Carne etichettata a chilometri zero, filiera corta e garanzia di qualità. L’offerta degli allevatori aderenti all’Associazione Provinciale Allevatori di Genova (Apa) raddoppia. A Pedemonte, frazione di Serra Riccò, alta Valpolcevera, è nato infatti un secondo punto di vendita diretta dopo il successo ottenuto dall’analoga struttura di Masone, il Centro Allevamento Zootecnico Vallestura. Quest’ultimo, attivo dal 2005, ha dovuto cessare la sua attività lo scorso dicembre, ma gli allevatori non hanno perso tempo ed hanno ripristinato il punto vendita presso alcuni locali di Rossiglione.
Nel laboratorio di Masone gli allevatori genovesi hanno inventato, traendone notevoli benefici, la proposta dei “pacchi carne”. Confezioni miste da 5 Kg (fettine, bistecche, arrosto, spezzatino e bollito), vendute su prenotazione o consegnate a domicilio.
“Il consumatore consulta il sito www.lacarnedigenova.com, vede le carni disponibili, contatta ciascun produttore e si reca in azienda per acquistare il suo pacco di carne”, spiega Giampaolo Risso (Apa).
“Parliamo di aziende che possiedono un numero limitato di capi, da 3 fino ad un massimo di 30 –continua Risso – gli allevatori macellano il bestiame in diversi stabilimenti della zona, in seguito la carne viene lavorata e confezionata presso i locali di Pedemonte, per essere infine venduta direttamente dall’allevatore-produttore”.
Allevatori che hanno aderito volontariamente al disciplinare di produzione ed etichettatura della carne denominato EtiAia. La certificazione EtiAia è una certificazione facoltativa che fornisce al consumatore informazioni supplementari oltre a quelle stabilite per legge. La legge stabilisce infatti che siano indicate soltanto la matricola del bovino e la certificazione che sia nato e macellato in Italia.
“Sono informazioni che secondo noi non dicono nulla – sottolinea Risso – Noi pensiamo sia molto più utile per il consumatore indicare la razza del bovino, il sesso, l’età e chi è il proprietario dell’animale”.
L’obiettivo è fornire maggiori garanzie sulla sicura identità ed origine dei soggetti allevati al fine di una rintracciabilità totale legata al territorio.
Ritorniamo ancora a parlare di Servizio Pubblico, la trasmissione di Santoro, perché giovedì sera è successo qualcosa di rilevante da un punto di vista simbolico. «Non mi devi rompere i coglioni!», questa la frase liberatoria di un operaio sardo che ha costretto Roberto Castelli, esponente della Lega Nord, già ministro della giustizia, senatore e viceministro uscente alle infrastrutture, ad abbandonare lo studio televisivo. E diciamolo francamente: era tosto l’ora.
Non c’è da gioire per il fatto in sé che un dibattito pubblico sia giunto a un punto così teso, perché di principio vorremmo tutti che l’occasione fosse sfruttata piuttosto per fare una riflessione critica seria e pacata. Ma data la situazione di un paese in difficoltà che viene messo a confronto con chi lo ha governato per anni, lo sfogo dell’operaio sardo è stato quanto di più onesto, genuino e sano ci si potesse augurare. Se l’espressione è stata un po’ “colorita”, ciò è senza dubbio giustificato dalla frustrazione, dopo anni in cui lo sforzo di mantenere un certo contegno e un certo modo di interloquire c’era stato. Persino nelle trasmissioni di Santoro, a cui piace molto fare sentire «l’urlo della piazza», nessun operaio, nessun cassaintegrato, nessun disoccupato si era mai lasciato andare in TV ad un’espressione così forte contro un politico così importante.
Giovedì sera invece il tappo è finalmente saltato. Se la settimana scorsa ho scritto che non aveva senso invitare in trasmissione i rappresentanti di questa classe politica, è proprio perché con costoro c’è poco da dialogare. E in particolare con quelli più agguerriti e sfacciati, come Castelli, l’unica risposta non può essere che quella schietta e irriverente data proprio dall’operaio sardo.
Con questo non si vuole dire che la gente comune in questa situazione sia la vittima esente da colpe, mentre la politica è il carnefice. Sarebbe una concezione decisamente populista. Questi politici sono stati votati e sostenuti per anni dai Sardi, dai Siciliani e dagli Italiani tutti. Quindi i primi a dover fare autocritica siamo noi stessi, se non vogliamo ritrovarci a far uscire un problema dalla porta solo per farne entrare un altro dalla finestra. Ma se c’è una categoria che proprio non può venire a darci lezioni è quella dei politici che ci hanno governato fino a ieri.
Ecco il motivo per cui le arroganti rimostranze, le spudorate riflessioni e i volgari attacchi che Castelli ha messo in scena giovedì sera hanno davvero meritato un tale epilogo. Castelli in particolare è stato al governo per otto degli ultimi dieci anni, occupando posizioni di primo piano e mettendo la sua firma in calce a molte contestatissime leggi. Se l’economia, durante questi anni, anziché migliorare è peggiorata sempre di più, sarà anche un po’ colpa di Castelli o no? Non è solo colpa sua, di Berlusconi e del governo precedente, l’abbiamo scritto e ripetuto più volte: ma ce ne sarà abbastanza perché si dica che lui e i suoi alleati hanno fallito e quindi si levino di torno, come succede in tutte le democrazie del mondo? E invece, come se niente fosse successo, Castelli si è presentato in trasmissione lanciando strampalate accuse a destra e a manca.
Di chi sarebbero le responsabilità, se rischiamo di far la fine della Grecia? Dei «tecnocrati» come Monti che hanno disegnato e costruito la “globalizzazione” e di Ciampi e Prodi che ci hanno portato nell’euro, una moneta che non si può svalutare. Ora, a parte il fatto che la globalità è un dato, uno scenario che nessuno ha scientemente costruito, quella a cui fa riferimento Castelli, una globalizzazione senza regole e senza autorità, dove attori transnazionali fanno il bello e il cattivo tempo in barba al poter di azione degli Stati nazionali, è identificabile piuttosto con quella deregulation tanto cara ai governi di destra.
Chi ha voluto una finanza globale senza regole? Le basi teoriche le ha date la scuola di Chicago, ma sul piano politico il principale referente è senza dubbio «l’amico George», quel Bush junior presidente degli Stati Uniti così caro al governo Berlusconi, che Castelli ha sorretto per tanti anni. E’ stato Bush a mettere Alan Greenspane, il campione del laissez-faire finanziario, alla guida della Federal Reserve, mentre Castelli e gli altri leghisti sostenevano gli USA nella guerra in Iraq per via di quelle armi di distruzione di massa mai trovate, che, tanto per dirne una, in Inghilterra hanno rovinato la carriera politica a Tony Blair.
Oggi, dopo dieci anni di oblio, Castelli ricorda improvvisamente di essere stato in gioventù anti-imperialista e anti-capitalista. Ma ancora più sfacciata è la critica all’euro. E’ pur vero che l’euro è una moneta strana, dato che incorpora economie molto diverse e che non può essere svalutata per abbassare i tassi; ed è anche vero che la Lega delle origini era contro l’ingresso nell’euro. Ma lo era per una balorda concezione del localismo come risposta alla globalizzazione, che prevede la chiusura delle frontiere e l’adozione di una moneta padana: una visione bislacca che ho già criticato in passato e che non è affatto una risposta ai problemi della modernità, ma soltanto un cieco rifiuto a voler guardare negli occhi la realtà rifugiandosi nel passato.
E poi, se l’euro oggi è un problema, questo lo si deve al fatto che la nostra economia è debole e drogata, con un debito e una spesa pubblica elevati, che non può reggere gli standard del nord Europa. Ma se, negli anni in cui Castelli sedeva a Roma, la spesa pubblica fosse scesa, i conti fossero stati tenuti in ordine, il debito fosse diminuito e l’economia fosse cresciuta, saremmo sotto l’attacco della speculazione internazionale? Probabilmente ne saremmo al riparo esattamente come lo sono la Finlandia e la Germania, e staremmo a discutere di come risolvere i problemi del debito di Grecia e Portogallo, ma non del nostro: cioè nessun governo Monti, nessuna manovra lacrime e sangue. E invece sotto Berlusconi il debito pubblico è aumentato. Anche perché la spesa pubblica è da sempre gestita con finalità clientelari. Un esempio? Nel sud Italia alla vigila delle elezioni esplodono le assunzioni nel settore pubblico.
Ora, di fronte ad un pastore o ad un agricoltore che si lamentano per la crisi, con che faccia Castelli può andare a rinfacciare a questi lavoratori l’elevato numero di dipendenti pubblici delle loro regioni, quasi li avessero assunti loro? Ecco perché è giusto rispondere con un «Non mi devi rompere i coglioni!» ad un politico che, anziché nascondersi o almeno giustificarsi, cerca la ribalta per attaccare. Con chi non ha pudore e ha faccia tosta, nessuna discussione è utile, perché cercherà di difendere l’indifendibile fino alla sfinimento. La cosa migliore, quindi, è lasciarlo perdere. Poi toccherà a noi fare ulteriori riflessioni e chiederci come mai tutta la classe politica, non solo Castelli, si siano rivelati tanto inadeguati. Toccherà a noi guardarci negli occhi e chiederci: dove abbiamo sbagliato?
Venerdì 3 Febbraio 2012 continua la stagione concerti del circolo Arci Checkmate Rock Club di via Trebisonda, con una serata speciale all’insegna del rock.
La serata inizia alle 19.30 con un aperitivo a buffet accompagnato da sangria e con una jam session aperta a tutti offerta da Genova Est Project.
Dalle ore 21 salirà sul palco l’Ennesimo Parallelo, band psychedelic post rock e alle 21.30 la band new wave Vico dell’Amor Perfetto. A seguire Airon dj Set. Ingresso con tessera arci
Sabato 4 febbraio invece saliranno sul palco i Silvermood da Ravenna ed i Delirio da Luci Compresse da Genova.
Il sound dei D.L.C. viene paragonato a quello dei gruppi della scena indipendente italiana, come Verdena, Afterhours,Teatro degli orror,i Marlene Kuntz ecc, oltre le tante influenze dal grunge, alternative rock al noise che si mischiano a testi ermetici, grezzi e pornografico dipendenti.
Seguono i Silvermood, band che non ha un suo genere ma ha una sua sonorità. Volumi differenti si mischiano alle diverse esperienze musicali. Le tracce del primo album “Silver_Mood” si alternano passando da canzoni ritmate, e tipicamente “rock”, a canzoni più strutturate e meno squillanti.
Ingresso con tessera Arci e consumazione obbligatoria.
Un’attesa lunga sei anni per tutti coloro che aspettavano un nuovo esame di abilitazione alla professione di guida turistica, interrotti a causa della necessità di conciliare le leggi regionali, nazionali e comunitarie sull’argomento.
Un’attesa che termina in questi giorni, con l’annuncio ufficiale da parte della Provincia di Genova riguardo la partenza di un nuovo bando: la pubblicazione avverrà sul sito della Provincia mercoledì 1 febbraio e sarà possibile presentare domanda fino al 2 marzo 2012.
Per tutte le informazioni su bando, requisiti, modalità di presentazione della domanda e dettagli sull’esame, si può telefonare ai numeri 010 5499634 oppure 010 5499750.
Un vento gelido di tramontana che fischia insinuandosi tra le imposte (“ondata di freddo siberiano”, è stata definita: nulla di più vero), tetti imbiancati sulle prime propaggini dei monti che circondano Genova e previsioni metereologiche foriere di altre precipitazioni: rispettando gli antichi detti popolari, sono arrivati i giorni della merla.
Se qualcuno si era illuso che le tiepide temperature di un inverso anomalo ci potessero traghettare verso la bella stagione, senza farci tirare fuori dall’armadio guanti, sciarpe e berretti, è stato prontamente smentito. Questi giorni (29-30-31 per alcuni, 30-31-1° febbraio per altri) vengono, a buon diritto, considerati i più rigidi dell’anno e, per consuetudine, indicati come il “barometro” dei mesi a venire.
Se sono ”artici”, infatti, ci assicurano i ben informati, potremo godere di una mite stagione primaverile. Ma cosa c’entra la merla in tutto questo? Precisiamo subito che dovremmo dire ”merlo” perché, per il dismorfismo sessuale (differenza tra i generi), è il maschio ad avere un piumaggio più scuro ma la leggenda vuole che sia stata una femmina di tale volatile a rifugiarsi nella canna di un camino per riparare se e i suoi piccoli dal freddo intenso, sporcando di un nero perenne, il candido piumaggio della livrea originaria.
Esistono tante varianti di questa favola, alcune dall’esito “noir”, ma due, in particolare, ci fornirebbero anche la spiegazione del perché febbraio è il mese più corto. La nivea merla di cui sopra, stufa delle angherie di cui era oggetto da parte di gennaio che, col suo gelo, le impediva di uscire dal nido, decise di farsi una bella provvista di cibo e di mettere il becco fuori solo agli inizi del mese successivo. Gennaio, indispettito dallo scaltro raggiro, si fece regalare dal Febbraio i suoi primi 3 giorni, sorprendendo il povero volatile uscito con la sicurezza di trovare un tiepido sole e al quale non rimase che riparare in tutta fretta nel camino, con le conseguenze di cui sopra.
Una versione quasi simile narra di un merlo convinto di aver ingannato Gennaio con analogo stratagemma e, lasciato il caldo nido, avesse esclamasse “Più non ti curo Domine, che uscito son dal verno!”, il cui borioso atteggiamento fu punito, immediatamente, con l’acquisizione di quei fatidici 3 giorni e solito finale, una leggenda parafrasata da Dante, nel XIII canto del Purgatorio, con il verso “Ormai più non ti temo!”, come fé ‘l merlo per poca bonaccia”.
Le uniche tracce di una qualche verità storica le possiamo riferire alla riforma del calendario romano ad opera di Numa Pompilio ( 713 a.C.), in cui i due primi mesi dell’anno vennero aggiunti ai 10 già preesistenti, attribuendo a gennaio (dal dio Giano=Ianuarius) un computo di 29 giorni, portati a 31 solo successivamente.
Anche la religione annovera due varianti di questo detto popolare: un’eroica merla si sarebbe sacrifica bevendo il latte di Gesù, avvelenato dal fiele, ricevendone in cambio, dopo 3 giorni di patimenti, un clima più mite per una più rapida guarigione; una seconda stesura racconta come un servo di Erode avesse catturato il pennuto insieme ai suoi piccoli e se li volesse mangiare. Il disperato padre dopo aver raccolto una provvida pagliuzza, strappata dalla culla del Signore, l’avrebbe lasciata cadere sugli implumi che, acquisita l’immediata capacità di volare, si sarebbero messi in salvo con una precipitosa fuga.
Meno nobile ma sicuramente efficace, fu il freddo che fece ghiacciare le acque del Po e permise a una cotal nobile signora di Caravaggio, nominata De Merli, di raggiungere l’amato per l’agognato matrimonio o l’analogo espediente usato per traghettare, sullo stesso fiume, un pesante cannone denominato “La Merla”. La spiegazione di un tale motto, forse, molto più semplicemente, è da ricercare nelle buie serate invernali, quando la terra, stretta nella morsa del gelo, fermava il lavoro dei contadini e permetteva loro momenti di aggregazione intorno al caldo di vecchie stufe o scoppiettanti camini e dove l’allegria era assicurata da novelle beneauguranti, da festosi canti e qualche libagione di troppo.
Gli stessi fuochi e canti rituali che si celebravano nelle ancestrali comunità rurali come omaggio propiziatorio per il futuro raccolto, similmente a quanto accade nella rievocazione dei” Canti della Merla” lombardi in cui la Merla, una fanciulla del luogo, sale su una catasta di fascine ed inizia una serie di cori a cui rispondono gli astanti, in una sorta di “predizione” per la futura stagione agraria. Certo che, se c’è qualcosa di vero nella saggezza popolare, dovrò spiegare ai miei gerani, fioriti inaspettatamente in pieno dicembre, che possono tornare a dormire sereni perché, stante la tradizione, è in arrivo una limpida, tiepida, prossima Primaveraaaaaa
Sbilanciamoci, Tavola per la pace, Rete Disarmo e Unimondo lanciano la campagna “Taglia le ali alle armi” e promuovono un mese di mobilitazione per tutto febbraio. L’obiettivo, dire no agli F35, risparmiando 15 miliardi di euro con cui si potrebbero creare 4.500 nuovi asili nido comunali, mettere in sicurezza oltre 12mila scuola, creare più di 100mila posti di lavoro.
Il decreto sulle liberalizzazioni, pubblicato il 25 gennaio in Gazzetta Ufficiale, salva i poteri forti (banche, assicurazioni, petrolieri), colpisce i servizi pubblici locali, costringendo le amministrazioni locali a privatizzare e solo marginalmente dà qualche sforbiciata alle rendite di posizione di corporazioni come quelle degli avvocati, dei farmacisti, dei tassisti. Che tutto questo, come ha detto Monti, faccia aumentare il Pil del 10% in 10 anni è abbastanza fantasioso.Tra le corporazioni nemmeno sfiorate dal provvedimento c’è quella dei militari, che continuano a spendere e a sprecare una gran quantità di soldi – sta scritto sul sito di informazione economica e sociale www.sbilanciamoci.info – Come è noto, solo per la costruzione e l’acquisto dei cacciabombardieri F35 si prevede di spendere 15 miliardi di euro: più o meno la stessa cifra che gli esperti del governo stimano (anche qui in modo fantasioso) nel breve periodo come possibili risparmi per i cittadini dall’impatto del provvedimento sulle liberalizzazioni. Uno spreco, quello degli F35, di cui beneficiano i militari e il colosso della Finmeccanica, classico caso – a proposito della propaganda neoliberista antistato – di impresa lautamente assistita dai soldi pubblici, legata alla politica ed invischiata in opache vicende giudiziarie.
Per mettere uno stop alla costruzione degli F35 la campagna Sbilanciamoci, la Tavola per la pace, la Rete Disarmo e Unimondo hanno promosso un mese di mobilitazione che si concluderà alla fine di febbraio con manifestazioni in 100 piazze italiane e con la consegna di decine di migliaia di firme contro gli F35 al governo italiano.
“In un momento di grave crisi per tutto il Paese troviamo fuori luogo che il Ministro-Ammiraglio Di Paola nei suoi monologhi televisivi continui imperterrito a difendere l’F-35, promettendo al massimo qualche sforbiciata – precisa Massimo Paolicelli della Rete Italiana per il Disarmo – Parlare di un programma di elevato valore operativo, tecnologico e industriale vuol dire non tenere in considerazione i rilievi negativi dello stesso Pentagono ed i ripensamenti di molti paesi partner nel progetto”.
Gli stessi soldi stanziati per i caccia potrebbero essere impiegati in mille altri modi più utili sia economicamente che socialmente. “Con i 15 miliardi da spendere per gli F-35 potremmo costruire 45mila asili nido pubblici, creando oltre 200mila posti di lavoro – sottolinea Giulio Marcon, portavoce di Sbilanciamoci! – oppure mettere in sicurezza le oltre 13mila scuole italiane che non rispettano le norme antisismiche e quelle antincendio“.
“Il primo obiettivo di questa nuova mobilitazione è spingere il Parlamento e ogni singolo parlamentare a discutere in modo aperto e trasparente sugli F-35. L’appello lanciato dalla Marcia Perugia-Assisi dello scorso 25 settembre non deve cadere nel vuoto – ricorda Flavio Lotti, coordinatore nazionale della Tavola della Pace – Il Parlamento deve impedire innanzitutto che si crei il fatto compiuto. L’Italia non può permettersi oggi di impegnare ulteriori 15 miliardi di euro, oltre ai quasi 3 già spesi, per l’acquisto e il mantenimento di questi bombardieri, senza che ci sia un chiaro e onesto dibattito pubblico sulle esigenze e le priorità a cui dobbiamo rispondere”.
Oltre il 70% di Assessori e Consiglieri della Regione Liguria ha un proprio sito o blog personale e un profilo su Facebook, ma ben pochi li aggiornano regolarmente. Il 100% ha un indirizzo mail, ma solo il 20% circa risponde in prima persona. Appena il 15% ha un account su Twitter.
A partire da questi dati (realizzati dalla società milanese Spindoctoring) viene formalizzato il desiderio della Regione Liguria di aprirsi al web: la prima decisione ufficiale arriva dall’imminente trasmissione in streaming le riunioni della Giunta Regionale, che si tengono ogni venerdì mattina dalle 10 alle 13. Un provvedimento fortemente voluto da Claudio Burlando, uno dei primi politici liguri a crearsi un account su Twitter e utilizzarlo in prima persona. Lo streaming riguarderà l’intera durata delle assemblee, oscurando solo le parti in cui vengono citati dati sensibili o non divulgabili pubblicamente ai sensi della legge.
C’è però molto di più: se la sfida in vista delle primarie Comunali si sta giocando in larga misura sul web, anche la Regione – che per le elezioni ha ancora tre anni di respiro, visto che saranno nel 2015 – si sta attrezzando per avvicinarsi di più ai cittadini tramite la Rete. L’agenzia informatica regionale Datasiel ha infatti attivato un corso gratuito di alfabetizzazione digitale per Assessori e Consiglieri, allo scopo di istruirli su un uso più corretto e più in prima persona dei social network. Non solo: l’agenzia si impegnerà a creare un profilo sui social network per ciascun Assessore e ciascun Consigliere.
La prima lezione sarà il 15 febbraio e verterà sul tema: come si naviga su uno smartphone?
Sulla questione due domande sono d’obbligo: (1) quanti politici si impegneranno a utilizzare veramente in prima persona i social network, senza delegare il lavoro a segretari o portaborse? (2) anche se Datasiel è una società in house della Regione Liguria e fornirà questo servizio a un teorico costo zero per la pubblica amministrazione, chi paga il conto? Bisogna infatti tenere conto di una cosa: esistono molte agenzie specializzate nel social media marketing, ed esistono imprese private, professionisti, artisti e così via che pagano queste agenzie per la gestione dei loro profili social e/o per imparare a usarli. Perché un ente pubblico dovrebbe beneficiare di un servizio simile a costo zero, senza consentire alle realtà genovesi e liguri che operano in questo settore di sottoporre preventivi e dare luogo a un po’ di sana concorrenza?
Gennaio 2009: Genova aderisce alla campagna della British Human Association, che ha inaugurato il nuovo anno facendo circolare per le strade di Londra alcuni autobus sui quali è stampata la scritta There’s probably no God. Now stop worrying and enjoy your life (traduzione italiana: Dio probabilmente non esiste. Quindi smettila di preoccuparti e goditi la vita).
L’Unione Atei e Agnostici Razionalisti promuove tramite raccolta fondi pubblica una campagna che porta nel capoluogo ligure il seguente spot, sul retro di alcuni autobus Amt: La cattiva notizia è che Dio non esiste. Quella buona è che non ne hai bisogno.
Subito scoppia la polemica, e la concessionaria di pubblicità che ha attuato la campagna fa marcia indietro perché il messaggio è ritenuto lesivo della libertà religiosa. Il 29 gennaio gli autobus che escono dalla rimessa portano una nuova scritta: La buona notizia è che in Italia ci sono milioni di atei. L’ottima è che credono nella libertà di espressione.
IL PRESENTE
Gennaio 2011: a due anni dal tanto contestato Ateo bus, le strade di Genova accolgono una nuova campagna della Uaar. Il tema è uno dei più sentiti nell’era del governo Monti: il pagamento dell’Ici da parte della Chiesa. L’Unione Atei sceglie un’altra e più tradizionale via per sensibilizzare su questo tema: quindici enormi manifesti pubblicitari con la scritta Con 6 miliardi l’anno, l’Italia farebbe miracoli. Una campagna che ha avuto luogo in due città italiane, Genova e Venezia.
Non solo. L’associazione vuole entrare in campo in modo più diretto in occasione delle primarie del centrosinistra che porteranno a scegliere chi correrà per la poltrona di Sindaco, e lo fa con undici domande ai candidatiche toccano i temi di maggiore interesse della Uaar: Ici alla Chiesa, insegnamento della religione nelle scuole, testamento biologico, unioni civili, simboli religiosi negli edifici pubblici.
“Leonardo da Vinci: pittore alla corte di Milano”, è il titolo della mostra curata da Luke Syson allestita alla National Gallery di Londra, è l’esposizione più completa mai realizzata dei dipinti di Leonardo. Una mostra che riunisce preziosi prestiti internazionali indagando l’opera di Leonardo come pittore di corte del duca di Milano Ludovico Sforza. Nei primi dieci giorni di apertura la mostra è stata presa d’assalto da oltre 300 mila visitatori, tanto da andare in sold out già a inizio dicembre. Per questo la National Gallery ha deciso, in via del tutto eccezionale e per la prima volta al mondo, di offrire al pubblico mondiale un tour cinematografico
Il 16 febbraio 2012 sarà “visitabile” via satellitenella sale cinematografiche di tutto il mondo. Il tour-evento si chiama “Leonardo Live“, per una sola sera in alta definizione e in contemporanea in oltre 15 paesi (Argentina, Australia, Canada, Colombia, Repubblica Ceca, Francia, Germania, Giappone, Lussemburgo, Malta,Messico, Olanda, Nuova Zelanda, Polonia, Stati Uniti e Svezia).
Il film-evento, prodotto dal pluripremiato Phil Grabsky della PhilGrabskyFilms.com, è presentato da due importanti giornalisti d’arte anglosassoni, Mariella Frostrup e Tim Marlow. Tra le opere in mostra La Belle Ferronière (Musée du Louvre, Parigi), la Madonna Litta (Hermitage, San Pietroburgo), San Girolamo (Pinacoteca Vaticana, Roma), oltre che le due versioni della Vergine delle Rocce – appartenenti alla National Gallery e al Louvre- che saranno mostrati insieme per la prima volta in assoluto.
La mostra presenta inoltre il Salvator Mundi (di recente attribuzione) e una copia dell’Ultima Cena, in prestito dalla Royal Academy. Accanto ad essa vengono esposti tutti gli straordinari disegni preparatori realizzati da Leonardo per il Cenacolo: un modo esclusivo per scoprire, sin nel minimo dettaglio, come un grande dipinto sia stato progettato ed eseguito da uno dei più grandi geni di tutti i tempi.
A Genova aderiscono i cinema Corallo, Uci Fiumara e The Space.
Il Senato mercoledì 25 gennaio ha approvato un emendamento – all’interno del decreto-legge sul sovraffollamento delle carceri ddl 3074 – che stabilisce per marzo 2013 il superamento degli Ospedali psichiatrici giudiziari e che ora passerà al vaglio della Camera.
“È un fatto positivo, ma bisogna evitare che ora al posto degli OPG nascano “mini OPG“, magari uno in ogni regione – dichiara il comitato StopOpg, la galassia di associazioni che da anni si batte per la chiusura di queste strutture – Abbiamo già espresso la preoccupazione che le strutture residenziali previste in sostituzione dei vecchi OPG finiscano per riprodurre situazioni simili agli ospedali psichiatrici. E che le persone restino internate, in strutture certo meno fatiscenti ma pur sempre in luoghi di internamento“.
“Mentre l’alternativa all’OPG, come per i manicomi, è offrire ad ogni persona un percorso di cura, di assistenza e di inclusione sociale nel territorio, e non solo il ricovero in strutture, che finisce per escludere e recludere – continua il comitato StopOpg – Per questo il voto del Senato ci spinge a insistere con il Governo, la Conferenza delle Regioni e nelle singole Regioni: con la campagna “un volto, un nome“, per restituire cittadinanza ad ogni persona. E quindi anche a proporre l’urgenza di una legge che abolisca definitivamente l’istituto giuridico dell’OPG“.
Adesso il confronto si sposta sui tavoli delle regioni che dovranno gestire il passaggio sui loro territori ma soprattutto garantire le strutture in grado di accogliere più di 1400 persone. “Entro il mese di febbraio ci sarà l’incontro tra StopOpg e Vasco Errani per cominciare il lavoro – spiega Stefano Cecconi, responsabile Politiche della salute della Cgil Nazionale su www.quotidianosanita.it – I territori devono prendere in carico queste persone per offrire le risposte in base ai bisogni precisi e in base alle singole situazioni. L’emendamento di ieri dà due mesi di tempo alle regioni, entro il 31 marzo 2012, di definire requisiti strutturali, tecnologici e organizzativi, con riguardo ai profili di sicurezza, relativi alle strutture destinate ad accogliere le persone. Quello che è certo è che vogliamo evitare che nelle regioni si creino dei mini Opg. Questa non può essere la soluzione”.
“La battaglia non è chiusa e anzi questo è solo un primo passo comunque importante – sottolinea Donatella Poretti, senatrice radicale eletta nelle file del Pd, membro della commissione d’inchiesta del Ssn, presieduta da Ignazio Marino – perchè finalmente abbiamo una data e dei fondi certi da destinare alla riqualificazione e riorganizzazione delle strutture e del personale. Da questo momento è necessario cercare la collaborazione di tutti quelli che hanno a cuore la situazione. Chi deve uscire è giusto che esca, per gli altri le regioni entro un anno, che non è tanto, devono organizzare le strutture sul territorio”.
Martedì 31 gennaio e mercoledì 1 febbraio il Teatro dell’Archivolto ospita “Satirico concerto”, un reading concerto di e con Michele Serra e Stefano Bollani.
Lo spettacolo intreccia le parole di Serra con le suggestioni musicali di Bollani, e offre agli spettatori un happening sfrenato e divertente, corrosivo e inafferrabile.
Sulla scena due performer / narratori bizzarri dal talento fuori dal comune, per la prima volta insieme a confrontarsi e dialogare, armati ciascuno dei propri linguaggi e del proprio particolarissimo stile. Parole e musica, satira e improvvisazione, racconti e suite per pianoforte per coinvolgere il pubblico in un concerto in esclusiva per l’Archivolto.
Scrittore e giornalista, autore televisivo e teatrale, Michele Serra collabora da molti anni con la Repubblica, e con l’Espresso: nelle rubriche da lui curate – L’amaca e Satira preventiva – descrive c on garbata ironia vizi e costumi della politica e della società italiana. E’ autore degli spettacoli del Teatro dell’Archivolto “Peter Uncino” (2001), interpretato da Milva e David Riondino, “I bambini sono di sinistra” con Claudio Bisio (2003) e “Italiani, italieni, italioti” con la Banda Osiris e Ugo Dighero(2009).
Stefano Bollani, diplomato in pianoforte al Conservatorio di Firenze nel 1993, è uno dei più apprezzati musicisti jazz italiani. Il suo stile è particolarmente eclettico e ricchissimo di citazioni musicali, ama scherzare e improvvisare con il pubblico. Molte le sue collaborazioni al di fuori del jazz, dalla musica pop al teatro, dalla tv alla radio, dove dal 2006 conduce assieme a David Riondino la trasmissione il “Dottor Djembe”. Attualmente è in tv su Rai 3 con la trasmissione “Sostiene Bollani”.
Mercoledì 1 febbraio alle 18 si tiene l’incontro con una delle più grandi interpreti della musica italiana, Fiorella Mannoia.
Nel 2009 uscì con “Ho imparato a sognare”, grazie a un indimenticabile Album di cover. L’anno scorso ha stregato il pubblico con Il tempo e l’armonia, cd e dvd live capaci di fondere musica e immagini in uno spettacolo di grande intensità.
E quest’anno guarda a Sud, un disco di inediti. Un album che disegna una parte del mondo, il Sud, con le sue meraviglie, i suoi dolori, le mille contraddizioni di terre e popoli diversi ma uniti dallo stesso spirito. Dodici brani nati da collaborazioni ormai consolidate come quella con Ivano Fossati, altre nuove e inaspettate come quella con FrankieHi-Nrg.
A Pesaro anticipano la legge e per i giovanissimi, figli di cittadini immigrati ma nati in Italia, è in arrivo la cittadinanza onoraria. L’iniziativa – come riporta il quotidiano La Repubblica – nasce grazie a Matteo Ricci, giovane Presidente della Provincia di Pesaro. Una festa che si terrà a breve in cui a 4.536 bambine/i, nati nel pesarese negli ultimi dieci anni, verranno consegnati un “attestato” che dichiara la loro cittadinanza italiana, una copia della Costituzione, una bandiera ed una maglietta della Nazionale di calcio.
L’attestato purtroppo non avrà il valore di un documento ufficiale visto che in Italia – a differenza di numerosi Stati europei e mondiali dove vige lo “ius soli” che sancisce il diritto di cittadinanza a chi nasce in quel determinato Paese – la legge si basa sullo “ius sanguinis”.
Un diritto, quello dello “ius soli”, reclamato a gran voce dalla campagna nazionale per i diritti di cittadinanza, “L’Italia sono anch’io”.
“La vostra è un’iniziativa di grande valore simbolico – questo il messaggio d’incoraggiamento del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano – C’è da augurarsi che questo esempio possa essere seguito anche da altre realtà territoriali”.
“Dare la cittadinanza a chi nasce in Italia è una questione di civiltà – spiega Matteo Ricci – ma anche un segnale contro la crisi. Da questa si può uscire con più egoismo e solitudine oppure con più giustizia e solidarietà. Bisogna puntare sui valori non solo sui numeri”.
Dal 31 gennaio al 5 febbraio il Teatro della Corte ospita lo spettacolo “Blackbird”, in cui si affronta un tema drammatico, l’amore di un uomo adulto per una bambina, ma lo si fa da una prospettiva assolutamente originale.
«Mi sembrava insensato scrivere un testo sulla pedofilia, e dire la pedofilia è un male: lo sanno tutti», annota l’autore «Dovevo cercare più in profondità, al di fuori di ogni significato scandalistico».
Il linguaggio teatrale diventa così lo strumento privilegiato per uno sguardo “altro” sulla realtà e trasforma la cronaca della storia di una violenza in un’inquietante storia d’amore, che lega indissolubilmente, in maniera unica e crudele, due esseri viventi, protagonisti di una discesa negli inferi dell’animo umano di cui lo spettacolo prova a svelare le ombre, le mille paurose sfumature.
Data la delicatezza dell’argomento, pur trattato con un estremo rigore morale, lo spettacolo è sconsigliato ai minori.