Autore: Gabriele Serpe

  • La crisi in Grecia e i 130 miliardi prestati dall’Unione Europea

    Mentre in Italia l’opinione pubblica era assorbita dal “caso Celentano” e dalle mutande di Belen, l’euro stava per saltare. L’accordo raggiunto in extremis ha “comprato” altro tempo alla Grecia, ma il paese è sempre a rischio bancarotta e questo potrebbe cambiare in maniera drammatica il nostro futuro.

    COSA E’ SUCCESSO?

    La Troika (cioè il triumvirato: Fondo Monetario Internazionale, Banca Centrale Europea e Unione Europea), che gestisce gli aiuti alla Grecia, doveva decidere su un prestito da 130 miliardi al governo ellenico. Per sbloccarlo ha posto delle condizioni molto precise e dettagliate, che ricalcano pressapoco la lettera che la BCE aveva spedito all’Italia nel 2011. Il messaggio, neanche troppo velato, è: “se volete i nostri soldi, dovete fare quello che diciamo noi”. Domenica scorsa il parlamento greco, mentre fuori infuriava la guerriglia urbana, ha chinato la testa, acconsentendo ad assumere impegni molto onerosi. Tutto risolto quindi? Niente affatto.

    La Troika, dietro alla quale incombe il peso politico della Germania, non si fida più delle promesse dei Greci, i quali, in quattro anni di crisi, al di là delle parole hanno fatto poco. Pertanto pretendeva la massima sicurezza sul rispetto degli impegni e non voleva transigere nemmeno sui “miseri” 325 milioni di tagli che mancavano all’appello. Ma soprattutto era preoccupatissima per le imminenti elezioni greche. Chi ci assicura, pensano a Bruxelles, che quando ad aprile si insedierà un nuovo governo, gli accordi presi oggi dall’attuale governo verranno rispettati?

    Il premier, Lucas Papademos, è uomo gradito all’establishment finanziario europeo. Ma cosa succederà quando, con tutta probabilità, verrà eletto Antonis Samaras, il leader del partito di centro-destra? Samaras si spertica in rassicurazioni, ma poi lascia cadere frasi sibilline su “rinegoziare le condizioni” che toccano i sensibilissimi nervi scoperti della Troika. Per questo motivo tra le due parti cominciava a farsi strada l’ipotesi di rimandare la decisione sul mega-prestito a dopo aprile. C’è solo un piccolo dettaglio: il 20 marzo maturano 14 miliardi di titoli di Stato greci e le casse di Atene non sono abbastanza capienti per ripagarli. Quindi o arrivava il prestito, oppure la Grecia saltava in aria: bancarotta disordinata e uscita dall’euro. Perciò il parlamento greco ha dovuto tirare fuori i tagli mancanti e rassicurare Bruxelles sul tema elezioni. Così ieri, dopo estenuanti trattative, il prestito è stato finalmente sbloccato: ad Atene arriveranno 130 miliardi di euro. Ma a che prezzo?

     

    L’ACCORDO

    E’ ovvio che 130 miliardi sono sempre 130 miliardi: una cifra considerevole. Per sbloccarla, si è dovuto coinvolgere diverse parti in un complesso accordo. Gli investitori privati hanno accettato di tagliare il loro credito verso lo stato greco di un buon 53,5% e sono stati fatti nuovi titoli di Stato per sostituire più del 30% delle precedenti obbligazioni, con rendimenti fissati al 2% per le scadenze nel 2015. Tutte queste misure servono a una sola cosa: ristrutturare il debito. E’ questa la preoccupazione maggiore dell’Europa.

    Atene ha un debito pubblico clamoroso e va ridotto. L’accordo raggiunto e il prestito sbloccato dovrebbero portare il debito pubblico greco in rapporto al PIL al 120% nel 2020. Anche le quattro maggiori banche greche, che ovviamente hanno un sacco di titoli di stato del loro paese, beneficeranno di parte di questi soldi per ristrutturarsi. Ma nel 2013 il debito pubblico greco arriverà al 168% del PIL e anche l’economia sarà in profonda recessione. E’ probabile inoltre che scatti un commissariamento vero e proprio della Grecia da parte della Troika, come auspica l’Olanda. A questo punto, di fronte a questo quadro, viene spontaneo farsi qualche domanda.

    1. Ammesso e non concesso che i Greci sopportino i sacrifici, gli Europei sono davvero disposti a finanziarli, oppure al momento delle ratifiche dell’accordo nei vari parlamenti uscirà fuori un voto contrario?
    2. Davvero ristrutturare il debito e tenere in recessione il paese aiuterà il paese ad uscire dalla crisi?
    3. Non converrà lasciare andare la Grecia al suo destino?

    State pur certi che quest’ultima domanda è presa in seria considerazione a Bruxelles, a Berlino, a Washington, a Roma e persino ad Atene. Gli Stati Uniti e l’Italia sembrano spingere verso l’aggregazione, ma è evidente che in Germania come in Grecia ci siano circoli politico-finanziari favorevoli alla disgregazione.

     

    Crisi in Grecia

    Quanto sono influenti le forze favorevoli a una fuoriuscita della Grecia?

    Difficile dirlo. Ma ci sono segnali preoccupanti. Berlino, ad esempio, sta stipulando accordi commerciali con paesi asiatici, dal Kazakistan alla Cina: segno forse che i tedeschi pensano di poter fare a meno del mercato interno europeo per le loro esportazioni? Ad aumentare il sospetto hanno contribuito anche le parole di Franz Fehrenbach, presidente del gruppo Bosch, il quale ha detto esplicitamente che l’UE dovrebbe mettere la Grecia alla porta e lasciare che il paese recuperi la sua competitività con una dracma svalutata. Insomma: nonostante l’europeismo di facciata, lo scenario è aperto.

     

    Chi ci guadagna se Atene abbandona l’euro?

    Possiamo anche pensare che, se i Greci un giorno dovranno fronteggiare una bancarotta disordinata e caotica, con il rischio addirittura di un colpo di stato dei militari, come riportavano alcune voci di corridoio ad Atene, a un certo punto sono problemi loro: se la sono cercata. Ma è difficile che tutti gli altri paesi abbiano qualcosa da guadagnarci. Con ogni probabilità, la crisi non si allenterebbe, ma si estenderebbe, anzi, al resto del continente, gettando quindi un’ombra funesta sulla sopravvivenza dell’Europa unita. Se infatti si creasse il precedente di un paese europeo in procinto di fallimento che, per un motivo o per l’altro, non riesce ad essere salvato, i mercati e gli speculatori ne trarranno la lezione che si deve trarre: e cioè che l’Europa non è né coesa politicamente, né in grado di prendere le giuste decisioni dal punto di vista economico-finanziario. E avrà ragione a scommettere contro. Dopo la Grecia, quindi, non ci sarà motivo per cui non debba essere la volta di Portogallo e Irlanda, e poi anche di Belgio, Spagna e, certamente, anche dell’Italia. Per questo la linea tenuta finora della governance europea è contestata sempre più apertamente dagli economisti e da vari governi, compreso il nostro.

     

    Qual’è stata finora la linea dell’Europa di fronte alla crisi?

    La linea di rigore europea è sostenuta della Germania, che è il paese più forte. Si basa sull’assunto che la crisi dipenda dalla “mentalità del debito“, come l’ha definita l’ormai ex-presidente della Germania Christian Wulff in un discorso di qualche giorno fa alla Bocconi. Secondo i tedeschi, la tendenza degli stati ad indebitarsi per far fronte alle spese sanitarie, all’istruzione e alle pensioni (ma anche ad inefficienze, assunzioni clientelari, evasione fiscale e corruzione) ha dato origine a finanze pubbliche incontrollate e alle conseguenti preoccupazioni per la solvibilità dei debiti sovrani che agita i mercati finanziari. Pertanto la soluzione non potrebbe che essere una politica di austerità e di drastici tagli che azzeri il deficit e riconduca gradualmente il debito pubblico in rapporto al PIL ad una percentuale ragionevole. Ecco perché l’accordo punta tutto sulla ristrutturazione del debito. Peccato che questa linea, anziché migliorare, abbia peggiorato le condizioni dell’economia greca, avvicinando il paese al baratro più di quanto non lo fosse due o tre anni fa.

     

    Perché questa linea non sta dando frutti?

    Il motivo, al netto degli errori dei Greci, è molto semplice. Come fa notare, ad esempio, Joseph Stiglitz, nobel per l’economia nel 2001, sono decenni che i paesi del sud Europa presentano un elevato indebitamento pubblico: non si tratta affatto di una scoperta venuta con la crisi. La crisi è scoppiata per la bolla dei mutui subrprime, non per i debiti sovrani. Ma quello che la crisi ha messo in mostra è che il sistema finanziario globale non ha controlli e non ha regole: in una parola, è inaffidabile. Le informazioni non sono condivise e conosciute da tutti, ma nascoste, truccate e modificate secondo i vari interessi. E’ questo che ha rallentato la circolazione della liquidità e gli investimenti: nessuno si fida più di quello che appare.

    Le stesse banche non si fidano a prestarsi soldi tra loro: sono state talmente brave a nascondere le informazioni che volevano nascondere, che adesso non si fidano più delle solidità apparenti di quelli a cui dovrebbero prestare denaro o degli investimenti su cui potrebbero scommettere. Ed è stata proprio questa mancanza di fiducia ad aver contagiato il mercato obbligazionario, facendo schizzare verso l’alto il rendimento dei titoli di stato dei paesi ritenuti più a rischio di solvenza: cioè, in particolar modo, i paesi europei con un elevato indebitamento. Questi paesi sono più vulnerabili perché non hanno il paracadute di una banca centrale in grado di stampare moneta. E’ una vecchia contraddizione irrisolta dell’UE. I paesi del nord Europa hanno bilanci solidi e sono inattaccabili, almeno per ora; ma i paesi del sud sono tradizionalmente meno rigorosi e adesso, senza un salvagente di qualche tipo, rischiano di essere affossati.

    I mercati erano irragionevolmente ottimisti prima della crisi: ma ora sono irragionevolmente pessimisti. Per ripristinare la fiducia, a cominciare dal mercato delle obbligazioni, più che di bilanci solidi, che non si possono avere in un tempo ragionevole, abbiamo bisogno di una qualche misura concreta per far vedere ai mercati che l’Unione Europea e la BCE reagiranno compatti agli attacchi speculativi. I mercati capirebbero che l’Europa tutta insieme è troppo grande per essere affossata e ritornerebbero ottimismo e investimenti. I 130 miliardi, anche se danno un’idea di solidarietà, non bastano da soli.

     

    Che rischio stiamo correndo?

    Insistendo sulla linea attuale il rischio che falliscano a catena i paesi cosiddetti “P.I.G.S.” (Portogallo, Italia, Grecia e Spagna) è concreto. E’ anche la paura di Obama, che deve affrontare le elezioni presidenziali e non vuole che la crisi europea gli crei problemi. Ma è anche la paura di Mario Monti, che infatti ieri ha firmato con gli altri paesi Europei (con la significativa esclusione di Francia e Germania) un manifesto per la promozione della crescita economia nell’Eurozona. Il premier sa benissimo che l’Italia non è salva e che, in caso di default greco, i prossimi sulla lista siamo noi. In questo momento tutti ci elogiano per le riforme fatte, ma non dobbiamo farci trarre in inganno dalle lusinghe. Obama e gli altri leader europei incensano il lavoro di Monti per dargli più credibilità e usarlo come cavallo di Troia per scardinare il rigore teutonico; la Merkel, dal canto suo, lo elogia per dimostrare che una politica di rigore può dare buoni risultati. Oggi a tutti viene comodo presentarci come il modello da seguire.

    Ma i fondamentali dell’economia italiana non sono cambiati: siamo in recessione, i consumi sono minimi, la disoccupazione è alta, la corruzione diffusa. Se la Grecia salta, la speculazione trarrà nuovo vigore e troverà validissimi motivi per scommettere contro di noi. In quel caso, se la Germania non interviene (e perché dovrebbe farlo, se non lo ha fatto per la Grecia?), state pur certi che salteremo. Prova ne è che l’andamento dello spread dei nostri titoli peggiora ogni qualvolta arrivano brutte notizie da Atene. La Germania ha ragione ad avercela con i paesi del Sud: se fossero stati più attenti, oggi sarebbero meno esposti. Per questo fa bene a insistere su un bilancio europeo rigoroso.

    Ma bisognerebbe anche spiegare agli elettori tedeschi che questa strada da sola non porta da nessuna parte. Sarà anche vero che i greci hanno truccato i bilanci; che hanno un 25% di dipendenti pubblici, dove la Germania ha solo il 9%; che i contribuenti greci più ricchi pagano poche tasse, mentre quelli tedeschi sono tartassati dal fisco. Ma questi problemi non si risolvono con un colpo di spugna. Se, ad esempio, la Grecia si volesse allineare agli standard tedeschi, dovrebbe licenziare i lavoratori in eccesso nel pubblico impiego, il che vorrebbe dire mettere il 16% dei lavoratori greci sulla strada. E che dovrebbero fare questi, appena perso un impiego sicuro e verosimilmente poco qualificato? Fare impresa? E con che competenze? Ma soprattutto, con che soldi?

    Lo Stato non può spendere perché è preoccupato a tagliare la spesa, la gente è povera e le banche non fanno credito. Come si fa ad uscire dalla recessione, se si continua a peggiorare le condizioni economiche di un paese? Si dirà: ma i Greci hanno appena preso 130 miliardi! Vero, ma non sono comunque abbastanza per risollevare il paese (i tagli che la Grecia ha fatto e dovrà fare costeranno molto di più). E poi significa fare nuovo debito. Per questo le previsioni sono che l’anno prossimo il debito greco aumenterà: se l’economia è in recessione e il PIL cala, e per andare avanti si contraggono nuovi debiti, è ovvio che la percentuale tra debito e PIL sale. Per questo viene il sospetto che non ci sia una strategia coerente, ma di compromesso, che i rischi siano dietro l’angolo e che i tedeschi, sotto sotto, stiano pensando: “chi non è in grado di starci dietro, può pure accomodarsi fuori”.

     

    Tagliare i rami secchi?

    E’ un’idea molto pericolosa, perché questi rami non stanno solo all’ombra del Partenone. Come ho cercato di spiegare, è probabile che la possibilità di default ripetuti nella zona euro dipenda più dalla mancanza di solidarietà europea che dallo stato dei bilanci. La linea di rigore tedesca dovrebbe essere affiancata, con equilibrio, a misure che favorissero la spesa, agli Eurobond o a nuove immissioni di moneta in circolazione, che aumenterebbero l’inflazione ma farebbero ripartire i consumi. Al contrario, se si applicherà sempre e solo la politica del rigore, essa porterà alla fine altri paesi fuori dall’Europa e lascerà solo il blocco nordico, che si ritroverà così con ottimi bilanci, ma anche con una moneta fortissima. E a chi saranno venduti i prodotti industriali tedeschi con un cambio simile? Basteranno i ricchi cinesi? C’è da dubitarne. La Germania è il paese che più ha beneficiato della moneta unica, perché ha favorito l’export nel resto dell’Europa. Davvero ora vuole farne a meno? Poi ci sarebbe anche da capire se le banche tedesche possano ritenersi immuni dal rischio di ritrovarsi a pagare i CDS (credit default swaps) contro il fallimento degli stati.

    Se la ristrutturazione del credito dei privati verso il governo greco non viene considerata (per un bizantinismo interessato) “volontaria”, teoricamente i premi dovrebbero essere pagati. Chissà poi quanti titoli di stato greci, italiani, portoghesi e spagnoli ci sono nei caveau tedeschi. Nessuno lo sa, ma a Berlino potrebbe non convenire venirne a conoscenza, un giorno, nel modo peggiore, se è vero, come è vero, che c’erano anche diverse banche tedesche tra le 114 dell’UE che l’altro giorno hanno subito il downgrade di Moody’s. La Germania dovrebbe riflettere bene se sia meglio perdere qualcosa oggi, o correre il rischio di perdere tanto domani. Ma se il problema è la contrarietà degli elettori tedeschi e la mancanza di coraggio dei loro politici, allora in linea di principio la Germania non è diversa dalla Grecia che, per accontentarli, i suoi elettori li assumeva.

    Andrea Giannini

  • Chiusura del Tribunale di Chiavari: un edificio da 13,5 mln ancora da ultimare

    Chiusura del Tribunale di Chiavari: un edificio da 13,5 mln ancora da ultimare

    Tribunale di Chiavari, il nuovo edificio
    Il nuovo "Tribunale del Tigullio", rimarrà abbandonato?

    Storie di ordinario spreco: il quasi neo-nato tribunale di Chiavari non ha ancora visto la luce ed è destinato già a morire. Come tante opere pubbliche costate miliardi e poi abbandonate per non utilizzo, perché non portate a termine, perché in realtà inutili o perché, come in questo caso, fermate da una legge, anche il nuovo palazzo di giustizia, sorto nella cittadina rivierasca e costato la bellezza di 13, 5 milioni di euro, rischia di non essere mai messo in funzione per la restrizione imposta, in nome di un contenimento della spesa pubblica, dalla revisione sulle circoscrizioni dei Tribunali.

    Per evitarne la soppressione e il conseguente accorpamento al Tribunale di Genova, basterebbe aumentare il comprensorio dai limiti attuali (150 mila cittadini) a 180 mila, cosa fattibile con l’incremento dei comuni inclusi nel distretto di competenza. Il Comitato “Salva il tuo tribunale“, promosso da Gabriele Trossarello, avvocato, sindaco di Moconesi, ha raccolto in un giorno più di 4000 firme…

    La politica di rigore non può essere cieca davanti a un edificio che rischia di marcire nel degrado più bieco, come avviene per miriadi di opere pubbliche di cui ci rendicontano, giornalmente, i media (esempio per tutti i faraonici lavori per i mondiali di nuoto del 2009, opere non terminate e piscine ridotte a maleodoranti acque stagnanti) né si può pensare al recupero dell’area con una demolizione che aggiungerebbe danno alla beffa. Nelle prossime settimane si svolgeranno incontri pubblici in tutte le principali località del Tigullio organizzati dal comitato che si sta battendo per sensibilizzare la cittadinanza e la politica locale sul rischio che “le nostre amate valli diventino periferie senza servizi di Genova o di La Spezia”.

    Non solo: in termini logistici il Tribunale di Genova riuscirebbe a gestire anche l’utenza del Tribunale di Chiavari? Dalle nostre parti i tempi di espletazione delle pratiche, incommensurabili, sono ben noti a chi ha avuto la disavventura di averne bisogno.

    La nostra sede è ubicata sì in zona centrale, ma senza strutture atte ad accogliere visitatori in auto o mezzi pubblici che transitino nella via, per non parlare di scale e scaloni, di ascensori latitanti, di corridoi degni del labirinto di Cnosso che brillano per la mancanza di indicazioni. Aulette soffocanti che fanno concorrenza al ripostiglio delle scope e scartoffie polverose, talora alla portata di tutti, discreti e indiscreti.

    Ma il dato più sconfortante è che si vuole sopprimere una realtà, l’attuale vecchio Tribunale di Chiavari, che è tra i primi dieci in Italia per tempi di risoluzione delle cause.  Poco conto si tiene, infine, ma questo fa parte dei “soliti” sacrifici che si chiede alla “solita” gente, del disagio che la soppressione del tribunale comporterebbe in termini di spesa e di tempo per eventuali spostamenti degli utenti rivieraschi verso la nostra città.

    Poiché non è pensabile una mancanza di capacità di tutte (o quasi) le persone che ci rappresentato, in uno sforzo di fiducia, si deve pensare che siano talmente avulse dalla realtà della vita dei più, da non rendersi conto che certi “buoni propositi” di riduzione delle spese si trasformano, di fatto, in inauditi disagi.

     Adriana Morando

  • La Rai fa marcia indietro: niente canone speciale

    La Rai fa marcia indietro: niente canone speciale

    Rai cavallinoCon una nota stampa la Rai si rende protagonista di una netta marcia indietro dopo la bufera del canone speciale che avrebbe reso obbligatorio il pagamento del canone anche in assenza di un apparecchio televisivo.

    A seguito di un confronto avvenuto con il Ministero dello Sviluppo Economico – si legge nella nota – la Rai precisa che non ha mai richiesto il pagamento del canone per il mero possesso di un personal computer collegato alla rete, i tablet e gli smartphone. La lettera inviata dalla Direzione Abbonamenti Rai si riferisce esclusivamente al canone speciale dovuto da imprese, società ed enti nel caso in cui i computer siano utilizzati come televisori (digital signage) fermo restando che il canone speciale non va corrisposto nel caso in cui tali imprese, società ed enti abbiamo già provveduto al pagamento per il possesso di uno o più televisori. Ciò quindi limita il campo di applicazione del tributo ad una utilizzazione molto specifica del computer rispetto a quanto previsto in altri Paesi europei per i loro broadcaster (BBC…) che nella richiesta del canone hanno inserito tra gli apparecchi atti o adattabili alla ricezione radiotelevisiva, oltre alla televisione, il possesso dei computer collegati alla Rete, i tablet e gli smartphone. Si ribadisce pertanto che in Italia il canone ordinario deve essere pagato solo per il possesso di un televisore

    In realtà, per quanto ora si voglia comprensibilmente archiviare il tutto come una banale incomprensione/equivoco, la lettera inviata nei giorni scorsi dalla Rai a migliaia di aziende non lasciava spazio a fraintendimenti: “[…] chiunque detenga uno o più apparecchi atti o adattabili alla ricezione di trasmissioni radiotelevisive al di fuori dall’ambito famigliare, compresi i pc collegati in rete“.

    Insomma, una vera e propria marcia indietro, sensata e gradita.

     

  • Il Castello della Pietra e le antiche fortezze della “via del sale”

    Il Castello della Pietra e le antiche fortezze della “via del sale”

    Il Castello della Pietra
    Il Castello della Pietra

    “E’ la Liguria una terra leggiadra.. ombra e sole s’alternano per quelle fondi valli che si celano al mare..”, così recita una poesia di Vincenzo Cardarelli in cui la dirupata orografia della nostra regione, selvaggia ed aspra ma ricca di bellezze naturali, dà conto di paesaggi unici, talora famosi come quelli delle 5 Terre, talora più nascosti che meritano di essere riscoperti insieme alla loro storia.

    Quest’oggi vi proponiamo una gita fuori porta alla scoperta dei magnifici castelli lungo la via del sale fra i fiumi Vobbia e Scrivia, in provincia di Genova.

    Si imbocca l’autostrada che, in un susseguirsi di curve, giunge ad Isola del Cantone, seguendo un percorso sulle tracce di quell’antica via del sale che dai Giovi giungeva nelle terre dette “Lingua Malaspina”. Da qui, si poteva raggiungere la Pianura Padana, dopo un congruo pedaggio, a fronte di una garanzia di sicurezza, attraverso le valli della Trebbia e quelle della Staffora, percorso obbligato da una legge del 1284 (“per ipsam stratam vallis Stafole et vallis Trebie”).

    Queste terre appartenute, dal Medioevo, ai marchesi di Gavi furono teatri di scontri con la vicina Repubblica di Genova, contesa risolta, nel 1218, con l’assegnazione dei territori a sinistra del torrente Scrivia ai liguri, mentre quelle a destra restarono a Tortona. Riunite sotto l’ unico feudo dei Malaspina nel 1235, furono cedute agli Spinola nel 1256. Tracce di queste passate vicende le troviamo, appena usciti dal casello, nel Castello del Cantone e Castello del Piano.

    A strapiombo su uno dei rari tratti rettilinei della via, il Castello del Cantone si dice risalga al XIII secolo e se ne ha notizia certa per una Bolla Papale di Innocenzo III, datata 13 aprile 1213. Originariamente a pianta quadrata con torri agli angoli delle mura, fu ceduto alle famiglie Denegri e Zuccarino, nel 1819, e trasformato in abitazione privata. Ripetuti rifacimenti hanno snaturato l’antica l’architettura di cui rimane il ricordo, solo, nel torrione che aggetta sul fiume.

    Di difficile datazione è, invece, il secondo maniero, edificato in località “Piano”, a nord della confluenza tra il Vobbia e lo Scrivia. Acquistato dalla famiglia Mignacco, grazie ad una attenta manutenzione, si presenta come una solida costruzione a pianta quadrata, sviluppata su tre livelli, provvista di due torri circolari, unite da spesse mura al cui centro si apre il portale, in arenaria, che da adito alla corte.

    Castello Spinola, Isola del Cantone
    Il Castello del Cantone

    Lasciate le vetuste vestigia, una strada tortuosa, scavata nella roccia dell’orrido, ci conduce lungo la cupa e angusta Valle Vobbia in cui scorre il fiume, profondamente incassato tra massi bruni. Solo all’altezza del ponte di Zan, la valle prende respiro per consentirci di ammirare la meta del viaggio. Prima, però, parliamo del ponte e del suo curioso nome: poche notizie storiche ne attribuiscono la costruzione a Giovanni (“Zan”) Malaspina, figlio di Opizzone della Pietra, signore dell’omonimo castello. La tradizione popolare lo vuole, invece, fatto dal diavolo in persona in cambio dell’anima del primo sfortunato passante. Il primo a transitare fu, però, un cane istigato dalla saporita formaggetta che l’astuto Zen vi aveva fatto rotolare. Per vendetta Satana, avendo visto il villano ingannatore seppellire un tesoro nei pressi, lanciò una maledizione per cui immani frane rovinavano a valle, ogni qual volta qualcuno cercava di riprenderlo. Ma il parroco di Vobbia, cospargendo il terreno con acqua benedetta e chiedendo l’intercezione divina, liberò i luoghi dal Maligno e, col tesoro recuperato, fu costruita la chiesa locale.

    Dal ponte, come si diceva, si può ammirare le due escrescenze gemelle di puddinga (conglomerati), unite dallo strabiliante Castello della Pietra, eretto nel XIII secolo a guardia della strada del sale. Si può accedere alla rocca attraverso uno dei due viottoli che s’inoltrano nel fitto bosco, il Sentiero dei sette seccherecci (locali in pietra per l’essicazione delle castagne) e il Sentiero dell’acqua pendente.

    Dopo una camminata di circa 20 minuti si giunge finalmente al Castello, vera perla del Parco Naturale dell’Antola, la cui datazione (incerta) risale al 1100. Le travagliate vicende legate alla sua storia si possono seguire nel corso di visite guidate che ne rievocano gli splendori e il successivo degrado che toccò il culmine con l’incendio messo in atto dalle truppe francesi e la fusione dei suoi cannoni, il cui bronzo fu utilizzato per le campane della chiesa di S. Croce (Crocefieschi).

    Nel 1981 è iniziato il processo di recupero anche se molti tratti sono irrimediabilmente perduti come i motivi ornamentali della volta del salone: rimane l’originalità architettonica dei due corpi dell’edificio, impostati a quote diverse, l’audacia costruttiva dei tre livelli dell’avamposto quasi interamente scavati nella roccia e un quarto piano dove si snodano un susseguirsi di camminamenti dotati di strette feritoie dalle quali si può godere un panorama mozzafiato che vale, da solo, la fatica della salita.

    Adriana Morando

  • Guai a parlar male della “Mito”: la Rai condannata a pagare 7 mln a Fiat

    Guai a parlar male della “Mito”: la Rai condannata a pagare 7 mln a Fiat

    Alfa MitoPremetto che le automobili Fiat sono le migliori sul mercato. Per prestazioni e consumi sono nettamente superiori a Wolkswagen, BMW, Porsche, Lotus, Rolls-Royce e persino Ferrari. Gli optionals sono fantascientifici e le linee accattivanti. Sia lodato Marchionne; e sempre sia lodato. Scusate la premessa, ma d’oggi in poi, quando si vorrà dire o scrivere qualcosa al riguardo della Fiat, bisognerà attestarsi su questi toni. Le critiche sono abolite per legge.

    Questo infatti ha stabilito il Tribunale di Torino, condannando in primo grado la RAI e il giornalista Corrado Formigli (oggi conduttore di Piazza Pulita su LA7, ma all’epoca inviato di Annozero) a risarcire la Fiat. La somma? Una cosetta da niente, una cifra quasi simbolica: 7 milioni di euro. Si, avete capito bene: 7.000.000 €. E cosa avrebbero fatto la RAI e Formigli? Sequestrato e torturato Lapo Elkann? Appiccato le fiamme allo stabilimento di Pomigliano? Molto peggio: hanno mandato in onda un servizio dove si diceva che la Mito ha prestazioni inferiori a quelle di due vetture straniere concorrenti. E siccome i periti del tribunale hanno stabilito che questo non è vero e che Formigli avrebbe volutamente riportato dei risultati sbagliati di un test su strada, per questo motivo ora deve risarcire, nell’ordine, un danno patrimoniale (cioè perdite materiali subite dalla Fiat) di 1 milione e 750 mila euro, più un danno non patrimoniale (cioè morale e d’immagine) di 5 milioni e 250 mila euro.

    Tutto questo in un paese dove, come ha ricordato la Gabanelli sul Corriere, un risarcimento per “perdita parentale” (cioè la morte di un figlio o di un marito) si liquida con un tetto massimo di 308.700 euro (l’ha stabilito il Tribunale civile di Milano). Ma ciò che è più incredibile, in tutta questa vicenda, è il fatto che tantissime persone si sono scatenate sul web plaudendo la sentenza, gioendo e sfogandosi contro i giornalisti dell’ex-staff di Annozero, additati come faziosi ed irresponsabili. Commenti come “godo!”, “la prossima volta si preoccupi di dire la verità”, “così imparano a dare contro al Made in Italy”, “la legge vale per tutti”, “dicono sempre che bisogna rispettare le sentenze, ora lo facciano anche loro” mi hanno davvero stupito, perché sono apparsi con straordinaria frequenza su siti e blog di diversa estrazione politica.

    Sembra che la gente non si sia resa conto di che cosa stiamo parlando e quale sia il punto della questione. Ovviamente tutti sono liberi di pensare che Santoro, Travaglio e compagnia bella siano giornalisti faziosi e antipatici. Ma la libertà di espressione e di critica, che questa sentenza finirà per limitare fortemente, garantisce a chiunque non ami questo tipo di informazione di cercarsene un’altra. In Italia, tra l’altro, l’informazione televisiva è monopolizzata dalla politica e in primis dalla persona di Berlusconi, che ha grande potere di veto su 5 emittenti nazionali su 7.

    La carta stampata, poi, dipende sia dai finanziamenti pubblici (e quindi dalla politica), sia dai gruppi di potere finanziario-industriali (tra cui spicca certamente anche la Fiat). Per questo è proprio chi non ama Formigli e Santoro ad avere la più ampia offerta informativa a cui rifarsi e, pertanto, a non avere motivo di sfogare il proprio livore su internet. Un altro discorso è essere del parere che la sentenza restituisca lo scarso valore professionale dei giornalisti che stavano ad Annozero: ma non si può essere contenti per la punizione che ha subito Formigli. L’idea che chi esprima un’opinione scorretta, un’idea sbagliata, un dato scientifico o di cronaca falso debba essere “punito” rivela – e mi spiace dirlo, perché non amo affibbiare questo aggettivo a destra e a manca – una concezione fascista dell’informazione.

    E’ la professionalità che dovrebbe uscirne compromessa, non la vita. Alle falsità si contrappongono le verità, non punizioni esemplari e pene severe; per l’ovvio motivo filosofico, storico e politico che, anche se la Verità esiste sicuramente, trovarla non è affatto scontato, mentre è proprio in nome di questa che si sono fatti i peggiori massacri della storia. Nemmeno la verità cosiddetta “scientifica” o “tecnica” è immune da errori. Ogni volta che in un tribunale un perito nominato da una parte stila una perizia, chissà come mai questa è quasi sempre favorevole alla parte che l’ha commissionata.

    Ci vuole poco a portare la “scienza” dove si vuole che vada. Negli anni ’30 non solo in Germania, ma trasversalmente nell’opinione pubblica di molti paesi democratici erano diffuse convinzioni razziste ed eugenetiche, che solo oggi riconosciamo come “pseudo-scientifiche”, sulle quali all’epoca attecchì il nazismo. Dovremmo metterci in testa che è più igienica una società dove si permette a chiunque di esprimere la propria opinione, anche se scorretta e pericolosa, che una società dove si pretende di dividere i buoni dai cattivi in nome di una qualsiasi concezione di Verità.

    Ma al di là dei massimi sistemi, nel caso in questione è evidente che la presunta falsità del servizio di Formigli c’entra poco. E anche il danno commerciale arrecato alla Fiat centra poco, visto che la casa di Torino ha già detto che devolverà l’intera cifra in beneficenza. La cosa, infatti, è piuttosto strana: se mi sfasciano la macchina e l’assicurazione mi ripaga, non do i soldi in beneficenza, ma mi faccio riparare l’auto o me ne compro un’altra. Se i soldi non sono un problema, è evidente che alla Fiat interessava solo la questione di principio. E il principio è questo: non osate attaccarci o potreste ritrovarvi a pagare milioni.

    Chi pensa che, anche dopo questa sentenza, si possa ancora criticare una grande industria semplicemente dicendo la verità, commette un grosso peccato d’ingenuità. D’ora in poi ogni giornalista sa che, se tocca gli interessi commerciali di un gruppo che può pagarsi ottimi legali, in caso di errore ha davanti a sé la prospettiva di dover pagare milioni di danni. Quindi ricontrollerà mille volte prima di fare il servizio; e, a meno di non essere più che sicuro, nel dubbio preferirà evitare. E se per caso sarà davvero sicuro, sarà il suo editore a dissuaderlo per non prendersi il rischio della sanzione: può sempre succedere, infatti, che si perda pur avendo ragione, perché un grande gruppo è molto influente e perché gli errori giudiziari ci possono essere anche nei paesi più evoluti del mondo.

    Chi vorrà correre il rischio di rovinarsi la vita per fare l’eroe dell’informazione libera? Sarà più comodo adattarsi a spargere l’incenso. Si pensi alle trasmissioni che si sono occupate delle radiazioni dei telefonini o delle fabbriche che inquinano: cifre e numeri sono sempre contestati e contestabili. Pertanto chiunque voglia addentrarsi in argomenti simili dovrà tenere presente che potrà essere citato per danni milionari.

    E’ del tutto evidente che questo frenerà i giornalisti e ci consegnerà allo strapotere degli interessi commerciali delle grandi industrie. E se i loro prodotti saranno dannosi, tanto peggio per noi, che lo scopriremo solo consumandoli e subendone gli effetti. Eppure la faziosità di Formigli è tutta da dimostrare. La perizia, infatti, è stata affidata ad un collegio di esperti composto dall’attuale ministro Francesco Profumo, dal professor Federico Cheli e dal professor Salvio Vicari. Tutti e tre, per ricerca o per lavoro, hanno usufruito in passato di finanziamenti o hanno avuto legami riconducibili al gruppo Fiat.

    Ma la sentenza, oltre che dannosa e discutibile, è anche ridicola. Si vuole sostenere che la gente spenda 15.000 euro per un auto, senza andare dal concessionario, ma guardando Annozero. Si vuole sostenere che la Fiat abbia bisogno di una riparazione per il danno d’immagine, come se questa non spendesse già ogni giorno vagonate di euro per occupare TV, giornali, radio e internet con le sue pubblicità; come se non si potesse pagare testimonial del calibro di Giovanni Allevi, Chiambretti, Luca e Paolo; come se Formigli non fosse stato disponibile ad ospitare in trasmissione un incaricato del gruppo Fiat per dare il suo punto di vista. La sproporzione della punizione è evidente: bastava imporre una puntata di riparazione in cui alla Fiat fosse concesso di contestare le tesi di Formigli e sarebbe già stato tanto. Questo canovaccio era già andati in onda con Tremonti su Report e con Maroni a Vieni via con me. Quanti altri giornalisti, poi, sono stati già sanzionati in passato per errori commessi in odore di partigianeria? Basti pensare a Minzolini con Berlusconi “assolto” anziché “prescritto”, oppure a Feltri con le infondate accuse a Boffo. Qual’è la differenza rispetto a questi esempi?

    Che non c’era dietro una grande industria come la Fiat interessata non tanto alla riparazione del danno subito, che si fatica a vedere, quanto a “colpirne uno per educarne cento”. Chi ha un abbonamento a Sky sa benissimo che c’è una trasmissione britannica, Top Gear, dove si dice peste e corna di certi modelli di auto. Saranno proprio tutte corrette le valutazioni dei conduttori? C’è da dubitarne. Ma a quanto si sa nessuno ha mai citato in tribunale nessuno. Due paesi, due misure di civiltà.

     

    Andrea Giannini

  • Addio Tunnel sotto il Porto: dieci anni fa era un altro mondo

    Addio Tunnel sotto il Porto: dieci anni fa era un altro mondo

    Porto di GenovaLa notizia è dei giorni scorsi, il Consiglio Comunale con 26 voti a favore ha liquidato la Tunnel di Genova S.p.A (formata da Comune di GenovaAutorità Portuale di Genova e Cassa e Depositi e Prestiti), ovvero la società a cui dieci anni fa lo stesso Comune aveva dato l’incarico di realizzare un’autostrada sottomarina capace di attraversare il Porto di Genova per collegare San Benigno alla Foce.

    Ma chi di voi si ricorda il progetto del super-tunnel? Facciamo una decina di passi indietro.

    La società Tunnel di Genova S.p.A. ricevette nell’aprile 2003 il progetto preliminare dalla società inglese High-Point Rendel, ovvero due gallerie circolari e parallele lunghe 720 metri da Calata Gadda a San Benigno fino ad una profondità di 35 metri; ogni galleria con tre corsie, ciascuna larga 3,75 metri, con l’uscita prevista all’altezza del mercato del pesce. La realizzazione del tunnel avrebbe anche dato il la ad un parcheggio sotterraneo di 3 piani per 3.000 auto e 60 bus. Il tutto per una cifra inizialmente stimata in 450 milioni di euro, poi cresciuta sino ai 520 milioni ipotizzati nel 2008.

    Il primo intoppo arrivò già nel 2003 (ancora il Ministero delle Infrastrutture non aveva dato il via libera al progetto definitivo), quando l’ipotizzato abbattimento dello Yacht Club Italiano di Calata Gadda, dove il progetto prevedeva la viabilità in uscita del tunnel, si rivelò impossibile. Emerse infatti sul palazzo dello Yacht Club un vincolo di tipo immobiliare. Ma un’opera simile poteva essere frenata da un palazzo?

    Si continuò a lavorare per impostare un project financing e quindi diminuire all’osso la parte di investimento pubblico. Il privato che avesse deciso di finanziare il tunnel avrebbe poi avuto la concessione per 50 anni con la possibilità di far gravare sui genovesi automobilisti subacquei una tassa di pedaggio dai 0,50 ai 2 euro. La progettazione preliminare costò alla società Tunnel di Genova 4 milioni di pubblici euro.

    Nel 2005 il Ministero delle Infrastrutture approvò il progetto e un anno dopo, 2006, l’allora ministro delle infrastrutture e dei trasporti Antonio Di Pietro scrisse nel documento sulle “infrastrutture prioritarie”:

    Nel sistema della grande viabilità urbana di Genova si inserisce il progetto del tunnel sottomarino/sotterraneo, attualmente in fase di progettazione preliminare, che attraversa il bacino del porto antico, ponendosi in alternativa alla esistente sopraelevata, migliorando il sistema dei collegamenti con l’area portuale, e realizzando una connessione diretta tra gli svincoli di Genova est ed ovest. Di grande valenza la possibilità di ridefinire il “waterfront” cittadino.

    Lo stesso ministro suona la carica ancora una volta l’anno successivo, il 2007, con una lettera indirizzata al presidente dell’Anas dove si legge addirittura della “demolizione della Sopraelevata che rappresenta una reale, pesante cesura tra il centro storico della città e il suo porto“.

    Il progetto, fortemente voluto tra i tanti dall’assessore della giunta Pericu e presidente della Tunnel di Genova Giancarlo Bonifai, rimane fermo un po’ in tutti i cassetti: Ministero, Cipe, Anas, Comune, Regione, Autorità Portuale… La nuova giunta Vincenzi, nella persona dello stesso sindaco, si dichiara però favorevole all’opera pur considerando prioritaria la realizzazione del Nodo di San Benigno (il progetto definitivo del nodo di San Benigno è stato approvato in conferenza dei servizi nell’agosto 2011 n.d.r.) e promuovendo da subito la realizzazione della Strada a mare di Cornigliano.

    Una nuova luce di speranza, nonostante dall’altra parte dell’oceano stessero esplodendo mutui come fuochi d’artificio, arrivò dalla presa di posizione di Anas che nel 2008 fece intendere di voler assumere la postazione di comando per traghettare il progetto sino al defintivo “timbro” del Cipe che avrebbe dovuto promuovere definitivamente il Tunnel di Genova come opera di interesse nazionale.

    Nell’agosto del 2010 la definitiva doccia fredda: nelle carte presentate da Autostrade alla Regione per la proposta progettuale della risistemazione viaria di Genova, il tunnel sottomarino non è neanche citato.

    E arriviamo così allo scioglimento della società e all’accantonamento del progetto, in un tempo fatto di tagli e restrizioni, in cui sentir parlare di Tunnel della Manica in miniatura nel Porto di Genova fa quantomeno sorridere. La storia di questo progetto è la storia di un “vecchio mondo” che non c’è più, che non avrebbe potuto continuare a lungo a reggere un passo simile, un simile ritmo; un mondo dove anche a Genova era possibile immaginare una strada da 500 milioni di euro scorrere sotto al fondale marino…

    Gabriele Serpe

     

    PS Il viaggio andata e ritorno verso il sogno Tunnel di Genova è costato più di 5 milioni in dieci anni.

    PS 2 Sono rimasti ancora alcuni nostalgici: “Il progetto del tunnel resta valido –  sottolinea l’assessore al Bilancio Francesco Miceli – ma in questo momento non ci sono risorse per finanziare l’opera”.

     


  • Blu Area: si va avanti nonostante la sentenza del Tar

    Blu Area: si va avanti nonostante la sentenza del Tar

    Se qualcuno aveva gridato ”eureka” è stato subito disilluso. La sentenza con la quale il Tar ha sancito l’illegalità delle Blu Area e condannato il Comune, nella misura dei due terzi, e Genova Parcheggi, in solido per il resto, a pagare le spese legali, quantificate in 6.000 euro, è stata prontamente smentita dai fatti.

    Le aree “incriminate”,  Albaro, San Fruttuoso, Marassi e Staglieno, dove i posteggi a pagamento non lasciano scampo neppure al ricordo delle strisce bianche e, come tali, da abolire almeno in parte, proseguiranno a richiedere onerosi tributi, in primis perché il Comune ha dichiarato immediatamente la sua volontà di opporsi a tale decisione, ricorrendo al Consiglio di Stato, e, poi, dalle parole “politichesi” dell’assessore alla viabilità Simone Farello che, confermando il ricorso, parla di uno “studio” per valutare eventuali localizzazioni degli stalli a sosta libera.

    Considerato i tempi biblici che, ad esempio nella via dove abito, si esemplificano con mancanza di strisce segnaletiche dopo il rifacimento del manto stradale più di 5 anni fa, tali intenti porteranno ad una sola, solita, conclusione: nonostante i dettami della legge, la Blu Area rimarrà attiva.

    Sono quindi avvisati coloro che, ingannati da notizie poco chiare, si erano già appostati in agguato pronti a fruire di un parking non gravato da odiosi balzelli: tutto rimane come prima. A giustificazione, il Comune dice di aver attuato il diabolico “traffico mercenario” della “sosta a pedaggio” per favorire i residenti. Un “bel” favore che non lascia scelta e si trasforma, di fatto, in un illecito tributo.

    Ricordiamo, dice Giuseppe Occhiuto, membro del direttivo di Aval (Associazione Venditori Ambulanti liguri), promotore dell’iniziativa, come la giurisprudenza preveda che le aree di sosta a pagamento debbano essere soltanto in centro città, e in rapporto di 50% con i parcheggi liberi.

    Questa semplice regola di buon senso scaturisce non dal bisogno di proteggerci da un compulsivo desiderio di incenerire la carta di credito con uno shopping selvaggio, ma dalla necessità di spostarsi in zone non coperte dal proprio contrassegno, per una visita medica, per portare i figli a fare sport, per assistenza a parenti anziani, banalmente per andare al lavoro, tutte attività che comportano un esborso calcolabile, sull’arco della giornata, di 20-30 euro. Il problema è sempre lo stesso: la macchina non si può piegare e, sottobraccio, portarsela a casa né tantomeno è facile, a seconda di dove si abita, farsi “alettare” dalla voglia di prendere l’autobus. E’ qui il nocciolo della questione: ad oggi in alcune zone della città il trasporto pubblico presenta enormi lacune in quanto a corse e orari, oltre ad essere fatiscenti (mancano sistemi per l’ingresso dei disabili, per le carrozzelle dei bimbi e spazi all’interno per la loro collocazione), numericamente insufficienti (si entra in concorrenza con le acciughe in barile e si è maggiormente esposti a mani furtive che entrano nel nostro portafoglio senza la giustificazione di far parte del governo Monti), corsie gialle che si interrompono improvvisamente (l’autobus rientra nel traffico normale con ulteriori rallentamenti), mancanza di una linea metro degna di questo nome (per il Levante continua ad essere un’utopia), mezzi alternativi , quali treni locali, inadeguati (perennemente in ritardo, servizi inagibili, erogatori biglietti non funzionanti) etc etc.

    L’opzione “umana” è l’auto privata che, gravata di bollo, assicurazione, benzina e, pure, posteggio, si trasforma in una gallina dalle uova d’oro, ma non certo per chi è costretto a subire. Il candidato alle prossime elezioni comunali, Marco Doria, in un’intervista televisiva, sembra aver “biascicato” qualcosa in proposito all’abolizione delle strisce blu, ma l’accenno è stato tanto fugace che viene il sospetto della solita “butade” pre-campagna elettorale da non pubblicizzare troppo perché, poi, le promesse vanno mantenute.

    Penso con nostalgia alle biciclette pubbliche parigine che da noi, grazie alla mitezza del clima e se dotate di un supporto ad elettricità per le salite, sarebbero un ottimo mezzo per sfoltire il traffico, ridurre lo smog e fare un po’ di sport facile, nei tratti in cui la strada ripiana. Naturalmente alla “parigina” e cioè con un parking mezzi ogni 50 metri, praticamente sotto casa e in tutte le vie della città.

    Ma questa è una cosa da illuminati ben lontano da una realtà che riesce a fare posteggi blu sulle strisce gialle degli autobus (vedi corso Sardegna o via Canevari) o si inventa coreografiche ”linee” estive, quelle che ci hanno dilettato, la scorso anno, in Corso Italia. La sconsolata impressione che se ne trae è una sola: fedeli alla nomea storica che indica i genovesi come consumati commercianti, i nostri governati, prima di pensare al benessere dei cittadini, “rimuginano” sul metodo più immediato per rimpinguare le casse del Comune con ogni mezzo lecito e non, a dispetto della stessa sentenza del Tar.

    Adriana Morando

  • Teatro Sociale di Camogli, verso la riapertura del cantiere

    Teatro Sociale di Camogli, verso la riapertura del cantiere

    Teatro Sociale di CamogliDopo trentanni di silenzio e abbandono (un unico intervento nel 1980 ad opera della Provincia di Genova per la messa in sicurezza del tetto), il Teatro Sociale di Camogli sul finire del 2009 torna agli onori della cronaca grazie all’apertura del cantiere per l’avvio dei lavori di restauro e messa in sicurezza.

    Un evento atteso con grande partecipazione da tutti i camoglini, una conquista ottenuta grazie all’impegno di Silvio Ferrari che ha costituito la Fondazione del Teatro, ha contrattato con i palchettisti (ovvero i proprietari del teatro, si tratta infatti di una proprietà divisa fra più privati) e con le istituzioni restituendo entusiasmo all’intera cittadina. Un entusiasmo culminato con la decisione spontanea di 100 famiglie che hanno raccolto 26mila euro e si sono costituiti associazione (“Gli Amici del Teatro Sociale”) per entrare nella Fondazione. (In coda l’intervista a Marta Puppo, presidente dell’associazione)

    Ma per dare nuova vita al teatro la cifra complessiva supera i 2 milioni di euro… L’impegno di questi cittadini è ripagato con l’annuncio di un fondo statale Fas (Fondo aree sottoutilizzate), del contributo di Regione e Provincia, della Fondazione Carige, ma anche dei vicini comuni rivieraschi, e si arriva così alla tanto attesa apertura del cantiere. Una festa per Camogli, l’associazione monitora il cantiere pubblicando online un diario dei lavori, con immagini e riprese.

    Ma il 29 giugno 2011 la ditta SACAIM, che si era aggiudicata l’appalto, la stessa azienda che ha ricostruito il Teatro La Fenice a Venezia, sospende i lavori perché in credito di quasi 700.000 euro. Non ci sono i soldi per pagare gli operai, i fondi Fas sono bloccati e la Regione non può anticiparli. Da quel giorno il cantiere è abbandonato.

    Fondazione e associazione, però, non si danno per vinti. Continuano a pressare le istituzioni e a stimolare la partecipazione non solo della gente di Camogli, ma di tutta la riviera di Levante. Poche settimane fa, grazie anche all’impegno della Regione e degli enti coinvolti, arriva l’annuncio dello sblocco dei fondi statali. Un milione e 700 mila euro per far riprendere i lavori.

    Ma non è finita qui, il definitivo epilogo positivo si fa ancora attendere. La somma c’è (e questa è una certezza), ma deve ancora essere deliberata e fonti della Regione fanno sapere che il fondo sarà a disposizione della Fondazione del Teatro solo una volta terminate le procedure amministrative e trasmessa in Regione la documentazione: “La Regione può consegnare il fondo solo a una Fondazione in grado di gestire il Teatro”.

    Non c’è dubbio che quello della gestione sia un tema da affrontare, i volontari già da tempo organizzano incontri a questo proposito, stanno lavorando per creare una commissione all’interno della Fondazione che possa stabilire le linee guida, proposte e progetti non mancano. Un “intoppo burocratico”, quindi, che non potrà e non dovrà impedire ai denari di arrivare finalmente nelle casse della Fondazione per permettere la riapertura del Teatro Sociale. Questo, ne siamo convinti, rimane l’obiettivo imprescindibile di tutte le parti in causa.

    Abbiamo incontrato l’architetto Marta Puppo, presidente dell’associazione “Gli Amici del Teatro Sociale”:

    L’associazione nasce da un’iniziativa che si chiamava “Iniziativa delle 100 famiglie“. Raccontaci cosa è accaduto a Camogli due anni fa… “L’idea era che 100 famiglie camogline, ma non solo, più precisamente direi persone interessate alle sorti di Camogli e del suo Teatro, si tassassero con un minimo di 250 euro a testa per poter entrare nella Fondazione del Teatro e partecipare attivamente alla sua riapertura. L’ingresso nella fondazione richiedeva il versamento di una quota, siamo riusciti a raccogliere 26mila euro. Certo, si tratta di un versamento simbolico se si pensa alla somma totale per il restauro, ma penso sia un bellissimo messaggio, a Camogli c’è grande partecipazione per quanto riguarda il Teatro, c’è grande attesa per la riapertura…”

    In questi sei mesi di chiusura forzata del cantiere la Fondazione non si è certo data per vinta… “Questo tempo di fermo del cantiere non è stato un periodo di fermo per la Fondazione, noi abbiamo cercato ulteriori fondi per riuscire a portare a termine non solo i lavori preventivati ma anche ulteriori interventi che in un primo momento non erano stati finanziati, come ad esempio la facciata…”

    E per quanto riguarda la gestione? “Stiamo lavorando molto su questo aspetto, è fondamentale che sia messa in atto una buona gestione per far si che il teatro possa essere vivo una volta restaurato e riaperto. Vogliamo che si faccia una commissione all’interno della Fondazione per stabilire le linee guida, che non vuol dire decidere già chi sarà a gestirlo, non è il soggetto in sé la cosa importante adesso; vogliamo però avere le idee chiare su quello che dovrà essere il nuovo Teatro Sociale. Abbiamo fatto una serie di incontri con altri teatri come lo Stabile e l’Archivolto di Genova, abbiamo incontrato tecnici ed esperti. Sono venute fuori idee e proposte interessanti, tra cui quella di un teatro per i cosiddetti “spettacoli zero” e quella di un luogo dedicato all’alta formazione musicale… Insomma, vogliamo che chiunque verrà a gestire questo teatro si trovi già un progetto ben delineato.”

     

     

    Gabriele Serpe

    Video di Daniele Orlandi

     

  • Storia di Genova: piazza della Nunziata e i balestrieri genovesi

    Storia di Genova: piazza della Nunziata e i balestrieri genovesi

    Ingresso Basilica di Piazza dell'Annunziata

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    Nel caos del traffico cittadino c’è una piazza, un po’ snobbata dalle guide e dai percorsi turistici anche perché, diciamolo, soffocata dal transito rumoroso di mezzi di tutti i tipi, con palazzi smorti nel loro non-colore che avrebbero bisogno di un provvido restyling e in perdente competizione con le più nobili e vicine Via Cairoli, via Balbi nonché tutto il cuore pulsante del Centro Storico. Eppure Piazza della Nunziata potrebbe stupire con tanti racconti che l’hanno vista muta testimone di passate vicende umane.

    Campeggia in questo luogo la monumentale chiesa dedicata alla SS. Annunziata del Vastato. Piccola pieve, limitata nella superfice dalla presenza di due torrentelli, oggi incanalati nel sottosuolo, il rio di Carbonara e il rio di Vallechiara, vide gli albori nel 1228 con il nome di S. Maria del Prato.

    Dai Fratelli della Regola degli Umiliati, primi religiosi a curarne la costruzione, passò ai Conventuali di S. Francesco di Castelletto che la ingrandirono (1520-1530), grazie al congruo contributo in denaro di Francesco Spinola e la dotarono di un ampio sagrato, previa demolizione di alcune case, azione da cui deriverebbe il termine “guastato” o del “vastato”, anche se qualcuno sostiene che il toponimo è da riferirsi ad “a-stu”, luogo all’aperto dove antichi liguri si riunivano in parlamento.

    Fu grazie, però, ai nobili Lomellini se i nuovi proprietari, i Frati minori Osservanti dell’Annunziata di Portoria, la completarono nelle sue attuali forme barocche(1591-1625), rendendola un vero museo della storia dell’arte genovese del ‘600. Mirabili sono la facciata di Taddeo Carlone, il pronao neoclassico con il grandioso timpano, sorretto da sei colonne, di Carlo Barabino, gli affreschi della navata centrale dei fratelli Giovanni e Giovanni Battista Carlone o quelli delle due navate laterali dove, insieme ai più noti Grechetto, Fiasella, Cambiaso, Strozzi, troviamo opere di ben altri 19 pittori, tra le quali alcune di grande valore artistico come Il Cenacolo (G.C. Procaccini) che campeggia sopra l’ingresso o l’Annunciazione (D. Piola) in una delle cappelle laterali.

    Il Paradiso, affresco di Andrea Ansaldo, che impreziosisce la cupola centrale, è famoso, poi, per essere stato causa di un agguato, teso al pittore da colleghi invidiosi, dal quale si salvò miracolosamente. La querelle tra artisti, rosi da gelosie e rivalità, erano molto frequenti in quei tempi, come lo testimonia il fatto che l’Ansaldo era già scampato ad un episodio analogo. Venuto a conoscenza che era stato affidato al rivale Giulio Benso l’incarico di dipingere “S. Antonio fra gli Angeli”, per l’Oratorio di S. Antonio Abate, su cui, pare, vantasse dei diritti di prelazione, l’artista affrontò con decisione il concorrente che, però, più giovane e armato di un “ferro”, lo ridusse così a mal partito che per poco non ne morì.

    Basilica di Piazza dell'AnnunziataBasilica di Piazza dell'Annunziata

    Meno fortunato fu Luciano Borzone che, mentre dipingeva il Presepe, visibile a sinistra dellacappella maggiore, cadde maldestramente dall’impalcatura e perì. Deceduti per peste, anni più tardi (1645) anche i suoi figli chiamati a terminare l’opera del padre. Sorte infelice, ugualmente, per il duca Giuseppe Bouffleurs, giunto con le sue truppe a difendere Genova da un possibile ritorno degli austriaci. Poco più di un anno dopo (1747), come si legge in un antico testo, il vaiolo chiamò il poveretto “ad altra gloria”. La stima dei genovesi, che “lo piansero a calde lacrime” perché “ avevano ammirato in lui il modello d’ogni virtù cristiana”, indusse il Senato dell’epoca a conferirgli un posto nel libro d’oro della nobiltà genovese. Questo privilegio aveva come conseguenza l’opportunità di inserire lo stemma della Repubblica nel blasone di famiglia e la possibilità di essere sepolto in una chiesa, scelta che cadde su quella dell’Annunziata, dove ancora giace davanti alla cappella dedicata a S. Luigi.

    Spostiamoci sul “Vastato” e caliamoci nell’anno 1601: nella piazza una grande forca è stata allestita per l’impiccagione di Giovanni Giorgio Leveratto. La triste storia inizia quando Maria de’ Medici, moglie di Enrico IV di Francia, fu costretta a soggiornare a Portofino per le pessime condizioni del mare. Qui conobbe un certo Gian Battista Vassallo che, seguitala in Francia, per accrescere il suo prestigio agli occhi della regina, progettò di consegnare Genova ai francesi. Per ordire la congiura, si rivolse al cognato Leveratto, medico genovese, che pensò di introdurre i nemici nella città attraverso una piccola porta nei pressi di Carignano. Ma il tradimento di Antonio Morasso, proprietario della casa da cui sarebbero dovuti partire i cospiratori, fece fallire il piano, piano prontamente confermato dal traditore al primo “rendez vous” con gli strumenti di tortura. Spettacoli molto più ameni si tenevano, invece, nei giorni festivi, ma per scoprirne i protagonisti, bisogna prima parlare di un’antica e terribile arma: la balestra.

    Il “Vastato” era l’ampio spiazzo davanti alla chiesa di piazza della Nunziata, dove nel XIII secolo, si esercitavano i balestrieri, così come, dopo le funzioni religiose nei giorni festivi, si poteva assistere alle loro esibizione a Prè, a Sarzano, sulla spianata dell’Acquasola e in tutte le piazze antistanti le parrocchie. Vere e proprie competizioni, accompagnate da un tifo da stadio con applausi, fischi, discussioni, risse, si concludevano con l’assegnazione di ricchi premi: “ille qui primo dabat in signo” (chi per primo risultava vincitore) riceveva “una tazza de bono ariento”, il secondo 10 paia di braccia di tessuto di lana, il terzo una nuova balestra completamente accessoriata. Se ne trova memoria nei libri amministrativi delle spese: esborso di 10 lire per la valle di Voltri (1338) usate per l’acquisto di due tazze di argento, così per gli anni successivi, sceso a 6 lire e 5 soldi, per una sola tazza in tempi di crisi (1415) ect.

    Col nome di “Balistariis” erano il vero corpo “d’elitte” delle milizie genovesi, famosi per perizia, precisione, sprezzo del pericolo e prendevano il nome dalla terribile arma di cui erano equipaggiati: la balestra. Le origini di questo strumento bellico sono incerte ma, comunque, antichissime, basti pensare che, nel 500 a.C., viene citata nel trattato cinese dell’Arte della Guerra, in cui il capo militare Sun Tzu ne descrive i mirabili pregi: “il potere è come la contrazione di una balestra, la tempestività come lo scoccare di un dardo…”. Dalla Cina si diffuse in Medio Oriente nel 900 d.C. e fu importata in Europa intorno all’XI secolo.

    Antenata della balestra, in uso presso greci e romani fin dal II secolo a.C., era la “balista”, una grande macchina da guerra in grado di scagliare enormi pietre con cui far saltare le merlature delle mura. Parente più prossima era, invece, quella chiamata “streva”, denominata in seguito “a gamba” o “a tibia”, perché si ricaricava a terra utilizzando la staffa in ferro al centro dell’arco. Poco veloci da riarmare, avevano bisogno dei Pavesari, uomini armati di lancia e scudo (pavese) per proteggere il balestriere durante questa manovra. Facile e maneggevole era la “manesca”, usata per difesa personale ma, a Genova, si usava la ”balestra a staffa”, più grande di quella cinese e più piccola di quella “da posta” (difesa statica) ma così micidiale da superare le altre per gittata (più di 400 m) e con potenza tale da forare una corazza o trapassare un cavallo, tanto da essere etichettata come “arma infernale e sconveniente per i cristiani” da Papa Innocenzo II, nel corso del Concilio Laterano del 1139.

    Il fusto in faggio, in rovere o in tasso italiano, la corda fatta di canapa intrecciata, un peso complessivo di 6 chili erano alcune caratteristiche di una vera opera d’arte la cui realizzazione era affidata a specialisti, riuniti nella corporazione dei “Balistari” (1275), mentre i dardi erano forniti da privati, i “Quarellarii” detti anche “Magister Verretonorum”, o dalla Zecca. In questo ultimo caso erano detti “buoni” e, per statuto, non potevano mancare su navi o in roccaforti da difendere. E’ proprio nella registrazione del carico delle navi, che partirono per la prima crociata (1098), dove troviamo notizie certe della presenza dell’arma nella nostra città ma, solo alla fine del 1100, venne istituito un vero corpo di armigeri che in pochi anni diventò la punta di diamante dell’esercito di S. Giorgio, con una precisa organizzazione che prevedeva la suddivisione in “bandiere”, composte ciascuna da 20 uomini, comandate da un conestabile.

    Regolarmente salariati, avevano una “ferma” di 3-6 mesi e un ”garante” che rimborsava lo stipendio esborsato dalla Repubblica, pena il carcere, in caso di loro defezione. Lo stesso Comune permetteva di requisire, con l’esposizione di un cippo contrassegnato dalle loro insegne, qualsiasi terreno fosse necessario per l’allenamento e, nel 1352, lo stesso Comune giunse ad acquistare un terreno dell’Abbazia di S. Stefano per questo scopo.

    Tra il 1100 e il 1400 furono la milizia più addestrata e meglio pagata d’Europa da cui i genovesi cercarono di trarne profitto “affittandoli”. Il loro primo impiego mercenario data 1173, quando venne firmato un trattato tra il marchesato di Gavi e Genova, con l’impegno di un intervento in caso di bisogno, seguito da quello del 21 febbraio 1181 in cui ,“in nomine Domine”, i Consoli liguri si impegnavano a fornire ad Alessandria 200 arcieri, e 10 “maestri” (balestrieri). Con un capovolgimento di fronte, fu ad Asti (1245) che furono “locati”, per un mese, “100 balestrieri appiedati e 20 a cavallo da impiegare contro la vicina città di Alessandria”. La loro temibile fama fu quella che indusse Federico II a rilasciare un gruppo di prigionieri, dei 500 mandati a difendere Milano (1245), privati di un occhio e della mano destra perché non potessero tornare ad esercitare la loro arte bellica. Genova, riconoscendo il loro sacrificio, cosa inconsueta per quei tempi e per la proverbiale tirchieria, istituì per loro una regolare pensione. Finita la carriera con l’avvento delle armi da fuoco, oggi, per chi vuole saperne di più, esiste nella nostra città la Compagnia dei Balestrieri del Mandraccio, con sede presso la Casa del Boia, in piazza Cavour, dove è allestito un Museo di armi e costumi.

     

    Adriana Morando

  • Via del Campo 29rosso: riapre il negozio di musica di Gianni Tassio

    Via del Campo 29rosso: riapre il negozio di musica di Gianni Tassio

    Via del Campo, GenovaCi siamo. Quello che era lo storico negozio di via del Campo “Musica Gianni Tassio”, acquistato dal Comune di Genova nel 2010 dopo la scomparsa del collezionista e commerciante genovese, inaugura la nuova gestione sabato 25 febbraio alle ore 17.  Si chiamerà “Via del Campo 29rosso“.

    Lo spazio, conosciuto in tutta Italia, divenne per iniziativa dello stesso Tassio, dopo la scomparsa di Faber l’11 Gennaio 1999, un “tempio” in memoria del grande cantautore nostrano, un luogo simbolo per i i fan di De André che per 11 anni hanno dato vita ad un vero e proprio “pellegrinaggio pagano”, ammirando i dischi in vinile originali, le fotografie, i libri di Fabrizio e le riviste d’epoca che ne raccontavano le gesta… ma soprattutto la celebre “Esteve ’97”, la chitarra appartenuta a De André e acquistata da Tassio per 168 milioni di vecchie lire grazie alla cordata “Via del Campo” durante un’asta benefica a favore di Emergency  il 6 Gennaio 2001.

    “Via del Campo 29rosso” sarà un laboratorio culturale e un riferimento per tutte le iniziative creative in città, collegate alla musica ed alla poesia, progetterà e gestirà percorsi guidati nel Centro Storico dedicati ai turisti, ma anche ai genovesi più distratti…

    Il vecchio corridoio, le cui vetrine esponevano la chitarra di Faber e i vari cimeli, si trasforma in vera e propria “promenade” in continuità con la stessa via del Campo e quindi collegandola con il vecchio Ghetto (vico dei Fregoso); lungo le pareti, come un tempo, saranno in bella mostra merce e oggetti.

    Un’apertura molto attesa in città, dopo che il primo bando pubblicato nel 2010 era andato deserto. Il Comune di Genova ha partecipato con un contributo economico per consentire i lavori di ristrutturazione e ha concesso il locale  per nove anni ai nuovi gestori, ovvero una società consortile composta dalla Cooperativa Solidarietà e Lavoro di Genova, la società ETT di Genova e la Cooperativa Sistema Museo di Perugia, quest’ultima già gestore del book shop di via Garibaldi.

     

  • Lorenzo Basso: il Pd respinge le dimissioni del segretario regionale

    Lorenzo Basso: il Pd respinge le dimissioni del segretario regionale

    Lorenzo Basso“No dai, non te ne andare”. L’assemblea del Partito Democratico ha respinto le dimissioni del segretario ligure Lorenzo Basso presentate dopo la brutta figura rimediata alle primarie. E l’uomo che fino a qualche giorno fa sembrava aprire al nuovo corso del Pd rimettendo il proprio mandato e lasciando spazio a un volto nuovo capace di restituire ordine e competitività ad un partito “scaduto”, diventa, volente o nolente, lui stesso punto di partenza del rinnovamento. A testimonianza di ciò l’applauditissimo intervento durante la Direzione Regionale del Pd di ieri. Eccone un breve riassunto:

    Non ho rassegnato dimissioni solo formali. Non l’ho fatto perché tutto rimanga uguale a prima. Ho messo in conto di uscire di qui senza più essere Segretario. Ma questo è il tempo delle scelte… Tantomeno però voglio fare quello che in passato altri hanno fatto: rassegnare le mie dimissioni alla prima sconfitta. Non lascio il Partito nelle difficoltà se si ritiene che io possa essere utile.

    I genovesi ci hanno chiesto innovazione di contenuti, di stile e di uomini. Se non daremo loro anche uno solo di questi ingredienti la nostra ricetta verrà respinta e questa volta, a differenza delle primarie, non ci sarà appello. […] Stasera è necessaria una scelta forte. Nessun direttorio, caminetto, soluzione pasticciata che tenga dentro correnti e maggiorenti può essere accettata.[…] Per farlo è però necessaria la vostra fiducia. Una fiducia piena e convinta, che dia a questo Partito, attraverso di me che ho l’onore di guidarlo, la forza di arrivare compatto alle prossime elezioni amministrative, che si svolgeranno non solo a Genova. Vi chiedo quindi di accettare le mie dimissioni oppure di darmi la forza per compiere insieme tutto ciò che è necessario a realizzare questo impegnativo obiettivo.”

    E ancora.. “I cittadini si aspettano che cambi non solo la politica ma anche l’intera classe dirigente che da oltre trent’anni governa l’economia, la vita sociale, la cultura e i rapporti di potere di questa città. Ma scaricare le responsabilità solo addosso al Sindaco e all’Amministrazione è un’autoassoluzione che non coglie il problema e non getta le basi per superarlo. Né possiamo illuderci che i problemi di un partito si possano risolvere individuando un unico colpevole.”

    Accolte invece le dimissioni di Victor Rasetto, ex segretario provinciale, non è ovviamente tutta sua la responsabilità della rovinosa corsa a due Vincenzi – Pinotti, ma è stato lui, allo stato attuale delle cose, a pagare le spese per tutti. Rimangono delusi, al momento, gli elettori del centrosinistra che si aspettavano un radicale cambiamento della classe dirigente del partito.

  • Storia di Genova: l’antico Comune di Sestri Ponente

    Storia di Genova: l’antico Comune di Sestri Ponente

    Sestri PonenteEra il “Sextum lapis ab Urbe Janue”, ovvero la “sesta pietra miliare dalla città di Genova” sulla strada romana che univa l’antica Gallia con la Capitale. Il villaggio “Sextum” sorse sulla collina nel II Secolo, quando ancora il mare occupava tutta la parte pianeggiante, e il nome Sestri deriva proprio dalla volgarizzazione di questo toponimo latino.

    Rimase villaggio marinaro e agricolo per tutta la sua storia, ma già al tempo dell’Impero Romano l’attuale Sestri Ponente era uno dei centri maggiormente abitati del “genovesato”.

    Genova e dintorni, la guida online

     

    La storia di Sestri Ponente – vai all’approfondimento su GuidadiGenova.it

     

     

     

  • Privatizzazione Aeroporto di Genova: gara deserta, tutto da rifare

    Privatizzazione Aeroporto di Genova: gara deserta, tutto da rifare

    Aeroporto Cristoforo Colombo di GenovaScadeva alle 12 del giorno 15 febbraio il termine ultimo per la presentazione delle offerte per l’acquisto del 60% dell’Aeroporto Cristoforo Colombo di Genova, ovvero la quota di proprietà dell’Autorità Portuale. La gara è andata deserta.

    Dopo il ritiro in extremis, con una lettera indirizzata alla stessa Autorità Portuale, da parte del Fondo italiano per le infrastrutture guidato da Vito Gamberale , si attendevano le offerte degli altri gruppi che avevano mostrato interesse e partecipato alle fasi di studio. Niente da fare.

    Per la preseteazione del nuovo bando si parla di tempi piuttosto brevi (aprile/maggio 2012) e, come già anticipato nei giorni scorsi, aumenterà la quota in vendita con l’aggiunta del 15% attualmente di proprietà di Aeroporti di Roma.

    Il continuo prorogarsi delle trattative potrà influire negativamente sul futuro del Cristoforo Colombo? Qualche tempo fa è stato intrapreso un percorso per il definitivo rilancio dello scalo genovese. Regione, Camera di Commercio e Aeroporto hanno stanziato per i prossimi tre anni 7,5 milioni di euro (2.5 mln di euro annui), con l’obiettivo a breve termine rappresentato dall’ampliamento dei collegamenti con le riviere per favorire la scelta dell’aeroporto di Genova da parte dei i turisti che vengono in Liguria. L’obiettivo a lungo termine, invece, è la costruzione entro il 2015 di un grande parcheggio di interscambio nella zona nord all’uscita dell’autostrada.

     

  • Teatro della Gioventù: incontro con il direttore artistico Massimo Chiesa

    Teatro della Gioventù: incontro con il direttore artistico Massimo Chiesa

    Intervista a Massimo ChiesaUn incontro piacevole quello avvenuto nel nuovo foyer del Teatro della Gioventù. Massimo Chiesa, direttore artistico del teatro, produttore teatrale e figlio di Ivo Chiesa storico fondatore del Teatro Stabile di Genova, ci racconta quelli che sono i primi passi della sua creatura dopo il tanto discusso bando di gara dello scorso anno per l’assegnazione del teatro che lo ha visto unico partecipante. Lui che ha lavorato con i più grandi attori e registi, italiani e non, ha fondato la “The Kitchen Company”, una compagnia formata da quasi 50 attori under 30 diplomati nelle migliori Accademie italiane. Il Teatro della Gioventù diventa quindi la sede ufficiale della compagnia, uno spazio che nelle ambizioni di Chiesa dovrà essere vivo anche al di fuori degli spettacoli: aperitivi musicali, tea reading, letture, dj set, concerti e Free Wi-Fi Zone.

    Un piccolo passo indietro. Prima del tuo insediamento ci sono state polemiche, soprattutto riguardanti la presenza nel contratto con la Regione Liguria dell’obbligo da parte tua di inserire rappresentazioni di teatro dialettale nel tuo cartellone, opere attualmente assenti…
    Nel bando di gara c’è l’obbligo da parte mia di fare teatro dialettale, ma non solo, c’è l’obbligo di fare anche altre cose che, mi viene da dire, saranno fatte. E’ difficile poter sostenere che noi al Teatro della Gioventù “non faremo”… perché ad oggi ho presentato solo il cartellone di prosa. E non amo i minestroni…

    Cosa offre questo primo cartellone del Teatro della Gioventù? Il comune denominatore è la commedia, ho cercato testi che facciano ridere in modo intelligente. Basta aprire una certa tv e la volgarità impera, io amo invece la comicità dei grandi autori, prevalentemente inglesi, dove è più difficile ridere, ma quando si ride lo si fa “con gusto”, “con qualità”…

    Prima delle rappresentazioni di “Rumori Fuori Scena” (più di 50 dal 14 gennaio fino al 4 marzo) fai tu stesso un invito particolare a chi viene a vedere, ma in un certo senso anche alla città, quasi volessi spronarla… Così tante rappresentazioni per un solo spettacolo si tratta di un record per Genova, ma lo sarebbe anche per Roma o Milano. Ho fatto questa scelta perché vorrei che tutti i genovesi venissero a vedere lo spettacolo e proprio per questo ho tenuto i prezzi molto bassi, ma non voglio che vengano qui a scapito degli altri teatri cittadini… tutt’altro! Ed è proprio questo l’invito che faccio al pubblico prima dello spettacolo. Abbonatevi, andate allo Stabile, alla Tosse, al Garage come all’Archivolto… e poi venite anche qui! Ad oggi con “Rumori Fuori Scena” siamo a metà del percorso e lo hanno visto più di 4000 persone… Risultato impossibile se io avessi tenuto in scena lo spettacolo due o tre giorni, al massimo una settimana, come è abitudine fare in Italia. Un’abitudine pericolosa, prima o poi si finirà con il mettere in scena solo il primo tempo di uno spettacolo!

    Tra l’altro so che ti piacerebbe promuovere all’interno del Teatro della Gioventù gli spettacoli degli altri teatri cittadini… Esatto! A Londra o a Parigi è così e non vedo perché in Italia no. A me piacerebbe nel mio discorso a inizio spettacolo consigliare al pubblico spettacoli di altri teatri cittadini. Sarebbe fantastico … certo poi dall’altra parte vorrei che il “favore” fosse ricambiato, a seconda del loro gusto ovviamente. E’ un peccato far passare inosservati alcuni spettacoli…

    A Genova come in Italia si dice ci siano pochi ragazzi che scrivono opere teatrali, ma a me viene da dire: un giovane autore dove può andare a proporre i suoi testi originali se si tende sempre a mettere in scena opere straniere o di un’altra epoca? Il contemporaneo sembra sempre “da rivedere”… Tocchi un tasto delicato. Guarda io faccio il produttore teatrale da tanti anni. Il punto è che un giovane autore contemporaneo ha come colleghi/rivali tutti gli autori del mondo… è dura! Un giorno un ragazzo è venuto da me a propormi una commedia, scritta molto bene, divertente…. ma non abbastanza. Voglio dire, ma perché devo mettere in scena il testo di questo ragazzo quando posso mettere in scena un testo ad esempio di Michael Frayn…?! Questo ragazzo non era all’altezza di Frayn e io sono un produttore privato, per cui ovviamente scelgo il più bravo. Forse i teatri pubblici potrebbero aprirsi di più alle giovani proposte, questo magari si… ma per un privato è difficile. Poi, a dire la verità, in Italia non abbiamo neanche tutta questa tradizione di autori teatrali…

    Di cosa pensi di avere “tanta voglia”, Massimo? Oddio… Sicuramente vorrei il teatro sempre pieno e, come ti ho detto, vorrei che questo diventasse un teatro in pieno stile londinese. Per quanto riguarda la mia vita, invece, vorrei tanto trovare la tranquillità che non ho mai avuto. Sempre a rincorrere le cose, invidio la calma… e vorrei un giorno riuscire a vivere con i “tempi giusti”.

     

    Intervista di Gabriele Serpe

    Video di Daniele Orlandi

  • Progetto Smart City: Genova riceverà 6 milioni di euro

    Progetto Smart City: Genova riceverà 6 milioni di euro

    Porto di Genova al tramontoVi ricordate il progetto SmartCity tanto voluto dalla sindaco Marta Vincenzi? Bene, le tre proposte presentate dalla città di Genova sono risultate vincitrici con il punteggio massimo in tutti e tre gli ambiti (“pianificazione strategica sostenibile delle città”, “riscaldamento e raffreddamento”, “efficientamento energetico degli edifici”) del bando “Smart cities and Communities 2011”, lanciato dalla Commissione Europea.

    Genova riceverà 6 milioni di euro per la realizzazione dell’intero programma, un’importante scommessa e un’opportunità da sfruttare nel migliore dei modi. Ma andiamo a conoscere nel dettaglio i progetti:

    – Nell’ambito 1 ovvero “pianificazione strategica sostenibile delle città”, Genova ha partecipato con il progetto “Transform” coordinato dal Comune di Amsterdam e che vede, per la parte genovese, la collaborazione di Comune, Enel Distribuzione S.p.A., A.R.E. (Agenzia Regionale per l’Energia) oltre l’Università e l’Ufficio della Regione a Bruxelles retto da Costa Consulting. L’obiettivo del progetto è quello di creare una linea guida comune contenente indicazioni strategiche (e riferimenti concreti a casi specifici) sufficientemente flessibili per essere applicate nelle diverse realtà urbane. Genova riceverà 674.000 euro.

    – Per quanto riguarda l’ambito “riscaldamento e raffreddamento” Genova ha partecipato e vinto con il progetto “Celsius” coordinato dal Comune di Goteborg. La città di Genova progetterà e realizzerà una rete energetica locale alle Gavette, a Staglieno, con  un impianto di turbo-espansione e una centrale di cogenerazione nel sito dell’Officina delle Gavette. Insieme alla centrale verrà realizzata una nuova rete di tele-riscaldamento e tele-raffreddamento che dovrebbe servire le utenze industriali, commerciali e residenziali della zona. Con il Comune sono impegnati la Genova Reti Gas srl, l’Università e D’Appollonia S.p.A., il progetto porterà a Genova 2.425.000 euro.

    – Il terzo e ultimo progetto, nell’ambito “efficientamento energetico degli edifici”, si chiama “R2Cities” che si pone l’obiettivo di sviluppare una serie di strategie e soluzioni innovative per l’edilizia residenziale. Genova ha messo in campo un progetto ambizioso che prevede la riqualificazione energetica della diga di Begato grazie al rifacimento dell’impianto energetico dell’edificio, la riqualificazione dei percorsi e cambiando i sistemi di consumo. Oltre a Begato, il progetto prevede un intervento anche in Piazzale Adriatico, per un finanziamento complessivo di 2.486.000 euro.