Tag: teatri

  • Teatri a Genova, Politeama: eventi di richiamo, sponsor e biglietti. E il bilancio non piange

    Teatri a Genova, Politeama: eventi di richiamo, sponsor e biglietti. E il bilancio non piange

    Politeama GenoveseIl Politeama è una realtà atipica nel panorama teatrale genovese (qui l’inchiesta sullo stato di salute generale dei teatri di prosa a Genova), è in tutto e per tutto una società privata e ha molte più difficoltà ad accedere a stanziamenti pubblici rispetto ad altre realtà (come il Politeama anche Teatro della Gioventù e Teatro Altrove faticano ad accedere a finanziamenti, vedi anche gli approfondimenti su Cargo, Garage, Akropolis, Ortica, Lunaria). Tuttavia, da 21 anni, il Politeama può contare sugli stanziamenti del Fus (Fondo Unico per lo spettacolo). «Nel 2014 – spiega il direttore Danilo Staiti – erano arrivati 61 mila euro ma quest’anno il bando richiedeva un numero di repliche maggiore rispetto al passato per cui speriamo che anche il contributo sia adeguato».

    L’inchiesta integrale è pubblicata sul numero 61 di Era Superba (dove trovare la rivista)

    I fondi pubblici sono comunque una piccola parte dei circa 2 milioni di euro di bilancio (che vige non per anno solare per stagione teatrale).  Per la prima volta nel 2014 sono arrivati 10 mila euro dal Comune mentre, salvo qualche finanziamento una tantum, la partecipazione ai bandi regionali è sempre stata preclusa. La stragrande maggioranza delle entrate, dunque, è rappresentata dalla bigliettazione: in questo caso, vengono molto in aiuto gli eventi di grande richiamo fatti al di fuori del Politeama, come ad esempio gli spettacoli di Crozza al 105 Stadium. «Sono appuntamenti che rendono molto di più dal punto di vista commerciale – ammette Staiti – e ci consentono di reggere tutta la stagione perché spesso, anche se riempiamo la sala del Politeama, i nostri mille posti riescono a stento a coprire i costi dello spettacolo».

    Molto viene puntato anche sulle sponsorizzazioni, da un lato rese più facili dalle tipologie di spettacolo, dall’altro ostacolate ancora una volta dalla ragione sociale del teatro: «Il fatto di essere una società privata – analizza il direttore – fa sì che non possiamo ricevere contributi da fondazioni come la Compagnia di San Paolo e allontana anche alcune società private che, invece, sponsorizzando realtà pubbliche, fondazioni o associazioni possono attingere a sgravi fiscali che con noi non avrebbero».

    Non è, dunque, detto che in un prossimo futuro il Genovese non possa valutare una trasformazione in associazione o fondazione per aprire qualche porta in più: «È troppo presto per parlarne – conclude Staiti – ma certamente qualche contributo pubblico in più non ci farebbe male: ci basterebbero 100 mila euro per fare festa tutto l’anno. D’altronde siamo un privato atipico perché non facciamo utili e reinvestiamo tutto nella programmazione artistica, per cui la trasformazione in un soggetto senza scopo di lucro potrebbe anche starci».

     

    Simone D’Ambrosio

  • Teatro della Gioventù, Chiesa: «Andiamo avanti, ma non sappiamo ancora per quanto»

    Teatro della Gioventù, Chiesa: «Andiamo avanti, ma non sappiamo ancora per quanto»

    Intervista a Massimo ChiesaDopo aver approfondito la situazione generale dei teatri di prosa a Genova (qui l’articolo completo) e i focus su Altrove, Cargo, Garage, Akropolis, Ortica e Lunaria, l’inchiesta a puntate di Era Superba prosegue con uno degli ultimi arrivati, il Teatro della Gioventù diretto da Massimo Chiesa ed Eleonora D’Urso, una realtà che non riesce ad appoggiarsi sui finanziamenti statali e ne paga seriamente le conseguenze.

    L’inchiesta integrale è pubblicata sul numero 61 di Era Superba (dove trovare la rivista)

    «Siamo in causa con il Ministero per oltre 1 milione di euro – racconta Massimo Chiesa – perché i 445 mila euro di contributo del 2012 ci sono stati revocati, quelli del 2013 sono stati trattenuti e nel 2014 non sono stati deliberati. Tutto per colpa della burocrazia». Poche anche le speranze di vedere qualcosa nel 2015, per cui è stata fatta domanda di accesso al Fus (Fondo Unico per lo Spettacolo) come impresa di produzione.

    Il bilancio del Teatro della Gioventù parla di circa 1,2 milioni all’anno di spesa. Gli incassi da bigliettazione arrivano a 700 mila euro ma il resto andrebbe teoricamente coperto da fondi pubblici. «Ma ai bandi regionali non possiamo partecipare perché siamo proprietà diretta della Regione e quanto a sponsor privati siamo negati perché non possiamo permetterci professionisti che operino in questo settore. Per ridurre le spese non siamo più andati in tournée eppure siamo l’unica realtà genovese di sola produzione».

    La situazione del teatro di via Cesarea è resa ancora più tragica dagli incrinatissimi rapporti con il padrone di casa, Regione Liguria. Le alluvioni dello scorso autunno hanno provocato danni per almeno 200 mila euro costringendo alla chiusura del foyer al piano terra in cui avrebbero dovuto trovare spazio eventi enogastronomici, musicali e affitti di sala. «Abbiamo sostenuto le spese per allestire un tendone che sostituisse in parte il foyer ma è stato considerato abusivo. Inoltre, per la rottura dell’impianto di climatizzazione per cui abbiamo avuto problemi di freddo in inverno, siamo stati costretti a migrare all’Acquasola per la programmazione estiva a causa del caldo». Il totale stimato da Chiesa tra danni e mancati incassi fa 2 milioni, all’incirca proprio come il debito del Tkc, senza contare i ritardi di mesi con il pagamento degli stipendi.

    Intanto, il debito con la Regione è stato rateizzato per evitare la revoca della concessione ma il direttore annuncia già che non pagherà la prossima rata: «La Regione non ha ancora iniziato i lavori di messa in sicurezza e riqualificazione dopo i danni alluvionali, eppure da luglio dovrebbero riprendere anche i versamenti che dobbiamo fare per la concessione (61 mila euro all’anno a cui si aggiungono 30 giornate gratuiti di utilizzo della sala per l’ente pubblico) finora sospesi proprio per l’alluvione».

    Insomma, il braccio di ferro continua così come l’attività del Teatro della Gioventù ma il futuro è quantomai incerto. «Andiamo avanti, ma non sappiamo ancora per quanto, solo perché il pubblico ci sostiene – conclude Chiesa – visto che per gli spettacoli dell’Acquasola abbiamo fatto una media di 200 persone a sera, che per 36 repliche significa oltre 7 mila spettatori».

     

    Simone D’Ambrosio

  • Teatri genovesi, Altrove: la realtà della Maddalena fra presente e futuro

    Teatri genovesi, Altrove: la realtà della Maddalena fra presente e futuro

    teatro-hops-altrove-d6Dopo il quadro generale con i protagonisti e il primo focus dedicato alle realtà Cargo, Lunaria, Garage, Ortica e Akropolis, prosegue l’inchiesta a puntate di Era Superba nel mondo dei teatri di prosa a Genova. In questo articolo ci soffermiamo sulla piccola realtà dell’Altrove, in piazzetta Cambiaso nel cuore del sestiere della Maddalena, una scommessa rilanciata due anni fa dall’Arci e dalla Comunità di San Benedetto.

    L’inchiesta integrale è pubblicata sul numero 61 di Era Superba (dove trovare la rivista)

    «Non abbiamo contributi pubblici su cui fare affidamento per la copertura dei costi della stagione» racconta Stefano Kovac, coordinatore di Arci Genova. «L’anno scorso dal Comune abbiamo ricevuto 6 mila euro ma è molto meno di quanto restituiamo a Tursi per i canoni della concessione. Ancora peggio la situazione per quanto riguarda la Regione perché i bandi riconoscono maggiori punteggi alle realtà che hanno già ricevuto contributi negli anni precedenti: è la teoria del motore immobile, chi non è dentro il sistema, non può entrare». Anche con il Ministero è un nulla di fatto: per partecipare alla spartizione del Fus bisogna essere aperti da almeno 3 anni e, soprattutto, bisogna avere una propria produzione, cosa che al momento l’Altrove non ha. «Ci stiamo ragionando per il futuro – guarda avanti Kovac – ma certamente un’apertura in questo senso comporterebbe la necessità di trovare almeno un altro piccolo spazio per la sala prove e, quindi, altri costi».

    Nonostante ciò, il bilancio del 2014 si è chiuso con piccolo attivo di 4 mila euro, frutto soprattutto del grande lavoro dei volontari per la gestione di tutta la struttura dell’Altrove. Le entrate si sono attestate attorno ai 160 mila euro, arrivati principalmente dalla ristorazione (85 mila euro) e dalla bigliettazione (45 mila euro) a cui vanno aggiunti 10-12 mila euro dell’affitto della sale, più la manciata di contributi pubblici e donazioni private.
    Ma il bilancio dello scorso anno solare è molto influenzato dall’ultima parte della stagione 2013-2014, il primo anno, in cui tutte le compagnie si sono offerte portare gratuitamente i propri spettacoli. D’altronde, il progetto di riqualificazione e rilancio del sestiere della Maddalena vale più di un cachet.

    Ed è proprio grazie al volontariato che l’Altrove riesce a stare in piedi: programmazione e gestione degli spazi viene fatta sostanzialmente a costo zero per concentrare gli sforzi sul pagamento degli spettacoli. Un cuoco, un lavapiatti e un barista vengono retribuiti sul fronte della ristorazione ma ogni sera vengono affiancati almeno da un altro paio di volontari. I problemi più grandi riguardano la liquidità. «Per eseguire i lavori di riqualificazione di tutti gli spazi – spiega Kovac – ci siamo dovuti indebitare per coprire oltre 70 mila euro di costi, 30 mila euro in più di quanto preventivato dal bando predisposto dal Comune. Abbiamo dovuto spendere 10 mila euro solo per sistemare le attrezzature che dovevano essere comprese ma che in realtà erano rotte o malfunzionanti».

    E il Comune, dopo aver assegnato la concessione, sembra essersi un po’ troppo dimenticato dell’Altrove. «Non voglio fare paragoni con lo Stabile perché non starebbero in piedi ma se i contributi pubblici fossero dati a seconda dei posti, dovrebbe arrivarci circa 1/25 di quanto elargito a Corte e Duse: si tratterebbe di 200 mila euro. Non pretendiamo certo tanto: ci basterebbero 25/30 mila euro, ovvero la cifra che coprirebbe il delta tra le spese per l’ospitalità delle compagnie e gli introiti da bigliettazione. Al momento con il Comune abbiamo solo vinto una gara per 14 mila euro, ma si tratta di un bando prettamente dedicato alla riqualificazione della Maddalena per cui dovremmo mettere in atto altri progetti e forse potremmo utilizzare per il teatro solo qualche spicciolo». Insomma, sarebbe necessaria una maggiore presa di coscienza e di responsabilità da parte di Tursi verso un teatro, sì piccolo, ma che rappresenta un presidio fondamentale per il territorio: «Apriamo 5 sere alla settimana e, tra spettacoli, ristorazione e bar portiamo mediamente 150 persone al giorno nel cuore della Maddalena, che salgono a 200/250 nel caso di eventi più di richiamo».

    Simone D’Ambrosio

  • Teatri genovesi, bilanci e finanziamenti: Cargo, Garage, Akropolis, Lunaria e Ortica

    Teatri genovesi, bilanci e finanziamenti: Cargo, Garage, Akropolis, Lunaria e Ortica

    Teatro Villa Duchesa di Galliera Genova VoltriDopo aver analizzato con i protagonisti della scena teatrale genovese lo stato di salute del teatro di prosa in città (qui la prima parte dell’inchiesta), fra finanziamenti e bilanci, e soprattutto progetti e riflessioni per un futuro caratterizzato da nuove forme di sostentamento, spostiamo la lente di ingrandimento sulle singole realtà. In questo articolo ci concentriamo su Teatro Cargo, Teatro Garage, Akropolis, Ortica e Lunaria

    L’inchiesta integrale è pubblicata sul numero 61 di Era Superba (dove trovare la rivista)

    teatro-cargo-2Tra color che son sospesi, ancora in attesa di conoscere la quota di Fus (Fondo Unico per lo Spettacolo) in arrivo per il settore delle compagnie teatrali, c’è il Teatro Cargo che, tra gli altri progetti, gestisce le realtà voltresi del Teatro di Ponente e di Villa Galliera. «Ad ogni modo – specifica subito la direttrice Laura Sicignano – i contributi sono piuttosto risibili visto che l’anno scorso sono arrivati da Roma 28 mila euro ma più di 50 mila euro hanno fatto il percorso inverso solo per gli oneri sociali del personale». Anche dalla Regione tutto tace: in questo caso non si tratta di finanziamenti per la stagione poiché i contributi sono sempre arrivati per il cartellone estivo mentre non sono mai stati aperti bandi per il periodo invernale ai quali il Cargo potesse partecipare. «Per noi la vera catastrofe è stata l’abolizione della Provincia – prosegue la direttrice – anche perché dal Comune quest’anno al momento sono arrivati solo 9 mila euro per l’estate, poco meno dell’anno scorso a fronte di una programmazione che è più del doppio, mentre per la stagione invernale già conclusa non si sa neppure se mai uscirà il bando».

    teatro-villa-duchessa-di-galliera-voltri-2Come vengono coperti, dunque, i 350 mila euro di bilancio annuale che servono per realizzare la doppia stagione estiva e invernale, per mettere in piedi una tournée nazionale e la produzione di uno spettacolo? «Dal 2008 – ricorda Laura Sicignano – il flusso delle entrate si è dimezzato, siamo tornati indietro di 10 anni e stiamo cercando di sopravvivere alla crisi in qualche modo. Una mano vitale arriva dalla Compagnia di San Paolo ma i conti sono tenuti in piedi solo grazie alle nostre collaboratrici che sono delle vere e proprie stakanoviste».

    Teatro GaragePiù modeste le dimensione del Teatro Garage, con la gestione della Sala Diana a San Fruttuoso, per cui le uscite si attestano attorno ai 15 mila euro al mese, dovute soprattutto agli stipendi del personale tutto a tempo indeterminato e agli affitti degli spazi. «A questa cifra – sottolinea il direttore Lorenzo Costa – dobbiamo aggiungere lo “stipendio” che versiamo alle banche per coprire i 150 mila euro di debito pregresso». Ora i bilanci chiudono molto vicini al pareggio ma sono coperti solo per il 25% da fondi pubblici di Comune e Regione. «Un tempo – ricorda il direttore – arrivavamo anche al 40-45% e c’erano pure 50 milioni di vecchie lire che una quindicina di anni fa arrivavano dal Fus, poi ne siamo stati estromessi in maniera assurda per non aver realizzato un piccola parte del programma previsto». Così, adesso, la maggior parte degli incassi deriva dalla bigliettazione, dalla didattica, dalle tournée delle proprie produzioni.  

    Nel limbo anche Lunaria, la compagnia che oltre al noto “Festival in una notte d’estate”, gestisce la stagione invernale del Teatro degli Emiliani a Nervi. «Per il Festival – fa i conti la direttrice Daniela Ardini – non sappiamo ancora se riceveremo fondi regionali. Il Comune ci ha dato 18 mila euro  in attesa del contributo dal bando per la stagione, ormai conclusa. Intanto attendiamo risposta dal Fus per la distribuzione dei fondi destinati alle compagnie e ai teatri di innovazione». Il principale sostenitore di un bilancio che si aggira attorno ai 250 mila euro è, anche in questo caso, la Compagnia di San Paolo, seguita dal buon successo del pubblico pagante. Ma la grande incertezza provoca previsioni nefande: «Non sappiamo se saremo in grado di garantire la stagione invernale a Nervi» avverte la direttrice. «In questi ultimi anni ci siamo dovuti ridimensionare molto. Non abbiamo personale fisso per cui abbiamo una grande flessibilità che è quella che ci ha permesso di sopravvivere ma lavoriamo ben sopra le nostre forze e la cinghia a un certo punto non si può più tirare».

    teatro akropolisChi ha trovato una via al momento unica all’interno del panorama genovese per racimolare un po’ di fondi vitali è il Teatro Akropolis che nel 2015 ha ricevuto un finanziamento ministeriale per un progetto di residenze dedicato ad attori che vengono da fuori e che hanno bisogno di spazi per produrre i propri spettacoli. «Il progetto – ci racconta Veronica Righetti, responsabile relazioni esterne del Teatro – è frutto di un percorso dal basso che abbiamo iniziato assieme ad alcuni teatri nazionali e all’Università di Bologna e punta a sostenere le produzioni indipendenti». Sostanzialmente si tratta di mettere a disposizione di compagnie nazionali e internazionali gli spazi e le attrezzature necessarie, vitto e alloggio per una ventina di giorni. «Per quest’anno abbiamo ricevuto 90 richieste ma abbiamo i fondi solo per poter dare risposta a 6, 7 compagnie». Questa realtà di Sestri ponente non ha una vera e propria stagione ma un festival che ogni anno dura 45 giorni. «Le spese più sostanziose che dobbiamo sostenere sono quelle dedicate all’ospitalità delle compagnie che vengono a Genova e a cui teniamo molto. Poi naturalmente ci sono i costi di gestione del teatro e del personale». Le entrate, invece, oltre che dalla bigliettazione, sono garantite dalla vendita degli spettacoli all’estero (al momento è in corso una rappresentazione in Brasile) e dall’organizzazione di laboratori e seminari. Qualche contributo arriva dagli enti pubblici locali (Regione, Comune e Municipio) e da Società per Cornigliano mentre alcuni progetti sono resi possibili grazie a partenariati con Università, Biblioteca Berio e altre città italiane che non mettono a disposizione soldi ma spazi e materiali tecnici.

    Chiudiamo questo prima parte di viaggio nel cuore dei teatri genovesi a Molassana, con la particolare realtà del Teatro dell’Ortica, che fa della promozione sociale a mezzo teatro la propria ragione d’essere e che l’anno prossimo festeggerà i venti anni di attività. Il bilancio da 140-150 mila euro all’anno si chiude in pareggio sempre con molta difficoltà. Dal Comune arrivano mediamente 6 mila euro per la stagione e 5 mila euro per l’estivo Festival dell’Acquedotto (a cui se ne aggiungono altrettanti di Fondazione Palazzo Ducale): «Ma in passato – lamenta il direttore Mirco Bonomi – per il Festival arrivava anche più del doppio. Invece, adesso non c’è più neanche la Provincia mentre la Regione finanzia solo l’attività sociale nelle carceri e con pazienti psichiatrici ma con cifre assolutamente non sufficienti per l’attività fatta in tutta la Regione (20 mila euro nel 2014, ma un tempo erano anche 28 mila – non ancora deliberato lo stanziamento per il 2015)». La diminuzione di finanziamenti da parte degli enti pubblici provoca a cascata altre conseguenze non piacevoli: ad esempio, l’impossibilità di ottenere fidejussioni bancarie a copertura di bandi europei per partnership internazionali i cui costi, in questo modo, devono per forza di cose essere anticipati dal teatro.

    Il teatro, però, almeno nel caso dell’Ortica non è solo spettacolo. Finanziare con soldi pubblici determinate attività diventa anche una connotante scelta politica per le amministrazioni locali: «Per noi il teatro è un momento di crescita e di formazione – conclude Bonomi – e cerchiamo di portarlo nel degrado, nelle periferie, in realtà in cui non è mai entrato. Il teatro diventa qualcosa di vivo, che entra nel cuore pulsante della gente e della città. Il sostegno pubblico per noi non è elemosina ma investimento sulle diversità».

     

     

    Simone D’Ambrosio

  • Genova in scena, la città dei teatri: vivere e sopravvivere all’ombra della Lanterna

    Genova in scena, la città dei teatri: vivere e sopravvivere all’ombra della Lanterna

    teatro-corte6-DIGenova città dei teatri. La definivano così il sindaco e l’assessore alla Cultura di una manciata di anni fa, Marta Vincenzi e Andrea Ranieri. Un’esagerazione, forse, ma certamente un’espressione che dava piena dignità a una delle principali attrattive culturali della città.
    Sul numero 61 di Era Superba abbiamo pubblicato una lunga inchiesta per approfondire il “dietro le quinte” dei teatri di prosa genovesi. Bilanci e finanziamenti, programmi e progetti, per restare in piedi in un momento di grande difficoltà per un settore che storicamente ha vissuto in primis grazie a quelle risorse pubbliche oggi sempre più in via di estinzione e che ancora è alla ricerca di nuove forme di sostentamento.
    Vi proponiamo sulle nostre pagine online un viaggio a puntate fra i teatri cittadini, partendo da un quadro generale per poi concentrarci sulle diverse realtà, palcoscenico per palcoscenico: Teatro Stabile, Teatro della Tosse, Archivolto, Politeama Genovese, Altrove, Teatro della Gioventù, Teatro Garage, Teatro Akropolis, Lunaria, Ortica e Teatro Cargo. Analizzeremo, dunque, esclusivamente il teatro di prosa, lasciando ad altri contesti le analisi sul Carlo Felice e sulla Gog e le numerose attività di compagnie professionali o amatoriali che non hanno una sede fissa.

    L’inchiesta integrale è pubblicata sul numero 61 di Era Superba (dove trovare la rivista)

    teatro-archivolto-D«Sono molto orgogliosa dei nostri teatri – dice la direttrice dell’Archivolto, Pina Rando – perché da Genova passa davvero il meglio del teatro italiano. Ognuno nel suo settore, rispetto alle proprie caratteristiche artistiche. Abbiamo un’offerta straordinaria rispetto al bacino d’utenza e i teatri, molto spesso, sono pieni». Non solo l’opera del Carlo Felice o la prosa dello Stabile ma anche gli spettacoli del Politeama e dell’Archivolto, le sperimentazioni della Tosse e il fermento di un nugolo sterminato di realtà più piccole e un po’ di nicchia.
    Ma non è tutto rosa e fiori. Anzi. È proprio a partire dagli anni in cui si inneggiava alla città dei teatri che sono iniziati i dolori: la crisi e i tagli hanno ridotto al lumicino i finanziamenti pubblici e privati. Le piccole realtà, laddove non hanno alzato bandiera bianca, hanno comunque boccheggiato a fatica. E le difficoltà non sono mancate neppure alle istituzioni cittadine, come il Carlo Felice, l’Archivolto e, ultimamente, anche lo Stabile, spesso protagoniste sulle prime pagine dei quotidiani locali. «Se ci fossimo messi a lavorare tutti insieme in modo concreto, avremmo potuto davvero raccontare Genova come città dei teatri – riprende Pina Rando – ma quando c’erano un po’ di soldi si è fatto poco o nulla e quando invece ci sarebbero stati i presupposti per iniziare a concretizzare l’idea, non c’erano più i soldi per farlo».
    Già, i soldi. Il problema è sempre quello. Secondo Laura Sicignano, direttrice del Teatro Cargo: «Il sistema dei teatri è assolutamente fuori dall’economia di mercato: se si pensa che i teatri debbano sostenersi solo con lo sbigliettamento, tanto vale chiuderli».
    Ma quali sono le cifre che girano attorno al sistema teatro genovese? Quanti fondi servono per portare avanti un ente di caratura nazionale come lo Stabile o una realtà decisamente più di nicchia come il Verdi? Chi fa più fatica? Proviamo a rispondere a un po’ di queste domande, andando a mettere il dito nelle piaghe di questo settore e facendoci raccontare lo stato dell’arte dagli stessi protagonisti.

    Su il sipario: una visione d’insieme

    [quote]Il sistema dei teatri è assolutamente fuori dall’economia di mercato: se si pensa che i teatri debbano sostenersi solo con lo sbigliettamento, tanto vale chiuderli».[/quote]

    Teatri pubblici (Carlo Felice e Stabile), fondazioni (Tosse e Archivolto), associazioni (Cargo, Ortica, Lunaria, Akropolis e molte altre) e realtà esclusivamente private (Politeama). A Genova c’è un po’ di tutto e non è semplice riuscire a fare un discorso complessivo. «Ci sono realtà interamente pubbliche come il Carlo Felice o lo Stabile – spiega Laura Sicignano – Fondazioni che hanno importanti elargizioni da Ministero, Regione e Comune e tante altre realtà che cercano di mettere insieme gli scarsi contributi pubblici con quelli privati, spesso attraverso procedure burocratiche complicatissime per cui non c’è neppure la forza lavoro sufficiente per seguirle». I teatri genovesi hanno una natura giuridica estremamente variegata producendo realtà difficilmente comparabili tra di loro, sia dal punto di vista della produzione artistica sia da quello della sostenibilità economica.

    Ingresso Teatro della TosseIl primo elemento che riunisce grandi e piccole realtà è rappresentato dall’indispensabilità dei contributi pubblici, siano essi del Ministero, della Regione o del Comune. Basti pensare che nel 2015 solo per Stabile, Archivolto e Tosse sono previsti da Roma quasi 3 milioni e 200 mila euro, a cui vanno aggiunti i contributi non ancora deliberati per il Politeama, quelli che potrebbero arrivare per le compagnie teatrali e 25 mila euro per il Suq. A tutto ciò vanno sommati i contributi del Comune grazie al bando per la richiesta di finanziamenti per la stagione 2014/15 (a bilancio sono state confermate le stesse cifre dello corso anno, ndr), e della Regione, che storicamente ha puntato quasi esclusivamente sulle grandi realtà. Il tutto senza dimenticare la scomparsa della Provincia che per anni ha rappresentato più di una stampella soprattutto per le piccole realtà costrette a dire addio ai fondi statali e che devono spartirsi le poche briciole elargite dagli enti locali e lottare con le unghie e con i denti per portare a casa qualche sponsorizzazione privata.
    Anche considerando le incertezze dei contributi locali, i finanziamenti pubblici al settore teatro nel suo insieme non sono comunque bruscoletti. Eppure, non bastano. Come sia possibile, prova a spiegarlo Stefania Bertini, di Assoartisti-Confesercenti: «La vita culturale e l’espressione teatrale non sono fatte solo di teatri e festival. I teatri, anzi, rischiano di fagocitare tutto nonostante siano sempre meno e i festival siano sempre gli stessi. In questo modo restiamo bloccati anche a vecchi sistemi di finanziamento: si cerca sempre l’appoggio degli stessi enti che, però, ormai non possono offrire più di quanto già non stiano facendo e, anzi, per farlo sono costretti a togliere risorse ad altri settori. Manca il coraggio di aprirsi a nuovi orizzonti anche sul fronte delle risorse, come la progettazione europea che richiede molto lavoro, è più incerta e soprattutto costringe al confronto e ad avere i conti veramente in regola».
    Le maggiori difficoltà sembrano, dunque, subirle le realtà più piccole, come ben sintetizza Daniela Ardini, direttrice di Lunaria: «I teatri piccoli non riescono a crescere, i medi non si consolidano e solo i grandi hanno finanziamenti pubblici e leggi che li tutelano». Certo le spese hanno ordini di grandezza differenti ma anche le capacità di incasso. «Il problema è che il modello dei finanziamenti a pioggia, in cui si dà un contentino a tutti, è sbagliato alla radice e crea veri e propri danni economici – sostiene Massimo Chiesa, direttore del Teatro della Gioventù – perché chi riceve pochi spiccioli prova comunque ad andare avanti e si indebita, spesso non riuscendo a rientrare degli investimenti e magari per tenere aperta la sala solo poche decine di serate in un anno. Invece, ci vorrebbe una riforma del sistema a livello locale, un Fondo unico per lo spettacolo regionale e comunale gestito con competenza e che possa fare selezione: un tesoretto da dividere, premiando la storia dei teatri e la qualità delle proposte».

    Intervista a Massimo ChiesaIn una realtà che prova a studiare la strada verso la rinascita, non sembra aiutare molto la tanto contestata riforma Franceschini che si poneva proprio l’obiettivo di riorganizzare i finanziamenti pubblici, rivedendo il poco funzionale sistema di elargizione a pioggia del Fondo unico dello spettacolo e puntando sulle realtà di maggior valore. Ma la nuova classificazione dei teatri in Nazionali, di Rilevante Interesse Culturale e Centri di Produzione, al momento non sembra dare i frutti sperati: «È una riforma scritta male e applicata peggio – sostiene, senza indugio, il direttore dello Stabile di Genova, Angelo Pastore – che speriamo possa essere ripresa nel breve periodo attraverso un tavolo di confronto con il Ministero. Non crea posti di lavoro, non libera energie e creatività ma ingabbia ancora di più il sistema con il difetto strutturale di voler punire chi aveva già qualche difficoltà e qualche difetto, inserendo paletti sempre più stringenti, ad esempio disincentivando le co-produzioni. Il teatro, invece, dovrebbe essere una palestra per il cervello».
    «Una pulizia andava sicuramente fatta – ammette il direttore del Teatro Garage, Lorenzo Costa – ma la terra bruciata che stanno facendo rischia di non poter più essere recuperata. Il Ministero sta mettendo in pratica un repulisti pericoloso: qui non si tratta di fare rottamazione ma di valorizzare chi ha decenni di esperienza in questo campo».
    Così, laddove non arriva il pubblico, ci si aggrappa al privato. «La maggior parte delle piccole realtà – dice Giunio Lavizzari Cuneo, amministratore del Teatro Verdi – si regge esclusivamente sui contributi privati, se in essi consideriamo anche gli introiti della bigliettazione, che altro non sono che il sostegno pagato dal pubblico. D’altronde è così anche all’estero, dove tutt’al più esistono leggi che aiutano i grandi e piccoli teatri privati dal punto di vista delle agevolazioni fiscali ma non con contributi diretti. Diversa, invece, deve essere la situazione per il Carlo Felice e per lo Stabile che sono teatri pubblici».
    L’appiglio privato più importante a Genova ha un nome e cognome ben preciso: Compagnia di San Paolo. Dalla Fondazione torinese solo per attività teatrale (esclusi dunque i contributi per musica e concerti che ammontano a circa 300 mila euro e quelli per Palazzo Ducale che nel 2014 ammontavano a 550 mila euro) quest’anno sono arrivati sotto la Lanterna 615 mila euro, a cui vanno aggiunti i contributi per lo Stabile non ancora definitivi ma che l’anno scorso erano di 400 mila euro. Anche in questo caso, però, vige al momento grande incertezza perché la stessa Compagnia ha annunciato che il 2015 è l’ultimo anno per i finanziamenti elargiti attraverso lo storico bando per le “Arti Sceniche”, dall’anno prossimo si cambierà regime, anche se non si sa bene come.
    Risulta, dunque, difficile, se non impossibile, fare programmazione ad ampio respiro. Come se ne esce?

    Un teatro da ripensare: il prossimo atto

    [quote]Genova sarebbe uno spazio/laboratorio straordinario per la cultura. Eppure, basterebbe vincolare i contributi pubblici ai risultati: ci sono tante realtà che ormai non sono più abituate a fare i conti con il pubblico»[/quote]

    «Se Genova, dopo 25 anni, vuole confermarsi veramente città dei teatri – è la ricetta di Angelo Pastore, neo direttore dello Stabile – deve fare un decisivo investimento culturale. Cultura e turismo possono salvare la città e la Regione». Anche perché «studi economici hanno dimostrato che le risorse investite in un teatro, vengono restituite sette volte tanto» sostiene il direttore del Teatro Garage, Lorenzo Costa.
    «Bisogna reinventarsi un modello – riprende Pastore – seguendo l’esempio di Torino e del Piemonte che non hanno più la produzione delle utilitarie ma si sono reinventati in polo di lusso. Così anche noi dovremmo puntare a un target medio alto, creando nuove sinergie con altri poli di produzione culturale come Palazzo Ducale e il Carlo Felice». Secondo Pastore, pubblico e privato devono fare sistema per capire come rilanciarsi in un contesto che ha decisamente meno risorse: «Bisogna studiare una serie di nuove proposte e alleanze e guardare con più ampio respiro al teatro europeo». Tra le proposte concrete, ad esempio, la creazione di abbonamenti incrociati e la necessità di dare risposta in maniera condivisa alle tante realtà genovesi di produzione artistico-teatrale. «Non ne vieni a capo se non c’è un progetto forte – avverte il direttore – unire forze e risorse può tornare utile. Ciò però non significa necessariamente creare un ente unico: noi siamo persone serie e facciamo collaborazioni solo se c’è un senso, non facciamo operazioni tra il ridicolo e l’imbarazzante com’è successo in altre realtà italiane che si sono unite a caso solo per potersi fregiare del titolo di teatro nazionale».

    teatro-stabileCi vuole però anche un po’ di autocritica, come emerge dalle riflessioni di Stefania Bertini, Assoartisti: «Probabilmente sarà perché mancano le risorse ma c’è pochissima disponibilità a crescere e innovare: non viene data linfa ai giovani autori, attori o registi che siano, che vedono bloccata la propria creatività. Ne risulta un mercato assolutamente statico. Ed è un peccato perché Genova sarebbe uno spazio/laboratorio straordinario per la cultura. Eppure, basterebbe vincolare i contributi pubblici ai risultati: ci sono tante realtà che ormai non sono più abituate a fare i conti con il pubblico. E poi manca una promozione organica del sistema teatro, assieme a un processo di educazione del pubblico su cui, invece, si punta molto in Europa. Che cosa si fa per fidelizzare gli spettatori? Che cosa si fa per formare nuovi interessati?» Sulla stessa lunghezza d’onda, Giunio Lavizzari Cuneo, amministratore del Teatro Verdi: «In un sistema in cui le risorse pubbliche sono sempre minori, è evidente che le amministrazioni siano chiamate a fare delle scelte sui propri investimenti. E credo che nessuno direbbe, ad esempio, di togliere i soldi da un ospedale a favore di un teatro. Quindi è giusto che i privati si reggano sulle proprie gambe. Ma non possiamo passare di colpo da un sistema di finanziamento all’altro: bisogna riflettere su questo tema e trovare delle nuove forme efficaci per rilanciare il teatro».
    Anche Lorenzo Costa, direttore del Teatro Garage, tende ad assolvere gli enti pubblici: «La situazione economica è molto difficile e gli enti locali fanno quello che possono. Le piccole realtà come la nostra non possono fare altro che rimboccarsi le maniche per cercare di ampliare le possibilità di entrata, ad esempio incrementando le produzioni: ma non è un compito facile perché nella maggior parte dei casi non si tratta di prodotti commerciali».
    Dare una risposta univoca alla crisi sembra essere un compito improbo, anche perché ogni realtà ha la sua specificità non solo artistica ma anche economica, che tende giustamente a custodire. Nei prossimi articoli, dunque, proveremo a puntare la lente di ingrandimento sui singoli teatri per capire meglio quali siano quelli più in difficoltà e dove si possa trovare qualche via d’uscita.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Tonino Conte, “due volte quaranta”: intervista al fondatore del Teatro della Tosse

    Tonino Conte, “due volte quaranta”: intervista al fondatore del Teatro della Tosse

    Illustrazione di Valentina Sciutti
    Illustrazione di Valentina Sciutti

    Intervistare Tonino Conte è una di quelle cose che hanno a che vedere con l’emozione. L’emozione davanti al sipario che si alza, davanti alle luci che si spengono, davanti alla magia del teatro che non si può né creare né distruggere ma soltanto trasformare.
    Il 29 maggio prossimo Palazzo Ducale inaugurerà Due volte quaranta, una mostra che nasce per festeggiare gli ottant’anni di Tonino, un artista eclettico, visionario e popolare nel senso più ricco e bello del termine. E proprio guardando a questi ottant’anni dedicati all’arte e al teatro, abbiamo cucito con Tonino Conte una conversazione ad ampio spettro, tenendoci in equilibrio tra temi, passioni e pensieri diversi, certi che questa delicata entropia all’insegna della curiosità per il personaggio e per l’uomo potesse essere la chiave per tratteggiare al meglio un artista a tutto tondo.

    L’intervista integrale è pubblicata sul numero 58 di Era Superba (dove trovare la rivista). Sostenendo Era Superba puoi ricevere ogni uscita direttamente a casa o sulla tua email (qui maggiori informazioni).

    Ivano Fossati scrive “Chi guarda Genova sappia che Genova si vede solo dal mare”. E parlando di prospettive e punti di vista, com’è Genova vista da Tonino Conte?
    Ho una sincera amicizia per Ivano Fossati, è stato uno dei primi musicisti con cui ho collaborato, io ero agli inizi come regista e lui era un giovanissimo brillante compositore già conosciuto in campo musicale, ma molto sensibile al teatro. Però questa volta non sono del tutto d’accordo con lui. C’è una Genova di pietra scavata nelle montagne e nei caruggi, una Genova da dove non vedi spesso il sole, ma che era – ed è tornata ad essere – brulicante di vita, di relazioni, con la particolare atmosfera e i profumi che ne sono l’essenza. Una città che però qualche volta dà un po’ l’idea di essere pigra, quasi “senz’anima”.

    Lei un giorno ha detto che per essere un buon regista non si devono mai svestire i panni dello spettatore. Quali spettacoli hanno segnato il suo modo di fare teatro?
    Quando dicevo questo intendevo che non amo un teatro fatto solo per se stessi, rinchiuso in un’idea “autistica”, guardandosi l’ombelico. Il teatro è comunicazione, anche se parte – spesso – da “un moto dell’anima” dell’artista, sia esso autore o regista.
    Gli spettacoli che mi hanno profondamente colpito sono soprattutto quelli di Aldo Trionfo: assistere a una serata della Borsa d’Arlecchino – dove ero stato scritturato all’inizio come “spettatore” perché si rischiava di non tenere la rappresentazione per mancanza di pubblico – mi fece capire come il teatro non fosse soltanto uno stanco rito ripetitivo a beneficio di un pubblico abitudinario, ma un’esperienza coinvolgente, ironica, originale, e insieme profonda.
    E poi mi ha molto colpito la visione de La Classe Morta di Tadeusz Kantor a cui ebbi la fortuna di assistere al suo debutto in Italia, a Firenze negli anni ’70, al Rondò di Bacco, dove lo spettacolo era stato invitato da Andres Neumann: quei grigi manichini umani, quei banchi dove si aggiravano allievi invecchiati ma sempre prigionieri di una vuota ripetizione, con il regista che li “comandava” dall’esterno con gesti e sguardo imperiosi rappresentavano in modo misterioso e completo l’unione tra la morte e la risata, tra l’ironia e il dolore. Ancora adesso il segreto del teatro “vivo” ha una sua verità in questo binomio.

    Ma Tonino Conte non è solo teatro e l’eclettismo è una parte centrale del suo essere artista. Si è misurato con la letteratura e, soprattutto, con le arti visive. E parlando di arti visive il pensiero corre inevitabilmente a Emanuele Luzzati.

    ubu-re-conte-luzzatiInsieme avete creato grandi momenti di teatro e un nuovo modo di approcciare la scena. Ci racconta qualcosa del vostro lavorare insieme?
    Ubu Re di Jarry, il mio primo spettacolo, è nato con scene e costumi di Luzzati. Insieme abbiamo fondato il Teatro della Tosse. Tanta concomitanza di vita e di lavoro non ci ha spinti alla sindrome di Bouvard e Pécuchet, nel senso che non siamo diventati dei “fissati” del nostro mestiere, avevamo caratteri molto diversi e interessi a volte divergenti. Tutto ciò ci ha consentito una collaborazione “leggera”, quasi svagata, fatta di poche parole e di molte libertà.
    Quasi trent’anni dopo ritornammo a Jarry con Ubu Incatenato prodotto per la stagione ‘95/96 al Teatro della Tosse. Nacquero decine di tavole di straordinario vigore espressivo, popolate di donne con tre seni e cosce abnormi, di uomini senza faccia e due cappelli, magrezze spettrali e grassezze oscene. Manipolando il monumento scoprii che il piedone poteva diventare carrozza, il grosso sedere tavola da imbandire, gambe e braccia divani. Togliendo tutti i pezzi di cui era composto il monumento, l’intelaiatura di ferro che lo sosteneva era la prigione più teatrale che ci possa immaginare. Tra i due “Ubu” di cui ho parlato c’erano stati almeno un centinaio di altri spettacoli, così come molte altri sono venuti dopo, saltando da Shakespeare ai burattini, dalle opere liriche alle ombre cinesi, dai grandi spettacoli estivi all’aperto alle sperimentazioni in quella sorta di moderna cantina che è l’Agorà del Teatro della Tosse. Nella maggioranza dei casi siamo stati così astuti da evitare la trappola della routine, cercando di risolvere in modi sempre diversi lo stesso problema: inventare un bello spettacolo.

     

    Chiara Barbieri

    L’intervista integrale su Era Superba #58

  • Corsi di recitazione del teatro Garage: ultimi giorni per iscriversi

    Corsi di recitazione del teatro Garage: ultimi giorni per iscriversi

    teatro palcoscenicoIl teatro Garage organizza anche per la stagione 2014/2015 dei corsi di recitazione  rivolti a tutti da chi ha già calcato il palcoscenico seppure in modo amatoriale a chi non ci è mai salito e ne è stato sempre attratto per scoprire un talento artistico ma anche semplicemente per il desiderio di mettersi in gioco e relazionarsi con gli altri.

    I corsi  sono strutturati in tre livelli il primo propedeutico, il secondo approfondimento e il terzo e ultimo corso perfezionamento e si terranno alla Sala Diana da ottobre a maggio.

    I docenti sono Lorenzo Costa Maria Grazia Tirasso Luigi Marangoni Andrea Carretti e Fabrizio Giacomazzi.

    Inoltre la didattica comprende anche laboratori a tema dalla scrittura teatrale al lavoro sulla costruzionedel personaggio passando per approfondimenti sul monologo fino val teatro dei desideri per i bambini

    responsabile Maria Grazia Tirasso mgtirasso@teatrogarage.it – 010.511447

    Corso recitazione

    da ottobre a maggio, tre livelli

    Le basi del lavoro attorale per esprimersi, creare, giocare, stare insieme

    docenti: Andrea Carretti, Lorenzo Costa, Fabrizio Giacomazzi, Luigi Marangoni, Maria Grazia Tirasso

    Laboratori

    TEATRO DEI DESIDERI – Progetto TI RACCONTO UNA FIABA
    Laboratorio teatrale per bimbi e adolescenti, diviso in fasce di età
    condotto da Stefania Galuppi, Valeria Banchero, Nicoletta Vaccamorta, Fiorella Colombo

    LABORATORIO SUL MONOLOGO TEATRALE
    Approfondimento della tecnica recitativa per ”attore solo”
    condotto da Lorenzo Costa

    DAL SÉ AL PERSONAGGIO, ANDATA E RITORNO
    Laboratorio intensivo sullo studio e costruzione del personaggio
    condotto da Maria Grazia Tirasso

    VIAGGIO ALLA SCOPERTA DELLA MUSICA
    per comprendere il mondo dei suoni e liberare la nostra naturale capacità di “essere musica”
    In collaborazione con Il violino di Einstein – creatività, arti, percorsi di crescita
    condotto da Francesco Nardi

    SCRIVERE PER IL TEATRO
    per apprendere modi e stili della scrittura creativa più efficace per la scena
    condotto da Valeria Banchero

    GESTO E PAROLA
    studio delle possibilità creative e comunicative tramite l’espressione corporea
    In collaborazione con Studio Associato Attori
    intensivo condotto da Fabrizio Giacomazzi

    LEGGERE LA POESIA
    Modalità tecniche per una più consapevole fruizione della poesia
    condotto da Luigi Marangoni

    Progetto Ti racconto una fiaba

    rassegna spettacoli per scuola dell’infanzia e primo ciclo scuola primaria giorni feriali
    e per famiglie domenica e festivi – ingresso € 5

    Teatro Garage “Cappuccetto Rosso” e”Il Pifferaio Magico”
    giovedì 9 ottobre ore 9 e 11 (Narrazione + Laboratorio) per scuola dell’infanzia e primo ciclo scuola primaria
    domenica 12 ottobre ore 16.30 per le famiglie, genitori, nonni e nipotini

    Teatro Il Sipario Strappato “La Fiaba di Lucilla”
    giovedì 4 dicembre ore 9 e 11 primo ciclo scuola primaria
    lunedì 8 dicembre ore 16.30 per le famiglie, genitori, nonni e nipotini

    Teatro Il Sipario Strappato “Lo Schiaccianoci”
    giovedì 18 dicembre ore 9 e 11 per scuola dell’infanzia e primo ciclo scuola primaria
    domenica 21 dicembre ore 16.30 per le famiglie, genitori, nonni, nipotini

    Teatro Garage “Le Fiabe della tradizione”
    giovedì 19 febbraio ore 9 e 11 Narrazione + Laboratorio per la scuola dell’infanzia e primo ciclo scuola primaria
    domenica 22 febbraio ore 16.30 Narrazione + Laboratorio per le famiglie, genitori, nonni e nipotini
    giovedì 26 febbraio ore 9,00 e 11,00 Narrazione + Laboratorio per la scuola dell’infanzia e primo ciclo scuola primaria
    domenica 1 marzo ore 16,30 per le famiglie, genitori, nonni e nipotini

    Per ulteriori info consultate il sito www.teatrogarage.it oppure tel 010 511447

  • Recitare per giocare e migliorare la propria vita: partono i nuovi corsi di recitazione di Fabio Fiori

    Recitare per giocare e migliorare la propria vita: partono i nuovi corsi di recitazione di Fabio Fiori

    recitazione attori spettacoloPerché fare un corso di recitazione? «Per alcuni può essere una vera e propria vocazione; altri possono avere un talento nascosto che va scovato, coltivato ed affinato. Altri ancora per necessità lavorative devono parlare davanti a un pubblico ed esprimere i concetti in modo sicuro, persuasivo, comprensibile, gestendo l’ansia da prestazione e possibilmente senza annoiare la platea..»

    Così l’attore genovese Fabio Fiori, diplomato nel 1998 presso la Scuola di Recitazione del Teatro Stabile di Genova con esperienza pluriennale nella formazione, introduce la nuova stagione di corsi che si terranno in diversi giorni e orari in varie strutture, sia su Genova che in Provincia.

    Un modo per esplorare sé stessi e gli altri, trasmettere emozioni, socializzare e sperimentare «ma soprattutto giocare -precisa Fiori – non è necessario avere aspirazioni professionali, si può partecipare al gioco teatrale con il solo scopo di divertirsi in modo semplice e sano all’interno di un ambiente energico e creativo, utilizzando le lezioni come ‘valvola di sfogo’  per uscire da quel ruolo che si è costretti a interpretare nella vita di tutti i giorni, in modo colorato, sicuramente un po’ folle ma senza alcuna controindicazione se non quella di “contagiare” anche gli altri».

    I corsi di recitazione sono rivolti a un’ampia rosa di fruitori: «Tutti partono dallo stesso livello e non ci sono limiti, il mio compito consiste nel lavorare sull’individualità degli allievi ma creando al contempo un gruppo solido e affiatato che lezione dopo lezione ottiene risultati concreti, a volte davvero sorprendenti».

    Durante il percorso formativo vengono svolti molteplici esercizi di attenzione, relazione, improvvisazione, respirazione, dizione ed educazione all’uso della voce parlata. Il metodo utilizzato, frutto di anni di esperienza, si avvale delle tecniche di base che permettono agli allievi di crescere e confrontarsi, scoprendo aspetti della propria personalità che spesso stupiscono: «Chi partecipa ai miei corsi riesce infatti ad abbattere con facilità le comuni barriere come la timidezza davanti agli altri, aprendosi di più e provando il piacere di scambiare idee e proposte pur sentendosi sempre e comunque parte integrante di un gruppo. Credo fermamente che le persone vadano scoperte, valorizzate ed accompagnate con cura prima di “buttarle su un palcoscenico” rasentando il ridicolo e annoiando gli spettatori. Facilmente nei corsi di recitazione la tendenza generale è di dare più peso alla tecnica e all’esibizione in sé dimenticando il lato umano. Io la penso diversamente: mi piace ricordare alle persone che prima di imparare a camminare occorre cadere e rialzarsi fino a trovare un giusto equilibrio; amo trasmettere i concetti con passione, facendo uscire emozioni da ogni persona e gli anni di soddisfazioni e risultati raggiunti non fanno altro che darmi conferme».

    A breve partiranno le lezioni di prova/presentazione gratuite e senza impegno, per tutte le informazioni gli interessati possono scrivere una mail a: recitazionegenova@gmail.com

     

  • Carlo Felice, la corsa disperata del teatro genovese verso il risanamento dei conti

    Carlo Felice, la corsa disperata del teatro genovese verso il risanamento dei conti

    Teatro Carlo FeliceLa prima seduta del Consiglio comunale di Genova, dopo la consueta pausa estiva, si è concentrata su uno dei grandi temi che da sempre tiene accesa l’attenzione della nostra città: la situazione del Teatro Carlo Felice. In questi giorni si è letto molto sullo stato di salute dell’istituzione lirica ligure e sugli eventuali rischi per il suo futuro: benché si tratti di un’operazione tutt’altro che agevole, proviamo a fare il punto della situazione, aiutati anche dalle parole del sindaco che è intervenuto a inizio seduta rispondendo ai quesiti dei consiglieri posti attraverso un articolo 55.

    «Non si può fare produzione culturale senza attenzione ai bilanci, soprattutto se questi sono sostenuti da denaro pubblico». Sono ineccepibili le parole con cui Marco Doria ha chiosato il suo discorso sullo stato del più nobile teatro genovese che, tra annaspamenti vari culminati con lo sciopero della rappresentazione della Carmen (200 mila euro di mancati introiti, a detta del primo cittadino), la prossima settimana presenterà il programma della nuova stagione (confermati il blocco dei prezzi con un allungamento della stagione fino a luglio rendendo più vantaggioso l’abbonamento e la ripresa del Premio Paganini con la direzione artistica del maestro Luisi).

    centro-portoria-piccapietra-carlo-feliceIl discorso economico è, dunque, la chiave attorno a cui tutto ruota, compresa la fresca polemica per il ben servito all’ormai ex sovrintendente Giovanni Pacor. «Per risalire la china – sostiene, infatti, il sindaco – non si può soltanto proporre spettacoli ma bisogna farlo con i conti in equilibrio strutturale».
    Un equilibrio strutturale che non è presente nel bilancio della Fondazione del Teatro in via di approvazione presso il consiglio di amministrazione presieduto dallo stesso sindaco. I conti consuntivi del 2013, infatti, presentano un disavanzo sull’ordine di grandezza dei 5 milioni di euro, dovuti sostanzialmente al mancato rinnovo dei contratti di solidarietà, che avevano invece consentito il pareggio nel biennio precedente.
    «Il teatro – spiega il sindaco Doria – ha per sua struttura circa 19/20 milioni di ricavi consolidati all’anno, dati per circa 15 milioni da contributi pubblici (Fondo Unico per lo Spettacolo, Regione Liguria per circa 1 milione, Comune di Genova per circa 2,4 milioni) e 3 milioni di incassi stagionali a cui si va ad aggiungere la sponsorizzazione di Iren. Il monte dei costi, invece, si assesta attorno ai 23/24 milioni, la cui voce principale è rappresentata dagli esborsi per il personale».
    Ecco, dunque, nascere un gap strutturale che nel 2011 e 2012 è stato appianato appunto attraverso l’utilizzo dei contratti di solidarietà, che hanno però comportato anche un’inevitabile contrazione dell’offerta artistica.

    La legge Bray e il contesto nazionale

    ITeatro Carlo Felicen un contesto nazionale che registra la crisi di tutte le 14 fondazioni liriche della penisola e che dimostra come ormai sia superato nei fatti questo modo di gestire la cultura attraverso ingenti sovvenzionamenti pubblici, l’unica, utopica soluzione sarebbe l’arrivo di un magnate straniero disposto a investire ingentemente sul teatro. Ma, visto che il miracolo è sostanzialmente impossibile, ci ha pensato il governo con la legge Bray, ritoccata da Franceschini, a proporre una strada per l’uscita dal tunnel. La proposta ministeriale è quella di un percorso organico di ristrutturazione del debito delle fondazioni liriche italiane, a cui hanno aderito 8 realtà su 14, Genova compresa, dichiarandosi in crisi e incapaci di far fronte con le proprie forze alla massa debitoria accumulata negli anni. Poco più di 3 milioni sono già arrivati al Carlo Felice dalla prima tranche di 25 garantita dalla legge agli enti che avessero proposto un piano triennale di risanamento efficace. Ma la fetta più importante dei fondi statali arriverà a completamento della presentazione del piano economico: si tratta di altri 125 milioni di euro (75 inizialmente previsti da Bray, 50 aggiunti da Franceschini) da spartire tra le 8 fondazioni aventi diritto.

    «Naturalmente – commenta Marco Doria – i conti che abbiamo fatto con il sostegno del commissario governativo Pinelli, partono dal presupposto che gli stanziamenti del Fus (Fondo unico dello spettacolo, ndr) restino inalterati nei prossimi anni». La criticità del bilancio 2013 non inciderà sul piano di risanamento, assicura il primo cittadino: «I passaggi della legge Bray sono stati seguiti e continueranno a esserlo. Per fortuna, la richiesta è di raggiungere l’equilibrio economico nell’arco del triennio 2014-2016, intervenendo attraverso pensionamenti, pre-pensionamenti, trasferimenti del personale ad altre strutture della pubblica amministrazione e manovre sui contratti integrativi aziendali di lavoro: il tutto garantito e ratificato da un accordo sindacale raggiunto quest’estate, senza il quale non avremmo potuto presentare il piano di risanamento».

    L’unico inconveniente dovuto al bilancio 2013 in rosso sarà l’impossibilità del Teatro Carlo Felice di accedere a un 5% del Fus dedicato alle realtà in grado di presentare conti in equilibrio per tre anni di fila.
    Comune e cda della Fondazione, in realtà, avevano provato a pervenire a un accordo con i lavoratori che desse il via libera per il terzo anno consecutivo ai contratti di solidarietà che avrebbero garantito il pareggio di bilancio: «La scorsa primavera – ricorda il primo cittadino – avevamo siglato con due organizzazioni sindacali un accordo che, tuttavia, non è stato presentato ai lavoratori per il consueto referendum facendo sfumare tutti gli sforzi dell’amministrazione».

    Per porre rimedio a questa situazione si era anche ventilata l’ipotesi di conferire al patrimonio del Carlo Felice il Teatro Modena: «Ma quando abbiamo un ente pubblico in difficoltà – sostiene il sindaco – non possiamo sempre cercare questa strada per tappare i disavanzi. Tra l’altro, alcuni studi ci hanno messo in allerta sul fatto che il conferimento di un bene vincolato non avrebbe avuto alcuna ricaduta positiva sul conto economico della Fondazione ma solo sul suo stato patrimoniale».

    Carlo Felice, nuovo Statuto e futuro “consiglio di indirizzo”

    Teatro Carlo FeliceLa legge Bray prevede anche che le fondazioni liriche adottino uno statuto entro il 31 dicembre 2014. Il Carlo Felice lo farà. Una volta entrato in vigore il nuovo documento, decadrà automaticamente anche il consiglio di amministrazione che l’avrà predisposto e, con esso, il sovrintendente. Il nuovo organo a governo della Fondazione sarà chiamato “consiglio di indirizzo” dal momento che proporrà la nomina del nuovo sovrintendente al Ministero. In questo contesto nazionale, la vicenda genovese è stata complicata dalla scadenza del mandato del vecchio cda nel giugno scorso. Le vertenze economiche non hanno consentito di arrivare al nuovo Statuto entro tale termine, così è stato necessario nominare un nuovo consiglio, sulla base dello Statuto attualmente vigente, che scadrà già a fine anno e che in questi giorni ha preso la decisione di non proseguire le collaborazione con Pacor.

    Ma se il percorso di risanamento non è compromesso, per quale motivo il consiglio di amministrazione non ha rinnovato la fiducia al sovrintendente, considerato comunque che entro fine anno il suo incarico sarebbe decaduto? Sulla questione, la ricostruzione del sindaco è molto precisa: «Con Pacor ho lavorato dei mesi, respingendo le richieste di suo allontanamento arrivate dalle organizzazioni sindacali. Per rinnovare l’incarico fino a fine anno abbiamo proposto le stesse condizioni economiche del precedente accordo, senza alcuna garanzia sulla prosecuzione nel 2015. Alla proposta del consiglio di amministrazione, il sovrintendente ha chiesto 24 ore per pensarci ma il cda non ha voluto attendere oltre e ha assegnato il nuovo incarico a Maurizio Roi. Il Teatro, dunque, è nel pieno delle sue funzioni con un solo, nuovo sovrintendente e un direttore artistico, il dottor Acquaviva, anch’esso in carica fino al 31/12».

    Secondo quanto traspare dalle parole di Doria, ci sarebbe però un altro fatto che ha acceso la miccia che ha portato a dare il benservito a Pacor e che avrebbe fatto venire meno il rapporto di fiducia tra l’ex sovrintendente e il sindaco. Il primo cittadino si è, infatti, lasciato sfuggire di non aver gradito i tentativi di cercare espedienti approssimativi e scorretti per coprire il buco di bilancio del 2013: «Fingere che ci sia un introito che non c’è ma che guarda caso è proprio uguale al delta algebrico che coprirebbe il buco è una cosa sbagliata: è falso in bilancio, oltre al fatto che non avrebbe trovato l’approvazione dei revisori dei conti e del commissario straordinario nominato dal governo. I bilanci devono dirci la verità, che ci piaccia o no; devono registrare l’andamento dei conti al centesimo. Dobbiamo dire no a scorciatoie fantastiche. Per questo motivo il cda ha dato mandato a esperti di verificare al centesimo tutte le poste in modo da arrivare all’approvazione del bilancio 2013 con il disavanzo più preciso possibile. Per porre soluzione a questa situazione al momento l’unica strada da seguire è quella prevista dalla legge Bray».

    La magia, o meglio l’inganno, contabile che secondo il sindaco sarebbe stato proposto da Pacor avrebbe chiamato in causa i tanto famosi interessi anatocistici, ovvero “gli interessi sugli interessi” applicati da Banca Carige al Carlo Felice e di cui la stesse legge Bray prevede il recupero per ripianare i conti del teatro lirico. Aggiungendo questa voce nella partita delle entrate, anche i conti del 2013 sarebbero andati a posto: «Ma non possono essere indicate a bilancio somme legittimamente pretese ma la cui entrata non sia assicurata da alcun accordo, contenzioso o sentenza di tribunale» ha spiegato giustamente il sindaco Doria.

    Il Comune, comunque, si attiverà per recuperare le ingenti somme dovute da Banca Carige. Prima dell’apertura del contenzioso con l’istituto di credito, il consiglio di amministrazione della Fondazione Teatro Carlo Felice ha ritenuto opportuno cercare un partener legale. La proposta di consulenza presentata dall’allora sovrintendente Pacor, che quantificava l’ammontare degli interessi anatocistici in 9 milioni di euro, non è stata ritenuta economicamente vantaggiosa dal cda a causa di un modello retributivo della parcella del tutto sui generis per il mercato italiano. La scelta è caduta perciò sullo studio genovese Afferni e Crispo, secondo alcuni coinvolto in una sorta di conflitto di interessi con Banca Carige che nella vertenza altro non è che la controparte: «Prima di affidare l’incarico – ha assicurato il sindaco – il consiglio di amministrazione del Teatro ha chiesto allo studio una lettera in cui venisse sottoscritta la totale autonomia e indipendenza dall’istituto bancario. È questione di onestà e di deontologia professionale. D’altronde, in passato, lo stesso studio legale ha già rappresentato alcuni privati in contenziosi con Carige».

    Simone D’Ambrosio

  • Per voce sola 2014, concorso internazionale per autori di monologhi teatrali

    Per voce sola 2014, concorso internazionale per autori di monologhi teatrali

    teatro palcoscenicoPer voce sola è un concorso internazionale per autori di monologhi giunto alla settima edizione, fondato da Federico Faloppa e Pier Mario Giovannone e organizzato da Teatro della Tosse e l’associazione culturale Per voce sola.

    La scadenza del bando è stata posticipata a venerdì 25 luglio

    Quest’anno il premio diventa internazionale: nella scorsa edizione infatti sono stati diversi gli scritti provenienti da ogni parte del mondo con una predominanza di autori europei in particolare provenienti da Francia, Inghilterra e Spagna a cui si sono aggiunti alcuni autori del Nord America.
    Altra novità, la creazione di una giuria popolare scelta tra gli associati del Cantiere Campana.

    Il concorso Per voce sola 2014 è dedicato al monologo teatrale, l’iscrizione è gratuita e aperta a chiunque voglia partecipare, senza limiti di età. Ogni autore potrà partecipare con un solo monologo scritto in lingua italiana e inedito. Il tema è libero, ma la lunghezza non deve superare le quindici cartelle (per un totale di trentamila battute spazi compresi). Il concorso prevede anche una sezione Migranti, riservata a cittadini non (ancora) italiani che vivono in Italia ed hanno scelto l’italiano come lingua d’espressione letteraria.

    Saranno selezionati un vincitore assoluto, un secondo e terzo classificato, oltre a una rosa di segnalati. Una menzione speciale sarà attribuita al miglior monologo della sezione “Migranti”.

    Durante la cerimonia di premiazione – che si svolgerà nell’autunno 2014 a Genova presso il Teatro della Tosse – il testo del vincitore assoluto, del secondo e del terzo classificato saranno messi in scena da un gruppo di attori e musicisti. Gli stessi testi, insieme a quelli segnalati e menzionati, saranno pubblicati in un unico libro – disponibile a partire dalla serata di premiazione – dall’editore Nerosubianco.

    I testi dovranno essere  spediti – o consegnati a mano – in un pacco contenente 9 copie cartacee del monologo (una per ogni membro della giuria), una copia su CD (necessaria per velocizzare l’editing del libro in caso di vittoria, segnalazione o menzione) e una busta chiusa (garanzia di anonimato) con il nome dell’autore, l’indirizzo (indirizzo postale e e-mail) e un recapito telefonico.

    Il verdetto della giuria verrà comunicato esclusivamente agli autori vincitori, segnalati e menzionati entro il 31 ottobre 2014 e sarà inoltre pubblicato sui siti www.pervocesola.org e www.teatrodellatosse.it.

  • Lorenzo Costa e il suo Garage: una storia iniziata quaranta anni fa. La nostra intervista

    Lorenzo Costa e il suo Garage: una storia iniziata quaranta anni fa. La nostra intervista

    Teatro GarageIl Teatro Garage nasce a Genova negli anni ’70, prima con altre denominazioni e sotto forma di cooperativa teatrale. Dal 1981 è diventato Teatro Garage, così come lo conosciamo ancora oggi. Nel corso degli anni tante le modifiche: ad esempio, ha smesso di girovagare da una sede all’altra e ha trovato stabilità in Via Paggi, nel quartiere di San Fruttuoso, a due passi da Villa Imperiale, Piazza Martinez e Piazza Terralba.

    Il teatro propone produzioni ed eventi teatrali: nel tempo ha messo in scena numerosi spettacoli e partecipato a varie rassegne promosse dal Comune di Genova. Oggi si dedica perlopiù al genere del cosiddetto ‘docu-teatro‘ (un teatro documentario, di parola e basato sul racconto) e mantiene una spiccata propensione per la drammaturgia contemporanea, in controtendenza con un mercato che chiede sempre più di ridere con commedie di vario genere.

    Nel corso di #EraOnTheRoad siamo andati negli uffici amministrativi del teatro e abbiamo fatto quattro chiacchiere con lo “storico” direttore artistico Lorenzo Costa.

    Torniamo indietro nel tempo, agli anni ’80: la genesi del Teatro Garage e i suoi primi anni.

    lorenzo-costa-small«Il teatro è stato fondato come cooperativa teatrale nel 1974: non ci chiamavamo ancora Teatro Garage, nome che abbiamo assunto dal 1981. Per i primi tempi siamo stati nomadi, ma negli anni ’80 era normale: erano anni di fermento, delle botteghe teatrali. Gli artisti si rifugiavano nelle cantine, e tutto era più semplice. Genova era una città silente e per fare teatro bastava avere delle buone idee da realizzare. Tutto era possibile: anche l’atteggiamento dell’amministrazione era diverso, dava impulso e favoriva i giovani artisti, chiedendo loro di rinvigorire il panorama culturale della città. Abbiamo cambiato sede varie volte, ma siamo rimasti sempre fedeli al quartiere di San Fruttuoso: per qualche anno siamo stati anche in Via Donghi, poi ci siamo stabiliti in una vecchia sala sopra ad un garage in disuso. C’era ancora la grande insegna ‘GARAGE’ a caratteri cubitali, perciò abbiamo deciso di chiamarci così: bastava solo aggiungere la scritta ‘Teatro’ sopra all’insegna, e il gioco era fatto. Siamo rimasti qui circa 6 anni, poi siamo stati cacciati: c’era stata la tragedia del Cinema Statuto di Torino, in cui morirono molte persone a causa di un incendio, perciò furono chiuse le botteghe teatrali e le sale non a norma. Dopo essere stati un po’ in giro per la città senza fermarci, nel 1988 l’Amministrazione Comunale ci ha affidato in gestione la Sala Diana, un piccolo teatro ricavato dalla galleria dell’ex cinema omonimo: una vecchia sala di circa 1000 posti, in Via Paggi, che Coop aveva già acquisito dal Comune di Genova per farne un supermercato. A distanza di ormai 30 anni, quella è ancora la nostra sede».

    Il Garage oggi: cosa è cambiato?

    «Una cosa non è cambiata: oggi come allora, svolgiamo un lavoro costante per la città di Genova e soprattutto il territorio di San Fruttuoso, in cui siamo molto radicati. I nostri spettacoli nascono qui, poi girano l’Italia: insomma, il quartiere è fonte di ispirazione, in qualche modo. In questi 20 anni, però, siamo anche cambiati molto: quello che abbiamo creato si è trasformato in un lavoro vero e proprio, e non è più solo un divertimento. Siamo rimasti gli stessi dall’inizio e ora siamo un gruppo solido, attento e dinamico. Inoltre, altra cosa ad essere cambiata è il pubblico: mentre prima c’erano soprattutto persone che venivano da fuori, oggi il 50% degli spettatori sono della zona; mentre prima eravamo snobbati, oggi il nostro lavoro è apprezzato».

    A proposito di pubblico, che tipo di spettatori sono quelli che vengono al Teatro Garage?

    «Come dicevo, un buon pubblico, con una forte componente locale, attento e curioso, ma con qualche pecca (se così vogliamo chiamarla): in generale ci sono pochi giovani, l’età media supera i 45 anni e l’80% sono donne. Ci siamo trovati a fare dibattiti a fine spettacolo, con 60 donne e 20 uomini, che raccontavano di essere lì solo perché trascinati dalla moglie o dalla fidanzata. La risposta che ci siamo dati è che le donne sono più propense ad avvicinarsi al teatro perché è un campo per cui è necessario avere una sensibilità particolare, che di norma appartiene più all’universo femminile e meno agli uomini. Sono tendenze che accomunano molti teatri in Italia, non sono una prerogativa del Garage: c’è una disaffezione generale. Ad esempio, molti ragazzi pensano ancora che il teatro sia un posto vecchio e ‘incartapecorito’, ma è importante ribadire che non è più (o sempre) così».

    Parliamo invece di voi: la vostra compagnia è composta da persone fisse o cambiano ad ogni spettacolo?

    «Quattro persone fanno parte dell’organico del teatro con un contratto a tempo indeterminato e si occupano di amministrazione, casse, ufficio stampa e direzione artistica (lo stesso Costa, n.d.r.), mentre gli altri cambiano in ogni spettacolo, anche se spesso collaboriamo con gli stessi artisti assunti con contratto a progetto. Per ogni spettacolo ci sono decine di persone che ruotano attorno alla produzione».

    Che tipo di produzioni preferite: qual è il vostro ‘genere’, se di genere si può parlare?

    lorenzo-costa-small-2«Nel tempo il nostro atteggiamento è cambiato: negli anni ’70 pensavamo che dovevamo fare quello che ci piaceva, anche se il pubblico non lo capiva (tipico atteggiamento snobistico dell’intellettuale di quegli anni). Poi ci siamo cimentati in produzioni diverse, a cicli e fasi alterne: dopo gli inizi con il teatro dell’assurdo, è arrivato il giallo; poi ci siamo avvicinati da ultimo alla drammaturgia contemporanea e al docu-teatro, più parlato e raccontato, per emozionare e mai fine a se stesso (un esempio, lo spettacolo “Io, Giacomo e Leopardi” o “La Grande Guerra”, per commemorare i 100 anni dallo scoppio della prima Guerra Mondiale). Sono scelte impopolari, in un momento in cui il pubblico chiede di ridere e vuole vedere commedie. Sono generi che non pagano in termini di pubblico e incassi, e non sono richiesti nelle programmazioni: per sopravvivere, nel 2014 ci siamo aperti per la prima volta alla commedia e stiamo portando in scena “Sinceramente Bugiardi”, con Debora Caprioglio. Il nome di spicco dell’attrice e la commedia tratta da Alan Ayckbourn ci hanno garantito già un discreto successo. A me però non piace, e ho affidato la regia a un collega romano. Al contrario, lo spettacolo “Girotondo” tratto da Schnitzler non gode dello stesso successo. Insomma, produrre lavori più ‘leggeri’ è un piccolo prezzo da pagare per fare cassa e riuscire a concentrarci su quello che ci piace».

    A proposito di questo, quanto è difficile oggi fare teatro? Come sopravvivete e come reperite finanziamenti?

    «Oggi fare questo mestiere è difficile, spesso si hanno crediti che non vengono corrisposti e debiti da retribuire: ci sono difficoltà di natura economica dovute al momento storico. Prima avevamo sovvenzioni esterne fino al 50%, ora i fondi si sono ridotti a circa il 10% e il resto dobbiamo trovarlo da soli. Abbiamo 15 mila euro di spese di gestione degli spazi (nonostante si tratti di un piccolo teatro con circa 105 posti) e da quando è arrivato l’euro non riceviamo più il FUS (fondo unico per lo spettacolo, n.d.r.). Siamo obbligati, come dicevo, ad aprirci a commedie e produzioni che portano maggiore liquidità; inoltre curiamo la programmazione teatrale per alcuni comuni liguri, soprattutto nel Ponente (Loano, Finale Ligure, Ventimiglia)».

    Avete da qualche tempo dato avvio a un’iniziativa: la biblioteca teatrale. Di cosa si tratta?

    «Si chiama biblioTGteca’, un servizio gratuito rivolto a teatri e compagnie teatrali che collaborano con noi, allievi ed ex-allievi dei nostri corsi, abbonati alla stagione in corso, universitari. Permette di consultare e prendere in prestito testi teatrali, monografie e manuali sul teatro, e cercare copioni sia fisici che in rete, in formato digitale».

    Genova e il teatro: un rapporto tormentato?

    «A Genova c’è una antica e prestigiosa tradizione di teatro ‘tradizionale’, quella che si identifica con il Teatro Stabile, ma anche una tradizione amatoriale, con decine di compagnie che lavorano in modo professionale e che hanno background misti. C’è fermento, voglia di stare sul palco e fare teatro, ma meno voglia di guardare e andare a teatro. Un problema da risolvere…».

    Qualche anticipazione: le novità per il 2015?

    «L’idea è quella di puntare su un settore in cui c’è al momento un mercato buono e per cui sentiamo una vocazione: gli spettacoli per bambini. Vogliamo iniziare un ciclo di racconti di fiabe davanti al braciere, o al caminetto, come si usava una volta. Potrebbe chiamarsi “Il nonno racconta”: un modo per insegnare a nonni e genitori a raccontare storie, e per insegnare ai bambini ad ascoltarle».

     

    Elettra Antognetti

  • Testimonianze ricerca azioni, al via la rassegna curata da Teatro Akropolis

    Testimonianze ricerca azioni, al via la rassegna curata da Teatro Akropolis

    teatro-akropolisGiunge alla V edizione Testimonianze ricerca azioni,  il festival di ricerca teatrale organizzato dal Teatro Akropolis di Sestri Ponente. Dall’1 aprile al 4 maggio la rassegna porterà a Genova alcuni fra gli artisti più rappresentativi nell’ambito del teatro di ricerca e delle arti performative a livello internazionale.

    Per la direzione artistica di Clemente Tafuri e David Beronio, Testimonianza ricerca azioni 2014 si articola in sette spettacoli, cinque laboratori, quattro seminari e un progetto di residenza, “tutti eventi indirizzati a un pubblico sempre più ampio e variegato – si legge nella nota stampa –  con una particolare attenzione a chi al teatro intende avvicinarsi con strumenti critici sempre più approfonditi”. Oltre ovviamente al teatro di Sestri Ponente, gli eventi si svolgeranno anche a Palazzo Ducale, Villa Bombrini (Cornigliano) e Villa Rossi (Sestri Ponente).

    Con il sostegno di Regione Liguria, Comune di Genova, Municipio VI Medio Ponente e Società per Cornigliano, anche quest’anno la rassegna sarà raccontata attraverso la pubblicazione di un volume edito da AkropolisLibri e Le Mani Editore (Teatro Akropolis – Testimonianze ricerca azioni vol. quinto), “che raccoglie gli interventi di tutti gli artisti e gli studiosi che partecipano all’iniziativa, consentendo di approfondirne la conoscenza e di accedere a materiali utili al confronto con la scena”.

    Inoltre “grazie alla partnership tra Teatro Akropolis e BlaBlaCar sarà possibile usufruire del servizio di ride-sharing per raggiungere il teatro e partecipare alle attività del festival. Chi verrà in teatro offrendo o ricevendo un passaggio in auto tramite il servizio BlaBlaCar.it, avrà diritto al biglietto ridotto per l’ingresso agli spettacoli, a uno sconto del 10% sull’iscrizione ai laboratori e riceverà in omaggio lo shopper di Teatro Akropolis contenente la borraccia di BlaBlaCar”.

    Gli ultimi tre giorni della rassegna (dal 2 al 4 maggio) saranno dedicati ad un interessante iniziativa chiamata Finestre sul giovane teatro che coinvolgerà quattro compagnie (Teatro dei Venti di Modena, TeatrInGestAzione  di Napoli,
 Teatro Ridotto di Bologna e Teatro Akropolis). Si tratta di “un progetto annuale del Teatro Ridotto di Bologna di cui quest’anno viene riproposta da Teatro Akropolis l’edizione del 2013. Quattro gruppi teatrali si incontrano in tre giorni di lavoro e di scambio di pratiche di lavoro attraverso un laboratorio che coinvolge gli artisti dei rispettivi gruppi. A disposizione cinque posti per altrettante persone che vogliano partecipare gratuitamente ai tre giorni di laboratorio insieme ai quattro gruppi.
 Due ulteriori posti sono disponibili per uditori che desiderino solo assistere al lavoro“.

    Gli spettacoli

    Institutet-for-ScenkonstApre la rassegna giovedì 3 aprile lo spettacolo La logica della passione – Opus Genovamesso in scena dal duo svedese Magdalena Pietruska e Roger Rolin (direttori dell’Institutet för Scenkonst – in residenza al Teatro Akropolis – istituto svedese fondato da Ingemar Lindh, allievo di Decroux), con gli artisti del network internazionale X-Project. Domenica 6 a Villa Bombrini in programma L’Eremita contemporaneo – MADE IN ILVA a cura della compagnia Instabili Vaganti di Bologna e mercoledì 9 si torna all’Akropolis con Il Fascino dell’Idiozia di Zaches Teatro (Firenze).
    Venerdì 11 Festa a Villa Rossi Martini, una serata di festa durante la quale andranno in scena due spettacoli: Senza Niente a cura di L’Attore di Teatro Magro (Mantova) e Elogio Dell’attesa / La figura del cavolo di Davide Frangioni (UBIdanza, Genova). Il giorno dopo Senso Comune all’Akropolis della compagnia modenese Teatro dei Venti e il 17 aprile sempre all’Akropolis chiude C Credo. L’unico spettacolo al mondo con una sola lettera! di Teatro Belcan (Brescia).

    I laboratori

    In programma 4 (ore 18-22), 5 e 6 aprile (ore 14-20) al Teatro Akropolis Essere del fare curato da Roger Rolin e Magdalena Pietruska, Institutet för Scenkonst. L’ 8-9-10-11 aprile ore 18.30-21.30 presso l’auditorium dell’ex manifattura tabacchi di Sestri Ponente Laboratorio di ritmica applicata all’azione fisica di Stefano Tè e Igino L. Caselgrandi del Teatro dei Venti. Il 13-14-15-16 aprile ore 18-22, nuovamente al Teatro Akropolis, Il mestiere dell’attore con Massimiliano Civica (tra i principali registi e pedagoghi del teatro italiano) e infine i giorni 28-29-30 aprile ore 18.30-21.30, Teatro Akropolis, Il gesto come (cre)azione curato da Davide Frangioni / UBIdanza e rivolto ad attori, danzatori e performer.

    Gli incontri e i seminari

    Si parte l’1 aprile alle ore 17 in Sala gradinata-Informagiovani (Palazzo Ducale) con Opus Genova, incontro con l’Institutet för Scenkonst / X-Project. Il 9 e 10 aprile ore 9-18.30 presso Villa Bombrini #Comunicateatro, seminario condotto da Simone Pacini/fattiditeatro sulla comunicazione applicata agli eventi culturali nelle sue forme più innovative, low budget, virali e 2.0. L’11 aprile ore 14-18 e il 12 aprile ore 10-14 (luogo da definire) Viaggi teatrali: dalla tournée alla spedizione antropologica tenuto da Marco De Marinis, studioso, storico del teatro e direttore del DAMS di Bologna. Infine, il 4 maggio alle 18.30 Carlo Angelino e Gerardo Guccini chiudono al Teatro Akropolis con La dimensione perduta del teatro, teatro e sapienza nell’opera di Alessandro Fersen.

  • “Dieci”, Teatro Altrove: la compagnia genovese Narramondo sperimenta il crowdfunding

    “Dieci”, Teatro Altrove: la compagnia genovese Narramondo sperimenta il crowdfunding

    teatro-hops-altrove-d2Narramondo è una compagnia teatrale genovese nata nel capoluogo ligure nel luglio 2001 durante il G8. La scelta non è casuale, dal momento che attrici e attori che hanno fondato il gruppo e che ancora ne fanno parte condividono un forte impegno politico: tematiche legate ai problemi della Palestina, ai desaparecidos dell’Argentina, agli Anni di Piombo, Chernobyl, la Valle Bormida e le Torri Gemelle sono solo alcune di quelle affrontate da Narramondo in questi 13 anni. Alla militanza ha sempre fatto da contraltare un’attenta ricerca formale e stilistica, e questi due aspetti sono andati a coniugarsi e a trovare una propria espressione all’interno di un teatro scarno, mai povero, essenziale e al contempo poetico, come raccontano gli stessi membri della compagnia. Dal 2013, inoltre, Narramondo ha trovato una nuova casa al Teatro Altrove della Maddalena e prosegue qui la sua attività e l’instancabile sperimentazione, grazie alla contaminazione con altre realtà artistiche.

    Dallo scorso 2 febbraio la compagnia ha iniziato una campagna di fundraising per finanziare e mettere in scena un nuovo spettacolo a Genova dal titolo “Dieci”. C’è tempo fino al 6 aprile per raccogliere 2500 euro: mancano 34  giorni, finora i sostenitori sono stati 23 e hanno donato 520 euro. Lo spettacolo andrà in scena l’11 e 12 aprile proprio all’Altrove. Vediamo nel dettaglio.

    Il progetto “Dieci”

    “Dieci” è uno spettacolo teatrale in cui dieci personaggi attraverso dieci monologhi si raccontano: dieci vite narrate da dieci voci diverse, attraverso un’unica attrice. Il numero evoca i dieci comandamenti, ciascuno legato ad un singolo personaggio: il male di vivere, la fatica, lo sforzo pervadono le vite dei protagonisti, sospesi e in cerca di una via di scampo.

    Il background è «l’universo denso e variegato che è Napoli, non in quanto area geografica circoscritta ma in quanto realtà universale che racchiude in sé pieghe nascoste dell’animo umano. Le storie raccontate sono storie di tutti, in cui ciascuno può riconoscersi: basta cambiare il contesto, i riferimenti esterni, l’accento», commenta Gabriella Barresi di Narramondo.

    Si parte, dunque, da Napoli, ma non ci si ferma qui: lo spettacolo vuole rappresentare tutta la quotidianità italiana e quel modus vivendi che le è peculiare e la contraddistingue. Nello spettacolo, l’imprigionamento presente si scontra con il desiderio di cambiamento, in un contesto rappresentato come privo di regole e abbandonato dalle istituzioni. È «un’accettazione oltre la rassegnazione, una speciale capacità umana che permette di sopravvivere alle condizioni più estreme, di accettare e normalizzare anche l’intollerabile».

    La scelta stilistica dell’attrice unica presuppone un serrato lavoro di ricerca introspettiva e si avvale della collaborazione di coreografi, musicisti, video maker. La rappresentazione non sarà solo scenica e visiva, ma coinvolgerà tutti i sensi: odori, colori, suoni, sapori di Napoli, il vociare dei vicoli e il fermento metropolitano irromperanno sul palcoscenico.

    Il testo su cui si basa lo spettacolo è una riduzione del libro omonimo di Andrej Longo, in cui l’autore disegna personaggi in preda alle loro paure e debolezze. Il linguaggio è quello del parlato dialettale ma si esce dai confini del melodramma (tipico della tradizione partenopea) per sfociare nella tragedia contemporanea.

    Il fenomeno del crowdfunding

    Quella del crowdfunding è una modalità relativamente “nuova” ma già consolidata: ad alcuni suonerà come una novità; per altri – molti – più esperti delle dinamiche del web e di partecipazione dal basso, sarà un qualcosa di già sperimentato. Consiste nel presentare un progetto artistico – musicale, letterario, teatrale, ecc. – su una apposita piattaforma online (tra le più conosciute, Kapipal, Eppela, Starteed, PdB, DeRev, Com-Unity, Kendoo, Buona Causa, Terzo Valore) e chiedere alla schiera di ipotetici/futuri fruitori di sostenerlo economicamente, se lo ritengono meritevole. Tra i pionieri del crowdfunding, a Genova, la band Ex Otago, che nel 2011 aveva tentato questa strada per finanziare l’uscita del loro album “Mezze Stagioni” (primo disco italiano a essere prodotto “dal basso”); sempre nel 2013, era stata la volta, ancora a Genova, dei Meganoidi, che hanno fatto fundraising per sostenere i costi di pubblicazione del loro album live, offrendo la possibilità ai sostenitori di accedere a contenuti extra, di avere anteprime, di assistere a concerti in esclusiva, e così via. Una delle piattaforme per il crowdfunding più usate dai musicisti è Musicraiser fondata dal frontman dei Marta Sui Tubi Giovanni Gullino, e dalla sua compagna, e su cui hanno cercato finanziamenti sia i già citati Meganoidi che Casa del Vento, Cesare Malfatti, Bobby Soul e altri noti e meno noti.

    Ma non solo musica: da ultimo, pochi mesi fa ha fatto molto scalpore il caso del Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia che, avendo incontrato le resistenze di Regione Umbria e altre istituzione coinvolte nell’elargizione dei finanziamenti, per l’edizione 2014 hanno optato per la “colletta” e hanno raccolto in pochi mesi oltre 110 mila euro, superando la già ambiziosa soglia dei 100 mila. Anche nel giornalismo si sono sperimentate modalità analoghe: un caso su tutti, quello di Andrea Marinelli, che nel 2012, ai tempi delle primarie Usa del partito repubblicano, ha raccolto 3 mila euro e li ha impiegati per andare in giro per tutta l’America del nord, pagando voli, ostelli, taxi, bus e seguendo i candidati (Romney, Santorum, Paul, Gingrich) nella loro campagna elettorale. I lettori del suo blog sono riusciti così a seguire live gli sviluppi e a leggere articoli dalla prospettiva di “insider”. Il successo della sua iniziativa gli ha permesso perfino di ricavarne un libro, “L’Ospite”.

    “Dieci” e il foundraising

    Nel caso di Narramondo, invece, “è la prima volta che pensiamo ad una produzione dal basso (non a caso la piattaforma scelta è proprio PdB – Produzioni dal Basso, n.d.r.) per un nostro spettacolo. Le motivazioni principali sono due, una più romantica e una più pratica. La prima riguarda il fascino di una creazione artistica sostenuta collettivamente, e la possibilità che lo spettatore possa diventare parte attiva dei meccanismi di creazione, assumendo anche una posizione critica rispetto alla attuale situazione del sistema teatrale italiano. La seconda riguarda invece la concreta difficoltà di creare uno spettacolo senza avere adeguate risorse per offrire un compenso ai professionisti. A volte è solo la qualità della messa in scena a risentirne fortemente, spesso è anche la qualità di vita di chi ci lavora a tempo pieno”, come si legge sul sito della compagnia.

    Entro i primi di aprile, attraverso il fundraising, il pubblico potrà decidere di collaborare in prima persona alla realizzazione del progetto, versando una somma di denaro a propria scelta. I fondi raccolti (si parla di una base di 2500 euro) saranno impiegati per sostenere il lavoro di un’attrice (l’unica dello spettacolo) e di una regia collettiva, e i costi legati a coreografa, luci e audio, scenografia, costumi di scena e riprese professionali.

    I donatori saranno ripagati per il loro contributo diventando produttori a tutti gli effetti: i loro nomi e cognomi verranno inseriti nei titoli di coda del documento video dello spettacolo, nelle brochure di presentazione e sulle pagine Facebook e Twitter. Non solo: con l’aumentare della donazione, i privilegi crescono. C’è chi avrà la possibilità di assistere alle prove e seguire il processo creativo in corso; chi riceverà una copia del dvd dello spettacolo e/o un biglietto per una replica di debutto; chi addirittura una cena e una copia del libro di Longo da cui è tratto lo spettacolo. 

    A prescindere dal raggiungimento o meno della cifra prevista, “Dieci” sarà rappresentato: è già in cartello l’11 e il 12 aprile al Teatro Altrove. Commenta Gabriella Barresi: «Sappiamo che abbiamo avuto poco tempo per il crowdfunding: di norma, dura almeno 3 mesi, mentre nel nostro caso  durerà 45 giorni. Una follia! Però ci crediamo: oggi trovare sponsor è difficile e continuare a fare teatro di qualità ci dobbiamo “arrabattare”. Abbiamo deciso di percorrere questa nuova strada dal basso per creare un prodotto di maggior valore, pagando i professionisti, di norma costretti a lavorare come volontari».

    Auguriamo tanta fortuna a un progetto nuovo e audace, che non ha paura di adattarsi ai nuovi meccanismi 2.0: in un momento in cui si parla della carenza dei fondi destinati alla cultura e della scarsità dei programmi culturali cittadini (soprattutto genovesi), abbiamo la possibilità – più democratica che mai – di far vivere l’espressione artistica che più ci piace. Un invito a tutti a farlo.

    Elettra Antognetti

  • Mi chiamo Aram e sono italiano, spettacolo sulla multiculturalità al teatro Altrove

    Mi chiamo Aram e sono italiano, spettacolo sulla multiculturalità al teatro Altrove

    Aram KianVenerdì 24 e sabato 25 gennaio al teatro Altrove della Maddalena va in scena lo spettacolo Mi chiamo Aram e sono italiano uno spettacolo che racconta con ironia, incanto e tragedia  la storia dei nuovi italiani, i figli degli immigrati, le cosiddette “seconde generazioni”.

    Una produzione del Teatro Regionale Alessandrino, scritta a quattro mani dal regista Gabriele Vacis e dal protagonista e principale ispiratore dell’opera, Aram Kian, 39 anni, nato a Roma da padre iraniano e madre italiana, cresciuto in una cittadina del profondo nord italiano, Busto Arsizio, si è diplomato alla Civica scuola d’arte drammatica Paolo Grassi nel 1996.

    Il testo offre uno spunto interessante per riflettere sulle condizioni dei ragazzi nati e cresciuti in Italia, quindi di fatto italiani, che ancora si trovano a dover fare i conti con pregiudizi infondati, ripetute diffidenze e atteggiamenti razzisti, un’esistenza in bilico fra diverse identità culturali che spesso si contrappongono ma che in realtà sono un’enorme fonte di arricchimento.

    Una classica infanzia degli anni Ottanta, vissuta nella periferia industriale di una grande città del Nord, fra tegolini del Mulino Bianco e compagni di scuola strafottenti; una banale adolescenza anni Novanta, condita di musica grunge, cortei studenteschi e serate in discoteca; una comune giovinezza a cavallo del nuovo secolo, fatta di inconcludenti anni universitari e lavoro che non si trova. Ritratto tipico di un trentenne italiano. Solo che, quando il trentenne in questione si chiama Aram e ha un padre iraniano, le cose si complicano un po’… “Io sono uno di quelli che si riempiono lo zainetto di esplosivo e fanno saltare la metropolitana di Londra… Se uno alto, biondo venisse qui a dirti: ho lo zainetto pieno di bombe… tu ti metteresti a ridere, no?… Ma se te lo dico io? Un brivido ti viene, no? Solo perché sono basso e nero. Che poi non sono neanche tanto nero, al limite un po’ olivastro…

    Storie da Synagosyty. Di Gabriele Vacis e Aram Kian

    Con Aram Kian
    Regia: Gabriele Vacis
    Scenofonia: Roberto Tarasco
    Produzione Nidodiragno Cooperativa CMC-Sanremo e
    Teatro Regionale Alessandrino

    Inizio ore 21, biglietti 10€ / ridotti 8€.

  • Oh Dio mio!: commedia tra il serio e il faceto al teatro Duse

    Oh Dio mio!: commedia tra il serio e il faceto al teatro Duse

    Oh Dio Mio commedia teatroMartedì 21 gennaio debutta al teatro Duse Oh Dio mio! di Anat Gov, una commedia ricca di battute argute e ironiche, che tra il serio e il faceto affronta una situazione paradossale con argomentazioni verosimili, giocate sul ritmo di travolgenti gags comiche.

    Ella, una psicanalista affermata, madre single di un ragazzo autistico, riceve un giorno una misteriosa telefonata. Dall’altra parte del filo c’è la voce di un uomo disperato che le chiede insistentemente di poter essere ricevuto. Invano, prima di accettarlo come paziente, Ella vuole conoscere il suo nome: l’uomo le confida solo che questo inizia con la lettera D. Quando finalmente i due si incontrano, l’uomo si presenta elegantemente vestito di nero e svela il motivo del suo riserbo: lui è Dio in persona. Sopraffatto da una violenta crisi d’identità, Dio ha bisogno dello psichiatra a causa delle troppe delusioni che nel corso dei millenni ha ricevuto dalle sue creature, e in particolare dagli esseri umani. A questo punto l’intreccio si fa coinvolgente proprio a causa della sua premessa surreale. Dio è confuso ed Ella ha solo poco tempo per aiutarlo, e con lui salvare il mondo da una fine certa.

    Prodotto da Attori & Tecnici, la compagnia romana fondata dal genovese Attilio Corsini, Oh Dio mio! (qui nella versione italiana e nell’adattamento di Enrico Luttmann e Pino Tierno) è interpretato da Viviana Toniolo, Vittorio Viviani e Roberto Albin, per la regia di Nicola Pistoia. Scene di Alessandra Ricci, costumi di Isabella Rizza e luci di Luigi Ascione

    Per Oh Dio mio! – in scena al Duse da martedì 21 a domenica 26 gennaio 2014 – sono validi tutti gli abbonamenti (Fisso, Libero e Giovani), oltre che le consuete agevolazioni per studenti e gruppi organizzati in collaborazione con l’Ufficio Rapporti con il Pubblico.

    Orari feriali ore 20,30 – domenica ore 16

    Prezzi 25,00 euro (1° settore), 17,00 euro (2° settore)