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  • Giovani e media, fra stereotipi e diffidenze. Dati e riflessioni dal Festival Internazionale del Giornalismo

    Giovani e media, fra stereotipi e diffidenze. Dati e riflessioni dal Festival Internazionale del Giornalismo

    Ragazza giovane
    Fotografia di Roberto Manzoli

    I giovani d’oggi: chi li capisce, chi li racconta? E poi, come si raccontano loro stessi? Due visioni compatibili o in contrasto? Il motivo dell’acuirsi di queste riflessioni, tra le altre cose, è stato lo scoppiare del caso letterario de “Gli sdraiati” di Michele Serra.

    Serra, columnist di Repubblica, scrittore e autore televisivo, nella sua ultima fatica letteraria ha cercato di raccontare la generazione degli adolescenti di oggi con la sensibilità del padre che osserva il figlio. Il ritratto di Serra ha suscitato reazioni diverse: non sono mancate le polemiche (su Twitter, ad esempio, è impazzato il caso dell’account fake del “Figlio di Michele Serra”, creato qualche ora prima dell’intervista di Serra alle ‘Invasioni Barbariche’) per quella che per molti era solo una narrazione stereotipata che presentava ragazzi web-dipendenti, con il divano come seconda pelle, semi-lobotomizzati a causa della tv. Insomma, ragazzi indolenti che rimandano sempre a domani quel che possono fare oggi.

    Non stiamo qui a discutere se l’analisi dei detrattori sia corretta o meno, né cercheremo di fare una recensione critica del libro. Piuttosto ci concentriamo sulle reazione che il libro ha scatenato, con il pregio di essere riuscito quantomeno a riportare l’attenzione sul mondo degli adolescenti, suscitando discussioni critiche, oltre gli scandali, la cronaca, le baby prositute, le professoresse che seducono gli alunni, e viceversa.

    Abbiamo partecipato all’incontro dal titolo “Sdraiati a chi? La scuola e le nuove generazioni: chi le conosce, chi le capisce, chi le racconta…” al Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia lo scorso mercoledì 30 aprile (qui lo storify della diretta Twitter di #EraOnTheRoad). Abbiamo raccolto il pensiero di Lirio Abbate (L’Espresso), della ‘iena’ Mauro Casciari, Lella Mazzoli, docente di comunicazione all’Università di Urbino, e di Francesca Ulivi di MTV News, sul modo in cui i media oggi parlano dei e ai giovani: quali sono gli errori che commettono i giornalisti?

    Gli sdraiati: stereotipo mediatico o realtà?

    Festival Internazionale del Giornalismo, Perugia
    L’edizione del Festival Internazionale del Giornalismo 2014 si svolge dal 30 aprile al 4 maggio in varie location del centro di Perugia: oltre 200 eventi (tra workshop, panel, keynote speech, convegni, social event, premiazioni, rassegna stampa, presentazioni di libri, serate teatrali, incontri, documentari, data journalism, concerti, hacker’s corner, live con la puntata speciale del programma Gazebo in onda su Rai 3); quasi 400 speaker da tutto il mondo.
    Tra i temi principali dell’edizione, il ruolo crescente del lettore nell’era dell’open web, la ricerca di nuovi modelli di business, il futuro dei media in Africa, le donne e il giornalismo, gli effetti del caso Snowden (a partire dallo scoop del Guardian).
    Si tratta dell’edizione VIII del Festival, manifestazione iniziata nel 2007 per iniziativa di Arianna Ciccone e Chris Potter, i due professionisti hanno fortemente voluto questo festival che, già un successo dalla prima edizione, è andato crescendo costantemente.
    In questa edizione, per la prima volta, gli organizzatori hanno dato avvio a una campagna di crowdfunding, visto che è venuto loro a mancare il sostegno – economico e morale – delle istituzioni cittadine, che inspiegabilmente hanno scelto di non sostenere finanziariamente il Festival. Il crowdfunding è stato un successo: si chiedeva di raccogliere 100 mila euro per l’organizzazione, alla fine ne sono stati raccolti anche di più.

    Come descrivereste i giovani d’oggi? Quanto sono diversi da genitori e nonni? Sono alcune delle domande che gli alunni del Liceo Galileo Galilei di Perugia, in aperto contrasto con Serra, hanno posto durante l’incontro per fare luce sui limiti degli adulti, giornalisti e comunicatori. Le reazioni sono varie, ma fondamentalmente concordi: gli adolescenti di oggi sono composti da identità diverse, e si può parlare per loro di transizioni fluide (nel senso usato da Bauman) che cambiano da contesto a contesto.

    Se volessimo metterci a raccontare i quindicenni di oggi, in poche parole falliremmo. E penso che anche il più giovane di noi (neo-trentenne o quasi trentenne, o anche solo venticinquenne) avrebbe difficoltà nell’impresa (vana e che pecca di hybris). Per farlo, suggerisce Francesca Ulivi con una metafora, è fondamentale inginocchiarsi: impossibile raccontare il mondo di un bambino se si resta in piedi; possibile farlo solo se ci si inginocchia e ci si cala al suo livello. Viceversa, si pensa di raccontare il mondo altrui, ma in realtà si racconta soltanto il nostro modo di vedere l’altro.

    Proprio questo, dice Ulivi, è l’approccio che usa MTV News nel cercare di parlare di giovani in modo anticonvenzionale e fuori dai soliti schemi: il canale ha creato un format in cui i ragazzi stessi si raccontano in prima persona senza l’intermediazione del giornalista, che scompare lasciando la parola al protagonista. I ragazzi vengono scelti soprattutto non perché esemplificano casi limite, soggetti particolari o stereotipo positivo/negativo (dal giovane responsabile e volenteroso a quello che “sabato in barca a vela, lunedì al Leoncavallo”, come cantavano gli Afterhours anni fa in una famosa canzone).

    Commenta Ulivi: «La scelta è di raccontare la normalità con un approccio diverso, non i “fenomeni” (come ad esempio l’abuso di droghe chimiche e tutte le altre realtà di cui parlano spesso le cronache). Non una storia sola, ma tantissime storie raccontate da una generazione alla sua stessa generazione (il target di MTV è composto per eccellenza da adolescenti, n.d.r.), che messe insieme costituiscono l’universo della generazione stessa. Ad esempio, abbiamo raccolto la testimonianza di Brenda, ‘milanesissima’ ventiquattrenne, stagista per un’agenzia di moda perché ha trovato, come tanti, l’offerta sul sito dell’università. È solo una delle 650 storie scelte da noi: abbiamo neo-laureati in sociologia che scelgono storie sul territorio, non decidiamo a priori di parlare di chi fa tre lavori, ha il mutuo da pagare e vuole comprarsi la casa, ma è piuttosto una scelta a partire dal dato reale. Cerchiamo di raccontare in maniera normalizzante e non drammatizzante».

    Ma perché queste storie ‘normali’ non trovano spazio su tv, giornali e media? Da un lato, il limite per eccellenza delle grandi redazioni (dettato in parte dai vincoli aziendali legati soprattutto agli accordi con i grandi inserzionisti) del dover scrivere quello che “fa vendere”, secondo un circolo vizioso per cui al giornalista è chiesto di scrivere quel che il lettore si aspetta, finendo per rinforzare stereotipi errati e non svelare una realtà più complessa.
    Dall’altro, un limite del giornalismo soprattutto italiano: la tendenza a educare il lettore, a dare un parere, a moralizzare. Si dovrebbe partire dalla domanda su “come la pensi tu?”, ascoltare, stare in mezzo alla gente, “annusare la puzza delle notizie” (come dice Lirio Abbate, con una espressione fortunata che è stata una delle citazioni più riprese sui media del festival), raccontarle come le hai registrare senza fronzoli, superlativi o giudizi. Ma questo pare che il giornalismo italiano abbia in troppi casi difficoltà a farlo.

    Chi sono “gli adolescenti”?

    giornali

    Ma chi sono i ragazzi che abbiamo davanti, qual è il loro rapporto con i media? Lella Mazzoli, docente universitaria, ha svolto due forum con i suoi studenti di Urbino, uno sui giovani e uno sull’informazione culturale di cui normalmente fruiscono. Quel che è emerso è che i ragazzi sono più attenti e selettivi di quanto si può pensare normalmente.

    Racconta Mazzoli: «Abbiamo indagato su quali media usano i giovani per informarsi. È venuto fuori che la televisione non è del tutto ignorata, ma viene guardata in modo diverso. La rete, naturalmente, cresce in modo straordinario, soprattutto le visite a quotidiani e siti specializzati. C’è un ritorno ai media tradizionali, ma in modo più moderno e attento: i giovani sono diffidenti nei confronti dell’informazione, perché viene percepita come schierata; sono più critici e omofilici, ovvero seguono il consiglio di amici persone di fiducia che danno suggerimenti su cosa guardare tramite Facebook, ma non solo. Tuttavia, è emerso che, di pari passo con l’omofilia, che anche la tendenza a imbattersi in notizie inaspettate e c’è curiosità. Omofilia da un lato, dall’altro criticità e indipendenza nella scelta di contenuti dal basso».

    Dallo studio di Mazzoli è emerso che i ragazzi che si informano con supporti mobile e cercano news, soprattutto su Facebook e Twitter, oggi sono l’84%, contro un 55% che dichiara di non farlo: gli adolescenti vivono in un contesto di mobilità stanziale, usano il second screen ora, mentre prima era appannaggio delle persone agé perché erano strumenti costosi. Inoltre, il 63% dei ragazzi usa app per avere accesso alle notizie.

    Ormai dalla metà degli anni 2000 abbiamo capito che i nuovi adolescenti sono costituzionalmente diversi dagli adulti, perché compongono la generazione dei nativi digitali, con una prospettiva su vita e futuro diversa da quella delle generazioni precedenti data proprio dalla tecnologia. I ragazzi costruiscono un proprio ‘patchwork mediale’, una coperta mediale che compone il loro universo e che è costruita con tessere strane, non predisposte ma piuttosto messe insieme dal basso, grazie a internet e agli altri media. Quello che incuriosisce è che gli adolescenti sono molto critici nei confronti di internet: non si prende tutto quello che c’è, ma anzi si è molto selettivi.

    Elettra Antognetti

  • Maddalena, nuovo asilo pronto a settembre. Iscrizioni dal 2015, locali vuoti per un anno?

    Maddalena, nuovo asilo pronto a settembre. Iscrizioni dal 2015, locali vuoti per un anno?

    asilo-nido-maddalena-2Entro fine estate gli infiniti cantieri del nuovo asilo nido all’incrocio tra vico Rosa e via della Maddalena dovrebbero essere conclusi. Lo ha assicurato ieri pomeriggio l’assessore ai Lavori pubblici del Comune di Genova, Gianni Crivello, rispondendo un’interrogazione a risposta immediata della consigliera di Lista Doria, Clizia Nicolella.

    Va ricordato che i lavori sarebbero dovuti terminare a dicembre 2012 ma il ritrovamento di una cisterna prima, le infiltrazioni della rete fognaria e la scarso dimensionamento delle fondamenta perimetrali poi, hanno allungato a dismisura i tempi e aumentato i costi di realizzazione di questa nuova struttura che dovrebbe ospitare una trentina di persone tra bambini e personale di servizio. Gli ultimi intoppi riguardano il tema della prevenzione incendi e dell’abbattimento delle barriere architettoniche in un contesto territoriale assolutamente «compresso e complesso» come lo stesso assessore Crivello ha definito quello di vico Rosa.

    Per questo motivo resta ancora da completare la messa a punto della piattaforma elevativa e della via di esodo di sicurezza, ovvero la scala di collegamento tra il primo e il secondo piano della struttura. «Mi prendo l’impegno assoluto – ha assicurato Crivello – che sul nido della Maddalena in questi ultimi mesi opereremo come abbiamo fatto per la scuola di piazza delle Erbe (tra l’altro la ditta appaltatrice è la stessa, come anche per quanto riguarda l’asilo del Campasso e la riqualificazione di Palazzo Senarega, ndr), staremo sempre sul pezzo con frequenti controlli al cantiere affinché almeno questi tempi siano rispettati».

    Entro settembre la fine dei lavori. Poi un anno senza bambini?

    Ma la sensazione è che, nonostante il fiato sul collo che l’amministrazione metterà alla ditta appaltatrice, il rischio che l’asilo non apra effettivamente i battenti prima dell’anno scolastico 2015-2016 sia molto alto. A confermarlo è lo stesso assessore alla Scuola, Pino Boero: «Andando verso l’estate e visti i precedenti ritardi di questo cantiere non possiamo assumerci la responsabilità di aprire le iscrizioni per il prossimo anno, innanzitutto perché se la consegna dovesse slittare ancora rischieremmo di dover poi rimandare a casa dei bambini e, secondariamente, perché difficilmente ci sarebbero i tempi per poter indire la gara per l’affidamento dei servizi». Una situazione deprecabile dal momento che si avrebbe la nuova struttura finalmente agibile ma inutilizzata per diversi mesi, senza considerare gli inutili costi di manutenzione. E un’apertura ad anno in corso è ipotesi da scartare a priori? «Sarebbe una situazione da studiare con molta attenzione – ci risponde l’assessore Boero – perché, posto che si trovi qualcuno disposto ad aprirlo a metà anno scolastico, bisognerebbe capire quali bambini sarebbero coinvolti: si potrebbe forse pensare a quelli esclusi dalle altre strutture ma non potremmo prendere in considerazione trasferimenti in corso d’opera perché altrimenti si aprirebbe un problema per gli istituti di provenienza che andrebbero a perdere utenti».

    Asilo nido Maddalena. La gara per l’affidamento dei servizi

    palazzo-tursi-aula-rossa-d27A proposito di affidamento dei servizi, secondo quanto sostenuto da Nicolella, la concessione a una cooperativa del nuovo asilo andrebbe contro gli accordi presi dall’amministrazione precedente con i cittadini della Maddalena: «L’asilo non ha solo la funzione ovvia di riqualificare il quartiere – ha sottolineato la consigliera di Lista Doria – ma l’idea che stava a monte era quella di installare una presenza costante, viva e fattiva dell’istituzione comunale attraverso una funzione pubblica che affiancasse i cittadini nella quotidiana lotta alle infiltrazioni malavitose. D’accordo che ci sono questioni economiche da preservare, ma il primo obiettivo deve rimanere la promozione della presenza del Comune accanto ai cittadini».

    Fabio Caocci dei “Liberi cittadini della Maddalena” prova a spiegarci meglio come stanno le cose: «Nel progetto iniziale – parlo di oltre cinque anni fa – sarebbe dovuto sorgere uno spazio gioco indefinito, ma come cittadini abbiamo portato avanti l’idea che se si fosse voluto rilanciare il territorio lo si sarebbe dovuto fare in modo che chi lo frequenta avesse il maggior interesse possibile a tutelarlo. E quale interesse è più grande dei nostri bambini? Così ci siamo impegnati direttamente affinché fosse trasformato in un asilo nido, tanto caratterizzato dal punto di vista edile che nel futuro non potesse essere piegato ad altri interessi economici».

    Con una serie di incontri progettuali all’allora Hop Altrove nacque così un accordo con gli assessori Margini e Corda che prendesse anche in considerazione un efficiente sistema di gestione. «Pensavamo a un sistema simile a quello che è stato adottato per piazza delle Erbe – prosegue Caocci – trasferendo nella nuova struttura asili già esistenti ma in edifici fatiscenti, limitando così al minimo l’aumento di costi di gestione e del personale. Questa amministrazione, però, si è subito lanciata sul bando perché questa è la cultura della giunta attuale: ma allora perché anche i ruoli di assessori non vengono assegnati con bando?».

    «La scritta “asilo comunale” che troviamo sul muro dell’edificio – replica l’assessore Boero – non ha nessuna pertinenza con la legislazione odierna. Le complesse problematiche economiche e di gestione di queste strutture di proprietà comunale fanno sì che in molti casi ci si affidi alla concessione a cooperative che hanno sempre dato garanzie di qualità, soprattutto se il Comune è costantemente presente con i propri controlli».

    E in questa direzione l’amministrazione si sta muovendo anche per il nido del Campasso in via Pellegrini che, a differenza di quello della Maddalena, dovrebbe riuscire ad aprire i battenti già per il prossimo anno scolastico. «Trovo molto positivo – commenta l’assessore Boero – che dopo l’apertura delle Erbe sia in via di consegna anche il nido di via Pellegrini e che, comunque, abbiamo finalmente un tempo definito per vico Rosa. Si tratta di tre strutture molto belle su cui l’amministrazione precedente aveva puntato attraverso investimenti molto oculati per creare importi presi sul territorio, in un contesto nazionale di edilizia scolastica tutt’altro che solido».

    «Noi non ce l’abbiamo con il privato sociale o convenzionato – conclude Caocci – ci mancherebbe altro. Ma in un territorio come il nostro abbiamo bisogno di qualcuno che essendo istituzione rimanga aperto sempre e comunque. Se il privato parte e dopo un anno non riesce a reggersi sulle proprie gambe ci troviamo con un asilo non aperto, un’azienda fallita e un’enorme soddisfazione per chi ha sempre ostacolato il progetto».

    Quindi, ben vengano anche i privati purché solidi? «Non ci interessa la polemica sterile, non abbiamo preconcetti ideologici ma naturalmente abbiamo delle preferenze. Il pubblico avrebbe avuto una garanzia assoluta, ancor di più se si fosse trattato del trasferimento di qualcosa di esistente. Lo fa il privato? Bene ma deve essere garantito e accompagnato dal Comune che non può affidare l’asilo e poi abbandonarlo sul modello “va avanti tu che mi scappa da ridere” che troppo spesso abbiamo visto alla Maddalena».

     

    Simone D’Ambrosio

  • Gronda, respinto il ricorso presentato da Autostrade. Ora la Conferenza dei servizi

    Gronda, respinto il ricorso presentato da Autostrade. Ora la Conferenza dei servizi

    autostrada-impatto-ambientale-grandi-opere“Oggi il Tar ha respinto l’istanza di sospensiva presentata dalla Società Autostrade per l’Italia contro il decreto del Ministero dell’Ambiente di pronuncia di compatibilità ambientale”, così si legge sulla nota stampa diffusa dalla Regione Liguria.

    Il ricorso era stato inoltrato da Società autostrade con lo scopo di dirimere i conflitti in essere tra le prescrizioni del Ministero (qui l’approfondimento) e le valutazioni di Regione Liguria.
    La decisione del Tar della Liguria potrebbe dunque scongiurare il rischio impasse e dare quindi nuovo slancio all’iter della grande opera per il traffico su gomma.
    I tanti nodi ancora da sciogliere verranno dunque affrontati in Conferenza dei servizi.

    L’approfondimento >> Gronda, i passi indietro di Autostrade

    Il progetto >> Gronda di Ponente, di che cosa si tratta?

  • #EraOnTheRoad al Festival del Giornalismo di Perugia, seguici su Twitter

    #EraOnTheRoad al Festival del Giornalismo di Perugia, seguici su Twitter

    Festival Giornalismo di Perugia 2014#EraOnTheRoad varca i confini genovesi e sbarca nel capoluogo umbro in occasione del Festival Internazionale del Giornalismo che si svolge a Perugia dal 30 aprile al 4 maggio 2014.
    Incontriamo gli ospiti per approfondire i temi trattati nei numerosi appuntamenti previsti dal cartellone (qui il programma completo dell’evento).

    La diretta (qui lo storify) è solo il primo assaggio. Seguiranno focus e interviste nei giorni a seguire, per cercare di raccontare ai genovesi un appuntamento importante che vede coinvolte personalità e testate giornalistiche da tutto il mondo.

     

    Per segnalazioni e domande scrivi a redazione@erasuperba.it

    #EraOnTheRoad, cosa ti sei perso? >> Qui le precedenti puntate

  • Wow! Science Center, Porto Antico: le ragioni della chiusura e il futuro dell’area

    Wow! Science Center, Porto Antico: le ragioni della chiusura e il futuro dell’area

    imageEra stato inaugurato il primo marzo 2013, ai Magazzini del Cotone di Genova. All’epoca era stato salutato benevolmente da tutti (noi di Era Superba ne avevamo parlato qui, e anche sul numero 45 della nostra rivista), soprattutto dalle autorità di Porto Antico S.pA. e dal gruppo Costa Edutainment. Ma a distanza di nemmeno un anno, Wow! Science Center, polo scientifico-culturale del Porto Antico promosso dalla fondazione Edoardo Garrone, è già chiuso, costretto a cedere alle pressioni economiche, alla mancanza di fondi e alla carenza di visitatori, molto inferiori rispetto al previsto.

    E la cosa, naturalmente, non rallegra nessuno: uno dei pochi poli culturali a presidiare un’area satura di esercizi commerciali, di ristorazione e uffici amministrativi: poco prima della sua inaugurazione ne avevamo parlato con Alberto Cappato, direttore generale di Porto Antico S.p.A. in una lunga intervista in cui si cercava di capire come l’inaugurazione di Wow! e il concomitante rinnovamento del Museo dell’Antartide potessero cambiare volto a una zona strategica della nostra città.

    Il perché della chiusura di Wow! Science Center

    Chiusi i battenti dopo soli dieci mesi di attività: questo, in sintesi, il bilancio dell’esperienza di Wow!, il museo interattivo voluto da Riccardo Garrone e a lui dedicato che ha contato solo la modica cifra di 40 mila visitatori (32 mila paganti), a fronte dei 300 mila stimati nell’arco di un anno. Numeri che non sono sembrati sufficienti: le cause dell’insuccesso, nonostante il fervore con cui era stato salutato, sono riconducibili alla crisi interna al sistema scolastico cittadino (e italiano), in cui – scarseggiando i fondi – sono stati operati tagli su gite e uscite didattiche: proprio agli alunni e alle scolaresche, infatti, si rivolgeva Wow!.
    Inoltre, il format impiegato, da rivisitare in base alla richiesta dei visitatori, non ha funzionato.

    «Wow! Genova Science Center è chiuso dall’inizio di gennaio – commenta la Dott.ssa Gardella, portavoce della Fondazione Edoardo Garrone – la motivazione principale della chiusura è la crisi del mercato delle gite scolastiche, le scuole sono infatti uno dei target principali per il centro di divulgazione scientifica dedicato in particolare ai più giovani, una crisi legata ovviamente alla più generale crisi economica e dei consumi. Come dichiarato non molto tempo fa da Antonio Bruzzone, Amministratore Delegato della società Science Expo Center Genova, “I numeri registrati in realtà ci incoraggiano ad andare avanti, ma al tempo stesso ci suggeriscono di affrontare un ripensamento per meglio adeguarci alle esigenze delle scuole e dei visitatori, profondamente mutate negli ultimi anni».

    “Il centro è chiuso per motivi tecnici e riaprirà non appena possibile”, si legge sulla vetrina di Wow!, e il cartello fa ben sperare in una riapertura, non appena arriveranno tempi migliori. Una soluzione transitoria e non permanente, dunque, che tuttavia farà riflettere organizzatori e promotori sulla necessità di ripensare le dinamiche messe in atto finora, per evitare un ulteriore flop. Chissà che in autunno Wow! non torni a meravigliare ragazzi, bambini, famiglie, genovesi e turisti, con nuove mostre e percorsi didattici.
    È possibile? Lo chiediamo ad Alberto Cappato, Direttore Generale di Porto Antico S.p.A: «Wow! ha chiuso addirittura a fine 2013. Purtroppo, nonostante l’idea fosse estremamente interessante ed innovativa, la risposta del pubblico non ha rispettato le aspettative degli organizzatori dell’iniziativa. Probabilmente sarebbe stato necessario un maggior investimento in promozione. Va considerato che per iniziative di questo genere i primi due anni di vita sono molto complessi e sono necessari ingenti investimenti. Mostre che cambiano ogni tre mesi necessitano un imponente sforzo in termini di comunicazione. La chiusura di WOW! con la formula attuale è definitiva, ma a brevissimo (primi di maggio) vi saranno novità interessanti relative all’utilizzo degli spazi».

    L’attività di Wow!

    imageWow! era stato pensato per inserirsi nel progetto Genova Science Center: promosso dalla Fondazione Garrone, era amministrato dalla società costituita ad hoc nel 2013, la Science Expo Center Genova Srl. Originariamente la sua offerta prevedeva, ogni anno, tre mostre interattive di 4 mesi ciascuna con effetti speciali e riproduzioni in 3D, selezionate tra la migliore produzione internazionale di intrattenimento formativo e presentate per la prima volta in Italia. Lo scopo era quello di educare e divertire, con un marcato intento didattico che si rivolgeva perlopiù ai più giovani (bambini, famiglie, alunni delle scuole primarie e secondarie). Wow! ha trovato spazio all’interno dei Magazzini del Cotone, nel primo modulo, proprio nel complesso che già ospita la Città dei Ragazzi e la Biblioteca De Amicis, allo scopo di creare un continuum con queste realtà. Uno spazio di 1500 mq in cui la divulgazione scientifica fosse un tutt’uno con cultura, esperienza e divertimento. Non a caso lo slogan di Wow! Genova Science Center era proprio “La scienza è uno spettacolo”: non si sarebbe potuta trovare una “dichiarazione di intenti” più esplicita di questa. Anche il nome Wow! non era casuale, bensì scelto per richiamare l’idea di stupore e meraviglia da un lato, e l’aspetto ludico dall’altro. Genova, insomma, sembrava ad ogni effetto la città adatta ad ospitare un’iniziativa del genere, che si inseriva nel solco tracciato negli ultimi dieci anni da un evento scientifico dalla portata internazionale, come il Festival della Scienza, la cui tradizione è ormai ben consolidata.
    La presenza costante e duratura di Wow! avrebbe permesso di dare continuità lungo tutto l’anno alla manifestazione temporanea del Festival, contribuendo a fare del Porto Antico un museo a cielo aperto, tra Acquario, Museo dell’Antartide e Science Center, per incentivare il turismo culturale. Non a caso era stato proprio il Festival della Scienza a battezzare anticipatamente gli spazi in cui doveva sorgere Wow!, durante la decima edizione, quella del 2012: nei locali era stata allestita la mostra I giochi di Einstein, e Ginowa, hiar 2492 (Genova, anno 2492).

    Ad aprire l’attività dello Science Center, la mostra ‘Brain, the world inside your head’, da marzo a giugno 2013, prodotta da Evergreen Exhibitions e incentrata sugli sviluppi della ricerca scientifica sul cervello: un viaggio all’interno del cervello umano tra allestimenti interattivi e riproduzioni 3D. Successivamente, in autunno era stato il turno di ‘ABISSI – Missione in fondo al mare’, sempre di Evergreen Exhibitions: viaggio in tre stazioni alla scoperta delle profondità dell’oceano. Infine, ‘2050’ dal 16 novembre al 9 febbraio 2014: mostra ideata dal Science Museum di Londra, in cui si cerca di rispondere ad alcune importanti questioni scientifiche e tecnologiche che hanno un effetto determinante sul presente e sul futuro della nostra esistenza.
    Inoltre, laboratori per le scuole ed eventi collegati a mostre di arte contemporanea allestite nello stesso periodo a Villa Croce, per rinforzare l’interazione con le varie realtà cittadine, non solo con il Porto Antico. L’obiettivo dichiarato dalla Fondazione Garrone, all’epoca, era arrivare a produrre gli eventi direttamente a Genova, da esportare anche fuori.

     

    Elettra Antognetti

  • AIESEC Genova, programma Make in Italy: dai banchi universitari al mondo del lavoro

    AIESEC Genova, programma Make in Italy: dai banchi universitari al mondo del lavoro

    GiovaniBen 124 Paesi in tutto il mondo, oltre 86 mila iscritti, 8 mila partner, 500 conferenze nel mondo, 2.400 università, 65 anni di attività: questi sono i numeri di AIESEC. Vi sarà capitato – soprattutto ai più giovani – di leggere questa sigla su cartelloni e poster che tappezzano la città, ma soprattutto le aule universitarie. Per chi ancora non sapesse cos’è e cosa fa, si tratta di un network internazionale gestito da studenti universitari per “creare un impatto positivo attraverso esperienze di sviluppo della leadership” (www.aiesec.it), favorire attraverso scambi internazionali lo sviluppo di competenze pratiche ai fini di un inserimento nel mondo del lavoro, proprio all’interno del mondo accademico, spesso tacciato di astrattezza.

    L’associazione esiste in varie città italiane, tra cui Genova: qui il comitato direttivo organizza attività che interessano tutti gli studenti della regione, senza vincoli di background accademici: chiunque può partecipare. In particolare, dallo scorso anno AIESEC Italia ha dato vita al programma Make in Italy, per valorizzare il potenziale del nostro Paese e insegnare ai giovani a far fruttare le materie prime di cui disponiamo.

    «Abbiamo iniziato a interrogarci sul perché della fuga dei cervelli in un Paese ricco di eccellenze che lo rendono famoso in tutto il mondo – racconta Michele Bassetto della Facoltà di Economia di Genova, vice presidente di AISEC Italia Local Committee of Genoa – perché il potenziale che abbiamo non è sfruttato? Perciò abbiamo pensato a questo nome legato a un punto di snodo così importante per l’Italia come il “made in Italy”: vogliamo dire ai ragazzi di “svegliarsi”, di aver voglia di fare, di essere curiosi, agire per cambiare ora. Era una contraddizione che l’associazione si occupasse prevalentemente di scambi all’estero e non facesse nulla per valorizzare le risorse di cui disponiamo» 

     Cos’è AIESEC

    Si tratta di un’organizzazione globale, apolitica, indipendente, no-profit gestita interamente da studenti universitari e neolaureati di età media 23 anni. I soci sono studenti di norma interessati alle grandi questioni globali, alla leadership e al management. “Pace e sviluppo del potenziale umano” è la loro mission, come si può leggere sul loro sito. Attualmente AIESEC Italia è presente in 16 città, ha 18 sedi locali e coinvolge 30 tra le migliori università della penisola: oggi l’associazione conta un totale di 1000-1500 membri solo nel nostro Paese.

    Tra le principali finalità che si propone, quella di fare in modo che che i membri acquisiscano “skills” come leadership, efficienza, responsabilità sociale, internazionalismo, autocoscienza. Ad esempio, gli iscritti all’associazione hanno l’opportunità di guidare team in diverse aree tematiche e realizzare progetti. Inoltre, attraverso i programmi di scambio e l’interazione online, gli studenti lavorano a contatto con persone provenienti da tutto il mondo, imparano a lavorare in ambienti diversi e ad acquisire una prospettiva globale: un percorso che di solito li aiuta a fare chiarezza sulla strada da intraprendere in futuro.

    AIESEC a Genova è presente da oltre 60 anni: nata intorno alla fine degli anni ’50 è una delle prime sedi in Italia. Anche qui, nel comitato locale, l’attenzione è rivolta all’etica, al team work, alla sostenibilità, all’innovazione. Si legge proprio sul sito di AIESEC: “Siamo un’associazione globale con una vasta gamma di programmi e progetti gestiti interamente dai nostri membri. Questi investono tra le 10 e 20 ore settimanali in AIESEC, parallelamente alla vita universitaria, alla famiglia, agli amici e alle loro altre attività. Imparano quindi a gestire il tempo e le priorità simultaneamente”.

    I programmi di AIESEC: Move, Play, Make in Italy

    Due i programmi principali dell’associazione, Move e Play. Il primo permette ai giovani studenti italiani di svolgere dalle 6 alle 8 settimane di lavoro in progetti all’estero. I ragazzi vengono supportati nella ricerca dello stage e seguiti passo passo nell’acquisizione di “soft skills” che favoriscano il posizionamento sul mercato del lavoro. 

    Play, invece, permette di entrare a far parte dell’organizzazione e lavorare all’interno di un comitato locale, “per mettere in pratica quello che si studia sui libri attraverso un’esperienza concreta fatta di impegno e crescita professionale”. Mentre Move è un programma internazionale, questo ha carattere spiccatamente più nazionale: chi aderisce, diventa parte attiva nell’aiutare altri giovani a partire per un’esperienza all’estero.

    All’interno di Play, da qualche tempo AIESEC ha lanciato il progetto Make in Italy. L’iniziativa è nata nel 2013 da un’idea di AIESEC Italia e offre ai giovani l’opportunità di imparare, fare esperienza di ciò che studiano solo in teoria, allargare i propri orizzonti a contatto con culture e prospettive diverse. Il nome del programma è una storpiatura del più noto “made in Italy” e non a caso l’iniziativa è fortemente collocata a livello nazionale: il suo scopo è valorizzare le potenzialità di cui dispone l’Italia (moda, manifattura, industria, artigianato, insomma il “made in Italy”) e aiutare i giovani a sfruttare queste eccellenze, invogliandoli a restare in Italia piuttosto che fargli sognare di emigrare già a 18 anni, in cerca di un Eldorado chissà dove.

    Make in Italy si rivolge ai ragazzi di quella che è stata definita la “generazione Erasmus” – persone in movimento, che si spostano, si impegnano in attività di volontariato e professionali, vivono esperienze multiculturali in vari ambiti -, e proprio a loro dice che andarsene via può essere un momento di formazione costruttiva, ma non deve essere una decisione inderogabile: Make in Italy è un imperativo concreto e immediato, un invito a fare, ad attivarsi per la costruzione del futuro dei giovani ventenni e trentenni di oggi, che sappiamo affrontano grosse difficoltà. Il programma cerca di coinvolgere ogni anno sempre più giovani per mettere da parte lo slogan dei “cervelli in fuga” e tornare a credere che i giovani possono ancora portare uno stravolgimento in positivo.

    “Perché con le nostre azioni e attività vogliamo dimostrare che tutto è possibile, anche in Italia. Perché i giovani che entrano in AIESEC sono stanchi degli stereotipi e vogliono dimostrare al mondo che gli italiani non sono solamente pizza, spaghetti e mafia. Perché AIESEC è fatta da una generazione di giovani che vuole sentirsi fiera di essere italiana”, tratto da  http://aiesec.it/lc/trento/.

     

    Elettra Antognetti

  • Impianti sportivi comunali, canoni troppo bassi rispetto alle spese. Così si va a bagno

    Impianti sportivi comunali, canoni troppo bassi rispetto alle spese. Così si va a bagno

    bassa-valbisagno-marassi-stadio-ferrarisOltre 540 mila euro di perdita, ogni anno. A tanto ammonta il fardello degli impianti sportivi comunali sulle tasche dei cittadini genovesi secondo i dati illustrati un paio di settimane fa dall’assessore Boero in una seduta di commissione che aveva l’obiettivo di fare luce sulla situazione delle strutture rientrate nella gestione di Tursi a seguito della liquidazione di Sportingenova. Ma, naturalmente, l’occasione è stata ghiotta per fare il quadro su tutto il panorama cittadino: salvo alcune rarissime eccezioni, dal 2008 il Comune ha deciso di non dare più contributi diretti ai suoi 96 impianti, secondo quanto previsto anche dal Regolamento dello sport licenziato nel 2010 dal Consiglio comunale. Tra queste rarissime eccezioni, però, vi sono i 5 cinque grandi impianti che fino a pochi mesi fa erano gestiti dalla partecipata creata ad hoc e miseramente fallita per bilanci costantemente in rosso. Villa Gentile, Lago Figoi, Luigi Ferraris, Sciorba e Carlini.

    Per queste strutture, ereditando concessioni stipulate nel passato e difficilmente rivedibili fino a naturale scadenza, Palazzo Tursi versa ogni anno 1,33 milioni di euro e incassa 790 mila euro di canone. La differenza tra le due cifre rappresenta, appunto, la perdita strutturale per le casse pubbliche. «Ma si tratta anche sostanzialmente dell’unico “investimento” che il Comune sostiene nel settore dello Sport – ha spiegato in Sala Rossa l’assessore Boero – visto che dal bilancio dell’anno scorso ho ottenuto solo 86 mila euro per i disabili e 100 mila euro a dicembre come manovra di assestamento». Una situazione che, se si dovesse riverificare nelle prossime settimane per quanto riguarda le previsioni di spesa per il 2014, potrebbe mettere a serio rischio la possibilità di partecipazione a diversi bandi regionali dedicati alla manutenzione degli impianti sportivi per cui è richiesta una compartecipazione economica del Comune per il 30% del totale delle somme erogate.

    Tra questi finanziamenti rientrerebbero anche quelli per l’efficientamento energetico, quantomai indispensabili dato che buona parte del debito degli impianti è causato da utenze non pagate. «Una previsione disastrosa – sostiene Boero – perché non possiamo ricaricare ai gestori anche le manutenzioni straordinarie per cui sarebbero necessari mutui pluridecennali. Ma nel bilancio triennale 2014-2017 il Comune di Genova ha previsto di investire per lo sport solo 150 mila euro». Un quadro ancora più nefasto se si considera che il personale della direzione sport che dovrebbe controllare il rispetto di tutte le concessioni in essere può contare su un organico ridotto all’osso: «L’ufficio – ha detto ancora Boero – ha solo tre impiegati e un tecnico semi esterno a fronte di un lavoro che non riguarda direttamente solo le funzioni sportive ma anche quelle patrimoniali perché si tratta di salvaguardare beni pubblici per diverse centinaia di milioni di euro».

    A queste cifre piuttosto critiche se ne deve aggiungere ancora una. Non va dimenticato, infatti, che i cinque impianti rientrati dalla liquidazione di Sportingenova, fissata definitivamente il 31 marzo scorso, si portano in dote un debito di 8,3 milioni di euro che sarà ammortizzato entro il 2017 con un ripianamento di circa 2 milioni di euro all’anno. La cifra deriva principalmente da utenze non pagate relative agli impianti di Lago Figoi, Sciorba e Ferraris dato che i debiti di Villa Gentile e Carlini erano già stati estinti attraverso la permuta dell’ex palazzo delle poste a Borgo Incrociati.

    Ma vediamo, nel dettaglio, come sono gestite le cinque “grandi” strutture e che rapporto economico hanno con Palazzo Tursi.

    Villa Gentile

    Partiamo dalla situazione più critica ovvero Villa Gentile, in concessione fino a metà 2029 alla società “Quadrifoglio” che dovrebbe realizzare una serie di investimenti per migliorare gli impianti. Il canone di concessione è di 2240 euro all’anno: una cifra assolutamente irrisoria se si considera che per la pista di atletica e le strutture annesse, compreso il giardino pubblico presente tra via dei Mille e via Era, il Comune versa ogni anno fino a 40 mila euro, ad eccezione del primo per cui sono stati impegnati 27 mila e 500 euro. Ma riguardo al giardino pubblico sono sorte alcune problematiche che potrebbero addirittura portare a una revoca della concessione. Trattandosi di uno spazio libero per i cittadini, infatti, l’accesso dovrebbe essere privo di ostacoli ma non è stato agevolato dalla società concessionaria secondo quanto previsto dal contratto stipulato con Sportingenova. «La società concessionaria – spiega la consigliera di Lista Doria, Clizia Nicolella – ha abbattuto una barriera che separava il campo dal giardino pubblico e ne ha sostanzialmente interdetto l’accessibilità ai cittadini per questioni di sicurezza a causa dell’adiacenza all’impianto sportivo. Ma nel nostro piano urbanistico la superficie degli impianti sportivi viene calcolata nel novero delle aree verdi attrezzate per cui il libero ingresso a tutti cittadini deve assolutamente essere garantito».

     «Abbiamo fatto partire una lettera che intima la pacificazione della situazione secondo quanto richiesto giustamente anche da un comitato di cittadini» ha replicato l’assessore Boero, che ha anche aggiunto: «Nella stessa lettera chiederemo alla società una verifica degli impegni presi per l’ammodernamento della struttura: io ho l’impressione che sia stato fatto pochino e a quel punto potremmo capire se ci sarà la possibilità di intervenire revocando la concessione, come già successo per la piscina Sapio di Multedo».

    Stadio Carlini

    Radicalmente diversa la situazione dello stadio Carlini, affidato direttamente al Cus anche grazie all’intercessione del rettore dell’Università di Genova che si è fatto garante degli impegni di socialità e tariffazione previsti dalla concessione. Inoltre, la società si è impegnata a non sfrattare le polisportive che gestivano i diversi impianti ai tempi dei precedenti accordi siglati con Sportingenova e a non aumentarne i subcanoni. Lo stadio con velodromo, la palestra di scherma, il poligono di tiro, il campo sintetico di calcio a 5 e quello per il baseball resteranno al ramo sportivo dell’Ateneo fino a metà 2029, previo canone annuale di 10 mila euro e contributo comunale complessivo di 300 mila euro da erogare lungo i primi 5 anni. L’Università per ora ci mette nulla di tasca propria: solo circa 1 euro a studente, derivante però dalle tasse pagate dagli stessi iscritti.

    Lago Figoi

    Il Lago Figoi, invece, è stato affidato a “My Sport 2” attraverso una gara europea con una concessione decennale che scadrà a metà 2022: 5 mila euro di canone per una piscina da 33 metri, un palazzetto dello sport, una palestra di arrampicata su corda e il parco circostante. Esorbitante il contributo della Civica Amministrazione anche se i lavori di manutenzione straordinaria erano particolarmente ingenti: quasi 229 mila euro per il primo anno e 248 mila a partire dal secondo.

    Luigi Ferraris

    Ben nota la situazione del Luigi Ferraris: lo stadio di Marassi a fine 2012 è stato affidato per dieci anni al consorzio Stadium che versa un canone di 310 mila euro. Gli introiti dovrebbero essere assicurati principalmente dagli affitti di Genoa e Sampdoria, anche se non sempre i pagamenti sembrano essere puntuali, in particolare per quanto riguarda il club di Villa Rostan.

    La Sciorba

    Infine, la struttura più variegata, l’impianto polisportivo della Sciorba, composto da diverse strutture e oggetto di quattro differenti affidi. Le piscine per nuoto e pallanuoto con due vasche olimpioniche e una terza da 25 metri, una per attività neonatali e un’ultima più ludica sono state affidate con gara europea al consorzio “My Sport” con concessione decennale a partire da febbraio 2013. 10 mila euro il microscopico canone annuo, controbilanciato da un sostanzioso contributo pubblico: 463 mila euro per il primo anno, 522 mila a partire dal secondo.

    L’attiguo stadio, che comprende anche un campo sintetico di calcio a 5 e una pista di atletica, è stato affidato in trattativa privata a seguito del fallimento di due bandi: 30 mila euro il canone richiesto per la concessione che scadrà a fine aprile 2023 e che si scontra con la cifra decisamente più modesta delle piscine anche in virtù delle strutture a disposizione.

    Scadrà, invece, a fine agosto 2021 la concessione per la palestra di arrampicata per cui l’associazione sportiva dilettantistica Kadoinkatena versa al Comune poco più di 2 mila euro all’anno. Stesso canone ma scadenza a fine del 2015 per la meno conosciuta palestra indoor dedicata al salto con l’asta, affidata all’ASD “The Tube”.

    football«Il nostro obiettivo – commenta l’assessore Boero – è quello di intensificare i controlli per verificare il rispetto di tutti i punti delle concessioni: dalle clausole sociali a quelle che prevedono sostanziosi impegni manutentivi. Non bisogna dimenticare poi gli aspetti economici perché si devono salvaguardare i beni e il patrimonio del Comune, garantendo le funzioni pubbliche previste dai contratti».

    Ma questi non sono gli unici contratti con cui il Comune deve avere a che fare.

    Come molti consiglieri di tutti i colori politici hanno avuto gioco facile a sottolineare, c’è un’estrema necessità di chiarezza ed equità. «Nel momento in cui l’amministrazione civica ha strutture sportive e deve darle in gestione esterna perché non è più in grado di farsene carico – ha tuonato il consigliere Salvatore Caratozzolo, PD – deve farlo con un criterio uguale per tutti. Non ci possono essere trattamenti difformi che vedono, da un lato, concessioni per 16, 20 anni accompagnate da contribuzioni economiche a diversi zeri a fronte di canoni di poche migliaia di euro e, dall’altro, impianti molto più piccoli assegnati senza nessun sostegno economico, con necessità di importanti opere di manutenzione e previo pagamento di canoni molto più onerosi». Per il consigliere democratico bisogna, inoltre, evitare che poche holding si accaparrino diversi impianti in città senza mantenere gli impegni economici e sociali pattuiti con il Comune: «Ci sono società – ha proseguito Caratozzolo – che non hanno speso un centesimo mentre altre si indebitano in proprio per valorizzare il patrimonio comune, magari tenendosi in piedi solo grazie al volontariato. Ora basta, bisogna intervenire».

    «Il sistema – rincara la dose Enrico Musso – di per sé sarebbe anche sano nel principio ma non può tenere se una società che prende denari dal mercato restituisce di norma al Comune in termini di concessione meno di quanto riceve come contributo soprattutto perché, oltre allo sbilancio, spesso il cittadino si trova di fronte a servizi e pagamenti non molto dissimili dall’offerta di impianti interamente privati».

    «Le società sportive non dovrebbero arricchirsi in maniera spropositata – prosegue il capogruppo di Sel, Gian Piero Pastorino – ma ciò succede perché esistono veri e propri rapporti clientelari consolidati nel tempo tra alcune di queste società e la civica amministrazione».

    Ma è lo stesso assessore Boero che, per primo, vorrebbe fare ordine in questa giungla: «Al di là dei cinque grossi impianti, la situazione è molto complessa perché il regolamento del 2010 non consente grandi manovre in fase di rinegoziazione delle concessioni. Per questo ho chiesto che nella Consulta dello sport fossero inseriti anche 3 rappresentanti dei consiglieri comunali e altrettanti dei consiglieri municipali affinché si possa capire come rimettere mano al regolamento stesso. Non si tratta di andare verso una liberalizzazione assoluta ma non si possono neppure avere vincoli eccessivi che blocchino ogni trattativa. L’obiettivo è, infatti, quello di giungere a pochi format di contratti precisi e uguali per tutti, cercando anche di andare incontro alle società virtuose perché se e vero che dal 2008 abbiamo tolto buona parte dei contributi diretti e anche vero che a carico dei gestori restano gli obblighi di manutenzione».

    Un esempio? Lo storico campo da calcio del Branega che sta lentamente tornando alla luce: come previsto dal regolamento non riceverà alcun contributo ma la società che si è aggiudicata la concessione decennale, oltre a 5 mila euro di canone annuo, dovrà farsi carico di circa 300 mila euro di lavori di manutenzione per disseppellire il terreno da anni di incuria. Non basta? Diamo uno sguardo allora alla piscina Massa di Nervi: per riaprire i battenti nella prossima stagione estiva il Comune ha messo a disposizione 36 mila euro per la copertura delle utenze a fronte di un canone complessivo di 400 euro. Ma di questo tema e delle piscine più in generale parleremo in maniera approfondita prossimamente.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Mercato Corso Sardegna: procedono i lavori di bonifica, nel 2015 l’apertura dei cancelli. Il nostro sopralluogo

    Mercato Corso Sardegna: procedono i lavori di bonifica, nel 2015 l’apertura dei cancelli. Il nostro sopralluogo

    Mercato Corso SardegnaEx mercato di Corso Sardegna: a che punto eravamo rimasti? Nel corso del tempo vi abbiamo raccontato gli sviluppi della situazione e da ultimo, in un nostro articolo di qualche mese fa, avevamo descritto nel dettaglio le ultime vicende legate alla storica struttura in abbandono, ovvero  il via libera alla demolizione del tetto e alla realizzazione di una piazza multifunzionale. Coadiuvati dal presidente del CIV Umberto Solferino, dal presidente del Municipio III Massimo Ferrante e da alcuni tecnici, siamo tornati sul posto durante l’ultima puntata di #EraOnTheRoad per verificare di persona lo stato delle cose.

    Il progetto della Rizzani-De Eccher, ormai si sa, è definitivamente accantonato: è stato bloccato da Comune e Regione, dopo anni di attesa del via libera per iniziare i lavori. Prima esecutivo, il progetto è stato poi stoppato nel 2011 quando, dopo l’alluvione del 4 novembre, Comune di Genova e Regione Liguria sono stati chiamati a rivedere i parametri di esondabilità nel territorio della Val Bisagno: l’area di Corso Sardegna è stata classificata come “zona rossa”, a forte rischio idrogeologico, e l’’intervento per la costruzione dell’autosilo interrato (previsto dalla Rizzani) non è stato giudicato a norma con il piano di bacino del Bisagno. Il Piano impedisce anche il cambio di destinazione d’uso dell’area, che deve restare commerciale almeno fino alla messa in sicurezza del Bisagno.

    La demolizione del tetto in amianto

    mercato-corso-sardegna-tettoIl Comune, come vi avevamo già anticipato, si è attivato per realizzare in questi mesi alcuni piccoli interventi di messa in sicurezza e conseguente riapertura dell’area alla cittadinanza, in attesa degli eventi che nei prossimi anni potrebbero sbloccare in via definitiva il futuro dell’ex mercato: ovvero, mini-scolmatore del Fereggiano (che sbloccherebbe i veti attualmente imposti dal Piano di Bacino) e definitiva chiusura delle vicende giudiziarie fra Comune e De Eccher con in ballo i famosi 11 milioni di risarcimento richiesti dalla ditta.

    Innanzitutto, procedono i lavori per la demolizione del tetto in amianto (9 mila mq), realizzata da Amiu Bonifiche, ditta partecipata del Comune di Genova. Un impegno che Tursi ha preso assieme al Municipio III per conformarsi alla legge ed evitare danni alla salute dei cittadini, e per cui ha stanziato 200 mila euro. I lavori, conferma Massimo Ferrante, presidente del Municipio, procedono e, stando ai report periodici, sembra che sarà rispettata la deadline di settembre 2014 per la fine dei lavori.

    La demolizione degli edifici

    Inoltre, la giunta comunale ha messo sul piatto altri 500 mila euro (con un investimento totale, dunque, pari a 700 mila) per la demolizione degli edifici nella parte retrostante del mercato: si tratta degli unici fabbricati non soggetti al vincolo della Soprintendenza per i Beni Architettonici. Il resto della struttura non può essere abbattuto e si dovrà procedere al restauro: un esempio su tutti, la facciata antistante e l’area rialzata all’interno, in posizione centrale, esempio di commistione tra lo stile Liberty e il Decò dei primi decenni del ‘900.
    La proposta di demolizione non è stata, però, ben accolta da molti. Oltre alla titubanze del CIV, anche quelle di cittadini e tecnici. Ecco come commenta l’architetto Matteo Marino: «Il vincolo sulla struttura è dovuto al suo valore artistico e architettonico: si pensi che si tratta del primo mercato in Italia realizzato in cemento armato e vetro, mentre prima di questo tutti gli altri venivano realizzati in ferro e vetro. È un bene monumentale importante, di valore. Noi ci opponiamo alla demolizione, sarebbe un po’ come chiedere di demolire una parte del Colosseo, per capirci. Non vogliamo che vengano buttati giù volumi: questa struttura è simile a quella del Mercato Orientale di Via XX Settembre, tra le poche rimaste a Genova. Perché non creare un continuum una linea immaginaria che colleghi il centro città alla Val Bisagno?»

    Dal CIV chiedono il mantenimento della struttura perimetrale attuale, senza alcuna demolizione: «Gli interventi non porterebbero vantaggi per la riqualificazione del quartiere e anzi priverebbero la città di edifici di valore storico. Inoltre, mantenerli consentirebbe la chiusura del complesso nelle ore notturne e di conseguenza il decoro e pulizia dell’area».

    Il restauro della facciata e l’apertura degli ingressi

    Oltre a questo intervento di demolizione, dal Municipio propongono un altro intervento: l’eliminazione dei ponteggi dalla facciata principale, lì da oltre un ventennio, e la messa in sicurezza dei cornicioni pericolanti. La misura sarebbe attuabile grazie alla disponibilità del Municipio, che dice di voler attingere una somma (ancora da stabilirsi) dal suo conto capitale (in totale pari a 300 mila euro). In conseguenza a questa messa in sicurezza, anche l’apertura di un varco tra Via Varese e Corso Sardegna, misura che incontra il favore anche del CIV e dei cittadini. Questi ultimi, infatti, avanzano la proposta di aprire gli ingressi dell’ex mercato, per collegare San Fruttuoso a Marassi e poi al centro: si creerebbe un collegamento, dice sempre l’architetto Marino, tra i vari quartieri, ripercorrendo il percorso dell’antica Via San Vincenzo e seguendo l’itinerario della Via Antica Romana che collega Levante e Ponente. Per la misura sarebbe necessaria anche la messa in sicurezza dei percorsi di viabilità pedonale e ciclabile, e un accesso potrà essere predisposto per il traffico veicolare (a pochi metri di distanza la nuova piazza sull’antica via romana, qui l’approfondimento).

    L’agorà gestita dal CIV

    Si parla anche di supplire alla lentezza istituzionale e alla mancanza di un progetto con alcune iniziative organizzate da CIV e Municipio. Anche se per ora non c’è nulla di certo e si è ancora in fase decisionale – una volta ultimati gli interventi di bonifica – il CIV dovrebbe prendere in gestione il vecchio bar all’interno del mercato, situato proprio nell’area rialzata centrale. Questo sarebbe possibile per il fatto che, trattandosi di una struttura sopraelevata, non sarebbe a rischio di inondazioni e allagamenti e non è soggetta ai vincoli imposti dalle norme idrogeologiche in questa zona.
    Commenta Ferrante, dal Municipio III: «La nostra idea sarebbe quella di trasformare il mercato, in futuro, in un luogo che accolga start up e imprese artigianali, per rendere viva la zona. Un’area di aggregazione giovanile, in cui si possa costruire sul costruito ed evitare di aggiungere altro cemento in una zona che ne è già satura. Però, prima di pensare a proposte di questo tipo, è necessario attendere il completamento del mini-scolmatore. Intanto, le misure di messa in sicurezza della facciata serviranno a ridare dignità al luogo e arginare il degrado su Corso Sardegna»
    In attesa della messa in sicurezza idraulica del Fereggiano, Civ e Municipio vorrebbero realizzare un polo agroalimentare a chilometro zero, gestito dai commercianti che già operano nei negozi limitrofi e una piazza, un’agorà per l’aggregazione degli abitanti fornita di apposito arredo urbano. Il tutto, da realizzarsi con arrendi ed elementi facilmente rimovibili, in quanto si tratta, appunto, di una soluzione estemporanea (e non definitiva!), voluta fortemente da CIV, cittadini e con il consenso del Municipio. Diciotto mesi è il tempo previsto per finire la piazza.

    Le misure sono state attuate per ovviare allo stallo e ridare un po’ di attrattiva un’area che altrimenti morirebbe, e il cui abbandono sta già facendo morire il commercio delle aree limitrofe, riducendo Corso Sardegna da naturale prosecuzione del centro, a periferia senza appeal.
    La scelta del mercato a km 0 ha vinto sulle altre proposte, dal momento che – come dicevamo – il piano di bacino impedisce il cambio di destinazione d’uso dell’area, che deve restare commerciale. Qui, la piccola agorà che nascerà sarà a completa disposizione dei cittadini del quartiere, che oggi lamentano la mancanza di spazi aggregativi e la totale assenza di panchine e arredi urbani lungo Corso Sardegna. Il CIV, da parte sua, propone anche la fruizione di spazi aperti con aree verdi, da utilizzare per manifestazioni e mercatini rionali, e l’introduzione di impianti sportivi con installazione di tensostrutture a copertura dell’area (visto che il tetto sarà demolito e che non si possono inserire strutture permanenti).

     

    Elettra Antognetti

  • San Fruttuoso, borgo di Sant’Agata: il progetto del Civ, nuova piazza sull’antica via romana

    San Fruttuoso, borgo di Sant’Agata: il progetto del Civ, nuova piazza sull’antica via romana

    imageA due passi da Corso Sardegna, dietro all’ex mercato ortofrutticolo, da qualche giorno sono partiti i lavori di riqualificazione parziale di Largo Giuseppe de Paoli: una piazza dall’alto valore storico, che oggi fa parte del piccolo nucleo dell’antica Val Bisagno, sopravvissuto agli stravolgimenti urbani. Un progetto del 2010 proposto dal CIV (che è anche committente dei lavori), finanziato al 70 per cento con fondi europei: si tratta del secondo progetto proposto dal comitato che partecipa a un bando regionale, vincendo e ottenendo accesso a finanziamenti pari a 150 mila euro, stanziati dall’Unione Europea. Prima era stata la volta della riqualificazione di Piazza Manzoni, che vi avevamo già raccontato qui.

    Stando alle proposte del comitato di cittadini, la piazza – su progetto degli architetti Dario Kuglievan e Roberto Martinelli – si trasformerà in un’isola pedonale, un’oasi felice per i cittadini chiusa tra via Giacometti e il complesso di Sant’Agata. Gli interventi, ora in corso, dovrebbero concludersi a fine estate e riguarderanno la riorganizzazione dei posti auto su Via Giacometti, la risistemazione del tratto che unisce la via con il complesso storico di Sant’Agata, l’introduzione di reti fognarie bianche e nere. Inoltre, un arredo urbano consono alle esigenze degli abitanti della zona, con panchine, stalli per le biciclette, nuove fonti di illuminazione (5 pali della luce), telecamere per la videosorveglianza dell’area.

    Racconta Umberto Solferino, presidente del CIV: «Una soddisfazione: siamo al nostro secondo progetto finanziato al 70% dalla UE grazie alla partecipazione al bando regionale. Questo significa che il CIV è un interlocutore fondamentale per il Comune e l’amministrazione civica. Il nostro intervento in Piazza Manzoni, ad esempio, è oggi fiore all’occhiello della zona. Come CIV dovremo intervenire anche economicamente per ultimare i lavori in Largo de Paoli: a nostro carico, ad esempio, l’inserimento di telecamere».

    imageIl progetto prevede inoltre l’incremento della cartellonistica e la pedonalizzazione dell’area vicina all’allaccio dell’antico Ponte di Sant’Agata, con collegamento al ciottolato storico della piazza. Ci svela sempre Solferino che da qualche giorno la ditta appaltatrice che sta seguendo i lavori ha preso contatti con la madre superiora del convento di Sant’Agata e sembra ci sia un accordo per il rifacimento della pavimentazione anche nel tratto privato, di proprietà del convento, che affaccia sulla via principale.

    Gli interventi mirano a rilanciare il turismo e a creare un tutt’uno con il complesso dell’ex mercato di Corso Sardegna, che a breve sarà interessato da interventi di recupero a fruizione della cittadinanza.
    L’importanza di questi lavori è data dal fatto che, come si diceva, si tratta di un sito dall’alto valore storico: la pavimentazione originaria è quella della Via Antica Romana, che seguiva il tracciato del Ponte di Sant’Agata e univa Levante e Ponente. In questa prima fase dei lavori, si sta smantellando l’antico ciottolato in pietra, ma in un secondo tempo sarà restaurato e valorizzato. Così commenta l’architetto Matteo Marino, cittadino da sempre attivo nella promozione culturale della zona e attento alla valorizzazione del sito di Sant’Agata: «Questi lavori daranno la possibilità di rilanciare la zona sotto il profilo turistico: si potrebbe creare un percorso lungo la Via Antica Romana, in cui i cittadini possono passeggiare liberamente o andare in bici».

    Gli interventi sono volti al miglioramento generale della zona, ma soprattutto serviranno a ridare dignità a una piazza oggi relegata al rango di “slargo”, che affaccia sulla più trafficata Via Giacometti e offre qualche posteggio agli automobilisti perlopiù diretti in Corso Sardegna. «Purtroppo Genova – commenta Solferino – è la città del “mugugno” libero: spesso i nostri interventi seppur positivi, non sono così sentiti dalla popolazione, noi vogliamo che il nostro quartiere sia decoroso, assumendoci anche oneri in termini monetari; o ancora, organizziamo eventi per ridare slancio alla zona: certe volte ci arrabbiamo con il territorio nel non vedere riconosciuto il nostro lavoro».

     

    Elettra Antognetti

  • Scuola digitale, la situazione degli istituti genovesi. Tablet e lavagne interattive, finanziamenti e iniziative

    Scuola digitale, la situazione degli istituti genovesi. Tablet e lavagne interattive, finanziamenti e iniziative

    scuola-piazza-erbe-inaugurazione-27-gennaio-2013 (1)La scuola genovese compie passi decisi verso la digitalizzazione. Sono molti gli istituti che hanno già raggiunto buoni risultati e altrettanti si apprestano a farlo, forti dei finanziamenti ricevuti, ma anche e soprattutto della buona volontà delle persone che ci lavorano. Tante scuole si sono mosse prima di vedere i soldi accreditati e altre lo hanno fatto di loro spontanea iniziativa, aiutate dai genitori.

    Sul sito del MIUR leggiamo che l’intento è fare in modo che l’innovazione digitale “rappresenti per la scuola l’opportunità di superare il concetto tradizionale di classe, per creare uno spazio di apprendimento aperto sul mondo nel quale costruire il senso di cittadinanza e realizzare una crescita intelligente, sostenibile e inclusiva”.

    LIM, cl@ssi 2.0,WIFI e rete LAN sono le sigle più in voga fra i dirigenti scolastici. Che cosa significano?

    LIM, lavagna interattiva multimediale

    LIMLa lavagna interattiva multimediale (LIM) è lo strumento che dovrebbe far sparire gessetti e ardesia che, diciamocelo, fanno molto scuola nell’immaginario della maggior parte di noi. La LIM, insieme ad un video proiettore e un pc permette di ampliare le possibilità di insegnamento per gli insegnanti e l’interazione con gli studenti. In parole povere sulla LIM si può scrivere, gestire immagini, vedere video e navigare in rete, ma soprattutto si possono fare video lezioni, creare ambienti virtuali nei quali far agire gli studenti. Le potenzialità sono molte e gli insegnati genovesi formati dai corsi previsti dal Ministero o auto-formatasi sembrano volerle sfruttare. Proprio di questi giorni l’invio di una circolare dell’Ufficio Scolastico Regionale che invita i vari istituti ad eleggere a capofila una singola scuola per chiedere e acquistare i dispositivi digitali in modo da poter avere un contenimento dei costi.

    Le lavagne multimediali si possono acquistare all’interno del MePA, il mercato elettronico della Pubblica Amministrazione, questo dovrebbe garantire costi inferiori al normale mercato. Pare però che il MePA non sia visto così di buon occhio da tutti gli istituti. Ad esempio ci raccontano dall’istituto Comprensivo Centro storico (gli istituti comprensivi riuniscono scuola materna elementare e media)  che non è così di facile utilizzo e la direttrice scolastica del comprensivo di S. Fruttuoso aggiunge che a volte si trovano fornitori vantaggiosi al di fuori del MePA, che poi si dovranno comunque accreditare al suo interno.

    Ad ogni modo, che sia MePa oppure no, una volta acquistata la LIM viene spontaneo chiedersi se tutti gli insegnanti sappiano come utilizzarla per questo sono stati pensati dei corsi di formazione ad hoc.

    Chi tiene i corsi di formazione per l’utilizzo della LIM?

    In una prima fase, con le prime assegnazioni di fondi per la scuola digitale, cioè tramite l’accordo del settembre 2012 fra Miur, Ufficio Scolastico Regionale e Regione Liguria,  erano stati individuati tutor con competenza specifica per formare i docenti. Ad oggi ci racconta Dino Castiglioni Referente per la Scuola digitale dell’Ufficio Scolastico Territoriale – c’è la possibilità di manifestare la propria disponibilità da parte dei docenti che hanno loro competenze specifiche per essere i prossimi formatori. «A livello regionale – continua – abbiamo 20 docenti con le competenze giuste e di questi una dozzina sono a Genova. A loro le scuole potranno rivolgersi per la gestione della formazione al digitale».

    Le cl@ssi 2.0

    Con il termine, molto digitale, cl@ssi 2.0si fa riferimento ad ambienti/classi ricavate all’interno degli istituti scolastici, attrezzate per i nuovi dispositivi didattici e per ottenere il fine ultimo di un più efficace apprendimento. Le classi 2.0 sono sperimentazioni partite già nell’anno scolastico 2008/09 e si assegnano tramite bando regionale. Gli ultimi bandi del 2012 stanno erogando ora i finanziamenti. Secondo i dati dell’ufficio regionale scolastico (in aggiornamento) a Genova le classi sperimentali sono 29.

    Anche qui ritroviamo insieme al finanziamento pubblico l’intervento diretto della scuola, che si muove in autonomia. Citiamo ancora una volta l’esempio dell’istituto Comprensivo Centro Storico che, grazie all’appoggio di una dottoranda in Architettura, riesce ad allestire le cl@ssi 2.0. Anche l’istituto Comprensivo di Pegli si è mosso con anticipo sperimentando i nuovi dispositivi grazie allo sforzo di genitori e insegnanti insieme, che hanno comprato i tablet ai propri figli.

    I finanziamenti pubblici

    Sono stati realizzati diversi bandi nel corso degli anni, tutti partiti da un accordo fra Miur Regione Liguria e Ufficio Scolastico Regionale, i cui fondi sono in corso di erogazione in questi mesi. I fondi sono destinati all’acquisto di LIM, alle sperimentazioni nelle classi 2.0 e all’ampliamento o creazione di reti LAN e di WiFi all’interno degli istituti.

    Inoltre, quest’anno, l’Assessorato alla formazione Liguria ha organizzato una serie di incontri sul territorio per definire i desideri e i progetti del sistema scolastico regionale. Il risultato di questi lavori lo vedremo il prossimo ottobre in occasione della Conferenza Regionale sulla scuola. Per i prossimi finanziamenti aspettiamo le decisioni  dell’autunno.

    Supporto di Regione, Ufficio Scolastico e Miur a parte, diamo un’occhiata a che cosa succede in alcune scuole. Perché ciò che conta è sicuramente avere i dispositivi digitali finanziati, ma ancor di più conta che questi vengano sfruttati al meglio delle proprie capacità. Quello che è emerso dalle nostre telefonate è che l’intenzione della maggior parte degli istituti genovesi è muovere passi significativi verso una scuola digitale indipendentemente dal fatto che i finanziamenti arrivino o meno. E soprattutto che, con un modo di dire efficace in questo caso, le azioni ‘a macchia di leopardo’ delle singole scuole possono e devono portare alla creazione di linee guida e vanno utilizzate come buone pratiche da istituzionalizzare.

    Questo è anche il futuro che auspica l’assessore regionale al bilancio e alla formazione Sergio Rossetti: «vogliamo arrivare ad ottobre (Conferenza regionale sulla scuola 8-9 ottobre 2014 ndr) con la messa a sistema di tutto quello che fino ad oggi è stato fatto, sia grazie ai finanziamenti pubblici che in autonomia dagli istituti. Dobbiamo capire anche come fare a delegare e sostenere le autonomie scolastiche, inoltre punteremo molto sul fondo sociale europeo per reperire risorse contro la dispersione scolastica che in Liguria è aumentata fino al 17%». Anche Alessandro Clavarino, direttore del settore sistema scolastico regionale, ci conferma che va fatto «un ragionamento di sistema come regione, da un lato come media education e dall’altro come scuola digitale».

    Dal Comprensivo di Pegli la direttrice racconta con entusiasmo un percorso – che definisce affascinante – con docenti competenti che stanno utilizzando i tablet per coinvolgere maggiormente gli studenti nelle varie fasi dell’apprendimento. In questo caso la sperimentazione digitale è partita spontaneamente con la collaborazione dei genitori. «Nel nostro caso è stata scelta la tecnologia android, meno dispendiosa e più duttile rispetto ad apple». Ma il messaggio che ci ha colpito nel racconto della direttrice è che la cosa importante è valutare cosa è veramente compatibile con la didattica, cosa può essere modulato sulle esigenze della singola classe. È valsa molto l’esperienza diretta degli insegnanti in classe che hanno verificato cosa fosse fattibile e cosa no.

    Anche il Comprensivo Pontedecimo conferma che il metodo LIM funziona e che i docenti le utilizzano con successo. C’è poi il caso dell’istituto Pertini che sta progettando una struttura di rete fisica e wifi in parte finanziata. A proposito del wifi la sua distribuzione è abbastanza diffusa, ci ha confermato l’ufficio scolastico, alcune scuole se ne sono dotate in autonomia altre con accordi con il comune, altri ancora si attiveranno grazie ai fondi. Il dato di distribuzione generale va oltre il 70/75%.

    Concludiamo questa breve panoramica condividendo le parole di Castiglioni «è importante il fatto che la Regione Liguria ponga particolare attenzione al voler contribuire alla distribuzione in maniera omogenea su tutto il territorio dei finanziamenti».

    Insomma la scuola digitale anche a Genova compie passi importanti verso il futuro, istituto dopo istituto si è inserita correttamente nei tempi che il Ministero per primo ha dettato e ora, in parte con iniziative autonome, si è mossa verso l’innovazione. Ora non resta che attendere la Conferenza regionale di ottobre, l’auspicio è che gli esempi virtuosi possano diventare linee guida per tutta la provincia di Genova e per la Liguria e che i finanziamenti per il 2015 non tradiscano le attese.

     

    Claudia Dani

  • La Regione sorprende tutti e dà il via libera al nuovo Ospedale Galliera: dubbi a palazzo Tursi

    La Regione sorprende tutti e dà il via libera al nuovo Ospedale Galliera: dubbi a palazzo Tursi

    ospedale-galliera-pronto-soccorsoSta circolando la notizia che la giunta regionale, in una parte di seduta non coperta dalla consueta diretta streaming, la scorsa settimana abbia dato il via libera al progetto per la realizzazione del nuovo ospedale Galliera seppure in maniera non ancora del tutto ufficiale. Il progetto, ridimensionato rispetto a una prima stesura che avrebbe richiesto 180 milioni di investimenti, prevede il mantenimento della funzione sanitaria per buona parte dell’attuale ospedale che verrà completato da una nuova struttura con un profondo radicamento nel sottosuolo. I posti letto saranno nell’ordine di grandezza di 400, anziché i 500 inizialmente previsti, ma dovrà essere liberata un’area di circa 20 mila metri quadrati da destinare a nuove funzioni abitative. Un passaggio imprescindibile per cofinanziare gli investimenti necessari.

    La situazione, naturalmente, è monitorata con grande attenzione anche dalle parti di Palazzo Tursi, ove iniziano a registrarsi le prime reazioni. Su tutte, quella di Lista Doria che, oltre alle questioni edilizie, vorrebbe porre l’attenzione su alcune urgenti problematiche di carattere sanitario. «In mancanza di un Piano Sanitario Regionale – sostiene la consigliera Clizia Nicolella, dirigente medico presso Villa Scassi – e stanti le attuali direttive nazionali che mirano al superamento dell’assistenza ospedaliera tramite l’articolazione di un sistema territoriale che preveda anche l’installazione di costruzioni dedicate alla salute (si veda ad esempio la piastra sanitaria in Valpolcevera, ndr), pensare a un intervento spot su un ospedale, senza un’analisi del bisogno del territorio, getta sull’opera quantomeno il dubbio che possa essere realizzata per interessi che esulano dalla salute pubblica».

    In parole più semplici, che servizi vorrebbe inserire il Galliera nel nuovo padiglione? «I soldi vanno investiti dove c’è bisogno – sostiene in maniera sensata ma anche un po’ lapalissiana Nicolella nel suo intervento sul sito di Lista Doria – e il Galliera deve specificare gli obiettivi che vuole raggiungere attraverso un ingente investimento economico». Se le attività previste potessero essere svolte nella struttura esistente con adeguati interventi di ristrutturazione o se si trattasse di servizi già offerti ad esempio dall’IRCCS San Martino – è la sintesi di quanto sostenuto da Nicolella – il progetto di un nuovo ospedale non avrebbe senso e non dovrebbe essere finanziato.

    A proposito di finanziamenti, la cifra necessaria dovrebbe aggirarsi attorno ai 135 milioni di euro: 48 milioni dovranno provenire dalla già citata parziale vendita degli spazi attualmente occupati dall’ospedale; 53 milioni, invece, arriveranno da fondi nazionali e regionali, in funzione anche di un debito pregresso che via Fieschi ha contratto con l’ente ospedaliero; al Galliera, infine, toccherà accendere un mutuo trentennale per i restanti 34 milioni.

    Ma è sulla compartecipazione alle spese da parte delle Regione che a Tursi si storce il naso. Il timore, infatti, è che la cifra destinata a finanziare l’ente presieduto dall’arcivescovo Angelo Bagnasco venga sottratta dalle risorse per la realizzazione dell’ospedale di ponente, ritenuto decisamente più urgente e strategico del Galliera bis.

    Le questioni aperte o, meglio, da aprire sembrano ancora molte e parecchio sostanziose. C’è, ad esempio, il capitolo che riguarda l’iter urbanistico di un progetto presentato nel 2009 e non sottoposto a procedura di valutazione ambientale, all’epoca non ancora introdotta dalla Regione Liguria. Ma siccome le pietre devono ancora essere posate, il nuovo Galliera è comunque soggetto a Vas? E ancora: verrà inserito nel nuovo Puc? Per questo motivo pare che gli stessi consiglieri di Lista Doria siano intenzionati a presentare un’interrogazione a risposta immediata al vicesindaco Bernini nella prossima seduta ordinaria di Consiglio comunale, prevista per martedì 29 aprile. Se ciò non bastasse è anche pronta la richiesta di un’interrogazione a risposta scritta sempre indirizzata al vicesindaco per mettere nero su bianco quali siano le competenze e le intenzioni dell’amministrazione genovese a riguardo. In ballo, infatti, c’è la necessità di una variante urbanistica che preveda il cambio di destinazione d’uso per i padiglioni del Galliera attualmente per servizi sanitari ma che diventerebbero a funzione abitativa. «Tale variante – dicono ancora i consiglieri di Lista Doria – è stata bocciata dal Tar e riabilitata dal Consiglio di stato: il Comune intende mantenerla o modificarla? La modifica a tale variante urbanistica deve passare in Consiglio comunale?».

    Insomma, come sempre accade con l’avvicinarsi delle elezioni (non solo europee ma anche quelle per il rinnovo di via Fieschi, previste il prossimo anno) le notizie sull’accelerazione di opere grandi, medie e piccole rimaste al palo per anni si moltiplicano tanto quanto i campi di confronto e scontro politico. Solo il tempo potrà dire quante delle molte parole che stanno iniziando a circolare si tramuteranno in fatti, cantieri e opere compiute.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Abbattimento delle barriere architettoniche, linee guida del Comune: priorità alle scuole

    Abbattimento delle barriere architettoniche, linee guida del Comune: priorità alle scuole

    palazzo-tursi-D7Il diritto di accesso e libera mobilità a tutti i cittadini è una delle sfide più importanti intraprese dalla civiche amministrazioni di tutta Italia negli ultimi dieci anni. L’abbattimento delle barriere architettoniche è un processo ancora in atto, in qualunque zona della penisola, da nord a sud. A Genova, specialmente, considerata la particolare conformazione geografica caratterizzata anche dalla presenza di un vasto centro storico con strutture architettoniche di tipo monumentale.

    La Giunta comunale ha approvato oggi i criteri di ripartizione e le linee guida per l’utilizzo dei fondi destinati all’abbattimento delle barriere architettoniche. Il documento è il risultato del lavoro coordinato dall’assessorato Legalità e ai Diritti con l’Ufficio Accessibilità e la Consulta Comunale per i Diritti degli Handicappati, insieme alle Direzioni rappresentate nella Commissione Barriere, per la ridefinizione dei “criteri di ripartizione e alla formulazione delle linee guida per l’utilizzo dei fondi destinati all’abbattimento delle barriere architettoniche e localizzative, per opere, edifici ed impianti di competenza comunale, secondo un ordine di priorità necessariamente imposto dalla limitatezza delle risorse accantonate”.

    “La Commissione, istituita con decisione della Giunta comunale n.94 del 22 marzo 2001, esamina, approva ed eventualmente finanzia i progetti per rendere accessibili strade ed edifici pubblici sul territorio comunale, attingendo dalle risorse disponibili ogni anno e provenienti dall’accantonamento del 10% degli oneri di urbanizzazione accertati e riscossi. L’accantonamento di questa quota parte di oneri è specificatamente previsto dalla legge 13/1989, secondo le indicazioni del DPR. 503/1996. La Commissione assegna i fondi necessari per interventi di abbattimento di barriere architettoniche esistenti per costruzioni antecedenti l’11 agosto 1989, data dell’entrata in vigore della normativa in materia, presupponendo che tutte le costruzioni successive dovrebbero essere già di per sé completamente accessibili”.

    “L’Amministrazione si è attivata prevedendo per tutti i progetti di opere e lavori pubblici e opere o lavori privati ad uso pubblico, l’acquisizione del parere dell’ufficio Accessibilità espresso di concerto con la Consulta nelle fasi preliminari di realizzazione del progetto ed in ogni caso prima dell’approvazione definitiva”. I maggiori sforzi saranno incentrati sulle scuole “dove possono trovarsi i nostri piccoli cittadini disabili, eliminando, per quanto si riuscirà con le risorse disponibili, le barriere ancora presenti, per consentire di accedere, frequentare e vivere quei luoghi affrontando meno ostacoli possibili. Ma anche tutti gli altri cittadini con difficoltà motorie sono presi in considerazione nelle linee di finanziamento dei progetti, dai giovani agli anziani, dalle mamme che spingono passeggini, alle persone che subiscono un incidente, una malattia e provvisoriamente incappano nel limite della loro mobilità ridotta”.

    Nella nota stampa diffusa nel primo pomeriggio, il Comune di Genova riporta l’elenco degli interventi relativi all’ultimo triennio, resi possibili grazie all’utilizzo degli oneri di urbanizzazione:

    – Via Garibaldi: rifacimento totale della pavimentazione in lastre di pietra, previa asportazione e riutilizzo delle stesse, nonché rifacimento completo di tutte le utenze presenti nel sottosuolo;
    – Palazzo Comunale: realizzazione di una rampa interna a Palazzo Tursi, previe opere di scavo e sottomurazione, al fine di eliminare il vetusto impianto servo scala e permettere l’accessibilità diretta a Palazzo Albini, sede degli Uffici del Comune di Genova;
    – Palazzo Bianco: è in fase di realizzazione un collegamento tramite rampa che permetta l’accesso da via Garibaldi a Palazzo Bianco, previa creazione di un nuovo varco porta e rampa interna in metallo;
    – Biblioteca Berio: è stata realizzata una rampa in acciaio, posta nel cortile interno della biblioteca, che permette l’accesso diretto al palco della sala conferenze ed ai servizi igienici;
    – Scuola De Scalzi: è in fase di realizzazione un servizio igienico per disabili, al piano terra, dove si trovano la palestra e i laboratori;
    – Scuola Da Passano: è stata finanziata la fornitura e messa in opera di nuovo impianto ascensore;
    – Scuola Materna Bacigalupo e Cantore Via Reti C. Ovest: è stata finanziata la fornitura e messa in opera di nuovo impianto ascensore;
    – Scuola Gallino:  è in fase di cantierizzazione la realizzazione di un nuovo impianto ascensore;
    – Abbattimento delle barriere presso il centro giovani polivalente di via Pellegrini;
    – Adeguamento dei locali di piazza Americhe: sportello vittime di reato- Centro est;
    – Fornitura e posa in opera di mappe tattili per non vedenti presso il MuMa, a Castelletto e a Principe
    – Creazione di un tavolo tattile girox a Palazzo Bianco per non vedenti;
    – Realizzazione di un impianto di induzione magnetica nella sala Linnea per non udenti;
    – Realizzazione di impianto di induzione magnetica nell’auditorium della biblioteca De Amicis per non udenti.

  • Albergo dei Poveri, aspettando il campus universitario. Il punto sul ventennale progetto di riqualificazione

    Albergo dei Poveri, aspettando il campus universitario. Il punto sul ventennale progetto di riqualificazione

    Albergo dei PoveriAcquistato dall’Università di Genova nel 1991 grazie ad un accordo con l’azienda proprietaria ASP Brignole che prevedeva l’acquisto del diritto di superficie a 50 anni, l’Albergo dei Poveri è interessato dal 2003 da un progetto di riqualificazione complessivo per la costruzione di un campus e il trasferimento della Facoltà di Scienze Politiche. Il trasferimento è quasi ultimato, ma per la fine degli interventi complessivi si dovrà attendere il 2019.

    Albergo dei Poveri, la storia

    L’edificio di Piazza Emanuele Brignole, a Castelletto, è stato costruito nel 1652 per volere proprio di Emanuele Brignole, che fu investito dalla Repubblica di Genova del compito seguire la costruzione di un nuovo ricovero per i poveri della città. Ma solo quattro anni dopo questa data i lavori furono interrotti dall’epidemia di peste che colpì la città molto duramente: la sospensione ormai definitiva fu interrotta da una donazione dello stesso Brignole (pare 100.000 lire dell’epoca), che permise di riprendere i lavori. Tra molte vicissitudini, l’Albergo fu ultimato solo duecento anni dopo, nel 1835, a causa di vari ampliamenti svolti nel corso degli anni.

    In un primo momento l’edificio venne utilizzato anche come rifugio per i rappresentanti della Repubblica genovese e conteneva importanti beni pubblici (dal Tesoro di San Lorenzo alle ceneri di San Giovanni Battista); alla fine del XX secolo è stato convertito unicamente all’assistenza agli anziani bisognosi, fino a quando in tempi recenti, dismessa la sua funzione, ha ospitato la Facoltà di Scienza Politiche.

    Il 20 novembre 1991, dopo le trattative condotte fra le parti nel corso di una quindicina d’anni, l’Istituto Brignole, proprietario dell’Albergo, formalizza con l’Università di Genova un’intesa programmatica per il trasferimento a quest’ultima del diritto di superficie per 50 anni dell’edificio. Successivamente 4.500 studenti hanno fatto il loro ingresso nella nuova struttura, grazie all’intervento dell’architetto Enrico Bona, che ha riadattato gli spazi per utilizzo didattico. I 490 pazienti ancora ricoverati dell’Albergo sono stati traslocati in residenze per anziani in vari quartieri della città.

    Il progetto dell’Università di Genova

    Si tratta di un progetto ambizioso per la creazione, entro il 2019, di un campus universitario che ospiti 7 mila studenti e si estenda su 48 mila metri quadrati. Accanto a questo progetto, anche il trasferimento della Facoltà di Scienze Politiche, che ha iniziato anni fa ad abbandonare le aule di Via Balbi 5 (che occupava assieme alla Facoltà di Giurisprudenza): dal 2012-2013 è iniziato il trasferimento in massa della maggior parte dei dipartimenti e oggi è pressoché ultimato. Inoltre, sempre nel 2012 anche l’inaugurazione del Centro Studi Bibliotecari “Enrico Vidal” e dell’aula magna, rispettivamente al secondo e primo piano.

    albergo-dei-poveri-universita-scienze-politiche-2Per realizzare questo progetto è stato necesserio un investimento di ben 80 milioni di euro stanziati dall’ateneo: l’obiettivo è dare vita non solo a un polo con facoltà e campus, ma a una vera e propria “città” universitaria con bar, negozi, cartolerie, librerie, tutto pensato in funzione delle esigenze degli studenti. Qui si cerca di valorizzare il polo umanistico e il progetto fa da contraltare a quello del trasferimento della Facoltà di Ingegneria sulla collina degli Erzelli.

    I lavori che sono già stati portati a termine. In primis il recupero delle aule per la didattica (3300 mq) al piano terra; altre aule e l’aula magna di Scienze Politiche e Giurisprudenza sono state già risistemate e rese operative anche al primo piano (per un totale di 4115 mq); proseguendo, al secondo piano è attiva la biblioteca, il CSB Enrico Vidal (2535 mq). La biblioteca merita un commento a parte: inaugurata a giugno 2012, è situata nell’ala est dell’edificio e ospita oltre 240 posti sui suoi circa 2500 metri quadrati di spazio, e contiene 45 mila volumi. Al terzo piano, invece, sono stati recuperati gli spazi che ospitano dipartimenti e centro linguistico di ateneo (rispettivamente 1200 e 350 mq); al quarto e al quinto, ancora dipartimenti per 2740 mq totali.

    E questo è quanto. Ma quali sono i lavori che devono essere portati a termine? Procedendo ancora per piano, tra gli spazi da recuperare ci sono i depositi (3675 mq), servizi vari (portineria, dipartimenti, disaster recovery, 740 mq) e negozi, senza contare il tunnel di 2200 mq che andrà a costituire un percorso museale storico-botanico, con accesso sulla parte anteriore, ovvero la Valletta San Nicola e le serre storiche gestite dal Comune. Al primo piano, sono ancora da terminare il bar-caffetteria, la mensa, un museo e laboratorio didattico, altri dipartimenti, la parte relativa alla chiesa di S. Immacolata e l’antichiesa che sorgono al centro del complesso dell’Albergo dei Poveri, nella parte posteriore. Qui troveranno spazio anche gli uffici amministrativi di ASP Brignole, cui si accederà da un ingresso posto nella facciata antistante del complesso, adiacente a quella riservata all’Università. Proseguiamo: secondo piano, aule studio e dipartimenti ancora da completare (3100 mq); al terzo, quarto e quinto, oltre alle aule per la didattica, residenze per studenti e foresteria: 90 posti letto, con cucine, lavanderia, ristorante, aule multimediali, spazi creativi e archivio. Al sesto, anche una palestra.

    In totale, la superficie già recuperata è pari a quasi 11 mila mq. Quella che ancora dovrà essere soggetta a recupero invece è pari a oltre 23.300 mq.

    Valletta San Nicola

    Valletta Carbonara San NicolaIl progetto si inserisce all’interno di un altro progetto importante per la zona, quello del recupero di Valletta San Nicola (qui l’approfondimento di Era Superba), che coinvolge sempre ASP Brignole, Comune, Regione, cittadini e appunto Università. Ciascuno dei soggetti, come già scritto più volte su Era Superba, ha intenzione di acquisire parte dei 27 mila mq a disposizione per dar vita a progetti diversi: la cura delle felci storiche per il Comune; la creazione di orti urbani e spazi aggregativi per i cittadini; infine, il campus universitario, altro grande progetto dell’ateneo genovese assieme a quello degli Erzelli.

    Proprio per parlare del futuro della Valletta oggi, giovedì 16 ore 14.30, è convocata una commissione consigliare in cui si cercherà l’accordo tra i soggetti coinvolti, in attesa dell’imminente (pare) firma definitiva dell’accordo di programma e della successiva spartizione dei territori.

    Il Museo, o meglio, l’area didattica…

    «Museo è una parola grossa – aveva precisato ad Era Superba Enzo Sorvino, commissario straordinario di ASP Brignole – che comporta costi difficili da sostenere, sia per noi che per Tursi. Tuttavia, abbiamo intenzione di dare vita a un’area didattica ed educativa, che attiri visitatori sia da Genova che da fuori e che contribuisca a far conoscere i tesori lasciati in eredità dai Brignole e le bellezze della Valletta San Nicola».

    Si tratta di una proposta dall’associazione di cittadini Le Serre ben accolta dall’Istituto Brignole, dal Comune e dall’Università. L’idea è quella di creare un percorso che parta dal Porto Antico e termini nella Valletta, passando per Via Balbi. Il museo sarà, appunto, di stampo storico-botanico e collegherà l’interno dell’Albergo (la galleria che un tempo portava ai reparti) alla Valletta: un tunnel congiungerà gli interni con giardini e serre di felci storiche all’esterno.

    La collaborazione con gli studenti di Architettura

    Oggi all’interno del corridoio al primo piano dell’Albergo dei Poveri si possono consultare tavole appese alle pareti prodotte dagli studenti della Facoltà di Architettura (Corso di Laurea Magistrale in Restauro e Recupero Edilizio, V anno, a.a. 2011-2012, e Scuola di Specializzazione in Beni Architettonici), che hanno avanzato tutte queste proposte progettuali di recupero della struttura, in via di attuazione. Si tratta nello specifico di una proposta che è stata oggetto di un Accordo Quadro di collaborazione tra il Dipartimento Grandi Opere Progettazione e Sicurezza e la Scuola di Specializzazione in Beni Architettonici e del Paesaggio. Un primo accordo attuativo tra Ateneo e scuola per la presentazione di un vero e proprio masterplan con indicazioni su assetto distributivo del complesso, definizione degli usi futuri rispetto alle necessità di ateneo e città. Gli studenti e i docenti hanno collaborato con la Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici della Liguria e la Direzione Regionale per i Beni Culturali, e hanno svolto insieme studi e accertamenti sulla fattibilità degli interventi. Un lavoro che, come dicono gli stessi studenti coinvolti, contribuisce a “far conoscere fuori dalla aule universitarie e ben oltre la sola Genova, il valore e le potenzialità di questo straordinario complesso monumentale di scala urbana”.

     

    Elettra Antognetti

  • Presidio sanitario in Valpolcevera: ultimatum del Consiglio comunale, ma regna ancora l’incertezza

    Presidio sanitario in Valpolcevera: ultimatum del Consiglio comunale, ma regna ancora l’incertezza

    ponte-autostrada-valpolceveraPiastra, palazzo o casa della salute che sia, il Consiglio comunale ha espresso ieri la sua ferma volontà affinché il presidio sanitario della Valpolcevera possa diventare realtà il prima possibile. Ieri, infatti, è stata approvata una mozione che impegna sindaco e giunta a definire entro un mese un accordo con Asl 3 circa i servizi da allocare nei nuovi spazi che saranno finanziati dalla Regione. Dopo un lungo dibattito, il documento ha avuto il via libera con 32 voti favorevoli, nessun contrario e 7 astenuti (M5S e Udc) per questioni di metodo più che di merito e qualche rivendicazione politica.

    Come molti consiglieri di opposizione, e non solo, hanno avuto modo di sottolineare, sul progetto vige ancora molta incertezza. «Sarà un caso – ha detto Mauro Muscarà (M5S) – ma nel 2010 si era tagliato il nastro dell’ospedale di Pontedecimo, oggi con l’approssimarsi delle elezioni europee torniamo a parlare della piastra in Valpocevera e, magari, la posa della prima pietra avverrà in piena campagna elettorale per le regionali». A rincarare la dose il suo capogruppo, Paolo Putti: «Figuriamoci se posso essere contrario a un provvedimento che riguarda direttamente il miglioramento di un’area in cui vivo e in cui vivono le mie figlie, ma mi sembra che ci stiamo impegnando a fare cose che non sono di nostra competenza. Si parla già di progetto esecutivo e di realizzazione dell’opera a partire dal 2015 ma non sappiamo ancora che cosa vogliamo metterci, dove vogliamo farla, quanto ci costerà l’area, a fronte di quali oneri di urbanizzazione per realizzare che cosa e che tipo di bonifica sarà necessaria».

    Per lungo tempo si è parlato dell’area ex Mira Lanza come luogo destinato a ospitare il nuovo presidio sanitario ma gli eccessivi oneri di urbanizzazione che avrebbero previsto la concessione ai privati di circa 12/13 mila metri quadrati di terreno da sfruttare dal punto di vista commerciale sono stati ritenuti irricevibili per il territorio da parte del Municipio Valpolcevera. In mancanza di aree pubbliche da poter sfruttare, la scelta sembra allora essersi orientata su un’area di circa 3500 metri quadrati, sempre in zona Teglia, in via Fratelli Bronzetti, di proprietà Houghton ma attualmente dismessa e che comporterebbe oneri di urbanizzazione decisamente minori.

    «Si tratta di un’area ex industriale in cui veniva effettuato trattamento di olii esausti – ha spiegato il vicesindaco, Stefano Bernini – e che è proprietà attuale di una compagnia indiana che ha dismesso l’attività ed è interessata a nuove realizzazioni. Bisogna, dunque, capire se, fatti i lavori di bonifica a carico dei proprietari, sia possibile ritagliare una porzione da utilizzare, cambio oneri, per la realizzazione della nuova piastra sanitaria». Destinazione che sembrerebbe gradita anche ad Asl che, stando a quanto riportato dal vicesindaco, avrebbe espresso la propria preferenza per aree edificabili ex novo che consentano la realizzazione di economie di scala e maggiori libertà di movimento più difficilmente ottenibili rispetto a uno spazio già costruito e sottoposto a vincoli della Sovrintendenza com’è quello dell’ex Mira Lanza.

    La mozione approvata in Consiglio comunale

    La mozione di ieri, in ogni caso, ha soprattutto lo scopo di fissare alcuni paletti imprescindibili per un iter procedurale che non può più subire rallentamenti dal momento che la Regione deve fissare entro giugno gli investimenti in edilizia sanitaria da inserire nei fondi Fas 2014-2020. «Il documento – spiega la prima firmataria Cristina Lodi (Pd) – è frutto di un lavoro complesso portato avanti da Municipio, Comune e Regione e scandisce un tempo utile e necessario entro cui dovrà muoversi la Asl per non perdere i finanziamenti che la Regione stessa è disponibile a dare. Non si può più perdere tempo in Commissione, nel senso che i lavori preliminari rispetto alla piastra della salute in Valpolcevera erano già stati ampiamente affrontati in quella sede, anche dalla giunta precedente».

    Anche il sindaco Doria ha espresso il proprio sostegno alla mozione: «La giunta – ha detto il primo cittadino nel suo intervento in aula consiliare – è favorevole perché questo documento dà l’indicazione all’amministrazione di occuparsi attivamente, entro i propri limiti, alla soluzione dei problemi che riguardano la realizzazione della piastra sanitaria in Valpolcevera. Condivido l’indicazione politica che ne scaturisce di definire, in tempi utili, che cosa si debba fare».

    Ma chi è chiamato a decidere e a non perdere ulteriore tempo prezioso? «La programmazione deve essere congiunta tra le istituzioni e la Asl» spiega la consigliera Lodi, presidente della commissione Welfare. «La definizione dell’area spetta al Municipio e al Comune, tenendo presente quanto previsto dal Puc e senza dimenticare le necessità del contesto in cui la nuova realtà andrebbe inserita. La Asl, invece, deve entrare nel merito della progettazione della piastra decidendo cosa metterci e la Regione deve investire economicamente, dov’è possibile anche con un cofinanziamento comunale. Si tratta, dunque, di un sistema intricato ma la mozione di oggi ha proprio lo scopo di porre alcuni vincoli a un processo di programmazione che è alle porte».

    Una mozione appoggiata anche dall’assessore alle Politiche socio-sanitarie, Emanuela Fracassi: «Apprezzo la mozione perché tenta di far coincidere percorsi che per natura non hanno coincidenza. Lo sforzo è mettere insieme la riqualificazione di uno spazio cittadino come previsto dal Puc con l’utilizzo di fondi Fas della Regione ai fini del miglioramento delle strutture per l’assistenza socio-sanitaria dei cittadini».

    Accanto alla mozione sono anche stati votati all’unanimità due ordini il giorno. Il primo, presentato dal Movimento 5 Stelle, richiede un approfondimento in Commissione sulla scelta della nuova area e sulla tipologia degli oneri di urbanizzazione da concedere alla proprietà. Il secondo, proposto dalla Lista Doria, mira ad ampliare lo sguardo all’intero sistema socio-sanitario genovese per garantire il principio di equità di accesso alle cure. «Voglio sottolineare – ha detto il consigliere Pierclaudio Brasesco – che è necessario che il Comune consolidi l’interlocuzione con la Asl nell’ottica di una più efficace integrazione socio-sanitaria».

     

    Simone D’Ambrosio

     

  • “Bocche tassate”, di che cosa si tratta? Uno spreco di oltre 7 miliardi di litri ogni anno di acqua pulita

    “Bocche tassate”, di che cosa si tratta? Uno spreco di oltre 7 miliardi di litri ogni anno di acqua pulita

    rubinettoLo ammettiamo: fino a ieri non avevamo mai sentito parlare di “bocche tassate o tarate”. E, mossi da questa nostra ignoranza di fondo, con curiosità abbiamo deciso di soffermarci sull’articolo 54, interrogazione a risposta immediata, con cui il capogruppo dell’Udc, Alfonso Gioia, ha chiesto chiarimenti all’assessore Garotta in merito a questa particolare tipologia di fornitura di acqua ai condomini della città, che crediamo sia noti a pochi non addetti ai lavori.

    Per chi, come noi, si fosse avvicinato per la prima volta al termine, dunque, specifichiamo che si sta parlando di un sistema di tariffazione flat, un po’ come quello dei cellulari, che non tiene in considerazione il consumo effettivo del bene pubblico ma prevede un pagamento forfettario a fonte di una fornitura giornaliera in misura fissa. Questa tipologia di impianto veniva installata a Genova fino agli Settanta e prevede una vasca di accumulo condominiale che vada ad alimentare i serbatoi dei singoli appartamenti. L’acqua erogata ma non consumata confluisce in una vasca di riserva e, da qui, direttamente alle fogne anche se si tratta di acqua ancora pulita. Con uno spreco immane. «Secondo i dati forniti dalle associazioni condominiali – ha detto Gioia – a un condominio a bocca tarata vengono erogati mediamente 5200 metri cubi di acqua all’anno mentre uno con il contatore ne consuma circa 2300». Ne deriva che ogni bocca tassata spreca ogni anno 2 milioni e 900 mila litri di acqua. Ma quanti sono i condomini che utilizzano questo sistema sprecone?

    «Sulle 47 mila utenze di tutto il Comune di Genova – ha specificato l’assessore Garotta – solo 2500 sono interessate da questa tipologia di fornitura». Proseguendo i nostri calcoli, le “bocche tassate” comporterebbero per tutto il territorio comunale uno spreco pari a 7 miliardi e 250 milioni di litri di acqua pulita ogni anno! Un vero e proprio disastro ambientale, senza considerare la ricaduta economica. «Siamo di fronte a uno spreco non più tollerabile – aggiunge Gioia – se pensiamo anche che a Genova l’acqua è tra le più care d’Italia, con una differenza che oscilla tra il 10 e il 20 per cento rispetto al costo medio italiano. Ma a questa diversità di costi non corrisponde né una qualità elevata di servizi né tantomeno una quantità importante di investimenti».

    Possibile, dunque, che non si possa fare nulla per eliminare definitivamente tutti gli impianti di questo genere? «Il problema di questi impianti – spiega Garotta – è che non possono essere riconvertiti perché non sarebbero in grado di sopportare le pressioni normali dal momento che sono stati concepiti per un flusso costante a pressione ridotta». Negli anni passati alcuni condomini hanno superato questo sistema ma i lavori, di norma, vengono fatti nel quadro di una più complessiva ristrutturazione che consente una più facile ammortizzazione per gli inquilini. «Sono d’accordo che questo sistema vada superato – ha ammesso l’assessore – e la precedente amministrazione aveva anche approvato una mozione che consentiva l’abbattimento del canone di occupazione suolo in carico al condominio che si fosse adoperato per il superamento della “bocca tassata”. Tuttavia, si tratta spesso di costi che i condòmini non sono disposti a sostenere, neppure di fronte agli incentivi proposti dalla Regione qualche tempo fa».

    «Non basta essere d’accordo – ha replicato il consigliere Gioia – ma mi aspetterei che l’amministrazione prendesse un’iniziativa concreta per risolvere queste problematiche. Anche perché, se capisco l’aspetto dal punto di vista del privato che può essere spinto a intervenire solo attraverso una cospicua incentivazione, non capisco come si possa continuare a fare nulla per le 800 utenze a bocca tassata (1/3 del totale, ndr) che risultano in capo al Comune». Insomma, proviamo a parafrasare Gioia, com’è possibile che una giunta che si è sempre schierata a tutela dei beni comuni fin dalla campagna elettorale, si renda partecipe dello spreco annuale di miliardi di litri di “oro blu”?

    Sarà probabilmente per colpa dei tempi ristretti imposti dal regolamento alla trattazione degli articoli 54, ma su questo punto l’assessore Garotta non si è espressa. Qualche parola, invece, è stata spesa sulla questione delle tariffe salate. «Dopo decenni di attività – ricorda l’assessore – a partire dai primi anni 2000 Genova sta sostenendo investimenti fondamentali e da sostenere quasi esclusivamente con le tariffe del servizio idrico in assenza di fondi europei o altre forme di finanziamento a fondo perduto. E molto terreno abbiamo ancora da recuperare se si pensa, ad esempio, al depuratore in previsione per la nuova area centrale genovese (qui l’approfondimento di Era Superba)».

     

    Simone D’Ambrosio