Autore: Nicola Giordanella

  • Fegino, la lettera aperta dei cittadini ad un anno dal disastro. La debolezza della Politica e la misura del rischio

    Fegino, la lettera aperta dei cittadini ad un anno dal disastro. La debolezza della Politica e la misura del rischio

    iplom-petrolio-inquinamentoIl 17 aprile 2016, esattamente un anno fa, una delle tubature dell’oleodotto Iplom che collega i depositi di Fegino con la raffineria di Busalla si rompeva, sversando centinaia di migliaia di litri di greggio nei rio Pianego. Un disastro ambientale che ha “travolto” gli abitanti della delegazione della Val Polcevera, che da decenni convivo con il “rischio” di un incidente “rilevante”: un rischio divenuto realtà.

    Il primo anniversario cade nel giorno di Pasquetta, ricorrenza festosa, durante la quale, per tradizione, la comunità popolare si riversa su prati e colline, per godere del sole primaverile e della natura. Una coincidenza che impone una riflessione su quanto è stato fatto per arginare il disastro di Fegino, e quanto si sta facendo per evitarne di nuovi.

    Bonifica

    Era Superba sta documentando la lenta opera di bonifica ambientale, ad oggi ancora al palo. Come abbiamo visto, infatti, dopo una prima fase emergenziale sono state eseguite delle perizie per quantificare il danno e misurare le necessità dell’intervento; il famoso Piano di Caratterizzazione. La prima versione di questo documento, presentata ad agosto, però non ha chiarito alcuni aspetti, per cui l’amministrazione comunale ha richiesto delle integrazioni. Qui è nata una querelle squisitamente burocratica che ha visto rimbalzare la palla tra Genova e Roma, per determinare chi avesse l’ultima parola sulla questione. Dopo nove mesi è stato stabilito che la regia dei lavori doveva rimanere a Genova, è solo a marzo Comune, Regione e Arpal si sono riuniti per “deliberare” ulteriori prescrizioni da consegnare all’azienda, per avviare la bonifica. Il tutto, ovviamente, stando nei termini di legge. Dodici mesi, però, in cui centinaia di persone sono rimaste esposte alle esalazioni chimiche, solo perché lì vivono e lì lavorano. Veramente la politica non poteva fare, o pretendere, di più?

    La misura del rischio

    fegino.iplom3Nelle ore successive al disastro Era Superba ha denunciato l’irregolarità dei Piani di Emergenza Esterna degli impianti industriali a rischio di incidente rilevante situati nell’area metropolitana genovese. Tra questi ricade anche il deposito di Fegino. In questi giorni la Prefettura è al lavoro per la redazione dei nuovi documenti, non senza qualche difficoltà. La normativa, però, esclude le tubature degli oleodotti da questa procedura, non vincolando queste invasive infrastrutture ad un protocollo di intervento emergenziale rafforzato. Il 14 marzo scorso il Consiglio comunale del Comune di Genova ha votato all’unanimità una impegnativa che da mandato alla amministrazione di “lavorare” affinché questa lacuna venga colmata. Una determinazione che rischia di rimanere lettera morta: la Prefettura, infatti, nel presentare la prima bozza del PEE dell’impianto di Fegino, pare non abbia tenuto conto di questa richiesta, attenendosi scrupolosamente alle prescrizioni di legge. Oggi, quindi, i territori attraversati da oleodotti sono esposti al medesimo rischio di un anno fa. Siamo sicuri che non si può fare di più? Le Istituzioni davvero non possono agire in maniera migliorativa rispetto alle leggi?

    Rabbia degna

    In tutto questo, nel mezzo di questo mare di codici e cavilli, ci stanno le persone, la cui tutela dovrebbe essere uno degli scopi ultimi di normative, politica e istituzioni. Nel caso di Fegino, i cittadini si sono organizzati, e dopo un anno di “battaglie” continuano a monitorare e ad aggiornare la loro mobilitazione e le loro iniziative, anche legali. Nella loro lettera aperta, scritta in occasione del “primo” anniversario del disastro e che pubblichiamo integralmente, oltre alla rabbia per una emergenza che sembra non finire, si legge la speranza che qualcosa possa ancora cambiare: chi ha orecchie per intendere…

    [quote]

    TRISTE ANNIVERSARIO 17 APRILE 2016 – 17 APRILE 2017

    Lo avevamo definito “Atto finale” quello che intorno alle 19.30 del 17 aprile 2016 ha riversato nel rio Pianego, rio Fegino, torrente Polcevera e infine in mare , oltre 600 mila litri di petrolio fuoriuscito a seguito della rottura della tubatura di IPLOM spa che, dal Porto Petroli di Multedo , trasporta il greggio verso la raffineria di Busalla .

    Il 17 aprile 2016 , per ironia della sorte , era il giorno del referendum sulle trivelle , andato vano per il mancato raggiungimento del quorum , una scelta che avrebbe potuto determinare la volontà dei cittadini ad iniziare un percorso di cambiamento verso fonti energetiche alternative e meno inquinanti.

    Così non è stato per molte ragioni, la più importante e decisiva la scelta del governo di non accorpare il referendum alla tornata delle elezioni.

    A Fegino ci siamo ritrovati in un incubo, una marea nera scorreva nei rivi ed ha segnato nel profondo anche le nostre vite.

    Come cittadini ci siamo visti catapultare in un mondo di burocrazia, interessi economici contrapposti ma comunque opposti al nostro diritto alla salute e sicurezza, difficoltà ad avere momenti di vera partecipazione, in cui le nostre richieste venissero ascoltate ed accolte .

    Per mesi a contatto con le esalazioni degli idrocarburi, che vediamo riaffiorare ad ogni pioggia, con la preoccupazione per i danni che, nel tempo, potremmo dover contare per essere stati esposti a tali esalazioni.

    E, dopo un anno, manifestazioni, presidi, commissioni, interrogazioni, mozioni, tavoli tecnici, un tentativo di allontanare dal controllo dell’amministrazione locale la regia delle operazioni di bonifica sperando magari di non doverla fare , la bonifica non è ancora iniziata .

    E’ stata aperta la conferenza dei servizi, della quale per altro non abbiamo ancora avuto relazioni ed i tempi continuano ad allungarsi e aumenta la preoccupazione.

    Avremmo pensato che quanto accaduto, potesse essere motivo di riflessione sulla normativa a livello nazionale che, evidentemente, ha ancora notevoli lacune perchè possa essere efficace per la tutela della salute e della sicurezza delle persone .

    Avremmo pensato che le persone dovessero venire prima dell’appellarsi al rispetto delle normative e ai limiti di legge, prima di numeri e tabelle, perché nessuno dovrebbe essere costretto a subire percentuali di rischio per la propria salute, sicurezza, per la tutela del territorio, a vantaggio del profitto di pochi.

    Noi però continueremo a lottare, nonostante la stanchezza, nonostante i tentativi di dipingerci allarmisti, autosuggestionabili e forse anche un po’ fastidiosi, perché il faro che ci guida è la volontà di far rispettare i nostri diritti di persone che amano e vivono il proprio quartiere e che, qui, vogliono continuare a vivere, in salute , in sicurezza e nel rispetto di ambiente e territorio.

    Comitato spontaneo cittadini Borzoli e Fegino.

    [/quote]

    Nicola Giordanella

  • Naim Abid e la “corsa nell’acqua” di Genova. Tra viaggi e ritorni, musica e spiritualità, “salti” e magia

    Naim Abid e la “corsa nell’acqua” di Genova. Tra viaggi e ritorni, musica e spiritualità, “salti” e magia

    Fede_final
    ©Veronica Onofri

    Naim Abid

    Uno dei più famosi crooner italiani” (Il Secolo XIX, dicembre 2016), “Voce accattivante” (La Stampa, gennaio 2017), “L’uomo-palco più travolgente di Genova, e non solo” (Era Superba, aprile 2017), Naim è showman e songwriter che passa con disinvoltura dallo swing al soul, dalla musica klezmer, allo ska, al pop. Vanta concerti in Italia e all’estero, dai blasonati festival nazionali ad eventi internazionali. Attualmente in studio sotto la direzione del famoso produttore Claudio Dentes a.k.a. “Otar Bolivecic” (Elio e le Storie Tese) con la sua band “Tuamadre”, Naim riesce a creare spettacoli sempre nuovi e coinvolgenti, grazie alla miscela unica di esperienza, talento ed estro, sostenuti da studi classici, una rigorosa formazione accademia e da un dottorato di ricerca in diritti umani. Dopo anni di attività, ha recentemente ripreso in mano le proprie composizioni originali: canzoni dal sapore pop, in bilico fra tematiche spirituali, giocose e personali, in un bislacco equilibrio fra contrasti apparenti. Artista completo e imprevedibile, con un incredibile e a mai celata showman e songwriter
    [quote]Con Naim ci siamo fatti una camminata per quasi tutto il centro storico, ha fatto lo scemo tutto il tempo, e ho mille sue fotoin cui salta e balla e ride, alla fine ho scelto l’unica foto in cui è serio[/quote]
    Quando eri un bambino quali erano i tuoi sogni “da grande”? e quanti ne hai conquistati cammin facendo?
    «Da bambino volevo fare l’archeologo. Qualche anno fa ho concluso un Dottorato di ricerca in Diritti umani e ne sono uscito come “storico”. Non è affatto come fare l’archeologo ma rimane nell’ambito della storia. Da adolescente ho scoperto la musica e quello è diventato il mio sogno. Oggi faccio il musicista e cantante a tempo pieno, dopo essermi domandato ogni giorno, per 16 anni, che ruolo avrebbe avuto la musica nella mia vita. Quindi sto vivendo il mio sogno. Non è stata una scelta facile, ma ora sono determinato a portarla avanti».

    Cosa ami e cosa odi di Genova?
    «Ciò che amo è ciò che odio di Genova. Viviamo in una città dal grandissimo potenziale culturale e umano, eppure, vi è una scarsissima capacità e voglia di spingere sull’acceleratore della crescita. Genova è ricca di risorse, di luoghi meravigliosi e di talenti. Forse per un problema demografico, forse per una scarsa propensione culturale o forse per l’atteggiamento delle scorse generazioni, non c’è modo di fare di questa città un faro ed un polo della cultura in Italia. Genova è la città del grande potenziale sprecato. Lavorare qua (e spesso in giro per l’Italia) è come correre nell’acqua: si fa tantissima fatica, per muoversi pochi centimetri. Non sorprende, allora, la fuga dei cervelli. Il dato incoraggiante, però, è che negli ultimi 2 anni sono sorte diverse iniziative spontanee o coordinate, che puntano a cambiare la situazione, partendo dal basso. Vi sono in diversi ambiti e sono per lo più azionate da giovani. Questa cosa la amo e spero sia efficace, perché stiamo lottando contro un dato demografico sfavorevole, sotto questo punto di vista. E posso dire una cosa (che pare non c’entrare, ma c’entra)? A me il motto “Genova, more than this” piace. Lo trovo centrato».

    Se non vivessi a Genova dove saresti e a fare cosa?
    «Un anno e mezzo fa ho fatto un viaggio di “ricerca musicale” fra Toronto e NYC. E’ stata un’esperienza incredibilmente formativa, dei cui frutti godo ancora adesso. Non escludo che potrei essere li, se non fossi a Genova. Cosa farei? Quello che già faccio: musica, canto e spettacolo. Ho avuto modo di crearmi dei contatti concreti e non escludo nulla per il futuro. Ma il mio desiderio è poter avere un percorso significativo a Genova e in Italia coi Tuamadre, il mio gruppo di punta. Siamo prodotti da Claudio Dentes (produttore di Elio e le storie tese) e da due anni stiamo lavorando al nuovo disco al Nadir Music di Sestri Ponente, coordinati dal nostro manager Federico Gasperi. Sarà una bomba e speriamo possa farci fare il salto di qualità che cerchiamo da tempo. Quindi, ad oggi, sono qua e lavoro per questo».

    Esiste un luogo comune sulla “Superba” che ritieni falso?
    «Si dovrebbe aprire una premessa: i luoghi comuni nascono in un contesto storico e possono essere validi per un certo periodo. Molti dei detti hanno centinaia di anni ma, dalla metà dell’800 tutto sta cambiando molto velocemente. E negli ultimi 50 anni le cose sono cambiate ancor di più. Quindi, ad esempio, un detto come “I genovesi sono tirchi” è opinabile oggi come oggi. I genovesi sono stati inventori del sistema bancario moderno, ma questo è datato XVI secolo. E’ normale che in un contesto del genere possa essere venuto fuori un luogo comune sulla tirchieria, ma oggi mi sembra un po’ superato, soprattutto in relazione alle nuove generazioni».

    Se una persona per te molto importante venisse a trovarti per la prima volta a Genova dove la porteresti?
    «Sicuramente, per il cibo, la porterei nei luoghi più spartani, dove si trova un po’ l’anima della Superba. Andremo a mangiare il fritto d’asporto in sottoripa e la focaccia coi grani di sale in zona vigne. Il gelato lo prenderemmo a Priaruggia e il tramonto sarebbe a Boccadasse. Vedremmo le botteghe dei mestieri ai Macelli e qualche sapore al Mercato orientale. Se facessimo notte, la porterei anche al mercato del pesce. E poi, da musicista, la porterei a vedere i locali e i teatri dove accade la magia del live, sicuramente. This is Genova for me».

    Tu sei un musicista, se scrivessi una canzone sulla tua città come inizierebbe?
    «Nei quartieri dove il sole del buon Dio non da i suoi raggi…. ah no! L’hanno già fatta :D».

    Veronica Onofri

     

     

  • Quartiere Bernabò Brea, quando l’edilizia popolare e il welfare abitativo erano un “sogno” possibile. Un esempio virtuoso (e isolato) di volontà politica

    Quartiere Bernabò Brea, quando l’edilizia popolare e il welfare abitativo erano un “sogno” possibile. Un esempio virtuoso (e isolato) di volontà politica

    bernabò-brea-01«Il giorno in cui ci assegnarono le case eravamo tutti qui, nel  giardino più largo, sotto i pini. Aspettavamo di sentire quale casa ci sarebbe toccata, dove avremmo abitato, ma non era difficile essere contenti, erano tutte simili e tutte molto belle. Molto di più di quello che ci saremmo potuti permettere, e molto di più di quanto avevamo mai sognato».

    La storia del quartiere Bernabò Brea, spesso citato sui testi di architettura e sempre ricordato quando si parla della difficile sintesi tra edilizia popolare e welfare abitativo, potrebbe partire da qui, dalle parole commosse che questo anziano mi disse la prima volta che vidi le palazzine basse, adagiate in una conca verde e tranquilla, davvero  inaspettata in una città come Genova. Ma come si arrivò a quella mattina ai giardini?

    Il contesto storico

    bernabò-brea-02Nel dopoguerra Genova si trovò di fronte al problema di dover ricostruire quanto crollato sotto i bombardamenti sia aerei che navali, poiché la perdita del patrimonio edilizio nel territorio del  Comune era calcolata intorno al 23%. Ovviamente  era una condizione comune a quasi tutte le altre città italiane, e per questo nel 1945 il Parlamento approvò il decreto legge n. 154 contenente le norme per i Piani di Ricostruzione, strumento agile e prezioso che incentivò i Comuni ad utilizzare i finanziamenti messi a disposizione dotandosi di propri piani ad hoc. A Genova partecipò al concorso di idee fra gli altri l’architetto Luigi Carlo Daneri, che poi progettò e realizzo’ il quartiere Ina-Casa Bernabò Brea.

    Contemporaneamente all’emergenza abitativa, il dopoguerra poneva l’enorme problema della disoccupazione. Migliaia di uomini, tolta la divisa, faticavano a guadagnare qualcosa, poiché l’industri bellica si era fermata e molta parte degli stabilimenti industriali erano stati danneggiati nei bombardamenti. L’allora Ministro del Lavoro e della Previdenza Sociale Amintore Fanfani vide nel settore dell’edilizia il volano capace, assorbendo molta parte della manodopera non qualificata, di far ripartire il circolo virtuoso della produzione. Fu così emanata la Legge n. 43, che attraverso il lancio nazionale del piano Ina – Casa si proponeva di diminuire la disoccupazione costruendo nuove case per i lavoratori ed attraverso l’indotto dell’edilizia di sostenere il rilancio della produzione  che avrebbe creato altro lavoro.

    A quel punto era evidente che in nessuna città ricostruire  poteva significare solo ristrutturazione di quanto era crollato, meno che mai a Genova dove il dibattito su di un nuovo modello di sviluppo urbano si intrecciava con quello riguardante il recupero del centro storico. Qui moltissime erano le abitazioni completamente fatiscenti e pericolanti ma nonostante questo numerose famiglie  si ammassavano in case prive di servizi igienici e spesso anche dell’acqua. Le ipotesi in ballo a questo riguardo erano divise fra chi proponeva la distruzione, chi il diradamento, e chi invece il risanamento: la diatriba fu poi risolta con le trasformazioni, anche traumatiche, delle aree di Via Madre di Dio e di Piccapietra.  Era evidente che non si potevano comunque abbattere delle case senza costruirne di nuove, ed il Comune già nel periodo fra le due guerre aveva approvato insediamenti, anche di edilizia popolare, sulle alture della città. Questo portò a rendere urbane molte zone collinari alle spalle di Genova, mentre le preesistenti costruzioni rurali venivano abbattute o si ritrovavano circondate da enormi palazzi che ne soffocavano ogni bellezza.

    Molte speculazioni edilizie sia private che pubbliche si trovarono la strada spianata e le lottizzazioni continuarono almeno fino agli anni ’80, quando circa il 55% delle abitazioni genovesi poterono considerarsi “periferiche”. Ina-Casa ebbe invece il merito di perseguire un disegno più organico ed anche particolarmente innovativo e personalizzato, specialmente nel primo periodo, dal 1949 al 1956.

    Questo progetto si affiancò a quelli precedenti e seguenti di ricostruzione, e godendo di un percorso in un certo modo privilegiato ricoprì un ruolo che si potrebbe definire pionieristico – o quantomeno innovativo – di ripensare la città. Infatti i quartieri nati grazie a Ina-Casa dovevano, e lo fecero in molti felici casi, sorgere con l’idea di identificarsi nel concetto di comunità, ispirandosi a moderni standard abitativi che avrebbero anche dovuto avere effetti sulla costruzione in generale  delle periferie che invece in quegli stessi anni ebbero un’espansione  disordinata del tutto estranea a questo progetto.

    Architettura di rispetto: Bernabò Brea

    bernabò-brea-03In poco tempo a Genova  intorno al Piano si accese l’interesse degli addetti ai lavori, e per il quartiere di Bernabò Brea il bando fu assegnato all’architetto Luigi Carlo Daneri, che insieme Giulio Zappa e Luciano Grossi Bianchi presentò un progetto decisamente innovativo. Daneri era, all’epoca, ordinario alla Facoltà di ingegneria, e privilegiava un approccio all’architettura che fosse rispettoso del paesaggio ligure e delle sue linee; come progettista della Chiesa di San Marcellino e di Piazza Rossetti a Genova, della Casa del soldato a Sturla e di molte altre opere aveva ricevuto riconoscimenti sia in Italia che all’estero. Il progetto Bernabò Brea, molto particolareggiato, era stato tracciato da Daneri stesso non in pianta ma sul territorio, rispettando la piantumazione della valletta,  con le palazzine che seguivano le naturali curve orografiche ad eccezione di una costruzione più lunga, detta edificio-ponte, che prevedeva un percorso pensile per le attività commerciali. La zona pur essendo del tutto staccata da altri insediamenti non era isolata quindi, seguendo le indicazioni della legge, i costi per gli allacciamenti ai servizi essenziali – acqua gas e luce- non si presentavano eccessivi così come le strade confinanti,  Via Isonzo e Via Sturla, erano scorrevoli e servite dai mezzi pubblici in modo da agevolare il tragitto dei lavoratori verso le unità produttive.

    Fu chiamata architettura di rispetto, e tale fu, con le costruzioni basse ma non a schiera, alte dai tre ai cinque piani al massimo, mentre solo un edificio svettava sullo sfondo con i suoi nove piani, movimentando la linea dell’intero complesso. Le soluzioni architettoniche erano diversificate nei diversi lotti, alcune più riuscite altre meno fruibili ma in ogni caso mai fini a sé stesse, poiché in tutte vi era questa ricerca dello “stare bene”, del fare comunità anche e soprattutto partendo dal singolo nucleo per arrivare all’intero quartiere. Tutto questo possiamo vederlo ancora oggi, osservando alcuni particolari come le scale direttamente all’aperto su cui si aprono le porte dei singoli appartamenti, i loggiati, i balconi luminosi esposti al sole, a cercare proprio l’ambiente della piazzetta di paese.

    Effetto “leva” di questo progetto fu quello di alzare di molto il valore dei terreni adiacenti alla maggior parte delle realizzazioni, in quanto si trovavano ad avere già disponibili i servizi essenziali per edificare; altro  effetto fu quello di non riuscire, nei sette anni successivi alla prima parte del progetto, a reperire terreni  alle medesime condizioni. I complessi di Forte Quezzi e di Mura Angeli, infatti, ebbero certamente dei meriti ma scatenarono molte più critiche che applausi: Bernabò Brea rimase un’isola felice.

    Le colline

    brenabò-brea-04Nel 1956 Genova emanò il piano regolatore nel quale l’unica preoccupazione, a detta di molti autori, fu quella di ottenere consensi intorno al progetto. E se l’espansione a macchia d’olio delle periferie di città come Torino Milano o Roma fu  evitata, qui si risalirono sempre più i margini di colline e torrenti con le conseguenze che paghiamo tuttora. A quel tempo però l’aver evitato un allargamento chilometrico spropositato sembrò quasi un successo, solo in seguito ci si rese conto che l’aver progettato in pianta anziché in sezione, accettando di innalzare le costruzioni in modo da stipare più famiglie possibili nello stesso palazzo, aveva di fatto minato sia la qualità della vita di chi vi abitava sia la tenuta stessa del territorio.

    Dall’estero il progetto Ina Casa risvegliò molto interesse, portato ad esempio di soluzione felice fra le diverse esigenze dell’architettura e del welfare abitativo. L’Italia fu così per una stagione pioniera dell’edilizia popolare, per aver ideato uno strumento agile, efficace, veloce nelle realizzazione. In Italia nel primo ciclo, terminato nel 1955, era stato assorbito il 20% della manodopera disponibile, e oltre 147mila alloggi erano stati consegnati  a prezzi accessibili. Di questi, era previsto che un 50% fosse a riscatto, mentre la restante parte era data in locazione. In ogni caso l’esperimento Bernabò Brea rimane uno dei più efficaci fra quanti furono in quegli anni, e nei successivi, edificati.

    Una testimonianza

    Molti sono i testimoni di quella stagione e dalle loro esperienze si evince la qualità politica di certe scelte, prima ancora che urbanistica. Un passato che sembra lontano anni luce. Ecco la storia di Paolo, arrivato in Bernabò Brea nel 1956, a tre anni. La madre gli ha sempre raccontato che quella mattina tutte le famiglie assegnatarie si ritrovarono nei giardini (confermando il racconto dell’anziano riferito all’inizio) e, semplicemente, scelsero la casa in cui avrebbero preferito vivere. «Mia madre voleva una casa con il poggiolo, ne indicò uno, ma era già stato assegnato, allora un altro, ma aveva meno vani di quanti gliene servivano, alla fine lasciò scegliere all’impiegato».

    I ricordi di Paolo non sono, ovviamente, di quel giorno, perché era troppo piccolo, ma molte cose gli sono state tramandate: «le case furono assegnate tutte insieme, aspettarono di completare il complesso per darle. Gli alberi c’erano già, e anche i giardini, curati quotidianamente da un incaricato del comune. I giardini pubblici non erano come adesso, ma c’erano tre piscine, avevano forme diverse, arrotondate e irregolari: in una l’acqua ci arrivava fino al collo, a noi più piccoli».

    Immagini che arrivano da una città che forse non riusciamo neanche più ad immaginare: «non c’erano auto qui, nessuno ne aveva una; le cose iniziarono a cambiare un po’ alla fine degli anni ’60. Sopra al quartiere c’era una vecchia villa, abbandonata (ora c’è una palazzina residenziale, ndr) e un altra era dove adesso c’è la Residenza per anziani. Al posto della Scuola Collodi ora abbandonata c’era una fattoria, con tutti gli animali e persino un asino. La buttarono giù per costruire la scuola moderna, prefabbricata, e adesso è tutto abbandonato lì dentro». Noi ragazzini eravamo tantissimi, facevamo gruppo, era bello vivere qui. Ricordo mia madre che aveva i bollettini da pagare con l’affitto sempre pronti nel cassetto della credenza; i primi tempi era un vero e proprio affitto, dopo lo tramutarono in riscatto, così sia noi che molti altri diventammo proprietari senza grossi sforzi».

    Chiedo a Paolo se, guardando il progetto, ricorda che tutto quello indicato fosse realizzato e mi dice che si, in effetti c’erano dei negozi sotto i portici, un lattaio, un materassaio, forse poco altro. Però sicuramente per parecchi anni ci fu il Circolo Ricreativo, l’ambulatorio, un ufficio informazioni perché le persone non si sentissero abbandonate. Solo la piccola unità destinata alle persone sole lui non ha memoria che sia mai stata realizzata, «ma chissà – aggiunge – se da ragazzi avremmo notato questa cosa. Noi andavamo negli orti, mangiavamo la frutta, i fichi, le pere. Erano di tutti».

    Il parere tecnico

    Abbiamo chiesto un parere qualificato sulla realizzazione di Bernabò Brea ad un addetto ai lavori, l’architetto e urbanista Andrea Vergano, autore del libro “La Costruzione delle Periferie” uscito  per l’Editore Gangemi nel 2015. In questo libro, che si legge come un romanzo, vengono raccontati gli intrecci tra politiche urbanistiche e ricerca del consenso attraverso il tema abitativo, ed ovviamente si parla anche della realizzazione di Bernabò Brea.

    Questo progetto è stato molto celebrato, sia in Italia che all’estero: lei è dello stesso parere?
    «Bernabò Brea è stato un intervento urbanistico che ha goduto fin da subito di buona fama, un modello pubblicato e lodato sulle riviste di settore. Questo forse perchè è stato realizzato così come era nel progetto. O forse perché si è inserito con misura nel paesaggio del parco preesistente, o forse ancora perché è stata scelta accuratamente la posizione, separata ma non isolata dal contesto urbano».

    Secondo il suo parere di urbanista, questo progetto ha retto bene il passare degli anni o invece sarebbe da modificare, da rendere più “moderno”?
    «Questo progetto rappresenta ciò che di buono l’architettura e l’urbanistica moderna hanno saputo produrre in termini di qualità dell’abitare. Un documento-monumento da conservare così come si conservano le parti della città storica: in quanto moderno, testimonia il passato».

    Scusi?
    «Noi ci portiamo dietro una concezione di urbanistica che in realtà si potrebbe dire conclusa con gli anni ’80: in realtà questa non esiste più, ora servono spazi e servizi dove prima c’erano insediamenti industriali e case»

    Secondo lei un’esperienza del genere sarebbe ripetibile ai giorni nostri, a parte i cronici problemi finanziari che ovviamente incontrerebbe
    «Questo progetto, e allargando il discorso tutto il piano Ina-Casa, era perfettamente adeguato a quella società e a quelle esigenze: allora si parlava sempre e solo di crescita, c’era la crescita demografica, la crescita produttiva, la crescita salariale. Costruire agglomerati di case necessari ai numerosi lavoratori che arrivavano nelle città, che via via dovevano soddisfare bisogni, dal cibo alla casa alla macchina. Quel modello ormai si è esaurito. Adesso, ed è un adesso che dura da almeno vent’anni, l’esigenza non è più costruire, poiché non c’è più la crescita, l’espansione: adesso la domanda è di controllo e mitigazione dei rischi ambientali, di attenzione all’ambiente. Non dobbiamo costruire, dobbiamo ricostruire, riusare, riqualificare. Partendo proprio dalla periferia».

    Il quartiere Bernabò Brea, quindi, è al contempo “reperto” di una stagione politica e sociale del passato ed “esempio” di quello che si può fare quando si mettono a sistema esigenze, territorio e “visione”, parola tanto in voga in questi giorni. Oggi le necessità e le urgenze sono sicuramente cambiate, come anche il contesto e le prospettive: ancora una volta, però, la differenza può essere fatta dalla “qualità” della politica, chiamata a interpretare le richieste della collettività, presente e futura.

    Bruna Taravello

  • Doria chiude il mandato: «5 anni di sofferenza inaudita». Pochi rimpianti: «Non aver inciso sulla riforma della p.a.»

    Doria chiude il mandato: «5 anni di sofferenza inaudita». Pochi rimpianti: «Non aver inciso sulla riforma della p.a.»

    Marco Doria, sindaco di GenovaCinque anni di crisi economica che ha moltiplicato le situazioni di sofferenza sociale, cinque anni di “sofferenza inaudita” della finanza locale e di taglio progressivo dei trasferimenti dal governo per complessivi 170 milioni dal 2011 a oggi. E’ il bilancio del sindaco di Genova, Marco Doria, che in un’ora e un quarto di conferenza stampa e 180 pagine di report sintetizza cinque anni di amministrazione. «Abbiamo governato in cinque anni di sistema di disgregazione del sistema politico italiano, con una schizofrenia delle regole del gioco che ha messo a dura prova i nostri nervi e la nostra calma», afferma il primo cittadino. «Fin dall’inizio – ricorda il sindaco- ci hanno chiesto se ce la sentissimo di andare avanti: era un giochino da microcosmo autoreferenziale. Abbiamo governato la città per cinque anni garantendo stabilità amministrativa affrontando difficoltà notevolissime ed essendo molto coerenti con certe linee guida della nostra azione».

    La giunta Doria tira le fila, prima dello stop all’azione politica in vista della campagna elettorale che scatterà il prossimo 27 aprile. Tutti presenti, tranne l’assessore ai Lavori pubblici e candidato del centrosinistra per il prossimo mandato, Gianni Crivello. Ma non ci sarebbe nessun calcolo politico, semplicemente un impegno istituzionale per incontrare gli abitanti della Val Varenna e inaugurare uno dei tanti interventi realizzati dal 2012 a oggi. «La nostra azione – rivendica con orgoglio il primo cittadino – è stata pulita e trasparente nei confronti delle scelte: non abbiamo nascosto polvere sotto i tappeti. Abbiamo affrontato in maniera obiettiva tutte le criticità, mantenuto conti in ordine e puliti e ridotto l’indebitamento del Comune di oltre 100 milioni di euro, dando un contributo al risanamento delle casse del Paese».

    Tanti i “titoli” di cinque di giunta arancione, suggeriti dallo stesso sindaco: la valorizzazione del patrimonio, la riqualificazione urbana, l’impiantistica sportiva. Fiore all’occhiello, la “Genova resiliente”, ovvero le opere per la messa in sicurezza idrogeologica della città: «Dal 2012 al 2017 – rivendica il sindaco – anche grazie ai trasferimenti del governo si è fatto quello che non è stato fatto nei 50 anni precedenti mentre stava aumentando la fragilità del territorio. Senza dimenticare il salto di qualità  fatto dal punto di vista turistico, – sottolinea Doria – senza eventi né risorse straordinarie».

    Ultimo ma non ultimo, la città solidale: «Anche se so che non basta– sottolinea Doria – abbiamo mantenuto fino all’ultimo euro gli stanziamenti per il sociale. In una società diseguale, le politiche nostre per l’inclusione attenuano il disagio ma non lo eliminano». E l’ultima medaglia appuntata sul petto è quella dei diritti, con un regolamento sulle unioni civili approvato prima che si facesse una legge nazionale. Tutto possibile, secondo Doria, grazie alla «forte coesione della giunta. Abbiamo discusso, qualche volta anche animatamente, sarebbe strano se così non fosse stato, ma c’è sempre stato un rispetto profondo, anche da parte degli assessori che si sono avvicendati». Infine, un ringraziamento alla macchina comunale, che nell’ultimo ciclo amministrativo ha visto riducisi di circa 900 unità il personale con un contemporaneo innalzamento dell’età media.

    Pochi rimpianti

    L’unico vero rammarico espresso dal sindaco uscente è la riforma della Pubblica amministrazione che è «un tema cruciale, il mio rimpianto è non essere riuscito a fare abbastanza e a dare un contributo in questo senso. Abbiamo difeso ma avrei voluto efficientare di più il sistema pubblico complessivo, andando oltre, modificando e incidendo». Risponde così, il sindaco di Genova, Marco Doria, alla domanda dei giornalisti che gli chiedevano quali fossero i suoi rimpianti di questi 5 anni di amministrazione. «Pur essendo consapevole di aver fatto cose giuste – conclude Doria – uno vorrebbe fare sempre di più di quello che riesce, soprattutto quando si entra in contatto con l’universo mondo dei problemi della città».

    La ricandidatura di Bernini

    «Mi ricandido sicuramente». Questo l’annuncio del vicesindaco Stefano Bernini a margine della conferenza stampa, che dunque, sarà sicuramente uno dei senatori della lista del Partito democratico a sostegno della candidatura di Gianni Crivello. «Finora è una compagna elettorale dai toni molto bassi- sostiene Bernini- si è cominciato a dire che ci vogliano visioni della città per portare alla ricrescita economica ma bisogna essere chiari: i Comuni hanno poteri limitati. Non possiamo portare la città a essere un paradiso fiscale, possiamo solo agire nella pianificazione e come rete di relazioni». Bernini, invece, rivendica che nel corso di questo ciclo amministrativo «si è passati da una visione, da una idea della città a progetti concerti e al lavoro che, ad esempio, hanno portato anche all’incremento degli oneri di urbanizzazione incamerati»

     

  • Genova, città d’arte ad intermittenza. Il bisogno di ripartire dai “fondamentali” e “l’invenzione dei Rolli”

    Genova, città d’arte ad intermittenza. Il bisogno di ripartire dai “fondamentali” e “l’invenzione dei Rolli”

    rolli-turco-zaccaria-de-castroÈ sotto gli occhi di tutti. Quest’anno, sarà una Pasqua grassa per le nostre strutture ricettive. I “Rolli days” – ci dicono dall’alto – hanno funzionato, trainando le prenotazioni e regalando, in un anno e mezzo, e soltanto 8 giorni di apertura, qualcosa come 360.000 ingressi. Anche la Storia in Piazza è stata un successo, e Modigliani ha fatto il resto. In questi giorni, oltre 70.000 persone invaderanno la città. Quid plura? Cosa volete di più? I Genovesi escono di casa.

    I turisti (i foresti) rimangono ammaliati. Eppure… eppure qualcosa manca (e non parlo soltanto di parcheggi e mezzi pubblici). Il punto – e perdonatemi se sono polemico – è che siamo ben lungi dal fare di tutto ciò qualcosa di consolidato. Passati questi giorni, cosa resterà? (oltre a Modigliani, intendo). Genova è una città d’arte a intermittenza. Questo penso sia sotto gli occhi di tutti. E il motivo è presto detto. Coloro che hanno la responsabilità degli eventi culturali continuano a ragionare per episodi, come in una serie televisiva. Prima questo; poi facciamo quello; poi chiamiamo quell’altro. A noi, invece, serve il film. Serve, cioè, una continua narrazione, che può nascere esclusivamente dall’approfondimento della storia cittadina – che è anche, in gran parte, storia mediterranea –, dall’apertura d’una grande Museo dedicato alla storia della città (tra Sant’Agostino e l’anfiteatro romano: questa la mia proposta), dalla compartecipazione delle giovani professionalità (e non ho problemi a mettermici in mezzo), semplicemente più aggiornate perché fresche di studi (così la si smetterà di ritenere che Guglielmo Embriaco sia stato un eroe), dal richiamo dall’esilio dei nostri pezzi d’arte (aridatece Margherita, dispersa non so dove in quel di Praga!). In una parola: dal “fare sistema” per valorizzare quanto è presente sul territorio (oltre al basilico). È necessario un cambio di mentalità, che può avere luogo se e qualora si deciderà di lasciare campo libero a chi, sperso per il mondo, un po’ ha capito come fanno altrove. Genova necessita, oggi, di prendere coscienza del proprio patrimonio storico, artistico e culturale.

    Nel mio piccolo, cerco di dare il mio contributo favorendo la discussione. Mi piace, dunque, iniziare questo dialogo da ciò è stato il vero motore trainante di questo rinascimento genovese: i Palazzi dei Rolli. E non poteva essere altrimenti, costituendo la principale attrattiva culturale degli ultimi anni. Ma quanti di noi hanno coscienza di cosa siano? Quanti si sono interrogati sul significato di questa parola? Insomma, siamo davvero sicuri d’essere consapevoli del motivo del nostro vagabondare e del nostro metterci in coda di un paio di settimane fa? Ho chiesto a Fiorenzo Toso (*), linguista e dialettologo, di partire dai fondamentali e di svelarcene i segreti.

    Antonio Musarra

    L’invenzione dei Rolli

    Con palazzi dei Rolli (alle volte, semplicemente e impropriamente, Rolli) si intendono le dimore del patriziato genovese utilizzate al tempo della Repubblica come alloggi di rappresentanza per gli ospiti stranieri illustri: la recente fortuna di questa denominazione è legata all’inclusione nel 2006 di una quarantina di tali residenze tra i “patrimoni dell’umanità” censiti dall’UNESCO in quanto primo esempio in Europa di un progetto di sviluppo urbano concepito con struttura unitaria dal potere pubblico, ma attuato da privati secondo criteri di eccellenza artistica e architettonica. Secondo un decreto del Senato genovese risalente al 1576, i proprietari di questi palazzi, iscritti in una serie di elenchi (i “rolli” appunto), erano tenuti a ospitare a proprie spese i visitatori stranieri di alto rango, essendo la Repubblica, in quanto tale, priva di un “palazzo regio” di rappresentanza confacente a tale scopo: questa caratteristica funzionale contribuì a determinare e a divulgare la fama mondiale dell’architettura privata genovese come modello architettonico e residenziale di prestigio, consacrato tra gli altri da una celebre raccolta di disegni (1622) di P.P. Rubens.

    La denominazione accolta dall’organizzazione internazionale (“Palazzi dei Rolli”, dunque, o più in esteso “Palazzi dei Rolli degli alloggiamenti pubblici di Genova”) altro non fa che attualizzare una terminologia appartenente al linguaggio burocratico-amministrativo cinquecentesco, utilizzata nel 1576 (e poi, con successive revisioni, nel 1588, 1599, 1614 e 1644), per determinare la classificazione dei palazzi deputati a tale scopo: le dimore erano iscritte in tre “rolli” corrispondenti ad altrettante categorie in rapporto alle loro dimensioni e qualità artistica, e in base a tali criteri erano destinate, mediante estrazione a sorte annuale, a ospitare principi e cardinali, viceré, ambasciatori, governatori e così via; solo tre di esse erano riservate ai papi e imperatori, re e loro diretti rappresentati.

    genova-palazzi-rolli-porto-panoramaRollo, dunque, non è altro che la forma genovese e italiana antica (senza dittongazione toscana), del termine moderno “ruolo”, dal francese rôle, derivato a sua volta da ROTŬLUS nel senso di “manoscritto, documento arrotolato”. La voce appare in questa forma, in italiano, a partire dal 1528 col significato originario di “catalogo, registro, elenco di persone facenti parte di un impiego, di un’organizzazione, di una corte”, dal quale derivano gli altri in uso attualmente, di “registro di pratiche”, “parte sostenuta da un personaggio in opere di finzione”, “compito, atteggiamento sociale” ecc.

    Nell’italiano regionale ligure, la voce rollo era già in uso nel 1576, anno in cui venne emesso il decreto concernente l’utilizzo pubblico delle dimore del patriziato, ma col suo valore generico di “catalogo, elenco” la si incontra frequentemente nella documentazione burocratica e amministrativa locale, ad esempio nel 1590 (“saranno tutti iscritti nel Rollo de la militia thodesca”), nel 1610 (“rolli di portar armi”) o nel 1630 (“mando a V.S. il rollo della giornata d’oggi. Li segnati con la croce sono absenti”, riferito agli operai impegnati nella costruzione delle Mura Nuove).

    Direttamente dal francese più che dall’italiano, la voce passò anche in genovese nella forma ròllo, dove è documentata almeno dal 1625 in una poesia di G.M. Zoagli che fa riferimento all’impiego dell’amico G.G. Cavalli presso l’amministrazione delle truppe stanziate a difesa dei confini settentrionali durante l’invasione piemontese (“fâ ròlli e artaggiarie strascinâ”); il termine è poi registrato nei repertori liguri ottocenteschi col valore di “catalogo, lista, registro de’ nomi d’uomini propriamente descritti per uso delle milizie, e della marineria, co’ loro gradi, e occupazioni di dovere, o per altro servizio de’ principi: e si dice d’ogni altro catalogo somigliante, registro. […] È anche term[ine] legale, e vale stato o lista delle cause che si devono discutere nanti i Tribunali” (Casaccia); è molto interessante osservare, a margine, che la documentazione genovese anticipa di quasi un secolo quella italiana per quanto riguarda il termine derivato rollin, “lista o catalogo de’ nomi, gradi, officii gli uomini impiegati sopra un bastimento” (1851), corrispondente a ruolino (1935).

    Invenzione fortunata

    Come si vede, il recupero attuale del termine Rolli non riguarda insomma una voce specialistica, particolarmente legata all’istituzione degli “alloggiamenti pubblici” della Repubblica, ma un termine generico, appartenente al linguaggio burocratico dell’epoca: agli artefici di tale reimpiego, che non pare anteriore alla fine degli anni Novanta del secolo scorso, va in ogni caso riconosciuto il merito di avere appunto “inventato” una definizione di indubbia valenza evocativa per un insieme di beni architettonici e urbanistici dei quali si era ormai da tempo perduta una percezione unitaria, una denominazione ormai entrata stabilmente nell’uso comune non meno che nella letteratura e nella pubblicistica specializzata.

    Se rollo come variante arcaica e desueta di “ruolo” non rappresenta di per sé un regionalismo, dunque, l’uso attuale con riferimento a un “fenomeno” tipicamente locale accentua e al tempo stesso giustifica la marcatura regionale della voce, generando una percezione di tipicità che diventa addirittura spendibile a livello di promozione internazionale dell’eccezionale contesto artistico-architettonico del centro storico genovese: da questo punto di vista, l’“invenzione dei Rolli” è anche felice manifestazione di creatività linguistica, in tutto e per tutto coerente col rilancio (o a sua volta creazione?) dell’immagine turistica della capitale ligure.

    __________________________

    (*) Fiorenzo Toso, docente di linguistica generale presso l’Università degli Studi di Sassari, si occupa di isole linguistiche ed è specialista dell’area linguistica ligure. Tra le sue ultime pubblicazioni si segnalano: Le minoranze linguistiche in Italia (Bologna, Il Mulino, 2012) e, sull’area ligure, Il tabarchino. Struttura, evoluzione storica, aspetti sociolinguistici (Milano, FrancoAngeli, 2004); Le parlate liguri della Provenza. Il dialetto figun tra storia e memoria (Ventimiglia, Philobiblon, 2014); Piccolo dizionario etimologico ligure. L’origine, la storia e il significato di quattrocento parole a Genova e in Liguria (Lavagna, Zona, 2015). Un ampio studio sul tema lo si trova in F. Toso, Le parole dell’architettura e i paradossi della diatopia. Su alcuni regionalismi veri e presunti di area ligure, in Dall’architettura della lingua italiana all’architettura linguistica dell’Italia. Saggi in omaggio a H. Siller-Runggaldier, a cura di P. Danler e C. Konecny, Frankfurt am Main et al., Peter Lang, 2014, pp. 255-271.

  • Case popolari, preferenza a residenti e nuovi poveri. Regione Liguria introduce possibilità sub-affitto e trasloco in provincia

    Case popolari, preferenza a residenti e nuovi poveri. Regione Liguria introduce possibilità sub-affitto e trasloco in provincia

    arizona-molassana-case-popolari«E’ una riforma epocale che dall’assistenza pura torna a fare social housing vero, apre alle nuove povertà e a nuovi criteri per l’assegnazione delle case popolari che riteniamo più equi. È una legge organica e credo sia un benchmark, una pietra miliare di come si debba fare edilizia residenziale in questo Paese». Lo dice il presidente della Regione Liguria, Giovanni Toti, come riportato dall’agenzia Dire, presentando alla stampa la riforma regionale dell’assegnazione e della gestione dell’edilizia pubblica. Le principali novità riguardano l’introduzione di premialità nella graduatoria di assegnazione degli alloggi per gli stranieri regolarmente soggiornanti in Italia da almeno 10 anni e ai nuclei famigliari che vivono sul territorio ligure da almeno 5 anni.
    «Si darà precedenza agli italiani e a tutti i cittadini stranieri che da 10 anni sono regolarmente sul nostro territorio e da 5 anni in quello ligure – elenca le modifiche l’assessore all’Edilizia, Marco Scajola – si aprirà alle nuove povertà colpa della crisi come le donne sole con bambini, le coppie giovani sotto i 35 anni con figli, gli over 65 anni, nuclei familiari soggetti a procedure di sfratto, genitori separati o divorziati, nuclei familiari con presenza di soggetti disabili o malati terminali». Canale preferenziale anche per chi lavora nelle forze dell’ordine «perché riteniamo che sia doveroso dare una mano, anche con un gesto simbolico, a chi fa un lavoro delicatissimo per la sicurezza di ognuno di noi», sostiene Scajola. Un 50% degli alloggi sarà comunque riservato a famiglie con bassissimo reddito. «Siamo orgogliosi di aver invertito la tendenza dell’utilizzo degli immobili pubblici da parte di questo ente – prosegue il governatore – questa legge sarà finanziata in modo importante dalla dismissione di patrimonio immobiliare della Regione, che non serve agli scopi istituzionali dell’ente, che è quello di assistere i cittadini in varie forme». Tra gli esempi, la vendita a privati del Tennis Club di Santa Margherita Ligure.
    Le risorse saranno indirizzate a individuare nuovi alloggi e a finanziare opere di manutenzione di quelli al momento sfitti, soprattutto in realtà molto critiche come a Genova che a fronte di almeno 3.000 domande all’anno sono solo circa 150 gli alloggi assegnati. Tra le novità introdotte dalla riforma anche la possibilità di cambiare alloggio popolare assegnato in caso di gravi necessità per ragioni di salute e o lavoro che richiedano il trasloco in un’altra provincia della regione. E ancora: possibilità per i morosi incolpevoli di sublocare parte dell’alloggio se si impegna a firmare un piano di rientro concordato con l’ente gestore.
    Infine, ogni 8 anni verrà verificata la persistenza dei criteri di assegnazione: se l’inquilino assegnatario supererà del 50% il limite Isee previsto, il canone di affitto sarà innalzato per 4 anni, quando verranno nuovamente controllate le condizioni economiche. «Una riforma moderna, strutturata, seria, senza demagogia – conclude Scajola, come riportato dall’agenzia Dire – ma che vuole entrare nel merito dei problemi perché la vecchia legge 10 del 2004 era ormai superata. Con questa formula, noi entriamo nel merito di quelli che sono i problemi attuali». Il nuovo disegno di legge dovrà ora passare al vaglio del Consiglio regionale, toccherà poi alla giunta definirne i criteri di attuazione con una nuova delibera.
  • Gasometro di Prà, entro il 23 aprile ufficiale il trasferimento a Campi. Porcile: «Nei prossimi giorni incontri con Iren per chiarimenti»

    Gasometro di Prà, entro il 23 aprile ufficiale il trasferimento a Campi. Porcile: «Nei prossimi giorni incontri con Iren per chiarimenti»

    gasometro-pra-ireti-irenIl trasferimento del gasometro di Pra’ in una nuova area individuata in zona Campi diventerà realtà tra il 18 e il 23 aprile. È la vittoria di Ireti, la controllata del gruppo Iren che gestisce la distribuzione di acqua e gas, e la sconfitta dei lavoratori dell’impianto, che da fine del 2016 hanno iniziato una battaglia per impedire il trasferimento. A nulla sono valsi i numerosi incontri con assessori comunali e la manifestazione dello scorso febbraio per le vie di Prà.

    Approfondimento: L’addio al Gasometro di Pra’

    I prossimi saranno gli ultimi giorni di vita di un impianto storico, presente sul territorio sin da inizio 900 e, secondo i lavoratori supportati dall’amministrazione municipale, importante presidio di sicurezza per tutto il quartiere. Al suo posto sorgerà un supermercato. Ieri, l’estremo tentativo dei dipendenti per cambiare le carte in tavola, con la spedizione, tra mattina e pomeriggio, in Regione prima e in Comune poi. Decisamente concilianti i capigruppo regionali che, dopo aver incontrato una rappresentanza dei lavoratori, hanno emesso un comunicato bypartisan in cui si stimolava il Comune (unico attore politico con effettiva voce in capitolo) a organizzare un tavolo con azienda e a porsi come obiettivo il mantenimento dell’impianto entro i confini della circoscrizione di Ponente, come proposto dai lavoratori stessi, che avevano suggerito soluzioni “in zona”. «Smantellare la sede di Pra è una decisione assurda. Non si può spostare in Valpolcevera un centro operativo che serve l’estremo ponente cittadino, e nel quale oltre a IRETI risiedono ASTER e AMIU: così si rischia la paralisi – ha dichiarato il consigliere di Rete a Sinistra Gianni PastorinoI fatti parlano da soli: la sede delle Gavette non basta. Il presidio nel Ponente è indispensabile per garantire la sicurezza delle reti, il monitoraggio delle condotte del gas e l’azione del pronto intervento che già oggi lavora in affiancamento».

    Una richiesta accolta, nel pomeriggio, dall’assessore all’ambiente di Tursi Italo Porcile, che ha promesso a breve un incontro chiarificatore con l’azienda, lasciando però capire che difficilmente la decisione di Iren potrà essere ribaltata. Sul tavolo c’è anche il destino dei presidi di Amiu e Aster, anch’essi “sfrattati” dalla storica sede praese.

    Luca Lottero

  • Il ponente riconquista il suo mare: Pegli verso la balneabilità, per Voltri più servizi e sicurezza in spiaggia

    Il ponente riconquista il suo mare: Pegli verso la balneabilità, per Voltri più servizi e sicurezza in spiaggia

    Spiaggia Voltri 2La stagione balneare deve ancora cominciare, ma a Voltri già da qualche settimana le spiagge hanno ricominciato a popolarsi. Complici le numerose giornate di sole di questo generoso inizio di primavera, sono in molti nel quartiere a scegliere di trascorrervi la pausa pranzo o il pomeriggio. Alcuni, i più coraggiosi, hanno persino tirato fuori dagli armadi i costumi da bagno. Tra poche settimane queste stesse spiagge diventeranno una meta ambita di bagnanti del ponente genovese e non solo, e quelli che oggi sono pochi avventori isolati diventeranno una distesa colorata di asciugamani e ombrelloni. Tutti rigorosamente portati da casa, perché il litorale ponentino è rimasto la più grande spiaggia libera del Comune di Genova. Tre anni fa, inoltre, il mare che bagna la costa voltrese ha riconquistato dopo 40 anni la balneabilità. Un fattore, questo, che insieme alla completa gratuità dell’accesso alla spiaggia, ha contribuito a rendere Voltri una vera e propria meta balneare low cost.

    Una situazione di cui il quartiere indubbiamente beneficia ed è giustamente orgoglioso, ma che al tempo stesso rende più evidenti alcune carenze nei servizi offerti. «In una città che si apre al mondo e che vuole diventare accogliente per i turisti – afferma per esempio il presidente del Municipio 7 Ponente Mauro Avvenenteè impensabile che l’acqua delle docce sia aperta da metà luglio alla fine di agosto. Non è possibile che non si riesca a trovare un accordo con Mediterranea delle Acque per mantenere il servizio nei mesi in cui le spiagge sono frequentate, che a Ponente vuol dire almeno da metà aprile a metà settembre». A Voltri le docce vengono gestite dai circoli nautici che compongono il consorzio Utri Mare, mentre Pegli l’anno scorso ha dovuto fare i conti con una mareggiata che aveva distrutto le docce di Piazza Porticciolo, gestite da Bagni Marina Genovese e ripristinate definitivamente solo nelle scorse settimane.

    Più forze dell’ordine contro risse, barbecue e campeggi improvvisati

    Spiaggia VoltriParlando con il presidente Avvenente delle criticità delle spiagge di Voltri, non ci vuole molto perché si finisca a parlare di sicurezza e di rispetto delle regole. Una tematica che ogni estate torna puntualmente al centro dell’attenzione e di roventi polemiche da parte dei cittadini. «Con il ritorno della possibilità di fare il bagno – spiega Avvenente – si sono mosse maree di persone provenienti da ogni dove, che pensano che la spiaggia non sia una cosa di tutti ma una cosa di loro proprietà». Il riferimento è a chi, nonostante le norme lo vietino chiaramente, organizza campeggi improvvisati o generose grigliate, con l’ovvia accensione di fuochi liberi. L’invitante odore di carne alla brace che nelle sere di estate si sente spesso levarsi dalla spiaggia diventa così motivo di rabbia per gli abitanti del quartiere, che negli scorsi anni hanno più volte denunciato l’insufficienza dei controlli. «In passato – aggiunge Avvenente – è già successo che, magari dopo la sesta bottiglia di birra, si verificassero risse tra etnie diverse tra cui non scorre particolarmente buon sangue, con tanto di bottiglie rotte che restano sulla spiaggia e che il giorno dopo rischiano di tagliare i piedi ai bambini. Nessuno vuole fare discriminazioni di tipo razziale, il problema sono i comportamenti. Chi mantiene un comportamento civile è sempre il benvenuto, a prescindere dalla provenienza e dal colore della pelle». La soluzione trovata sarebbe quella di un’intensificazione della presenza di polizia e carabinieri, per lo meno nelle giornate più “critiche”: «A breve – rivela infatti il presidente del Municipio di ponente – incontreremo il Questore e il Prefetto, perché abbiamo l’intenzione di intensificare la presenza delle forze dell’ordine sul litorale di Voltri (e da quest’anno anche di Pegli) nelle giornate di venerdì e sabato, quando più spesso vengono piantate le tende».

    I rischi per la sicurezza dei bagnanti passano però anche dall’assenza di bagnini pronti a intervenire in situazioni di pericolo. «La Capitaneria di Porto ha insistito molto perché ci fosse vigilanza alla balneazione – spiega Avvenente – che però va fatta con persone qualificate e formate. Il Municipio non ha i fondi per farlo, con un po’ di insistenza siamo riusciti a spingere il Comune a chiedere alla Regione i soldi per attivare questo tipo di servizio, che l’anno scorso siamo riusciti a garantire nei mesi di luglio e agosto con due postazioni a Voltri e una a Vesima, dove si sono sviluppati gli stabilimenti privati».

    Obiettivo balneabilità a Pegli, il lavoro nascosto dei depuratori

    Se Voltri ospita la spiaggia libera più estesa del Comune di Genova, l’altro quartiere che in questa parte di città ha la fortuna di avere un litorale frequentabile è quello di Pegli. Qui, però, le acque che lo bagnano non sono balneabili. Almeno al momento. «L’obiettivo – spiega infatti Avvenente – è quello di conquistarla anche li, e pare che per quest’anno dovremmo riuscire a ottenerla su due punti del litorale. Siamo da tempo in contatto con Arpal, che nelle sue rilevazioni ha riscontrato un netto miglioramento della pulizia delle acque e persino la ricomparsa di specie marine scomparse nei decenni scorsi a causa del porto». Fino a non molto tempo fa sarebbe stato quasi impensabile che nel mare ponentino si potesse fare regolarmente il bagno. Se oggi invece Voltri è pienamente balneabile e si discute perché lo diventi anche Pegli è grazie alla rimozione del vincolo amministrativo che impediva di fare il bagno in zone portuali ma anche, se non soprattutto, al lavoro sotterraneo dei depuratori.

    Del tutto integrati e mimetizzati nel tessuto urbano dei due quartieri, queste macchine complesse raccolgono le acque delle fogne, le filtrano in modo da separarle dai fanghi e dagli elementi intossicanti più consistenti e pericolosi e poi le scaricano in mare, per legge ad almeno 1000 metri dalla costa. I depuratori di Voltri e Pegli, insieme ad altri del genovesato, sono stati recentemente oggetto di un’analisi condotta dalla classe di Igiene Ambientale, della Facoltà di Architettura di Genova. Gli studenti, in entrambi i casi, hanno riscontrato un buon funzionamento da parte delle macchine e un pieno rispetto delle norme ambientali (gli impianti, per esempio, devono essere ad almeno 100 metri dai centri abitati, per impedire il disturbo di rumori e odori molesti) ma hanno lamentato una certa difficoltà nel reperimento delle informazioni online, poi fornite dai dipendenti comunali competenti.

    Il depuratore di Pegli è il più antico tra quelli genovesi. Realizzato negli anni ’70, nel corso dei decenni è stato oggetto, come naturale, di diversi lavori di adeguamento. Particolarmente significativi sono stati quelli nei primissimi anni del nuovo millennio (fino al 2008), quando l’impianto ha subito un restyling completo, con la sostituzione di numerosi macchinari, la realizzazione di un raccordo con la passeggiata esistente, di un nuovo camino di ventilazione alto circa 20 metri (che ha consentito di ridurre notevolmente l’impatto di odori sgradevoli) e di una condotta a mare che sfocia a 2500 metri dalla costa. Anche l’ambiente circostante è stato migliorato significativamente, con l’inaugurazione, nel 2009, dell’“Area degli Artisti”. L’attività del depuratore oggi avviene in gran parte nel sottosuolo di quello che è un punto di ritrovo e di aggregazione importante per il quartiere.

    Ben più recente l’impianto voltrese, realizzato nel 2001 e collocato in zona Utri Beach. Probabilmente grazie alla realizzazione in tempi recenti, il depuratore di Voltri è una macchina che usa tecniche piuttosto moderne, e libera i liquami a circa un chilometro e mezzo di distanza dalla costa. Qui, un apposito diffusore consente una distribuzione del fluido uniforme. «Nell’impianto voltrese – spiega Davide Ghio, uno degli studenti che ha preso parte alla ricerca – la depurazione avviene anche con un sistema di biofiltrazione, con l’uso di aria (e quindi ossigeno) che, iniettata nell’acqua, favorisce la “digestione” dei fanghi (la parte che non viene rilasciata in mare). Si tratta di una tecnica non particolarmente diffusa».

    Porto e spiagge, una convivenza possibile?

    Se per circa 40 anni i cittadini del Ponente genovese sono stati costretti a rinunciare a fare il bagno in sicurezza nel proprio mare è stato a causa dello sviluppo del porto, che se da un lato ha portato sviluppo industriale e posti di lavoro, dall’altro ha senza dubbio un prezzo pesante in termini ambientali. Un prezzo che il quartiere non sembra più disposto ad accettare, come dimostrano le proteste che uniscono cittadini e amministratori municipali ogni volta che viene accennata una qualsiasi ipotesi di ampliamento delle strutture. «Credo che la convivenza con il porto sia possibile – chiosa infatti Avvenente – ma non a detrimento della qualità della vita dei cittadini. Nessuno è più disponibile a farsi massacrare il territorio come 40 anni fa, quando Prà perse inevitabilmente le proprie spiagge».

    Luca Lottero

    Era Superba ringrazia gli studenti del corso di Igiene Ambientale che hanno fornito informazioni e materiale utile riguardo ai depuratori per la stesura di questo articolo. Hanno lavorato (coordinati dalla prof.ssa Anna Maria Spagnolo) sul depuratore di Voltri: Auteri Bessero, Ghio, su quello di Pegli: Chiesi, Del Medico, Perazzo.

  • Animali domestici, il sogno della clinica veterinaria pubblica. Comune al lavoro per un servizio legato all’Isee

    Animali domestici, il sogno della clinica veterinaria pubblica. Comune al lavoro per un servizio legato all’Isee

    animali-domestici-caniUna clinica veterinaria comunale, che permetta l’accesso al servizio a tutti, con pagamenti in base al reddito. Questo il progetto “sogno” in fase di progettazione da parte dell’amministrazione civica, che risponderebbe ad una necessità sempre più diffusa, visto che Genova, come è noto, è tra le prima città italiane per numero di animali domestici per abitante.

    Se ne torna a parlare in Sala Rossa grazie all’interrogazione del Consigliere Pietro Paolo Repetto (Udc), che rilancia l’idea di un servizio pubblico che sappia garantire l’assistenza veterinaria a tutti, riconoscendo in questo modo il valore sociale e “sanitario” della compagnia di un animale domestico, a quattro zampe ma non solo. La risposta arriva direttamente dall’assessore per le Politiche Ambientali e per il benessere degli Animali del Comune di Genova, Italo Porcile: «Questa idea è condivisa dall’amministrazione civica, che da tempo sta valutando i vari aspetti legati a questa materia. La competenza è anche, e soprattutto, regionale, ma abbiamo attivato contatti anche con Asl e associazioni dei veterinari, oltre che con altre realtà territoriali legate alla gestione degli animali domestici. Sicuramente il “costo zero” potrebbe essere di difficile attuazione, ma lavorare sulle soglie Isee può essere una metodologia da seguire». Un altro aspetto fondamentale è la questione “location”: dove potrebbe sorgere questa struttura? «Un’ipotesi potrebbe essere gli spazi dell’ex canile di via Adamoli – ha sottolineato Porcile – ma al momento non possiamo sbilanciarci».

    L’idea, però, si sviluppa a pochi giorni dalla fine del mandato: «Sarà mia cura – ha assicurato l’assessore – di predisporre le linee guida per portare avanti il progetto, lasciandolo in eredità alla prossima amministrazione». Se la cosa andasse in porto, Genova potrebbe essere una eccellenza nazionale in materia.

     

     

  • Salone Nautico, pronta l’edizione del rilancio. Toti: «Deve essere certezza granitica, come il Natale e la Pasqua»

    Salone Nautico, pronta l’edizione del rilancio. Toti: «Deve essere certezza granitica, come il Natale e la Pasqua»

    salone-nautico-2017La 57a edizione del Salone Nautico organizzata da UCINA Confindustria Nautica a Genova, in programma dal 21 al 26 settembre prossimi, è stata presentata oggi nel capoluogo genovese alla presenza di Carla Demaria, Presidente di UCINA Confindustria Nautica, con la partecipazione di Giovanni Toti, Presidente della Regione Liguria, di Stefano Bernini, Vice Sindaco Comune di Genova, di Paolo Emilio Signorini, Presidente Autorità di Sistema Portuale del Mar Ligure occidentale e di Paolo Odone, Presidente di Camera di Commercio di Genova.

    «Il Salone Nautico compie 57 anni ed è felice di dimostrarli – ha dichiarato in apertura Carla Demaria, Presidente di UCINA Confindustria Nautica – il nostro futuro ha una grande storia e grazie a questa forza, consolidata negli anni, torniamo a crescere in maniera decisa. Abbiamo obiettivi ambiziosi non lo nascondiamo, ma coerenti con le risposte del mercato».

    La 57a edizione della kermesse sarà rivisitata in tutti i suoi aspetti. «La nuova disposizione degli spazi espositivi – ha spiegato Alessandro Campagna, Direttore Commerciale della manifestazione – risponderà alle esigenze di accresciuta estensione espositiva e accoglierà i visitatori coinvolgendoli in un percorso sempre più esperienziale,  perché il Salone Nautico vuole  che ogni  visitatore torni a casa e sia il primo promotore di questo straordinario settore». Il coefficiente di riempimento della Nuova Darsena registrerà  l’aumento più significativo, rispetto all’edizione 2016, sia in termini di nuovi espositori, sia di ampiezza di gamma esposta. L’area dedicata ai motoryacht e ai superyacht avrà un nuovo layout e una Business Lounge dedicata, cui si accederà attraverso un boulevard riservato che dall’ingresso porterà direttamente al centro della Darsena.

    «Le novità per la prossima edizione del  Salone Nautico non finiscono qui.  – ha concluso la Presidente Demaria – Il Salone, infatti, ha ricevuto un dono importante da Renzo Piano, una visione fatta di mare, sole e vento – di cui siamo onorati – che verrà interpretata dallo studio OBR dell’arch. Paolo Brescia, progettista tra l’altro della terrazza della Triennale di Milano e di altre opere di levatura internazionale, con un progetto di paesaggio e arte pubblica che guida il processo di rinnovamento del Salone. Sarà questo a fare gli onori della 57a edizione, accogliendo i visitatori».

    «Stiamo immaginando una nuova piazza sul mare che offra nuovi motivi di frequentazione e d’incontro – ha detto l’architetto Paolo Brescia –  in cui riscoprire il piacere di ritrovarsi in pubblico celebrando il rito dell’urbanità sul mare.  L’intervento prevede un’istallazione multisensoriale che interagisce con i fenomeni naturali del mare (sole, vento, onde), un giardino mediterraneo aromatico e il riutilizzo della precedente struttura del Redwall ripensata come opera d’arte pubblica collettiva, che coinvolgerà il pubblico dell’evento e gli abitanti della città, sancendo il legame indissolubile tra il Salone Nautico e Genova».

    Il sostegno di Regione Liguria

    Schermata 04-2457854 alle 19.32.14«Dobbiamo smetterla con i balletti su dove si fa il Salone: dopo 57 anni che si fa a Genova è ragionevole che si continui a fare qui, deve essere una certezza granitica, come la Pasqua e il Natale. Il Salone deve essere la punta di diamante di un’offerta integrata della nautica: fatta di tanti settori, per creare importanti sinergie intorno a chi compra una barca. E noi dobbiamo essere pronti a essere una vera capitale della Nautica». Lo ha detto il Presidente della Regione Liguria, Giovanni Toti oggi nel corso della presentazione del 57° Salone Nautico di Genova.  «Credo – ha continuato Toti – che abbiamo fatto quello che era il minimo che facessero le Istituzioni di una città che da 57 anni ospita il Salone Nautico e che si vuole candidare ad ospitarlo per altri 57 anni. Conterei di lasciarlo ai figli e ai nipoti di questa città il Salone Nautico. Ormai i tempi sono maturi: abbiamo vissuto un periodo di vacatio di potere dell’Autorità Portuale, soggetta a un’importante trasformazione di sistema e  oggi possiamo ragionare per il futuro, cioè creare le condizioni perché chi oggi produce l’eccellenza in Italia, come la Nautica, possa avere le migliori condizioni per conquistarsi fette di mercato sempre più importanti. Se il Salone dell’anno scorso aveva appena svoltato la china, quest’anno abbiamo messo un po’ di abbrivio».

    «Come Regione stiamo lavorando, insieme a Ucina, all’Autorità Portuale e alle altre Istituzioni per dare continuità e certezze a questo Salone – ha concluso Toti – integrando sempre di più le attività della kermesse con quelle produttive del territorio e anche con quelle di promozione turistica, è questa la strada per lo sviluppo e il successo di questa  Regione».

    Primi segnali incoraggianti

    Le iscrizioni sono state aperte lo scorso 21 marzo e, secondo i dati presentati oggi,  l’82% degli espositori ha già confermato la partecipazione, con il 51% che ha dichiarato di voler ampliare lo spazio o la gamma di imbarcazioni esposte. Il Pad. B terreno, nell’arco di 12 ore, è andato overbooked. Saranno presenti nuove partecipazioni da cantieri esteri, tra i quali Galeon, Regal, SeaRay, Wellcraft, Glastron, Four winns, Scarab Boats”.

    Positivi anche i riscontri del mercato interno: secondo i dati elaborati da Assilea Associazione italiana leasing, si registra un aumento dei contratti 2016 del 26% rispetto al 2015, a conferma dell’impatto registrato sul mercato a valle della scorsa edizione del Salone Nautico. Inoltre gli ultimi dati pubblicati da ICOMIA (la Federazione mondiale della nautica da diporto, alla quale UCINA aderisce) sulla tendenza del mercato nautico mondiale, testimoniano il consolidamento della ripresa del mercato Italiano e il ruolo dell’Italia come hub internazionale per la nautica da diporto. Il vento è tornato a soffiare nelle vele della nautica genovese?

     

  • Palazzo De Franchi, gli affreschi che raccontano la storia, tra miti e allegorie di una Genova leggendaria

    Palazzo De Franchi, gli affreschi che raccontano la storia, tra miti e allegorie di una Genova leggendaria

    palazzo-de-franchiCon la sua facciata anonima e il suo portale marmoreo – certo non grandioso –, Palazzo De Franchi rischia di mimetizzarsi tra i caseggiati che lo circondano nell’intrico dei vicoli del quartiere della Maddalena. Difficile costruire qui, nel fitto tessuto urbano della Genova medievale. Eppure, Giuseppe e Bernardo De Franchi vi si adattano, e nel 1563 iniziano a edificare la propria lussuosa dimora su terreni di proprietà Spinola e Grimaldi. Sono membri di una delle famiglie più in vista della Repubblica, che deriva la propria influenza dal denaro, accumulato con i traffici in terra di Spagna, e dagli incarichi ricoperti ai vari livelli dell’amministrazione pubblica. Nel giro di alcuni decenni, i De Franchi forniscono alla Repubblica ben due dogi, Girolamo e Federico, padre e figlio, che consolidano una fortuna fatta di denaro contante, investimenti, ma soprattutto proprietà immobiliari sparse dentro e fuori le mura.

    Il loro è il tipico palazzo genovese organizzato intorno al cortile centrale porticato che si apre all’esterno verso l’alto per far penetrare nelle sale luce e aria fresca. Il fascino risiede nella decorazione ad affresco degli interni, che Federico De Franchi affida, nei primi decenni del Seicento, con una scelta singolare, a pittori di stile assai diverso come Bernardo Castello e Domenico Fiasella. In realtà, i due, qualcosa in comune ce l’hanno: conoscono bene la scuola genovese dell’affresco ma vogliono andare oltre la tradizione, e, cercando il salto di qualità, arrivano a proposte autonome.

    Bernardo Castello

    @Foto G. Cavalieri
    @Foto G. Cavalieri

    Bernardo viaggia molto per le corti italiane. Si propone come pittore intellettuale in stretti rapporti con i maggiori letterati del suo tempo: da Ansaldo Cebà a Gabriello Chiabrera, da Giovanni Battista Marino a Torquato Tasso. Chiede a loro suggerimenti e accetta consigli che trasformano spesso i suoi cicli di affreschi in trasposizioni figurate dei temi prediletti da questi intellettuali.

    Così accade a Palazzo De Franchi, nel grande salone al secondo piano nobile, dove Bernardo dipinge alcuni episodi della Gerusalemme Liberata del Tasso: il celebre poema che narra la conquista di Gerusalemme durante la prima crociata. Egli rilegge la vicenda in chiave decisamente patriottica, glorificando il contingente genovese in Terra Santa e il suo comandante, Guglielmo Embriaco. La volta è il teatro del racconto. Impaginata in maniera razionale, suddivisa in riquadri che ospitano un episodio dopo l’altro permettendo all’osservatore di seguire il filo della storia fino a giungere al grande quadro centrale, culmine della vicenda. Castelli e accampamenti di gusto scenografico fanno da quinte ai protagonisti, che dialogano tra loro come attori su un palcoscenico, vestiti con armature alla romana poco adatte alla battaglia, sottilissime e dai colori acidi; un tripudio di violetto, rosso slavato, giallo acceso e verdognolo.

    Guglielmo Embriaco è il protagonista, perfettamente riconoscibile con la sua barba aguzza e il suo elmo piumato. Ora ordina ai Genovesi di dare fuoco alle navi per evitare che cadano in mano nemica, ora si inginocchia a capo scoperto di fronte a Gerusalemme e prega, ora dirige i carpentieri che costruiscono la torre d’assedio che ribalterà le sorti della battaglia. Al centro della volta, il pittore inscena l’ultimo assalto alla città. In primo piano, le schiere cristiane avanzano come in parata al suono dei tamburi, dietro i loro vessilli, verso le mura gremite dai difensori turchi che lanciano frecce e sassi sugli assalitori. A destra, la torre mobile è già appoggiata alle fortificazioni; i soldati si apprestano a salire sulla passerella per piombare addosso ai difensori. A guidarli è proprio Guglielmo Embriaco, che per il suo valore si era meritato il soprannome di Testa di Maglio. Infine, lo vediamo a cavallo che scaccia gli ultimi nemici dalle strade di una Gerusalemme tutta particolare, che con i suoi palazzi e le sue vie ricorda, più che una città orientale, la Genova di Bernardo Castello.

    Domenico Fiasella

    © Foro G.Cavalieri
    © Foto G.Cavalieri

    Diverso, il percorso di Domenico Fiasella. È originario di Sarzana ma a undici anni è già a Genova per imparare il mestiere del pittore. Dopo i primi insegnamenti si mette sulla via di Roma, il centro propulsivo della pittura italiana dell’epoca. Qui vede e impara dalle opere dei Carracci e soprattutto di Caravaggio, tornando in patria con un pacchetto di competenze estremamente aggiornate. A Roma acquisisce anche una certa fama tanto che le sue opere sono molto apprezzate sia dai suoi colleghi pittori – Guido Reni aveva per il Fiasella solo parole di lode –, sia dalla grande committenza e dallo stesso papa Paolo V Borghese, che teneva in gran conto una Fuga in Egitto del nostro che gli era stata regalata.

    Nel salotto a fianco al grande salone, Domenico invade la volta con un solo riquadro in cui rappresenta un tema tratto dalla Bibbia, dalla storia di Sansone, il mitico eroe ebreo che traeva la sua forza smisurata dai lunghi capelli. Scelto da Dio per guidare la ribellione del popolo eletto contro i Filistei, aveva condotto una serie di azioni di guerriglia sempre più incisive tanto che gli ebrei, temendo ritorsioni, lo avevano catturato e avevano deciso di consegnarlo al nemico. Ma proprio nel momento della consegna, Sansone è invaso dallo spirito di Dio, che gli conferisce un’immensa forza, spezza le corde che lo tengono prigioniero e, raccolta una mascella d’asino trovata nei pressi, comincia a massacrare i Filistei. Fiasella lo rappresenta in questo momento di furia a dominare l’intero spazio figurato. Indossa un’armatura all’antica, alza la mascella d’asino e sta per vibrare un violento colpo sul guerriero che giace ai suoi piedi con lo scudo alzato per proteggersi. Intorno a lui, con straordinario virtuosismo, il pittore rappresenta numerosi corpi sdraiati in scorcio: morti dal colore livido, figure tramortite o accasciate che urlano di dolore. Un bambino e un ragazzo scappano dalla furia di Sansone, spariscono parzialmente nascosti dalla cornice dipinta, e nella foga finiscono per inciampare su uno dei cadaveri. Dietro Sansone, in mezzo a un paesaggio campestre illuminato dalle luci del tramonto, altri soldati: alcuni fuggono con gli scudi sulla schiena, altri serrano lo schieramento per tentare l’assalto. Su una collina, gli ebrei osservano la scena e forse capiscono in quell’istante che Sansone è veramente l’inviato da Dio che potrà liberarli dalla schiavitù.

    Allegoria della Repubblica

    Sansone è un’eroe positivo che, grazie all’aiuto dell’Onnipotente, riesce a vincere su nemici molto più numerosi perché la sua causa è giusta. Insieme ad altri protagonisti dei racconti biblici come Esther, diventa, in quel torno di anni, una delle allegorie della Repubblica di Genova, piccolo Stato ma sempre in grado di opporsi ai suoi avversari. Proprio pochi anni prima che Fiasella salisse sui ponteggi di Palazzo De Franchi, i genovesi si erano trovati a fronteggiare l’invasione del Duca di Savoia, Carlo Emanuele. Dopo un iniziale momento di sconforto, grazie all’unione tra il popolo e l’aristocrazia cittadina, la Repubblica aveva reagito sconfiggendo il duca così come Sansone aveva sconfitto i Filistei. Condottieri del passato e imprese del presente, glorie dello Stato che si riflettono sulla famiglia, questo avevano voluto i De Franchi per il loro palazzo. La decorazione delle pareti, oggi perduta, non poteva che rafforzare il potere di coinvolgimento di queste sale.

    Matteo Capurro
    __________________

    Matteo Capurro è laureando del corso di laurea magistrale in Storia dell’Arte e Valorizzazione del Patrimonio Artistico presso l’Università degli Studi di Genova. Si occupa di pittura italiana del Quattrocento, con particolare attenzione a Piero della Francesca, e di scultura in legno del Settecento, con particolare riguardo alla scuola genovese del Maragliano. Nel corso dell’ultima edizione dei Rolli days ha fatto da guida a centinaia di persone in visita a Palazzo De Franchi, per la prima volta aperto al pubblico, suscitando ampio consenso per la sua particolare verve espositiva. Gli abbiamo chiesto di mettere su carta quanto proferito dal suo verbo.

    A cura di Antonio Musarra

  • Un viaggio nel Ulster dei pastori e dei pescatori. L’irresistibile richiamo del viaggiare

    Un viaggio nel Ulster dei pastori e dei pescatori. L’irresistibile richiamo del viaggiare

    cowAscoltavo il rumore della pioggia battere sul tetto , era una notte dove ogni luce veniva assorbita da un manto di nuvole minacciose, in quella porzione di Irlanda del Nord che molti chiamano Ulster. Il vento muoveva le fronde degli alberi, sibilanti come serpenti a sonagli, mentre dal mare echeggiava il rimbombare di un temporale lontano. In Irlanda il meteo è superfluo, si prende quello che viene, così aprendo la finestra la mattina seguente sono rimasto piacevolmente sorpreso da un cielo limpido e totalmente privo di nuvole.

    Una manciata di pecore brucava il campo sulla collina, la loro silhouette si stagliava sulla linea che divideva l’ombra dal paesaggio verde dei prati e blu dell’oceano. Una leggera e fredda brezza accarezzava gli steli cresciuti tra le antiche tombe del cimitero posto sulla sommità della collina dove si può riposare in pace e godere uno splendido panorama. Il profumo del mare, increspato come carta stagnola, viaggiava nel vento, giungendo sulle colline verdi smeraldo ricoperte di salino e rugiada. I corvi, tra i primi ad arrivare sui campi per la colazione, spulciavano il terreno alla ricerca di una vittima ancora assonnata, i gabbiani lasciavano il campo libero, preferendo le carcasse di crostacei nella spiaggia sottostante. Il sole si affacciava timidamente dietro le scogliere, il suo calore piacevole non bastava per levare dalle ossa quel freddo pungente mattutino.

    Spinto da un incontrollabile richiamo, ho disceso una strada che portava in un punto morto, dove tra le insenature naturali della roccia, sorgeva una piccola banchina adibita alla pesca con un casottino per ristorarsi. La testa di una foca seguiva i miei spostamenti, forse abituata a ricevere pesce dai pescatori del mattino o solo per mera curiosità, si immergeva per poi avvicinarsi senza timore. Un uomo, seduto su un seggiolino, pescava avvolto dal silenzio interrotto dallo sciabordio delle onde e il suono stridulo dei gabbiani affamati. Era rivolto verso il sole che lentamente saliva verso il cielo azzurro, la sua sagoma in controluce disegnava una piccola ombra tra le pozze di acqua formatasi dagli schizzi del moto ondoso.

    Un senso di pace regnava nel mio animo, sentivo la sensazione di varcare un portale magico dove quell’uomo si rifugiava ogni giorno, non sarei stato io a interromperlo e mi sono limitato a scattare una fotografia senza invadere il suo religioso silenzio. Pochi minuti più tardi ero seduto davanti alla tipica colazione dei B&B irlandesi, un gustoso piatto di uova, bacon e fagioli con toast e marmellata di arance, succo di frutta e caffè. Dalla finestra seguivo un gregge di mucche pascolare in ordine sparso, le loro macchie bianche e marroni sembravano tasselli di un puzzle impossibile da decifrare. Dopo la colazione, seduto davanti al fuoco del camino, sorseggiavo una tazza di caffè fumante e contemporaneamente tracciavo l’itinerario sulla guida. La tappa successiva era Derry o Londonderry per i sostenitori del Regno Unito, una città che delimita il confine irlandese tra Europa e Regno Unito, luogo di numerose controversie e scontri, tra cui il celebre Bloody Sunday.

    I coloni britannici costruirono questa città, una delle più antiche d’ Irlanda, a immagine e somiglianza (con tanto di Big Ben) della capitale inglese, coniando il nome Londonderry, tutt’ora motivo di proteste nonostante un tribunale abbia definitivamente sancito in Derry il nome della città. Sulla riva occidentale del fiume Foyle, dove sorgono le mura dell’antica città, tutto era pronto per la festa di Halloween che si sarebbe svolta la sera stessa lungo le vie del centro. Nella riva opposta raggiungibile con il moderno Peace Bridge, un ponte pedonale che collega le due sponde, sorge un colle sul quale era piazzato un grosso luna park con musica alta e luci stroboscopiche. Il cielo si era tinto di bianco, la temperatura era scesa improvvisamente ma il calore della festa iniziava a scaldare gli animi delle persone che affollavano le vie del centro vestiti con i più improbabili e terrificanti costumi.

    Fiumi di birra e musica folk fuoriuscivano dai locali, uomini, donne e bambini danzavano per strada rievocando antichi riti ancestrali, il profumo delle frittelle di mela varcava le mura penetrando tra le viuzze del centro storico. Il confine tra notte e mattina era stato varcato quando le ultime bancarelle chiudevano i battenti, pochi zombie vagavano ancora tra le umide strade ricoperte di cartacce e bicchieri vuoti, gli operatori ecologici erano già all’opera per riordinare tutto in poche ore. La luna nel frattempo si era fatta largo tra le nuvole stagliandosi dietro il fratello irlandese del Big Ben, osservava curiosa gli ultimi preparativi in attesa dell’arrivo del sole.

    Camminavo senza nessuna fretta tra le mura deserte che dominano la parte popolare della città, dall’alto si vedono i tetti con le scritte dedicate all’Ulster e i murales degli indipendentisti dell’Ira, mentre sui torrioni sventola la potenza storica della Union Jack in tutto i suoi colori. Le luci dell’alba lentamente illuminavano il Foyle, una leggera foschia conferiva un aspetto magico al panorama etra la nebbia, le ombre dei primi passanti cominciavano a dare vita a un nuovo giorno. Non avevo dormito ma poco importava, volevo proseguire e visitare la costa nord e arrivare il giorno dopo nei pressi di Belfast. Ho attraversato verdi campi e greggi di pecore, enormi distese di sabbia e piccoli porticcioli di pescatori arrivando al Selciato del Gigante, le scogliere di origine vulcanica che secondo la leggenda irlandese sarebbe stata costruita dal gigante Fin Mc Cool per raggiungere le coste della Scozia e combattere il rivale Angus.

    Ho chiuso il collo della maglia costretto da un gelido vento proveniente da nord, stormi di gabbiani si lasciavano trasportare dalle correnti volando in cerchio come avvoltoi, la presenza del sole era solo visibile. e l’oceano davanti a me sembrava avvertire aria di burrasca. Mi sono guardato intorno, circondato da un paesaggio naturale e privo di costruzioni artificiali, senza vessilli o bandiere, scritte e murales che ne attribuiscono la territorialità di ciò che dovrebbe essere di tutti. Anche il gigante Mc Cool aveva provato invano a conquistare la Scozia,ma si è fermato all’isola di Mann, probabilmente aveva capito che andare oltre sarebbe stato un danno per le tradizioni irlandesi ma queste, forse, sono solo leggende.

    Diego Arbore

     

  • I Parchi di Nervi tornano a vivere. Completati gli interventi dopo la tempesta, selezionate le “idee” per la valorizzazione

    I Parchi di Nervi tornano a vivere. Completati gli interventi dopo la tempesta, selezionate le “idee” per la valorizzazione

    parchi-nerviIn anticipo di una settimana rispetto ai tempi prefissati riaprono da oggi i Parchi di Villa Serra e Villa Grimaldi, dopo i lavori di messa in sicurezza a seguito degli eventi meteo del 14 ottobre dello scorso anno.

    L’inaugurazione questa mattina presso la Galleria d’arte moderna di Nervi, uno dei musei civici che si trovano all’interno dei parchi. Alla cerimonia erano presenti l’assessore all’ambiente del Comune di Genova Italo Porcile e l’assessore del Municipio Levante Michele Raffaelli. Un saluto è stato portato anche dall’assessore alla protezione civile e manutenzioni del Comune di Genova Giovanni Crivello. Insieme alle autorità tanti cittadini e le associazioni che si occupano della salvaguardia e valorizzazione degli storici parchi.

    I danni causati dalla tempesta di vento sono stati ingenti: 196 gli alberi caduti o danneggiati irrimediabilmente, ulteriori 15 alberi abbattuti per motivi di sicurezza, circa 13mila metri quadrati di superfici erbose danneggiate. E poi danni a recinzioni, panchine, cestini porta-rifiuti e agli impianti di illuminazione ed irrigazione.

    Il vento ha anche causato il crollo di una porzione del muro di contenimento di via Serra-Gropallo e ha danneggiato alcuni manufatti come la passerella su ferrovia lato Ponente, il tetto della “palestrina di Ponente” e del gazebo rustico di Parco Gropallo.

    Il parco di Villa Gropallo necessita ancora di alcuni ultimi interventi, in particolare nella ringhiera verso la ferrovia (lavori in corso da parte di RFI) e di attecchimento dei prati: da mercoledì 5 aprile si è resa necessaria la sua temporanea chiusura, soprattutto per consentire la corretta crescita del manto erboso, ma potrebbe essere riaperto a maggio o comunque entro la fine dell’anno scolastico.

    Restano ancora chiuse le aree oltre la ferrovia in Villa Grimaldi e la parte meridionale di Villa Serra, dove mancano importanti recinzioni di separazione dalla ferrovia di cui RFI dovrebbe completare il ripristino entro maggio. In queste aree continuerà la regolare manutenzione del verde per una riapertura completa auspicabile in autunno (RFI ha avviato i controlli sul cavalcavia danneggiato).

    Gli accessi attualmente fruibili sono quelli di Villa Serra e Villa Grimaldi e l’accesso dalla passeggiata Anita Garibaldi in Villa Serra.

    I lavori eseguiti

    In sei mesi di chiusura sono stati eseguiti da ASTer importanti interventi di messa in sicurezza e ripristino, con stanziamenti inizialmente di 208mila euro (per lavori urgenti di messa in sicurezza) e di successivi 291mila euro (per ulteriori interventi di messa in sicurezza e per il ripristino della funzionalità di opere essenziali).

    Il primo intervento è stato quello di taglio e recupero dei 141 alberi caduti su strade, ferrovia e vialetti. Oltre agli alberi caduti erano rimasti 54 alberi irrimediabilmente danneggiati, da tagliare e rimuovere. Gli alberi residui sono stati oggetto di specifici controlli (310 verifiche), tra i quali valutazioni di stabilità visive e con prove strumentali, che hanno evidenziato ulteriori 15 alberi pericolosi che sono stati eliminati. Sono stati eseguiti oltre 200 interventi di potatura per messa in sicurezza ed eliminazione di rami danneggiati e ceppaie ribaltate; altri interventi hanno provveduto alla riforma di piante che hanno perso parte della chioma. utto il materiale legnoso (oltre 1000 t) è stato raccolto, cippato e inviato a utilizzo come biomassa. I prati sono stati ripuliti e in parte riseminati, alcuni sono ancora recintati al fine di garantire un buon attecchimento. Sono stati ripristinati molti impianti irrigui e riparate e messe in sicurezza panchine e cestoni portarifiuti danneggiati. Tutti gli impianti elettrici di illuminazione sono stati isolati (messi a terra) e sono quindi in sicurezza.

    A febbraio ASTER, in collaborazione con gli studenti dell’Istituto Agrario Marsano, ha messo a dimora nell’area sottostante l’ex campo da tennis una nuova collezione di Ibiscus; anche nelle aiuole della sottostante passeggiata Anita Garibaldi sono stati effettuati, tra febbraio e marzo, interventi di messa a dimora di piante succulente affidate poi alla manutenzione di un esercizio commerciale del quartiere resosi disponibile.

    La bellezza del Roseto, che grazie ai lavori di restauro ultimati nel 2015 ha visto quasi raddoppiare la sua estensione, sarà messa in particolare luce da una giornata di visite guidate condotte da personale specializzato di Aster come evento collaterale alla “Notte dei Musei”, nel pomeriggio di sabato 20 maggio.

    I lavori in corso

    parchi-nervo-02Sono ancora in corso importanti interventi sugli impianti di irrigazione: si sono verificati danni nei tubi interrati e le perdite vengono verificate aprendo i diversi settori. L’impianto dovrebbe tornare a pieno regime nel corso del prossimo mese. Tutte le fontanelle potabili hanno un collegamento dedicato all’acquedotto e sono comunque funzionanti. Verranno riparati alcuni tratti di pavimentazione danneggiata; a breve inizieranno i lavori di riparazione del tetto della palestrina di Villa Grimaldi, che si prevede vengano completati entro maggio/giugno. Si sta inoltre procedendo con la valutazione dell’intervento sul muro di contenimento di Via Serra Gropallo, in parte crollato ma anche danneggiato in più punti: entro agosto è previsto l’inizio dei lavori di ripristino.

    RFI sta programmando il ripristino del ponticello sopra la ferrovia nella zona a Ponente del Parco Grimaldi e prevede il suo completamento entro giugno.  Entro l’estate dovrebbero terminare anche i lavori di manutenzione e adeguamento igienico dei locali della caffetteria GAM, nel Parco Serra, per la quale sarà pubblicato, a maggio, un bando di affidamento per il servizio di caffetteria dei Parchi, con la volontà di proporre ai visitatori accoglienza e offerta di cibo di qualità in sintonia con gli aspetti culturali evocati dalle collezioni d’arte dei Musei di Nervi e dal contesto paesaggistico dei Parchi, in sinergia con le attività degli stessi Musei; l’aggiudicazione del servizio è prevista entro agosto.

    A fine marzo è stato infine approvato dalla Giunta il progetto definitivo per “Interventi di completamento e perfezionamento della riqualificazione dei parchi di Nervi, opera “Colombiana” per un importo complessivo di oltre 242 mila euro; non appena approvato il Bilancio si potrà procedere con l’approvazione del progetto esecutivo e quindi con nuovi lavori da terminare entro dicembre 2017. Gli interventi previsti sono il recupero del manufatto “ex voliera”, la manutenzione delle recinzioni dell’ex campo tennis, l’impermeabilizzazione della vasca ovale di Villa Serra e la manutenzione delle cancellate in ferro.

    Non all’interno dei parchi, ma comunque sempre in zona Passeggiata, è l’intervento in corso di manutenzione alla copertura del “Castelluccio”, anch’essa danneggiata dal vento, che sarà ultimato entro fine aprile. E’ poi in corso, con scadenza il prossimo 21 aprile, la gara per la fornitura e posa di 300 metri di ringhiera per la passeggiata Anita Garibaldi, alla quale sono stati destinati circa 170 mila euro.

    Tra le tante manifestazioni di “affetto” nei confronti dei Parchi di Nervi vi sono state, oltre che contributi in denaro per l’acquisto di nuovi alberi, anche offerte di aiuto pratico come quello della scuola Marsano e la donazione di fotografie che fanno parte di un lavoro personale svolto da un fotografo professionista poco prima che si abbattesse la tempesta di vento. Verranno presto individuati gli spazi per realizzare una mostra che possa far “rivivere” l’esperienza della visita in un luogo la cui fisionomia non esisterà più nella forma che era stata possibile documentare nelle fotografie. Il lavoro è piaciuto molto anche ad un illustre editore genovese che si è manifestato interessato e disponibile a valutare l’eventuale pubblicazione di un libro/catalogo da accompagnare alla mostra.

    Il progetto di restauro

    La previsione di spese necessarie per il solo restauro della componente paesaggistica e vegetazionale dei Parchi è di circa 500 mila euro: nel marzo 2017 sono state definite le linee guida per la progettazione dei Parchi, presentate poi nello stesso mese alla Consulta del Verde. Seguirà, entro questo mese, la pubblicazione del bando per l’affidamento del progetto di restauro.

    Il bando di idee

    In attesa del progetto complessivo di restauro è stata nel frattempo bandita una “Call for ideas”: sono stati individuati 7 progetti che, rispondendo al concorso di idee, hanno proposto azioni di promozione e valorizzazione del tessuto ambientale, culturale e sociale dei Parchi di Nervi.

    • Progetto “Anacleto” presentato dall’Associazione Culturale Ugo: una proposta gestionale complessa secondo filoni di attività estese all’intero comprensorio dei parchi.
    • Progetto “Maramao” presentato dall’Associazione Storie di Barche, che prevede attività didattico-divulgative e laboratorio di falegnameria/carpenteria legato alla tradizione marinara.
    • Progetto “Planetario: l’universo in una stanza” presentato dall’Associazione Antikyitheria: proposta di installazione di un planetario e svolgimento di relative attività didattico-divulgative.
    • Progetto “Rivalutazione turistica e didattica dei Parchi di Nervi” presentato dall’Associazione Dafne, che propone attività didattiche, animazione e visite guidate.
    • Progetto “Contact Improvisation” presentato dall’Associazione Once: proposta diworkshop e performance legata ad attività di un particolare tipo di danza libera
    • Progetto “Cultura del Paesaggio e Coscienza di luogo” presentato dall’Associazione Memorie & Progetti: proposta di attività culturali legate alla lettura del territorio ed alla promozione del paesaggio tradizionale.
    • Progetto “Raccolta di idee” presentato del Comitato Genitori della I C dell’Istituto Comprensivo di Quarto: proposta di installazioni con finalità ludico-creative per bambini.
  • Bilancio, sarà riproposta la aggregazione Amiu-Iren. Doria: «Così i conti sono in ordine, non esiste un piano B»

    Bilancio, sarà riproposta la aggregazione Amiu-Iren. Doria: «Così i conti sono in ordine, non esiste un piano B»

    Palazzo TursiGiunta approva bilancio previsionale 2017, con i conti in ordine ma vincolati alla aggregazione di Amiu con Iren, che sarà riproposta per la terza volta al Consiglio comunale. «Lasciamo alla prossima amministrazione una situazione tranquilla, con qualche margine di manovra – afferma il sindaco Marco Doria ma se non passasse l’aggregazione non ci prenderemo la responsabilità politica di tagliare servizi e aumentare la tassazione». Non esiste, infatti, un piano B già pronto nel cassetto: «Nel caso non sarà il nostro compito – sottolinea il primo cittadino – ma di chi prenderà in mano l’amministrazione della città»

    Fatto salvo il discorso Amiu, per cui ancora una volta deciderà il Consiglio comunale, i numeri del bilancio del Comune di Genova sono buoni: nonostante ulteriori tagli dal Fondo di solidarietà e della quota Imu/Tasi (rispettivamenti di 3,4 e 4 milioni), aumenta il plafond a disposizione dei servizi resi dai settori, che passa da 89,2 milioni del 2016 a circa 102 milioni: la prossima amministrazione, quindi avrà qualche margine in più di iniziativa. Salvi anche i servizi, che non subisco tagli, anzi: previsti 39 milioni per i servizi sociali e 28,9 milioni per la scuola. Le risorse recuperate sono dovute ad un contenimento della spesa (soprattutto riguardo al personale, che continua a decrescere), alla anticipazione contabile dei vari oneri di urbanizzazione e dell’avanzo dello scorso esercizio.

    «Un bilancio che mantiene tutti i servizi del Comune – spiega Marco Doria – e che non va a pescare nelle tasche dei cittadini». Ma, come dicevamo, il tutto vincolato alla passaggio dell’aggregazione: «Nel caso non passasse nuovamente la delibera – spiega il primo cittadino – bisognerà incidere “sulla carne dei cittadini” e non saremo noi a farlo». La prossima settimana le commissioni inizieranno a lavorare sul bilancio, che con ogni probabilità sarà presentato in Sala Rossa il 27 aprile. «La delibera sull’aggregazione – spiega l’assessore al Bilancio Francesco Miceli – invece sarà riproposta uguale, probabilmente contestualmente al bilancio».

    Per chiudere su Amiu, quindi, la giunta Doria, come previsto, “mette il carico”, legando la aggregazione a doppia giro con la stabilità economica dell’ente stesso. Nel caso il piano A fallisse, però, la “patata bollente” finirà nelle mani del prossimo sindaco.

    Nicola Giordanella

  • Il Chiostro di Sant’Andrea e il lucchetto della discordia. Il cortocircuito della “lotta al degrado”

    Il Chiostro di Sant’Andrea e il lucchetto della discordia. Il cortocircuito della “lotta al degrado”

    chiostro-santandrea-casa-colomboChiuso dal 1 aprile, il Chiostro di Sant’Andrea risulta ancora inaccessibile, e lo sarà fino a data da destinarsi. Difficile decifrare la gestione di uno degli spazi più belli di Genova, chiuso proprio in concomitanza dei Rolli Days, celebrato appuntamento cardine per l’offerta turistico-culturale di Genova

    Come allo zoo: durante la kermesse decine di turisti si sono assiepati dietro le cancellate nuove di zecca, per scattare, increduli, qualche foto all’esemplare archeologico in cattività (come nei fatti è, essendo stato ivi ricollocato nel 1922); increduli e sbigottiti anche molti genovesi, soliti a frequentare quell’unico ed eccezionale ritaglio di verde, pace e arte durante la pausa pranzo, per far riposare il cervello a metà, o al termine, di una faticosa giornata di lavoro. Ma non c’è nulla da fare: il lucchetto comparso venerdì scorso cancella ogni speranza, come un immobile e insensibile guardiano dell’ordine. Ma di quale ordine stiamo parlando?

    La chiusura dello spazio attorno al Chiostro di Sant’Andrea è l’ultimo capitolo di una lunga storia: più di un anno fa, a seguito di alcuni episodi che generarono il più profondo sdegno pubblico (sporcizia, scritte, bivacchi e addirittura, lo ricorderete, effusioni amorose en plein air), il Municipio I Centro Est, si fece tramite del volere di alcuni cittadini chiedendo al Comune di provvedere alla chiusura di questa area. Arrivarono, quindi, le cancellate: non proprio una novità, visto che già in passato erano presenti delimitare l’area, ma che furono poi smantellate dalla civica amministrazione. Per mesi, però, il cancello rimane aperto, in attesa di un lucchetto, e soprattutto un accordo sulla gestione: chi, quando, come. La notte tra venerdì e sabato la svolta.

    Eccesso di zelo

    Diverse sono le segnalazioni che Era Superba raccoglie dai propri lettori fin dalle prime ora di sabato mattina: la coincidenza con i Rolli Days è molto strana (e assurda), per cui proviamo a chiedere all’assessore alla Cultura del Comune di Genova Carla Sibilla; la cosa sorprende anche lei, e dopo una telefonata di verifica ci spiega che «Il servizio di apertura è stato affidato a Coop Culture, la cooperativa che ha in gestione gli spazi museali delle torri di Porta Soprana e della Casa di Colombo». Ma cosa è successo? «Un eccesso di zelo: la sera di venerdì, la cooperativa non ha chiuso, per cui il Municipio è intervenuto chiudendo il lucchetto, ed è rimasto chiuso». Peccato, proprio in uno dei week end più affollati di turisti. Su suggerimento dell’assessore proviamo a contattare la Direzione Musei dello stesso Comune di Genova, ma la dirigente è molto occupata e dopo vari tentativi di trovarla libera per rispondere alle nostre domande, dalla segreteria ci consigliano di rivolgerci direttamente alla cooperativa, «Ciao e grazie», testuali parole. Perfetto. Cerchiamo un contatto di Coop Culture: sulla pagina dedicata alla Casa di Colombo (che per la cronaca ha come titolo di pagina, nella tab del browser, la dicitura Casa di CristofAro Colombo, ndr) troviamo un numero, al quale la classica voce registrata ci segnala che tutti gli operatori sono occupati. Gli affari evidentemente vanno a gonfie vele perché gli operatori rimarranno occupati giorni e giorni, senza mai risponderci.

    chiostro-santandrea-casa-colombo-02Andiamo in loco, per parlare direttamente con gli operatori. L’impiegato, alla nostra richiesta di chiarimenti, ci fa vedere un foglio arrivato dalla direzione, in cui viene ordinato di mantenere il cancello chiuso, fino a data da definirsi.L’operatore dovrà chiuderselo dietro quando si accompagnano i turisti sulle torri – si legge – se venissero a lamentarsi spiegare che noi lo utilizziamo solo di passaggio per entrare nella casa. La gestione dello spazio non rientra nelle nostre mansioni”. «Non può immaginare quanti vaffa abbiamo preso durante i Rolli Days». Posso immaginarlo, eccome. «Questione di ordini arrivati dal “principale” – sottolinea l’operatore – dopo una comunicazione del Municipio». Ci racconta anche un dettaglio che arricchisce con un pizzico di noir questa storia di “ordinaria follia”: chi ha messo il lucchetto venerdì notte, non si è accorto di aver chiuso dentro un ragazzo che, con il suo cane, si era “addormentato” tra gli ulivi. Il giovane è rimasto “prigioniero” tutta la notte, in dubbie condizioni di salute. Poteva finire peggio.

    Nel frattempo su Facebook , il presidente del Municipio I – Centro Est, Simone Leoncini, risponde alla richieste di chiarimento: «Dovete chiedere ad assessorato alla Cultura che è referente per l’appalto che regola casa di Colombo e chiostro… Le cancellate devono essere chiuse solo la notte a protezione del complesso monumentale. Quindi aperti fino almeno a sera, per libero accesso, ma chiuse di notte. Il municipio ha da tempo protestato e chiesto lumi sul casino che stanno facendo! Purtroppo non siamo noi i responsabili…». Perfetto. La trasparenza fa il suo giro: abbiamo completato il gioco dell’oca, senza avere risposte certe. Un cortocircuito burocratico. Dalla segreteria del Municipio ci fanno sapere che nei prossimi giorni potrebbe essere convocata una riunione per chiarire la questione.

    Cortocircuito

    Vedremo come andrà a finire; nei fatti è una settimana che il chiostro è chiuso, sottratto alla fruizione della collettività. Le inferriate, nate dalla “lotta al degrado” portata avanti da alcuni, paradossalmente sono diventate l’altra faccia del degrado stesso, avendo creato un “mostro burocratico” da gestire, senza che ci sia un “apparato” in grado di farlo. Quanto è stato perso dal punto di vista turistico e di immagine? Impossibile quantificarlo, ma sicuramente non proprio una bella pagina per una città che ambisce a diventare “turistica”. Per farlo, bisogna certo saper valorizzare e proteggere i propri “tesori”, ma se questo si traduce nel chiuderli dietro a dei cancelli, forse è il caso di “lasciar perdere”.

    Nicola Giordanella