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  • Decidi tu che segno lasciare: una petizione contro le mutilazioni Genitali Femminili

    Decidi tu che segno lasciare: una petizione contro le mutilazioni Genitali Femminili

    mutilazioni genitali femminiliPuoi lasciare che quest’orrore continui oppure puoi firmare perché una risoluzione ONU nel 2011 metta al bando queste mutilazioni, per sempre.

     Su www.noncepacesenzagiustizia.org firma la petizione promossa dal Ministero degli Esteri perchè le mutilazioni genitali femminili siano vietate dalle Nazioni Unite.

     “Noi sottoscritti cittadini di tutto il mondo e militanti per i diritti umani, riuniti oggi dopo anni di lotta affinché le mutilazioni genitali femminili siano riconosciute e condannate come violazione del diritto all’integrità della persona e coscienti che un divieto delle Nazioni Unite rafforzerà e apporterà un nuovo slancio agli sforzi che sono ancora necessari per eliminare a pratica ovunque nel mondo:

     – chiediamo all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite di adottare una risoluzione per mettere al bando le mutilazioni genitali femminili ovunque nel mondo.

     – chiediamo ai nostri governi, così come a tutte le organizzazioni internazionali e regionali, di sostenere e promuovere l’adozione di questa risoluzione nel 2011.

     – invitiamo i cittadini di tutto il mondo a sostenere e firmare questa petizione per mettere al bando questa violenza generalizzata e sistematica commessa contro le donne e le bambine in violazione del loro diritto fondamentale all’integrità personale.”

     

  • Meating: ex macello di Legino, “il carnaio dell’arte” a Savona

    Meating: ex macello di Legino, “il carnaio dell’arte” a Savona

    Meating Savona, ex macelli Ligino
    "Skate or die", la rampa di lancio del Meating

    L’associazione culturale True Love ha recuperato, riqualificato e portato a nuova vita l’ex macello comunale di Piazzale Amburgo, nel quartiere di Legino a Savona, costruito negli anni novanta e mai utilizzato, trasformandolo in uno spazio espositivo: è già stato definito come “il carnaio dell’arte”. Nasce così “Meating“, uno spazio dedicato a esposizioni, installazioni e concerti.

    La nostra sede– spiega Grazia, fondatrice di True Love e ideatrice di Meating- si trova in Piazza Vacciuoli, a Savona, ed è un punto d’incontro per diverse realtà artistiche e culturali fuori dagli schemi dove realizziamo già un evento espositivo al mese. La nostra filosofia è sempre stata quella di riqualificare e restituire alla città tutti gli spazi urbani in disuso o non utilizzati: chiamiamo queste iniziative “Le invasioni di True Love”.

    “Nel 2008, ad esempio, abbiamo realizzato il progetto teatrale Petramala negli spazi sotterranei sino ad allora chiusi al pubblico della fortezza del Priamar. Per Meating, abbiamo chiamato gli artisti provenienti dall’arte urbana, che è tutto quello che nasce dalla strada ed è visibile dalla strada, quasi sempre poco considerati o snobbati dall’arte ufficiale e che sono invece artisti veri e propri: la street art, gli stickers, il parcourt, lo skateboard, una realtà in Italia di nicchia che nell’ex macello di Legino potrà trovare una rampa al coperto dipinta da artisti di fama internazionale; nell’arte urbana c’è anche molta commistione tra arte e sport. Nella galleria di Piazza Vacciuoli abbiamo esposto opere di artisti che, partendo dal tatuaggio, sono arrivati al lavoro su tela”.

    Meating è stato allestito con un occhio di riguardo alle caratteristiche del luogo, con una continua evocazione dei temi della carne e della cucina.  A partire da Dicembre, ogni mese Meating ospita una nuova installazione affiancata da un’inaugurazione musicale: proprio la sera del 25 Dicembre è stato aperto, con il concerto di MGZ e l’opera dell’esponente della street art bolognese Ericailcane, che, dopo aver dipinto le mura del capoluogo emiliano, da alcuni anni ha iniziato ad esporre in diversi musei e galleria in Italia e Francia: una serie di dipinti di grandi dimensioni raffiguranti figure ibride tra animali e ortaggi che possiamo interpretare come un’evocazione della destinazione originaria degli spazi e una velata provocazione nei confronti della prassi di mangiare la carne: animali e ortaggi nella nostra società sono considerati “cibo” allo stesso modo, e quindi rappresentati attraverso questi “mostruosi” ibridi.

    Le inaugurazioni musicali rappresentano uno dei tratti distintivi di Meating: “Gli eventi artistici sono stati inaugurati la sera, e non il pomeriggio– spiega Grazia- perché la nostra idea era quella di attrarre gente che normalmente non va ai vernissages o a visitare mostre. Volevamo fare in modo che la gente non venisse qui per fare una cosa sola, ma che potesse trovare uno spazio anche per parlare o chiacchierare come non si può fare ai normali concerti, ascoltare la musica, visitare le installazioni. Il luogo è molto particolare e vasto, e può essere utilizzato facendovi più cose diverse contemporaneamente.

    Attualmente ospita la serie di stencils Human Bodies, personaggi dello star system o grandi leaders politici rappresentati come decorticati o mostrificati, ma sempre riconoscibili. Il percorso degli Orticanoodles, artisti che praticano la street art con le diverse tecniche dello stencil, dello sticker del poster e della campagne di antipubblicità, consacrati da una personale alla Galleria Itinerance di Parigi nell’Aprile 2010, si propone di privare questi personaggi del loro lato più visibile, della loro “maschera sociale” per renderli in fondo più umani. Un tema apparentemente macabro, in perfetta sintonia con il luogo, in realtà caratterizzato da un’estetica spiccatamente pop che lo sdrammatizza; a Human Bodies si affianca Skate or die, la rampa di lancia pensata per le performance dell’associazione di skaters JF Club dipinta dagli Orticanoodles.

    L’iniziativa di Meating porta a conoscenza di un pubblico potenzialmente vasto aspetti dell’arte urbana e delle arti applicate decisamente poco noti al grande pubblico, escluse dai circuiti tradizionali, e anche culture come quella dello skateboarding che in Italia sono ignorate o guardate con malcelata sufficienza.

    La ricerca artistica e culturale proposta da Meating e True Love sono particolarmente preziose in un territorio come quello della Liguria che tutti conosciamo come non particolarmente incline all’innovazione e alla sperimentazione, anche se non privo di un fermento intellettuale e culturale che fatica ad emergere.

    C’è un altro aspetto che merita di essere sottolineato ed è quello della rinascita a nuova vita di spazi urbani mai utilizzati o caduti in disuso con la progressiva dismissione dell’apparato dell’industria pesante che ha caratterizzato la Liguria e il territorio di Savona a partire dagli anni novanta: queste strutture, assai numerose nella nostra regione, possono essere riconvertite e valorizzate come spazi espositivi, basti pensare all’esempio dell’ex centrale elettrica Montemartini in Via Ostiense a Roma, nella quale l’archeologia tradizionale esposta proveniente dai Musei Capitolini, ha fatto rinascere un luogo di “archeologia industriale” che altrimenti sarebbe stato destinato all’abbandono e al degrado.

    Meating proseguirà anche nei prossimi mesi con nuove inaugurazioni: la prossima mostra, che concluderà il ciclo espositivo, sarà una mostra itinerante in città che si terrà su cartelloni pubblicitari. Per Marzo True Love ha anche indetto un concorso sugli stickers, adesivi murali che si possono vedere in strada, adesivi personalizzati, fatti a mano, vere e proprie opere d’arte di tutte le forme e dimensioni, da quelli in miniatura a quelli tradizionali. Rimarranno visitabili anche le installazioni Human Bodies di Orticanoodles e quellla di Ericailcane, già presenti. e rimarrà utilizzabile la rampa per lo skateboard. Da Marzo a Giugno, l’ex macello rimarrà aperto a disposizione di tutti coloro che avranno qualcosa da dire, non solo alle varie forme espressive dell’arte urbana, come sede di un’arte, una creatività, una cultura un po’ meno ufficiali, punto di riferimento per le nuove generazioni di artisti.

    L’ultima inaugurazione non sarà musicale, ma sarà una cena. True Love ha recuperato e rimontato gli arredi interni, tavoli, sedie, cucine, sgabelli e altri arredi di cucina, che a differenza del macello inutilizzato hanno avuto una lunga storia come arredi di una colonia estiva per bambini che ora è stata chiusa. Tre artisti ridipingeranno le cucine e gli arredi della colonia riportandoli a nuova vita e l’ultima settimana di Febbraio l’inaugurazione di quest’installazione e della mostra itinerante concluderà il ciclo espositivo del progetto Meating.

    Andrea Macciò                       

     

  • A Genova il primo Museo della “rumenta”

    A Genova il primo Museo della “rumenta”

    museo rumentaRumenta” nel dialetto genovese significa “spazzatura”: il museo mira soprattutto ad offrire ai visitatori nozioni sul ciclo dei rifiuti, sulla loro differenziazione, presentando anche un’arte contemporanea fatta con la spazzatura. Il museo sarà sia fisico che virtuale (la sede è stata decisa dall’ Urban Lab al Porto Antico); sono previste tre diverse sezioni: prevenzione, raccolta e trattamento.

     Questa iniziativa verrà finanziata dal comune e presentandosi come attrazione turistica e artistica, mira a sensibilizzare i cittadini rispetto al problema dell’inquinamento e a quello della raccolta differenziata.

     

    Sara Garau

     

  • Il discorso ambiguo sulle migrazioni di Salvatore Palidda

    Il discorso ambiguo sulle migrazioni di Salvatore Palidda

    MigrazioneApplicando il metodo di ricerca di Foucault, il suo concetto di discorso come struttura cognitiva di produzione e organizzazione del senso, e riprendendo alcuni aspetti della prospettiva sociologica interazionista di Goffmann, Garfinkel e H. Becker, i contributi raccolti nel testo “Il discorso ambiguo sulle migrazioni” di Salvatore Palidda interrogano il significato e il funzionamento del discorso sulle migrazioni nella contemporaneità e dei suoi termini-simbolo: migrante, immigrato, multiculturale, interculturale, cultura. Una delle tesi centrali è che le migrazioni siano da studiare come un fatto sociale totale o come un fatto politico totale, mettendole in relazione con i mutamenti degli assetti politici, sociali, economici e culturali delle società d’emigrazione e d’immigrazione. 

    Il curatore S.Palidda inquadra lo studio delle migrazioni nel contesto delle mobilità umane, nelle quali rientrano fenomeni apparentemente molto diversi come il turismo di massa e i pellegrinaggi religiosi, e sottolinea come gli spostamenti degli esseri umani siano da sempre una caratteristica intrinseca della storia sociale, politica, economica e non un’emergenza contingente. La proliferazione di ricerche, studi, convegni sull’immigrazione che caratterizza le scienze umane, dalla pedagogia al marketing, dalla psicologia alla giurisprudenza, è caratterizzata al contrario da uno sguardo tecnico, specialistico, che prescinde dall’analisi dei meccanismi sociali e politici: predomina, secondo gli autori, un approccio embedded, ovvero asservito a una logica per la quale tecnici e specialisti si limitano a proporre soluzioni per un problema concepito come puramente “amministrativo”. In Italia prevale un’immagine dell’immigrato fondamentalmente paternalista, come essere sofferente, svantaggiato, incapace di azione politica autonoma per il riconoscimento dei diritti universali legati allo status di persona umana, bisognoso della nostra benevolenza. Quello che sorprende, come mostra il saggio di Dal Lago, è che questa rappresentazione è assolutamente trasversale: la ritroviamo nella comunicazione istituzionale come nella cultura antirazzista e nella letteratura.

     

    Il saggio di Delgado Ruiz spinge quindi a mettere in questione l’uso di termini “politicamente corretti” come migrante, caratteristico della cultura solidarista e antirazzista, del quale smaschera l’illogicità: si smette di esserlo non appena si arriva a destinazione, e non possono esistere immigrati di seconda generazione ovvero persone immigrate dalla nascita. In realtà secondo l’autore, migrante-immigrato altro non significa che povero che si muove da un luogo all’altro, non necessariamente straniero, in quanto è usato anche per indicare spostamenti interni allo stesso paese.  L’approccio tecnico e spoliticizzato trova applicazione nei saperi disciplinari analizzati nel saggio di Baroni: pedagogia interculturale, psicologia e psicoterapia, mediazione linguistico-comunicativa, partendo dal presupposto che la diversità culturale sia la caratteristica dominante dello spazio sociale contemporaneo, intervengono in maniera clinica, ovvero individualizzata, sugli effetti prodotti negli individui dalle pratiche discriminatorie alle quali è sottoposto uno specifico gruppo, quello degli “stranieri” immigrati, a volte in maniera efficace, ma prescindendo dallo spazio sociale e ambientale e dalle logiche di potere che li producono. A fianco dello specialismo tecnico, c’ è la spoliticizzazione, resa possibile non solo dagli approcci clinici, ma anche dal concetto di “cultura” come entità immutabile che governa completamente l’agire dei “migranti”, idea dalla quale deriva la teoria della natura culturale dei conflitti politici e sociali e che ha avuto un’enorme fortuna nel senso comune, nel discorso, mediatico, politico (in modo del tutto trasversale) e in una parte della letteratura socio-politologica. L’ambiguità è il contrasto tra una retorica universalista, che considera le persone come soggetti di diritto, e un discorso che, anche se a volte con le migliori intenzioni, vede nello straniero proveniente dai paesi poveri solo un soggetto di cultura: un’incarnazione stereotipata dell’Altro che rimane tale per tutta la vita, trasmettendo ai posteri la sua alterità, forse fino alla terza e quarta generazione. Come dimostra il saggio di Brion, la cultura è entrata nei sistemi giuridici europei come quello belga, con i concetti di reato culturale (delitto d’onore, escissione femminile, travisamento per motivi religiosi) e difesa culturale (prevedere attenuanti per gli autori di reato mossi da motivazioni religiose o tradizionali e approvati dalle proprie comunità) del tutto inutili a prevenire e reprimere i reati di omicidio o lesioni personali gravissime già puniti dai codici ordinari, persino controproducenti rispetto al loro obbiettivo ufficiale, ma funzionali a costruire le minoranze di origine straniera ai quali sono rivolte come enclaves illiberali, premoderne, oppressive. Le proposte di legge che vietano il travisamento in pubblico facendo esplicito riferimento alla copertura totale del volto per ragioni religiose e la retorica del multiculturalismo estremo disposta a riconoscere attenuanti a delitti motivati da sedicenti convinzioni religiose, o legalizzare l’escissione delle figlie di immigrati praticandola sotto controllo medico in strutture pubbliche per ridurre il danno, mostrano quindi di avere in comune l’idea del determinismo culturale.Persino il razzismo esplicito abbandona oggi le sue tradizionali argomentazioni biologiste per riproporsi nella veste più presentabile di “neorazzismo culturale”.

    Questa raccolta di saggi, quindi, con un approccio critico e anticonformista, mette in questione non tanto, come è scontato, gli eccessi xenofobi o dichiaratamente razzisti, quanto la la centralità della cultura nel discorso sulle migrazioni e la sottile ambiguità del paradigma utilitarista dell’immigrato-risorsa con il quale dobbiamo dialogare, tollerandolo e non dimenticandosi mai la sua “utilità sociale”. Discorso che è strutturalmente ambiguo perché l’accettazione della presenza di immigrati-lavoratori non si accompagna a un pieno riconoscimento degli stessi come persone titolari di diritti universali e cittadini. I saggi qua raccolti mostrano il rischio insito nell’attuale discorso dominante sulle migrazioni: quello di trasformarsi in una costruzione autoreferenziale, tesa a perpetuare se stessa senza contrastare le diseguglianze e le sperequazioni sociali delle quali i migranti sono le prime vittime, solo limitandosi ad attenuarne gli effetti con strategie riparatorie di tipo microsociale o individuale. Gli interventi a carattere clinico, nella maggior parte dei casi rispondono a necessità reali delle persone e anche un’eventuale “riparazione” parziale dei danni provocati da logiche politico-economiche non controllabili da chi opera in questi settori è sicuramente preferibile al nulla; ma proprio per questo, il libro si rivolge in primo luogo a chi si occupa di migrazioni dal punto di vista del lavoro sociale, come strumento per esercitare una costante vigilanza verso il rischio di cadere nell’autoreferenzialità, nel paternalismo e nel tecnicismo, e a chi si occupa di ricerca, che non può porsi come “risolutore di problemi”, o come “difensore degli immigrati”, ma deve considerare la realtà sociale analizzata anche dal punto di vista dell’immigrato e analizzare con rigore e spirito critico il rapporto fra gli spostamenti migratori e l’organizzazione politica della società.

    La conclusione del curatore spinge a interrogarsi sulle nuove frontiere del discorso sulle migrazioni: il “caporalato etnico”, il business delle rimesse di denaro, la gestione delegata a privati, anche del terzo settore dei Cpt e degli sgomberi dei campi Rom, l’imprenditorialità degli immigrati e il fenomeno delle false partite IVA, le forme di sfruttamento nelle quali alcuni degli stessi immigrati hanno un ruolo preponderante a danno dei propri connazionali. C’è poi il fenomeno dell’ethnic business, del marketing mirato a minoranze religiose o gruppi di migranti considerati come categorie di consumatori; da un certo punto di vista è certamente un indicatore di integrazione o quantomeno del peso sociale ed economico acquisito, se si guarda a questo fenomeno a un livello settoriale. Se invece iniziamo a guardare alle migrazioni e alle mobilità umane come fatto sociale totale, la constatazione che il riconoscimento del ruolo di consumatore preceda, almeno nel nostro paese, quello di cittadino e titolare di diritti politici, sembra piuttosto una variante del punto di vista utilitarista per il quale la presenza dell’immigrato è auspicabile in maniera subalterna, solo quando ricopre il ruolo di lavoratore, ruolo al quale, in fondo, quello di consumatore è complementare. Rifacendosi ai contributi di Finzi, Etang-Peraldi, Scrinzi e Rahmi, che ci ricordano che pochi anni fa “gli altri” eravamo noi, e che quella che è identificata con la condizione di “migrante” è assimilabile a una condizione di svantaggio socio-economico, siamo indotti a riflettere su come logiche di potere alle quali gli stranieri poveri possono essere più facilmente sottoposti perché in condizione svantaggiata si possano estendere anche alle componenti subalterne della società autoctona: per questo, l’immigrazione è lo specchio della società nel suo complesso e non può essere studiata da punti di vista parziali.

     

    Andrea Macciò

     

     

  • Esther Stocker, la solitudine dell’opera alla Galleria 44

    Esther Stocker, la solitudine dell’opera alla Galleria 44

    La solitudine dell'operaLa Solitudine dell’opera (Blanchot)” dell’artista Esther Stocker, alla sua terza personale in Italia.

    Artista   affermata   a   livello   internazionale,   Esther   Stocker   (Silandro,1974)   ha   esordito   dipingendo   quadri astratti bidimensionali basati sulla sovrapposizione di griglie ortogonali di linee e superfici bianche, nere e grigie.

    Negli anni la sua pittura è uscita dalla dimensione del quadro per andare progressivamente a ricoprire pareti, pavimenti, soffitti di gallerie, edifici e musei. Gli ambienti di Esther Stocker sono percorsi estetici, sensoriali   ed   interattivi   composti   da   strutture   reticolari   che   giocano   sulla   dialettica   tra   ortogonalità   e deviazioni, tra bianco e nero, tra spazio pittorico dell’opera e osservatore.

    Per gli spazi della Galleria Studio 44 l’artista ha creato due progetti site-specific: il lungo tunnel – in origine un vicolo del centro storico di Genova –   è dipinto completamente di bianco. Su questo sfondo una serie di segni neri rettangolari riempiono progressivamente lo spazio fino a trasformarlo in una sorta di corridoio virtuale   verso   qualcosa   di   sconosciuto  e   ignoto.  Nel  secondo   ambiente,   invece,   i   segni   pittorici  murali corrispondenti alla scritta “La Solitudine dell’opera” abbandonano la loro bidimensionalità e sotto forma di fili invadono   l’intera   stanza,   offrendo   al   visitatore   la   possibilità   di   mettersi   in   relazione   fisica   con   essi. Quest’ultimo, infatti, è invitato a muoversi liberamente all’interno delle installazioni per smascherarne le ambiguità dettate da una visione statica e bidimensionale.

    Il titolo della mostra allude ad un saggio di Maurice Blanchot, “La solitudine essenziale”  (in  Lo spazio Letterario, 1955). Secondo Blanchot la solitudine accomuna l’opera e l’artista: l’opera è solitaria perché nel momento in cui il lettore/visitatore vi accede diventa indipendente dal suo creatore e di per sé infinita. La perdita del controllo sull’opera spinge lo scrittore/artista in una condizione di assoluta solitudine che lo induce ad iniziare un nuovo lavoro, dando il via ad un infinito processo di “cominciamento”. “La solitudine dello scrittore, questa condizione che è il suo rischio, deriverebbe dunque dal fatto che egli appartiene, nell’opera,  a ciò che è sempre prima dell’opera. Attraverso di lui, l’opera ha luogo, è la fermezza del cominciamento, ma  egli  stesso  appartiene  a un tempo”.  Questa  concezione  riflette  le  fasi  del  processo  creativo  dell’opera dell’artista viennese: la fase progettuale in cui realizza alcune ipotesi di intervento; quella installativa in cui costruisce l’opera in base alle peculiarità dello spazio; infine il momento della fruizione, in cui essa viene completata dal visitatore che ne cambia in continuazione le relazioni, l’aspetto e il significato. La prima fase di questo processo è documentata in mostra dai 10 disegni preparatori realizzati dall’artista per gli ambienti della galleria. Questi progetti sono un interessante esempio di quante siano le possibilità di intervento e di trasformazione di uno spazio attraverso l’applicazione di differenti strutture reticolari. Dal 30 settembre al 12 novembre gli spazi della Galleria Studio44 cambieranno il loro aspetto diventando ambienti astratti e mimetici dal carattere effimero e veri e propri dispositivi percettivi per il visitatore.

     

    KO.JI.KU.  (Consorzio Giovani Curatori)

    L’Associazione   Ko.Ji.Ku,   formata   da   otto   laureati   e   laureandi   del   corso   di   Laurea   Magistrale   in   Storia dell’Arte   e   Valorizzazione   del   Patrimonio   Storico-artistico   dell’Università   di   Genova   (Roberta   Allesina, Rossana   Borroni,   Alberto   Fiore,   Francesco   Iacometti,   Daniela   Legotta,   Valentina   Liotta,   Silvia   Merlino, Alessandra Piatti) nasce nel luglio del 2008 con l’intento di promuovere la creatività giovanile attraverso l’organizzazione di manifestazioni ed eventi artistico-culturali. L’Associazione ha inaugurato la sua attività con la mostra La Grande Abbuffata: Scarti, Scorie, Sprechi. Risorse Energetiche?, tenutasi a Genova dal 9 al 29 giugno  2009 presso  l’Auditorium  dei Musei  di Strada Nuova.  Da febbraio 2010 collabora con la GalleriaStudio44. In questa sede ha presentato la personale di Jacopo Mazzonelli (a cura di Silvia Conta) e ha   curato   la   mostra  L’uomo   che   teneva   il   parcheggio  (10-30   Aprile   2010).   Ha   partecipato   ai   Rolli Contemporanei (8-9 maggio 2010) presentando presso il Palazzo Giorgio Centurione l’installazione  New York Simphony del Rossoscuro Design.

     


     

  • Che cos’è una “pomba bianca”? Benzina senza multinazionali

    Che cos’è una “pomba bianca”? Benzina senza multinazionali

    Pompa bianca di benzinaQuesta estate, in previsione del massiccio flusso di automobili sulle strade italiane, il presidente del Codacons Carlo Rienzi ha scatenato la rivolta: “Siamo schifati dalle continue speculazioni sulla benzina, stranamente ora che arriva l’estate i prezzi si alzano… Invito tutti gli italiani a boicottare i distributori delle grandi multinazionali del petrolio, utilizzate le pompe bianche!” Le pompe bianche… Eh che roba è?! Avranno detto in molti… soprattutto dalle nostre parti.

    E’ un fenomeno nato in Italia, si tratta di distributori di benzina che non appartengono a nessuna multinazionale, “cani sciolti” si direbbe in gergo, liberi quindi di praticare prezzi più bassi.

    Piccoli imprenditori che solitamente riscono a gestire uno o massimo due impianti, acquistando direttamente il carburante senza passare dalle multinazionali riuscendo così a spuntare il prezzo di vendita finale. Dai 5 ai 10 euro di risparmio su ogni pieno di benzina, 5-6 centesimi al litro.

  • Telecamere satellitari: il progetto dell’Unione Industriali di Roma

    Telecamere satellitari: il progetto dell’Unione Industriali di Roma

    Telecamera satellitareTelecamere satellitari: un’iniziativa prevista in futuro in tutte le aree metropolitane del Paese. E’ il progetto dell’Unione Industriali di Roma, si tratta di un sistema di controllo del territorio che unisce i dati satellitari con le immagini delle telecamere di videosorveglianza.

    Dallo spazio verranno effettuate “zoomate” sistematiche sul territorio ed eventuali anomalie saranno trasmesse al sistema visivo che inquadrerà il campo e fornirà due tipi di supporto: un quadro generale di ciò che sta accadendo e una prima valutazione dell’evento affidata ad un programma informatico in grado di riconoscere se un uomo che corre fa jogging, oppure ha il tipico comportamento di una persona in fuga. Fantascienza, sistemi che fino a qualche anno fa appartenevano esclusivamente all’immaginario di chi nel 1966 perdeva le sue serate davanti a “Star Trek”.

    Il sistema fornirà informazioni così chirurgiche che permetteranno di valutare velocemente e poi calibrare gli interventi delle forze dell’ordine.

  • Dipendenza da computer: migliaia di giovani italiani a rischio

    Dipendenza da computer: migliaia di giovani italiani a rischio

    Dipendenza da internetIl computer offre molte possibilità, ma anche molti rischi: troppe ore davanti allo schermo possono avere effetti gravi sulla salute psicologica delle persone, figuriamoci se si tratta di adolescenti in pieno sviluppo.

    Sono moltissimi i giovani italiani che passano ore e ore davanti ai videogiochi, e sono sempre più le segnalazioni di problemi di carattere psicofisico denunciate dai genitori.

    ”Per molti ragazzi questi giochi sono una vera e propria droga – afferma uno specialista – in cui si rifugiano perche’ ad esempio hanno problemi di relazione con i loro compagni. I giochi di ruolo li assorbono talmente tanto da voler rimanere svegli tutta la notte perche’ l’allontanamento dal pc comporta la perdita di punti”.

    Io credo che sia un po’ riduttivo affermare che i ragazzi giocano sul pc perche’ hanno problemi di relazione, un po’ troppo facile come conclusione. Certo e’ che immaginare in questo momento milioni di italiani davanti al pc con le cuffie all’orecchio e il microfonino alla bocca, intenti a parlare di maghi, elfi, battaglie e terre da conquistare… beh quanto meno fa un pochino sorridere.

    Soprattutto se si pensa che, contrariamente a quanto si potrebbe intuire dalle parole degli specialisti, fra questi milioni di italiani molti sono adulti e vaccinati, sopra i 40 anni. Per cui, se si vuole davvero lanciare un allarme, bisognerebbe dire anche alle nonne di controllare i propri figli e dar loro dei limiti!

  • New Trolls: lettera aperta di Giorgio D’Adamo a Ricky Belloni

    New Trolls: lettera aperta di Giorgio D’Adamo a Ricky Belloni

    New TrollsDuro attacco di Giorgio D’Adamo, bassista e fondatore dei New trolls al suo ex compagno di band Ricky Belloni, entrato nel gruppo genovese nel 1976.

    La polemica riguarda la paternità del marchio New Trolls, da cui sono derivate azioni legali, polemiche,  e per ultima la decisione del tribunale di Genova che lo ha reso inutilizzabile.

    I membri storici della band si sono così divisi in due: da una parte  Vittorio De Scalzi, con D’Adamo, Nico Di Palo e Giovanni Belleno ha fondato La Leggenda New Trolls, mentre gli altri ex componenti, guidati da Ricky Belloni, hanno chiamato il nuovo gruppo Il Mito New Trolls.

    Ecco il testo integrale della lettera scritta da D’Adamo a Belloni.

    Caro Ricky,

    o forse sarebbe ormai il caso di rivolgersi a te come “Egregio Sig. Belloni”…

    Mi ero ripromesso, all’inizio di questa vicenda, di non rispondere alle tue ripetute provocazioni, impegno che fino ad oggi ho mantenuto, non ritenendo dignitoso scendere ad un livello di liti da cortile, ma mi sembra che tu abbia scambiato questo silenzio per un atteggiamento di comprensione ed acquiescenza nei tuoi confronti.

    Ma c’è un punto di non ritorno, e mi pare che tu adesso abbia oltrepassato ogni limite.

    E’ il caso dunque che io ti ricordi come stanno esattamente le cose, poiché credo che tu, per convincerti di avere ragione, abbia dovuto modificare la storia del nostro gruppo di cui è invece opportuno andare a rispolverare le origini.

    Vittorio De Scalzi, Nico Di Palo, Gianni Belleno e Giorgio D’Adamo si incontrano alla fine del 1965 e cominciano a fare musica insieme. Tu non c’eri.

    Scrivono insieme e pubblicano decine di dischi: Sensazioni, Visioni, Davanti agli occhi miei, Una miniera, La prima goccia bagna il viso, e cento altri che cominciano ad incontrare il favore di pubblico e critica. Tu non c’eri.

    Incontrano Giampiero Reverberi e Fabrizio De André e scrivono insieme ed incidono Senza orario e senza bandiera. Tu non c’eri.

    Partecipano a diverse edizioni di Un disco per l’estate, Cantagiro, Festival di Sanremo, Festival di Venezia, Cantaeuropa con enorme successo. Tu non c’eri.

    Incontrano Sergio Bardotti e Luis Enriquez Bacalov, scrivono ed incidono Concerto Grosso per i New Trolls, di cui vendono oltre un milione di copie. Tu non c’eri.

    Scrivono e registrano diverse sigle per importanti programmi televisivi, anche del Sabato sera. Tu non c’eri.

    Sono stati 10 anni di amore del nostro pubblico, di successi, di viaggi, di fatica, di esperienza, di incontri musicali importanti e vitali per il nostro domani. Tu non c’eri.

    Nel 1976, dieci anni dopo la fondazione del gruppo, sei stato chiamato a farne parte, caldamente voluto da me e da Gianni Belleno, avendo noi tre condiviso l’esperienza del tour con Fabrizio De André.
    Da allora, se ben ricordo, avevamo messo in atto la regola di firmare tutti le canzoni non importa scritte da chi di noi, in modo da poter scegliere i pezzi da incidere senza motivazioni che potessero riguardare il proprio interesse personale.

    Mi risulta che tu abbia bene sfruttato questa regola, perché in realtà hai avuto un parte di autore molto limitata nella stesura di Quella carezza della sera e di pochi altri pezzi minori, passati poi nel dimenticatoio.
    Ma non voglio polemizzare su questo; se anche il tuo contributo a Quella carezza della sera fosse stato superiore a quanto io mi ricordi, pensi che solo questo ti autorizzi ad essere un “New Trolls”‘?
    Ti ricordo che personaggi ben più autorevoli di te, musicalmente parlando, hanno scritto musica e parole per noi: Fabrizio De Andrè, Lucio Dalla, Sergio Bardotti, Luis Enriquez Bacalov… Nessuno di loro si è mai sognato di arrogarsi il diritto di essere un New Trolls!

    E veniamo ad un passato più recente.

    Sai bene che quando abbiamo ricostituito il gruppo è stata offerta anche a te la possibilità. Tu hai scelto di non farne parte. Scelta che noi tutti abbiamo rispettato, pensando che fosse un legittimo desiderio di portare avanti un altro progetto, e nessuno ti potrebbe ora criticare se questo fosse stato il tuo scopo.

    Ma quale progetto? Quale musica? Quale desiderio di fare una esperienza musicale diversa?
    Tu vai in giro a suonare la NOSTRA MUSICA, non la tua (se c’è). E allora perché ti indigni se ti chiamano cover band? E’ esattamente quello che fai.

    Il fatto che ti abbiano portato a firmare il deposito del nome, in un breve periodo in cui collaboravi con una parte del gruppo originale, pensi che ti dia davvero dei diritti di paternità musicale che non hai acquisito nella vita e sul palco?

    Perché non dimostri le tue capacità suonando la tua musica, ripeto, se ce l’hai, invece di andare in giro vendendo te e la tua band per un gruppo che non siete adesso e che non siete mai stati nel passato?
    Perché, allora, le persone per le quali lavori vendono il nome New Trolls e poi mandano le foto di De Scalzi, Di Palo, Belleno e D’Adamo anziché la tua?

    Di questo ci sono le prove e non lo puoi negare.

    Questo significa deludere le aspettative del pubblico e creare a noi un gravissimo danno di immagine.
    Credo che un minimo di vergogna dovresti provarla, per lo meno nel criticare gli altri con modi offensivi, come hai fatto recentemente e ripetutamente, ed in qualche caso anche irrispettosi delle altrui tragedie di vita.

    Vai pure per la tua strada, Ricky Belloni, ma, se ne sei capace, cerca almeno di percorrerla da uomo.

    Giorgio D’Adamo

     

  • Giorgio Caproni torna a Genova nell’ascensore di Castelletto

    Giorgio Caproni torna a Genova nell’ascensore di Castelletto

    Ascensore di CastellettoLa Provincia di Genova con Amt ha realizzato installazioni sonore all’interno dell’ascensore di Castelletto in occasione del ventennale della morte di Giorgio Caproni. Le poesie di Caproni saranno accompagnate dalle musiche di Mozart e Schumann.

    Durante l’inaugurazione in Spianata Castelletto verranno liberati in cielo palloncini contenenti versi di “Litania”, la piu’ rappresentativa fra le opere di Caproni dedicate a Genova:

    Genova mia città intera.
    Geranio. Polveriera.
    Genova di ferro e aria,
    mia lavagna, arenaria.

    Genova città pulita.
    Brezza e luce in salita.
    Genova verticale,
    vertigine, aria scale. (…)

  • Crevari: il Palio del Gallinaccio, esempio di partecipazione

    Crevari: il Palio del Gallinaccio, esempio di partecipazione

    Il “Palio del Gallinaccio” è un’esilarante corsa di pennuti che ha dato il “La”, nelle sue 14 edizioni, a percorsi imprevisti e positivi di vita in comune. I dodici rioni, gruppetti di case di Crevari (tra essi gli “stranieri” di Vesima) rispolverano stemmi, colori ed abiti che li rappresentano, cuciti dagli stessi abitanti; faranno bella mostra durante l’evento, indossati da circa 400 figuranti.

    Una cinquantina di persone, scelte nell’ambito degli stessi rioni, cucinano nelle loro case la cena collettiva prevista prima della gara, che si tiene nel Campo sportivo; si occupano dei tavoli (che ospiteranno circa 500 commensali), dell’allestimento del percorso di gara, della logistica.

    La gara è un pretesto azzeccato e divertente per stare insieme; con le raccomandazioni al microfono contro il doping, i conciliaboli tra i giudici di gara per acconsentire la partecipazione di un bipede “anomalo”, gli stessi pennuti che saltano di corsia o ignorano il traguardo. A vincere quest’anno è la borgata del Rian, che detiene anche il record di successi, 4, davanti al Vessuo con 3. L’evento, completamente autogestito, senza contributi pubblici o o sponsor, è gemellato con il Palio delle Oche (Lago di Sori) e realizzato esclusivamente con il volontariato.

    Per i “foresti” è a disposizione la gradinata e viene offerta loro una fetta d’anguria. Ciò che colpisce è l’atmosfera rilassata e soprattutto l’impegno di tutto un paese, che discute, prepara abiti, li indossa, cucina, condivide quel cibo con allegria. Uno spirito antico che mescola tradizione contadina e storica, senza impedire lo scorrere della modernità e del presente: l’arbitro di gara è il nuovo parroco… argentino, la “contestazione” rispetto ad una galletto… cinese, il ronzio delle Vuvuzelas con le quali gioca qualche bambino. Resta l’esempio di un “gioco di memoria” per stare insieme, per fare comunità, per guardare al futuro con un po’ meno apprensione, sentendosi parte di una collettività. Che collabora, sta insieme fuori dalle case, spegnendo il televisore, con il pretesto di… una corsa di galline. Scusate se è poco.

    Stefano Bruzzone

  • Concorso fotografico “It Looks Good”, vince un genovese

    Concorso fotografico “It Looks Good”, vince un genovese

    Davide BarberisIl Concorso Fotografico nazionale “ItLooksGood” curato da Artegiovane e dall’azianda Toschi e’ stato vinto da Davide Barberis, classe 1983, genovese residente a Castelletto. Il giovane fotografo genovese si e’ aggiudicato il primo premio, scegliendo la fragola come soggetto ideale per centrare il tema del concorso: “Gustosa è la vita”.

  • Suq 2010 e il progetto del festival permanente

    Come nasce l’idea del “Suq permanente” e quale forma avrebbe?

    L’idea parte dal successo del Festival, dai messaggi che riceviamo costantemente dai genovesi e dal fatto che non esiste a Genova un centro multiculturale che possa fungere da catalizzatore di esperienze internazionali, mediterranee. L’idea è quella di un centro con lo spirito e l’impianto del Suq, in cui vengano mantenute alcune ristorazioni fisse e che preveda però una rotazione di ristoratori e commercianti in modo che possa essere una vetrina per tutti, ovviamente anche per gli artigiani liguri. Poi ci sarebbe un calendario di eventi e di attività ed un collegamento con i Consolati.

    Come e dove pensate di realizzare il progetto? Avevate proposto due luoghi, la Loggia e il Carmine…

    Il Suq ha la particolarità, a differenza di altre manifestazioni, di essere un luogo pubblico e privato insieme. Poiché, anche se c’è bisogno di un aiuto da parte delle istituzioni, potrebbe reggersi con le quote pagate dagli artigiani e dai commercianti. Sicuramente occorre che sia centrale, inserito nel tessuto della città, poiché deve essere una piazza dell’incontro. Noi avevamo proposto due luoghi con queste caratteristiche, la Loggia Banchi, dove è nato il Suq, e il Carmine. Tuttavia a questi luoghi sono stati destinati altri progetti .

    Abbiamo poi aderito al “Progetto Cimento” per l’Hennebique , però è una cosa ancora lunga. Infine è stata da poco avanzata l’ipotesi dall’Amministrazione Comunale del Mercato del Pesce, ma anche questa è solo un’ipotesi.

    Noi crediamo nel progetto del Suq permanente ma è necessario che venga accompagnato dalle Istituzioni, che dovrebbero intuire la portata di questo progetto, che è un “museo dell’esistente”, di quello che è, non di ciò che è stato.

    In che modo il Suq può diventare un’opportunità per Genova?

    Perché c’è ancora tanta strada da fare nel vivere il rapporto con l’altro in maniera più matura. Ci sono ancora delle difficoltà sia da parte dei genovesi che da parte degli immigrati e il Suq può accompagnare la reciproca accoglienza poiché c’è la necessità di un luogo di incontro. Sono convinta che la reciproca accoglienza debba essere giocata non solo nei luoghi del dovere, come la scuola o il posto di lavoro, ma soprattutto nei luoghi del tempo libero.

    Il Suq è il momento in cui si curiosa l’altro, lo si avvicina, ci si siede alla stessa tavola. Questo avviene anche perché la forma del luogo, i profumi e i sapori aiutano ad incontrarsi. Quest’anno ho visto molte persone anziane che sono venute al Suq con le loro badanti, spesso straniere, ed entrambi si sentivano a proprio agio in un luogo che consideravano comune.

    Infine il Suq ha la particolarità di attraversare tanti linguaggi diversi: la musica, il teatro, la danza, e quindi tutti ci si possono riconoscere.

    Cosa pensi della tua città?

    Genova è una città ricca, con punti di grande fascino ed è stata attraversata da momenti di splendore che rimangono. Tuttavia l’impressione è che non si sappia valorizzare, occorre trovare un’identità, dei punti di forza sui quali puntare. Il problema è che c’è poca strategia e poca relazione, si fa fatica ad uscire da certi meccanismi di chiusura. Il Suq rappresenta invece un punto di apertura, una dimensione mista ed anche per questo motivo bisognerebbe lavorarci.

    Deepa Scarrà

  • Luca Bizzarri: “Genova e’ ferma” e la Vincenzi: “Dici sempre le stesse cose”

    Luca Bizzarri: “Genova e’ ferma” e la Vincenzi: “Dici sempre le stesse cose”

    Luca BizzarriMarta Vincenzi e Luca Bizzarri, comico e presentatore delle Iene, si sono punzecchiati a distanza sulle pagine dei giornali: “Il Centro Storico e’ peggiorato rispetto agli anni passati – ha dichiarato Bizzarri –  quando era la camorra a fare da padrone le cose funzionavano meglio, oggi la criminalita’ non e’ sparita, semplicemente da “organizzata” e’ diventata “disorganizzata” e credo che sia molto peggio...”

    La sindaco si e’ limitata a sottolineare che “Bizzarri dice sempre le stesse cose, comunque parlero’ con lui di persona…” mentre Claudio Burlando non ci sta: “Il comico di casa nostra dovrebbe approfondire maggiormente le informazioni in suo possesso, Genova e’ una citta’ in netta ripresa, e lo dimostrano i sempre crescenti dati del turismo…”

    Io penso – continua Bizzarri – che chi amministra questa citta’ dovrebbe fare molto di piu’, Genova ha bisogno di una spinta. Io la amo, e mi piange il cuore se penso che oltre appennino non sanno manco che esista, vista da fuori non conta nulla, zero totale. Eppure quando porto con me gli amici e faccio loro da guida se ne innamorano...”

     

  • Roberto Maini, il pittore genovese che urla alla stazione Principe

    Roberto Maini, il pittore genovese che urla alla stazione Principe

    Roberto Maini, pittoreRoberto Maini, pittore genovese, conosciuto ai più come “la voce” che da anni risuona nell’atrio della stazione Principe o in Galleria Mazzini, le sue urla e i suoi rimproveri interrompono il movimento frenetico di centinaia di passanti che transitano ogni giorno da quei luoghi, cerca di risvegliarli dal loro torpore e dall’indifferenza verso gli altri…

    Alla sua figura, al suo essere al di fuori della cosiddetta “normalità”, sono stati dedicati anche dei gruppi di fan sul popolare Facebook. Ma del personaggio si conosce solo il suo lato per così dire irregolare, ma nessuno o quasi è al corrente delle sue notevoli qualità artistiche. Ci si può chiedere come sia possibile che questi nuovi mezzi di comunicazione, indubbiamente portatori di maggiore libertà di espressione, riescano a creare veri e propri miti, basandosi spesso esclusivamente su valutazioni superficiali ed estemporanee, senza nessun tentativo di approfondimento nei confronti della realtà delle cose. Ma questo non è il luogo dove affrontare la questione.

    La cosa che mi preme sottolineare è possibile conoscere l’attività artistica di Roberto Maini attraverso un’esposizione permanente allestita al Centro Solidarietà di Genova, in via Asilo Garbarino, con alcune riproduzioni ingrandite su tela di piccoli lavori pittorici originali, realizzati in acrilico e conservati da Eugenio Costa nella sua omonima galleria d’arte in Salita S. Caterina.

    La prima serie di opere, realizzata a metà degli anni ’90 su commissione di Eugenio Costa, hanno come temi principali il cielo, il cosmo, gli alberi. Sono opere che l’autore dichiara ispirate alle teorie di Wilhelm Reich, in particolare quella sull’energia orgonica, l’energia cosmica primordiale presente ovunque nell’universo.

    La sua è una pittura espressiva dai tratti decisi, esprime potenza, un’energia superiore, è la forza della natura che si manifesta all’uomo. Sono cieli blu e viola, rotti da scie luminose, da sprazzi di luce nel buio, atmosfere cosmiche in cui compaiono sfere lucenti simili a dischi volanti.

    Risalgono invece al 2009 una serie di lavori, sempre in piccolo formato, in cui il tema paesaggistico prende il sopravvento, scompaiono alcuni riferimenti cosmici, abbiamo la raffigurazione di mare, monti, paesaggi al limite fra cielo e terra. I colori variano, le tonalità del giallo e del verde sono predominanti, le atmosfere si fanno più rarefatte, i colori più tenui.

    Dimostra sempre un’incredibile abilità nell’accostamento dei toni ed un rigore compositivo che contrasta con la sua poetica visionaria, le sue immagini trasmettono un’energia primitiva, trasudano semplicità e concretezza, l’essenzialità della natura al cospetto dell’uomo.

    Matteo Quadrone