoglierà intorno a sé le migliori esperienze e le competenze specifiche patrimonio delle varie categorie professionali aggiunge Giampaolo Botta, direttore generale Spediporto – Spedizionieri e agenti marittimi ma in futuro auspichiamo che anche i terminalisti, con i quali abbiamo portato avanti buona parte dell’iniziativa, e gli autotrasportatori, entrino a far parte del disegno complessivo di riorganizzazione telematica del porto».

    D’altra parte, se il resto d’Europa viaggia spedito sotto il profilo della capacità di adattamento tecnologico alle esigenze di operatività delle merci «È perché molti Paesi hanno adottato dei modelli organizzativi più agili – sottolinea Botta, Spediporto – Qui in Italia, invece, se l’AP di Genova intendesse sviluppare in tal senso E-port dovrebbe prima affidare uno specifico incarico alla società gestrice, la quale a sua volta sarebbe tenuta ad avviare accertamenti e verifiche con tutte le realtà coinvolte, per arrivare alla redazione di un progetto ed infine alla sua autorizzazione. Insomma tempi piuttosto lunghi che si potrebbero evitare con un soggetto gestore consortile in grado di tradurre immediatamente le indicazioni in azioni concrete».

    Telecamera su GenovaIl modello è quello di Amburgo dove esiste da oltre trent’anni una società privata (Dakosy) – partecipata da tutte le componenti operative del porto – che ha saputo divenire dapprima elemento di sintesi tra operatori pubblici e privati, per poi proporsi come società a cui è stato affidato il compito di implementare sulla comunità portuale di Amburgo strumenti informativi e servizi tra operatori strettamente connessi all’efficientamento del modello operativo. «Oggi esistono diversi software scollegati uno dall’altro che inficiano la funzionalità del sistema informatico della Port Community System – spiega Duci, Assagenti – Grazie alla nostra gestione diretta di E-port sarà possibile eseguire tutte le operazioni burocratiche, amministrative e commerciali su un’unica piattaforma che consentirà la connessione tra tutti gli operatori portuali. L’onere economico di tale innovazione peserà su noi privati. Ma riteniamo che la comunità commerciale sarà disposta a pagare il prezzo per un sistema talmente innovativo».

    «Quanto si accinge a fare il porto di Genova è un esempio importante di sussidiarietà, un modello che vale per l’Italia – così il presidente dell’AP, Luigi Merlo, ha accolto il modello di gestione E-Port presentato da Assagenti e Spediporto (ANSA) – Sono contento che ci sia una comunità portuale che si candida a gestire il futuro. L’Autorità Portuale deve essere un soggetto facilitatore, non gestore. Se si vuole mettere al passo con l’Europa, l’Italia deve puntare su un modello per cui l’Autorità Portuale sia un soggetto più di governance e meno gestione. Purtroppo nel nostro Paese solo 4-5 porti oggi sono in grado di ragionare così».

    Le premesse alla proposta che agenti e spedizionieri hanno messo sul tavolo comprendono le esperienze attualmente in essere nel campo dell’IT portuale: preclearing o meglio lo “sdoganamento in mare”; Sportello Unico Doganale, con le sue programmate evoluzioni strutturali di eccellenza legate al Ped (punto di entrata designato) e al Peddino; telematizzazione delle procedure in uscita delle merci (dallo svincolo telematico all’informatizzazione dei varchi portuali) ed in entrata (preavviso di arrivo da parte dell’autotrasporto, procedure di accreditamento al varco, imbarco ed emissione polizza); per giungere infine ad un rinnovato sistema telematico E-port che sia sintesi, non solo operativa ma anche processuale, tra i sistemi di matrice privata e pubblica, come Aida (Agenzia delle Dogane), PMIS2 (Capitaneria di Porto), ecc.

    «Siamo partiti da un’iniziativa recentemente avviata come il preclearing – racconta Duci, Assagenti – in sostanza lo sdoganamento in mare traduce proceduralmente la necessità degli operatori economici e degli operatori portuali di vedere quanto più possibile anticipata la fase di presentazione/accettazione della dichiarazione doganale. Parliamo di una sperimentazione portata avanti da Agenzia delle Dogane e Capitaneria di Porto, sfruttando i sistemi satellitari di monitoraggio esistenti, che sta dando un forte impulso alla progressione del sistema portuale italiano verso un’ottimizzazione dei tempi di importazione delle merci, un’opportunità che le categorie intendono cogliere e sfruttare».
    Un altro strumento fondamentale che favorirà una ulteriore accelerazione delle procedure di importazione delle merci, una volta superata la fase autorizzativa doganale, sono gli svincoli telematici. Questo sistema, infatti, consentirà alle case di spedizione di stampare in house il buono di consegna ottemperando in tempo reale al pagamento di quanto dovuto all’agenzia marittima. «Si tratta di una sperimentazione che porterà alla completa de-materializzazione dei documenti cartacei a favore di supporti elettronici – continua Duci, Assagenti – Finora è un continuo passaggio di documentazione da un soggetto all’altro, ad esempio dall’agente marittimo (che ha in custodia la merce) allo spedizioniere, con un inevitabile allungamento dei tempi di uscita delle merci dal porto. La pratica degli svincoli telematici accorcerà i tempi e soprattutto li renderà sicuri. Anche attraverso la possibilità di eseguire pagamenti bancari elettronici».

    Il ruolo dell’Agenzia delle Dogane: servizi per l’interoperabilità e Sportello Unico Doganale

    porto-notte-DICome detto in precedenza il rinnovato E-port che si candidano a gestire spedizionieri e agenti marittimi è una soluzione che in tutte le sue molteplici sfaccettature si pone l’obiettivo di essere complementare agli altri sistemi telematici pubblici quale elemento di sintesi tra il momento pubblico e il momento privato. L’Agenzia delle Dogane, ad esempio, ha un proprio sistema di gestione delle dichiarazioni doganali – il sistema Aida – che abbina le attività di operatori, sia portuali sia del territorio, con le operazioni doganali, e consente delle procedure di accesso e colloquio con il singolo operatore coinvolto. «E-port si collegherà con il sistema doganale – spiega Claudio Monteverdi, Agenzia delle Dogane, responsabile ufficio di Genova – però è auspicabile che esso comprenda tutti gli operatori. Attualmente non è così. Alcuni soggetti utilizzano altri sistemi che comunque devono rapportarsi con l’Agenzia delle Dogane. In ottica futura l’accoppiamento dei nostri servizi per l’interoperabilità (Aida) con la nuova piattaforma E-port potrebbe fornire l’informazione più corretta possibile sull’esatta posizione della merce, garantendo una velocizzazione dei tempi di uscita dal porto».

    Tuttavia, il vero salto di qualità per ridurre i tempi di svincolo delle merci e i costi a carico di enti pubblici e imprese, sarà la completa realizzazione dello Sportello Unico Doganale, del quale si parla da anni ma ancora si attende di vederne l’effettiva funzionalità. Oggi per effettuare un’operazione di import/export gli operatori debbono presentare, oltre alla dichiarazione doganale, fino a 68 istanze ad altre 18 amministrazioni, trasmettendo ad ognuna informazioni e dati spesso identici, o simili nella sostanza, per ottenere le autorizzazioni, i permessi, le licenze ed i nulla osta necessari, nella grande maggioranza dei casi rilasciati su carta. Per queste ragioni, già nel 2003, l’Agenzia delle Dogane propose la norma istitutiva dello Sportello Unico Doganale, inserita poi nella legge finanziaria per il 2004. Lo Sportello Unico Doganale è stato attivato a luglio 2011 con le modalità transitorie previste dal decreto attuativo dello Sportello Unico Doganale (DPCM 242/2010), in attesa del completamento del “dialogo telematico” tra tutte le amministrazioni coinvolte nel processo di sdoganamento che dovrà concludersi entro luglio 2014. Il DPCM di fatto obbliga le 18 amministrazioni ad integrare i processi di competenza, di cui rimangono titolari, per offrire alle imprese un’interfaccia unitaria che, a regime consentirà: la richiesta, il controllo e lo “scarico” delle certificazioni/nulla osta/autorizzazioni per via telematica (art. 3); la “digitalizzazione” dell’intero processo di sdoganamento, compresi i segmenti di controllo di cui sono titolari amministrazioni diverse dall’Agenzia delle Dogane (art. 4). Finora è stata avviata l’interoperabilità tra l’Agenzia delle Dogane e il Ministero della Salute – considerato che i controlli sanitari e veterinari rappresentano circa l’80% del totale – ma lo strumento dovrà essere al più presto utilizzato anche dagli altri 17 enti coinvolti, a vario titolo, nelle verifiche delle operazioni di import/export.

    Lo Sportello Unico Doganale si affaccia – sebbene in versione limitata – all’interno dello scenario del porto di Genova grazie al protocollo di intesa siglato tra Agenzia delle Dogane, USMAF (Uffici Sanità Marittima Aerea e di Frontiera, strutture direttamente dipendenti dal Ministero della Salute dislocate sul territorio nazionale) e PIF (Posti di Ispezione Frontaliera), divenuto effettivo a partire dall’11 dicembre 2013. Per assicurare il massimo della sua efficienza operativa, però, sono necessarie le seguenti condizioni, come scrivono Spediporto e Assagenti nella loro dettagliata relazione: “Estensione a tutti gli uffici di Presidio del coordinamento operativo e funzionale che ad oggi vede l’esclusivo coinvolgimento di USMAF e Veterinario; realizzazione delle programmate evoluzioni strutturali di eccellenza legate nel Porto di Genova al Ped (Porto Vecchio) ed al Peddino (Porto di Voltri); garanzia di uniformità operativa degli orari degli uffici di presidio e dell’Agenzia delle Dogane al fine di garantire, in fase di verifica, il contemporaneo controllo di tutte le autorità chiamate per legge alla fase ispettiva”.
    «Lo Sportello Unico Doganale è lo strumento che sta a monte dello svincolo delle merci e può incidere in maniera significativa sulla velocità dell’intero processo logistico – sottolinea Monteverdi, ufficio dell’Agenzia delle Dogane di Genova – Allo stato attuale lo sportello funziona a regime ridotto. Ci sono alcune problematiche relative al Ministero della Salute, in particolare per quanto concerne gli orari di apertura degli uffici, oggi incompatibili con quelli doganali. La Sanità Marittima ha tempi più stretti e risorse limitate di personale. E gli operatori privati lamentano la mancata corrispondenza tra queste due attività».
    «Quello che stiamo scontando è l’assenza dello Sportello Unico Doganale – afferma Botta, Spediporto – è un disegno positivo di cui si stanno costruendo soltanto i primi pezzi. Lo sportello prevede un coordinamento operativo e gestionale, anche sotto il profilo informatico, che coinvolge numerose amministrazioni pubbliche chiamate a cooperare. Ad oggi non è ancora funzionale perché gli enti pubblici difendono le proprie singole peculiarità ostacolando così l’evoluzione del progetto».
    Eppure un’iniziativa quale lo sdoganamento in mare – adeguatamente collegata allo Sportello Unico Doganalepotrebbe essere decisiva in prospettiva futura. «Con il preclearing la dichiarazione doganale può essere presentata fino a 48 ore prima dell’arrivo della nave – spiega Monteverdi, Agenzia delle Dogane – L’operatore conosce già il tipo di controllo doganale al quale sarà sottoposto e sa come organizzarsi per una determinata verifica. Insomma ha due giorni di tempo per organizzare il trasporto e di conseguenza il ritiro della merce. Dal punto di vista del Ministero Salute, però, lo sdoganamento anticipato complica le loro operazioni. Secondo le norme che regolano la Sanità Marittima, infatti, la merce deve essere in banchina per concludere i controlli. Questi tempi in alcuni casi vanificano l’utilità delle 48 ore guadagnate».
    «Lo sdoganamento in mare è un esempio calzante del mancato coordinamento tra amministrazioni e dell’assenza di obiettivi condivisi tra pubblico e privati – accusa Botta, Spediporto – Parliamo di un processo volto a facilitare il business con benefici oggettivi per tutta la filiera. Peccato che essi siano vanificati quando la Sanità Marittima, deputata ai singoli controlli per il rilascio del nullaosta sanitario (elemento che precede la dichiarazione doganale), è soggetta al vincolo della presenza della nave in porto affinché sia possibile completare la procedura».
    Il nodo delle tempistiche diverse, dunque, va risolto a livello politico. La Sanità Marittima è il punto più importante perché assume la rilevanza dei controlli in molti campi. Un rallentamento sulle verifiche sanitarie significa un rallentamento generale. Il problema è anche numerico visto che nel porto di Genova la presenza in loco di medici e tecnici fitosanitari è ridotta al lumicino, e spesso il personale sanitario deve partire da uffici dislocati per eseguire le proprie mansioni sulle banchine di Sampiardarena o Voltri.
    «La soluzione individuata per risolvere tali criticità è la realizzazione di un centro unificato di verifica portuale, sia nel porto di Sampierdarena sia nel porto di Voltri, i cosiddetti Ped e Peddino – spiega ancora Monteverdi, Agenzia delle Dogane – La filosofia è quella di far confluire, in un contesto unico, tutte le verifiche sulle merci: doganali, sanitarie, ambientali, ecc. Così un container potrà essere aperto una volta soltanto per eseguire i controlli necessari». Il progetto, finanziato da AP e Regione Liguria, dovrebbe essere già in fase di redazione. Per gli operatori “È urgente pervenire alla fase di realizzazione strutturale e di definizione delle linee analitiche da importare all’interno della struttura – scrivono Spediporto e Assagenti – Sul punto le categorie chiedono maggiore incisività all’azione dell’Autorità Portuale che pare in difficoltà nella fase di messa a cantiere dell’opera“.
    «Quando tutti questi tasselli andranno al loro posto per l’intero processo logistico del porto di Genova i miglioramenti saranno evidenti – conclude Botta, Spediporto – E finalmente potremo colmare il gap con il resto d’Europa».

     

    Matteo Quadrone