Tag: economia

  • Fallimento Aster, la manutenzione potrebbe ritornare al Comune

    Fallimento Aster, la manutenzione potrebbe ritornare al Comune

    Palazzo TursiLa crisi di A.S.Ter non è certo uno “scoop”. L’Azienda è in crisi da anni, o meglio, dal momento in cui è stata fondata.

    Nel gennaio del 2011 i lavoratori avevano alzato la voce chiedendo garanzie al Comune, da quel momento i conti dell’azienda sono finiti nell’occhio del ciclone, tante spese e scarsi risultati. In quell’occasione si iniziò a parlare in consiglio comunale di nuovo piano di controllo sulla qualità dei lavori pubblici effettuati da A.S.Ter, di un nuovo piano d’impresa, una nuova discussione sulle voci del bilancio e lo stop a nuovi debiti per manutenzioni straordinarie.

    A distanza di quasi un anno la situazione non è migliorata. Il bilancio online pubblicato sul sito di A.S.Ter mette in mostra uno strabiliante attivo, ma non è lì che bisogna andare a cercare i problemi. O, perlomeno, si può provare a leggere fra le righe… Ed è così facendo che balzano agli occhi ad esempio i 14 milioni di differenza fra i crediti (17 milioni) e i debiti (3 milioni), oppure il capitale circolante netto (indicatore utilizzato per verificare l’equilibrio finanziario dell’impresa nel breve periodo) che è diminuito in un anno di quasi 5 milioni.

    Indicativo è il dato relativo al ROI che è l’indice di redditività ed efficienza economica della gestione dell’impresa e che dovrebbe non essere mai inferiore all’8%. Nel bilancio di A.S.Ter il ROI si assesta intorno al 5,5% nel 2009 e al 6% nel 2010, il che significa che il capitale investito non è remunerato a dovere.

    Ma è importante sottolineare un “particolare” che aiuta a comprendere il perchè del bilancio in attivo di un’azienda in crisi nera: quasi la metà dell’attivo dello stato patrimoniale è rappresentato dai crediti verso il Comune di Genova, crediti che non è scontato che il Comune di Genova sia in grado di pagare. Questo è il nodo della questione. Per comprendere meglio la situazione basta pensare che i lavori per la segnaletica relativi al 2006 sono stati incassati quest’anno.

    Inoltre, dal momento della creazione di A.S.Ter nel 2004 ad oggi, i dipendenti sono praticamente raddoppiati, da 250 a 432. Quale futuro si prospetta per i lavoratori?

    Facciamo un passo indietro. La manutenzione del territorio comunale un tempo era affidata a operai direttamente alle dipendenze del Comune, falegnami, muratori, giardinieri, idraulici e via dicendo… Si chiamavano “Officine Comunali“.

    A.S.Ter. (Azienda Servizi Territoriali del Comune di Genova) e’ stata costituita nel mese di ottobre 1999 prendendo in carico la manutenzione di strade ed impianti di illuminazione pubblica e inglobando 250 operi trasferiti appunto dalle “Officine”. Gli operai che non passarono ad A.S.Ter restarono alle dipendenze del Comune, più precisamente delle Circoscrizioni per interventi di manutenzione sul territorio. Poi nel 2002 il Comune affidò ad A.S.Ter nuovi compiti come la manutenzione delle strade e la gestione di parchi e giardini e nuovi operai ex Officine vennero trasferiti.

    Dichiarando il fallimento di A.S.Ter la manutenzione pubblica tornerebbe direttamente a carico del Comune e i dipendenti dovrebbero quindi essere nuovamente integrati nella macchina comunale. Dunque, si torna alle “Officine Comunali”?

    La conclusione è molto semplice. Allo stato attuale il Comune versa soldi pubblici ad A.S.Ter (talvolta anche denari per cui era prevista diversa destinazione, vedi caso “barriere architettoniche” di qualche mese fa) per coprire i buchi di bilancio e per pagare i dipendenti: in caso di fallimento crollerebbe il tramite, ma resterebbero i problemi.

     

  • Genova: il calo demografico è un dato preoccupante

    Genova: il calo demografico è un dato preoccupante

    San Lorenzo, pozzangheraLa Liguria è un paese di arzilli vecchietti: meno male, dico io, guardando con una certa apprensione la mia carta d’identità e calcolando, con una buona dose di ottimismo, quante e quali aspettative di vita mi riserva il futuro. Purtroppo, parallelamente ad un aumento della longevità, si assiste ad un decremento significativo di nascite.

    Questo è il grido di allarme lanciato dalla Cgil, nel corso del seminario “La Liguria e il Nord: economia, società, rappresentanza”, ma si tratta di dati su cui ormai da diversi anni ragionano economisti, imprenditori, investitori, politici e intellettuali di Genova e dintorni.

    I dati sono significativi : dal 1985 al 2011 gli abitanti liguri registrano un calo di 146.533 unità, pari all’8,3%. La classifica vede al primo posto Genova (meno 12,9%), cui segue La Spezia (meno 5,4%) ed infine Savona (meno 1,8%). In controtendenza , Imperia registra un aumento dell’ 1,2%.

    Facendo una rapida media, il tasso naturale di crescita si attesta su un meno 5,9% che viene, in parte, compensato da un flusso migratorio verso la nostra regione. Se, poi, prendiamo in esame le fasce di età vediamo come l’ 11.4% della popolazione, con un età compresa tra 0 e 14 anni, strida con il 61.8% di quelli tra i 15 e i 64 anni, il 26.8% di 65enni, il 6.8% degli over 80.

    Questi dati, particolarmente rilevanti nel nostro territorio, si allineano su quella che è la tendenza nazionale che è di 1,5 figli per famiglia. Al centro del problema della bassa natalità non sono, ovviamente, avvincenti programmi televisivi, ma l’innegabile evidenza che un figlio rappresenta un peso economico rilevante nell’ambito delle famiglie, nonché fonte di ansie. Servizi sociali di supporto insufficienti quali gli asili, rette sempre più costose, baby sitters da retribuire se si è sprovvisti di nonni compiacenti e un futuro di incertezze lavorative non entusiasmano certamente chi decide di pianificare una nascita.

    Poi, ci sono i “single”. Che siano uni-famigliari per scelta o per necessità sta di fatto che questo fenomeno ha avuto, a livello nazionale, una crescita del 30% e, come ormai geneticamente provato, i figli si fanno in due. Anche in questo caso, il lavoro precario, che non permette di avventurarsi in un mutuo-casa e tantomeno in progetti famigliari, incide pesantemente sulla numerologia della popolazione.

    Perché una diminuzione di natalità preoccupa tanto? Sembrerebbe facile rispondere: i bambini sono il nostro futuro. In realtà sono, anche, il nostro presente risultando essere gli ignari fautori di disagi economici. Un esempio per tutti è la perdita secca di 2800 posti di lavoro tra gli insegnanti. Loro stessi, futuribili fonti lavorative, non saranno in grado di contribuire alla produzione di ricchezza per nostra collettività e a controbilanciare il costo sociale degli anziani.

    Nel dibattito non poteva mancare una riflessione sulla preoccupante emorragia di residenti, soprattutto di quelli in età lavorativa. Nel 2010 come ha riferito il Segretario Generale della Camera del Lavoro di Genova, Ivano Bosco, si sono persi circa 7 mila posti di lavoro e ai “vacanzieri obbligati” non è rimasto che rivolgersi altrove alla ricerca di nuove opportunità.

    In questo grigio panorama, solo una timida nota foriera di ottimismo : un incremento dei traffici marini e del turismo che, a Genova, ha fatto registrare un aumento del 6,75.

    Adriana Morando

  • Eni al Festival della Scienza: il “miracolo italiano” di Enrico Mattei

    Eni al Festival della Scienza: il “miracolo italiano” di Enrico Mattei

    EniUn pilastro dell’ industria italiana racconta la sua storia: attraverso un itinerario di immagini che sanno di lavoro e di capacità imprenditoriale, l’ENI (Ente Nazionale Idrocarburi) ripercorre le tappe fondamentali che ne hanno fatto un leader mondiale nei servizi petroliferi.

    Nel Palazzo Grimaldi della Meridiana, sede della mostra, incontriamo un animale che si muove a suo agio tra grifoni, tritoni, centauri, basilischi, miti chimerici della tradizione genovese. E’ un cane a sei zampe, nero, sputa fiamme come il drago di S. Giorgio ed è, come cita un fortunato slogan coniato da Ettore Scola, “il cane a sei zampe fedele amico dell’uomo a quattro ruote”.

    Seguendo le sue orme ci addentriamo lentamente in questo flashback storico. Siamo nel 1946, una svolta importante segna la vita dell’Agip, società creata con lo scopo di cercare e commercializzare petroli e derivati: sono stati individuati giacimenti di idrocarburi nella pianura padana, a Cabiaga e a Cortemaggiore. Enrico Mattei, nominato commissario straordinario, grazie a questa scoperta, riesce a salvare l’azienda dalla liquidazione e a creare le condizioni per la costruzione di una ampia rete di metanodotti e di distributori per l’erogazione di benzina.

    Nel 1952, un’intuizione geniale dello stesso Mattei, porta a creare un marchio che diventerà il simbolo dell’ENI nel mondo. Viene lanciato un concorso, con un montepremi di dieci milioni di lire, che vedrà vincitore, su 4000 elaborati, il cane a sei zampe, realizzato dallo scultore Luigi Broggini e presentato dal milanese Giuseppe Guzzi.

    Nel giro di pochi anni questa azienda sviluppa una solida struttura organizzativa di 56000 dipendenti grazie ad una politica di sviluppo supportata da laboratori di ricerca d’avanguardia, dall’istituzione di una Scuola Superiore sugli idrocarburi destinata alla formazione dei quadri e dei dirigenti ma, soprattutto, con strategie a favore dei dipendenti che si traduce in un forte spirito di appartenenza.

    Nel 1954 un accordo col governo egiziano guidato da Nasser è la pietra miliare di intese internazionali tra paesi produttori e compagnie petrolifere (formula Mattei), a cui seguirà la convenzione siglata con lo scià di Persia nel marzo 1957 e con il governo sovietico nell’ottobre 1960. Il sogno di Mattei è di accompagnare l’Italia verso una relativa indipendenza energetica, sogno che s’infrange il 27 ottobre 1962 quando l’aereo Morane-Saulnier MS-760 Paris, che lo porta da Catania a Milano, precipita nelle campagne di Bascapè, un piccolo paese in provincia di Pavia.

    Ma il cammino è tracciato e, nel 2010, l’ENI vanta un bilancio utile netto di 6,18 miliardi di euro e una previsione di ulteriore crescita per il 2011. Un vero miracolo italiano come aveva profeticamente scritto il Financial Time nei lontani anni ‘50.

    Adriana Morando

  • Stay hungry, stay foolish… stay lazy! – Le vergogne di Apple

    Stay hungry, stay foolish… stay lazy! – Le vergogne di Apple

    FoxconnLa compianta scomparsa del guru della Apple, Steve Jobs, l’incessante “postaggio” su facebook del suo discorso ai laureandi di Stanford, la simpatia che Jobs ha riscosso tra i miei coetanei mi ha fatto riflettere; non tanto sulla sua persona, ma sul ruolo che questa figura ricopre nell’immaginario collettivo.

    In questa parte di mondo la figura di Jobs rappresenta, per la mia generazione, una speranza, l’incarnazione della riuscita, del sogno americano. Non c’è infatti nulla di meglio di un multimiliardario che, indossando un paio di jeans uguali ai tuoi, ti rassicura con lo stesso tono di un fratello maggiore che con l’impegno tutto sia possibile.

    Così milioni di ragazzi, il cui ascensore sociale si è rotto da tempo, si sono emozionati davanti al suo famoso discorso ed hanno ricominciato a credere nella possibilità di sfondare in un sistema economico ormai al collasso.

    Questo simpatico cervellone è riuscito, in solo 15 minuti di discorso, a pompare al massimo la nostra autostima, ma soprattutto a farci dimenticare inezie quali:

    1) Nelle fabbriche Foxconn in Cina, dove si assemblano anche gli Ipad, vigono condizioni di lavoro disumane che portano ogni anno ad un elevato numero di suicidi tra i dipendenti. Così in alcuni di questi campus (dotati di sbarre alle finestre) si fanno firmare ai neo-assunti dei “patti di non-suicidio”: clausole con le quali non solo si vieta ai dipendenti di compiere gesti autolesivi, ma si avvertono anche le famiglie di quest’ultimi che non riceveranno nessuna indennità nel caso i propri parenti decidessero di togliersi la vita.

    2) L’impatto ambientale dei prodotti Apple fa guadagnare nel 2006 all’azienda il titolo di compagnia elettronica più inquinante (tra le 14 più grandi prese in considerazione da Greenpeace per stilare questa classifica). Nel 2010 la Apple non mantiene più l’orrendo primato, scendendo ad una comunque disonorevole quinta posizione.

    Queste sono solo poche delle informazioni documentate che si possono facilmente reperire sull’azienda, ve ne sono numerose anche riguardo al tanto amato leader della Apple.

    So che ai fan di Jobs, come a coloro che cambiano Iphone ogni cinque minuti, ciò non interessa, questo tipo di persone giustificano i propri consumi con la frase “tanto non cambierebbe nulla se io non lo comprassi”.

    Il largo consumo di beni prodotti in maniera per nulla etica non è infatti dovuta alla mancanza di informazioni, ma alla pigrizia degli informati. È infinitamente più comodo aspettare che cambi il mondo grazie al buon cuore delle multinazionali o grazie alla buona volontà di qualche politico, che non essere noi per primi il motore di tale cambiamento, modificando le nostre abitudini di consumo.

    È più facile vedere, dietro i prodotti che compriamo, il faccione di un simpatico multimilionario e ripensare al suo discorso di incoraggiamento, piuttosto che riflettere su cosa realmente ci sia dietro quel prodotto.

    Anche io, come tutti, non sono immune da questa pigrizia, ringrazio quindi con anticipo i potenziali Steve Jobs di tutto il mondo per i loro futuri discorsi “sciacquacoscienza” su come questo sia il mondo migliore possibile, basta essere folli e affamati… ma soprattutto pigri.

    Rossella Ibrahim

  • Paolo Odone, intervista al presidente della Camera di Commercio

    Paolo Odone, intervista al presidente della Camera di Commercio

    Paolo OdonePer avere un quadro generale della situazione attuale nel settore delle piccole e medie imprese genovesi, abbiamo posto alcuni quesiti al presidente della Camera di Commercio di Genova, Paolo Odone, che ci ha fornito i dati statistici del 2010 relativi alle imprese che hanno aperto e quelle che invece hanno cessato l’attività.

    In provincia di Genova i dati relativi alle imprese iscritte alla Camera di Commercio mostrano, per la prima volta dopo tre anni, un saldo positivo: + 270 imprese a fine anno. Un’inversione di tendenza, dunque, anche se non siamo ancora ritornati alla situazione pre-crisi.

    L’inversione è iniziata con il secondo e terzo trimestre 2010, che hanno mostrato i saldi positivi più alti degli ultimi 5 anni, compensando così un inizio anno negativo. La situazione per settori economici vede in lieve discesa commercio (- 160 imprese, vale a dire lo 0,6%del comparto) e attività manifatturiere (-87 imprese=1,1%); in lieve ascesa costruzioni (+196 imprese=1,4%), alloggio e ristorazione (+113=1,6%), immobiliare (+57=1,1%), attività professionali (+55=1,6%), servizi alle imprese (+42=1,5%), comunicazione (+30=1,6%), servizi alla persona (+26= 0,5%).

    Presidente, sarebbe interessante conoscere i dati relativi alla durata, in termini temporali, delle imprese di recente apertura. E quante invece, dopo poco tempo, chiudono i battenti. Qual’è la tipologia di impresa che in misura maggiore, attualmente, è richiesta dal mercato? E qual’è la durata media di un’impresa che oggi decide di avviare l’attività?

    Le nuove imprese, se non ben strutturate e sostenute da una buona idea d’impresa, sono destinate a chiudere nel giro di 2 anni, vale a dire il tempo medio in cui un imprenditore esaurisce le risorse investite nel progetto. Per dare più forza alle nuove imprese, la Camera di Commercio ha lanciato nel 1994, attraverso la propria agenzia formativa CLP (Centro Ligure per la Produttività) il Servizio Nuove Imprese, sportello per cui si rivolgono ogni anno un migliaio di aspiranti o neo-imprenditori. Dal dicembre scorso è attivo anche il Circuito Crea Impresa, finanziato dalla Provincia, che comprende vari tipi di servizi: il cosiddetto tutoraggio, evoluzione del servizio nuove imprese, gestito sempre dal nostro CLP, e poi consulenze, seminari, elaborazione di business plan, gestiti dalle associazioni di categoria.

    I dati più recenti degli utenti del tutoraggio, da dicembre ad oggi, ci dicono che le persone intenzionate ad aprire una nuova impresa sono state circa 200, per la maggior parte nel settore del commercio e dei servizi. La qualità dell’utenza è considerevolmente aumentata, e circa il 60% arriva al circuito con idee chiare e buone conoscenze di base (con un test gli chiediamo se sa cosa è la partita iva, se ha delle risorse economiche da investire, se ha professionalità per quell’idea d’impresa ecc.) mentre un buon 30% ha una laurea. Il 50% degli interessati arriva da una buona posizione lavorativa, e questo è un segno inequivocabile della crisi. Un altro segno è la riduzione degli extracomunitari che vogliono fare impresa, che oggi sono il 20%, mentre negli anni scorsi erano il 40%.

    Inoltre un altro aspetto importante, mi sembra la questione relativa al “trasferimento d’impresa”. Il problema è la mancanza di informazione e di coordinazione, fra coloro i quali vogliono cessare l’attività e chi, magari un giovane artigiano, potrebbe rilevarla e continuarla nel tempo?

    In Italia ci sono circa 5 milioni di imprenditori iscritti alla Camera di Commercio, di questi, il 43% supera i 60 anni di età. L’ 87% di questi è maschio. Nei prossimi 10 anni, quindi, dovremo trovare il modo per aiutare questi imprenditori a non chiudere la propria impresa, per evitare l’impoverimento del nostro tessuto economico. La strada che abbiamo scelto è quella di incentivare la cultura del trasferimento d’impresa e del passaggio generazionale. Per fare in modo che sul territorio genovese, mantenendo l’attenzione anche sulle aree periferiche, venga incentivata questa cultura, la Camera di Commercio ha sostenuto l’apertura di 12 sportelli informativi, da Sestri Levante a Voltri, presso le associazioni di categoria, che da un anno circa forniscono le necessarie informazioni sia a chi vuol cedere un’attività sia a chi la vuole rilevare. Questi sportelli permettono all’imprenditore di avere una buona conoscenza delle diverse possibilità del trasferimento d’impresa, dei vari passaggi legali e burocratici e delle modalità di passaggio. Qui il futuro imprenditore ha la possibilità di conoscere tutti i vantaggi che comporta la decisione di rilevare un’impresa già esistente. Inoltre, sempre il CLP sta progettando un percorso per accompagnare i nuovi imprenditori a rilevare un’impresa, soprattutto artigiana.

    Per quanto concerne le opportunità di creazione d’impresa, offerte dalla Camera di commercio e dagli enti locali, secondo lei, sono sufficientemente conosciute dai cittadini? E quanto vengono sfruttate concretamente?

    La nostra esperienza ci dice che il migliore dei veicoli per far conoscere alle imprese i servizi che le riguardano sono le associazioni di categoria, così come prevede il principio di sussidiarietà. E il fatto che il Circuito Crea Impresa sia arrivato quasi al livello di saturazione ne è la prova. Nei casi in cui è necessario creare una cultura ex novo e un humus positivo che favorisca iniziative innovative, come nel caso del trasferimento d’impresa e della responsabilità sociale d’impresa, abbiamo realizzato con buoni risultati delle campagne di informazione o delle iniziative promozionali, come il premio che abbiamo lanciato l’anno scorso per valorizzare le piccole imprese genovesi che perseguono il proprio profitto senza perdere di vista il carattere sociale e ambientale dell’attività produttiva.

    Matteo Quadrone

  • Shopping on line: le nuove regole dell’Unione Europea

    Shopping on line: le nuove regole dell’Unione Europea

    Shopping on lineUna nuova direttiva sui diritti dei consumatori europei è stata adottata dal Consiglio dei ministri Ue il 12 ottobre. L’obiettivo della normativa è quello di tutelare maggiormente che effettua acquisti on line su siti nazionali ed europei, e di dettare regole comuni più chiare per le imprese che vendono i propri prodotti su internet. I governi avranno due anni per attuare le norme a livello nazionale.

    L’obiettivo è quello di aumentare la trasparenza e ad evitare costi a sorpresa per i consumatori: per questo è stato introdotto l’obbligo per il venditore di indicare il prezzo finale, e i costi aggiunti in un secondo momento saranno a totale carico del venditore.

    Le nuove norme cancellano anche le caselle di selezione pre-impostata quelle che, per esempio si trovano nei siti per l’acquisto dei biglietti aerei, o che vengono usate per offrire opzioni aggiuntive come l’assicurazione di viaggio o il noleggio auto. Allo stato attuale i consumatori devono deselezionare le caselle per non acquistare i servizi extra, ma con la nuova direttiva questi box spariranno.

    Un altro punto riguarda la restituzione della merce: prima della direttiva il consumatore poteva rimandare la merce entro una settimana dalla data del contratto, da ora in poi i tempi si allungano a 14 giorni.

    Introdotta anche la possibilità di essere rimborsati dell’intero prezzo del prodotto nelle 2 settimane successive alla restituzione della merce.

    La nuova normativa ha esteso il diritto di recesso dal contratto di acquisto anche alle aste on line: i consumatori potranno avvalersi di un modulo di recesso europeo standard, da utilizzarsi sia per gli acquisti porta a porta che per quelli su internet.

    La consegna della merce dovrà avvenire al massimo entro 30 giorni dalla stipula del contratto; in caso contrario l’acquirente potrà annullare l’ordine, e gli eventuali danni durante il trasporto saranno pienamente a carico del venditore.

    Dovranno essere più chiare anche le informazioni circa l’acquisto di contenuti digitali, la loro compatibilità con hardware e software e le eventuali limitazioni. Si potrà recedere dall’acquisto di beni digitali come musica, film o programmi software, ma solo prima di iniziare il processo di download.                                                                                                                                                                                                                                                                          Infine il costo per il pagamento con carta di credito non potrà superare la spesa che grava sul commerciante per l’offerta di tali mezzi di pagamento.

    Manuela Stella

    Illustrazione di Chiara Spanò

  • Pensioni, qualche buona notizia per i giovani lavoratori

    Pensioni, qualche buona notizia per i giovani lavoratori

    InpsUna notizia positiva per i giovani lavoratori arriva da uno studio Inps, realizzato da Stefano Patriarca, sugli effetti del metodo contributivo in vigore per chi ha iniziato a lavorare dopo il 1995.

    E’ ben noto che l’età pensionabile è stata allungata dalle recenti riforme, per cui tutti i lavoratori andranno in pensione più tardi. Ma la vera sorpresa è che proprio questo allungamento dell’età minima per lasciare il lavoro, farà sì che l’importo del contributo non sarà così basso come si è stimato finora (si parlava in passato di cifre irrisorie intorno al 30%), ma potrà essere pari al 70% dell’ultimo stipendio per un lavoratore dipendente e del 57% per un parasubordinato.

    Il concetto che sta alla base è semplice: più anni di contributi si versano, più tardi si va in pensione, è più si prende.

    Ovviamente queste considerazioni riguardano il metodo previdenziale e non tengono conto del mercato del lavoro e della cifra dell’ultimo stipendio dei lavoratori, da cui ovviamente dipende il livello della pensione. Qui si tiene contro solamente di percentuali, che secondo questo studio sono destinate a salire.

    E’ ovvio che il problema per i giovani al giorno d’oggi  è,  in primis, trovare un lavoro. In secondo luogo ottenere un impiego che garantisca una retribuzione degna, in terzo non vivere nella precarietà.  A proposito ha dichiarato Patriarca: “La vera emergenza non è rappresentata dalle pensioni di un generico universo giovanile, ma dalle condizioni di lavoro di aree ben definite ma drammatiche, a partire dal lavoro nero e dalle nuove partite Iva. È qui che bisogna intervenire. Quanto al resto, bisogna dire una volte per tutte che il vecchio mix anzianità-sistema retributivo, che ancora si applica alla stragrande maggioranza dei nuovi pensionati, chi nel ’95 aveva meno di 18 anni di servizio, è insensato».

    Dallo studio emerge che i lavoratori, sia uomini che donne, potranno andare in pensione dopo aver raggiunto i 65 anni e 3 mesi (nel 2046) o se avranno i 35 anni di contributi versati, necessari per la pensione anticipata.

    In caso contrario si dovrà attendere fino a 69 anni e 3 mesi, età di pensionamento di vecchiaia in vigore nel 2046. In questo modo anche le pensioni di vecchiaia avranno in sostanza almeno 35 anni di contributi versati.

    Per fare qualche esempio pratico, un lavoratore che inizia nel 2011 a lavorare all’età di 34 anni, andrà in pensione nel 2046, dopo 35 anni di contributi, ottenendo come pensione il 70% dell’ultimo stipendio se si tratta di lavoro dipendente,  il 54 % per un autonomo.

    Anche nel caso, peraltro molto attuale, di un lavoratore precario per tutta la carriera lavorativa, andrebbe in pensione con un assegno pari al 57% dell’ultima retribuzione, contro il 30 % di cui si parlava nei mesi scorsi. Non si parla di cifre astronomiche, anche perché molto dipende dal livello economico della retribuzione stessa, ma si tratta comunque di una minoranza.

    Nel caso di un lavoratore discontinuo, l’assegno pensione si assesterebbe intorno al 60%.

     

  • Debito pubblico: intervista a Marco Doria, docente di storia economica

    Debito pubblico: intervista a Marco Doria, docente di storia economica

     

    Marco Doria
    Marco Doria, docente di storia economica

    La Corte dei Conti sul finire di maggio, presentando il rapporto 2011 sul coordinamento della finanza pubblica, ha lanciato l’ultimo allarme: “L’Italia dovrà ridurre il debito pubblico di circa 46 miliardi ogni anno per raggiungere gli obiettivi indicati dall’Unione Europea”.

    E ha aggiunto: “La fine della recessione economica non comporta il ritorno a una gestione ordinaria del bilancio pubblico”, bensì secondo la magistratura contabile occorre uno sforzo “paragonabile a quanto si dovette fare alla metà degli anni ’90 per poter essere ammessi nella moneta unica fin dal suo avvio”. Il debito pubblico rappresenta un problema endemico del nostro paese e il rapporto debito/Pil si avvia nel 2011 a toccare il 120%.

    Abbiamo chiesto al professor Marco Doria, docente di Storia economica presso la facoltà di Economia dell’ateneo genovese, di chiarirci alcuni snodi fondamentali per comprendere come l’Italia nel corso degli anni ha affrontato la questione.

    Quali sono i motivi dell’origine del debito italiano a partire dagli anni ’70?

    “Sicuramente c’è stato un aumento della spesa pubblica, in particolare della spesa sociale, sulla scia delle rivendicazioni che un vasto movimento d’opinione aveva portato avanti negli anni immediatamente precedenti. I cittadini reclamano maggiori prestazioni da parte dello stato, in particolare per quanto riguarda la scolarizzazione, il sistema pensionistico e il Servizio Sanitario Nazionale.

    Ma la spesa aumentava anche in altri paesi europei come Francia e Germania. Inoltre in rapporto al Pil la percentuale di spesa italiana risultava inferiore rispetto alla media europea. Qual è dunque la peculiarità dell’Italia?

    Mentre negli altri paesi, a fronte dell’aumento della spesa pubblica, si aumentava contestualmente anche la pressione fiscale, in Italia ciò è avvenuto solo negli anni ’90. E adesso è inevitabile che la pressione fiscale si mantenga alta anche per gli anni a venire.

    Altro che riduzione delle tasse come diversi esponenti politici ripetono ciclicamente… Ma come si è sviluppato l’andamento del debito nella nostra storia recente?

    Nel 1980, secondo i dati ufficiali della Banca d’Italia, il debito pubblico italiano era al 57.7% del Pil, in linea con la media europea. Nel 1992 il Trattato di Maastricht stabilisce dei parametri in cui contenere il debito. La soglia fissata è il 60% del debito sul Pil.

    Quando comincia a salire vertiginosamente?

    Appena dieci anni dopo, nel 1990, il debito pubblico arriva al 98.5% del Pil. E nel 1994 raggiunge il 124.3%.

    Quali sono le cause?

    Il debito in continua salita è il risultato di bilanci che anno dopo anno presentano un deficit. I disavanzi di bilancio iniziano già negli anni ’70. Ma dal 1980 al 1994, possiamo parlare di un quindicennio devastante.

    In seguito che cosa accade?

    Dal 1995 al 2001 registriamo una discesa di 14 punti percentuali. Il debito nel 2001 scende infatti al 109.8% del Pil. Ma a partire dal 2001 il debito ricomincia a salire e oggi si aggira intorno al 120%.

    Evidentemente dietro a questi dati si nascondono anche delle responsabilità politiche…

    A partire dal 1995 e fino al 2001 si registra una riduzione del debito pubblico, grazie a delle politiche finanziarie che consentono un maggiore saldo primario. Vale a dire quando le entrate correnti superano le spese correnti al netto del pagamento degli interessi sul debito. Di conseguenza si sono potute accantonare le risorse per contenere il debito pubblico. Dal 2001 sino ad oggi registriamo una nuova inversione di tendenza, ma non c’è solo una responsabilità di governo. È una fase in cui i tassi di crescita dell’economia di molti paesi avanzati sono stati inferiori. L’errore del nostro paese è stato però far finta di non vedere la crisi, scansare il problema e infine accorgersene quando ormai era troppo tardi.

    Matteo Quadrone

  • Debito pubblico e Bilancio dello Stato: saldi differenziali 2011

    Debito pubblico e Bilancio dello Stato: saldi differenziali 2011

    Spese e debito pubblicoIl debito pubblico è costituito dalla somma del deficit di bilancio del periodo attuale più gli interessi che si stanno pagando per i titoli emessi nei periodi precedenti allo scopo di finanziare i precedenti deficit di bilancio. In altri termini, appare chiaro che, se anno dopo anno, il bilancio dello Stato chiude sempre con un deficit, ossia le entrate (essenzialmente gettito fiscale) sono sempre inferiori alle uscite (spesa pubblica), alla fine viene a realizzarsi una situazione insostenibile, pari a quella di un individuo che sistematicamente spende più di quanto guadagna ed è quindi costretto a indebitarsi con un meccanismo a spirale. Lo Stato non potrà reggere in eterno questo meccanismo in quanto il debito potrebbe arrivare a eguagliare l’intero PIL e l’effetto spiazzamento sarebbe devastante. In simili circostanze, si potrebbe giungere a soluzioni estremamente drastiche quanto impopolari, come decidere di aumentare significativamente le tasse, o svalutare il debito pubblico, ossia rimborsare solo una parte di esso.” Tratto da Compendio di Macroeconomia di Stefania Squillante

    Ecco la tabella che semplifica e riassume la previsione di bilancio dello Stato italiano:

    BILANCIO DI CASSA *

    2011

    2012

    2013

    ENTRATE (milioni di euro)

    Tributarie

    383.878

    404.379

    420.163

    Extra tributarie

    26.323

    23.367

    23.882

    Alienazione ed ammortamenti di beni patrimoniali e riscossione di crediti

    1.078

    1.081

    1.087

    Entrate finali

    411.279

    428.827

    445.132

    SPESE (milioni di euro)

    Correnti al netto degli interessi

    374.669

    372.535

    376.383

    Interessi

    84.243

    89.897

    93.586

    In conto capitale

    41.603

    40.407

    43.265

    Spese finali

    500.516

    502.838

    513.235

    Rimborso Prestiti

    209.985

    248.495

    222.347

    Spese complessive

    710.501

    751.333

    735.582

    RISULTATI DIFFERENZIALI (milioni di euro)

    Risparmio pubblico (Saldo corrente)

    -48.711

    -34.685

    -25.924

    Saldo netto da finanziare

    -89.237

    -74.011

    -68.103

    Avanzo primario

    -4.994

    15.886

    25.483

    Indebitamento netto

    89.142

    74.044

    68.145

    Ricorso al mercato **

    310.528

    325.838

    293.600

    * Nel “Bilancio di cassa” sono comprese tutte le somme che si prevede di riscuotere e pagare

    ** Con “Ricorso al mercato” si intende il totale lordo del finanziamento necessario a coprire l’ammontare delle spese. Per l’anno corrente la previsione è di 310.528 milioni di euro.

  • Marketing sensoriale: l’olfatto può indurre all’acquisto

    Marketing sensoriale: l’olfatto può indurre all’acquisto

    Olfatto e Marketing sensorialeSi chiama marketing sensoriale, consiste nell’ associare a un prodotto o a un brand un determinato odore piacevole, in modo da “addolcire” l’incosciente compratore.

    Ricerche scientifiche confermano ormai che la memoria olfattiva richiama i ricordi vissuti e influenza l’individuo a ripetere l’esperienza odorosa per godere nuovamente delle medesime emozioni positive: si dice “apprendimento associativo” fra odori e significato cui la persona li associa. Inoltre, quella legata agli odori, è di gran lunga la memoria più persistente.

    Per questo motivo il consumatore riesce a stabilire nell’immediato il rapporto tra un odore e il prodotto che lo identifica. Gli esempi sono moltissimi. Pensiamo a Sony che nelle sue trentasei boutiques elettroniche diffonde un aroma di mandarino e vaniglia o gli hotel Sheraton, che curano i clienti con odore di gelsomino, chiodo di garofano e fico.

    In America, nei grandi magazzini Bloomingadale’s, in ogni reparto viene diffuso un aroma diverso, talco nell’area neonati, cocco nel reparto mare.

    Ma esistono anche casi di insuccesso, come Got Milk, realizzata dal California Milk Board. La campagna pubblicitaria prevedeva l’affissione di poster profumati a tutte le fermate dell’autobus, ognuno che emanasse un forte odore di biscotti al cioccolato. Ma il governo americano ha ritirato i poster immediatamente, creando danno economico all’azienda, queste le motivazioni “… L’odore dei biscotti spinge le persone a consumare dolci e merendine e in più può creare problemi ai soggetti allergici“. Segno di quanto l’argomento sia preso sul serio aldilà dell’oceano.

    La guerra dei brand si arricchisce dunque di una nuova battaglia, quella dell’olfatto, un ramo del marketing destinato a grande sviluppo in futuro. Sul mercato vi sono già moltissime aziende specializzate nella creazione di essenze ma anche nella diffusione della fragranza ideale, perché se l’odore è buono ma non viene diffuso nel modo giusto rischia di non catturare l’attenzione. Esistono persino apposite penne USB in grado di ospitare il profumo prescelto e che possono diventare un gadget distintivo. Sono poi disponibili diffusori professionali in grado di veicolare flussi d’aria con una copertura fino ai 1000 metri quadrati con durata e intensità regolabili. In America, inoltre, esiste il fragrance designer, esperto di fragranze e studioso di profumi, una figura professionale già richiesta da moltissime aziende. Quando avere il naso per gli affari non è più soltanto un modo di dire.

  • Che cos’è una “pomba bianca”? Benzina senza multinazionali

    Che cos’è una “pomba bianca”? Benzina senza multinazionali

    Pompa bianca di benzinaQuesta estate, in previsione del massiccio flusso di automobili sulle strade italiane, il presidente del Codacons Carlo Rienzi ha scatenato la rivolta: “Siamo schifati dalle continue speculazioni sulla benzina, stranamente ora che arriva l’estate i prezzi si alzano… Invito tutti gli italiani a boicottare i distributori delle grandi multinazionali del petrolio, utilizzate le pompe bianche!” Le pompe bianche… Eh che roba è?! Avranno detto in molti… soprattutto dalle nostre parti.

    E’ un fenomeno nato in Italia, si tratta di distributori di benzina che non appartengono a nessuna multinazionale, “cani sciolti” si direbbe in gergo, liberi quindi di praticare prezzi più bassi.

    Piccoli imprenditori che solitamente riscono a gestire uno o massimo due impianti, acquistando direttamente il carburante senza passare dalle multinazionali riuscendo così a spuntare il prezzo di vendita finale. Dai 5 ai 10 euro di risparmio su ogni pieno di benzina, 5-6 centesimi al litro.