Tag: cantautori

  • Antonio Clemente live alla Locanda

    Antonio Clemente live alla Locanda

    Antonio ClementeConcerto acustico in cui il cantautore siciliano ma genovese di adozione presenta propire canzoni e qualche cover, accompagnato dalla chitarra di Manuel Perasso.

    Per l’occasione si venderanno copie del cd di Clemente e il ricavato verrà utilizzato per l’acquisto di un’idro-pulitrice per ripulire Genova dal fango. Una serata di piacevole musica in cui sarà possibile contribuire alla rinascita della città.

  • Premio Tenco 2011: ce l’abbiamo fatta

    Premio Tenco 2011: ce l’abbiamo fatta

    Tutti gli anni dicono che è l’ultima volta. Poi, tant’è, in qualche modo riescono a farcela. Quelli del Club Tenco non demordono, e da oggi fino a sabato – ossia dal 10 al 12 novembre – danno vita a un’edizione straordinaria della rassegna sanremese dedicata alla canzone d’autore.

    Vinicio CaposselaL’anno scorso c’erano Samuele Bersani e Carmen Consoli, e sembrava che tutto dovesse finire lì. A luglio così avevano scritto gli organizzatori: “La somma stanziata per il Tenco 2011 è la stessa dell’anno scorso, ma già l’anno scorso era di 2 terzi inferiore a quella consueta (e necessaria) concessa negli anni precedenti (ossia più del 60% in meno del budget, ndr): una cifra evidentemente insufficiente a realizzare la Rassegna della canzone d’autore secondo lo storico standard di alta qualità artistica e tecnica propria del Club Tenco“.

    Ora il Tenco riparte, anche se in formato ridotto: meno artisti, meno appuntamenti, meno orpelli scenografici, ma c’è. Con il sottotitolo Robe di Amilcare, ossia la canzone che nel 1995 Paolo Conte dedicò al fondatore della rassegna da poco scomparso. Gli ospiti d’onore saranno Vinicio Capossela (vincitore della Targa Tenco 2011 per l’album Marinai profeti e balene), Luciano Ligabue, Edoardo Bennato e Mauro Pagani, accanto ad artisti meno nazionalpopolari come Jaromir Nohavica, Roberta Alloisio, Cristiano Angelini, Paolo Benvegnù, Mariposa, Piccola Bottega Baltazar e molti altri.

    Sarà questo l’ultimo anno del Tenco? Come può questa rassegna – e tutte le altre così poco televisivamente appetibili – trovare una ragione d’essere al di là di quei finanziamenti pubblici che arrivano sempre più col contagocce? Il Comune di Sanremo ha allargato leggermente le maniche, facendo arrivare il bilancio a un 40% in meno rispetto agli anni precedenti. La Regione Liguria ha dato la solita cifra, perché c’è crisi e il bilancio è quello che è. Se in questi giorni si potrà assistere al Tenco sarà grazie all’apporto della Siae, che ha aumentato i fondi in cambio della visibilità concessa alla scoperta (e riscoperta) di artisti emergenti. Meno male che qualcuno ci è arrivato.

  • Genova: storie di canzoni e cantautori, lo spettacolo al Teatro Govi

    Genova: storie di canzoni e cantautori, lo spettacolo al Teatro Govi

    Teatro GoviSabato 5 Novembre 2011, alle ore 21.00 al Teatro Rina & Gilberto Govi di Genova Bolzaneto una serata dedicata alla musica d’autore genovese.  Ad aprire, la presentazione del libro “Genova: storie di canzoni e cantautori” di Andrea Podestà e Marzio Angiolani, gli stessi saranno i conduttori di un percorso che racconta gli autori e le canzoni di Genova e della Liguria.

    Partecipano alla serata Federico Sirianni, Giua, Federica Tassinari e i due premi Tenco 2011 Roberta Alloisio e Cristiano Angelini, una serata di musica e parole per viaggiare sulle note dei cantautori nostrani.

    Li accompagneranno: Loris Tarantino, Fabio Vernizzi, Rudy Perone.

  • Gianmaria Testa, il cantautore di Cuneo scoperto dai francesi

    Gianmaria Testa, il cantautore di Cuneo scoperto dai francesi

    Gianmaria TestaChe cosa ti manca, Gianmaria? “Mi manca sapere cosa mi manca…. e mi manca Pasolini. Per fortuna sono amico di Erri de Luca, un grande poeta”.

    Nativo della provincia di Cuneo, Gianmaria Testa era il capostazione dello scalo ferroviario della città piemontese. A 36 anni, dopo aver vinto il premio Recanati per due anni consecutivi, incontra la produttrice  francese Nicole Courtois e l’anno successivo, il 1995, esce in Francia il suo primo album intitolato “Montgolfieres”.

    Neanche un anno dopo Gianmaria pubblica il secondo lavoro “Extra-Muros”, ma è dopo la brillante esibizione all’Olympia di Parigi del 1996 che l’Italia si accorge del “suo” cantautore.

    Nel 1999 l’album “Lampo” esce anche in Italia, ma Gianmaria non abbandona il posto di ferroviere e continua a dividersi fra binari e concerti in tutta Europa. La consacrazione nel Bel Paese arriva l’anno successivo con il “Valzer di un giorno“, il primo album di produzione italiana, un disco che ad oggi ha venduto oltre 80.000 copie. “Altre altitudini” (2003) e “Da questa parte del mare” (2006) sono il passato recente.

    Quale è il tuo rapporto con la musica? “La canzone è un’arte minore rispetto alla purezza della poesia o della scrittura in genere, perché si appoggia e sfrutta le scorciatoie della musica che, diciamolo, è un po’ puttana…Ciò nonostante credo che meriterebbe più rispetto soprattutto da parte di chi la propone, a maggior ragione se si pensa a quante canzoni stupende rimangono chiuse nei cassetti…”

    C’è un misto di pudore e sfrontatezza nel suo volto quando si parla di musica, della sua musica: “Quando scrivo una canzone cerco di autocensurare tutto ciò che in qualche modo riguarda solo me, così evito l’ansia da prestazione e la vergogna quando la faccio ascoltare a qualcuno per la prima volta.”

    “Io al contrario di tanti altri colleghi non ho un rapporto quotidiano con la chitarra, talvolta la lascio appesa al muro per mesi e se quando la riprendo mi ricordo quello che avevo suonato l’ultima volta, allora quel qualcosa deve diventare canzone e inizio a lavorarci.”

    Nella sala del teatro scende il silenzio quando testa suona alcune delle sue canzoni più belle, “Una lucciola d’agosto“, “Come al cielo gli aeroplani” e poi “Ritals” una canzone dedicata all’emigrazione… Quale è la posizione di Gianmaria sul tema?

    “Io non mi aspettavo che l’immigrazione in Italia non creasse problemi, ma sinceramente mi aspettavo un po’ di memoria in più da parte nostra. La cosa che mi fa arrabbiare è che le pulsioni di ognuno di noi, stupide quanto normali, spesso vengono aizzate da media e politica e mai calmate”.

    Gabriele Serpe

     

     

  • Franco Battiato, incontro con il maestro: “Non c’è più gioia di vivere”

    Franco Battiato, incontro con il maestro: “Non c’è più gioia di vivere”

    Franco BattiatoCi sono stati e ci saranno decenni nella storia capaci di dare respiro all’intera umanità, decenni in cui accade qualcosa insomma… e non è certo il caso di questi ultimi anni…

    Così Franco Battiato apre l’incontro organizzato dalla Fondazione Garrone. Un bagno di folla all’interno e all’esterno del teatro, a dimostrazione di quanto in tanti anni di attività il cantautore catanese sia stato capace di toccare la sensibilità delle persone.

    Io sto bene, ma non posso fare finta di niente. Non c’è gioia di vivere intorno a me, in qualunque città io vada. Bisognerebbe iniziare dall’asilo, insegnare la musica, le lingue e la spiritualità, perchè tutti abbiamo le stesse possibilità e non esistono differenze fra gli uomini. Se si basasse l’educazione su questi punti la vita sarebbe migliore, sono queste lke cose che davvero contano…

    Eppure tali aspetti dell’esistere sono sempre più distanti dalla vita delle persone: “Il vero problema è che ogni uomo ha terrore di quello che non conosce e preferisce vivere nel dolore con quello che conosce piuttosto che nella gioia con ciò che non sa. Io sono riuscito a fuggire da questa triste legge umana raggiungendo il culmine del dolore. A quel punto trovi le forze per fare il salto nell’ignoto… e non posso fare altro che augurarlo a chiunque. Questo è il vero motivo per cui scrivo canzoni, non lo faccio per me stesso, personalmente potrei tranquillamente farne a meno.

    Ho sempre preferito la nicchia al successo. Quando negli anni settanta ho iniziato a vendere milioni di dischi ho fatto una brusca marcia indietro, ho sempre creduto che il mio mestiere non fosse quello di vendere dischi. Ciò nonostante non ho mai avuto problemi con l’industria discografica, ho sempre fatto quello che ho voluto e nessuno mi ha mai detto qualcosa…

    La conversazione tocca poi altri argomenti, intervallata dall’ascolto di alcuni brani di musica classica cari al cantautore… “La scienza mi appassiona quando non è ottusa. Il misticismo e la scienza oggi sono molto più vicini di quanto si creda, ma il buon scienziato deve avere l’umiltà di definirsi come colui che cerca e mai e poi mai come colui che sa, perchè bisogna accettare che ci sono cose che non si possono sapere e che non hanno spiegazione…

    Con la sua “Oceano di silenzio” che risuona nella mente dei presenti, Franco Battiato dedica un pensiero al silenzio… “Fa paura a tante persone. I bit ossessivi dai locali dei centri cittadini, la musica nei supermercati, per tanta gente rappresenta un sollievo. Io considero il silenzio come assenza di pensiero, non solo di rumore. Va allevato come un figlio, così dovrebbe essere per tutti noi… Studiarlo e avvicinarlo significa vivere meglio, il silenzio apre le porte al sacro. Personalmente la meditazione è il percorso che ho seguito per comprendere il silenzio.”

     

     

  • Gian Piero Alloisio, la musica e il teatro dell’artista “genovese”

    Gian Piero Alloisio, la musica e il teatro dell’artista “genovese”

    Gian Piero AlloisioGian Piero Alloisio è nato ad Ovada nel 1956, ma ancora giovanissimo si trasferisce a Genova dove inizia la sua carriera artistica. Dall’Assemblea Musicale Teatrale alle collaborazioni con Giorgio Gaber e Francesco Guccini. Nel 2008 l’avventura a teatro insieme a Maurizio Maggiani con “Storia della Meraviglia” e nel 2010 il progetto ” La Musica Infinita” per recuperare le opere inedite di Umberto Bindi.

    La tua carriera ha avuto inizio nella Genova dei primi anni settanta. Cosa è cambiato secondo te rispetto ad allora e cosa, invece, ritrovi sempre uguale in questa città?

    Genova è migliorata dal punto di vista dell’aspetto estetico, personalmente la trovo molto più bella oggi rispetto a quarantanni fa. Dall’altro canto, invece, continua a non esistere spirito produttivo, i genovesi non pensano, soprattutto in campo artistico, a sviluppare la loro esperienza e il loro talento nella propria città, preferiscono andare altrove. Tenco, Lauzi, lo stesso Bindi… si vedevano a Milano, raramente a Genova. L’eccezione, in particolare nei primi anni, era rappresentata dalla stanza dei fratelli reverberi alla Foce.

    Il discorso è semplice: siamo eccelsi produttori di musica e arte, perchè non iniziamo a produrre a casa nostra? E non vale solo per la musica, prendi anche gli spettacoli televisivi “Striscia la Notizia“, “Colorado“, “Le Iene“, gli spettacoli di Crozza… tutti esempi di arte genovese emigrata. Non esiste imprenditoria culturale a Genova e credo sia un suicidio per la città, oggi come allora. Eppure la mostra di De Andrè al Ducale aveva dimostrato per l’ennesima volta che il turista viene a Genova per i cantautori e non solo per il Salone Nautico.

    Guccini, Gaber, Fossati… solo per citare tre dei grandi artisti con cui hai collaborato. Cosa ti hanno lasciato?

    Guccini mi ha lasciato la scrittura etica, ovvero l’esigenza di scrivere per gli altri e non per sé stessi. Sembra banale dire “scrivo per gli altri”, in realtà non è così. Anzi personalmente credo sia proprio questo il limite di molti cantautori “moderni”, mi capita spesso di ascoltare brani in cui l’io riguarda sostanzialmente solo colui che canta e nessun altro.

    A Gaber invece devo un aspetto non propriamente artistico, ma fondamentale giacchè è l’unica cosa che rende l’arte possibile: il mestiere. Tu sei il tuo discografico, il tuo editore, il tuo impresario… rifiutare gli intermediari significa non regalare soldi al “grande sistema”. Io questo l’ho capito grazie a lui e ho scelto l’autoproduzione, lui mi ha insegnato che sarebbe stato l’unico modo per restare liberi.

    Con Fossati c’è stato un rapporto di pura simpatia dovuto più che altro alla casualità. lavoravo al Teatro della Tosse e abbiamo collaborato per la creazione di uno spettacolo. Mi è rimasta impressa una teoria di Fossati sulle armonizzazioni vocali, i cori: ricorda Gian Piero, due stonati insieme fanno uno intonato!

    Ti senti fra coloro che sono riusciti a mantenere in vita la tradizione dei cantautori genovesi? Che rapporto hai con tutto ciò che in questo campo è nato o sta nascendo dopo di te, segui le nuove proposte? Credi che sia una tradizione in continua evoluzione o è ormai giunta ad un punto morto?

    Si, confesso di si, mi sento fra coloro che hanno proseguito un cammino, soprattutto per quello che è l’apporto della canzone d’autore alla produzione teatrale. Cerco di seguire tutti coloro che fanno musica a Genova e se c’è la possibilità di collaborare con giovani cantautori genovesi non mi tiro mai indietro. Il mio è anche un ruolo di coordinamento, come è accaduto per gli inediti di Umberto Bindi. E non considero affatto morta la nostra tradizione, anzi.

    Finchè ci saranno ragazze e ragazzi che scrivono canzoni la scuola genovese resterà in vita. Personalmente credo che ancora oggi Genova sia la patria della canzone d’autore, è nel dna di questa città. Come dice Gino Paoli, cosa posso consigliare ad un giovane genovese se non iscriversi al conservatorio e studiare lettere?

    Mi piacerebbe tanto partire da questo aspetto per attirare gente dall’estero e da tutta Italia a studiare a Genova, un’enorme stanza con un pianoforte ed una chitarra, proprio come quella dei fratelli Reverberi per ripartire da dove ci siamo arenati qualche decina di anni fa.

    I grandi esponenti di quel filone di cantautori erano cresciuti insieme, suonavano e si confrontavano ogni giorno… questo a parer mio fu il vero segreto di un così grande successo e il mio sogno è proprio quello di riuscire a ricreare quelle condizioni…

    Gabriele Serpe

  • Ivano Fossati annuncia l’addio: “Non farò più dischi, né concerti”

    Ivano Fossati annuncia l’addio: “Non farò più dischi, né concerti”

    Ivano FossatiIvano Fossati chiude la sua carriera in diretta televisiva in occasione dell’uscita di “Decadancing“, che sarà quindi l’ultimo album del cantautore genovese. “Una decisione serena“, ha dichiarato, a sessant’anni da poco compiuti e con 40 anni di carriera alle spalle.

    “Non si tratta di una decisione degli ultimi giorni, ovviamente ci ho pensato parecchio negli ultimi due o tre anni, lascio perchè ho la sensazione che nella vita avrei potuto anche fare altro e, soprattutto, perchè in un ipotetico prossimo album non potrei più garantire la stessa passione, la stessa lucidità”.

    “Quello che abbandono è prima di tutto il mestiere del registrare dischi e fare concerti, l’attività discografica e quindi le promozioni… Non ho più voglia di stare attento a tutto quello che accade e a come la gente ne parla o lo vede per poi scrivere canzoni, voglio sentirmi libero da tutto questo.”

  • Marco Ongaro, “Gli occhi del mondo”: il disco con De Scalzi

    Marco Ongaro, “Gli occhi del mondo”: il disco con De Scalzi

    Marco Ognaro
    Il cantautore veronese Marco Ongaro ha curato le liriche del disco "Gli occhi del mondo" di Vittorio De Scalzi

    Marco Ongaro è un cantautore di Verona, ha adattato le poesie di Riccardo Mannerini per “Gli occhi del mondo“, l’ultimo album pubblicato da Vittorio De Scalzi.

    Ongaro è stato vero e proprio tramite fra i versi di Mannerini e la musica di De Scalzi, proprio come accadde nel 1968, quando il disco dei New Trolls “Senza Orario Senza Bandiera” si avvallò della collaborazione di Fabrizio De Andrè.

    Oggi, dopo oltre quarantanni, quel ruolo è stato di Marco. “Era la prima volta che lavoravamo insieme – racconta il cantautore – di lì in poi abbiamo scoperto il piacere di una sintonia fondata principalmente sulla stima reciproca, dunque sul massimo rispetto per la dimensione artistica dell’altro. Su indicazione dello storico della canzone Enrico De Angelis, Vittorio si è rivolto a me con la fiducia e il viso aperto che subito gli riconobbi come elementi fondamentali della sua indole. Avevo letto la raccolta di poesie di Riccardo Mannerini nei giorni precedenti il mio arrivo a Genova, cominciai a lavorare sui testi mentre viaggiavo in treno da Verona e arrivato a casa di Vittorio avevo già due testi pronti!”

    “Nei giorni successivi lavorammo sempre, in ogni istante, ad ogni ora e in ogni occasione… un atelier in piena funzione! Fare il grosso del lavoro in più di dieci giorni avrebbe significato frenare l’ispirazione per la considerazione sciocca che serva molto tempo a creare qualcosa di buono. Non è così, nella storia della musica e della poesia ci sono opere scritte di getto ancora difficili da eguagliare, quando il tornado si leva, non si può che seguirne il vortice. Ho cercato di dare il mio apporto senza interferenze competitive, tutto all’insegna di una collaborazione lontana da impulsi ragionieristici. In seguito abbiamo applicato lo stesso metodo alla costruzione delle canzoni per il mio spettacolo teatrale sulla Costituzione, L’Alba delle libertà, con analoghi risultati. Le nostre rispettive sensibilità si sono calibrate l’una sull’altra in miracolosa armonia. Eravamo diretti a uno scopo, consapevoli che non esiste al mondo lavoro più bello che quello di creare”.

    Cosa significa interpretare i versi di un poeta e tradurli in canto? Quanto c’è dei tuoi “occhi” in questi “occhi del mondo”?

    “In alcuni brani, come ne L’ultimo altare, c’è molto di Mannerini e molto di me. Mai che ci sia poco di suo e tanto di mio, semmai viceversa. Come prima cosa ho cercato di assumere in me l’essenza del mondo che Mannerini trasmetteva nelle sue poesie. Poi, dando ad esse forma metrica e rime, ho aggiunto e levato in ordine al mio gusto in fatto di canzone, lasciando che l’immedesimazione prendesse il giusto sopravvento dando voce con immagini mie a sentimenti stimolati dal poeta. Esiste una zona grigia in ogni poesia che meriti tale qualifica, un’area ispirativa imprendibile e interpretabile in più modi, a più livelli. Ecco, l’orgoglio per il mio lavoro sta nel rispetto di quest’area e nella riproposizione, pur tra mille modifiche, del medesimo spirito imprendibile.

    “Siamo gli occhi del mondo / ma tali / non dobbiamo rimanere”… scrive Mannerini…

    “E smettiamola / di guardarci le mani”, così si conclude la breve poesia. Mani che rimangono inerti e non creano, occhi che non guardano altrove, che non cercano per il mondo ciò che il mondo dovrebbe vedere. “Siamo gli occhi del mondo” è l’esortazione a una testimonianza vigile, a una responsabilità attiva. Vittorio e io abbiamo chiuso la canzone con il pensiero estetizzante e ammirato sulle ragazze che escono nella bella stagione, nei loro abiti a fiori. Un tantino decadente, certo, ma almeno si è smesso di guardarsi le mani e, da questa bellezza che è vita, si può ricominciare a testimoniare. La canzone dà il titolo al cd perché rappresenta il vigore vitale della poesia di Mannerini, i suoi ritratti sono il risultato del frugare tra le pieghe del mondo per rappresentare ai sordi la necessità di non addormentarsi, di stare all’erta nell’universo delle ingiustizie e delle fatalità, di leggere almeno il labiale della realtà per cercare la verità sottostante.

    Gabriele Serpe

  • Intervista esclusiva con il cantautore genovese Federico Sirianni

    Intervista esclusiva con il cantautore genovese Federico Sirianni

    Federico Sirianni

    Federico Sirianni, cantautore genovese emigrato a Torino per amore e poi stabilitosi nel capoluogo piemontese. Racconta di essere nato in un taxi e di aver sfruttato il cuore spezzato del tassametro per farsi portare nella città vecchia…E racconta di aver raggiunto Torino con un battello a vapore disincagliato nelle paludi del Mississipi.

    Il cantautore è ancora un mestiere praticabile, una strada perseguibile per le generazioni che ti succedono, o pensi sia ormai quasi una velleità, una chimera?

    E’ un mestiere difficile, soprattutto in un periodo storico come questo. Però chi decide di scrivere per professione lo fa spinto da una sorta di “malocchio” che non gli permette di dedicarsi ad altre attività. Voglio dire, se non hai un sacro fuoco che ti muove testa, stomaco e ventricoli, non esiste alcun motivo per buttarsi in questo crepaccio, si desiste in fretta.

    Quando muovevi i primi passi fra la fine degli ’80 e i primi 90 collaboravi con Luca e Paolo, Casalino, Maifredi… Artisti genovesi che come te sgomitavano per far sentire la propria voce. Sembra che oggi in città quello spirito collaborativo tra artisti emergenti si sia un po’ perso, tanti cani sciolti distanti l’uno dall’altro… Perchè secondo te?

    Sono diversi anni ormai che non vivo più a Genova e non ho più il polso della situazione artistica. Però quel periodo lo ricordo con grande affetto, ci si trovava a casa di Marco Spiccio, medico-pianista e padre putativo di almeno un paio di generazioni di cantautori genovesi, oppure nei locali dei vicoli, dove suonare dal vivo non era una bestemmia e dove, se c’era qualcuno che si azzardava a fare una cover, veniva gettato sui bidoni dell’immondizia antistanti. Eravamo tanti, con più o meno talento, ci si confrontava a colpi di canzoni, si beveva molto. Forse i giovani cantautori genovesi bevono meno? chissà…

    Ti sei stabilito a Torino. Cosa ti ha spinto a lasciare Genova? 

    Sono andato a vivere a Torino per amore. Poi l’amore è finito ma sono rimasto perchè ho trovato una città accogliente e culturalmente viva, che ti permette di lavorare (non parliamo di New York, eh…) e, soprattutto, a differenza di Genova, non ti odia.

    Il cammino professionale di tuo padre (Vittorio Sirianni n.d.r.) credi per te sia stato un aiuto o un ostacolo nella tua crescita come cantautore?

    Mio padre fa un lavoro completamente differente. Avessi seguito le sue orme, come doveva essere nei progetti iniziali, questo aspetto avrebbe potuto forse rappresentare un problema. Devo dire che lui, come mia madre, m’è stato sempre vicino e non ha mai ostacolato il mio percorso. E, come dice il mio amico poeta Guido Catalano, “avere un figliolo che fa il cantautore o il poeta è una roba che un genitore non glielo augurerebbe al suo peggior nemico”…

    Immagina di osservarla dal mare… Genova sembra sporgersi assorta dai monti… Cosa osserva secondo te? A cosa starà mai pensando Genova?

    Pensa: “Vedi come son strani i genovesi? Più sono stronza più questi non si tolgono dal belino”.

    Gabriele Serpe

  • Incontro con Cristiano Angelini, cantautore

    Incontro con Cristiano Angelini, cantautore

    Cristiano-Angelini

    Cristiano Angelini, cantautore nato a La Spezia e genovese di adozione. E’ appena uscito il suo primo album “L’Ombra della Mosca” che ha vinto la Targa Tenco 2011 come miglior opera prima e vanta le collaborazioni di Vittorio De Scalzi e Max Manfredi.
    Neurobiologo ricercatore presso l’Ospedale San Martino e cantautore. Quando nasce questa “seconda vita”? Mah…a dire il vero la seconda vita è quela del ricercatore presso l’Univeristà di Genova, visto che canzoni ne scrivo da quando ho 15 anni, mentre la Laurea è venuta molto dopo. La ricerca non è così dissimile dalla composizione artistica: entrambe le discipline tendono a definire qualcosa che in realtà esiste già. Una sotto forma di comprensione l’altra sotto forma di estensione. Quando facevo Rock prog in italiano (1988 circa) la ricerca sonora e la ricerca lessicale di scrivere rigorosamente in italiano un genere che era notoriamente anglofono, mi ha indirizzato a lungo termine ad avvicinarmi alla canzone d’autore.

    Perchè hai fatto il cd? In quanto tempo? E’ stata una cosa improvvisa o maturata in un tempo più dilatato? Ho fatto un cd perchè ora era tempo di fermare alcune cose su un supporto. Perchè Bruno Cimenti e Nives Agostinis ci hanno creduto e perchè tutti i musicisti che ci hanno suonato hanno sposato il progetto con entusiamo. In particolare Matteo Nahum, che ha realizzato tutti gli arrangiamenti (a parte la Juta di Kalus che è stata arrangiata da Federico Bagnasco) e la direzione artistica del lavoro. Il tempo è stato relativamente breve, i brani si suonavano da tempi nei concerti. Quindi l’opera è stata realizzata velocemente, ma maturata in anni di concerti

    Cosa canti? A chi ti rivolgi? Canto le mie canzoni e mi rivolgo a chi ha voglia di ascoltarle. Se mi ponessi il problema di cosa cantare e per chi sarei ancora a scrivere le prime quartine! Canto le sensazioni che alcune storie mi danno ed a volte lo faccio con una dinamica cinematografica, nel senso dei flash visivi, mentre altre volte sono vere e proprie storie narrate. Non ho un tema preferenziale. Solo quello che mi colpisce e mi attira affrontare. Non scrivo canzoni d’amore perchè quello preferisco viverlo.

    La tua passione musicale quando nasce? Vengo da una famiglia di musicisti in qualche modo. Mio cugino è Tony Parisi, jazzista professionista che lavorò nella band di Joe Venuti, fece il Capolinea a Milano per anni ed è nell’Enciclopedia del jazz. Anche un mio zio è musicista ed iniziò a La Spezia nela band di Toto Cotugno (Toto e i tati) negli anni 60. Quindi la mia passione per la musica nasce in culla, progredisce attacato ad un manico di scopa a canatre Morandi da infante per il parentado in estatsi, prosegue con le dita sulla chitarra fino all’Ombra della Mosca, per ora almeno.

    Manuel Garibaldi

     

  • A tu per tu con il cantautore genovese Max Manfredi

    A tu per tu con il cantautore genovese Max Manfredi

    Max ManfrediMax Manfredi, classe 1956, cantautore genovese amato anche oltre i confini nazionali, ha presentato il 5 gennaio 2011 al Teatro della Tosse “la luna nel ghetto”, uno spettacolo di musica e poesia in cui l’incasso sarà devoluto al progetto “Oltre il ghetto” della comunità di San Benedetto.

    Max, c’è chi ha affermato: “i cantautori sono la voce del futuro”. Tu che futuro racconti?

    Non prendo per buona la premessa. Dire che i cantautori sono la voce del futuro è altrettanto ottuso che retrocederne l’importanza al passato remoto.Certo, quest’ultima posizione è più malevola. Entrambe non tengono conto della realtà, e soprattutto non chiedono il parere degli agonisti, di coloro che le canzoni le cantano e le fanno, ma anche degli ascoltatori, che ne determinano l’esistenza. Io penso che una canzone non abiti il tempo cronologico. Si trova presa in rete fra passato e futuro, fra la realtà e il sogno. La canzone è obliqua rispetto al tempo. Io ricevo richiami dal passato e dal futuro, qualcosa mi segno, qualcosa commento da questa postazione precaria ma ingombrante che è il presente. Quello mio, quello che condivido con gli altri e quello che non condivido. La canzone “fa presente”, ma da dove viene e dove va rimane nascosto fra le sue  pieghe.

    Cosa pensi dell’ascesa dei talent show musicali, xFactor in testa?

    Sono una forma di calmiere che il mercato impone e si impone per recuperare stralci di sopravvivenza. E’ come la scoperta dell’acqua calda: determiniamo alcuni fenomeni attraverso i media, così non hanno bisogno di tanta pubblicità, ci sono, per così dire, già di casa. Rispetto ad una offerta di artisti che corrisponde ormai alla quasi totalità della popolazione, ne inventiamo un numero chiuso. A questo punto, essendo benedetti dal riconoscimento mediatico, non trovano nemmeno difficoltà ad avere i concerti. Il tutto funziona il tempo di vendere qualche suoneria.

    Di per sé non è un fenomeno disprezzabile. E’ la situazione del mercato discografico che è insostenibile. Se poi qualcuno pensa che sia un modo per salvare capra e cavoli, qualità e vendite, non tiene conto di tutti i fenomeni di vera qualità che, non benedetti dall’intercessione mediatica, si trovano ad essere sottoesposti e quindi danneggiati.

    Al calmiere  dei talent show dovrebbero corrispondere altre iniziative, volte a conclamare e difendere il valore degli artisti più interessanti, dato che il mercato, da solo, non basta a salvarli e nemmeno a salvarsi. Fra l’altro si tratta di un “libero” mercato che libero non è affatto, composto da multinazionali e una nebulosa di indipendenti e indipendentine.

    Nel 66 Lennon dichiarò provocatoriamente che “i Beatles sono diventati più famosi di Cristo”. Un’affermazione quanto mai lungimirante visto il sempre più debole appeal della religione sulle nuove generazioni occidentali… Quale è il tuo rapporto con la religione?

    Non mi pare che Cristo abbia perso il suo appeal mediatico. Ma credo che la religione sia una faccenda segreta, intima, dell’individuo. Se fossi un religioso, magari cattolico, mi preoccuperei della mia chiesa e del suo asservimento agli strumenti mediatici (del demonio) così come se fossi uno di sinistra che insegue l’utopia dell’ortodossia (e non un bastardo come sono) mi preoccuperei della stessa cosa, parlando non più di un’entità mitologica come il demonio, ma di un’altra entità altrettanto mitologica che è il potere…

    Gabriele Serpe

  • Claudia Pastorino, intervista con la cantautrice genovese

    Claudia Pastorino, intervista con la cantautrice genovese

    Claudia PastorinoPer tanti anni ha affiancato il piano-bar ai suoi sogni da chansonnier. Oggi e’ un’artista ricca di impegni, fra poesia, musica, libri e teatro. Cinque album pubblicati (il primo “I gatti di Baudelaire” nel 1995), diversi saggi (fra cui “SAMAN SUTTAN Il canone del Jainismo” nel 2001 per Mondadori) e romanzi noir.

    Ogni incontro di Era Superba che si rispetti non puo’ che partire da lei: Genova è…

    …La mia Genova e’ un bel “maniman”, una citta’ diffidente e bloccata. Io lo so e l’ho sempre saputo, ma cio’ nonostante non sono mai riuscita a lasciarla. Ho avuto per vent’anni questo blocco e ho sempre deciso di rimanere. Eppure essere genovesi e restare a Genova per fare musica e’ una scelta coraggiosa e un po’ masochista… Mentre altrove mi sento maggiormente apprezzata, per la mia citta’ sono l’eterna artista emergente, ed e’ paradossale perche’ io non vorrei vivere in nessun altro posto al mondo. In questo senso il premio “Via del Campo” che ho ricevuto due anni fa e’ stato per me un riconoscimento importante e molto sentito.

    Dovessi prendere per mano il lettore e portarlo attraverso la citta’ di Claudia Pastorino, quella delle immagini, dei ricordi… Dove lo porteresti? E… chi gli presenteresti durante il cammino??

    Partirei sicuramente da Pegli, la mia casa, il posto in cui vorrei vivere e in cui vivo. Poi una piccola piazza nella zona del Carmine… Piazzetta della Giuggiola. Ho abitato li’ dieci anni e li’ ho scritto praticamente tutte le mie canzoni. Ricordo un inverno con venti centimetri di neve tutti raccolti in quel minuscolo quadrato di case… uno scenario surreale. D’obbligo una sosta alla Stanza della Poesia di Claudio Pozzani in piazza Matteotti e poi due zone del centro storico che dagli anni novanta ad oggi sono cambiate moltissimo: Santa Brigida e Maddalena. Santa Brigida negli anni ottanta era davvero in ginocchio, ricordo la piazza dei Truogoli come un tappeto di siringhe, era chiusa e abbandonata. Oggi il quartiere e’ rinato e la zona e’ tornata ad essere splendida come tantissimi anni prima. La Maddalena, invece, fino ai primi novanta la ricordo come una strada magica, odori indimenticabili, l’atmosfera di una vecchia Genova che non ne voleva sapere di morire… e invece nel giro di pochi anni e’ cambiato tutto, e’ stato un attimo. E, per completare, presenterei sicuramente il grande Max Manfredi obbligandolo a suonare Luna Persa. La canzone da’ il titolo al suo ultimo album, ma io la conosco da almeno dieci anni perche’ lui l’ha sempre suonata. E’ un capolavoro, una canzone che si puo’ guardare…

    Hai citato gli anni ottanta, i primi novanta… Tu stavi muovendo i primi passi come artista…

    Si.. e in quegli anni feci anche scelte che non consiglierei a nessuno di fare. Soffrivo di una timidezza quasi paralizzante che mi portava ad essere molto rigida, facevo di testa mia e andavo avanti per la mia strada. Ho incontrato durante il cammino grandi artisti e persone che avrebbero potuto arricchirmi tantissimo, ma mi bloccavo, m’irrigidivo e alla fine mi perdevo… Ai tempi quella solitudine mi sembrava magica, oggi non la penso piu’ cosi’. Quando facevo piano-bar la sera per guadagnarmi da vivere mi rifiutavo di cantare canzoni che non mi piacessero, la gente magari mi chiedeva un pezzo e io rispondevo semplicemente che mi rifiutavo di cantare canzoni di quel genere. Insomma, riassumo tutto con due parole: che fatica!

    “Voglio mettermi sola ad aspettare: a stare sola ho gia’ imparato … e sara’ anche bello! Non so questa attesa di te cosa mi portera’ e non so se tu esisti davvero o nella fantasia…” Questa canzone l’hai scritta dodici anni fa, quando molti tuoi testi cercavano quell’amore perfetto che prima o poi arrivera’… La Claudia di oggi, una splendida quarantenne, cosa pensa a proposito di quel sogno d’amore tanto cantato?

    Che e’ un’illusione, quel “tu” della canzone che hai citato per me non esiste piu’. Mi sono congedata da quella idea di amore da diverso tempo, oggi la risposta e’ sicuramente che si trattava di fantasia!

    Hai scritto alcuni libri sul Jainismo, la piu’ antica dottrina della nonviolenza, un argomento che ti ha sempre influenzato molto, seppur poco conosciuto in Occidente…

    E’ un ambito spirituale magico quello della non violenza… In Italia non esisteva nulla di tradotto sul Jainismo prima del mio tentativo, per cui si tratta sicuramente di un mondo per molti nuovo che consiglio di esplorare. Considero lo Jainismo la possibilita’ piu’ alta per avvicinarsi al sacro… Ma non si tratta di una pratica spirituale, i rigori da rispettare sarebbero assolutamente eccessivi per la nostra cultura.

    A 17 anni hai anche fondato la prima Lega Antivivisezionista in Liguria, che diede ai tempi grande impulso ai movimenti animalisti. Una causa per la quale ancora oggi combatti…

    Ancora prima ed indipendentemente dall’arte, per me l’animalismo e’ sempre stata una priorita’. Finche’ gli uomini continueranno a parlare di liberazione e liberta’ considerando solo la propria specie non ci sara’ mai progresso morale. Il musicista filosofo Wagner, a proposito della vivisezione, un giorno disse: “Si tratta di un crimine contro la vita, qualunque sia la specie.” Questo e’ secondo me il concetto… e anche i vari vegetarismi di moda dovrebbero entrare in questa ben piu’ ampia visione delle cose.

    Gabriele Serpe

  • Sergio Alemanno, la canzone dialettale della scuola genovese

    Sergio Alemanno, la canzone dialettale della scuola genovese

    Sergio Alemanno“Io non so quale è la Genova nella quale sono cresciuto e mi sono formato, a dire il vero, non la ricordo come una città diversa da quella in cui viviamo oggi, semplicemente il mondo stava cambiando e dall’America arrivava il rock’n roll… Noi eravamo abituati a Sono tutte belle le mamme del mondo e all’improvviso ci siamo ritrovati fra le mani dischi di Fast Domino, Little Richard… Mi sono detto: belin, cosa succede??”

    Abbiamo incontrato Sergio Alemanno prima del suo concerto al Berio Cafè di Genova. Lui, considerato da tutti, capostipite della canzone dialettale genovese…

    “Poi sono arrivati i cantautori e anche loro mi hanno fatto capire che si poteva parlare d’amore nella canzone come nella vita, utlizzando lo stesso linguaggio. L’inizio di qualcosa e’ sempre un momento unico e speciale, tutto quello che ne consegue e’ per forza un ripetersi. Questa e’ l’unica differenza fra quella Genova e la citta’ dei nostri giorni…”

    Come hai mosso i primi passi nella musica in un periodo storico ancora molto difficile?

    Io da ragazzo volevo cantare il rock ‘n roll in italiano anche se i miei genitori volevano che facessi il ragioniere. Poi ho iniziato a scrivere le prime cose in dialetto quando ancora per la gente esisteva solo “ma se ghe pensu“… Scelsi di raccontare la Genova di tutti i giorni, utilizzando espressioni e immagini comuni a molti genovesi, fui il primo e fu la mia fortuna. Mi emozionava quello che facevo, e mi resi subito conto che quello era il segreto: se tu provi emozione cantando inevitabilmente la trasferisci a chi ascolta. Si accorsero di me per primi Gino Paoli e Umberto Bindi e decisero di incidere le mie canzoni. Poi con il tempo ho inziato a scrivere anche qualcosa in italiano, ma ancora oggi, quando canto un pezzo in italiano, l’ispirazione e l’emozione mi vengono in genovese.

    Poi l’idea della bottega… dove il fabbricante di canzoni si metteva a disposizione della città per le serenate…

    Eh si… la cosa fece scalpore, tanto che alla fine mi rubarono l’idea e ne fecero una trasmissione televisiva! Quando nacque la bottega il Secolo XIX mi diede la prima pagina, mi invitarono al Maurizio Costanzo Show.. Non me lo sarei mai aspettato, perche’ in realta’ la mia idea era molto semplice e instintiva. Io mi sento un fabbricatore di canzoni, il mio sogno e’ ancora oggi quello di avere una bottega, stare lì tutto il giorno, mettere le canzoni sul banco e fabbricarle una ad una… da’ molto piu’ idea di lavoro… e’ affascinante. Così mi venne l’idea di aprire la “bottega delle serenate” presso il teatro di Campo Pisano, la gente mi chiamava e io portavo musica a domicilio, sotto i balconi o ai citofoni. Solo che dopo un anno mi sono rotto le balle e, non contento, mi sono anche fatto fregare l’idea come un allocco!!

    Manuela Stella

  • Vittorio De Scalzi: intervista con il cantautore genovese leader dei New Trolls

    Vittorio De Scalzi: intervista con il cantautore genovese leader dei New Trolls

    Vittorio De Scalzi dal vivoPartiamo da “Mandilli“, un album in dialetto genovese. Per te, tra l’altro, non e’ la prima esperienza con i testi dialettali, gia’ agli inizi della carriera avevi collaborato e scritto per i “Trilli”… In un contesto in cui il dialetto fa sempre piu’ fatica a conservarsi fra le nuove generazioni, che significato pensi possa avere la tua nuova avventura musicale?

    Eh gia’, ma ancora prima dei Trilli scrissi “Come sei bella Zena“, una canzone che oggi viene spesso considerata senza autore e fatta risalire alla tradizione popolare genovese… Per carita’ ormai ha quarantanni quel pezzo, pero’ l’ho scritto io!!! Scherzi a parte… Ho intrapreso l’avventura musicale di “Mandilli” innanzitutto per amore, un amore fortissimo per la mia citta’. Poi, come dici bene te, il dialetto e’ una scelta importante… Perche’ considero la nostra lingua l’arma piu’ preziosa che abbiamo per combattere l’omologazione generale verso cui il mondo di oggi ci spinge. I giovani che non conoscono il genovese purtroppo perdono contatto con la loro terra, perche’ le parole sono l’espressione dei nostri pensieri ed e’ un po’ triste che oggi, davanti alla tv, un marchigiano, un valdostano ed un ligure possano avere gli stessi identici pensieri…

    Amore per la tua citta’… Quanto ricambiato secondo te?

    Beh, devo dire che percepisco e ho percepito in tutti questi anni davvero tanto amore dalla mia citta’. Quando giro per Genova la citta’ sembra piccolissima, un paese… Perche’ tutti mi salutano e mi parlano e a me sembra di conoscere tutti… e’ bellissimo, magico. Non avendo mai nascosto la mia fede blucerchiata, inoltre, i tifosi si fermano e mi parlano spesso di calcio, genoani e sampdoriani. Si sa quanto sentiamo la fede calcistica noi liguri…

    La scelta del dialetto genovese fu anche di Fabrizio De Andre’ in occasione dell’album Creuza de ma. Forse, considerando soprattutto il tuo lungo rapporto professionale e di amicizia con Fabrizio, quell’album puo’ essere considerato “il padre” del tuo “Mandilli”?

    Il padre non credo… sicuramente, pero’, la strada che percorre il mio disco e’ la stessa che Fabrizio spiano’ a tutti noi cantautori genovesi nel 1984 con “Creuza de ma”. La lingua genovese grazie a lui varco’ nuovamente i confini del porto, per tornare ad insinuarsi in tutto il mediterraneo.

    Stiamo vivendo giorni “furibondi”, come probabilmente lui stesso avrebbe scritto. Tutta Italia parla di lui, ahime’, tante volte anche a sproposito. Tu che insieme a lui hai trascorso tantissimi momenti chitarra alla mano, cosa pensi di questa “De Andre’ mania”?

    Sono d’accordo con te, io penso con tutta sincerita’ che Fabrizio si stia facendo tante grasse risate da lassu’. In molti casi ho assistito ad una vera e propria mercificazione della sua poesia e non credo ce ne fosse bisogno. Lui per me era un magnifico mosaicista e cesellatore di parole, scriveva sempre la parola giusta al momento giusto e questo era un grande dono. Ricordo che avevo sedici anni quando gli davo la caccia le rare volte che veniva ai bagni Lido. Lo cercavo e quando lo trovavo facevo tanto che riuscivo a entrare con lui nella sua cabina. Gli facevo ascoltare le mie primissime cose, con una chitarra di plastica, un suono orribile. Era il 64 se non ricordo male, Fabrizio era gia’ Fabrizio De Andre’, ma non diceva nulla e mi ascoltava paziente… Io avevo l’abitudine di cantare parole a caso in inglese senza significato perche’ non avevo dei veri e propri testi: “Evita di dire ste stronzate in inglese – mi disse una volta – scrivi subito i testi quando hai la musica, esprimi quello che senti in italiano…” Qualche anno dopo lui si occupo’ di tutti i testi di “Senza Orario Senza Bandiera”, il primo album dei New Trolls, adattando le poesie del poeta genovese Riccardo Mannerini che tanto lo aveva ispirato. Fu l’inizio di una bellissima amicizia e di tante collaborazioni…

    Vittorio De ScalziVeniamo ai “New Trolls“, una delle pagine piu’ importanti della storia del rock italiano. Dal Giappone alle Americhe, un successo planetario. Dal primo album con testi di Mannerini e De Andre’, passando per il celebre “Concerto Grosso“… Ripensando a quegli anni e’ piu’ la malinconia o l’orgoglio? Quale e’, se c’e’, il rimpianto di Vittorio De Scalzi? E la chiave di tanti successi?

    La chiave del successo se uno sapesse trovarla sarebbe tutto piu’ semplice… Non lo so, non ne ho idea. Sicuramente sono una persona molto caparbia e questo mi ha aiutato molto, poi credo serva anche un po’ di presunzione… Bisogna andare controcorrente senza aver paura di farlo, cercare il “nuovo” che ovviamente all’inizio non piacera’ a nessuno… Ma se pensi che siano loro a non capirci nulla e tu ad avere fra le mani qualcosa di forte, allora continui ad andare dritto per la tua strada e da qualche parte arriverai. Malinconia nessuna, davvero, un po’ di orgoglio invece si, sono sincero, soprattutto quando vado all’estero… in Giappone mi dimostrano sempre moltissimo affetto. Un rimpianto… ti diro’, a dirla tutta un rimpianto c’e’: non aver iniziato prima a fare il cantautore. Da bambino volevo una band a tutti i costi, i Beatles e i Rolling Stones erano un mito per me. Poi con Nico Di Palo fondammo i New Trolls e i miei sogni si realizzarono… Ci ritrovammo ad aprire i concerti degli stessi Stones e a conoscerli di persona, facevamo rock progressivo, che era quello che ci piaceva fare, e guadagnavamo molti soldi… I tempi pero’ cambiarono e, desiderosi di mantenere il successo che avevamo raggiunto, ci buttammo nella musica piu’ leggera, il pop. Ebbene, quella scelta oggi la soffro un po’, avrei preferito forse concentrarmi subito su una strada simile a quella che sto percorrendo ora…  

    I fan della vostra generazione spesso affermano che se i New Trolls non avessero avuto problemi di convivenza all’interno del gruppo, caratteriali ed artistici, avrebbero potuto dare ancora molto di piu’ di quello che hanno dato alla musica italiana. Quanto c’e’ di vero in tutto questo? O forse furono proprio queste divergenze la forza del vostro sound…

    Non lo so cosa avrebbero potuto dare i New Trolls senza i problemi che ci sono stati… So pero’ che eravamo quattro ragazzini sostanzialmente molto diversi, come estrazione sociale, studi e soprattutto preparazione musicale. Piano piano, crescendo e maturando, certi problemi era normale che uscissero. Abbiamo avuto la fortuna di non fare gavetta, il che significa che a ventanni avevamo soldi, successo e a quell’eta’ certe cose ti danno alla testa. Tanti manager ci hanno poi mangiato sopra e noi, da parte nostra, abbiamo sperperato tanto… Diciamo che in un certo senso i problemi ce li siamo anche un po’ cercati, ma suonavamo bene, eravamo forti e questo veniva prima di ogni altra cosa.

    Te e Nico Di Palo (i “Lennon-McCartney” di casa nostra…), avete avuto la fortuna di muovere i primi passi in un terreno gia’ incredibilmente fertile. In quegli anni erano emersi e stavano emergendo dai nostri vicoli grandi talenti… Che ricordi hai di quegli anni?

    Negli anni sessanta a Genova e in Liguria c’era un fermento creativo oggi impensabile. Prendiamo ad esempio il Festival di Sanremo… Noi suonavamo in un locale a Sanremo in quel periodo, il Club 64. Gli artisti in gara al Festival venivano a sentire noi dopo essersi esibiti, noi che eravamo agli inizi. Si passava la notte a suonare, ricordo una lunga jam session con Stevie Wonder… oggi queste cose non accadono piu’. Alla Foce, in fondo a via Cecchi, c’era un bar frequentato da tutti gli artisti della citta’. C’era il poeta Riccardo Mannerini, lo stesso Fabrizio, poi Tenco, Lauzi, i fratelli Reverberi… io ero ancora un ragazzino. Poi mio padre apri’ un ristorante a Sturla sul mare, nella zona di via del Tritone, da “Gianni”, si chiamava… e li’ iniziarono a venire tutti loro. Avevo allestito nel retro una sala con gli strumenti e li’ rimanevamo la notte ore e ore a suonare, provare, parlare… Tutti gli artisti genovesi, ma ricordo ad esempio anche la P.F.M. e i Rokes di Shel Shapiro. C’era un’atmosfera davvero fantastica. Ricordo la prima volta che mi presentarono Tenco, lui era un appassionato di baseball e venne a mangiare da mio padre con tutta la squadra. Mi fece l’autografo su una pallina da baseball…

    Una domanda un po’ particolare… Dal rock progressivo al pop passando per la musica classica con i New Trolls, poi la tua vasta produzione cantautorale sino all’ odierno “Mandilli” e infine le canzoni scritte per la Sampdoria… Insomma, una carriera lunghissima che ha saputo toccare con maestria tanti generi cosi’ diversi fra loro. Se Vittorio De Scalzi non fosse gia’ conosciuto… e dovesse farsi conoscere con una canzone per ognuno di questi mondi musicali che poi rappresentano probabilmente anche stagioni diverse della tua vita… cosa farebbe ascoltare di se’??

    Signore io sono Irish“, con il testo di Fabrizio De Andre’… quelli erano i primi New Trolls. Poi “La nuova predica di padre O’Brian”, per quanto riguarda il rock progressivo… La stagione del pop e’ invece caratterizzata senza dubbio da “Quella carezza della sera“, mentre “Lettera da Amsterdam” credo sia la piu’ significativa fra le canzoni che ho scritto per la mia Samp. Infine, dall’ultimo album, “Aia da respia” e’ un brano che mi piace moltissimo…

    Abbiamo accennato alle tante canzoni che hai scritto con tuo fratello a cavallo fra gli anni ottanta e novanta per la Sampdoria. La particolarita’ e’ che oggi, molti giovanissimi, iniziano a sentire il nome di De Scalzi proprio per quella “Lettera da Amsterdam” che la gradinata sud intona a gran voce ogni domenica… Che effetto ti fa??

    Beh, e’ semplice risponderti… fa godere! Ogni domenica e’ un’emozione meravigliosa e credo che un artista come me non potrebbe chiedere di meglio…

    A Genova sono tanti i giovani artisti, in tutti i campi, che sognano di emergere e cercano di far sentire la propria voce in tutti i modi… Quale strada consiglieresti loro di percorrere nella realta’ di questi tempi per farsi conoscere al grande pubblico?

    Sicuramente direi loro che non esiste una strada da percorrere, ma non sono io la persona giusta per dare consigli di questo tipo. A volte le strade che portano al successo sono davvero misteriose e non rintracciabili…

    Capita spesso che il primo scoglio da superare per un ragazzo che sogna di vivere della propria arte sia la famiglia stessa, la quale impaurita per un futuro incerto del proprio figlio, lo scoraggia per indirizzarlo verso altri orizzonti.. Che ruolo ha avuto la tua famiglia per la realizzazione dei tuoi sogni?

    E’ vero quel che dici ed e’ altrettanto vero che per me la famiglia e’ stata fondamentale. Mio padre lo ringraziero’ sempre, con me fu incredibile. Lui credeva fortemente nelle mie qualita’ e faceva di tutto per incitarmi ad andare avanti. A forza di cene corrompeva i discografici per far avere un contratto ai New Trolls e alla fine ci riusci’… Anche la possibilita’ di aprire i concerti dei Rolling Stones arrivo’ grazie all’intraprendenza di mio padre…

    Gabriele Serpe