Categoria: Rubriche

Scopri Genova e la Liguria, la sua storia, la tradizione, la cucina e le curiosità.

  • Caro Roberto Castelli: “Non mi devi rompere i coglioni!”

    Caro Roberto Castelli: “Non mi devi rompere i coglioni!”

    Roberto CastelliRitorniamo ancora a parlare di Servizio Pubblico, la trasmissione di Santoro, perché giovedì sera è successo qualcosa di rilevante da un punto di vista simbolico. «Non mi devi rompere i coglioni!», questa la frase liberatoria di un operaio sardo che ha costretto Roberto Castelli, esponente della Lega Nord, già ministro della giustizia, senatore e viceministro uscente alle infrastrutture, ad abbandonare lo studio televisivo. E diciamolo francamente: era tosto l’ora.

    Non c’è da gioire per il fatto in sé che un dibattito pubblico sia giunto a un punto così teso, perché di principio vorremmo tutti che l’occasione fosse sfruttata piuttosto per fare una riflessione critica seria e pacata. Ma data la situazione di un paese in difficoltà che viene messo a confronto con chi lo ha governato per anni, lo sfogo dell’operaio sardo è stato quanto di più onesto, genuino e sano ci si potesse augurare. Se l’espressione è stata un po’ “colorita”, ciò è senza dubbio giustificato dalla frustrazione, dopo anni in cui lo sforzo di mantenere un certo contegno e un certo modo di interloquire c’era stato. Persino nelle trasmissioni di Santoro, a cui piace molto fare sentire «l’urlo della piazza», nessun operaio, nessun cassaintegrato, nessun disoccupato si era mai lasciato andare in TV ad un’espressione così forte contro un politico così importante.

    Giovedì sera invece il tappo è finalmente saltato. Se la settimana scorsa ho scritto che non aveva senso invitare in trasmissione i rappresentanti di questa classe politica, è proprio perché con costoro c’è poco da dialogare. E in particolare con quelli più agguerriti e sfacciati, come Castelli, l’unica risposta non può essere che quella schietta e irriverente data proprio dall’operaio sardo.

    Con questo non si vuole dire che la gente comune in questa situazione sia la vittima esente da colpe, mentre la politica è il carnefice. Sarebbe una concezione decisamente populista. Questi politici sono stati votati e sostenuti per anni dai Sardi, dai Siciliani e dagli Italiani tutti. Quindi i primi a dover fare autocritica siamo noi stessi, se non vogliamo ritrovarci a far uscire un problema dalla porta solo per farne entrare un altro dalla finestra. Ma se c’è una categoria che proprio non può venire a darci lezioni è quella dei politici che ci hanno governato fino a ieri.

    Ecco il motivo per cui le arroganti rimostranze, le spudorate riflessioni e i volgari attacchi che Castelli ha messo in scena giovedì sera hanno davvero meritato un tale epilogo. Castelli in particolare è stato al governo per otto degli ultimi dieci anni, occupando posizioni di primo piano e mettendo la sua firma in calce a molte contestatissime leggi. Se l’economia, durante questi anni, anziché migliorare è peggiorata sempre di più, sarà anche un po’ colpa di Castelli o no? Non è solo colpa sua, di Berlusconi e del governo precedente, l’abbiamo scritto e ripetuto più volte: ma ce ne sarà abbastanza perché si dica che lui e i suoi alleati hanno fallito e quindi si levino di torno, come succede in tutte le democrazie del mondo? E invece, come se niente fosse successo, Castelli si è presentato in trasmissione lanciando strampalate accuse a destra e a manca.

    Di chi sarebbero le responsabilità, se rischiamo di far la fine della Grecia? Dei «tecnocrati» come Monti che hanno disegnato e costruito la “globalizzazione” e di Ciampi e Prodi che ci hanno portato nell’euro, una moneta che non si può svalutare. Ora, a parte il fatto che la globalità è un dato, uno scenario che nessuno ha scientemente costruito, quella a cui fa riferimento Castelli, una globalizzazione senza regole e senza autorità, dove attori transnazionali fanno il bello e il cattivo tempo in barba al poter di azione degli Stati nazionali, è identificabile piuttosto con quella deregulation tanto cara ai governi di destra.

    Chi ha voluto una finanza globale senza regole? Le basi teoriche le ha date la scuola di Chicago, ma sul piano politico il principale referente è senza dubbio «l’amico George», quel Bush junior presidente degli Stati Uniti così caro al governo Berlusconi, che Castelli ha sorretto per tanti anni. E’ stato Bush a mettere Alan Greenspane, il campione del laissez-faire finanziario, alla guida della Federal Reserve, mentre Castelli e gli altri leghisti sostenevano gli USA nella guerra in Iraq per via di quelle armi di distruzione di massa mai trovate, che, tanto per dirne una, in Inghilterra hanno rovinato la carriera politica a Tony Blair.

    Oggi, dopo dieci anni di oblio, Castelli ricorda improvvisamente di essere stato in gioventù anti-imperialista e anti-capitalista. Ma ancora più sfacciata è la critica all’euro. E’ pur vero che l’euro è una moneta strana, dato che incorpora economie molto diverse e che non può essere svalutata per abbassare i tassi; ed è anche vero che la Lega delle origini era contro l’ingresso nell’euro. Ma lo era per una balorda concezione del localismo come risposta alla globalizzazione, che prevede la chiusura delle frontiere e l’adozione di una moneta padana: una visione bislacca che ho già criticato in passato e che non è affatto una risposta ai problemi della modernità, ma soltanto un cieco rifiuto a voler guardare negli occhi la realtà rifugiandosi nel passato.

    E poi, se l’euro oggi è un problema, questo lo si deve al fatto che la nostra economia è debole e drogata, con un debito e una spesa pubblica elevati, che non può reggere gli standard del nord Europa. Ma se, negli anni in cui Castelli sedeva a Roma, la spesa pubblica fosse scesa, i conti fossero stati tenuti in ordine, il debito fosse diminuito e l’economia fosse cresciuta, saremmo sotto l’attacco della speculazione internazionale? Probabilmente ne saremmo al riparo esattamente come lo sono la Finlandia e la Germania, e staremmo a discutere di come risolvere i problemi del debito di Grecia e Portogallo, ma non del nostro: cioè nessun governo Monti, nessuna manovra lacrime e sangue. E invece sotto Berlusconi il debito pubblico è aumentato. Anche perché la spesa pubblica è da sempre gestita con finalità clientelari. Un esempio? Nel sud Italia alla vigila delle elezioni esplodono le assunzioni nel settore pubblico.

    Ora, di fronte ad un pastore o ad un agricoltore che si lamentano per la crisi, con che faccia Castelli può andare a rinfacciare a questi lavoratori l’elevato numero di dipendenti pubblici delle loro regioni, quasi li avessero assunti loro? Ecco perché è giusto rispondere con un «Non mi devi rompere i coglioni!» ad un politico che, anziché nascondersi o almeno giustificarsi, cerca la ribalta per attaccare. Con chi non ha pudore e ha faccia tosta, nessuna discussione è utile, perché cercherà di difendere l’indifendibile fino alla sfinimento. La cosa migliore, quindi, è lasciarlo perdere. Poi toccherà a noi fare ulteriori riflessioni e chiederci come mai tutta la classe politica, non solo Castelli, si siano rivelati tanto inadeguati. Toccherà a noi guardarci negli occhi e chiederci: dove abbiamo sbagliato?

    Andrea Giannini

  • Storia di Genova: gli Spinola e il palazzo della Prefettura

    Storia di Genova: gli Spinola e il palazzo della Prefettura

    “Omnia tempus habbent”: Massimiliano Spinola osò far apporre questa targa -una incauta provocazione diretta niente di meno che al re – sul portone della sua dimora che svetta, tuttora, in Largo Eros Lanfranco e che è sede della Prefettura di Genova.

    L’aneddoto si riferisce al rifiuto opposto, dal nobile, alla nomina di Ciambellano del re, conferitagli da Vittorio Emanuele I.

    Genova e dintorni, la guida online

     

    Massimiliano Spinola e l’affronto a Sua Maestà – leggi l’articolo su GuidadiGenova.it

     

     

     

  • Storia di Genova: da San Domenico a piazza De Ferrari

    Storia di Genova: da San Domenico a piazza De Ferrari

    Piazza De Ferrari

    La Storia di Genova, articoli e video – Vai all’approfondimento su GuidadiGenova.it

    Pensi alla piazza più importante della città, la cartolina di Genova, quella fontana imponente che spesso il vento trasforma in getto per l’irrigazione di cemento e passanti, pensi a piazza De Ferrari, all’agorà genovese, e immagini secoli e secoli di storia. In realtà si tratta di una delle piazze più “giovani” del centro cittadino, figlia di numerosi interventi spalmati lungo un intero secolo.

    Venne ultimata soltanto nel 1934, quando fece la sua comparsa la grande fontana opera dell’architetto Giuseppe Crosa, realizzata grazie ad un cospicuo finanziamento della facoltosa famiglia Piaggio intenzionata a celebrare con un monumento l’entrata in guerra dell’Italia contro l’Abissinia.

    Ma facciamo qualche passo indietro, procediamo con ordine. Fino al giorno in cui la Repubblica di Genova venne annessa al Regno di Sardegna, quella che oggi conosciamo come piazza De Ferrari era uno slargo secondario, di forma triangolare, stretto fra la grande chiesa del Rimedio, il Palazzo Ducale e l’antica sede del Secolo XIX (a nord del Ducale). Da lì partiva via Giulia (l’attuale via XX Settembre), non esisteva via Dante, né via XXV Aprile e neanche via Roma, salendo dalla chiesa si raggiungeva Porta Soprana e Ponticello, e quindi il colle di Sant’Andrea le cui pendici, che sovrastavano via Ravecca, andavano a distendersi proprio in piazza San Domenico, questo era il suo nome.

    Dalla piazza, impreziosita da un piccolo barchile risalente al 1536, si accedeva all’edificio sacro, la chiesa di San Domenico che conteneva le tombe dei Dogi (il complesso religioso era molto ampio, copriva la zona del Carlo Felice e l’attuale centro della piazza, proprio dove ora c’è la fontana). A pochi metri di distanza si trovava il vero agorà cittadino, ovvero quella piazza Matteotti sulla quale affaccia il palazzo Ducale. La facciata del Ducale che da su piazza De Ferrari, infatti, è stata riadattata e affrescata una volta ricavata la nuova piazza, prima si trattava semplicemente del retro, poco visibile, del più importante palazzo cittadino.

    Come detto, nel 1815, la Repubblica passò sotto il governo del Regno di Sardegna e le nuove autorità decisero di aprire un varco nel cuore della città, per dare un punto di riferimento e di snodo alla viabilità cittadina. Fu così che, provocando il dissenso di buona parte dei genovesi, venne demolita la chiesa di piazza San Domenico, prova di forza non da poco del regno di Sardegna visto che si trattava di uno dei simboli della città, rivale di sempre, finalmente annessa.

    La sistemazione dell’area venne affidata all’architetto genovese Carlo Barabino, il quale progettò la costruzione di una caserma sul lato orientale. Nel 1825 venne completato il porticato di levante (così come lo vediamo ora) che avrebbe dovuto “sorreggere” la caserma, e presentato il progetto per la costruzione del nuovo teatro dell’opera di Genova. Una prima fase dei lavori termino’ nel 1828 con l’inaugurazione del Teatro Carlo Felice (chiamato così in onore del re Carlo Felice) e della via Carlo Felice (attuale via XXV Aprile), la seconda fase nel 1832, quando si inaugurò un edificio di due piani che sostituì il progetto originale della caserma per ospitare l’Accademia Ligustica di Belle Arti, ancora oggi nella sua sede originale.

    Come conseguenza di questi importanti lavori di ammodernamento, San Domenico iniziò ad acquistare importanza nella vita cittadina. Il 10 dicembre 1875 si decise di dedicare la piazza a Raffaele De Ferrari, ricco filantropo genovese e promotore dell’Accademia; nell’ultima parte della sua vita, rientrato dall’esilio in Francia per aver ucciso il domestico durante la pulizia di un’arma da fuoco, De Ferrari decise di donare patrimoni enormi alla sua amata città natale, fra cui il Palazzo Rosso di via Garibaldi e venti milioni per il rifacimento dell’area portuale.

    Ma la svolta definitiva arrivò nel 1910, quando venne demolito l’antico quartiere di Ponticello per realizzare via Dante e il palazzo della Borsa (inaugurato due anni dopo). In quegli anni la conformazione della città di Genova venne stravolta, e con l’apertura di via Dante, la nuova piazza De Ferrari divenne il centro della viabilità, la piazza più frequentata a ogni ora del giorno. Nel 1920 venne ultimato anche l’ultimo palazzo che affaccia sulla piazza, quello che nasconde la chiesa del Gesù e che attualmente ospita gli uffici della Regione. Dopo la posa della fontana nel 34, arriva la seconda Guerra Mondiale e i relativi bombardamenti che distrussero parte del teatro. Piazza De Ferrari (a dieci anni dalla sua ultimazione) si trovò nuovamente monca. Per rivederla completa bisognerà aspettare addirittura il 1991, quando il Carlo Felice verrà finalmente riaperto alla città, dopo che per cinquantanni venne sostituito dal Teatro Margherita di via XX Settembre (oggi sede della Coin).

     

     

  • Servizio Pubblico, i dibattiti di Santoro: che cosa impariamo?

    Servizio Pubblico, i dibattiti di Santoro: che cosa impariamo?

    Michele SantoroPremetto che ho sempre apprezzato Santoro: non mi sono perso una puntata di Annozero, che consideravo un programma con approfondimenti interessanti e con il coraggio di toccare argomenti considerati tabù. Pensavo insomma che fosse un’importantissima risorsa per l’informazione televisiva. Ma devo dire che recentemente sono rimasto deluso.

    Da quando non c’è più Berlusconi e il paese è in fermento per una crisi economica acuta e per le manovre del governo Monti, la nuova trasmissione, Servizio Pubblico, è diventata un calderone senza capo né coda. Ovviamente qui – come per l’articolo sugli editoriali del Corriere della Sera di due settimane fa – non mi interessa fare una critica giornalistica: anche perché non ho né le competenze né l’autorità per farla.

    Mi interessa piuttosto cercare di capire come i problemi di oggi vengano percepiti e affrontati dall’opinione pubblica. Ora, se Servizio Pubblico, che pure ha tanti pregi, è il meglio che sappiamo fare, significa che la nostra consapevolezza della situazione attuale e il nostro livello di maturità nel fronteggiarla sono ancora scarsi. Innanzitutto non si capisce perché Santoro continui ad invitare questi politici.

    Annozero era ostaggio di una RAI politicizzata che imponeva di portare in trasmissione i rappresentati dei diversi schieramenti per rincorrere il falso mito del “contraddittorio”. Ma ora che Servizio Pubblico va in onda su emittenti locali e sul web, che necessità c’è di ritornare a sentire il parere dei partiti? Questa classe politica, nel suo complesso, è la stessa di vent’anni fa ed è la principale responsabile del disastro attuale: non ha saputo gestire i problemi, li ha anzi aggravati e non ha mostrato nemmeno il buon senso per ridursi un po’ di quei privilegi che si è preoccupata spasmodicamente di accumulare da quando è al potere. Con che diritto ora possono presentarsi in televisione per spiegarci cosa fare? Che credibilità possono avere?

    Personalmente mi sono stancato di sentire i soliloqui inconcludenti di Vendola, così come non posso più sopportare il populismo e la spregiudicata incompetenza di personaggi come Santanché e Mussolini. Ma ci sono anche altre pecche. Santoro pensa forse che trasformare una trasmissione nella cassa di risonanza dei problemi sociali del paese possa essere di per sé buona informazione. Eppure non basta sbattere in prima serata il dramma dei dipendenti delle cooperative che hanno perso i subappalti delle FS, se poi, prima di capire come mai delle persone hanno perso il lavoro, bisogna aspettare più di metà trasmissione.

    Sandro Ruotolo gira l’Italia ovunque si crei un capannello di persone in situazioni critiche, mette loro un microfono davanti alla bocca e sicuramente raccoglie il dramma in corso, coinvolgendo lo spettatore in un’empatica percezione di un problema sociale potenzialmente esplosivo. Ma poi? Che lezione se ne trae, a parte la consapevolezza che ci sono parecchie cose che non vanno?

    Prima, con Berlusconi che negava la crisi, si poteva capire il senso di mostrare quelle realtà che si preferiva non vedere. Ma oggi che la gente sa benissimo quanto siano drammatiche le cose, quello che interessa è capire dove siano le responsabilità e cosa si possa fare per cambiare. O più semplicemente ci si aspetta di acquisire nuovi elementi e ascoltare analisi interessanti per valutare meglio. Ma questo passo successivo manca o è raffazzonato. Giovedì era il turno dei Siciliani in rivolta: gente con salari bassi, servizi inefficienti, tasse alte, beni di prima necessità costosi, figli senza futuro. Un problema vero, questo non si discute. Ma che fare? Inevitabilmente si finisce a parlare della manovra di Monti, che si è scaricata anche su queste persone. Ma con la gente frustrata ed arrabbiata che non sa bene con chi prendersela, i vecchi politici sempre troppo loquaci e i pochi opinionisti competenti a fare da tappezzeria, il dibattito non può avere spunti d’interesse. A Travaglio è riservato il solito spazietto: una decina di minuti per trattare una manciata di argomenti con la solita competenza e il solito spirito sferzante. Ma poi si ricomincia come se niente fosse. E che fine ha fatto Gianni Dragoni, il bravissimo giornalista del Sole 24 Ore che in altre puntate aveva fornito contributi rilevanti?

    Poi si tocca anche l’argomento della Costa Concordia – ma che c’entra? – e qui si sfiora il ridicolo. Un ospite se la prende con le navi da crociera che passano per il Canal Grande di Venezia, sostenendo che creino dei problemi alla delicata struttura delle città lagunare. Se davvero è così, bisogna indubbiamente far pressioni sulla Costa e le altre compagnie affinché adottino un itinerario esterno. Ma il problema dell’inquinamento creato da questi giganti del mare, se vale per Venezia, vale anche per le altre città. Perché noi a Genova dovremmo tenercele in porto? Perché qualsiasi altra città dovrebbe ospitarle? Con questo atteggiamento si rovina un settore economico molto importante: davvero dopo la tragedia della Concordia, dobbiamo rinunciarci? In effetti Santoro si mette a parlarne al passato, come se l’era delle grandi navi da crociera fosse finita. Un’opinione rispettabilissima, sia chiaro. Solo c’è da chiedersi cosa ne pensino gli operai di Fincantieri che qualche settimana fa erano ospiti in trasmissione a chiedere nuove commesse per costruire proprio nuove navi da crociera!

    Insomma, si fa presto a raccogliere le voci di chiunque manifesti un forte malcontento: ma anche un po’ di coerenza non guasterebbe, se no si ha solo l’impressione che l’unica preoccupazione sia quella di spettacolarizzare dei drammi. Non si può buttare ogni disagio sociale nel calderone della prima serata televisiva. Ci vuole anche discernimento. I Siciliani hanno tutte le ragioni del mondo per essere arrabbiati: ma si potrebbe ricordare loro di prendersela un po’ anche con se stessi, dato che nel 2001 votarono in massa (61 collegi uninominali su 61) per quel Berlusconi che in dieci anni governati quasi in solitaria ci ha portato serafico fino al baratro attuale.

    Per la verità un contributo positivo alla trasmissione ci sarebbe anche stato. Santoro a un certo punto afferma che dalla crisi si potrebbe uscire anche prestando attenzione alle parole di Serge Latouche (leggi l’articolo e l’intervista di Era Superba), il teorico della decrescita intervistato da Giulia Innocenzi. Ora, io non sono un esperto dell’argomento, ma in ogni caso le cose sono due: o Latouche è un venditore di fumo, e allora sarebbe stato meglio non intervistarlo, oppure è un studioso serio, e allora le sue teorie meritano un dovuto approfondimento: magari un’intera trasmissione dedicata, visto che si parla di ribaltare l’intero paradigma economico mondiale fondato sulla crescita! Ma dedicargli cinque minuti è utile solo a creare confusione, ingenerando nella gente già abbastanza spaesata la convinzione populista che la colpa sia sempre degli altri, dai ricchi arraffoni ai politici spreconi; di tutti meno che di noi stessi, che fino all’altro giorno, fintanto che ce la passavamo bene, ce ne stavamo tranquilli e non ci scandalizzavamo di nulla.

    Dubito che ai Siciliani importi davvero della decrescita: se a loro, come a tutti gli Italiani, fosse offerta una crescita prosperosa e buoni salari, non ci sarebbero queste proteste. Questo significa, allora, che siamo ancora lontani dal modo maturo e consapevole in cui una società informata affronta problemi cruciali e complessi.

    Andrea Giannini

  • Storia di Genova: il Carnevale ai tempi della Superba

    Storia di Genova: il Carnevale ai tempi della Superba

    Abbiamo parlato nei giorni scorsi della storia del Carnevale. Ma com’era il Carnevale genovese? Può sembrare incredibile ma era più chiassoso, più sfarzoso e più dissoluto di quello di Venezia. Se ne ha prime notizie in documenti del XIII secolo, in cui venivano accordate dilazioni ai debitori perché potessero partecipare alla festa con animo sereno.

    Il Carnevale ai tempi della Superba – leggi l’articolo su GuidadiGenova.it

    Genova e dintorni, la guida online

     

     

     

     

  • L’ Abc della crisi politica ed economica che colpisce l’Europa

    L’ Abc della crisi politica ed economica che colpisce l’Europa

    Cosa diavolo sta succedendo in Europa? Perché Monti riparte sempre per andare a confabulare con Merkel, Sarkozy e compagnia cantante? Cosa dobbiamo aspettarci e cosa dobbiamo sperare?

    La questione è complessa: eppure non è impossibile anche per l’uomo della strada capire le motivazioni di questa crisi del debito e gli scenari su cui si sta lavorando. Ho già detto che passa tutto da “casa nostra”: il futuro dell’euro, i destini della nostra economia, fino alle sorti della politica italiana. Proviamo quindi, una volta per tutte, ad andare al fondo del problema, in un modo che sia il più possibile comprensibile da tutti.

    Partiamo da un’ovvietà: gli Stati hanno bisogno di soldi. Per avere liquidità per le loro spese e i loro debiti essi vendono sul mercato titoli come i nostri BOT e BTP: si tratta di obbligazioni che scadono ad una data precisa e garantiscono un rendimento fissato al momento dell’acquisto. Ad esempio, investendo oggi 100, posso comprarmi un prodotto finanziario che – poniamo – mi renderà 101 tra 3 anni: ed è garantito direttamente dallo Stato che li emette. E’ un buon investimento: il rendimento è basso, ma sicuro. A meno che – ovvio – lo Stato in questione non fallisca. In condizioni normali è un’ipotesi remotissima, ma se le prospettive di questo Stato peggiorano seriamente (per vari motivi come una recessione economica o una grande instabilità politica) comincia ad insinuarsi il dubbio che i debiti possano non essere ripagati. Quindi gli investitori, per prendersi il rischio di prestare denaro a questo Stato, chiedono un margine di guadagno sempre più ampio. Non si accontentano più di mettere 100 per avere un domani 101 o 102, ma chiedono di poter guadagnare 104, 105, 106 o anche di più: altrimenti non sottoscrivono il debito. Tuttavia la ricchezza di uno Stato è limitata. Se contrae troppi debiti, finirà per non avere più i soldi per ripagarli. In altre parole, è la bancarotta (vedi crac finanziario dell’Islanda).

    E il tutto aveva avuto origine essenzialmente da un dubbio: una sensazione di sfiducia sulla solvibilità del paese che si era diffusa tra gli investitori riducendo il credito. A prescindere da quanto fosse sensata e ragionevole questa sfiducia o da come si sia generata e diffusa (un argomento troppo vasto e spinoso per affrontarlo qui), resta il fatto che il nostro problema oggi è proprio questo: c’è sfiducia verso certi paesi della zona euro, come l’Italia, che hanno un’economia in recessione e conti pubblici in disordine.

    Per questo lo soluzione è apparsa a molti obbligata: mettere a posto i bilanci pubblici. La Germania, che ha buoni conti e una crescita viva, ci dice: mettete in sicurezza i vostri conti e la crisi passerà. Peccato che con questa politica dopo quattro anni la Grecia si sia avvicinata ancora di più al fallimento. Perché? Lo abbiamo visto con la manovra di Monti. Se per mettere a posto i conti, si prendono i soldi dai cittadini tassando o riducendo i servizi, i cittadini avranno meno possibilità di spendere: i consumi si contrarranno e la crescita calerà. Ciò significa che lo Stato avrà minori entrate e dovrà aumentare di nuovo le tasse, e così via. E’ la spirale recessiva in cui ci troviamo.

    Le politiche di rigore sono giuste, ma vanno fatte con criterio e con l’occhio sempre rivolto allo sviluppo e alla crescita (e infatti il governo in questi giorni sta lavorando proprio su questo). Ma c’è un’altra strada praticabile. A ben vedere, se il problema è quello di pagare i creditori, si tratta allora, fondamentalmente, di un problema di liquidità. Ma gli Stati non dovrebbero avere problemi a trovare denaro: in fin dei conti, si tratta solo di un pezzo di carta. Basta stamparne ancora. Certo, aumentando la massa monetaria in circolazione, il valore della moneta scenderà (è una regola elementare: quando una cosa si trova facilmente, il suo valore scende). Se l’euro si svaluta, chi possiede dollari e vuole comprare in Europa, sarà favorito: quindi migliorerebbero le nostre esportazioni, e viceversa peggiorerebbero le importazioni, con conseguente aumento dei prezzi dei beni importati. Ma il punto è che nessuno potrebbe più scommettere sulla nostra incapacità di trovare il denaro per ripagare i debiti, dato che potremmo stamparne (in linea di principio) quanto ne vogliamo!

    La speculazione internazionale subirebbe un arresto, i rendimenti dei titoli calerebbero e lo Stato non dovrebbe più preoccuparsi di aumentare le tasse e tagliare i servizi ai cittadini per pagare i suoi debiti. A quel punto si tapperebbe la falla, finirebbe l’emergenza e si potrebbe ricominciare a riformare l’apparato produttivo del paese per avere nuova crescita e ridurre le tasse. Non è proprio così facile: ma è un’ipotesi praticabile e vantaggiosa. D’altra parte è quello che abbiamo sempre fatto quando avevamo la lira. Dunque, perché non farlo di nuovo? Perché c’è l’euro che è regolato dalla Banca Centrale Europea.

    E la Germania, che è il motore economico e la testa della governance europea, non lo permette. Non vuole nemmeno gli Eurobond, cioè quei titoli di Stato europei emessi dalla BCE che Tremonti vedeva come un altro possibile rimedio agli attacchi speculativi. Anzi, la Germania ha chiesto e ottenuto un regolamento europeo che impone vincoli rigorosi di rientro dal debito e sanzioni per chi sfora. Perché si ostina su questa linea? Per vari motivi. Il primo è che noi siamo in crisi piena, mentre i tedeschi stanno sostanzialmente bene: quindi non solo sono contenti di avere un euro forte, ma non percepiscono l’urgenza nella maniera drammatica in cui la percepiamo noi. Il secondo motivo discende dal primo: se in Germania le cose vanno tutto sommato bene, significa che la Germania, forse, può fare a meno dell’Europa. Cioè, c’è un largo fronte di euro-scettici tedeschi, che di fronte alla prospettiva della fine dell’euro non si strapperebbe i capelli. In fin dei conti Greci e Italiani sono in crisi perché corrotti, evasori e spendaccioni: perché darsi da fare per salvarli? Il terzo motivo è che i tedeschi sanno bene cosa succede quando una moneta si deprezza. Tra il ’29 e il ’33, vale a dire tra il crollo di Wall Street e l’ascesa di Hitler, nella Germania di Weimer si andava a fare la spesa con carriole di banconote, perché il marco era stato deprezzato al punto tale da valere quasi zero. Ecco perché non è difficile capire come mai la Merkel non ci venga incontro: ammesso che capisca la gravità della situazione, non saprebbe come farla digerire al suo elettorato. Questo però aumenta la sfiducia degli investitori.

    La zona euro è caratterizzata da una moneta forte, una banca centrale con poteri limitati e un’economia a due velocità: un nord con bilanci tradizionalmente rigorosi e un sud che ha sempre basato la sua sopravvivenza sulla svalutazione monetaria. Questa contraddizione oggi è alla base della speculazione: si scommette sul fatto che il sud in tempi di crisi non è in grado di andare avanti senza svalutare e che il nord non glielo permetterà. E più il tempo passa senza che la Germania ceda, più questa scommessa si alimenta e rischia di avverarsi.

    Tutto molto interessante – direte –, ma perché si parla di queste cose in una rubrica politica? Perché questa è politica. Oggi l’obiettivo politico in Europa è costringere la Merkel ad un cambio di rotta. Monti su questo versante deve ottenere assolutamente qualcosa: o che si trasformi la BCE in prestatore di ultima istanza, o qualche atra misura tipo Eurobond, oppure, alla mal parata, che si allentino almeno quei vincoli di bilancio europei che ora minacciano di strozzare nella culla la nostra ripresa economica.

    Per questo, dopo la manovra, (e veniamo alla domanda in apertura di articolo) si è messo a girare per l’Europa: deve trovare degli alleati con cui controbilanciare lo strapotere tedesco. Chi? La Francia innanzitutto, nobile decaduto; e poi l’Inghilterra, che per difendere gli speculatori della City rischia di rimanere tagliata fuori. Parallelamente il professore mette in discussione il ruolo-guida della Germania, accusandola esplicitamente di aver peggiorato la crisi greca e di sbagliare strategia. Una bella bastonata, a cui alterna la carota: in visita a Berlino, aveva recitato la parte del “genero ideale”, dicendo di amare la Germania, di sentirsi tedesco dentro e tante altre belle cose. Insomma una vera strategia politica. Ma funzionerà? Solo il tempo ci dirà – come avevo scritto mesi fa – se Monti si rivelerà essere quello di cui davvero abbiamo bisogno: non tanto un bravo tecnico, ma un bravo politico.

    di Andrea Giannini

  • Frittelle di baccalà, ingredienti e ricetta per prepararle

    Frittelle di baccalà, ingredienti e ricetta per prepararle

    Frittelle di baccalàIngredienti

    1 Kg. di Baccalà , 300 gr. di farina, 10 gr. di lievito di birra, acqua gasata,  sale, prezzemolo tritato (a piacere)

    Preparazione

    Lasciate il baccalà per 24 ore a bagno nell’acqua in modo da dissalarlo e ammollarlo. Cambiate l’acqua per 5 volte se potete.

    Mettete in una ciotola il lievito di birra e scioglietelo con un cucchiaio di acqua tiepida, aggiungete  la farina e un pizzico di sale, una manciata di prezzemolo tritato (se vi piace, altrimenti potete utilizzare dell’origano o la spezia che preferite) e iniziate ad amalgamare il tutto con una frusta versando l’acqua gasata a temperatura ambiente fino ad ottenere una pastella fluida e non troppo liquida.
    Lasciate riposare il composto per una mezz’ora, nel frattempo tagliate il baccalà a pezzi (deve essere asciutto) e immergetelo nella pastella preparata.

    Versatelo nell’olio caldo , e quando le frittelle sono ben dorate, toglietele dal fuoco e lasciatele per un minuto sulla carta assorbente in modo che si asciughi tutto l’olio in eccesso. Le frittelle devono essere croccanti fuori e morbide dentro.

  • Bayerischer Wald National Park, il parco naturale in Germania

    Bayerischer Wald National Park, il parco naturale in Germania

    Bayerische Wald National ParcIl Bayerischer Wald, fondato nel 1970, è uno dei più grandi parchi naturali d’Europa . Con un’estensione di circa 6000 ettari, il parco comprende parte della foresta bavarese e della foresta di Sumava in Repubblica Ceca.  All’interno del parco si snoda un sentiero, il Tier Freigelande, di circa 7 km, lungo cui è possibile osservare la fauna tipica delle foreste euroasiatiche: orsi, lupi, linci, bisonti, alci, gatti selvatici, rapaci e altri ancora.

    Il percorso è costellato di punti di osservazione sopraelevati per i visitatori. Gli animali si trovano in stato di cattività all’interno di recinti che -per quanto ampi- purtroppo rendono talvolta l’idea della gabbia, quando si vedono esemplari splendidi di lince o lupo procedere rasente la rete per l’intera lunghezza del recinto, annusando l’aria attraverso le griglie. Nonostante questo, la vista di questi animali è incredibilmente suggestiva, e soprattutto nel periodo invernale vederli emergere tra gli alberi e la nebbia avanzando silenziosi nella neve candida è uno spettacolo di rara bellezza.

    Bayerische Wald National ParcA onor del vero va detto che la maggior parte dei recinti è grande abbastanza, come nel caso dei lupi, da richiedere a volte ore di attesa in un clima non esattamente gentile prima che si riesca ad osservarli da vicino. Anche in questo caso però l’attesa sotto un’abbondante nevicata può essere ricompensata con apparizioni a pochi metri dal punto di osservazione, e incrociare lo sguardo di un lupo è un’emozione che vale tutta l’attesa.

    Il parco è perfettamente organizzato: contenitori per i rifiuti e servizi igienici sono dislocati lungo i sentieri, ma adeguatamente integrati con l’ambiente circostante perché tutte le strutture sono in legno e non alterano minimamente il luogo. Lo stesso dicasi per i numerosi cartelli esplicativi con le indicazioni per i recinti e per quelli che riportano esaustivamente, con tanto di disegni incisi nel legno, i cicli vitali di flora e fauna. Unica nota negativa, la lingua: né i detti cartelli né il personale del parco vi verranno in aiuto con l’inglese. Tutto rigorosamente in tedesco.

    COME ARRIVARE: dall’Italia seguire le indicazioni per Monaco, esistono tre possibili percorsi autostradali, passando per Austria o Svizzera è importante ricordarsi di acquistare il bollino autostradale per non incorrere in sanzioni: salvo nel confine Italia-Svizzera non ci sono altre dogane o caselli quindi è facile non rendersi conto di essere entrati in Austria e dimenticarsi di pagare (ma non vale come scusante per le forze dell’ordine locali). Le autostrade in Germania invece sono gratuite. Una volta raggiunta Monaco ci sono ancora un paio d’ore di strada per arrivare a Neuschonau, il paese più vicino al parco.

    Bayerische Wald National ParcDOVE ALLOGGIARE: essendo anche località sciistica non è difficile trovare alloggio in uno dei tanti hotel o B&B a buon prezzo anche in alta stagione. Come già detto per il parco, purtroppo -personale degli hotel a parte- pochissimi parlano inglese diversamente da quanto ci si può aspettare ed ogni cartello o menù è esclusivamente in tedesco.

    Detto questo, se sopportate bene il freddo e non vi fate intimorire dalla possibilità di dover comunicare a gesti, un giorno al Bayerscher Wald significa un’immersione nell’incanto della foresta bavarese innevata, con lupi e linci, in un silenzio interrotto solo dal vento tra gli abeti o dal canto di piccoli paffuti pettirossi sui rami bianchi di neve.

    di Daniele Orlandi e Claudia Baghino

     

     

     

     

     

     

     

     

     

  • Storia di Genova: la chiesa di Sant’Ilario

    Storia di Genova: la chiesa di Sant’Ilario

    La Storia di Genova, articoli e video – Vai all’approfondimento su GuidadiGenova.it

    Lasciando la statale Aurelia e salendo verso il monte, (leggi anche la storia delle antiche creuze di Sant’Ilario) la strada si inerpica in salita tra il verde degli ulivi, tra antiche case che occhieggiano nascoste nel verde, tra vecchi muri a secco e piccole crœze che serpeggiano lungo le pendici del monte, erti sentieri che raccontano una storia remota. Lì dove la salita rifiata, appare la chiesa, che da il nome al borgo, dedicata a S. Ilario di Poitiers, grande padre della cristianità di cui si celebra il dies natalis il 13 gennaio.

    Edificio, probabilmente, risalente all’anno mille, lascia traccia certa di sé solo in un certificato notarile del 1198 ed in uno successivo del 1270 in cui il “Presbiter Iones Minister S.Ilarii” è citato quale testimone in un atto di compravendita. Dell’antica pieve (nel Medioevo si definiva “pieve” la chiesa principale di una circoscrizione ecclesiastica n.d.r.) rimane ben poco dopo il restauro operato, nel 1700, secondo il gusto barocco dell’epoca e l’ampiamento della navata (1712), contesto nel quale viene ingrandito, anche, il sagrato adiacente la chiesa. Sempre dello stesso periodo sono due altari, aggiunti ai sei già esistenti mentre, solo nel 1791, si procede al rifacimento di quello maggiore nel cui interno, sembra, sia stata racchiusa un’antica tavola liturgica in pietra.

    Da un inventario del 1325, si apprende che abbellivano la struttura due campanili, al posto dell’attuale alto 33 m, di cui non rimangono tracce così come non è più visibile la sobria facciata romanica, sostituita dall’attuale in stile neoclassico (1911). La chiesa, dal 1934 dichiarata monumento nazionale, conserva nel suo interno opere d’arte pregevoli come la “Madonna con bambino” dello scultore Leonardo Misano, l’affresco della volta del pittore Giovanni Carlon e un bel crocifisso ligneo del Maragliano (attribuzione incerta).

    La consacrazione a S. Ilario è ammantata di leggenda: secondo la tradizione popolare, il religioso, strenuo difensore dell’ortodossia, avrebbe trovato rifugio in questi luoghi, durante la sua fuga dalla Francia. Sulla sponda sinistra del torrente Nervi, subito all’imbocco della valletta Costalunga, vi è ancor oggi una piccola grotta, chiamata in dialetto genovese Tan-na du Santu (la tana del santo), dimora genovese dell’ecclesiastico, come testimonierebbero i documenti reperiti dal parroco Dagnino (1857). Esiste anche un’altra versione del racconto che vede il prelato solo di passaggio, su una nave, di fronte alla collina, passaggio miracoloso perché, nell’occasione avrebbe provveduto a liberare l’altura dalle terribili serpi che la infestavano.

    Qualche anziano riporta che fino al novecento fosse usanza, in ricorrenza della festa patronale, recarsi in chiesa con un ramoscello di mimosa che, rigogliosa, fiorisce lungo i pendii del monte e la cui fioritura precoce è favorita dal clima particolarmente mite di cui risente questo luogo. Tradizione ben più radicata è quella, invece, che si svolge a Parma che annovera il santo come patrono della città. Mantenuta come giornata festiva, il 13 gennaio contempla, accanto a manifestazioni religiose, la consuetudine di confezionare ed offrire gustosi biscotti fatti a scarpette in ricordo di quel lontano “die” in cui S. Ilario, transitando per la città a piedi nudi, si vide offrire un paio di calzari da un povero ciabattino, atto di bontà ricompensato con la comparsa, il giorno successivo, di un paio di calzature d’oro sul suo umile banco di calzolaio.

    Quest’anno la ricorrenza celebrativa genovese è turbata dalla contesa che anima gli abitanti per una discussa strada che dovrebbe nascere in via del Pianello. La “querelle” vede contrapposti i Verdi e il Circolo Nuova ecologia di Legambiente da una parte, al comitato per la viabilità dall’altro. “Una raccolta di firme, gazebo e striscioni per dire no ad un’opera, spiega Andrea Agostini presidente del circolo, che deturperebbe la collina con una cementificazione che prevede la costruzione di parcheggi e box e che rovinerebbe una struttura storica e importante come la scuola di agraria”. In risposta, Daniela Vecchio, presidentessa del comitato, ribadisce la necessità di attuare un collegamento viario per le famiglie che vivono nelle zone interne oltre a fornire un passaggio agibile a mezzi di emergenza quali ambulanze e vigili del fuoco. Non rimane che sperare nell’ennesimo miracolo del santo per una ritrovata concordia e una condivisa risoluzione della contesa che sappia conciliare il mantenimento di un vero angolo di paradiso naturale alla necessità di alleviare i disagi oro-geografici del territorio.

    Adriana Morando

    Foto e video di Daniele Orlandi

  • Ipocrisia e giornalismo: gli editoriali del Corriere della Sera

    Ipocrisia e giornalismo: gli editoriali del Corriere della Sera

    Ogni tanto è utile osservare il nostro paese attraverso il racconto che ne fanno media e giornali, il più prestigioso dei quali è per antonomasia il Corriere della Sera. Come altri quotidiani, insieme alle cronache di bravi giornalisti, il Corriere ospita le opinioni di “illustri” firme del giornalismo italiano. Mi ha sempre affascinato il mestiere dell’opinionista: deve essere bello poter esporre su un organo di stampa così importante le proprie considerazioni personali. Chissà quali vastissime competenze e quali ricchissime esperienze devono avere coloro ai quali è concesso questo privilegio. Ecco: un’attenta lettura del quotidiano di Via Solferino ci da una buona misura di quale sia lo stato dell’informazione e quale enorme contributo diano certi editorialisti al dibattito pubblico. Prendiamo l’edizione di ieri.

    Esordio col botto: in prima pagina troneggia Galli della Loggia, intellettuale esperto di storia, economia e politica, con un articolo dal titolo “Svolta necessaria, nostalgie inutili“. Nel giorno in cui Sarkozy incontra la Merkel per discutere l’atteggiamento da tenere con i paesi in difficoltà economica, come il nostro, la storica firma di Via Solferino si preoccupa piuttosto di informarci che «dopo Monti, nulla sarà più come prima». Addirittura? E’ iniziata la fulgida epopea, dice Galli della Loggia, di un nuovo modo di governare, che consentirà di «evitare le snervanti trattative, le infinite mediazioni, le mezze misure». Cioè decide tutto Monti? Ma no: sarà solo «una leadership di tipo nuovo, democratica ma forte, che mira diritto allo scopo».

    Basta che Monti si renda conto che deve essere ancora più fermo e ancora più deciso per superare da qui in avanti tutte le divergenze, i mal di pancia e le resistenze corporative della nostra società. Strano: sarebbe venuto da pensare che a volere essere troppo rigidi gli attriti sarebbero aumentati. E il dialogo? La concertazione? Il compromesso? Roba vecchia: Galli della Loggia ha già chiaro in testa il volto dello statista del nuovo millennio, modellato sull’algida figura dell’ex-commissario europeo e attuale Presidente del Consiglio.

    Magari ad alcuni potrebbe apparire un pelino prematuro, dopo neanche due mesi di governo, mettersi a decantare le virtù di un supposto Monti-pensiero; ma l’illustre pensatore rincara la dose e ammonisce, anzi, che i partiti sono necessariamente ad una svolta, perché la maggioranza degli Italiani «non sarebbe più disposta […] a sopportare governi di coalizione» dato che il successo di Monti «segna l’inevitabile tramonto della loro forma attuale». Sarà. Ma non è che la casta difetti in trasformismo e capacità di sopravvivenza…

    In ogni caso, dopo gli aruspici di Galli della Loggia, il lettore può girare pagina alla ricerca di altre perle di saggezza. Probabilmente, semisepolto in un fondo interno, non noterà l’unico interessante commento di Sergio Rizzo sul sottosegretario Malinconico e la vacanze pagate a sua insaputa modello Scajola-due-punto-zero, e pertanto tirerà avanti fino ai paginoni centrali delle opinioni.

    E qui non ci si può perdere la rubrica dell’ex-ambasciatore Sergio Romano, che rispondendo a due lettori, ci illustra “i pro e i contro di una rinuncia”: le “missioni militari”. I pro paiono chiarissimi: risparmiamo un bel po’ di soldi. Quali sono i contro? Romano fa un bel excursus storico dagli anni ’90 a oggi per non lasciarci nell’equivoco: quali sono gli altissimi motivi umanitari che ci hanno spinto a mandare i nostri uomini a farsi ammazzare in giro per il mondo?

    Nell’ordine: in Somalia ci siamo andati perché dopo Tangentopoli cercavamo un modo per dimostrare di saper «preservare e coltivare il nostro ruolo storico nel Corno d’Africa»; in Bosnia e in Kosovo per «chiudere una fase durante la quale l’Italia era stata esclusa dal piccolo direttorio occidentale»; in Iraq perché «Silvio Berlusconi voleva creare un rapporto privilegiato con l’America di Bush»; in Libano «per riconquistare lo spazio che l’Italia aveva perduto nelle vicende mediterranee e mediorientali»; e in Afghanistan «perché non volevamo dire no agli Stati Uniti e alla Nato». Cioè realpolitik coloniale del peggior stampo.

    Dunque meglio ritirarsi? Si può anche fare, dice Romano, ma ci potrebbero essere «gravi imbarazzi per i partner» (oddio: faremo la fine della Spagna, che infatti ha uno spread più basso del nostro?); e poi bisogna tenere in conto le «condizioni locali e i bisogni delle popolazioni» e il fatto che i nostri militari hanno creato «un capitale di stima per il loro Paese e migliorato la vita di coloro che dipendono dalla loro presenza». Cioè: sembra che ci sparino addosso, ma in realtà ci vogliono bene. Siamo asserragliati in fortezze-caserme, ma non è perché ce l’abbiano con noi: tutt’altro. In Iraq e in Afghanistan adorano quelli che entrano nel loro paese armi in pugno, soprattutto quelli con una Costituzione in cui sta scritto che si «ripudia la guerra […] come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali» (Articolo 11). Costoro non possono che venire in “missione di pace”, e quindi gli invasi si sentono tutelati e non si fanno ingannare dagli elmetti e dai fucili.

    Comunque subito a fianco c’è anche lo spazio di Pierluigi Battista, leggendario vice di Giuliano Ferrara a Panorama negli anni ’90. Tema: blitz della finanza a Cortina. Ecco che improvvisamente Battista scomoda tutte le teorie liberali di questo mondo, risveglia lo spirito di Montesquieu e si appella all’anima di Adam Smith per spiegarci che anche lo Stato, l’altro contraente del “patto fiscale”, si rivela «inadempiente, esoso e oppressivo» e «commina punizioni mostruosamente smisurate, sin quasi all’esproprio, a chi si è macchiato di piccoli errori contabili». Forse gli sfugge che questi eccessi Equitalia li riserva a chi paga le tasse, ma non toccano affatto i grandi evasori che passano il Capodanno a Cortina, i quali infatti fino ad oggi vivevano impuniti e contenti. Ma Battista non demorde: è bene snidare gli evasori, ma lo Stato deve chiedere «il giusto». Vero. Peccato che quale sia “il giusto” non lo decidono né Battista, né gli evasori che svernano sulle Dolomiti. Peccato che le nostre altissime tasse dipendano anche dal fatto che in tantissimi non le pagano.

    Detto questo, è pur vero che un grosso scandalo sono «i soldi sprecati da una spesa pubblica foraggiata con i ricavi delle tasse». L’ha detto anche il più grande tra tutti i commentatori di Via Solferino: Piero Ostellino. In trasferta su Radio 24, ieri mattina spiegava che il problema non è l’evasione, ma la spesa pubblica. Fantastico. Allora, le pensioni le abbiamo già allungate: a meno di non volere eliminare il sistema sanitario, resta solo la corruzione, che in Italia drena 60 miliardi l’anno. E come si fa a corrompere? Si evadono le tasse per creare fondi neri (le mazzette non possono essere messe a bilancio): cioè evasione e corruzione sono strettamente legate. I fondi neri si usano per corrompere soprattutto per fare le opere pubbliche, che quindi costano di più. Ecco come si spiega un debito pubblico di 2.000 miliardi. Peccato però che i “liberali” Battista e Ostellino, quando si facevano i processi per Tangentopoli o per fondi neri di Mediaset, erano preoccupatissimi solo per le garanzie degli imputati.

    Peccato che in dieci anni governati quasi tutti dal centro-destra, in cui la spesa pubblica è esplosa (lo ha ricordato ieri Santo Versace, che pure era con Berlusconi), i due non abbiano levato nemmeno un monito di disapprovazione. Peccato che tutte le notizie di questi anni relative a corruzioni, evasioni, frodi, bancarotte, furbetti del quartierino e via dicendo, venissero commentate con editoriali cerchiobottisti, in cui si lamentava l’accanimento delle procure, l’eccessivo uso delle intercettazioni e altre panzane simili. Peccato che ponti sullo stretto e TAV vengano spacciate per improrogabili necessità, senza che si batta ciglio per gli altissimi costi stimati.

    A dire il vero non c’è solo la corruzione ad alzare la spesa pubblica. Ci sono i costi della politica, gli enti inutili (province e regioni sono doppioni) e il clientelismo che produce un’amministrazione inefficiente. Peccato solo che quando si scoprì come mai Nicole Minetti era stata paracadutata nel consiglio regionale lombardo a godersi un lauto stipendio, un editoriale del Corriere della Sera ci abbia ricordato come i veri “liberali” non si debbano scandalizzare per certe signorine che fanno carriera grazie alle “doti” sulle quali sono sedute. Chi lo scrisse? Un certo Ostellino. Sarà un omonimo…

    Andrea Giannini

  • Storia di Genova, i forti: San Giuliano, San Martino, Santa Tecla, Belvedere e Tenaglia

    Storia di Genova, i forti: San Giuliano, San Martino, Santa Tecla, Belvedere e Tenaglia

    Forte di Santa Tecla

    La Storia di Genova, fortificazioni e cinte murarie – Vai all’approfondimento su GuidadiGenova.it

    Alcuni tra i numerosi forti di Genova, con la crescita della città, si sono venuti a trovare in prossimità del centro abitato fino ad esservi completamente conglobati. E’ il caso del forte di S. Giuliano (1819-1836) che, anticamente a picco sul mare, occupa un‘area in pieno tessuto urbano ed è la sede del Comando Provinciale dei Carabinieri. Nato sulla preesistente “Batteria Sopranis” (1745), vi si accede dal lato nord, in via Gobetti, con tanto di ponte levatoio, tuttora funzionante. Originariamente costituito da due caserme e da due gallerie, “di scarpa” e “di controscarpa”, che la leggenda vuole si prolungassero, segretamente, fino a Brignole, ha subito radicali rimaneggiamenti in occasione della costruzione di Corso Italia e per accogliere batterie antiaeree (poi demolite) che ne hanno alterato profondamente il prospetto sud.

    Poco distante in linea d’aria è il forte di S. Martino. Sorto sulla collina di Papigliano, (1820-1832), ad opera del governo sabaudo, è ricordato per una storica fucilazione, durante il regime fascista. Adibito ad abitazione per i senzatetto, nel dopoguerra, adesso è di proprietà privata e versa in uno stato di completo degrado. Edificato sul Bastione delle Forche, il forte di S. Tecla è posto alle spalle dell’Ospedale di S. Martino. Il nome ricorda l’antica chiesa del XI secolo dedicata alla santa, annessa al forte e poi distrutta, nell’ottocento, per lavori di ampliamento. La struttura militare è datata 1747 ma, di fatto, è stata terminata solo nel 1833. Triste luogo di prigionia nell’ultima guerra, poi abitazione civica, dal 2001 è stata affidata all’Associvile che ne cura il mantenimento.

    Il forte Richelieu (1747), ubicato sul contrafforte orientale del Ratti, deve il suo nome al maresciallo francese Louis du Plessis, Duca di Richelieu. A pianta rettangolare, con una cinta a “coda di rondine”, ospita sul fronte di ingresso due imponenti bastioni su cui erano, anticamente, collocate le artiglierie. Completato nel 1827, con la realizzazione della caserma, è stato rinforzato con l’aggiunta di due batterie, chiamate “nord” e “sud,” rivolte verso il monte Fasce ed armate con cannoni da 14 GRC/Ret (Ghisa Rigata Cerchiata/a Retrocarica.). Oggi, è sede di un ripetitore RAI.

    Sito sull’omonimo monte, forte Ratti, aggetta sui quartieri di Sturla, Albaro, S. Martino. Si raggiunge salendo da via Terpi, fino a S.Eusebio, preparandosi, poi, ad una lunga passeggiata o dai Camandoli con un cammino più breve ma più impervio. Risalente ai primi del ‘700 ma modificato dai francesi e dai genieri del Regno Sardo, il forte si sviluppa quasi tutto in lunghezza (250 m) ed è sostanzialmente una gigantesca caserma. L’edificio primitivo includeva una preesistente torre, demolita, nell’ultima guerra, perché impediva la visuale alle batterie antiaeree. Si devono alla generosità della famiglia Durazzo le due ali, quella di ponente adibita a celle di prigionia e quella di levante, destinata ai magazzini. Una leggenda racconta che vi sia nascosta una camera segreta contenente armi e scheletri ma nessuno sa dove.

    Spostandoci verso ovest, incontriamo il forte Quezzi, dominante il Bisagno, poco sopra il Biscione, ridotto a ricovero per greggi e, ancora più a ponente, forte Casale Erselli, forte di Monte Croce e forte di Monte Guano, compagini rocciose mimetizzate nel profilo della collina che, abbandonate dal demanio, si limitano a pochi ruderi.

    A ridosso di Sampierdarena, arrancando per salita Millelire, troviamo forte Belvedere, teatro di uno scontro tra guelfi e ghibellini (1507) e sede, nel periodo napoleonico, di un’imponente torre, tutto ormai completamente snaturato dalla realizzazione del campo di calcio Morgavi. Nei dintorni, forte Crocetta prende il nome da un piccolo convento agostiniano. Ultimata, nel 1830, dal genio militare Sardo, l’impianto presentava un terrapieno superiore ed uno inferiore dove erano posizionati i pezzi di artiglieria e un ponte levatoio tuttora visibile. Circondata da una folta vegetazione che la rende particolarmente suggestiva, la sua cura è affidata solo alla buona volontà degli abitanti della zona.

    Eretto sulle macerie di un’antica bastia cinquecentesca, Forte Tenaglia (1816-1830) deve il nome al profilo ad “L” del fabbricato e si trova su un crinale prospicente la Valpolcevera, vicino al cimitero della Castagna. Nei suoi segreti meandri sarebbero nascosti “il tesoro di Napoleone” o quello che, si narra, sarebbe venuto a cercare un vecchio soldato tedesco, inutilmente, per il divieto d’accesso opposto dal Ministero della Difesa. Il reale tesoro è la Casa Famiglia realizzata, oggi, nella struttura, dall’associazione ONLUS “la Piuma”.

  • Il conflitto d’interessi non finisce con le dimissioni di Berlusconi

    Il conflitto d’interessi non finisce con le dimissioni di Berlusconi

    ParlamentoE’ di oggi la notizia che la commissione Giovannini, sul sito della Funzione pubblica, ha stimato in più di 16.000 euro lordi al mese lo stipendio dei nostri parlamentari, che si pongono così ufficialmente in testa alla speciale classifica dei politici più pagati d’Europa. Il che, come ho scritto due settimane fa, non sarebbe necessariamente un male: qualcheduno l’onere di questo primato se lo dove ben prendere. Lo scandalo piuttosto è che, pur essendo i più pagati, sono probabilmente anche i peggiori. Almeno a giudicare dai numerosi casi di corruzione, dalla scarsa coerenza ideologica, dal trasformismo a pagamento e soprattutto dalla situazione di estrema gravità a cui hanno portato il paese.

    Ma c’è anche un altro aspetto. Ridursi una retribuzione faraonica non sarebbe solo un bel gesto nei confronti della gente normale, che in questi giorni è stata chiamata a grossi sacrifici e le cui retribuzioni medie viaggiano di gran lunga sotto, un gesto che, come amano ripetere più volte questi amabili burloni che ci rappresentano, sarebbe solo simbolico, dato che non è in questo modo che si mettono a posto i conti pubblici.

    Ora, a parte il fatto che anche un vitalizio di 3.000 euro al mese per i giornalisti di Era Superba non sposta i conti pubblici, ma io mi guarderei bene dal proporlo o dal difenderlo con queste motivazioni; in realtà un taglio degli stipendi avrebbe un effetto sostanziale. Significherebbe dimostrare che chi siede in Parlamento pensa alla patria e non alla pagnotta. Al contrario, se questi politici esitano, cincischiano e alla fine non votano per ridursi le retribuzioni nemmeno nelle condizioni attuali del paese, dimostrano con i fatti per quale motivo sono lì: denaro, potere, carriera e influenza personale.

    E ciò comporta che, chiamati a scegliere tra interessi privati e interesse pubblico, opteranno per i primi, a loro vantaggio e a nostro danno. Non si fermeranno – e non si sono fermati, infatti – nemmeno davanti al ridicolo: una maggioranza parlamentare assoluta ha preferito votare impassibile che il primo ministro italiano ha scambiato davvero Ruby per la nipote di Mubarak, piuttosto che provocare una crisi di governo e rischiare di perdere la poltrona.

    Eppure, come ha detto Milena Gabanelli, non lo ordina il medico di entrare in politica. Chi si vuole arricchire, ha tutto il diritto di farlo scegliendosi la professione che preferisce, purché non violi la legge. Ma chi si prende l’onere di governare, dovrebbe farlo unicamente per spirito di patria e, perché no, per la sana ambizione personale di ottenere considerazione e stima. Non certo per denaro.

    L’arricchimento privato è incompatibile con la funzione pubblica, perché presenta sempre il rischio di far perdere di vista gli obiettivi che deve tenere a mente chi è chiamato a mettere al centro della sua azione l’interesse di tutti. Ecco perché non dovremmo permettere che chi ci governa si goda retribuzioni faraoniche, perché è probabile che gli facciano smarrire il senso dello Stato.

    Non dovremmo dare ascolto ai discorsi dei cinici di professione, quelli che di fronte a ideali e buoni propositi sorridono e che di fronte agli scandali fanno spallucce: questi, a voler dimostrare di saperla lunga, passano in realtà per fessi. Ignorano che uno Stato democratico esiste solo perché ha finalità ideali: se, ogni volta che queste finalità vengono richiamate, le si ignora o le si nega, si distruggono i presupposti stessi di una società democratica, e ci si consegna al dominio dei più forti e dei più spregiudicati. I quali quasi sempre non siamo noi, ma sono gli altri.

    E’ nostro interesse, quindi, salvaguardare e curare la cosa pubblica, mettendola al riparo dagli interessi privati. Questo dovremmo tenere a mente quando scegliamo i nostri rappresentanti, preoccupandoci che si dimostrino desiderosi di lavorare per il bene di tutti e che eliminino ogni possibile sospetto sul persistere di interessi personali, del tutto legittimi nella vita privata ma non in quella pubblica. Insomma, ciò da cui dobbiamo guardarci, in una parola, è il conflitto d’interessi. E’ questo il cancro della nostra democrazia malata, che Berlusconi ha incarnato meglio di chiunque altro, ma che di certo non ha inventato e che, statene certi, dopo di lui, per ora, non è destinato a sparire.

    Andrea Giannini

  • Storia di Genova, i forti: Diamante, Sperone, Begato e Castellaccio

    Storia di Genova, i forti: Diamante, Sperone, Begato e Castellaccio

    Forte Diamante, Genova

    La Storia di Genova, fortificazioni e cinte murarie – Vai all’approfondimento su GuidadiGenova.it

    Da posizioni dominanti, alcuni dei forti storici di Genova lasciano spaziare il loro immoto sguardo da Portofino fino all’isola di Bergeggi, per poi scendere tra campanili e torri, percorrendo il centro storico e perdersi sul molo, dove la Lanterna, simbolo della città, si fonde in un tutt’uno col mare.

    Gemme incastonate nella natura, quasi tutti sono stati edificati su preesistenti strutture militari (ridotte) che nel 1747 sono state approntate al fine di contenere l’assedio austro-piemontese: semplici costruzioni in pietra, secondo le regole dei muri a secco, o specie di gabbie per sostenere terrapieni, non hanno subito ulteriori modificazioni, per mancanza di fondi, ad eccezione del forte Diamante, l’unico ultimato grazie alla generosità della famiglia Durazzo.

    Tali sono rimasti, infatti, per tutto il periodo napoleonico finché, tra il 1815 e il 1830, il Regno del Piemonte ha deciso di fornire Genova di una barriera difensiva-offensiva munitissima, vera testa di ponte tra l’Italia sabauda nord-occidentale e la Sardegna. Una nuova tecnica che intrecciava il dinamismo romantico alla robustezza dell’arte romanica ha portato alla costruzioni di imponenti baluardi, con bocche da fuoco scanalate, che hanno visto il loro unico impiego nell’insurrezione del 1849 o come batterie antiaeree nell’ultimo conflitto mondiale.

    Il forte “Diamante”, sito a 667 metri di altezza lo si può raggiungere, partendo da Righi con una passeggiata di circa un ora e mezza o, in macchina, lungo la via che da Begato costeggia lo Sperone. In posizione strategica, sia per scendere verso la Val Polcevera che la Val Bisagno, è stato teatro di eroiche resistenze come quella del comandante francese Bertrand o di cannoneggiamenti verso i paesini sottostanti di Torrazza, Trensasco, Campi, Casanova, o di occupazioni come quella dei mazziniani nel 1849. Sorte poco felice è toccata al “Fratello Maggiore”, completamente demolito durante l’ultimo conflitto, mentre il “Fratello Minore”, ubicato sul monte Spino, resiste eroicamente, seppur in pessime condizioni. Il “Puin” è il più vicino alle mura e vi si arriva a piedi con un cammino di circa venti minuti, da un varco a monte del Castellaccio. Circondato da un fossato con tanto di ponte levatoio, oggi scomparso, ed insignito di una targa, anch’essa svanita, in memoria del ferimento del celebre poeta Ugo Foscolo (ben due volte), si dice debba il suo nome ad un fantomatico “puin” (padrino), abitante in una baracca sottostante.

    Il forte “Sperone”, in cima al monte Peralto, deve il suo nome alla caratteristica forma del bastione settentrionale: dalla piccola “bastia”, datata 1319, con continui rimaneggiamenti, nel 1830, si è giunti alla struttura attuale in cui spiccano caratteristiche torri cilindriche. Ceduto nel 1958 alla Guardia di Finanza è, dal 1991, utilizzato per rappresentazioni teatrali (luci sui Forti) e si può visitarlo da marzo a novembre con tour organizzati dal Comune.

    Il “Castellaccio” è il primo forte che si incontra salendo da Manin: un vecchio cancello in ferro sbarra la strada agli estranei. Di qui salendo per una vecchia strada lastricata si arriva su un pianoro occupato da altissime torri per telecomunicazioni. Dell’antica struttura rimane una vecchia caserma bipiano, in passato, in uso alla Poste e alla Marina Militare, poi, sede del “Club Castellaccio anni ’30”. Dall’alto, il terreno degrada verso la Torre della Specola, edificio in mattoni rossi, edificato nel primo ottocento, sorto in quel triste luogo dove, dal 1509, si eseguivano le condanne a morte. In buono stato di conservazione viene utilizzato dall’Istituto Idrografico della Marina come deposito materiale e come archivio.

    Il forte di “Begato” si trova sulla carrozzabile delle Mura Nuove, salendo da Sampierdarena: su progetto del Barabino, è una struttura a pianta quadrata, rinforzata, ai lati, da bastioni a tronco di piramide, uniti da spalti su cui potevano trovare posto 26 bocche da fuoco. Dal 1990 il Comune ne ha avviato il recupero per offrire ai cittadini, ampi spazi aperti per attività polivalenti.

    Altre imponenti presenze, occhieggiano da molti punti della città, talvolta integrati nello stesso tessuto urbano, ma di questi.. ne parliamo un’altra volta.

    Adriana Morando

  • Lo spread supera quota 500 ed è di nuovo allarme, di chi la colpa?

    Lo spread supera quota 500 ed è di nuovo allarme, di chi la colpa?

    Le corna di Silvio BerlusconiNell’ultimo appuntamento del 2011 parliamo ancora una volta di spread. Ormai anche l’uomo della strada ha capito di cosa si tratta (differenza di rendimento fra Btp italiani e Bund tedeschi) e cosa comporta quando sale troppo (la caduta di fiducia degli investitori sui nostri titoli pubblici e la conseguente bancarotta del paese).

    L’ultima volta che avevo toccato l’argomento (il 6 dicembre) eravamo scesi sotto quota 400. Avevo dato atto a Monti di aver fatto qualcosa di concreto per diminuire un pericoloso indicatore, che aveva toccato il suo record con gli ultimi giorni del governo Berlusconi. Mentre scrivo, siamo tornati di nuovo sopra quota 500: non ancora ai massimi storici, ma ad un valore di nuovo altissimo e sempre più preoccupante. Dunque non era vero niente? Monti non sta facendo bene? Berlusconi non era il problema?

    E’ una chiave di lettura che circola in questi giorni: ma è una chiave di lettura estremamente superficiale e interessata. Ho già scritto cosa penso dei provvedimenti adottati dal governo Monti, che per molti versi non mi piacciono: ma si dovevano garantire dei saldi e questo è stato fatto, garantendo anche un provvisorio allentarsi della tensione sui nostri titoli di Stato. Avevo anche scritto, però, che dopo il varo della manovra la partita vera si sarebbe giocata in Europa. Ed è proprio da lì che sono venuti segnali non particolarmente positivi per i mercati.

    Monti ha assolto il suo compitino: dimostrare che i conti dell’Italia sono in ordine e che non accumuliamo nuovo debito ogni anno. Ma questo serviva anche per poter andare in Europa a trattare con Francia e Germania alla pari. Stringere la cinghia è stato importante anche per dimostrare che l’Italia volesse risolvere la crisi internazionale del debito non per accumularne di nuovo, ma per salvare l’economia europea. Ma poi, appunto, sarebbe stato cruciale trovare delle misure condivise come UE, dato che abbiamo un mercato e una moneta unica. Senza una soluzione comune non bastano le misure che possano adottare singoli Stati: non solo l’Italia ma anche l’Euro è a rischio.

    Peccato che questa importantissima partita internazionale sia stata affrontata dai leader europei in un modo che non ha convinto i mercati. Questo è il nodo del problema. L’accordo europeo di dicembre non è stato accolto come una soluzione definitiva, ma come un compromesso che può ancora portare di qua o di là: pertanto i mercati restano a guardare, reagendo bene a notizie positive e male a notizie negative, come le recenti stime sulla crescita del nostro paese. E la tensione sui mercati per ora non scende.

    Come andrà a finire? Staremo a vedere. Intanto da questa analisi potremmo ricavare una triplice lezione per il futuro.

    Primo: liberarsi dal provincialismo del nostro dibattito politico. Spesso in Italia siamo troppo occupati a guardarci l’ombelico: a livello mediatico “buca” di più un bel dibattito sulla pillola anticoncezionale, che i problemi internazionali nei quali siamo coinvolti, e che poi magari ci capitano fra capo e collo trovandoci impreparati e spingendoci a beccarci tra di noi come i polli di Renzo. Magari può servire a qualcosa stare attenti agli equilibri di potere geopolitici, alla finanza internazionale, agli andamenti della produzione mondiale o alle guerre e alle rivolte in paesi che si potevano definire distanti solo prima della nascita del villaggio globale.

    Seconda lezione: volete capire come sta andando l’economia? Andatevi a informare leggendo l’economia, non la politica. A volte le due cose si intrecciano: ma a volte no. Su Berlusconi, Monti e lo spread sono state dette cose assurde. Forse se vogliamo capire perché lo spread sale o scende, magari troviamo qualche informazione utile andando a vedere cosa è successo nelle borse, o ascoltando gli analisti. Certo, può sempre capitare che noi non riusciamo a capire i dettagli tecnici oppure che gli esperti si sbaglino. Ma è pur sempre un approccio migliore che farsi rifilare una versione precotta da Cicchitto o da Fassino.

    Terza lezione: per quello che riguarda casa nostra, critichiamo pure Monti per quello che ancora non sta facendo (per esempio provvedimenti per la crescita, leggi dure contro la corruzione o l’asta delle frequenze digitali televisive), ma non facciamoci raccontare che Berlusconi non era un problema. Capire gli errori che abbiamo fatto è la prima condizione per non ripeterli. E in questo caso le responsabilità sono chiare, a meno di non volersi prendere in giro. Il valore dello spread era praticamente irrilevante quando il Cavaliere andò al governo nel 2008: infatti all’epoca nessuno, a meno che non fosse uno specialista, aveva mai sentito la parola “spread”.

    E’ pur vero che tutto ha origine dallo scoppio della crisi bancaria internazionale, che certo non è dipesa dal Cavaliere; ma è un dato di fatto che, se oggi siamo più a rischio di quasi tutti gli altri Stati europei, la colpa è delle condizioni di partenza già pregiudicate del nostro paese e della maldestra gestione dell’emergenza. E chi è responsabile di tutto questo? Sulla gestione della crisi c’è poco da dire: Berlusconi dapprima ha perso tempo prezioso negandola, e dopo in extremis ha annunciato provvedimenti-spot a cui nessuno ha dato credito.

    Sulle condizioni di partenza, poi, l’analisi è ancora più impietosa. Se i primi responsabili del nostro grande debito pubblico sono stati i governi della Prima Repubblica, che ora non ci sono più, perché tutta questa devozione nel PDL per la figura di Bettino Craxi? Perché Brunetta si tenne il pregiudicato De Michelis come consulente? E comunque nella Seconda Repubblica si sarebbe potuto benissimo risolvere molte cose. Ora, dal maggio del ’94 al 16 novembre scorso, in 17 anni e mezzo, Berlusconi ha governato per più di 9 anni, intervallato da 7 anni di centro-sinistra (in cui comunque il Cavaliere manteneva un’opposizione numericamente rilevante) più 1 anno abbondante di governo tecnico Dini. Se non è stato risolto nulla e anzi la situazione è peggiorata (il debito ad esempio è aumentato), di chi sarà mai la colpa? Certo, le responsabilità non sono tutte solo dei governi di Berlusconi: ci sono anche gli altri. Ma è comunque assurdo che ora si cerchi di attribuire delle responsabilità a chi è venuto dopo per i danni fatti da chi ci ha governato prima. Proprio per questo, pur con tutte le sue contraddizioni, non si può non dar ragione a Beppe Grillo quando scrive: «è necessaria una Norimberga pubblica della classe politica con un calcio in culo al posto delle forche».

    Andrea Giannini

  • Macchina del tempo: che fine ha fatto Fabrizio De Andrè?

    Macchina del tempo: che fine ha fatto Fabrizio De Andrè?

    Fabrizio De Andrè

    IL PRECEDENTE

    30 dicembre 2008. Palazzo Ducale chiude l’anno inaugurando una mostra multimediale dedicata a Fabrizio De Andrè, alla presenza di Dori Ghezzi e tanti amici artisti. La mostra rimane aperta fino a 21 giugno 2009, raccogliendo circa 150.000 visitatori.

    Proprio grazie a questa esposizione, la Fondazione Cultura annuncia di aver raggiunto il pareggio di bilancio già a luglio 2009, un risultato incredibile se paragonato ai numerosi problemi economici in cui spesso incorrono gli enti culturali (genovesi e non): “De Andrè tornerà a Genova, la mostra diventerà permanente nel palazzo del Grillo“, assicura il presidente Luca Borzani pochi giorni dopo la chiusura.

    La mostra dedicata a Faber è stata molto più che una fonte di introiti e di prestigio per la maggiore Fondazione culturale di Genova: ha contribuito infatti a un rilancio notevole al turismo e alla visibilità della nostra città. Il famoso indotto di cui spesso ci si dimentica quando si sostiene che “con la cultura non si mangia”: strutture ricettive, ristoranti, attività commerciali e molte altre realtà genovesi si aprono alla prospettiva di trarre un forte beneficio da un “turismo cantautorale”.

    IL PRESENTE

    Che fine ha fatto la mostra di De Andrè? Il prossimo 10 gennaio si celebrano dodici anni dalla sua morte, ma Genova sembra non aver ancora trovato la via giusta per omaggiare uno dei suoi più grandi cantautori.

    La mostra a lui dedicata non ha ancora fatto ritorno nella nostra città: dopo le tappe di Nuoro, Palermo, Roma e Milano, Genova sembra non aver ancora trovato lo spazio adeguato per ospitare un museo permanente dedicato a Faber.

    Pare quindi caduto nel dimenticatoio l’annuncio ufficiale del Sindaco Marta Vincenzi, che lo scorso 1 febbraio aveva indicato Palazzina Millo al Porto Antico (e non più palazzo del Grillo, come inizialmente si pensava) come sede ufficiale della mostra permanente, con la promessa di completare l’allestimento entro il 2011. L’anno sta per finire, ma nulla ancora è stato fatto.

    In compenso pare che nei primi mesi del 2012 riaprirà il negozio Musica Gianni Tassio, con una nuova gestione (a cura dello scrittore Andrea Pugliese) e un nuovo nome, Via del Campo 29 rosso.

    De Andrè tornerà a vivere almeno nel suo piccolo museo, che con le sue note ha attirato per molti anni i passanti di via del Campo per ammirare la sua chitarra in vetrina e dare uno sguardo alla discografia completa in vinile.

    Perché, oltre allo storico negozio di via del Campo, non si trova uno spazio in città da dedicare in modo permanente a De Andrè e alla mostra che così tante persone da tutta Italia hanno voluto visitare? Perché la Fondazione che porta il suo nome ha sede a Milano, città in cui ha vissuto i suoi ultimi anni, e Genova non si sente pronta a ospitarla? Perché gli sponsor che ogni anno versano 300.000 Euro per portare cantanti foresti alla Notte Bianca non si prodigano per dare a uno dei nomi storici del cantautorato genovese l’omaggio che merita?

    Marta Traverso