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  • Storia di Genova: la Foce e piazza Rossetti

    Storia di Genova: la Foce e piazza Rossetti

    Piazza Rossetti

    La Storia di Genova, Foce e Borgo Pila – Vai all’approfondimento su GuidadiGenova.it

    Punto d’approdo in epoca remota degli sbarchi dei mercanti detti i “focesi” (questa l’origine del nome del quartiere “Foce”, i focesi provenivano da una città greca della Ionia, Focea, dove oggi sorge la città di Foca in Turchia), quella piana formatasi sulla sponda sinistra alla foce del fiume Bisagno, l’attuale piazza Rossetti, ebbe un ruolo tutt’altro che marginale nella storia genovese.

    Spiaggia molto ampia, veniva utilizzata sin dai primissimi anni di sviluppo della città per l’approdo delle navi, terzo scalo per importanza dopo l’antico porto e la spiaggia di San Pier d’Arena (ai piedi della Lanterna), e già nel Medioevo l’approdo aveva funzione di cantiere navale.

    Inoltre, da lì partivano gli orti e i frutteti che si distendevano lungo il Bisagno e che fornivano frutta, verdure, erbe e spezie a tutta la città. Sulla spiaggia della Foce i carri ricolmi dei contadini e dei pescatori facevano bella mostra di sè ad ogni ora del giorno, e garantivano prosperità ai contadini e pescatori che abitavano quelle che Giustiniani negli Annali della Repubblica di Genova del 1537 descrive come “da otto a dieci case con la chiesuola di S. Pietro…” .

    Un crocevia fondamentale dunque per l’economia cittadina, nei mesi estivi frequentato anche per la balneazione, anche se in numero decisamente inferiore rispetto alle spiagge che sorgevano sulla sponda destra (ai piedi delle mura dell’odierno corso Aurelio Saffi). Gli orti e i carri con il passare degli anni arretrarono per concentrarsi esclusivamente nell’attuale Val Bisagno, ma intanto, già nel XV secolo, l’attuale piazza conobbe la prima trasformazione, fu edificato un “lazzaretto” per l’isolamento e il ricovero dei malati contagiosi (provenienti soprattutto dalle navi), cui approdarono i malati della pestifera epidemia del 1600,  di quella manzoniana del 1630 e la successiva del 1656, le quali determinarono la morte di ben 92000 abitanti. L’imponente edificio, più volte ampliato e modificato svolse la sua funzione fino alla metà dell’Ottocento, ospitò anche il filosofo francese Rousseau (esperienza di cui l’autore parla nelle “Confessioni“) nel 1743. Tra l’opzione di essere relegato a bordo di una nave, per 21 giorni, e l’ospitalità delle sinistre mura, così disagevoli da essere completamente sprovviste di mobili, allo scrittore toccò varcare la soglia del lazzaretto dove, dopo aver dato “la caccia alle pulci prese sulla feluca”, non gli rimase che farsi il giaciglio con i suoi stessi vestiti.

    Curiosi erano i rimedi suggeriti contro la peste ai tempi del Lazzaretto della Foce, o i segni ritenuti premonitori quali eclissi, comete, terremoti,  insieme all’aumento del numero dei topi, dei ranocchi, delle mosche. Come riporta il fisico e medico dell’Ospedale di Pammatone, Bartolomeo Alizeri,  oltre all’ovvia quarantena di merci e persone, infatti, le monete venivano purificate con aceto e profumi, le lettere copiate da persone fidate prima di inoltrarle al destinatario, si evitavano gli indumenti di lana, si  frizionava la regione cardiaca con olio di scorpione e per la dieta era raccomandato molto pesce perché, secondo Aristotele, questi animali erano immuni dal contagio. Infine, si ritenevano “efficacissime” le polveri ottenute da pietre preziose quali zaffiri e smeraldi, panacee per le quali si raccomandava, da buoni genovesi, il pagamento anticipato onde evitare spiacevoli “perdite”.

    Un altro sinistro edificio si ergeva, verso ponente, all’altezza dell’odierno corso Aurelio Saffi, il cui ricordo è testimoniato da una targa posta all’inizio della strada. Qui, dal 1602, vi era l’Oratorio delle Anime Purganti e il Cimitero dei Poveri (abbattuto dopo la costruzione di Staglieno): quest’ultimo era costituito da grandi fosse comuni, chiuse da grate a larghe maglie, in cui, durante le violente mareggiate, l’acqua poteva entrare liberamente facendo scempio dei poveri resti. Si dice che, nottetempo, questi luoghi, fossero frequentati da giocatori del lotto, speranzosi di ricevere qualche buona “indicazione” dalle anime dei defunti.

    Successivamente, con la spinta del governo napoleonico, venne demolito il Lazzaretto per fare spazio al “Cantiere Navale della Foce“, che conobbe nel XIX secolo grande sviluppo ed eccellenza in campo militare. Da quella spiaggia partirono anche due imbarcazioni della spedizione dei mille, l’altra metà, come sappiamo, salpò dallo scoglio di Quarto. Dopo la definitiva chiusura e demolizione del cantiere nel 1930, si iniziò a progettare per la storica piana della Foce un complesso di edifici destinati all’uso abitativo.

    L’architetto che ideò e progettò piazza Rossetti fu Luigi Carlo Daneri (ideatore del “Biscione”, cofirmatario del progetto dell’ospedale San Martino e del progetto urbanistico della Fiera di Genova n.d.r.). I lavori iniziarono già nel 1933 ma si fermarono per la Guerra Mondiale (i bombardamenti distrussero la chiesa di S.Pietro, ultima testimonianza del borgo della Foce) e la piana ebbe il tempo di cambiare veste per l’ennesima volta: sulle ceneri del cantiere navale e fra i nuovi palazzi ancora solamente “accennati”, sorse infatti il campo sportivo della Foce (i lettori più anziani se lo ricorderanno…), costruito dai soldati e cintato con le cortine militari.

    Lì nacque il Genoa Baseball Club, la prima società di “batti” e “corri”, successivamente nominato “palla base”. Fu un emigrato genovese, una volta rientrato in patria, ad iniziare la città di Genova a questo sport.

    Negli anni 50 ripresero i lavori per il completamento di Piazza Rossetti, diretti dallo stesso architetto Daneri, il campo sportivo lasciò spazio all’ampia piazza moderna e alla fontana. Si dice che l’attuale impianto d’illuminazione della piazza, caratterizzato dagli alti pali lato mare, sia rimasto pressochè lo stesso del campo sportivo… Un’immagine suggestiva, di cui però è difficile avere conferma.

    Ultimata nel 1958, piazza Rossetti ebbe grande risalto anche fuori dai confini nazionali e il caratteristico “quadrilatero chiuso dal mare” viene ancora oggi considerato uno dei capolavori del Razionalismo italiano.

  • Liverpool: porto d’Inghilterra, città dei Beatles

    Liverpool: porto d’Inghilterra, città dei Beatles

    Liverpool
    Liverpool, Albert Dock

    Appollaiata sulla foce del fiume MerseyLiverpool è una città di porto, di marinai e navigatori. Lo si respira negli odori fra la nebbia e il cielo bigio, nei rumori degli uomini e dei gabbiani, e lo si sente la notte fra boccali di birra ingurgitata in quantità industriale e musica live di ogni genere suonata nei tanti locali, pub e club.

    Liverpool è la città dei Beatles, la prima a scoprire il rock n’ roll quando nei primissimi anni Cinquanta, direttamente dalle stive delle navi, arrivavano i primi dischi americani di Chuck Berry ed Elvis Presley. Ancora oggi la città è profondamente legata ai suoi quattro “eroi”, e già lo si comprende quando si atterra al John Lennon airport, dove a darti il benvenuto è una scritta nera su sfondo bianco: “Above us only sky”, dal testo di Imagine. Gli omaggi e i riferimenti ai Beatles sono tantissimi, dal museo ricco di cimeli nella zona del porto al Cavern Club in Mathew Street, e poi Penny Lane, Strawberry Field, luoghi che hanno ispirato canzoni stupende…

    Strawberry Fields

    E’ possibile anche salire sul “Magical Mistery Tour” e scoprire la storia di Paul, George, Ringo e John attraversando i quartieri periferici a bordo di un pullman, con tanto di guida che animosamente racconta le vicende più assurde (peccato lo faccia in inglese, quasi in dialetto, senza traduzioni in cuffia come nei più classici dei pullman turistici).

    Capitale Europea della Cultura nel 2008, Liverpool vive racchiusa e protetta fra le sue coinvolgenti contraddizioni, caratterizzata da un centro moderno ed europeo (Liverpool One è un quartiere nuovo interamente occupato da un centro commerciale decisamente di cattivo gusto) intorno al quale si abbraccia una città completamente diversa, tipicamente britannica in quelle vesti che tanto sanno di carbone, mattoni e vita vissuta. Il silenzio al calar della sera con la nebbia a pelo del fiume sotto i portici dell’Albert Dock (come il nostro Porto Antico, il vecchio molo sul Mersey recuperato e restituito alla città), è la cartolina di una città affascinante e misteriosa.

    Fra i vapori che si alzano dai tombini, l’antica Victoria Street che di notte si trasforma in quartiere omosessuale, una fra le più grandi China Town in Europa e tantissimi locali, uno attaccato all’altro, praticamente tutti gratuiti. Nessun esborso all’ingresso chiunque ci sia a suonare. Quartetti jazz, cover band (in questo caso fra Beatles e Oasis gli amanti del genere avranno di che cantare…), blues, rock e disco club.

    Da non dimenticare il forte legame che esiste fra la città e la squadra di calcio, il Liverpool F.C. nella storica sede di Anfield Road, un vero e proprio tempio per tutti gli amanti del calcio.

    Il tutto condito da un dialetto strettissimo che rende la parlata di Liverpool unica in Inghilterra e da una cordialità spesso aiutata dalla birra, è vero, ma comunque decisamente piacevole e inaspettata per questa gente di porto, abituata ai modi duri e al sacrificio. E intanto laggiù, dalla riva del Mersey, l’antica torre dell’orologio sembra scandire le ore di un tempo chissà quanto lontano.

    Gabriele Serpe

  • L’Europa all’Italia: chi decide è la Banca Centrale Europea

    L’Europa all’Italia: chi decide è la Banca Centrale Europea

    L’Europa non è un soggetto politico, ma economico. Ciò significa, in pratica, che le decisioni sono prese dalla BCE per motivazioni economiche e non dai politici europei per motivazioni sociali. Senza contare che entrambi i soggetti sono già ostaggio di banche private a rischio di fallimento e altri potentati.

    E’ da qui che si spiega la lettera di Trichet e Draghi all’Italia. C’è un’esasperata tensione economica che pervade il continente e l’ansia di tranquillizzare i mercati spinge organismi che si dovrebbero occupare di altro ad interferire persino con la sovranità interna di uno Stato.

    Certo, qualche giustificazione sta nell’inadeguatezza e nel dilettantismo del nostro (ormai ex) governo. Ma resta il fatto che la BCE non può permettersi di chiedere ad uno Stato di eludere ogni ragionamento politico. Possiamo forse accettare che l’Europa imponga ai nostri conti un saldo finale. Ma non possiamo accettare che ci venga detto come ottenerlo. Perché l’allocazione delle risorse è un problema politico.

    In ultima analisi, spetta a noi cittadini interrogarci e decidere cosa e dove tagliare, se e come intervenire. Siamo d’accordo che, volente o nolente, oggi l’Italia debba controllare i propri conti e reperire in fretta dei capitali per finanziarsi. Ma non è necessario passare per forza attraverso la riduzione degli stipendi, i licenziamenti agevolati, lo slittamento a 67 anni delle pensioni di vecchiaia, il taglio selvaggio della spesa pubblica, l’aumento delle tasse.

    O meglio, un po’ di queste misure sono inevitabili: tutte insieme no. Perché l’Italia, per fortuna o per sfortuna, ha tanti sprechi, tanti costi inutili, tante riforme ancora da fare e una ricchezza privata consistente. Ciò significa che si potrebbero recuperare tanti soldi, ad esempio, tagliando i costi della politica, abolendo le provincie, combattendo l’evasione fiscale, tassando le transazioni e le rendite finanziarie, contrastando la corruzione (che ci costa 60 miliardi l’anno e fa lievitare i costi delle opere pubbliche) e colpendo le mafie (che fatturano ogni anno 150 miliardi in nero).

    Per reperire soldi subito si potrebbe fare una bella patrimoniale: secondo Massimo Mucchetti, potrebbe toccare solo il 20% della popolazione più ricca, senza sortire l’effetto di frenare la crescita. Poi, certo, come “intima” la BCE, si può e si devono fare anche le liberalizzazioni, la lotta ai monopoli privati e la vendita del patrimonio pubblico. Ma perché ad esempio insistere sulle infrastrutture? Almeno su certe infrastrutture, tipo la TAV? Costerà almeno 14 miliardi (di soldi nostri) e servirà per spedire rape e ravanelli da Lisbona a Kiev. Come mai mettiamo in discussione il ponte sullo stretto (per fortuna…), ma né la politica italiana né la BCE hanno pensato che i 14 miliardi della TAV potessero essere destinati ad altro?

    E le varie guerre di altri che, camuffate con distingui teorici e bizantinismi, continuiamo ad appoggiare in giro per il mondo in spregio alla Costituzione? Non si potrebbero ridurre un po’ i 23 miliardi che, secondo l’inchiesta di Paolicelli e Vignarca, se ne sono andati in spese militari solo l’anno scorso?

    Magari così facendo potremmo far saltare fuori quei 250 miseri milioni che, come ha scritto il Corriere giusto ieri, mancano all’appello per completare un intervento di priorità nazionale sul letto del Bisagno che, da 41 anni ad oggi, ancora non è stato ultimato, ma che di danni e di morti continua a farne…

    Andrea Giannini

  • Storia di Genova: il quartiere di Carignano

    Storia di Genova: il quartiere di Carignano

    "Il Ponte di Carignano" di Luigi Garibbo (1800)
    Dipinto di Luigi Garibbo, fine ‘700: “Il Ponte di Carignano”

    La Storia di Genova, Carignano – Vai all’approfondimento su GuidadiGenova.it

    Vi sono cinquanta giardini, ossia ville di cittadini, molto dilettevoli, ornate di magnifici edifici e superbe case…” Così scrivevano del “Colle di Carignano” agli inizi del ‘500.

    Nel Medioevo la zona era denominata Caliniano o Calignano, una collina coltivata ove gli orti si estendevano per lunghe distanze intorno alle ville. Fino al XIX secolo Carignano rimase poco più di un sobborgo (venne inclusa nelle mura dal 1320), a tal punto che gli abitanti dicevano “ana’ a Zena” per dire “scendere in centro”…

    Testimonianza di quel passato alcune strade come via delle Bernardine (detta “creuza da Gianetta” dal nome della proprietaria di una rinomata osteria) o vico Fasce (quella zona della collina era coltivata a fasce) che si distende fra le case più datate del quartiere. In vico Fasce si riunivano i popolani per esercitarsi a “batte a moesca” (ballare la moresca), una danza in voga all’epoca, importata dalla Spagna dai Saraceni.

    La cima della collina era ed è occupata dalla basilica di Carignano fatta costruire dalla famiglia Sauli la cui prima pietra fu posta il 10 marzo del 1552.

    La parte esterna fu completata nel 1890 e da allora sono in corso i lavori di restauro… proprio per questo motivo si usa dire a Genova “…a l’è comme a Fabbrica de Caignan” per indicare una cosa lunga, che non finisce mai. La famiglia Sauli nel 1718 finanziò anche la costruzione del ponte di Carignano, pensato come via d’accesso alla grande chiesa. Il ponte fu inaugurato nel 1724, unisce il colle di Sarzano con quello di Carignano, un’opera notevole per i tempi, tanto che i disegni e i dipinti del “grande ponte” fecero il giro dell’Europa. Curiosità: a causa dell’elevato numero di suicidi, il mercante genovese Giulio Cesare Drago fece sbarrare i parapetti del ponte alla fine dell’800, gli stessi che si vedono oggi, come ricorda una lapide posta nel 1880 che recita “perchè non passi consuetudine l’esempio antico e recente di gittare disperatamente la vita dal ponte di Carignano…”

    Il quartiere è profondamente cambiato nell’800: piazza Carignano, villa Figari (fatta costruire nel 1875 da Federico Mylius e ben visibile da corso Aurelio Saffi, un imponente loggiato sull’orlo del muraglione), via Fieschi, corso Andrea Podestà e via Corsica sono del XIX secolo.

    Gli orti e le ville hanno ceduto il passo ai lavori di modernizzazione della città voluti da Carlo Barabino. Fu lui nel 1825 a progettare il parco dell’Acquasola, pensato come passeggiata diurna fra gli ippocastani, impreziosito da un lago artificiale e un teatro.

    Per comprendere la trasformazione che subì il quartiere è sufficiente riportare un testo del 1887 dove via Corsica viene definita “la nuova arteria, la più ampia e spaziosa della città”.

    In quegli anni venne costruita anche villa Croce, oggi sede del Museo d’Arte Contemporanea di genova, a breve distanza dal bellissimo complesso del Sacro Cuore. Lo splendido parco della villa è da sempre aperto al pubblico e offre una suggestiva apertura sulla città.

  • Gibilterra, la penisola che non c’è

    Gibilterra, la penisola che non c’è

    GibilterraFinalmente si è fatta mattina, il peggio è passato, e ben presto rientreremo nel Mediterraneo. La calma dopo la mareggiata, una notte passata a fronteggiare un Oceano Atlantico un po’ arrabbiato (giravano voci fosse addirittura forza 9).

    Sono proprio curioso di visitare Gibilterra, mi ha sempre affascinato quel luogo oltre cui “il mondo finisce”, quella strisciolina di terra che si protrae verso l’Africa, quell’ultima punta d’Europa verso un’altra parte di mondo.

    Se il buon giorno si vede dal mattino, mi aspetto una meravigliosa giornata. Cielo limpido e sole caldo, seduti a poppa guardavamo lo spumeggiare del mare dietro di noi. Forse suggestionati dall’atmosfera, ci è sembrato di vedere anche qualche delfino saltare in lontananza, ma meglio non fidarsi troppo degli scherzi che può fare il cervello umano. Poco distanti, navi e navi di container ancorate in mezzo al mare, ferme ad aspettare chissà quale segnale… Una volta scesi un simpatico taxista ci ha fatto fare il giro di Gibilterra raccontandoci, in un inglese/italiano tutto suo, che in quella stretta e rocciosa lingua di terra convivono diverse razze (un paio di centinaia) e vengono professate innumerevoli religioni.

    Come prima cosa siamo passati sulla pista dell’aeroporto, che delimita la frontiera tra Spagna e Gran Bretagna. Già già, proprio sulla pista, che quando non ci sono atterraggi o decolli, viene attraversata da una strada divisa in tre parti, per i pedoni, per gli scooter e per le macchine… Credo proprio sarà una magnifica giornata. Dopo aver girato un po’ per il centro cittadino ci siamo diretti verso Punta Europa, il punto più meridionale di Gibilterra. Si tratta dell’unico faro gestito dall’Inghilterra al di fuori dal territorio britannico, dal quale, nonostante la compagnia poco piacevole di un vento fortissimo, si ha la possibilità di vedere Spagna e Africa lì, fianco a fianco.

    Poco dopo, saliti di qualche metro sopra il livello del mare, ecco apparire i primi macachi, scimmie bruttine… ma tutto sommato simpatiche! Secondo la credenza popolare il Regno Unito manterrà il possesso di Gibilterra sin quando continueranno ad essere presenti questi curiosi animali, fu proprio per questo motivo che nel 1942 Churchill ne ordinò il ripopolamento. Oggi sono stati addirittura  creati dei piccoli pozzi dove viene portato loro il cibo, che altrimenti non saprebbero come nutrirsi nella brulla Gibilterra.

    Consiglio vivamente la visita delle grotte scavate nella Rocca (l’unica montagna di Gibilterra) e sconsiglio ai deboli di cuore la conquista della cima (426 m). Il panorama è di quelli che gelano il fiato, la città di Gibilterra ad ovest, la costa africana a sud, la penisola iberica a nord ed il Mediterraneo ad est… ma è raggiungibile solo tramite funicolare e la piattaforma panoramica è posizionata sul “cucuzzolo della montagna”.

    Andrea Vagni

  • Storia di Genova: le case chiuse e le “signorine” del Centro Storico

    Storia di Genova: le case chiuse e le “signorine” del Centro Storico

    Via Garibaldi

    Genova era sino al primo Novecento la città delle case chiuse e dei bordelli. Il pubblico postribolo, nell’antichità, era situato dove poi venne costruita la regale Strada Nuova (oggi via Garibaldi). Le “signorine” pagavano regolarmente le tasse, 5 genovini al giorno e, come normali lavoratrici, avevano il sabato libero e la domenica andavano alla messa. Erano chiamate le donne delle candele perchè il tempo e quindi il costo della prestazione era determinato da una tacca incisa su un cero.

    Genova e le case chiuse – leggi l’articolo su GuidadiGenova.it

    Genova e dintorni, la guida online

     

     

     

  • Storia di Genova: c’era una volta Via Madre di Dio

    Storia di Genova: c’era una volta Via Madre di Dio

    I giardini Baltimora, qui si sviluppava il quartiere di via Madre di Dio

    La Storia di Genova: documentario sull’epoca fascista, la guerra e la speculazione edilizia, con uno speciale dedicato alla demolizione di via Madre di Dio  –  GuidadiGenova.it

    Dove oggi i giardini Baltimora sono abbandonati al silenzio e alla desolazione, circondati dal gelo dei casermoni della Regione e costeggiati da auto e moto, sorgeva l’antico quartiere Madre di Dio.

    Venne demolito interamente tra il 1969 e il 1973, una decisione che, a distanza di decenni, appare ai più avventata e ingiustificata. Via Madre di Dio era l’arteria principale, collegava la zona di Ponticello (poi piazza Dante) e, passando fra le arcate del ponte di Carignano, sfociava in corso Quadrio a pochi passi dal mare.

    Fra il sestriere del Molo e quello di Portoria, Madre di Dio era una delle zone più antiche del nostro Centro Storico, vicoli stretti, passi e scalinate la collegavano a via Fieschi, Campo Pisano e via del Colle. Al  nr. 38 di passo Gattamora, un vicolo del quartiere stretto fra Madre di Dio e via del Colle, il 27 ottobre 1782 nacque Nicolò Paganini: neanche quell’edificio fu salvato dalle ruspe.

    I sapori e gli odori che caratterizzavano la zona erano quelli delle case popolari, il pianto dei bambini, l’abbaiare dei cani e il denso cicaleccio delle comari. Ma era soprattutto il sonoro biancheggiare delle lenzuola e della biancheria stesa che regalava a via Madre di Dio l’aspetto di un fiume in piena verso il mare.

    Uno scritto del patrizio genovese Stefano De Franchi è utile per comprendere meglio l’atmosfera di quei vecchi vicoli: “Figlia mia! Qui non c’è pace, né di giorno, né di notte. Mille voci risuonano dal mattino appena giunta l’alba sino alla sera… Ho la testa che mi rintrona come un tamburo, per il frastuono e lo schiamazzo che fa la gente!”

    Spesso Madre di Dio viene raccontata come zona difficile, povera, degradata… caratterizzata dallo svolgersi di attività non propriamente legali. Ma accanto a ciò, ci si dimentica spesso di raccontare quello che era il suo volto umano, semplice, profondamente genovese. La maggior parte degli abitanti della zona lavorava in porto, tutte le famiglie si conoscevano e le porte d’ingresso delle abitazioni venivano chiuse soltanto con una catenella. Era buona norma comunicare da una finestra all’altra e se c’era bisogno di qualcosa bastava gridarlo al vicino e si creava una specie di telefono senza fili…

    Abbiamo ascoltato con piacere il racconto di un genovese nato in via Madre di Dio, il quale ricorda come una sera, dopo l’improvviso malore della nonna, senza la possibilità di telefonare, arrivò un medico in casa pochi minuti dopo, chiamato dai vicini che si erano accorti del problema.

    La lunga strada durante il giorno era stracolma di bambini che spesso raggiungevano la spiaggia per giocare, una distesa di sabbia e pietre sino a Puntavagno. I bambini più poveri erano soliti frequentare salita del Prione, giocavano fra le macerie dei bombardamenti lontano dallo sguardo dei genitori, quelli che invece erano considerati “ben educati” venivano accompagnati in piazza Caricamento, seguiti dalle mamme. Controllare i figli era segno distintivo di una “buona famiglia”.

    La sera, invece, Madre di Dio andava a dormire più tardi rispetto al resto della città. Salita del Prione era la zona dei bordelli e delle case chiuse, ma la zona era rinomata soprattutto per le tante osterie, le più frequentate a Genova. Gli uomini, fra un bicchiere e l’altro, uscivano in strada e giocavano a mora, d’estate i tavolini per il gioco delle carte invadevano la strada…

    E, per finire, la curiosità: a cavallo fra gli anni cinquanta e sessanta in via Madre di Dio viveva la “Tina”, una donna quantomeno borderline… Quando si arrabbiava con qualcuno (spesso) usava aprire le persiane e mostrare le chiappe chiare a tutto il quartiere. La Tina abitava in cima alla strada, nella parte più in salita… Era dunque semplice per tutti comprenderne l’umore, giorno dopo giorno, chiappa dopo chiappa.

  • Torta di Carciofi: ingredienti della ricetta genovese

    Torta di Carciofi: ingredienti della ricetta genovese

    Torta di carciofiLa torta di carciofi è una ricetta tipicamente genovese e vegetariana. Questa pianta erbacea ha un alto valore nutritivo, essendo ricca di ferro, calcio, vitamine e fosforo.

    Ingredienti
    Per la pasta: 1 Kg. di farina bianca, 4 cucchiai d’olio, sale e acqua.
    Pre il ripieno: 1 dozzina di carciofi, 1 limone, 1 etto di burro, 1/2 cipolla tritata, 6 uova, prezzemolo, formaggio parmigiano grattuggiato, sale, pepe, quagliata (o ricotta) e maggiorana

    Preparazione

    Impastate la farina con l’olio, il sale e tanta acqua quanto basta per ottenere una pasta di giusta consistenza. Lavoratela molto bene e copritela con un tovagliolo umido e  sopra uno asciutto e lasciatela riposare per un quarto d’ora.

    Intanto preparare i carciofi eliminando i gambi e tutte le foglie esterne sino a che tali foglie  o squame non appaiano pressochè bianche. Dopo aver tagliato la parte spinosa,  dividete in 4 o 8 parti ciascun carciofo e mettetele a bagno in acqua fresca assieme al limone. Sgocciolate i carciofi e  cuoceteli in un soffritto di olio e burro con cipolla e prezzemolo tritato. Toglieteli dal fuoco non appena avranno raggiunto la mezza cottura e quindi  aggiungete  parmigiano grattuggiato, sale ed un pizzico di pepe.

    Tirate 10 sfoglie sottilissime di pasta e stendete la prima su una tortiera unta e  infarinata. Spennellatela con un poco d’olio e ritagliate con un coltello il cordone di pasta in eccesso (operazione che ripeterete per tutte le sfoglie). Stendete altre cinque sfoglie e poi fate uno strato con i carciofi e uno con il formaggio.

    Preparate sul formaggio 6 fossette (quantità a piacere) e mettete in ognuna un pezzetto di burro, rompendoci  dentro un uovo, condite con un pizzico di sale, di pepe e di maggiorana e il parmigiano.

    Coprite con le rimanenti sfoglie, punzecchiate con una forchetta l’ultima sfoglia.

    Passate in forno a calore moderato  per circa 60 minuti.

    La torta di carciofi deve prendere un bel colore biondo.

  • Evasione Fiscale: in Italia l’illegalità è la regola

    Evasione Fiscale: in Italia l’illegalità è la regola

    Modello 730L’evasione fiscale ci costa 120 miliardi l’anno. La stima (prudenziale) è quella fatta da Nunzia Penelope nel libro Soldi Rubati (2011, Ponte alle Grazie). E appare assolutamente realistica, perché basata su stime di organi pubblici come la Corte dei Conti.

    D’altra parte, che non si tratti di un numero campato in aria, lo si capisce considerando che solo con l’ultimo condono sono stati rimpatriati 100 miliardi di capitali (dai quali, per inciso, lo Stato ha ricavato la miseria del 5%). Per dare un metro di paragone, in base a quello che è scritto nella lettera che Berlusconi ha portato a Bruxelles la scorsa settimana, l’effetto correttivo sui bilanci pubblici di tutti gli interventi “lacrime a sangue” presi dal Parlamento quest’estate sarà pari, da qui al 2014, a 60 miliardi di euro.

    Il che vale a dire che basterebbe non sconfiggere, ma dimezzare l’evasione fiscale per risparmiarci gran parte dei sacrifici che il dissesto dei conti pubblici, la crisi economica e la speculazione internazionale ha reso necessari. Tant’è vero che il governo ha cominciato a battere sul tasto del recupero dell’evasione come leva per il risanamento. Peccato però che non si possa fare molto affidamento su un incasso virtuale. E’ come per quelle società che mettono a bilancio, in attivo, i crediti non recuperati: sono soldi dovuti, è vero, ma non sono a disposizione (e chissà mai se lo saranno).

    Infatti l’Europa ci ha avvertito che non si fida di quelle che, allo stato attuale, rischiano di essere promesse che non si possono mantenere. Combattere l’evasione non è facile. In particolar modo in Italia. Per quale motivo? Si potrebbe cominciare dicendo che un premier imputato più volte per reati fiscali potrebbe avere qualche remora a inasprire le leggi contro i reati fiscali. Se poi questo stesso premier, a parole, legittima l’evasione, quando la tassazione agli occhi del contribuente appare troppo alta, è chiaro che poi passano messaggi poco proficui. Ma dare la colpa di tutto a Berlusconi sarebbe un errore.

    I grandi evasori si sentono tutelati grazie a leggi “benevole” fatte da governi di destra e di sinistra. E non ci sono solo i grandi evasori: il partito di chi non paga le tasse è trasversale. Sappiamo tutti che a non fare lo scontrino o a non rilasciare le ricevute sono un po’ tutte le categorie di commercianti e liberi professionisti. Solo il lavoratore dipendente non evade (ma unicamente perché non può, dato che le tasse gli sono detratte direttamente in busta paga).

    Arriviamo così al nodo del problema: uno stato di illegalità diffusa che coinvolge un po’ tutti e che costringe i politici che vogliano mantenersi la poltrona a non calcare troppo la mano contro l’evasione fiscale. Come siamo arrivati a questo?

    Con le soluzioni all’italiana, ossia tollerando l’evasione come ammortizzatore sociale. Le tasse sono alte, è vero, ma tanto si da per scontato che nessuno, grande o piccolo che sia, si mette a pagare tutto. E comunque l’economia va abbastanza bene, lo Stato si indebita ma riesce a fare un minimo di spesa sociale e tutti riescono più o meno ad adattarsi.

    Ma poi arriva la crisi. Ci si accorge che i conti non sono poi così in ordine e finanziare il debito costa sempre di più. Qualcuno comincia addirittura a paventare il rischio di insolvenza. Allora si taglia prima di tutto la spesa pubblica (cioè i servizi e gli incentivi). Poi si aumentano le tasse (più o meno occultamente). Ma fino a un certo punto.

    Come ha scritto una volta Michele Boldrin su Il Fatto Quotidiano, se prendiamo il PIL italiano, scorporiamo la stima del lavoro nero che non è tassato (il 12,5% secondo i conti dell’economista) e lo dividiamo per quello che incassa lo Stato, otteniamo una percentuale che registra la nostra pressione fiscale come la più alta del mondo! Superiamo persino quella dei paesi scandinavi, dove però ci sono servizi pubblici di altissima qualità.

    Morale: dato che le tasse sono già altissime, se non si vuole deprimere completamente l’economia, per fare cassa bisogna trovare altre soluzioni. Arriviamo così all’ultima novità: toccare il costoso sistema pensionistico. L’evasione invece, che ci costa forse anche di più, al di là degli spot, non si tocca: si scontenterebbe troppa gente.

    La nostra debole politica si può permettere di colpire solo le categorie più deboli, oppure di scaricare i sacrifici sulle spalle dei cittadini nel modo più ampio e indiscriminato. Perché gli Italiani sono l’unica categoria che non è abbastanza compatta per organizzare una protesta coerente.

    E’ così che siamo finiti in un tunnel da cui non sappiamo come uscire. Certo, ci sarebbe sempre la via più semplice: prendere provvedimenti che non abbiano a che fare con il calcolo elettoralistico di accontentare o di scontentare qualcuno, ma con la giustizia. Tanto per fare un esempio, si potrebbero colpire i privilegi indebiti, i comportamenti illegali e le inefficienze costose. Basterebbe appellarsi all’equità e dire: dobbiamo fare questo e questo non perché è conveniente per qualcuno, ma semplicemente perché è giusto. Peccato che quando l’illegalità è la regola, ciò che è giusto e ciò che è sbagliato non si distinguono più.

    Andrea Giannini

  • Storia di Genova: il borgo di Crevari

    Storia di Genova: il borgo di Crevari

    Crevari, Voltri

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    Le sue creuze si arrampicano sulle alture dell’estremo ponente genovese. Crevari, infatti, è insieme a Vesima il borgo che segna il confine fra Genova e Arenzano. Giunti a Voltri nel piazzale del capolinea della linea 1, basterà imboccare il bivio per

    Crevari e dopo neanche due chilometri raggiungerete la piazza “moderna” del borgo.

    La strada carrabile finisce qui, posteggiate, perchè adesso viene il bello…

    Dalla piazza partono le creuze che attraversano il borgo, percorribili a piedi o in bicicletta per chi ha i polpacci sviluppati.

    Durante il periodo natalizio il borgo di Crevari è caratterizzato dal celebre presepe meccanico allestito nel salone parrocchiale e visitabile dalla mezzanotte del 24 sino alla seconda domenica di febbraio. Pensate che i volontari iniziano i lavori per la costruzione del presepe (diverso di anno in anno) addirittura nel mese di agosto!

    Il borgo di Crevari è dominato dalla chiesa di S.Eugenio, ma l’edificio attuale non è quello originale. La chiesa venne costruita a cavallo fra gli ultimi anni del 1100 e i primi del 1200, la chiesa venne prima chiusa e dichiarata inagibile nel 1807 per poi crollare definitivamente nel 1824 a seguito dei lavori per l’apertura della via Aurelia verso ponente. Rimase in piedi soltanto il coro che divenne cappella del cimitero. Nel 1811 infatti erano già iniziati i lavori per la costruzione dell’attuale parrocchia.

    Una di queste antiche abitazioni è conosciuta come la “Cà delle anime“. Una leggenda vuole che questa costruzione, risalente al 1700, sia tuttora abitata dai fantasmi di due donzelle (madre e figlia) trucidate quasi tre secoli or sono da un viandante al quale le buone donne avevano concesso ristoro per una notte.Intorno alla chiesa tutto il paese sembra stringersi per non scivolare in mare, le costruzioni scendono a picco sul golfo di Voltri e seguono la conformazione della collina.

    Ma il fascino di Crevari è legato anche alla tradizione culinaria: le focaccette allo stracchino tipiche del borgo sono una vera e propria prelibatezza, vengono talvolta accompagnate con salumi e sono semplicissime da preparare.

    Non è finita qui, perché ogni anno nel mese di giugno Crevari si trasforma in un borgo in festa! L’occasione è il “Crevari Invade“, tre giorni di musica live con gruppi emergenti da tutta la regione, focaccette e ottima birra. Organizzata dagli stessi abitanti volontari, la piccola “Woodstock” di casa nostra ogni anno attira l’attenzione di tutta la città e devolve l’intero ricavato in beneficienza. Davvero niente male per un borgo di 1500 anime…

  • La morte di Gheddafi evita all’ occidente un processo scomodo

    La morte di Gheddafi evita all’ occidente un processo scomodo

    GheddafiPerché l’opinione pubblica sente l’esigenza di “condannare”? Qual’è il senso della “condanna” espressa su tv e giornali da forze politiche ed opinionisti? Che esigenza abbiamo di definire ciò che è male? Siamo forse un dio che deve dividere i buoni dai cattivi?

    Giovedì, ad esempio, muore Gheddafi. C’era bisogno di dire che è morto in un modo che non si augura a nessuno? C’è qualcuno che non s’era accorto dell’atrocità della cosa? C’è forse il rischio di un qualche emulo esaltato? E allora perché aggiungere all’ovvio un biasimo ipocrita?

    Invece che domandarsi se la frettolosa morte del Raìs non sia servita alle diplomazie occidentali per evitare un processo, magari a porte aperte, dove sarebbero potuti spuntare fuori imbarazzanti scheletri nell’armadio, l’opinione pubblica si affretta a “condannare”.

    Mi chiedo che titolo abbiamo noi occidentali, e in particolare noi Italiani, di giudicare. Forse che noi ci siamo comportati meglio con i nostri dittatori? Non abbiamo fatto scempio anche noi del cadavere di Mussolini? Ci siamo già dimenticati dei calci, dei proiettili, degli ortaggi che non i militari, ma la popolazione, “brava gente”, ha scagliato contro una salma senza vita? Ci siamo dimenticati che ci fu chi urinò sul cadavere dell’incolpevole Claretta Petacci, la quale venne poi appesa a testa in giù senza mutande, prima che un parroco non avesse il pudore di fermarle la gonna con una cintura?

    Probabilmente oggi, dal nostro comodo punto di vista, ci farebbe piacere dimenticare il passato e immaginare una realtà più pulita. Peccato che le cose non stiano così. Non si scopre oggi che la guerra genera mostri. E’ odio, rancore, desiderio di vendetta, di annichilimento del nemico. E’ questo che abbiamo voluto e promosso in Libia, da Sarkozy fino allo stesso Napolitano: abbiamo voluto che i Libici si uccidessero tra di loro. Cos’altro ci potevamo aspettare? Morire sotto una bomba, ustionati dentro un cingolato o massacrati da una folla inferocita è davvero tanto meglio rispetto a quello che è capitato a Gheddafi? Quanti soldati lealisti caduti in mano nemica sono morti, non ripresi dalle telecamere, in modo persino peggiore del Colonnello? Quanti ribelli torturati a morte nelle prigioni di Tripoli? Eppure sono queste le cose che sono andate in scena fino a ieri: violenze e barbarie, che hanno chiamato altre violenze e altre barbarie. Fino all’epilogo di giovedì.

    E ora ci vogliamo arrogare il diritto di tagliare con la spada i massacri giusti da quelli sbagliati? Una spirale d’odio e di sangue è una macchina che non si ferma a comando. Capisco che la diplomazia internazionale viva anche di queste ipocrisie. Ma l’opinione pubblica non può lavarsi la coscienza così facilmente. La guerra di liberazione era davvero giusta? Andava davvero appoggiata con l’aviazione della NATO?

    Beh, allora anche la fine di Gheddafi fa parte di quello che abbiamo appoggiato. E’ la guerra, bellezza: si prende tutto il pacchetto. Ed è per questo motivo che suscita tanto orrore.

    Andrea Giannini

  • Madrid, dalla Gran Via al quartiere letterario

    Madrid, dalla Gran Via al quartiere letterario

    Madrid, SpagnaDopo aver respirato per qualche giorno l’aria madrilena, troppo poco per poter capire qualcosa di una grande citta’, l’impressione che si ha e’ quella di trovarsi ovunque e da nessuna parte.

    Madrid nell’immaginario comune puo’ perfettamente corrispondere al non-luogo: e’ una citta’ aperta, multietnica, multicolore e assolutamente imprecisa, gli orari non collimano con alcun fuso, eppure gli spagnoli non sembrano risentirne… Vi si respira tutta la Spagna, un cuore pulsante la cui storia incide molto sulla sua singolarita’.

    Fino agli anni ’50 la Spagna era un paese prevalentemente rurale, fu negli ultimi 50 anni che gran parte degli spagnoli si trasferirono in citta’, prevalentemente a Madrid; le loro origini, e cosi’ le tradizioni, erano radicate altrove, tuttavia ognuno porto’ con se un “pezzo” della sua storia e oggi, questa contaminazione, questo “melting pot” e’ palpabile in ogni strada della citta’.

    Dal caos della Gran Via ai piccoli caffe’ del quartiere letterario, dove amavano incontrarsi poeti e scrittori da tempi memorabili. A differenza di altre capitali, prese a modello dalle rispettive nazioni, la Spagna non si volge alla “Reale” con simpatia, certamente a causa degli strascichi della dittatura franchista, da cui si liberarono solo negli anni ’70. Nell’ideale di molti spagnoli, Madrid simboleggia ancora un potere illecito e tiranno legato alla figura di Franco.

    La peculiarita’ di Madrid e’ la sua stratificazione urbana, sociale e culturale, e’ in questo senso che puo’ essere definita “un caos molto ben organizzato” in cui tutti possono trovare il proprio posto e la propria dimensione. La mentalita’ spagnola e’ aperta, esula da ogni stereotipizzazione, l’intellettuale, il modaiolo, l’impiegato, il giovane… tutto e’ alla portata di tutti e la scelta e’ vasta.

    La “citta’” e’ vissuta al pieno delle sue potenzialita’, per tradizione e per cultura; la casa e’ il luogo in cui si dorme, molto lontana dalla concezione nordica di “focolare domestico”, come direbbe Ligabue “i ragazzi sono in giro”! Dal parco al museo, i madrileni tendono a stare all’aperto, addirittura nei quartieri meno turistici la strada diviene naturale estensione della casa, non e’ infatti difficile imbattersi in persone che chiacchierano o che giocano a carte sedute sul marciapiede, dipingendo un quadretto pressoche’ impensabile per una grande metropoli.

    Oltre che specchio del presente, i quartieri sono viva testimonianza di chi ne calco’ le strade nel passato: Lope de Vega, Cervantes e altri… vecchi manifesti sono rimasti affissi sui muri, raccontano storie di toreri, ballerine, storie di vite che si sono incontrate a Madrid!

    Azzardando una metafora culinaria: se la vacanziera Barcellona e’ cioccolato, Madrid e’ la pasta, una citta’ vissuta nel quotidiano, che non stanca mai! Non stupisce che un grande della letteratura del Novecento come Hemingway l’abbia eletta come sua preferita; con un piccolo sforzo d’immaginazione riusciamo ancora a vederlo nell’imponente grattacielo della Telefonica ad inviare le migliori cronache della guerra civile spagnola.

    Madrid e’ questo e molto altro, una citta’ proiettata nel futuro ma che fa tesoro del presente e del passato, una citta’ in cui risulta impossibile non trovarsi a proprio agio, la migliore delle ospiti invita immediatamente a comportarsi come a casa propria.

    Claudia Diaspro
    Video di Daniele Orlandi

  • Storia di Genova: la leggenda degli spiriti del Carlo Felice

    Storia di Genova: la leggenda degli spiriti del Carlo Felice

    Foto d'epoca del Carlo FeliceUna superficie che scende a gradoni, finestre e balconi che occhieggiano da pareti i cui colori rievocano le facciate dei borghi marinari, una cupola di punti luminosi che ricorda un cielo stellato : benvenuto nella sala del Teatro Carlo Felice.

    Ti aspetti un ambiente ridondante di fregi e ti trovi in una delle tante piazzette che caratterizzano la costa ligure, ricche di salsedine e di panni stesi. Poltrone in resina e velluto, pavimenti in legno Doussiè, rifiniture in pero e ciliegio (legni usati per strumenti musicali), pareti di marmo blu di bardiglio (pietra che riflette le alte frequenze), assicurano un’acustica tra le migliori d’Italia, omogenea lungo i 44m che separano la prima dall’ultima fila della platea.

    In una atmosfera ovattata e magica, la suggestione rende palpabile la presenza di spiriti tormentati che la tradizione vuole legati alla storia dell’edificio. Progettato dall’architetto Carlo Barabino, in un’area precedentemente occupata dal complesso conventuale di San Domenico (XIII sec.), fu inaugurato nel 1828, alla presenza di Carlo Felice e Maria Cristina di Savoia, con l’opera belliniana” Bianca e Ferdinando”.

    Che siano le anime degli sfrattati domenicani o l’ombra di Leyla Carbone, figlia di un liutaio, condannata al rogo per stregoneria (1580), una specie di maledizione accompagna, da subito, la vita di questo edificio.

    Si narra che la cantante boema Teresa Stoltz, amante di Giuseppe Verdi, ordinò di collocare una mummia nello scantinato del teatro quale rimedio contro il malocchio ma l’espediente fu vano: la sera stessa, svenne sulla scena e l’incolpevole amuleto fu esiliato in un meandro del Museo di Pegli.

    Diversi incendi e la guerra segnano il dissesto dell’edificio finché, nel 1946, dopo molte traversie, il suo restauro fu affidato all’architetto Paolo Chessa ma, vedi il caso, il progetto si esaurì tra le carte bollate; morì accidentalmente, ahimé, anche, il subentrante Carlo Scarpa.

    Fu, infine, Aldo Rossi, a realizzare l’idea di una piazza coperta, di 400 mq di superficie, dove il teatro fosse il collegamento ideale tra Galleria Mazzini e piazza De Ferrari. Al fine di comunicare una percezione di solidità e di “eternità”, si privilegiarono, per gli esterni , materiali come la pietra e il ferro; gli interni, invece, eccellono per marmi e legno.

    Delle antiche vestigia rimangono solo il pronao (spazio posto davanti all’ingresso) a colonne doriche, il porticato a bugnato (pietre con rilievi sporgenti o bugne) che abbraccia l’edificio e forma la terrazza del primo piano. Il pronao è sormontato da un timpano triangolare con i primigeni bassorilievi, alla cui sommità svetta una copia della statua dello scultore Giuseppe Gaggini, rappresentante il ‘Genio dell’Armonia’ (l’originale è conservata all’interno della chiesa di Sant’Agostino in Sarzano).

    Tra le aggiunte del nuovo progetto si trova una cuspide poligonale vetrata, alta 27m, il lanternino, che sale attraverso i diversi piani del Teatro fino a svettare sul tetto, illuminando l’interno, e la torre, alta 63m, vero e proprio scrigno di sofisticati meccanismi che servono alla gestione scenica del teatro.

    A vegliare su questo gioiello… perché non si sa mai, campeggia, all’entrata principale, una statua marmorea di S. Domenico (Carlo Schiaffino 1689 –1765) antico protettore di questo luogo.

    Adriana Morando

  • Storia di Genova: fra i monti e il mare c’è la funicolare

    Storia di Genova: fra i monti e il mare c’è la funicolare

    La funicolare di Granarolo
    La particolare orografia che stringe Genova tra mare e ripide alture, consegna alla città un territorio avaro di spazi e “faticoso” da vivere. Saliscendi continui superabili, spesso, solo con ardue scalinate o anguste erte, hanno spinto, gli organi preposti, a realizzare mezzi come le funicolari che, in sedi dedicate, fuori dal traffico cittadino e non inquinanti, offrono un prezioso servizio pubblico.
    La più antica è quella di Sant’Anna che da via Bertani scende a Portello. In 2 minuti copre un dislivello di 54m su un percorso di 370m. Prima dell’elettrificazione, era azionata da un sistema di contrappesi ad acqua: una vettura, zavorrata con un cassone pieno d’acqua, scendeva per forza di gravità, trascinando l’altra in alto. All’arrivo si svuotava il cassone e il ciclo riprendeva.
    La linea, a binario unico, doppio solo nella zona centrale per l’incrocio delle vetture, venne costruita nel 1891 e corre, per un ampio tratto, su un viadotto con arcate in pietra.
    Coetanea di questa è la funivia, o ancora meglio, la ferrovia a cremagliera di Granarolo, che dal Lagaccio, a lato dell’ex hotel Miramare, sale al capolinea dove i passeggeri vengono accolti da una struttura in stile liberty (oggi, si ferma in via Bari per restauro). L’impianto sfrutta il principio per cui una ruota dentata, applicata alla vettura, ingrana con i denti di una guida, trasformando il moto rotatorio in moto lineare, fu realizzato da privati, tra il 1898 e il 1901, lungo un percorso di 1136m e un dislivello di 194m. Questa“tranvia a dentiera”deve il nome al neologismo derivato dal francese “cremaillère” e, ancor prima, al latino “cremaculum”e al greco antico”kremaster”.
    Di maggiori dimensioni è la funicolare Zecca-Castellaccio che, superando un dislivello di 278m su un percorso di 1428m, raggiunge Righi sulle alture della città. Nasce nel 1895, su un progetto di due svizzeri, residenti a Genova, per conto delle FEF di Kerns e prevedeva due impianti distinti: il primo, in galleria, tra largo Zecca e la chiesa di San Nicola, il secondo allo scoperto fino al Righi. Tra i due tratti si effettuava il trasbordo dei passeggeri. In servizio dal 1912, negli anni 1963-1965 i due tronchi furono uniti per meglio servire le nuove aree abitative. Delle 7 stazioni, meritevole di sosta è quella della Madonnetta per vedere un presepe permanente con statuine della scuola del Maragliano. A corollario dei mezzi che salgono e scendono ci sono gli ascensori pubblici ma, questa è un’altra storia.
    di Adriana Morando
  • Storia di Genova: la città sotto terra dal Ponte Monumentale

    Storia di Genova: la città sotto terra dal Ponte Monumentale

    Ponte Monumentale e via 20 settembre con la neve

    La Storia di Genova, articoli e video – Vai all’approfondimento su GuidadiGenova.it

    Lo sapevi che… lo confesso: no! E, adesso, quando cammino per la città, i miei piedi sembrano muoversi quasi con rispetto reverenziale, attenti a non turbare quelle antiche memorie che si celano nel sottosuolo della città, ignote alla maggior parte dei genovesi.

    Gallerie, serbatoi, camminamenti, antiche mura, bunker, rii navigabili si diramano nell’ipogeo, coprendo un’area la cui ampiezza è misurabile solo dai numeri: 2000 km di grotte naturali, 60 km di acquedotti storici,  25 km quadrati di cisterne pubbliche e private, 6 km di antiche cinte murarie, 52 torrentelli pari a 120 km e, poi, opere civili come gallerie ferroviarie, reti fognarie, cunicoli per servizi tecnologici.

    Questo viaggio occulto, nei ricordi millenari della città, si può iniziare alzando un tombino nei pressi del Ponte Monumentale (non da soli ovviamente, ma rivolgendosi al C.R.I.G. per visite guidate), scendere per circa 16 metri, per trovarsi nella struttura incava del ponte, progettato dall’architetto Cesare Gamba, ai primi del ‘900, proprio sulle antiche mura quattrocentesche del Barbarossa, là dove sorgeva la Porta d’Archi, rimossa e ricostruita sulle Mura delle Cappuccine.

    Le sorprese non sono finite: salendo verso l’Acquasola, zona anticamente conosciuta col nome di “i muggi”, perché usata come discarica nella costruzione di via Garibaldi, un’altra grata ci conduce verso la “città dei morti”: una fossa comune per  circa centomila persone, morte in seguito alla pestilenza del ‘600.

    Nelle vicinanze, proprio sotto la statua di Vittorio Emanuele, in Piazza Corvetto, un grande antro ospita il rio Torbido, le cui acque raggiungono piazza De Ferrari, per incunearsi tra porta Soprana e piazza Matteotti.

    Attenti ai palazzi: la severa facciata del Palazzo Doria Spinola, si alza a  baluardo di un bunker, destinato ad accogliere, nell’ultima guerra, gli uffici della Prefettura in caso di bombardamenti, così come il Palazzo Andrea Doria, che il Principe del 1500 volle costruire come “reggia-fortezza”, dissimula un accesso segreto che porta quasi fino a Ponte dei Mille, dove il signore della Superba teneva pronte le sue galee.

    Pietre secolari, muti testimoni di storie tragiche come quella della Galleria delle Grazie in cui perirono 500 persone per una ressa scatenata dal panico, nel corso di un attacco areo, o frivole come testimonia  l’antro artificiale parte di un famoso caffè-concerto demolito negli anni 50′ che declinano, però, un unico denominatore: la storia della nostra città.

    Adriana Morando