Anno: 2013

  • Casinò a Pegli: la protesta sveglia il Comune che blocca l’apertura

    Casinò a Pegli: la protesta sveglia il Comune che blocca l’apertura

    slot-house-bailammeAlla fine il Comune è riuscito a trovare il modo per rinviare, almeno per ora, l’inaugurazione della più grande sala giochi della città nei locali dell’ex Bailamme in via Ronchi 66 fra Pegli e Multedo. Dopo le proteste dei cittadini e l’iniziativa CASI-NO della comunità di Don Gallo (manifestazione in programma oggi alle ore 18 davanti al locale), è arrivata la decisione, già anticipata ieri nel corso della nostra diretta twitter da palazzo Tursi,  presa congiuntamente dall’assessorato allo Sviluppo Economico insieme all’assessorato Legalità e Diritti: «Vi sono delle irregolarità edilizie di cui non è stata richiesta la sanatoria – conferma a margine del Consiglio Comunale l’assessore Fiorini – e da questa istruttoria risulta che non sono presenti i posteggi, che devono essere presenti sulla base dell’articolo 17 del PUC, e inoltre, ex articolo 1 della legge regionale 17, va richiesta l’autorizzazione sindacale che può essere rilasciata solo se sussiste una distanza da alcuni luoghi sensibili come le scuole e i centri di aggregazione giovanile».

    Un provvedimento, quindi, che potrebbe essere solo temporaneo. In realtà, spiega l’assessore Fiorini, bisognerà vedere se la situazione è sanabile, capire se vi sono gli spazi per creare questi posteggi e se vi è una distanza sufficiente dai luoghi sensibili citati in precedenza. «Se questa sala fosse ubicata in un’area in cui non fosse consentita l’apertura, va da se che non sarebbe possibile».

    Ma come si spiegano le tempistiche di questo intervento del Comune all’ultimo minuto? È forse una risposta un po’ tardiva dovuta soprattutto all’inaspettata crescita della protesta? L’assessore Fiorini risponde sostenendo che in effetti «non c’era stata alcuna domanda e questa sala aveva iniziato un iter quando ancora questa Giunta non si era insediata». 

    Una situazione che conferma la debolezza degli enti locali nell’impedire la proliferazione di attività che possono comportare un grave rischio sociale. «C’è una normativa nazionale piuttosto ampia – spiega l’assessore – della quale l’ANCI aveva chiesto una modifica proprio per consentire maggiori poteri di intervento ai Comuni». Questi ultimi, però, hanno addirittura perso la possibilità di intervenire sugli orari di apertura a causa del decreto sulle liberalizzazioni, potendo adesso intervenire solo attraverso il PUC. «Per quanto riguarda le nuove aperture – conclude Fiorini – noi abbiamo un tavolo comune con la Questura e quindi la nostra direzione delle attività produttive riceve tutte le richieste di apertura aggiornate e siamo in grado di effettuare un controllo maggiore».

    Tuttavia il vicesindaco Bernini ieri ha  evidenziato la necessità di una nuova regolamentazione in materia e ha ammesso che l’autorizzazione per queste attività, rilasciata dalla Questura, dovrebbe essere sottoposta al vincolo del Piano Urbanistico Comunale, ma di fatto ciò non avviene.

    Le speranze erano state riposte nell’ormai noto decreto Balduzzi, ex ministro della Sanità, in cui inizialmente erano presenti norme particolarmente rigide sul tema delle sale gioco, ma che ha finito per essere profondamente ridimensionato e ammorbidito anche per ciò che riguarda i poteri da attribuire ai comuni su questa materia.

     

    Federico Viotti

  • Suq Genova 2013: programma e idee cercasi, incontro alla Berio

    Suq Genova 2013: programma e idee cercasi, incontro alla Berio

    Suq Festival a GenovaVenerdì 1 marzo 2013 (ore 17) la Sala Chierici della Biblioteca Berio ospita un incontro pubblico a ingresso libero con Suq Genova: chiunque può partecipare per contribuire con idee, proposte e adesioni alla 15a edizione del Festival delle Culture, che si svolgerà dal 13 al 24 giugno 2013 al Porto Antico.

    L’ingresso è libero e gratuito fino a esaurimento dei posti disponibili. La partecipazione della cittadinanza e delle associazioni è molto importante, per portare avanti il Festival nonostante le molte incertezze economiche. Chi non può partecipare ma desidera inviare la propria idea può scrivere a festival@suqgenova.it.

    Nel corso dell’incontro saranno inoltre presentate le iniziative gratuite a cura del Suq, che si svolgeranno nei prossimi mesi. Questo il programma:

    Cooperamiamoci: una serie di incontri, laboratori e attività artistiche nelle Scuole della Liguria sul tema dell’educazione alla mondialità e del dialogo tra popoli e culture. L’iniziativa culminerà durante il Festival 2013 nell’evento Student’s Bazar.

    L’intercultura va a scuola e all’Università: i linguaggi teatrali e artistici incontrano le nuove generazioni per l’educazione alla non violenza e all’incontro tra i popoli.

    Suq e Università, incontro in città: dialoghi, incontri e letture sulla città e per la città con la partecipazione di esponenti del mondo accademico e delle istituzioni. Tutti gli incontri si terranno alla Loggia della Mercanzia di piazza Banchi alle ore 17.
    – 6 marzo, Dentro e fuori
    Dinamiche di inclusione ed esclusione negli spazi urbani. Valeria Ottonelli, don Virgilio Colmegna, Simone Leoncini, Sergio Rossetti, Giovanni B. Pittaluga
    – 20 marzo, La casa e la strada
    L’intreccio degli spazi pubblici e privati nella mappa della città. Ferruccio Pastore, Paola Dameri, Andrea Torre
    – 9 aprile, Centro e Periferia
    Appendici degradanti o nuovi luoghi di aggregazione urbana? Davide Papotti, Maria Luisa Gutierrez-Ruiz, Cristina Notarangelo
    – 17 aprile, Dimensione di genere in città
    Gisella Bassanini, Annalisa Marinelli, Silvia Neonato
    – 8 maggio, Il mercato e la città
    Marco Aime, Ilda Curti, Carla Sibilla, Lucy Ladikoff, Carla Peirolero, Giacomo D’Alessandro
    – 15 maggio, Naturale e Costruito
    Nuove configurazioni territoriali. Antida Gazzola, Costanza Pratesi, Mario Paternostro
    – 22 maggio, Lo sport e la città
    Bruno Barba, Fabrizio De Meo, Pino Boero, Domenica Canchano

    Il coro delle badanti: incontri e lezioni di canto gratuite rivolte in modo particolare alle badanti e alle persone da loro accudite. Gli incontri si tengono a partire dall’11 marzo 2013, ogni lunedì ore 15-17 in Villa Piaggio (corso Firenze 24).

    Nonne nanne: antichi saperi e nuove cittadinanze si incontrano. Ninne nanne e favole in molte lingue da scambiarsi e da imparare per poi offrirle al pubblica in una festa-evento finale. Incontro ogni giovedì dalle 16 alle 18, a partire dal 14 marzo, presso Endofap Liguria (via B. Bosco 14).

  • Il Knot Garden: giardino londinese nel primo museo di giardinaggio al mondo

    Il Knot Garden: giardino londinese nel primo museo di giardinaggio al mondo

    Knot Garden 01Come abbiamo detto la scorsa settimana, il Knot Garden, delle cui caratteristiche generali abbiamo già parlato in un nostro precedente articolo, è sito nella parte centrale del giardino. Esso è stato creato nel 1980, nello stile del periodo (dalla metà del cinquecento alla metà del seicento circa) in cui vissero i Tradescant, dall’allora Presidentessa del Garden Museum la Marchesa di Salisbury. La nobildonna trasse ispirazione dai progetti che stava, all’epoca, predisponendo presso la propria, splendida tenuta di Hatfield House nello Hertfordshire, dove intendeva realizzare incredibili ed intricati Knot Garden ed aiuole ornamentali.

    La Knot Garden 02storia dei Tradescant è poi strettamente legata a quella di questa spettacolare tenuta di campagna (una delle più ampie di Inghilterra): il più anziano dei due giardinieri era stato infatti, da giovane, alle dipendenze di Robert Cecil, primo Conte di Salisbury, proprio presso la succitata proprietà.
    La realizzazione del Knot Garden è stata inoltre attuata tramite l’impiego di specie introdotte in Gran Bretagna dai Tradescant o fatte crescere da loro nel giardino di Lambeth, purtroppo scomparso molto tempo addietro.
    Una peculiarità del giardino consiste nel fatto che le attuali giovani piante del museo sono state tutte donate da vivaisti di ogni parte del Paese. Oggi il piccolo parco è poi abilmente ed attentamente curato da un folto gruppo di volontari sotto la guida di un esperto orticultore che cambia di anno in anno e del Capo del

    Dipartimento di Orticultura del Museo.Knot Garden 03
    Dalla visita si evince che vi è un costante impegno a mantenere questo importante giardino in perfette condizioni, non solo per il suo significato storico ma anche per il suo notevole contributo nel portare colore e vita in questo piccolo angolo nel centro di Londra nonché per il semplice piacere dei suoi visitatori.
    Non ricevendo il giardino del museo alcun contributo pubblico e non disponendo di lasciti o donazioni, la sua sussistenza dipende interamente dal denaro proveniente dalla vendita dei biglietti di accesso all’esposizione, dai proventi del piccolo ma suggestivo negozio, della “tea room” in stile

    Knot Garden 04shabby chic” e dalle donazioni dei benefattori. Gli oneri di gestione e mantenimento del complesso sono, infatti, piuttosto elevati, tenuto anche conto che il solo costo di un bulbo di tulipano di specifiche varietà dell’epoca dei Tradescant costa oltre una sterlina. Nel giardino ne sono però impiegate, collocate e curate svariate centinaia, unite a mille altre bulbose, rizomatose ed erbacee perenni, ovviamente oltre a cespugli e piccoli alberi!
    Knot Garden 05

    La prossima volta che capitate a Londra, fate quindi un salto in questo piccolo museo, sito quasi di fronte alla Houses of Parliament e definito dalla stampa londinese “One of London’s best small museums”. La vostra visita vi permetterà di contribuire al mantenimento di un angolo di verde nel centro cittadino e, al di là del piacevole percorso, vi farà comprendere, in tema di rapporto uomo-natura e tutela del Paesaggio, quali sia l’approccio, la sensibilità e lo spirito di una Nazione.

                                                                                                                                                                                     .

    Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano
    Per informazioni: ema_v@msn.com

  • Bic Liguria: imprenditoria giovanile e incubatori d’impresa

    Bic Liguria: imprenditoria giovanile e incubatori d’impresa

    centro-panoramica-2Dagli anni ottanta gli incubatori rappresentano uno dei principali strumenti per il sostegno alla creazione d’impresa, soprattutto giovanile, e per lo sviluppo di imprese già esistenti nel territorio. Con il tempo il contesto in cui questi incubatori erano nati si è  profondamente modificato e dal 2005 in avanti il BIC Liguria ha deciso di puntare sulle start up fortemente innovative. Grazie al progetto UNITI, sono stati realizzati diversi spin off universitari ad alto contenuto tecnologico che rappresentano uno dei fiori all’occhiello dell’imprenditoria genovese.

    In questo periodo di crisi però anche le aziende che fanno parte dell’incubatore sono diminuite, infatti da una media di 60 aziende incubate negli ultimi anni si è scesi a circa 45. A queste imprese l’incubatore fornisce un insieme di servizi di supporto per la fase di avvio dell’attività, non solo dal punto di vista logistico, ma anche per la realizzazione dei business plan (un documento che definisce il progetto imprenditoriale e i suoi dati economici), per la comunicazione e il marketing e per la pianificazione dell’attività aziendale.

    Il processo di incubazione dura dai tre ai cinque anni, ma cosa accade quando queste imprese escono dal BIC e iniziano a competere sul mercato? Secondo i dati che ci ha fornito il dott. Pietro De Martino, direttore del BIC Liguria, sono circa 400 le aziende fuoriuscite dall’incubatore ancora oggi attive sul territorio e tali aziende sono state in grado di generare nuova occupazione.
    Tuttavia, esiste una certa diffidenza nei confronti delle attività incubate, troppo deboli, secondo alcuni, per reggere il peso della competizione. Per migliorare la loro efficacia anche nella fase post-incubazione il BIC ha deciso di rendere estremamente rigido il processo di selezione: «Laddove c’è una selezione alta afferma De Martino – la percentuale di successo cresce». Negli anni passati un imprenditore poteva anche trovare nell’incubatore una soluzione meramente logistica a costi ridotti, mentre oggi l’ammissione di un progetto è subordinata a molti altri aspetti, ad esempio la compagine societaria, la coerenza dei profili, l’idea d’impresa collegata allo sviluppo del territorio. Si tende a concentrare l’offerta dei servizi dell’incubatore alle  imprese fortemente innovative e tecnologiche.

    “Ci sono poi delle aziende – aggiunge De Martino – che abbiamo aiutato all’esterno, che non sono transitate dall’incubatore. Rappresentano, anzi, il numero maggiore degli interventi fatti”. Dal 2003 ad oggi il BIC ha supportato infatti la creazione di più di 1500 microimprese sul territorio ligure – di cui l’80% a Genova – che rappresentano il tessuto delle nostra economia.

     

    LA PAROLA AGLI IMPRENDITORI

    denaro-economia-crisi-DIMatteo Santoro è uno dei due soci fondatori di Camelot, la prima start up del progetto UNITI creata nel 2009. «All’inizio dell’attività non avere costi fissi ha un certo peso. afferma Santoro Il BIC è stato molto comodo per questo e per il fatto di poter usufruire di spazi conferenza e sale riunioni per incontrare clienti e collaboratori».

    Camelot, in un certo senso, sul mercato c’è già da anni, nonostante continui ad essere ospitata dal BIC. Infatti, i 30.000 euro che il progetto UNITI aveva messo a disposizione per l’avvio della start up erano sati sufficienti solo per coprire i costi iniziali. Per questo i due giovani imprenditori hanno scelto di farsi finanziare direttamente dal mercato proponendo subito i propri prodotti ai potenziali acquirenti: «Siamo andati a cercare con la valigetta chi volesse comprare da subito». Avere alle spalle la struttura del BIC ha permesso a questa impresa di ridurre le proprie spese e puntare tutto su ricerca e sviluppo.

    «Ma – afferma Santoro – l’impresa ha successo non sulla base del contenitore in cui la si mette; funziona se è buona l’idea». Quindi un incubatore può essere importante per permettere la crescita di un progetto, ma la bontà dell’idea e del modello di business sono la vera chiave del successo.

    Lo sa bene Michele Zunino, un altro giovane imprenditore genovese che ha fondato la propria azienda, Netalia, al di fuori dell’incubatore. «Le aziende – ci spiega Zunino – devono avere un modello industriale molto ben dettagliato. È deviante il concetto secondo il quale i giovani pensano di poter diventare miliardari con una app». Anche se il BIC consente di ridurre le spese aziendali, i suoi servizi hanno comunque un costo. Per questo Zunino sottolinea che «Non si può fare l’imprenditore senza soldi». Il fondatore di Netalia è scettico verso le misure adottate dai recenti governi per incentivare l’imprenditoria giovanile come la cosiddetta Srl semplificata, che permette a giovani under 35 di creare una propria attività con un capitale sociale di 1 euro.  «Il fatto di permettere l’esistenza di società sottocapitalizzate non serve».

    Anche Santoro vede un pericolo in questa cultura della facile auto-imprenditorialità: «Quando una cosa è di moda diventa anche un po’ fighetta, ma l’imprenditore oggi nelle prime fasi, quando ha un’idea e la vuole portare sul mercato, si fa un discreto mazzo, seleziona il personale e fa anche le pulizie pur di andare avanti».

     

    Federico Viotti

    [foto di Diego Arbore]

  • Carpooling: usare meno l’auto e rispettare l’ambiente

    Carpooling: usare meno l’auto e rispettare l’ambiente

    autostrada-galleriaSono numerose le modalità alternative per gli spostamenti quotidiani, che permettono di risparmiare sul carburante e al tempo stesso rispettare l’ambiente.

    Su Era Superba ci dedichiamo spesso a questi argomenti, perché i genovesi si mostrano sempre più sensibili a questo tema: sono molti coloro che hanno scelto la bicicletta, i veicoli elettrici (auto e moto) e addirittura i percorsi a piedi per andare a scuola o al lavoro.

    Un’altra soluzione in questo senso è il car pooling, fenomeno nato nei Paesi anglosassoni e “ufficializzato” in Italia nel 2009 grazie a un accordo con la società Autostrade per l’Italia, che su alcune tratte ha fissato una riduzione del pedaggio autostradale per le auto che viaggiano in car pooling.

    In cosa consiste? Un gruppo di persone che deve compiere la stessa tratta decide di viaggiare con un solo mezzo, alternandosi nella guida e dividendo le spese di viaggio. L’auto è messa a disposizione da un componente del gruppo (o da più di uno, a turno): il vantaggio è evidente, se si pensa che molte automobili – progettate per avere fino a 5 occupanti – sono di fatto utilizzate da una sola persona alla volta.

    Le persone che scelgono questo servizio possono essere compagni di studio o colleghi di lavoro, ma anche chi deve recarsi in altre città o all’estero e cercano persone con cui condividere il viaggio. A questo scopo esistono apposite piattaforme web che agevolano il contatto tra potenziali co-guidatori. Le due più utilizzate in Italia sono carpooling.it e BlaBlaCar, cui abbiamo chiesto i dati sui loro iscritti di Genova.

    Carpooling.it gestisce le richieste di passaggio da e per Genova, e ha registrato nel 2012  un incremento rispettivamente del 55,47% (da Genova) e del 46,26% (per Genova). Per le prossime 8 settimane sono già attive 582 offerte di passaggio da Genova verso altre città e 570 offerte da fuori in direzione di Genova. Daniela Mililli, country manager Italia di carpooling.it, ha inoltre specificato che “Saremmo felici di cooperare con le istituzioni locali e offrire gratuitamente il nostro servizio per potenziare un uso più intelligente delle auto, anche a Genova“.

    I dati relativi a BlaBlaCar presentano invece Genova come l’ottava città italiana per utilizzo di carpooling, con richieste di viaggi sia per altre città italiane, sia per l’estero.

    Marta Traverso

  • Trasparenze digitali: concorso fotografico sulla montagna

    Trasparenze digitali: concorso fotografico sulla montagna

    MontagnaSono aperte le iscrizioni per il concorso fotografico Trasparenze digitali, a cura della sezione di Sestri Ponente del Cai (Club Alpino Italiano) in collaborazione con il circolo culturale 36° fotogramma.

    Il titolo del bando si richiama alla trasparenza della pellicola di celluloide, un tempo utilizzata per le fotografie e le diapositive. La partecipazione è gratuita e aperta a tutti.

    È possibile inviare fino a quattro immagini in formato .jpg (dimensioni massime 1.600 x 1.200 pixel e peso non superiore ai 2 Mb) che richiamino tutti gli aspetti paesaggistici, naturalistici, sportivi, ricreativi, culturali e di civiltà umana legati alla montagna. L’invio va effettuato attraverso il sito di Cai Sestri Ponente o recandosi di persona in sede, via Galliano 16/4 aperta il martedì e il venerdì dalle 21 alle 22.

    La scadenza per l’invio delle foto è martedì 7 maggio 2013. Una giuria selezionerà cinque immagini classificate, i cui autori vinceranno alttettanti buoni acquisto per articoli sportivi presso il negozio Longo di Genova Rivarolo, così ripartiti:
    1° premio: 300 euro
    2° premio: 200 euro
    3° premio: 100 euro
    4° premio: 50 euro
    5° premio: 50 euro

    La premiazione si svolgerà presso la sede del Cai venerdì 7 giugno 2013 alle ore 21.00, con una proiezione pubblica delle immagini.

  • Capire l’esito del voto italiano attraverso la stampa e la lingua inglese

    Capire l’esito del voto italiano attraverso la stampa e la lingua inglese

    Silvio Berlusconi, elezioni 2013No time to wallow in the mire. “Non c’è tempo per sguazzare nel fango,” cantava il grande Jim Morrison in uno dei pezzi che hanno fatto la storia dei Doors e della musica in generale. A quanto pare, invece, nonostante le lancette corrano inesorabilmente, sembra che l’Italia politica debba continuare a crogiolarsi nel pantano. Questa perlomeno è l’analisi che emerge dai maggiori quotidiani italiani e, suppongo, dai telegiornali – dico “suppongo” perché come già avevo scritto da tempo mi rifiuto di informarmi tramite la tv.

    Sfogliando le principali testate del mondo anglo-sassone, emerge un quadro analogo. Le parole che dominano gli articoli sulla politica italiana sono “deadlock”, “gridlock” e “stalemate”, vale a dire “stallo”. Il tono dei vari The Times, The Guardian, Washington Post, New York Times è il solito nei confronti dell’Italia, ovvero tra il divertito e il vagamente paternalistico. È vero, ragioni per cui farci prendere in giro dal mondo ne abbiamo molte, ma non sarebbe male se queste colonne della stampa mondiale iniziassero a vedere non solo la pagliuzza – o il covone di fieno – nell’occhio italiano e si sforzassero di vedere più chiaramente la trave nell’occhio britannico/statunitense, leggasi “fallimento del sistema economico e sociale capitalista imposto a tutto l’Occidente negli ultimi decenni”. L’American dream di cui abbiamo sentito parlare per anni si è infatti lentamente trasformato in un nightmare, cioè un incubo, e non è un caso che proprio da lì sia partita una crisi economica diffusasi a macchia d’olio a livello internazionale.

    Tornando all’aspetto linguistico, la parola stalemate, in origine usata nel mondo degli scacchi e inserita invece nel contesto della politica, costituisce un esempio di metafora. Con essa si intende l’uso di parole ed espressioni legate a concetti “concreti” per comprendere e chiarire altri concetti più “astratti”. Quasi tutti hanno giocato almeno una volta nella vita a dama o a scacchi e sanno che cosa succede quando si arriva a una situazione di stallo. Il dominio concettuale della politica è invece più ingarbugliato e meno accessibile alla gente comune. Per questo motivo, per spiegare le situazioni che si creano nel contesto politico – più “astratto” – si ricorre ad analogie con situazioni della vita quotidiana, in questo caso una partita di scacchi,  più “concrete”.

    Avremo ancora modo di tornare sul ruolo fondamentale delle metafore: esse non solo rendono più comprensibile – o a volte più poetico – il nostro linguaggio, ma ci aiutano anche a comprendere a livello concettuale la realtà che ci circonda. Parole e pensieri sono strettamente collegati tra loro e ci portano ad agire in un senso piuttosto che in un altro. In sintesi, il nostro destino è il frutto di parole, pensieri e azioni. Iniziando a pensare in modo diverso e parlare in modo diverso, arriveremo anche ad agire in modo diverso.

    Sforzandomi di avere un punto di vista meno superficiale rispetto ai nostri quotidiani, ritengo che ciò che è emerso da queste elezioni non sia affatto uno stallo. Non c’è stagnazione, non c’è wallowing in the mire. Al contrario, è emersa tanta voglia di cambiare le cose. Milioni di giovani si sono alzati per far ascoltare la propria voce, non considerata da tempo. Negli scacchi, dopo uno stalemate di solito si rigioca la partita e sono sicuro che la prossima volta il risultato sarà ben diverso: checkmate, scacco matto, con buona pace di chi voleva sguazzare ancora un po’ nella palude… Bye bye!

     

    Daniele Canepa

  • The Summit: film sul G8 di Genova, anteprima al cinema America

    The Summit: film sul G8 di Genova, anteprima al cinema America

    g8-carlo-giulianiGiovedì 28 febbraio 2013 (ore 21) il Cinema America ospita l’anteprima di The Summit, film documentario sul G8 diretto da Franco Fracassi e Massimo Lauria e distribuito da Minerva Pictures.

    Tema del film
    Il film parte dal vertice che si è tenuto nel 2001 a Genova per raccontare, non tanto l’accaduto, ma perché sono avvenute certe cose. The Summit lavora su due piani. Da una parte quello dell’inchiesta, per capire perché la polizia si è comportata in questa maniera, perché una parte dei manifestanti ha devastato la città e chi gli ha permesso di farlo, chi erano davvero i black block e che legami avessero con le forze dell’ordine e perché proprio a Genova fossero successe queste cose. Dall’altra parte, la contestualizzazione dell’accaduto, spiegando che quello non era il primo vertice in cui accadevano gli scontri, era dal ’99 a Seattle che ad ogni vertice internazionale c’erano pestaggi. Spesso ci si dimentica che a Genova si dovessero incontrare gli otto capi di Stato più importanti del mondo, per decidere questioni fondamentali per il pianeta. Il film s’interroga su questo. In agenda c’era la discussione sull’annullamento del debito per i paesi del terzo mondo, il protocollo di Kyoto, la globalizzazione: sono stati questi temi, importanti e delicati, a trasformare Genova in un campo di battaglia. Gli scontri non sono stati tra manifestanti italiani e polizia italiana, ma tra chi voleva un modello di pianeta e chi ne voleva un altro. E lì a Genova si è svolta la battaglia finale.

    Su trentacinquemila poliziotti, almeno cinquemila erano agenti stranieri. Solo settecento appartenevano all’FBI ed erano lì per proteggere Bush. Quando si parlava dei black block infiltrati, si sono sempre prese in considerazione solo le forze dell’ordine italiane. Invece, dalle testimonianze raccolte tra gli infiltrati, parlavano tutti tedesco, francese, olandese, inglese ma non italiano.

    Al termine della proiezione si svolgerà un incontro-dibattito con il pubblico. Saranno presenti i due registi insieme a Giuliano Giuliani, padre di Carlo Giuliani; Antonio Bruno, consigliere comunale di Genova, portavoce di Cambiare si può e membro del Comitato Verità e Giustizia per Genova; Giovanni Mari, caposervizio a Il Secolo XIX che era tra le strade di Genova nei giorni del G8; Daniele Damiani ed Emanuela Massa di Amnesty International, circoscrizione Liguria; Don Andrea Gallo.

  • Post elezioni, l’analisi politica: ingovernabilità e rebus alleanze

    Post elezioni, l’analisi politica: ingovernabilità e rebus alleanze

    giornaliMi dispiace dire “l’avevo detto”. Ma ripensandoci, quasi quasi, non mi dispiace per nulla. Per cui, anzi – ribadisco – l’avevo detto: Beppe Grillo è arrivato dove pochi si aspettavano potesse arrivare. Berlusconi, dal canto suo, è riuscito a dimostrare di non essere morto. Entrambi devono ringraziare Bersani, che li ha lasciati fare. Il voto ci consegna all’ingovernabilità e a un rebus di alleanze che sembra difficilmente risolvibile. L’onere di dare l’avvio al gioco è ora nelle mani di Bersani, che dalla sua parte ha un solo vantaggio: ha tutto da perdere e nulla da guadagnare. Questo dovrebbe suggerigli di provare una mossa disperata: alzare la posta ed attaccare, mostrando quel carattere che finora gli è mancato. Sullo sfondo l’Europa assiste attonita, infastidita dagli esiti del voto italiano che mette in discussione la sostenibilità politica dell’austerità.

     

    Chi ha vinto e chi ha perso

    silvio-berlusconi-2Cominciamo a toglierci dalla testa l’idea che Berlusconi sia tornato nel cuore degli Italiani, perché la realtà è che Berlusconi ha rimontato poco o nulla.
    Nel novembre 2011 secondo molti sondaggi il PDL (attenzione: il PDL, non la coalizione di centro-destra) aveva un misero 24% (dal 37,4% delle elezioni 2008). Da quel momento in avanti il Cavaliere si defila dalla scena e il partito probabilmente precipita ulteriormente. Quasi un anno più tardi il nostro ritorna in campo e i sondaggi (ottobre 2012) registrano un risultato che, in media, appare sempre pessimo: 18,1%. A quel punto Berlusconi toglie la fiducia a Monti (inizio dicembre) e mette in moto la macchina elettorale: dispiega la sua enorme potenza di fuoco mediatica, comincia a fare promesse a destra e a manca, attacca tutto e tutti, si fa vedere ovunque, presenzia ogni show televisivo, manda lettere a casa della gente, giura sui figli e sulle aziende, impegna persino i suoi soldi e finalmente si presenta alle elezioni con queste aspettative: un risultato tra il 19,3% e il 21,2%. E in effetti alla fine raccoglie il 21,5% alla Camera e il 22,3% al Senato. Lo stesso andamento si riscontra nel risultato della coalizione di centro-destra: si attendeva tra il 27,8% e il 29,4%, e si è poi avuto il 29,1% alla Camera e il 30,6% al Senato. Nessun sondaggio, come è ovvio, può essere preciso al punto percentuale: un lievissimo rialzo, dunque, non impedisce di dire che il risultato di Berlusconi e del centro-destra è stato sostanzialmente in linea con le attese.

    E’ comunque troppo? Non so cosa ci si potesse attendere di diverso. Il deserto di consensi che ha accolto un Casini o un Fini qualsiasi, francamente non è nemmeno ipotizzabile per un uomo che controlla un vero e proprio impero mediatico: 3 televisioni private, un’influenza decisiva sui canali pubblici, almeno 3 testate giornalistiche e 1 settimanale. Per di più, mentre Bersani era impegnato a “smacchiare giaguari”, Berlusconi si dava da fare come un ossesso, mostrando una dedizione alla causa (la sua) che fa quasi tenerezza, alleandosi con chiunque (Lega, MPA, Fratelli d’Italia, La Destra, Pensionati, eccetera) e pensando bene di concentrarsi soprattutto sulle regioni chiave, come la Lombardia. Non sembra strano che alla fine, pescando dal bacino degli ex-elettori delusi (non certo rubando voti al centro-sinistra o a Grillo), sia riuscito a costruire una manciata di punti percentuale di rimonta.

    Ma stiamo sempre parlando di un consenso pari a 1 elettore su 5: che fine ha fatto tutto il resto, un bacino che potenzialmente avrebbe dovuto dare a Bersani una maggioranza schiacciante? Qui sta il punto: 4 elettori su 5 NON hanno votato Berlusconi. Nel 2008 erano solo 3 su 5. Dunque dove si è spostato quel 20% di elettori? La risposta è che si sono rifugiati nell’astensione, da Monti oppure da Grillo: il quale, rubando voti anche a Bersani, si è creato un partito in grado di competere con gli altri due. Così, mentre 5 anni fa la torta si doveva spartire tra due coalizioni maggiori, oggi si divide in tre: ecco perché nessuno si è imposto e siamo ad una situazione di stallo. E questo, per inciso, spiega anche la scomparsa dalla scena di quasi tutti i partiti minori, i quali non devono più assolvere alla funzione di incanalare il dissenso contro la logica bipolare (solo la Lega sarebbe entrata in Parlamento anche se non si fosse messa in coalizione con partiti più grandi).

    C’è poco da prendersela con Berlusconi. Chi vince è senza dubbio Grillo, che, come avevo detto la settimana scorsa, non ha sbagliato praticamente nulla. All’opposto chi perde è Bersani: che non solo è rimasto fedele alla tradizione storica del suo partito, conducendo il centro-sinistra alla riesumazione della salma di Berlusconi per la terza volta (dopo 2001 e 2008); ma si è spinto oltre, facendosi sorpassare anche dal partito di un ex-comico che fino a 3 anni fa nemmeno esisteva. Per questo un minimo di coerenza dovrebbe suggerire oggi a Bersani di dimettersi.

     

    Lo “shock democratico”

    Mi ha profondamente impressionato, su un altro fronte, la reazione di sdegno quasi violento che è stata riservata al risultato delle urne sia da certi ambienti di casa nostra, sia dall’opinione pubblica estera. Si può essere critici quanto si vuole, ma non bisognerebbe mai mettere in discussione il valore della democrazia, né scadere nel pregiudizio quasi razziale di minorità che tendiamo ad imputare a noi stessi.

    Diceva Winston Churchill che la democrazia è la peggior forma di governo, se si eccettuano tutte le altre. L’aforisma ci ricorda che, per tanti e tanto grandi che ci possano apparire i suoi difetti, quello democratico resta il migliore sistema sperimentato dall’uomo per gestire i conflitti sociali. Per questo augurarsi il commissariamento dell’Italia o affermare che gli Italiani sono per loro natura ingovernabili, quasi ad auspicare un regime più “ferreo”, non è solo poco lusinghiero per noi stessi: è anzi molto pericoloso, perché tradisce la presunzione che esista una Verità unica e che tutto possa essere sottomesso al giudizio di un pensiero unico.

    Al contrario la sberla democratica che queste elezioni hanno impartito è salutare: e dovrebbe essere di monito proprio per chi non se l’aspettava.

     

    Un voto anti-austerity

    bollette-speseLa stampa internazionale si è subito accorta che il voto italiano segna una botta d’arresto per l’affermazione delle politiche di austerità, non solo in Italia. La Grecia era presa per il collo e aveva poche chance, ma era chiaro che l’Italia poteva ancora esprimere il proprio dissenso: e così è successo, come tutta Europa già temeva (perché va quasi sempre a finire così, quando quello che si decide a Bruxelles, o a Berlino, passa al vaglio del voto popolare).

    Il fastidio, come ho scritto poco sopra, è grande: tanto che probabilmente si esagerano le reali motivazioni di questo voto, che forse erano rivolte ad altro. Ma è un dato che PDL, M5S, Lega, Ingroia e Comunisti, quelle forze cioè che a vario titolo si sono attestate su posizioni contrarie a questo modello di Europa, hanno totalizzato più del 53% dei consensi, mentre centro-sinistra e lista Monti, vale a dire i poli schierati a favore del rispetto dei vincoli di stabilità, si sono fermati al 40%.

    A questo punto è chiaro che l’appeal di Monti era molto più ridotto di quello che si volesse far credere (8,3% alla camera, dove si è presentato da solo); ma soprattutto diventa difficile sostenere che gli Italiani capiscono l’austerità, che sono disponibili a “sacrifici” e a “gesti di responsabilità”. Far passare queste misure, d’ora in avanti, porrà un ulteriore problema di legittimità democratica che rischia di appannare ancora di più la già scarsa popolarità di cui godono le politiche del rigore.

     

    Gli errori della sinistra

    Pier Luigi BersaniCerto non occorrerà ribadire che la democrazia italiana non è perfetta: siamo molto indietro, ad esempio, per libertà di informazione. Questo fattore, se da un lato sembra ridare voce a quanti deprecano il mancato annichilimento elettorale di Berlusconi, dall’altro mette a nudo proprio le contraddizioni di chi ha fatto opposizione fino ad oggi.

    La sinistra italiana deve meditare molto sugli errori fatti: e in questi errori rientra sicuramente la  mancanza di una legge sul conflitto di interessi e l’accordo di non belligeranza sulle televisioni fatto a suo tempo con Berlusconi (e sempre disfatto da quest’ultimo a suo piacimento). In questo novero rientra a buon diritto anche l’errore strategico di Napolitano e di Bersani di accettare il governo Monti per compiacere l’Europa, anziché andare subito al voto e togliere di mezzo una volta per tutte il Cavaliere. Eppure oggi nulla suona più grossolano della clamorosa incapacità di valutazione nei confronti delle istanze della società civile, da cui è scaturito il fenomeno Grillo.

    E’ dall’epoca dei “girotondi”, che una parte sempre più consistente di elettori di centro-sinistra si distacca dal partito, delusa da inciuci, corruzioni, bicamerali e riforme della giustizia. Grillo parte da questo malcontento: ed è solo dopo che vengono i “vaffa-day”. Anziché cercare di capire le ragioni di questa protesta, il ceto dirigente ha preferito chiudersi a riccio. Grillo aveva pur cercato di partecipare alle primarie, ma era stato escluso: e giustamente celebri rimarranno certe dichiarazioni di supponenza degli alti dirigenti. Poi aveva provato a regalare il suo programma al PD, ma senza ottenere ascolto. In tutta risposta verrà anzi accusato di fascismo (quando Mussolini – per la cronaca –, fino a che ci furono libere elezioni, non prese mai nemmeno la metà dei voti di Grillo).

     

    L’identità storica

    sciopero_pubblicoQual’è il problema di questo partito? Forse lo aveva capito Gaber, quando cantava: “il moralismo è di sinistra, la mancanza di morale è a destra”. La sinistra italiana soffre non solo un problema di classe dirigente, ma soprattutto un problema di identità storica risalente al vuoto ideologico successivo alla caduta del muro di Berlino e al crollo dell’URSS. Per elaborare il lutto gli eredi del PCI si sono autoproclamati difensori dei valori sociali e della cultura: una scelta che si è presto cristallizzata nel moralismo; ma pure nel suo contrario, cioè la peggior realpolitik. D’altronde è questo l’esito della crisi dell’ideologia, della mancanza di una visione politica e storica e del divorzio da un’analisi disincantata della realtà: una serie di principi belli in teoria, ma di difficile applicazione e quindi facilmente abbandonati per le più basse ragioni di bottega.

    I dirigenti del partito hanno sempre oscillato tra i due estremi: un’ostentata purezza all’esterno, e il più bieco realismo politico all’interno, nella convinzione di annoverare tra i loro ranghi brillanti strateghi – che infatti si sono puntualmente fatti infinocchiare da Berlusconi (l’unico capace di tenergli testa, Prodi, era un democristiano). Al popolo di sinistra rimane la forte convinzione che “essere di sinistra” significhi sostanzialmente essere per il sociale, pacifisti, aperti, multiculturali, anti-razzisti, collaborativi, rispettosi delle donne, dei diritti degli omosessuali e dell’ambiente. Recentemente si sono aggiunte altre declinazioni specifiche per l’uomo politico: moderatismo, credibilità, serietà e “noi-non-andiamo-a-letto-con-le-minoerenni”.

    Tutto molto bello: non c’è dubbio che, se dovessi scegliermi un amico per prendere una pizza fuori e fare quattro chiacchiere, mi sceglierei una persona di questa sorta. Ma la politica ha a che fare anche con la rappresentanza di interessi concreti e con l’aggregazione del consenso. Cose con le quali i dirigenti di sinistra non si vogliono sporcare le mani.

    Prendiamo queste elezioni, dove i temi sul tavolo erano essenzialmente tre: 1) tasse; 2) casta; 3) crisi economica, cioè: rapporto con l’Europa. Grillo si è impadronito efficacemente della propaganda anti-Casta e ha messo fortemente in discussione questa Europa. Berlusconi ha capito che doveva seguirlo su questo punto, oltre a battere sul tema della riduzione fiscale (sulla Casta ha giustamente glissato…). E Bersani? Bersani ha dormito.

    Ha parlato un po’ di lavoro, che pure è un’esigenza sentita: ma è sempre figlia del problema della crisi e quindi del rapporto con quell’Europa che ci vuole imporre la sua strategia per uscirne. Ma ciò che è più importante, mentre gli altri due provavano a metterci cuore, passione e idee forti (IMU, reddito minimo garantito, referendum sull’euro, eccetera) di Bersani non si ricorda una sola proposta. Non significa che non abbia detto niente: significa solo che non ha detto niente di forte o che rimanga impresso.

    Eppure gli erano stati dati diversi suggerimenti: ad esempio dichiarare finalmente Berlusconi ineleggibile (in quanto concessionario pubblico) o proporre una dura riforma della giustizia. Si poteva aggiungere anche, in sede europea, un impegno deciso a spingere affinché la BCE si facesse garante dei debiti degli Stati. Insomma: non è vero che per essere onesti e credibili bisogna rinunciare a slogan efficaci e a temi forti. Ma Bersani ha preferito puntare tutto su un dimesso tema dell’identità: “siamo di sinistra, basta questo”. Stranamente con la crisi che morde a molta gente non è bastato.

     

    Il falso errore Renzi

    matteo-renziPer quanto detto fin qui è evidente che rimpiangere Renzi significa non aver capito nulla. Il sindaco di Firenze è l’incarnazione dell’equivoco della sinistra italiana: quello cioè che dire cose chiare e concrete comporti per forza dire cose di destra.

    Renzi ha senza dubbio il pregio di essere più coinciso, diretto, semplice e comprensibile di Bersani; ed inoltre porte idee nuove. Il suo problema è che ha sbagliato partito. La sua faccia pulita farebbe molto bene e restituirebbe credibilità ad una destra che in Italia è compromessa da troppo tempo con la figura di Berlusconi; ma il suo pensiero è in conflitto con la base della sinistra, che in larga parte si richiama ancora ai valori di cui sopra e che Renzi (con finta ingenuità) si propone di “svecchiare”. Il fatto che abbia perso le primarie conferma questa analisi: e tornare indietro sarebbe pericoloso.

    Il successo di Grillo sta lì a dimostrare che il connubio tra rifiuto del compromesso e coerenza programmatica paga. Invece che perseverare nel fallimentare progetto politico di coniugare ex-democristiani ed ex-comunisti, il PD dovrebbe decidersi ad una svolta chiara: non certo la svolta verso il centro che molti commentatori “rispettabili” e lo stesso Renzi si augurano, perché lo porterebbe a sovrapporsi alla destra; ma una svolta a sinistra, che riscopra temi quali la questione morale, la laicità dello Stato, la difesa del potere d’acquisto dei lavoratori, i diritti, la Costituzione nata dalla Resistenza, la rete di protezione sociale. Lasciare scoperto questo lato costerebbe al PD un sorpasso del M5S a sinistra e la condanna definitiva all’irrilevanza politica.

    Alcuni sostengono che se avesse vinto Renzi, Berlusconi non si sarebbe presentato e la sinistra avrebbe vinto le elezioni (perché è evidente che contro Alfano avrebbe vinto chiunque). Questo ragionamento non tiene però conto di due fattori: 1) Berlusconi è imprevedibile: nessuno può dire se davvero si sarebbe fatto da parte; 2) sarebbe stato l’ennesimo errore strategico, che porta a privilegiare un realismo di corto respiro sacrificando la coerenza: Renzi avrebbe puntato ancora più dichiaratamente ad un’alleanza con Monti, cosa che non è servita di certo a Bersani e che forse avrebbe spinto altri elettori verso la Grillo.

     

    Borse e spread

    Si dirà: con tutti questi discorsi è passato in secondo piano il fatto che è ricominciata l’altalena delle borse e il dramma dello spread. Eppure si tratta di paure che vanno gestite.

    Con uno sguardo laico al problema, che eviti la demonizzazione dello “speculatore”, dovremmo ammettere che i mercati sono fatti per realizzare profitti: se si può guadagnare scommettendo sulle paure legate all’instabilità politica italiana, paure magari del tutto irrazionali (quello della razionalità dei mercati è un dogma che, dopo il 2008, si può considerare sconfitto dalla Storia), i mercati ci proveranno. Il loro lavoro è il guadagno immediato, non il giudizio assoluto sulle politiche di un paese. A questo proposito, anzi, la divulgazione degli instant poll che attribuivano una netta maggioranza al centro-sinistra spingendo al rialzo le borse, salvo poi farle crollare all’emergere dell’evidenza, fanno sorgere più di un sospetto: perché sono queste vertiginose altalene che portano i maggiori guadagni.

    Sul lungo periodo, tuttavia, non vedo grosse motivazioni dietro alle ansie dei mercati, se si eccettua la non trascurabile fragilità del settore bancario italiano, legato com’è al sostegno del governo. Si tratta di un problema serio, certo, ma che non comporta per l’Italia nessun rischio default immediato: e questo dovrebbe darci abbastanza respiro per fare con calma i ragionamenti politici dovuti.

    Lo spread dal canto suo sappiamo ormai cosa rappresenta: non certo il rischio che l’Italia fallisca, ma quello che esca dall’euro, ripagando così il creditore con una nuova lira svalutata. E’ un meccanismo quasi perverso che ci addossa i costi di un’uscita pur continuando a rimanere dentro. Eppure è la logica a cui ci siamo consegnati, rinunciando alla garanzia di una banca centrale e ponendo le nostre finanze pubbliche e la nostra libertà di autodeterminazione nelle mani del mercato. Ovviamente si può uscirne, e il tempo per prendere questa decisione lo abbiamo.

     

    Il futuro dopo il voto

    Nell’immediato abbiamo solo due scenari che possano evitare un ricorso immediato alle urne (che riproporrebbe solo la situazione esistente).
    La prima soluzione è l’unica possibile, se pensiamo davvero che il problema sia il fatto di aver scandalizzato il mondo per non esserci liberati di Berlusconi: una coalizione a termine in cui il centro-sinistra si allea a Grillo. Gli obiettivi di questa operazione sono: 1) ineleggibilità di Berlusconi, 2) legge elettorale, 3) elezione di un Presidente della Repubblica (un buon compromesso potrebbe essere Stefano Rodotà). Si tratta di un’opzione ampiamente praticabile, che metterebbe fine a Berlusconi e rimanderebbe di qualche mese una competizione elettorale a cui affidare la formazione di un chiaro governo politico del paese.

    La seconda soluzione, invece, è il “governissimo” PD+PDL+Monti. Si tratta di un’ipotesi meno improbabile di quello che si pensi, tant’è che l’estabilishment moderato ha già cominciato a caldeggiarla. Come si può giustificare un simile abominio politico? Esattamente allo stesso modo in cui si è giustificato il governo Monti: a colpi di spread, in un clima di supposta emergenza e in nome delle fantomatiche riforme. Di certo Berlusconi non aspetta altro: dietro garanzia dei soliti salvacondotti, ritornerà anzi più europeista di prima. Tutto dipende in realtà da quanto le  diplomazie del nord Europa riterranno sensato spingere ancora per questa soluzione fallimentare; e ovviamente dalla propensione del PD al suicidio finale.

     

    Andrea Giannini

  • Registro coppie di fatto a Genova: passi avanti verso l’approvazione

    Registro coppie di fatto a Genova: passi avanti verso l’approvazione

    unioni-civili-gay-prideIl 1 ottobre 2002 si è costituita a Genova la sezione locale di Arcigay, che raccoglie l’esperienza di realtà attive sul territorio a partire dagli anni Settanta e che si pone l’obiettivo di promuovere i diritti lgbt attraverso servizi di assistenza, momenti di aggregazione e attività culturali. Un’associazione che in questi anni ha organizzato numerose iniziative, soprattutto in ambito culturale (spettacoli teatrali, conferenze, visite guidate, mostre etc), allo scopo di promuovere la visibilità e favorire l’aggregazione di persone lgbt, sia fra loro sia con la cittadinanza.

    Uno degli impegni più forti è la costituzione di un registro delle coppie di fatto: un obiettivo annunciato già da Marta Vincenzi in occasione del Gay Pride (giugno 2009) e dichiarato esplicitamente nel programma elettorale di Marco Doria.

    Abbiamo incontrato Ostilia Mulas e Federico Caprini Acquarone, rispettivamente presidente e consigliere di Arcigay, per sapere come sta procedendo la questione: «Fin dalla costituzione di Arcigay abbiamo aperto un dialogo con le istituzioni locali, che nel tempo hanno iniziato a considerarci come loro interlocutori, tanto da poter dire che siamo conosciuti più dalle istituzioni che dai cittadini. Attualmente siamo in ottimi rapporti con l’Assessore Elena Fiorini, che ci ha assicurato che il percorso è già avviato e si sta provvedendo a tutti i passaggi necessari per approvarlo. Sono due le nostre richieste: l’attestato anagrafico, regolato da un Decreto del Presidente della Repubblica Cossiga nel 1989 e che certifica la “convivenza affettiva”, ovvero quella non necessariamente di coppia (può essere tra parenti, amici etc); il registro unioni civili, che certifica simbolicamente lo stato di coppia ma pone un riconoscimento ufficiale delle famiglie e dà un segnale forte allo Stato, perché si acceleri l’iter per l’approvazione di una legge su questi temi. Inoltre, l’Assessore si è dichiarata favorevole a un’eventuale adesione del Comune di Genova alla Rete Re.A.Dy, nata nel 2006 e che raduna le amministrazioni locali che ne condividono la carta d’intenti».

    Sono inoltre in programma molte iniziative sul territorio: in questo periodo ogni domenica si svolge un cineforum al Mare di Note a Voltri, mentre nei prossimi mesi si prevedono altre attività in collaborazione con i Municipi e una mostra di arte contemporanea nella Giornata della Memoria 2014.

    Nel raccontare il percorso di questi undici anni, è evidente che il 2009 sia stato “l’anno dello spartiacque” di Arcigay Approdo, per tre ragioni. Anzitutto il 27 giugno di quell’anno Genova ha ospitato il Gay Pride, un evento che ha segnato una grande partecipazione della cittadinanza: «Ho partecipato a numerosi Pride in diverse città italiane, ma mai come a Genova ho visto una così grande presenza della folla ai lati della strada, che assisteva e partecipava al corteo. Quella giornata è stata un vero e proprio regalo alla città», racconta Ostilia Mulas.

    Il 2009 è stato anche l’anno della nuova sede di Arcigay, che da corso Torino si è spostata negli attuali locali di vico Mezzagalera: qui è stato potenziato il servizio del telefono amico (aperto ogni giovedì dalle 21 alle 23) e attivato lo sportello legale, curato da Damiano Fiorato e Daniele Ferrari (aperto ogni primo giovedì del mese dalle 14.30 alle 16.30) e che si occupa di consulenza gratuita su ogni forma di discriminazione, in famiglia, sul lavoro e con una particolare attenzione agli immigrati che vengono a vivere a Genova. «Sono servizi che portiamo avanti grazie al contributo dei nostri soci, che hanno frequentato un corso per abilitarsi a svolgere i servizi di assistenza, ma abbiamo bisogno di un numero sempre maggiore di volontari. In particolare vorremmo dei referenti per informare le persone sui diversi gruppi attivi sul territorio: oltre ad Arcigay Approdo esistono Arcilesbica, Pangender, Agedo e Famiglie Arcobaleno. Il nostro obiettivo è formare un solido coordinamento sul territorio fra tutte queste realtà, per promuovere insieme i valori che ci accomunano».

    Infine, ma non meno importante, è stata approvata in quell’anno la legge Regionale contro le discriminazioni determinate dall’orientamento sessuale o dall’identità di genere, nell’ambito di un più ampio progetto di Rete Regionale anti-discriminazione (che comprende anche la tutela di  immigrati, disabili, persone di altre religioni etc): un organismo che metta in rete le diverse realtà che agiscono sul territorio ligure e ne monitori le attività.

    Marta Traverso

  • Agenzia dell’Entrate: trasferimento di proprietà e imposta di registro

    Agenzia dell’Entrate: trasferimento di proprietà e imposta di registro

    soldi pubbliciUna nostra lettrice mi ha posto qualche settimana fa un quesito interessante che può essere utile riportare qui perché sono convinto possa riguardare anche tante altre persone. Cerco di sintetizzare: “Io e mio marito abbiamo deciso di fare un divorzio congiunto dove concordavamo il trasferimento dell’intera proprietà dell’appartamento ove vivo e risiedo in capo a me; abbiamo anche stabilito la somma che mi avrebbe versato a tal fineVenivamo rassicurati dal nostro avvocato che quel tipo di operazione  era esente da qualsivoglia tributo. Poi è arrivata la doccia fredda: l’Agenzia delle Entrate mi invia richiesta di pagamento dell’imposta di registro...”

    Effettivamente corrisponde al vero quanto le ha detto l’avvocato, sempre che quest’ultimo abbia correttamente impostato la questione giudiziaria da un punto di vista formale.
    In altre parole, se l’avvocato nel ricorso depositato ha parlato in maniera esplicita di trasferimento di proprietà, nulla si può imputare all’Agenzia delle Entrate: quella è un’imposta di registro, certo, ma dovuta alla trascrizione che è elemento necessario ed inequivocabile per fare sì che i terzi, ovvero il mondo, venga a conoscenza di quel trasferimento di proprietà.

    Se l’avvocato avesse utilizzato altri termini in vece di “trasferimento di proprietà” (che ne so, “indennizzo”, “risarcimento”, “versamento forfettario” per esempio), per l’Agenzia delle Entrate sarebbe stato ben difficile emettere un avviso di pagamento come quello ricevuto dalla lettrice.
    Si noti bene, il pagamento viene richiesto in solido ad entrambi i coniugi: non importa chi paga, basta che si paghi la somma richiesta. Di solito si fa metà per uno e la pace è fatta, divorzio permettendo…

    Alberto Burrometo

    Per segnalazioni, domande e richieste di consulenza scrivere a progetto.up@gmail.com oppure redazione@erasuperba.it. La rubrica “Consulenza Online” vuole essere un filo diretto con i lettori, il presidente dell’ associazione Progetto Up Alberto Burrometo è a vostra disposizione.

  • Corso gratis di pittura ad acquerello alla Galleria d’arte Studio 44

    Corso gratis di pittura ad acquerello alla Galleria d’arte Studio 44

    pennelli-pittura-mostre-arte-d3L’associazione culturale Galleria Studio 44 propone per il secondo anno consecutivo un corso di acquerello nel suo spazio di vico Colalanza 12r, nel centro storico di Genova.

    Il corso inizierà martedì 5 marzo 2013 ed è articolato in 8 lezioni (ogni martedì dalle 21 alle 23) che termineranno il 30 aprile. La partecipazione è gratuita per i soci dell’associazione culturale (l’iscrizione a Galleria Studio 44 ha invece un costo di 25 €).

    Il corso sarà attivato al raggiungimento di dieci iscritti.

    Per info e iscrizioni si deve contattare Monica Gori all’indirizzo mail monica.gori.parmiggiani@gmail.com o al numero di cellulare 320 4550561.

    [foto di Daniele Orlandi]

  • Cortometraggi animati: serata di proiezioni allo Zenzero

    Cortometraggi animati: serata di proiezioni allo Zenzero

    cinema-registi-cortometraggi-filmMercoledì 27 febbraio 2013 (ore 21) Attilio Valenti presenta al Circolo Arci Zenzero di via Torti una proiezione di cortometraggi di animazione.

    Questi gli spettacoli in programma.

    Oto di Fusako Yusaki: opera inedita realizzata con le tecniche più avanzate unite alla manipolazione della plastilina;

    P.O.P. di Attilio Valenti e Roberto Davide Papini

    Illusion? di Frederic Bac

    La demoiselle et le violoncellist di Jean Francois Laduioine

    A chairy tale e Blinkity Blanc di Norman McLaren.

    Note su Attilio Valenti
    Negli Anni ’80 e ’90 è direttore di Incontri Internazionali con gli Autori di Cinema d’Animazione, festival competitivo a Genova. Collabora inoltre con Festival e manifestazioni in Italia e all’estero. Nel 2004 è co-direttore, co-sceneggiatore e responsabile del percorso didattico del laboratorio a Roma dove nasce POP che ottiene un premio al Festival del Cinema di Venezia nella sezione “Cinema e Cultura del Dialogo”.

    Dal 1984 al 2004 è Vice Presidente di ASIFA, l’Associazione Italiana degli Autori di Cinema d’Animazione.

    Attualmente collabora con Coop Liguria e Festival della Scienza, oltre che con alcune scuole liguri.

  • Bancomat e distributori di sigarette dentro le edicole votive

    rifugi-solidi-urbani-edicola-votivaIn un periodo turbolento di elezioni politiche italo-vaticane la situazione è confusa, la BCE spinge per un governo Monti che sostituisca questo Ratzinger  inviso ai mercati (a Porta Portese proprio non lo possono vedere), i giornali danno ampia eco a nuovi scandali e alla forte crescita di movimenti di protesta come Rivoluzione Papale e le Carmelitane anticasta del Movimento 5 Sorelle.

    Avere un unico presidente a capo dello Stato Italiano e Vaticano sarebbe forse la soluzione migliore, risolvendo alla base il problema delle ingerenze in politica dei cardinali, che diventerebbero direttamente ministri con poteri illimitati; come al solito questa tendenza è stata anticipata dal design urbano in cui sacro e profano vanno a braccetto mescolando profumo di Incenso firmato Calvin Klein.

    Le edicole votive che invadono la nostre città spesso falliscono, anche per la crisi del settore editoriale, e si pone il problema di come colmare questo vuoto che spaventa gli urbanisti, l’horror vacui del fashion che tormenta il futuro urbanistico del nostro Paese.

    Il problema di questi spazi è la loro collocazione disagevole, in quanto sono state progettate nel passato in maniera poco fruibile, essendo poste minimo a 3 metri di altezza rispetto al livello stradale.

    L’idea di collocarvi uno sportello bancomat, collegato direttamente con lo IOR, non è stata frenata da questo apparente disagio;  in tempi di crisi ritirare contante deve essere un’operazione  ben meditata e il fatto che per farlo bisognerà procurarsi una scala retrattile, scoraggerà i giovani a dissipare il loro esiguo patrimonio.  Nelle edicole più ampie verrà concessa l’abitabilità, diventeranno delle nicchie davvero glamour per abitare in modo minimalista la città e viverne il cuore pulsante, piccoli monolocali dall’atmosfera mistica, per una vita da monaco stilita ma piena di fashion style urbano.

    Le nuove edicole votive saranno un capolavoro di fantasia e di design innovativo, i distributori automatici di sigarette ivi collocati, saranno raggiungibili solo da impervie e pericolose scale a chiocciola, impedendo a bambini e anziani di salirci e limitando così il tabagismo tra le categorie più deboli.

    La strada è segnata, agli angoli delle nostre città caotiche, alzando gli occhi vedremo finalmente rivivere la bellezza antica, dopo un ritocco estetico degno di Clio Make Up, il cerone del glamour coprirà ogni difetto e il mascara del fashion style regalerà charme anche a queste strutture così datate; le edicole verranno così sostituite da opere di pubblica utilità, come abbiamo visto prima, oppure diventeranno lo spazio più chic per nuove installazioni artistiche,  giovani scultori metropolitani potranno mostrare le loro opere in condizioni di massima visibilità e a prova di atto vandalico.

    Il fashion è la religione del nuovo millennio e le nostre città si riempiranno di questi piccoli templi del glamour, sulla scia di maestri  del design mistico come Don Lurio e Suor Paola; la parola d’ordine sarà libertà di culto artistico, bandendo ogni rischio di integralismo estetico, unica eccezione sarà la Fatwa da lanciare contro la banalità, il cattivo gusto e le giacche di Oscar Giannino.

     

    Dottor Grigio

  • Rivarolo, Albatros: rischio chiusura per il teatro del quartiere

    Rivarolo, Albatros: rischio chiusura per il teatro del quartiere

    teatro albatrosIl Teatro Albatros di Rivarolo, storico punto di riferimento culturale per l’intera Val Polcevera, attraversa una nuova fase di difficoltà economica e si paventa l’ennesimo rischio chiusura.
    La storia dell’Albatros inizia oltre cinquant’anni orsono quando aprì i battenti come Dopolavoro per i dipendenti delle Ferrovie dello Stato. Proprio per questo fu battezzato “Il Ferroviario”, mentre in seguito assunse il nome di “Teatro Albatros”.
    Dopo esser divenuta una sala teatrale di quartiere, al principio degli anni ’90 i locali di via Roggerone, grazie alla gestione di Totò Miggiano, si trasformarono in un tempio della musica rock alternativa: dal palco dell’Albatros, infatti, transitarono alcuni ottimi gruppi musicali italiani e stranieri.
    Nel 2000, però, il teatro venne chiuso per un anno. E già all’epoca si scatenò una mobilitazione unitaria di abitanti, negozianti e comitati. Grazie ad un fondo stanziato dalla Provincia di Genova, l’Albatros fu riportato in vita e la gestione passò per 10 anni al gruppo “Carrogê” che diede molto spazio al teatro dialettale. Infine, a partire dal 2011, un gruppo di volontari gestisce gratuitamente l’Albatros che, dopo un intervento di messa in sicurezza, è stato convertito in cinema.
    Ma nonostante tutti gli sforzi, per compiere un decisivo passo in avanti in grado di consentire la sopravvivenza dell’ultimo avamposto culturale di Rivarolo, sarebbe necessario l’aiuto delle istituzioni pubbliche, oppure il supporto di sponsor privati convinti ad investire nel suo rilancio.

    Viste le nuove preoccupanti voci che circolano in merito al destino dell’Albatros, i consiglieri di Partito Democratico, Sinistra Ecologia e Libertà e Federazione della Sinistra del Municipio Valpolcevera, presentano un’interpellanza in merito.
    «Nel corso degli anni si è assistito ad un progressivo impoverimento dei locali adibiti a cinema e teatri a Rivarolo e non solo, con la conseguente perdita di un patrimonio culturale importante per il tessuto sociale – spiega il documento sottoscritto dai consiglieri – l’Albatros è rimasto l’unico Cinema-Teatro presente sul territorio e, pur essendo di proprietà di soggetti privati (Ferrovie dello Stato), riveste un ruolo di rilievo quale ultima struttura dotata di apparecchiature per la proiezione di film a Rivarolo».
    L’Albatros rappresenta «Uno dei pochi presidi artistici e culturali dei quartieri di Certosa e Rivarolo e dell’intera collettività della Val Polcevera ed è importante tentare di coadiuvare la programmazione e la funzionalità in generale della struttura», sottolinea l’interpellanza.

    Per tutti questi motivi, i consiglieri interpellano Presidente e Giunta del Municipio Valpolcevera «Sulla possibilità di una verifica dell’effettiva volontà dei soggetti titolari della proprietà di chiudere il teatro Albatros; sulle eventuali iniziative già intraprese o da intraprendere per sostenere l’attività dell’Albatros».

     

    Matteo Quadrone