Mese: Febbraio 2015

  • La Grecia e l’euro al bivio: Bruxelles e Berlino possono sbarazzarsi di Atene?

    La Grecia e l’euro al bivio: Bruxelles e Berlino possono sbarazzarsi di Atene?

    economia-soldi-D1Due settimane fa scrissi che, al netto di tutte le incertezze del caso, l’esito più probabile del confronto tra Grecia di Tsipras e Unione Europea a trazione tedesca sarebbe stato un compromesso al ribasso. Mi incoraggiava verso questa conclusione tanto l’abitudine della politica di Bruxelles a rimandare i problemi a data da definire, quanto una disamina del reale peso contrattuale del governo greco rispetto agli interessi dei partner europei.

    Alla luce degli ultimi negoziati, la mia opinione non è cambiata: rimango convinto (e non sono l’unico) che, alla fine, un accordo che permetta di guadagnare qualche mese si troverà. Tuttavia il tono perentorio e poco conciliante delle dichiarazioni di certi importanti politici europei ci costringe a considerare anche l’eventualità che non siamo di fronte a mere schermaglie dialettiche. È possibile che UE e Germania preferiscano sbarazzarsi della Grecia, anziché accontentarsi dell’ennesimo compromesso?

    In precedenza avevo scartato questa ipotesi a priori, ma ora proviamo a prenderla per vera. Assumiamo quindi che l’Europa mantenga una linea decisa, intransigente e non cooperativa: quali sarebbero le conseguenze? Gli sbocchi possibili sono essenzialmente due: o la Grecia si adatta a mantenere gli impegni, oppure, presto o tardi, esce dall’euro.

    Su questo dato ci sono pochi dubbi: Atene ha bisogno di soldi anche solo per pagare le pensioni; per cui, nonostante il chiaro mandato e la volontà di Syriza di mantenere il paese nell’unione monetaria, è evidente che, se il governo greco si rifiuta di chinare il capo di fronte ai diktat europei, il ritorno alla dracma diventa una scelta obbligata.

    Molti economisti, come Paul Krugman, sembrano convinti che frustrare le speranze del popolo greco comporterà automaticamente l’addio della Grecia; un esito che invece, dal mio punto di vista, non è strettamente necessario, visto che Tsipras, comprensibilmente spaventato dall’idea di gestire un’uscita unilaterale, potrebbe anche tentare di giustificarsi di fronte al suo elettorato promettendo di ritentare il negoziato più avanti. Al di là di queste sottigliezze, tuttavia, è chiaro a tutti che negare ogni spiraglio di trattativa equivale a mettere Syriza di fronte a un clamoroso insuccesso politico e i greci un piede fuori dalla porta – cosa che si potrebbe evitare, invece, con qualche concessione di poco conto che consenta a Tsipras e Varoufakis di salvare la faccia. Pertanto, se i paesi del nord Europa dovessero mantenere l’Eurogruppo su questa linea dura, dovremmo concludere che sono tranquillamente disposti ad accettare le conseguenze di una traumatica uscita della Grecia dall’euro.

    Sull’enorme difficoltà di gestione di questa transizione ci sono pochi dubbi. A meno che, infatti, non si scopra che esiste da tempo un piano preciso e accurato per guidare il processo di conversione del cambio, è probabile che Tsipras si presenti a questo epilogo con una certa dose di impreparazione. È possibile inoltre che i mercati prevedano l’uscita, anticipandola con movimenti speculativi e dunque accelerandola: il che costringerebbe il governo a inseguire le circostanze, piuttosto che a gestirle. Il popolo, dal canto suo, finirebbe per vivere in modo traumatico un evento che per lungo tempo è stato abituato a vedere come la fine del mondo; il che porterebbe ad amplificare la percezione dei disagi che inevitabilmente ci saranno. Esistono infine ragioni oggettive, come la grande quota di debito in legislazione estera, che dovrebbe essere ripagato con una moneta svalutata, la fragilità del sistema bancario e soprattutto l’ostilità dell’Unione Europea. A questo punto, se il caos politico dovesse essere tale da risultare ingestibile, non è da escludere neppure una svolta autoritaria (ad esempio un colpo di Stato militare).

    Al di là degli scenari più estremi, tuttavia, e al di là delle mille altre considerazioni possibili (il probabile sostegno russo, le reazioni degli Stati Uniti, la probabile crescita nel medio termine, eccetera) rimane il fatto che nel breve periodo il destino della Grecia non sarebbe roseo. Questa circostanza, ampiamente preconizzata, è sicuramente tenuta in considerazione anche dei falchi del rigore (che, se vogliamo essere realisti, non possono guardare unicamente ai preconcetti dell’elettorato tedesco). Dobbiamo dunque pensare, allora, che – sempre nell’ipotesi che si voglia perseguire nel rifiuto di trattare con Tsipras – quella di mettere in crisi la Grecia sia una conseguenza attivamente ricercata.

    In effetti, dal punto di vista dei rigoristi, ci sarebbe un indubbio vantaggio: il caos iniziale dell’uscita sarebbe un ammonimento per chiunque in Italia, Spagna e Portogallo volesse tentare questa strada; cosa che aumenterebbe il potere negoziale dell’UE e dunque la pressione sui governi nazionali per cedere alle richieste di ulteriori “riforme strutturali” lacrime e sangue. Governare con il terrore è sempre un’opzione: si colpisce uno per educare tutti.

    Esiste però anche il retro della medaglia: l’euro non sarebbe più irreversibile, i mercati potrebbero far salire lo spread dei paesi periferici e le loro opinioni pubbliche dovrebbero finalmente ammettere la politica di forza bruta che è la cifra di questa Europa (dal che potrebbe venire la consapevolezza che è necessario dotarsi di una credibile strategia di uscita per affrontare qualsiasi futuro negoziato).

    Appare chiaro, dunque, alla fine di questo complesso ragionamento, che perseguire eventualmente su una linea dura in questa fase negoziale avrebbe un senso unicamente in una logica di breve periodo, tanto più sensata quanto più ormai data per inevitabile la fine dell’euro. È chiaro, infatti, che se ci si espone al rischio di far crollare la moneta unica, vuol dire che non ci si aspetta di ricavarne più molto; che tenerla in piedi a suon di compromessi parziali non porterebbe più grandi benefici: per questo ci si prepara a sfruttare quello che si può ancora sfruttare, prima che il giocattolino si rompa del tutto.

    L’alternativa sarebbe supporre che le élite del nord Europa agiscano in modo del tutto incoerente: anche se, a ben vedere, non è detto che una cosa escluda l’altra. È probabile, anzi, che la fine dell’euro dipenderà sia dal preciso calcolo di alcuni, che dalla stanchezza, dalla frustrazione e dall’indecisione di altri: un insieme di dinamiche diverse che scompatterà le élite nella difesa del progetto e farà mancare il sostegno politico di cui esso necessita.

    È dunque questo che accadrà all’Eurogruppo? Sinceramente ne dubito. Finora il sostegno all’euro è apparso compatto: e nulla lascia presagire che l’Europa sia pronta ad affrontare questa problematica transizione. Certo, qualche segnale c’è, come avevo già rilevato a settembre; ed è pur vero che quando succederà, succederà in modo imprevisto. Ma non in modo così imprevisto… In ogni caso, se ho torto, una risposta l’avremmo presto. E probabilmente, insieme a quello della Grecia, conosceremo anche il destino dell’euro.

     

    Andrea Giannini

     

  • Parchi di Nervi, falde acquifere e cantieri fermi: la salute precaria del polmone verde genovese

    Parchi di Nervi, falde acquifere e cantieri fermi: la salute precaria del polmone verde genovese

    Nervi-passeggiata-mare-levante-D2Una non meglio precisata rete di falde acquifere e cisterne sotterranee minaccia i Parchi di Nervi. È la notizia più preoccupante emersa dal sopralluogo che Era Superba ha svolto assieme ai consiglieri delle competenti commissioni comunali, accompagnati dal direttore dei lavori di riqualificazione di uno dei più noti polmoni verdi della nostra città, l’architetto Stefano Ortale, da Riccardo Albericci di Aster e da alcuni rappresentanti dell’associazione “Amici dei Parchi di Nervi” e di Italia Nostra.

    Il secondo lotto di lavori che dovrebbe portare a nuovo splendore i parchi Groppallo, Serra e Grimaldi, per un importo aggiudicato di circa 1,4 milioni di euro, si sarebbe dovuto concludere a fine dicembre. Ma il quadro che ci si trova davanti a pochi passi dalla stazione ferroviaria è piuttosto desolante. Il cancello di Parco Groppallo è sbarrato: un cartello spiega che, a causa delle alluvioni, da novembre tutta la zona verde prospiciente Villa Groppallo è chiusa per “consentire l’esecuzione degli interventi di pulizia e ripristino […] sino a quando potranno essere garantite adeguate condizioni di sicurezza per la fruizione”.

    «Purtroppo – ammette Ortale – stiamo assistendo a uno schianto generalizzato di pini dovuto in parte all’età delle piante ma anche a una notevole presenza di acqua nel sottosuolo. Il maltempo, insieme con la presenza del pubblico nei parchi contestualmente ai lavori, non ha certo aiutato ad accelerare le opere».

    Musei di NerviImpossibile al momento prevedere una data di riapertura: si parla genericamente della prossima primavera ma, purtroppo, sembra una previsione eccessivamente ottimistica.  Anche perché, oltre le sbarre, i lavori sono fermi (gli unici all’opera sono i 13 cassintegrati di Ilva che svolgono compiti di pulizia di aiuole a altre zone verdi): «L’azienda – spiega l’architetto del Comune – sta lavorando a ritmi ridotti perché siamo in fase di studio di un’eventuale variante al progetto». Una variante che, grazie ai ribassi d’asta, dovrebbe essere prevalentemente rivolta alla cura del verde e alla ripiantumazione degli alberi crollati.

    Eppure, lamentano gli Amici dei Parchi, soprattutto nei weekend, la gente scorrazza liberamente in tutti i prati, compresi quelli che dovrebbero essere interdetti al pubblico, sfruttando gli altri ingressi e superando le pressoché inutili barriere lasciate senza presidio. «Capiamo le difficoltà di controllare 9 ettari in maniera efficace – dice Betti Taglioretti degli Amici dei Parchi – e per questo avevamo proposto di affiancare due nostri volontari per collaborare alla guardiania. Ma non abbiamo ricevuto alcuna risposta».

    E non è certo questo l’unico problema sollevato dai cittadini che hanno raccolto in un documento consegnato a tutti i consiglieri 9 punti di problemi non affrontati e non risolti nel corso del secondo lotto dei lavori di riqualificazione dei Parchi storici e ulteriori 4 criticità derivanti anche dai lavori del primo lotto.

    Si parte dalla situazione allarmante del sottosuolo, con l’innalzamento della falda acquifera, che secondo i cittadini sarebbe stata causata dai lavori di scavo dell’autosilos in via Casotti, e da una mancata sistemazione della regimazione delle acque nonostante il rifacimento dell’asfalto già compiuto. A proposito di asfalto, gli Amici dei Parchi di Nervi e Italia Nostra lamentano (e con un semplice colpo d’occhio si potrebbe anche dire “a ragione”) la scarsa qualità del materiale utilizzato e dei lavori eseguiti: «Si passa da lingue di asfalto nero – dicono i cittadini – a macchie bianche che nulla c’entrano con i colori del territorio e che, soprattutto, si stanno già sgretolando e macchiando con la terra dei prati». La difesa dell’architetto Ortale, accusato da qualche consigliere di essere poco presente sul luogo dei lavori, punta sul rispetto del progetto approvato anche dalla Soprintendenza: «Abbiamo fatto i lavori così come previsto nel progetto esecutivo – dice il responsabile comunale – e il materiale utilizzato è stato scelto apposta perché si sgretolasse, senza deteriorarsi, per simulare un effetto ghiaino».

    Al di là del gusto delle coperture scelte per i percorsi pedonali, vi sono altre criticità piuttosto oggettive: ad esempio, la recinzione che separa i parchi dalla ferrovia, rimossa anni fa e di cui la Soprintendenza ha chiesto invano il ripristino; oppure, il futuro dei fatiscenti bagni di Villa Serra e dell’ex campo da tennis oggi utilizzato come area di cantiere ma che potrebbe offrire una meravigliosa vista sul mare. E ancora: le finalità per cui sono state destinate ingenti risorse per ristrutturare le “palestrine” e la casa del console in Villa Grimaldi e la persistenza del deposito dei mezzi di Amiu per tutto il Levante cittadino nonostante le numerose segnalazioni e la proposta di aree alternative già disponibili.

    A chiudere il cahier de doléances, l’inspiegabile ritardo dell’approvazione del regolamento d’uso dei Parchi storici da parte del Comune di Genova, un documento prezioso di cui avevamo già parlato la scorsa primavera e che l’assessore Garotta aveva assicurato essere molto vicino all’approvazione. Una bozza, infatti, era già disponibile a giugno 2012 dopo il lavoro della Consulta del Verde: ritoccata dagli uffici di Tursi e riapprovata due anni più tardi dalla Consulta, ha fatto sostanzialmente perdere le sue tracce. Ma dall’assessorato assicurano che l’iter sta procedendo e il regolamento è in esame presso la Segreteria generale per gli ultimi passaggi formali prima dell’approvazione in Giunta e delle discussioni in Commissione e Consiglio comunale.

    Non ha, dunque, tutti i torti il capogruppo Pdl Lilli Lauro a tuonare: «Sono dei dilettanti allo sbaraglio. I lavori non sono conclusi e quelli realizzati sono stati fatti male: è necessario che i responsabili paghino anche perché stiamo parlando di 4 milioni di euro (i fondi ex Colombiane destinati alla complessiva riqualificazione dei Parchi di Nervi) di soldi pubblici».

    Inutile ribadirlo, sarebbe l’ennesimo suicidio turistico arrivare alle porte della bella stagione con i Parchi di Nervi ancora in questo stato: «Si tratta di un bacino potenziale di 8 milioni di turisti – ricordano gli Amici dei Parchi – grazie anche all’interesse del network “Grandi giardini italiani”. Ma si tratta di un turismo non interessato a venire nei parchi a vedere le partite di calcio improvvisate tra Italia e resto del mondo o gruppi di scout che imparano a piantare le tende o, ancora, percorsi improvvisati di trial o mountain bike. È gente che vuole venire a godersi la pace e la bellezza del verde, a pochi passi dal mare».

     

    Simone D’Ambrosio

  • Consiglio comunale, quanto mi costi? Ecco le spese dei gruppi consiliari negli ultimi due anni e mezzo

    Consiglio comunale, quanto mi costi? Ecco le spese dei gruppi consiliari negli ultimi due anni e mezzo

    palazzo-tursi-aula-vuota-D8Il Consiglio comunale di Genova è parsimonioso? Da quando si è insediata l’amministrazione Doria, i dieci gruppi consiliari (undici finché l’Idv non è confluita nel gruppo misto) che compongono l’emiciclo di Tursi hanno risparmiato quasi 65 mila dei poco più di 190 mila euro messi a disposizione dalle casse comunali. Si tratta di un più che discreto 34%: vale a dire che oltre un terzo di quanto stanziato è ritornato ogni anno a disposizione del Bilancio complessivo dell’ente.

    I dati sono stati riportati ieri pomeriggio dall’assessore al Bilancio Franco Miceli che ha risposto a un’interrogazione immediata sollevata da Paolo Putti. Il capogruppo di M5S cercava di controbattere con i fatti a chi ultimamente aveva accusato il suo movimento di aver sprecato i soldi pubblici (oltre 29 mila euro secondo le stime dell’assessorato) per il duro ostruzionismo alla pratica sulla gronda che aveva portato a 4 giornate di seduta consiliare per discutere il migliaio di documenti presentati tra ordini del giorno ed emendamenti.

    «Parlavamo di un’opera che porta 5 milioni di metri cubi di smarino contaminato da amianto – ricorda Putti – e cercavamo di tutelare un territorio con tutti gli strumenti legittimi che ho a disposizione: è assurdo che mi si vengano a fare i conti della serva. A questo punto chiedo anch’io di fare i conti per sapere quanto sono stati i soldi spesi e restituiti in questi anni dai vari gruppi consiliari rispetto al budget in dotazione perché non credo proprio che il M5S possa essere accusato di spreco di denaro pubblico».

    I fatti sembrano dare ragione ai 5 consiglieri grillini che, in due anni e mezzo di attività, hanno speso direttamente solo 204,39 dei 22317,18 euro messi a disposizione dalle casse di Tursi, producendo dunque un risparmio superiore ai 22 mila euro (più di 4400 euro per ogni consigliere).
    «Fateci arrivare a fine mandato – ha detto ironicamente, ma neanche troppo, Putti – e vedrete che avremo ampiamente coperto i soldi che siamo stati accusati di aver sprecato per l’esercizio di un diritto democratico».

    Il gruppo più “spendaccione” è senza dubbio il Pd che, fin qui, ha impiegato oltre 36600 euro (pari al 79,3% dell’intero budget, risparmiando quindi circa 9500) ma si tratta anche della rappresentanza più numerosa con 11 consiglieri, oltre al presidente Guerello. A livello percentuale le uscite maggiori, infatti, sono quelle dei due rappresentati dell’Udc che hanno speso l’88,7% dei poco più di 12100 euro a disposizione. Spendaccioni anche i quattro consiglieri del Pdl, con l’84,2% di risorse consumate, e Antonio Bruno, unico rappresentante di Fds, con l’82%.
    Oltre al Movimento 5 Stelle, invece, risultano virtuosi anche i due consiglieri di Sel che hanno speso solo il 45,5% delle dotazioni di Tursi. Nella media si collocano Lega (65%), Lista Musso (66%) e Lista Doria (67%) mentre qualcosa di più ha speso il Gruppo Misto (75,2%).

    «I fondi – spiega l’assessore Miceli – vengono attributi ai gruppi consiliari secondo due modalità: 2/7 di tutto il budget a disposizione vengono ripartiti in parti uguali mentre i restanti 5/7 vengono distribuiti a seconda del numero dei consiglieri da cui il gruppo è composto».

    Certo, bisognerebbe capire se risparmio significa davvero parsimonia o se, in qualche caso, è piuttosto sinonimo di inerzia. «Per quanto ci riguarda – spiega Putti – molti risparmi si spiegano perché buona parte delle nostre attività è svolta grazie alle preziose collaborazioni degli attivisti e cerchiamo il più possibile di sfruttare la rete e le tecnologie per limitare, ad esempio, gli sprechi cartacei. A me non interessa fare i conti in tasca a nessuno ma l’aspetto fondamentale è che le istituzioni diano un buon servizio e che le risorse non vengano spese impropriamente».

    Sebbene non sia certo il Comune l’ente pubblico che fa scandalo per i rimborsi alla politica, è interessante analizzare quali siano i capitoli di spesa ammessi. A fare chiarezza ci pensa il Regolamento del Consiglio comunale, all’articolo 49, in cui sono elencate tutte le possibilità:
    “- acquisto libri e pubblicazioni su materie e questioni di interesse degli Enti Locali e abbonamenti a giornali e riviste;
    – abbonamenti on line per accesso a servizi informativi di interesse degli enti locali;
    – spese di tipografia concernenti attività di carattere politico-istituzionale.
    – partecipazione a convegni, sopralluoghi e manifestazioni su materie di interesse degli Enti Locali e relative spese di trasporto e soggiorno entro i limiti previsti dalla normativa.
    – attività di rappresentanza secondo i principi generali che delineano la materia;
    – organizzazione di convegni e manifestazioni;
    – partecipazione alle attività delle associazioni di cui fa parte il Comune;
    – spazi radio-televisivi, sul web e su giornali e riviste per attività istituzionale della Presidenza e dei Gruppi consiliari;
    – taxi per espletamento mandato entro i limiti fissati dalla normativa;
    – abbonamenti alla telefonia mobile ed acquisto schede / ricariche telefoniche per utenze telefoniche, per compiti istituzionali”.
    – spese relative ad abbonamenti per posta elettronica on line e servizi informatici e di cloud computing, entro i limiti previsti dalla normativa nazionale e nell’ambito delle linee guida di Ente per l’utilizzo degli strumenti informatici e telematici;
    – attrezzature e strumentazione informatica (es. tablet, pennette USB), previa verifica della compatibilità con gli standard aziendali svolta dalla competente Direzione;
    – diritti per affissione di manifesti.
    – spese postali sostenute a fini istituzionali.
    – arredi e complementi di arredo necessari al funzionamento del Gruppo entro i limiti previsti dalla normativa.
    – acquisto di ricarica per distributori di acqua là dove non si riesca a garantire la piena potabilità della rete ed una adeguata manutenzione.
    – spese minute, non rientranti nei capoversi che precedono, correlate a fornitura di beni di consumo occorrenti per il funzionamento del Gruppo”

    E, alla fine, 125 mila euro spesi in due anni mezzo su queste voci e per 40 consiglieri fanno oltre 3 mila euro a testa: neanche così pochi.

     

    Simone D’Ambrosio

  • AZ Genova, l’alfabeto civico: in viaggio per la città fra provocazione e degrado

    AZ Genova, l’alfabeto civico: in viaggio per la città fra provocazione e degrado

    a-z-sottopassaggio-chiusoSi chiama AZ Genova, un nuovo progetto made in Zena online da una quindicina di giorni. Possiamo definirlo come un alfabeto per immagini provocative che vogliono far riflettere sulla fruizione di alcune zone della città e, più in generale, sul periodo storico difficile che sta attraversando Genova e la sua popolazione. Ogni lettera dell’alfabeto rappresenta un tema, un punto di partenza. Abbiamo parlato con uno degli ideatori del progetto. Vediamo cosa ci ha raccontato.

    La prima domanda che sorge spontanea cliccando sull’indirizzo è: perché in inglese? Perché si tratta dell’emanazione di un progetto più ampio e di respiro internazionale chiamato  “Look at Your city”. Tranquilli. L’orgoglio genovese non sarà tradito, si pensa alla pubblicazione a breve di una versione italiana e, addirittura, anche in zeneize.

    Gli ideatori sono Marco e Luca Picardi, due fratelli genovesi, uno impegnato nella cooperazione internazionale l’altro designer. AZ è, come detto, l’emanazione dell’iniziativa Look At Your City, un progetto che in molti hanno aiutato a realizzare, l’elenco sarebbe troppo lungo… ci raccontano i fratelli. Un progetto che vuole connettere e rendere consapevoli persone e città. Una sorta di osservatorio spontaneo e provocatorio sul luogo nel quale si vive.

    Questo “racconto” di Genova parte dalla crisi in corso, o più probabilmente dai disastri dall’ennesima alluvione, e prende forma in pochi giorni. Ad esempio: “lo stato di crisi della città, lentamente sta emergendo come realtà permanente”/ “Genova è la città che ha impiegato un tempo lunghissimo a costruire la metropolitana più breve (forse) del mondo”

    Ventisei interazioni in due giorni, si legge sul sito, che cosa significa? «Tutto ciò che si vede è stato ideato, progettato e realizzato in due giorni. Siamo partiti da tre elementi: osservare, localizzare e permeare. Camminando per Genova senza meta l’abbiamo osservata notando luoghi e particolari che spesso sfuggono. Abbiamo chiacchierato con le persone, sono emerse le problematiche. Una volta individuati i problemi abbiamo provato a dare delle risposte, quelle che vedete ad ogni lettera dell’alfabeto. La nostra intenzione è diffonderle per creare una relazione fra il tema-problema e i cittadini».

    Avete pensato ad eventi pubblici a completamento delle vostre intenzioni? «Per ora vogliamo soltanto vedere come si sviluppa la risposta al progetto. Se in seguito emergerà la voglia di fare qualcosa di più, certamente valuteremo tutte le opzioni possibili e realizzabili».

    Il claim dell’iniziativa è “attivismo effimero”, mi spiegate meglio? «L’idea era di utilizzare poche risorse insieme ad un approccio fai-da-te per creare delle interazioni spontanee in modo da generare uno scambio di idee per sfidare alcuni preconcetti esistenti. Effimero perché il processo, proprio per come è costruito, crea qualcosa che non può durare sul piano fisico a lungo e che è di conseguenza effimero».

    Cosa pensate di ottenere con questa iniziativa? Cercate anche legami con le istituzioni?

    a-z-degrado-deiezione«Il sito è solo un’interpretazione della città che speriamo possa essere una provocazione per promuovere maggiore azione civicaVuole essere una nuova mappa di Genova non basata sulla geografia, ma su temi/problemi attuali. Speriamo possa spingere a ripensare come affrontarli. Vedendo un parcheggio di Piazza Dante trasformato temporaneamente in un mini-parco, o una bandierina sugli escrementi di un cane, forse si è portati a ripensare come ragionare sui beni comuni. Se poi le istituzioni vorranno collaborare per fare qualcosa in più, beh… sono i benvenuti!»

    Insomma per il momento AZ Genova è un punto di partenza, anche se ha già ricevuto, racconta Marco, i complimenti di alcuni genovesi ed è stato lo spunto per altre città nel mondo per realizzare una cosa simile. I contatti sono arrivati da Estonia e Zimbabwe.

    Scorrendo lettera dopo lettera, scopriamo un ritratto di Genova inquietante ma molto meno effimero di quello che probabilmente era nelle intenzioni degli autori. C’è da riflettere…

     

    Claudia Dani

  • Nervi, Marinella: sopralluogo nello storico hotel-ristorante. Nuovo bando deserto?

    Nervi, Marinella: sopralluogo nello storico hotel-ristorante. Nuovo bando deserto?

    marinella-degrado-6Scade domenica 22 febbraio il secondo bando pubblico per la concessione dell’ex Marinella, la storica struttura alberghiera e ristorativa sulla passeggiata di Nervi. E anche questa volta ci sarebbero tutti gli indizi che porterebbero al secondo nulla di fatto, aprendo la strada a possibili assegnazioni dirette o sensibili rivisitazioni delle richieste economiche da parte del Demanio Marittimo che è il proprietario del bene.

    «Visto l’esito della gara precedente – spiega l’architetto Roberto Tedeschi, direttore dell’ufficio Patrimonio e Demanio, nel corso del sopralluogo delle commissioni consiliari competenti – avevamo chiesto di ribassare il canone di concessione e di non parametrarlo al mero valore immobiliare bensì alle tariffe applicate alle opere di difficile rimozione, tenendo conto dello stato della struttura. Ma la nostra richiesta non è stata accolta». D’altronde, anche se andasse deserto questo secondo bando, il Comune non avrebbe alcun potere decisionale diretto.

    Eppure la direzione regionale del Demanio e la stessa Regione Liguria avevano dato il proprio parere favorevole a una riduzione del canone di concessione già a partire da questa nuova gara. Da Roma, invece, è arrivato il niet e si è dovuta reiterare la stessa strada già percorsa infruttuosamente lo scorso anno. Per i 616 mq di superficie complessiva coperta (sale, invece, a 897 mq la volumetria che comprende anche il terrazzo e altre superfici pertinenziali) vengono chiesti 55908,78 euro oltre imposta regionale, per arrivare dunque a un totale di circa 5 mila euro al mese per tutta la durata della concessione che non potrà essere superiore ai 20 anni.

    Immutata la destinazione d’uso rispetto all’ultima attività svolta all’interno del compendio: la concessione, infatti, verrà aggiudicata “a favore del soggetto che garantisce il miglior standard qualitativo, la migliore organizzazione dei servizi, il miglior piano di investimenti e la più proficua gestione del compendio demaniale nonché in base al maggior rialzo sul canone, per un uso che risponde ad un più rilevante interesse pubblico” relativa ad attività “alberghiera, bar ristorante, cure salsoiodiche e attività connesse”. Certo, qualora anche il secondo bando andasse deserto, potrebbe intervenire qualche modifica sulle destinazioni d’uso ma sono difficili da prevedere grandi stravolgimenti, quantomeno dal punto di vista urbanistico e della struttura esterna, visto che si parla di un edificio che sorge a picco sul mare e vincolato dalla Soprintendenza.

    Benché la proprietà dell’edificio sia demaniale, la gestione della gara e il presidio del bene dopo la procedura fallimentare sono stati affidati al Comune di Genova. Eppure per Tursi non è previsto alcun guadagno, mentre il 10% dell’importo fissato per il canone concessorio dovrebbe andare a rimpinguare le casse della Regione. «Noi siamo meri esecutori del regolamento del Demanio Marittimo – accusa Tedeschi – con tutti gli oneri a carico del Comune: quando è stata trasferita la competenza non ci è stata passata neppure una matita. E lo stesso avviene per le altre 350 concessioni del Demanio Marittimo che abbiamo lungo tutta la città, ad eccezione della parte di competenza portuale da San Giuliano a Vesima».

    Gli investitori dovrebbero farsi carico anche dei lavori di risanamento e ristrutturazione dello stabile entro 3 anni e secondo i dettami previsti dal bando e nel rispetto dei vincoli posti dalla Soprintendenza: si parla, tra le altre cose, di consolidamento dei piloni che si fondano sulla scogliera, consolidamento strutturale della soletta fronte mare a cui si accede dal seminterrato, abbattimento di tutte le barriere architettoniche e tutti gli adeguamenti alle prescrizioni di sicurezza vigenti.

    Ad eccezione del piano a livello del mare, la struttura, non appare in condizioni di conservazione così tremende. Al piano passeggiata si trovano gli spazi (e alcuni rimasugli dei vecchi arredi) della vecchia sala ristorante, la cucina, due camere sul lato di ponente e, all’esterno, la terrazza scoperta (la copertura abusiva di cui avevamo parlato in passato è stata finalmente rimossa). Salendo le scale di questo particolare edificio che richiama in tutto e per tutto una nave ancorata, si trovano 10 camere, un locale per la guardiania e una terrazza vista mare.

    I dolori arrivano quando si scende a livello del mare: si tratta di locali con funzione deposito e servizio per il ristorante soprastante, oltre all’accesso alla scogliera. Ma la sorpresa, negativa, è arrivata nel corso del sopralluogo della commissione consiliare: i tecnici comunali, infatti, hanno ammesso contestualmente di aver avuto per la prima volta accesso al seminterrato dove è stato possibile verificare un parziale allagamento, dovuto a una non meglio definita perdita d’acqua tuttora in corso.

    Gli interventi per riqualificare l’intero bene, dunque, risultano ingenti e il canone elevato, parametrato a una durata massima della concessione relativamente breve, rendono difficile l’appetibilità ai capitali privati. Tanto che qualche consigliere di maggioranza ha provato a lanciare sul banco l’ipotesi di un investimento pubblico, addirittura comunale: un azzardo che potrebbe risultare alquanto eccessivo in tempi di bilanci strappalacrime.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Beni confiscati alle mafie a Genova, servono investimenti pubblici per il riutilizzo. L’approfondimento

    Beni confiscati alle mafie a Genova, servono investimenti pubblici per il riutilizzo. L’approfondimento

    centro-storico-vicoli-finestra-d4Come tutti i cantieri che si rispettino, anche quello per la legalità responsabile, che ha mosso i suoi primi passi sabato 7 febbraio, è un vero e proprio work in progress. Nata con l’obiettivo di rendere concreta la restituzione alla città di beni confiscati alla mafia e alla criminalità organizzata, questa rete conta sul supporto di una dozzina di associazioni che gravitano attorno alla Città Vecchia (da A.Ma al Civ, dall’Arci alla Comunità di San Benedetto, da Libera a Y.E.A.S.T. passando per la Caritas e diverse cooperative che vivono quotidianamente il territorio).

    «L’obiettivo di fondo – spiega Chiara Cifatte, operatore socio-educativo attiva nella rete – è quello di promuovere iniziative culturali e sociali per una positiva vivibilità del quartiere in risposta alle varie forme di illegalità che lo attraversano. Vogliamo raccogliere idee per il riutilizzo di questi beni da proporre al Comune che ne diverrà proprietario. Per questo, al Cantiere potranno unirsi tutti i cittadini che condividono il nostro impegno e i nostri principi». Principi che sono stati sintetizzati in una “Carta degli intenti”: rispetto delle persone, delle decisioni prese insieme e cura degli spazi collettivi; responsabilità delle proprie azioni e dei propri comportamenti di fronte agli altri; collegialità intesa come resa operativa delle decisioni prese collettivamente, nei modi e nelle forme condivise; trasparenza in particolare considerazione del contesto pubblico in cui ci si muove; legalità responsabile attraverso il rispetto e la pratica delle leggi che contribuiscono alla costruzione di una società più giusta ed equa a partire dal nostro territorio.

    Come abbiamo avuto modo di raccontare sull’ultimo numero (#58) della rivista bimestrale di Era Superba (dove trovare la rivista), quest’iniziativa muove i passi dalla più grande confisca di beni sottratti alla mafia avvenuta nel nord Italia: si tratta dell’operazione “Terra di Nessuno”, balzata agli onori delle cronache nell’estate 2009, che ha portato al sequestro e alla confisca (confermata dalla Suprema Corte di Cassazione un anno fa) di un centinaio di immobili appartenenti alla famiglia Canfarotta, sostanzialmente destinati alla prostituzione e per la maggior parte concentrati alla Maddalena (ma qualche immobile si trova anche a Sampierdarena, Coronata, Valle Sturla e, naturalmente, altre zone del centro storico).

    Immobili confiscati alla mafia: servono investimenti pubblici

    Centro Storico di Genova, negozi chiusiSecondo la legge 109/96, i beni sequestrati alle mafie e alla criminalità organizzata possono essere restituiti alla collettività per finalità istituzionali o sociali, in via prioritaria, attraverso il conferimento al patrimonio del Comune in cui sono collocati. Gli enti territoriali possono, poi, decidere di amministrare direttamente i beni o assegnarli in concessione, a titolo gratuito e nel rispetto dei principi di trasparenza, adeguata pubblicità e parità di trattamento, a comunità, enti, associazioni, organizzazioni di volontariato, cooperative sociali, comunità terapeutiche e centri di recupero e cura di tossicodipendenti.

    «I beni confiscati alla famiglia Canfarotta e collocati in territorio genovese – spiega Umberto Torre, l’amministratore della confisca nominato dall’Agenzia nazionale dei sequestrati e confiscati – dovrebbero essere 95 ma il numero non è ancora confermato a seguito di errori tecnici presenti nei decreti di sequestro». Non tutti gli immobili, dunque, sono stati ispezionati per valutarne lo stato: della settantina analizzata si può dire che solo una dozzina si trova in situazioni decenti da consentirne l’abitabilità. «Nella maggior parte dei casi – riprende Torre – il termine migliore per definire questi immobili è “grotte”, con muri che cadono a pezzi, muffa ovunque e situazioni di inabitabilità diffusa. E pensare che in alcuni casi siamo a meno di 100 metri da Palazzo Tursi». A complicare ulteriormente il quadro è arrivato il nulla osta da parte del Tribunale all’affitto di alcuni immobili: «Eppure – avverte l’amministratore – la legge antimafia prevede che i contratti si estinguano al momento della confisca definitiva (che per i beni provenienti dalla famiglia Canfarotta è arrivata un anno fa, ndr). Quindi, a questo punto, sono anche costretto a sfrattare persone, nella maggior parte indigenti, che hanno stipulato un contratto regolare e che in molti casi non hanno alternative. Mi chiedo: come pensiamo di promuovere la legalità se, poi, nei fatti a molte persone in difficoltà l’illegalità comporta più benefici?».

    I beni attualmente sono di proprietà dello Stato, attraverso l’Agenzia nazionale appositamente creata. Secondo quanto previsto dalla legge, potranno passare nella disponibilità degli enti locali solo attraverso la risposta a un bando pubblico di manifestazione di interesse che, al momento, è ancora lungi dall’essere pubblicato. «Ma una volta pubblicato il bando, il Comune avrà solo 30 giorni di tempo per rispondere – spiega Torre – per cui sarebbe meglio studiare preventivamente un piano d’azione. Solo allora potrò sollecitare l’Agenzia a emettere il bando». E lo stesso amministratore prova a tracciare una rotta: «L’ideale sarebbe far sì che alcune associazioni si accordassero con il Comune in modo che sia Tursi ad accollarsi formalmente gli immobili ma che, non appena ottenuti dall’Agenzia, li girasse direttamente alle onlus per mettere in pratica il progetto di valorizzazione. Bisogna però tirare fuori idee ben precise, accompagnate da un quadro di fattibilità economica per evitare di dar via al solito “mungificio” delle casse pubbliche». E soprattutto bisogna muoversi con intelligenza: «Innanzitutto, si possono studiare alcuni strategici spostamenti tra proprietà pubbliche, in modo da accorpare i beni attraverso permute interne e creare una sorta di economia di scala condominiale per la ristrutturazione. Poi, si può puntare all’Europa, magari cercando finanziamenti per l’edilizia residenziale pubblica».

    centro-storico-vicoli-murales-piazza-erbed1È evidente che il problema sia sempre il solito: la mancanza di risorse. «Qualunque siano i progetti per rimettere a disposizione della collettività questi beni – commenta l’assessore a Legalità e Diritti del Comune di Genova, Elena Fiorini – servono grandi investimenti. Questi immobili sono dei veri e propri buchi neri, con strutture pregiudicate, tetti lesionati, amministrazioni non pagate per anni. Per questo abbiamo chiesto l’intervento dell’unità di supporto della Prefettura, così come previsto dalla legge, perché dati gli altissimi costi prevedibili abbiamo necessità di fare squadra». Ma l’assessore non dispera: «Le possibilità ci sono: parlo dei fondi Fesr, dei Por e di un’apposita legge regionale (la n. 7 del 2012) per la prevenzione del crimine organizzato e mafioso e per la promozione della cultura della legalità che esiste ma non è stata ancora finanziata da Piazza De Ferrari. Il punto è far diventare la riqualificazione di questi immobili una priorità per le istituzioni, che devono lavorare assieme, altrimenti non andremo da nessuna parte».

    Ecco, dunque, la necessità di fare quadrato sul futuro di questi spazi (e non solo di questi, dato che, secondo la mappatura realizzata da Libera, in Liguria su 140 immobili confiscati alle mafie solo una decina è riutilizzata a scopi sociali).

    «In questo momento gli immobili sono patrimonio dello Stato e non ancora assegnati – tiene a precisare l’assessore a Legalità e Diritti del Comune di Genova, Elena Fiorini – per cui il Comune non può metterci mano e non ci può fare nulla. Non siamo, comunque, stati fermi in questo periodo ma abbiamo iniziato ad analizzare i beni, anche attraverso sopralluoghi dedicati. L’idea è quella di ragionare spacchettando gli immobili in gruppi indipendenti: dobbiamo sì avere una visione complessiva ma per trovare i finanziamenti è necessario realizzare una progettualità che vada a interessare immobili mirati». Ad esempio, si potrebbe partire dalle abitazioni disponibili attorno all’asilo della Maddalena che presto sarà consegnato alla città. «Solo partendo da una progettualità per parti – sentenzia Fiorini – possiamo pensare di iniziare da qualcosa».
    Una tesi confermata anche da Umberto Torre: «Se cerchiamo di fare un ragionamento complessivo su tutta la confisca, portiamo a termine la procedura tra 10 anni. L’unica strada è quella di ridurre un problema complesso in tanti problemi più semplici».

    Via San Lorenzo, Genova«Programmare un futuro per i beni confiscati – sostiene Marco Baruzzo, referente regionale di Libera per questo settore – non vuol dire semplicemente immaginare di riempire delle caselle vuote su una cartina. Non stiamo parlando di spazi qualsiasi, neutrali dal punto di vista politico e simbolico. Il loro recupero rappresenterebbe un successo della riaffermazione dello stato sull’antistato, della legalità sull’illegalità». Per questo motivo, secondo Baruzzo, istituzioni e cittadini devono collaborare fianco a fianco: «Il riutilizzo dei beni confiscati è un modo nobile, difficile ma necessario, di mettere in pratica una nuova strada di governo del nostro territorio. Attraverso il Cantiere della legalità responsabile cercheremo di mettere in rete idee e progetti ma non possiamo diventare dei surrogati dell’impegno, anche economico, che deve arrivare dallo Stato e dagli enti locali: da troppo tempo si rinnovano promesse senza che vi faccia seguito una realizzazione concreta».

    Il problema, secondo Simone Leoncini, presidente del Municipio I Centro Est, va ricercato nell’immobilismo che caratterizza storicamente la nostra città: «Dobbiamo metterci un po’ di progettualità complessiva, guardando ad altre esperienze virtuose in giro per l’Italia, come il social housing, il co-housing e il co-working. Esistono esperienze in cui le associazioni che ricevono gratuitamente gli spazi si fanno carico della loro ristrutturazione a costo quasi zero. A Genova, invece, non ci muoviamo perché siamo fermi ad un approccio amministrativo antico e aspettiamo che il Patrimonio faccia la valutazione dei canoni di concessione da applicare».

    È, dunque, arrivato il momento che le istituzioni facciano la propria parte: «Aggrapparsi esclusivamente alle idee sparse che arrivano dal basso – riprende Baruzzo – segnala la latitanza delle istituzioni che invece di governare un processo, lo subiscono. Perché non facciamo lo sforzo di metterci tutti intorno a un tavolo istituzionale, Comune, Regione, Agenzia Nazionale e Prefettura?».

    La risposta, un po’ piccata per la verità, arriva nuovamente da Leoncini: «È errato pensare che solo le istituzioni possano lottare contro le mafie ma serve un cambiamento di pensiero diffuso. Dobbiamo smetterla di pensare al centro storico come una periferia del centro di Genova, l’angiporto, il bagasciaio per antonomasia. Il centro storico deve diventare, invece, il nuovo centro industriale della città». Non è impazzito Leoncini perché l’industria di cui parla è piuttosto sui generis: «Parlo dell’industria culturale e del turismo, l’industria che non porta tumori ma che non promuoviamo neanche come cittadini. Questo non vuol dire che il centro storico deve trasformarsi in una vetrina: deve essere vissuto, anche con un po’ di casino (il giusto, oggi ce n’è troppo) ma deve diventare una priorità dello sviluppo della città, un mantra come per anni lo è stato, e lo è ancora, quello dello sviluppo delle infrastrutture».

     

    Simone D’Ambrosio

    [foto di Daniele Orlandi]

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  • Quarto, ex manicomio: riqualificazione ferma al palo, al via il rimbalzo delle responsabilità

    Quarto, ex manicomio: riqualificazione ferma al palo, al via il rimbalzo delle responsabilità

    manicomio-quarto

    Una conferenza stampa per far sapere alla città che se la riqualificazione dell’ex ospedale psichiatrico di Quarto è sostanzialmente ferma all’accordo di programma siglato oltre un anno fa la colpa è tutta di Arte (e, di conseguenza, della Regione). «Nel novembre 2013 – ricorda il sindaco Marco Doria – abbiamo ribaltato una decisione precedentemente assunta da Regione e Asl di alienazione del complesso, condividendo la necessità che le aree dell’ex ospedale psichiatrico restassero, almeno in parte, di fruibilità pubblica». Da allora Tursi ha recepito il disegno dell’area all’interno dei propri strumenti urbanistici e ha avviato un processo di interlocuzione con Regione, Asl e Arte, ma soprattutto con il Municipio, le associazioni e cittadini riuniti nel Coordinamento per Quarto, per decidere che cosa fare delle aree di propria competenza.

    Nell’accordo risalente a più di un anno fa, infatti, il Comune aveva ottenuto come onere di urbanizzazione alcuni spazi dell’ex Op per un totale di circa 3500 metri quadrati. Aree che formalmente non sono ancora di proprietà di Tursi ma in cui, in questi anni, sono già state organizzate alcune iniziative di coinvolgimento della cittadinanza e altre troveranno spazio nei prossimi mesi. «L’idea generale – prosegue il primo cittadino – è quella di muoversi affinché questo luogo diventi il baricentro pubblico del levante cittadino, conservandone la memoria storica».

    All’interno del nuovo Puc, l’area viene trattata come ambito speciale di riqualificazione urbana. Certamente, vi troverà spazio la nuova piastra sanitaria del levante per dare vita a una sorta di “cittadella della salute”: «L’ex Op non dovrà essere visto dal cittadino esclusivamente come un luogo dove poter fare le analisi del sangue – spiega l’assessore alle Politiche socio-sanitarie, Emanuela Fracassi – ma vi saranno percorsi specifici per che riguardano la salute mentale, le dipendenze, l’accompagnamento alle famiglie con bambini problematici». E siccome i problemi di salute, e di salute mentale in particolare, non possono essere affrontati solo attraverso uno sportello socio-sanitario, molta attenzione sarà posta ad altri servizi di accoglienza e integrazione. Per questo motivo grande spazio verrà dato agli eventi culturali: «Vogliamo partire dalla valorizzazione dell’esistente, dalla Biblioteca storica, dal Museo delle forme inconsapevoli, dall’archivio dei documenti dell’ex Op e del centro Basaglia – spiega l’assessore Carla Sibilla – dando vita a una vera e propria rigenerazione della memoria, attraverso la nascita di una nuova biblioteca multimediale e un centro museale multidisciplinare (quARToteca) affiancati da un’attività ristorativa». Spazio anche alla creatività giovanile con un bando nazionale e internazionale che nei prossimi mesi darà l’opportunità di arricchire gli spunti progettuali individuati da Comune e Municipio.

    Manicomio Quarto, mappa
    Clicca per ingrandire – Le proprietà del Comune di Genova riguardano parte del settore 1, ove troverà spazio la piastra sanitaria del levante.
    La proprietà di Cassa Depositi e Prestiti, invece, riguarda gli edifici compresi tra la linea nera grassettata e corso Europa

    Com’è noto, all’interno del progetto di riqualificazione dell’intera area, che supera i 23 mila metri quadrati, troveranno spazio anche nuovi insediamenti residenziali e turistico alberghieri, controbilanciati da verde urbano attrezzato e altri spazi a disposizione dei servizi pubblici.

    «Stiamo cercando di mettere una pezza a un errore in termini di scelte e uso del territorio commesso in passato: la più classica delle cartolarizzazioni di beni pubblici, messa in piedi solo per cercare di fare cassa» commenta il vicesindaco, Stefano Bernini. «Siamo di fronte  a una situazione simile a quella che, su piano più privatistico, si vive anche a Sestri nell’area ex Marconi. Cerchiamo di aprire una nuova porta ma, per fare ciò, non possiamo seguire la logica del singolo proprietario che pensa esclusivamente al proprio utile. Dobbiamo gestire l’area in modo unitario, scegliendo insieme che cosa fare, ragionando come se avessimo di fronte un complesso unico che vuole dialogare con il contesto circostante».

    Per poter giungere alla sistematizzazione di tutto ciò, tuttavia, manca un tassello urbanistico fondamentale: il Puo, piano urbanistico operativo, che deve essere redatto da Arte, l’azienda regionale territoriale per l’edilizia, e riguarda sia la parte destinata alla vendita sia gli spazi pubblici superstiti. Una sorta di documento equivalente a quanto il Comune sta chiedendo alla Regione per la realizzazione del Nuovo Galliera.

    Al Puo, su cui dovrà pronunciarsi anche la Soprintendenza, si affiancherà il piano già presentato da Cassa Depositi e Prestiti con cui il Comune ha riattivato i rapporti per far rientrare nella riqualificazione anche la confinante area novecentesca (un tassello piuttosto strategico soprattutto dal punto di vista dell’accessibilità all’area e della mobilità interna) che non era compresa nell’accordo di programma in quanto venduta a Fintecna nel corso di una precedente cartolarizzazione.

    «Arte è il punto debole della vicenda – accusa il presidente del Municipio IX Levante, Nerio Farinelli – la nostra maggioranza a fine dicembre ha inviato una lettera a Burlando lamentando l’inattività dell’ente e chiedendone il commissariamento. Mercoledì prossimo, insieme con il sindaco, siamo stati convocati dal presidente delle Regione: vedremo che cosa succederà».

    Anche Doria conferma che «Arte è un po’ in ritardo. All’inizio avevano messo in vendita con bando pubblico un insieme piuttosto consistente di beni, compresi gli edifici dell’ex ospedale psichiatrico. Poi è intervento il Comune con la volontà di mantenere pubblici alcuni spazi e l’apertura di quel percorso che ci ha portato all’accordo di programma. Nel frattempo, però, a gara in corso (che si è conclusa con un nulla di fatto, ndr) Arte non poteva intervenire con un Puo che riguardasse una porzione delle aree a bando». Ora però, riaperti anche i rapporti con Cassa Depositi e Prestiti e idealmente riunificato tutto il compendio, non si può indugiare oltre, anche perché Asl ha assoluta necessità di entrare rapidamente in questi spazi per abbandonare via Bainsizza e riorganizzare i propri servizi nel levante cittadino.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Come realizzare cassette autunnali e invernali, le piante più adatte

    Come realizzare cassette autunnali e invernali, le piante più adatte

    1Questa settimana forniremo un paio di esempi di come sia possibile realizzare una cassetta autunnale-invernale, dapprima soffermandoci su un contenitore più naturale e successivamente su di uno di impianto più classico.

    Nel primo caso, consigliamo di mescolare varie essenze al fine di ottenere, nella cassetta, un insieme eterogeneo ed un intersecarsi della vegetazione che risulti il più spontaneo possibile. Nel fare ciò si potrà scegliere tra un numero enorme di piante. A titolo esemplificativo ne menzioneremo solo alcune, spetterà poi al lettore decidere quelle che si attaglino meglio alle sue esigenze. In generale sarà anche possibile utilizzare, per l’ossatura del contenitore, alcune essenze che risultino verdi d’inverno ma che producano fiori nel periodo primaverile-estivo e che dunque si prestino a tale doppio impiego.

    2Con riferimento a questo periodo dell’anno, possiamo menzionare, per la parte arbustiva, bossi, agrifogli, piccole tuie, la più esotica feijoa sellowiana (dalle foglie grigio-verdaste), piccole conifere, cespugli della famiglia dei ginepri, lavanda ma anche, eventualmente e qualora si volesse realizzare una cassetta per la zona cucina, piante aromatiche quali timo, rosmarino, alloro, erba salvia

    In merito invece alle piante da fiore, si potrà optare per essenze dalle fioritura breve ma intensa quali settembrini (come dice il nome durano in fiore solo a settembre) eriche, margherite della famiglia dei crisantemi (preferibilmente quelle a fiore semplice), viole, gli eleganti ellebori oppure per piante dalle infiorescenze più durature come i ciclamini.

    3Una menzione a parte merita l’inserimento delle solanacee. Tra queste spicca il solanum capsicastrum che forma dei cespugli di medie dimensioni, dalle foglie di un verde brillante intenso, produce una fioritura nei toni del bianco ma soprattutto, nella stagione in discussione, molte bacche di colore arancione acceso. Queste ultime appaiono, da un punto di vista estetico, molto decorative ed interessanti.

    4Analogamente a questo cespuglio, nel contenitore potranno essere inserite altre essenze che producano frutti quali ad esempio: berberis, alcuni ginepri o eventualmente alcune varietà di rose tra cui quella rugosa. Molto ovviamente dipenderà dalle dimensioni della cassetta ed anche dall’insieme di piante, alcune infatti tra quelle menzionate sono spoglianti (la rosa rugosa) e quindi saranno esteticamente interessanti soprattutto se mescolate ad altre sempreverdi. In ogni caso, al fine di colmare eventuali vuoti, sarà sempre possibile l’impiego di edere, dalle foglie variegare, o del senecio dal fogliame grigio-argenteo.

    5Nel caso si voglia creare una cassetta che si caratterizzi per un aspetto più formale e meno classico, si potrebbe invece optare per il seguente insieme di piante. Innanzi tutto, si potrebbero collocare, ai due lati del contenitore, due identici arbusti di bosso, oppure specie di inverno di skimmie o piccoli agrifogli. A questo punto, specie per i bossi che ben si prestano ad essere modellati secondo i dettami dell’“ars topiaria”, si potrà optare per una duplice scelta: lasciar crescere le piante in forma spontanea oppure regolarle a cono, a sfera, a piramide o come meglio si vorrà. Tra le predette piante, sarà poi possibile collocare, nel primo autunno, eriche, settembrine o margherite (preferibilmente quelle semplici e non doppie) appartenenti alla famiglia dei crisantemi, in inverno, ciclamini o anche gli ellebori dalle splendide fioriture bianco puro o bianco-rosate.

    6Nel caso in cui si voglia mantenere questo impianto di base per tutto l’anno, sarà sufficiente continuare ad introdurre, nel tempo, nuove essenze (annuali o bulbose) in sostituzione di quelle che, via via, sfioriranno. L’ossatura della cassetta rimarrà quindi sempre la stessa ma il variare delle colorazioni, delle forme e delle dimensioni delle essenze che verranno ad inserirsi tra i bossi o gli altri arbusti scelti, trasformeranno completamente l’insieme, rendendolo sempre nuovo ed esteticamente interessante.

    Alle piante sopra descritte sarà poi evidentemente sempre possibile, a completamento dell’insieme, aggiungerne altre. Ad esempio, possiamo menzionare, tra le infinite possibilità, edere bianche e verdi o verdi, elicriso oppure anche, eventualmente e secondo una moda molto British, dei Paesi Bassi e del Belgio, rami secchi ritorti o molto ricchi di gemme e rametti laterali.
    Il risultato complessivo sarà articolato, spontaneo ed ottimo, specie quando nel cuore dell’inverno la pioggia, la brina o la neve risaltano sulle cortecce, sui rami secchi e frastagliati, sulle foglie coriacee dei piccoli arbusti o tra le bacche colorate.

     

    Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano

    stampa stemma piccolo

    Per informazioni: ema_v@msn.com

  • Disegno Genova: città vecchia, porto e periferia. Concorso per illustratori

    Disegno Genova: città vecchia, porto e periferia. Concorso per illustratori

    fumetto
    “Disegno Genova” scade il 2 aprile 2015 alle ore 19. Si partecipa con una copia delle opere in formato digitale a info@smackcomics.it e disegnogenova@gmail.com | Regolamento e info sul sito www.smackcomics.it

    Il 30 gennaio è stato bandito il concorso di illustrazione, fumetto, vignette Disegno Genova – Città vecchia – Porto – Periferia aperto agli under 35.

    Il progetto, alla prima edizione, è organizzato e sostenuto da Smack!, la Fiera del Fumetto di Genova organizzata da Enrico Testino in collaborazione e con il sostegno di Fondazione Labò e Giovani Urbanisti,  Progetto Yepp Genova, Coop Liguria, Porto Antico s.p.a., e in collaborazione con Liceo Artistico Klee Barabino, Grandi Navi Veloci, scuole media di Istituto Comprensivo Pra’ e Istituto Comprensivo Oregina/Lagaccio.

    Al concorso sono abbinati diversi progetti con diverse realtà. Non solo il concorso di illustrazione, vignette e fumetti, ma anche opere “fuori concorso” con il laboratorio di una classe del Liceo Artistico di Genova Klee/Barabino, la partecipazione di alcuni artisti e fumettisti scelti da Smack! e i laboratori in 6 classi delle scuole di Pra’ e Oregina/Lagaccio che svilupperanno le tavole sui temi “Il mio Porto” e “Il mio quartiere”.

    La quasi totalità delle opere realizzate in questi percorsi andranno a formare una grande mostra il 25 – 26 aprile 2015 durante Smack! – Fiera del Fumetto di Genova e saranno raccolte in un libro-catalogo. «La nostra è una città che ha bisogno di immaginare e immaginarsi – dice Enrico Testino, l’organizzatore – come molte altre città mediterranee è in trasformazione e il futuro è tutto da giocare. Da parte nostra, come fiera del mondo della creatività e del fumetto, abbiamo voluto aprire un percorso che ospiti giovani artisti con le loro visioni su Genova».

    Dopo aver fatto nascere il concorso, ormai diventato internazionale, EurHope, Smack! realizza dunque un altro progetto rivolto agli illustratori. «Nella nostra città esistono energie considerevoli che hanno più difficoltà, che in altre culture, ad uscire, ad esprimersi – continua Testino – Nel nostro piccolo con Disegno Genova diamo spazio e raccogliamo in un’iniziativa comune ragazzi e studenti. Una fiera come Smack! non deve essere a mio parere solo una occasione per avere una panoramica del mondo della creatività e del fumetto, ma anche un “dispositivo” culturale che apre spazi di espressività e facilita la creazione di cultura comune».

    Il 1° classificato avrà come riconoscimento da Smack! 200 euro di buoni acquisto da effettuare presso gli espositori della Fiera del Fumetto di Genova il 25-26 aprile 2015. Ad oggi hanno dato conferma per la presenza in giuria nomi di spicco della cultura cittadina come Luca Borzani e Andrea Freccero.

  • Carro armato Renzi, gli avversari non ci sono: AAA cercasi opposizione in Parlamento

    Carro armato Renzi, gli avversari non ci sono: AAA cercasi opposizione in Parlamento

    ANSA/ANGELO CARCONI
     Foto ANSA/ANGELO CARCONI

    Quando ho sentito che Renzi voleva eleggere Mattarella aspettando la quarta votazione (quando cioè il quorum si sarebbe abbassato), confesso di aver pensato che il premier fosse diventato matto: tre votazioni senza far nulla erano oggettivamente un’occasione troppo grossa per le opposizioni, che avrebbero avuto il tempo di spaccare il PD avanzando un’altra candidatura (un po’ come accaduto nel 2013). A quel punto, però, mi sono ricordato chi siano le cosiddette “opposizioni” che si aggirano per il nostro Parlamento: e allora ho capito che Renzi avrebbe vinto di nuovo.

    C’è solo un gruppo politico più diviso del PD: quelli che gli si oppongono. È vero che questo Parlamento è lo stesso che nel 2013 impallinò Prodi, mostrando al paese intero la profonda lacerazione che divideva il partito di Bersani e Renzi: ma è anche vero che tra queste due leadership corre una grossa differenza. In fin dei conti è quello che ho scritto la settimana scorsa, quando ho cercato di spiegare quanto sia importante il sostegno che deriva dalla legittimazione politica.

    Nel 2013 Bersani aveva appena “pareggiato” le elezioni, facendosi raggiungere da un Berlusconi dato per morto e da un comico a capo di un movimento nato il giorno prima. Oggi invece Renzi, pur non essendo mai stato eletto direttamente, è forte di sondaggi ancora ottimi e della legittimazione ottenuta alle elezioni europee. Il quadro è dunque radicalmente diverso. Bersani era una bestia ferita, e per la legge della giungla è stato subito azzannato: dall’interno, con i 100 franchi tiratori che fecero saltare la candidatura di Prodi (capeggiati dallo stesso Renzi, secondo Fassina); e dall’esterno, con la candidatura di Rodotà avanzata dal M5S. Renzi, invece, è il politico del momento: e in Parlamento non ha avversari.

    L’unico antagonista in ascesa è Salvini: ma per eleggere il Presidente della Repubblica servono parlamentari; e la Lega ne ha ottenuti troppo pochi alle ultime politiche (quando ancora Salvini non era segretario). L’altro leader del centro-destra è Berlusconi, che è stato dipinto come il grande sconfitto. Tuttavia si tratta di una sconfitta relativa; o comunque era difficile ipotizzare che l’elezione unilaterale di Mattarella potesse essere vissuta dall’ex-Cavaliere come un’offesa intollerabile. Ai servizi sociali, con un braccio destro in galera per mafia e con delle aziende a cui pensare, Berlusconi aveva tutto da guadagnare a tenere in piedi il patto di non belligeranza con il premier. Per cui la (presunta) rottura del Nazareno, a cui stiamo assistendo in questi giorni, ha soltanto due spiegazioni: o è una messa in scena, oppure siamo di fronte ad un effetto collaterale che né Renzi né Berlusconi avevano calcolato.

    È possibile che i parlamentari forzisti si siano accorti che la strategia filo-governativa serve al leader, ma non al partito. Per Berlusconi ha un senso mantenere un certo ruolo politico al fianco di Renzi: ma per tutti gli altri, che vedono Forza Italia cedere consensi al PD e precipitare nei sondaggi, non ha alcun senso rischiare di perdere la poltrona e, con essa, ogni influenza politica. Solo il tempo, tuttavia, ci dirà se queste considerazioni hanno effettivamente attecchito nella testa di alcuni, oppure se i mal di pancia nel centro-destra sono solo fumo negli occhi.

    Veniamo quindi all’ultimo rivale di Renzi, che dovrebbe essere Grillo. Purtroppo però il M5S, da quando è entrato in Parlamento, ha esasperato i suoi pur noti limiti, anziché stemperarli. L’indecisione con cui è stata affrontata questa elezione è ulteriore prova del fatto che la nuova forza politica si è completamente smarrita. Sottoporre alla rete le candidature di Prodi e Bersani – vale a dire, rispettivamente, il candidato alla presidenza della Repubblica e del Consiglio già bruciati e sbeffeggiati nel 2013 – equivale a smentirsi su tutta la linea: e il fatto di aver sostenuto fino alla fine il candidato della rete, Imposimato, non vale a ristabilire l’impressione che il movimento abbia una guida sicura. Il fatto poi che una forza che si definisce “anti-euro” prenda anche solo in considerazione il nome di Prodi, ossia l’alfiere dell’euro per antonomasia, conferma come da quelle parti si navighi ormai a vista.

    Perciò i fatti dimostrano che Renzi avesse ogni ragione a non curarsi degli oppositori: perché sono divisi, e nessuno singolarmente è abbastanza forte per metterlo in discussione. È questa, a dire il vero, una circostanza della politica italiana che tende ormai a ripetersi con frequenza sospetta: i partiti di governo si ritrovano contro un’opposizione teoricamente superiore di numero, ma nella pratica sempre troppo divisa per organizzare una risposta politica alternativa. Il che rende la vita agevole ai governanti, almeno finché le circostanze non esigono un cambiamento (o questi non decidono di suicidarsi).

    Renzi, pertanto, ha calcolato giustamente che il pericolo potesse venire soltanto dall’interno. Per questo ha fatto la cosa più sensata: ha cercato di capire cosa volessero i critici dentro il PD, e li ha accontentati. Pare addirittura che il nome di Mattarella sia venuto direttamente da Bersani, il quale si sarebbe impegnato così a non rendere al premier pan per focaccia – magari accoltellando il candidato renziano nel segreto dell’urna.

    Se le cose sono andate così, allora l’indubbia vittoria del Presidente del Consiglio ne esce un po’ ridimensionata. Il premier si confermerebbe, infatti, politico spregiudicato, capace di digerire qualsiasi cosa: la distruzione della storia e dell’identità della sinistra, le generose donazioni di alcuni finanzieri, l’alleanza con il pregiudicato Berlusconi, i desiderata dei più forti partner europei e adesso anche l’elezione unilaterale del Presidente della Repubblica (come se il quorum di 2/3 per le prime tre votazioni non implichi almeno il tentativo di trovare un’ampia condivisione, che invece Renzi ha esplicitamente escluso sin dall’inizio).

    Emerge la figura di un opportunista disposto a giocare su più fronti, a negoziare con chiunque, a forzare leggi e consuetudini pur di sbarcare il lunario, di tirare avanti e conservare il potere. Il che sarebbe anche una qualità in politica, se non fosse per un piccolo dettaglio: come abbiamo già visto, ogni decisione ha anche delle conseguenze; e i tipi che non si fanno troppi scrupoli, come Renzi, devono naturalmente non prestare troppa attenzione a questo aspetto (altrimenti si farebbero, banalmente, qualche problema in più). C’è il rischio concreto, perciò, che prima o poi al nostro brillante premier il gioco sfugga di mano…

     

    Andrea Giannini

  • Ex mercato corso Sardegna: avanti con il progetto del Municipio per il riutilizzo temporaneo

    Ex mercato corso Sardegna: avanti con il progetto del Municipio per il riutilizzo temporaneo

    ex-mercato-corso-sardegna-rimozione-tettoEntro la fine del 2015 l’ex mercato di corso Sardegna potrebbe tornare a rivivere. Quantomeno nella sua parte riqualificata secondo il percorso che il Comune e soprattutto il Municipio Bassa Val Bisagno hanno delineato già da tempo (qui l’approfondimento). La conferma arriva direttamente da Massimo Ferrante, presidente del Municipio III – Bassa Val Bisagno che prova a mettere definitivamente a tacere le svariate voci che nelle ultime settimane sono tornate a circolare sul futuro della struttura.

    «La nostra posizione sul futuro dell’area è chiara» ricorda Ferrante. Il Comune ha messo a disposizione 200 mila euro per bonificare l’amianto: 9 mila metri quadrati terminati alla vigilia di Natale per i lavori di rimozione e incapsulamento dei fabbricati (circa il 10% del tetto) che, altrimenti, sarebbero rimasti senza copertura. Altri 500 mila euro sono pronti per la demolizione di due edifici affacciati su via Varese, non vincolati, che darà via libera alla restituzione al Municipio di un importante spazio libero.

    «Ho sempre detto – sottolinea il presidente – che il Municipio avrebbe deciso come gestire lo spazio con i cittadini e il Civ. Abbiamo investito 100 mila euro per la riqualificazione o, più precisamente, risanamento conservativo della facciata, il cui appalto gestiremo in maniera autonoma: verranno rimossi i ponteggi trentennali, tolti gli elementi secondari non originali, sistemati i cancelli e riqualificata la facciata, tutto nel rispetto dei vincoli della Sovrintendenza». Tempi previsti: primo semestre del 2015, nella versione ottimistica ma, sicuramente, entro la fine dell’anno. Periodo in cui Ferrante spera potranno essere completati anche i lavori di competenza comunale.

    La riqualificazione dell’ex mercato ortofrutticolo è tornata di grande moda. Due sono i progetti di riqualificazione alternativa a quelli del Municipio che si sono fatti largo sulle pagine dei quotidiani locali.
    Il più noto è sponsorizzato da Andrea Agostini e dal circolo Nuova Ecologia di Legambiente. In aperto contrasto con la riqualificazione temporanea scelta dal Municipio, questo progetto, che ha raccolto il consenso di quasi 3 mila cittadini, prevede la conservazione totale del perimetro esterno e l’apertura all’uso pubblico dell’area interna attraverso la realizzazione di un’ampia zona verde, con fonti d’acqua e un polo ludico aggregativo per il quartiere.
    «Sono firme raccolte con l’inganno – tuona Ferrante – perché se vado a dire che l’amministrazione vuole costruire un piazza asfaltata, un parcheggio e nuovo cemento è chiaro che anche io andrei a firmare. Ma noi non vogliamo fare nulla di tutto questo. A noi viene data dal Comune un’area libera per il cui arredamento ho appositamente stanziato 50 mila euro. Saranno i cittadini e il Civ a chiederci che cosa farne. Tra l’altro, con queste associazioni non c’è mai stato un incontro e gli stessi vertici di Legambiente mi hanno chiesto scusa per le sparate di alcuni loro singoli elementi».

    Secondo progetto quello dell’architetto Andrea Martinuzzi, che vorrebbe trasformare l’ex mercato in un centro commerciale del made in Italy di qualità, sull’ambizioso modello londinese di Covent Garden. Anche in questo caso, il niet arriva da Ferrante che, questa volta, non nega di aver incontrato gli ideatori del progetto ma, sostanzialmente, annuncia di averlo già ampiamente scartato. «Finché non si farà lo scolmatore del Fereggiano – ricorda il Presidente – i fabbricati all’interno sono vincolati e non si possono toccare perché sorgono in area esondabile, per cui non è possibile fare alcuna edificazione né cambiamento di destinazione d’uso. Qui, invece, si stanno mettendo già le mani avanti su cosa si potrà fare tra cinque, sei anni. Ma le speculazioni future, nel momento in cui tutta l’area dell’ex mercato tornerà pubblica, sono proprio ciò che vorrei evitare. E poi, secondo lei, vado a realizzare una catena del lusso con i commercianti fuori che faticano a portare avanti le proprie attività?».

    Insomma, Ferrante ha le idee chiare. E non c’erano grossi dubbi: «L’unico spazio utilizzabile è quello del vecchio bar, in posizione rialzata, che sarà dato al Civ è sarà circondato dalla nuova piazza di 4500 metri quadrati che creeremo con le demolizioni previste».

    «È tutto in mano al Municipio – ha assicurato l’assessore ai Lavori Pubblici, Gianni Crivello – che ha le idee chiare e naturalmente sceglierà interagendo con il Civ. L’obiettivo è quello di ricostruire una piazza, magari con zone verdi. Noi siamo aperti a ogni possibilità ma, ripeto, sono le realtà territoriali che devono decidere che cosa fare e non certi cittadini magari molto in vista (il riferimento piuttosto esplicito è ad Andrea Agostini, ndr)».

    E il Municipio, allora, che cosa fa? Tira dritto per la sua strada, e organizza un grande evento per il prossimo mese di marzo: «Si tratta di un appuntamento che avverrà proprio dentro l’area che verrà liberata – annuncia Ferrante – un’occasione perfetta per far capire ai cittadini quale vocazione daremo a questa nuova area pubblica e ragionare con loro su come poterla attrezzare».

     

    Simone D’Ambrosio

     

    NOTA

    Pubblichiamo il contenuto della lettera – datata 19 marzo – firmata dal presidente del Municipio Bassa Val Bisagno Massimo Ferrante, in seguito alla richiesta di chiarimenti da parte di Legambiente e del Circolo Nuova Ecologia in merito alle dichiarazioni rilasciate dallo stesso Ferrante in questo articolo.

    «Intendo specificare che la raccolta firme effettuata dal Circolo Nuova Ecologia e da altre associazioni è stata assolutamente corretta e legittima ma ritenevo non fosse esatta in alcuni contenuti proposti ai cittadini. Tali incomprensioni sui contenuti ritengo siano il frutto di un mancato dialogo con i proponenti la raccolta stessa. Come Municipio abbiamo intenzione di dialogare con tutti e per questo crediamo sia un utile momento di partecipazione l’incontro organizzato con tutta la società civile il prossimo 29 marzo all’interno dell’ex mercato e dove, come già dichiarato, chiunque vorrà confrontarsi con il Municipio avrà il suo spazio. Ritengo assolutamente che Legambiente e il Circolo Nuova Ecologia rappresentino una importante realtà cittadina, con cui dialogare è importante in particolare in questa fase di crisi per la città e in un Municipio esposto al dissesto idrogeologico come il nostro. Questo è l’unico argomento che abbiamo condiviso con i vertici di Legambiente, che non hanno chiesto scusa per l’atteggiamento di alcuni loro membri, ma condiviso la necessità che vi sia sempre un dialogo e un canale di comunicazione e scambio aperto fra istituzioni e cittadini».

  • Emergenza rifiuti, corsa a ostacoli verso la riapertura di Scarpino: a che punto siamo?

    Emergenza rifiuti, corsa a ostacoli verso la riapertura di Scarpino: a che punto siamo?

    RifiutiLa sensazione che il piano industriale di Amiu rappresentasse più una linea guida di massima che un quadro programmatico da seguire pedissequamente, si è avuta fin dai tempi della sua prima presentazione alla stampa e alla città. Gli elementi di incertezza, soprattutto dal punto di vista delle innovazioni impiantistiche necessarie, erano ancora molti come stanno confermando le evoluzioni di questi giorni. A complicare ulteriormente il quadro, si sono inserite le ormai costanti polemiche tra Comune e Regione per le ataviche mancanze sulla gestione dei rifiuti a Genova, come evidenziato anche dalla Commissione d’inchiesta parlamentare bicamerale che la scorsa settimana ha lanciato un alto allarme per il rischio di infiltrazioni mafiose in tutta la Liguria. Da un lato, il Comune accusa piazza De Ferrari di assoluta mancanza di chiarezza sulle regole per la gestione dei rifiuti, puntando il dito contro il cambio in corsa dei parametri di pretrattamento del materiale prima del suo conferimento in discarica e sottolineando l’assenza di un vero e proprio Piano regionale dei rifiuti; dall’altra, il presidente uscente Claudio Burlando accusa palazzo Tursi di aver cambiato idea sulla conclusione del ciclo per ogni nuovo inquilino, passando da inceneritore a gassificatore fino all’ultimo biodigestore.

    Se ne parlerà anche oggi pomeriggio in Commissione consiliare in Comune ma, intanto, in questo contesto piuttosto caotico, mentre la discarica di Scarpino continua a essere chiusa e i rifiuti dei genovesi vengono portati fuori Regione con costi che si aggirano attorno ai 2 milioni di euro al mese, sono circolate alcune voci circa possibili mini-rivoluzioni del piano industriale per quanto riguarda la realizzazione di alcuni interventi indispensabili per la riapertura della discarica sulle alture di Sestri.

    «Amiu – ha dichiarato l’assessore all’Ambiente, Valeria Garotta – è impegnata a definire il programma che ci porterà a riaprire la discarica entro metà anno. Ad oggi, il conferimento fuori Regione dovrebbe essere coperto fino a fine aprile, ma l’azienda sta proseguendo le trattative per prorogare tale periodo fino all’effettiva riapertura di Scarpino».

    Separatori secco-umido, urge chiarezza

    valbisagno-staglienoLa questione più delicata riguarda i cosiddetti separatori secco-umido, impianti che dovrebbero risolvere il pretrattamento dei rifiuti prelavati dai cassonetti dell’indifferenziata (quelli di colore verde) che non possono più essere conferiti “tal-quali” in discarica.
    In passato si è sempre parlato di due separatori da introdurre nei siti di Volpara (Valbisagno) e Rialzo (Campi), per cui Amiu avrebbe già concluso la gara di assegnazione se non fosse stato per un ricorso al Tar di una società non vincitrice. Ma, nel frattempo, è intervenuta la Regione a sparigliare nuovamente le carte in tavola.

    «Abbiamo chiesto al Comune di sospendere la gara – annuncia il presidente di Amiu, Marco Castagna – in attesa di capire la normativa definitiva prima di prendere una decisione e poter consolidare il piano industriale. Credo che qualunque azienda, se cambia una normativa in corso d’opera, debba mettersi in condizione di realizzare un’alternativa. Ci auguriamo che la Regione faccia chiarezza in tempi abbastanza rapidi perché metterci a posto con il tema del pretrattamento è uno dei punti che dobbiamo risolvere per arrivare alla riapertura di Scarpino».
    E il quadro si potrà definire solo con l’approvazione del Piano regionale dei rifiuti. Ecco allora farsi largo l’ipotesi b, quella di un unico separatore da realizzare direttamente a Scarpino.

    «Era un’alternativa – spiega Castagna – che avevamo già ipotizzato alla luce del fatto che la Regione, mentre era in corso la gara per l’assegnazione dei separatori, a dicembre, ha fatto una modifica delle norme di conferimento del secco. La presenteremo in settimana al Comune, al momento solo come ipotesi alternativa perché le Regione deve ancora inserire la nuova norma nel Piano regionale dei rifiuti in corso di approvazione. Restano, per ora, due ipotesi che hanno pari dignità, non è ancora stata scelta una strada per l’altra».

    Nel piano industriale di Amiu era già prevista la realizzazione a Scarpino dell’impianto di stabilizzazione dell’umido uscito dalla separazione. Secondo il piano b, nella discarica sestrese verrebbe inserita anche la prima fase di questo processo, ovvero quella della separazione, senza stravolgere in maniera eccessiva lo stesso piano industriale. «Al momento – sottolinea l’assessore Garotta – si tratta solo di un’ipotesi alternativa in fase di studio che potrebbe rendersi necessaria per rispettare le nuove linee guida regionali. Se i tempi e i costi saranno migliori rispetto al doppio impianto di Volpara e Rialzo, procederemo in questo senso».

    Un’ipotesi operativa che, in parte, potrebbe anche placare le ire degli abitanti della Valbisagno, che da anni chiedono la chiusura del sito della Volpara e quest’inverno hanno più volte alzato la voce soprattutto dopo la chiusura di Scarpino. I residenti, infatti, da un lato lamentano una crescita esponenziale del traffico di mezzi pesanti in entrata e uscita dal centro di compattamento e stoccaggio dei rifiuti diretti fuori Regione, dall’altro sono preoccupati per la previsione del piano industriale di realizzare uno dei due impianti di separazione secco-umido proprio in Valbisagno, contravvenendo a promesse decennali del Comune riguardo a una possibile chiusura del sito. I cittadini, che hanno anche dato vita a un Comitato Salute Ambiente Valbisagno, non credono ancora al “piano b” che è iniziato a circolare negli ultimi giorni: «Quando eravamo noi a chiedere che l’impianto di separazione secco-umido venisse realizzato lontano dalle case – dice un abitante della zona che chiede di ristare anonimo – sia Municipio che Comune non ci hanno ascoltato. Adesso che il piano industriale è stato approvato non crediamo che gli enti tornino sui propri passi».

    «Naturalmente – assicura il presidente di Amiu – dopo che i tecnici avranno presentato il progetto definitivo per l’eventuale impianto unico a Scarpino, se questa sarà la soluzione definitiva, sarà presentata anche al Municipio e all’osservatorio della Valbisagno: valuteranno poi i cittadini se placare o meno la loro protesta».

    Percolato e stabilità, problemi da risolvere

    percolato-scarpinoSeconda questione calda da risolvere in tempi brevi per ottenere l’autorizzazione alla riapertura di Scarpino riguarda il trattamento del percolato e delle conseguenti tracimazioni dalle vasche di raccolta nel Chiaravagna e suoi affluenti. Il 23 gennaio si è ufficialmente conclusa la gara (vinta dalla società Simam di Senigallia, Ancona) per l’affitto di due depuratori mobili in grado di trattare 2500 metri cubi di percolato al giorno, triplicando l’attuale capacità della discarica: una soluzione che dovrebbe mettere in condizioni di sicurezza l’intero impianto di Scarpino, dato che nei periodi di maggiore emergenza si sono raggiunte quote di sversamento attorno ai 300/400 metri cubi al giorno. Il liquido trattato dai nuovi depuratori risponderà ai requisiti di legge e potrà essere riversato nelle acque bianche del Chiaravagna senza rischio di inquinamento; la parte concentrata e filtrata dal percolato sarà invece indirizzata al percolatodotto per essere trattata nel depuratore di Cornigliano, come avviene per il resto del percolato gestito attraverso le attuali vasche di raccolta della discarica.
    Benché non si tratti di impianti semplici dal punto di vista tecnologico, l’entrata in funzione sulle alture di Sestri dovrebbe avvenire in tempi relativamente rapidi: l’assessore Garotta ha parlato dei primi giorni di marzo, più prudente il presidente Castagna che stima l’attesa in 2/3 mesi.

    Sempre per quanto riguarda la messa in sicurezza di Scarpino, altro capitolo importante è quello che si riferisce alla stabilità idrogeologica del sito, attualmente esposto a rischio frane, principalmente a causa di diverse e minacciose falde acquifere sotterranee. «Secondo le ultime analisi – specifica Castagna – siamo dentro al valore di sicurezza per quanto riguarda la stabilità in campo statico, mentre siamo leggermente al di sotto di quanto richiesto in campo sismico. La cosa più importante è che abbiamo presentato un progetto, già approvato dalla Conferenza dei servizi, che risolverà in maniera definitiva il problema della quantità di acqua sotterranea presente in discarica e che inficia i valori di stabilità». Si tratta di quattro mesi di lavori, per cui è in corso di predisposizione la gara con procedura d’urgenza, durante i quali verrà installato un sistema di dreni che entrerà in funzione quando l’acqua raggiungerà un determinato livello di guardia.

    Il biodigestore

    Sistemati separatori secco-umido, percolato e stabilità della discarica si potrà finalmente riaprire Scarpino, mettendo fine ai disagi e ai costi del trasporto dei rifiuti fuori Regione a cui stiamo assistendo ormai da ottobre. Ma anche allora non si potrà ancora cantare vittoria. L’obiettivo finale del riassetto del ciclo dei rifiuti genovesi è, come dichiarato dallo stesso sindaco Marco Doria, quello di trasformare Scarpino in una “discarica di servizio” da utilizzare esclusivamente per smaltire il materiale secco che non può essere in alcun modo recuperato. Per arrivare a ciò, tuttavia, Genova dovrà essere in grado di trattare anche il materiale umido differenziato, ovvero quello cosiddetto “di qualità”, proveniente dai cassonetti marroni e trasportato fuori Regione già prima della chiusura di Scarpino. L’ultima strada individuata nel piano industriale di Amiu passa attraverso la realizzazione di un biodigestore, da costruire nelle aree ex Ilva (Cornigliano) o ex Colisa (Fegino): «Dal punto di vista impiantistico – chiude Castagna – le due opzioni per noi sono sostanzialmente equivalenti: chiediamo al Comune che venga scelta l’area più facilmente ottenibile, quella in cui potremmo mettere piede in tempi più rapidi». Intanto, il progetto dell’impianto è stato approvato dal cda di Amiu il 23 dicembre e presentato al Comune il 13 gennaio: già nel corso di questa settimana, i vertici della partecipata dovrebbero incontrarsi con la direzione competente di Tursi per iniziare l’analisi di costi e benefici delle due opzioni.

     

    Simone D’Ambrosio