Tag: economia

  • Couponing mania: milioni di utenti e milioni di euro

    Couponing mania: milioni di utenti e milioni di euro

    Ecco la notizia emblematica, la notizia che fotografa una civiltà legata visceralmente al consumo e al possesso, una società che ha imparato a vivere acquistando e ad acquistare non rinuncia, in barba alla recessione economica.

    In un anno e mezzo dal lancio in Italia i siti di couponing hanno letteralmente sbancato, un successo clamoroso con milioni e milioni di utenti iscritti e assidui frequentatori. Si tratta di siti web che propongono un nuovo business, fatto di offerte e prezzi stracciati, basta che a presentare l’offerta ci sia un numero minimo di persone… se ciò avviene gli utenti che hanno presentato l’offerta si aggiudicheranno un servizio, un oggetto, una vacanza a metà prezzo rispetto ad un acquisto “normale”.

    Groupon, Groupalia, Letsbonus (in quest’ordine) guidano la pattuglia del couponing seguiti da una ventina di nuovi siti.

    I dati Nielsen degli iscritti alle newsletter parlano chiaro: 3 milioni per Groupalia (dove l’Italia è addirittura indicata come “mercato leader”), 2 milioni per Letsbonus, mentre Groupon, il colosso americano fondato nel 2008, divulga solo dati ‘mondo’ essendo quotato in borsa (142 milioni di utenti).

    Tutti e tre funzionano con agenti di vendita operanti nelle città che offrono ai negozi la possibilità di vendere sul sito di couponing, i siti guadagnano con le commissioni sul venduto – variabili secondo il settore, dal 20 al 40%.

    E il numero di alberghi, i ristoranti e centri servizi che chiedono di entrare nel sistema couponing è in continua crescita.

    Andrea Gualtieri, Country Manager di Groupalia, racconta alcune  curiosità del settore: “Ci sono vere e proprie hit. Oggi abbiamo messo sulla pagina di Milano la Monticello spa, tra le più note: 2500 coupon a 36 euro a coppia sono stati acquistati in mezza giornata, mentre a Torino c’é una pizzeria, Lentinìs, che credo sia record di couponing, 15-16 mila pizze. Seguendo con attenzione questo sistema di acquisto si scoprono molti trend sociali”. Il fatturato previsto di Groupalia? “100 milioni di euro, quest’anno chiudiamo a 40 mila“.

  • Commercio fra Genova e Nord Africa, dipende dalla democrazia

    Commercio fra Genova e Nord Africa, dipende dalla democrazia

    “La crisi globale e il commercio internazionale”, un convegno organizzato dalla Camera di Commercio e dall’Istituto di Economia Internazionale nel Palazzo della Borsa Valori di Genova. Il convegno ha messo a fuoco la situazione economico-politica in Algeria, Egitto, Libia, Marocco, Tunisia, anche a seguito delle rivolte avvenute negli ultimi mesi. L’Istituto di Economia ha messo a punto un Osservatorio per analizzare la situazione economica del Nord Africa.

    “Mai come in questo momento – ha commentato Paolo Odone presidente della Camera di Commercio – appare utile analizzare con strumenti scientifici i processi in corso sull’altra sponda del Mediterraneo, che era e continua ad essere l’orizzonte principale delle imprese genovesi e liguri”.

    Amedeo Amato, direttore dell‘Istituto di Economia Internazionale ha dichiarato: “La situazione economica nei paesi oggetto dell’Osservatorio dipende dall’esito che avranno i processi di trasformazione politica in corso, in particolare in Egitto e Tunisia. Se tali processi avranno un esito democratico, abbiamo motivo di ritenere che già nel 2012 ci sia la ripresa con un rapido ritorno agli indicatori economici positivi che caratterizzavano il periodo precedente alle rivolte. Difficile, invece, prevedere sviluppi positivi se il processo di transizione in corso porterà a regimi autocratici o fondamentalisti”.

    Ha proseguito i lavori, coordinati da Antonio Ferrari, editorialista del Corriere della Sera ed esperto di Medio Oriente e Mediterraneo, Pejman Abdolomohammadi, docente di Storia e Istituzioni dei Paesi Islamici presso l’Università di Genova, illustrando le ricadute delle rivolte in Nord Africa sui rapporti con l’Occidente e poi l’economista Giorgio Basevi, genovese di nascita e formazione, con una carriera accademica fra gli USA, l’Europa e l’Italia, che ha tenuto una lectio magistralis su “La crisi dell’Unione Europea: alcune urgenti riforme istituzionali” in cui, partendo dalla crisi greca e dalla manipolazione delle statistiche ufficiali avvenuta per mascherarla, ha analizzato il ruolo dei governi europei nell’attuale crisi europea identificando possibili scenari di uscita dalla crisi: un nuovo ruolo della BCE come prestatore di ultima istanza e l’istituzione di un’Agenzia Europea del Debito Pubblico.

     

  • Euro: il rischio recessione è concreto, urge strategia condivisa

    Euro: il rischio recessione è concreto, urge strategia condivisa

    EuropaQuesti giorni saranno cruciali per il destino dell’euro. O si trova una soluzione veloce per dare fiducia ai mercati garantendo un salvagente di qualche tipo per i debiti delle economie europee, oppure lo scenario sarà davvero fosco. C’è il concretissimo rischio che l’Europa esploda ricatapultandoci indietro di vent’anni e scaraventandoci in una recessione economica paurosa, che avrà ripercussioni planetarie.

    In termini concreti questo potrebbe significare: chiusura del credito alle imprese, fallimento a catena delle aziende, disoccupazione a livelli record e misure draconiane di taglio alla spesa pubblica che deprimerebbero l’economia del nostro paese per molti anni. E’ questo che ci stiamo giocando forse già questa settimana.

    Al punto in cui siamo potrebbe bastare un incidente qualsiasi (tipo un’asta di titoli di Stato andata male) per scatenare il panico e il fuggi-fuggi generale, con i tassi d’interesse dei Btp che schizzano alle stelle e il governo italiano che deve chiedere aiuto alla Bce o al Fmi per finanziarsi. In pratica, la bancarotta. E una volta crollata la terza economia europea, il destino del resto dell’Europa sarebbe segnato, perché l’eurozona perderebbe definitivamente credibilità.

    Eppure, paradossalmente, proprio il fatto che lo scenario sia così concretamente catastrofico induce molti a pensare positivo. Infatti, dato che è difficile che qualcuno possa prevedere di guadagnarci qualcosa in tutto questo, è più realistico supporre che la pressione delle diplomazie internazionali riesca a vincere gli egoismi dei singoli Stati europei fino a produrre una strategia risolutiva condivisa da tutti.

    Ormai persino gli Stati Uniti e la Cina, che da una caduta dell’euro rischierebbero fortissimi contraccolpi, dato che esportano tantissimo nell’eurozona, si sono mossi per fare pressioni sui partner del vecchio continente. Pechino, ad esempio, si è detta disponibile ad investire nelle infrastrutture europee: non significa che comprerà il debito dell’eurozona, ma è un segnale che gli Americani non hanno sottovalutato. Infatti Obama, da tempo preoccupato che i cinesi possano intervenire in Europa, comprandosi insieme con il debito anche una larga influenza sulla politica europea, si è addirittura spinto fino al punto di impicciarsi nelle discussioni tra Francia, Italia e Germania raccomandando caldamente gli eurobond (i famigerati titoli di Stato europei che, secondo alcuni, sarebbero al riparo dai timori di insolvenza e dagli attacchi speculativi).

    Queste interferenze, paradossalmente, sono segnali positivi: sono indici del fatto che un crollo dell’eurozona significherebbe una recessione globale che nessuno vuole. E più ci avviciniamo al punto di non ritorno, più è facile che la soluzione salti fuori. Tutto questo ricorda un po’ uno di quei “giochi” che facevano i teppisti degli anni ’80: rubare una macchina, lanciarsi giù da una scarpata a motore spento e fare a gara a chi scende dall’auto per ultimo. Più si avvicina il punto dell’impatto, più è probabile che uno dei “giocatori” apra la portiera e si catapulti fuori. Ma il rischio che si salti troppo tardi e che ci scappi il morto è sempre presente.

    Speriamo ovviamente che ciò non avvenga. Ma se per caso dovessimo riuscire a venirne fuori, non dovremo commettere l’errore di pensare di avere risolto tutti i nostri problemi. Non esiste una soluzione immediata e definitiva: esistono provvedimenti che possono dare ossigeno e “comprare” dai mercati il tempo che ci serve per intraprendere cambiamenti più radicali. Molti economisti dicono che il problema dell’euro è quello di una moneta unica che non ha una politica monetaria unica. O meglio: in teoria ce l’avrebbe, ma in pratica i veti incrociati dei singoli Stati fanno fallire gli accordi. Il che è più o meno quello che sta succedendo in questi giorni, con la Germania che (non proprio senza motivo, in verità) si oppone a quelle soluzioni che gli altri sembrerebbero anche disposti a condividere.

    La questione appare strettamente economica, ma in realtà è molto più ampia. Il punto è politico. Fare un’unione di mercati con una moneta unica è stato relativamente facile, perché era conveniente un po’ per tutti. I governi non potevano più svalutare la moneta (come ha fatto l’Italia fino agli anni ’90), ma comunque si agganciavano ad un mercato comune forte e prospero, in cui le importazioni e le esportazioni erano agevolate e l’economia ne poteva beneficiare largamente. Ma tutto il resto è passato in secondo piano.

    Oggi dovremmo aprire un largo dibattito su cos’è l’integrazione europea, per non buttar via quello che abbiamo costruito fin qui. In passato non siamo riusciti a fare una politica estera condivisa nemmeno nelle linee generali: un campanello d’allarme sottovalutato semplicemente perché, detto francamente, l’economia andava bene e a tutti questo bastava. Quasi che i tanti secoli di guerre che tutti gli Stati europei avevano attraversato per giungere ad un’unità politica e territoriale non avessero insegnato che il fatto di essere uniti e di sapere rispondere insieme alle difficoltà è un risultato politico nel contempo indispensabile e straordinario, che si raggiunge solo faticando molto. Invece, una costituzione che mette al centro il mercato comune e non i diritti e l’unione politica, alla lunga è controproducente.

    Oggi l’Europa non parla ad una voce perché è divisa: ha un mercato e un’economia comuni da proteggere, ma non ha una politica comune per farlo. Questo è il problema. Ovvio che non si possa pensare di sopravvivere rimanendo così come siamo: o si rimette in moto una politica di unione confederale, a scapito di pezzi di sovranità dei singoli Stati, oppure si muore. Ecco perché questa tempesta economica e finanziaria, oltre che un rischio enorme, può essere anche una grande occasione. Sempre che vogliamo dimostrare di avere ancora un futuro, come Europei.

    Andrea Giannini

  • Lettera aperta a Mario Monti (…che intanto non la legge)

    Lettera aperta a Mario Monti (…che intanto non la legge)

    Merkel: «Necessaria un’unione fiscale». Finalmente una cosa intelligente.

    Mi perdoni ministro Monti, io non sono un’economista e mi intendo di finanze come una formica che guarda le stelle ma i bilanci, quelli molto più terra terra del quotidiano, credo proprio di saperli fare. Gas, luce, telefono, amministrazione, bollo e bollini auto, assicurazioni varie, canone tv, spese sanitarie ecc, un vero bollettino di guerra che, ogni giorno, il povero italiano deve affrontare per la quadratura di un cerchio che, dal mondo matematico, ci assicurano impossibile. In questo paesaggio sconsolato Lei, caro Ministro mi ripropone l’ICI sulla casa insieme ad altri simpatici balzelli (Iva, caro bollette, caro benzina…) che, inevitabilmente, si spalmeranno su tutti, ad eccezione del barbone da cui, spremuto dalla vita come una rapa, non si potrà ricavare più nulla.

    Questo percorso, che sarebbe persino condiviso dal popolo italiano solidale, stride davanti alle vergognose notizie di corruzioni miliardarie in cui fiumi di denaro, ben più consistenti di una manovra finanziaria, saltano da una tasca all’altra con la disinvoltura di Nureyev o all’iniquità fiscale che contraddistingue il nostro paese.

    Sollecitata a condividere l’emissione degli euro-bund, la cancelliera tedesca ci ha fatto il classico gesto dell’ombrello perché, da quelle parti, è pur vero che si mangiano kartoffeln ma ciò non è sinonimo di stupidità. “Con la socializzazione del debito non si risolve il problema” ha spiegato la Merkel, che tradotto in “casalinghese” significa il debito è tuo, tienitelo ,”ma mi sono schierata per un patto Europlus in modo da poter parlare di diritto al lavoro, di pensioni e un sistema uniforme di tasse”.

    E qui che La voglio caro ministro. Mi permetta l’impertinenza della massaia frustrata (se preferisce anche frustata) dalle sigle erariali quali Ilor, Irpef, Iva, ICI, Tia, ect, ben fatto il rinvio parziale dell’acconto Irpef 2011, dal 99 all’82% del reddito del 2010, che darà un boccata d’ossigeno a piccoli imprenditori, artigiani, commercianti tra i quali, non dimentichiamo, si annidano anche grandi evasori esemplificati nel noto caso di Treviso, ma che ne facciamo dei lavoratori dipendenti, dei pensionati e di tutti quei ligi pagatori di imposte, loro malgrado, su cui più di tutti si farà sentire un aggravio erariale che già ci vede ai primi posti in Europa?

    Se, infatti, è un’anomalia l’esenzione ICI sulla prima casa e le entrate fiscali sul possesso immobiliare rappresentano solo il 1,47% di contributo sul totale del gettito tributario, aggiungendo le tasse sul lavoro (22,1%), più le imposte sul capitale (11,2%), arriviamo alla rispettabile somma del 34%, con un crescendo gravoso relativo ad altri oneri accessori quali balzelli comunali, sociali, sanitari e di servizi.

    Se ad un conteggio assoluto, apparentemente, il “monte–tasse” risulta minore rispetto ad altri paesi europei, la fallacità del dato si evince ricordando che, ad esempio, in Francia sono deducibili l’imposta sulla casa, sulle ristrutturazioni, sulla baby sitter, sulla colf, sugli asili, sulla sanità e tutta un’altra quantità di cose ivi compresi i figli. Considerata “bene nazionale”, la prole, già dal secondo figlio, permette di dimezzare il debito con lo stato e al terzo praticamente lo azzera. Per non parlare dei servizio sociali quali ospedali, trasporti, strutture scolastiche che “fanno luce”.

    Capisco che rischio di cadere nei soliti luoghi comuni, ma che ne direbbe di trovarmi un posto al Parlamento dove ti regalano la casa a tua insaputa, dove dopo una legislazione puoi contare su una pensione d’oro, dove percepisci uno stipendio non confacente alle squallide scene da cortile che ci offrono, talora, i nostri politici, dove faccendieri rampanti trovano un ottimo substrato per ruberie incommensurabili. Italiana convinta, non vorrei guardare alla Merkel come al salvatore della patria e sventolando una bandiera con il tricolore blu, inneggiare al grido di” Vive la France”.

    Adriana Morando

  • Cercare lavoro a Genova: contratti e assunzioni fra il 2010 e il 2011

    Cercare lavoro a Genova: contratti e assunzioni fra il 2010 e il 2011

    Lo aveva detto Maurizio Maggiani ai nostri microfoni qualche tempo fa… “la vecchia Superba ha un po’ di catarro, no?!” Beh, è giusto ricordare e premettere che non siamo certo l’unica città italiana in difficoltà in questi albori XXI secolo, ma la situazione economica e sociale della città fotografata quest’oggi dal segretario generale della Camera del Lavoro Metropolitana Ivano Bosco, mette in luce la preoccupante fragilità del mercato del lavoro che contraddistingue la città di Genova.

    Se prendiamo in esame il 2010 il lavoro flessibile è stata l’unica tipologia di assunzione in aumento, del 26% sul 2008 e del 12 % sul 2009. Parallelamente i contratti a tempo indeterminato sono diminuiti negli stessi anni del 26% e del 15%. In questo periodo soltanto il 20% dei contratti instaurati è stato a tempo indeterminato.

    Facciamo un salto di un anno e analizziamo alcuni dati relativi al 2011: le nuove domande di disoccupazione e mobilità raccolte dall’INPS sono state 12.275, la cassa integrazione in deroga ha coinvolto 277 aziende di cui il 36% ne ha usufruito per la prima volta e i lavoratori che nel 2011 hanno usufruito di una qualche forma di cassa integrazione sono 4.400. Facendo una rapida stima, la perdita nelle tasche di ognuno di questi lavoratori nell’anno è quantificabile nell’ordine degli 8.000 euro.

    “Il 2012 rischia di avere dati ancora più negativi – ha dichiarato Ivano Bosco – perché non è pensabile uscire da una fase depressiva, con politiche depressive, di tagli, che colpiscono sempre i soliti noti”

  • Grecia: il lato oscuro della crisi si chiama FMI

    Grecia: il lato oscuro della crisi si chiama FMI

    Crisi in GreciaLa Banca Centrale Europea ha dichiarato qualche tempo fa tutta la sua insoddisfazione, rilevando che i movimenti in negativo del mercato dei titoli di stato UE “sono imputabili principalmente all’incertezza relativa al programma di risanamento del governo greco e alle prospettive di una ristrutturazione del debito greco”.

    Nel nostro paese si sentono e si leggono più volte le dichiarazioni di illustri giornalisti e politici dichiarare “speriamo di non finire come la Grecia“. Un’affermazione che sinceramente mi infastidisce ogni volta che la odo, primo perché mi pare miope e provinciale, secondo perché sulla crisi greca ci sono troppi aspetti poco chiari e, soprattutto, mai approfonditi.

    Qualcuno ha mai sentito parlare di “debito detestabile“? Si tratta di un debito che i cittadini non sono tenuti a pagare perché “illegale”. E di ipocriti ricatti del Fondo Monetario Internazionale (FMI), della Banca Centrale Europea (BCE) e delle singole potenze europee? Niente di niente.

    Eppure Francia e Germania prestano soldi alla Grecia a patto che quest’ultima non blocchi le importazioni di armamenti dalla Germania e di aerei militari dalla Francia. Così la Grecia incassa e distribuisce ai ricattatori, un paese in balia del FMI che ormai si è sostituito alla politica interna.

    E a pagare sono ovviamente i greci, che subiscono da più di un anno tagli impressionanti, necessari per soddisfare le richieste di FMI e BCE: tali richieste, però, sono in gran parte ILLEGALI. C’è qualcuno che lo grida?

    Ad Atene si, migliaia di persone in piazza, intellettuali e giornalisti chiedono la cacciata degli uomini del FMI e la verità sulla natura di questo debito, ma dalle nostre parti la notizia arriva un po’ distorta… e sembra che tutti ora stiano cercando di prodigarsi per aiutare questo Stato poverino, spendaccione e sconsiderato, oppure si ci augura di vederlo ribollire nel suo brodo, senza che la pentola trabocchi.

    IL PRECEDENTE – Una situazione molto simile è accaduta in Ecuador nei primi anni del 2000 e alcuni degli uomini del FMI che sbarcarono in Ecuador per “aiutare” il paese a ripagare i debiti contratti oggi li ritroviamo nelle aule del Parlamento di Atene. L’ascesa politica del nazionalista ecuadoriano Correa, attuale presidente della Repubblica, ha favorito la cacciata degli operatori del FMI attraverso l’istituzione di una Commissione di Controllo Logistico composta da economisti di tutto il mondo non soggiogati agli interessi internazionali. Il debito ecuadoriano è stato dichiarato illegale e da ormai quasi dieci anni l’Ecuador ha rialzato la testa migliorando le condizioni di vita dei suoi cittadini con lauti investimenti su sanità e istruzione. Fino a quel momento l’80% dei ricavi dello Stato venivano prelevati dall’FMI, il 20% dopo la rivoluzione di Correa.

    Il popolo greco sceso in piazza sa che l’istituzione della Commissione è impossibile sino a che non verranno strappati dalle poltrone gli attuali governatori, semplici burattini guidati dai potenti creditori. Anche in Grecia quindi, come in Siria e nord Africa, c’è un dittatore da sconfiggere e allontanare: il Fondo Monetario Internazionale.

    Per approfondire il tema del “debito detestabile” consiglio il documentario Debtocracy realizzato dai giornalisti Katerina Kitidi e Aris Hatzistefanou che indaga sulle cause della crisi finanziaria greca legata al debito pubblico.

    Ecco il documentario con i sottotitoli in italiano.

    Gabriele Serpe

  • Porto: no alla sesta vasca, sì al potenziamento ferroviario

    Porto: no alla sesta vasca, sì al potenziamento ferroviario

    Gru del portoE’ stato approvato dal Comitato Portuale il nuovo Piano Operativo Triennale del porto di Genova: 400 milioni di euro di investimenti e una dozzina di grandi progetti tra nuove opere portuali ed infrastrutturali.

    Il piano parte dalla programmazione delle opere del biennio 2012-2013, ponendosi l’obiettivo del 2014 come anni in cui dovrebbero essere concluse tutte le opere previste dal Piano Regolatore Portuale attualmente in vigore.

    I 400 milioni di euro investiti nei tre anni saranno così ripartiti: 170 milioni nel 2012, 145 milioni nel 2013 e 55 milioni nel 2014. E le priorità infrastrutturali del triennio riguardano sette ambiti.

    Il primo è quello delle Riparazioni e delle Costruzioni Navali, ambito nel quale si prevede un radicale intervento di adeguamento e potenziamento a partire dai bacini di carenaggio fino alla partecipazione e alla realizzazione del cosiddetto ribaltamento a mare di Fincantieri che consiste nel prolungamento del cantiere sino al Porto Petroli di Multedo. Certo non è compito dell’Autorità Portuale individuare soluzioni per il rilancio del cantiere di Sestri, ma più che sul ribaltamento bisognerebbe investire per dare a Fincantieri sbocchi su nuovi mercati diversi da quello crocieristico.

    Il secondo ambito preso in esame dal piano operativo è quello del cosiddetto Piano del Ferro, ovvero tutti quegli interventi propedeutici al potenziamento dell’infrastruttura ferroviaria nello scalo genovese tra cui in particolar modo:

    – la ristrutturazione dello scalo merci fuori muro con la nuova elettrificazione dei binari

    – la riqualificazione delle infrastrutture ferroviarie di collegamento al Parco Campasso

    – il nuovo raccordo ferroviario al bacino portuale di Voltri (nell’ambito dell’apertura del Terzo Valico direzione Milano)

    Seguono le opere complementari al completamento di Calata Bettolo con la piattaforma ecologica, il nuovo impianto per le rinfuse liquide e il progetto bunkeraggio a Calata Olii minerali. Si prosegue con una serie di interventi di riqualificazione nell’area di Sampiardarena tra cui importanti lavori a Ponte Libia, Ponte Somalia, Calata Inglese, Calata Massaua, Calata Derna, ex idroscalo, e l’adeguamento di alcuni tratti di diga foranea tra cui quello relativo all’imboccatura di ponente.

    Un altro ambito è quello relativo al Polo Passeggeri, da sempre punto debole del Porto di Genova, ed in particolar modo ad alcuni interventi su Ponte dei Mille e soprattutto alle opere propedeutiche alla realizzazione del progetto Van Berkel a Ponte Parodi. Un ambito importante di intervento dell’Autorità Portuale è anche quello di Voltri, con il progetto del nuovo viadotto, con la riqualificazione di alcuni piazzali e le opere a protezione della passeggiata a mare.

    Il Programma per la Logistica è un altro degli ambiti di intervento del Piano Operativo Triennale: l’ammodernamento e il prolungamento della sopraelevata portuale, il distripark e l’autoparco. Sempre in tema di logistica, l’area di Sestri Ponente, oltre che dagli interventi relativi al settore delle costruzioni navali, sarà interessata anche dalla realizzazione dell’area di sosta dedicata all’autotrasporto.

    La programmazione delle opere del triennio si completa con la realizzazione del Punto di Entrata Designato, il programma di manutenzioni e l’ammodernamento degli impianti tecnologici.

    Restano fuori dal Programma progetti importanti come la sesta vasca o il progetto delle Autostrade del Mare che potranno essere realizzati soltanto facendo ricorso alla partnership con i privati.

    L’obiettivo che realisticamente dobbiamo darci è di concludere le opere che sono in corso e avviare grandi interventi strategici che concludono la fase attuativa del piano regolatore vigente – ha commentato il presidente dell’Autorità Portuale Luigi Merlo in relazione alle opere da avviare, abbiamo ricevuto recentemente la notizia che la Corte dei Conti ha sbloccato il finanziamento del viadotto di Voltri (Terzo Valico n.d.r.) per la cui realizzazione stiamo approntando la gara. Ma questo piano triennale dà il via libera anche per il ribaltamento a mare di Fincantieri e costruisce le condizioni per la sesta vasca.”

    “In questa fase politica ed economica è difficile procedere all’accensione di mutui. Penso però sia opportuna una riflessione più generale sulla pianificazione e sulla realizzazione delle opere portuali negli scali italiani. Molti dei porti italiani prevedono piani di sviluppo ciascuno di centinaia di milioni di euro con un orizzonte temporale che in alcuni casi va oltre il triennio senza che via sia alcuna copertura finanziaria a supportarli. Se facciamo la somma di tutti i piani arriviamo ad alcuni miliardi di euro, è credibile tutto ciò, ma soprattutto è un corretto impiego di risorse pubbliche? Se non c’è responsabilità da parte di tutti, sia a livello nazionale che di singolo porto, queste opere rischiano di non essere coerenti con le reali prospettive di mercato. Occorre avere la responsabilità di interrompere il ciclo vizioso dell’effimero e dei libri dei sogni.

  • Workshop sul turismo responsabile organizzato da Cospe

    Workshop sul turismo responsabile organizzato da Cospe

    Turismo responsabileCospe,  Cooperazione per lo Sviluppo dei Paesi Emergenti, promuove due giorni di incontri sul tema del “Turismo responsabile come partenariato per lo sviluppo”.

    Il turismo infatti, quando è attuato secondo principi di giustizia economia e sociale, nel rispetto dell’ambiente e delle comunità locali, si dimostra uno strumento importante per lo sviluppo e l’empowerment dei popoli. I viaggi di turismo responsabile rappresentano un’opportunità concreta di partecipazione e scambio interculturale: i viaggiatori possono contribuire, attivamente, a sostenere lo sviluppo delle comunità locali mentre quest’ultime hanno modo di essere protagoniste dell’accoglienza e di veder valorizzate le proprie tradizioni e culture.

    Il 12 novembre 2011 alle ore 15.30 presso la sala incontri Regione Liguria in Piazza de Ferrari a Genova, Cristina Puppo del COSPE modera gli interventi di Stefano Landi, Un’altra cosa travel; Vittorio carta, Planet Viaggi; Alessandro Triantafyllidis, AIAB Liguria; Luigi Rambelli, Legambiente; Rosandro Pires Montero; Chatours (Capo Verde), Giulia Calos, COSPE; Sara Montoli, AIAB Liguria.
    Alle 19.00 Apericena Bio preparato dalla azienda Biologica Agrisestri.

    Il programma per domenica 13 novembre prevede il ritrovo alle ore 10.00 a Porta Testa (Finalborgo) per un ‘escursione Naturalistica.

    La prenotazione è obbligatoria. Per partecipare contattare puppocris@gmail.com tel. 349 6854951

  • Riconoscimento facciale, la nuova frontiera del marketing

    Riconoscimento facciale, la nuova frontiera del marketing

    Riconoscimento faccialeDimmi che faccia hai, ti dirò cosa compri. E’ questa la filosofia alla base del riconoscimento facciale, una nuova evoluzione del marketing che si sta diffondendo a livello mondiale, destando curiosità e interesse tra aziende e consumatori.

    Il riconoscimento facciale consente di tracciare un profilo del potenziale acquirente  grazie a un dispositivo capace di leggere i tratti del volto, nel momento in cui, per esempio,  il cliente di un negozio passa davanti a una vetrina o a una parete dello stesso.  Il software misura la distanza tra gli occhi, la larghezza del naso, l’altezza della fronte e altri tratti somatici del viso, comparandoli poi con codici standardizzati che rappresentano le caratteristiche tipiche di donne e uomini di ètà differenti.

    In questo modo si traccia un profilo preciso del consumatore e si riesce a offrirgli più velocemente un prodotto adatto alle sue caratteristiche, aumentando le possibilità di vendita.

    In alcuni paesi il marketing facciale è già molto utilizzato.  In Giappone è attivo in punti vendita, ristoranti e banche per personalizzare le pubblicità; negli Usa si sta diffondendo: Venetian Casino, Hotel & Resort di Las Vegas utilizza questo strumento all’interno delle proprie strutture per consigliare il ristorante, il club o il tipo di intrattenimento più adatto alla persona in questione.

    Anche azienda del calibro Adidas e Kraft si stanno interessando al “marketing facciale”: pare che il colosso di articoli sportivi abbia in progetto di installare in alcuni negozi in Inghilterra e Usa pareti digitali in grado di distinguere il genere e la fascia di età dei clienti.  La Kraft è in trattativa con una catena di supermercati per l’utilizzo del marketing facciale per i suoi prodotti, con l’obiettivo di dare consigli su come usarli in base al profilo demografico della persona. In questo modo si riesce a colpire contemporaneamente migliaia di clienti dei grandi store, aumentando esponenzialmente le possibilità di vendita.

    Questa tecnica ha destato non poche perplessità  riguardo alla tutela della vita privata del consumatore, ma l’impressione è che al giorno d’oggi la privacy sia un miraggio lontano, un principio non contemplato da aziende legate alla logica miglior prodotto-maggior profitto.

    Il marketing ci offrirà ancora molte sorprese e novità, intanto però abbiamo appreso un primo insegnamento dal riconoscimento facciale:  non uscire mai più di casa spettinati o struccati, le vetrine potrebbero immortalarci inesorabilmente.

    Manuela Stella

  • L’Europa all’Italia: chi decide è la Banca Centrale Europea

    L’Europa all’Italia: chi decide è la Banca Centrale Europea

    L’Europa non è un soggetto politico, ma economico. Ciò significa, in pratica, che le decisioni sono prese dalla BCE per motivazioni economiche e non dai politici europei per motivazioni sociali. Senza contare che entrambi i soggetti sono già ostaggio di banche private a rischio di fallimento e altri potentati.

    E’ da qui che si spiega la lettera di Trichet e Draghi all’Italia. C’è un’esasperata tensione economica che pervade il continente e l’ansia di tranquillizzare i mercati spinge organismi che si dovrebbero occupare di altro ad interferire persino con la sovranità interna di uno Stato.

    Certo, qualche giustificazione sta nell’inadeguatezza e nel dilettantismo del nostro (ormai ex) governo. Ma resta il fatto che la BCE non può permettersi di chiedere ad uno Stato di eludere ogni ragionamento politico. Possiamo forse accettare che l’Europa imponga ai nostri conti un saldo finale. Ma non possiamo accettare che ci venga detto come ottenerlo. Perché l’allocazione delle risorse è un problema politico.

    In ultima analisi, spetta a noi cittadini interrogarci e decidere cosa e dove tagliare, se e come intervenire. Siamo d’accordo che, volente o nolente, oggi l’Italia debba controllare i propri conti e reperire in fretta dei capitali per finanziarsi. Ma non è necessario passare per forza attraverso la riduzione degli stipendi, i licenziamenti agevolati, lo slittamento a 67 anni delle pensioni di vecchiaia, il taglio selvaggio della spesa pubblica, l’aumento delle tasse.

    O meglio, un po’ di queste misure sono inevitabili: tutte insieme no. Perché l’Italia, per fortuna o per sfortuna, ha tanti sprechi, tanti costi inutili, tante riforme ancora da fare e una ricchezza privata consistente. Ciò significa che si potrebbero recuperare tanti soldi, ad esempio, tagliando i costi della politica, abolendo le provincie, combattendo l’evasione fiscale, tassando le transazioni e le rendite finanziarie, contrastando la corruzione (che ci costa 60 miliardi l’anno e fa lievitare i costi delle opere pubbliche) e colpendo le mafie (che fatturano ogni anno 150 miliardi in nero).

    Per reperire soldi subito si potrebbe fare una bella patrimoniale: secondo Massimo Mucchetti, potrebbe toccare solo il 20% della popolazione più ricca, senza sortire l’effetto di frenare la crescita. Poi, certo, come “intima” la BCE, si può e si devono fare anche le liberalizzazioni, la lotta ai monopoli privati e la vendita del patrimonio pubblico. Ma perché ad esempio insistere sulle infrastrutture? Almeno su certe infrastrutture, tipo la TAV? Costerà almeno 14 miliardi (di soldi nostri) e servirà per spedire rape e ravanelli da Lisbona a Kiev. Come mai mettiamo in discussione il ponte sullo stretto (per fortuna…), ma né la politica italiana né la BCE hanno pensato che i 14 miliardi della TAV potessero essere destinati ad altro?

    E le varie guerre di altri che, camuffate con distingui teorici e bizantinismi, continuiamo ad appoggiare in giro per il mondo in spregio alla Costituzione? Non si potrebbero ridurre un po’ i 23 miliardi che, secondo l’inchiesta di Paolicelli e Vignarca, se ne sono andati in spese militari solo l’anno scorso?

    Magari così facendo potremmo far saltare fuori quei 250 miseri milioni che, come ha scritto il Corriere giusto ieri, mancano all’appello per completare un intervento di priorità nazionale sul letto del Bisagno che, da 41 anni ad oggi, ancora non è stato ultimato, ma che di danni e di morti continua a farne…

    Andrea Giannini

  • Giovanni Siri, il professore genovese sostenitore della decrescita

    Giovanni Siri, il professore genovese sostenitore della decrescita

    Giovanni SiriUno dei sostenitori della decrescita è il genovese Giovanni Siri, professore di psicologia della personalità all’Università di Genova e di psicologia dei consumi presso la libera Università IULM di Milano, che in questa intervista esclusiva spiega la teoria economica delle decrescita e i suoi possibili sviluppi.

    Il suo libro “La psiche del consumo” fotografa una comunità “contaminata” dal consumo a tal punto da condizionare la percezione dell’io e della realtà. La “decrescita serena” teorizzata da Latouche parte proprio dall’autolimitazione dei consumi… Come può, in un sistema “psicologicamente corrotto”, affermarsi il desiderio di consumare meno?

    L’orientamento consumista della personalità dipende dalla convergenza di due movimenti: da un lato la necessità da parte del nostro sistema economico “maturo” di fare appello non più al bisogno ma al desiderio, e dall’altra l’esigenza delle persone di trovare nuovi supporti alla costruzione e alla conferma della propria identità per sostituire in questa funzione le istituzioni classiche (famiglia, scuola, ideologie, religione). Il consumo si propone alla confluenza di queste due necessità, di sistema ed individuale, divenendo così la cultura dominante interiorizzata: ora la promessa di soddisfare i desideri di felicità e di affermazione narcisistica di sé passa attraverso il gioco del consumo. Questa convergenza non avviene però senza pagare un prezzo. Si tratta di una identità fluida e proteiforme che se in un primo tempo esalta l’edonismo e i nuovi giochi relazionali telematici, oggi comincia a far sentire il peso e l’ansia della incertezza e insicurezza che questo stato di fluidità comporta. Rinasce quindi il bisogno di appartenenza, di relazione, di valori-guida. D’altro canto il sistema economico-produttivo sta confrontandosi con i limiti sociale ed ecologici che un consumismo a qualunque costo impone, ed ha bisogno di ri-orientare il consumo stesso verso mete meno rischiose a medio-lungo termine. L’esito di questo secondo intreccio di motivi individuali e socioeconomici sta nell’emergere del consumo responsabile, dello sviluppo sostenibili, nella green economy, nel volontariato, nei gruppi di acquisto spontanei e così via. La filosofia della decrescita consapevole si propone oggi come un orizzonte di valore e di significato dell’esistere che ripropone l’umanesimo della persona al centro dell’orizzonte di senso, e il consumo come uno strumento secondario di questo centro valoriale. Non si tratta di anti-consumismo, ma di un ri-orientamento delle aree di consumo che premia la persona facendola sentire intelligente e piena di valori buoni, più consapevole della centralità della propria vicenda esistenziale. Credo quindi che la filosofia della decrescita sia uno degli aspetti della nuova sintesi tra bisogni personali e necessità del sistema socioeconomico, coerente con l’evoluzione della postmodernità. Una cosa buona e positiva, che si inserisce in un orizzonte ampio e di medio periodo, non una moda passeggera o una semplice reazione alla fase precedente.

    Ci può aiutare a comprendere meglio la differenza fra il concetto di “decrescita” e quello di “sviluppo sostenibile” (quest’ultimo definito “un ossimoro” da Latouche)?

    Dal mio punto di vista lo sviluppo sostenibile è la ricerca del modo di mantenere le (cattive) abitudini consumistiche senza dover pagare il dazio dei danni ambientali e delle asimmetrie sociali che questo sta generando. Per esempio ricorrendo a innovazioni tecniche (gli OGM nella agricoltura, per es.) o alla scoperta di fonti rinnovabili efficienti, e così via.  Il concetto di “decrescita” è diverso in quanto invece mira a mettere in discussione il valore della ricerca – come fine principale degli individui e dei sistemi sociali – della crescita continua di benessere “materiale” ed economico, per proporre uno stile di vita che pone al primo posto di valore la capacità di godersi il tempo, di cercare un benessere psicofisico e armonico, di dare spazio alla relazione ed al rapporto con la natura. Anche per non sottrarre risorse ai più poveri o per non depauperare la Natura, ma in primis perché il senso della vita non può stare solo nell’inseguire mete di benessere materiale, edonistico e consumista.

    Come uscire allora da questa logica del consumo spropositato?

    Lo vediamo già in atto: mettendo al centro i sentimenti, la relazione, il senso di appartenenza ad un mondo che va oltre il proprio “io”. Uscendo dalla logica coattiva del consumo come unico modo di autorealizzazione, dalla idea di successo e di edonismo materialista come unico valore. Sta già accadendo, anche se manca qui il ruolo della politica, intesa come proposta di ideali unificanti che proiettino gli individui oltre sé stessi verso unità di insieme cui partecipare e di cui sentirsi responsabili. Manca anche il ruolo degli intellettuali, degli artisti, della religione: solo una ripresa delle tradizionali fonti di “produzione” di ideali può davvero far traghettare oltre il consumismo egocentrico e coatto in cui abbiamo rischiato di scivolare.

    Gabriele Serpe

  • La decrescita, il nuovo sistema economico di Serge Latouche

    La decrescita, il nuovo sistema economico di Serge Latouche

    decrescitaAlle nostre orecchie “decrescita” suona come una parolaccia. La nostra civiltà è cresciuta sotto la splendida palma del consumo e della crescita economica, e il segno meno è difficile da digerire come indicazione positiva.

    Eppure, già negli anni settanta, il professore rumeno Georgescu-Roegen gettava le basi di un nuovo sistema economico in contrapposizione alla crescita del PIL come indicatore positivo. Egli dimostrò quanto la teoria dei consumi potesse facilmente condurre la società occidentale all’entropia, alla paralisi.

    Nel 1979 i suoi studi vennero pubblicati in Francia attirando l’attenzione degli economisti di tutto il mondo, e si iniziò a parlare di “decrescita” come nuova opportunità, di esaurimento delle risorse non rinnovabili… temi in completo contrasto con il senso comune di quegli anni, che guardava al futuro come a una crescita infinita, fuorviato dall’aumento delle ricchezze e dalla vita comoda.

    Oggi questo senso comune non dico sia mutato, ma senza ombra di dubbio le crepe del sistema sono visibili a chiunque e l’insofferenza generale inizia ad avvertirsi nitidamente. E affermare che il miglioramento delle condizioni di vita deve essere ottenuto senza aumentare il consumo, non è più scomunicante ed eretico.

    Serge Latouche, economista e filosofo francese, è fra i principali sostenitori della decrescita, ma in Italia anche gli studiosi Maurizio Pallante e il genovese Giovanni Siri, in ambiti diversi, si occupano della materia. Lo scopo è quello di dimostrare concretamente l’alternativa al corrente sistema economico: il “nuovo mondo”. Un’economia fondata sull’autolimitazione volontaria dei consumi a favore di un miglioramento della qualità della vita, da non confondersi con la “crescita negativa” della quale sentiamo parlare nei vari talk show politici.

    Un nuovo paradigma sociale quindi, lontano anni luce dal concetto di utopia e basato su alcuni principi portanti: non si può separare la crescita economica dalla crescita del suo impatto ecologico, la limitatezza delle risorse contraddice il principio della crescita del PIL, la ricchezza prodotta dagli attuali sistemi economici consiste soltanto in beni e servizi e non tiene conto di altre forme di ricchezza indispensabili per la qualità della vita.

    Letture consigliate: Serge Latouche, “Come si esce dalla società dei consumi” / Giovanni Siri, “La psiche del consumo”

    Gabriele Serpe

     

    Ecco l’intervista di Giorgio Avanzino per Era Superba all’economista Serge Latouche

     

    IL MITO DELLA TORTA

    Siamo dentro alla teologia della crescita e non ne vediamo la stupidità. Dobbiamo ritrovare il senso della misura, restituire il suo significato alla parola lavoro. I tempi sono maturi per un cambiamento radicale del nostro stile di vita…” Serge Latouche

    Nel pieno di una crisi economica, sociale, culturale, della quale si fatica a vedere l’uscita, fra cambiamenti climatici, inquinamento, disoccupazione e peggioramento delle condizioni di lavoro, qual è la soluzione proposta da politici di ogni schieramento, economisti, giornalisti, industriali, sindacati, insomma da tutti? La parola magica: crescita, alias lavorare, produrre e consumare di più, nell’attesa che una tecnologia verde arrivi a salvarci dai suoi effetti collaterali. La via maestra passa per l’obsolescenza programmata di mercati saturi, come l’automobile e la telefonia, per la produzione di nuovi bisogni, per il concetto di povertà relativa, tutto con l’obbiettivo di rilanciare la produzione/consumo.

    Ma la crescita illimitata è auspicabile in un pianeta dalle risorse finite? Lavorare e consumare di più è davvero il fine dell’esistenza? Oggi, finita la sbornia del boom, dentro lo scenario peggiore, la società della crescita senza crescita , il segno meno del Pil, incubo evocato in ogni talk show, iniziamo a chiedercelo.  Per rifiutare il dogma che la crescita è buona, sempre e per tutti bisogna decolonizzare l’immaginario e uscire dalla cultura che la considera una verità rivelata, quasi religiosa: questa è la provocazione della decrescita serena proposta dal professore francese Serge Latouche.

    Nel suo ultimo libro, Latouche sfata il mito della torta che lievita all’infinito producendo più fette per tutti; è ora di chiedersi non quanto la torta della crescita potrà lievitare, ma quale sia la lista degli ingredienti: buoni o tossici?  Ma se l’economia è una religione, chi pratica la decrescita deve essere il suo ateo, e vivere come se non esistesse! Solo sospendendo la fede acritica nella crescita, potremo percepire la tossicità della torta, e non mangiarla più! I movimenti che si ispirano alla decrescita propongono un’autoriduzione volontaria, serena, della produzione e del consumo all’insegna del meno, ma meglio: non abolire il mercato, ma ricondurlo a semplice spazio sociale dello scambio impersonale; ristabilire un equilibrio tra uomo e ambiente; rilocalizzare la produzione di cibo; riscoprire la qualità della vita  La decrescita è una rivoluzione culturale, da non confondere con l’ambigua retorica della crescita verde, un’opulenza frugale che deriva dalla presa di coscienza che l’aumento dei consumi non può essere l’unico nostro orizzonte, a scapito dell’esistenza del nostro stesso pianeta.

    Andrea Macciò

  • Porto di Genova: cresce il traffico, diminuiscono i passeggeri

    Porto di Genova: cresce il traffico, diminuiscono i passeggeri

    Porto di GenovaIl Porto di Genova reagisce allo “sboom” economico e  riprende a camminare, il traffico container sale del 4,7% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso raggiungendo quota 1.380.894 teu. In particolar modo cresce il traffico teu del VTE di Voltri che raggiunge il 15,2% in più rispetto allo stesso periodo dell’anno passato.

    Nel primo semestre del 2011 il porto di Genova ha movimentato in totale 26,25 milioni di tonnellate di merci. In tutto il 2010 51,9 milioni, quindi la previsione è di crescita rispetto allo scorso anno.

    Nel 2006, anno della grande ripresa, i traffici raggiunsero i livelli dei primi anni 70 attestandosi intorno ai 56 milioni di tonnellate di merci: se si confrontano con i numeri attuali ci si può rendere conto della rincorsa che il Porto sta compiendo su se stesso, una corsa che ad oggi sta dando ottimi risultati.

    In calo i prodotti petroliferi (-5,5%), complice la situazione libica. Calano anche i passeggeri dei traghetti, addiritura del 17,8% rispetto all’anno scorso. Anche in questo caso la situazione politica del Nord Africa incide sul dato, ma in calo sono anche i passeggeri delle crociere (-5,3%) indice che conferma i problemi dello scalo genovese per quanto riguarda l’imbarco dei passeggeri e la sua spiccata natura commerciale.

    Il Porto di Genova è infatti il primo in Italia per traffico merci (il secondo è Trieste, 44 milioni di tonnellate nel 2010) e soltanto il quarto per traffico passeggeri. Dieci anni fa lo scalo genovese aveva il primato anche per le crociere, oggi, pur essendo raddoppiato il numero di imbarchi, ha dovuto cedere il passo a Civitavecchia, Venezia e Napoli il cui traffico passeggeri è aumentato esponenzialmente.

     

  • Evasione Fiscale: in Italia l’illegalità è la regola

    Evasione Fiscale: in Italia l’illegalità è la regola

    Modello 730L’evasione fiscale ci costa 120 miliardi l’anno. La stima (prudenziale) è quella fatta da Nunzia Penelope nel libro Soldi Rubati (2011, Ponte alle Grazie). E appare assolutamente realistica, perché basata su stime di organi pubblici come la Corte dei Conti.

    D’altra parte, che non si tratti di un numero campato in aria, lo si capisce considerando che solo con l’ultimo condono sono stati rimpatriati 100 miliardi di capitali (dai quali, per inciso, lo Stato ha ricavato la miseria del 5%). Per dare un metro di paragone, in base a quello che è scritto nella lettera che Berlusconi ha portato a Bruxelles la scorsa settimana, l’effetto correttivo sui bilanci pubblici di tutti gli interventi “lacrime a sangue” presi dal Parlamento quest’estate sarà pari, da qui al 2014, a 60 miliardi di euro.

    Il che vale a dire che basterebbe non sconfiggere, ma dimezzare l’evasione fiscale per risparmiarci gran parte dei sacrifici che il dissesto dei conti pubblici, la crisi economica e la speculazione internazionale ha reso necessari. Tant’è vero che il governo ha cominciato a battere sul tasto del recupero dell’evasione come leva per il risanamento. Peccato però che non si possa fare molto affidamento su un incasso virtuale. E’ come per quelle società che mettono a bilancio, in attivo, i crediti non recuperati: sono soldi dovuti, è vero, ma non sono a disposizione (e chissà mai se lo saranno).

    Infatti l’Europa ci ha avvertito che non si fida di quelle che, allo stato attuale, rischiano di essere promesse che non si possono mantenere. Combattere l’evasione non è facile. In particolar modo in Italia. Per quale motivo? Si potrebbe cominciare dicendo che un premier imputato più volte per reati fiscali potrebbe avere qualche remora a inasprire le leggi contro i reati fiscali. Se poi questo stesso premier, a parole, legittima l’evasione, quando la tassazione agli occhi del contribuente appare troppo alta, è chiaro che poi passano messaggi poco proficui. Ma dare la colpa di tutto a Berlusconi sarebbe un errore.

    I grandi evasori si sentono tutelati grazie a leggi “benevole” fatte da governi di destra e di sinistra. E non ci sono solo i grandi evasori: il partito di chi non paga le tasse è trasversale. Sappiamo tutti che a non fare lo scontrino o a non rilasciare le ricevute sono un po’ tutte le categorie di commercianti e liberi professionisti. Solo il lavoratore dipendente non evade (ma unicamente perché non può, dato che le tasse gli sono detratte direttamente in busta paga).

    Arriviamo così al nodo del problema: uno stato di illegalità diffusa che coinvolge un po’ tutti e che costringe i politici che vogliano mantenersi la poltrona a non calcare troppo la mano contro l’evasione fiscale. Come siamo arrivati a questo?

    Con le soluzioni all’italiana, ossia tollerando l’evasione come ammortizzatore sociale. Le tasse sono alte, è vero, ma tanto si da per scontato che nessuno, grande o piccolo che sia, si mette a pagare tutto. E comunque l’economia va abbastanza bene, lo Stato si indebita ma riesce a fare un minimo di spesa sociale e tutti riescono più o meno ad adattarsi.

    Ma poi arriva la crisi. Ci si accorge che i conti non sono poi così in ordine e finanziare il debito costa sempre di più. Qualcuno comincia addirittura a paventare il rischio di insolvenza. Allora si taglia prima di tutto la spesa pubblica (cioè i servizi e gli incentivi). Poi si aumentano le tasse (più o meno occultamente). Ma fino a un certo punto.

    Come ha scritto una volta Michele Boldrin su Il Fatto Quotidiano, se prendiamo il PIL italiano, scorporiamo la stima del lavoro nero che non è tassato (il 12,5% secondo i conti dell’economista) e lo dividiamo per quello che incassa lo Stato, otteniamo una percentuale che registra la nostra pressione fiscale come la più alta del mondo! Superiamo persino quella dei paesi scandinavi, dove però ci sono servizi pubblici di altissima qualità.

    Morale: dato che le tasse sono già altissime, se non si vuole deprimere completamente l’economia, per fare cassa bisogna trovare altre soluzioni. Arriviamo così all’ultima novità: toccare il costoso sistema pensionistico. L’evasione invece, che ci costa forse anche di più, al di là degli spot, non si tocca: si scontenterebbe troppa gente.

    La nostra debole politica si può permettere di colpire solo le categorie più deboli, oppure di scaricare i sacrifici sulle spalle dei cittadini nel modo più ampio e indiscriminato. Perché gli Italiani sono l’unica categoria che non è abbastanza compatta per organizzare una protesta coerente.

    E’ così che siamo finiti in un tunnel da cui non sappiamo come uscire. Certo, ci sarebbe sempre la via più semplice: prendere provvedimenti che non abbiano a che fare con il calcolo elettoralistico di accontentare o di scontentare qualcuno, ma con la giustizia. Tanto per fare un esempio, si potrebbero colpire i privilegi indebiti, i comportamenti illegali e le inefficienze costose. Basterebbe appellarsi all’equità e dire: dobbiamo fare questo e questo non perché è conveniente per qualcuno, ma semplicemente perché è giusto. Peccato che quando l’illegalità è la regola, ciò che è giusto e ciò che è sbagliato non si distinguono più.

    Andrea Giannini

  • Confeserecenti: “sei punti” per uscire dalla crisi

    Confeserecenti: “sei punti” per uscire dalla crisi

    La Liguria, come il resto del Paese, vive un momento critico per il benessere dei suoi cittadini e per la tenuta del suo tessuto sociale.
    Le debolezze strutturali rischiano di innescare effetti a catena devastanti nell’immediato e penalizzanti per le generazioni future.

    Le dinamiche demografiche, il basso tasso di industrializzazione e di propensione all’export, la crisi di settori trainanti del nostro tessuto produttivo, quali l’edilizia e la cantieristica, la disoccupazione giovanile sono elementi che contribuiscono ad acuire la crisi in atto e a premere sulle capacità di intervento del bilancio regionale, già sottoposto ai pesantissimi tagli dei trasferimenti governativi.

    Confesercenti ha pubblicato “sei punti per lo sviluppo”, un vademecum non tanto rivolto alle imprese liguri quanto agli enti, la Regione in particolare. Attraverso la riduzione di sprechi e l’ottimizzazione degli investimenti Confesercenti vede uno spiraglio nella situazione di crisi che stiamo attraversando. Partiamo prima dall’analisi dei dati:

    Ecco i sei punti per lo sviluppo:
    • Sanità e trasporto
    • Società partecipate
    • Infrastrutture e reti
    • Quadro normativo e semplificazione
    • Incentivi e accesso al credito
    • Istruzione, formazione, lavoro e occupazione

    1. Sanità e Trasporto:

    Il bilancio regionale è destinato per oltre l’85 % alla copertura dei costi di sanità e trasporto pubblico. Se a ciò sommiamo il fatto che la Liguria è la regione più vecchia al mondo (oltre il 26% di over 65) e che, anche per la conformazione territoriale, il costo a KM del nostro trasporto è molto elevato (€ 4,8 contro per esempio € 1,9 dell’Umbria), intervenire sui costi di sanità e trasporto non è più rinviabile.

    Le cose da fare subito secondo Confesercenti:
    Ridefinire la rete ospedaliera regionale, secondo criteri di marginalità e territorialità, consolidando anche le strutture distrettuali, allo scopo di potenziare l’attività, i servizi di medicina territoriale e l’integrazione socio-sanitaria, con particolare riferimento alla

    medicina di base, domiciliare e assistenza specialistica, con forme di apertura verso terzo settore e sanità privata.

    Razionalizzare i costi ed effettuare una valutazione comparativa degli stessi e dei servizi erogati, attraverso: il contenimento delle spese agevolando l’aggregazione e la standardizzazione della domanda, migliorando la capacità di gestione, assicurando la trasparenza del mercato degli acquisti e delle forniture, anche attraverso una centrale unica ed aggiornando alcuni listini ormai fuori mercato, condividendo un sistema di monitoraggio.

    • Avviare urgenti azioni di riassetto dell’offerta ospedaliera sulla base di alcune priorità: riduzione significativa delle liste d’attesa, inversione dei flussi di utenza in mobilità sanitaria, garanzia della continuità dei servizi assistenziali, riduzione conversione o implementazione di posti letto.

    Promuovere e realizzare un sistema permanente di informazione e comunicazione tramite la creazione di “Sportelli integrati sociosanitari e per la sicurezza” presso i patronati, così come previsto dalla legislazione vigente.

    Per quanto riguarda i trasporti:
    • Razionalizzare ed accorpare le società regionali di trasporto pubblico locale, preferibilmente in un’unica società regionale;

    • Favorire e promuovere azioni concrete di integrazione tra il trasporto pubblico e privato, rappresentato da taxisti, noleggiatori e battellieri, per superare anche l’anomalia ligure che vede quasi il 100% di solo trasporto pubblico.

    • Creare le condizioni per realizzare aree di sosta attrezzate ed intermodali in zone strategiche della nostra regione

    2. Società partecipate:

    L’intermediazione delle imprese pubbliche locali è molto elevata e, in numerosi casi, operano al riparo dalla concorrenza, drenando anche risorse sul mercato. In Liguria rappresenta il 9,5% della spesa consolidata sul PIL, contro il 4,6% dell’Italia. Tra il 1999 e il 2009 l’aumento è stato del 6,2%. La dilatazione della sfera pubblica attuata mediante le imprese di servizio pubblico locale non evidenzia incrementi di efficienza di cui ne beneficiano i consumatori. Al contrario le tariffe dei servizi pubblici non energetici sono cresciute in dieci anni ad una velocità doppia dell’inflazione.

    Le cose da fare subito secondo Confesercenti:
    • Avviare un processo di riorganizzazione e dismissione delle società partecipate che, coinvolgendo anche gli altri enti locali territoriali, porti ad una razionalizzazione di ruoli e competenze, valorizzando le potenzialità espresse dalla sussidiarietà orizzontale.

    3. Infrastrutture e reti:

    Le infrastrutture, nella più ampia accezione di materiali ed immateriali, rappresentano un gap negativo per lo sviluppo della nostra regione. Confesercenti ritiene fondamentale il ruolo delle infrastrutture di mobilità (viabilità, intermodalità, etc.), logistica e connessione quali elementi strategici e fondamentali per la qualità del territorio e lo sviluppo economico.

    Le cose da fare subito secondo Confesercenti:

    • Favorire uno sviluppo delle aree basato sull’insediamento di attività industriali e artigianali, anziché di attività commerciali

    • Mantenere le attività agricole e forestali sulle aree periurbane e rurali e favorire l’insediamento di giovani agricoltori, evitando il consumo di suolo agricolo

    • Approvare rapidamente i bandi della misura 1.2.6 del POR (Programmi Operativi Regionali) per favorire lo sviluppo di reti tra imprese, con particolare riferimento all’innovazione di prodotto e di processo e all’aggregazione delle imprese e delle competenze

    4. Quadro normativo e semplificazione:

    E’ fondamentale condividere un quadro normativo e un’opera di semplificazione che consenta lo sviluppo dell’impresa, in particolare quella di micro dimensione. In particolare i principi presenti nello “Small Business Act”, che postula interventi di semplificazione, di riduzione degli oneri amministrativi, di apertura dei mercati e di sostegno delle potenzialità di sviluppo per le Piccole Medie Imprese.

    Le cose da fare subito secondo Confesercenti:

    • Approvare una legge regionale che contenga i principi generali dello “Small business act

    • Continuare il percorso di semplificazione delle normative in materia ambientale e della sicurezza, basandolo anche sulla dimensione delle imprese

    • Rafforzare le semplificazioni amministrative sui permessi di costruire; autorizzazione paesaggistica, SCIA e rendere omogenea la normativa tra gli enti territoriali liguri

    • Realizzare, in materia di appalti, uno strumento regionale che faciliti la pubblicizzazione e la partecipazione, ed adoperarsi per individuare forme di coinvolgimento delle imprese aventi sede nei territori nei quali sono localizzati gli interventi, anche mediante la possibilità di suddividere i contratti in lotti o lavorazioni ed evidenziando le possibilità di subappalto, al fine anche di evitare pericolose infiltrazioni mafiose.

    5. Incentivi e accesso al credito:

    La tesi di Confesercenti parla chiaro, è necessario migliorare la programmazione e la qualità della spesa, in particolare:

    • contemperare il sostegno all’impresa al sostegno del contesto territoriale che determina le condizioni di competitività per le imprese (ad esempio il miglioramento infrastrutturale);

    • selezionare gli interventi, indirizzandoli prioritariamente a reti e internazionalizzazione, che può diventare fattore di “sopravvivenza” in questa fase congiunturale;

    • continuare la strada della semplificazione delle procedure per accedere ai contributi, sia nella fase di presentazione delle domande (documentazione cartacea indispensabile, autocertificazione etc.), sia in quella di erogazione una volta approvata (tempi rapidi)

    • la garanzia consente l’accesso al credito, quindi può considerarsi a tutti gli effetti strumento di politica industriale; occorre quindi costruire le politiche di sviluppo delle Piccole Medie Imprese anche incentivando il sistema delle garanzie ed assicurando la centralità del ruolo del Confidi.

    • valorizzare e coordinare le azioni (animazione economica) e gli strumenti (centri di assistenza) di informazione per garantire un fondamentale aiuto alle piccole imprese;

    • sviluppare ed incentivare l’economia turistica regionale in una logica di integrazione tra tutte le componenti della filiera (ricettività, mobilità, cultura etc)

    • costruire un modello di organizzazione istituzionale che coordini l’azione di programmazione e indirizzo del legislatore regionale, con quella di amministrazione e gestione assegnata a province e comuni. È altresì importante considerare l’ipotesi di interventi provinciali e comunali in funzione non solo di gestione amministrativa, ma anche di cofinanziamento di leggi o progetti regionali a sostegno delle imprese, secondo i principi di convergenza e finalizzazione degli interventi;

    Esiste inoltre un forte pericolo di “credit crunch”: mancato rinnovo dei fidi, richieste di rientro, costi bancari aumentati vertiginosamente, prime disdette delle convenzioni con i confidi per poter trattare singolarmente caso per caso. 57 milioni di euro (400 ad impresa) è stato il maggiore costo del denaro in Liguria nei primi 9 mesi del 2011.

    Le cose da fare subito secondo Confesercenti:

    • Avviare rapidamente i bandi del POR (FESR-FSE) per dare ossigeno alle imprese;

    • Continuare il percorso di semplificazione e velocizzazione dei bandi regionali

    • Predisporre misure per la realizzazione di azioni di accompagnamento, assistenza e stimolo da parte delle associazioni per l’internazionalizzazione delle imprese

    • Rifinanziare il fondo anticrisi e velocizzare i tempi della realizzazione del confidi intersettoriale regionale, nonché procedere al recupero di risorse settoriali non utilizzate

    • Costituire un tavolo di monitoraggio ed intervento tra istituzioni, ABI e associazioni imprenditoriali per scongiurare il “credit crunch”.

    6. Istruzione, formazione, lavoro e occupazione

    L’istruzione, la formazione e le politiche del lavoro devono integrarsi al fine di dare le necessarie risposte occupazionali che la nostra regione aspetta. Occorre perciò ridurre la distanza tra sistema universitario-scolastico-formativo e mondo delle imprese, mediante anche la valorizzazione della formazione in azienda, dell’apprendistato e l’utilizzo della certificazione dei crediti formativi.

    Le cose da fare subito secondo Confesercenti:

    • Rifinanziare il fondo regionale per gli ammortizzatori sociali

    • Avviare un pacchetto per i giovani, sia per l’inserimento in azienda tramite work experience che mediante forme di auto imprenditoria

    • Favorire la realizzazione di azioni di monitoraggio ed autocontrollo da parte delle imprese stesse.