Anno: 2012

  • Progetto Smart City: Genova riceverà 6 milioni di euro

    Progetto Smart City: Genova riceverà 6 milioni di euro

    Porto di Genova al tramontoVi ricordate il progetto SmartCity tanto voluto dalla sindaco Marta Vincenzi? Bene, le tre proposte presentate dalla città di Genova sono risultate vincitrici con il punteggio massimo in tutti e tre gli ambiti (“pianificazione strategica sostenibile delle città”, “riscaldamento e raffreddamento”, “efficientamento energetico degli edifici”) del bando “Smart cities and Communities 2011”, lanciato dalla Commissione Europea.

    Genova riceverà 6 milioni di euro per la realizzazione dell’intero programma, un’importante scommessa e un’opportunità da sfruttare nel migliore dei modi. Ma andiamo a conoscere nel dettaglio i progetti:

    – Nell’ambito 1 ovvero “pianificazione strategica sostenibile delle città”, Genova ha partecipato con il progetto “Transform” coordinato dal Comune di Amsterdam e che vede, per la parte genovese, la collaborazione di Comune, Enel Distribuzione S.p.A., A.R.E. (Agenzia Regionale per l’Energia) oltre l’Università e l’Ufficio della Regione a Bruxelles retto da Costa Consulting. L’obiettivo del progetto è quello di creare una linea guida comune contenente indicazioni strategiche (e riferimenti concreti a casi specifici) sufficientemente flessibili per essere applicate nelle diverse realtà urbane. Genova riceverà 674.000 euro.

    – Per quanto riguarda l’ambito “riscaldamento e raffreddamento” Genova ha partecipato e vinto con il progetto “Celsius” coordinato dal Comune di Goteborg. La città di Genova progetterà e realizzerà una rete energetica locale alle Gavette, a Staglieno, con  un impianto di turbo-espansione e una centrale di cogenerazione nel sito dell’Officina delle Gavette. Insieme alla centrale verrà realizzata una nuova rete di tele-riscaldamento e tele-raffreddamento che dovrebbe servire le utenze industriali, commerciali e residenziali della zona. Con il Comune sono impegnati la Genova Reti Gas srl, l’Università e D’Appollonia S.p.A., il progetto porterà a Genova 2.425.000 euro.

    – Il terzo e ultimo progetto, nell’ambito “efficientamento energetico degli edifici”, si chiama “R2Cities” che si pone l’obiettivo di sviluppare una serie di strategie e soluzioni innovative per l’edilizia residenziale. Genova ha messo in campo un progetto ambizioso che prevede la riqualificazione energetica della diga di Begato grazie al rifacimento dell’impianto energetico dell’edificio, la riqualificazione dei percorsi e cambiando i sistemi di consumo. Oltre a Begato, il progetto prevede un intervento anche in Piazzale Adriatico, per un finanziamento complessivo di 2.486.000 euro.

  • Funicolare di Sant’Anna: finiti i lavori di manutenzione, presto sarà riaperta

    Funicolare di Sant’Anna: finiti i lavori di manutenzione, presto sarà riaperta

    La funicolare di Sant’Anna che collega Piazza Portello con la Circonvallazione a monte – chiusa da più di 6 mesi per l’esecuzione dei lavori di manutenzione ventennale – a breve dovrebbe finalmente riaprire.
    Gli interventi di restyling sono infatti completati ed ora si attendono le autorizzazioni necessarie per effettuare il collaudo e ripristinare il servizio.

    <<Una notizia positiva che i cittadini attendevano – spiega Michele Razeti, presidente del Municipio Centro Est – alcuni commercianti mi hanno espresso il loro disagio per aver subito delle ripercussioni economiche, a causa dell’assenza di questo servizio>>.
    Oltre alla revisione completa della sala macchine e al restauro delle cabine, si è approfittato dell’occasione per rifare completamente i carrelli ed il gruppo ruote delle vetture. Lavori che se non fossero stati realizzati ora, nel prossimo futuro, si sarebbero comunque resi necessari.
    Gli interni delle cabine sono stati modificati in modo tale da aumentare il numero di passeggeri. Ma non solo. I tecnici infatti, grazie ad alcuni interventi già eseguiti, stanno studiando la possibilità di rendere più veloce il servizio.
    <<È davvero significativo che nel compiere questi lavori si sia guardato, non solo alle esigenze contingenti, ma anche alle prospettive future>>,  sottolinea Razeti.

    La funicolare di S. Anna è la più antica di Genova, venne inaugurata il 26 novembre 1891 con finalità turistiche per collegare il centro città alla collina soprastante.
    All’epoca funzionava con un originale sistema di azionamento ad acqua che, sfruttando la forza di gravità, permetteva di far scendere una vettura zavorrata con un cassone pieno d’acqua trascinando, per mezzo della fune, l’altra vettura in salita. All’arrivo nella stazione a valle il cassone veniva vuotato, ed il ciclo si ripeteva.
    Il sistema era in apparenza molto semplice, ma in realtà comportava una certa attenzione da parte dei manovratori nel caricare la giusta quantità d’acqua in base al numero di passeggeri presenti sulle vetture, ed un accorto uso del freno, che agiva su di una cremagliera centrale, per evitare che la velocità aumentasse pericolosamente.

    Con il crescere dell’urbanizzazione nella zona di Circonvallazione a monte, la funicolare modificò la sua fisionomia trasformandosi in un impianto di trasporto urbano in senso stretto.
    Dopo la chiusura della funicolare d’Orvieto, quello di Genova rimase l’unico impianto italiano funzionante ad acqua.

    Nel 1975 l’incidente della funivia del Cermis provocò un processo di revisione sulla legislazione degli impianti di funivia e funicolare. In pratica la nuova legislazione, scaturita dalla necessità di maggiori controlli sugli impianti a fune, accomunava, in maniera inspiegabile, le funicolari agli impianti di funivia.

    A fine anni ’70 Amt intraprese uno studio per adeguare l’impianto alla nuova normativa.
    Purtroppo non si riuscì a salvare nulla dell’originale e si dovette decidere di ricostruire una funicolare elettrica completamente nuova, entrata in servizio nel 1980.

    L’attuale impianto, ammodernato nel 1991 in seguito ad un incendio che distrusse la “Vaccheria” – la quasi centenaria stazione a monte della funicolare costruita prevalentemente in legno – ha una portata oraria di circa 900 persone/ora per senso di marcia e trasporta annualmente oltre un milione di persone.

     

    Matteo Quadrone

     

  • Big Fat Mama in concerto al Senhor do Bonfim

    Big Fat Mama in concerto al Senhor do Bonfim

    Big Fat MamaVenerdì 17 febbraio il Senhor do Bonfim di Nervi ospita il concerto di lo storico gruppo Big Fat Mama nasce nel 1979 da un’idea di Piero De Luca, tuttora unico titolare del nome della band.

    Influenzato dal blues di Chicago, New Orleans, Texas, da jump & swing, nella sua esperienza più che trentennale il gruppo ha registrato otto tra LP e CD e ha suonato in tutta Europa e in tutti i principali festival italiani e stranieri, aprendo i concerti di  leggendarie icone della musica.

    Dopo alcuni trascorsi nell’ambito del Rock Blues, dal 2002 la band si è riavvicinata sempre di più alla “Musica del Diavolo”, percorso cominciato quattro anni fa con l’incisione del CD I Been Around e culminato nel 2009 con la pubblicazione del CD intitolato Blues on My Side , prodotto da Piero De Luca, Luigi Monge e Antonio “Candy” Rossi.

    Che si tragga ispirazione da alcuni maestri del genere quali T-Bone Walker o John Lee Hooker, si rivisiti il “beat” di New Orleans di Professor Longhair, o si strizzi l’occhio all’hokum blues degli Anni Trenta o al blues di Chicago degli Anni Quaranta e Cinquanta, questo CD è pieno di sentimento blues e riflette appieno il punto di vista musicale di Piero De Luca.

    I testi sono tutti originali, volutamente moderni e allo stesso tempo profondamente radicati nel genere.

    Inizio h 2330, ingresso con prima consumazione € 8

  • Cannabis terapeutica: consentita dalla legge, ostacolata dalla burocrazia

    Cannabis terapeutica: consentita dalla legge, ostacolata dalla burocrazia

    Migliaia di persone sofferenti non godono di un libero accesso ai farmaci. Oppure sono costrette a lunghe trafile tra mille ostacoli burocratici per esercitare un loro diritto fondamentale: quello alla cura. Accade in Italia nell’anno 2012.
    Stiamo parlando di uomini e donne, giovani e meno giovani, affetti da patologie quali il glaucoma, epilessia, sclerosi multipla, sindrome di Tourette, spasticità nelle lesioni midollari (tetraplegia, paraplegia), patologie tumorali, malattie psichiatriche e molte patologie neurologiche, malattie autoimmuni (lupus eritematoso) e malattie neurodegenerative (morbo di Alzheimer, corea di Huntington, morbo di Parkinson), patologie cardiovascolari (arteriosclerosi, ipertensione arteriosa), artrite reumatoide, traumi celebrali/ictus, malattie infiammatorie croniche intestinali (morbo di Crohn, colite ulcerosa), asma, anoressia, Aids, sindromi da astinenza nelle dipendenze da sostanze, insonnia, incontinenza, allergie, sindromi ansioso-depressive ed altre ancora.

    Tutti – nessuno escluso – potrebbero ricavare notevoli benefici ed alleviare le proprie sofferenze grazie all’uso medico della cannabis. La canapa infatti contiene numerosi principi attivi, alcuni dei quali dotati di un riconosciuto valore terapeutico. È dalla notte dei tempi che la canapa viene considerata un valido medicinale e nel corso del XIX preparati a base di canapa si trovavano normalmente sugli scaffali di gran parte delle farmacie in Europa come in America. Nel XX secolo si generò un generale mutamento di clima –partito dagli Stati Uniti ed approdato nel Vecchio Continente – che condusse prima ad una campagna mediatica contro la cannabis e poi alla sua messa al bando. Nel frattempo le industrie farmaceutiche decisero di investire sui derivati dell’oppio come anticonvulsivi ed antidolorifici e sulle sostanze sintetiche quali aspirina e barbiturici. Per fortuna negli ultimi decenni si è registrato un rinnovato interesse del mondo scientifico nei confronti della cannabis e sono fioriti numerosi  studi.
    Attualmente in letteratura medica  si trova una vasta documentazione sull’uso terapeutico della cannabis a cui rimando per approfondimenti (in particolare i link accessibili dal sito di “Pazienti Impazienti Cannabis” http://wwwpazienticannabis.org; http://www.cannabis-med.org/italian/patients-use.htm).

    “Pazienti Impazienti” è un’associazione formata nel 2006, nata già nel 2001 come gruppo di auto-mutuo-aiuto, lotta da anni per affermare il diritto a curarsi con la cannabis. Capace di stabilire una forma di dialogo costruttivo con le Istituzioni (in particolare con il Ministero della Salute), “Pazienti Impazienti” ha ottenuto un importante successo – a cui purtroppo non sono seguiti i fatti – ormai ben 5 anni fa.

    <<Nel 2007 abbiamo compiuto un passo avanti importantissimo – racconta Alessandra Viazzi, genovese, Presidente nazionale dell’associazione – siamo riusciti a far inserire il principio attivo (THC) della cannabis nella tabella II B, l’elenco delle sostanze stupefacenti e psicotrope di riconosciuto valore terapeutico, ovvero farmaci prescrivibili con semplice ricetta bianca non ripetibile>>.

    Con il decreto ministeriale del 18 aprile 2007 i cannabinoidi delta-9-tetraidrocannabinolo (THC) e trans-delta-9-tetraidrocannabinolo (Dronabinol) entrano nella tabella II B <<Considerato che costituiscono principi attivi di medicinali utilizzati come adiuvanti nella terapia del dolore anche al fine di contenere i dosaggi dei farmaci oppiacei ed inoltre si sono rivelati efficaci nel trattamento di patologie neurodegenerative quali la sclerosi multipla>>. Il Ministero della salute, a partire da quella data, rende possibile utilizzarli nella terapia farmacologica.

    Vengono così create le basi normative per immettere in commercio nel mercato italiano farmaci a base di cannabinoidi, visto che allo stato attuale simili prodotti non sono disponibili nelle farmacie del nostro Paese. <<I medici che ritengono di dover sottoporre propri pazienti a terapia farmacologica con derivati della cannabis devono richiederne l’importazione dall’estero all’Ufficio Centrale Stupefacenti del Ministero della salute>>, si legge nella pagina online del Ministero della salute dedicata ai medicinali cannabinoidi.
    La normativa nazionale di riferimento per tali farmaci è il Decreto Ministeriale dell’11 febbraio 1997, relativo all’importazione di farmaci esteri direttamente dal produttore da parte delle Farmacie del servizio sanitario pubblico, per utilizzo in ambito ospedaliero ed extra-ospedaliero. <<l’Ufficio centrale stupefacenti rilascia, su richiesta del medico curante (medico di medicina generale o specialista) o del medico ospedaliero, effettuata per il tramite delle aziende sanitarie locali o delle farmacie ospedaliere, autorizzazioni per l’importazione di medicinali stupefacenti registrati nel paese di provenienza e privi di AIC nazionale (Autorizzazione all’Immissione in Commercio) – si legge sempre sul sito del Ministero della salute – La richiesta di autorizzazione all’importazione del medicinale deve comunque essere motivata, da parte del medico richiedente, da mancanza di alternative terapeutiche disponibili in Italia>>.

    E qui iniziano i problemi per i pazienti, come racconta Alessandra <<Esistono due modi per accedere ai farmaci: a carico del paziente se prescritti dal medico di base; a carico del servizio sanitario se prescritti in ambito ospedaliero, non solo ospedalizzati ma anche pazienti soggetti a day-hospital, ad un percorso ambulatoriale o in regime di assistenza domiciliare integrata>>.
    Innanzitutto risulta assai difficile trovare medici disponibili a prescrivere medicinali derivati dalla cannabis. Tutto dipende dall’esclusiva valutazione discrezionale del professionista in questione ed inoltre  lo stesso Ordine dei medici pare non incentivare questa pratica.

    Una volta che il medico curante disponibile ha firmato l’apposito modulo, quest’ultimo va consegnato alla Farmacia Territoriale della Asl di riferimento che richiederà l’autorizzazione all’importazione del medicinale al Ministero della salute. Ottenuta l’autorizzazione del Ministero – dopo più o meno una settimana –  la Asl stessa importerà il medicinale e, quando il farmaco arriverà a destinazione, avviserà il medico o il paziente. <<Complessivamente occorre attendere dai 20 giorni ai 2 mesi circa ed anche più se per quella Farmacia è la prima volta e non sono pratici – spiega Alessandra – La maggior parte delle Farmacie Territoriali delle Asl, è il caso di quelle liguri, chiedono al paziente di pagare il costo di farmaco e procedure di importazione. Dai 600 ai 2000 euro anticipati per tre mesi di terapia>>.

    <<La prescrizione infatti vale solo per tre mesi ed ogni tre mesi deve essere rinnovata – continua Alessandra – Quindi il paziente deve ripetere l’intera snervante trafila: medico di base, farmacia territoriale Asl, richiesta al Ministero, attesa dei farmaci. Molti malati hanno problemi di deambulazione, alcuni si trovano in sedia a rotelle e se non possono contar su parenti ed amici come fanno ogni qual volta a rifare tutto il percorso burocratico? Senza considerare la beffa del pagamento anticipato. Il problema è che ogni Asl in Italia ha potere decisionale e non esistono regole che valgono per tutti>>.
    Se invece è il medico specialista ospedaliero a compilare la richiesta in teoria basterebbe che lo stesso la consegni alla Farmacia dell’ Ospedale e si dovrebbe ottenere il farmaco gratis tramite il day-hospital, come prevede la legge. Ma tant’è sono pochissimi i casi in cui i malati hanno accesso gratuitamente ai farmaci.
    <<In pratica molti dei “manager” che dirigono gli Ospedali boicottano illegittimamente l’applicazione della legge per motivi ideologici – spiega Alessandra – e le stesse farmacie ospedaliere spesso non accettano le pratiche complicando la situazione>>.

    Ma quali sono i farmaci cannabinoidi che siamo costretti ad importare dall’estero?
    L’industria farmaceutica ha prodotto diversi farmaci derivanti da cannabinoidi sintetici (in particolare dronabinol e nabilone) registrati per uso terapeutico e commercializzati in diversi paesi. I più importanti sono il Marinol ed il Cesamet, in pratica THC puro sintetico di solito in pastiglie, importati da Usa e Germania. Esiste poi un estratto, il sativex, sotto forma di spray, importato dal Canada.

    I derivati sintetici però sembrano mostrare minore efficacia e maggiore incidenza di effetti collaterali rispetto ai derivati naturali, oggi preferiti da molti pazienti. Come conferma Alessandra <<Per noi i farmaci sintetici non vanno bene. E neppure gli estratti. Entrambi sono prodotti da multinazionali farmaceutiche ed hanno costi decisamente alti. I migliori sono i farmaci che arrivano dall’Olanda, realizzati appositamente per il Ministero della salute olandese. Sono le cosiddette infiorescenze femminili di cannabis, ovvero fiori coltivati in laboratorio, sterilizzati e sottoposti ad un minuzioso controllo per quanto riguarda qualità e sicurezza>>.
    La migliore modalità di assunzione delle infiorescenze rimane quella tramite vaporizzazione (grazie ad uno specifico vaporizzatore). La seconda modalità riconosciuta è attraverso l’assunzione di tisane (ma in questo caso non si sfrutta appieno l’apporto del THC che, essendo liposolubile, risulta difficile da sciogliere). <<Ma sono praticabili anche altre soluzioni – spiega Alessandra – c’è chi confeziona preparati alimentari e chi fuma le infiorescenze con o senza tabacco. Questa è la pratica più veloce, particolarmente consueta nei casi di asma ed epilessia>>.

    La pianta di cannabis contiene al suo interno una settantina di principi attivi, l’unico stupefacente è il THC.
    Il secondo principio attivo principale, con interessanti proprietà terapeutiche è il cannabidiolo (CBD), un cannabinoide non psicoattivo, cioè privo di effetti sul cervello. <<Il CDB è utilissimo per alleviare spasmi e dolori muscolari>>, spiega Alessandra.
    Inoltre il CDB è in grado di modulare l’azione del THC a livello celebrale prolungandone la durata d’azione e limitandone gli effetti collaterali. L’effetto di modulazione del CDB e di altri cannabinoidi – assenti nelle preparazioni sintetiche – potrebbe spiegare la minore efficacia dei farmaci di sintesi.
    Il Ministero della salute olandese già dal 2004 produce il Bedrocan, infiorescenze femminili contenenti il 19% di THC e meno dell’1% di CDB.
    <<Inizialmente questo prodotto era parecchio sbilanciato – spiega Alessandra – e così la ditta olandese “Bedrocan” ha iniziato a realizzarne altre versioni, studiate per venire incontro alle differenti esigenze dei pazienti>>. Nasce così il il Bedrobinol con il 12% di THC e sempre meno dell’1% di CBD. Ed ancora un terzo, il Bediol, in forma granulare, con percentuali variabili tra il 6 – 8% di entrambi i principi, THC e CDB. Parliamo di prodotti che, in alcuni casi, consentono ai malati di ridurre, se non addirittura eliminare completamente, il ricorso a farmaci terribili come i barbiturici.

    A partire dal 2007  esiste anche una seconda opportunità per i pazienti. I medicinali a base di cannabinoidi possono infatti essere commercializzati come preparazioni galeniche magistrali.
    Qualunque medico può prescrivere su semplice ricetta bianca non ripetibile tali preparazioni e qualsiasi farmacia – dotata di un laboratorio galenico – può richiederli ad una ditta di Milano, la Solmag-Artha, che nel 2009 ha chiesto ed ottenuto l’autorizzazione per importare le stesse infiorescenze femminili dall’Olanda (sfuse invece che in barattoli da 5 grammi). La ditta di Milano a sua volta le rivende alle farmacie italiane che nei loro laboratori preparano le singole dosi. <<Il problema è che questi passaggi fanno salire in maniera vertiginosa i costi>>, sottolinea Alessandra. La ditta di Milano acquista le infiorescenze a prezzo di costo, il medesimo pagato dalle Asl, ma poi ricarica i prezzi del 100%. <<Si passa così da circa 8 euro al grammo se il prodotto è importato tramite Asl, a cifre che si avvicinano ai 30-40 euro al grammo – continua Alessandra – Considerando che mediamente ogni paziente ha bisogno di almeno 1 grammo al giorno, si comprende alla perfezione come una spesa simile sia insostenibile per la maggioranza dei malati>>. In sostanza anche questa opportunità non può diventare una pratica consueta e per i malati curarsi rimane sempre un percorso ad ostacoli.

    <<Il problema è la mancanza di regole comuni in tutto il territorio italiano>>, precisa Alessandra.
    Con il riconoscimento e la regolamentazione dell’accesso ai derivati medicinali della pianta di cannabis e degli analoghi sintetici – sanciti dal DM dell’aprile 2007 – la fruizione della terapia è ormai formalmente un dato acquisito, ma occorrono delle singole leggi regionali in grado di applicare le norme quadro nazionali.
    <<Ogni regione deve mettere nero su bianco delle regole chiare – spiega Alessandra –  Noi come associazione di pazienti con l’appoggio trasversale di diverse forze politiche siamo riusciti a far presentare delle proposte di legge in 9 regioni italiane, tra cui la Liguria.  Purtroppo attualmente sono tutte in una fase di stallo. Inoltre presentano dei pesanti limiti che occorre eliminare. Il problema principale è che per un evidente volere politico e mediatico si sta trasmettendo all’opinione pubblica un messaggio errato. In pratica viene messa in evidenza l’utilità di questi farmaci esclusivamente per quanto concerne le cure palliative del dolore, ad esempio nei casi di malati terminali o persone sottoposte a cicli di chemioterapia. Ma questa è solo una delle indicazioni e non certamente la principale. In questa maniera vengono esclusi numerosi pazienti affetti da patologie che nulla hanno a che vedere con le cure palliative>>.
    Per quanto riguarda la Liguria la proposta di legge intitolata “Modalità di erogazione dei farmaci e delle preparazioni galeniche a base di cannabinoidi per finalità terapeutiche”, presentata il 7 marzo 2011 da Federazione della sinistra e Sinistra ecologia e libertà (primi firmatari i consiglieri Alessandro Benzi, Giacomo Conti Matteo Rossi), giace in un cassetto di qualche ufficio regionale. Dimenticata ormai da quasi un anno.

    “Pazienti Impazienti” si è riunita con i capigruppo del consiglio regionale nell’aprile 2011. Da allora l’associazione non ha più avuto notizie. Neppure dal Presidente della Commissione Sanità, il consigliere Stefano Quaini, il quale aveva promesso di interessarsi alla questione.

    <<Bisogna assumere il punto di vista dei malati per comprendere la situazione – dice Alessandra – l’associazione si chiama “Pazienti Impazienti” perché non abbiamo più la pazienza di aspettare. Non c’è più tempo da perdere. Anzi non c’è MAI stato tempo da perdere. Purtroppo alcuni di noi in questi anni ci hanno lasciato nella vana attesa di un cambiamento delle stato delle cose. Noi la “nostra” medicina la vogliamo utilizzare e lo stiamo facendo comunque nonostante l’assurdità della legge. Non è giusto che in una società civile un malato possa curarsi gratis, un altro solo se ha un reddito sufficiente ed altri ancora rischino la galera>>.

    <<Io ho iniziato nel 1992 quando ancora, anche in ambito medico, ti guardavano come un “alieno” – racconta Alessandra – Poi per fortuna, intorno al 2000, ho iniziato a trovare qualcuno con cui condividere la mia esperienza. A Genova ad aver trovato medici che prescrivono questi farmaci siamo in 7-8 persone. In tutta Italia il bacino di utenza potenziale è di migliaia di persone. Purtroppo non si hanno informazioni certe e verificabili perché nessuno, neppure il Ministero della salute, si preoccupa di tenere aggiornati i dati. La nostra pratica ERA illegale e per la maggioranza dei pazienti CONTINUA ad essere illegale ancora oggi. Parliamo di malati che non trovano disponibilità nei medici, nelle farmacie territoriali delle Asl, pazienti che non possono sostenere costi elevatissimi e devono necessariamente trovare altre soluzioni. E così un numero elevato di pazienti ha due possibilità: o si rivolge al mercato nero della cannabis, con prezzi alti e soprattutto con un basso livello di qualità; oppure si auto produce la sua medicina. Diventa un coltivatore di cannabis con rischi ancor più alti perché da “consumatore di stupefacenti” si trasforma in “produttore di stupefacenti”, perseguibile dalla legge italiana. Anche le forze dell’ordine ritengono tutto ciò un’assurdità. Ma sono obbligati ad intervenire. È veramente paradossale perché siamo riusciti ad inserire un principio attivo stupefacente all’interno della lista dei medicinali, eppure nonostante ciò molti malati rischiano il carcere perché i medici non prescrivono questi prodotti>>.

    <<Se tutto fosse fatto a regola d’arte si potrebbero sfruttare le competenze sviluppate, soprattutto in altri Paesi, per metterle a disposizione dei malati – conclude Alessandra – già oggi esistono semi di canapa che garantiscono determinate percentuali di alcuni principi attivi che, come detto in precedenza, possono risultare utili per differenti patologie. Senza contare che la qualità e la sicurezza del prodotto finale risulterebbero totalmente accertate. Per quanto riguarda le preparazioni galeniche, anche questa potrebbe rappresentare una soluzione valida. Peccato però che senza un controllo accurato di costi e qualità sia un’opportunità impraticabile. Noi abbiamo proposto e siamo riusciti a farlo inserire in alcune proposte di legge regionali, di realizzare una produzione nazionale di canapa a fini terapeutici sul modello portato avanti dal Ministero della salute olandese. Sarebbe sufficiente individuare un laboratorio farmaceutico centrale, ad esempio abbiamo indicato lo Stabilimento Chimico Farmaceutico Militare di Firenze,  per la produzione e lavorazione di cannabis medicinale coltivata in Italia destinata alla fornitura per il Servizio Sanitario pubblico. Oggi si tratta di una possibilità completamente inesplorata che invece potrebbe risolvere parecchi problemi ed alleviare le sofferenze di migliaia di malati>>.

     

     

    Matteo Quadrone

     

     

  • Sestri Levante e Castiglione Chiavarese: progetto di museo diffuso

    Sestri Levante e Castiglione Chiavarese: progetto di museo diffuso

    castiglione chiavareseSi chiama museo diffuso o ecomuseo, ed è un concetto sempre più presente sul territorio italiano, che mira a coniugare la valorizzazione del patrimonio artistico e culturale di un luogo a partire dal paesaggio, dagli angoli caratteristici, insomma dalle strade che di norma percorriamo per “andare al museo” ma che più raramente sono esse stesse parte del museo. Non solo: il museo diffuso coinvolge anche gli abitanti del territorio, perché la loro memoria storica, le usanze e le tradizioni diventino motivo di interesse per i visitatori.

    Per la prima volta anche la Liguria avrà il suo museo diffuso: in occasione del BIT di Milano (Borsa Internazionale del Turismo) verrà presentato dalla Provincia di Genova il museo diffuso di Sestri Levante e Castiglione Chiavarese, che vedrà i due comuni del Tigullio protagonisti di un percorso fra natura e cultura. A Palazzo Fasce (Sestri Levante) verrà inaugurato prossimamente un allestimento multimediale che costituirà il cuore del museo, da cui partiranno una serie di itinerari tematici volti a collegare la costa con il borgo dell’entroterra.

    Marta Traverso

  • Essenze Barocche alla Galleria Nazionale di Palazzo Spinola

    Essenze Barocche alla Galleria Nazionale di Palazzo Spinola

    Essenze Barocche Palazzo SpinolaLa Galleria Nazionale di Palazzo Spinola, in stretta collaborazione con la Galleria d’Arte Moderna di Genova, ospita dal 15 febbraio al 27 maggio la mostra Essenze Barocche, che propone al pubblico  interessanti rimandi e suggestive contaminazioni tra le opere barocche appartenenti alle collezioni della Galleria e le tele realizzate dal pittore Alessandro Fergola.

    Fergola si configura dunque come “architetto-artista, collezionista d’arte, appassionato di musica e di letteratura, che nella pittura riesce a restituire la pienezza armoniosa e lieve di un’esperienza sinestetica complessa ricreando, in un’unica visione fantasmagorica e quasi eroica, strutturalmente robusta e magistralmente  svolta, movimenti, fruscii, sensazioni tattili e sollecitazioni cromatiche”.

    Le opere esposte sono:

    Alessandro Fergola (Genova 1942), Entropia, olio su tela, cm 180 x 280, Genova, Galleria d’Arte Moderna (n. Inv. GAM 2459).

    Alessandro Fergola (Genova 1942), Tondo I-2011 senza titolo, olio su tela, diametro cm 180, Genova, Archivio dell’artista.

    Alessandro Fergola (Genova 1942), Sacro e Profano, olio su tela, cm 160 x 100, Genova, Archivio dell’artista.

  • Cristoforo Colombo, scade oggi il bando di gara per la privatizzazione

    Cristoforo Colombo, scade oggi il bando di gara per la privatizzazione

    La misteriosa gara per la vendita dell’aeroporto, minuziosamente coperta dai riflettori come fosse un diamante rubato, scade oggi alle 12. A dire il vero era già scaduta lo scorso luglio, ma dopo la proroga la discrezione è stata totale e le informazioni che sono trapelate sono state poche.

    A un’ora dalla scadenza, in attesa di comunicazioni ufficiali, quello che sappiamo è che il Fondo italiano per le infrastrutture guidato da Vito Gamberale, principale candidato all’acquisto del 60% del Cristoforo Colombo, è uscito di scena motivando: “Le inusualmente limitate informazioni rese disponibili, le penali non allineate alla prassi di similari operazioni, la preoccupante involuzione della gestione della società […] rende impossibile a un investitore istituzionale e responsabile, quale F2i, approvare un’offerta vincolante in linea con i requisiti, i vincoli e le aspettative…“, questo il contenuto pubblicato dal Secolo XIX della lettera che F2i avrebbe inviato all’Autorità Portuale dopo una lunga procedura di consultazione dei documenti della società in vendita.

    Mostrandosi comunque ancora interessata all’acquisto qualora prendesse il via “una nuova procedura alla luce di tali considerazioni”, F2i ha provato a tenere una porta aperta nel caso di un’ulteriore proroga della scadenza.

    Nel frattempo sarebbero ancora in quattro i candidati per l’acquisto: la società francese “Vinci”, i turchi della “Limak Yatirim”, gli argentini della “Corporation America” e un fondo di investimento Usa. Il prezzo base d’asta è stato fissato in 30 milioni di euro e ulteriori 43 milioni da investire per attuare il piano infrastrutturale dell’Enac.

    Ma non è tutto. Nelle ultime settimane “Aeroporti di Roma” avrebbe manifestato l’intenzione di “liberarsi” del suo 15%. Ovviamente se oltre al 60% di proprietà dell?Autorità Portuale dovesse inserirsi anche il 15% di Roma la gara dovrebbe essere riscritta nuovamente e l’iter ripartirebbe da zero. Il restante 25% è di proprietà della Camera di Commercio.

    Tra poche ore sapremo se la gara è andata deserta o se sono state presentate offerte.

     

  • Io scrittore: concorso letterario per aspiranti romanzieri

    Io scrittore: concorso letterario per aspiranti romanzieri

    Il Torneo Letterario Io Scrittore è un concorso che il Gruppo Editoriale Mauri Spagnol promuove ogni anno per scovare nuovi talenti della penna.

    Il concorso è aperto a scrittori di età superiore ai 16 anni che hanno scritto un romanzo inedito, ossia non ancora pubblicato da un editore né su piattaforme di self publishing.

    Entro il 12 marzo 2012 si può partecipare caricando tre cose sul sito ufficiale del concorso, accessibile da illibraio.it: (1) scheda di presentazione del libro (2) incipit, fino a 60.000 battute (3) opera completa, tra 150.000 e 600.000 battute. Il concorso procederà poi per varie fasi, che attraverseranno importanti eventi letterari come il Salone del Libro a Torino e il Festival Letteratura di Mantova.

    I trenta romanzi finalisti saranno pubblicati in ebook, e di questi almeno uno sarà pubblicato anche in formato cartaceo da parte di una delle sigle del Gruppo editoriale Mauri Spagnol (GeMS).

     

    Marta Traverso

  • Pterodactyl in concerto a La Claque

    Pterodactyl in concerto a La Claque

     PterodactylLa Claque ospita giovedì 16 febbraio a partire dalle 2230 il concerto dei Pterodactyl, trio americano dell`Ohio formatosi nel 2006 e cresciuto ascoltando l`indie-rock non convenzionale di Don Caballero, Polvo e Modest Mouse.

    La band è formata da Joe Kramer, Matt Marlin e Kurt Beals, e dopo gli esordi in Ohio si sono spostati a Brooklyn, NY, attratti dal contratto con la Brah Records.

    Gli Pterodactyl suonano un mix semplice ma ben congeniato di indie rock, esuberante e psichedelico, ben ispirato e con partiture ritmiche che portano alla mente incursioni nel post core strumentale di Don Caballero e Battles. Il trio di Joe Kramer non è troppo distante dagli Oneida, loro padri spirituali che fortemente li vollero su Brah records, ma ben più melodici ed easy listening. Gli Pterodactyl riescono a mettere insieme tendenze acustiche e simil folk con un sottobosco ruomoroso tipico delle produzioni indie più colte.

    Apre la serata il gruppo genovese alternative new-wave pop  dei  Little Chestnuts.

    Ingresso  7 €

  • La tragedia greca: workshop di teatro al CFA di Luca Bizzarri

    La tragedia greca: workshop di teatro al CFA di Luca Bizzarri

    Sabato 18 e domenica 19 febbraio attori teatrol’attore e regista siciliano Giuseppe Argirò cura un seminario teatrale sul tema La tragedia greca: dall’eroe al personaggio presso il Centro di Formazione Artistica, la scuola fondata dall’attore e comico Luca Bizzarri con sede in salita Pallavicini 4.

    Il workshop è a pagamento e si terrà con i seguenti orari: sabato ore 14.30-19.30, domenica 10-17. Scopo delle due giornate è approfondire la figura dell’attore attraverso uno studio del genere tragico.

    I partecipanti avranno la possibilità di cimentarsi con lo studio del coro, uno degli elementi cardine della tragedia greca, in grado di gestire differenti registri verbali, tonici e fonetici. La lezione proporrà agli allievi un percorso incentrato sullo studio delle dinamiche corporee, sulla messa in voce dei caratteri, utilizzando diverse tecniche di improvvisazione.

    Le tragedie prese in esame saranno Orestea di Eschilo, Edipo Re e Antigone di Sofocle e Medea di Euripide.

    Per maggiori informazioni e prenotarsi è possibile contattare la segreteria del CFA ai numeri 010 8603922 – 393 2682366, oppure scrivendo all’indirizzo info@cfagenova.it.

    Marta Traverso

  • “Iride”, la mostra mostra di Vania Comoretti alla Sala Dogana

    “Iride”, la mostra mostra di Vania Comoretti alla Sala Dogana

    IrideMercoledì 16 febbraio inaugura alla sala Dogana la mostra “Iride” di Vania Comoretti, che resterà in esposizione fino al 26 febbraio.

    L’artista analizza l’iride, la parte dell’occhio che più di tutte vanta una letteratura scientifica, filosofica, esoterica, attraversando le considerazioni che dell’iride vengono esposte dalla mitologia greca fino ad arrivare alle aberranti misurazioni antropometriche e fisiognomiche operate dal nazismo con i suoi terribili esperimenti, passando per l’illuminista Voltaire. Ma è soltanto una prefazione, un viaggio culturale dentro un mondo che affascina l’artista per motivi personali, formali, etici ed estetici.

    L’iride si perpetua all’interno delle generazioni di una stessa famiglia. Per Comoretti essa identifica “il luogo di appartenenza delle persone”. I ritratti sono occhi che forniscono sguardi, che le opere restituiscono allo spettatore, in un gioco di “mise en abime“ per cui l’opera guarda colui che la guarda.

    Iride – Mostra di Vania Comoretti

    Sala Dogana, Palazzo Ducale, Genova

    Dal 17 al 26 febbraio, dal martedì alla domenica ore 15.00-20.00
    inaugurazione giovedì 16 febbraio ore 17.00

    ingresso libero

  • Gas: l’Italia importa dalla Russia e non sfrutta la produzione interna

    Gas: l’Italia importa dalla Russia e non sfrutta la produzione interna

    Produzione del Gas

    Gazprom, il colosso energetico russo, nei giorni scorsi ha ridotto del 30% le proprie forniture e così rischiamo  di dover affrontare anche questo nuovo tipo di  emergenza. In verità tanto nuovo non è perché ne abbiamo già sentito parlare durante la crisi Russia-Ucraina del 2009 ma, se non si è esperti del settore, non si riesce a capire quali colossali interessi si nascondano dietro  apparenti controversie tra stati.

    Incominciamo col dire che la Russia  è il principale ”rubinetto” erogatore dell’est e che la manovra messa in atto  potrebbe nascondere una sorta di ricatto per accelerare la costruzione del mega-gasdotto “South Stream”, capace di introdurre in Europa 63 miliardi di metri cubi di gas l’anno, progetto in cui è previsto un braccio terminale in Italia, presso Otranto. Una diminuzione dell’erogazione si direbbe un problema relativamente “piccolo” per un paese, come l’Italia, che ha  fonti alternative di rifornimento quali Olanda, Norvegia, Algeria, Libia, che  può contare su una produzione propria, pari a circa il 15%, grazie ai due rigassificatori  di Rovigo e Panigaglia, che è in grado di riattivare, per emergenza, vecchie centrali ad olio come quelle di Livorno e Piombino (Enel)  ed, infine, che può avvalersi di eccellenti infrastrutture.

    Il vero problema è che  non sfruttiamo interamente le nostre potenzialità a causa di una gestione “monopolistica” di Eni e Snam: lo comprova il fatto che importiamo  85 miliardi di metri cubi l’anno contro una capacità di 107 e, soprattutto, che queste società non consentono ad altre imprese concorrenti di passare attraverso i “rami” inutilizzati.

    Questo  ci da conto, immediatamente, del costo di questo combustibile che noi paghiamo più di tutti in Europa.  Gli enormi interessi economici non finiscono qui: ci sono in progettazione 10 rigassificatori e 4 gasdotti, tra cui quello Brindisi-Minerbio che con i suoi 687 Km avrà un forte impatto ambientale lungo tutto l’Appennino, un progetto che parrebbe anacronistico a fronte di un esubero di condutture ma che si spiega con l’ottica “lungimirante” di rivendere il gas ai paesi del nord-Europa.

    I primi ad aver subito un immediato disagio sono i cosiddetti “interrompibili”, fruitori che a fronte di uno sconto sul prezzo (il costo energetico grava su un’impresa per il 20%) sono disponibili a farsi bloccare l’erogazione, cosa che è puntualmente avvenuta. Ma era assolutamente necessaria? Non sarebbe stato meglio, nell’eventualità di una carenza di gas, andare ad intaccare le consistenti riserve che, guarda il caso, sono anch’esse in mano, per il 97%, alla Stogit, società del gruppo Snam? Intervento prudenziale o mera speculazione economica?

    Certo è triste se pensiamo che, negli anni passati, siamo stati all’avanguardia nel campo dell’energia come quando, nel 1903, primi nel mondo, abbiamo pensato di sfruttare quella geotermica, fornitaci “gratis” dai soffioni boraciferi di Larderello. Per anni, inoltre, siamo stati quasi totalmente autonomi grazie alle grandi centrali idroelettriche, primati accantonati per far spazio a petrolio e suoi derivati, da cui, adesso, l’Italia deve affrancarsi sia ridimensionando il potere di questi grandi colossi (dov’è l’antitrust?) ma, soprattutto, con agevolazioni  che spingano verso fonti di energie alternative che, per altro, nel nostro paese sono favorite dalla conformazione oro-geografica.

    Non stupisce, a questo proposito, apprendere che la tecnologia italiana dei pannelli solari abbia raggiunto punti di eccellenza tanto da essere sfruttata dalla Cina, da cui importiamo l’intera produzione grazie al minor costo, e che, sempre italiana, è la ricerca sperimentale per la produzione di pannelli non più in silicio ma a partire dalla plastica che, all’abbattimento dell’80% dei costi, associano una struttura meno rigida capace  di adattarsi a qualsiasi  superfice anche a quella curva.

    Non meno importanti sono i progressi in campo eolico: il vento, insieme al sole, è un’altra grande risorsa che permette di ridurre l’inquinamento atmosferico con un impatto minimo sull’ambiente. Infatti, anche le “mostruose” pale rotanti, tanto invise ai rispettosi dell’habitat, sembrerebbero avere le ore contate. Sistemi innovativi propongono strutture a bracci verticali che non necessitano di orientamenti fissi e sono molto più contenuti nelle dimensioni.  Per gli amanti del design, inoltre, sono stati progettati veri gioielli da esporre in bella vista sui tetti degli edifici che, oltre a svolgere la loro importante funzione, impreziosiscono l’architettura dell’edificio.

    Un esempio? Il Wind Tulip dell’azienda israeliana Leviathan Energy, un tulipano non proprio olandese, come si evince, ma che, se istallato sul percorso della Bora o della nostra Tramontana, farebbe concorrenza ai caratteristici mulini a vento.

     

    Adriana Morando

  • Cassazione: no alla pubblicazione di foto dei volti dei mendicanti

    Cassazione: no alla pubblicazione di foto dei volti dei mendicanti

    La Cassazione ha stabilito che <<È diffamazione pubblicare sui giornali foto che ritraggono i volti dei mendicanti>>. Lo riporta il quotidiano di informazione giuridica “LeggiOggi” (www.leggioggi.it) citando la recente sentenza n. 3721/2012, nella quale i giudici della CdC sottolineano: <<La coscienza comune pone questi soggetti in uno dei gradini più bassi della cosiddetta scala sociale ed è allora naturale che chi sia costretto dalla necessità a praticare la mendicità e venga additato come tale si sentirà mortificato e gravemente ferito nella sua onorabilità>>.

    Tutto parte da una querela sporta da una donna rumena la quale ha visto la sua immagine immortalata in una fotografia pubblicata su un quotidiano di Trento a corredo di un articolo. Il testo riportava le reazione e i commenti dei cittadini in occasione di una tavola rotonda sul “pacchetto sicurezza” e sull’istituzione delle ronde. A fianco appariva la foto della donna rumena accompagnata dalla didascalia <<una questuante all’opera nel centro storico di Trento>>.

    Il 31 gennaio 2011 il giudice per le indagini preliminari di Trento aveva dichiarato il non luogo a procedere <<perché il fatto non sussiste>> nei confronti del direttore e dell’autore dell’articolo, ritenendo non diffamatorio l’articolo e le foto, in quanto <<volti a scoraggiare fenomeni quali la prostituzione, il vandalismo e l’accattonaggio diffuso>>.

    La donna rumena ha fatto ricorso in Cassazione e la Corte le ha dato ragione con le seguenti motivazioni: <<La fotografia indicata come questuante all’opera, posta a corredo dell’articolo, non può essere considerata neutra dal momento che il lettore è portato ad identificare la persona rappresentata con uno dei mali da combattere – l’accattonaggio diffuso e l’ipotizzato collegamento con ambienti malavitosi (lasciato intendere nello stesso articolo, ndr)– ed uno dei problemi da eliminare per garantire una pacifica vita cittadina>>.

    Per i giudici della Cassazione quando un organo d’informazione per esigenze di cronaca decide di mostrare immagini di <<persone in qualche modo coinvolte in fenomeni sui quali grava un pesante giudizio della collettività>> deve adottare misure necessarie a garantire l’onorabilità dell’individuo, quali <<sgranare o comunque coprire il volto della persona ritratta per renderla non identificabile>>.

     

     

  • Cabaresque con Andrea Ceccon e Enrique Balbotin a La Claque

    Cabaresque con Andrea Ceccon e Enrique Balbotin a La Claque

    CabaresqueIn Cabaresque la comicità è più spinta della media e libera dalle logiche e dai tempi televisivi. Durante lo show a La Claque si alterna un nutrito gruppo di comici presentati da jngles musicali: un varietà che spazia tra personaggi, canzoni, monologhi, sketch sempre divertenti.

    Ospiti Enrique Balbotin, Andrea Ceccon, Alessandro Bianchi, Simona Guarino, Simone Barbato, Flavio Isopo, Mago Osvaldo e altri ospiti come Olcese & Margiotta, Enzo Paci.

    Ingresso 15 euro, inizio 2230

  • Giulio Tremonti e l’illusione italiana del capitalismo anni ’90

    Giulio Tremonti e l’illusione italiana del capitalismo anni ’90

    Giulio TremontiQualcuno deve aver letto a Santoro il mio intervento di qualche settimana fa, perché giovedì la trasmissione “Servizio Pubblico” è andata decisamente incontro alle critiche che avevo sollevato sul programma. A parte la battuta, l’ultima puntata è stata decisamente più interessante delle precedenti. Il tema, le regole della finanza e il rapporto con la politica, è decisamente d’attualità; le analisi e gli approfondimenti, pur nei limiti del dibattito televisivo, non erano privi di una certa pregnanza; in studio erano presenti giornalisti prestigiosi, come Mentana e Mieli, l’ottimo Gianni Dragoni, il solito Travaglio e diversi invitati che, pur da prospettive talvolta opposte, non per questo hanno lesinato spunti interessanti, come il leader dei no global Luca Casarini o il giovane ricercatore di Oxford Emanuele Ferragina.

    Era presente, a dire il vero, anche un politico. Eppure Giulio Tremonti, per il ruolo di governo che ha ricoperto fino a ieri e le particolari tesi espresse, è uno di quei politici il cui parere si ascolta sempre con un certo interesse. Intendiamoci: io non sono affatto un fan di Tremonti. Nonostante i giudizi positivi che riscuote un po’ in tutti gli schieramenti politici, da destra a sinistra, io sono del parere che questo tributarista di Sondrio come economista sia decisamente sopravvalutato: lo trovo fastidiosamente supponente, penso che sia direttamente responsabile di diversi obbrobri legislativi (vedi scudo fiscale) e, soprattutto, che si compiaccia di esprimersi attraverso metafore oracolari e profetiche, senza però che dietro a queste si nasconda una particolare profondità di analisi.

    Detto questo, si tratta comunque di un personaggio che, inspiegabilmente, emana un discreto fascino intellettuale: sarà per la bellissima imitazione di Corrado Guzzanti; sarà per la folle ebrezza che ci pervade al pensiero che questo simpatico mitomane autoproclamatosi erede di Quintino Sella sia stato per tre diversi mandati l’autorità più alta per l’economia italiana; o forse sarà per lo sguardo inespressivo, gli occhiali anni ’70 e l’irresistibile erre moscia. Come che sia, l’altra sera molte persone, compreso il sottoscritto, sono rimasti ad ascoltarlo mentre ripercorreva cattedratico la storia del mondo dalla fine dell’ultimo conflitto mondiale fino ai giorni nostri.

    Secondo Tremonti nei primi anni ’90, con la fine del comunismo, la caduta dell’Unione Sovietica alla spalle e la nuova organizzazione del commercio mondiale (il WTO), il mondo è cambiato fino a produrre una globalizzazione che ha generato ricchezza da alcune parti, ma anche povertà in molte altre, mentre la finanza usciva fuori da ogni controllo. Il punto di svolta, secondo Tremonti, è la caduta del muro di Berlino. E non ci vuole un ministro dell’economia per dirlo: basta uno studente di liceo. Non c’è dubbio che si tratti dell’evento più importante per la storia contemporanea; il momento che costituisce, anche simbolicamente, lo spartiacque tra un dopoguerra dominato da due potenze e due ideologie e un “dopo”, in cui ci troviamo tuttora, che ancora non abbiamo capito bene cosa debba essere.

    Tremonti rileva ciò che è ovvio, ma ha comunque ragione a incentrare l’attenzione sui cambiamenti avvenuti tra gli anni ’80 e gli anni ’90. Certo è che il mondo prima del 1989 poteva ancora essere declinato secondo due schemi alternativi: da una parte il capitalismo statunitense e i paesi NATO, basati sulla libera iniziativa economica; dall’altra il comunismo russo e i paesi del patto di Varsavia, la cui economia era organizzata e pianificata direttamente dallo Stato, cioè dai funzionari del partito comunista al potere, con lo scopo (teorico) di livellare le ineguaglianze sociali. Il fatto che il comunismo così concepito sia fallito da un giorno all’altro, ha finito per ingenerare la convinzione che il capitalismo fosse la risposta.

    Ad esempio, scrive Paul Krugmann (nobel per l’economia nel 2008) che dal 1989-91 in avanti: «il nocciolo del socialismo non rappresenta più un’opposizione al capitalismo. Per la prima volta dopo il 1917 viviamo dunque in un mondo in cui i diritti alla proprietà e al libero mercato sono considerati principi fondamentali, non più cinici espedienti» (Il ritorno dell’economia della depressione e la crisi del 2008, Milano, Garzanti, 2009).

    Ed in effetti in precedenza, persino nell’Italia alleata degli Stati Uniti, un minimo di richiamo al socialismo, o almeno a misure sociali, era d’obbligo, se non si voleva passare per egoisti che pensano solo all’arricchimento personale. Ma negli anni ’90 questi freni si sono definitivamente sciolti, e il modello dello yuppie anni ’80 dalla commedia di Jerry Calà e Christian De Sica è passato a paradigma della realtà. Ancora oggi è difficile riuscire a valutare l’impatto causato dalla fine del comunismo, cioè di un’opzione considerata seria e realistica per tutto il ‘900; ma è chiaro che il cambiamento, soprattutto da un punto di vista culturale e psicologico, è stato enorme.

    E’ abbastanza evidente, ad esempio, che la vittoria del capitalismo è stata un’ubriacatura che ha fatto passare in secondo piano i suoi eccessi. Tant’è che oggi, con la crisi del capitalismo globale, tantissimi economisti – persino lo stesso Tremonti – riscoprono Marx. Eppure quello che la crisi avrebbe dovuto insegnarci non è tanto che il comunismo non aveva tutti i torti, quanto piuttosto che si fanno danni a voler operare nella realtà con il paraocchi di un’ideologia considerata vincente. In Italia, in particolar modo, siamo maestri nell’andare dove tira il vento: cosa che non facciamo per cinismo, ma per un naturale istinto di sopravvivenza, forgiato in secoli di dominazioni straniere, da cui discende che l’opzione più igienica è sempre quella di salire sul carro dei vincitori. Fascisti sotto il fascismo, partigiani nel dopoguerra, democristiani nel boom economico, “tangentari” sotto Tangentopoli, “anti-tangentari” e “berlusconiani” sotto Berlusconi, “tecnici” sotto Monti: gli Italiani fiutano l’aria che tira e cambiano in modo repentino, con una capacità di adattamento straordinaria.

    Questa ricostruzione, a dire il vero, sarebbe ingenerosa, se non tenesse conto delle vaste minoranze che resistono nelle loro posizioni e non si piegano all’andazzo generale: ma è proprio il generale, la maggioranza, che conta. E negli ultimi vent’anni la maggioranza si è illusa che un capitalismo sfrenato con il minor controllo possibile da parte dello Stato sarebbe stata la soluzione. Solo oggi ci accorgiamo che, insieme al resto del mondo, vivevamo in un sogno e che abbiamo buttato via il bambino (il principio di superiorità dell’autorità politica e delle sue regole) con l’acqua sporca (il comunismo). Eppure non sarebbe stato difficile capirlo.

    Dal passato avevamo il precedente di un’ottima costituzione scritta insieme da radicali, democristiani, socialisti e comunisti: funziona da 65 anni proprio perché non ha un’ideologia di riferimento, ma è il risultato sincretico di uno spirito comune (l’antifascismo) e della conseguente necessità di porre principi validi per sé e non dal punto di vista astratto di una utopia politica. Sapevamo benissimo, poi, per una lunga tradizione di pensiero, che l’autorità statale e le buone regole hanno un’utilità sociale preliminare rispetto alla scelte di politica economica. Sono tutte cose che abbiamo acquisito con fatica nel corso delle storia e che, tramite l’esperienza e il buon senso, avevamo imparato a riconoscere come valide. Ma le abbiamo trascurate perché la dottrina imperante, i facili guadagni e l’illusione di una crescita senza fine hanno reso comodo non considerarle. Per questo oggi saremmo più preparati ad affrontare le sfide che abbiamo davanti se ci preparassimo a ponderare le nostre scelte non sulla base di persone, ideologie o partiti, ma ragionando e basta.

     

    Andrea Giannini