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  • Trenino di Casella, si riparte a dicembre 2014. Il futuro della ferrovia più amata dai genovesi

    Trenino di Casella, si riparte a dicembre 2014. Il futuro della ferrovia più amata dai genovesi

    binari-trenino-casellaIl trenino di Casella riparte entro dicembre 2014. Questo è quanto assicura l’assessore alla Mobilità e Trasporti del Comune di Genova, Anna Maria Dagnino, rispondendo a un articolo 54 del consigliere comunale della Lista Doria, Clizia Nicolella. Il trenino è fermo da 6 mesi e 19 giorni: dall’11 novembre 2013. Una decisione obbligata, quella presa da Amt, che all’epoca aveva motivato lo stop con la necessità di effettuare dei lavori lungo i 24 km di linea urbana ed extraurbana; ma anche una decisione piuttosto impopolare, che ha suscitato polemiche tra i genovesi e gli abitanti delle valli Bisagno, Polcevera e Scrivia, riuniti in associazioni spontanee.

    Lo stop del trenino e i lavori di messa in sicurezza

    Dalla fine del 2013, l’USTIF (l’Ufficio Speciale Impianti e Trasporti Fissi, emanazione del Ministero delle Infrastrutture) ha prescritto l’obbligo di messa in sicurezza di due ponti metallici (in cui sono presenti due buchi e che, pur percorribili dai pedoni, potrebbero cedere sotto il peso del trenino). Inoltre, anche se questi sono i lavori principali, ce ne sono altri da svolgere, come la pulizia dei binari dal deposito di materiale roccioso e la messa in sicurezza delle pareti dei monti circostanti.

    È stata bandita una gara da Amt, attuale gestore, e coordinata da SUAC (Stazione Unica Appaltante Comune di Genova), che si è conclusa con l’aggiudicazione dell’appalto a giugno 2013 da parte di due ditte. I lavori si sarebbero dovuti concludere entro 4 mesi, ma si sono interrotti a causa della rinuncia all’appalto da parte delle società vincitrici: si diceva che il bando fosse troppo al ribasso e i fondi messi a disposizione da Amt sarebbero stati insufficienti. Si parla di una cifra che, stando a quanto riportano fonti ufficiose, si aggirerebbe attorno ai 380 mila euro, e si stima che i costi per gli interventi sarebbero superiori, tra i 500 e i 600 mila euro.

    La rinuncia ha costretto al rifacimento della gara e, in attesa di un secondo bando, il trenino rimane fermo in stazione. I lavori (piuttosto complessi) sono in attesa di cominciare. Dagnino ha confermato quanto già aveva annunciato la Regione, assicurando che a dicembre il trenino sarà di nuovo operativo. Si parla anche di un piano investimenti 2013-2016 per 16 milioni di euro finanziati dalla Liguria, per il miglioramento della rete e del materiale rotabile.

    Nuovo bando e via ai lavori

    A breve, dunque, il nuovo bando e, appena partiranno i lavori, si procederà con il piano marketing messo a punto da Amt prima dello stop: revisione degli orari e incremento nel periodo estivo, ad uso turistico; agevolazioni tariffarie per i residenti, grazie a 170.000 euro di risparmi stimabili grazie alla razionalizzazione della gestione (sconto su abbonamento integrato mensile e possibilità di abbonamento annuale); abbellimento dell’impianto nelle stazioni di Sardorella, Casella, Tullo e Trensasco.

    Si parla anche di marketing territoriale e apertura al settore turistico-commerciale, in collaborazione con alcune agenzie di viaggio del nord Italia, l’Alta Via dei Monti Liguri per la promozione di escursione, e le associazioni locali per l’organizzazione di eventi. Come comunica la stessa Dagnino, “alcune attività promozionali sono già in atto grazie a specifiche convenzioni con vettori privati per il trasporto di studenti delle scuole primarie alle ‘fattorie didattiche’”.

    La nostra visita alle strutture e la puntata di #EraOnTheRoad

    Proprio pochi giorni fa siamo andati a constatare personalmente come stanno le cose: abbiamo ripercorso parte della tratta del treno, facendo tappa in alcune delle stazioni. Ci ha accompagnati Andrea Agostini di Legambiente Liguria, che pochi giorni prima (il 18 maggio) aveva organizzato, assieme a un gruppo di collaboratori, una camminata lungo l’itinerario del trenino. Abbiamo percorso dalla stazione di partenza, quella di Manin, a quella di Sant’Antonino, fino a Campi e Trensasco. Abbiamo trovato treni fermi, stazioni fatiscenti, dipendenti poco impegnati a fare quel poco di lavoro che gli è consentito svolgere in questa fase.

    «Bisognerebbe essere lungimiranti, puntare sul marketing territoriale e investire risorse sulla promozione turistica del trenino – ha commentato Agostini – perché non partecipare a bandi europei e accedere a finanziamenti UE? Così facendo  parte dei costi sarebbero coperti. Si dovrebbe pensare a un progetto più in grande che comporterebbe una spesa sicuramente maggiore rispetto a quella legata alla semplice manutenzione/risistemazione, ma garantirebbe maggiori ricavi sul medio e lungo termine. La posizione centrale della stazione di Manin è favorevole per intercettare turisti e croceristi. Inoltre, un potenziamento del servizio porterebbe grandi benefici anche per la viabilità urbana, i binari del trenino potrebbero ospitare una metropolitana sopraelevata da Molassana e Manin che alleggerirebbe di molto il traffico passeggeri sui bus, sarebbe una soluzione green, ottimale per la salvaguardia dell’ambiente».

    Bisogna dire che quello che ha portato allo stallo attuale è stato un percorso graduale: i lettori di Era Superba ricorderanno che nel 2012 avevamo seguito le vicende del trenino e avevamo dato voce al gruppo Salviamo il Trenino di Casella, contro la riduzione delle corse e l’inefficienza del servizio. I problemi erano iniziati ancora prima, nel 2009-2010, quando la gestione della Ferrovia è passata dalla Regione Liguria ad Amt con contratto di nove anni e prorogabile fino al 2025.

    Quando ne fu rilevata la gestione – ricorda Dagnino nel suo commento in risposta all’art. 54 della Lista Doria – la situazione dell’Impianto Ferroviario era alquanto critica e nessuna corsa veniva effettuata con i treni, ma solo con servizio sostitutivo. Sotto la gestione di Amt, nel giro di alcuni mesi, i treni sono stati messi di nuovo in condizione di funzionare; pertanto, tutto il programma di esercizio è sempre stato effettuato al 100% su ferro”.

    Per quanto riguarda le stazioni e la manutenzione, si pensi che Amt riceve dalla Regione circa 2 milioni di euro (rivalutazione Istat) e 723 mila euro per interventi di manutenzione straordinaria. Viene da chiedersi come mai troviamo le stazioni letteralmente distrutte: pare che come minimo dal dopoguerra nessuno ci abbia più messo mano.

    In realtà gli introiti non bastano a coprire i costi: i pendolari ogni anno sono circa 110 mila, quindi 200-300 al giorno ma non bastano, visto che i ricavi del 2013 sono stati circa 190 mila euro, a fronte di 2 milioni e 800 mila euro di costi. Se sommiamo a 190 mila i fondi della Regione, si arriva all’incirca a un pareggio di bilancio.

    Nel caso dei dipendenti, invece, non ci sono stati licenziamenti a causa dello stallo. Al momento, gli impiegati si trovano perlopiù a Manin, dove si occupano di manutenzione, lavorazioni interne sulla motrice, rimozione di materiale rotabile e servizio di bigliettazione. La biglietteria di Manin (l’unica esistente) è aperta con orario ridotto, per servire gli utenti che usufruiscono del servizio bus sostitutivo (urbano e ferroviario) che Regione e Amt hanno deciso di affidare a mezzi a noleggio della ditta privata Genovarent.

    Un aspetto interessante è quello relativo all’acquisto di una nuova macchina da parte della Ferrovia Genova Casella srl, un elettrotreno a scartamento ridotto lungo 42 metri con 240 posti, commissionato nel 2010 ad Ansaldo Breda e costato circa 4 milioniSarebbe ormai in via di ultimazione. Una notizia che quattro anni or sono venne interpretata come prova della volontà di Amt e della Regione Liguria di procedere nella direzione di una separazione fra la funzionalità e l’aspetto turistico: l’elettrotreno avrebbe soddisfatto la domanda di pendolari e genovesi, il treno storico quella turistica. Oggi, vista la situazione della Genova Casella, sembra quasi fantascienza.

    Elettra Antognetti

  • Silos Bosco Pelato, San Fruttuoso: a breve l’ok del Comune, ma conviene ancora costruire?

    Silos Bosco Pelato, San Fruttuoso: a breve l’ok del Comune, ma conviene ancora costruire?

    san fruttuoso 3Nuova puntata nella pluriennale storia del silos di Bosco Pelato, quel piccolo polmone verde tra piazza Solari e via Amarena, sopravvissuto alla speculazione edilizia degli anni ’60 e che i proprietari della Fondazione Contubernio D’Albertis vorrebbero monetizzare attraverso la realizzazione di un multiparcheggio. Il progetto risale a 7 anni fa ma fu bloccato da una sospensiva alla concessione per la costruzione da parte dell’Amministrazione, anche grazie all’attivismo del Comitato per la protezione di Bosco Pelato da sempre contrario allo sbancamento della collina. A fine gennaio, inoltre, la proprietà aveva ricevuto da parte degli uffici comunali un pre-avviso di diniego all’autorizzazione per la costruzione qualora non fosse stata prevista una riduzione di volumi.

    «Gli uffici comunali – spiega Luca Motosso rappresentate del Comitato – non si erano accorti o avevano fatto finta di non accorgersi che anche il piano urbanistico precedente non avrebbe consentito la realizzazione di un silos con 5 piani seminterrati. Un cavillo, se così vogliamo definirlo, che avrebbe consentito a Tursi di bloccare definitivamente l’opera senza pagare un euro di danno». E così probabilmente sarebbe stato se non fosse arrivata la variante che riduce il silos di un piano e diminuisce i box da 152 a 123. «In realtà, la D’Albertis aveva presentato ricorso al Tar contro il Comune perché non concedeva il permesso a costruire ma la stessa proprietà aveva due volte chiesto in udienza il rinvio prendendo tempo fino a gennaio, quando il Comune ha inviato il pre-avviso di diniego». A quel punto il ricorso al Tar è stato ritirato ed è stata presentata la variante.

    san fruttuoso 2Ma le criticità secondo i cittadini sono sostanzialmente invariate e riguardano soprattutto le problematiche idrogeologiche e la sicurezza per i bambini di due scuole che sorgono nelle immediate vicinanze. «Abbiamo presentato le nostre osservazioni anche al nuovo progetto – prosegue Motosso – perché secondo noi il progetto iniziale eccedeva quanto previsto dalla norma per ben due piani e non uno solo. Inoltre, riteniamo anche di non essere in presenza di una variante ma di un vero e proprio nuovo progetto per cui dovrebbe essere necessario ricominciare l’iter in Giunta, Commissione e Consiglio e non limitarsi solamente al nulla osta degli uffici comunali. Infine, sarebbe opportuno verificare al meglio la convenzione in essere tra pubblico e privato perché a nostro avviso non può essere considerata valida benché firmata».

    Dal punto di vista idrogeologico, invece, il Comitato sostiene di aver evidenziato un rivo sotterraneo non mappato ma rilevato da studi privati commissionati a professionisti del settore per cui gli stessi cittadini si sono autotassati. «Il vicesindaco dice che problemi non ce ne sono ma non ce ne saranno fino a che non dovesse succedere qualche disastro».

    Bernini, dal canto suo, risponde che le analisi realizzate hanno tutt’al più evidenziato la presenza di una falda acquifera che, tuttavia, con la realizzazione del silos verrebbe tranquillamente messa in sicurezza.

    «Se negli anni le costruzioni della zona hanno deviato il corso d’acqua che abbiamo rilevato – controbatte Motosso – non è possibile saperlo con certezza, ma non è neanche possibile sapere con certezza che questo corso d’acqua non esista più. Almeno finché non ci metteranno nero su bianco le controprove anche perché nel passato, in occasioni di forti piogge, la presenza di un rivo sotterraneo era testimoniata da frequenti allagamenti della zona che hanno comportato alcune modifiche alla pendenza della stessa».

    La questione Bosco Pelato in Consiglio comunale: conviene costruire?

    palazzo-tursi-sindaco-doria-gonfalone-DIeri la questione è approdata nuovamente in Consiglio comunale, attraverso un duplice articolo 54 dei consiglieri Guido Grillo (Pdl) e Pierclaudio Brasesco (Lista Doria) che hanno chiesto chiarimenti al vicesindaco in merito al nuovo progetto del silos che sembrerebbe essere comunque meno invasivo.  «La parola fine al percorso di questo progetto non può ancora essere posta – ha risposto il vicesindaco Stefano Bernini – perché gli uffici stanno valutando la variante presentata dalla proprietà. La convenzione è già stata firmata e dunque il progetto dovrebbe tornare in Giunta e in Consiglio solo se le modifiche proposte non stessero dentro le normative generali che riguardano l’edilizia privata. È evidente che se non esistono elementi certi per il rigetto, un eventuale mancato accoglimento della variante potrebbe far insorgere una causa legale».

    La sensazione che emerge dalle parole del vicesindaco è, dunque, che il via libera da parte degli uffici tecnici non possa più essere rimandato, anche perché in caso contrario la controparte avrebbe gioco facile in un eventuale ricorso al Tar. Ma il Comitato per la protezione di Bosco Pelato ha ancora una speranza, neppure troppo flebile, ovvero che non si trovi più chi sia disposto a costruire il silos. Secondo quanto riportato dallo stesso Bernini, infatti, sono state ritirate le fidejussioni inizialmente presentate dalla proprietà per la costruzione e, al momento, sembrano non esserci altri soggetti in grado di presentare le necessarie garanzie economiche per procedere ai lavori. In effetti, nei setti anni che sono passati dall’ideazione del progetto ad oggi il prezzo di mercato per i box auto è crollato vertiginosamente come hanno mostrato anche altre situazioni cittadine (via Montezovetto, su tutte) e non è detto che il silos di Bosco Pelato sia più un intervento economicamente sostenibile per un privato.

    Simone D’Ambrosio

  • Sestri Ponente, il “grattacielo” sul rio Cantarena perde piani e volume? Dubbi sul rischio idrogeologico

    Sestri Ponente, il “grattacielo” sul rio Cantarena perde piani e volume? Dubbi sul rischio idrogeologico

    sestri-ponente-DVia il vecchio mulino abbandonato per fare spazio a un mini grattacielo residenziale. Si fa strada il progetto di riqualificazione sulle sponde del rio Cantarena, alture di Sestri Ponente, uno dei tragici protagonisti dell’alluvione che mise in ginocchio la città nell’ottobre 2010.

    Inizialmente il piano prevedeva la realizzazione di un palazzo di 11 livelli, che avrebbe oscurato la vista delle abitazioni circostanti mutando non poco il contesto ambientale in cui si sarebbe inserito. Il progetto fu approvato dall’amministrazione provinciale dopo un approfondito studio idraulico non prima di aver ricevuto le necessarie garanzie per il miglioramento della sicurezza sull’alveo del Cantarena che, dunque, troverebbe giovamento dalla nuova costruzione. La prospettiva di una torre residenziale, tuttavia, preoccupa parecchio i residenti della zona soprattutto dal punto di vista del rischio idrogeologico e ha portato il capogruppo di Lista Doria, Enrico Pignone, a interrogare nel merito il vicesindaco Bernini con un articolo 54 nell’ultima seduta di Consiglio comunale.

    «Le autorizzazioni rilasciate per la realizzazione di questa torre – ha detto in Sala Rossa, Pignone – sono precedenti all’alluvione e a tutta quella sensibilità che la città adesso richiede di fronte a questo tipo di interventi. Chiedo, dunque, quali siano gli intendimenti dell’amministrazione nei confronti di questo nuovo insediamento residenziale viste le circostanze fortemente mutate».

    Ma il vicesindaco ha smentito l’approvazione definitiva di qualsiasi progetto e, soprattutto, ha rassicurato i consiglieri e i cittadini sull’impatto che potrebbe avere nel futuro questo progetto residenziale dalle dimensioni non proprio contenute. «La presentazione che ho visto sui giornali – ha detto il vicesindaco – non corrisponde alle possibilità di edificazione che le norme concedono agli eredi dei proprietari del vecchio mulino. Intanto, non siamo al momento in presenza della necessità di un permesso a costruire ma stiamo parlando della vendita di un’area che il piano regolatore prevede edificabile. Il permesso a costruire arriverà solo dopo la vendita e si tratta, comunque, di un’operazione che non necessita di passaggi in Giunta o in Consiglio ma solo negli uffici tecnici. Per cui, rispetto all’edificabilità la norma è chiara e non può certo essere negata. Rispetto agli ingombri, invece, le possibilità edificatorie sono ridotte».

    Trattandosi di un’operazione di demolizione e ricostruzione non in centro urbano, infatti, il piano casa consentirebbe un aumento di superficie fino al 30% dell’area inizialmente occupata dal mulino. Nei fatti, però, l’aumento potrebbe essere contenuto fino a un massimo del 15% come spiega lo stesso Bernini: «L’architetto ha progettato il nuovo edificio sfruttando al massimo la possibilità di espansione ma il disegno è già stato ridotto da una prima richiesta degli uffici che si occupano di edilizia privata. Inoltre, i piani dell’edificio sono stati presentati contando a partire dall’alveo ma le parti più basse non sono abitabili ma solo adibite a garage». Inoltre, un’ulteriore riduzione di volume (due piani) sarebbe necessaria per andare incontro alla normativa sul rispetto del cono area presentata da Enac: il progetto iniziale, dunque, dovrebbe essere sensibilmente rivisto in ottica meno espansiva e non superare di molto l’altezza degli edifici confinanti.

    Ma non è neppure detto che si tratti della proposta definitiva per la riqualificazione dell’area. Secondo notizie raccolte sul territorio e confermate dallo stesso vicesindaco, all’acquisto sembrerebbe interessato il proprietario di un edificio contiguo che si affaccia su via San Giovanni Battista, che ha subito il crollo del tetto e che si trova in situazione di grave dissesto. In questo caso, l’operazione di riqualificazione edilizia avrebbe anche uno sviluppo orizzontale e consentirebbe un intervento molto più complessivo che se invece limitato alla sola superficie del vecchio mulino non inciderebbe in maniera decisiva sul più vasto degrado circostante.

    Certo, norme a parte, resta ancora quantomeno dubbiosa l’opportunità di edificare in maniera piuttosto sostanziosa lungo il corso di un torrente che nel passato ha già creato parecchi danni alla delegazione ponentina.

    Simone D’Ambrosio

  • Liberi Giardini Babilonia e Santa Maria in Passione: al via i lavori per la messa in sicurezza

    Liberi Giardini Babilonia e Santa Maria in Passione: al via i lavori per la messa in sicurezza

    santa-maria-passione-solitudine-malinconiaGiardini Babilonia e complesso di Santa Maria in Passione: a che punto eravamo rimasti? Qualche mese fa, nel corso di #EraOnTheRoad, eravamo andati a trovare i ragazzi del collettivo Spazio Libero (qui l’approfondimento), autogestito e composto da studenti ed ex studenti della ex Facoltà di Architettura dell’Ateneo genovese, che si sono riuniti nel 2011 in associazione spontanea e non legalmente costituita. All’epoca avevamo parlato di vari progetti legati a tutta la collina di Castello per il recupero e la rivitalizzazione degli spazi. Ci eravamo lasciati in un momento di stallo e confusione all’interno dell’apparato burocratico, tra i soggetti coinvolti: era stato approvato il Progetto Conviviale, proposto dai ragazzi di Spazio Libero, in base al quale l’Università, proprietaria dei Giardini di Babilonia, si era presa l’onere di svolgere lavori di messa in sicurezza del sito. Una volta ultimati, lo spazio sarebbe passato in gestione al Comune (in comodato d’uso gratuito), che sarebbe diventato unico soggetto preposto ad interagire con Soprintendenza, Municipio, cittadini e altre associazioni di quartiere. Tuttavia si era venuto a creare uno stallo che si protraeva da oltre un anno, in cui l’Ateneo non si stava occupando della messa a norma e i tempi si dilatavano. Proprio quando tutto sembrava fermo e confuso, un mese fa si è svolto un incontro tra tutti gli attori, ed è arrivato l’ok ai lavori.

    Giardini Babilonia: il via libera dell’Università

    santa-maria-passione-4Circa un mese fa si è tenuto un incontro che ha coinvolto Municipio Centro Est, Comune di Genova, Università e associazioni di quartiere (Spazio Libero è stato escluso in quanto non costituto come associazione vera e propria). In questo contesto, il Municipio si è fatto portavoce delle esigenze del quartiere e delle istanze dei ragazzi del collettivo, e ha fatto pressioni per sbloccare la situazione di immobilismo dell’Ateneo, caldeggiando la messa in sicurezza di quella zona strategica. Ne è emerso che i lavori per la creazione di balaustre saranno avviati al massimo tra una decina di giorni. «L’incontro si è concluso con un accordo con l’Ufficio tecnico dell’Università di Genova, che si impegnava alla messa a norma entro 40 giorni, quindi già a fine maggio si procederà con l’affidamento dei lavori a una ditta, che dovrà concluderli nel giro di 2 mesi –  commenta Maurizio Galeazzo, consigliere del Municipio Centro Est – entro l’autunno sarà agibile e pronto per la consegna al Comune in comodato gratuito. Tursi, poi, interagirà direttamente con noi del Municipio, che provvederemo a consegnarlo a gruppi di cittadini e associazioni interessate alla cura del verde. In questo sicuramente c’è l’interesse di continuare un dialogo con Spazio Libero».

    Il Progetto Conviviale e i laboratori di Spazio Libero

    Si tratta del primo progetto presentato dal collettivo l’11 aprile 2013 a Università, Municipio e  Soprintendenza archeologica e approvato da tutti gli attori, per il recupero dei Liberi Giardini di Babilonia (qui il pdf del progetto). Il progetto prevede, come dicevamo, prima la messa in sicurezza dell’area da parte del proprietario, l’Ateneo di Genova, poi il passaggio al Comune di Genova, che diventerà così unico responsabile e interlocutore per la zona. Da allora i ragazzi di Spazio Libero attendono pazientemente che si completi questo iter, iniziato oltre un anno fa: l’Università però è sembrata a lungo restia a portare a termine i lavori e ha per lungo bloccato tutto, vietando l’ingresso al sito anche ai ragazzi, che nel frattempo volevano lavorare, sistemare, costruire. E il paradosso sta proprio qui.

    Sì, perché in realtà in questo contesto di stallo e divieto di accesso, i ragazzi hanno partecipato ad un bando emesso dall’Ateneo rivolto alle iniziative studentesche autogestite, hanno proposto una serie di laboratori per apportare migliorie sul territorio e farlo conoscere all’esterno, e lo hanno vinto. In palio c’erano 50 mila euro, e i laboratori sono stati finanziati con 3.100 euro, come richiesto da Spazio Libero.

    santa-maria-passione-2Commentano i ragazzi: «Da anni ci scontriamo con il burocratismo strozzante e asfittico di questa amministrazione: troppi i soggetti con cui si deve interagire, troppo contrastanti le disposizioni che ci danno. Noi proviamo a dialogare con tutti, ma ci sembra che i soggetti coinvolti ci “boicottino” in qualche modo. Ad esempio, la Facoltà di Architettura non si è mossa per troppo tempo e, dall’alto del suo Castello, non è riuscita a integrarsi con la città: da un lato abbiamo avuto il divieto di accesso al luogo da parte dell’ufficio tecnico dell’Università; dall’altro, un altro ufficio sempre di UniGe ma preposto a valutare i bandi ci ha giudicato vincitori, ci ha finanziati e ci ha detto di procedere con i laboratori. Assurdo che non ci sia comunicazione interna. Ma non importa: quel che conta è che si faccia qualcosa per salvare il territorio e avere una visione d’insieme della Collina di Castello e dei suoi giardini».

    È prevista la realizzazione di cinque laboratori nel periodo che va da maggio a novembre 2014: il primo, Humus, si è svolto il 5 maggio scorso ed è stata realizzata in questa occasione una compostiera di quartiere; poi Terra, per proteggere il suolo dal dilavamento, definire e contenere le pendenze, pavimentare (dal 12 al 16 maggio i ragazzi hanno lavorato per la ricostruzione della panca in mattoni e realizzazione delle pavimentazioni); prossimo appuntamento utile, Sosta (26-28 maggio), con l’allestimento di un pergolato e altre opere di arredo urbano, per rendere più accogliente il giardino. Gli ultimi due eventi, Gioco e Verde sono previsti per l’estate e l’autunno 2014, e sono ancora in fase di definizione.

    Il documento completo del programma è scaricabile all’indirizzo www.inventati.org/spaziolibero ed è aperto ai contributi dei cittadini, modificabile sia nella forma che nei contenuti: «Il Progetto Conviviale è la forma di espressione che abbiamo scelto per dare un’interpretazione di questi spazi un tempo abbandonati – raccontano i ragazzi di Spazio Libero – e questi laboratori confermano il nostro intento. L’obiettivo è quello di restituire il territorio progressivamente al quartiere, disegnando quindi una nuova accessibilità alla Collina. Il metodo, quando non è puro atto spontaneo, è quello della sperimentazione politica nell’autogestione, nella responsabilizzazione e nell’interazione diretta con lo spazio pubblico». 

    Spazio Libero e Partecip@

    Grazie alla collaborazione fra la piattaforma online Open Genova e il Municipio Centro Est, è stato avviato il progetto Partecip@, a cui hanno preso parte anche i ragazzi di Spazio Libero. Partecip@, come abbiamo avuto modo di raccontare su queste pagine, è un’iniziativa che consente ai cittadini di presentare progetti per la riqualificazione e sistemazione di spazi, edifici, verde pubblico che versano in cattivo stato.

    Esiste una community attiva su Open Genova che coordina il progetto, e ci sono anche due tutor del Municipio I, il vice-presidente Fabio Grubesich e il consigliere Maurizio Galeazzo, che si occupano di garantire la trasparenza delle procedure e di valorizzare gli sviluppi futuri dei progetti presentati. «Ora alcune delle nostre proposte progettuali sono ospitate su Open Genova – raccontano da Spazio Libero – attendiamo la valutazione della fattibilità da parte del Municipio, e speriamo di essere finanziati. Ci sono tanti progetti presentati, non sappiamo se vinceremo noi ma ce lo auguriamo: è un’ottima iniziativa che sottende uno sforzo concreto di fare qualcosa per il quartiere, partendo dal basso e grazie a iniziative di cittadinanza partecipata».

     

    Elettra Antognetti

  • Porto e trasporto ferroviario: Piano del Ferro, il punto e le prospettive

    Porto e trasporto ferroviario: Piano del Ferro, il punto e le prospettive

    binari-ferroviaVedremo se dalle parole si passerà ai fatti, intanto sono in corso di definizione i progetti di riqualificazione delle infrastrutture ferroviarie portuali nei bacini di Sampierdarena e di Voltri, con le contestuali richieste di finanziamento al Ministero competente per complessivi 50 milioni di euro (sulla base dell’art.13 della Legge 9/2014 “interventi finalizzati al miglioramento della competitività dei porti italiani ed allo sviluppo del trasporto ferroviario con i paesi dell’Unione Europea”), quindi, se i diversi tasselli andranno tutti al loro posto – significativo, in tal senso, il lavoro in capo a Rete Ferroviaria Italiana S.p.A. (R.F.I.) soprattutto nell’ambito di Voltri (con il raddoppio dell’accesso al terminal Vte, oggi a binario unico, ed il potenziamento della stazione di Genova Voltri Mare) – tra qualche anno sarà possibile aumentare in maniera considerevole la quota di merci trasportata su rotaia.
    Certo, resta da vedere se saranno rispettati i tempi – ad esempio per quanto concerne i lavori inseriti da R.F.I. nella progettazione del Nodo Ferroviario di Genova – e bisogna risolvere alcune evidenti criticità, quali l’emblematica situazione venutasi a creare nel terminal Messina a causa delle interferenze con la costruzione della Strada a mare di Cornigliano che ha complicato, non di poco, le operazioni di transito dei convogli (qui l’approfondimento).

    Attualmente – secondo i dati ufficiali dell’Autorità Portuale di Genova (A.P.) – viaggia su rotaia soltanto il 14% del traffico complessivo movimentato dallo scalo genovese, equivalente ad appena 37 treni al giorno (su strada, invece, si muove una quota pari all’86%, ovvero circa 4000 camion al giorno). Il 10 aprile scorso il Comitato portuale ha approvato il programma degli interventi contenuti nel cosiddetto “Piano del Ferro” che – se finanziati – dovrebbero consentire, nel prossimo futuro, di spostare circa il 40% del totale del traffico containerizzato su ferrovia. La progettazione definitiva vede l’impegno degli uffici dell’A.P., la collaborazione dei terminalisti interessati, e quella di R.F.I. con la quale, in ragione del ruolo di gestore unico della rete ferroviaria alla stessa attribuito dalla legge “si intende definire un rapporto convenzionale/contrattuale per l’indispensabile, e altrimenti impossibile, acquisizione della progettazione definitiva della parte relativa ai segnalamenti all’automazione di sicurezza ed alla rete elettrica – si legge nella delibera del Comitato Portuale del 10 aprile scorso – Il modello di rete ferroviaria portuale che verrà a configurarsi con la realizzazione degli interventi previsti si qualifica con l’estensione, ovunque risulti possibile, dei presidi di controllo di sicurezza centralizzati”.

    «Questi interventi sono tesi ad integrare quelli già rilevanti in corso con l’obiettivo finale di arrivare al 40% di traffico merci su rotaia, tenuto conto anche della capacità infrastrutturale che sarà espressa quando sarà realizzato il Terzo Valico – ha commentato il presidente dell’A.P. di Genova, Luigi Merlo – Nel contempo, con il Gruppo Ferrovie si sta lavorando concretamente anche per una forte integrazione dei sistemi informatici e di tracciabilità (vedi l’annunciata nuova procedura telematica “Corridoio doganale ferroviario”, che merita una trattazione a parte, ndr), dando vita ad un disegno logistico di altissimo profilo ancora non presente nel panorama italiano».

    Il Piano del Ferro

    san-benigno-sampierdarena-lungomare-canepa-terminal-wte-ponente-DIIl piano degli interventi, approvato dal Comitato Portuale, riguarda il bacino portuale di Sampierdarena e il bacino portuale di Voltri. Partendo dal bacino di Sampierdarena saranno realizzati interventi di infrastrutturazione ferroviaria nel terminal portuale contenitori Ronco Canepa, oltre al raddoppio del collegamento ferroviario tra il terminal stesso e la rete ferroviaria nazionale da/per Sampiardarena Forni, per un totale di circa 21 milioni di euro. L’intervento è già in fase di attuazione, e i lavori dovrebbero essere conclusi entro la fine del 2016.
    Sempre nell’ambito del “porto vecchio” verranno riqualificate le infrastrutture ferroviarie di collegamento al parco Campasso tramite la Galleria Molo Nuovo (con impianti automatizzati di segnalamento e controllo), e si procederà alla ristrutturazione dei parchi ferroviari del terminal Sanità–Bettolo (con elettrificazione e segnalamento), per un totale di 13,5 milioni di euro. In questo caso i lavori cominceranno a fine 2014, mentre la conclusione è prevista nel 2017.

    “Uno dei tempi di più importante rilevanza è la ristrutturazione della parte di Galleria verso il Campasso, di esclusivo uso portuale, sino all’incrocio con la linea verso Santa Limbania, con la realizzazione di un binario di accesso al porto (e rimozione dei due esistenti) – spiega la convenzione tra R.F.I. e A.P. – intervento che consentirà ai treni di giungere dal parco esterno Campasso fino ai nuovi fasci di binari Rugna Bettolo senza cambio di locomotore e consentirà il transito di contenitori fuori sagoma (PC 45), in oggi possibile solo da Sampierdarena”.

    Il terzo gruppo di interventi su Sampierdarena riguarda l’adeguamento del parco Fuorimuro, con la ristrutturazione e la riqualificazione del parco stesso (con impianti automatizzati di segnalamento e controllo), il completamento della dorsale ferroviaria tra Ponte Libia e Ponte Etiopia, e la realizzazione del raccordo ferroviario con Ponte Eritrea. L’ammontare del finanziamento è di 15 milioni di euro e i lavori avranno inizio nel 2015.

    “Risulta strategico anticipare, dal punto di vista progettuale, alcuni interventi inseriti nella programmazione triennale dell’A.P., tra cui la ristrutturazione dello scalo merci Fuorimuro – sottolinea ancora la convenzione – che prevede l’allungamento binari e l’elettrificazione degli stessi, con l’obiettivo di rendere il parco del tutto simile ad una stazione ferroviaria”.

    Infine, per quanto riguarda l’ambito di Voltri, saranno realizzate le nuove comunicazioni tra i binari del parco operativo interno al terminal, per un valore di circa 600 mila euro.

    Vte, Porto ContainerDalla delibera del Comitato Portuale apprendiamo che “è stato completato il rilievo tecnico della galleria Passo Nuovo (da/per il parco esterno del Campasso)” ed “R.F.I. ha inserito nel programma di azioni l’ampliamento a 8 binari del parco Campasso, dei quali 5 dedicati al porto”, mentre, con riferimento all’ambito di Voltri “le maggiori esigenze di intervento sulla rete saranno realizzate da R.F.I. nel contesto della realizzazione del Nodo Ferroviario di Genova”.

    Gli obiettivi che l’A.P. intende conseguire sono i seguenti: “Nel polo di Voltri l’implementazione del sistema ferroviario interno in connessione con il parco ferroviario, inserito nel progetto Nodo di Genova a cura di R.F.I., che permetterà la formazione e la gestione di treni con caratteristiche in linea rispetto al modulo europeo (lunghezza superiore agli 800 metri); gli interventi previsti nel Nodo comprendono, tramite fasi intermedie, sia la realizzazione del nuovo parco interno (in capo all’Autorità Portuale), sia il raddoppio dell’accesso ferroviario da/per il terminal. Nel bacino di Sampierdarena la riduzione al minimo delle attività di manovra attraverso lo sviluppo dell’elettrificazione fino alla radice dei principali punti di adduzione ferroviaria; il miglioramento delle connessioni tra il parco Campasso ed il nuovo compendio Sanità-Bettolo (Galleria Molo Nuovo-parco Rugna ed elettrificazione); la massimizzazione della capacità del nuovo compendio Ronco-Canepa-Libia (lunghezza parchi ed interconnessione con rete), nonché dei terminali multiporpose, anche attraverso il parco Fuorimuro oggetto di una profonda ristrutturazione”.

    In seguito alla realizzazione dei sopracitati progetti si attendono significativi benefici per lo sviluppo del trasporto merci. In particolare, nel bacino di Voltri: capacità pari a 24 coppie di treni al giorno (rispetto alla potenzialità attuale di 11 coppie) per un volume complessivo di circa 800 mila TEU (unità di misura del container che si basa sulla lunghezza minima del contenitore da 20 piedi) all’anno. Nel bacino di Sampierdarena: Bettolo/Campasso capacità pari a circa 12 coppie di treni al giorno per un volume complessivo di circa 400 mila TEU all’anno; Ronco/Canepa/Libia-Fuorimuro capacità pari a circa 12 coppie di treni al giorno per un volume complessivo di circa 400 mila TEU all’anno.
    Il sistema così descritto garantirà un’operatività ferroviaria 24 ore su 24 per 300 giorni lavorativi all’anno. Inoltre, crescerà il dimensionamento dei treni che avranno un minimo di 24 carri (circa 500 metri di lunghezza treno), ed un coefficiente di carico medio di 56 TEU/treno.

    Reazioni e commenti

    L’ingegnere Guido Porta, presidente della società Fuorimuro che nello scalo genovese si occupa del servizio integrato di manovra ferroviaria (ovvero la composizione dei treni all’interno dello scalo), trasporto e navettamento dei convogli verso gli interporti oltre Appennino, giudica il “Piano del Ferro” un segnale positivo, tuttavia non si esime dal ribadire quali criticità devono essere ancora risolte.
    «L’Autorità Portuale ci chiede informazioni ma poi agisce con i suoi tecnici, mentre auspichiamo un nostro maggiore coinvolgimento nella definizione dei piani infrastrutturali – spiega Porta – I problemi restano sempre gli stessi. Innanzitutto la difficoltà di collegamento con il terminal Messina legata all’errata progettazione della Strada a mare, per cui ad oggi non abbiamo notizia di alcun miglioramento. Nell’ambito di Voltri, invece, scontiamo l’assenza di un numero sufficiente di binari. Inoltre, soprattutto per il “porto vecchio”, sarebbe necessario rendere sempre più indipendente la viabilità in sede ferroviaria dalla viabilità in sede stradale, visto che allo stato attuale esistono troppe intersezioni tra le due modalità di traffico».

    In merito all’intervento previsto sul compendio Sanità-Bettolo (terminal Sech), il presidente di Fuorimuro sottolinea: «Si tratta di un’opera indubbiamente importante, però, restano diversi aspetti da verificare. Noi abbiamo chiesto che il collegamento con il parco Campasso (attualmente in fase di ristrutturazione da parte di R.F.I.) tramite la Galleria Molo Nuovo sia realizzato su due binari e non su binario unico. R.F.I., infatti, intende ridurre il numero dei binari in modo tale da consentire il transito di contenitori fuori sagoma, ma per noi tutto ciò sarebbe penalizzante. Nel medesimo compendio occorre anche creare spazi sufficienti a contenere i treni che talvolta hanno necessità di sostare a lungo nel terminal. Per quanto riguarda la zona del Parco Fuorimuro è previsto un allungamento dei binari e la conseguenza, anche in questo caso, sarà una riduzione del loro numero. Infine, sussiste il problema relativo al collegamento tra Vte e stazione di Genova Voltri Mare, dato che gli interventi di potenziamento e raddoppio dell’accesso al terminal non saranno conclusi prima di almeno 2-3 anni. Nel frattempo, esiste un’area dell’A.P. sul lato nord del Vte (cioè sul lato del canale di calma) dove sarebbe opportuno collocare un nuovo fascio di binari, intervento non previsto nel piano».

    «Per noi la delibera del Comitato Portuale è un fatto positivo, è il primo atto concreto che dimostra l’intenzione di investire sul trasporto ferroviario – spiegano Enrico Ascheri ed Enrico Poggi della Cgil Filt – L’A.P. di Genova ha approvato il Piano del Ferro ma ricordiamo che questo dovrà raccordarsi, nella maniera migliore possibile, con il piano di interventi in capo ad R.F.I.».

    Secondo Bruno Marcenaro, ingegnere esperto di tematiche ferroviarie e convinto sostenitore dell’inutilità del Terzo Valico: «Ogni intervento all’interno del porto è sicuramente valido. Per aumentare il numero di treni merci, infatti, non sono necessarie nuove linee esterne. L’aspetto più importante è l’organizzazione delle “stazioni di origine dei treni”, dunque anche degli scali portuali. Occorre puntare sull’automatizzazione del porto e dei parchi merci per rendere più veloci, sicure ed economicamente sostenibili le operazioni di movimentazione. In particolare, se fossero realizzati dei punti di controllo centralizzato, dove concentrare tutte le manovre ferroviarie, questo permetterebbe un notevole passo avanti. Le risorse, a parer mio, dovrebbero essere indirizzate soprattutto in tal senso».

     

    Matteo Quadrone

  • In viaggio con Unlearning: il racconto di Anna, Lucio e Gaia fra ecovillaggi e scuola famigliare

    In viaggio con Unlearning: il racconto di Anna, Lucio e Gaia fra ecovillaggi e scuola famigliare

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    Ciao! Siamo Lucio Anna e Gaia e siamo partiti da Genova il 5 Aprile 2014 per un viaggio di sei mesi. Il nostro progetto si chiama Unlearning. Siamo ospiti di famiglie, ecovillaggi e comunità che si stanno muovendo verso una vita più a misura d’uomo. Per viaggiare usiamo il baratto: barattiamo il nostro tempo, la nostra casa e le nostre competenze.
    Tutto questo diventerà un documentario: “Unlearning dedicato alle famiglie che vogliono cambiare il mondo”!

    Primo problema di un viaggio fatto con il baratto: dimenticarsi il pin del proprio bancomat. Siamo fermi davanti alla banca di Alberobello; io e Anna ci guardiamo dubbiosi. Gaia si scoccia, vuole tornare ai trulli. E voi mi direte: cosa ci fate con una carta bancomat se viaggiate con il baratto? Mentre siamo in giro da quasi due mesi cercando di non usare il denaro, la nostra casa richiede attenzione: i messaggi in segreteria dell’amministratore di condominio ci rincorrono con la rata del tetto.

    Ogni volta che la nostra vecchia vita bussa alla porta l’effetto è parecchio strano. Tappa dopo tappa la routine genovese è sempre più lontana, nuove idee si combinano, si mischiano, scacciando il pensiero del pin nell’angolo più nascosto del mio cervello. Quando abbiamo preparato il nostro itinerario di viaggio, abbiamo scelto di essere ospiti di famiglie diverse dalla nostra classica famiglia di città. Famiglie che hanno smesso di delegare il cibo al supermercato, l’istruzione alla scuola, il vicinato al condominio.

    Dallo sportello di Alberobello con il bancomat in mano, scrivo questo articolo e penso alla nostra prima tappa, Ciumara Ranni (in siciliano significa “fiumara grande”), un ecovillaggio nato in un’umida valle sopra Siracusa, un posto magico che si prepara ad  un’indipendenza energetica totale. I pannelli solari regalano l’energia necessaria per le poche lampadine e i cellulari, nel fiume scorre acqua potabile e l’orto sinergico è pieno di verdura da cucinare o da scambiare con gli agricoltori vicino. Niente carne, latte o latticini: a Fiumara Grande l’alimentazione è strettamente vegana e anche il glutine non è visto così bene.

    Adattarsi all’alimentazione in queste prime settimane non è stato così traumatico. Io, onnivoro amante della testa di maiale cotta al forno, lo temevo parecchio ma ai primi giorni di perplessità  si è sostituito un benessere profondo. Gaia fa qualche faccia insofferente alle continue zuppe e insalate, salta qualche piatto ma come tutti i bimbi si adatta all’ambiente con pochi sforzi. Ogni sera si addormenta sazia davanti al fuoco.
    Anna invece ha iniziato questo viaggio con la convinzione che “il cambiamento inizia dall’alimentazione”. La guardo. Mi sorride. Vedo nei suoi occhi la conferma della sua idea. Più o meno recita così… “Il sistema delle multinazionali alimentari impiega una quantità di energia dieci volte superiore a quella che riproduce sotto forma di cibo, e getta via il 50% del cibo prodotto, contribuendo così al problema strutturale della fame e alla diffusione di malattie come l’obesità e il diabete. Attinge e inquina al 70% dell’acqua del pianeta. Ha distrutto il 75% della biodiversità in campo agricolo e contribuisce per il 40% all’emissione del gas serra. Di contro l’agricoltura attenta alla Terra produce il doppio di quanto consuma, i suoi frutti sono sani e nutrienti; salvaguardia la biodiversità, il suolo, l’acqua. Protegge la terra, gli agricoltori, la salute pubblica”.

    Prima di partire ero convinto che la buona alimentazione fosse comunque riservata ai più fortunati dal punto di vista economico, quelli che possono permettersi di comprare arance bio a 5 euro al chilo, che fanno riunione al Gas di quartiere e sovraccaricano Facebook di citazioni dalla facile presa (tipo quello che ho appena fatto qua sopra, tanto per capirci).

    Da Ciumara Ranni la prospettiva è diversa. Ci si spacca la schiena. Là il cambiamento è solo questione di coraggio. A Ciumara Ranni l’età media è di 35 anni, e fra ex-correttori di bozze e passati psicologi, si ritorna a zero e un po’ si impara dalla pratica, un po’ dai libri, e quando c’è connessione si scaricano i video di permacultura da internet. I contadini del luogo si sono fermati a mangiare con noi, ci hanno insegnato gli innesti e regalato chili di arance che nessuno raccoglie più (i contadini non sono vegani, loro si fanno una risata… a 80 anni suonati salgono sulla panda e vanno a cucinare l’istrice appena catturata vicino alla cascata).

    Chini sui campi, abbiamo tolto le infestanti dal campo di ceci. E mentre il nostro corpo si adattava al lavoro fisico, Gaia imparava ad allontanarsi da noi, passando la giornata ad attraversare il fiume o a costruire improbabili armi con quello che trovava in giro. Anche noi stiamo imparando a fidarci, e a smettere di chiamarla ogni volta che ci scompare dalla vista.

    Oltre all’insalata e all’odore della legna, a infondere benessere a Ciumara Ranni è anche il coraggio di Roberto, Francesca e Mirco che stanno investendo in questo progetto la loro vita. Ci ha stupito apprendere che il cambiamento può anche arrivare senza un forte investimento economico, ma non senza caparbietà, coraggio e fermezza delle idee. La casa che li ospita è in comodato d’uso gratuito e, in cambio delle migliorie apportate alla struttura, la comunità avrà in cambio della terra.Terra in cui si sta progettando il vero ecovillaggio in terra cruda, in auto costruzione e con un investimento economico bassissimo.

    A proposito di soldi. Sono sempre qui davanti alla banca di Alberobello. Rificco il bancomat nel portafoglio e guardo Gaia. Sul marciapiede della banca si annoia parecchio. Cerco di distrarla. Le chiedo dove vorrebbe essere. Mi dice da Micòl.

    unlearning-gaia-micol-bimbiMicòl è una mamma fantastica che fa scuola famigliare ai suoi bimbi, siamo stati suoi ospiti. «La scuola pubblica è stata istituita per dare a tutti l’opportunità di apprendere, ma adesso si è cambiato il paradigma e sembra che “eserciti il controllo”», mi raccontava mentre impacchettava la sua cioccolata. «Quando nasci sai che il tuo posto è il mondo. Poi cresci, vai a scuola e ti dicono. Siediti. Quello è il tuo posto. E da lì comincia il tuo cammino nella “cività”».

    E se io come genitore volessi dedicarmi all’istruzione dei miei figli? Lo so cosa pensate. Bambini che non parlano con nessuno, che non vedono nessuno, con problemi di socializzazione. Prima di conoscere i figli di Micòl, vi confesso, lo pensavo anche io. Ma la loro vita è così diversa dalla nostra vecchia routine genovese che ci ho messo un po’ a capirli:  in viaggio per l’Italia con il furgone, la loro scuola è il viaggio e ogni pretesto è buono per far partire una lezione.  Da un po’ di farina, acqua e lievito Micòl tirava fuori una lezione di alimentazione, di matematica (quanto lievito ogni 100 grammi di farina? E se la farina raddoppia?) e di chimica (cosa succede alle molecole quando l’acqua bolle?). Micòl spiegava, Gaia e i suoi bimbi ascoltavano mentre facevano vermi di pasta.

    unlearning-casa-micolNoi grandi ce ne stavamo cullati in quel piacevole Caos. Micòl non è sempre in viaggio e quando è a casa ospita viaggiatori. Come ha fatto con noi, lei ha sempre qualcuno in casa che la aiuta con le sue attività. Noi l’abbiamo scoperta su www.workaway.info. Sul suo profilo scrive così: “We like to travel and we love to share with other people our experiences. We love to host the world in our family also because we are an home schooling family so we are grateful that our kids can learn from life and not from the books”. Certo che l’energia che Micòl ci mette è incalcolabile. E avere estranei per la casa a cui spiegare sempre tutto da capo non è certo cosa facile. Come conciliare tutto questo con la propria vita? Ne abbiamo parlato un sacco mentre Gaia, Cosimo e Arturo giocavano, leggevano o preparavano la propria pasta al pomodoro.

     

    E come dimenticare, infine, i bimbi di Toti e Tiziana? Abbiamo lasciato casa di Micòl e ci siamo diretti verso l’Etna, alle case di paglia “Felce Rossa”. Abbiamo girato il compost, pulito la strada dalle pietre e le vigne dalle erbacce in cambio di vitto e alloggio. Non ce lo siamo inventato noi: si chiama wwoffing. Qui abbiamo capito come costruire un muro con le balle di paglia e siamo rimasti stupiti dal calore, fisico e umano, di quella casa. Orto sinergico, teatro di paglia, corsi di permacultura: anche qui tutto in direzione del cambiamento. Anche Toti e Tiziana hanno investito tutto nel loro progetto, trasformando la casa di paglia “Felce Rossa” nel loro stile di vita.

    «Come fate a spostarvi senza macchina?» ci chiedeva Toti curioso, durante una delle cene che condividevamo ogni sera. Questa “cosa del viaggio con il baratto” gli è piaciuta. «Usiamo i passaggi di BlaBlaCar. È un sito dove ogni utente segnala il suo viaggio in auto, e quanti posti liberi ha. Per esempio oggi abbiamo trovato Sergio che veniva da Ispica a Catania. Grazie al suo annuncio noi abbiamo saputo del suo viaggio, lo abbiamo contattato e la sua macchina, invece che viaggiare con un solo passeggero, era piena. Abbiamo fatto amicizia, condiviso la stessa storia e barattato il viaggio». Tiziana ci guardava perplessa. Le ho fatto vedere il video che abbiamo fatto per spiegare il nostro viaggio su internet e mentre il video passava sul monitor del mio computer pensavo a Genova, a tutte le macchine monopasseggero incolonnate davanti alla nostra Fiumara.

    Illuminazione, la targa di una macchina ad Alberobello: BF 667 CT.

    Eccolo. Caspita, eccolo il codice del mio bancomat. 667 531.Torno alla realtà. Chiamo Anna, riprendo la mia carta di credito e mi rificco in fila. 667 531. Ora che l’ho scritto su Era Superba se me lo dimentico vengo a cercarlo qui. Sì perché il nostro viaggio è ancora bello lungo. Ora non ho più tempo di raccontare, ma siamo stati in couchsurfing nelle grotte, con Timerepublik abbiamo barattato una consulenza grafica con un altro passaggio, siamo stati ospiti di una barter e di una pittrice calabrese e ora siamo nei trulli da Sergio. Lui salva gli oggetti dai rifiuti, li toglie dal tritacarne del consumo e il trasforma in arte.

    Vi racconteremo tutto nel prossimo articolo. Ora è il mio turno in banca. 667531. Mille euro di bonifico. Alla faccia del baratto.

    Lucio, Anna e Gaia

  • Casa di Colombo e Torri di Porta Soprana, la nostra visita e l’incontro con i nuovi gestori. Quale futuro?

    Casa di Colombo e Torri di Porta Soprana, la nostra visita e l’incontro con i nuovi gestori. Quale futuro?

    casa-colomboDopo la fuoriuscita dell’Associazione Culturale Porta Soprana, dal primo maggio la Casa di Colombo e le Torri di Porta Soprana sono state affidate a due nuovi gestori, cooperative risultate vincitrici del bando lanciato dal Comune di Genova a fine 2013. Si tratta nello specifico delle Cooperativa Zoe, spezzina e già gestore del sistema dei musei civici della Spezia, e della Società Cooperativa Culture, che si occupa tra le altre cose di Colosseo, MAXXI, scavi di Pompei ed Ercolano. Come previsto dal bando, i due gestori hanno vinto l’appalto per la gestione integrata del complesso del Museo di Sant’Agostino, Casa di Colombo e Torri, dovranno quindi occuparsi di  servizi, accoglienza, biglietteria e bookshop al Sant’Agostino, e della creazione di percorsi guidati alla scoperta della storia e delle tradizioni della Genova medievale. Con la diretta Twitter di #EraOnTheRoad siamo andati a visitare il complesso e abbiamo incontrato i nuovi gestori, a quasi un mese dal nuovo corso. Ci hanno accompagnato nella visita Graziella Bonaguidi, presidente della Cooperativa Zoe, e Emiliano Bottacco della Società Cooperativa Culture.

    Raccontateci di voi: da dove venite, e perché l’interesse per Genova e il complesso di Porta Soprana?

    «La Società Cooperativa Culture gestisce servizi museali in tutta Italia e ha sede principale a Venezia e Torino. Molti media locali hanno sottolineato il fatto che ci occupiamo del Colosseo e di Pompei perché sono le realtà più note, ma in realtà siamo molto radicati nel nord Italia (da Palazzo Ducale a Venezia al sistema di musei civici risorgimentali di Torino) ed eroghiamo servizi nel settore bibliotecario, servizi al pubblico come bigliettazione, visite guidate e bookshop. In pratica quel che faremo anche a Genova».
    La Cooperativa Zoe invece ha una storia più breve ma molto radicata sul territorio ligure: «siamo nati nel ’97 e ci occupiamo, oltre che dei musei civici dello spezzino, anche di custodia, vendita, attività didattica, visite guidate. Inoltre, lavoriamo anche con biblioteche e scuole della Spezia e svolgiamo il servizio di accoglienza turistica per il Comune».

    «L’interesse per Genova nasce dal fatto che abbiamo intravisto le potenzialità delle strutture in questione e della città in generale, che certo in termini di richiamo turistico non è Firenze, ma sta crescendo e rafforzando il nome. I presupposti già ci sono, vogliamo solo migliorare le cose. Finora dobbiamo dire che l’amministrazione civica ci ha dato una grossa mano e si è resa disponibile a venirci incontro: speriamo in futuro di continuare con questa sinergia. Noi faremo il nostro per richiamare visitatori e turisti, ma gli enti locali dovranno trainare l’immagine della città fuori dai confini locali. Siamo fiduciosi».

    Avete vinto il bando dell’amministrazione civica: ci spiegate nel dettaglio di cosa si tratta?

    «In base al bando ci siamo aggiudicati l’appalto per la gestione in primis del Museo di Sant’Agostino, sede principale, e poi anche delle due “subordinate” della Casa e delle Torri. Finora siamo entrati solo in queste ultime due strutture per far fronte all’emergenza del weekend del primo maggio, ma si tratta solo di soluzioni temporanee, finché non saremo entrati anche al Museo. Ci vorrà ancora un mese: entro fine giugno avremo l’accesso (alcuni hanno confuso: ci vorrà un mese solo per subentrare, non per rifare il look all’intero complesso! Sarebbe un’impresa impossibile). Dopo inizieremo coi lavori di routine (impianti, messa in sicurezza) e anche col ripensamento generale delle strutture. Per l’avvio vero e proprio si deve aspettare l’autunno: saremo pienamente operativi con l’inizio del nuovo anno scolastico, visto che gli studenti sono l’utenza a cui vogliamo aprirci (oltre naturalmente ai turisti). Nel frattempo garantiremo lo stesso l’apertura».

    È ancora poco che avete iniziato questo percorso genovese, ma com’è stata la partenza?

    «Il 23 aprile sono state aperte le buste e abbiamo saputo di aver vinto la gara solo il 28; contando che i gestori ci hanno consegnato le chiavi di Casa e Torri il 30 pomeriggio e che abbiamo aperto il primo maggio, è stata sicuramente una partenza in corsa. Dato che non abbiamo avuto giorni per prepararci (a malapena il tempo di allestire una biglietteria e qualche arredo, cercando di rimediare a quelli di proprietà dell’Associazione Porta Soprana che sono stati portati via), siamo soddisfatti: 830 ingressi, di cui oltre 700 paganti, solo in quei giorni. Ad essere onesti, abbiamo vissuto di rendita con il lavoro di chi ci ha preceduto».

    Quelle in questione sono aree controverse, almeno per quanto riguarda la percezione dei genovesi. Si imputa al Comune e alla precedente gestione la colpa di non averli saputi promuovere e valorizzare, e l’eredità per chi arriva ora è pesante: si deve ricostruirne la fama innanzitutto tra i genovesi, poi si deve creare un brand allettante per i turisti, infine offrire un’esperienza unica e nuova. Così si potrebbe intercettare il flusso di visitatori diretto al Porto Antico (l’Acquario resta l’attrazione più visitata) e a Palazzo Ducale. Oggi però questa prospettiva sembra remota: nella classifica Tripadvisor, ad esempio, la Casa di Colombo si posiziona al numero 116 su 145 attrazioni da visitare in città, al 45 il Museo e le Torri al 33. Prima di loro, non solo Boccadasse, la passeggiata di Nervi, Spianata Castelletto, i Rolli, ma addirittura il Genoa Museum and Store, il Museo della Croce Rossa Italiana e la Biblioteca di Diritto Umanitario (senza nulla togliere).

    Come pensate di ridare appeal a queste strutture?

    «I progetti li abbiamo illustrati nel bando, ma è troppo prematuro parlarne perché prima dobbiamo confrontarci con Comune e Soprintendenza. La nostra idea, in generale, è quella di rendere tutto più moderno, con installazioni multimediali e pannelli all’interno della Casa di Colombo, in cui lo spazio è poco: non vogliamo vestire manichini, per intenderci, né mettere arredi pseudo antichi. Lo stesso vale per il Museo, che sarà il pezzo forte del complesso, e per le Torri. In generale, vogliamo aprirci al nuovo, coinvolgere i ragazzi delle scuole, lanciare bandi per dare spazio a tanti progetti e ripensare questo luogo assieme a loro, alle associazioni, ai negozianti e a tutti i cittadini genovesi interessati a collaborare: sono spazi che devono prima piacere alla città e rispecchiare i gusti degli abitanti, poi rivolgersi ai turisti. Ci piacerebbe fare anche rete con l’Amministrazione e, perché no, entrare nella rete dei Musei Civici: Sant’Agostino ne fa già parte, si potrebbe allargare agli altri due soggetti per sfruttare le potenzialità di questa sinergia e avere più visibilità, anche grazie al sito web ufficiale. Inoltre, abbiamo pensato a una serie di percorsi e visite guidate alla scoperta della Genova medievale: oltre al grande valore didattico, anche la possibilità di scoprire luoghi bellissimi e inaccessibili, come il camminamento delle antiche Mura del Barbarossa, oggi chiuse da tre cancelli. Proprio da bando c’è stato richiesto di concentrarci sul tema medievale, e abbiamo già varie proposte a questo riguardo».

    Qualche comunicazione di servizio: prezzi e orari, che tanto hanno preoccupato i genovesi in questi giorni, resteranno gli stessi o si prevedono modifiche?

    «No. Gli orari saranno ampliati ulteriormente (una prima modifica in positivo c’è già stata: dall’apertura solo nel weekend di Casa e Torri, ora si sono aggiunti anche i pomeriggi infrasettimanali, n.d.r.), ma di certo non saremo aperti 24/7. Visto che siamo due realtà con spese e costi (dalla manutenzione ai dipendenti, tutti in regola e con contratto), non vogliamo sprecare niente e decideremo gli orari di apertura in base alla domanda: se ci saranno tanti visitatori resteremo aperti, altrimenti limiteremo l’orario, sempre lasciando la possibilità a gruppi e singoli di contattare il nostro call center per prenotare visite al complesso e percorsi guidati. In generale il Museo resterà più aperto rispetto alle altre due strutture.
    Per quanto riguarda i prezzi, ora abbiamo un biglietto integrato per Casa e Torre a 3 euro: una strategia promozionale per invogliare le persone a visitare strutture non ancora ottimizzate, ma comunque interessanti. In futuro probabilmente aumenteremo il prezzo, offrendo soluzioni cumulative che comprendano anche il Museo, ma dobbiamo concordare tutto con il Comune, che ha diritto a una percentuale della nostra bigliettazione».

     

    Elettra Antognetti

  • Partecip@, 25 progetti di riqualificazione proposti dai cittadini del Municipio Centro Est

    Partecip@, 25 progetti di riqualificazione proposti dai cittadini del Municipio Centro Est

    centro-est-preIl Municipio I Centro Est ha pubblicato i progetti di manutenzione straordinaria e riqualificazione di spazi pubblici che concorreranno all’iniziativa “Partecip@”, primo passo concreto nella direzione della partecipazione e della cittadinanza attiva per la cura dei beni comuni e per la tutela del territorio, sancita dal regolamento che lo stesso Municipio ha dedicato alla democrazia partecipativa.

    Come abbiamo già avuto modo di raccontare su Era Superba, il progetto Partecip@ è un percorso sperimentale aperto a tutti i residenti e domicilianti nel vasto territorio del Municipio Centro Est (Lagaccio, Oregina, Castelletto-Carmine, Pré-Molo-Maddalena, Portoria-Carignano) che abbiano compiuto 16 anni e agli operatori commerciali.

    Siamo, dunque, arrivati al momento della scelta delle priorità di intervento. Una scelta che, naturalmente, in puro stile partecipativo, avverrà secondo le preferenze che esprimeranno i cittadini. Saranno, infatti, realizzati prioritariamente i 5 interventi “più votati” nell’ambito di questo processo di partecipazione, sempre naturalmente con il limite del budget messo a disposizione dal Municipio, che al momento si attesta a 28 mila euro. La graduatoria che ne deriverà, resterà però valida per tutto il ciclo amministrativo, con la speranza che le poste di bilancio per le vecchie circoscrizioni diventino un po’ più cospicue. E proprio in questa direzione potrebbero arrivare notizie positive dal Comune, dove l’assessore Crivello assicura di aver recuperato 2 milioni di euro da destinare ai municipi. Il presidente del Municipio Centro Est, Simone Leoncini, ha già dichiarato che la quota dedicata al territorio di sua competenza potrebbe andare a rimpinguare le disponibilità di intervento proprio per i progetti di “Partecip@”. Ma la certezza arriverà solo dopo l’approvazione del bilancio.

    La dead line per votare i progetti di Partecip@ è fissata per martedì 3 giugno. Per esprimere la propria preferenza e concorrere alla definizione della graduatoria, i cittadini dovranno ricorrere alla via telematica (l’espressione della preferenza direttamente di persona negli uffici municipali era limitata ai pomeriggi del 19 e 21 maggio) previa registrazione sul sito di Urban Center secondo il percorso dettagliato in questo documento.

    Concluse le procedure di selezioni, entro la fine di giugno verrà pubblicata la graduatoria definitiva con la preferenza per le iniziative che prevedono forme di cofinanziamento e attività di volontariato da parte degli stessi cittadini.

    I progetti dichiarati ammissibili sono 25 su un totale di 42 presentati, a dimostrazione che l’iniziativa sembra aver colpito nel segno. Impossibile vedere nel dettaglio tutte le proposte (chi fosse interessato può consultarle sul sito di Urban Center) ma è interessante citarne alcune per capire quanto i genovesi abbiano le idee ben chiare sulla città che vorrebbero. Ecco, dunque, quelle che al momento risultano i più votate.

    In testa, con ben il 20% delle 241 preferenze al momento (giovedì 22 maggio, pomeriggio) rendicontate, “All’ombra dell’estivo sole”, una riqualificazione dei giardini don Acciai, altrimenti ribattezzati “Piazza dei popoli”, all’incrocio tra via Napoli e via Vesuvio, lanciata dall’associazione “Quartiere in Piazza” che presidia attivamente i giardini. La proposta (qui) riguarda la realizzazione di un pergolato con vite rampicante che andrebbe a regalare una zona d’ombra in vista dell’estate all’area attualmente già fornita di panchine e quotidianamente frequentata da bambini e anziani del quartiere.

    Sempre in zona, il 13% dei voti è andato finora al progetto “Ciassa Vegetti”, che punta alla riqualificazione di un’area urbana tra i civici 2 e 4 di via Vesuvio attraverso la proposta (qui) presentata dal “Genoa Club Oregina – Davide Cagnolari” e da altri titolari di esercizi commerciali attigui alla cosiddetta “area verde”.

    Ha raggiunto, invece, il 19% la proposta di realizzazione di una “Sala Mensa” nei locali della scuola Giano Grillo, in salita delle Battistine, grazie alla fattiva collaborazione del comitato scolastico dei genitori.

    Buone possibilità di successo ci sono anche per una riqualificazione di Spianata Castelletto e piazza G. Villa (qui), che i residenti vorrebbero sempre più a misura di bambino, di pedone e di bicicletta. Per l’area di Spianata si richiede la concreta attuazione della ZTL e uno spostamento del capolinea degli autobus collinari; per la piazza all’incrocio tra corso Firenze, corso Carbonara e corso Paganini, si richiede il fattivo rispetto del limite dei 30 km/h per il traffico veicolare e una serie di interventi per la canalizzazione del traffico e la dissuasione a comportamenti devianti attraverso appositi manufatti e segnaletica. Non irrisoria la previsione di spesa che si aggira attorno ai 25 mila euro, che richiederebbe la quasi totalità del budget messo a disposizione per il bando.

    Chiude la top five provvisoria, un progetto di complessiva riqualificazione di piazza Manin (qui) come area verde molto più aperta e appetibile al pubblico.

    A insediare i 5 progetti attualmente più votati, c’è anche una proposta che coinvolgerebbe la palestra di via Bari 41, all’interno di un immobile strutturato su diversi livelli a partire da via del Lagaccio. Il progetto (qui)  si chiama “Sitting Volley” ed è prettamente dedicato alle disabilità motorie, consentendo un particolare gioco della pallavolo da seduti. Anche in questo caso importo complessivo piuttosto elevato: 16 mila euro. Più staccati gli altri 19 progetti, ma ci sono più di 10 giorni per ribaltare la situazione.

    Simone D’Ambrosio

     

     

  • Università di Genova, elezioni del Rettore: incontro con i candidati. Dagli Erzelli all’accoglienza degli studenti

    Università di Genova, elezioni del Rettore: incontro con i candidati. Dagli Erzelli all’accoglienza degli studenti

    Via Balbi, Università di GenovaL’Ateneo di Genova verso le votazioni per nominare il successore dell’attuale “magnifico” Giacomo Deferrari sulla poltrona di rettore. Il primo turno alle urne è previsto per mercoledì 18 e giovedì 19 giugno, mentre il secondo sarà la settimana successiva, nelle giornate di 25 e 26 giugno. I quattro candidati, Paolo Comanducci, Maurizio Martelli, Aristide Massardo e Alessandro Verri, provengono da background in alcuni casi piuttosto diversi, in altri affini. Le idee che caratterizzano la loro campagna elettorale sono eterogenee. Siamo andati a conoscerli nel corso di un incontro pubblico, per cercare di capire quali sono le posizioni in merito ai “temi caldi”, che coinvolgono non solo la gestione dell’Ateneo (il calo degli iscritti, lo scarso prestigio dell’Università genovese, le spese per le sedi distaccate regionali, la didattica e l’accoglienza: qui l’approfondimento di Era Superba) ma tutta la città, dagli Erzelli al nuovo nodo ferroviario fino alla logistica cittadina.

    I candidati

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    I candidati in un flash – Per meglio comprendere le intenzioni dei singoli candidati e sintetizzare le idee contenute nel programma:
    Verri: “Importante puntare sull’efficacia dell’amministrazione, ridare un ruolo centrale ai singoli dipartimenti, intavolare un dialogo intenso con le scuole superiori per attirare nuovi studenti”.
    Massardo: “Mi sono candidato perché voglio portare le ‘best practices’ acquisite altrove a Genova. Dobbiamo diventare competitivi nell’ambito di formazione, ricerca e strutture, all’interno di una visione condivisa tra docenti e studenti, dall’alto verso il basso ma anche viceversa”.
    Comanducci: “Mi candido per interpretare un disagio diffuso tra studenti, docenti, personale tecnico per come sono andate le cose negli ultimi anni, non solo all’interno dell’Ateneo ma anche a livello locale: l’università è stata attaccata troppo e non si è sufficientemente difesa. Dobbiamo fare un atto di orgoglio collettivo, rialzare la testa e rivendicare la nostra dignità”.
    Martelli: “Abbiamo le carte in regola per giocare la nostra partita nella competizione nazionale e internazionale. Metto a disposizione la mia esperienza e disponibilità per lavorare – assieme a una squadra di valore e all’amministrazione civica – sulle punte di eccellenza”.

    I candidati possono essere obbligatoriamente solo professori di prima fascia, assunti a tempo indeterminato presso una università italiana. Tutte le candidature sono pervenute entro il 5 maggio 2014, termine ultimo. I quattro professori in questione sono tutti personalità di spicco all’interno del mondo accademico genovese e vantano un curriculum di tutto rispetto. Provengono quasi tutti dal mondo scientifico, pur con diversi ambiti di interesse ma, cosa interessante, manca un candidato proveniente dalla Facoltà di Medicina, in rottura con la tradizione segnata da Deferrari e dal predecessore Gaetano Bignardi.

    I quattro nomi in corsa sono: Paolo Comanducci, docente di Filosofia del Diritto e dal 2012 Preside della Scuola di Scienze Sociali; il pisano Maurizio Martelli, professore di Informatica all’interno del dipartimento DIBRIS – Informatica, Biologia, Robotica, Ingegneria dei Sistemi e anche pro rettore vicario; Aristide Massardo, ordinario di Sistemi per l’Energia all’interno della Facoltà di Ingegneria e anche Preside della Scuola Politecnica dal 2012; infine Alessandro Verri, laureato in Fisica che vanta collaborazioni niente meno che con il MIT e che dal 2012 è vice-direttore del DIBRIS.

    Il vincitore resterà in carica per 6anni, invece dei consueti 4.
    Le nomine non hanno mancato di suscitare polemiche e pettegolezzi: su una testata giornalistica locale si legge che la nomina di Martelli, che sarebbe considerato “il delfino di Deferrari, che lo sta sostenendo e sponsorizzando come il suo successore ideale”, potrebbe essere in discussione dopo l’entrata di Verri all’interno della competizione, anche lui proveniente dalla Facoltà di Ingegneria e dallo stesso dipartimento, il DIBRIS, di cui Martelli è direttore e Verri è stato vice nel 2013. Ma si potrebbe prospettare uno scenario di corsa a tre in cui si unirebbe anche Massardo. Sempre voci di corridoio darebbero come meno probabile la nomina del Preside di Scienze Sociali Comanducci, che avrebbe perso sostenitori dall’area di Medicina forse per le sue posizioni sul caso Erzelli, di rottura rispetto a quelle dell’attuale rettore.

    Come funzionano le elezioni dell’ Università di Genova

    Sono chiamati al voto docenti, rappresentanti degli studenti nel Senato Accademico, quelli del CdA e dei consigli delle Scuole, nonché dei Dipartimenti; inoltre, ricercatori, dirigenti e tecnici amministrativi, tutti se assunti a tempo indeterminato e con voto con valore pari al 20%. Le votazioni si svolgono in due turni, nel mese di giugno. Se nessuno dei quattro candidati otterrà la maggioranza assoluta, ci sarà un ballottaggio finale a luglio (9 e 10).

    L’incontro pubblico in via Balbi: dal tema Erzelli sino all’accoglienza

    universitaIeri, 21 maggio 2014, alle ore 16 nell’Aula Magna di Balbi 5 si è svolto un confronto diretto tra i candidati sulle tematiche più salienti di questa campagna. L’incontro pubblico è stato organizzato dall’associazione studentesca Idee Giovani UniGe in collaborazione con l’Ateneo. “Si tratta di un’iniziativa unica nel suo genere in Italia – commentava il presidente di Idee Giovani UniGe, Simone Botta, nel comunicato stampa –  non mi risulta che in alcun altro Ateneo gli studenti abbiano organizzato qualcosa di simile. Lo scopo è riportare l’Università vicina alla gente e agli studenti, che in larga maggioranza non conoscono la dinamicità dell’organismo-Ateneo, che è vivo e da ossigeno alla comunità e al territorio”.  Nel corso dell’evento, l’introduzione ai programmi elettorali dei candidati e un dibattito animato.

    Sedi distaccate

    Tra i punti salienti, a lungo si è discusso dei poli decentrati all’interno della Regione, dalla Spezia a Imperia, passando per Savona. Si tratta di un pratica in voga qualche anno fa e ormai un po’ obsoleta. All’epoca era stata una novità accolta positivamente da molti atenei italiani (uno su tutti, il caso di Torino), ma poi ci si è resi conto che l’apertura di nuove sedi, non specializzate ma equivalenti come offerta formativa alle proposte della sede centrale, era solo un dispendio di fondi ed energie. In Liguria ogni provincia ha una sua sede “forte” in uno specifico settore didattico: La Spezia ha puntato sulla nautica, Savona su energia e comunicazione e Imperia sul turismo. Nonostante la qualità, si tratta di realtà nate nel 2005 e da regolare nuovamente, alla luce della situazione attuale dell’Ateneo (la mancanza di fondi, il calo degli iscritti, la decrescita ecc.). In generale tutti i candidati sono concordi, senza colpi di scena, sull’idea di mantenere le sedi favorendo una specializzazione maggiore, diversificando l’offerta rispetto a quella della sede centrale. In particolare, la necessità è quella di rafforzare gli accordi con i partner provinciali per farli diventare competitivi, evitare che creino accordi con altri atenei limitrofi (già scongiurato il pericolo alla Spezia, dove esistevano fino a pochi anni fa corsi di informatica mutuati dall’Ateneo pisano, e c’erano accordi con Parma) e attirare studenti da fuori Regione.

    Verri, nel suo programma il Progetto Unige2020 stilato apposta per le elezioni, illustra alcune linee giuda: «Importante partire dalla Regione Liguria per aprirsi all’Europa: la Regione deve diventare interlocutore privilegiato per fare evolvere questi centri e migliorarli. Abbiamo il dovere di investire su questo perché, anche se il nostro polo universitario è in calo, dobbiamo attrarre anche dai territorio vicini».

    Scarso appeal, pochi servizi, accoglienza da migliorare

    Altro tema sul banco, la scarsa attrattiva di Genova sui giovani: durante l’incontro c’è chi ha affermato che Genova in realtà è una città giovane, c’è chi invece non è d’accordo. Fatto sta che se già la percentuale nazionale di iscritti all’università non è esaltante (attorno al 30%), il capoluogo ligure registra un trend particolamente negativo: si deve migliorare l’accoglienza, ad esempio rendendo più allettante la pagina web, dialogare con la scuola superiore per incentivare iscrizioni, cercare una sinergia con le istituzioni locali. Come sottolinea Comanducci: «Ad esempio a Pisa, il rapporto studenti-popolazione è molto alto, mentre per noi il dato scende sensibilmente, rasentando la soglia di Palermo. Dobbiamo diventare in grado di attrarre da fuori, oltre che di far restare qui gli studenti liguri».

    La percezione è anche quella di un’Università lontana, in certi casi, dal mondo del lavoro. Si parla di internship durante il percorso accademico, ma sappiamo tutti che si sono rivelati nella maggior parte dei casi un flop: non regolati, non retribuiti e senza possibilità di futuro inserimento in azienda. Ci sono comunque spiragli di miglioramento, grazie ad accordi siglati con la Regione per regolare l’apprendistato, oggi in fase preliminare. Commenta Martelli: «Abbiamo siglato il programma Garanzia Giovani, cui hanno aderito circa 28 corsi di studio (soprattutto in ambito scientifico), e ora vediamo come reagiranno le aziende. Tuttavia, per essere competitivi serve una cultura a tutto campo, che sia anche umanistica e non solo tecnico-scientifica».

    Gli Erzelli

    erzelliQuestione sicuramente spinosa, visto che la decisione di trasferire la ex Facoltà di Ingegneria sulla collina non avrà ricadute solo sul budget dell’Ateneo o sulla fama della Scuola Politecnica, bensì interesserà l’intera città. In genere i candidati tendono ad essere ancora cauti e a dire soprattutto che tale decisione non spetta al solo rettore, ma piuttosto al CdA dell’Ateneo. Come ricorda ancora Verri, si tratta di una faccenda datata: «Penso alla Facoltà di Architettura come esempio mirabile di progettualità genovese: c’era un progetto e un sogno da seguire che è diventato realtà. Si può fare la stessa cosa oggi agli Erzelli? Forse sì, ma ora l’idea di partenza è un po’ invecchiata e il progetto resta ancorato a un’epoca pre-internet. Non dico che non vada fatto, ma il mondo è cambiato e l’idea è obsoleta: ad esempio, lì si puntava molto e solo sulle competenze tecniche-ingegneristiche, mentre ora è richiesta sempre più l’integrazione con medici e umanisti».

    Si tratta di un investimento molto oneroso e di un progetto che chiama in causa anche la ridefinizione della mobilità genovese e che chiede una serie di accorgimenti per permettere a un numero enorme di studenti di raggiungere e di vivere una zona oggi pressoché isolata.

    Nonostante la generale cautela, il più duro è Massardo: «Nel luglio 2012 abbiamo detto no al trasferimento perché mancavano i fondi, però abbiamo lasciato aperti spiragli di dialogo e abbiamo proseguito, sperando di poter procedere ad ‘acquisto di cosa futura’, ed è stato un errore. Questa è una questione giuridica ed economica: ci avevano detto che si sarebbe fatta l’operazione a costo zero, poi la situazione è cambiata; ci siamo visti ridurre lo spazio a disposizione da 90 mila mq a 60; avremmo anche dovuto vendere Villa Cambiaso. Non dimentichiamo l’aspetto logistico: a lungo il problema è stato negato, in primis da Burlando. Ma finora nessuno risponde alla domanda su come sarà possibile trasferire così tante persone sulla collina. Venerdì 16 ho partecipato, in qualità di Preside della Scuola Politecnica, a un’assemblea pubblica per affrontare il nodo della logistica con i rappresentanti regionali, ma non abbiamo avuto riscontro».

    Inoltre, altre perplessità riguardano il piano industriale: cosa ci sarà agli Erzelli? Per ora ci sono due divisioni di multinazionali in affitto, e la stessa Esaote, promotrice del progetto, ha di recente detto no al trasferimento. Una situazione complessa, ancor più se si pensa che a giugno si riunirà di nuovo il CdA d’Ateneo per affrontare il tema.

     

    Elettra Antognetti

     

  • Imu, Tasi e Tari: l’Imposta Unica Comunale: che cosa paghiamo? Ecco una breve guida

    Imu, Tasi e Tari: l’Imposta Unica Comunale: che cosa paghiamo? Ecco una breve guida

    tassazioneLo sprint della giunta per arrivare in tempo utile all’approvazione delle aliquote per il pagamento di Tasi e Imu è giunto a buon fine. La delibera che porterà i cittadini a versare l’acconto entro il prossimo 16 giugno è stata approvata ieri pomeriggio a stretta maggioranza (21 voti favorevoli). Niente da fare, dunque, per chi sperava di poter sfruttare la proroga fino a settembre concessa dal governo ai Comuni che non avessero fissato le tariffe entro il 23 maggio.

    Un passaggio fondamentale per l’avvicinamento alla discussione sul bilancio preventivo 2014, anche se manca all’appello ancora la definizione dalla tassa sulla spazzatura. Ecco il perché di tutta questa fretta che i consiglieri di opposizione hanno provato a contrastare senza grande successo. L’unico emendamento approvato, infatti, è stato proposto dal Partito democratico che si è fatto portavoce delle istanze sindacali che hanno richiesto a gran voce l’istituzione di un fondo di solidarietà per aiutare le famiglie più gravemente colpite dalla crisi: il fondo ci sarà a fine anno, al momento del saldo della Tasi, ma si tratta di capire come verrà approntato.

    Senza entrare nel dettaglio di cifre che seppure note da qualche giorno non saranno mai definitivamente chiare ai contribuenti – che non riceveranno un bollettino a casa ma dovranno affidarsi alle proprie conoscenze, ai calcoli che saranno fatti automaticamente dal sistema già messo a punto sul sito del Comune in occasione della mini-Imu dello scorso anno, o più probabilmente a Caf e commercialisti – abbiamo deciso di far luce sull’universo di queste sigle onerose per capire meglio che cosa e perché andremo a pagare entro la metà del prossimo mese.

    Che cos’è l’Imposta Unica Comunale (Iuc)

    La Iuc, acronimo di Imposta unica comunale, istituita dal governo Letta, punta alla tassazione sul possesso degli immobili e sull’erogazione e fruizione di servizi comunali.

    L’imposta si articola in 3 diverse componenti. La tanto “cara” IMU, introdotta dal governo Monti, di natura patrimoniale e al cui pagamento quest’anno dovranno sottostare tutti i possessori di abitazioni principali di lusso (categorie catastali A1, A8 e A9) e tutti i possessori di immobili non considerati abitazione principale. Il secondo tassello è la TASI, tributo per i servizi cosiddetti indivisibili al cui pagamento sono tenuti sia i possessori che gli utilizzatori degli immobili. Infine, la TARI che sostituisce la vecchia TARES e va a coprire interamente i costi del servizio di raccolta e smaltimento dei rifiuti sul territorio cittadino, il cui importo è ancora in via di definizione.

    Se per chi è soggetto al pagamento dell’IMU il quadro è rimasto sostanzialmente invariato rispetto al 2013 (aliquota base per la prima casa al 5,8 per mille, per le altre abitazioni 10,6), con una detrazione di 200 euro per le abitazioni principali ma nessuna detrazione per i figli a carico, la situazione si fa più complicata per chi, invece, dovrà pagare la TASI.  Si tratta di un tributo patrimoniale riferito a servizi indivisibili, offerti dall’Amministrazione e fruiti dai cittadini, che viene calcolato sulla base del possesso o della detenzione di immobili, compresa la prima casa. Il Comune di Genova per il 2014 ha deciso di applicare l’aliquota massima a cui si va ad aggiungere una maggiorazione prevista dal governo per i Comuni che introdurranno detrazioni di imposta relativamente alle abitazioni principali. Ecco, dunque, arrivare quel magico numerino di 3,3 per mille su una base imponibile identica a quella della vecchia Imu.

    A proposito di vecchia Imu, nel determinare le nuove aliquote Tasi il Comune ha dovuto rispettare il vincolo per cui l’attuale imposizione per ogni immobile non deve essere superiore all’aliquota massima consentita dalla legge per l’Imu alla fine della scorso anno (cioè 6 per mille per l’abitazione principale e 10,6 per mille per gli altri immobili). Inoltre, è stato previsto un sistema di detrazioni per azzerare l’imposta a chi non avrebbe pagato l’Imu con l’aliquota vigente del 5,8 per mille, per abbattere l’importo di chi con la Tasi si sarebbe trovato a pagare una cifra più alta rispetto al pagamento dell’Imu (immobili con rendita fino a 600 euro) e per ridurre la pressione fiscale alle famiglie numerose che abitano in case con elevata rendita catastale e che pagheranno meno di Tasi rispetto a quanto avrebbero pagato di Imu. Tenuto conto che a rendita crescente dell’immobile corrisponde un reddito maggiore per il proprietario e che il maggior numero delle famiglie genovesi con figli a carico possiede case con rendite catastali inferiore ai 900, Tursi ha introdotto due tipologie di detrazione: una decrescente all’aumentare della rendita catastale (114 euro per rendite catastali fino a 500 euro, 80 euro per rendite da 500 a 700 euro, 50 euro per rendite da 700 a 900 euro e per quelle oltre i 900 euro solo per famiglie con Isee inferiore ai 15 mila euro), l’altra per i figli fiscalmente a carico sotto i 26 anni (25 euro fino a 500 euro di rendita catastale, 20 euro per le rendite da 500 a 700 euro, 15 euro per le rendite da 700 a 900 euro o superiori solo per le famiglie con Isee non superiore ai 15 mila euro).

    A dire il vero, c’è una novità anche per l’IMU. La legge di stabilità, infatti, ha introdotto la possibilità di assimilare all’abitazione principale l’unità immobiliare concessa in comodato d’uso gratuito a parenti di primo grado che la utilizzino come abitazione principale. Il Comune di Genova si è avvalso di questa facoltà per tutti i comodatari con reddito isee superiore ai 15 mila euro: se chi concede l’immobile non possiede altre abitazioni, è prevista un aliquota IMU del 9,6 per mille; se chi concede l’immobile ne possiede altri, l’aliquota sale al 10,6 mille. In entrambi i casi non è dovuto il pagamento della TASI che, invece, è previsto per i comodatari con reddito inferiore ai 15 mila euro che, al contrario, non pagheranno IMU.

    Insomma, secondo le proiezioni del Comune, i genovesi si troveranno generalmente a dover versare un’imposta inferiore rispetto a quella pagata nel 2012: l’anno scorso, invece, con il balletto no-Imu, mini-Imu non può essere preso in considerazione come valido termine di paragone. Anche le casse di Tursi, però, avranno meno linfa: che cosa comporterà tutto ciò per il bilancio lo scopriremo nelle prossime settimane.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Ospedale di Ponente, Erzelli o Cornigliano? Il puzzle delle infrastrutture e il dibattito in Consiglio

    Ospedale di Ponente, Erzelli o Cornigliano? Il puzzle delle infrastrutture e il dibattito in Consiglio

    erzelli-strada-cantiere-gru-d3Erzelli o Villa Bombrini? Il Consiglio comunale torna a discutere della possibile collocazione dell’ospedale di Ponente, dopo che la Regione, spinta anche dall’incipiente campagna elettorale, ha iniziato a premere il piede sull’acceleratore. Lo spunto è stato offerto dal Consigliere del Gruppo Misto Francesco De Bendedictis che ha presentato un’interrogazione a risposta immediata.

    Sul tema è intervenuto direttamente il sindaco che non ha mancato di ribadire come la costruzione di una nuova struttura ospedaliera nel ponente cittadino rappresenti una priorità per l’attuale amministrazione. Doria è poi entrato nel dibattito che si è acceso circa la futura collocazione dell’ospedale che dovrà contare circa 500 posti letto. Due le ipotesi rimaste in campo secondo gli studi di fattibilità presentati in giunta regionale una decina di giorni or sono: Villa Bombrini e la collina degli Erzelli.

    «La scelta tra le varie opzioni di ospedale – aveva dichiarato qualche giorno fa l’assessore regionale alla Salute, Claudio Montaldo  dipenderà anche dalle valutazioni urbanistiche del Comune e dalle valutazioni tecnico-economiche. In questa fase di studi preliminari, il costo complessivo dell’ospedale potrà variare da un minimo di 200 ad un massimo di 250 milioni di euro».

    Erzelli – Cornigliano: i pro e i contro

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    Le variabili in campo, ha ricordato ieri il primo cittadino in Sala Rossa, sono sostanzialmente tre: proprietà delle aree, bonifica dei terreni e accessibilità. «Per quanto riguarda la proprietà – ha detto il sindacosia nel caso di Villa Bombrini che in quello di Erzelli ci troviamo di fronte a una situazione mista pubblico/privato: ma se nell’area privata di Villa Bombrini esistono attività economiche che andrebbero ricollocate altrove, agli Erzelli questo problema non sussisterebbe». Anche per quanto riguarda la bonifica, la preferenza andrebbe in collina: «Il terreno delle due aree è profondamente diverso – ha proseguito Doria – perché a Villa Bombrini andremmo a toccare una vecchia sede di stabilimento industriale siderurgico, la cui trasformazione comporterebbe costi non presenti, invece, agli Erzelli».

    Fin qui, ai punti sembrerebbe vincere Erzelli. Anche perché la sensazione è che, Università più, Università meno, in collina prima o poi dovrà insediarsi qualcos’altro oltre al parco tecnologico (e, in futuro, forse anche scientifico).

    Ma l’ostacolo più grosso per quanto riguarda la collina tra Sestri e Cornigliano è rappresentato dall’ultimo punto in questione: l’accessibilità, che per entrambe le soluzioni chiama in causa una sistemazione dell’attuale status urbanistico. Il sito di Villa Bombrini sembra presentare, quantomeno sulla carta, una serie di garanzie maggiori di futuribilità da questo punto di vista. Oltre alla riqualificazione di via Cornigliano (qui l’approfondimento), il collegamento con la strada a mare (qui l’approfondimento) e la Valpolcevera grazie alla nuova viabilità di sponda, è previsto lo spostamento della stazione ferroviaria dall’attuale piazza Savio a via S. Giovanni d’Acri, una delle tappe importanti della futura metropolitana di superficie.

    L’innovazione del sistema di trasporto ferroviario coinvolgerà anche l’eventuale collocazione dell’ospedale di Ponente a Erzelli. Ai piedi della collina sorgerà, infatti, la nuova stazione ferroviaria dell’aeroporto su cui dovrebbe insistere la piattaforma di interscambio multimodale di trasporto (qui l’approfondimento), che oltre al parcheggio per i privati e al passaggio di nuove linee di autobus, dovrebbe prevedere la famosa funivia che dal cuore del Cristoforo Colombo, con una fermata intermedia proprio in questa zona, condurrà “in vetta”. Così conclude il sindaco:

    [quote]L’ipotesi di Erzelli potrà reggere solo ed esclusivamente nel momento in cui sarà prevista una percorribilità di collegamento garantita da mezzi pubblici ma che non potrà essere rappresentata da grossi autobus bensì da una funivia con capacità di carico identica a quella che attualmente ha la linea 18 che conduce all’ospedale di San Martino».[/quote]

    Da aggiungere anche che, secondo i tecnici, un aspetto positivo della scelta di Erzelli potrebbe essere rappresentato dalla vicinanza con il casello autostradale e la nuova galleria di Borzoli in fase di costruzione da parte del Cociv (ecco l’ennesimo grande tema cittadino che si va a inserire in questo fitto puzzle: il Terzo Valico) e che connetterà direttamente la collina con la Val Chiaravagna.

    Il vicesindaco Bernini ci aiuta a fare chiarezza in questo intricato dedalo trasportistico: «Il problema di Erzelli è che oggi abbiamo una situazione, domani ne avremo un’altra e dopo domani una terza. Oggi, infatti, se prendo il treno o il bus, scendo all’attuale stazione di Cornigliano e ho un altro autobus che mi porta in collina per una sola strada. Dal 20 giugno ci sarà un altro pezzo di strada che continuerà per raggiungere l’obiettivo di avere due direttrici per arrivare a Erzelli con un autobus grosso. Ma nel futuro la stazione di Cornigliano non sarà più nell’attuale posizione e si sdoppierà: per cui devo riuscire ad avere fin d’ora una viabilità di accesso che mi consenta di dialogare sia con la stazione attuale che con quelle future di Erzelli e via San Giovanni d’Acri».

    Funivia Erzelli – Stazione Cornigliano – Aeroporto

    erzelli-sestri-ponente-d9Insomma, in un mondo ideale, la Genova del 2020 avrà una metropolitana di superficie con treni che ogni 7/10 minuti collegheranno Brignole a Voltri, passando per Cornigliano/San Giovanni d’Acri, Erzelli/Aeroporto, Sestri, Multedo, Pegli, Pegli Lido, Prà e Palmaro. E, naturalmente, ci sarà anche il nuovo ospedale di Ponente, facilmente accessibile.

    Ecco perché all’interno di questo quadro la realizzazione della funivia diventa imprescindibile. «Intanto – riprende Bernini – si cambia il mezzo di traporto: la gomma non va più bene e ce lo stanno dimostrando tutte le grandi città europee che trovano soluzioni più efficaci, semplici, modulari, efficienti ed economiche». Tra poco ci sarà l’aggiudicazione del progetto della stazione di Erzelli – Aeroporto che è il cardine di tutto il sistema, mentre quella di via San Giovanni d’Acri è già stata aggiudicata. «È nella stazione (fatta con gara d’appalto dell’aeroporto) – spiega il vicesindaco – che risiederà il motore della funivia perché non dovrà solo portare in collina ma anche al Cristoforo Colombo. Ed è proprio per questo secondo collegamento che abbiamo ottenuto i finanziamenti europei. Poi, quando avremo il progetto definitivo, si potrà chiedere un finanziamento per la parte integrata “esecutivo-realizzazione”».

    Ospedale del ponente vs nuovo Galliera

    Intanto, nel mondo reale, il multi-sfaccettato panorama delle sinistre genovesi si è fatto promotore di un appello sulla questione Ospedale di Ponente che rappresenta la volontà di dare vita a un percorso partecipato verso la realizzazione della nuova struttura, ritenuta opera di edilizia sanitaria prioritaria per la comunità genovese, al contrario della discussa operazione del nuovo Galliera.

    “Abbiamo recentemente appreso che la Regione Liguria vuole dare il via libera al progetto bis della costruzione dell’ospedale denominato “Nuovo Galliera” – si legge nel documento promosso da Sel e sottoscritto anche da Fds, Lista Doria e diversi rappresentanti dell’associazionismo genovese tra cui don Paolo Farinella – un’operazione anche edilizia, di forte impatto ambientale con  un impegno economico di 135 milioni di euro. Giudichiamo inaccettabile che la Regione Liguria ritenga prioritario costruire un nuovo Ospedale Galliera, accanto all’ospedale oggi funzionante e pure di rilievo nazionale ad alta specializzazione,  invece di finanziare e costruire il nuovo Ospedale del Ponente e della Valpolcevera, come promesso ai cittadini da almeno 20 anni”.

    Secondo i firmatari, un investimento così ingente per un ospedale già esistente e la cui gestione non sarà pubblica non risponde alle esigenze della città. «Non può esserci allocazione di risorse senza programmazione ed è proprio questa che manca» ci spiega la consigliera di Lista Doria, Clizia Nicolella. «Gli stessi fondi potrebbero essere impiegati per l’aggiornamento del Piano Sanitario Regionale fermo al triennio 2009-2011,  considerando anche ad oggi la capienza ospedaliera del centro-levante, che usufruisce di quasi il doppio di posti letto rispetto al Ponente cittadino, è adeguata mentre assolutamente lacunosa su tutto l’ambito cittadino rimane l’assistenza sanitaria territoriale, prevista invece dalla normativa nazionale e non ancora recepita».

    E l’appello è anche e soprattutto rivolto al primo cittadino di Genova affinché non si faccia coinvolgere nella partita Villa Bombrini – Erzelli ma provi ad alzare la qualità della discussione.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Città Metropolitana, Doria e Fossati incontrano i sindaci del territorio. Al via il percorso istituzionale

    Città Metropolitana, Doria e Fossati incontrano i sindaci del territorio. Al via il percorso istituzionale

    Prefettura Amministrazione ProvincialePassi avanti verso la Città Metropolitana. Ieri il sindaco Marco Doria e il commissario della Provincia Piero Fossati hanno incontrato in piazzale Mazzini i sindaci del territorio, un punto di partenza per il percorso istituzionale che porterà alla costituzione del nuove ente nel 2015. 

    «Il rispetto dei tempi sarà rigoroso»,  ha sottolineato Doria che dal 1° gennaio 2015 sarà sindaco metropolitano alla guida del nuovo ente.  Come indica la nota diffusa dalla Provincia “il primo traguardo sarà l’elezione della Conferenza statutaria, una piccola “assemblea costituente” che dovrà elaborare la prima bozza di statuto e concludere i lavori entro il 30 settembre prossimo, termine entro il quale dovrà poi essere eletto e insediarsi il Consiglio metropolitano“.

    Conferenza statuaria e Consiglio metropolitano saranno organi entrambi presieduti dal sindaco di Genova e composti da 18 consiglieri eletti dai sindaci e dai consiglieri comunali in carica di tutto il territorio. “Per l’elezione della Conferenza statutaria – si legge nella nota – si aspetterà l’esito del voto amministrativo che sul territorio coinvolge 45 Comuni su 67.  Se Rapallo dovesse andare al ballottaggio, l’elezione della Conferenza statutaria sarebbe indetta dopo l’8 giugno, mentre i tempi si accorcerebbero in caso di vittoria di un candidato sindaco al primo turno”.

    Come aveva già avuto modo di raccontare ad Era Superba in occasione dell’intervista di qualche mese fa, Marco Doria ha ribadito la sua idea di Città Metropolitana: «Il nuovo ente non sarà un Comune capoluogo che diventa più grande, tutti i Comuni
    continueranno ad esistere e funzionare e quelli che vorranno associarsi o unirsi saranno liberi di farlo. La Città Metropolitana raccoglierà l’eredità della Provincia e potrà svolgere altre funzioni specifiche, da riempire di contenuti in base alla legge, come lo sviluppo strategico, la pianificazione generale, i sistemi coordinati di servizi pubblici, in rapporto allo Stato e alla Regione e al servizio dei Comuni e dei cittadini».

    «In questi mesi dovrò studiare parecchio – ha ammesso il sindaco di Genova – e grazie a Piero Fossati e alla struttura della Provincia potrò fare corsi accelerati. Vorrei anticipare per certi aspetti il funzionamento dei futuri organi, incontrando periodicamente i sindaci e per informarli e sentire le loro opinioni».

  • Erasmus a Genova: come si trovano gli studenti stranieri? Quali sono i servizi offerti?

    Erasmus a Genova: come si trovano gli studenti stranieri? Quali sono i servizi offerti?

    Piazza-Caricamento-palazzi-centro-storico-vicoli-DIl Servizio di leva obbligatorio è stato abolito, le case chiuse sono illegali e comunque servono molto più a distinti padri di famiglia che non a giovani sessualmente inesperti; anche avere l’agognato primo impiego che faccia da spartiacque fra il prima ed il dopo è diventato un sogno impossibile, visto che precario e provvisorio sono i due aggettivi più comunemente accostati al lavoro.

    E allora, quale è il rito rimasto ai ragazzi degli anni ’90 e 2000 per dire di essere diventati grandi? Senza dubbio  il viaggio, il viaggio da soli, ed in particolare, e soprattutto, il Progetto Erasmus. Tutti coloro che sono stati, saranno o sono ospiti di un paese che aderisce a questa iniziativa dividono la propria vita fra il “prima” ed il “dopo” averne vissuto l’esperienza.

    Il progetto è nato nel 1987 ed ha coinvolto, in questi 27 anni, oltre tre milioni di studenti e quindi ben più di una generazione; in estrema sintesi, per i pochissimi che non lo conoscono, consiste nella possibilità di passare un certo periodo (da tre mesi ad un anno) in una città straniera (i 28 paesi dell’Unione più Svizzera, Turchia, Islanda, Norvegia e Liechtenstein) frequentando la corrispondente facoltà universitaria locale e sostenendo un certo numero di esami in lingua inglese o locale: esami che ovviamente valgono per il proprio percorso di studi in patria. Il costo di questo soggiorno, sia chiaro,  è in gran parte sopportato dalle famiglie: la quota che l’Università mette a disposizione (attraverso una banca convenzionata, che può anticipare le somme) non è certo sufficiente per mantenersi all’estero. Tuttavia è comunque un aiuto, e l’iscrizione alla facoltà, ad un corso di lingua e alle attività sportive sono gratuiti.

    Via Balbi, Università di GenovaMa come vengono selezionati i ragazzi che chiedono di accedere a questo programma, ed in quale modo decidono la città di destinazione? Lo chiediamo al professor Marco Frascio, delegato per l’internazionalizzazione della Scuola di Scienze Mediche e Farmaceutiche. «La selezione avviene ovviamente in base al merito, in base alla conoscenza delle lingue ed in base alla motivazione, che verifichiamo in un colloquio una volta soddisfatti gli altri due criteri. I ragazzi scelgono la destinazione in base alla graduatoria, nel senso che il primo sceglie fra tutte le possibilità e l’ultimo si prende quello che è rimasto. Noi di Scienze Mediche stiamo collaborando molto con atenei dell’Europa dell’Est, Bulgaria, Repubblica Ceca, ma alla fine la destinazione è secondaria, è l’esperienza che, per un giovane, fa la differenza nel proprio bagaglio personale e di studio».

    «Per quanto riguarda il livello di gradimento dell’esperienza genovese, bisognerebbe chiederlo direttamente ai ragazzi, ma posso dirle che, sia in entrata che in uscita, l‘esperienza Erasmus è positiva probabilmente nel 99% dei casi, praticamente non so di problemi reali che non siano stati, in qualche modo, subito risolti. Certo, io parlo per Scienze Mediche, ma se ci fossero delle difficoltà anche altrove penso che ne saremmo a conoscenza. Poi, e voglio dirglielo anche come genitore, a livello personale un ragazzo è assolutamente arricchito da un’esperienza di questo tipo, mio figlio è stato a Lisbona e l’ho visto tornare da questa esperienza decisamente maturato e cresciuto. Non posso che consigliarlo, e non per dovere d’ufficio!»

    Questo  il parere di un addetto ai lavori, ma uno studente, in particolare uno studente dell’Università di Genova, che cosa e come si trova quando deve districarsi fra domande, questionari, dubbi e desideri? Ascoltiamo Chiara Fossa, 24 anni,  genovese, laureata in Lingue e Letteratura straniera ed un Erasmus concluso due anni fa, a Santiago de Compostela. «La mia esperienza è stata estremamente positiva, ma devo dire che mi ha impegnata molto, sia economicamente che dal punto di vista dello studio. L’Università ha sovvenzionato solo sei dei nove mesi in cui sono stata in Spagna, e quindi i genitori hanno contribuito per forza. In ogni caso pensare di trovare un qualche  lavoretto per sostenersi  è veramente complicato. Lo studente Erasmus, e chi ti offre un lavoro lo sa bene, ha poco tempo libero, problemi iniziali di sistemazione e ambientamento,  e comunque può garantire una continuità piuttosto breve. A meno di non arrivare in un paese avendo già dei contatti personali, è ben difficile che un datore di lavoro non preferisca contare su ragazzi del posto. Io al’inizio segnavo ogni minima spesa, avevo il terrore di finire i soldi, e infatti senza l’aiuto della famiglia non avrei potuto farcela». 

    E per quanto riguarda lo studio? C’è chi dice che l’Erasmus sia solo un susseguirsi di feste… «Riguardo allo studio me la sono cavata piuttosto bene, senza particolari difficoltà: e la burocrazia relativa alla pratica di richiesta, effettivamente un po’ complessa, è stata facilitata dalle persone che ho incontrato, sia a Genova che in Spagna, molto pazienti e disponibili, che mi hanno sempre aiutato a superare i vari intoppi. Lo so, l’Erasmus spesso viene considerato solo un susseguirsi di feste e incontri: in parte questo potrebbe essere vero, le occasioni per divertirsi sono molte, ma la prova di maturità è anche il saper gestire la tentazione di darsi alla pazza gioia, trasformando un’esperienza di studio in una vacanza totale. Io sono stata bene, mi sono divertita, ma ero comunque concentrata sullo studio. Riguardo alle prospettive professionali, invece, non mi ha aggiunto grandi competenze, a parte l’approfondita conoscenza della lingua spagnola, ma certamente mi ha reso più fiduciosa nella mia capacità di farcela e nel rapportarmi con le persone ai vari livelli».

    Come si trovano invece gli studenti che hanno scelto proprio Genova come sede per l’esperienza in Erasmus?

    L’Italia è il quinto fra i paesi partecipanti al progetto per capacità di attrarre gli studenti, superata da Spagna, Francia, Germania e Gran Bretagna. Si tratta di un buon piazzamento, certo migliorabile,  che vede Genova accogliere dai 500 ai 600 studenti all’anno, dato in costante incremento che con qualche “spinta” del mondo esterno all’Università potrebbe anche essere maggiore. La città soffre in maniera pesante gli effetti della profonda crisi dell’industria e della cantieristica, che si riflettono anche su tutto l’indotto, comprese le presenze dei lavoratori trasfertisti, ad oggi  drasticamente ridotti per quantità e per frequenza: non dovrebbe permettersi quindi il lusso di trascurare opportunità di nuovi mercati ed inaspettate occasioni di crescita.

    albergo-dei-poveri-universita-scienze-politicheSentiamo allora Mario Fernandez Gomez, 22 anni spagnolo di San Sebastian che ci parla della sua delusione appena arrivato in città, sentimento che ha presto lasciato posto a ben altre sensazioni… «Conoscevo Genova ma l’avevo vista solo dal porto, quindi non certo bene; alcuni amici me ne avevano parlato e appena arrivato l’ho trovata proprio diversa da come me l’aspettavo, perché non è certo una città piccola, ma l’offerta di “ocio” (tempo libero ndr) non era granché; non è che uno vada in Erasmus per le feste, per quelle sarei rimasto in Spagna, ma proprio sembrava aver poco da offrire ad uno studente. In più ero deluso anche dalle persone, non pensavo proprio che gli studenti di una facoltà come la mia, Lettere e Filosofia, potessero essere così chiusi! Proseguendo nel soggiorno, invece, mi sono abituato alla città e ho capito che le persone sono molto diverse l’una dall’altra, non tutti sono diffidenti! In realtà ci sono molte occasioni di divertimento per noi stranieri qui in Erasmus, molte sono organizzate da GEG- ESN ma volendo si trovano anche parecchie iniziative al di fuori dell’Organizzazione».

    «L’unica cosa che non mi piace molto – sottolinea Mario – è la percentuale di spagnoli sul totale degli stranieri, davvero enorme: il 70% . Subito mi sembrava impossibile, anche se ero lontano da casa praticamente vedevo più spagnoli che italiani!»

    «Consiglierei senz’altro ad un amico di fare l’Erasmus a Genova, ora sto molto bene qui, ma davvero vorrei dire che dovrebbero limitare la concentrazione di nazionalità in uno stesso luogo: in questo modo si creerebbe una specie di “Nazionalità Erasmus” e si potrebbe veramente interagire, con maggiori possibilità di scambi e conoscenze fra culture e lingue differenti, sarebbe bellissimo!»

    Geg-Esn, l’organizzazione per gli studenti stranieri

    Mario ha citato un’organizzazione, Geg-Esn (Gruppo Erasmus Genova), proviamo a capire di cosa si tratta: facciamo qualche domanda alla presidente del Gruppo Xhonjela Milloshi, studentessa genovese al secondo anno della Laurea specialistica in Scienze Internazionali e Diplomatiche, attivamente impegnata nell’associazione. «È cominciato tutto proprio con l’Erasmus, che ho fatto a Magonza e che mi ha profondamente cambiata. Tornata a casa, sono entrata nel Gruppo Erasmus Genova inizialmente come volontaria e poi di ruolo: ogni Università ha un proprio gruppo, e dipendono tutti da Esn International con sede a Bruxelles, tramite Esn Italia. Noi collaboriamo con l’Ufficio Mobilità Internazionale che fornisce agli studenti in arrivo il depliant con i  nostri contatti e le iniziative di cui ci occupiamo: e spesso ci aiuta anche finanziariamente, perché noi siamo studenti volontari e non abbiamo sovvenzioni».

    Che cosa offre la nostra città agli studenti Erasmus che l’hanno scelta? «Come dicevo, dell’aspetto burocratico si occupa l’ufficio dell’Università, noi di quello pratico. Andiamo in stazione o all’aeroporto ad accogliere i ragazzi, perché la prima difficoltà a Genova sono i trasporti. Non a caso gli studenti del Nord Europa  notano subito la mancanza di un Campus (qui l’approfondimento di Era Superba sul futuro Campus universitario all’Albergo dei Poveri, ndr): da noi le strutture universitarie sono disperse nella città e gli alloggi spesso neanche vicinissimi. Ovviamente il servizio è gratuito, basta farne richiesta on line. Poi ci occupiamo anche di organizzare varie attività per aiutarli ad ambientarsi, sia attività sportive (la sezione basket di Genova ha vinto le Olimpiadi Erasmus che si sono svolte ad aprile ad Ascoli) che gite nelle città più famose, aperitivi, feste. Possono partecipare tutti gli Erasmus, purché abbiano la Esn Card che offre anche sconti per ingressi e altre strutture convenzionate».

    Secondo la vostra percezione, perché gli studenti scelgono Genova? «È una domanda che ovviamente facciamo sempre ai nostri ospiti… Ovviamente le risposte sono le più diverse, comunque Genova ha il grande fascino del mare, che attira molti, oppure con il passaparola vengono a sapere di precedenti esperienze Erasmus nella nostra città che sono state molto positive. Alcuni, specialmente gli spagnoli, scelgono l’Italia per via della lingua e Genova ha in questo uno dei suoi punti di forza: infatti l’Università organizza ottimi corsi per imparare o migliorare l’italiano. Questa è una iniziativa molto gradita dai ragazzi. Poi i metodi di insegnamento universitari genovesi sono molto apprezzati dagli studenti stranieri, dicono che riescono ad abituarsi molto facilmente e questo fa superare lo svantaggio di doversi spostare nella città».

    Quindi non solo mare… ma che problemi riscontrano maggiormente gli studenti stranieri a Genova?

    «Il primo e più importante è sicuramente quello dell’alloggio. I primi giorni a volte hanno proprio paura di non riuscire a trovare una casa, probabilmente i canali sono un po’ diversi a quelli a cui sono abituati: come dicevo, niente Campus da noi. Però l’Università offre le prime quattro notti nell’Ostello della Gioventù, noi di Geg diamo una mano per le cose pratiche e l’Università li aiuta a superare la burocrazia.

    Xhonjela ci racconta che un aspetto in cui la nostra città deve ancora migliorare è l’atteggiamento degli studenti locali, «spesso chiuso nei confronti degli Erasmus, nonostante spesso condividano corsi, sport e passatempi: ma raramente hanno la spinta di voler andare oltre l’incontro “istituzionale” e questo è un peccato, perché vivere un ambiente internazionale servirebbe anche a loro, non solo agli stranieri, che comunque sotto questo aspetto spesso sono un po’ delusi. Ma a parte questa nota non troppo positiva, quando si ambientano in città e con lo studio i  problemi sembrano superati, tanto che molti di loro decidono di ripetere l’esperienza, scegliendo Genova per svolgere dei tirocini, grazie ad Erasmus placement».

    Sia Mario che  Xhonjela, dunque, segnalano come fortemente migliorabile il rapporto fra gli studenti locali rispetto agli studenti Erasmus: un vizio antico verrebbe da dire, data la proverbiale chiusura ligure; ma chi è stato in Erasmus in qualsiasi paese ha sperimentato una sostanziale analogia nell’approccio, le conoscenze si fanno fra studenti e ben più raramente con i ragazzi locali. Chiunque però può testimoniare che ricevere maggiori attenzioni e trovare persone accoglienti anche non coinvolte direttamente nel progetto rappresenta una leva potente nel decidere di far ritorno in quel certo luogo e nel promuoverne la qualità. Insomma la diffidenza verso i “foresti” potrebbe essere un lusso che  non ci possiamo più permettere, e non solo noi liguri.

    Terminare il periodo di Erasmus, sia per quanto ci ha raccontato Chiara, sia per la testimonianza di Xhonjela, è triste perché si abbandona un mondo di relazioni che in qualche modo si vorrebbe mantenere, ma al quale, a ben guardare, in forme diverse in realtà si torna. E proprio sul tornare, sui tirocini, sulle prime esperienze lavorative molto si sta facendo ed ancora di più  si dovrà fare per reperire risorse ed aumentare una mobilità che non sia più una fuga a senso unico ma uno scambio vero tra chi parte, chi torna e chi resta.

     

    Bruna Taravello

  • Europrogettazione e finanziamenti europei: l’approfondimento e il focus su Genova e Italia

    Europrogettazione e finanziamenti europei: l’approfondimento e il focus su Genova e Italia

    italia-europa-politicaNel corso degli ultimi anni vi abbiamo presentato nel dettaglio tanti progetti realizzati a Genova finanziati e promossi dall’Unione Europa (da quelli legati alla cultura, come Creative Europe e Creative Cities, al nuovo Erasmus +, o ancora a quelli per lo sviluppo tecnologico come Mediatic, quelli del POR-FESR e del FES, e poi il “caso” Yeast). Cogliendo l’occasione delle vicine elezioni europee (domenica 25 maggio), vogliamo fare il punto, guardando la situazione da un punto di vista complessivo: parliamo del modo in cui tutti questi progetti nascono e, da Bruxelles, arrivano nelle nostre città. Spesso leggiamo che un progetto è “finanziato dalla UE”, ma non sappiamo di preciso cosa vuol dire. Soprattutto molti si chiedono quale sia l’iter che enti pubblici e privati devono affrontare per accedere a fondi comunitari: se io, cittadino, ho un’idea per un’iniziativa/evento, come posso farmi finanziare dalla UE? Ve lo raccontiamo qui.

    Che cosa significa europrogettazione?

    Per fare in modo che un progetto pensato in sede locale sia approvato e finanziato a livello europeo, si va incontro a un percorso di “europrogettazione”. Per prima cosa, i soggetti interessati a proporre un progetto partecipano a un bando europeo, compilano una application spesso con l’aiuto di figure professionali come gli europrogettisti, cercano partner a livello internazionale e poi attendono il responso della UE e gli eventuali finanziamenti. Sembra facile, ma non lo è. Infatti quando si parla di “programmi europei di finanziamento” molti si schermiscono: ai non addetti ai lavori sembra solo una dicitura generica priva di senso, e molti ne parlano senza centrare il punto.

    La dottoressa Lara Piccardo, esperta di europrogettazione, ci aiuta a fare chiarezza: «L’europrogettazione è un settore ancora desueto in Italia, Paese in cui c’è poca lungimiranza nel recepire influssi su scala europea; negli altri Paesi dell’Unione, invece, vive momenti più felici. In realtà, l’europrogettazione è semplicemente il processo con cui enti pubblici o privati rispondono a ‘calls’, bandi lanciati a livello europeo dalla Commissione. Questi bandi sono inseriti all’interno di un programma più generale, dedicato a un particolare settore di interesse comunitario come agricoltura, istruzione, cultura, ambiente, ecc. e con precise linee programmatiche. L’ente partecipante propone un proprio progetto, che ritiene particolarmente meritevole, importante e con ricadute positive per la società anche a lungo termine (creazione di posti di lavoro, aumento del tasso di impiego, ecc.) e, se la sua proposta viene valutata idonea, accede ai fondi».

    Facciamo un passo indietro: come faccio io, normale cittadino, ad entrare in contatto con la UE e venir a conoscenza di bandi e opportunità? «Le informazioni a riguardo ci sono, ma sono scarsamente accessibili per i profani: il sito ufficiale della UE risulta complicato. In genere, tutto si muove tramite marketing e passaparola, ma non solo: Comuni, Camera di Commercio, Provincia, Regione e Università sono tutte istituzioni che forniscono servizi dedicati agli “affari e fondi europei” (per esempio sui loro siti web). Tuttavia, c’è un duplice problema: da un lato, le persone sono abituate a pensare ad esempio alla Camera di Commercio come soggetto cui richiedere visure camerali e niente di più; dall’altro le stesse istituzioni fanno fatica a promuoversi come enti preposti a fornire informazioni a livello comunitario».

    I partner e l’internazionalizzazione

    Una volta trovato un bando che fa al caso nostro, per partecipare devo cercare di creare un partenariato con altri enti, per implementare la cooperazione internazionale. Di norma più sono i partner, più un progetto è apprezzato in Europa e ha possibilità di vincere il bando perché risponde al requisito di internazionalizzazione. In certi casi fare rete con soggetti esteri non è facile: si possono sfruttare le risorse messe a disposizione dalla UE (come database che raccolgono elenchi di possibili partner, che però sono pochi e scarni), o contatti personali. Un caso particolare è quello dei Comuni: questi spesso hanno la strada spianata perché possono sfruttare i famosi gemellaggi creati tra gli anni ’60-’70 con altre città del mondo.

    Si tenga presente che raramente la Comunità Europea reitera finanziamenti allo stesso partenariato: per ogni progetto si devono trovare nuovi partecipanti, con un gioco di alleanze e networking.

    Per ogni progetto, tra i partner viene scelto un capofila, che percepisce una quota maggiore di finanziamenti ma ha anche maggiori oneri burocratici. Di norma è il soggetto che meglio può garantire il successo del progetto, o che ha particolari capacità (gestione finanziaria e storno delle varie quote tra singoli partner, programmazione delle attività per la realizzazione del progetto finale, monitoraggio del lavoro dei partner per evitare fughe in avanti di uno dei soggetti).

    I programmi europei

    Per il cittadino o l’ente che voglia proporre un progetto all’Unione, c’è l’imbarazzo della scelta. I programmi sono molti e toccano tutti gli ambiti di interesse collettivo. Tra quelli lanciati di recente dalla Commissione (a novembre 2013, per coprire il periodo 2014-2020), oltre ai più noti Erasmus + e Jean Monnet per la formazione superiore e universitaria e la mobilità di docenti e alunni/studenti, ci sono anche programmi per la promozione di eventi sportivi, politiche del terzo settore (bandi FES e FESR), sviluppo del settore artistico con Europa Creativa. Inoltre, quelli per l’inserimento lavorativo dei giovani o per il re-inserimento di fasce deboli nel mondo del lavoro (disoccupati oltre i 45 anni, persone con scarso titolo di studio, che non hanno un particolare profilo professionale, ex carcerati ecc.), per l’assistenza agli anziani e per l’infanzia. Infine, il programma Alcotra Italia-Francia in ambito marittimo per la cooperazione tra porti.

    Molte delle nuove linee progettuali illustrate – soprattutto quelle legate a cultura e formazione – vanno a confluire all’interno di Europa 2020, strategia decennale per la crescita nell’ambito di occupazione, istruzione, ricerca, integrazione, riduzione della povertà, clima e energia.

    Vista la varietà dei programmi, è complicato riuscire ad avere un unico database (qui un esempio) che tenga conto delle modifiche biennali o quinquennali. Per ovviare al problema e creare meno confusione, l’UE sta cercando di mantenere immutate le linee progettuali per rendere l’utenza più preparata a rispondere ai bandi.

    Quale è la natura dei finanziamenti comunitari?

    Dopo aver visto come si fa a entrare in contatto con la UE e a fare domanda per un certo bando, parliamo di soldi. Se risulto vincitore, a quali finanziamenti avrò diritto e qual è la loro natura? Lo chiediamo alla dott.ssa Piccardo: «Una domanda non facile, si potrebbe quasi scrivere un libro con gli errori che circolano sull’argomento. Tra i più comuni, tanto per cominciare, l’idea che i finanziamenti siano a fondo perduto: non è così, la UE non è una banca che eroga prestiti. Inoltre, molti pensano ingenuamente che si possa rispondere a un bando e proporre un progetto europeo per avere un guadagno personale, ma non è così: gli attuatori in realtà sono persone che farebbero lo stesso quel progetto, con o senza fondi comunitari, a proprie spese. Un esempio, il caso dell’Università di Genova, che dovrebbe attivarsi in ogni caso per cercare convenzioni comunitarie per mandare i suoi studenti a studiare all’estero, ma approfitta del bando Erasmus + per avere vantaggi economici. Un soggetto interessato partecipa a un bando per spendere un po’ meno di quanto preventivato senza fondi esterni, ma di certo non ci guadagna nulla, anche perché le somme erogate dall’Unione non sono somme secche: coprono solo una parte delle spese e chiede al beneficiario di co-finanziare il resto».

    I fondi erogati (che normalmente coprono il 75% del totale), inoltre, decrescono con l’aumentare del valore del progetto: per un progetto che vale in totale 1 milione di euro, la UE contribuirà con 500 mila, ad esempio, mentre sarà chiesto al beneficiario/promotore di coprire la parte restante. Per questo il promotore dovrà valutare attentamente la sua disponibilità economica prima di lanciarsi in progetti ambiziosi: togliamoci dalla testa l’idea che intanto paga l’Europa! Naturalmente è necessario produrre anche una rendicontazione, schema delle entrate e delle uscite previste: se vengono effettuati controlli e i conti non tornano, interviene la Corte dei Conti a bloccare tutto e può anche decidere di revocare finanziamenti già concessi.

    Controlli e trasparenza

    Inoltre, la UE mette in atto strategie per favorire la trasparenza e limitare gli sprechi. Tanto per cominciare, una volta vinto il bando, i fondi sono stanziati non tutti insieme ma a tranches chiamate installments: gli enti devono redigere vari report (in itinere e finali) per illustrare alla UE come stanno spendendo i soldi e comunicare alla Commissione quando esauriscono la prima parte, in modo che questa possa erogare altre tranches. Viceversa, se i soldi non vengono spesi in toto, da Bruxelles si chiudono i rubinetti.

    Ma quindi, in questo sistema così ben pensato, è davvero difficile far sparire soldi pubblici? Quanti sprechi ci sono? «Quello di spreco è un concetto più generale: si può considerare spreco anche il fatto che vinca il bando un progetto che non lo merita. In genere, la UE fa sempre un monitoraggio incrociato, stringente ma non ossessivo, ma quello che poi manca è la verifica sul campo dell’implementazione del progetto: si controllano gli scontrini e le ricevute, ma non la ricaduta effettiva sul territorio, anche perché spesso questa supera il periodo di durata dei finanziamenti».

    Inoltre, sempre per favorire la trasparenza, la Commissione ha l’obbligo di pubblicare sul proprio sito l’elenco dei progetti finanziati, i beneficiari, l’ammontare dei fondi erogati e i report periodicamente inviati dal partenariato. Oltre a questo, la UE chiede ai beneficiari di aprire un sito internet ad hoc in cui pubblicare i dettagli del progetto. Tuttavia, manca ancora un modo univoco e pratico che permetta al cittadino di monitorare l’andamento dei vari progetti, in un quadro complessivo.

    Genova e l’Italia

    Ci accorgiamo della mancanza di un sistema univoco e completo di monitoraggio quando proviamo a concentrare l’attenzione sul caso del nostro Paese. Non possiamo sapere con sicurezza a quanto ammontano i fondi europei destinati all’Italia per tutti i programmi UE, né a che punto siano i progetti o quali settori interessino. Ad esempio, facendo una breve ricerca troviamo il portale www.opencoesione.gov.it, che si occupa solo dei fondi di coesione, ovvero quelli relativi a FSE e FESR (ovvero Fondo Sociale Europeo e Fondo Europeo di Sviluppo Regionale). Lo stesso vale per l’articolo apparso sul sito del Sole 24 Ore nel luglio 2013 (in cui si dice che le risorse FSE e FESR destinate all’Italia sono 49,5 miliardi), ma si tratta di informazioni sempre settoriali e ufficiose.

    In generale, il caso dell’Italia è particolarmente problematico: nonostante la forte partecipazione ai bandi UE, la percentuale di successo è una delle più basse, assieme alla Francia. Il rapporto tra progetti presentati e finanziati è circa 60 a 1. La sola Italia, all’interno di Europa 28, copre il 60% dei progetti presentati, ma se ne vede finanziare solo l’1%. Si punta, insomma, sulla quantità: più progetti propongo, più ho possibilità che qualcuno passi. Tuttavia, questa è anche un’arma a doppio taglio: se lo stesso soggetto risponde da solo a 10 bandi, di certo non ne vincerà più di uno.

    Emblematico anche il caso di Genova: come conferma la dottoressa Piccardo, «qui ci sono molti più progetti europei di quel che si pensa. Ad esempio, solo al dipartimento di Scienze Politiche dell’Università di Genova attualmente sono in corso ben 4 progetti finanziati e immagino a quanto possa ammontare il numero complessivo dei progetti attivi per l’intero Ateneo… Tuttavia non è possibile fare un quadro generale, né dell’Università né tanto meno all’esterno. Spesso, inoltre, non si sa che un dato progetto è promosso dalla UE: per esempio, molti pensano che Smart Cities sia un’idea nostra, ma non è così».

     

    Elettra Antognetti

  • Naufraghi dopo la tempesta, gli Od Fulmine approdano alla Claque

    Naufraghi dopo la tempesta, gli Od Fulmine approdano alla Claque

    od-fulmine-claqueRieccoci di nuovo, dopo qualche settimana, alla Claque: tornare qui è sempre un grande piacere, che ogni volta fornisce un’ulteriore conferma del valore di uno dei palcoscenici migliori della città. Questa volta il palco è calcato da un gruppo made in Greenfog una delle realtà discografiche più vivaci e qualitative del genovese e, dunque, una garanzia per quanto riguarda il prodotto musicale. Se poi si tratta degli Od Fulmine, la garanzia diventa subito certezza matematica. Loro sono una realtà genovese indipendente e autoprodotta, in una città storicamente legata a questa filosofia artistica e musicale.

    Entriamo a bere qualcosa, e nel bar troviamo i musicisti che si intrattengono con fan e amici, creando quel legame saldo con il pubblico che si manifesterà in pieno di lì a poco, durante l’esibizione. Non esiste alcuna routine da camerino, noi ne approfittiamo subito per salutare Stefano Piccardo (chitarra, voce), Fabrizio Gelli (chitarra, voce) Saverio Malaspina (batteria) – quest’ultimo star del genovese soprannominato “l’ortolano” dopo l’apparizione a Unti e Bisunti 2 girata a Genova (qui il video) – e scambiamo due chiacchiere con Mattia Cominotto (chitarra, voce) e Riccardo Armeni (basso).

    >> Ascolta i brani suonati alla Claque su Spotify e Deezer

    La prima domanda riguarda il nome del gruppo e, per quanto banale nella sua intenzione di rompere il ghiaccio, risulta essere la più importante per capire il senso del disco stesso, dato che «Od Fulmine è un’espressione inventata all’interno di un lessico domestico tra di noi»; e rappresenta, inoltre, due elementi essenziali della storia che c’è dietro alle canzoni del concept: «Od è il nome del nostro unico mentore; una notte, in barca, in navigazione dopo ormai più di mese, si scatenò una tempesta e fummo colpiti da un fulmine. La barca fu spezzata e, da allora, noi e Od siamo disgraziatamente separati». Trovare le fonti di ispirazioni dimostra come, «per quanto il veicolo sia quello musicale, il gruppo nasce con il cinema di Hayao Miyazaki, lo steampunk e la letteratura di Kurt Vonnegut, a cui è ispirato il brano Ghiaccio9». E lo dimostra anche la grafica delle locandine e i disegni, realizzate da Andrea Piccardo (direttore di Genoa Comics Academy). La storia, che ha un ruolo così importante all’interno dell’album, «è stata rappresentata dai video dei pezzi, e verrà completata con la trilogia, di cui in realtà manca la seconda parte. Il primo, “Altrove2”, mostra noi 5 insieme a Od, “colui che stavamo seguendo alla ricerca di ciò che più desideriamo”; il terzo è “I preti dormono”, subito dopo il naufragio; e il secondo riguarderà proprio quest’ultimo».

    La serata inizia dall’area bar del locale, intrattenuta dallo sperimentalismo eclettico di Tommaso Rolando, polistrumentista genovese che, nel progetto Stoni, lavora alla modulazione del suono del contrabbasso e della sua voce. Prosegue con la piacevole esibizione di Tomaso Chiarella che canta, come il suo disco “trasparente” ben suggerisce, una quotidianità limpida e schietta, rifacendosi ai poeti e ai cantautori genovesi degli anni ’80. E, infine, salgono sul palco gli Od Fulmine.

    La serata è tutta per loro, quindi nessuna sorpresa che il pubblico si faccia sentire per acclamare la band. Tutti conoscono le canzoni a memoria, segno di un affetto già consolidato da parte dei fan. I pezzi sono forti e lo stile impressiona, nella sua dimensione viva, sul palco. Qui il rock indipendente è sprigionato in tutto il suo voltaggio, ma è contrastato, e quindi accentuato ancora di più, dall’anima folk di ogni brano, che ne scava i motivi più profondi e i sogni più lontani. Spiccano brani come i già citati “Altrove2”, “I preti dormono”, “40 giorni”, “5 cose” e il pezzo -forse- migliore del disco: “Ghiaccio9”.

    Ps Mattia Cominotto prima di salire sul palco ci racconta del furto subito recentemente dal Greenfog studio, qui l’appello alla città che contribuiamo a diffondere.

     

    Nicola Damassino