Mese: Ottobre 2014

  • Ancora Donna: progetto a cura di Lilt per sostenere le donne in trattamento oncologico

    Ancora Donna: progetto a cura di Lilt per sostenere le donne in trattamento oncologico

    nastro rosa lilt violenza sulle donne abusiLa Lega Italiana per la Lotta contro i Tumori lancia il progetto Ancora Donna: si tratta di una campagna di crowdfunding sulla piattaforma Rete del Dono che ha come obiettivo quello di fornire assistenza gratuita alle donne in terapia oncologica e post-operatoria.

    Con un contributo libero, tutti i sostenitori aiutano a mantenere gratuita questa assistenza. Donare è semplice, basta collegarsi al sito retedeldono.it (clicca qui).

    La campagna curata da LILT Genova è rivolta alle pazienti che stanno affrontando terapie oncologiche, e si pone come obiettivo primario quello di per farle sentire ancora donne in un momento così difficile dal punto di vista fisico e psicologico.

    Si sostiene la “parte sana” delle pazienti attraverso servizi gratuiti come lo psicologo, il nutrizionista, il dermatologo, l’acconciatore ,gli specialisti in tecniche di arte terapia, Reiki, Tai Chi Chuan, autisti LILT per il trasporto da e per l’ospedale.

    A tutto questo si aggiunge la compartecipazione della LILT alla spesa per l’acquisto della parrucca: un buono del valore di 100 € per l’acquisto di una parrucca.

    LILT Genova ha iscritto il progetto Ancora Donna a questa campagna di crowdfunding per poterne sempre garantire l’esistenza. Il percorso di ogni donna all’interno del progetto è infatti per lei completamente gratuito e personalizzato per rispondere adeguatamente ai singoli bisogni: in questo modo ognuna può sentirsi accolta come persona ed ha la possibilità di sentirsi parte del gruppo.

    La LILT – Lega Italiana per la Lotta contro i Tumori – Sezione Provinciale di Genova offre servizi  alle pazienti un preziosi servizio di assistenza, l’accoglienza nella Casa Amici che si trova vicino all’Ospedale San Martino di Genova, un servizio di trasporto dei malati, consulenze psicologiche, riabilitazioni e reinserimento sociale.

    LILT Genova promuove corretti stili di vita quali la sana alimentazione e l’attività fisica e risponde alle esigenze della prevenzione secondaria con visite mediche a contributi ridotti, che permettono a tanti di controllare il loro stato di salute.

    L’Associazione conta oggi a Genova oltre 3000 soci e nel Poliambulatorio di Via Caffaro fornisce ogni anno circa 6.000 prestazioni, tra visite ginecologiche e pap test, ecografie transvaginali, mammografie, ecografie mammarie, visite senologiche, visite e mappatura nei, visite urologiche, visite colon retto, visite ed ecografie alla tiroide.

    Altri numeri di LILT Genova sono: 6.000 visite annuali al Poliambulatorio di Via Caffaro; 6.500 ospiti annuali in Casa Amici; 850 trasporti per 5800 Km percorsi all’anno dalla nostra auto a disposizione dei pazienti in trattamento chemioterapico; 90 signore in terapia oncologica seguite costantemente con il progetto “Ancora Donna”, che offre servizi dedicati al miglioramento della qualità di vita; 3.500 studenti delle scuole primarie e secondarie di Genova e Provincia coinvolti ogni anno in attività di informazione ed educazione alla salute sui temi delle dipendenze e sensibilizzazione agli stili di vita salutari; 3.434 tra amici e followers su Facebook LILT Lega Tumori Genova; 3.500 iscritti alla Newsletter.

    Per informazioni sul progetto: www.legatumori.genova.it; raccoltafondi@legatumori.genova.it; 010.2530160

  • Deep web, quello che Google non vede: l’1% del web è indicizzato. Intervista a Carola Frediani

    Deep web, quello che Google non vede: l’1% del web è indicizzato. Intervista a Carola Frediani

    Deep Web, Carola Frediani
    Chi è Carola Frediani. È giornalista, si è formata e ha lavorato con Franco Carlini (pioniere della Rete e autore di Chip&Salsa) nell’agenzia Totem. Ha fondato l’agenzia Effecinque, agenzia giornalisti indipendente.
    Frediani si è immersa nel web “profondo” per più di due anni, lo ha frequentato, passando giorni in chat per conoscere chi quel mondo lo frequenta per i più diversi motivi, sia da spettatore che da protagonista. E lo ha esplorato facendo il proprio mestiere da giornalista: ponendo domande, verificando le fonti e riunendo tutto in un testo un racconto-inchiesta.

    “La prima regola del Deep Web è che non si parla del Deep Web”. Così esordisce l’ebook di Carola Frediani. “Chi lo pratica e lo vive, per i motivi più diversi, in genere non ama la pubblicità. Chi dovrebbe parlarne, ad esempio i media, di solito non va mai oltre l’immagine cupa e vaga di “web oscuro”. In queste due frasi “ rubate” all’introduzione dell’ebook di Carola Frediani “Deep Web. La rete oltre Google. Personaggi, storie, luoghi dell’internet profonda” edito dalla casa editrice digitale Quintadicopertina, sono riassunte le motivazioni per cui abbiamo deciso di intervistare l’autrice e cercare di raccontare (almeno in parte) che cosa vi sia all’interno di questo mondo.

    L’intervista integrale è pubblicata sul numero 56 di Era Superba (dove trovare la rivista). Sostenendo Era Superba puoi ricevere ogni uscita direttamente a casa o sulla tua email (qui maggiori informazioni).

    Per chiunque di noi, internet corrisponde a Google o meglio ai motori di ricerca più in generale, è da qui che partiamo quando vogliamo essere informati o quando cerchiamo qualcosa. Poi vi è tutto il mondo dei social media, che probabilmente, in alcuni casi, dribbla il passaggio della pagina iniziale di Google perché ci offre, già bello e pronto, quello che ci aspettiamo di trovare e che vogliamo cercare: notizie di ciò che ci accade intorno, aggiornamenti e spostamenti delle persone che conosciamo, l’ultimo post del personaggio famoso che seguiamo, eccetera eccetera. Ma aldilà di tutto questo vi è un mondo “nascosto”, “sommerso”, “profondo” ai più, ugualmente popolato di persone, di fatti che accadono e di comunicazioni che si scambiano. Questo è in parole molto semplici quello che gli inglesi chiamano Deep Web e che l’autrice che ha risposto alle nostre domande ha indagato e raccontato.
    Per farsi un’idea più chiara, partite dal presupposto che solo poco più dell’1% del web è indicizzato e “trovabile” dai motori di ricerca, la maggior parte delle risorse sono raggiungibili solo tramite link diretti e navigazione in anonimato. Qui sta il contenuto dell’indagine di Frediani.

    Illustrazione di Nicoletta Mignone
    Illustrazione di Nicoletta Mignone

    Cosa significa esistere aldilà di Google? Chi c’è e cosa accade nel deep web?

    «Il Deep Web è la Rete non indicizzata dai motori di ricerca per varie ragioni, ed è molto vasta, può contenere a sua volta database, altre reti e altri “pezzi” di rete non indicizzati. Con questo termine però spesso si indicano anche le cosiddette darknet (una darknet – in italiano potremmo dire rete scura – è una rete virtuale privata dove gli utenti connettono solamente persone di cui si fidano, ndr) reti che permettono di muoversi, comunicare e realizzare siti o servizi in modo anonimo. Quindi oltre a non essere raggiungibili attraverso Google sono anche luoghi anonimi, al contrario del resto di internet che di fatto non lo è mai».

    Una “rete diversa”. Quali sicurezze e insicurezze sia dal punto di vista di chi cerca che di chi offre?

    «Le darknet sono promosse da governi (anche lo stesso governo americano), attivisti dei diritti umani e della libertà di espressione perché sono dei mezzi potenti per sfuggire alla censura, o al rischio di essere individuati e perseguiti da parte di regimi autoritari. Dalla Cina al Bahrein, dalla Siria alla Turchia, sono usate da migliaia di cittadini, giornalisti, dissidenti, minoranze. Ma sono una risorsa anche nelle democrazie, garantendo a chiunque quella piena libertà di espressione che in alcuni casi solo l’anonimato può dare. Ovviamente lo stesso anonimato attira anche criminali e persone interessate a traffici più o meno loschi. Quindi vi si trova un po’ di tutto. Attività cybercriminali e compravendita di droghe sono tra le azioni illecite più diffuse…»

    L’inchiesta realizzata dall’autrice, come d’altronde il tema stesso che affronta, è in continua evoluzione e si arricchisce quotidianamente di nuovi contenuti. Carola Frediani ha scelto di non interrompere il suo viaggio, e continuare a frequentare la rete più profonda. Una versione particolare dell’ebook permetterà di seguire le tappe successive del viaggio caricando automaticamente aggiornamenti e nuovi contenuti.

    Claudia Dani

    L’intervista integrale su Era Superba #56

  • Bruges, una notte al chiaro di Luna nell’antica città belga

    Bruges, una notte al chiaro di Luna nell’antica città belga

    bruges-bosco-notturna.DIQuel giorno a Bruges iniziava l’autunno, il cielo color piombo e una nebbia avvolgente ovattavano l’aria ancora fredda del mattino. Le finestre lentamente si aprivano come occhi stropicciati, l’edera sui muri brillava bagnata dalla brina che lentamente si scioglieva, un manto di foglie giallastre donava colore alle torbide acque dei canali dove cigni e papere dormivano vicini per scaldarsi dal freddo della notte.

    Il profumo dei croissant caldi sussurrava golose tentazioni ai passanti, la ragazza al banco indossava un’elegante camicia a pois e sorrideva ai clienti che facevano la fila come affamate formiche. I campanelli delle biciclette diventavano più frequenti intanto che la vita lentamente riprendeva, la nebbia saliva lasciando il posto a macchie blu e timidi raggi di sole, dalla strada salivano le tipiche fragranze autunnali rinchiuse nel cassetto dell’estate.

    Sedevo ancora assonnato al tavolino di un bar, osservavo una famiglia ebraica accompagnare loro figlio a scuola, ho subito pensato ai miei genitori,  i costumi cambiano ma le abitudini sono le stesse per ogni cultura. Quando fui pronto a scattare erano ancora sufficientemente vicini ma voltati di spalle, i sanpietrini in porfido e i mattoni rossi sui muri donavano un aspetto antico a quello scorcio di strada, a volte la fotografia può regalare inaspettati tuffi nel passato.

    Il mio occhio era ancora dentro il mirino quando la cameriera mi ha servito il caffè, pose la tazzina e lo scontrino sul piatto restando ferma a guardare ciò che stavo facendo. Il suo interesse era attirato dalla reflex, mi ha chiesto cosa avevo immortalato e ha voluto vedere alcuni scatti dei giorni precedenti. Si chiamava Michelle, lavorava come cameriera per mantenere i suoi studi e nel tempo libero amava fotografare case disabitate e luoghi abbandonati, tutti temi in contrapposizione con il suo carattere aperto e solare. La sera stessa sarebbe andata con altre appassionati del genere a immortalare un vecchio mulino dimenticato nei campi, la luna piena avrebbe reso ancora più affascinante il paesaggio. Quando mi ha chiesto di partecipare all’evento non ho dubitato su cosa fare e ci siamo dati appuntamento ai margini della città un’ora dopo il crepuscolo.

    Senza troppi convenevoli ci siamo scambiati un saluto, lei sorrise e prese le tazzine vuote dal tavolo, io sono salito sulla bicicletta alla scoperta di Bruges. Ho visitato il vecchio mercato e la torre civica, attraversato ponti, canali e parchi, ma la vita semplice in un luogo così elegante era la cosa che attirava maggiormente la mia attenzione.

    L’aria si era intiepidita e il sole aveva saturato ogni colore, signore eleganti passeggiavano lungo i canali portando un cappello d’altri tempi con un poncho argentino o spolverini alla moda, tutte accompagnate da piccoli cagnolini altezzosi. Il pomeriggio era passato velocemente e avevo deciso di rientrare prima di cena per riposare in previsione della nottata fotografica, il giorno dopo sarei partito per Anversa di buon mattino e il treno non mi avrebbe aspettato.

    Il proprietario di casa stava preparando stinco con patate, avevo l’acquolina in bocca e un’espressione così affamata da ricevere un invito per cena. Michelle mi aspettava, non avrei mai voluto fare tardi e una volta finito di mangiare ho salutato calorosamente tutti i commensali e sono salito in sella della bicicletta con lo zaino in spalla. Ho percorso il viale alberato che portava in città, le foglie cadute rendevano scivolosa la strada che aveva assunto un colore blu cobalto intervallato dalle luci gialle dei lampioni.

    Ai margini della città, superata la superstrada, c’era una vecchia e non identificata costruzione di pietra, Michelle era seduta su un muretto, indossava un cappotto scuro con il bavero alzato e degli stivali bassi con la suola di gomma, i suoi capelli rossicci mossi da una leggera brezza, sembravano danzare con le foglie degli alberi. La luna era arrivata da poco, accompagnata da sparute e frettolose stelle, aveva un’espressione più malinconica del solito e la sua luce sembrava voler mostrare quel paesaggio magico e fiabesco. Michelle prese una cartina per girare una sigaretta poi l’accese, il fuoco dell’accendino illuminava le sue lentiggini poste sopra le guance rosse, sembrava una bambolina di pezza.

    Dopo un breve discorso su come fotografare il cielo notturno siamo saliti sulle biciclette percorrendo una strada sterrata apparentemente senza fine. Abbiamo attraversato diversi campi e per un breve tratto un fitto bosco illuminato solo dalla dinamo sul manubrio, finito il sentiero il vecchio mulino sembrava disegnato sulla parete del cielo, sotto di lui delle luci si muovevano adagio, erano i suoi amici fotografi che si spostavano nella penombra. Sono stato accolto con il sorriso, alcuni avevano già posizionato il cavalletto, altri fumavano e si rilassavano prima di iniziare i primi scatti. Erano tutte persone adulte, il più grande superava i sessanta ma con l’animo giovane di chi si fa trasportare in un bosco di notte da una passione coltivata negli anni.

    I versi degli uccelli notturni e alcuni latrati giungevano a noi da indefinite direzioni, ombre veloci e inquietanti fruscii ci tenevano compagnia, tuttavia nulla mi spaventava. Non avevo l’attrezzatura necessaria per scattare foto ad alta qualità, le mie erano sgranate e prive di profondità ma nonostante questo il risultato è stato soddisfacente. Gli altri intanto producevano capolavori, miliardi di stelle immortalate dietro la sagoma scura del mulino, in alcune di esse la via lattea sembrava una pennellata di un pittore fiammingo, la luna intanto osservava tutto, la sua espressione adesso sembrava divertita. Mentre Michelle guardava dentro il mirino raccontava la sua vita, le sue aspettative e i sogni, voleva una casa a Londra, una famiglia e lavorare come architetto coltivando l’hobby della la fotografia.

    La notte era diventata tenebrosa e il mattino era alle porte, decisi di rientrare per dormire poche ore, poi avrei avuto tutto il tempo di riposare in treno. Ho salutato i ragazzi e abbracciato Michelle, ho chiesto informazioni sulla strada del ritorno e mi sono avviato entrando nel bosco ancora buio. La strada si vedeva appena, la mia sola luce non illuminava abbastanza, avevo perso il sentiero e ogni pensiero mi rendeva inquieto, avevo paura di incontrare animali, malintenzionati e perfino licantropi. Quando le prime luci dell’alba si sfumavano all’orizzonte, mi sono sentito più sereno, la strada ricordava la mattonata d’oro del regno di Oz, così sono volato verso casa, avevo il tempo contato, il treno partiva due ore dopo.

    Dopo colazione ho preso i bagagli e sono corso in stazione, nel tragitto pensavo a Michelle, se l’avrei rivista e che ricordo le avevo lasciato. Sono salito pochi secondi prima del fischio del capotreno, sono entrato nello scompartimento e mi sono affacciato al finestrino per vedere Bruges un’ultima volta. Le persone si muovevano in massa per la stazione con moto perpetuo, solo una era ferma, teneva una macchina fotografica in mano, era Michelle che mi salutava nel modo più bello, scattando un’ultima fotografia.

     

    Diego Arbore

  • L’Amico Ritrovato: dopo la chiusura di Assolibro, una storia di passione e tenacia

    L’Amico Ritrovato: dopo la chiusura di Assolibro, una storia di passione e tenacia

    amico-ritrovato-libreria-5La saracinesca è ancora tirata giù, quasi fino in fondo, ma le teste dei passanti che sbirciano incuriositi fanno capolino con cadenza regolare. Siamo in via Luccoli 98r, all’interno di palazzo Luccoli-Balestrino, a pochi metri da piazza Fontane Marose. Qui, come il dottor Grigio ci ha già anticipato sulla nostra pagina Facebook, oggi pomeriggio alle 16 ritroveremo un amico, anzi tanti amici. Sono i ragazzi costretti tempo fa ad abbandonare la libreria Assolibro nella vicina via San Luca, lasciando un grande vuoto nel cuore del centro storico e nell’offerta culturale della nostra città.

    «Da quando è finita l’avventura di Assolibro – ci racconta Marco Parodi, trentenne, uno dei soci di questa nuova avventura – abbiamo avuto una richiesta costante dalle persone che incontravamo per strada: quando riaprite? Dove vi potremo trovare? Interesse, certo, ma anche un po’ di pressione per noi. Speriamo che tutto ciò si traduca in un buon successo per questa ripartenza».

    La nuova libreria si chiamerà “L’amico ritrovato”, prendendo in prestito il titolo di un notissimo romanzo di Fred Uhlman, a testimonianza di un forte legame con l’esperienza passata.

    «Tutto nasce sicuramente dall’esperienza di Assolibro e dalla risposta forte che abbiamo avuto dai nostri clienti e dagli abitanti del centro storico quando siamo stati costretti a lasciare via San Luca. Certo, la chiusura non è stata una cosa repentina: i segnali c’erano già stati con ripetuti tentativi di vendita da parte della proprietà andati a vuoto. Noi ci eravamo già messi a vento per fare altro. C’è chi ha aperto altre librerie, chi ha iniziato a collaborare per un grande gruppo editoriale. Ma, in fondo, avevamo sempre il sogno di poter tornare presto nel centro storico, magari facendo cose che in Assolibro non eravamo così liberi di fare come l’organizzazione di presentazioni, l’autonomia nelle scelte editoriali, i contatti diretti con il territorio e soprattutto con le scuole. E appena abbiamo visto questi spazi, con queste splendide colonne in mezzo alla sala, ce ne siamo subito innamorati».

    120 mq molto accoglienti che hanno tutte le caratteristiche per diventare una nuova casa del libro nella Città Vecchia.

    «Il nostro obiettivo è quello di puntare il più possibile sulla fisicità del luogo. Bisogna creare un posto bello da frequentare perché lo stesso libro puoi comprarlo ovunque, e magari anche con un po’ più di sconto. Ma con il prezzo del libro acquistato qui vorremmo che fosse compresa anche l’esperienza di quella mezz’ora passata in un luogo piacevole. È un po’ come andare a prendersi un caffè: potresti farlo anche a casa ma non avresti il piacere di uscire, di andare a prenderlo in un bel posto, facendo quattro chiacchiere con persone piacevoli. Poi è ovvio che ci devono anche essere i libri perché se il posto fosse anche il più figo del mondo ma fosse un buco microscopico oppure male assortito, magari ci passi anche una volta a vederlo ma poi non ci torni più».

    Libri che si possono toccare, leggere e sfogliare. Non è un azzardo nella società dell’informatizzazione?

    «Nella crisi generalizzata del mercato dell’editoria credo che ci sia ancora spazio per fare qualcosa, soprattutto per le realtà medio-piccole e strettamente legate al territorio come la nostra: è molto più difficile per i megastore, che hanno spazi infiniti e tanti dipendenti da gestire con costi altissimi. Per la nostra dimensione, invece, paradossalmente la crisi può offrire qualche opportunità in più, ad esempio dal punto di vista della disponibilità di locali. Poi, naturalmente, ci sono anche le nostre forti motivazioni personali e il grande affiatamento che ci ha portato a realizzare questo sogno. Ma anche le piccole librerie devono fare un salto di qualità e trasformarsi in qualcosa di altro rispetto al posto dove entri, stai cinque minuti a cercare il libro giusto, e te ne torni subito a casa. Comunque anche noi abbiamo la nostra pagina Facebook e il nostro sito internet. Ed è anche possibile che presto si riesca a lanciare un servizio di vendita online: ma niente droni stile Amazon, vorremo davvero puntare il più possibile sul contatto umano».

    Non solo libri, quindi?

    amico-ritrovato-libreria-6«Vorremmo essere qualcosa di più che un semplice esercizio commerciale. Sarebbe bello poter dire un giorno che siamo riusciti a offrire alla città un valore aggiunto anche dal punto di vista culturale. Per questo, ad esempio, puntiamo molto sul rapporto con le scuole. Oltre a una sezione per bambini molto curata (il taglio della libreria è comunque generalista con saggi, best seller, grandi classici e collane di letteratura un po’ più di qualità, ndr), anche grazie al continuo fermento in questo settore che si sta rinnovando molto dal punto di vista delle illustrazioni e della grafica, cercheremo di dar vita a percorsi di lettura pensati per le scuole e a qualche laboratorio coinvolgente. Poi naturalmente, presentazioni, eventi per tutti, magari piccole mostre perché siamo convinti che più cose proporremo più avremo modo di far vivere la libreria».

    Sembra tutto bello e facile. Ma allora perché non ci avete pensato prima?

    «In realtà, qualche tosta difficoltà abbiamo dovuta affrontarla anche noi. Innanzitutto ci siamo dovuti costituire come società e investire un bel po’ dei nostri risparmi: una cosa possibile solo grazie al fatto che tutti noi nel frattempo abbiamo mantenuto un’altra attività, sempre legata al mondo editoriale. Ma la gestione del tempo tra lavoro, famiglia e libreria da mettere in piedi è stata piuttosto faticosa. Poi, siamo stati fortunati a trovare i locali già con impianto elettrico e di condizionamento pronto: abbiamo solo dovuto tirare giù una tramezza, tinteggiare, cambiare un po’ l’illuminazione e naturalmente sistemare gli arredi. Passaggi comunque non semplici perché il palazzo è vincolato dalla Sovrintendenza sia internamente che esternamente, tanto che dovevamo già aprire prima dell’estate ma siamo stati costretti a rimandare fino ad oggi».

    Nessun aiuto dal Comune? In fondo siete tutti piuttosto giovani e la cultura sembra essere uno dei punti di riferimento di questa amministrazione.

    «In effetti avevamo parlato anche direttamente con il sindaco per un progetto decisamente ambizioso che chiamava in causa una complessiva riqualificazione della loggia di piazza Banchi: un progetto integrato che non prevedesse solo un esercizio commerciale ma anche altre attività culturali, di integrazione e multiculturalità. Insomma, un qualcosa che potesse rappresentare un vero presidio per il territorio, dal mattino alla sera, e non la vergogna che è adesso, con i turisti che si trovano quasi sempre la porta sbarrata. Ma il progetto si è arenato e noi non potevamo restare al palo per altri dieci anni. A dire il vero qualche altra proposta ci è stata avanzata ma per spazi assolutamente non consoni».

    Poi, per fortuna, è saltato fuori questo palazzo con le sue affascinanti colonne. Insomma se passate in centro, un salto da queste parti potrebbe valere la pena di farlo: Marco e colleghi saranno ben felici di potervi consigliare qualche lettura. Non vi potranno offrire il caffè, quantomeno non in libreria… «ma solo perché non c’è abbastanza spazio». Ci sarà, però, un comodo angolo lettura da cui nessuno vi spodesterà. E presto potrebbe anche esserci l’esposizione delle copie in consultazione del bimestrale cartaceo di Era Superba… Ma di questo speriamo di potervi dare conto prossimamente.

    Simone D’Ambrosio

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  • Genova, piano comunale di emergenza. Ecco tutte le carenze

    Genova, piano comunale di emergenza. Ecco tutte le carenze

    alluvione-genova-10-ottobre-2014 (48)Al di là della mancata emanazione dello stato di “allerta” da parte della Regione Liguria, e di conseguenza dell’inevitabile ritardo nel lesto avvio del sistema di Protezione civile comunale, delle opere infrastrutturali sul torrente Bisagno non realizzate anche a causa della lentezza della giustizia amministrativa, non va dimenticato, però, il ruolo che le amministrazioni locali dovrebbero giocare nella pianificazione delle strategie di emergenza.
    Innanzitutto va puntualizzato che i previsori del centro meteo-idrologico di Arpal (Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente ligure, sotto accusa per non aver previsto la drammatica escalation degli eventi che ha portato ai disastri della serata di giovedì 9 ottobre) in questa occasione avevano prodotto un messaggio di “avviso” per temporali forti, evidenziando quindi un livello di criticità, seppure il meno grave, che avrebbe comunque potuto far scattare – a discrezione di ogni singolo Comune – opportune contromisure di protezione, a maggior ragione nella città di Genova, notoriamente soggetta ad episodi alluvionali spesso di notevole gravità, e dove da lungo tempo sono palesi le forti problematiche che affliggono determinate aree a rischio del territorio.

    Tuttavia, trincerandosi dietro l’impossibilità di agire in assenza dell’allerta, l’amministrazione comunale sembra voler nascondere le carenze di un piano di emergenza comunale approvato nel 2009, e giudicato inadeguato sia dalla relazione tecnica redatta dai consulenti della Procura del Tribunale genovese in merito al processo per l’alluvione del novembre 2011, sia dall’apposita Commissione consiliare incaricata di fare luce sui medesimi episodi del 2011. Destino vuole che le linee guida del nuovo piano – come aveva anticipato ad Era Superba l’assessore alla Protezione civile Gianni Crivello – dovevano essere illustrate al Sindaco Marco Doria proprio nel fine settimana appena trascorso, per proseguire il proprio iter prima in commissione e poi in Consiglio comunale, ma i tragici eventi hanno avuto il sopravvento.
    Infine, non va dimenticato il ruolo della Regione Liguria che dovrebbe vigilare sulla realizzazione dei piani di emergenza comunale e sulla conformità alla normativa di quelli realizzati. Ebbene, in una terra considerata tra le più fragili d’Italia soltanto 172 Comuni liguri (su 235 complessivi) sono dotati di tali piani.

    «Il vigente piano di emergenza, approvato del 2009, è troppo generico – afferma Alfonso Bellini, consulente della Procura della Repubblica del Tribunale di Genova – È evidente la mancanza di una serie di azioni pre-determinate, dunque di un’attenta pianificazione eseguita a “bocce ferme”. Inoltre, il piano non contiene indicazioni specifiche sulle aree considerate esondabili. Pur avendo dato prova, più volte, della sua pericolosità, non è previsto alcun piano di emergenza di dettaglio per l’area del Bisagno. Eppure, esiste un preciso impegno in questo senso, fin dal lontano 1998, con la firma di un protocollo di intesa tra Regione, Provincia e Comune di Genova. Impegno finora disatteso. Pianificare strategie di prevenzione e protezione è l’unico modo per convivere con il rischio».

    [quote]La nostra città ha accumulato un pesante debito sul fronte idrogeologico, quindi dovremo scontare un simile handicap per almeno altri venti o trent’anni, prima che siano effettivamente realizzate le opere infrastrutturali necessarie a mitigare la pericolosità dei corsi d’acqua genovesi».[/quote]

    Le carenze del piano comunale di Genova

    alluvione-genova-10-ottobre-2014 (43)Il piano di emergenza (o di protezione civile) rappresenta il progetto di tutte le attività coordinate e di tutte le procedure che dovranno essere adottate per fronteggiare un evento calamitoso in modo da garantire l’effettivo ed immediato impiego delle risorse necessarie al superamento dell’emergenza.
    Per quanto riguarda le emergenze meteo-idrologiche, le zone di Genova soggette ad eventi potenzialmente dannosi sono contenute nella “Carta di criticità ad uso di Protezione civile” contenuta nel D.G.R. 746 del 09/07/2007, comprendente le varie situazioni di potenziale dissesto idrogeologico derivate dai Piani di bacino. “Carta che ben segnala le aree di esondazione su tutto il territorio comunale”, sottolineano i consulenti del Tribunale nella relazione tecnica relativa al processo per l’alluvione del 2011.
    I piani comunali devono definire gli scenari di rischio “Evidenziando e descrivendo le aree caratterizzate da importanti livelli di pericolosità (legata ai fenomeni attesi) e contestualmente dalla presenza di elementi vulnerabili e/o strategici – continua la relazione – Solo in questo modo risulta possibile pianificare le azioni da intraprendere nelle situazioni di emergenza. Azioni che devono essere specifiche per ogni area a rischio, affinchè siano efficaci”. Ad esempio indicando esattamente dove devono essere chiuse le strade potenzialmente allagabili, come verrano chiuse, chi se ne occuperà, ecc. Ma lo “Schema operativo per la gestione delle emergenze meteo-idrologiche”, documento che fa parte del “Piano comunale di emergenza” del Comune di Genova (approvato con delibera consiliare n. 13 del 19-02-09) “Non contiene nessun riferimento di pianificazione degli interventi specifici per le aree del territorio comunale riconosciute come zone potenzialmente a pericolo di esondazione“, sanciscono i periti del Tribunale.

    Insomma, sono completamente assenti i piani di dettaglio, come spiega il geologo Alfonso Bellini «Il documento non contiene indicazioni specifiche sulle aree considerate esondabili. Dopo l’alluvione di Sestri Ponente del 2010 l’amministrazione si è improvvisamente accorta della fragilità idraulica di tale area, quindi nel 2011 ha redatto un piano di dettaglio che prevede determinate azioni. Dopo l’alluvione del 2011 hanno fatto lo stesso con un’ordinanza specifica sulla zona di via Ferregiano».
    A integrazione del “Piano di emergenza di dettaglio per la zona di Sestri Ponente”, il 4 agosto 2011 la Giunta comunale ha adottato una delibera riguardante la procedura operativa. Quest’ultima prevede che, in seguito ad un messaggio di attenzione o avviso di temporali “vengano attivate procedure di pronta reperibilità di personale e mezzi per la rimozione di ristagni di acqua superficiale, segnalazioni di aree allagate, interdizioni e/o deviazioni di traffico”. Delibera che identifica con precisione sia la zona oggetto di intervento, sia il numero e la tipologia di persone e mezzi di pronta reperibilità messi a disposizione dai diversi enti coinvolti (Protezione civile, Amiu, Aster, Polizia municipale, Municipio, ecc.).
    Il 2 marzo 2012 il Sindaco Doria ha emesso l’ordinanza n. 33/2012 riguardante “Misure di sicurezza a tutela della pubblica incomunità della popolazione per la zona di via Fereggiano e vie limitrofe, interessate dall’evento alluvionale del 4 novembre 2011, da attivare in caso di emergenza idrogeologica”, che prevede, nel caso di avviso di temporali o della dichiarazione di stato di allerta 1 e 2, la messa in atto di una serie di prescizioni cautelative. “Tale documento, seppur sotto forma giuridica diversa, rappresenta di fatto un’integrazione al piano comunale di emergenza, così come lo è stata quella fatta per Sestri Ponente dopo l’alluvione del 2010“, scrivono i consulenti del Tribunale. Integrazioni che certificano la scarsa affidabilità dello stesso piano comunale.

    «Il Bisagno, quando si trova di fronte a coperture insufficienti, esce costantemente in sponda destra o sinistra – spiega Bellini – Questa situazione di rischio è stata pesantemente evidenziata fin dall’alluvione del 1970. La pianificazione di dettaglio, però, è stata fatta solo per Sestri e la zona di via Fereggiano, sempre in seguito a tragici eventi alluvionali. I piani di dettaglio prendono come riferimento il livello di allerta massima (allerta 2), ma prevedono una serie di specifici adempimenti in qualsiasi caso di emergenza».
    Già nel Piano di bacino del Bisagno (fascicolo 2, volume 2), si riporta che “Spetta al Comune elaborare un piano operativo di protezione civile per il bacino da attivarsi con urgenza”. Attività considerata talmente strategica da essere inserita nel protocollo di intesa Regione, Provincia e Comune di Genova, firmato il 5 ottobre 1998.

    Il piano di Genova risulta alquanto generico o totalmente mancante sulla parte più importante: gli scenari di rischio che riportano le informazioni sulla tipologia del rischio specifico e sulla vulnerabilità a persone, cose, servizi, edifici strategici, viabilità; e poi manca la carta del modello di intervento (presente nel piano per Sestri Ponente), che specifica l’ubicazione di centri operativi, aree di emergenza, l’indicazione di vie di fuga, presidi di forze dell’ordine e volontari, ecc. Queste mancanze rendono molto difficile affrontare con efficacia l’emergenza”, conclude la relazione tecnica del Tribunale.
    Carenze individuate non solo dal Tribunale, ma anche dalla Commissione consiliare (istituita con delibera di Consiglio n. 81 del 22/11/2011) incaricata di fare luce sugli eventi del 2011. «I Venti consiglieri comunali hanno concluso anch’essi che il piano era inadeguato», chiosa Bellini.

    Realizzazione e conformità alla normativa dei piani di emergenza: la Regione non controlla

    Palazzo della RegioneAffinché i piani siano realmente efficaci “Risulta strategico che vi sia un organo di controllo superiore di validazione che ne possa giudicare i contenuti in termini di qualità e conformità alla normativa vigente – scrivono i consulenti del Tribunale – Va rilevato che tale organo di controllo in Liguria non esiste. Pertanto ogni Comune si dota del proprio piano autoapprovandolo”.
    Organismo di controllo che, secondo logica, dovrebbe essere rappresentato dalla Regione stessa. La normativa vigente in questo contesto, infatti, è opera dell’amministrazione regionale, la quale ha stabilito regole e modalità di esecuzione dei piani con la D.G.R. 746 del 09-07-2007, senza poi preoccuparsi della valutazione di tali documenti. Eppure, già l’articolo 3 della L.R. n. 9/2000 riporta che alla Regione “spetta di raccordare a livello regionale le risultanze dei piani locali (comunali e provinciali)”.
    Questa mancanza di controllo “Ha portato come ulteriore grave conseguenza che in Liguria esistano ancora molti Comuni che non hanno un piano di protezione civile – sottolineano i periti del Tribunale – Va osservato che la Legge regionale di riferimento per la protezione civile è del 2000 e che la delibera di Giunta regionale che ha pubblicato le linee guida per l’esecuzione dei piani di emergenza, con le annesse Carte di criticità, è del 2001, con aggiornamento nel 2007″.
    Tutto ciò porta squilibri che si ripercuotono sulla stesura dei piani, per i quali “I singoli comuni (almeno quelli che fanno il piano), in mancanza di controlli qualitativi, si possono dotare di piani incompleti, contenenti procedure generali che lasciano ampio margine alla soggettività dei comportamenti personali, salvo poi modificare e migliorare le cose quando vengono colpiti da eventi calamitosi“, concludono i consulenti. In tal senso il caso del piano comunale di Genova è esemplare.

     

    Matteo Quadrone

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  • Emergenza rifiuti a Genova, resa dei conti. Necessari oltre 140 milioni in 5 anni

    Emergenza rifiuti a Genova, resa dei conti. Necessari oltre 140 milioni in 5 anni

    rifiuti-amiuDifficile fare il punto della situazione su Amiu e sullo stato della discarica di Scarpino in questi giorni. La scorsa settimana i vertici dell’azienda e l’assessore all’Ambiente, Valeria Garotta, hanno presentato finalmente le 172 pagine del nuovo piano industriale intitolato “Amiu 2020, recuperare risorse, creare lavoro, in Liguria” in cui, tra le altre cose, sono contenute le misure per scongiurare la chiusura definitiva della discarica sulle colline sestresi.

    Nei prossimi giorni, infatti, dovrebbe decadere ufficialmente la legge deroga regionale che consente di conferire i rifiuti a Scarpino nonostante la non adeguatezza del sistema di pre-trattamento alle norme nazionali ed europee. La rumenta genovese e non solo, come già ampiamente raccontato sulle pagine di Era Superba (vedi link sopra), avrebbe dovuto trovare ospitalità altrove: Torino, con buona probabilità, ma non solo dato che il capoluogo sabaudo è ancora alla ricerca di una soluzione per liberare nuovi spazi da dedicare ai nostri rifiuti urbani.

    alluvione-rifiutiNel frattempo, però, è successo, di nuovo, l’imponderabile (?). Il problema, adesso, non è tanto lo smaltimento dei rifiuti quotidiani, quanto la gestione della devastazione di un’intera città immersa nel fango. Ci ha provato il sindaco con un’ordinanza immediata che consente il conferimento a Scarpino della montagna di materiale alluvionato accatastato temporaneamente in piazzale Kennedy, in attesa che aria e, prima o poi, sole lo facciano seccare e diminuire di volume: ma con questa quantità di rifiuti (si parla addirittura del quadruplo rispetto all’alluvione del 2011) lo spazio sfruttabile sulle colline sestresi si riduce in men che non si dica. In Regione, dunque, sono ore frenetiche anche su questo fronte. Quella che già era un’emergenza è diventata una situazione assolutamente non più procrastinabile: bisogna mettere nero su bianco gli accordi con le discariche delle regioni limitrofe, e bisogna farlo subito.

    Per non farsi mancare nulla, intanto, è nuovamente scattato l’allarme percolato: le vasche di raccolta sono tracimate non solo a causa della pioggia incessante ma anche e soprattutto per colpa di quei rivi sotterranei che scendono dalla vecchia discarica di Scarpino 1 e vanno ad alimentare le vasche stesse. I liquami così sono finiti riversati nel rio Cassinelle, rendendo necessaria l’entrata in vigore dell’ormai consueta ordinanza che, per questo tipo di emergenza, consente l’immissione di percolato nel rio Secco per evitare che entri in crisi anche il depuratore di Cornigliano.

    Piano industriale Amiu: oltre 140 milioni in cinque anni. Chi paga?

    Dal punto di vista tecnico, il piano industriale è sostanzialmente diviso in tre parti: una riguarda gli interventi necessari per la messa in sicurezza della discarica; la seconda, quella più corposa, è riferita allo sviluppo impiantistico e alle varie opzioni, tutt’altro che definitive per un aggiornamento costante dal punto di vista tecnologico, fin qui studiate da Amiu; la terza, infine, offre uno sguardo sulle diverse opportunità europee per finanziare almeno parzialmente i nuovi impianti.

    «È evidente – ha dichiarato il presidente di Amiu, Marco Castagna – che siamo all’interno della tempesta perfetta: sono venuti al pettine tutti i nodi delle non scelte amministrative e legislative degli ultimi decenni. La natura, dopo 20 anni di chiusura dalla discarica di Scarpino 1, ci presenta il conto di lavori fatti 50 anni fa. L’unico modo per uscire dalla tempesta è stabilire in quale direzione andare e avere un equipaggio che remi in maniera coerente. Il piano industriale rappresenta la rotta, ambiziosa, che deve portare alla trasformazione di Amiu da società di servizi a società di tipo industriale, che non si occupi soltanto di raccogliere e smaltire i rifiuti ma anche e soprattutto di recuperare materia e produrre energia».
    Per abbracciare questo nuovo corso, l’azienda dovrà mettere in campo una serie di azioni strategiche inserite all’interno del nuovo piano industriale che partono da un aumento deciso della raccolta differenziata, passano da un necessario programma di sviluppo e ricerca di progetti innovativi e arrivano a un imprescindibile rinnovamento impiantistico. Tanto che Amiu stessa ha da qualche mese attivato un vero e proprio “Smart Lab” che si occupa di studiare le evoluzioni tecnologiche collegate a una sempre più efficienti gestione del ciclo dei rifiuti.

    Emergenza percolato e messa in sicurezza di Scarpino

    Scarpino, percolato nel torrentePer sistemare definitivamente la partita degli sversamenti di percolato dalle vasche servirebbero alcune decine di milioni di euro. Nel piano industriale di fresca redazione si parla di 20 milioni per attività di ricerca e contenimento dell’emergenza già avviate dall’azienda (che quest’anno ha speso circa 2 milioni di euro in proposito) a cui va aggiunta la quantificazione dell’impianto di trattamento del percolato da realizzare in discarica e chiesto dalla Provincia: i costi stimati parlano di 45 milioni di euro per la costruzione e 11 milioni di euro all’anno per la gestione. Una cifra mostruosa.

    «Per noi – commenta Castagna – questo tipo di impianto non rappresenta sicuramente la soluzione ottimale ma abbiamo dovuto ottemperare a una prescrizione della Provincia. Stiamo, comunque, lavorando anche su altre opzioni che hanno vantaggi maggiori sia in termini economici che dal punto di vista tecnico-impiantistico. Resta il fatto che i fondi per la messa in sicurezza di Scarpino 1 non devono essere reperiti, come di consueto, ricaricando la tariffa pagata dai genovesi: quando si parla di cifre di questa portata è necessario che ci sia la disponibilità da parte di tutti gli enti a sedersi intorno a un tavolo e progettare soluzioni sostenibili non solo dal punto di vista ambientale ma anche della loro realizzabilità».

    Sviluppo impiantistico, urgono 100 milioni: sistema di pre-trattamento non a norma

    Di impianti abbiamo già lungamente parlato nei nostri precedenti approfondimenti dedicati allo stato dell’azienda e del ciclo dei rifiuti cittadino. Vale la pena, comunque, anche in questa sede ricordare per sommi capi quali sono gli investimenti strutturali di cui Amiu non potrà assolutamente fare a meno. I primi, da cui dipende la possibilità di definitiva riapertura di Scarpino (fatte salve clamorose evoluzioni post alluvionali delle ultime ore), sono i separatori meccanici secco/umido che troveranno spazio nelle aree di Rialzo a Campi, e Volpara in Valbisagno, per un costo complessivo di poco inferiore ai 4 milioni di euro. Secondo quanto previsto dal piano industriale, la prima di queste due nuove strutture dovrà essere pienamente operativa entro luglio 2015, ma nelle scorse settimane si era parlato già di maggio/giugno per limitare al minimo i conferimenti di rifiuti fuori regione. Una volta che entrambi i separatori saranno funzionanti, il materiale che ne uscirà dovrà comunque essere conferito extra Liguria in attesa di ulteriori impianti.

    Nel 2018 toccherà, infatti, al biodigestore, che con tutta probabilità troverà spazio in aree ex Ilva, per il trattamento e il recupero della frazione organica: entro la fine dell’anno verrà completata la progettazione preliminare per procedere a quella definitiva nei sei mesi successivi e avviare la gara per la realizzazione già nel corso del 2016. A questo impianto è collegato lo studio di come utilizzare il biogas generato come energia alternativa alla corrente elettrica. Sempre per quanto riguarda il trattamento della frazione organica, Amiu dovrà anche approfondire l’opportunità di realizzare un nuovo impianto di compostaggio a Scarpino.
    Di pari passo a ciò non va dimenticata la già ampiamente annunciata estensione della raccolta dell’umido in tutta la città entro la fine del prossimo anno: nel 2013, su poco più di 310 mila tonnellate di rifiuti urbani, circa 113 mila sono state rappresentate da materiale organico ma solo 12500 tonnellate sono state differenziate come tale. Su questo capitolo la partecipata ha investito poco più di mezzo milione di euro nel 2014, ha previsto una spesa di 7 milioni per l’anno prossimo e di 3,5 nel 2016.
    Infine, bisogna valutare al meglio con quale tipologia di impianto, alternativa al gassificatore, chiudere il ciclo per quanto riguarda la frazione secca dei rifiuti residui.

    Collegata alla questione impiantistica, c’è anche la necessità di presentare entro la fine di quest’anno un piano per la realizzazione di nuove Isole Ecologiche, che preveda almeno un sito per ogni Municipio, la cui costruzione dovrà iniziare entro la fine del 2015.

    Tante voci, insomma, che messe insieme sfondano la barriera dei 100 milioni di euro. Altra cifra mostruosa ma indispensabile per raggiungere le soglie fissate dall’Europa, ovvero il 50% di raccolta differenziata entro il 2016 e il 65% nel 2020 (nel 2013 Amiu ha conferito a Scarpino 208 mila tonnellate di rifiuti mentre solo 108 mila sono state avviate al recupero, pari al 34,2%).

    I finanziamenti: dai capitali privati ai progetti europei

    economia-soldi-D4Ma come si trovano tutti questi soldi? Tre le ricette contenute nel piano industriale: attraverso un aumento delle tariffe; grazie all’apporto di soggetti privati; grazie a investimenti pubblici. È del tutto probabile che tutte le voci concorreranno all’obiettivo finale ma, prendendo per buone le parole dell’assessore all’Ambiente Valeria Garotta che ha più volte dichiarato come «gli investimenti non possono essere finanziati dal bilancio comunale né tantomeno dalle tasse dei genovesi», non resta che concentrarci sulle ultime due voci.

    L’ingresso di liquidità privata nel capitale di Amiu era già stato previsto lo scorso anno dalla famosa delibera sulle partecipate (qui l’approfondimento) che prevede la cessione di una quota parte non maggioritaria dell’azienda, a patto che la stessa mantenga funzione e controllo pubblici. L’ingresso di un privato, che libererebbe Amiu dal suo status di azienda in house, potrebbe avvenire attraverso un partenariato pubblico-privato nelle forme di un poject financing, dando vita ad esempio a una Newco per la gestione del nuovo polo impiantistico, oppure con il coinvolgimento di una multiutilities così come promosso con forza dal governo nel tentativo di ridurre il numero delle società partecipate dagli enti pubblici.

    Se la decisione dell’ingresso di privati in Amiu, che spetta esclusivamente a Giunta e Consiglio comunale, si può prestare ad ampio dibattito politico, nessun dubbio suscita invece l’opportunità caldeggiata dalla stessa azienda di guardare con molta attenzione ai fondi strutturali comunitari per la copertura di buona parte degli investimenti necessari. E proprio alla ricerca di fondi e altre forme di finanziamento comunitarie, come già anticipato sulle nostre pagine, è dedicata una sostanziosa appendice del piano industriale di Amiu. Questo capitolo dipende fortemente dalla prossima programmazione che Regione Liguria dovrà fare circa l’utilizzo delle risorse europee. Lo strumento principale di finanziamento delle politiche di sviluppo economico comunitario è rappresentato dai fondi strutturali e di investimento europei (SIE) da cui scende a cascata una serie pressoché infinita di altri progetti. Il coinvolgimento diretto di Piazza De Ferrari è dovuto al fatto che i finanziamenti vengono erogati secondo un Piano operativo regionale (POR) che fa riferimento al Fondo europeo di sviluppo regionale (FESR): la normativa prevede che l’80% delle risorse di questo fondo debbano essere investite in ricerca e innovazione, tecnologie dell’informazione e della comunicazione, competitività delle piccole e medie imprese, transizione verso un’economia a basse emissioni di carbonio. Ma il restante 20% può essere liberamente impiegato sugli altri obiettivi tematici delle politiche di coesione tra cui spicca la tutela dell’ambiente e l’efficienza delle risorse.

    Come si diceva, vi è poi tutta una serie di progetti più specifici che potrebbero coinvolgere Amiu, tra cui: Horizon 2020, dedicato al finanziamento per l’innovazione sui temi dell’efficientamento energetico e sulla riduzione del consumo di acqua; Life, strumento finanziario dell’UE per l’ambiente; Urbact III, programma di cooperazione interregionale che punta alla transizione verso un’economia a bassa emissione di carbonio e alla tutela dell’ambiente attraverso l’efficientamento delle risorse; Jessica, a favore dello sviluppo urbano sostenibile; gli strumenti finanziari della Banca Europea degli Investimenti dedicati proprio alla messa a frutto delle politiche di coesione. Insomma, il quadro comunitario è molto variegato e le disponibilità possono essere davvero notevoli: certo, questo tipo di finanziamenti non può essere lasciato al caso ma ha bisogno di una programmazione puntuale, condivisa e costantemente monitorata.

    Tra le risorse pubbliche, naturalmente, ci sono anche quelle nazionali e, in particolare, i cosiddetti Fondi per lo sviluppo e la coesione (FSC, ex FAS): si tratta di uno strumento per la realizzazione di interventi in aeree sottoutilizzate elargiti dal CIPE (Comitato interministeriale per la programmazione economica) e gestiti anch’essi dalle Regioni. Tutto ruota attorno a Piazza De Ferrari e la gestione delle attuali emergenze unita alle imminenti elezioni, purtroppo, disegnano un quadro non esattamente ottimale.

    «L’attuazione di questo piano industriale – chiosa il presidente di Amiu, Marco Castagna – potrebbe essere una delle nostre ultime opportunità: non ci sono molte alternative. Si tratta di un progetto credibile che deve essere visto come opportunità di sviluppo per l’intera Regione, intorno al quale si deve ritrovare un po’ di quella visione strategica che negli ultimi tempi mi sembra si sia un po’ persa perché ciascuno pensa solo alla propria autotutela». Appunto.

     

    Simone D’Ambrosio

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  • Eroina, ancora tu. Consumo in aumento, oltre 3000 i pazienti del Sert genovese

    Eroina, ancora tu. Consumo in aumento, oltre 3000 i pazienti del Sert genovese

    eroina-papavero-oppioL’abuso di eroina e droghe pesanti da parte di giovani e meno giovani era una piaga che in molti pensavamo ingenuamente sconfitta. I nati negli anni ’60 e ’70 ricordano i danni causati dall’eroina perché li hanno vissuti sulla loro pelle, magari tramite l’esperienza di un amico o di un famigliare. Quelli della mia generazione, i nati negli anni ’80, anche se più giovani, sono stati influenzati da film, canzoni, letteratura e racconti di amici più grandi. Erano anni in cui si sentiva parlare di tossicodipendenze, si potevano vedere con i propri occhi i volti stremati dei “tossici” e se ne viveva l’emarginazione a livello sociale. Poi qualcosa si è rotto, o forse semplicemente tutto è rimasto uguale ma non ce ne siamo resi conto: riaprendo gli occhi nel 2014, dopo un buon decennio in cui ci eravamo assopiti, ci siamo accorti che no, la piaga della tossicodipendenza non è stata sconfitta, e che sì, i giovani fanno ancora uso di eroina (anche se nel frattempo si sono fatte strada una serie di altre droghe, dalla cocaina alle sintetiche, tutto molto più accessibili e a buon mercato).

    L’inchiesta integrale è pubblicata sul numero 56 di Era Superba (dove trovare la rivista). Sostenendo Era Superba puoi ricevere ogni uscita direttamente a casa o sulla tua email (qui maggiori informazioni).

    Abbiamo cercato di scoprire di più, interpellando esperti del settore che operano nella città di Genova da oltre due decenni e che hanno vissuto le metamorfosi della droga e i cambiamenti della scena giovanile. Infatti, il capoluogo ligure non è immune da questa problematica: vi siete mai accorti, passeggiando, tra centro e periferia, della quantità allarmante di siringhe buttate per strada e nei parchi? Dal Carmine all’Hennebique, passando per il centro storico e Castelletto, spesso capita di trovare i resti di quello che è il perfetto kit del tossicodipendente. Come mai è tornata la moda del “buco”, e dove ci sta portando?

    eroinaNon si tratta di un fenomeno nostrano, piuttosto del riflesso di una tendenza globale, in cui gli USA fanno da apripista: dopo la liberalizzazione delle droghe leggere in molti Stati, nel giro degli ultimi anni pare sia andato formandosi un mercato nero di spaccio di droghe pesanti a prezzi sempre più vantaggiosi. I trafficanti non avevano intenzione di mollare le redini e andare in pensione anticipata: così i campi di marijuana sono stati riconvertiti a coltivazioni di papavero, si è iniziato a produrre più oppiacei (e quindi più eroina) e il prezzo è calato drasticamente (si parla di 4 dollari per dose). Lo stesso vale per la “droga dei ricchi” per antonomasia, la cocaina. Per non parlare poi della moda dell’abuso di antidolorifici e affini, le cui recenti restrizioni hanno finito anch’esse per spianare la strada all’ero. E poi, le metanfetamine che, ancora meno comuni nel nostro Paese, sono state rese celebri dalla fortunata serie tv Breaking Bad. In breve, tra 2007 e 2012 i fruitori negli USA sono quasi raddoppiati, arrivando a quota 670 mila, e ogni anno – stando al Daily Beast – si registrano 38mila decessi per overdose, di cui il 75 % sono overdose da oppioidi.

    Nel vecchio continente, abbiamo cominciato a porci il problema più di recente, quando la morte di alcune celebrities hollywoodiane – una sua tutte, Philip Seymour Hoffman a febbraio 2014 – ha fatto da cassa di risonanza. Così si è venuto a sapere che in Europa nel 2011 sono stati segnalati circa 6.500 decessi per overdose (18 per milione di abitanti), in particolare da eroina, con punte in Norvegia ed Estonia.

    In Italia, secondo il Rapporto riferito al 2013 del Dipartimento per le politiche antidroga, il 95,04 per cento della popolazione tra i 15 e i 64 anni (indagini campionarie) non ha assunto stupefacenti e il consumo di eroina risulta in calo costante dal 2004. Tuttavia, aldilà dei rapporti ufficiali, ci sono dei segnali palesi che dicono il contrario.

    Per quanto riguarda nello specifico Genova, i numeri sono poco rassicuranti. Ce lo spiegano i medici del Sert di Via Sampierdarena: i dati relativi al primo semestre 2014 dicono che i pazienti in carico in tutta la città sono 3723, di cui 3110 tossicodipendenti, 518 alcolisti e 95 giocatori d’azzardo. Di questi, 322 sono nuovi casi.

    Per quanto riguarda il territorio di Sampierdarena, San Teodoro, Sestri Ponente e Cornigliano, è coperto da due soli servizi ambulatoriali, che fanno capo del Dipartimento di Salute Mentale: insufficienti, ci dicono, a coprire un territorio spesso problematico come questo. Qui a Ponente, sempre nel primo semestre 2014, i pazienti registrati sono stati 903, con 86 nuovi casi, con altri 691 (di cui 43 nuovi) che gravitano su questa sede dalla Valle Scrivia. Sempre per restare in zona, i pazienti del Sert di Voltri sono, ad esempio, 551 e sulle stesse cifre si aggirano gli altri servizi. In generale, rispetto agli precedenti, l’incremento è del 15%.

    Elettra Antognetti

    L’inchiesta integrale su Era Superba #56

  • Ecco la democrazia “matriosca”: dal popolo italiano a Matteo Renzi, passando dalla direzione del Pd

    Ecco la democrazia “matriosca”: dal popolo italiano a Matteo Renzi, passando dalla direzione del Pd

    renziL’Italia è un paese meraviglioso. Ma soprattutto è un paese profondamente democratico, dove la democrazia è davvero rispettata e ossequiata nel suo spirito più genuino.

    Tutto origina dal popolo che si autogoverna eleggendo i suoi rappresentanti. In realtà non proprio tutto il popolo, perché per votare occorre avere diciotto anni. Ad esempio alle ultime politiche gli aventi diritto erano l’83% della popolazione. Ma decide pur sempre la maggioranza: e naturalmente gli altri, per rispetto della democrazia, si devono adeguare. Naturalmente.

    Una scelta democratica è anche quella di esprimere dissenso o distacco dalla politica non partecipando al voto. L’anno scorso, ad esempio, i votanti per la Camera dei Deputati sono stati il 75% degli aventi diritto. Però decide sempre la maggioranza: e naturalmente quelli che non hanno votato, per rispetto della democrazia, si devono adeguare. Naturalmente.

    Poi i rappresentanti del popolo, così democraticamente eletti, procedono a formare una maggioranza di governo. Ad esempio il governo Renzi alla Camera conta su un sostegno di 388 voti su 630. Dunque decide sempre la maggioranza: e naturalmente gli altri parlamentari, per rispetto della democrazia, si devono adeguare. Naturalmente.

    All’interno della maggioranza di governo, però, i gruppi parlamentari minori non possono votare contro i provvedimenti dell’esecutivo. Possono farlo solo sulle questioni secondarie; ma rispetto ai punti più rilevanti, per i quali il governo pone la fiducia, un eventuale voto contrario della minoranza metterebbe a repentaglio la sopravvivenza della maggioranza (il famoso ricatto dei partitini): e questo sarebbe “manifestamente” antidemocratico. Ad esempio, in questo momento alla Camera i gruppi minori della coalizione di governo hanno tutti insieme solo 90 seggi: che è poca cosa rispetto ai 298 del Partito Democratico. Pertanto, anche se quest’ultimo aveva incassato solo il 27% dei voti della gente, in Parlamento bisogna che a decidere sia sempre la maggioranza: e naturalmente gli altri deputati, per rispetto della democrazia, si devono adeguare. Naturalmente.

    Il partito di maggioranza relativa a sua volta deve decidere la linea politica da tenere. Ad esempio, il PD ha inventato uno strumento molto democratico: le primarie, con le quali elegge sia il suo segretario che l’Assemblea Nazionale. E nelle primarie del 2013 è stato eletto Matteo Renzi con oltre il 67% dei consensi. Pertanto, come si vede bene, ancora una volta decide la maggioranza: e naturalmente gli altri iscritti, per rispetto della democrazia, si devono adeguare. Naturalmente.

    Infine, a maggior garanzia, sono poste delle limitazioni al potere del segretario e dei suoi fedelissimi. Infatti i mille membri che compongono l’Assemblea Nazionale, più varie assemblee regionali, eleggono a loro volta i membri della Direzione Nazionale, che può esprimere un indirizzo politico anche contrario rispetto a quello del segretario. Cosa che non è successa, a dire il vero, lo scorso 28 settembre, quando la Direzione ha confermato in pieno la linea di Renzi sul tema del lavoro. Eppure bisogna considerare che Renzi ha incassato 130 voti favorevoli su 161: un ottimo 81%. Dunque, anche questa volta a decidere è stata la maggioranza: e naturalmente gli altri membri della direzione, per rispetto della democrazia, si devono adeguare. Naturalmente.

    Con ciò si dimostra che l’Italia è un paese perfettamente democratico. A decidere è solo Matteo Renzi: ma non certo perché sia un leader populista, pilotato da alcuni poteri forti e tollerato da altri (già pronti a sostituirlo, non appena completato il lavoro sporco). Certo che no: anzi, è l’esatto contrario. Renzi è lì a portare avanti le sue idee semplicemente perché siamo in democrazia. E in ossequio a questa democrazia ha avuto il sostegno – attenzione a non perdersi – dell’81% di 160 membri della Direzione, eletti da 1400 membri dell’Assemblea, eletta sulle base delle stesse consultazioni primarie che avevano incoronato Renzi con il 67% dei consensi; primarie a cui aveva partecipato un numero di elettori pari al 34% di quel 27% che aveva votato PD alle ultime elezioni politiche; politiche alle quali aveva partecipato il 75% dei votanti sull’83% degli aventi diritto!

    La democrazia italiana, insomma, è una splendida matriosca: la apri e dentro ci trovi un’altra democrazia; che si apre anch’essa, rivelando a sua volta ancora un’altra democrazia. E così via. In questo gioco meraviglioso, di democrazia in democrazia, di maggioranza in maggioranza, si arriva alla fine all’ultima bambola: che è un segretario di partito indicato da appena il 3% della popolazione italiana.

    Ora, questo in apparenza non sembrerebbe propriamente un concetto democratico. Ma se guardiamo meglio, capiamo subito che non c’è nulla di cui preoccuparsi: quella minoranza in realtà non ha esercitato un potere elettivo esclusivo; perché nei fatti, per fortuna, Renzi sta facendo tutto il contrario di quello che aveva promesso! Naturalmente.

     

    Andrea Giannini

  • I giardini di Venezia: terreni sottratti alla Laguna, piante esotiche da tutto il mondo

    I giardini di Venezia: terreni sottratti alla Laguna, piante esotiche da tutto il mondo

    giardini-di-venezia-1In generale quando si pensa a Venezia, viene immediatamente in mente il mare, la Laguna, l’acqua ed un intricato labirinto di calle su cui si affacciano i palazzi cittadini. In questo panorama, passa, apparentemente, in secondo piano il Verde. Durante una mia vacanza di qualche anno fa, ho avuto modo di capire quanto siano invece numerosi, e spesso segreti, i giardini della Serenissima. Un po’ come in altre città italiane, Genova in particolare, a Venezia alberi, arbusti e cespugli si celano, spesso volutamente, tra gli edifici. Serve uno sguardo attento (e buone amicizie!) per poter cogliere il ricco insieme che si nasconde sulle terrazze e nei giardini interni ai palazzi.

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    Sin dai tempi più remoti la città, grazie ai commerci con l’Oriente, ha importato numerosissime e particolari varietà di piante, per lo più sconosciute altrove. In particolare preziose ed inusuali erbe aromatiche, moltissime varietà di rose, di oleandri e molti rampicanti profumati sono sempre stati assai apprezzati ed utilizzati.

    I giardini veneziani sono poi, tra loro, estremamente diversi, si passa da quelli classici ai moderni, dagli articolati ai linearissimi, dai barocchi a quelli essenziali. Si spazia dal labirinto del monastero di San Giorgio Maggiore, dedicato dalla Fondazione Cini a Borges nel 2011, all‘orto-giardino con ulivi del monastero del Redentore dei francescani (così impostato per ricordare il luogo di nascita di San Francesco d’Assisi), al parco barocco di Palazzo Barnabò con fontane, statue ed un incredibile affaccio sui canali, all’inaspettato bosco “selvaggio” di Palazzo Soranzo, fino alla stupefacente e vagamente nipponica semplicità concettuale del giardino di Carlo Scarpa della Fondazione Querini Stampalia…

    giardini-di-venezia-3

    Stanti gli spazi limitati, i veneziani hanno poi sempre sfruttato, per i loro giardini, la ricca campagna intorno alla città. Le enormi ricchezze provenienti dai traffici marittimi sono state investite in numerosissime tenute campestri in cui l’estetica sposava le esigenze dalla produzione agricola. Poste a poca distanza della città, queste proprietà erano abbellite da lussureggianti giardini.

    Per citarne solo uno, si pensi allo splendido parco barocco (uno dei più belli d’Italia!) di Villa Barbarigo Pizzoni Ardemani, giunto sino a noi quasi immutato. Le infinite controversie legali, succedutesi nei secoli, tra eredi legittimi o meno, in merito alla proprietà della tenuta ed allo sconfinato patrimonio familiare, economico, artistico e paesaggistico, hanno infatti provvidenzialmente “congelato” il giardino nel tempo.

    giardini-di-venezia-4Venezia e le ville venete sono strettamente legate e rappresentano quindi un percorso integrato che merita di essere scoperto perché offre un variegato insieme di giardini, molto differenti tra loro per caratteristiche e peculiarità. Tanto quelli di città sono, in genere, piccoli, articolati e spesso “intricati”, quanto quelli in campagna sono invece estesi fino a perdita d’occhio, caratterizzati da prati, alberi secolari e da filari di statue a sottolinearne le sconfinate dimensioni. Nei primi predominerà il profumo ed il colore di rose, rampicanti e varietà esotiche, nei secondi la luce ed il verde chiaro dell’erba che si perde, all’infinito, nella campagna pianeggiante.

    In tutti, dominerà però sempre l’acqua, si tratti delle calle veneziane su cui si affacciano i cortili ed i giardini cittadini o di quella dei canali dei parchi. Ovunque vi è un susseguirsi di fontane tese ad abbellire il paesaggio, estenderne le dimensioni, valorizzare le alberature e le tenute barocche, che si riflettono nelle vasche. L’acqua ha, nel giardino veneto, però soprattutto un valore simbolico: ricorda il Mare, solcato per i traffici con paesi lontani. Rappresenta in sintesi l’elemento su cui si fonda tutta la fortuna e la grandezza della città.

    A Venezia l’acqua nutre parchi e giardini ma, al tempo stesso, mina le fondamenta dei palazzi, che su di essa galleggiano. Rappresenta quindi l’origine della Serenissima, l’inizio e la fine. È la fonte delle passate ricchezze terrene ma ricorda sempre quanto queste ultime “scorrano” e siano fugaci.

     

    Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano

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    Per informazioni: ema_v@msn.com

  • Genova in ginocchio, ancora una volta

    Genova in ginocchio, ancora una volta

    alluvione-genova-10-ottobre-2014 (48)
    Esondazione del Fereggiano

    Colpita e affondata. A Genova è alluvione, ancora una volta. Nella notte un forte temporale si è rovesciato sulla città, intorno alle 23.30 la prima esondazione del Bisagno, seguito a ruota dal Fereggiano e dallo Sturla. Poco dopo la mezzanotte giunge la notizia del ritrovamento della vittima, un uomo travolto dall’acqua nel tunnel di via Canevari.

    Danni e allagamenti in Val Bisagno nella zona di Sant’Agata e Borgo Incrociati, a Marassi in Corso Sardegna e Corso Torino sino alla Foce, e nella parte alta all’altezza di via Adamoli a Molassana e al Giro del Fullo. Allagato anche il centro cittadino, Brignole, via XX Settembre e via Cesarea. Danni anche a Sturla e Borgoratti.
    Un copione, purtroppo, a cui avevamo già assistito tre anni or sono. Nessuno lo aveva previsto, neanche questa volta.

  • Da Genova a Gerusalemme in bicicletta, Era Superba in viaggio con Il Capitano

    Da Genova a Gerusalemme in bicicletta, Era Superba in viaggio con Il Capitano

    alessandro-zeggio-bicicletta-genova-gerusalemme (2)Alessandro Zeggio, detto il Capitano, dal 6 settembre è in sella alla sua bicicletta pieghevole e sta pedalando per raggiungere Gerusalemme. Nella lunga intervista pubblicata sulle pagine di Era Superba 56 (dove trovare la rivista), Alessandro ci aveva raccontato i preparativi, la tanto attesa partenza e le prime tappe del viaggio. Lo avevamo lasciato a Benevento, ospite ancora una volta di un’accogliente sacrestia; il 20 settembre, un paio di giorni dopo, si è procurato il biglietto da Bari per Durazzo; appena sbarcato, si è immediatamente reso conto che il clima intorno a lui era cambiato.

    «Sono stato messo in guardia decine di volte in questi quindici giorni, e decine di volte mi sono sentito dire che ero un pazzo a tentare questa cosa. Ho incontrato un signore che mi ha spiegato per filo e per segno tutti i pericoli verso cui sto andando incontro, aveva un tono grave, realmente preoccupato, e mi ha messo ansia, lo devo ammettere. Mi ha detto di stare attento a chi potrebbe fingere interesse alla mia iniziativa solo per rapinarmi, di non accettare mai sistemazioni di fortuna, come ho fatto finora, e mai e poi mai fidarmi delle persone che incontro ma di ragionare solo in base a quello che sembra conveniente e sicuro per me».

    «Ecco – continua Alessandro – quella sensazione di sentirmi parte di un Noi che mi ha accompagnato fin qui, diciamo che è svanita. Comunque a Tirana mi fermerò un paio di giorni a fare il turista, e cercherò di ambientarmi nella nuova situazione».

    Quindi, date le premesse, alla fine il Capitano ha cercato di attraversare piuttosto rapidamente l’Albania, dopo tre giorni di “testa bassa e pedalare”. Al confine, però, ancora una botta di adrenalina prima di lasciarsi alle spalle il paese: «mi hanno portato in caserma, un poliziotto ha iniziato a frugarmi nelle borse, tirava fuori  tutto, ma proprio tutto quello che trovava fino in fondo, e quando ha visto i bengala ha fatto la faccia soddisfatta e stava per azionare  il cordino e lanciarne uno, poi ha preso lo spray al peperoncino e se lo è puntato in faccia… continuava a frugare e a dire che il confine, con quelle cose addosso, non potevo passarlo. Alla fine gli ho passato qualche banconota per farlo smettere, e ci sono riuscito, dopo aver incassato si è rabbonito e mi ha lasciato andare, finalmente!»

    Clima da vecchie frontiere, dunque, quelle che interessavano anche il territorio dell’attuale Unione Europea. Corruzione e terrorismo psicologico all’ordine del giorno. Ma  il viaggio di Alessandro rappresenta un valore aggiunto anche per questo, ci restituisce le sfaccettature di un mondo che troppo spesso crediamo con presunzione di conoscere e poter giudicare, magari solo in base ad una breve vacanza.

    Nella Repubblica Macedone, anche se il clima era piovoso e freddo, psicologicamente è andata molto meglio. Alessandro ha potuto gironzolare nei vicoli di Ocride /Ohrid, la “Gerusalemme slava” con la fotocamera in mano, una delle cose che in Albania gli avevano sconsigliato di fare. Oltre a questo, la bellezza dei monumenti (si dice che questa città avesse 365 chiese, una per ogni giorno dell’anno)  la pulizia e cura sia della città, sia dei vari paesini attraversati lo hanno decisamente rinfrancato, e anche se ammalato ( ha sottovalutato l’escursione termica pedalando fino a 1200 metri di altezza, e si è  ritrovato febbricitante) ha potuto sentirsi pienamente “on the road again” in quella che gli è sembrata una Svizzera dell’est.

    Quindi è finalmente entrato in Grecia, si è fermato ad Edessa, una cittadina ricca di acque, fresca e verdissima, attraversata da mille rivoli e cascate che, ci racconta Alessandro, da queste parti è anche detta la piccola Amsterdam. Poi via, verso un nuovo mare, l’Egeo, attraverso Salonicco, città universitaria dove un’insospettabile movida, animata dagli studenti e dagli ultimi turisti, gli ha scrollato di dosso quel po’ di solitudine e di stanchezza che gli era rimasta appiccicata addosso. «Questa è una città con una storia di 3000 anni, impantanata in un traffico vischioso e paralizzante, con una cronica carenza di percheggi dovuta alla struttura della città, marittima e collinare. Vi ricorda per caso qualche altro posto?!… Però qui pedalare è facile e sicuro, perché la tradizione della bici è molto radicata e anche fuori dalle piste ciclabili, comunque numerose, il ciclista è rispettato. Le similitudini a questo punto sembrano svanire!»

    Attraversando la Grecia e seguendo la Via Egnatia, Il Capitano è arrivato a Komotini, a circa 20 km dal mare: qui la vicinanza della Turchia ha iniziato a farsi vedere nell’architettura dei paesi, nell’abbigliamento ed anche nella fisionimia delle persone. Poi ha raggiunto Alessandropoli, la città dove, ha detto scherzando «per via del mio nome mi aspettavo l’accoglienza con la banda, le maestre con gli alunni che battevano le mani, ballerine e giocolieri… e banchetti in strada! A parte gli scherzi, con la connessione che andava a singhiozzi, mi sono trovato, prima di arrivare qui, a fronteggiare due fra le cose che temevo di più: il vento contrario, e i branchi di cani selvatici. Con il vento ho perso clamorosamente (e non poteva essere che così) visto che le mie borse sporgono e fanno vela, in più io mi sono incaponito a spingere sui pedali per andare comunque, così mi sono sfondato le gambe ed esaurito la volontà. Con i cani per ora non ho né vinto né perso, diciamo che grazie all’aiuto dei passanti o alla fortuna sono sempre riuscito a disperderli. Però sono aggressivi, molto: quando uno, per fortuna solitario,  non mi mollava più e io non riuscivo a seminarlo, l’ho affrontato rischiando grosso, ma mi è andata bene. Spaventato dal mio vocione, forse dalla mia rabbia che è uscita tutta insieme, si è dato alla fuga senza più voltarsi indietro».

    E non si volta indietro neanche Alessandro, che intanto è entrato in Turchia, un confine “pesante”, sicuramente simbolico: attraverso una linea immaginaria si esce  in qualche modo dall’Europa, almeno quell’Europa che conosciamo o che crediamo di conoscere. Per lui ora si apre un nuovo mondo, una nuova incognita.

    A questo punto, con Istanbul quasi a vista, un piccolo bilancio si impone, e gli abbiamo chiesto se abbia mai pensato, almeno una volta… “ma chi me l’ha fatto fare, che cosa ci faccio io qui da solo”.

    «Pentito no! Mai!», ci risponde senza esitazioni. Riguardo alla solitudine, invece, ammette che a volte essere in due non sarebbe così male, ma si riferisce al lato pratico della faccenda; sentirsi solo per lui è, come dire, un effetto collaterale messo in conto fin dall’inizio. Intanto, il primo impatto con i turchi, con i giovani turchi, è stato veramente positivo: «Ho incontrato questi due ragazzi, Suleyman e Mehmet Ali, due fratelli: io avevo una gran voglia di mangiare l’anguria che vendevano al bordo della strada, e anche se nella mia testa avevo un piano di viaggio, alla fine mi sono fermato a chiacchierare. Loro continuavano a ripetermi “you’re  a little crazy” e mi presentavano con orgoglio a tutti quelli che si fermavano a comprare; poi è arrivata una ragazza che aveva studiato in Italia, abbiamo ancora chiacchierato e riso, e alla fine abbiamo mangiato le polpette sul prato tutti insieme. Quando sono ripartito mi sentivo davvero meglio, più grintoso ed energico, e mi sono ancora preso il tempo per un bicchiere di “chay” il thé turco, che mi hanno offerto direttamente sul cofano di una macchina, accompagnato dai biscotti e da un’incomprensibile chiacchierata in italo-turco, che ci ha fatto ridere da matti… Solitudine? Noooooo!!»

     

    Bruna Taravello

     

  • Come sarà il mondo del lavoro nel prossimo futuro: i computer, forse, non ci ruberanno il posto

    Come sarà il mondo del lavoro nel prossimo futuro: i computer, forse, non ci ruberanno il posto

    lavoro, futuro e occupazioneIn queste ultime settimane si parla molto della riforma del lavoro e Jobs Act. Un argomento certamente di grande interesse, ma è passato molto in secondo piano un altrettanto importante studio di David Autor, ricercatore del dipartimento di Economia del MIT di Boston, che ha messo in evidenza come potrebbe cambiare il mondo del lavoro nei prossimi anni e quale ruolo avranno in questo processo i computer. Insomma, mentre ci apprestiamo a seguire lunghe discussioni sul Jobs Act, ci possiamo immaginare lo scenario del mercato del lavoro dei prossimi anni.

    In molti, negli ultimi mesi, hanno fatto previsioni cupe sul futuro mercato del lavoro, prevedendo addirittura per i prossimi decenni una crescita economica ‘jobless’, senza cioè un contemporaneo aumento dell’occupazione. Il motivo sarebbe legato alla progressiva automazione dei processi, che renderebbe obsoleto un crescente numero di professioni. Ed in effetti anche lo studio di Autor mette in evidenza, dati alla mano, che negli ultimi trent’anni negli Stati Uniti (e non solo) si è assistito ad una crescente polarizzazione del mercato delle professioni: nonostante la crisi, è aumentata l’occupazione in professioni a qualifica molto elevata (programmatori, ingegneri, manager) e relativamente bassa (addetti alla pulizia, alla sicurezza, ecc.) mentre è fortemente diminuita in settori a qualifica “media” (impiegati).

    In pratica, la disoccupazione è aumentata proprio in quei settori in cui operazioni impiegatizie di routine sono state progressivamente svolte dai computer. Eppure, secondo Autor, non saremo sostituiti dai computer e questo processo di polarizzazione non andrà avanti in maniera indefinita. Qui entra in gioco il cosiddetto paradosso di Polanyi, secondo il quale “conosciamo molto di più di quello che riusciamo a spiegare”. Detto in altri termini, computer e robot non possono essere programmati per svolgere tutta una serie di operazioni complesse, dettate da conoscenze “tacite”, legate all’esperienza personale dell’individuo. Ecco perché, proprio per questo motivo, se una serie di operazioni impiegatizie saranno progressivamente eseguite dai computer, nasceranno nuove professioni che valorizzeranno l’esperienza e la flessibilità che solo l’essere umano può garantire.

    Se le macchine potranno svolgere operazioni impiegatizie, sempre più imprese nel futuro cercheranno ‘facilitatori‘ in grado di semplificare i processi e le pratiche amministrative. Allo stesso modo, i robot entreranno sempre di più nelle famiglie, ma proprio per questo nasceranno professioni legate a questa diffusione, come il consulente per robot, in grado di consigliare le famiglie per la scelta del robot, configurare il robot stesso e modificarne di volta in volta la programmazione, oltre che fare manutenzione. In un settore competitivo come il poker sportivo, già oggi molti giocatori si formano avvalendosi di software avanzati come il calcolatore delle probabilità nel poker, ma saranno sempre più richiesti dai pokeristi professionisti coach e mentor in grado di trasferire le loro conoscenze ed esperienze, soprattutto nella psicologia del gioco.

    Insomma, mentre imperversano teorie allarmistiche neo luddiste, dal MIT di Boston arrivano previsioni più rassicuranti, che tengono conto del fatto che, al netto degli impieghi persi nel settore impiegatizio, si creeranno nuove professioni necessarie nei futuri scenari economici. E soprattutto, si creeranno nuove professioni di “media qualifica”, che fermeranno quindi il processo di polarizzazione: non tutte le procedure possono essere infatti esplicitate e di conseguenza saranno valorizzate professioni che combinano le abilità tecniche (parzialmente sostituibili dalle macchine) con la flessibilità e la capacità di sintesi tipiche dell’essere umano. Insomma, cambierà sicuramente il mercato del lavoro, ma ancora più di un tempo sarà importante investire nella formazione e nella valorizzazione di quelle abilità che non possono essere sostituite dalle macchine.

  • “Genova 2025”, waterfront: da Punta Vagno a Ponte Parodi, le aree ex Fiera e l’Hennebique

    “Genova 2025”, waterfront: da Punta Vagno a Ponte Parodi, le aree ex Fiera e l’Hennebique

    porto-waterfront-genova-DILa matita dell’artista da un lato, la razionalità dell’amministratore dall’altro. “Genova schiacciata sul mare”, Genova che “sembra cercare respiro al largo, verso l’orizzonte”. #Genovamorethanthis il futuro della propria immagine se lo gioca proprio qui, in questa dicotomia tra utopico affresco e sostenibile riorganizzazione degli spazi. Spazi che abbondano ai margini di una città che rischia ogni giorno di perdere sempre più la sua ormai antica vocazione industriale. Spazi occupati, angusti e affascinanti, tra quei “labirintici, vecchi carrugi (licenza poetica, a Francesco Guccini si può concedere)” affacciati sul porto, all’ombra della Lanterna. Ma soprattutto spazi che hanno bisogno di essere liberati, spostati, riassegnati per dare vita a una nuova idea di città sostenibile.

    Questa è una preview, l’inchiesta integrale è pubblicata sul numero 56 di Era Superba (dove trovare la rivista). Sostenendo Era Superba puoi ricevere ogni uscita direttamente a casa o sulla tua email (qui maggiori informazioni)

    La Genova di domani non può essere una città legata ai grandi sogni perché “palanche”, inutile negarlo, non ce ne sono. Almeno per adesso. Gli anni delle Colombiane, del G8, di Genova capitale europea della cultura sono ormai un ricordo che ha comunque lasciato segni indelebili come il Porto Antico e il Centro Storico patrimonio Europeo dell’Unesco ma non ci si può però fermare qui. Genova, come dice il nuovo slogan cinguettante, è molto più di questo o, quantomeno, vorrebbe provare a esserlo. E, allora, che città sarà nel 2025? Il nodo cruciale non può che essere l’affaccio sul mare, quel cosiddetto waterfront che si estende per una trentina di km di costa, da Nervi a Voltri, e che si vuole potenziare e valorizzare proprio a partire dal suo cuore di fronte al centro cittadino.

    waterfront-renzo-pianoQualcuno, addirittura, è arrivato a sognare un nuovo Porto Antico, tanto da ipotizzare l’affidamento a Renzo Piano, del progetto di riqualificazione delle aree ex Fiera acquistate dal Comune tramite Spim (qui l’approfondimento) perché non più necessarie ad attività fieristiche e molto più utili a salvare i disastrosi bilanci della Fiera di Genova. Già, Renzo Piano, proprio colui che a partire dal ’94 aveva ricevuto le chiavi artistiche della costruzione del Porto Antico sulle aree dell’Expo colombiano del ’92 e che tra 2004 e il 2008 aveva provato, senza alcun risvolto concreto, a ridisegnare tutto l’affaccio sul mare della città da piazzale Kennedy fino a Voltri.
    Ma anche questa volta gli affreschi dell’archistar potrebbero restare solo sulla carta perché i soldi, appunto, non ci sono e bisogna fare i conti con la realtà e con le esigenze del territorio. «Piano fa disegni perché sono belli e perché deve vendere disegni belli – commenta il vicesindaco del Comune di Genova e assessore all’Urbanistica, Stefano Bernini – io invece devo confrontarmi con la necessità di fare un lavoro in tempi rapidi per poter offrire spazi che siano coerenti con le mie necessità industriali. Stiamo parlando della volontà di valorizzare una delle aree più interessanti della nostra città, che riceve la fascia di arrivo in centro di tutta la Val Bisagno, che è a pochi passi dalla stazione Brignole e che, soprattutto, è la porta di collegamento naturale tra levante e ponente, attraverso via XX settembre. Perché dobbiamo fissare l’immagine futura della città sui disegni di Renzo Piano? Se Piano decide che lì vuole metterci una spiaggetta, o si fa la spiaggetta o non si fa nulla? Invece, rimettendo a posto i bagni comunali, utilizzando le proprietà della Marina militare che passeranno ad Autorità portuale, sfruttando le idee e gli investimenti del Municipio nell’area Govi, possiamo disegnare un percorso molto produttivo».

    Ma allora esiste davvero un’idea, un’immagine futura della città? Sia il vicesindaco che i tecnici del Comune sanno bene che il disegno del nuovo waterfront su cui stanno lavorando gli uffici di Tursi non avrà lo stesso appeal dei disegni proposti da Piano. Tuttavia, l’intento è quello di proporre un’idea che possa essere effettivamente realizzabile con le risorse a disposizione. «Il grande sforzo è stato arrivare alla conoscenza dei punti più piccoli – racconta Bernini osservando una lunga cartina del litorale genovese – che è anche l’unica possibilità per goderci questa città e farla godere a pieno. L’artista bravo è quello che arriva al bello, al meglio possibile partendo dalle esigenze e dalle risorse delle città, che è il vero committente. Lo sforzo degli uffici è stato proprio questo: produrre un disegno che non fosse un gesto pittorico artistico ma mettere insieme un qualche cosa che avesse una serie di verifiche di legittimità e desse garanzie alla cittadinanza». Più che un nuovo Porto Antico allora, si tratterà, come recita lo stesso Piano Urbanistico, di sottoporre a “una complessiva riqualificazione mediante la realizzazione di opere funzionali alla sua fruizione ed alla riorganizzazione degli spazi di rimessaggio delle imbarcazioni e delle attrezzature balneari e ricettive, ivi inclusa l’integrazione con l’utilizzo della superficie del depuratore e la ristrutturazione dei relativi spazi ed attrezzature ad uso pubblico e collettivo” tutto l’arco litorale compreso tra Punta Vagno e piazzale Kennedy e da qui arrivare fino alla zona dell’Expo.

    Punta Vagno

    Per quanto riguarda Punta Vagno tutto ruota attorno al trasferimento dell’Istituto idrografico della Marina (qui l’approfondimento) dalla collina di Oregina a Calata Gadda, nell’ex palazzina Selom, quasi a ridosso del Molo Vecchio. Che c’entra con Punta Vagno e corso Italia?  I nuovi spazi di Calata Gadda ospiteranno tutte le attività collegate all’Istituto idrografico e questo comporterà anche la dismissione dell’ex Batteria Stella (sulla strada che unisce la Fiera del Mare al Porto Antico) e della zona diportistica di Punta Vagno. L’accordo  con Autorità Portuale, però, non c’è ancora stato. Inoltre, l’area può essere recuperata solo se al Ministero vengono offerti anche degli appartamenti e da Palazzo San Giorgio nulla ancora si è mosso alla ricerca di immobili disponibili.

    Ponte Parodi

    silos-ponte-parodi-hennebique-d3Con un investimento tra i 150 e 200 milioni di euro, invece, nell’area di Ponte Parodi (circa 40 mila metri quadrati accanto alla Darsena) dovrebbe sorgere un cosiddetto “fun-shopping center” (qui l’approfondimento) che darebbe vita a una “grande piazza sul Mediterraneo” con l’obiettivo di catturare soprattutto l’attenzione e la presenza dei giovani. Ma di grande per ora c’è soltanto l’ambizione: il progetto, presentato nel 2000 e approvato definitivamente nel 2002, sarebbe dovuto terminare già nel 2010. Invece, negli ultimi mesi, si è fatta largo anche l’ipotesi che l’idea potesse essere ormai desueta e non rispondesse più, da un lato, ai bisogni della città, dall’altro, all’interesse del Gruppo Altarea che si è aggiudicato l’area.

    Silos Hennebique

    silos-ponte-parodi-hennebique-d2A pochi metri di distanza da Ponte Paorodi sorge un’altra imponentissima zavorra del waterfront genovese, il silos Hennebique. È passato quasi un anno da quando il 29 novembre 2013 il bando per la concessione novantennale dell’ex silos granaio alle spalle della Darsena è andato deserto (qui l’approfondimento). Stiamo parlando di una delle più grandi strutture abbandonate della nostra città: 210 metri di lunghezza, 33 di larghezza e 44 di altezza, con 210 pilastri e 38 mila metri quadrati calpestabili. Autorità portuale e Comune di Genova avevano annunciato un nuovo bando, più leggero soprattutto dal punto di vista delle funzioni ammissibili, in tempi abbastanza rapidi. Ma, come detto, un altro anno è passato invano. Secondo il vicesindaco Bernini la soluzione attualmente al vaglio è quella di «pensare di realizzare un centro economico-direzionale legato ad attività portuali». Hennebique come nuovo Palazzo San Giorgio dove si decidono i traffici commerciali della città? Anche qui non possiamo far altro che restare a guardare.

     

    Simone D’Ambrosio

    L’inchiesta integrale su Era Superba #56

  • Ecco il nuovo depuratore di Genova, sostituirà gli attuali impianti di Cornigliano e Volpara

    Ecco il nuovo depuratore di Genova, sostituirà gli attuali impianti di Cornigliano e Volpara

    Cornigliano

    Tra il 2017  e il 2020 Cornigliano e Genova, più in generale, avranno il nuovo depuratore in grado di sostituire l’attuale impianto di via Rolla nonché la struttura di trattamento fanghi della Volpara grazie al collettamento di tutti i fanghi provenienti dai depuratori di Punta Vagno, Centro Storico, Valpolcevera e Sestri Ponente. Il 23 settembre scorso è stato sottoscritto il contratto tra Comune, Mediterranea delle Acque e Società per Cornigliano per la cessione del diritto di superficie delle aree ex Ilva in cui sorgerà l’impianto di trattamento di fanghi e acque (qui l’approfondimento).

    «Il nuovo impianto – ha detto questa mattina l’assessore all’Ambiente, Valeria Garotta – permetterà di dare risposta a due importanti problemi di convivenza con l’abitato generati dalle attuali strutture di trattamento dei fanghi della Volpara e di via Rolla. Va, comunque, sottolineato che i due impianti attuali non presentano problematiche ambientali e rispettano pienamente i parametri di legge per cui l’intervento è necessario esclusivamente per garantire una migliore vivibilità dei quartieri».

    «Genova – conferma l’amministratore delegato di Mediterranea delle Acque, Gianluigi Devoto – è tra le città messe meglio dal punto di vista della depurazione perché le amministrazioni che si sono succedute hanno investito parecchio su questo settore come dimostrato anche dal progressivo miglioramento della qualità delle acque di balneazione. È vero che in alcuni casi si tratta di impianti vecchi, realizzati negli anni ’80 con tecnologie superate, ma sono assolutamente efficienti e rispettano pienamente i parametri di legge a differenza di quanto accade in comuni limitrofi (Recco e Rapallo, ad esempio)».

    Come già anticipato lo scorso inverno sulle pagine di Era Superba, il nuovo depuratore sorgerà su 15 mila metri quadrati di aree ex Ilva e di proprietà di Autorità portuale, all’interno di un terreno molto più vasto (circa 114.100 mq) su cui Società per Cornigliano ha svolto opere di bonifica pubblica e risanamento ambientale e di cui ha ottenuto da Palazzo San Giorgio il diritto di superficie per 60 anni (qui l’approfondimento). Un diritto che, per una cifra di poco superiore al milione e mezzo di euro, è stato girato al Comune di Genova e quindi a Mediterranea delle Acque con la formalizzazione dell’accordo di fine settembre.

    trattamento-fanghi-genova-2020Il costo totale dell’intervento è attualmente stimato attorno 104 milioni di euro, già previsti nei piani presentati al governo e all’Autorità per l’energia elettrica e il gas e coperti dal servizio idrico integrato del territorio genovese. Nella prima fase, per la realizzazione dell’impianto di trattamento dei fanghi con una portata di 16500 tonnellate di fango essiccato all’anno, è previsto un investimento per circa 40 milioni. Questa parte di depuratore, il più grande in città per quanto riguarda il trattamento fanghi, occuperà un’area di circa 8 mila metri quadrati e dovrebbe utilizzare tecnologie avanzate e “salvaspazio” che i tecnici di Mediterranea delle Acque hanno potuto vedere alla prova in Belgio. Inoltre, con tutta probabilità, dal fango trattato sarà possibile recuperare un buon quantitativo di biogas da sfruttare per il funzionamento dello stesso depuratore, ottimizzando così il bilancio energetico della struttura.

    Questo primo lotto di lavori potrebbe concludersi entro il 2017, consentendo la dismissione dell’impianto di Valpolcevera limitatamente al trattamento fanghi e quella complessiva della struttura alla Volpara che, attualmente, lavora i fanghi provenienti dal depuratore di Punta Vagno in cui si effettua esclusivamente il trattamento delle acque.

    Per la dismissione totale dell’impianto sito in Valpolcevera si dovrà attendere il completamento della seconda fase dei lavori, dedicata alla realizzazione della struttura per il trattamento delle acque, con tecnologie a “membrane bio” che serviranno un potenziale di 240 mila abitanti per una portata giornaliera di 48 mila metri cubi e per cui sono stati predisposti 36 milioni di euro. La struttura sorgerà nei restanti 7 mila quadrati, occupati in passato dal Gruppo Spinelli e che entreranno formalmente nella disponibilità di Mediterranea delle Acque solo tra 3 anni. Ecco perché questo secondo lotto non potrà vedere la conclusione verosimilmente prima del 2020.

    Infine, gli ultimi 28 milioni di euro sono necessari per la realizzazione delle opere di collettamento, per la messa a sistema dei fangodotti e delle fognature nonché per la bonifica delle aree di Volpara e Valpolcevera interessate dagli attuali impianti.

    «Siamo grati all’amministrazione per aver voluto sbloccare una situazione impantanata ormai da anni – commenta il presidente del Municipio Medio Ponente, Giuseppe Spatola – ma non posso non lamentare che la situazione delle immissioni olfattive a Campi e Cornigliano è, seppure con frequenza ridotta rispetto al passato, talvolta ancora insostenibile. I tempi che vengono prospettati sono, ahimè, ancora un po’ lunghi per un territorio che vorrebbe rilanciarsi anche dal punto di vista commerciale e della ristorazione: spero che in questa fase intermedia non ci si dimentichi dei nostri problemi».

    Sulla stessa lunghezza d’onda Agostino Gianelli, presidente del Municipio Media Val Bisagno: «La Val Bisagno aspetta da anni che vengano risolte le problematiche dell’impianto della Volpara: quando vedo cartine e progetti che parlano di dismissione non posso far altro che dirmi felice. Spero però che si possa raggiungere qualche obiettivo ben prima del 2020 perché si tratta di dare risposte concrete alle lotte dei cittadini, esattamente quello che dovrebbero fare le amministrazioni».

    dac-depuratore-area-centralePrima del via ufficiale ai cantieri bisognerà capire quali siano le necessarie autorizzazioni ambientali richieste dalle normative regionali, nazionali e comunitarie per poter procedere. Anche se i lavori, in realtà, sono già parzialmente partiti. Ad oggi, infatti, è stato posato il 30% dei quasi 9 chilometri di tubazioni necessari a collegare l’area di Punta Vagno con la nuova area ponentina ed è stata completata la progettazione esecutiva del relativo fangodotto. Avviata è anche la posa in opera dei collegamenti tra la nuova area e l’attuale impianto di Valpolcevera a margine dei lavori per la realizzazione della Strada a Mare.

    Intanto, proseguono i lavori per il completamento dello scarico a mare del depuratore della Darsena, un’opera resa particolarmente complicata dal contesto portuale in cui sorge l’impianto (alle spalle del Museo del Mare): le tubazioni di circa 1 metro di diametro sono giunte oggi all’incirca all’altezza della Diga foranea. I lavori, per un importo complessivo di circa 20 milioni suddiviso in lotti annuali da 4/5 milioni ciascuno, dovrebbero proseguire ancora per un paio di anni. Dopodiché anche i fanghi di questa zona potrebbero confluire nel nuovo depuratore di Cornigliano ma su questo non c’è stata ancora molta chiarezza da parte dei vertici di Mediterranea delle Acque.

    Quale futuro per le aree dismesse a Cornigliano e Volpara?

    A proposito delle aree in via di dismissione, come confermato dall’a.d. Devoto, negli accordi tra gli enti è previsto che dopo la chiusura degli attuali impianti di depurazione, queste rientrino nella piena disponibilità dell’amministrazione. Per il momento, però, non sembrano esserci particolari progetti all’orizzonte. Non resta che tenere per valido quanto ci aveva comunicato ormai circa un anno fa il vicesindaco nonché presidente di Società per Cornigliano, Stefano Bernini: posto il fatto che già soltanto dalla dismissione dell’impianto attuale, Cornigliano trarrebbe grande beneficio in termini di vivibilità e respirabilità dell’aria, toccherà al Comune definire la destinazione d’uso delle aree liberate. E Tursi sembra essere orientato a concederle per l’insediamento di attività produttive e artigianali, fatte salve le necessità tecniche per la realizzazione di opere complementari al nuovo impianto.

    Simone D’Ambrosio

  • Liguria, prevenzione rischio idrogeologico: fra progetti europei e infrastrutture

    Liguria, prevenzione rischio idrogeologico: fra progetti europei e infrastrutture

    alluvione2-DIRiskNet, Proterina Due, e prima ancora Res-Mar, nomi che ai più non diranno granché, sono progetti europei con relativi fondi comunitari, dai quali negli ultimi anni, perseguendo un chiaro disegno strategico, la Regione Liguria ha coerentemente attinto risorse – non parliamo di cifre astronomiche, il finanziamento complessivo arrivato in Liguria si aggira su circa 1 milione e mezzo di euro – per sviluppare, in collaborazione con Arpal (Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente ligure) e Liguria Ricerche, una serie di azioni volte a migliorare le modalità di gestione dei rischi naturali da parte delle istituzioni, gli strumenti di comunicazione dell’allerta alla popolazione, nel contempo incrementando nei cittadini la coscienza del pericolo e dei comportamenti da tenere a tutela della propria incolumità, insomma favorendo in tutte le componenti della società la nascita di una cultura di protezione civile partecipata, secondo il nuovo approccio alla prevenzione introdotto dalla direttiva UE relativa alle alluvioni.

    Nella nostra regione il fabbisogno formativo rispetto a tali tematiche è emerso con evidenza nel 2012, durante un percorso di confronto e scambio di buone pratiche con amministratori e tecnici di 26 Comuni (nonché funzionari di Regione, Protezione civile, Arpal, e ricercatori della Fondazione Cima) – reso possibile dalla disponibilità di fondi in seno al progetto europeo del programma “Maritime Res-Mar”, Rete di tutela ambientale nello spazio marittimo – in cui tali soggetti si sono interrogati su come rendere più efficiente il sistema, soprattutto dopo gli eventi alluvionali del 2010-2011. In quelle drammatiche giornate, infatti, alle segnalazioni di allerta meteo-idrogeologiche non seguirono interventi di prevenzione efficaci a livello locale.

    L’approvazione del progetto europeo RiskNet, cofinanziato nell’ambito del Programma di Cooperazione transfrontaliera Alcotra e capofilato dalla Regione Valle d’Aosta, ha permesso di dare parziale risposta alla necessità di formazione palesatesi in Liguria. Avviato a gennaio 2013 e prossimo a concludersi a fine 2014, il progetto RiskNet intende diffondere le conoscenze raggiunte nell’ambito di RiskNat – progetto strategico (terminato nel 2012) che ha sviluppato azioni per la prevenzione e la gestione dei rischi naturali, coinvolgendo Francia, Svizzera e Italia (interessando a livello ligure le provincie di Imperia e Savona) – e sensibilizzare il grande pubblico attraverso azioni partecipate e strumenti di comunicazione innovativi.

    Le tre attività principali sono: realizzazione di seminari formativi rivolti a tecnici ed amministratori dei Comuni e di altri enti competenti in materia di protezione civile; innovazione e miglioramento degli strumenti di comunicazione, tra i quali lo sviluppo del sistema di allerta meteo via web con l’avvio del nuovo sito “www.allertaliguria.gov.it”, a cui l’Arpal sta lavorando con la Protezione civile regionale, accompagnato dall’aggiornamento dell’Osservatorio meteo-idrologico della Regione Liguria (Omirl); sensibilizzazione dei cittadini ed avvio di un percorso di pianificazione partecipata presso alcuni Comuni dell’entroterra della provincia di Imperia.

    Formazione e aggiornamento sulla cultura del rischio

    alluvione6-DIIl progetto di cooperazione transfrontaliera ALCOTRA-RiskNet, dunque, si articola su più versanti. Serena Recagno, funzionario Arpal, ha seguito la parte relativa alle attività formative/educative, quindi corsi rivolti ad amministratori pubblici (soggetti chiave dal punto di vista normativo e di gestione del territorio), ed insegnanti (figure fondamentali per sviluppare percorsi educativi sulla cultura del rischio nei confronti delle nuove generazioni). Corsi finalizzati a supportare gli amministratori per la redazione dei piani di emergenza comunali e la comunicazione ai cittadini dei contenuti degli stessi. Rispetto agli insegnanti, invece, i corsi miravano a dare un inquadramento generale delle problematiche legate ai rischi naturali, fornendo elementi e materiali per la progettazione educativa da sviluppare con gli studenti.
    «Il programma formativo per referenti comunali di Protezione civile e volontari si è svolto nel 2013 in alcuni Comuni della Province di Imperia e Savona – racconta Recagno – L’attenzione è stata focalizzata sugli aspetti più operativi della fase di pre-allerta, allerta ed emergenza: previsioni metereologiche, lettura bollettini, comunicazione e coordinamento tra operatori, organizzazione dei presidi territoriali, dinamiche psicologiche in emergenza. Inoltre, i corsi hanno previsto un’esercitazione pratica in cui i partecipanti sono stati invitati a simulare il “chi fa cosa, e come” in situazioni specifiche di pre-allerta, allerta ed evento in atto».
    Sempre nel corso del 2013 «Sono stati organizzati i corsi di formazione per insegnanti – continua Recagno – che hanno coinvolto pure gli amministratori pubblici degli enti locali in cui risiedevano le scuole, ad esempio Riva Ligure, San Lorenzo al Mare, Alassio». Comunque, sottolinea Recagno «Lo stesso approccio formativo è stato da noi utilizzato anche al di fuori dell’ambito territoriale di RiskNet (che interessa solo le province liguri più vicine al confine con la Francia), ovvero per attività formative organizzate, ad esempio, a Genova. Senza dimenticare che la Regione Liguria ha sviluppato e sta sviluppando in modo integrato più progetti europei, quali Res-Mar, Proterina C e Proterina Due, che negli ultimi anni ci hanno consentito di approfondire le tematiche legate ai rischi naturali, non soltanto quello idrogeologico, ma anche quelli legati agli incendi ed ai terremoti».

    Adesso, per quanto riguarda la Liguria «Gli obiettivi prefissati con il progetto RiskNet sono stati raggiunti – conclude Recagno – ma si continuerà a capitalizzare le esperienze fatte in altri territori. Si proveranno inoltre a replicare alcune delle buone pratiche che abbiamo visto sviluppare dai partner stranieri, come il campus universitario internazionale realizzato a Bordighera dal Centre Méditerranéen de l’Environnement (di Isle sur la Sorgue, vicino ad Avignone) per la stesura e messa online di una topoguida nella Valle del Fiume Roja»

    La situazione generale dei progetti europei dedicati alla prevenzione ambientale

    regione-liguriaIl processo di rafforzamento del sistema di prevenzione dei rischi naturali, in Liguria, è partito in seguito ai tragici eventi alluvionali del 2010-2011. «In parte finanziato da RiskNet, in parte da altri progetti europei, mentre la Fondazione Cima ha fornito un prezioso contributo scientifico – spiega Daniela Minetti, responsabile comunicazione e marketing di Arpal – La Regione Liguria ha dimostrato di saper attuare un’intelligente integrazione dei fondi UE provenienti da fonti diverse, perseguendo un disegno strategico chiaro e condiviso. Come tante tessere che compongono un puzzle. Regione, enti locali, Arpal, Protezione civile, hanno fatto uno sforzo comune per affrontare le criticità del sistema a livello regionale e locale, sia per quanto riguarda la filiera delle procedure tecniche, sia per quel che concerne gli strumenti di comunicazione, compresa l’azione di sensibilizzazione rivolta a cittadini, amministratori pubblici, funzionari, tecnici, insegnanti, in merito ai comportamenti corretti da tenere prima e durante l’emergenza».

    Laura Muraglia, funzionaria della Regione Liguria, settore Ambiente, aggiunge «Risknet è un progetto tutto sommato piccolo, che finirà a breve. La Liguria ha ricevuto in totale circa 150 mila euro, dedicati in gran parte alle attività promosse da Arpal. Proterina Due (che coinvolge i territori di Liguria, Corsica, Sardegna e Toscana) è un progetto contemporaneo a RiskNet, aperto da maggio 2013, si chiuderà a maggio 2015. Parliamo di circa 436 mila euro per la nostra regione, di cui circa 350 mila euro destinati alle realizzazione delle opere». Per la Liguria si tratta del potenziamento della rete delle infrastrutture di misurazione dei parametri meteorologici e idrogeologici. «Arpal, infatti, ha aggiornato le centraline meteo, aumentando di fatto la sua capacita di previsione degli eventi – continua Muraglia – Inoltre, sempre nell’ambito di Proterina Due, si è lavorato a livello dei Comuni per la diffusione di pratiche di pianificazione partecipata, con il coinvolgimento dei cittadini, in materia di protezione civile».
    Il progetto RiskNet, invece «Ha permesso di svuluppare un importante lavoro soprattutto in termini di formazione, comunicazione e sensibilizzazione – sottolinea Muraglia – amministratori, tecnici, referenti di Protezione civile, e volontari, avevano manifestato l’esigenza di potenziare le conoscenze sulle tematiche connesse ai rischi naturali. In tal senso è proseguita anche la parte relativa alla pianificazione dei piani di emergenza comunale. Infine, Arpal sta agendo per rinnovare il sistema di allerta meteo online, un processo che deriva anche dalle indicazioni del dipartimento centrale di Protezione civile».
    Comunque, tutte queste iniziative «Nascono da una sorta di progetto “padre”, Res-Mar, Rete di tutela ambientale nello spazio marittimo, partito nel 2010 e chiuso nel 2013 – conclude Muraglia – Alla Regione complessivamente sono arrivati circa 944 mila euro, dei quali circa 237 mila euro per l’azione di sistema E “modello di prevenzione dinamiche da dissesto idrogeologico”. Così sono iniziati i tavoli di lavoro per comprendere le reali esigenze dei Comuni, alle quali provare a dare risposta con i successivi progetti, Proterina e RiskNet».

    «Noi riteniamo fondamentale il coinvolgimento, e soprattutto la responsabilizzazione dal basso, che chiami in causa molteplici soggetti – racconta la responsabile comunicazione di Arpal, Daniela Minetti – Pensiamo all’alluvione genovese del 2011, in particolare alla fallimentare gestione dell’emergenza nelle scuole. Per questo abbiamo cercato di individuare, per le diverse categorie interessate, un determinato livello di responsabilità all’interno del processo di allertamento e messa in atto delle misure di autoprotezione, individuali e collettive. In questi anni si è lavorato per sensibilizzare i cittadini, tramite numerosi strumenti di comunicazione e materiali informativi diffusi su vari supporti, rispetto ai comportamenti da tenere a tutela della propria incolumità. Incontri ed occasioni formative sono state organizzate in molti Comuni liguri, non soltanto all’interno di scuole e contesti istituzionali, ma anche presso altri luoghi di aggregazione, ad esempio i centri commerciali. Per quanto riguarda le scuole si è lavorato tanto anche a Genova, dove un ruolo di primo piano l’hanno giocato il Comune e la Protezione civile comunale. Da questo processo discendono delle precise scelte operative: mi riferisco al fatto che oggi con lo stato di allerta 2, il grado più alto di allerta, le scuole genovesi saranno sempre chiuse».

    L’associazione Legambiente Liguria, pur possedendo comprovate competenze in materia di prevenzione ambientale, non figura tra i partner dei progetti di cui stiamo parlando. Nonostante ciò, per voce del presidente regionale, Santo Grammatico, riconosce l’importanza di tali iniziative. «Legambiente ha partecipato ad alcuni momenti formativi nell’ambito di Proterina. Senza dubbio si tratta di progetti di valore, perchè effettivamente informazione, formazione, e sensibilizzazione, destinate non solo agli amministratori pubblici ma piuttosto all’intera cittadinanza, sono gli strumenti che riteniamo necessari per convivere con i rischi naturali. Fortunatamente la Comunità Europea mette a disposizione un bacino economico dedicato a questi temi, quindi ben vengano le iniziative promosse dalla Regione negli ultimi due anni. La partecipazione della Fondazione Cima è una garanzia in termini di esperienza. Noi auspichiamo che si prosegua su questa strada perchè c’è bisogno di continuo aggiornamento. Parliamo di progetti che finalmente si attuano con la vera consapevolezza del pericolo. Purtroppo quando le tragedie sono già avvenute, comunque, meglio tardi che mai. Per la prima volta l’anno scorso sono state realizzate delle esercitazioni pratiche di protezione civile sul rischio idrogeologico in alcune scuole, ad esempio nel Comune di Genova e nel Comune di Quiliano (Provincia di Savona)».

    Potenziamento strutture misurazione dati meteo e nuova codificazione allerta

    Il Bisagno in pienaLa parte tecnica dei progetti europei legati alla prevenzione ambientale in Liguria è stata seguita dal servizio di protezione civile della Regione Liguria, e dal Centro Funzionale meteoidrologico di ARPAL. «Proprio in questi giorni, abbiamo realizzato un aggiornamento della rete osservativa presente su tutto il territorio ligure – racconta Elisabetta Trovatore, dirigente del centro meteo-idrologico – Sto parlando della rete Omirl composta da quasi 200 centraline di misurazione dei parametri meteorologici e idrogeologici: pioggie, livello di fiumi e torrenti, misurazione vento, umidità, ecc. Fino ad ora le centraline trasmettevano i dati via ponte radio. Adesso, invece, gli strumenti sono stati aggiornati per trasmettere in Gpsr (in sostanza tramite onde radio). Ciò significa la possibilità di inviare dati in continuazione. Sul sito della Regione “www.allertaliguria.gov.it” sono consultabili i dati in tempo reale. Prossimamente, una volta sistemato il sito, saranno disponibili i dati aggiornati con maggiore frequenza, ogni 10 minuti, rispetto ai circa 30-40 minuti di prima. È un passo avanti notevole, reso possibile dal progetto Proterina Due. Teniamo conto che durante le emergenze i centri operativi presenti nei Comuni e nelle Prefetture prendono decisioni anche basandosi sulla lettura di questi strumenti».

    Grazie a RiskNet, invece, Arpal oggi sta lavorando per rinnovare sistema di allerta meteo, in particolare gli aspetti relativi alla messaggistica e alla codificazione dell’allerta. «Con la futura adozione del nuovo codice colore naturalmente cambieranno anche i messaggi, e di conseguenza il sito web – spiega Trovatore – Arpal gestisce il centro funzionale che quotidianamente elabora il bollettino di vigilanza meteo. Nel caso sussistano dei rischi naturali il bollettino diventa un avviso meteo, che descrive i fenomeni metereologici, al quale si associa un avviso di criticità idrogeologica, stilato dai nostri tecnici sulla base di una modellistica che permette di prevedere gli effetti dovuti a pioggie intense sul livello dei corsi d’acqua. A questo punto subentra un messaggio di allerta di protezione civile. A breve tali messaggi di allerta verranno rimodulati con la nuova codifica a tre colori: giallo, arancione e rosso».
    A livello nazionale, infatti, si sta discutendo la revisione dei meccanismi di definizione dell’allerta meteo secondo un codice colore uniforme su tutto il territorio italiano. «Allo stato attuale da Roma non è ancora stata ufficializzata la descrizione concordata dei tre scenari di rischio, giallo, arancione e rosso – continua Trovatore – tuttavia pensiamo sia questione di pochi mesi. In Liguria stiamo chiudendo la definizione delle procedure, mentre i messaggi sono quasi pronti».
    Sembra, però, che la Regione ritenga opportuno effettuare il passaggio dopo la stagione autunnale, notoriamente la più critica. «Occorre che tutti i soggetti e gli operatori coinvolti facciano propria la nuova codificazione – continua Trovatore – Nel frattempo bisogna cominciare a rapportare gli attuali livelli di allerta con i nuovi codici. La Protezione civile sta già effettuando degli incontri con Prefetti e referenti comunali, in modo da presentare il nuovo sistema, e raccordare tutte le componenti prima di renderlo operativo. È un percorso complicato ma virtuoso».
    Complicato perchè, rispetto ad altre regioni che ci circondano – ad esempio Toscana e Piemonte – le quali hanno già tre livelli di criticità tutti associati alla parola “allerta”, e dunque hanno codificato facilmente il codice colore giallo, arancione, e rosso, la Liguria ha anch’essa tre livelli di criticità, ma non tutti sono attualmente collegati alla parola “allerta”. «Nella nostra regione esiste l’allerta 2, la più grave, che sarà associata al colore rosso, l’allerta 1, che sarà accomunata al colore arancione, e l’avviso per temporali forti, che si trasformerà nella futura allerta gialla – conclude il dirigente del centro meteo-idrologico regionale, Elisabetta Trovatore – In Ligura c’è da superare questo problema, un passaggio in apparenza banale, ma che in realtà modifica il sistema di allertamento regionale, quindi è piuttosto delicato. Comunque, già dalla prossima eventuale allerta, si inizierà gradualmente a comunicare l’associazione con il relativo codice colore. L’idea è quella di passare al nuovo sistema nei primi mesi del 2015».

    Matteo Quadrone