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  • Storia di Genova: piazza Fontane Marose

    Storia di Genova: piazza Fontane Marose

    Piazza Fontane Marose

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    Tra la ragnatela di “caruggi” che disegnano il centro storico di Genova cerchiamo di ripercorrere i tempi in cui le signorine di strada, le Amorose, scesero in campo, incredibile dictu, per condizionare la storia di un toponimo. Andiamo indietro nel tempo e fermiamoci in quel luogo oggi noto come piazza Fontane Marose, antico centro cittadino dominato dai palazzi della famiglia Spinola costruiti tra il ‘400 e il ‘500 e dichiarati patrimonio dell’umanità.

    Palazzo Spinola dei Marmi e il suo convicino Palazzo Spinola Luccoli-Balestrino, aggettano su un piazza priva da tempo (come ricordano tre lapidi su un lato di viale Interiano verso piazza Portello) del suo monumento più caratteristico: un’imponente fontana a tre arcate.

    Nella “valle Bacheria”, oggi via Caffaro, sgorgavano delle sorgenti tumultuose che, confluendo in un rio, raggiungevano il mare attraverso la zona di Soziglia; nel 1206 iniziarono i lavori di ristrutturazione che portarono alla costruzione della fontana. Si giustifica, così, la prima parte del nome, ma da dove scaturisce l’aggettivo “marose”?

    La fantasia ha spiegato le sue ali più capaci per cercare di risolvere il misterioso arcano. Uno studioso genovese, Giulio Miscosi, attribuisce l’origine del nome a “maros” località famosa per un furto al tempio di Nettuno. Per trasposizione sarebbe derivato l’aggettivo “maroso” ad indicare monumenti, quali le fontane, attinenti le acque. Ma il termine si potrebbe, semplicemente, riferire al mare che, a quei tempi, stante un’urbanistica diversa, si poteva osservare facilmente dalla piazza. Quest’ultimo accostamento sembra un po’ forzoso anche se, la turbolenza delle acque sorgive, potrebbe avere evocato l’agitarsi di un mare in burrasca, con l’ovvia conseguenza.

    Un aneddoto popolare e di folklore è quello riportato da un altro dotto, Giuseppe Marcenaro: le figlie di tal “stea mou rousu” (Stefano il rissoso), affittavolo dei marchesi Spinola, continuando il lavoro del padre, aprirono un’osteria nei pressi della piazza portandosi dietro un nome tanto ingombrante che, a poco a poco, si trasformò in “de moe rouse”, poi in Mauruse ed infine in Maruse.

    Che dire, poi, del cavaliere teutonico Van Rosen, giunto a Genova per andare in Terra Santa e, invece, trasformatosi in un mastro birraio di via Luccoli? Estrapolare dal suo nome “Marose” sembra un gioco da ragazzi.

    Tra le molte citazioni e leggende popolari, senza alcuna certezza storica, ci piace, però, avvalorarne una su tutte: quella che il nome originario fosse “Fontane Amorose”, intendendo che qui, durante il giorno, si riunissero delle fanciulle spensierate e tra ciarle e risate sciacquassero i loro panni; le stesse fanciulle che, alla sera, ritornavano nello stesso luogo per mercificare il loro amore.

    Con l’avvento del perbenismo, un tale ricordo offendeva il pudore dei benpensanti che trasformarono il nome, prima in Morose e definitamente in Marose. E col nome se ne è andata anche la fontana, che fu demolita a metà dell’800, proprio per permettere l’apertura di Viale Interiano, la cui vasca è tutt’ora interrata sotto al livello del suolo e  sulla quale vegliano i monumentali palazzi Spinola, rimasti unici testimoni di quei tempi.

    Adriana Morando

    Video di Daniele Orlandi

     

  • Privilegi della Casta? Ci sono cose più importanti da affrontare

    Privilegi della Casta? Ci sono cose più importanti da affrontare

    Non c’è dubbio che questa classe politica abbia accumulato negli anni privilegi faraonici. Tant’è che  ormai si parla dei nostri politici usando abitualmente il fortunato termine di “casta”, suggerito dal best-seller omonimo dei giornalisti del Corriere della Sera Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella.

    Anche grazie a inchieste come questa gli Italiani hanno cominciato a prendere coscienza del fatto che una grande parte della politica ha perso di vista il senso del proprio lavoro e della propria missione per dedicarsi alla cura dei propri interessi personali e al mantenimento dei propri privilegi. Non è un fatto inedito: lo riscopriamo ciclicamente.

    Primo fu Berlinguer nel ’81 con la questione morale; poi venne Tangentopoli nel ’92 con la corruzione dei partiti. Ci risvegliamo a fiammate, salvo poi riaddormentarci ogni volta. Anche se rimane nella gente un senso viscerale di disgusto e disillusione per la politica, tutto viene come rimosso, dimenticato, archiviato, nell’illusione che, dopo essersi sfogati, basti non parlarne più per riprendere una vita normale. E invece il problema si ripresenta sempre.

    Per chi ha seguito da vicino la politica nel ventennio berlusconiano, sa benissimo che, a destra come a sinistra, c’erano molte ragioni per rendersi conto di come la classe politica non si fosse affatto rigenerata. Per tutti gli altri si ricomincia nel 2007, in sordina, quando esce, appunto, La Casta di Rizzo e Stella.

    Nel 2008 scoppia la crisi delle banche anglosassoni, ma comincia anche il quarto governo Berlusconi, che rimarrà negli annali come uno dei momenti più bassi per la dignità della nostra classe politica, a causa di proposte di legge sempre più liberticide, di politici sempre più impresentabili, di comportamenti pubblici sempre più spregiudicati e di scandali sempre più numerosi.

    Infine, con il paese sull’orlo del default, Berlusconi si dimette e arriva Monti con una manovra “lacrime e sangue” di cui abbiamo parlato più volte. Ed è a questo punto che, come dicevano Gino e Michele, «anche le formiche s’incazzano».

    Per anni abbiamo tollerato dai nostri politici cose che in nessuna democrazia conosciuta si tollererebbero; cose che sono possibili solo nel paese dei feudi, delle signorie e dei potentati, del «io so’ io, e voi non siete un cazzo», del «è normale che chi ha potere lo usi: lo faresti anche tu». Poi improvvisamente, quando la situazione si fa tragica, imbracciamo i forconi.

    E’ in quest’ottica che va considerata la nuova campagna “anti-casta” che sta appassionando il paese: da una parte cittadini indignati e organi di stampa improvvisamente conquistati alla causa che chiedono l’abolizione dei vitalizi e la riduzione degli stipendi, dall’altra politici arroccati nella difesa spudorata dei privilegi acquisiti. Per alcuni tutto ciò sembrerà una grande conquista, ma purtroppo lo è solo in parte: vale a dire che, continuando su questa strada, probabilmente otterremo poco, faremo danni peggiori e poi ci riaddormenteremo nuovamente.

    Infatti, se è senz’altro giusto chiedere che i nostri mille parlamentari partecipino ai sacrifici del paese rinunciando a un po’ dei loro costosi privilegi, questo non può bastare. Non è un’eventuale rivalsa che ci dovrebbe appagare. Il fine dovrebbe essere piuttosto quello di avere una classe politica onesta ed efficiente. Per questo pensare solo ad abolire i privilegi non può portarci lontano.

    Ad esempio, sul tema dei vitalizi abbiamo già commesso degli errori. Scandalizzati dalla cronaca di Stella e Rizzo, che raccontava come i parlamentari prendessero la pensione solo per il fatto di essere stati eletti e senza versare i contributi che tutti gli altri cittadini sono tenuti a versare per legge, abbiamo ottenuto a furor di popolo l’obbligo minimo di una legislatura: ora un parlamentare per avere la pensione deve fare almeno 5 anni in parlamento. Ma il vitalizio non è di per sé un privilegio: è una garanzia di democrazia.

    Per la Costituzione i parlamentari sono in carica senza vincolo di mandato: significa che non devono rispettare accordi politici, ma solo votare per il bene dei cittadini. Per evitare che potessero subire ritorsioni per questo, si garantiva che, terminato il loro incarico, avessero comunque di che vivere: ecco il senso del vitalizio. Invece con il limite dei 5 anni cosa abbiamo ottenuto? Abbiamo ottenuto i Razzi e gli Scilipoti, cioè persone che, solo per garantirsi il vitalizio (si veda il video-confessione trasmesso da Nuzzi su LA7), il 14 dicembre 2010 tennero in piedi una legislatura già finita e una maggioranza risicata che non prenderà più alcuna misura seria, portando lo spread a 570 punti e il paese sull’orlo del fallimento. Un bel risultato.

    Chiedere l’adeguamento degli stipendi dei parlamentari alla media europea, invece, è senz’altro più sensato. Eppure io non mi scandalizzo tanto per il fatto in sé che i miei politici siano i più pagati di Europa: mi andrebbe anche bene, se fossero i migliori. Il problema è che sono i peggiori. Se li pago meno, certo sono più contento: ma resto comunque molto preoccupato per la loro scarsa affidabilità.

    Insomma, la lotta ai privilegi va certamente bene, se è fatta con criterio: il politico non deve avere nulla che non sia strettamente necessario per la sua funzione. Ma se vogliamo delle regole che servano ad avere politici migliori, dovremmo preoccuparci di chiedere una buona legge elettorale, di esigere un codice etico molto più severo e soprattutto di scardinare il sistema di potere dei partiti, che si basa su un finanziamento pubblico troppo generoso e un finanziamento privato poco trasparente.

    I partiti, in barba a un referendum votato da una larghissima maggioranza di cittadini, si auto-assegnano rimborsi elettorali astronomici; poi, grazie ad incredibili agevolazioni fiscali, raccolgono anche denaro privato tramite le fondazioni, che non hanno bilanci pubblici (memorabile la giustificazione di D’Alema: «c’è la privacy!»).

    E’ così che diventano troppo vicini a una certa imprenditoria, così che controllano la Rai, Finmeccanica e tutte le altre aziende pubbliche, che pilotano gli appalti pubblici e che prospera il virus del conflitto di interessi.

    Ecco dove bisognerebbe dirottare la nostra attenzione e dove sono le regole da cambiare. Eppure, anche le regole migliori del mondo non bastano a regalarci una buona politica. Contro i cattivi politici c’è solo un metodo infallibile, già sperimentato e vecchio di centinaia d’anni: non votarli.

    Andrea Giannini

  • Storia di Genova: il pesto e i “primi piatti” alla genovese

    Storia di Genova: il pesto e i “primi piatti” alla genovese

    La storia dei “primi piatti” genovesi, a partire dal condimento per eccellenza, ovviamente il pesto. Ma anche trofie, pansotti, ravioli per restare nel mondo dei primi piatti, oppure la farinata (l’oro di Pisa) e la sua “sorella” panissa.

    Non può mancare la storia della focaccia alla genovese e della cima la cui ricetta è stata magistralmente musicata da Ivano Fossati e Fabrizio De Andrè.

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  • Natalini in brodo, la ricetta genovese tipica del Natale

    Natalini in brodo, la ricetta genovese tipica del Natale

    Natalini in brodoI natalini in brodo (Natalin in to broddo), sono formato di maccheroni lunghi, che vengono serviti nel brodo di cappone ed accompagnati da polpettine o bocconcini di salsiccia.

    Vengono prodotti in Liguria  in occasione del periodo natalizio e sono un portafortuna in quanto rappresentano le “palanche”. Nella tradizione erano il piatto forte delle festività, serviti la sera della vigilia o per il pranzo del 25. Con il passare del tempo sono stati sostituiti dai ravioli.

    Ingredienti: un cappone intero di circa 2 kg, 500 gr di carne di manzo da bollito, carote, cipolle e sedano q.b, chiodi di garofano a piacere, 300 gr di maccheroni di Natale detti “natalini”, 300 gr di salsiccia.

    Preparate il brodo, mettendo a bollire in una grossa pentola carote, cipolle e sedano e se lo gradite, dei chiodi di garofano. Pulite il cappone  eliminando tutte le parti grasse e le interiora. Per ottenere un brodo meno grasso, eliminate anche parte della pelle. Fiammeggiare la pelle rimanente per eliminare le ultime piumette.

    Quando l’acqua bolle immergete il cappone ed il manzo in un solo pezzo, facendo in modo che siano completamente coperti dall’acqua. Fare riprendere il bollore, quindi coprite, abbassate la fiamma e cuocete a fuoco basso per due ore circa. La carne dovrà risultare tenera, senza disfarsi.

    Mezz’ora prima della fine, salate a piacere il brodo.

    Scolate il cappone ed il manzo, eliminate le verdure e filtrate il brodo. Preparando il brodo con anticipo, sarà possibile anche ulteriormente sgrassarlo, il brodo di cappone risulta infatti piuttosto grasso. Rimetterte il brodo sul fuoco e portare a bollore.
    Sgranate nel frattempo la salsiccia formando delle palline. Tuffate nel brodo bollente la salsiccia ed i maccheroni, senza spezzarli. Portate questi ultimi a cottura (6 – 7 minuti), e serviteli ben caldi.

     

  • Storia di Genova: cibi, ingredienti e prelibatezze dell’antichità

    Storia di Genova: cibi, ingredienti e prelibatezze dell’antichità

    Degli antichi sapori genovesi oggi è rimasto poco… dai tempi della Repubblica marinara vengono ad esempio le trippe, lo stoccafisso o il “bianco e nero” e resistono al corso del tempo, anche se trovano sempre meno posto sulle tavole dei genovesi.

    In questo articolo ripercorriamo la storia dei piatti tipici della tradizione ligure fra leggende popolari e tradizioni. Ma anche un viaggio attraverso gli antichi sapori (spezie, condimenti, salse) che oggi sono ormai scomparsi.

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  • Lega Nord: l’analisi politica fra seccessione e folklore

    Lega Nord: l’analisi politica fra seccessione e folklore

    Umberto BossiBossi l’altro ieri ha commentato: «La guerra l’ha persa l’Italia e l’ha vinta la Padania. Il resto sono tutte cazzate!». Commentando la crisi dell’euro, poi, ha aggiunto: «La Padania si farà la sua moneta, mica può continuare a mantenere tutti questi farabutti!». Ordinaria amministrazione, si dirà. Dopo diti medi, rutti e scoregge ormai ci siamo abituati a tutto.

    E per carità! Da un lato è certamente giusto non prendere troppo sul serio queste cose. La Lega Nord minaccia la secessione dagli anni ’90, ma nella pratica non ha mai disdegnato le poltrone romane. Ha sempre fatto un po’ il partito “di lotta” e un po’ il partito “di governo” a seconda di quando perdeva o vinceva le elezioni: per cui certe sparate sembrerebbero davvero poco credibili.

    Eppure è da molti anni ormai che il fenomeno della Lega Nord viene considerato con una certa serietà. Dopo le diffidenze e le risatine che i media riservarono a Bossi e ai suoi per tutti gli anni ’90, in seguito, con le vittoriose elezioni del 2001 e 2008, molti commentatori si dovettero ricredere: si riconobbe alla Lega un forte radicamento sul territorio, amministratori locali generalmente capaci e il monopolio sul tema centrale della sicurezza.

    Tant’è che l’influenza di Bossi su tutto il centrodestra, soprattutto in tema di immigrazione e lotta alla piccola criminalità, si è estesa fino a diventare predominante. Questo ha amplificato l’importanza percepita del Carroccio nello scacchiere della politica; ma bisogna fare attenzione a non sopravvalutare il fenomeno.

    Un conto è riconoscere alla Lega alcuni successi e un’oggettiva capacità di farsi portavoce del disagio di una certa parte del paese, un altro conto è dare credito a velleità autarchiche e tendenze secessioniste.

    Non dovremmo dimenticare di valutare il merito delle proposte leghiste: non basta riderne, così come non si può dare la patente di rispettabilità a un partito solo per via di discreti successi elettorali del passato. Certo, discutere la politica leghista come si trattasse di una cosa seria è un esercizio impietoso: ma almeno non si da l’impressione che si faccia ironia per nascondere la mancanza di argomenti seri. E poi, in un momento in cui Bossi scommette sullo sfascio del paese, è sempre utile ricordarsi per quali motivi il folklore leghista non sia un’opzione da prendere seriamente in considerazione.

    Ora, è indubbio che il Carroccio abbia costruito il suo successo elettorale sul tema della lotta all’immigrazione e sul federalismo. Ma è altrettanto indubbio che i risultati concretamente ottenuti, anche se sbandierati come vittorie ineguagliabili, siano stati piuttosto scarsi.

    In tema di federalismo segnalo una bellissima puntata di Report di fine ottobre; e sulla reale composizione del problema dell’immigrazione clandestina rimando ad un bel articolo di Maurizio Ambrosini del luglio 2009 su Lavoce.info.

    Questi riferimenti sono utilissimi per soppesare una componente ineliminabile dei partiti populisti: vendere fumo al proprio elettorato. In questo Berlusconi e Bossi si intendevano benissimo. L’importante non è tanto raggiungere un risultato, ma convincere chi ti vota di averlo raggiunto.

    Prendiamo la lotta alle mafie. A parte il fatto che tutti i governi hanno fatto pochissimo per azzoppare la criminalità organizzata là dove davvero conterebbe, cioè sul versante economico-finanziario e il riciclaggio del denaro sporco; resta comunque agli atti la cattura di diversi boss di peso, che ha dato lustro e rispettabilità all’azione del ministro Maroni. Il quale, infatti, non perdeva occasione per sottolineare i propri meriti. E difatti, quando l’altro giorno hanno arrestato Michele Zagaria, l’ultimo boss della vecchia guardia dei Casalesi, quasi quasi la festa non sembrava riuscita senza le dichiarazioni dell’ex-ministro dell’interno. Ma come: arrestano un boss e nessuno se ne prende il merito?

    Eppure oggi abbiamo scoperto che le forze dell’ordine e la magistratura gli arresti riescono a farli benissimo anche senza i politici. Ma più che valutare quello che la Lega ha fatto nel passato, mi interessa qui discuterne le premesse teoriche, le basi ideologiche e il progetto politico.

    La ragione d’essere del Carroccio è la difesa degli interessi del Nord, cosa che presume una qualche forma di abuso da parte di Roma e da parte del Sud: e non c’è dubbio che il paese viva uno squilibrio storico, nel senso che aree geografiche a lungo sotto dominazioni straniere diverse si sono ricongiunte 150 anni fa senza che il Mezzogiorno riuscisse mai a raggiungere il livello di sviluppo e occupazione del settentrione. Si chiama “questione meridionale” ed è figlia di un processo di unificazione fortunoso e rocambolesco.

    Ma da questi dati di fatto, così come dai legittimi interessi della parte produttiva del lombardo-veneto, non si può in alcun modo giungere alla conclusione che mettere il Nord contro il Sud o lavorare per la secessione siano pretese accettabili. Innanzitutto non sono esigenze condivise. Persino Beppe Grillo è arrivato a dire che, se si facesse un referendum, il Nord si staccherebbe dal resto d’Italia. Ma è una bufala colossale.

    I numeri raccontano che alle ultime elezioni su 36.457.254 votanti la Lega ha raccolto 3.024.543 voti: vale a dire l’ 8,3 %. Si dirà: se ci concentriamo al Nord, la percentuale sale. Vero. Ma anche in Lombardia e in Veneto i seggi conquistati dalla Lega nel 2008 sono stati più o meno gli stessi di quelli del PD (che le elezioni le perse).

    Inoltre bisogna considerare che molti votano Lega più per la politica dura contro l’immigrazione che per altro. E attualmente i sondaggi non sono positivi. A ben vedere, dunque, coloro che confidano nella secessione come soluzione estrema sono un’esigua minoranza. Ed è normale che sia così. L’idea di uno Stato autarchico padano che batta moneta propria è talmente assurda che non ci credono nemmeno i dirigenti leghisti. Un Nord che chiudesse le frontiere e facesse import/export in talleri che tipo di chances di sviluppo potrebbe mai avere? Inoltre la “Padania” è chiaramente un’invenzione folkloristica. Non che le differenze regionali e geografiche non esistano: abbiamo una varietà vastissima di dialetti e usanze locali. Ma questo non dà alla Lombardia più ragioni culturali di pretendere un proprio Stato di quante non ne darebbe alla Puglia o alla Sardegna. La vera ragione per cui al Nord potrebbe interessare la secessione sarebbe quella di togliersi la palla al piede di un Sud che non riesce a svilupparsi. Ma non è un caso che non esistano precedenti al mondo su basi simili.

    Anche il caso degli Stati Uniti, che raggiunsero l’indipendenza a spese dell’Inghilterra per ragioni essenzialmente fiscali, non è nemmeno lontanamente paragonabile: avvenne più di duecento anni fa, con distanze geografiche enormi e soprattutto con il motivo determinante dell’ostinazione inglese a trattare gli americani come colonizzati e non come colonizzatori.

    Se la Padania dovesse nascere davvero, allora sulle stesse basi il Veneto potrebbe a sua volta chiedere l’autonomia dalla Padania! Infatti liberandosi di Piemonte e Liguria si ritroverebbe uno Stato più omogeneo economicamente.

    Se passasse l’idea che lo sviluppo non si raggiunge insieme, ma che basti tagliare i rami secchi, si diffonderebbe un virus da cui non sarebbe immune nemmeno un ipotetico Stato padano. Per questo oggi nessuno Stato moderno e democratico tollera che al suo interno operino spinte secessionistiche tanto dichiarate e pretestuose: non solo perché il mondo va in direzione opposta, ma anche perché questo minaccia la coesione interna.

    Se abbiamo un paese diviso e frastagliato, che è politicamente incapace di prendere decisioni condivise, ciò è anche causa ed effetto insieme di spinte secessionistiche come quelle leghiste.

    Da tifosi di calcio, non tollereremmo che i giocatori della nostra squadra pensassero solo a se stessi remando contro; ma trattandosi di politica, queste cose vengono curiosamente sottovalutate. Così come viene sottovalutato il razzismo strisciante che è insito in tutto questo. Quando nel 2009 Berlusconi venne colpito da una statuetta lanciata da uno squilibrato, partì un processo mediatico che fece le pulci a tutti coloro che a sinistra avevano osato rivolgergli critiche troppo aspre. Poi si scoprì che le cose non avevano alcuna correlazione e che l’aggressore aveva agito così solo a causa dei suoi disturbi mentali.

    Ora che un antisemita iscritto a Casa Pound ha ucciso due senegalesi, a qualcuno verrà in mente di suggerire che forse certi messaggi provenienti da destra hanno una qualche responsabilità nell’accaduto?

    Andrea Giannini

  • Storia di Genova: gli animali dei genovesi fra realtà e fantasia

    Storia di Genova: gli animali dei genovesi fra realtà e fantasia

    Cattedrale S.LorenzoNella storia di Genova ricca di streghe, pirati e fantasmi non potevano mancare animali reali o nati dalla fantasia popolare che compaiono più o meno nascosti, in molti angoli della nostra città.

    I più noti sono i leoni stilofori, risalenti al 1840, opera dello scultore Carlo Rubatto, che campeggiano, maestosi, ai lati della Cattedrale di S. Lorenzo. Simbolo della forza che sta a guardia dello spazio sacro (Cristo è chiamato “il leone della tribù di Giuda”), fregiano la facciata della chiesa con il loro marmo bianco parimenti a quelli stilofori o in bassorilievo, attribuiti ad uno scultore della scuola di Benedetto Antelami (tra il XII ed il XIII secolo), allegorie della lotta di Cristo sul male. Ad altezza d’uomo, a destra di una delle due porte di accesso, è nascosto il profilo di un piccolo cane, testimonianza d’amore del suo padrone scultore che durante i lavori per la costruzione della cattedrale fu colpito dal lutto e decise di immortalare il profilo del suo amico a quattro zampe…

    Una vera curiosità è lo sbalzo raffigurante un asino che suona l’arpa, fregio insolito sulla soglia di una chiesa. Il significato è controverso: l’emblema di cose che si vogliono fare, senza esserne in grado o anelito verso Cristo cui tendono anche le creature più umili?

    Il drago di S. Giorgio “impazza” per la città in tante effigi scultoree o pittoriche di cui la più nota si trova sul prospetto principale dell’omonimo palazzo. I grifoni, mezzi leoni e mezzi aquila, guardano i falneurs dalle volte di Galleria Mazzini e compaiono, financo, sulla bandiera del Genoa o sullo stemma comunale, dove sono raffigurati con le code abbassate, per antico volere dei Savoia, in segno di sottomissione.

    Che dire del basilisco, emblema dell’eresia ariana? Era un serpentone, dalla testa di gallo, dallo sguardo mortale, dal fiato flautolente, che risiedeva in un pozzo, vicino alla chiesa di S. Siro. Stufo dei fetidi miasmi, il vescovo gli impose, con veementi invettive, di lasciare quella sede molesta e di perdersi in mare. La leggenda è evocata, nel coro della chiesa, da un affresco di Gian Battista Carlone (XVII secolo), dipinto per sdebitarsi dell’asilo ricevuto, in seguito ad un’accusa di omicidio.

    I tritoni, dalla coda di pesce, hanno un imponente rappresentante, intento a cavalcare un delfino, presso il Palazzo del Principe.

    I centauri, metà uomo metà cavallo, galoppano nel “trionfo Doria” sul portale di via Chiosone così come quelli del “trionfo degli Spinola” in via Porta Vecchia.

    Reale, invece il “porcus”di S. Antonio cioè i maiali che potevano circolare liberi per la città (1400-1751), fino a quando imbrattarono e morsero un corteo di senatori, diretti a Castelletto. La vendetta dei notabili fu immediata: venne emanato un editto che permetteva a chiunque di “appropriarseli” sia vivi che morti. Il Magnifico Basadonne, abate dei frati Antonelliani, sollevò un contenzioso giudiziario, ma per i suini la sorte era segnata.

    Vico dei Gatti é un omaggio ai felini, che trovarono il loro cantore in Edoardo Firpo “Staggo a vedilli fra l’erbetta do giardin: assetta in sci quattro pe con un aia indifferente, incommensa a mescia a coa comme un serpente…”, e che insieme a lepri, orsi, galli, gazzelle, scimmie, tartarughe, rane, cicale sono ricordati nei nomi dei tanti “caruggi”della nostra città.

    Anche l’amore per i cani ha le sue leggende: si dice che Cesare Cattaneo avesse un cagnolino di nome Brighella, in onore di Goldoni, che portava sempre con se, nelle sedute del Minor consiglio, lanciando una moda che rese alquanto “rumorose” le riunioni dei probi senatori. Anche Gian Andrea Doria edificò una tomba (1615) con tanto di lapide per il suo cane “Gran Rolando”, rinvenuta nel 1838 nel palazzo Pamphily, i cui denti furono trasformati in pendenti per una dama dai gusti, che definirei, originali.

    Adriana Morando

    Foto di Daniele Orlandi

  • Storia di Genova: il pandolce (pandùce) e un rametto di ulivo

    Storia di Genova: il pandolce (pandùce) e un rametto di ulivo

    Il Pandolce GenoveseTempo di feste, tempo di pandolce: “u pandùce” come si dice in dialetto, u pan du bambin come si chiama a S. Remo, Genoa cake come lo definiscono a Londra… La ricetta giunge dal medioevo e associa ad ingredienti italiani, quali quelli del pane, i profumi orientali come quelli dell’acqua ai fiori di arancio, dei pinoli, dello zibibbo, del cedro candito.

    Fino al ‘900 rimane quasi esclusivamente un dolce casalingo, preparato con una ricetta che passava, gelosamente custodita, da una generazione all’altra, mentre le pasticcerie o i forni lo preparavano, solo su espressa ordinazione, per forestieri di passaggio.

    Qualcuno fa derivare u pandùce da un antico dolce genovese, “ il pane con lo zibibbo”, ma secondo lo storico Luigi Augusto Cervetto (1834-1923) avrebbe un origine persiana in quanto, presso questo popolo, all’alba del giorno di Capodanno, era consuetudine offrire al re una specie di grande torta ripiena di mele e canditi che gli veniva recata dal più giovane dei suoi sudditi.

    Di questa antica usanza, rimarrebbe una ricetta rimaneggiata, il panettone genovese con i suoi tipici 3 taglietti a formare una specie di corona triangolare, e il rituale con cui il dolce veniva presentato: era il più piccolo della famiglia a portarlo in tavola, decorato con un rametto di ulivo, simbolo di pace e serenità.

    L’ANTICO RITUALE

    Passando da un convitato all’altro, per il rito del bacio, il più giovane  giungeva al capofamiglia a cui era affidato il taglio del pandolce, mentre la madre recitava il messaggio augurale “ Vitta lunga con sto’ pan, prego a tutti sanitæ, comme ancheu, comme duman, affettalu chi assettae, da mangialu in santa paxe, co-i figgeu grandi e piccin, co-i parenti e co-i vexin, tutti i anni che vegnià, cumme spero Dio vurrià. (Vita lunga con questo pane! Prego per tutti tanta salute, come oggi, così domani affettarlo qui seduti, per mangiarlo in santa pace coi bambini, grandi e piccoli, coi parenti e coi vicini, tutti gli anni che verranno, come spero Dio vorrà”).

    La prima fetta, avvolta in un tovagliolo, veniva conservata per il primo povero che avesse bussato alla porta, un’altra veniva riposta e mangiata il 3 febbraio in occasione della festa di S. Biagio, protettore della gola.

    LA PREPARAZIONE NELLA TRADIZIONE GENOVESE

    Oggi viene preparato, oltre che nella versione classica ”bassa” anche in quella “alta”, voluta, sembra, dal doge Andrea Doria che bandì un concorso tra i pasticcieri genovesi per un dolce a lunga conservazione, adatto agli interminabili viaggi per mare. Qualunque ne sia l’origine, la preparazione deve essere accurata con particolare riguardo alla lievitazione che ha bisogno di un caldo costante per cui alcune “scignùe” se lo portavano a letto insieme al “præve” (il portascaldino) per tenere alzate le lenzuola.

    A preparazione finita, si cuoceva nel “runfò” cioè una stufa di mattoni, a carbone o a legna, con forno metallico e in genere senza canna per il fumo o si portavano dal fornaio di fiducia… Completavano la coreografia la lettura della letterina di Natale, nascosta sotto il piatto del babbo, l’immancabile poesia dei più piccini e l’albero di Natale che, tradizionalmente, era un ramo di alloro decorato con maccheroni, mele, arance, frutta secca, il tutto infiocchettato con nastri rossi e bianchi.

    Adriana Morando

  • La manovra Monti riduce lo spread, ma risparmia evasori e privilegiati

    La manovra Monti riduce lo spread, ma risparmia evasori e privilegiati

    Spese e debito pubblicoLa prima cosa da notare è che con l’annuncio della manovra di Monti è sceso drasticamente lo spread. L’indice che esprime la differenza tra quanto rendono i titoli di Stato tedeschi e quelli italiani ha rappresentato il termometro della terribile febbre finanziaria che ci ha colpito quest’estate.

    Nei giorni più caldi della crisi, in pratica, lo spread ci spiegava che se la Germania piazzando un titolo obbligazionario a un compratore si faceva dare 100 promettendogli a dieci anni 101, l’Italia per fare lo stesso doveva promettere 107 o 108. La differenza tra le due “promesse” è appunto il valore in percentuale dello spread (che in inglese vuol dire proprio “apertura, gamma”).

    Considerando che la Germania paga i rendimenti più bassi e costanti d’Europa, se aumenta la nostra differenza da loro e cioè sale lo spread, significa che ci stiamo indebitando sempre di più per reperire liquidità. E questo avviene perché i compratori non si fidano della nostra capacità di ripagare i debiti ed esigono un margine di guadagno più ampio per correre il rischio. Ma più salgono i tassi, più aumenta il debito. E più aumenta il debito, più aumenta la sfiducia dei compratori: e così i tassi tornano a salire. Una spirale perversa che se non viene invertita fa schizzare verso l’alto i rendimenti fino alla soglia di non ritorno: lo Stato che dichiara la bancarotta.

    Ci siamo andati vicini e il pericolo non è del tutto scongiurato. Gli effetti già si vedevano e si vedono ancora: la fuga dei capitali, la corsa all’oro come bene rifugio, l’aumento del costo del denaro, l’aumento dei tassi sul prestito bancario e via dicendo. Se avessimo varcato la soglia di non ritorno, il mutuo per la casa o il finanziamento per l’impresa sarebbero diventati impossibili: è il cosiddetto “credit crunch”, la contrazione del credito, che chiude i rubinetti all’economia provocando fallimenti di imprese a catena, disoccupazione ai massimi livelli e taglio selvaggio della spesa sociale. Uno scenario che andava scongiurato. Ed è proprio per questo che è stato sostituito Berlusconi: perché si era rivelato inadatto a gestire la crisi. E per lo stesso motivo è stato chiamato Monti: perché aveva la reputazione e la stima necessarie per gestire una situazione così grave.

    Non dobbiamo dimenticarci di tutto questo. Non dobbiamo dimenticarci di quanto si sia rivelato inconcludente il precedente governo. Berlusconi aveva governato otto degli ultimi dieci anni garantendo una crescita economica ridottissima; aveva fatto tre manovre in una sola estate e quando si è dimesso, ci ha lasciato con uno spread superiore ai 560 punti. Non dobbiamo dimenticarci che in 20 giorni dal suo giuramento, Monti ha presentato una manovra che deve ancora essere approvata e già ci restituisce uno spread attorno ai 380 punti. Siamo lontani dai valori molto più bassi di un anno fa, ma è innegabile che siamo sulla buona strada.

    Ciò non significa che siamo guariti. La manovra deve ancora passare tra le forche caudine del parlamento e, soprattutto, la partita vera si giocherà in Europa. Se Monti incassa una manovra rigidissima sul versante dei conti, con un nuovo sistema pensionistico più rigoroso di quello tedesco, potrà poi andare a parlare con Francia e Germania e spingere con maggiore credibilità sul tasto della messa in sicurezza dell’euro, che è l’unica cosa che può scongiurare davvero la crisi.

    Ma niente è certo: siamo ancora appesi ad un filo. Quello che si può dire per ora è che Monti sta facendo davvero quello per cui è stato chiamato. E che stiamo toccando con mano quanto ci sia costato Berlusconi e, più in generale, una classe politica incapace ed inefficiente.

    Detto questo, il giudizio sulla manovra in sé e per sé non può che essere negativo. Era giusto ricordare come mai siamo arrivati a questi punti e cosa rischieremmo se ora l’iter di approvazione si arenasse in parlamento: ma ciò non vuol dire che la manovra sia giusta ed equa. Ha il pregio di garantire i saldi finali, ma ha il vizio di farlo passando attraverso le solite tasse e i soliti tagli.

    Ho già scritto su queste colonne che esistevano molti modi per reperire le risorse necessarie a raggiungere la parità di bilancio nel 2013: sono talmente tante le soluzioni che qualcuna l’ho certamente dimenticata. Eppure Monti ha fatto pochissimo in questo senso. Ha fatto pagare quasi tutto alla gente e pochissimo ai privilegiati, agli evasori e ai partiti.

    Imporre la tracciabilità dei pagamenti in contanti sopra i 1000 euro temo che servirà a poco. Chiedere un 1,5 % in più a chi aveva rimpatriato capitali tenuti all’estero evadendo il fisco e pagando solo il 5 % per rimettersi in regola, fa sorridere: costoro se la cavano comunque pagando un 6,5 % totale laddove in altri paesi per la stessa cosa si era chiesto il 20 %. Se si voleva introdurre una norma retroattiva (a rischio di incostituzionalità), tanto valeva osare di più. La Chiesa dal canto suo si è scampata l’ICI. La casta poi se l’è cavata piuttosto bene, come ha scritto Sergio Rizzo sul Corriere (uno che se ne intende, visto che il libro La Casta lo ha scritto lui): i pilastri su cui si basa il sistema di potere dei partiti non sono stati toccati. Insomma, Monti che predicava l’equità si è rivelato iniquo?

    Ad esser onesti non ce la possiamo prendere con lui più di tanto. Innanzitutto perché è sempre il Parlamento che approva le leggi. Una tassa sui patrimoni, ad esempio, che per entrare in funzione già richiede del tempo che non abbiamo, il PDL non l’avrebbe votata. Stesso discorso per le frequenze del digitale terrestre. Semplificando molto, oggi le stiamo regalando a Rai, Mediaset e LA7, quando mettendole all’asta potremmo ricavarne qualche bel miliardo di euro: ma c’è qualche dubbio che Berlusconi avrebbe fatto il diavolo a quattro contro un provvedimento simile? La realtà purtroppo è sempre la stessa. Quando bisogna prendere dei provvedimenti in Italia, chi vede toccato i suoi interessi si muove compatto: sindacati, corporazioni, associazioni di categoria, ordini religiosi e professionali, politici e via dicendo. Gli unici che non si sanno muovere insieme, come le pecore di un gregge, sono gli Italiani.

    Se oggi la gente subisce una manovra durissima, la colpa è senza dubbio di politici inefficienti che sono stati a guardare fino a che non è dovuto intervenire un “podestà straniero”. Ma in ultima analisi la colpa è degli Italiani stessi, che questi politici li hanno votati, che hanno creduto ciecamente a Berlusconi prima e a Monti adesso e non hanno ancora imparato che, come dice Fitoussi, «non c’è Zorro e non c’è Superman».

    Dovremmo smetterla di affidare il controllo sulle nostre vite ad un individuo solo, perché questo, per bravo e volenteroso che sia, si scontrerà sempre contro le medesime resistenze e finirà sempre per accontentare chi ha potere di ricatto, lasciando sullo sfondo quei cittadini che pure dovrebbero essere i padroni in democrazia.

    Anziché disinteressarci della vita pubblica per poi subirne le conseguenze, dovremmo tornare ad interessarci, a comprare i giornali, a seguire la politica e l’economia, a scendere nelle piazze, a dedicare un po’ del nostro tempo ad acquisire elementi utili a prendere noi le decisioni, tramite rappresentati scelti da noi e da noi monitorati severamente. Sarebbe semplicemente la democrazia, cosa che non esercitiamo più da tanto tempo. Per questo oggi non ha senso prendersela perché si va in pensione 5 anni più tardi: è solo uno dei tanti prezzi da pagare per aver lasciato la nostra sovranità in mano ad altri.

    Andrea Giannini

  • Storia di Genova: il torrente Bisagno

    Storia di Genova: il torrente Bisagno

    Bisagno, una foto antica (1910)

    La Storia di Genova, articoli e video – Vai all’approfondimento su GuidadiGenova.it

    Scende dalle pendici meridionali del monte Spina, a quota 600m, tra le valli di Fontanabuona e del Lentro, a sinistra, e tra quelle dello Scrivia e della Val Polcevera, a destra. Il Bisagno, antico Feritore, porta un nome dall’origine incerta. Secondo G.Poggi (1856-1919) potrebbe nascere da” pisa” per estrapolazione da “piselli” che crescevano con altri ortaggi sulle sue rive, quando la zona era, ancora, aperta campagna. Da pisa, dunque, sarebbe derivato Pisagno ed infine Bisagno. Pare più congruente, però, la sua etimologia da “bis amnis” (due fiumi) ricordando che, all’origine, il torrente è formato da due confluenti: il fossato di Bargagli e quello di Viganego.

    Scendendo dal passo della Scoffera, il Bisagno si snoda per l’omonima valle, lungo un percorso di circa 26 Km, ricevendo l’acqua di molti ruscelli minori come il Consasca, il rio Torbido, il Geirato, il Veilino, il Fereggiano. Nel suo primo tratto, fino alla Presa, alcuni lo chiamano “Bargaglino” perché attraversa il territorio, segnando un confine naturale fra il comune di Bargagli e quello di Davagna.

    Nei secoli la sua valle è stata sede di operosi mulini, di alacri fornaci e, presso il Giro del Fullo, brulicava di attrezzature per la “follatura” della lana, macchine che battevano i panni per rassodarli ed infeltrirli.

    La riva destra era contrassegnata da una fiorente coltivazione agricola da cui origina il termine “bisagnini”, riservata ai commercianti ortofrutticoli. Un’altra intensa attività era quella delle lavandaie, lavoro molto pericoloso perché le esponeva al contagio di malattie epidemiche, quali il colera, che era considerata una vera malattia professionale. Quando qualcuno moriva, si diceva ”è andato a sentir cantare le lavandaie” usando questo eufemismo per intendere che il poveretto aveva “raggiunto” il vicino cimitero di Staglieno.

    La presenza di ampi spazi verdi e di boschi favoriva la villeggiatura o si prestava a sede atta a svolgere fiere in cui non mancavano tavoli imbanditi a salame, fave e vino bianco. Si sono consumati nel suo letto i falò che, numerosi, ardevano in occasione della festa di s. Giovanni o quelli meno gai in cui si distruggevano libri ritenuti insani come il settecentesco “Compendio della Storia di Genova”, dell’abate Accinelli. Tragedie ben più gravi sono quelle legate alle sue repentine e rovinose piene come quella storica del 1278, del 1822 che demolì il ponte di santa Zita, degli anni ‘ 70, ’90 o quelle dolorose del novembre 2011. Anche questo è il Bisagno.

    Adriana Morando

  • Euro: il rischio recessione è concreto, urge strategia condivisa

    Euro: il rischio recessione è concreto, urge strategia condivisa

    EuropaQuesti giorni saranno cruciali per il destino dell’euro. O si trova una soluzione veloce per dare fiducia ai mercati garantendo un salvagente di qualche tipo per i debiti delle economie europee, oppure lo scenario sarà davvero fosco. C’è il concretissimo rischio che l’Europa esploda ricatapultandoci indietro di vent’anni e scaraventandoci in una recessione economica paurosa, che avrà ripercussioni planetarie.

    In termini concreti questo potrebbe significare: chiusura del credito alle imprese, fallimento a catena delle aziende, disoccupazione a livelli record e misure draconiane di taglio alla spesa pubblica che deprimerebbero l’economia del nostro paese per molti anni. E’ questo che ci stiamo giocando forse già questa settimana.

    Al punto in cui siamo potrebbe bastare un incidente qualsiasi (tipo un’asta di titoli di Stato andata male) per scatenare il panico e il fuggi-fuggi generale, con i tassi d’interesse dei Btp che schizzano alle stelle e il governo italiano che deve chiedere aiuto alla Bce o al Fmi per finanziarsi. In pratica, la bancarotta. E una volta crollata la terza economia europea, il destino del resto dell’Europa sarebbe segnato, perché l’eurozona perderebbe definitivamente credibilità.

    Eppure, paradossalmente, proprio il fatto che lo scenario sia così concretamente catastrofico induce molti a pensare positivo. Infatti, dato che è difficile che qualcuno possa prevedere di guadagnarci qualcosa in tutto questo, è più realistico supporre che la pressione delle diplomazie internazionali riesca a vincere gli egoismi dei singoli Stati europei fino a produrre una strategia risolutiva condivisa da tutti.

    Ormai persino gli Stati Uniti e la Cina, che da una caduta dell’euro rischierebbero fortissimi contraccolpi, dato che esportano tantissimo nell’eurozona, si sono mossi per fare pressioni sui partner del vecchio continente. Pechino, ad esempio, si è detta disponibile ad investire nelle infrastrutture europee: non significa che comprerà il debito dell’eurozona, ma è un segnale che gli Americani non hanno sottovalutato. Infatti Obama, da tempo preoccupato che i cinesi possano intervenire in Europa, comprandosi insieme con il debito anche una larga influenza sulla politica europea, si è addirittura spinto fino al punto di impicciarsi nelle discussioni tra Francia, Italia e Germania raccomandando caldamente gli eurobond (i famigerati titoli di Stato europei che, secondo alcuni, sarebbero al riparo dai timori di insolvenza e dagli attacchi speculativi).

    Queste interferenze, paradossalmente, sono segnali positivi: sono indici del fatto che un crollo dell’eurozona significherebbe una recessione globale che nessuno vuole. E più ci avviciniamo al punto di non ritorno, più è facile che la soluzione salti fuori. Tutto questo ricorda un po’ uno di quei “giochi” che facevano i teppisti degli anni ’80: rubare una macchina, lanciarsi giù da una scarpata a motore spento e fare a gara a chi scende dall’auto per ultimo. Più si avvicina il punto dell’impatto, più è probabile che uno dei “giocatori” apra la portiera e si catapulti fuori. Ma il rischio che si salti troppo tardi e che ci scappi il morto è sempre presente.

    Speriamo ovviamente che ciò non avvenga. Ma se per caso dovessimo riuscire a venirne fuori, non dovremo commettere l’errore di pensare di avere risolto tutti i nostri problemi. Non esiste una soluzione immediata e definitiva: esistono provvedimenti che possono dare ossigeno e “comprare” dai mercati il tempo che ci serve per intraprendere cambiamenti più radicali. Molti economisti dicono che il problema dell’euro è quello di una moneta unica che non ha una politica monetaria unica. O meglio: in teoria ce l’avrebbe, ma in pratica i veti incrociati dei singoli Stati fanno fallire gli accordi. Il che è più o meno quello che sta succedendo in questi giorni, con la Germania che (non proprio senza motivo, in verità) si oppone a quelle soluzioni che gli altri sembrerebbero anche disposti a condividere.

    La questione appare strettamente economica, ma in realtà è molto più ampia. Il punto è politico. Fare un’unione di mercati con una moneta unica è stato relativamente facile, perché era conveniente un po’ per tutti. I governi non potevano più svalutare la moneta (come ha fatto l’Italia fino agli anni ’90), ma comunque si agganciavano ad un mercato comune forte e prospero, in cui le importazioni e le esportazioni erano agevolate e l’economia ne poteva beneficiare largamente. Ma tutto il resto è passato in secondo piano.

    Oggi dovremmo aprire un largo dibattito su cos’è l’integrazione europea, per non buttar via quello che abbiamo costruito fin qui. In passato non siamo riusciti a fare una politica estera condivisa nemmeno nelle linee generali: un campanello d’allarme sottovalutato semplicemente perché, detto francamente, l’economia andava bene e a tutti questo bastava. Quasi che i tanti secoli di guerre che tutti gli Stati europei avevano attraversato per giungere ad un’unità politica e territoriale non avessero insegnato che il fatto di essere uniti e di sapere rispondere insieme alle difficoltà è un risultato politico nel contempo indispensabile e straordinario, che si raggiunge solo faticando molto. Invece, una costituzione che mette al centro il mercato comune e non i diritti e l’unione politica, alla lunga è controproducente.

    Oggi l’Europa non parla ad una voce perché è divisa: ha un mercato e un’economia comuni da proteggere, ma non ha una politica comune per farlo. Questo è il problema. Ovvio che non si possa pensare di sopravvivere rimanendo così come siamo: o si rimette in moto una politica di unione confederale, a scapito di pezzi di sovranità dei singoli Stati, oppure si muore. Ecco perché questa tempesta economica e finanziaria, oltre che un rischio enorme, può essere anche una grande occasione. Sempre che vogliamo dimostrare di avere ancora un futuro, come Europei.

    Andrea Giannini

  • Da “belin” a “bernarda”: il lessico popolare del dialetto genovese

    Da “belin” a “bernarda”: il lessico popolare del dialetto genovese

    Via S.LucaAddentrarsi alla ricerca di curiosità nell’universo di parole del dialetto genovese  è compito arduo. Esistono libri come quello di Dolcino, “E parolle do gatto”, o capitoli come “parlar camallo” di Orselli e Roffo in “Genova segreta”, che trattano diffusamente l’argomento da cui mi permetto di estrapolarne alcune scurrili o solo sconvenienti parole, che sono le più colorite, note ed usate del nostro folklore.

     

    Da Belin a Bernarda, il lessico genovese – leggi l’articolo su GuidadiGenova.it

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  • Il governo tecnico impari a fare politica, o tornerà a casa presto

    Il governo tecnico impari a fare politica, o tornerà a casa presto

    Mario MontiSiamo tutti in attesa di vedere Monti all’opera. Stiamo tutti aspettando fiduciosi che si concretizzino i migliori auspici (come i tagli dei privilegi della casta o una tassazione che gravi più sui patrimoni e meno sui redditi da lavoro), ma anche che si smentiscano le peggiori preoccupazioni (tipo l’inadeguatezza di Mister “Conflitto d’Interessi” Corrado Passera, oppure del nuovo ministro della giustizia, che in passato non solo faceva l’avvocato dei mafiosi e dei poteri forti, ma che rilasciava anche inquietanti dichiarazioni contro le intercettazioni e contro i pentiti).

    Nel frattempo, però, possiamo parlare d’altro. C’è ad esempio un aspetto rilevante dell’attualità che ha a che fare proprio con la formazione del nuovo governo e che è rimasto un po’ sottotraccia: la funzione della politica.

    Da quando è arrivata la lista dei nuovi ministri, infatti, a parte il sospiro di sollievo per il fatto che non vi erano stati inseriti degli inquisiti (il che è un risultato non da poco…), l’uomo della strada ha esclamato: “finalmente persone competenti”. Anche i giornali e i media non sono andati poi così distanti da questa valutazione. Tant’è che quando qualcuno ha cominciato a lamentarsi per la mancanza di politici all’interno di questo nuovo esecutivo, le ironie si sono sprecate.

    A tutti è parso che un governo tecnico, seppure non eletto direttamente dai cittadini, avrebbe potuto fare sicuramente meglio di una classe politica largamente compromessa e con un credito di fiducia ridottissimo. A tutti è sembrato che un governo di “tecnici”, cioè di persone di comprovata esperienza nel loro mestiere, fosse una soluzione tanto banale quanto giusta: cosa c’è di meglio di un economista all’economia, di un ammiraglio alla difesa, di un avvocato alla giustizia o il presidente del CNR all’istruzione?

    In realtà le cose non sono così facili. Innanzitutto bisogna distinguere tra questa classe dirigente e la politica in generale. Se pensiamo a questa classe politica, ci viene effettivamente da sorridere a paragonare l’attuale Ministro dei Beni Culturali Lorenzo Ornaghi, al ministro uscente Sandro Bondi, che, a parte le indubbie doti poetiche, aveva scarsa esperienza e ha avuto scarsi risultati. Difficile pensare che Ornaghi, pur non avendo fatto ancora nulla, possa far peggio del suo predecessore, e questo sembrerebbe avvalorare l’idea che la competenza dei tecnici sia preferibile all’inconsistenza dei politici.

    Ma se ci astraiamo dal particolare e consideriamo la questione in senso generale, la valutazione cambia. Non c’è dubbio che questi politici oggi si lamentino solo perché temono che un eventuale successo di Monti metta in risalto la loro assoluta inadeguatezza. Eppure, in condizioni normali, in una democrazia che funziona, c’è un motivo ben specifico per cui i governi devono essere composti da politici, cioè da persone che hanno una comprovata esperienza non tecnica, ma politica: il motivo è che le decisioni che sono chiamati a prendere sono non tecniche, ma politiche.

    E’ un errore ritenere che basti mettere un eccellente medico o un bravo dirigente sanitario alla sanità per avere ospedali pubblici che funzionano. Innanzitutto, l’esperienza tecnica di un singolo è spesso limitata rispetto a quelle che sono le funzioni, molto più ampie, di un ministero: ad esempio un avvocato è esperto di come si difende una parte in un processo, ma non è detto che sappia valutare quali sono i problemi dell’amministrazione della giustizia italiana nel suo complesso. Secondariamente, anche ammettendo un esperto di ampissime conoscenze e vastissima profondità di giudizio, non è detto che non si possa sbagliare: il mondo è premio di premi Nobel di tutte le discipline che hanno formulato teorie che poi si sono rivelate semplicemente errate o di esperti che divergono sullo stesso argomento.

    Il che dovrebbe insegnarci che la Verità rivelata appartiene forse agli dei, ma che nessun uomo è tanto competente da darci la sicurezza che non si sbaglierà quando dovrò fare delle valutazioni.

    Monti è uno stimato economista: ma chi ci dice che le sue idee non siano sbagliate? Mi si obietterà che la garanzia assoluta non la può offrire nessuno, ma che una persona offrirà tante più garanzie quanto più è competente. Ed è vero. Ma allora come stabiliamo chi è più competente? Ad esempio, la scelta dello stesso Ornaghi è stata contestata perché è il rettore di un’università privata: perché dovrebbe sapere come si gestisce il patrimonio pubblico? Come si vede, “competenza” è una bella parola, ma nel concreto mette non poche difficoltà. Inoltre resta la questione di fondo: un premier e un ministro sono responsabili per decisioni politiche e non tecniche. Un economista può avere anche una straordinaria visione dell’economia, ma un Ministro dell’Economia si deve occupare di ripartire le risorse, di far quadrare il bilancio di uno Stato, di stanziare dei fondi, di controllare il gettito e molte altre cose ancora, sapendo che ogni decisione che prenderà accontenterà qualcuno e scontenterà qualcun altro.

    Se devo decidere di rifinanziare una missione di guerra oppure di destinare risorse al sostegno nell’istruzione pubblica, non sto prendendo una decisione tecnica, ma politica. Devo tenere in conto che nel primo caso potrei scontentare gli alleati, provocano conseguenze diplomatiche, mentre nel secondo caso verrei meno ai compiti dello Stato e mi attirerei le proteste di presidi, insegnanti e genitori. Devo scegliere anche tra un problema morale o una questione di duro realismo. Questo è il lavoro di un politico.

    Un conto è dire: “facciamo la riforma delle pensioni”; un altro conto è riuscire a farla, vincendo le resistenze di chi si oppone, i dubbi di chi non si fida, i veti incrociati, i distinguo degli alleati, eccetera. Il bravo politico sa fungere da collettore delle diverse esigenze sociali, promuovendo la soluzione più virtuosa con i minori sacrifici possibili. Ha il carisma, la statura morale, il rispetto e la parola per farsi ascoltare e sapersi relazionare con la gente nelle piazze e con gli altri politici nei palazzi. Queste qualità una volta si acquisivano con la gavetta e con un meccanismo di selezione della classe politica che favorisse i risultati e non il clientelismo. Non c’è dubbio che oggi non sia più così; ma proprio per questo dovremmo preoccuparci di rifondare la politica e non di sostituirla col sapere tecnico.

    Dello stesso Monti, che deve misurarsi con un Parlamento in apparenza entusiasta, ma nella pratica pronto ad impallinarlo alla prima occasione, diremo un gran bene solo se dimostrerà di sapersi comportare da grande politico, perché vorrà dire che sarà riuscito a far passare i provvedimenti migliori rimanendo a galla. Se invece vorrà fare il professore, magari sarà la Saggezza personificata, ma tornerà a casa molto presto.

    Andrea Giannini

  • Latte dolce fritto, una ricetta della tradizione genovese

    Latte dolce fritto, una ricetta della tradizione genovese

    Latte dolce frittoLATTE DOLCE   ….. lé-te du-se fritu

    Ingredienti:
    1 litro di latte, 150 grammi di farina, 150 grammi di zucchero, 4 uova (tuorli + albumi), 2 uova (solo albumi ), 1 scorza di limone, 100 grammi di pane grattato, olio d’oliva

    Preparazione

    In una casseruola, stemperate nel latte la farina e lo zucchero.  Amalgamate molto bene, girando fino a quando il composto non appare perfettamente omogeneo.

    Nel frattempo sbattete 4 uova e aggiungetele al composto di latte zucchero e farina, completando con scorza di limone (possibilmente non trattato)  e un pizzico di cannella.

    Fate cuocere il composto per circa 40 minuti a fuoco bassissimo, continuando a girare.

    Dopodichè versatelo in un piatto unto d’olio e lasciatelo raffreddare; una volta che sarà freddo e solido, tagliatelo a rombi( o nella forma che preferite). Passate i rombi negli albumi d’uovo sbattuti, nel pane grattato ed infine friggeteli in olio caldo. Serviteli caldi con una spolverata di zucchero a velo.

  • Mario Monti è il male minore, Di Pietro e Vendola come Bertinotti

    Mario Monti è il male minore, Di Pietro e Vendola come Bertinotti

    Nichi Vendola e Antonio Di PietroUna delle più geniali imitazioni nella carriera di Corrado Guzzanti, a mio avviso, rimane quella di Fausto Bertinotti, l’ex-leader di Rifondazione Comunista. A parte la straordinaria capacità caratteristica quell’imitazione era riuscitissima anche per l’intelligenza della satira. Il comico romano, ad esempio, riusciva a mettere in ridicolo l’irriducibilità di una posizione politica funzionale a fare opposizione, ma non a governare. Epico il perentorio comizio del “sub-comandate Fausto” in un programma con la Dandini di molti anni fa: «Siamo inaffidabili! Noi non possiamo governare. Il comunismo è fantasia! Questo mito della governabilità è un mito della destra! La sinistra deve restare all’opposizione. La storia della sinistra italiana dice che la sinistra deve restare all’opposizione! La sinistra non può concedersi il lusso di governare questo paese». E ancora, in uno show a teatro nel 2009: «Capovolgendo il pensiero buonista del Partito Democratico, che dice di essere uniti anche nella diversità, noi invece diciamo: dividiamoci anche se la pensiamo grossomodo allo stesso modo!». Geniale.

    Ecco, oggi che Bertinotti e Rifondazione Comunista non ci sono più, ci si sarebbe augurati che Di Pietro e Vendola, che di fatto svolgono la funzione della sinistra cosiddetta “antagonista”, non si facessero trascinare negli stessi errori: cosa che non è successa. Intendiamoci: in politica, avere una posizione chiara e netta è indispensabile. E sia l’Italia dei Valori che Sinistra e Libertà hanno una linea precisa: il rispetto della Costituzione, la legalità, la lotta al conflitto d’interessi, il contrasto all’evasione, la difesa dei ceti più deboli, eccetera. Tutti principi sacrosanti che i due leader – bisogna riconoscerlo – hanno cercato di perseguire con una discreta coerenza (a parte qualche “inciampo” non proprio piccolissimo, tipo il caso Scilipoti nell’IDV o i rapporti discutibili di Vendola con il senatore Tedesco, finito nello scandalo della sanità in Puglia).

    Tuttavia avere le idee chiare non basta. Ci vuole anche carisma, fiuto e capacità di sintesi; ci vuole la stoffa per saper strappare degli accordi vantaggiosi; in una parola, bisogna sapere negoziare.

    Ora, negli ultimi 17 anni, Berlusconi ha inquinato questo presupposto normale della vita democratica. Con le proposte di legge del Cavaliere, per il modo in cui erano concepite e per il fine a cui erano indirizzate – e questo va rimarcato con forza, altrimenti si fa di ogni erba un fascio -, ogni compromesso è stato impossibile: contrattare su prescrizione breve, legge-bavaglio, pericolose modifiche della Costituzione, riforma della giustizia e tante altre belle cose non si poteva e non si doveva fare. Non si poteva accettare che un concessionario dello Stato, ineleggibile per legge, puntasse a sfasciare il buon funzionamento di uno Stato per ottenere impunità per i suoi amici e vantaggi per le proprie aziende. I compromessi sono diventati rese e le collaborazioni inciuci.

    Ma era da dicembre dell’anno scorso, dallo strappo con Fini, che il Cavaliere aveva smesso di governare. Le opposizioni cosa hanno aspettato per costruire un’alternativa? Il PD è un soggetto misterioso e diviso, ma l’iniziativa per costruire una piattaforma condivisa poteva partire benissimo da Vendola e Di Pietro. Con un programma scritto, sul modello di quello che presentò l’Unione di Prodi, ma possibilmente più snello e concreto, si poteva mettere nell’angolo il PD e costringerlo a costruire un’alleanza.

    Il Fatto Quotidiano mesi fa propose una legge anti-corruzione a costo zero. Si poteva esser d’accordo o meno, ma il punto è che non si limitò a chiederla: la scrisse. La buttò giù articolo per articolo. Se un giornale arriva a questi punti di concretezza, perché non può farlo una forza d’opposizione? Ma si è preferito discutere di alleanze: Casini si o Casini no?

    Poi è arrivata l’estate delle tribolazioni finanziarie e la coppia Berlusconi -Tremonti collezionava pessime figure: ma dall’altra parte tante critiche e nessuna controproposta.

    Poi è spuntata la lettera della BCE. Il mio pensiero in proposito l’ho scritto la settimana scorsa, suggerendo anche, pur non essendo un economista, delle alternative. Ma dall’opposizione ancora tante critiche e nessuna controproposta.

    Poi è caduto Berlusconi e Napolitano ha guardato subito a Monti. Dall’opposizione di nuovo critiche.

    Eppure, chi aveva causato il mal suo, avrebbe dovuto piangere se stesso. Qual’era l’alternativa? Lasciare tutto in stand-by per mesi fino alle elezioni con la pistola puntata di uno spread alle stelle? E che garanzie di tenuta avremmo avuto con la vittoria di un centro-sinistra che a tutt’oggi non ha una coalizione e non ha un programma? Inutile che Di Pietro parli di «macelleria sociale». Il fallimento del paese farebbe una «macelleria sociale» ben peggiore. Per questo la gente appoggia Monti: perché è il male minore.

    Ed è colpa anche di Di Pietro, che evidentemente si è accontentato di farsi bello con il proprio elettorato mostrandosi duro e puro, se, quando c’era tempo, non si è costruita un’alternativa. E ora è costretto, obtorto collo, ad imparare a mediare. Così, mentre l’Italia incrocia le dita, ci tocca concludere che Di Pietro è un ex-magistrato onesto e Vendola un buon oratore: ma entrambi non hanno saputo dimostrare di essere anche buoni politici.

    Andrea Giannini