Categoria: Editoriali

  • Tre anni da Ponte Morandi, ma è come se fosse domani

    Tre anni da Ponte Morandi, ma è come se fosse domani

    Sono passati tre anni dal crollo di Ponte Morandi. Di già tre anni: un tempo oramai congruo per far bilanci e osservare cosa è cambiato dopo un evento così catastrofico, ma, soprattutto, provare a decifrare che cosa non è cambiato. In questi tre anni abbiamo visto di tutto, commemorazioni, decine di inaugurazioni, fiocchi e polvere, lacrime e risate, chiacchiere e silenzi. Poi la pandemia ha rimodulato le priorità e la gerarchia delle emergenze, scalzando, senza troppi rammarichi da parte della classe dirigente, il problema della sicurezza delle infrastrutture svelatosi davanti ai nostri occhi in tutta la sua potenza il 14 agosto 2018.

    La ricostruzione del nuovo viadotto, nonostante la stucchevole retorica che l’ha accompagnata esaltandone una presunta grandiosità che il tempo per fortuna parrebbe aver già disciolto e annacquato nella memoria collettiva, oggi ci pone sotto gli occhi un contrasto evidente: nuovo contro vecchio. E di questo vecchio, che forse sarebbe meglio definire decrepito, abbiamo imparato a scoprire dettagli agghiaccianti solo grazie alle inchieste e indagini post crollo: non solo decenni di manutenzioni non fatte o fatte male, ma anche decenni di mancati controlli. Con l’inquietante dettaglio che il tutto è stato scoperto in via incidentale: sei per i viadotti il vaso di pandora si è aperto il 14 agosto, per le gallerie si è dovuti arrivare al crollo della volta della galleria Bertè, il 29 dicembre 2019.

    Interno del viadotto ad arco Portigliolo, sulla A10

    In altre parole abbiamo scoperto di non sapere nulla o poco di più, sulle grandi infrastrutture del paese. Da lì il delirio che tutti i genovesi e i liguri vivono ogni giorno: la grande corsa alla manutenzione straordinaria per provare a mettere in sicurezza una rete autostrade fatta da oltre 500 opere tra ponti e gallerie che il Morandi e la Bertè ci hanno svelato essere in condizioni pietose. E il fatto che i grandi agglomerati di potere economico che attraversano la nostra città, come il mondo della portualità, non abbiano il peso di spostare una virgola del contesto caotico dell’emergenza cantieri per conservare le proprie posizioni e i propri interessi, limitandosi al gioco delle tre carte, è la cartina tornasole della gravità della questione: qua o si cantierizza o si muore.

    E qui sta il nodo vero della questione: questa grande stagione di manutenzioni, destinata a durare ancora anni, a cosa serve, a parte, forse, a non farci morire ammazzati tra calcestruzzo, fango e ferraglia arrugginita? Cosa succederà dopo che tutti i viadotti e le gallerie saranno state messe in sicurezza? Soprattutto, questo condizione è realmente avverabile? In altre parole quello su cui la politica e la società dovrebbe interrogarsi è sul fine vita di centinaia di opere la cui età è drammaticamente sopra i limiti per cui furono costruite. E parliamo di opere gigantesche, viadotti di centinaia di metri, gallerie di chilometri, tra cui le più “moderne”, ovvero quelle della A26, hanno oggi 50 anni.

    In un verbale del tavolo Pris aperto con fatica e resistenze politiche di ogni sorta per la gestione dei cantieri del viadotto Bisagno, operativo del 1967, viene riportata questa frase: “L’Ing. Cavalletti (il tecnico incaricato dai comitati dei cittadini, ndr) tiene a precisare che al momento dell’ultima audizione con ASPI, era stato messo sul tavolo il fatto che i ponti come il viadotto Bisagno hanno una vita utile finita che attualmente è prossima al suo termine naturale; a precisa domanda posta da lui ad ASPI, su quanta vita residua ritengano di poter estendere con l’intervento in oggetto, riferisce che la risposta è stata ‘ci basta che arrivi al termine della concessione”. Una affermazione ad oggi mai smentita o approfondita, che svela la ratio con cui le manutenzioni di questi mesi sono state affrontate: tenere insieme i cocci finche si può. Finchè conviene. Fino al prossimo incidente, verrebbe da aggiungere.

    Secondo le stime del Cnr, pubblicate poche ore dopo il crollo del Morandi e finite nel vortice bulimico della narrazione della dramma, in Italia ci sono circa 10 mila opere che hanno superato la soglia della vita utile, la cui manutenzione conservativa dovrebbe impiegare risorse per circa 2,5 miliardi di euro l’anno, come minimo. Il Pnrr con cui il governo intende affrontare i prossimi dieci anni parla di circa 62 miliardi per le infrastrutture, (di cui una quarantina destinata alle nuove opere ferroviarie legate all’alta velocità) di cui solo poco più di 4 miliardi sono stati destinati alle manutenzioni del costruito.Un sesto del necessario calcolato solo per tenerle in piedi. Tutto il resto sarà spremuto dai pedaggi o raccolto cammin facendo. Se si troverà il modo di farlo.

    Nel frattempo decine di migliaia di auto e tir continuano a viaggiare su viadotti degli anni 60 costruiti con centine di legno, cazzuole e secchi di cemento. Sulla A10, il tratto più antico, vale a dire quello che oggi collega in direzione Genova Albisola con Pra’, è stato costruito negli anni 50, comprende decine di ponti ad arco (di cui molti progettati dallo stesso Morandi) sulla cui vita residua si sa pochissimo. O almeno pubblicamente si sa pochissimo. E fa fresco parlare di Gronda (che nei fatti si affiancherebbe al tratto urbano della A10, ovvero paradossalmente il più giovane), quando ogni giorno che passa è un giorno in meno che manca al fine vita di qualche viadotto o galleria.

    A destra il Lupara, progettato dal Morandi: all’epoca della sua costruzione, fine anni 50, era il più lungo d’Europa costruito con la tecnica ad arco. A sinistra il raddoppio fine anni 60 costruito con sistema Dywidag

    “Quando leggo sul ponte Valle Ragone, in A12, di segnalazioni fatte a ottobre e di interventi ancora non eseguiti ad aprile, resto perplesso. Non va bene. Perché le cose succedono quando meno te lo aspetti. Ci sono viadotti come il Nervi, il Veilino e il Bisagno, in Liguria, che devono essere monitorati di contino e con grande attenzione”. Parole di Fracesco Cozzi, ex capo della procura genovese, in un’intervista pubblicata in occasione del suo congedo. Questi tre viadotti, insieme al Sori, sono chiamati i “quattro fratelli” per via della loro modalità di costruzione: all’epoca, parliamo degli anni 60, essendo necessario costruire a quote eccezionali e in posti impervi o abitati, è stato necessario sviluppare una modalità di costruzione conosciuta come sistema Dywidag, mediante centinatura a sbalzo autoportante ad avanzamento bilanciato. Le travi, in calcestruzzo precompresso, sono state assemblate pezzo per pezzo a partire dall’appoggio sulla pila, mantenendo l’equilibrio statico grazie alla progressione parallela dei due lati. Una tecnica oggi abbandonata per le grandi costruzioni ma che ebbe grande successo in quegli anni, con decine di repliche in altri contesti, soprattutto autostradali. Ma che secondo una buona parte della letterature ingegneristica ha margini molti limitati di conservazione. Cosa succederà quando questi limiti saranno raggiunti?

    Dal crollo di ponte Morandi sono passati tre anni, ma da questa prospettiva non sembra essere passata nemmeno un’ora. Quello che è successo il 14 agosto 2018 è un evento sicuramente irripetibile, tale era la peculiarità dell’opera crollata sotto il peso di se stessa, ma tutto intorno ci sono strutture già pronte per il trapasso, a cui manca solamente la data del decesso. Che potrebbe essere anche domani.

    Nicola Giordanella

     

     

     

     

     

     

  • Covid e disagio sociale, le zone rosse sono sempre le stesse

    Covid e disagio sociale, le zone rosse sono sempre le stesse

    Il coronavirus non ha colpito con uguale intensità i quartieri genovesi. Lo ha accertato la recente instaurazione di zone rosse nei quartieri di Certosa, Rivarolo, Cornigliano in parte di Sampierdarena e sul 95% del centro storico, e poi la definizione delle zone di “coprifuoco”, dove dalle 21 della sera di giovedì 22 ottobre entreranno in vigore regole più stringenti per il contenimento del contagio.

    Ma che la pandemia abbia diviso i territori e le città di tutto il mondo è un fatto ormai accertato. In ogni città, metropoli o megalopoli ci sono confini invisibili, ma netti e chiari, tra i quartieri che reggono meglio l’urto e quelli che invece pagano un prezzo salato in termini di contagi e vite umane. E i confini possono diventare fossati nei centri abitati caratterizzati da disuguaglianze più marcate. Tutte le ricerche e le analisi condotte negli ultimi mesi arrivano infatti alla conclusione che chi vive in quartieri poveri e socialmente disagiati ha più probabilità di ammalarsi e di morire di covid 19.

    Un fenomeno globale

    Prendiamo il caso di New York City, una delle città colpite più duramente dalla pandemia. Lì la diffusione della malattia e la distribuzione tra i diversi quartieri è mappata con precisione chirurgica e i numeri diffusi con una trasparenza ben maggiore rispetto a quella a cui siamo abituati. Nel momento in cui scriviamo questo articolo (sera del 21 ottobre 2020) «Molti dei quartieri con il numero più alto di casi pro capite – scrive il New York Times  – sono aree con reddito mediano più basso e famiglie più numerose della media. Tra le zone più colpite ci sono comunità del South Bronx, nord e sudest del Queens e la gran parte di Staten Island. Se l’età è un fattore molto legato alla fatalità del covid-19, anche quartieri con alte concentrazioni di afroamericani e latinoamericani, così come quelli con residenti dal basso reddito, soffrono i più alti tassi di morti da covid 19».

    Anche analisi e ricerche effettuate su città come Birmingham (Regno Unito), Mumbai (India), Nairobi (Kenya), Milwaukee (Stati Uniti), Montreal (Canada), Londra (Regno Unito) e Barcellona (Spagna) mostrano la stessa tendenza. Si tratta di città e contesti molto diversi tra loro, ma le aree più colpite dalla pandemia hanno caratteristiche ricorrenti: nuclei familiari numerosi che condividono spazi abitativi ridotti, presenza di lavoratori a basso reddito che non possono permettersi di lavorare da casa come fattorini, addetti alle pulizie, conducenti di mezzi pubblici, infermieri, badanti. O alti livelli di disoccupazione, povertà e disagio sociale in genere. Tutti fattori che anche in tempi normali portano a condizioni di salute peggiori, alla presenza di un numero più elevato che altrove di malattie croniche, che come ormai sappiamo spianano la strada al contagio e al Covid 19, che ha conseguenze più serie – persino fatali – più facilmente sui soggetti con patologie pregresse.

    Zone sempre rosse

    Paragonare le zone rosse genovesi con quelle di New York e delle altre città citate può essere azzardato. Troppo diversi i contesti, forse troppo piccola e “compatta” Genova per poter distinguere in modo netto i quartieri interni. Tant’è, in un quadro di emergenza sanitaria generale, le autorità hanno ritenuto di alzare ulteriormente il livello di guardia in un numero limitato di aree cittadine. In assenza di dati pubblici più precisi sulla distribuzione del contagio tra i quartieri (a parte qualche occasionale report dell’agenzia sanitaria regionale Alisa, il più recente dei quali risale a inizio mese) questa grave decisione amministrativa è al momento l’indicatore più chiaro delle disuguaglianze territoriali interne alla città di Genova di fronte alla pandemia. Decisione che ha interessato territori dove si ritrovano alcune delle caratteristiche che rendono i quartieri più fragili dal punto di vista sanitario.

    Nel centro storico si concentrano alcune delle caratteristiche che ormai sappiamo contribuire alla diffusione del contagio: densità abitativa elevata ma anche appartamenti sovraffollati e talvolta occupati da più di un nucleo familiare, disoccupazione e povertà diffusa. Genova sotto molti aspetti ribalta il classico rapporto centro-periferie, con quest’ultime in molti casi più vivibili di un centro storico in molte sue aree degradato, povero, socialmente in difficoltà. E fragile davanti a un fenomeno come il coronavirus, che penetra più a fondo tra le pieghe del disagio.

    Periferie in senso lato sono però Certosa, Rivarolo, Cornigliano e Sampierdarena, le altre aree rosse forse non a caso tutte e tre nella parte occidentale della città o in Val Polcevera, aree dal passato industriale e negli anni gravate di più servitù di altre. Aree che si trascinano dietro annose questioni sociali e che in tempi più recenti hanno visto suonare diversi campanelli d’allarme dal punto di vista sanitario. Nel 2016, il consigliere regionale Gianni Pastorino segnalava un aumento della mortalità femminile del 30% in Val Polcevera. Il dato era stato fornito dal dottor Valerio Gennaro dei Medici per l’Ambiente, che negli ultimi anni si è dedicato allo studio dei tassi di mortalità nei vari quartieri genovesi. Il metodo utilizzato dall’associazione consente nel calcolare la differenza tra il numero di morti attese per cause naturali nei diversi quartieri e quelle che invece effettivamente si registrano. Secondo i risultati più recenti dell’associazione, ad avere più morti del previsto sono in genere proprio i quartieri ponentini e quelli della Val Polcevera, in particolare aree come Pra’ e Cornigliano, quest’ultima confinante o prossima alle attuali zone rosse.

    Chi paga?

    “Dobbiamo rinunciare tutti a qualcosa per il bene dell’Italia” diceva il premier Giuseppe Conte all’inizio del lockdown di marzo, ma sembra che in quel tutti qualcuno debba e abbia rinunciato a qualcosa più di altri. A partire dalla salute e proseguendo dalla possibilità di accedere ad una vita sana e dignitosa, e in un ambiente urbano salubre. Questi pochi mesi tra la prima e la seconda ondata, già messa in conto e largamente attesa da tutta la comunità scientifica, hanno però dato l’impressione che nonostante queste evidenze, non ci sia stato un cambio di prospettiva o un intenzione di cesura con il passato. Niente è stato fatto per potenziare il servizio di trasporto pubblico mentre l’assistenza socio sanitaria alle persone in difficoltà è ancora saldamente incardinata nel centralismo delle strutture sanitarie, con tutti i problemi di accessibilità che si porta dietro. Le tutele per i lavoratori non hanno segnato svolte e l’istruzione pubblica non è stata messa in sicurezza, lasciando alla “facoltà di connessione” il discrimine per l’accesso al sapere.

    Ma non solo: nelle scelte ambientali e urbanistiche sono stati riproposti gli schemi di un passato responsabile delle criticità di oggi: lo si evince dalla vicenda dei depositi chimici di Multedo, che con buona probabilità saranno spostati nella solita Val Polcevera, mentre per il centro storico si sta aspettando il progetto di riqualificazione dell’amministrazione comunale e che, secondo le prime anticipazioni, sembra essere incardinato sui parametri del “benessere commerciale” più che del benessere di chi ci abita. Se ci abiterà ancora. E chi oggi è in zona rossa, lo sarà anche domani, ovunque essa sia.

     

    Luca Lottero
    Nicola Giordanella

  • Coronavirus e informazione, quando l’assembramento selvaggio diventa un format

    Coronavirus e informazione, quando l’assembramento selvaggio diventa un format

    I dati sulle multe alle persone che non rispettano i limiti agli spostamenti dovuti all’emergenza coronavirus ci restituiscono l’immagine di un Paese che sta, in larghissima parte, rispettando le regole. Lo scorso sabato 4 aprile, raccontato come una giornata di sanzioni record, su 229mila e 104 persone fermate dalle forze dell’ordine, le multe sono state 9.284 .

    Significa che a sgarrare è stato poco più del 4% delle persone fermate, cioè lo 0,015% della popolazione italiana. A leggere le cronache di questi giorni, però, sembrerebbe che sparsi per il territorio nazionale ci siano diversi focolai di ribellione alle regole e al buon senso dove i cittadini, mossi forse da un superbo senso di invulnerabilità o dal gusto per la sfida all’autorità fine a sé stessa, escono volutamente di casa senza reale necessità, generando assembramenti non necessari e moltiplicando i rischi di contagio con grave rischio per la collettività.

    È il caso, per esempio, del Quadrilatero di Bologna o del quartiere Spaccanapoli, a Napoli . Anche Nel suo piccolo, anche Genova ha il suo focolaio di insubordinazione, situato in Via Sestri, cuore pulsante della delegazione di Sestri Ponente. Quartiere ribelle al punto da meritarsi il doppio rimprovero del presidente della Regione Liguria Giovanni Toti, una prima volta lo scorso 13 marzo  e poi, di nuovo, il 2 aprile. Il secondo rimprovero presidenziale è stato accompagnato da una foto, dove nella parte superiore compare il fermo immagine di un servizio televisivo che ritrae una Via Sestri apparentemente piena di gente e una inferiore con alcuni medici del San Martino, a suggerire che la passeggiata impenitente avviene a sfregio di chi rischia la vita tra le corsie degli ospedali. Ma proprio su quel fermo immagine, in realtà, sono cominciati ben presto a circolare dei dubbi, per via dello schiacciamento prodotto dalla prospettiva ottenuta con un teleobiettivo.

    Inganni ottici a parte, sono le caratteristiche del quartiere a rendere difficile immaginare un abbandono totale della via. A Sestri Ponente vivono quasi 45mila abitanti e in Via Sestri ci sono numerosi supermercati, negozi di alimentari e farmacie. Negozi che non possono chiudere nemmeno in tempo di quarantena, perché vendono beni essenziali. È dunque lecito pensare che chi in questi giorni va in Via Sestri lo faccia per un valido motivo. A meno che non si voglia credere che gli abitanti di Sestri per qualche ragione si divertano a sfidare regolamenti e buon senso, in controtendenza rispetto al resto della popolazione nazionale.

    L’uomo che morde il cane

    Forse è proprio questa la ragione per cui Via Sestri è diventata un caso. Visto che il cane che morde l’uomo non è una notizia ma lo è l’uomo che morde il cane, il racconto dell’eccezione alla regola, del cittadino che sgarra, sta diventando un format nel racconto che si sta facendo di questi giorni. Un format che mantiene alta l’attenzione su alcuni aspetti, tralasciandone altri, creando una narrativa legata alla contrapposizione, al conflitto, tra persone. In altre parole un problema di ordine sanitario è diventato de facto un problema di ordine pubblico: un format, questo, che però, oltre a rischiare di dare un’idea distorta dei problemi alla base di questa situazione rischia anche di far passare, come sta succedendo, senza troppe cerimonie, limitazioni inedite delle nostre libertà individuali e collettive. 

    [quote]In altre parole un problema di ordine sanitario è diventato de facto un problema di ordine pubblico[/quote]

    Una modalità di gestione della situazione che ha “contagiato” anche altri soggetti, che titolarmente dovrebbero avere un ruolo differente. E’ il caso dell’ospedale Policlinico San Martino, niente meno che l’ospedale-università più importante della Liguria e rifermento scientifico nazionale: in questi giorni la direzione ha optato per una comunicazione molto aggressiva nei confronti dei comportamenti considerati dannosi, riproponendo quel format in chiave più social, dichiaratamente finalizzato a sensibilizzare la fascia più giovane della popolazione. Esempi sono due pubblicazioni divenute virali non per il contenuto ma per la polemica che hanno suscitato: il primo con la foto di una paziente estubata, accompagnata dalla dicitura “State a casa! Altrimenti l’unica corsa che farete sarà in rianimazione”, riferendosi al format del podista-untore, e il secondo, dove il frame di un famoso e virale meme è accompagnato dall’ammonimento “Fossimo in voi, noi medici, infermieri e oss, staremmo a casa, e non in prima linea, per voi, qui al San Martino”.

    Una comunicazione, quindi, che colpevolizza determinati comportamenti il cui peso sull’attuale situazione è quanto meno incerto: non passa giorno senza che arrivino percentuali di persone che si spostano, confronti, trend, seguiti da paternali e minacce di nuovi provvedimenti, senza avere invece informazioni esaustive sulla diffusione reale del virus, che essendo per l’80% asintomatica, nessuno ha con certezza. E l’incertezza non crea nessun format di successo, ma responsabilità politiche.

    Compito straordinario

    Secondo altre letture l’esasperazione dei (pochi) casi di ribellione alle regole contro il covid-19 farebbe comodo a tanti. A chi vuole scaricare sul popolo bue le responsabilità della crisi da un lato e a sindaci e amministratori locali con manie da sceriffo dall’altro, che proverebbero a stimolare la richiesta di una gestione poliziesca del territorio giustificandola con la presunta irresponsabilità della gente. Puntando magari a rendere ordinarie le misure straordinarie che si stanno rendendo necessarie in queste settimane. Se così fosse, finita l’emergenza il giornalismo avrà compiti ben più urgenti e scomodi della caccia all’assembramento selvaggio.

    Luca Lottero
    Nicola Giordanella

  • Prima che cadano

    Prima che cadano

    Ha un non so che di acido il retrogusto dal sapore elettorale della corsa all’hastag di questi giorni a proposito dell’oramai tormentonico supposto interesse al ponte caduto da parte di innumerevoli rappresentanti della classe dirigente locale e nazionale.

    La levata di scudi “politica” alle sconsiderate parole di Oliviero Toscani ha sollevato un polverone mediatico che come prevedibile offusca ancora il tema esiziale delle responsabilità politiche del fatto in sé, cioè del crollo di uno dei più strategici viadotti del paese.

    Su questo punto, in questi mesi, non abbiamo visto né hastag, né flash mob, ma ci si è limitati solo al modesto dibattito su l’ipotetica revoca delle concessioni, presto diventato territorio di scambio politico, di ricatto tattico, di equilibrismi, di vediamo come va in Emilia Romagna, di calcolo, di trend, di fidelizzazione social.

    Ai ponti bisogna interessarsi prima che cadano; dopo son bravi tutti, compresi i Benetton, per i quali per anni il Morandi è stato solo una voce di spesa di un bilancio da massimizzare, mentre diverse stagioni di politici e amministratori hanno lasciato fare. Le manutenzioni non si inaugurano, e i nastri non si tagliano durante le ispezioni.

    Eppure si poteva fare qualcosa: chi oggi si indigna e già si vanta di aver dato un nuovo ponte a Genova, anche se ancora non c’è, al 14 agosto 2018 era da tre anni alla guida di un ente che partecipa a vario titolo alle riunioni del Provveditorato per i lavori pubblici, durante le quali si è parlato, poco e male, delle condizioni del Morandi. Nessuno ha mai alzato la mano, chiesto spiegazioni: a nessuno interessava, prima.

    Anche la civica amministrazione comunale, presente e passata, non ha mai preteso quella sicurezza per i suoi cittadini della quale dovrebbe essere ultimo e più prossimo garante: eppure le reti per non far cadere i calcinacci sulla testa degli operai Amiu c’erano. Ma a chi interessa un ponte prima della sua caduta, quando si può vendere il fumo delle grandi opere che metteranno tutto a posto?

    Per i genovesi il crollo è stato un improvviso rientro da uno spot lungo decenni su una rinascita post-industriale mai avviata, il calo di quella morfina che non ha fatto sentire i morsi della cancrena che pezzo dopo pezzo si è mangiata il nostro territorio, tra speculazioni dei beni collettivi e visioni socio-politiche provinciali e fallimentari. Un momentaneo stato di veglia doloroso che per molti sembra essere durato anche troppo. A chi interessa dei ponti prima che cadano?

     

    Nicola Giordanella

  • Addio Ponte Morandi, ora Genova ha bisogno di giustizia

    Addio Ponte Morandi, ora Genova ha bisogno di giustizia

    La demolizione delle iconiche pile 10 e 11 di Ponte Morandi è stata senza dubbio una grande opera di ingegneria e di capacità tecnica: un impresa senza precedenti, per una tragedia senza precedenti. Diciamocelo, quello di ieri è stato uno spettacolo intimamente atroce, ultimo atto del fallimento di uno stato, che ha vilipeso il contratto sociale alla base del suo essere, non essendo stato in grado di difendere la vita delle persone, avendo rinunciato alla cura dei suoi patrimoni. Questa demolizione non si sarebbe mai dovuta fare, perché i ponti non devono essere lasciati cadere. Il gaudio di ieri nel vedere esplodere il simbolo di questo tradimento è simile al sollievo che segue la buona riuscita dell’amputazione dell’arto divorato dalla cancrena. C’è poco, insomma, da festeggiare.

    E come prevedibile l’appuntamento con la storia è stato nuova occasione per rilanciare il disco rotto della Genova meravigliosa, della Genova città più grande del Mediterraneo, della Genova che non si ferma. Ma Genova non ha bisogno di slogan e di passerelle, Genova ha bisogno di giustizia.

    Giustizia per quello che è successo il 14 agosto, di cui oggi ancora poco sappiamo, e per le responsabilità politiche e istituzionali alla base di questa strage. Giustizia per quanto nell’ultimo secolo è stato sacrificato sull’altare di uno sviluppo dai profitti divenuti privati ma dai costi rimasti pubblici, che oggi, nel suo aftermath ha lasciato un fardello di criticità e rischio incalcolabile. Un fardello collettivo la cui gestione, come il Morandi insegna, è sempre al ribasso ed emergenziale.

    Giustizia per chi vive oggi questa città, ipnotizzata dall’orgoglio e dalla rivendicazione di una supposta età dell’oro che fu, ma che nel quotidiano vive carenze in tutti i settori della vita pubblica, dai servizi alle manutenzioni, dalla fruizione culturale di qualità al lavoro di qualità, dal riconoscimento e cura dei beni comuni alle politiche sociali di tutela degli ultimi. E dei penultimi, e dei terzultimi, oramai.

    Giustizia per chi la vivrà, per chi avrà il coraggio di restarci e per chi, nel caso, non potrà scapparne: in questi ultimi decenni chi ha promesso il cambiamento in realtà ha sempre venduto fumo, accodando la nostra città a modelli altrui, spesso già palesemente in crisi e fallimentari (non per chi ne fa profitto, con tutta evidenza) come ad esempio il turismo di quantità, la portualità di transito, l’urbanistica dei grandi poli di qualcosa, la mobilità privata di massa. Il rincorrere e propagandare la classifica della qualunque, inseguendo o inneggiando ad un supposto posizionamento della città è solo un sintomo di una provinciale mancanza di identità autonoma: è un definirsi in base alla performance degli altri. Scoraggiante e avvilente. E sintomo anche di mancanza di conoscenza della storia e consapevolezza del mondo che ci circonda, con i suoi gigantismi e le sue criticità sempre più esplosive, di cui forse sarebbe furbo farsi alternativa ragionata e di lungo periodo.

    E poi giustizia per la Val Polcevera e per tutto il ponente genovese, assediato e divorato dalle servitù della città, il cui futuro è ancora una volta “disegnato” con i colori della polvere e dei camion dei grandi cantieri senza fine certa, dell’imposizione di progetti calati dall’alto, dell’inquinamento e del rumore veicolati dalle grandi infrastrutture e dalla precarietà del diritto alla salute assicurata dagli impianti industriali.

    La nube di polvere e acqua che ha cancellato Ponte Morandi è solo una cartolina triste di una arida e desertificante stagione della storia di questa città. Non c’è niente da festeggiare.

     

    Nicola Giordanella

  • San Giorgio, il marketing e le bufale a cui ci piace tanto credere

    San Giorgio, il marketing e le bufale a cui ci piace tanto credere

    Che la bandiera rosso-crociata sia un simbolo per Genova e i genovesi non ci piove, ma le celebrazioni per il vessillo “andate in onda” ieri di orgoglio ne hanno suscitato poco. E non solo per questione di numeri dei partecipanti, ma anche, e soprattutto, per il confezionamento del tutto, che ancora una volta ha messo in evidenza uno stile di marketing territoriale, se così si può chiamare, quanto meno discutibile.

    La classica autocelebrazione che a niatri piace tanto, e che ripropone ancora una volta il trito e ritrito sguardo malinconico ad una non meglio precisata grandeur per la quale dobbiamo “rialzarci e combattere”, attraverso una non meglio precisata visione di rinascita del futuro, di un non meglio precisato cambiamento. Un cambiamento che però non arriva mai, Multedo insegna.

    Accantoniamo rapidi la questione e l’interpretazione politica dell’iniziativa presa dalla giunta a trazione leghista che altri hanno descritto meglio di noi, e che rispolvera la visione dicotomica bene contro male che l’iconografia mitologica di San Giorgio e della sua supposta croce richiama, inquietante se trasportata nell’oggi; e tralasciamo anche di descrivere gli arcinoti meccanismi di distrazione delle masse, dell’intruppamento, della semplificazione della realtà. Vessillum et circenses, basta così. 

    Paccottiglia

    Quello che più lascia di stucco è la sciatteria e il provincialismo con cui si è affrontato questa celebrazione: superficialità storica e storiografica per un evento costruito seguendo un canovaccio stantio, con tutti gli ingredienti nazional popolari da festa parrocchiale, salvato solamente dalla preziosa presenza del Corteo Storico di Genova, il più numeroso e accurato del panorama nazionale.

    Ricordate la storia della bandiera prestata all’Inghilterra? Bene, è una bufala bella e buona, una fake news, una storpiatura, una leggenda diventata realtà per le masse. Che ce frega a noi dei ponti che cadono, abbiamo venduto la bandiera a sua maestà. Lo storico medievista, nonché ricercatore e docente universitario Antonio Musarra lo spiega molto bene in questo articolo: la croce forse non è di San Giorgio, almeno inizialmente, e il suo utilizzo era cosa largamente diffusa per chi aveva ruolo di difendere il cristianesimo da un mondo ancora ostile. E infatti la croce rossa in campo bianco la troviamo in moltissimi stemmi di città allora “di frontiera”, da Milano alla Catalogna alla Georgia.

    E della supposta cessione del vessillo alle navi inglesi, nei fatti, non v’è traccia documentale, ci dice Musarra, e lo conferma Gabriella Airaldi, docente di Storia Medioevale all’Università di Genova. A Buckingham Palace stanno ancora ridendo. Mentre i Rom si preparano a unirsi nei festeggiamenti, visto che San Giorgio è il loro santo patrono.

    Giornata del cordoglio

    Insomma, ancora una volta ci siamo fatti prendere per il naso con della paccottiglia da quattro soldi, per un’operazione che di strategia da marketing territoriale non ha nulla, ma è stata pensata solo ad uso e consumo del consenso popolare da spendersi in vista delle urne, a spese nostre. Chi oggi ci parla di identità cittadina, in campagna elettorale dipingeva Genova come sobborgo di Milano.

    Quella di ieri, nei fatti, è stata la giornata del cordoglio: mentre andava in scena un altro capitolo dell’ipnosi collettiva, sui resti di Ponte Morandi l’amato vessillo garriva al vento, sbrindellato, strappato e abbandonato, come la città ai suoi piedi.

    In questi mesi lo abbiamo visto tante volte essere calato insieme alle fette di ponte che venivano smantellate. Ci è stato venduto come fatto di orgoglio, quando era solo il continuo ripetersi dell’ammaina bandiera della dignità di una città e di un popolo calpestato e inebetito.

    E allora forse un San Giorgio oggi ci vorrebbe veramente, ma non quello che salva la figlia del re: gira voce, infatti, che proprio San Giorgio inspirò i Comitato di Liberazione Nazionale, la sera del 23 aprile 1945, a dare il via all’insurrezione che scacciò dalla città la serpe nazi-fascista. Certo, anche questa è una bufala, ma la medaglia che penzola sopra il santo a cavallo nel gonfalone di Genova non lo è. E’ orgoglio.

    Nicola Giordanella

  • Scivolo, pelle bianca e decoro, il degrado lo abbiamo nella testa

    Scivolo, pelle bianca e decoro, il degrado lo abbiamo nella testa

    Le immagini di sabato scorso galleggeranno per molto tempo nelle acque inquiete della memoria contemporanea di Genova: migliaia di persone in coda ore per compiere il rituale collettivo di partecipare ad un evento unico e forse irripetibile. Poco importa se di per sé il tutto non era all’altezza delle aspettative, la cosa che ha funzionato egregiamente è stato lo “specchietto”. E questo evidentemente bastava.

    L’evento pop ha riempito Genova, dissociandola da se stessa, o per lo meno con una parte di città che da anni si riempie la testa e la bocca di parole come decoro, lotta al degrado, ordine e pulizia. Perché quello che si è visto in piazza sabato era la cosa più lontana dal decoro nel comune senso “social” del termine.

    Gente ammassata sotto il sole, organizzatori che svuotano bottigliette d’acqua sulla testa di bambini assolati, decine di svenimenti. E poi gente che fa il bagno nel fontanone, bidoni stracarichi di spazzatura, resti di cibo ovunque, e ovunque persone che bivaccano. Senza dimenticare il rumore fino a tarda notte, i cori, l’alcool che scorreva a fiumi, grazie anche alla sospensione ad hoc dell’ordinanza. Insomma materiale che in altre circostanze riempirebbe le bacheche di gruppi social e i consigli comunali.

    Ma l’evento di per sé ha messo in moto meccanismi “normali”, per la dimensione che ha assunto, come molti altri eventi del genere: certo, l’organizzazione era tutt’altro che perfetta, e soprattutto l’attrazione principale, cioè lo scivolone, era un “pacco colossale”, visto che dei 340 metri di percorso, solo i primi 30 metri erano “scivolabili”, poi tutti a piedi. Se si va ad un qualunque concerto di una certa dimensione, ad una sagra, una notte bianca si vedono le stesse dinamiche. Nulla di nuovo.

    [quote]E quindi dove sta il problema? Nella testa dei genovesi e nei colori delle cose. E anche nel valore economico, o meglio, nel volume “del grano” degli attori in commedia. Il “barbone” che si lava nella fontanella è degrado, gli idranti a De Ferrari per rinfrescare la folla è divertimento e marketing territoriale[/quote]

    E quindi dove sta il problema? Nella testa dei genovesi e nei colori delle cose. E anche nel valore economico, o meglio, nel volume “del grano” degli attori in commedia. Il “barbone” che si lava nella fontanella è degrado, gli idranti a De Ferrari per rinfrescare la folla è divertimento e marketing territoriale. Il povero fa brutto, e lo straniero dalla pelle scura pure (e spesso le cose vanno insieme), il popolo in coda per il “circo” offerto sua grazia dal mega sponsor di turno fa “finalmente succede qualcosa a Genova”.

    Vero, a Genova sta sicuramente succedendo qualcosa, ed è la distrazione epigenetica dei genovesi: in nome della difesa di una città certamente in difficoltà, meccanismi e valori direttamente collegabili al razzismo e alla discriminazione sono diventati pane quotidiano del dibattito pubblico, travisati come soluzione per una realtà avvilente per molti.

    Il problema è che è sbagliato l’obiettivo: mentre mettiamo i dissuasori anti seduta, come si fa con i piccioni, i “soliti noti” si spartiscono gli spazi produttivi della nostra città, facendo cadere la giusta quantità di briciole per giustificare le necessità pubblica di scelte la cui finalità non è il benessere di lungo periodo della città. Ma il loro, come ovvio che sia, e come è sempre stato.

    In questo la discontinuità politica non si vede affatto. Lo scivolo culturale ed economico su cui è Genova funziona benissimo. L’atterraggio non sarà morbido.

    Nicola Giordanella

     

     

     

     

  • Povero Cristo, crocefisso in Sala Rossa! Il teatrino della politica tiene in scacco la città

    Povero Cristo, crocefisso in Sala Rossa! Il teatrino della politica tiene in scacco la città

    1 (1)Crocefisso in Sala Rossa! L’assonanza alla storica espressione fantozziana ci riporta puntuale un assaggio del livello della discussione che ha avuto luogo in Consiglio comunale martedì scorso, quando è stata presentata, discussa e approvata la mozione della maggioranza per apporre un crocefisso in aula consigliare e in tutti i locali comunali ad uso pubblico.

    Ma non solo: il dispositivo prevede anche l’impegno “ad inviare il testo a tutti gli istituti scolastici, perché ne venga data lettura e ciascun istituto possa cosi avviare al proprio interno adeguata riflessione per valutare, laddove non ci sia già, la possibilità di apporre un esemplare di crocifisso”. Frase che a molti ha fatto dire “riportiamo il crocefisso nelle scuole”, creando quindi il più classico degli specchietti per le allodole, visto che la materia non è di competenza comunale, come stabilito dalla Corte di Cassazione nel 2006.

    Un livello molto basso, quindi, fin dall’inizio. Poi arrivano le argomentazioni. E ancora si scende. Si parte con le radici cristiane in premessa, il grande classico, arrivando all’individuazione di un supposto laicismo radicale che, emerso negli ultimi cinquant’anni, ha determinato il fatto che ogni precetto religioso sia incompatibile con la dimensione pubblica statale. Magari, verrebbe da aggiungere, ma non ci si ferma qua: questo laicismo radicale “ha contribuito […]all’abolizione dei festeggiamenti in occasione delle feste tradizionalmente cristiane, quali Natale e Pasqua, in molte scuole e la deposizione dei crocefissi nei locali (sic.), portando così alla perdita della coscienza di comune appartenenza ai valori cristiani basilari”.

    A questo punto nasce la confusione: la politica dei “calci nel sedere” ai questuanti richiedenti asilo, la retorica dell’invasione, la logica delle “ruspe”, da cosa sono scaturite? Dalle radici cristiane o dal laicismo radicale? O da cosa?

    Ma il top deve ancora arrivare: “Si rende necessario riaffermare con grande forza i valori fondanti la nostra società per meglio poterci orientare nel mondo contemporaneo, respingendo con vigore il laicismo radicale, senza venir meno ad una sana e rispettosa forma di laicismo, che ribadisca la laicità dello Stato e la netta separazione tra religione e Stato ma che riconosca pari dignità ad ogni credo religioso, nel rispetto dell’art.8 della Costituzione, ma affermando la prevalenza delle nostre radici cristiane”. Un garbuglio lessicale e concettuale che si risolve affiggendo il crocefisso in Sala Rossa. Perché è un luogo sì di tutti, ma di più dei cristiani.

    Verrebbe quasi da sorridere se non fosse che, sotteso a questo teatrino, c’è una “visione politica” che invece di risolvere i problemi trova dei capri espiatori, che divide i poveri da quelli ancora più poveri, che arruola i penultimi grazie alla paura per gli ultimi. Che discrimina e distrae. Come più volte accaduto nella storia della nostra civiltà, peraltro. Nulla di nuovo, quindi, anche queste sono le nostre radici.

    E il sindaco che dice? Nulla. Il suo “sarò il sindaco di tutti i genovesi” non echeggia più in aula, il suo “non mi interessa il passato, sono qui per lavorare per il futuro di Genova” sembra lontano dal clima dell’assemblea che lo vede spettatore silente. L’impressione è che la lista delle piccole “rivincite” giurate in questi anni dal partito ora di maggioranza sia ancora lunga, e che manterrà occupata l’assemblea chissà per quanto. Eppure il tempo scorre, e i suoi “ci stiamo lavorando” prima o poi dovranno arrivare ad un dunque.

    La discussione finisce, si vota e la mozione passa, con le opposizioni che prendono la parte dei presenti non votanti. Non si sa mai. Terminata la seduta, arriva la foto di rito dei proponenti, intorno ad un piccolo crocefisso sfoderato per questa vittoria.

    Povero Cristo, verrebbe da aggiungere, ancora una volta venduto per trenta denari, baciato dai giuda “de niatri”, costretto al solito copione di spettatore immobile, silente e pallido di fronte ai disastri umani.

    Per fortuna ad aspettarlo in Sala Rossa c’è già San Giorgio, ricamato nel gonfalone di Genova mentre sta per trafiggere il drago che striscia, con quella piccola medaglia che ci ricorda il prezzo di una libertà che fu persa un poco alla volta.

    Nicola Giordanella

    (Vignetta di Emanuele Giacopetti) 

     

     

  • L’ultimo giorno di “scuola Doria” finisce senza gavettoni, ma con l’ amaro in bocca per tutti

    L’ultimo giorno di “scuola Doria” finisce senza gavettoni, ma con l’ amaro in bocca per tutti

    Il sindaco di Genova, Marco DoriaIl rompete le righe arriva così, un po’ anonimo, con un commiato quasi dovuto da parte del presidente del Consiglio, Giorgio Guerello, e un paio di delibere mandate in archivio dopo quella sull’aggregazione Amiu-Iren. Che, invece, in archivio non ci può andare. In un modo o nell’altro, per la terza e ultima volta nel giro di tre mesi, il sindaco Marco Doria deve abbandonare il suo programma elettorale e il provvedimento che, di fatto, ha tenuto in scacco tutta la giunta da febbraio a questa parte. Si finisce senza dimissioni anticipate con cui forse il primo cittadino avrebbe potuto salvare meglio la faccia a febbraio. Ma, senza ricandidatura, poco importa. E si finisce senza particolari entusiasmi: cinque anni di lavoro, chiusi con un timido applauso dedicato soprattutto agli impiegati della Sala Rossa e con solamente un altro consigliere, il superstite pentastellato Andrea Boccaccio, a ringraziare pubblicamente e indistintamente tutti per il cammino fatto.
    Nell’ultimo giorno di scuola, non c’è grande voglia di festeggiare. L’ultima campanella non dà il via libera al classico lancio di gavettoni e, anzi, lascia un po’ di amaro in bocca. A tutti. 
    Al sindaco, in primis, oggi doppiamente impallinato: da una maggioranza, di fatto quasi mai tale fin dall’estate 2012, che non ha consentito di discutere e votare nel merito dell’aggregazione Amiu-Iren; da un Partito democratico a cui probabilmente troppo ha concesso nel corso del proprio mandato, ottenendo in cambio solo la garanzia di arrivare, in qualche rabberciato modo, fino alla fine del percorso, e a cui anche ieri ha dovuto cedere alla richiesta di sospensiva.
    Al Partito democratico, a cui il sindaco arancione non è mai andato giù più di tanto e che ieri, nella resa dei conti finale, per votare quella che aveva tutti i connotati di una mozione di sfiducia mascherata è dovuto ricorrere alle larghe intese con il centrodestra. Un amaro in bocca che sa anche dell’incapacità di accorgersi che alcune assenze nell’opposizione ieri avrebbero anche potuto aprire spiragli inaspettati in caso di un voto sulla delibera di aggregazione. O, forse, che sa più della rassegnazione di non aver voluto rischiare comunque fino in fondo.
    Alla Lista Doria, da subito un po’ troppo snobbata dal proprio sindaco a favore del Pd e che, senza una vera e propria guida, si è quasi sempre spaccata sulle partite più delicate. L’arancione ormai è sfumato, tanto da essere diventato il colore di Toti, prima, e di Bucci poi. Quanto ai “doriani”…per molti di loro, nuove avventure sono di fatto già partite con l’incipiente campagna elettorale.
    Ai molti che in questi cinque, lunghi anni, dopo essere stati eletti con Doria, gli hanno voltato le spalle, vuoi per opportunità politica, vuoi per incompatibilità politica, rendendo Genova quasi ingovernabile.
    Al Movimento 5 Stelle, che dopo aver sfiorato il ballottaggio nel 2012, è riuscito nell’impresa di perdere per strada quattro dei cinque consiglieri portati in Sala Rossa. Lo stesso candidato sindaco di allora si ripresenta adesso, più per volontà di altri che propria, ma sotto altra effige, con il rischio di doversi spartire voti e posti con chi, invece, è rimasto convinto pentastellato o è uscito dalla scia di Grillo per evitare di sostituire l’urna con la toga.
    Al centrodestra che, se veramente riuscirà a conquistare per la prima volta il trono di Palazzo di Tursi, si troverà immediatamente a fare i conti con l’enorme patata bollente di Amiu e con le promesse di Marco Bucci di voler mantenere al 100% l’azienda nelle mani dei cittadini ribaltando di fatto l’assioma privatizzazione-centrodestra, gestione pubblica-centrosinistra. Un amaro in bocca che sa anche di compattezza comunale molto complicata, a differenza di quanto avvenuto finora in Regione, se già alla prima, semplice prova della sospensiva per l’aggregazione di Amiu i fittiani sono andati per contro proprio.
    Ad Amiu, certamente, la cui agonia sarà prolungata più o meno fino a fine luglio (poi, si vedrà) e che accusa la giunta Doria di non essere stata in grado di comunicare (sai che novità, verrebbe da dire) davvero a che cosa sarebbe andata incontro l’azienda senza i soldi che in parte sono dovuti per il passato e in parte serviranno per il futuro, cercando invece di accalappiare consenso attraverso un’infruttuosa strategia del terrore.
    Infine, ai lavoratori di Amiu, in molti contrari all’aggregazione ma la cui convinzione nella protesta contro la delibera della giunta Doria è andata un po’ scemando col tempo e che adesso dovranno fare i conti con un limbo un po’ preoccupante almeno fino all’estate.
    Ora, la scena verrà occupata in tutto e per tutto dalla campagna elettorale, in cui Amiu certamente sarà uno dei temi affrontati ma, c’è da scommetterci, non così tanto nel profondo perché troppe promesse rischiano di diventare un pericoloso boomerang. A luglio ci sarà davvero da sporcarsi le mani e, almeno per il momento, è meglio non mettere il carro troppo davanti ai buoi. C’è chi dice che questo sia stato anche il ragionamento di qualcuno tra le fila del Pd, per cui la scelta un po’ pilatesca della sospensiva sull’aggregazione Amiu-Iren, in fondo, non sarebbe stata un second best, ma un best e basta. D’altra parte, se fosse passata l’aggregazione, la reazione dei lavoratori avrebbe complicato notevolmente la campagna elettorale e rischiato di allontanare troppe simpatie tra chi ci si aspetta che il prossimo 11 giugno vada a votare per Gianni Crivello.
    Simone D’Ambrosio
  • Cronaca di un pomeriggio “nero”

    Cronaca di un pomeriggio “nero”

    IMG_8617Sono quasi le 18 quando esco a rivedere le stelle. Sono frastornato, parlo con i colleghi, si scherza e fa freddo: la giornata “più calda” dell’anno è scivolata via senza intoppi e drammi. Nella testa, però, si fa strada un disagio, un dubbio, un’incertezza: quello che ho appena visto è derubricabile come una commedia triste oppure deve essere considerata una deriva della realtà da non sottovalutare? Ho bisogno di staccare e far decantare il cervello. 
Prima di scrivere, quindi, mi sono preso qualche ora per riflettere: riflettere e mettere in ordine le idee e le priorità. Questo perché ho dovuto affrontare una “criticità” che non avevo considerato, quando, nel raggiungere Sturla, ho preso la decisione di seguire l’altra piazza, quella “nera”.

    Come gestire la restituzione di questa esperienza? Negargli spazio e tempo, o provare a raccontare una realtà con il rischio inevitabile di accrescerne la visibilità? Dovere di cronaca, curiosità e necessità di capire sono le suggestioni che abbozza la mia coscienza, mentre mi accodo all’ingresso della sede di Forza Nuova, in attesa che facciano entrare i giornalisti per assistere al convegno internazionale “Per l’Europa delle Patrie”. Nelle ore precedenti, con un occhio a piazza Sturla, dove si stava svolgendo la contromanifestazione, e uno in via Orlando, sede locale di Forza Nuova e del convegno, ho osservato la spicciolata di persone che ha raggiunto il posto, in attesa dei leader; una cinquantina, mal contati, tra genovesi, qualche torinese e una manciata di francesi e rumeni. Il servizio d’ordine è composto da una decina di ragazzi, giovani ed emozionati, un po’ a disagio nell’interfacciarsi con giornalisti e telecamere. Altri, evidentemente più navigati, sembrano essere in confidenza con lo schieramento di forze dell’ordine che osserva la scena. Quando arriva Roberto Fiore, scatta il parapiglia: l’assalto di giornalisti e fotografi è contenuto da un cordone di militanti; nella confusione, un paio di carabinieri danno una mano, subito richiamati dai superiori: «Levatevi da lì, c’è la loro sicurezza». Con Fiore arrivano anche Nick Griffin, ex presidente del Partito Nazionale Britannico, e Udo Voigt, segretario del Partito Nazional Democratico di Germania, attualmente europarlamentare. Entrano nella sede e, poco dopo, anche i giornalisti.

    Una volta nel portone, scendiamo di un piano, per entrare in un appartamento, il cui ingresso è stracolmo di persone. Siamo una quindicina tra giornalisti, fotografi e cameraman, mentre una trentina sono i militanti che riescono a prendere posto; per tutti gli altri è stato attrezzato il giardino, con casse acustiche e ristoro. Una parete ospita, in caratteri cubitali, una frase di Mussolini pronunciata nel 1938 a De Ferrari, in cui sprona Genova a “compiere un poderoso balzo verso il suo più grande futuro“. Un discorso che i genovesi avrebbero preso alla lettera, il 25 aprile 1945.

    Il convegno

    roberto-fioreLe prime parole sono di ringraziamento per la sezione genovese di Forza Nuova, che, come ricorderà anche Fiore, sta prendendo spazio in una «piazza critica» come quella del capoluogo ligure, e si sta distinguendo per il lavoro di propaganda nelle scuole e di assistenza a quegli italiani colpiti dalla crisi economica e dalla disoccupazione. Il primo a prendere la parola è Yvan Benedetti, militante storico della ultra-destra d’oltralpe, che attacca le istituzioni e i partiti francesi per la gestione migranti e ricorda la crisi demografica della nazione francese. Un tema questo che sarà focale in tutti gli interventi che seguiranno. Dopo di lui è il turno della delegazione rumena, che tratteggia il clima di sfiducia e rabbia che assedia i palazzi del potere di Bucarest, ricordando come i «compagni, ehm scusate, i camerati nazionalisti locali» stiano facendo «un gran lavoro» per cogliere e alimentare questo vento di cambiamento.

    Segue Nick Griffin, ultranazionalista inglese, che tra le altre cose ha fondato l’azienda Easy London (un portale che aiuta i giovani “europei” a trasferirsi a Londra, trovandogli casa e lavoro, e i cui ricavi vengono utilizzati per finanziare anche iniziative politiche), e che incentra il suo intervento sulla lotta demografica: secondo il britannico, infatti, ogni nazionalista ha il dovere politico di mettere al mondo più figli possibile, per evitare il «genocidio delle nostre nazioni». Ed è proprio su questo terreno che «bisogna distinguersi dai quei movimenti di destra che scendono a compromessi su tematiche come l’aborto». Entra nello specifico parlando di Trump, il cui operato potrebbe essere inficiato da esponenti dell’Alt-Right (che sta per Alternative Right, un movimento fondato sul nazionalismo bianco, considerato dalle destre ultra-conservatrici troppo riformista) mentre «noi siamo l’Eternal Right, ovvero la Giustizia eterna» conclude Griffin tra l’entusiasmo dei militanti.

    Ecco poi l’intervento di Udo Voigt che, tra gli applausi, ricorda come nelle settimane scorse la Corte costituzionale tedesca abbia respinto la messa al bando del suo partito, il NPD: «Se difendere la nazione germanica, le sue tradizioni e i suoi valori vuol dire essere nazisti, allora sì, siamo nazisti». Segue un attacco al capitalismo globale e ai burocrati che hanno tradito l’idea di un’Europa fondata sulle identità e le tradizioni delle nazioni.

    Nel frattempo la calca nella stanza è aumentata: sono fatte portar via le sedie, per permettere a più persone di assistere, «tranne quelle per le nostre donne», come suggerito al microfono. Ed è proprio dalle donne che incomincia l’atteso discorso di Roberto Fiore: «Noi italiani lo sappiamo bene, le nostre donne sono il fulcro nella nostra nazione, e per questo dobbiamo difenderle – spiega – come dobbiamo difendere l’importanza dell’unione tra un uomo e una donna». Il leader-fondatore di Forza Nuova porta Putin e Trump come esempi da seguire per il loro impegno nazionalistico. In particolare, viene ricordata la lotta contro l’aborto messa in atto dal presidente russo, paradossalmente già anticipata da Stalin, ma interrotta da Chruscev: «Dal 1953 in Russia sono stati praticati circa 230 milioni di aborti, un vero genocidio per la grande nazione russa». Dopo la digressione storica, Fiore arriva al presente, interpretando alcuni segni congiunturali come un’inequivocabile evidenza del «vento che sta cambiando»: dalla crisi economica alla crisi migratoria, contesti in cui i nazionalisti «porteranno avanti la loro rivoluzione» i cui semi sono già in circolazione, anche se spesso in maniera inconsapevole e non riconosciuta. Porta un esempio: l’icona di Anonymous, la maschera ispirata a Guy Fawkes, che, secondo Fiore, è una figura-simbolo del nazionalismo britannico che agì in difesa dei valori della patria, e che negli ultimi anni è presenza fissa nelle grandi manifestazioni di piazza anti-sistema.

    Disagio

    Un dettaglio, questo, che attira la mia attenzione, innescando una serie di considerazioni che porteranno al disagio di cui sopra. Quali sono, quanti sono e quanto sono diffuse idee e simboli, magari sdoganati inconsapevolmente, che rappresentano i prodomi di ideologie come il fascismo? Quanto terreno è stato perso nell’ambito della cultura dei diritti dell’uomo e dei popoli? Quanto sono diventati quotidiani e massificati i germogli del razzismo, della xenofobia, dell’odio, del sessismo e dell’iniquità sociale? Banale è dire che nei periodi di crisi, i populismi germinino, ma preoccupante è non avere un riferimento vero e solido che li sappia arginare. Forza Nuova è solo un esempio, con il suo processo di “ripulitura” in corso da anni: durante il convegno non si è visto un saluto romano e nessun diretto revisionismo e “nostalgicismo”. Ma quanto di quello sentito in questa conferenza lo si può sentire, anche in parte, in contesti ben più mainstream? «Quelli qua fuori (riferendosi alla contro-manifestazione, ndr) dicono che le nostre idee sono da temere – conclude Fiore – ma non sanno che sono questi combattenti (riferendosi ai militanti, ndr) che sono da temere». Una frase che funziona meglio capovolta, senza dubbio.

     

    Esco, il contro-corteo si è sciolto da un po’ e la polizia sta smantellando la “zona rossa”, riportando Genova alla sua normalità. I dubbi e il disagio, dopo qualche ora si placheranno: anche raccontare e documentare il nero può avere un significato, perché l’indifferenza è il primo passo della resa, e il terreno dei diritti, della giustizia e dell’equità sociale deve continuare ad essere presidiato, per riconoscere e disinnescare mistificazioni pericolose. Ed è per questo che l’antifascismo rimane un valore imprescindibile, oggi come ieri.

    Nicola Giordanella

  • Amiu, Doria e il futuro di Genova. Quelle dimissioni inevitabili che non risolvono nulla

    Amiu, Doria e il futuro di Genova. Quelle dimissioni inevitabili che non risolvono nulla

    Marco Doria, sindaco di GenovaMercato del pesce (che oggi ha riaperto senza grandi entusiasmi), concorso per il Blueprint dall’esito tragicomico e, ora, netta bocciatura in Consiglio comunale della privatizzazione di Amiu. Negli ultimi giorni, il crollo della giunta del sindaco arancione è stato vertiginoso. Che la maggioranza di centrosinistra traballasse e in molte occasioni non potesse neanche più essere considerata tale, è ormai noto da anni. D’altronde, dal risultato di quelle urne del 6-7 maggio 2012, che avevano visto il marchese Marco Doria – scelto a sorpresa dalle primarie di coalizione del centrosinistra, al posto di Marta Vincenzi, sindaco uscente, e di Roberta Pinotti – sconfiggere la candidatura civica ma appoggiata dal centrodestra di Enrico Musso, e prima ancora di Paolo Putti, Pierluigi Vinai e Edoardo Rixi, si erano già sfilati in molti. Federazione della sinistra, ad esempio, con il capogruppo Antonio Bruno che si è trascinato il transfugo da Sel, Gianpiero Pastorino. E che dire degli ex Idv, Stefano Anzalone, Franco De Benedictis e Salvatore Mazzei? Gli ultimi due sono a tutti gli effetti passati all’opposizione entrando nelle fila dei riformisti fittiani, mentre Anzalone è tornato fedele alla maggioranza grazie alla consegna della delega allo Sport. Dal Pd, invece, sono usciti Gianni Vassallo, Salvatore Caratozzolo e Paolo Gozzi, che hanno dato vita al gruppo indipendente di Percorso comune. Poi c’è Gianpaolo Malatesta, altro ex Pd, ora con Possibile e ieri in seria difficoltà a voltare le spalle alla maggioranza, tanto che il suo voto che doveva essere contrario alla delibera si è trasformato in un’astensione. E, infine, le spaccature nei sei consiglieri di Lista Doria: due avevano abbandonato per strada (Pierclaudio Brasesco e Maddalena Bartolini sostituiti da Antonio Gibelli e Barbara Comparini), gli altri si sono sempre più divisi tra la fedeltà alla linea politica di sinistra e quella a un sindaco che ha sempre guardato sempre con più attenzione all’appoggio del Partito democratico che della sua lista. Anche i rimpasti di giunta sono stati sintomatici delle difficoltà di Doria a trovare una quadra nel sostegno dei “suoi”: Francesco Oddone è stato fatto da parte per far entrare Emanuele Piazza, ma avevano lasciato anche Valeria Garotta e Paola Dameri per Italo Porcile ed Emanuela Fracassi.
    Dopo il voto di ieri pomeriggio, tutti gli sforzi di Doria sembrano destinati a terminare, con un addio ormai improrogabile. Sul fronte amministrativo, forse, non sarebbe una così grande rivoluzione: nonostante una campagna elettorale ancora sonnacchiosa, le elezioni sono ormai alle porte anche se non è proprio il massimo arrivarci con un commissario e senza un bilancio approvato. Ma sul fronte politico la giornata di ieri rischia di rappresentare il triplice fischio del centrosinistra a Palazzo Tursi, dopo 42 anni, ovvero da quando il socialista Fulvio Cerofolini succedette al democristiano Giancarlo Piombino. E poco importa se la consigliera Marianna Pederzolli, ieri motivando il suo voto contrario alla delibera ha chiaramente specificato che esprimeva dissenso solo sulla delibera e non era un giudizio politico sul mandato Doria né la preclusione a qualsiasi alleanza futura. L’alleanza di centrosinistra sembra sempre più una chimera e rischia anche di allontanarsi pericolosamente il ballottaggio dato per scontato a cui il Movimento 5 Stelle questa volta dovrebbe arrivare, considerato inoltre che il governatore Giovanni Toti sembra intenzionato a presentare una coalizione di centrodestra assolutamente compatta.
    Doria, dunque, potrebbe lasciare già oggi. Ma nei 20 giorni di tempo che lo separerebbero dall’addio formale, il sindaco uscente vorrebbe comunque provare a mettere una pezza al futuro di Amiu e della raccolta dei rifiuti in città. Un gesto di responsabilità che, però, dovrebbe essere suffragato anche dai voti dei consiglieri comunali ormai in ordine sparso. Che cosa rischiano Amiu, i lavoratori e i genovesi? Dalle pagine di Era Superba abbiamo già più volte analizzato la situazione. Intanto, un eventuale commissariamento del Comune porterebbe a riversare immediatamente sulla tassa dei rifiuti pagata dai genovesi tutti gli extracosti per la chiusura della discarica di Scarpino, la gestione post mortem di Scarpino 1 e 2 e il conferimento dei rifiuti fuori Liguria in un’unica soluzione. Senza aggregazione, poi, non può esserci prolungamento del contratto di servizio in scadenza nel 2020 e, date le difficoltà economiche di Amiu, sono a rischio anche i contratti integrativi dei lavoratori. L’azienda ha comunque necessità di legge di realizzare gli impianti previsti dal piano industriale approvato dallo stesso Consiglio comunale ma non ne ha i soldi. Con un contratto in scadenza, le banche non concedono finanziamenti. Impossibile pensare a un aiuto diretto del Comune, con le casse sempre più vuote, anche perché, scadendo il contratto, nel 2021 potrebbe realizzarsi l’assurdo di un’azienda con gli impianti ma senza lavoro e lavoratori che nel frattempo sarebbero passati a chi dovesse vincere la gara per il rinnovo. Unica alternativa sembrerebbe essere un project financing con gli impianti che resterebbero di proprietà e gestione dei privati, senza un alcuno controllo del pubblico.
    Ecco, quindi, che il problema Iren, uscito dalla porta, potrebbe rientrare dalla finestra. Quadro che non cambierebbe molto se il centrodestra, non certo avverso alle privatizzazioni, dovesse conquistare lo scranno di Tursi. Impostare qualsiasi altra via d’uscita con uno scenario politico così caotico sembra una missione impossibile.
    Simone D’Ambrosio
  • Trump, Genova e la campagna elettorale che (non) vorrei

    Trump, Genova e la campagna elettorale che (non) vorrei

    Panorama-città-D1Una delle cose peggiori che si sono lette dopo la vittoria di Donald Trump nella corsa alla Casa Bianca è il supposto problema che abbiamo scoperto minacciare la nostra democrazia: addirittura c’è chi ha parlato di 11 settembre democratico. Milioni di pixel sprecati, e rammarico per aver perso tempo a leggere baggianate. La democrazia è una scatola, e quindi sono i contenuti che vi riponiamo che determinano la qualità e la salute della gestione politica delle nostre comunità, grandi o piccole, potenti o discrete che siano. Non è certo questa la sede per approfondire certe questioni di scienza politica: lo spunto americano, però, ci lascia interessanti temi di riflessione sulla distanza tra apparato, media e persone. Tanto grande lo stupore del mondo alla vittoria del biondo miliardario, tanto evidente la scollatura tra le esigenze del popolo e le risposte fornite dalla politica, raccolte, filtrate, veicolate e supportate dai media mainstream. Per questo motivo, guardando le prossime elezioni amministrative che si svolgeranno a Genova, è necessario preoccuparsi della qualità e del livello dei contenuti della campagna elettorale che è alle porte.

    La nostra città, da anni, sta attraversando una lunga fase di trasformazione sociale, economica e culturale; con la crisi e le vacche magre, la figura del sindaco è ancora più importante: la scelta di dove e come allocare le poche risorse disponibili risulta fondamentale e fa la qualità e lo spessore politico del primo cittadino di turno. Per questo motivo, la speranza è che nei mesi che ci separano dalle urne possano entrare nel dibattito argomentazioni di qualità, trovando spazio tra populismi d’accatto, perbenismi pantofolai, promesse da bicchiere e supercazzole varie.

    Cambiamenti urbani e grandi opere

    Il mutamento da sempre è croce e delizia di Genova; troppo “nello stretto” per non auto-cannibalizzarsi e troppo affascinante per non piangerne. Oggi abbiamo cantieri ovunque, grandi e piccoli, belli e brutti, utili e disastrosi. Necessario sarà quindi riflettere sulle priorità vere di una città che cade a pezzi e sotto la continua minaccia del da-noi-generato, dissesto idrogeologico. Sul fare il Blueprint tutti sono d’accordo, ma è opportuno oggi avergli fatto fare il salto in classifica delle priorità non rimandabili della nostra città? In secondo luogo, il regalo di Renzo Piano, è veramente la soluzione migliore per una riqualificazione così ampia in quella parte così intima di Genova? Sarebbe da chiedersi onestamente quali siano le grandi opere necessarie: la crisi globale è un fatto, tangibile e reale “since-2008”, che sta rimodulando molti parametri economici: è veramente la mossa azzeccata investire montagne di soldi e sconvolgere interi territori per un’opera, come il Terzo Valico dei Giovi (che, da dopo l’inchiesta, si chiama Tunnel dei Giovi) profondamente legata a un’idea di sviluppo di decenni fa? Nel frattempo, i porti di Savona, La Spezia e Livorno sono cresciuti sia come infrastrutture, sia come volume di traffico, arrivando a creare una potenziale rete oltremodo sufficiente a gestire il traffico commerciale del nord tirreno; ha senso investire così tanto e in questo modo sul porto genovese, orgoglio a parte? Qualche idea migliore? Abbiamo visto che i dati di traffico sulle nostre autostrade sono costanti se non in diminuzione, ha senso investire nella Gronda di Ponente? Sono state pensate delle soluzioni meno impattanti e più chirurgiche che costruire nuove decine di chilometri tra viadotti e gallerie? Metti caso che il Tunnel dei Giovi venga completato, senza intoppi, allora il problema del traffico merci su gomma sarà risolto, vero? Allora, o una o l’altra, almeno. Il prossimo sindaco avrà il dovere di affrontare queste tematiche in maniera seria e onesta, utilizzando il proprio peso politico, dove non potrà arrivare con la competenza amministrativa, per ottenere lo sblocco delle Grandi Opere che veramente servono alla città, come, per esempio, la ristrutturazione delle centinaia di appartamenti di edilizia residenziale pubblica oggi in abbandono, giusto per fare un esempio immediato e che permette di affrontare un vero problema collettivo come l’emergenza abitativa.

    Degrado e movida

    Lo abbiamo visto in questi giorni: uno dei temi che sicuramente sarà centrale nella campagna elettorale che verrà, sarà la movida e il supposto “degrado” del centro storico. Una questione non semplice, che intreccia diverse esigenze, dal turismo al diritto alla salute degli abitanti, dal lavoro al semplice svago ricreativo della collettività. Quello che non serve, probabilmente, sono ordinanze dettate dall’onda emotiva di turno, ma un’idea su che tipo di città vogliamo essere, su che tipo di turismo vogliamo attrarre, su che tipo di destino pensare per il centro storico. Ma non solo. Ragionare sulla movida significa anche ragionare sulla qualità degli spazi della periferia e sulle alternative aggregative. La speranza è che il dibattito sul degrado non rimanga ai livelli stucchevoli e perbenisti a cui siamo abituati: il problema è l’urina sui muri o il fatto che non esistano bagni pubblici nei vicoli perché non ci sono i soldi per gestirli o perché abbasserebbero il valore di alcuni immobili? Il problema è l’immigrato che vive nei carruggi o chi gli affitta la casa in nero, assieme ad altri sette coinquilini? Poi, sarebbe opportuno riflettere su che tipo di centro storico vogliamo: il gioiello finto per i croceristi o il gioiello vero per i genovesi? Il sindaco può intervenire, guidando un dibattito e una serie di scelte che siano, oneste e per tutti, da chi cavalca il sistema economico, a chi ne è ai margini.

    Risorse, lavoro e qualità della vita

    Mancanza di risorse, dicevamo. La tendenza nel gestire la cosa pubblica è quella di demandare al privato o al volontariato la responsabilità della manutenzione di spazi e beni collettivi. Probabilmente nulla di più che un “tapullo” che ha la sola conseguenza di rimandare il problema a chi verrà dopo, depotenziando il lavoro salariato, fino a renderlo solo un peso di gestione economica da bilancio. Forse sarebbe il caso, invece, di investire nel lavoro, ideando e pensando soluzioni che sappiamo traghettare il difficile e inevitabile tramonto della società industriale (e degli industriali) per evitare crisi “alla Taranto” prima che siano irrisolvibili: non sarebbe accettabile portare a ridurre il dibattito sulla dicotomia “salute o lavoro”. Ci siamo quasi, se guardiamo alle molte, e solite, grandi attività industriali del nostro territorio oggi alla canna del gas. Il primo cittadino di Genova dovrà avere “le palle politiche” per pensare, progettare e condividere eventuali sacrifici, in un’ottica che sappia tutelare tutti, senza lasciare indietro nessuno.

    L’agenda del nuovo sindaco della Superba sarà oltre modo densa; la crisi genera mostri e intolleranze, di cui oggi abbiamo sintomi allarmanti, come il successo di populismi tendenti alla xenofobia e alla semplificazione di una realtà complessa. Bisognerà anche arginare recrudescenze nere, che in questo contesto trovano terreno fertile e sdoganamenti un tempo impensabili. La memoria deve essere lunga, come anche la prospettiva del futuribile, e bisognerà slegare le scelte strategiche dal ciclo elettorale, rendendole inclusive, collettive e oneste. Sarà un lavoro complicato, senza dubbio. Sono secoli che Dio benedice l’America e i risultati sono sotto gli occhi di tutti; a Genova ci accontenteremmo di molto meno; basterebbe un sindaco che fosse “politico”, di tutti e con gli attributi giusti al momento giusto.

    Nicola Giordanella

  • Lettera aperta al sindaco. Se una multa vale più del buon senso…

    Lettera aperta al sindaco. Se una multa vale più del buon senso…

    multeCaro sindaco Marco Doria, cara assessore Elena Fiorini Anna Maria Dagnino (chiediamo scusa all’assessore Dagnino chiamata prima in causa ma che ha in capo solo la delega alla mobilità mentre quella alla Polizia Municipale spetta alla collega Fiorini),

    che fine ha fatto il tanto caro buon senso nella gestione dell’amministrazione di questa città? In una città in costante calo demografico, con una crisi industriale ormai endemica e infiniti nodi irrisolti che spostano sempre “un po’ più in là” qualche barlume di rilancio, basta davvero poco per affossare definitivamente anche quei piccoli segnali di ripresa che, con fatica, alle prese con casse comunali sempre più critiche, si provano a mettere insieme.

    Un esempio? Siete davvero sicuri che staccare una sfilza di multe alle auto “non proprio in sosta regolare” lungo via Fieschi, tra le 21 e le 24 di un qualsiasi venerdì sera, per giunta di pioggia, sia davvero il miglior modo di applicare il codice della strada e di occuparsi con cura della nostra povera Genova?

    Niente facili populismi, sgombriamo subito il campo da ogni dubbio. Nessuno contesta l’operato degli agenti di Polizia Municipale. Quello che cerchiamo di lanciare da queste righe è un ragionamento “politico”, le multe sono solo un pretesto. Se esistono leggi e regole, è giusto applicarle, con fermezza. Se un auto in sosta selvaggia intralcia il movimento dei pedoni, il traffico pubblico o privato, possibili operazioni di soccorso, nulla da dire. Ma. C’è sempre un ma. Anzi, forse più d’uno. Ma se non si riesce neppure a dare un senso agli accessi sregolati e alle soste selvagge nelle ztl del centro storico durante il giorno, è giusto sfogarsi su una cinquantina di auto la sera, che poco o nessun intralcio creano al traffico cittadino? Ma se per trovare un parcheggio in zona centro anche dopo le 20, bisogna girare decine e decine di minuti in auto per poi arrangiarsi alla bell’e meglio o rinunciare e tornare a casa o dirigersi altrove. Ma, se non ci sono idee né, forse, possibilità per riorganizzare la sosta nel cuore della città in maniera razionale e funzionale. Ma se le nuove norme che regolamentano la movida spingono i genovesi a uscire sempre prima la sera, magari nel classico orario dell’aperitivo, per poi tornare a casa a orari più umani. Ma se dopo una certa ora il trasporto pubblico si dilegua nel nulla neanche fosse la carrozza di Cenerentola. Ma. Siamo sicuri che tutto questo faccia veramente bene alla città? Qual è l’obiettivo finale? Dimezzare le uscite serali? Portare sempre più giovani fuori Genova, la sera, nei weekend, e poi magari definitivamente per il futuro della propria vita perché stufi di una città che continua a contorcersi attorno alle sue inauae? Perché, in fondo, è anche una questione di conti e di convenienza. E’ davvero conveniente far perdere ai genovesi la voglia di rilassarsi un paio d’ore la sera, dopo una settimana di lavoro, e farli tornare, stanchi e depressi, a chiudersi nelle mura di casa solo per staccare qualche multa in più?

    Facciamo due conti della serva. La parte alta di via Fieschi, quella che dalla collina di Carignano scende verso piazza Dante, è lunga circa 300 metri. Attestando la lunghezza media di una vettura in circa 4 metri, se stipassimo tutto il lungomarciapiede della corsia di discesa, riusciremmo al massimo a collocare 75 vetture. Ma tra spazi “di respiro” e accessi alle vie laterali, difficilmente troveremo su questo lato di via Fieschi più di 60-65 vetture e, forse, stiamo esagerando. Aggiungiamo pure una decina di vetture che, in qualche modo, potrebbero trovare sosta lungo la corsia opposta, a ridosso di Carignano. Si torna così a 75 che, moltiplicato per le sanzioni da 28,70 euro (se pagate entro 10 giorni, altrimenti si sale a 41 euro) staccate in via Fieschi dove vige il divieto di fermata, fa 2.152,5 euro. E’ vero che ci avviciniamo sempre più alla chiusura dei bilanci e in, tempo di ristrettezze, ogni spicciolo per le casse comunali è ben accetto, ma il gioco vale veramente la candela? E se gli euro diventassero poco più di 5.000 alla settimana considerando anche il sabato sera, e quindi 20.000 al mese, cambia davvero molto? Non gioverebbe di più a Genova applicare un po’ di gratuito buon senso?

    Anche questa, in fondo, potrebbe essere una politica di micro-economia cittadina. E pazienza se i bus della linea 635 in servizio serale per via Fieschi sono costretti, per qualche metro, a un improvvisato senso unico alternato. O no?

     

    Simone D’Ambrosio

  • Comune, il voto sul bilancio tiene a galla Doria. Ma c’è qualcuno che lo vuole veramente mandare a casa?

    Comune, il voto sul bilancio tiene a galla Doria. Ma c’è qualcuno che lo vuole veramente mandare a casa?

    Il sindaco di Genova, Marco DoriaPuò tirare un sospiro di sollievo il sindaco Marco Doria. Il bilancio previsionale 2016 del Comune di Genova, da cui sostanzialmente dipendeva la sua permanenza a Palazzo Tursi, è stato approvato in Consiglio comunale con 19 voti favorevoli (Pd, Rete a Sinistra, Stefano Anzalone del gruppo misto e Guido Grillo, Forza Italia), 15 contrari (2 Lista Musso, 4 Movimento 5 Stelle, 3 Pdl, Alfonso Gioia – Udc, 1 Lega, 2 Federazione della Sinistra, Franco De Benedictis – fittiano del gruppo misto, e Gozzi – Percorso comune ed ex Pd) e 2 astenuti (Salvatore Caratozzolo e Gianni Vassallo di Percorso Comune). Evitato il commissarimento, fosse solo per il bilancio o per tutto l’ultimo, lungo anno di amministrazione che ci separa dalle elezioni del 2017. Sospiro di sollievo, si diceva ma non certo bottiglie di spumante da stappare. D’altronde, è lo stesso Doria a dire, pochi minuti dopo la votazione, che non «c’è nessun tono trionfalistico ma la soddisfazione di aver portato a casa un bilancio delicato e l’impressione che questa giunta, secondo larga parte del Consiglio comunale, deve continuare a governare la città. La voglia di metterci sotto scacco è probabilmente il desiderio solo di qualche consigliere comunale, minoritario e inconciliabile con noi».

    Tutti i soccorsi a Doria

    I motivi sono molteplici. Intanto perché, nonostante le smentite del caso, negli ultimi giorni i corridoi di Tursi erano molto più simili alle strette vie di un suq che alla sede del municipio. Forse, come mai prima d’ora, quello che in molti hanno definito “il mercato delle vacche” è il tema che ha tenuto più banco nell’agenda politica del Comune nelle ultime ore. E il sindaco, suo malgrado, ha dovuto trasformarsi in abile mercante per portare a casa le astensioni di Vassallo e Caratozzolo ma, soprattutto, il sì di Stefano Anzalone che potrebbe garantire un prezioso sostegno anche per il futuro della giunta Doria. Un sostegno non proprio gratuito. Dopo un sostanzioso emendamento sugli impianti sportivi accolto la scorsa settimana con l’approvazione del Piano triennale dei lavori pubblici, infatti, sono sempre più insistenti le voci che vedrebbero promessa (e restituita) all’ex membro della giunta Vincenzi, la delega allo Sport, da sottrarre all’assessore Pino Boero. Niente rimpasto di giunta, però. Boero resterebbe al proprio posto per quanto riguarda la gestione delle scuole e delle politiche giovanili, mentre Anzalone verrebbe promosso sul campo a consigliere delegato.

    Certo ad aiutare la giunta, non si sa quanto solamente in maniera causale, sono state anche e soprattutto le 5 assenze dell’opposizione che si sarebbero facilmente potute tradurre in altrettanti, e questa volta sì decisivi, voti contrari: Mauro Muscarà (Movimento 5 Stelle), Mario Baroni (gruppo misto, ex Pd e vicepresidente del Consiglio), Pietro Salemi (capogruppo Lista Musso), Salvatore Mazzei (gruppo misto in “quota Fitto”), Paolo Repetto (Udc).

    musso-malatestaNel corso della giornata che ha portato alla votazione conclusiva del bilancio, per un momento, è sembrato che addirittura un aiuto impensabile a Doria sarebbe potuto arrivare anche dall’ex rivale di campagna elettorale, Enrico Musso. La giunta, infatti, oltre a 9 emendamenti della maggioranza (7 Pd e 2 Lista Doria) e 1 di M5S, ne ha accolti ben 8 del già senatore. Ma il “salto della quaglia” non c’è stato. Anche se lo stesso Musso ha sottolineato di aver «accolto con favore e sorpresa questa apertura della giunta» e ha dato atto «pubblicamente al sindaco che questo accoglimento non è stato frutto di alcun tentativo di captatio benevolentiae». Il professore persino ha anche aggiunto di sperare che «in qualche modo, le manovre di questi giorni siano servite al sindaco per rinforzare la maggioranza: non è un controsenso, perché ho davvero a cuore l’interesse della città che non passa certo per un commisariamento».

    Un tema ripreso anche dallo stesso Doria. «Non ci sono stati scambi politici – ha detto, dopo il voto, il primo cittadino – ma un rapporto trasparente e un confronto serio e aperto con consiglieri comunali che non hanno un atteggiamento pregiudizialmente contrario alla nostra maggioranza». Il sindaco ha ribadito, poi, che non intende farsi «mettere sotto scacco da nessuno. Ci sono cose che una giunta ha il dovere di accettare in un confronto trasparente con il Consiglio, discutendo interventi puntuali che possano riguardare investimenti o stanziamenti di parte corrente compatibili con la mia idea di città».

    L’incredibile appoggio di Guido Grillo

    Nei fatti non ha aiutato Doria, perché i numeri lo hanno reso ininfluente, ma ha destato sicuramente grande scalpore, il voto favorevole del decano del Consiglio comunale, ovvero Guido Grillo, Pdl in quota Forza Italia, che si è anche visto accogliere dalla giunta 62 ordini del giorno. Benché i colleghi di partito non abbiano grande interesse a privarsi della collaborazione di un instancabile produttore di documenti per il Consiglio comunale, nessuno ha preso bene il “tradimento”. La sua capogruppo, Lilli Lauro, pochi minuti dopo la votazione si è detta «molto arrabbiata» e ha annunciato anche la possibilità della convocazione di un coordinamento metropolitano del partito per valutare persino l’espulsione di Grillo. «Il voto positivo di Grillo – ha detto ancora la Lauro – significa sostanzialmente che apprezza il bilancio e si adegua alla linea di centrosinistra, andando contro alle idee dell’opposizione e a quello che sta facendo la Regione con la giunta Toti. Votare un bilancio, vuol dire mettersi nell’ottica di seguire una linea politica e, allora, approviamo la scelta di dove mette i soldi Doria? Io no di certo. Non si fa così, fosse solo per rispetto dei colleghi di partito e degli elettori».

    Dal canto suo, Guido Grillo non fa un passo indietro e, all’agenzia Dire, attacca duramente proprio la sua capogruppo: «La Lauro non credo che possa emettere giudizi o sentenze: per farlo avrebbe dovuto partecipare ai lavori delle Commissioni, approfondire il bilancio, preparare documenti da sottoporre alla votazione del Consiglio e valutare se fossero stati approvati o meno». Così ha fatto il consigliere Grillo e, dopo essersi visto approvare 62 ordini del giorno sui 65 presentati (con i 3 restanti dichiarati inammissibili dalla segreteria generale), ha deciso di sostenere il bilancio. «Mi sono ritenuto soddisfatto – prosegue il consigliere – in quanto il mio contributo è stato recepito. Ora si tratta di gestire e verificare l’attuazione di questi documenti, ma i miei prevedono tutti un controllo entro l’annualità del bilancio». Grillo ricorda anche che «non approvare un bilancio a fine maggio, significherebbe che l’ente non sarebbe in grado di soddisfare le esigenze dei cittadini, soprattutto dei ceti più deboli e più bisognosi delle politiche di welfare». Inoltre, c’è un aspetto politico che il consigliere non vuole sminuire: «Provocare le dimissioni di Doria – sostiene – sarebbe un grande regalo al Pd che ha già dimostrato più volte di mal sopportare il personaggio sindaco e ha tutto l’interesse che questi se ne vada, evitando di ritrovarselo candidato per il prossimo mandato, con le conseguenti spaccature, con o senza primarie. E, io, regali al Pd non ne voglio fare». Per Grillo «se, secondo il Pd, il sindaco opera male e non affronta i problemi, deve avere il coraggio di sfiduciarlo o votare contro delibere importanti come quella del bilancio» ma, soprattutto, «non può utilizzarlo per far passare privatizzazioni di servizi pubblici come Amiu o Amt che, invece, a settimane voteremo in Consiglio comunale».

    Alzi la mano chi vuole mandare Doria a casa

    consiglio-comunale-sala-rossaInsomma, è in quello che dalle nostre parti definiremmo “grande bailamme” che il sindaco si appresta ad affrontare il suo ultimo anno di mandato. Nessuno sembra veramente intenzionato a mandarlo a casa anticipatamente: intanto perché un commissariamento (non ci sarebbero i tempi tecnici per andare alle urne prima della scadenza regolare del mandato) difficilmente farebbe il bene della città; e, poi, perché nessuno, in fin dei conti, sarebbe già pronto ad affrontare una campagna elettorale. Il Pd perché non sa ancora (e, almeno fino al referendum costituzionale di ottobre, difficilmente lo saprà) da che parte è girato; la sinistra perché, come da tradizione, è sempre più divisa tra maggioranza, opposizione e contrasti tra reti comunali e regionali; l’Udc che in Regione si è ormai definitivamente riunita con il centrodestra ma a Tursi ha più volte lanciato una ciambella di soccorso alla giunta Doria; il centrodestra stesso che sta cercando di riorganizzarsi seguendo il grande appeal del governatore Toti ma che deve fare i conti con le divisioni nazionali che potrebbero compromettere definitivamente il rapporto con la Lega; e, last but not least, il Movimento 5 Stelle, alle prese con i contrasti tra “cittadini” del Comune, della Regione e del Parlamento che, peraltro, in caso di nuove elezione, al momento non pare potrebbero ricandidarsi.

    D’altronde, lo ha giustamente sottolineato la capogruppo del Pdl, Lilli Lauro, ieri chi voleva mandare a casa Doria ha perso una grande occasione. «Non possono mancare 5 consiglieri di opposizione sulla delibera più importante dell’anno. Si poteva dare un segnale forte alla città mandando a casa il sindaco. Chi vuole fare opposizione deve stare saldato sulla sedia». Già, ma chi voleva veramente mandarlo a casa?

    Una domanda che molto presto potrà trovare una nuova riposta. Con il reintegro di Anzalone, la maggioranza potrebbe tornare a contare su 18 voti dei 41 totali: ancora troppo pochi per poter guardare con tranquillità al futuro. Ecco, allora, che sulle delibere più delicate, quindi, saranno sempre decisive assenze e astensioni di chi, opposizione o ex maggioranza, in fin dei conti, non vorrà porre fine anticipatamente a questo ciclo amministrativo. D’altronde, l’ha chiarito ancora una volta il sindaco che per portare a casa le prossime delibere delicate su Amiu e sull’attuazione del Blue Print «c’è bisogno di un confronto serrato con il Consiglio comunale, trovando anche un consenso più ampio di quello raggiunto oggi». La consapevolezza è un buon punto di partenza ma, a circa un anno da nuove elezioni, rischia di essere anche un punto di arrivo.


    Simone D’Ambrosio

  • La banalità della mafia e l’assopimento delle coscienze

    La banalità della mafia e l’assopimento delle coscienze

    La mafia è una montagna di merda | Foto di Simone D'AmbrosioIl 6 aprile nel suo programma “Porta a porta” Bruno Vespa ha intervistato Giuseppe Salvatore Riina. Trentanove anni, attualmente impiegato in una onlus, Giuseppe Salvatore è il terzogenito di Totò Riina, il capo dei capi, boss mafioso condannato a 19 ergastoli. Totò Riina ha la responsabilità, diretta o indiretta, della morte non solo di mafiosi e collusi vittime del gioco spietato al quale hanno deciso di dedicarsi, ma anche di magistrati come Falcone e Borsellino, giornalisti, politici, imprenditori, membri delle forze dell’ordine e tanti altri cittadini la cui colpa fu quella di opporsi ai soprusi di chi si impone con la violenza. Riina Jr. è stato intervistato in occasione della pubblicazione di un suo libro biografico nel quale racconta soprattutto il proprio rapporto con quest’uomo, suo padre.

    L’intervista di Vespa ha suscitato scalpore. Guardandola effettivamente (come, a onor del vero, anche il giornalista fa notare a Giuseppe Salvatore) non si riscontra nemmeno una volta un “j’accuse” del figlio a carico del padre, una condanna delle sue atrocità o un rifiuto del suo stile di vita; d’altra parte, anche Giuseppe Salvatore ha scontato una pena di 8 anni e 10 mesi in carcere per associazione mafiosa. Il giovane Riina descrive la sua giovinezza priva di scuola, i suoi contatti con questa figura ingombrante che viveva nella latitanza, con serenità. Parla del padre con affetto e senza alcun accenno di rabbia o rigetto. Parla della mafia come qualcosa che «può essere tutto e niente».

    In questo senso, ha ragione Rosy Bindi che ha evidenziato, preoccupata, il tenore negazionista delle dichiarazioni rilasciate da Giuseppe Salvatore Riina, che non parla mai espressamente di una struttura organizzata o di un’associazione tesa a delinquere e tende a minimizzare ogni volta che gli viene posta una domanda diretta sulla mafia. Ha ragione Pietro Grasso, che ha twittato: “Non mi interessa se le mani di Riina accarezzavano i figli, sono le stesse macchiate di sangue innocente. Non guarderò Porta a Porta”. L’affetto con cui Giuseppe Salvatore parla di suo padre è quello naturale di un figlio ma è inaccettabile che non abbia riconosciuto nemmeno lontanamente la ferocia dell’uomo chiamato anche La Belva nel suo già duro ambiente. Forse ha ragione anche Enrico Mentana che, durante un’edizione del tg La7, ha affermato che ospitare e intervistare qualcuno perché ha scritto un libro non è giornalismo. L’intervista di Vespa è stata, in effetti, dai toni molto bassi e abbastanza accondiscendente nei confronti di Giuseppe Salvatore; non un’intervista in grado di porre alla luce nuove rivelazioni o aspetti oscuri. Fatta eccezione per alcuni momenti, Vespa ha stentato a mettere all’angolo il rampollo del capo dei capi quando si trincerava dietro risposte decisamente evasive: ad esempio, quando gli è stato chiesto di esprimere un giudizio sulla condotta di suo padre, ha replicato che non era compito suo ma dello Stato; parole che possono “essere tutto e niente”, specialmente se si tiene conto che vengono da chi ha scontato otto anni di carcere perché affiliato a chi sceglie di condurre una vita in aperto antagonismo ai valori di quello Stato.

    Abbasso la mafia | Foto di Simone D'AmbrosioEppure, nonostante tutto, forse quei venti minuti di intervista possono dare frutti positivi. La generazione di chi ha sempre sentito parlare delle grandi stragi e dei maxi processi ma non ha vissuto il periodo delle dirette dalle aule in cui si scriveva la storia dell’antimafia, ha bisogno di vedere interviste come queste per conoscere i propri nemici. Viene in mente Hannah Arendt e la sua lucidissima visione riguardante la banalità del male. Giuseppe Salvatore Riina, stando all’immagine che ha voluto dare di sé in quell’intervista, non ha mai considerato particolarmente assurdo lo stile di vita del padre. Lui stesso l’ha definito un uomo con dei valori che gli ha trasmesso, come il rispetto e l’importanza della famiglia. A noi una simile affermazione può sembrare assurda, la tragica pantomima di frasi da film hollywoodiani, ma a Giuseppe Salvatore e a chi, come lui, è cresciuto in quegli ambienti, no. Queste persone non sono grandi antagonisti da film, che bramano il male per il male, consapevoli dell’enormità delle loro azioni e sadicamente entusiasti di esse; sono uomini, donne, ragazzini nati e cresciuti in un ambiente in cui la mafia è la norma, dove bisogna essere più forti dei forti e più furbi dei furbi per emergere, tenendo fermi forse due o tre paletti “etici” (il rispetto per la famiglia, ad esempio) ma, fuori da essi, liberi tutti. Un mondo in cui se parli, meriti di essere ammazzato e poco importa se vengono uccisi anche innocenti nell’esplosione della bomba a te destinata: danni collaterali. Dove non puoi sgarrare, non puoi uscire, e anche se non sei dentro non puoi vedere o sentire, nemmeno casualmente, pena la morte. Un mondo che per noi è molto noir e a tinte fosche, che sa di pioggia e polvere da sparo. Ma non c’è traccia nelle parole di Giuseppe Salvatore di quest’immagine. Perché per lui è la banale normalità, che non stupisce né sconvolge. Perché forse davvero il male, la mafia, è prima di tutto l’assopimento della coscienza.

    Come si risvegliano le coscienze? Come si combattono le mafie? Non bastano le leggi, né i fucili. I sacrifici di uomini eroici sono martirii in grado di ispirare intere generazioni, ma nemmeno quelli sono sufficienti. La formula, forse, è quella che aveva intuito don Pino Puglisi, un prete in grado di spaventare così tanto la mafia da venire ucciso: l’educazione. Un’educazione che deve partire dallo Stato e da noi tutti, in ogni momento della nostra vita. Perché se il più forte, il più furbo, è considerato quello che non paga il biglietto dell’autobus, poi quello che si mette in mutua per guardarsi la partita, poi quello che assume facendo contestualmente firmare la lettera di dimissioni, poi quello che evade di più…ecco, ben presto, in questa escalation, che appartiene in fondo a tutti noi, il più furbo diventa quello che riesce a minacciare, estorcere, finanche ammazzare per il proprio interesse, senza farsi scoprire. E, questo, non è più “arrangiarsi”, questo è mafia.


    Alessandro Magrassi
    foto di Simone D’Ambrosio