Mese: Febbraio 2015

  • Tsipras getta la spugna davanti all’Europa: impossibile trattare, la “cattiva strada” è segnata

    Tsipras getta la spugna davanti all’Europa: impossibile trattare, la “cattiva strada” è segnata

    europa-bceLunedì in extremis il governo greco ha comunicato alla Commissione il piano di misure che il paese si impegna a seguire. Bruxelles ha subito salutato la missiva con soddisfazione, perché Varoufakis, nei fatti, si è dovuto rimangiare tutte le promesse fatte da Tsipras in campagna elettorale. A titolo di esempio basti citare il fatto che verrà messa ulteriormente sotto controllo la spesa sanitaria (nonostante il paese sia già in piena emergenza umanitaria); e che il tanto sbandierato aumento del salario minimo è stato derubricato a “ambizione” da raggiungere “col tempo” e comunque «in consultazione con le istituzioni europee e internazionali».

    Ormai è quasi impossibile nascondere il fatto che Tsipras ha gettato la spugna davanti alle autorità europee. Se ne sono accorti l’anziano partigiano Manolis Glezos, icona della sinistra, che ha già pubblicamente chiesto scusa agli elettori, e il grande compositore Mikis Theodorakis, autore delle musiche di “Zorbàs il Greco”, che ha rimproverato al premier di aver fatto marcia indietro rispetto a quanto promesso. C’è, oltre a questo, anche un altro episodio davvero emblematico, che ha già fatto il giro della rete.

    Yannis Koutsomitis, che lavora per la BBC, ha scaricato da internet il pdf della lettera di Varoufakis e ha avuto la banale idea di controllare le proprietà del file: ha così scoperto che nel documento non è stato nascosto il nome dell’autore; che non è lo stesso ministro Varoufakis o qualche altro funzionario greco, ma “COSTELLO Declan (ECFIN)”, ossia il Declan Costello che si occupa di riforme strutturali per l’Unione Europea. Dunque la lettera che la Grecia avrebbe mandato all’Europa appare scritta, o quantomeno “riscritta” (per cambiare solo la forma?), negli uffici di Bruxelles: il che è in ogni caso un umiliante danno d’immagine per l’orgoglio del nuovo governo greco.

    A questo punto, anche se quest’ultimo episodio non è stato considerato degno di attenzione dai media tradizionali, e anche se l’indice di gradimento di Tsipras nei sondaggi sembra ancora intatto, è evidente che la percezione di chi ha seguito il dibattito sull’euro cambia radicalmente. Avevo scritto la settimana scorsa che il discrimine per valutare la trattativa era capire se si sarebbe data l’opportunità al leader di Syriza di salvare almeno la faccia: e oggi possiamo dire che non è andata così.

    Krugman scrive che alla Grecia è andata bene, solo perché «nulla di quello che è successo indebolisce la posizione greca» in vista del prossimo incontro: alla peggio tra quattro mesi saranno di nuovo al punto di oggi. Ma Krugman si sbaglia. Tsipras non doveva soltanto preoccuparsi di non uscire con le ossa rotta: secondo i suoi sostenitori (che stanno soprattutto a sinistra) avrebbe dovuto riportare almeno un piccolo successo. Avrebbe dovuto dimostrare, cioè, anche solo marcando un punto di principio, che fosse possibile quello che tutta la socialdemocrazia europea sostiene sia possibile: cambiare l’austerità per via politica, ossia trattando. La resa del premier greco segna invece la fine di questa illusione e sveglia la sinistra dal “sonno dommatico” che sia possibile una politica comune tra paesi creditori e paesi debitori.

    È evidente, infatti, che qualsiasi politica sociale a difesa del lavoro, anche se legittimata democraticamente all’interno di uno stato, si scontrerà poi con le politiche e gli interessi divergenti che hanno gli altri stati: il che significa mettere i paesi gli uni contro gli altri e, soprattutto, rendere inutile la democrazia. Se lo stremato popolo greco chiede misure sociali e vota per un governo di sinistra, questo governo non può fare nulla, perché viene messo all’angolo dai più forti rappresentanti tedeschi, che a loro volta non possono permettersi di accollare il costo del debito dei greci ai loro contribuenti.

    Il fallimento di Tsipras ha reso questo punto politico ormai irrefutabile. Ne hanno già preso atto in tanti (un articolo di Foreign Policy in pratica riprende quello che avevo scritto io due anni fa): e si è svegliata persino la sinistra italiana. In una intervista al Secolo XIX di mercoledì Stefano Fassina ha ammesso non solo che la Grecia dovrà gestire l’uscita dall’euro, ma anche che non importa se questo significa sposare la strategia della Lega Nord, perché «c’è il buon senso oltre la politica». Addirittura L’Espresso ha riportato sulla questione il parere critico di Emiliano Brancaccio e quello decisamente anti-euro di Vladimiro Giacché.

    Si tratta insomma di una svolta epocale: da oggi parlare di smantellare l’euro a sinistra non è più tabù. Il che comporta, come ha notato giustamente Alberto Bagnai, la possibilità per molti intellettuali di tornare ad esporsi sull’argomento senza paura di essere evitati in quanto berlusconiani, grillini o leghisti. Insomma, i più potranno anche non essersene accorti: ma la “cattiva strada” è segnata.

    Andrea Giannini

  • Ex mercato corso Sardegna, fra errori del passato e progetti per il futuro: verso l’incontro del 29 marzo

    Ex mercato corso Sardegna, fra errori del passato e progetti per il futuro: verso l’incontro del 29 marzo

    ex-mercato-corso-sardegna-rimozione-tettoUn mixi-expo aperto a tutte le associazioni che vogliano far sentire la propria voce sulla riqualificazione dell’ex mercato di corso Sardegna. Comincia a prendere piede l’evento organizzato dal Civ e dal Municipio III – Bassa Val Bisagno per domenica 29 marzo, anticipato pochi giorni fa sulle pagine di Era Superba. Hanno già annunciato il proprio sostegno l’associazione #riprendiamocigenova, la Facoltà di Architettura, artigiani e negozianti del quartiere, Confesercenti, Ascom e Confindustria per un appuntamento che possa restituire per un giorno gli spazi ai cittadini, far toccare con mano che cosa potrebbe succedere nel breve periodo e, soprattutto, fare finalmente una sintesi produttiva di tutte le voci, i disegni e i progetti che fin qui sono circolati attorno al futuro della struttura. «Chiunque vorrà confrontarsi con il Municipio – dice il presidente Massimo Ferrante – avrà il suo spazio, anche gli ambientalisti del Circolo Nuova Ecologia, sempre che vogliano incontrarci dato che formalmente non lo hanno mai fatto. Io non sono contrario alla partecipazione, come è stato detto da più parti, e l’organizzazione questo evento lo dimostra. Ma la partecipazione deve avvenire all’interno di alcuni parametri altrimenti non è altro che un moto perpetuo».

    Approfittando anche dell’assenza di partite di Genoa e Sampdoria quel weekend, tutto il corpo della Polizia Municipale del distretto Bassa Val Bisagno sarà impiegato a garantire la sicurezza dei cittadini: l’area prescelta non sarà con tutta probabilità quella della riqualificazione temporanea ma quella più prossima all’entrata, proprio per una questione di sicurezza.

    Tornato prepotentemente alla ribalta dopo le parole del vicesindaco Bernini che sembravano stoppare il processo di riuso a breve termine dell’ex mercato fortemente voluto dal Municipio, il tema della riqualificazione dell’imponente struttura nel cuore di corso Sardegna è tornata a far discutere questa mattina la Commissione Territorio.
    «Non esiste un progetto di Ferrante, di Crivello o di Bernini – ha ricordato l’assessore ai Lavori Pubblici, Gianni Crivello – ma semplicemente una delibera di giunta (n. 289/2003, ndr) approvata nel novembre 2013 in cui si approva il finanziamento di 500 mila euro per i lavori di demolizione di alcuni edifici non vincolati dalla Sovrintendenza e per la sistemazione provvisoria dell’area per uso temporaneo in attesa dell’intervento di riqualificazione complessiva. Si tratta, se vogliamo, di un palliativo ma è l’unica cosa che possiamo fare finché non sarà concluso il contezioso con De Eccher». Gli edifici da abbattere sono quelli, ormai famosi, che si affacciano su via Varese, la cui demolizione darebbe via libera a una nuova piazza asfaltata con la conseguente messa in sicurezza attraverso recinzioni degli edifici che si affaccerebbero sulle aree sgombrate. Una delibera, all’epoca, votata dallo stesso vicesindaco Bernini, che ultimamente si è detto invece contrario a ogni demolizione per evitare l’insorgere di nuovi problemi nella trattativa con Rizzani. Tuttavia, nel testo della delibera si legge che gli interventi di demolizione previsti “non pregiudicano i rapporti in essere con la società convenzionata Rizzani de Eccher”.

    mercato-corso-sardegna-tetto«La delibera non è certo un testo sacro – precisa Crivello – e se decidiamo di non rimuovere più quegli gli edifici, la cambieremo. Ma è da qui che deve partire il progetto di riuso temporaneo dell’ex mercato». Nello stesso documento viene anche indicato l’iter per i lavori che potranno essere attivati (con o senza demolizioni) solo una volta terminata la bonifica dell’amianto. «Abbiamo smaltito circa 100 tonnellate di amianto per poco meno di 10 mila metri quadrati – spiega Francesco Chiantia di Amiu Bonifiche – mentre altri quattro edifici sono stati incapsulati, come previsto dalla legge, altrimenti si sarebbe lasciata una parte della struttura a cielo aperto. Resterebbe da incapsulare ancora un edificio (angolo sud-est di via Varese, ndr) che non è stato toccato perché si pensava venisse demolito».

    Demolizione a cui un gruppo piuttosto nutrito di cittadini (3300 le firme raccolte finora) si è opposto presentando un progetto alternativo che mira alla conservazione di tutto il perimetro della struttura per non pregiudicare la riqualificazione definitiva: «Siamo d’accordo che l’area venga sfruttata – spiega Patrizia Conte, coordinatrice dei comitati per la salvaguardia dell’ex mercato di corso Sardegna – ma proponiamo di liberare uno spazio centrale, demolendo due piccoli edifici non vincolati e realizzando uno spazio verde con il ripristino della vecchia pavimentazione in lastroni che renderebbe permeabile la zona calpestabile, a differenza dell’asfalto».

    Ora, dunque, non resta che prendere una decisione sul da farsi. «Tutta la discussione che è nata attorno alla riqualificazione dell’ex mercato – sostiene Crivello – è frutto di una precisa scelta politica esattamente contraria all’immobilismo: così come abbiamo fatto con la previsione dei lavori dello scolmatore del Fereggiano in attesa di quello del Bisagno, cerchiamo di trovare una soluzione intermedia che possa andare incontro alle richieste dei cittadini. Certo, non tutti saranno d’accordo, ma tra i compiti dell’amministrazione, dopo aver ascoltato ed essersi confrontata con tutti, c’è quello di fare sintesi e assumere delle decisioni».

    «A me non interessa tanto se e quali edifici verranno demoliti – commenta il presidente Ferrante – ma piuttosto che si avvii finalmente quel processo di riappropriazione del luogo da parte dei cittadini. Non ci troveremmo in questa situazione se nel 2009 si fosse accelerato l’avvio dei lavori perché l’alluvione avrebbe comportato vincoli più stringenti alla Rizzani e non la rinuncia al progetto che costerà un sacco di soldi ai cittadini. Certo, personalmente sarei favorevole alla demolizione degli edifici previsti dalla delibera perché si creerebbe finalmente una comunicazione diretta tra piazza Martinez e corso Sardegna, ma è il Comune che deve decidere». Un po’ di coltello dalla parte del manico resta, però, anche nelle mani del Municipio dato che, se il processo di restituzione di uno spazio pubblico ai cittadini dovesse ulteriormente tardare, Ferrante potrebbe rivolgere altrove (rifacimento di Piazza Martinez) i 50 mila euro di bilancio impegnati. A quel punto, al Municipio resterebbe soltanto il risanamento conservativo della facciata su corso Sardegna, compresa la rimozione dei ponteggi ormai non più in sicurezza, mentre la palla per la gestione della struttura tornerebbe tutta sulle spalle del Comune.

    Il quadro, insomma, resta ancora molto incerto o, quantomeno, bloccato e potrebbe restarlo almeno ancora fino all’evento di fine marzo. Nel frattempo, però, dell’ex mercato di corso Sardegna si tornerà a parlare con tutta probabilità nei prossimi giorni, quando in Consiglio comunale si discuterà l’approvazione del nuovo Puc, in cui le destinazioni previste per l’area restano le stesse che avevano dato il via libera alla presentazione del project financing di Rizzani – De Eccher che tanto aveva fatto discutere anche prima del suo stop definitivo.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Genova, qualità dell’aria: monitoraggio delle sostanze inquinanti, un sistema da potenziare?

    Genova, qualità dell’aria: monitoraggio delle sostanze inquinanti, un sistema da potenziare?

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    foto di Daniele Orlandi

    Qualche settimana fa la trasmissione “L’aria che tira” in onda su La7 (guarda il servizio) aveva lanciato un allarme che ben presto ha fatto il giro della città: la scuola a maggior rischio inquinamento d’Italia si troverebbe a Genova. L’edificio in questione è l’Istituto comprensivo Staglieno di via Lodi, che ogni giorno è frequentato da circa 600 alunni e che già più volte è balzato ai tristi onori della cronaca per le vicende che coinvolgono quest’angolo particolarmente trafficato della Val Bisagno, tra la rimessa Amt Guglielmetti, la sede della Ricupoil, il progetto di Coop Talea e i miasmi della Volpara.

    Il tema è stato ripreso la scorsa settimana in Consiglio comunale da Claudio Villa (PD) che ha interrogato l’assessore all’Ambiente, Valeria Garotta, sulla veridicità dei fatti riportati dalla trasmissione. «Le centraline di corso Europa e corso Buenos Aires, che sono le più vicine all’area interessata e che misurano il livello degli inquinanti (ossido di azoto, monossido di carbonio, polveri sottoli e benzene) contenuti nell’aria si sono attestati all’interno dei limiti di legge. Qualche anno fa era stato fatto un rilevamento ad hoc di alcuni inquinanti in Val Bisagno ma anche questo aveva dato esito negativo. Conosco bene la difficile convivenza della zona con la rimessa Amt e altre attività industriali piuttosto invasive e, proprio per questo, stiamo pensando ad alcuni progetti a beneficio della scuola di via Lodi da finanziare con i prossimi Pon (Fondi strutturali europei, NdR) dedicati all’edilizia scolastica».

    Ma com’è possibile che, se parliamo di Val Bisagno, il rilevatore della qualità dell’aria preso a riferimento sia quello di corso Buenos Aires? Possono davvero essere considerati attendibili questi dati che riguardano un elemento per sua natura così volubile?

    «Se una trasmissione allarma un quartiere e una città – ha replicato il consigliere Villa – l’amministrazione deve essere in grado di rispondere tempestivamente all’emergenza monitorando la qualità dell’aria specificatamente nel punto critico, in tempi brevi e rendendo pubblici i dati. Perché se la situazione fosse davvero così critica, la scuola sarebbe da chiudere».

    Il sistema di monitoraggio della qualità dell’aria a Genova

    qualita-ariaLo spunto offerto dall’attualità risulta molto utile per provare a fare un po’ di chiarezza sul sistema di rilevamento e monitoraggio della qualità dell’aria che ogni giorno respiriamo e dell’inquinamento atmosferico cittadino. La legge attribuisce alla Regione la responsabilità di organizzare la rete di rilevamento dei dati inquinanti attraverso la predisposizione sul territorio di una serie di postazioni fisse in grado di monitorare la qualità dell’aria su aree ampie. Queste aree vengono selezionate a seconda della particolare rilevanza e omogeneità di caratteristiche relative al traffico, al fondo urbano e a presenze industriali significative. La rete di rilevamento della qualità dell’aria, dunque, non si occupa di norma di problemi specifici e puntuali legati a una particolare via cittadina: ecco perché, allora, per rispondere alla domanda sull’inquinamento di via Lodi l’assessore Garotta ha fatto riferimento ai dati raccolti dalla centralina di corso Buenos Aires. Il monitoraggio viene definito su una scala superiore e non è dedicato a problemi specifici.

    La gestione delle stazioni collocate nel territorio genovese spetta alla direzione Ambiente, Ambiti Naturali e Trasporti dell’ex Provincia di Genova ora Città Metropolitana, che ogni giorno si occupa di rilevare i dati sulla qualità dell’aria e riferirli alla Regione che ha il compito di raccoglierli e renderli pubblici.

    Attualmente la rete è in fase di ristrutturazione. Nel Comune di Genova le postazioni previste sono 11 (corso Buenos Aires, corso Europa – via S. Martino, corso Firenze, Multedo – via Ronchi, Multedo – villa Chiesa, Acquasola, Quarto, via Buozzi, Bolzaneto – via Pastorino, Sestri Ponente – via Puccini, Cornigliano – piazza Masnata) mentre altre 9 completano il quadro provinciale. Almeno un paio di stazioni, tuttavia, verranno dismesse perché ritenute non più significative dal Piano regionale di risanamento e tutela della qualità dell’aria e per i gas serra: secondo le informazioni in nostro possesso si tratterebbe dei rilevatori di piazza Masnata (Cornigliano), di cui già attualmente non risultano essere più pubblicati i dati quotidiani, e via Puccini (Sestri Ponente) mentre dovrebbe nascerne uno nuovo sulle alture di Pegli.

    «Ogni postazione – ci spiegano i tecnici – ha una serie definita di parametri da misurare a seconda della collocazione. Ad esempio, ci sono quelle dedicate alle tipiche sostanze da traffico (benzene, PM10, PM2,5, monossido di carbonio), il biossido di azoto che viene monitorato ovunque, l’ozono a cui è dedicata una rete specifica di rilevamento distante dalle fonti di inquinamento primarie (a Genova è misurato a Quarto, all’Acquasola e in corso Firenze) e il biossido di zolfo, di particolare interesse nelle postazioni industriali così come il PM10 e il PM2,5».

    Fin qui il quadro delle postazioni fisse, che vanno mantenute per ottemperare alla normativa e rispondere agli obblighi verso lo Stato e la Comunità europea. In aggiunta a ciò e compatibilmente con le quasi nulle risorse disponibili, la Città Metropolitana ha la possibilità di predisporre alcune campagne di monitoraggio ad hoc attraverso stazioni mobili utili per il rilevamento di dati nel dettaglio o per coprire vuoti lasciati dalla rete regionale qualora fosse necessario approfondire una situazione potenzialmente critica. «Ultimamente – raccontano i tecnici – abbiamo progettato una campagna dedicata a Pra’ e speriamo di poterla mettere in atto, mentre nel passato ne abbiamo realizzate a Borzoli, in una situazione molto delicata per il traffico e il continuo passaggio di Tir, e a Rapallo sulla litoranea di collegamento con Santa Margherita».

    Perché non predisporre un monitoraggio speciale anche per la scuola di via Lodi o, comunque, più in generale, per la Val Bisagno? «Intanto – spiegano dalla direzione Ambiente della Città Metropolitana – ci vogliono le risorse: un tempo avevamo quattro postazioni mobili, ora al massimo potremmo garantire due campagne contemporanee. Naturalmente, se ci sono zone con obiettivi sensibili o magari tanti cantieri concentrati, cerchiamo di intervenire in maniera sistematica. Ma, ad esempio, dei dati di via Lodi siamo venuti a sapere anche noi tramite i media: nessuno ci ha chiesto nulla e le eventuali informazioni raccolte non sono arrivate dai rilevatori ufficiali che, invece, non hanno riscontrato alcuna anomalia seppure su una scala più ampia».

    Quindi si tratta solo di congetture giornalistiche? «Non sappiamo come abbiano raccolto queste informazioni – proseguono i tecnici – potrebbe trattarsi di rilevamenti eseguiti “fai-da-te-“. Oltre alla rete pubblica regionale, infatti, esistono altri piani privati di monitoraggio della qualità dell’aria, ad esempio legati a grandi cantieri».

    Oltre ai dati quotidiani, ogni anno la Regione effettua una valutazione dei livelli di concentrazione degli inquinanti e fornisce una relazione sulla qualità dell’aria. Come sta, dunque, l’aria di Genova? «Non stiamo malissimo rispetto alle altre Città Metropolitane con cui ci confrontiamo, come Torino e Milano che devono quotidianamente affrontare problemi di PM10 e PM2,5. I superamenti di questi due parametri del particolato a Genova sono limitati e sporadici e, comunque, i livelli annuali restano all’interno dei limiti di legge». Più critica, invece, la situazione che riguarda il biossido di azoto (NO2) e l’ozono (O3): «I limiti di qualità dell’aria per questi parametri vengono superati quasi sistematicamente – ammettono gli addetti della Città Metropolitana – ma è un problema che condividiamo non solo con tutta l’Italia ma anche con buona parte dell’Europa». La soluzione consisterebbe in una revisione del Piano regionale al fine di prevedere azioni specifiche di contenimento per questi elementi ma si tratta di azioni piuttosto complesse. «Stiamo parlando – ci spiegano i tecnici – di inquinanti secondari come, in parte, PM10 e PM2,5: ciò significa che sono il prodotto di complicati meccanismi di reazione e trasformazione di altri inquinanti primari. È un tipo di inquinamento che, con buona probabilità, troviamo qui ma che è stato prodotto altrove. Per questo è più difficile incidere su una sua limitazione: se, infatti, voglio agire sul benzene che è tipicamente un agente inquinante primario, basta che diminuisca il traffico, in questo caso invece non posso risalire a una causa unitaria». Insomma, almeno per il momento sembra ci si debba accontentare del mal comune, mezzo gaudio.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Ponte Carrega, Val Bisagno: il Comune conferma che il bene storico non verrà demolito

    Ponte Carrega, Val Bisagno: il Comune conferma che il bene storico non verrà demolito

    Ponte CarregaLa demolizione di Ponte Carrega è scongiurata. Lo afferma, per la prima volta ufficialmente, l’assessore ai Lavori pubblici Gianni Crivello, dando parere favorevole alla mozione presentata in Consiglio comunale dal consigliere del Gruppo Misto, Franco De Benedictis. Il documento, approvato all’unanimità dai 28 consiglieri presenti al momento del voto, giaceva in coda da due anni e mezzo: la mozione era, infatti, stata presentata a novembre 2012 ma solo ieri è stata discussa in Sala Rossa. «Se in tutto questo tempo l’oggetto della mozione non è stato superato – ha detto De Benedictis, illustrando la sua richiesta – significa che la situazione è davvero grave. Occorre veramente abbattere Ponte Carrega per mettere in sicurezza il Bisagno? Chiedo che la giunta faccia chiarezza una volta per tutte».

    Costruito nel 1788, Ponte Carrega è uno dei ponti storici di Genova, nato per volontà degli abitanti di Montesignano per consentire il passaggio dei carri tra le due sponde del Bisagno. Sedici arcate che lasciavano sfogare il torrente in tutto il suo impeto. Testimone di un tempo che non c’è più, questo angolo di Valle che vide il Genoa vincere i suoi primi scudetti a cavallo tra il XIX e il XX secolo, negli anni 20 del ‘900 subì un’importante opera di rivisitazione che ridusse a sei le arcate per consentire il restringimento degli argini del Bisagno.

    «Assieme al Rosata e Sant’Agata – ha proseguito De Benedictis – si tratta di uno dei tre ponti costruiti nel ‘700, che va tutelato e salvaguardato. Si era parlato di un suo abbattimento ma se è un bene storico, una legge del 2004 ne impedisce la demolizione e, anzi, ci pone l’obbligo di garantirne la sicurezza e la conservazione».

    «I manufatti storici – ha ribadito la consigliera di Lista Doria, Barbara Comparini, facendo ovvio riferimento al percorso di approvazione del nuovo Puc che sta giungendo ai suoi ultimi passaggi – fanno parte della nostra cultura e la loro salvaguardia e possibilmente valorizzazione deve essere tenuta ben presente nella progettazione della città di oggi e di domani».

    La risposta della giunta, come detto, è arrivata da Crivello: «Già nel recente passato – ha detto l’assessore ai Lavori pubblici – era stata avviata una soluzione progettuale che andava nella direzione della salvaguardia del ponte, attraverso una serie di interventi strutturali sui pilastri e nelle sottomura. Tuttavia, i parametri idraulici del Bisagno pre-finanziamento dello scolmatore (il riferimento è al Piano Nazionale 2014/2020 contro il dissesto idrogeologico con cui il governo si è impegnato a stanziare quasi 380 milioni per il territorio genovese, ndr) potevano ancora lasciar prevedere l’abbattimento di Ponte Carrega». Poi ci ha pensato l’ultima alluvione a rimettere tutte le carte in tavola. «La previsione dei finanziamenti per lo scolmatore e, quindi, la sostanziale revisione dei progetti di messa in sicurezza del Bisagno – ha precisato Crivello – hanno fatto venir meno la necessitò di demolire Ponte Carrega per motivi idraulici, spostando la briglia del torrente più a monte rispetto al ponte stesso».

    Ombelico della Valle nel passato, Ponte Carrega continua a far parlare molto di sé anche ai nostri giorni. Attorno a questo punto di riferimento, infatti, si raccoglie una comunità (l’attivismo dei cittadini ha fatto sì, tra le altre cose, che Ponte Carrega venisse nominato tra i luoghi del cuore Fai nel 2012 e nel 2014) molto preoccupata per le vicende industriali che interessano il quartiere: dalla rimessa Amt al progetto di Coop Talea, dal nuovo centro commerciale Bricoman al deposito di Ricupoil, fino ai previsti interventi di Amiu della Volpara.

    «Prendiamo atto con soddisfazione della posizione della giunta espressa dall’assessore Crivello – commenta Fabrizio Spiniello, portavoce dell’associazione Amici di Ponte Carrega – perché si tratta di un primo atto formale dopo una serie di indiscrezioni ufficiose arrivate negli ultimi tempi dalla Sovrintendenza e dagli uffici della Mobilità. Fino a ieri, dunque, la nostra posizione era diversa ma continueremo comunque a vigilare anche perché vogliamo vedere quale sia realmente il progetto di risistemazione del ponte in confronto agli studi che abbiamo portato avanti con il Politecnico di Milano». Vinta la battaglia ma non la guerra, l’attenzione dei cittadini si potrà concentrare ora su un altro tema scottante per la vallata: la riqualificazione dell’area ex Guglielmetti. E proprio alla Valbisagno e alla partecipazione dei cittadini nei processi di riqualificazione della città sarà dedicato un convegno organizzato dagli Amici di Ponte Carrega il prossimo 27 marzo a Palazzo Ducale.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Mafia alla Maddalena? No, grazie! Cittadini e commercianti contro le mafie, il nostro reportage

    Mafia alla Maddalena? No, grazie! Cittadini e commercianti contro le mafie, il nostro reportage

    salita-quattro-canti-genova-via-maddalenaPartendo dal momento di massima visibilità che ha avuto la Maddalena nei mesi scorsi in seguito all’iniziativa #lamafianonè (che consiste in un semplice autoscatto con i negozianti o con i prodotti acquistati da diffondere sui social network tramite l’hashtag #lamafianonè terminando la frase), vogliamo fare il punto della situazione di un quartiere che da anni si racconta e agisce con dignità e coesione. Abbiamo percorso i caruggi e parlato con chi nel cuore della città vive e ha attività commerciali. Un racconto che si è arricchito ad ogni nuovo incontro, i cittadini del sestriere sono come tanti piccoli pezzi di un unico puzzle.

    L’inchiesta integrale è pubblicata sul numero 58 di Era Superba (dove trovare la rivista). Sostenendo Era Superba puoi ricevere ogni uscita direttamente a casa o sulla tua email (qui maggiori informazioni).

    «L’iniziativa è prima di tutto un’operazione pubblica, di apertura, l’affermazione della volontà di un’auto-formazione collettiva del quartiere sul tema, per contrastare le mafie bisogna partire da una consapevolezza collettiva – ci racconta Silvia Melloni di ARCI Genova– l’idea è stata quella di partire dal “basso”, dagli esercizi commerciali, di fare qualcosa in senso positivo e così è nata #mafianonè». I genovesi più attenti sanno che la Maddalena è da ormai diversi anni un quartiere molto attivo, forse il luogo di maggior fermento della nostra sopita città grazie al lavoro quotidiano di associazioni e cittadini. Da anni tra questi caruggi esistono più percorsi che vanno nella stessa direzione e di pari passo. L’iniziativa di cui sopra con hashtag e selfie ha unito ad oggi un gruppo numeroso (più di 30) di esercizi commerciali e, oltre ai volti della politica che si sono “esposti”, è stato firmato un disciplinare, un codice etico sul rispetto dei diritti di chi lavora nel quartiere per il contrasto alle mafie.

    «La cosa positiva che sta succedendo in queste settimane è che abbiamo trovato il modo giusto di mettere in luce un tema importante e delicato – sottolinea Andrea Piccardo titolare di Mielaus e vice presidente del CIV – è la risposta pubblica di un movimento cittadino che già esisteva e che ha incontrato il sostegno delle istituzioni, che conoscevano già il problema e che insieme hanno deciso di metterci la faccia. Non vanno però confusi i due piani, quello sociale e quello istituzionale, uno di sollecitazione, l’altro politico che dovrebbe agire istituzionalmente».

    La mafia alla Maddalena

    In questo racconto non vogliamo fare gli investigatori, ma un po’ di segnali chiari li abbiamo raccolti. Oltre a questi ci sono delle verità giudiziarie, delle sentenze definitive che testimoniano la presenza di 97 beni confiscati alla mafia ovviamente non solo alla Maddalena ma in tutta la città di Genova. La sentenza Canfarotta (confisca definitiva, in virtù della normativa antimafia di beni alla singola famiglia da decenni attiva a Genova ndr), ad essi legata, è la prima in Liguria a confermare con le sue condanne la presenza della mafia nella nostra regione. Tuttavia quella dei beni confiscati in Liguria è una situazione ancora in via di definizione (qui l’approfondimento).

    Le attività in cui sono coinvolte le famiglie mafiose presenti alla Maddalena, mirano a mantenere lo status quo attuale. Ovvero un sistema ben radicato che buona parte degli abitanti conoscono, un sistema che lavora quotidianamente per rimanere in piedi e soprattutto nel silenzio più assoluto. In alcuni casi, se è loro tornaconto, aiutano economicamente attività commerciali in difficoltà. «Qui c’è l’interesse a mantenere lo status quo, l’economia va benissimo e non c’è interesse a far troppo casino. È presente una “direzione” che se ne sta dietro le quinte – raccontano dal Manena Hostel – ad esempio, non ha interesse a venire qui al Manena e minacciarci e sta anche qui la difficoltà di fare percepire la complessità della realtà che esiste, del sistema e del suo funzionamento».

    È innegabile che le istituzioni siano al corrente della presenza ormai radicata della criminalità organizzata. Tutte le persone con cui abbiamo parlato raccontano le istituzioni come presenti e l’averci messo la faccia con l’iniziativa #lamafianonè diventa automaticamente ossigeno per il quartiere; ma il motore è sempre la gente della Maddalena, le istituzioni rispondo a richieste che partono dal basso e che finiscono per “tirare per la giacchetta” i politici, che hanno risposto, hanno capito e aderito. È iniziato un percorso che non può che proseguire sulla strada tracciata. «È chiaro che ci dovranno essere azioni future – racconta Daniela Vallarino presidente del Civ – noi abbiamo cercato di sensibilizzare la città sul fatto che esiste alla Maddalena, e non solo, un insediamento mafioso da decine e decine di anni. È un fenomeno molto antico. Non è una situazione con cui è possibile convivere, ha un peso molto grande. Sono costi sociali che poi si tramutano in degrado sociale perché la criminalità che è sul territorio non è sganciata da questa fenomenologia, anzi a volte è supporto o braccio e manovalanza di chi dirige i fili».

     

    Claudia Dani

    L’inchiesta integrale sul numero #58 di Era Superba

  • Eurogruppo, il “gioco del pollo”: chi ammetterà per primo che la Grecia deve uscire dall’euro?

    Eurogruppo, il “gioco del pollo”: chi ammetterà per primo che la Grecia deve uscire dall’euro?

    grecia-europaL’Europa è una montagna che continua a partorire topolini. Abbiamo atteso l’esito dell’incontro dell’Eurogruppo, che doveva essere decisivo per le sorti della Grecia, solo per ritrovarci tra le mani l’ennesimo nulla di fatto. Le aspettative erano tante. Avevamo detto che il potere negoziale di Tsipras è basso, perché il premier greco non ha il sostegno politico interno per minacciare l’uscita del suo paese dall’euro; purtuttavia la proclamata inflessibilità tedesca, smaniosa di non concedere alle “cicale” del sud neppure il gol della bandiera, poteva anche non lasciare ai greci altra scelta. La questione, dunque, era questa: i tedeschi avrebbero spinto tutto l’Eurogruppo a prendersi la responsabilità di cacciare fuori la Grecia, oppure Tsipras avrebbe ottenuto almeno qualche piccola concessione per non perdere la faccia di fronte al proprio elettorato e per tenere in piedi la baracca un altro po’?

    Lo dichiarazione finale non ha sciolto il nodo. Al di là delle belle intenzioni e degli ennesimi rinvii (tra lunedì prossimo e il mese di aprile si dovrebbe ridiscutere il programma di riforme), il documento contiene due riferimenti di segno opposto: da un parte si insiste sulla linea di una precedente dichiarazione dell’Eurogruppo (quella del novembre 2012, che contiene la famosa soglia del 4,5% di surplus primario, cara alla Germania), mentre dall’altra si fa riferimento alla “prevista flessibilità” (che permetterebbe ai greci di richiedere qualche “sconto di pena”). Questa ambiguità lascia le due parti libere di perseguire le proprie rivendicazioni: e dunque la questione principale rimane aperta.

    Eppure non tutto è esattamente come prima. I rinvii, da un lato, sono il marchio di fabbrica della politica di Bruxelles, perché permettono ai vari governi di tastare il polso del loro elettorato, conformemente al famoso “metodo Juncker”:

    [quote]Prendiamo una decisione, poi la mettiamo sul tavolo e aspettiamo un po’ per vedere che succede. Se non provoca proteste né rivolte, perché la maggior parte della gente non capisce niente di cosa è stato deciso, andiamo avanti passo dopo passo fino al punto di non ritorno».[/quote]

    In quest’ottica l’ulteriore tempo guadagnato permetterebbe alla Merkel di capire come l’opinione pubblica tedesca reagirà all’idea che ai greci possa essere concessa un po’ di “flessibilità”.

    Dall’altro lato, tuttavia, se pensiamo all’ostinazione fin qui dimostrata da parte del ministro delle finanze Wolfgang Schäuble, potremmo anche pensare che i rinvii non servano tanto a decidere cosa fare, ma come. In questo senso il famoso gioco del pollo e la game theory, di cui è esperto il ministro greco Yanis Varoufakis, non servirebbero a stabilire chi per primo cederà alle condizioni del rivale; ma chi si prenderà la responsabilità di dire che la Grecia deve uscire dall’euro.

     

    Andrea Giannini

  • L’Acanto e le erbe ornamentali: realizzare cassette, contenitori o vasconi originali

    L’Acanto e le erbe ornamentali: realizzare cassette, contenitori o vasconi originali

    2013-04-27 11.47.21Questa settimana forniremo un esempio particolare di come si possa realizzare una cassetta o un contenitore, diversi dal solito, mediante l’impiego di una particolare varietà di pianta, poco conosciuta ed utilizzata assai di rado in Italia.
    Ho recentemente avuto modo, in viaggio, di vedere realizzato un immobile (vedi immagine accanto), adibito a locale, che ha sfruttato in modo interessante ed innovativo l’elemento vegetale. La struttura esterna dell’edificio era in ferro e metallo dipinti di colore grigio scuro opaco, nel quale si inserivano finestre ed aperture in semplice cristallo. Tutto l’insieme era quindi estremamente lineare, moderno e dal taglio molto “pulito”. Affacciandosi il locale su una strada in discesa ed essendo esso realizzato su due diversi livelli, vi era una balaustra, sempre in ferro laccato di colore scuro, di delimitazione tra l’edificio e la via in salita. Il progetto architettonico ed il predetto dislivello erano stati, a mio avviso, sapientemente completati e valorizzati a mezzo dell‘impiego di numerosi grandi vasconi e di vaschette poste sulle finestre e riempite con varie essenze vegetali, attentamente scelte.
    Nella parte posta in prossimità della porta di accesso al locale, era stato inserito un contenitore in cui era stata fatta crescere una pianta di edera rampicante verde scuro, dalle fogli coriacee e lucide. Lungo la balaustra in ferro si susseguivano, invece, numerose vasche in cui erano state collocate e fatte sviluppare varie tipologie di piante dalle foglie di colorazioni grigio-verdastre e verde chiaro, molto frammiste tra loro. I loro colori sottolineavano quindi le scelte architettoniche dell’edificio e valorizzavano la palette chromatique dell’insieme. Tutti i contenitori erano stati attentamente ubicati, erano anch’essi in lega metallica e dalle forme estremamente semplici e lineari. Di particolare interesse erano poi i vasconi, collocati su tutte le finestre del locale, dalla forma rettangolare e di colore grigio ferro. Questi ultimi si inserivano perfettamente nel contesto moderno e nell’insieme del progetto. La scelta più riuscita consisteva però, a mio avviso, proprio nella varietà di piante (unica e ripetuta in tutte le vasche) scelta per completare il locale. Nel caso di specie, anziché riprodurre lo schema variegato ed articolato di essenze presente alla base della balaustra, si era optato per l’inserimento di soli e scultorii ciuffi di acanto (Acanthus mollis).

    2013-06-11 19.51.55 jLa pianta in questione è estremamente elegante e lineare, le sue foglie sono infatti quelle tipicamente utilizzate nell’architettura greca classica e sono proprio quelle che compaiono sul capitello corinzio. Esse sono lunghe, lanceolate, profondamente frastagliate e dentellate e dipartono, tutte, da un lungo gambo coriaceo.
    I colori della pianta sono poi molto uniformi e si compongono di un verde scuro, luminoso, intenso e lucido, dalle striature argentee. Gli apici terminali delle foglie sono appuntiti, con piccole spine grigie chiare. Il portamento del cespuglio è molto elegante e regolare. Essa si adatta perfettamente al clima mediterraneo ed è estremamente frugale nelle esigenze di crescita. A fine maggio, prima metà di giugno, i cespi producono poi numerose infiorescenze di grandi dimensioni (anche superiori al metro di altezza) che si ergono, alti, al di sopra delle foglie coriacee. La loro forma ricorda quella delle bocche di lupo, ossia lunghe spighe verdastre, con numerosi fiori bianco-argentei. Come si evince dalla descrizione, la pianta risulta estremamente semplice ma, al tempo stesso, molto sofisticata ed adattissima a contesti moderni e lineari, quale quello appena descritto.

    L’insieme complessivo, dato anche dal ripetersi delle vasche, tutte identiche tra loro e quindi tali da determinare un’idea di dilatazione dello spazio, risultava estremamente soddisfacente. Ad un occhio attento il progetto e la scelta delle piante appariva attentamente studiato, a mezzo di un brillante impiego sia di scelte cromatiche, che di essenze vegetali che di volumi. L’esempio dimostra davvero come la natura possa diventare parte integrante di un progetto e possa anzi esserne l’elemento caratterizzante. Una sola pianta, dalle forme scultoree e, al tempo stesso, dalle minime esigenze colturali può infatti diventare il punto focale di una intera realizzazione.

    Acorus Gramineus (Ogon) FRONT, Festuca Glauca (Elija Blue) LEFT, Imperata Clindrica (Red Baron) REARPer completezza, devo dire di avere visto raggiungere analoghi risultati anche tramite l’utilizzo di un altro insieme di piante, in particolare le c.d. “erbe ornamentali”, tra cui: Achnatherum calamagrostis, Acorus Gramineu, Ampelodesmos mauritanicus, Anemanthele lessoniana, Calamagrostis brachytricha, Helictotrichon sempervirens, ecc…

    Queste ultime posso apparire, ai non esperti, quasi delle semplici varietà di normale erba. I loro colori, le loro forme, lo sviluppo regolare e compatto dei loro cespugli, le spighe che producono nonché le necessità idrico, colturali bassissime le rendono però estremamente adatte all’inserimento in progetti architettonici ed in contesti moderni. Sui terrazzi di New York, in vasconi a Cape Town come lungo i docks di Anversa, crescono, apparentemente spontanei, cespugli di spighe verde-brunastro, verde-giallastro o verde-biancastro in grado di spiazzare completamente l’osservatore. Difficilmente egli potrebbe infatti aspettarsi che dei ciuffi, seppur adeguatamente disposti, di semplice “erba” possano cambiare completamente l’immagine di una terrazza di una metropoli o il fronte mare di un moderno porto commerciale!

    Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano

    stampa stemma piccolo

    Per informazioni: ema_v@msn.com

  • Ex Mercato Corso Sardegna, doccia fredda da Tursi: no alle demolizioni, progetto da rivedere

    Ex Mercato Corso Sardegna, doccia fredda da Tursi: no alle demolizioni, progetto da rivedere

    Mercato Corso SardegnaIl progetto di riqualificazione temporanea dell’ex mercato di corso Sardegna rischia di subire una brusca frenata. Le parole pronunciate dal vicesindaco nel corso dell’ultima seduta di Commissione dedicata al nuovo Puc, suonano come un “fermi tutti” alla realizzazione della nuova piazza pubblica che si ricaverebbe dalla demolizione di due edifici affacciati su via Varese e non vincolati dalla Sovrintendenza.
    «Normare oggi quell’area in modo diverso – ha detto Bernini in Sala Rossa – avrebbe un effetto non positivo su una fase delicatissima di una trattativa che il Comune sta cercando di chiudere con un gruppo privato che deve essere indennizzato perché non può più realizzare il progetto per il quale si era aggiudicato un bando pubblico. Sono personalmente convinto che l’ex mercato possa essere valorizzato senza incidere con grossi interventi di modifica sulla struttura, seguendo l’esempio di altri grandi paesi europei per spazi simili. Ma questo tipo di progettazione può partire solo il giorno dopo che avremo chiuso la vertenza in atto»

    L’immediata conseguenza, dunque, sembrerebbe uno stop definitivo al progetto fortemente voluto dal presidente del Municipio, Massimo Ferrante, in accordo con il Civ e finora sostenuto anche dall’assessore ai Lavori Pubblici, Gianni Crivello. Secondo il vicesindaco, l’intera area sarebbe intoccabile fino alla chiusura (praticamente raggiunta a livello informale) dell’accordo con il gruppo Rizzani de Eccher, il colosso friulano dell’edilizia che si era aggiudicato l’appalto per la riqualificazione dell’intero ex mercato ma che, in seguito all’alluvione del novembre 2011, ha visto porre vincoli fortemente ridimensionanti al progetto iniziale tanto da rinunciarvi e chiedere un copioso indennizzo al Comune (dalle casse di Tursi potrebbero uscire oltre 2 milioni di euro, molto meno degli 11 chiesti come dall’azienda ma, comunque, una cifra di tutto rilievo in tempo di bilanci in crisi). Tutt’al più, lascia intendere Bernini, potrebbero essere demoliti un paio di edifici nella zona sud che non corrispondono però all’idea portata avanti dal Municipio.

    mercato-corso-sardegna-2008-d1Il vicesindaco ha anche liquidato negativamente la richiesta della consigliera di Lista Doria, Barbara Comparini, di prevedere nel nuovo Puc un cambio destinazione d’uso per gli spazi dell’ex mercato, che possa essere già vincolante per la riqualificazione complessiva. «Nel nuovo piano urbanistico – spiega Stefano Lanzarotto del Comitato contro la cementificazione di Terralba – per quanto riguarda corso Sardegna sono state previste le stesse norme del Puc precedente, quelle cioè che avevano consentito alla Rizzani de Eccher di presentare il proprio progetto. Eppure tutto ciò contrasta con il piano di bacino e le norme regionali che hanno portato all’annullamento dell’appalto e alla vertenza ben nota. Che cosa sta facendo il Comune? Va contro fonti legislative sovraordinate o sta preparando il terreno per una futura nuova speculazione edilizia?» .

    Sarebbero già tre i gruppi di architetti interessati a subentrare nella riqualificazione definitiva della struttura, che non prevedrebbe alcuna demolizione e vorrebbe restituire alla città uno spazio in pieno stile liberty. Qualcosa di simile rispetto a quanto disegnato dai cittadini che, assieme al circolo Nuova Ecologia di Legambiente e al coordinamento dei gruppi per la riqualificazione di corso Sardegna, avevano raccolto circa 3 mila firme per manifestare il proprio dissenso rispetto al progetto del Municipio, proponendo per contro la conservazione totale del perimetro esterno dell’ex mercato e l’apertura all’uso pubblico dell’area interna attraverso la realizzazione di un’ampia zona verde, con fonti d’acqua e un polo ludico aggregativo per il quartiere.

    Le forti parole di critica rilasciate a Era Superba da Ferrante qualche settimana fa proprio a tal proposito («Sono firme raccolte con l’inganno») hanno lasciato il segno. «Il progetto di Ferrante – commenta Stefano Lanzarotto – non ristruttura l’ex mercato ma lo deturpa non rendendo più usufruibile l’intero stabile per una definitiva riqualificazione futura. Mentre il nostro progetto, che avrebbe gli stessi costi di quello del Municipio, si avvicina molto alla posizione del vicesindaco».

    La questione, comunque, è ancora del tutto aperta e sarà affrontata nei prossimi giorni nel corso di un’apposita seduta di Commissione. Anche perché l’assessore ai Lavori Pubblici, Gianni Crivello, ha più volte assicurato che il mercato non resterà vuoto ancora a lungo. D’altronde, a questo scopo sono state accantonate risorse importanti del bilancio comunale: 500 mila euro per una riapertura parziale e temporanea di alcuni spazi, oltre ad altri 200 mila euro impiegati per la rimozione o l’incapsulamento delle parti in amianto. E anche il Municipio ci ha messo del suo con 100 mila euro stanziati per il risanamento conservativo della facciata e altri 50 mila pronti per la riqualificazione futura.

    La sensazione è che un punto di incontro, quantomeno tra le diverse anime istituzionali, possa essere trovato in una rivisitazione del progetto del Municipio, lasciando perdere qualsiasi demolizione: «Così facendo – specifica Crivello – la realizzazione del progetto portato avanti da Ferrante non pregiudicherebbe alcuna ipotesi di project futuro sull’intero edificio e potrebbe essere realizzata anche in attesa della chiusura dell’accordo con la Rizzani de Eccher». Insomma, la regia del progetto, con i giusti correttivi, resta al Municipio. «L’obiettivo – conclude l’assessore ai Lavori Pubblici – è quello di restituire ai cittadini uno spazio pubblico, possibilmente con del verde, nel più breve tempo possibile. Vedremo se sarà il caso di pensare a una fase di progettazione partecipata. Ma che cosa fare lì dentro lo decide il Municipio». Ed è proprio questo che sembra preoccupare il vicesindaco Bernini, dal cui assessorato all’Urbanistica dipendono tutte le eventuali autorizzazioni a procedere.

     

    Simone D’Ambrosio

  • La foto sulla schiena: corso base di fotografia ai Giardini Luzzati

    La foto sulla schiena: corso base di fotografia ai Giardini Luzzati

    fotografiaLa foto sulla schiena è il corso base di fotografia tenuto dalla fotografa Giusi Lorelli in programma presso i Giardini Luzzati a partire dal 23 febbraio.

    Il corso è aperto a tutti coloro che intendono imparare a fotografare con maggiore consapevolezza e verte sugli aspetti tecnici e stilistici della fotografia, con un interesse particolare al lavoro di alcuni grandi maestri e alle principali correnti dal 900 ad oggi.

    Ciascuna lezione sarà divisa in due parti, la prima si concentrerà di volta in volta sui principi fondamentali della pratica (luce, esposizione, obiettivi, attrezzatura da studio ecc.) e la seconda sulla discussione di grandi opere del passato e contemporanee, commentandone insieme gli elementi strutturali, i punti di forza e il contesto in cui sono state prodotte, tentando così di scoprire, sulle orme di chi ci ha preceduto, quali siano le molteplici strade che si possono percorrere in fotografia. Saranno inoltre previste due lezioni pratiche. Tra le nozioni tecniche che saranno acquisite, uno spazio importante verrà dedicato alle tecniche di sviluppo digitale, fotoritocco e relativi software.

    Giusi Lorelli vive e lavora a Genova. La sua ricerca espressiva parte dal ritratto di strada e dal reportage e negli ultimi anni si orienta sensibilmente verso le tecniche di postproduzione digitale, trovando nelle opere di Dave Hill, Andrzey Dragan e Jill Greenberg nuovi motivi di ispirazione. Tra i suoi principali lavori fotografici: Toros de Lidia (Pamplona 2009), Dell Alba e del Mattino (Italia 2011), 24h en Barcelona (Barcellona 2012), Paris Gris (Parigi 2012), Studi 2012, Gemelli: il Maschio e la Femmina (2014), Trittico dell’Abbandono (2014), Accetta il dono (2014), Traversata del Gobi (2014). Tra il 2011 e il 2015 le sue opere sono state esposte a Barcellona, Parigi, Napoli, Nizza, Modena, Venezia e Torino.

    INCONTRO DI PRESENTAZIONE:
    Giovedì 19 febbraio 2015, dalle ore 18.30, Giardini Luzzati

    INIZIO LEZIONI:
    23 FEBBRAIO 2015
    Ogni lunedì sera dalle 20.30 alle 22.30.

    N° LEZIONI:
    Totale: 10 lezioni teoriche + 2 uscite + mostra finale.

    LUOGO:
    Giardini Luzzati, Genova.

    REQUISITI PER LA PARTECIPAZIONE:
    Consigliato il possesso di una fotocamera reflex di qualsiasi marca e livello.

    Info e iscrizioni: fotografia@giardiniluzzati.it

  • Piano Urbanistico: conclusi lavori in Commissione, ora la discussione in Consiglio comunale

    Piano Urbanistico: conclusi lavori in Commissione, ora la discussione in Consiglio comunale

    genova-castelletto-veduta-DIIl Puc ha concluso il suo iter in Commissione. La delibera che darà il via libera al nuovo Piano urbanistico comunale sarà con tutta probabilità messa all’ordine del giorno della prossima seduta di Consiglio, prevista martedì 24 febbraio. Il voto finale, però, non dovrebbe arrivare prima di mercoledì 4 marzo: sono, infatti, già state calendarizzate due sedute di Consiglio interamente dedicate alla discussione e alla votazione del Puc e dei documenti allegati per martedì 3 e mercoledì 4 marzo, a partire dalle ore 9. Così i consiglieri avranno tutto il tempo per presentare e illustrare emendamenti puntuali e ordini del giorno (via libera da venerdì 20 febbraio alle 18 di giovedì 26) a quello che è considerato a pieno titolo l’atto madre dell’amministrazione della città. «Non si tratta di pratiche da tutti i giorni – spiega il vicesindaco e assessore all’Urbanistica, Stefano Bernini – ma quello che i consiglieri voteranno detterà legge almeno fino al 2025. Ogni modifica va valutata con il massimo dell’attenzione, soprattutto se gli emendamenti dovessero riguardare la parte generale perché a cascata potrebbero ricadere su tutta la normativa di dettaglio. Uno dei lavori più preziosi che gli uffici hanno fatto ultimamente è stato quello di “far girare” il Puc per rilevare eventuali incongruenze (si stima che siano state prese in considerazione circa 2000 osservazioni al piano preliminare, ndr) che abbiamo successivamente eliminato con l’ultima decisione di giunta. Ovviamente, lo stesso lavoro andrà fatto con tutti gli emendamenti».

    Due i nodi più intricati che non sono ancora stati sciolti e che rischiano di alzare i toni della discussione: il nuovo Galliera e la destinazione d’uso delle aree sestresi di Esaote.
    Del primo punto si è discusso ancora ieri mattina in Commissione: da un lato, la posizione della giunta che vorrebbe evitare nuove polemiche politiche con la Regione, mantenere nel Puc il cambio di destinazione d’uso di alcune aree, che consentirebbero la realizzazione di nuovi edifici residenziali per il sostentamento economico del progetto, e vincolare una decisione finale a un nuovo passaggio in Consiglio comunale dell’accordo di programma sul progetto definitivo; dall’altro, le sinistre vorrebbero lasciare nel Puc l’attuale destinazione a servizi (sanitari e ospedalieri) per l’intera area ed eventualmente approvare una variante solo dopo aver valutato l’accordo di programma. «Che cosa c’entra la costruzione di nuove residenze a Carignano secondo la filosofia ambientalista che muove tutto il nuovo Puc?» si chiede il consigliere di Sel, Leonardo Chessa. Tocca al vicesindaco tentare una mediazione: «Credo che su questo tema valga la pena sviluppare una posizione condivisa da tutti i gruppi consiliari. C’è la possibilità di elaborare una serie di vincoli più pesanti – spiega Bernini – in modo tale da aumentare le garanzie richieste per l’attivazione delle nuove destinazioni d’uso previste nel Puc». La sensazione è che nelle prossime riunioni di maggioranza un accordo possa essere trovato, anche perché tutti sono concordi nell’individuare la Regione come il principale imputato di questa impasse dovuta sostanzialmente alla mancanza di una programmazione sanitaria e, di conseguenza, all’impossibilità di arrivare a un quadro di fattibilità economica per il nuovo ospedale.

    Più delicato il nodo Esaote. In ballo c’è il cambio di destinazione d’uso di alcune aree produttive di Sestri che il nuovo Puc prevede commerciali: si tratta di uno “scambio” realizzato tra Comune e azienda per il trasferimento di quest’ultima agli Erzelli. Dell’accordo, però, faceva parte il pieno mantenimento dei posti di lavoro: in seguito alla cessione dei comparti di produzione e di logistica di Esaote a Elemaster (che ha confermato la propria disponibilità a rimanere a Genova) non è stato garantito alcun futuro ai 54 dipendenti di Oms Ratto, ditta dell’indotto di Esaote in liquidazione da fine 2014. Le vertenze sindacali, che coinvolgono a pieno titolo tutti i lavoratori di Esaote per cui tuttavia la situazione sarebbe in via di definizione, sono in pieno corso di svolgimento, come testimoniato dalle numerose manifestazioni e dall’ormai presenza fissa in Consiglio comunale, ma è difficile intravedere una soluzione soddisfacente per tutte le parti in causa. L’amministrazione, che si fa portavoce delle istanze dei lavoratori, non vorrebbe però tirare troppo la cinghia con le aziende perché il rischio è che si venga a creare una situazione da «deserto industriale, in cui tutti escono sconfitti», che il sindaco Marco Doria vuole evitare a tutti i costi. Tra l’altro, al di là dell’aspetto urbanistico, il Comune ha ben pochi margini di manovra che si limitano a un ruolo da stimolatore per un incontro tra lavoratori e aziende.

    A prescindere da queste due battaglie, nella discussione in Sala Rossa del Puc non si dovrebbe assistere a pratiche di ostruzionismo spinto a cui, invece, ultimamente siamo stati abituati sulle delibere più delicate. Sarebbe, infatti, un peccato replicare le tensioni che hanno accompagnato la delibera sulla gronda su un atto che da quasi tutte le forze politiche viene comunque considerato meritevole di apprezzamento, non fosse altro per la disponibilità dell’amministrazione a riaprire il piano alle osservazioni di cittadini e associazioni per 6 mesi ulteriori rispetto a quelli previsti dalla giunta Vincenzi. Un lavoro certosino quello del settore Urbanistica del Comune di Genova, che culminerà nella pubblicazione di tutte le mappe e dei dati utili georeferenziati.

    Ciò non significa che gli emendamenti saranno pochi perché, come detto, in ballo c’è il futuro della città, delle sue aree abbandonate, di quelle produttive e di quelle da riqualificare. «Tutto è ancora fattibile – avverte il vicesindaco Bernini – ma i consiglieri dovranno prendersi le proprie responsabilità sui documenti che andranno a votare e che potrebbero avere importanti conseguenze economiche per le casse pubbliche. Dobbiamo fare molta attenzione a non utilizzare lo strumento urbanistico per punire o premiare determinati percorsi in atto: il Puc serve per indirizzare gli sviluppi possibili della città».

     

    Simone D’Ambrosio

  • Comune di Genova, open data: un portale di documenti e informazioni a disposizione dei cittadini

    Comune di Genova, open data: un portale di documenti e informazioni a disposizione dei cittadini

    archivio-libri-scrittura-D3Il Comune di Genova vuole aprire i suoi dati a tutti, in maniera trasparente e senza restrizioni. E lo fa attraverso un nuovo portale (dati.comune.genova.it) dedicato a quelli che, con termine anglosassone tanto caro al linguaggio informatico, vengono definiti open data.  «Le amministrazioni pubbliche – spiega Isabella Lanzone, assessore all’Informatica e alla Trasparenza – gestiscono una mole impressionante di dati che spesso si fa fatica a ordinare, rendere leggibili ma soprattutto significativi e precisi». Sono oltre 10 mila gli atti che ogni anno vengono protocollati dal Comune di Genova, per circa 200 tipologie diverse di procedimenti. Circa 9 mila di questi documenti vengono pubblicati sull’albo pretorio: impensabile che un cittadino medio possa capirci qualcosa. Peraltro, l’albo pretorio è sì una condizione necessaria di efficacia per l’atto pubblico ma ha un forte limite temporale. Succede così che, per le comunicazioni più importanti, il punto di riferimento diventi piuttosto il sito istituzionale del Comune di Genova, in cui tuttavia le informazioni si moltiplicano a dismisura e spesso non sembrano rispondere a una logica di fruibilità ordinaria.

    «Dobbiamo sforzarci di parlare un linguaggio più semplice – commenta il segretario generale del Comune, Pietro Paolo Mileti, su cui ricade la responsabilità della trasparenza, dell’anticorruzione e del controllo di tutti gli atti di Palazzo Tursi – e non fermarci al puro dettato normativo perché gli atti sono il linguaggio con cui il Comune parla ai suoi cittadini. C’è un eccesso e una disorganizzazione di atti e dati: bisogna far capire chiaramente al cittadino come riuscire a trovare quello che cerca».

    «Dobbiamo avere più attenzione alla qualità del dato – fa eco l’assessore Lanzone – invece spesso la duplicazione di informazioni disponibili e l’eccessiva stratificazione degli strumenti crea difficoltà di gestione anche a noi. Per questo motivo abbiamo iniziato un percorso che cerca di portare un nuovo ordine all’ipertrofia di banche dati e interfacce informatiche comunali dovuta a un’informatizzazione precoce del nostro Comune ma eccessivamente stratificata negli anni». L’obiettivo finale, in sintesi, è quello di arrivare a due sole banche dati, che lo stesso assessore definisce un po’ ambiguamente «una per gli oggetti e una per i soggetti», ma che può iniziare a essere intravista nella logica con cui sono state disposte le informazioni “fredde” sull’home page del sito istituzionale, dopo l’ultimo restyling.

    lavoro-tecnologia-internet-computer-ufficio-impiegato-DITrasparenza, accessibilità e semplificazione intesa come riduzione di atti ridondanti sono, dunque, le due nuove parole d’ordine con cui la pubblica amministrazione prova a rivolgersi ai cittadini, nel tentativo di diventare sempre più smart. Quantomeno sul web. «In un momento come questo, in cui la disaffezione per l’azione politica è alle stelle – sostiene l’assessore – è fondamentale che il cittadino possa comprendere la ratio delle scelte prese dal Comune e capire come vengono amministrate le risorse pubbliche. Non basta applicare una norma per reputarsi amministrazione trasparente ma bisogna intraprendere un percorso culturale che investa in primis gli amministratori ma anche tutti i dipendenti pubblici per uscire da quell’autoreferenzialità che le PA subiscono storicamente ma che non è più attuale».

    Certo, è piuttosto impensabile pensare di ridurre tutto lo scibile all’interno di alcune caselline comuni ma, sostiene il vicesindaco Bernini, «bisogna avere delle regole generali che ci consentano di utilizzare tutto ciò che produciamo in ottica della salvaguardia del bene comune». La trasparenza, dunque, diventa uno strumento di difesa dell’interesse pubblico, «per ostacolare i processi di corruzione, di abuso di potere e per rendere palesi i maccanismi che portano alle scelte». C’è però un grosso rischio, avverte il vicesindaco, ovvero quello «che si faccia tanta fuffa ma nel concreto non si vada a salvaguardare il rapporto tra chi amministra e i cittadini semplicemente perché si parlano linguaggi diversi».

    Ecco allora il tentativo del nuovo portale Open Data. «I dati aperti – spiega Paolo Castiglieri, responsabile della Pianificazione informatica del Comune di Genova – sono uno strumento fondamentale per agevolare il percorso della trasparenza, che si connette strettamente con il tema della partecipazione e della cittadinanza attiva. Con questa iniziativa vogliamo mettere a disposizione i dati certificati dell’ente assieme a un corredo di informazioni che ne consenta l’utilizzo e la trasposizione in maniera corretta». Il portale, realizzato interamente all’interno di Palazzo Tursi e finanziato da fondi europei, utilizza solo strumenti open source seguendo la filosofia del software libero già da tempo sposata dall’amministrazione. «Il formato aperto – prosegue Castiglieri – è garanzia di disponibilità e accessibilità dei dati che possono essere riutilizzati e ridistribuiti da chiunque».

    Ma quali sono questi dati e che cosa si potrà fare con questa mole di informazioni che il Comune sta mettendo e metterà via, via a disposizione? Ci aiuta a capirlo Enrico Alletto, coordinatore di Open Genova, associazione che si occupa di innovazione e diffusione della cultura digitale e delle sue opportunità: «Ad esempio, ed è una nostra grande battaglia (a cui Era Superba si è più volte unita in passato, ndr), si potrebbero rendere disponibili tutti i dati sugli immobili dismessi di proprietà del Comune, magari realizzando in un secondo step una geolocalizzazione e suddivisione per categorie consultabile a tutti, così come fatto dal Comune di Bologna. Pensate che potenziale avrebbe potuto avere un progetto come Partecip@ (per cui Open Genova si è aggiudicata il premio eGov 2014 grazie alla possibilità di costruzione digitale partecipata di progetti di riqualificazione urbana, ndr) se i cittadini avessero avuto una mappatura delle proprietà pubbliche su cui lanciare le proprie idee».

    I dati aperti potrebbero essere utili anche in ottica di sviluppo economico, togliendo così un po’ di quella connaturata fumosità che l’ideale di trasparenza spesso porta con sé. «Una mappatura visiva – prosegue Alletto – rende il dato trasparente, pubblico e attiva già di per sé un naturale meccanismo di partecipazione. In questo modo si può creare un maggiore fermento da parte dell’opinione pubblica e suscitare l’interesse di nuovi stakeholder. Avere i dati a disposizione è utile anche per un’azienda: penso, ad esempio, a una start up che, nel momento in cui tutta una serie di dati di interesse pubblico è resa disponibile, può ideare nuovi servizi su cui far nascere un nuovo business. Ad esempio, se ci fosse la mappatura di tutti i posteggi sul suolo cittadino e il loro stato in tempo reale, si potrebbe dare vita a un’app utilissima».

    Il sito di open data, dunque, dovrebbe funzionare come una sorta di grande database al quale tutti posso attingere, compreso lo stesso Comune di Genova per riprendere in maniera più fruibile e navigabile per l’utente medio le informazioni più importanti da ripotare sul sito istituzionale: «In linea di massima – spiega Alletto – gli open data della pubblica amministrazione dovrebbero essere i più grezzi possibili. L’idea è quella di fornire il dato affinché dall’altra parte ci possa essere un’azienda o un cittadino particolarmente esperto che metta insieme queste informazioni in una determinata maniera che lo stesso ente potrebbe non aver pensato». Quindi sito open data e sito istituzionale del Comune di Genova rappresentano due facce della stessa medaglia e sono entrambi utili: da una parte gli ingredienti, dall’altra una delle tante ricette possibili.

    Il concetto nobilissimo di trasparenza rischia, tuttavia, di entrare in conflitto con quello altrettanto delicato di sicurezza. Si pensi, per esempio, alle occupazioni abusive che potrebbero essere messe in atto su edifici che lo stesso Comune dichiara ufficialmente abbandonati. E poi c’è tutta una serie di valutazioni più prettamente politiche come quella, basilare, dell’opportunità di creare guadagno privato a partire da informazioni, lavori e quindi anche denari pubblici.

    «Sicuramente – conviene Alletto – che cosa catalogare come open data e su che cosa, invece, mantenere un maggiore riserbo è un tema chiave. Ma si tratta di un discorso che deve essere fatto a monte. Nel momento in cui il Comune pubblica informazioni sul proprio sito di open data, lo fa perché ha già sottoposto quel materiale a una valutazione politica e tecnico-amministrativa che non ha ritenuto “pericoloso” il rilascio di quei dati o, comunque, soggetto a riutilizzi impropri. Certo, stiamo sempre parlando di un lavoro fatto da uomini e soggetto a errori».

     

    Simone D’Ambrosio

  • L’arte della vita creativa: percorso teatrale alla ricerca del potere creativo individuale

    L’arte della vita creativa: percorso teatrale alla ricerca del potere creativo individuale

    creativitàL’arte della vita creativa è un percorso teatrale alla ricerca del nostro potere creativo individuale condotto da Francesca Isola, formatrice, autrice e attrice teatrale con una grande esperienza alle spalle.

    Si tratta di dodici incontri in cui i partecipanti lasceranno a casa la mente logica (quella che mette ordine, incasella, etichetta, stabilisce regole e – ahimè! – tanti divieti) e, supportati invece dal potere trasformativo del teatro, proveranno ad affidarsi alla mente creativa che ha al suo arco frecce entusiasmanti come l’immaginazione, l’intuizione, lo stupore, l’attenzione ai piccoli dettagli, la corporeità e la possibilità di metterci in contatto profondo con noi stessi, con i nostri desideri e con la nostra capacità di realizzarli.

    Cercando ispirazione dentro se stessi, si potranno sperimentare ruoli diversi dal solito e giocare con tutte quelle parti di noi a cui spesso si lascia poco spazio per esplorare nuovi modi possibili di vedere, sentire, comunicare, addirittura di vivere. In fondo recitare e giocare sono sinonimi in moltissime lingue (to play, jouer, spielen) e anche in italiano si usa l’espressione “giocare un ruolo”; quando quel ruolo lo subiamo stiamo male, mentre quando siamo noi a deciderlo e crearlo siamo pieni di forza, di gioia, di entusiasmo e possiamo usare appieno il nostro meraviglioso potere creativo.

    Calendario

    Tutti gli incontri si svolgeranno dalle 19.30 alle 22 presso il centro Corepilates di via Casaregis 32/4

    Mercoledì 18 febbraio – Incontro introduttivo gratuito (dalle 19.30 alle 21.30)

    Mercoledì 4 marzo – Sicurezza – perdere la paura di sbagliare

    Mercoledì 18 marzo – Identità,  seguire la guida del nostro intuito

    Mercoledì 25 marzo – Potere personale – desiderare, credere e cominciare

    Mercoledì 1 aprile – Sogni e desideri – rompere le abitudini e fare spazio

    Mercoledì 8 aprile – Speranza – aprire nuove porte, cambiare prospettiva

    Mercoledì 15 aprile – Abbondanza – fare ciò che ci piace

    Mercoledì 22 aprile – Contatto – prestare attenzione, ascoltare

    Mercoledì 29 aprile – Forza – usare l’immaginazione, ampliare i limiti

    Mercoledì 6 maggio – Entusiasmo – trovare le nostre vere fonti di energia

    Mercoledì 13 maggio – Protezione di sé – difenderci dal nostro sabotatore interno

    Mercoledì 20 maggio – Autonomia creativa – rimettersi a giocare, trovare il tempo

    Mercoledì 27 maggio – Fiducia – gran finale: una sbirciatina nel terreno dell’impossibile

     

    Costo: la quota di partecipazione all’intero di percorso, della durata di 30 ore, è di € 360,00 + € 25,00 di tessera associativa annuale all’Associazione Core Pilates.

  • Otto Chocolates, dal Perù alla Liguria: il cioccolato biologico made in Zena

    Otto Chocolates, dal Perù alla Liguria: il cioccolato biologico made in Zena


    otto-chocolates-cioccolato-raccoltaBiologico, fair trade e senza glutine
    sono le tre parole d’ordine di Otto Chocolates, giovane azienda genovese attiva nella commercializzazione del cioccolato.

    Si tratta di un cioccolato di alta qualità, dove al rispetto per l’ambiente si aggiunge l’attenzione per chi produce: Otto Chocolates coinvolge infatti uno staff di operatori nel settore del cacao e della sua trasformazione in cioccolato che in molti anni di esperienze hanno messo a punto un network sostenibile tra coltivatori, tecnici locali, trasformatori del cacao in cioccolato ed operatori commerciali di rilevanza internazionale. Questo consente un abbattimento dei costi, garantendo al cliente finale un prodotto di alta qualità a un prezzo sostenibile e accessibile  e ai coltivatori di cacao un compenso significativo e il coinvolgimento attivo nello sviluppo di un progetto equosolidale comune.

    L’azienda genovese dedica anche grande attenzione alle qualità organolettiche della materia prima utilizzata per il cioccolato, per questo organizza delle degustazioni plurisensoriali del cioccolato per mettere alla prova non solo il senso del gusto ma anche l’olfatto dei visitatori.

    Abbiamo intervistato Francesca Ottonello, co-founder di Otto Chocolates, per capire in che modo è possibile commercializzare un cioccolato buono, sano e al giusto prezzo.

    Come è nata Otto Chocolates e quale è la vostra idea di cioccolato?

    Otto Chocolates nasce nella primavera del 2013 dalla volontà di un gruppo di imprenditori genovesi.
    L’obiettivo principale è quello di creare una linea di cioccolati di alta qualità biologica, ad un costo sostenibile e nel rispetto del lavoro delle persone, quindi in condizioni fairtrade. Otto Chocolates perciò mira a valorizzare e a sostenere la qualità del cacao producendo tavolette di cioccolato di alta qualità in 5 diverse ricette che possano accontentare i gusti di tutti. Ciò passa anche attraverso lo sviluppo di iniziative che mirino a sensibilizzare i consumatori alla degustazione e a capire i veri parametri del cioccolato che stanno mangiando.

    ‘Valorizzare ciò che vale, sostenere ogni qualità… dal cacao al cioccolato’ è uno dei principi su cui si basa la vostra azienda. In che modo riuscite a raggiungere questo obiettivo importante e quale tipo di materia prima utilizzate per i vostri cioccolati, dove viene prodotto il cacao e che filiera segue?

    otto-chocolates-vagliatura-saposoaStoricamente il cacao è sempre stato un alimento dall’alto valore simbolico, usato nei riti dalle civiltà precolombiane, come moneta di scambio o comunque a beneficio di classi sociali medio alte. Nel tempo il valore del cacao ha assunto costi e prezzi più accessibili spesso però a discapito della qualità.
    Il progetto di Otto Chocolates vuole ridare valore proprio alle peculiari caratteristiche di questo seme che se coltivato e lavorato in condizioni adeguate, e trasformato con cura e attenzione, diviene un eccellente cioccolato, degustabile da tutti sia per le sue caratteristiche morbide e delicate sia perché il costo sul mercato è sostenibile a più fasce di utenti. Il cioccolato buono, sano e a un prezzo accessibile rispetto i parametri di qualità biologica e di produzione che lo caratterizzano.
    Inoltre per noi di Otto Chocolates conoscere il luogo dove il cacao viene coltivato e prodotto è uno dei fattori centrali per la certificazione delle sue proprietà. La nostra azienda conosce bene la cooperativa Acopagro che si trova in Perù nella regione di San Martin, dove il cacao Trinitario Fino utilizzato per produrre il nostro cioccolato viene coltivato. La cooperativa ha la certificazione biologica poiché i terreni sui quali gli alberi di cacao crescono e si attuano i processi di fermentazione ed essicazione dei semi, non sono mai sottoposti a trattamenti chimici. Le proprietà organolettiche vengono conservate nella loro totalità sia in fase di crescita della pianta che di lavorazione successiva.
    Persino le sacche di Juta dove vengono conservate le fave essiccate che poi vengono spedite in Italia e che permettono al cacao di traspirare, vengono serigrafate con un colore naturale prodotto da un frutto biologico della piantagione!

    Il cacao una volta giunto in Italia viene trasformato in tavolette di cioccolato da un’azienda leader in Europa per la produzione di cioccolato biologico, dove abbiamo la garanzia che le nostre 5 ricette (Cioccolato Fondente 71%, Cioccolato al Latte 39%, Cioccolato Bianco, Cioccolato Fondente 60%, Senza Zucchero Cioccolato al Latte 36% Senza Zucchero) vengano prodotte rispettando le proprietà organolettiche del cacao. E infine l’impacchettamento con carta riciclabile e grafiche adatte alla facile comprensione di tutti gli elementi presenti all’interno del prodotto.

    In che modo riuscite a coniugare la produzione di cacao con i concetti di fairtrade, etica e sostenibilità?

    Otto Chocolates acquista il cacao dalla cooperativa Acopagro che ha la certificazione Fairtrade. La cooperativa produce cacao Trinitario Fino di qualità monorigine e il nostro cioccolato perciò è equo e solidale nella sua stessa essenza poiché nasce con presupposti etici che sono alla base della sua stessa produzione. Siamo quindi fortemente coinvolti nel collaborare con Acopagro e lo facciamo prima di tutto acquistando il cacao a un prezzo concordato e rispettoso dei parametri del costo del lavoro dei contadini della cooperativa, e in più sosteniamo la comunità con il finanziamento di progetti dedicati alle attività scolastiche. É il nostro modo di valorizzare la qualità, sostenere il lavoro di coloro che quotidianamente si spendono per rendere il nostro cacao pregiato e aiutarli a migliorare la loro vita e quella dei loro figli nel territorio delicato dal quale provengono.

    Cosa significa per voi il concetto di biologico e come pensate che il consumatore recepisca il cioccolato biologico?
    otto-chocolates-piantagione-cacao-crescta-picotaBiologico indica sia il cacao che gli altri elementi che caratterizzano il cioccolato: biologico è la qualità dei terreni su cui vengono coltivati gli alberi della pianta del cacao, il metodo con cui vengono trattati i semi della pianta dalla fermentazione all’essicazione e il processo di trasformazione dei semi nello stabilimento da cui viene prodotto il cioccolato.

    Otto Chocolates non è l’unica azienda italiana che produce cioccolati biologici ma quello che la differenzia sicuramente è l’elevata attenzione che ripone nel verificare che in tutte le fasi del processo il biologico sia protetto. E questo vale anche per l’attenzione che riponiamo affinché il cioccolato non abbia contaminazioni con il glutine, motivo per cui abbiamo ricevuto la certificazione spiga barrata su tre delle nostre ricette. Inoltre il biologico troppo spesso è associato alla dimensione della cura farmaceutica mentre il valore alla base del biologico è nel preservare le proprietà organolettiche dell’alimento che vuol dire difendere la qualità del prodotto per tutti.

    Il cioccolato è tra gli alimenti più amati, capace di coinvolgere anche emotivamente chi lo assapora. Ma che consiglio dareste ai consumatori per individuare un cioccolato di qualità?

    otto-chocolates-piantagione-peruQuando si mangia cioccolato in genere ci si vuole coccolare, in altri casi recuperare energia, comunque si tende a ricercare benessere. A causa della produzione massiva di cioccolati il mercato ha diffuso molti prodotti di scarsa qualità a basso prezzo che hanno deviato i parametri di valutazione della proprietà di un buon cioccolato. Noi di Otto Chocolates, che alla qualità e a far comprendere il valore del nostro lavoro ci teniamo molto, abbiamo costruito un breve codice di degustazione consapevole del cioccolato che invita a porre l’attenzione a tutti i 5 sensi al momento dell’assaggio. Una buona tavoletta si riconosce per esempio dal colore, nel caso del cioccolato fondente non deve essere troppo scura, indice di cattiva qualità dei semi o eccessiva tostatura, né avere tracce biancastre che indicano affioramento del burro di cacao. Quando la si spezza l’udito deve percepire uno “snap” secco e netto, l’odore deve ricordare aromi della pianta del cacao, che aumentano se lo si scalda tenendolo tra le mani. In bocca non deve impastarsi e il gusto deve richiamare a un sapore cremoso e persistente. Poche piccole attenzioni che permettono a chiunque di capire che cosa sta mangiando e se è di qualità.

    Otto Chocolates ha sede a Genova ma opera a livello mondiale. Quali sono le reazioni dei genovesi ai vostri prodotti, è difficile ‘fare i profeti in patria’?

    Otto Chocolates è un progetto giovane “Made in Genoa” che sorprende positivamente i genovesi, per la novità della nostra proposta, data l’inedita ricerca sulla qualità di un buon cioccolato, ed anche per la nostra modalità semplice e interattiva di comunicare. La nostra comunicazione infatti è semplice e punta far conoscere con facilità le proprietà del cioccolato sia attraverso i nostri media che nelle occasioni di proposta delle nostre degustazioni. A tale proposito abbiamo creato un progetto di degustazione polisensoriale del nostro cioccolato con il Profumificio del Castello di Genova con l’obiettivo di divulgare in modo inedito l’eccellenza del nostro prodotto in un’ottica di collaborazione con altre realtà prestigiose del nostro territorio.

    Che obiettivi avete per il futuro?

    Otto Chocolates è giovane e ha voglia di crescere e di farsi conoscere sempre di più per le sue qualità quindi l’intenzione è ampliare il proprio bacino di utenza, e rendere noto il marchio. Abbiamo inoltre in programma la produzione di nuove ricette e nuove prodotti e siamo proiettati verso nuovi mercati esteri, attenti e ricettivi alla nostra proposta di alta qualità.

     

    logo-otto-chocolatesOtto & Co. Srl

    Via B. Castello 17/r, 16121 Genova
    Ph. +39 010 8984600
    info@ottochocolates.com
    www.ottochocolates.com

     

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  • Matrimoni omosessuali contratti all’estero: Genova vuole il riconoscimento e attende il ddl del governo

    matrimonio-gayQualche tempo fa raccontavamo sulle pagine di Era Superba una Genova finalmente progressista, vera città dei diritti, che dopo aver lanciato – tra le prime grandi città in Italia – il Registro delle unioni civili, puntava dritto al riconoscimento dei matrimoni omosessuali contratti all’estero da cittadini residenti sotto la Lanterna. Un passo simbolico che ben si sarebbe coniugato con la sensibilità della giunta Doria per i temi dei diritti civili e che, insieme con altri esempi lungo la penisola, avrebbe rappresentato uno stimolo per il legislatore a dirimere una volta per tutte la questione su tutto il territorio nazionale.

    Avrebbe perché, dopo che il vicepresidente del consiglio Angelino Alfano aveva ufficialmente diffidato il sindaco di Milano, Giuliano Pisapia, dalla trascrizione nel suo Comune di sette matrimoni omossessuali contratti all’estero, a Genova è stato tirato il freno a mano. Il timore di muoversi in un campo politicamente minato è forte. Eppure, solo pochi mesi fa, l’assessore a Legalità e Diritti, Elena Fiorini ci raccontava di aver trovato la strada giusta per affrontare gli ostacoli governativi. Non voleva bruciarsi la notizia, l’assessore, e aspettava che fosse lo stesso sindaco a prendere definitivamente in mano la cosa: «Aspettiamo che passi l’emergenza alluvione – ci diceva, ai tempi, Fiorini – e daremo un’accelerata decisiva anche su questo tema». Da allora, però, il silenzio.

    «In realtà – ammette adesso l’assessore – come successo a Milano, il percorso per la trascrizione sarebbe pronto per essere presentato anche a Genova. Ma non posso negare che si tratterebbe di una trascrizione a meri fini certificativi, quasi fittizia e comunque diversa da quanto avviene per il riconoscimento dei matrimoni cosiddetti tradizionali contratti all’estero per cui viene fatta una comunicazione all’Agenzia delle Entrate, all’Inps e che dà diritto, ad esempio, alla dichiarazione dei redditi congiunta. Sarebbe un’azione politica, simbolica che darebbe sicuramente nuovo fiato alle polemiche sorte dopo la denuncia a Pisapia». Come si può uscire da questo cul de sac? «Siamo in un contesto – dice chiaramente Fiorini – in cui solo l’intervento di un atto legislativo nazionale può essere veramente dirimente. Altrimenti, rischieremmo di andare avanti per anni con ricorsi e controricorsi per atti che poi, in sostanza, non potrebbero comunque offrire nulla di concreto alle coppie».

    Ma dal legislatore nazionale qualcosa sembrerebbe muoversi, almeno stando alle notizie comparse negli ultimi giorni. È notizia piuttosto fresca, infatti, che del tanto atteso pacchetto di riforme del governo Renzi dovrebbero far parte anche i disegni di legge sul diritto di cittadinanza (il famoso ius soli) e sulla disciplina delle unioni civili e delle convivenze, secondo la proposta della senatrice Monica Cirinnà.

    «Il ddl è molto interessante – spiega l’assessore Fiorini – e consentirebbe di bypassare le disquisizioni meramente politiche a cui stiamo assistendo. Si tratta di una sorta di fotocopia della disciplina tedesca che estende alle unioni civili delle coppie dello stesso sesso tutti i diritti matrimoniali (pensione di reversibilità, diritti ereditari ecc…) pur non definendo formalmente questo legame “matrimonio”». Si tratta di una vera estensione totale di diritti ad eccezione del tema caldissimo dell’adozione: «Ma sarà consentita l’adozione degli eventuali figli biologici dei componenti della coppia unita civilmente» precisa Fiorini. Infine, conclude l’assessore, «viene introdotta anche una forma più light di riconoscimento giuridico, dedicata alle convivenze. Si tratta di uno strumento che in altri Stati ha funzionato molto bene soprattutto per i giovani: è dedicata a chi non vuole impegnarsi con il forte vincolo del matrimonio o dell’unione civile ma desidera comunque avere un riconoscimento del proprio rapporto, con doveri di assistenza non pieni ma anche diritti e garanzie, ad esempio per il contratto d’affitto».

    Unioni civili e  “Pacs” >> Leggi QUI l’intervista a Giacomo e Arnaud

    FRANCE-SOCIETY-WEDDING-DEMONSTRATION-PARISInutile dire che un’accelerazione parlamentare di questa iniziativa legislativa sarebbe vista molto di buon occhio dalla giunta Doria, che si vedrebbe togliere anche qualche castagna dal fuoco dal punto di vista politico per quanto riguarda uno dei temi sicuramente più delicati e a rischio di forti discussioni.

    Ma perché ci si è messo così tanto per arrivare a introdurre una disciplina che, come abbiamo avuto modo di raccontare già in passato, in quasi tutti gli altri Paesi europei è da tempo realtà? «Per cambiare le cose con efficacia – è la tesi di Fulvio Zendrini, promotore del progetto contro l’omofobia “Le cose cambiano” – ci vogliono i giusti tempi: Pisapia a Milano, Marino a Roma ma anche la conservatrice per eccellenza Genova che ha approvato il Registro delle Unioni civili hanno iniziato a scardinare il sistema. Ora Renzi, che tiene a questa operazione da cui trarrebbe anche grande visibilità, potrebbe dare l’accelerata decisiva. Ma, prima, era necessario fare fuori Berlusconi».

    Del tema si è parlato anche qualche giorno fa alla libreria indipendente “L’amico ritrovato” (dove, tra l’altro, potete consultare gratuitamente il nuovo numero della rivista bimestrale di Era Superba) che ha ospitato una partecipatissima presentazione del pamphlet “Il matrimonio omossessuale è contronatura. Falso!” di Nicla Vassallo, docente di Filosofia teoretica alla Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Genova. Il testo è un vero e proprio trattato filosofico che, in termini accessibili a tutti, punta a smontare i falsi pregiudizi che vorrebbero escludere, più o meno naturalmente, quello che con termine anglosassone e universale Vassallo definisce matrimonio same-sex. «Una donna che ama una donna e un uomo che ama un uomo – è la tesi di fondo – debbono potersi sposare, se desiderano, e non vi è argomentazione valida contro, sempre che l’eterosessualità non permanga un dogma».

    «A differenza di quanto siamo abituati – sostiene Zendrini – il libro non discute di matrimonio sì, matrimonio no, giusto o sbagliato ma affronta con taglio scientifico l’analisi dell’assunto “Il matrimonio omosessuale è contronatura” e presenta una serie infinita di ragioni che lo confutano». Insomma, Vassallo utilizza il “buon ragionare filosofico” perché lo ritiene l’unico strumento efficace per smontare i pregiudizi dall’interno, per farli implodere. «I filosofi anglosassoni – racconta l’autrice – ci stanno proponendo in questi anni definizioni di matrimonio molto più minimaliste rispetto a quelle tradizionali. E allora, che cosa fanno di male le persone omossessuali per non avere diritto a questo tipo di relazione? È una barbarie sotto il profilo umano e civile che, tra l’altro, contrasta con la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e del cittadino».

    Fin qui la pars destruens. Ma, anche ammesso che si riuscisse a fare tabula rasa dei pregiudizi, che cosa succederebbe dopo? Il primo passo della pars construens di baconiana memoria, secondo Elvira Bonfanti della Fondazione Cultura di Palazzo Ducale, è la necessità di costruire una nuova tradizione: «Visto che gli omofobi si arroccano dietro alla “tradizionalità” del matrimonio eterosessuale, sostenendo che la tradizione porta con sé elementi positivi (come la caccia alle streghe? le violenze domestiche? i matrimoni coatti? le punizioni corporali inflitte alle donne?), una strada spiazzante e innovativa sarebbe quella di iniziare a costruire una nuova tradizione dei matrimoni same-sex, una tradizione della modernità».

    «Nel momento in cui l’Italia dovesse arrivare al riconoscimento legale delle unioni omosessuali – chiosa Laura Guglielmi, direttrice di Mentelocale.it e promotrice del libro di Nicla Vassallo – avremmo finalmente raggiunto la maggiore età, saremmo finalmente un Paese maturo». Perché, in fondo, come ricorda Fulvio Zendrini citando Tennessee Williams: What is straight? A line can be straight, or a street, but the human heart, oh, no, it’s curved like a road through mountains”.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Val Bisagno, il “lato b” dell’Acquedotto Storico: viaggio fra rifiuti e discariche abusive, frane e abbandono

    Val Bisagno, il “lato b” dell’Acquedotto Storico: viaggio fra rifiuti e discariche abusive, frane e abbandono

    acquedotto-storicoL’ultimo sopralluogo di #EraOnTheRoad ci ha portato a visitare un tratto dell’acquedotto storico di Genova: abbiamo scelto di partire da via di Pino, dando seguito alla segnalazione di una nostra lettrice, Antonietta, che ci ha accompagnato sul posto. Arrivati a Molassana abbiamo preso l’autobus 481 fino alla fermata successiva al campo sportivo; una volta scesi abbiamo incontrato Antonietta e Fausto, membro della sezione del CAI locale, ed abbiamo lasciato la strada asfaltata per giungere in pochi minuti, grazie ad un sentiero, sul tracciato dell’acquedotto.

    La segnalazione che ci è pervenuta informava la redazione del grave stato di abbandono in cui versa questo tratto dell’acquedotto storico, sia da un punto di vista di degrado materiale della condotta, sia dal punto di vista dell’inquinamento ambientale di una zona molto bella, tradizionalmente sfruttata dagli abitanti dei quartieri limitrofi per passeggiate ed escursioni.

    Incontriamo quasi subito una prima sezione dell’acquedotto la cui copertura in lastre di pietra è mancante: «In questo caso – sottolinea Antonietta – chi di dovere ha pensato bene di installare un paio di ringhiere e fare di fianco una gettata di ghiaia, non sarebbe stato più opportuno ripristinare le pietre a chiusura della condotta?» Mentre seguiamo il percorso dell’acquedotto Antonietta racconta che  «Da sempre è noto che questa zona è soggetta a frane e smottamenti, infatti in diversi punti è ancora oggi possibile apprezzare sdoppiamenti del condotto, frutto della sovrapposizione di diversi lavori di ripristino effettuati negli anni, almeno fino a quando l’acquedotto aveva un’importanza centrale perché veniva usato. Poi mano a mano è stata interrotta la manutenzione e ad ogni alluvione ci sono nuovi cedimenti e crolli».

    In pochi minuti raggiungiamo una frana che ha letteralmente tagliato la struttura della condotta: una gran massa di detriti si è staccata dal versante in occasione delle ultime violenti piogge, ed ha travolto la struttura, tranciandola di netto e rendendo difficoltoso il passaggio. «Tradizionalmente – spiega Antonietta – questa zona è meta di passeggiate per residenti, spesso anziani o bambini, per i quali ora è certamente più difficile fruire della bellezza e della tranquillità di questi luoghi. Fino a non molto tempo fa era possibile seguire agevolmente il tracciato della condotta anche in bicicletta, ma oggi per farlo è necessario in diversi punti portare la bicicletta in spalla. Ovviamente il problema è più grave per coloro i quali hanno minor facilità nei movimenti ed una peggiore condizione fisica».

    Superando la frana si possono notare alcuni interventi, realizzati con materiali di fortuna da residenti e volontari, volti a recuperare la fruibilità del passaggio almeno a piedi: «Sono diversi i lavori che gli abitanti della zona volenterosi portano avanti – racconta Fausto – a partire da piccoli lavoretti di ripristino, fino alla pulizia da rovi e vegetazione, che altrimenti in poco tempo invaderebbero i sentieri». Infatti l’importanza di questo tratto dell’acquedotto, oltre che dal valore d’uso per gli abitanti e dal valore storico della struttura, è costituita anche dalla fitta rete di sentieri e piccole strade mattonate che collegano il percorso della condotta al territorio circostante, formando una sorta di reticolo in grado di permettere lo spostamento da una zona ad un’altra a piedi, immersi nel verde. «Uno dei problemi – aggiunge Antonietta – è che non possiamo nemmeno ipotizzare in autonomia interventi più consistenti: opere di carattere permanente potrebbero essere considerate abusive, e chi le ha messe in pratica potrebbe anche rischiare dei problemi legali. Ci piacerebbe in questo senso che le istituzioni si preoccupassero di più di mettere in condizione cittadini e volontari di dare il loro contributo alla manutenzione dell’acquedotto. Avremmo bisogno per questo di una autorizzazione ad effettuare interventi, e magari, anche se sappiamo che in questo periodo le risorse in mano alle amministrazioni scarseggino, un piccolo sostegno, almeno in materiali, sarebbe opportuno: noi potremmo metterci gratuitamente la mano d’opera, in fondo non si tratterebbe di un impegno così oneroso».

    Nel frattempo la nostra visita continua gradevolmente offrendo scorci fantastici, anche se purtroppo continuiamo ad incontrare buchi nella copertura della condotta, a causa di lastre rotte o del tutto mancanti. In alcuni punti è anche possibile notare rattoppi realizzati in cemento, sicuramente destinati, vista la matura del materiale, ad un veloce deterioramento.

    Fausto spiega inoltre come il tracciato dell’acquedotto sia stato inserito dal CAI locale, del quale lui è un iscritto, in diversi itinerari escursionistici. In particolare il tratto di acquedotto che abbiamo visitato è compreso in un anello che conduce da via Piacenza, di fronte alla chiesa del quartiere San Gottardo, a visitare il forte Diamante, in vetta all’omonimo monte, le trincee napoleoniche a dente di sega, e le neviere di recente individuate e ripristinate grazie al CAI, per poi seguire il tracciato dell’acquedotto sulla via del ritorno. Questi itinerari escursionistici sono tra l’altro segnalati da apposite tabelle con le indicazioni realizzate ed installate da volontari appassionati come Fausto: «La cosa assurda – spiega lui – è che periodicamente qualcuno si prende la briga di distruggere questa nostra segnaletica, non riesco a capire chi possa fare una cosa simile, e a chi i cartelli che abbiamo posizionato, e che continueremo a rimettere, possano dare fastidio. Oltre alle bellezze della natura, gite simili sono anche in grado di far apprezzare e conoscere la storia locale, grazie a grandi opere architettoniche come l’acquedotto, o le fortificazioni, ma anche grazie ad opere certo meno imponenti ma altrettanto significative; basti pensare alle neviere, che sono la testimonianza degli usi e costumi che ci erano propri, in fondo non poi così tanto tempo fa».

    acquedotto-storico-trekking-4«Un altro peccato – continua Fausto – è quello di lasciare all’abbandono ed alla ruggine dei manufatti in ferro che hanno un certo pregio». Ed infatti in pochissimo incontriamo prima una ringhiera e poi un bel cancello in ferro: «Vedi – dice Fausto indicando le giunture degli oggetti – non si tratta di saldature, che al tempo non c’erano, ma di imbullonature realizzate a mano. Per me lasciare così degli oggetti simili dovrebbe essere un reato».

    È bene sottolineare che, fortunatamente, questo stato di abbandono non riguarda in generale l’intero tracciato dell’acquedotto; la porzione di opera che val ponte sifone fino a Staglieno è quella che presenta maggiori criticità, mentre dal ponte sifone in su, cioè verso monte le cose vanno meglio: «Il Circolo Culturale Via Sertoli fa un gran lavoro con la manutenzione di quella parte di acquedotto, però purtroppo non sono attivi su questa zona, che è dolorosamente lasciata a se stessa».

    Arriviamo in prossimità di un tratto del percorso che, mi viene spiegato, è gravemente inquinato da due tipi di rifiuti: materiale edile abbandonato, e una piccola baraccopoli, ora deserta, in cui i rifiuti la fanno da padrone. Residui di recinzioni, materiale plastico e le classiche reti rosse da cantiere non si fanno attendere, e fanno capolino dalla vegetazione, che inarrestabile le sta man mano inglobando. Ma ben più grave è lo spettacolo che troviamo al nucleo di baracche, la cui condizione, ci avevano anticipato Antonietta e Fausto costituisce un problema, anche igienico. Va sottolineato come la passata convivenza fra i residenti del quartiere e gli abitanti di questo piccolo villaggio abusivo non sia stata per nulla facile, ma ora che se ne sono andati, almeno a quanto sembra e a quanto i nostri accompagnatori ci riferiscono, i problemi non sono finiti: esiste infatti un seria necessità di bonificare il posto. “L’eco-villaggio”, come lo chiama Antonietta in maniera simpaticamente ossimorica, sorge lungo il tracciato dell’acquedotto, in prossimità di un rudere con le porte murate e senza tetto, adibito ad enorme cassonetto della spazzatura: l’edificio è infatti stato riempito di rifiuti di ogni genere, che per altro giacciono anche sparpagliati a terra tutto intorno. Le baracche sono una quindicina, tutte almeno apparentemente prive di inquilini abituali. La varietà ed il numero di oggetti, rotti e non, sparsi al suolo è piuttosto impressionante: si va dalla lavatrice, al passeggino fino al tostapane, si tratta ormai di una discarica abusiva. Dovrebbe essere inutile sottolineare la necessità di bonificare una simile situazione in posto così bello e prezioso intrinsecamente e grazie alla presenza di un bene di alto valore storico. Guardando con attenzione si può anche notare amche che alcune lastre di copertura dell’acquedotto sono state utilizzate come elemento costitutivo di queste improvvisate abitazioni.

    acquedotto-storico-trekking-5Abbandonato il deserto villaggio ci dirigiamo verso la meta finale del sopralluogo, deviando leggermente dal tracciato dell’acquedotto: si tratta di una splendida cascatella, che ristora gli occhi dopo il sopralluogo alla baraccopoli. «Qua –racconta Antonietta- era solito venire mio figlio in bicicletta a giocare quando era piccolo. Ora lui ha quarant’anni, ma è una sofferenza pensare che altri bimbi vengano privati di questo piacere e questa libertà, ai tempi lui ci veniva da solo e io non avevo alcun timore, non era pericoloso. Ora non credo sarebbe più possibile, senza dire che se continua questo abbandono totale dell’acquedotto si rischia letteralmente, fra crolli e vegetazione, la sua scomparsa».

    Durante la preparazione dell’articolo e del sopralluogo sull’acquedotto storico abbiamo fatto avere la documentazione fotografica realizzata agli assessori comunali Crivello e Garotta, oltre che a Gianelli, presidente del Municipio della Media Val Bisagno: rimaniamo in attesa di un commento o di una presa di posizione delle istituzioni sulle condizioni di questo prezioso patrimonio comune.

     

    Carlo Ramoino