Anno: 2014

  • Trasporto Pubblico Locale: in quanti lo utilizzano? Uno studio per stabilire il futuro della tariffa integrata

    Trasporto Pubblico Locale: in quanti lo utilizzano? Uno studio per stabilire il futuro della tariffa integrata

    Corso EuropaUn’indagine per definire quale sia la ripartizione della moblità a Genova per quanto riguarda il Trasporto Pubblico Locale. Uno studio sulla domanda di mobilità da parte dei cittadini genovesi, in particolar modo finalizzato a quantificare l’effettivo utilizzo della tariffa integrata bus – treno.  Un totale di 1500 rispondenti stratificati per età, municipio di residenza, condizione professionale e titolo di viaggio utilizzato. Questo, in sintesi, il documento presentato oggi a Tursi, dopo anni di discussioni sul mantenimento del biglietto integrato bus treno: «Volevamo avere una visione più chiara della situazione, uno studio in questo senso non era mai stato fatto», commenta l’assessore regionale ai trasporti Enrico Vesco. «Ma la partita rimane molto complicata e lo studio si presta a diverse interpretazioni. È come se fosse finita in pareggio, i risultati non sono così netti e non determinano la decisione di interrompere o meno il servizio. A maggior ragione in ottica della nuova agenzia regionale per il trasporto pubblico, che senso avrebbe ora per Genova interrompere il servizio integrato? L’auspicio è quello di poter mantenere la situazione come è almeno sino alla nuova gara unica, un’occasione importante per ridisegnare il servizio, anche a livello regionale e non solo comunale».

    Quanti sono i genovesi che utilizzano il Tpl e con quale titolo di viaggio?

    Prima di addentrarci nei dati relativi alla tariffa integrata, è utile comprendere quanti sono i cittadini genovesi che ogni giorno utilizzano il Tpl. Stando alle stime, ogni mattina sarebbero 300.000 i genovesi che escono di casa e si immettono nel traffico, di questi circa 130.000 utilizzando il Tpl il restante a piedi o con il mezzo privato; nell’arco della giornata si stimano ulteriori 100.000 passeggeri per un totale che si aggirerebbe dunque intorno ai 230/250.000 passeggeri (bisogna tener conto, però, che ognuno di questi effettua in media due viaggi al giorno). Tornando al campione dei 1500 viaggiatori intervistati, il biglietto ordinario è il titolo di viaggio più utilizzato (57,6%), segue l’abbonamento annuale (27,8%) e gli abbonamento mensili/settimanali (14,6%).

    Servizio treno – bus, la tariffa integrata

    «Volevamo dati oggettivi – commenta l’assessore comunale Anna Maria Dagnino – nel 2010 l’impostazione è cambiata radicalmente, prima il riparto delle risorse pubbliche da destinare a questo servizio era basato sulla percentuale di ricavi, poi si è stabilita una cifra forfettaria (8,5 milioni, ndr). In futuro potremo basarci su questi dati per rivedere le condizioni».

    Il dato più atteso era dunque quello relativo all’utilizzo del servizio integrato:  bene, i dati indicano che il 17% dei cittadini intervistati intervistati utilizza il trasporto integrato ferro – gomma. Troppo pochi? «Confesso che mi sarei aspettata un numero più alto di passeggeri – ha commentato Dagnino – l’integrato dimostra di avere un ruolo minoritario. Ma la domanda che ci poniamo è: chi mettiamo in crisi se tagliamo l’integrato? Il 17% che lo utilizza abitualmente e chi in caso di taglio del servizio passerebbe al mezzo privato, questo significherebbe un problema per l’intera comunità».

    È importante sottolineare che i dati presentati risultano disomogenei per quanto riguarda le diverse zone della città. La tariffa integrata viene utilizzata nel Municipio Centro Est dal 14,9% degli intervistati, dal 12,4% nel Centro Ovest, il 13,1% nella Bassa Val Bisagno e il 10,4% nella Media Valbisagno. Ma i dati cambiano se ci spostiamo a ponente, ben il 39,9% utilizza il biglietto integrato nel Municipio Ponente e il 17,6% nel Medio Ponente. A Levante (dove aldilà della tariffa integrata risulta scarso l’utilizzo del treno per raggiungere il luogo di lavoro) il servizio è utile al 16,7% dei cittadini, 8,7% nel Medio Levante.

    Per quanto riguarda l’età dei passeggeri che fanno uso del biglietto unico, bassa percentuale fra gli over 65 (6,4%), il 13% fra i minori di 20 vent’anni e il 22,5% tra i 20 e i 65 anni.

    E se venisse tagliato il biglietto integrato, come si comporterebbe quel 17% di genovesi?

    Lo studio mostra, infine, come si comporterebbero i cittadini che oggi utilizzano il biglietto integrato in caso di stop al servizio. Il 34,9% di loro utilizzerebbe comunque la stessa combinazione treno – bus anche senza biglietto unico, il 25,8% userebbe solo i mezzi Amt e il 19,4% solo il treno. L’8,50% utilizzerebbe esclusivamente il mezzo privato, il 7% alternerebbe il mezzo privato al treno e il restante 4,40% alternerebbe il mezzo privato ai mezzi Amt.

  • Erzelli: progetto in stallo, a marzo la decisione dell’Università. Il rischio flop spaventa Ght

    Erzelli: progetto in stallo, a marzo la decisione dell’Università. Il rischio flop spaventa Ght

    erzelliPochi giorni fa con il sopralluogo in diretta Twitter di #EraOnTheRoad siamo stati agli Erzelli, luogo ormai da anni sotto i riflettori e considerato progetto chiave per il futuro del territorio genovese. Abbiamo trovato cantieri fermi e poca voglia di parlare, in primis da parte di Ght, ma anche per quanto riguarda i lavoratori, parole superflue davanti ad una realtà già sufficientemente esplicativa. Fortunatamente abbiamo incontrato anche i ragazzi di Talent Garden, campus per il co-working, ad oggi unica realtà degna di nota sulla collina dell’high tech.

    Mobilità e trasporti

    erzelli-d10
    Da erasuperba.it (maggio 2013): “Per quanto riguarda il futuro, il punto focale è rappresentato dalla realizzazione della famosa funivia che dovrebbe collegare il polo scientifico-tecnologico con la nuova stazione ferroviaria di Calcinara, già concordata con RFI (Rete Ferroviaria Italiana) e con l’aeroporto, il cui progetto è già stato presentato alla Comunità Europea per la richiesta di finanziamento. Ai piedi della collina, dunque, dovrebbe sorgere un posteggio multipiano che diventerebbe il centro intermodale dei trasporti, sul modello di interscambio presente ad esempio a Milano Famagosta: fermata dell’autobus, treno destinato a diventare metropolitana di superficie, e stazione della funivia, in collegamento diretto con la collina da un lato e l’aeroporto dall’altro”.

    D’altronde, che la visita non sarebbe stata una passeggiata, lo avevamo intuito già qualche giorno prima quando, studiando il percorso per raggiungere gli Erzelli, abbiamo avuto conferma che affidarsi ai mezzi pubblici sarebbe stato un rischio: l’autobus 5 di Amt – la circolare tra Cornigliano-Sestri-Erzelli – effettua corse solo in precise fasce orarie (dal mattino presto fino a metà mattina, e poi di nuovo da metà pomeriggio), anche se spesso si sente parlare del potenziamento dei collegamenti su gomma. Unico collegamento, il 128, poco pratico per chi come noi viene dal centro e dal Levante cittadino. Ci è tornato in mente un video che circolava anni fa su YouTube dal titolo “Erzelli, il viaggio della speranza”. Insomma, agli Erzelli ci vai perlopiù se sei auto o moto-munito. Tradito lo spirito avventuroso che ci spinge ogni settimana con #EraOnTheRoad a metterci nelle mani del trasporto locale, abbiamo preso la macchina a malincuore e raggiunto gli Erzelli in pochi minuti, partendo da Piazza Dante. Abbiamo avuto modo, così, di riscontrare che la collina è molto più vicina di quel che molti pensano: è pratica e facilmente raggiungibile soprattutto per quei dipendenti che – pur sempre auto-muniti – si recano al lavoro via autostrada, evitano le code del centro e possono disporre di un vasto parcheggio sotterraneo. Per ora il luogo risponde alle esigenze dei suoi fruitori. Il problema verrà, quando (e se) arriveranno gli studenti universitari e i ricercatori dell’IIT, molti dei quali sono stranieri o fuori sede e non dispongono di mezzi propri (già adesso per recarsi a Morego fanno uso di apposite navette).
    Sappiamo che, naturalmente, un piano per modificare la viabilità esiste, ma la sua attuazione è vincolata al trasferimento o meno del polo universitario. Non è un mistero che il rettore abbia caldeggiato l’incremento del trasporto su gomma, ma per ora non si farà nulla finché l’Università darà l’ok definitivo al trasferimento. Fino a questo momento, comunque, si è proceduto all’allargamento di Via dell’Acciaio, Sant’Elia e Melen, verso il potenziamento del collegamento diretto tra il polo e le stazioni di Sestri e Cornigliano.

    L’incontro con TAG, Talent Garden Genova

    tag-talent-garden-erzelliIncontriamo i ragazzi di TAG – Talent Garden Genova. Al primo piano del grattacielo ci aspettano Marco Franciosa, Elisabetta Migone e altri colleghi, il nucleo fondante e il cuore del progetto. Quella di TAG è un’esperienza particolare, capiamo subito di essere davanti a qualcosa che ci piace: un progetto indipendente, nato dall’iniziativa di giovani genovesi che, come dicono loro, «hanno visto qualcosa di interessante fuori (Milano, Bergamo, Brescia, Cosenza, Padova, Pisa, Torino, New York, n.d.r.) e hanno deciso di portarlo in città». La cosa bella è che ci sono riusciti, non senza sacrifici: per lanciare l’operazione i ragazzi hanno fatto investimenti personali, a dimostrazione della loro determinazione e motivazione. TAG ci sembra ad oggi un faro nel buio degli Erzelli:  TAG è colorato, moderno, eco-sostenibile, vissuto dagli “abitanti” (come li chiamano loro) che lo popolano. Se fuori sono stati spesi soldi pubblici per l’utenza privata, qui sono stati spesi soldi privati per un progetto sociale, anzi “social”.
    TAG è network di co-working, presente in varie città italiane, con postazioni multimediali aperte 24/7 per freelance, agenzie, start up i quali possono lavorare insieme, confrontarsi, mettere a disposizione le loro competenze. È un “ecosistema”, in cui le parole chiave sono tre: community, network TAG ed eventi. Qui si può decidere di affittare una scrivania, a lungo o breve termine, per sviluppare idee legate al mondo del digitale. A Genova TAG si sviluppa su 600 mq e all’interno ci sono informatici, designer, grafici, blogger, sviluppatori e altre figure, anche molto diverse tra loro. Delle 50 scrivanie totali, quelle occupate sono 34 e, contando che ha aperto i battenti solo lo scorso settembre, è un ottimo risultato. Anche perché TAG Genova ha organizzato finora vari eventi: dallo StartUp Weekend al prossimo Famelab del 15 marzo, grazie ai quali è riuscito ad attirare agli Erzelli molte persone che normalmente non avrebbero frequentato la zona, da molti considerata riservata ai soli “addetti ai lavori”. Ci raccontano da TAG: «La nostra è stata una scelta se vogliamo visionaria, lungimirante, ma era necessaria: questo luogo ci garantisce l’utilizzo di 1 Gb di banda larga, è altamente performante ed è l’unico in città adeguato alle nostre esigenze».

    La visita ai cantieri e il no comment di Ght

    Per quanto riguarda il futuro del progetto Parco Scientifico e Tecnologico sembrano avere tutti timore di esporsi. Per primi i dipendenti che incrociamo e con cui proviamo a parlare: ci rivelano che lì ogni edificio – e ogni azienda all’interno dello stesso edificio – è un mondo a parte. Al di fuori di TAG, infatti, sembra ancora lontano il mito del parco come luogo per il dialogo e la commistione di idee tra soggetti.
    Un discorso a parte per Ght: proviamo ad addentrarci nella loro sede per chiedere lumi, ma troviamo un fuggi fuggi generale. Questo accade dopo diverse telefonate in cui si annunciava la nostra visita e si chiedeva la possibilità di incontrare un rappresentante del gruppo che rispondesse a poche domande e ci accompagnasse in cantiere. Ma anche qui, risposta negativa: ci era stato persino “suggerito” di rivolgerci ai ragazzi di TAG, il cui compito non è certo quello di dare informazioni alla stampa sul Parco Scientifico e Tecnologico.

    Si attende il verdetto finale entro il 18 marzo: il punto con il vicesindaco Stefano Bernini

    Alla base c’è la difficoltà di commentare una situazione di stallo preoccupante. A ormai cinque anni dall’inizio dei lavori (di più se si considera quando si è iniziato a parlare del Parco Scientifico Tecnologico), tutto è appeso a un filo che si chiama Università di Genova, o meglio Facoltà di Ingegneria (oggi Scuola Politecnica), o meglio ancora rettore dell’Ateneo. Sì, perché è noto a tutti come in questi anni ci sia stata una continua altalena tra sì, no, forse da parte dell’Università, che non ha mai nascosto le sue perplessità circa il trasferimento sulla collina. Lo stesso Deferrari, attuale rettore, diceva di essere “non certo un fan” della proposta, e ha avuto modo di dimostrarlo. Dapprima, il problema era un indebitamento di circa 42 milioni di euro per spostare la Facoltà da Albaro alle alture di Sestri Ponente, nonostante l’elargizione di 85 milioni dal MIUR, 25 dalla Regione, 36 da Ght; poi, l’arrivo di un’ulteriore tranche di finanziamenti messi a disposizione da Ght (23 milioni, di cui 12 di fidejussione su alcuni edifici messi in vendita dall’Università e 11 risparmiati grazie alla cessione gratuita del parcheggio interrato). Infine, a metà 2013, un anno esatto dopo l’esacerbarsi della diatriba Ght-Università, è arrivata notizia che da Roma sono stati sbloccati 15 milioni di euro per la realizzazione dei laboratori di Ingegneria: un ulteriore aiuto alle casse languenti dell’Ateneo. Di nuovo, il trasferimento si faceva sempre più vicino, ma finora non c’è stata alcuna comunicazione ufficiale: «ormai ci siamo, si attendono notizie a giorni sulla decisione dell’Università», assicura Bernini.

    Si aspetta, infatti, che trascorrano i trenta giorni di tempo concessi da Ght all’Ateneo a partire dal 17 febbraio (la scadenza dell’ultimatum è il 18 marzo) per formalizzare l’intenzione di acquisire l’area degli Erzelli in cui sorgerà l’università. La decisione non ha mancato di suscitare polemiche, come quelle avanzate giorni fa da Liguria Civica, che in una nota ha comunicato: “Lasciare che sia l’università con un rettore in scadenza (il 31 ottobre 2014, n.d.r.) a decidere di un’operazione che condizionerà il futuro dell’ateneo è una scelta non condivisibile. La decisione di Ericsson di licenziare, piuttosto che assumere, dovrebbe far riflettere sull’opportunità di trasferire la Facoltà, senza peraltro avere garanzie circa la permanenza dell’azienda”.

    In caso di acquisizione dell’Ateneo, il progetto ripartirebbe da dove si è (troppo a lungo) interrotto, aprendo anche all’ingresso di parte dei laboratori di IIT e realizzando un vero e proprio campus scientifico e tecnologico. Proprio IIT, da noi contattato telefonicamente, conferma che c’è l’intenzione di un trasferimento, ma non nell’immediato: stanno affrontando lavori di ristrutturazione dell’auditorium nella sede di Morego e non si sa né quando né quali dipartimenti saranno trasferiti agli Erzelli.
    In caso di mancata acquisizione da parte dell’Università, invece, il progetto sarebbe da ripensare perché quello che era nato per diventare un polo in cui aziende e universitari lavorassero fianco fianco sarebbe snaturato e mutilato di una parte. «Siamo in una fase clou. Non si può parlare di Parco Scientifico e Tecnologico senza la presenza di Ingegneria – continua Bernini – il progetto è nato allo scopo di inserire i laureati direttamente in azienda, creare un connubio tra vari soggetti, favorire la ricerca scientifica, la produzione, gli stage. È una grande opportunità che l’università dovrebbe cogliere, e la motivazione per il no non può essere che il polo “è troppo lontano da casa mia”, come ha detto qualcuno».

    Se dunque arrivasse un no, saremmo di fronte a uno stallo ulteriore e si dovrebbe decidere se andare avanti per questa strada, coinvolgendo altri atenei e istituti di ricerca, magari stranieri o di altre città italiane (si parlava di Torino e Milano, ma anche di partner cinesi), o se ripensare il progetto in toto.
    Che ne sarebbe allora della “Silicon Valley” esaltata da Federico Rampini sulle pagine di Repubblica? Che ne sarebbe della grande piazza, più grande di Piazza De Ferrari, delle residenze studentesche, dell’integrazione delle competenze aziendali, del parco verde, del lago con bacino di raccolta delle acque piovane e di tutti i buoni, avanguardisti propositi? Una sconfitta per la città o la naturale caduta di un progetto troppo ambizioso, forse prematuro?

    Elettra Antognetti

  • Terzo premier “non eletto”? Il vero deficit democratico è un altro: bentornata austerity

    Terzo premier “non eletto”? Il vero deficit democratico è un altro: bentornata austerity

    italia-europa-politicaSi sente dire qua e là che “Renzi è il terzo premier non eletto“, intendendo evidentemente con questa espressione “non eletto dai cittadini”. In effetti è evidente lo scarso rispetto mostrato per la democrazia al momento della formazione dei governi. Tuttavia bisogna fare attenzione, perché, messo in questi termini, il tormentone rischia di rivelarsi un messaggio subliminale funzionale alla propaganda dei soliti dogmi (ovvero quel “luogocomunismo” cui accennavo la settimana scorsa).

    Difatti, se davvero i fallimenti degli ultimi due governi fanno capo a Presidenti del Consiglio “non eletti” (nel senso che nessun elettore ha mai messo una croce sul nome di quel candidato ), allora  viene spontaneo pensare che il problema possa essere individuato nel sistema di selezione affidato ai “giochi di palazzo”; e che dunque, per invertire la rotta, occorra “far scegliere alla gente”. L’allusione è evidente: quello di cui avremmo bisogno è, in una parola, il presidenzialismo.

    Tuttavia nella storia repubblicana, anche prima di Monti, nessun premier è mai stato votato direttamente dai cittadini. Viviamo ancora, infatti, – checché se ne dica – in una repubblica parlamentare: gli elettori votano i partiti o le coalizioni che siederanno in Parlamento; dopodiché spetta al Presidente della Repubblica nominare il Presidente del Consiglio, ossia colui che, sulla base delle consultazioni avviate, si suppone possa disporre di una maggioranza e dunque ottenere un voto di fiducia. La prassi è la stessa anche in caso di crisi di governo: il Presidente della Repubblica verifica se ci sono le condizioni per formare altre maggioranze; altrimenti si torna al voto. E’ sempre andata così.

    La questione del “premier eletto” è piuttosto un vecchio pallino di Berlusconi, che la sinistra ha dovuto rincorrere come sempre. Secondo il Cavaliere, il fatto di proporre in campagna elettorale una precisa leadership, dichiarata anzitempo agli elettori e plasticamente rappresentata dalla dicitura “Berlusconi Presidente” sul logo della coalizione, trasfigurerebbe il nostro sistema, de facto, in senso presidenziale. Di qui tutte le elucubrazioni sulla cosiddetta “costituzione materiale”: dato che i partiti hanno inaugurato una certa prassi (costituzione materiale), allora sarebbe necessario modificare di conseguenza le leggi (costituzione formale) – un po’ come dire che, siccome nessuno si ferma più col rosso, tanto vale abolire i semafori.

    Purtroppo per i suoi detrattori, però, fintanto che non viene modificata, la nostra Costituzione resta in vigore così com’è: e sulla base di questa Costituzione non c’è nulla di formalmente sbagliato nel fatto che Mario Monti, Enrico Letta e Matteo Renzi siano stati incaricati da Giorgio Napolitano e abbiano ottenuto la fiducia del Parlamento.

    Ma allora dove sta lo “scarso rispetto per la democrazia”? Il vero deficit democratico sta nella difformità tra quello che i partiti promettono prima del voto e quello che fanno dopo.

    Le logiche che portarono Monti a Palazzo Chigi furono scellerate; ma all’epoca la politica si trincerava dietro la supposta emergenza, l’incertezza delle elezioni e il consenso costruito attorno alla figura dell’ex-commissario europeo: con queste giustificazioni si poté adoperare la formula delle larghe intese per varare dolorose misure di austerità. Con la caduta di Monti, però, i partiti si presentarono in campagna elettorale col timore di venire bastonati dagli elettori, a causa degli effetti recessivi del rigore contabile. Il PD, ad esempio, cercò di recuperare giurando eterna inimicizia a Berlusconi e promettendo di coniugare rigore e crescita; ma questo non bastò a evitare che il responso delle urne fosse schiacciante: come venne riconosciuto da pressoché tutta la stampa internazionale, gli Italiani avevano punito le larghe intese e bocciato l’austerity. Lo scandalo è che questo inequivocabile verdetto viene da allora sistematicamente ignorato.

    Già con il governo Letta abbiamo avuto la riedizione delle larghe intese che lo stesso ex-premier aveva abiurato in campagna elettorale. Oggi il governo Renzi tira un secondo, sonoro ceffone alla sovranità del popolo, con la nomina – che è un’autentica provocazione – di Pier Carlo Padoan al dicastero dell’economia.

    Padoan, il cui curriculum e competenza di esperto non sono in discussione, è stato l’uomo forse più rappresentativo della filosofia dell’austerity. Lo dimostra anche il fatto che il premio Nobel Paul Krugman – probabilmente il più illustre esponente della critica all’austerità a livello mondiale – abbia fatto di Pier Carlo Padoan e dell’OCSE, che allora il nostro compatriota dirigeva, un vero e proprio idolo polemico.

    Krugman ha scritto (aprile 2013) che il parere dato dall’OCSE agli USA nel 2010 (alzare i tassi per frenare inesistenti aspettative inflattive) “potrebbe essere considerato il peggiore consiglio mai dato dalle maggiori organizzazioni internazionali – peggiore di quelli dati dalla Commissione Europea, peggiore di quelli dati dalla Banca Centrale Europea”. Ha poi commentato l’esortazione di Padoan a proseguire nel consolidamento fiscale, perché “la vittoria” sarebbe “a portata di mano”, con queste parole: “Credo che questa sia l’eurolingua per dire: il massacro continuerà finché il morale si risolleverà”. Più tardi (settembre 2013) ha aggiunto: “L’OCSE in generale, e in particolare Pier Carlo Padoan, in qualità di capo economista, sono stati tra i più grandi e tra i primi accaniti sostenitori [cheerleaders] dell’austerità; quindi è chiaro perché non vogliano ammettere che di fatto hanno spinto l’Europa in un disastro”.

    Insomma, indipendentemente da come si muoverà il governo Renzi e dalla valutazione che se ne darà, è evidente già ora che non si poteva trovare in tutto il mondo un ministro dell’economia più titolato a riprendere e proseguire l’opera di Monti; il che testimonia la pervicace volontà antidemocratica di questa classe politica, che continua a ignorare il voto degli Italiani per accontentare i diktat europei.

    Andrea Giannini

  • Bolzaneto, Terzo Valico: ricorso al Tar promosso dagli abitanti di San Biagio contro il cantiere della Biacca

    Bolzaneto, Terzo Valico: ricorso al Tar promosso dagli abitanti di San Biagio contro il cantiere della Biacca

    Bolzaneto Biacca Terzo Valico 006 smallLa settimana scorsa l’avvocato Daniele Granara, tutore legale degli abitanti di San Biagio (Val Polcevera), ha ufficialmente depositato il ricorso al Tar contro il cantiere del Terzo Valico di Bolzaneto, nelle immediate vicinanze del cimitero comunale della Biacca, chiedendo l’annullamento – previa sospensione – del permesso di costruire (n. 364 del 10 luglio 2013) inerente “…la realizzazione di piazzali per lo stoccaggio di materiali semilavorati ed attrezzature nell’ambito dei lavori del terzo valico dei Giovi nell’area di cantiere CLB 4 – Bolzaneto” e del provvedimento (prot. n. 223395 in data 10/07/2013) avente ad oggetto l’autorizzazione ad effettuare movimenti di terra in zona soggetta a vincolo idrogeologico, entrambi rilasciati dal Comune di Genova.

    Vietato costruire vicino ai cimiteri

    Il ricorso innanzitutto sottolinea la violazione e la falsa applicazione dell’art. 338 del Regio Decreto 27 luglio 1934, n. 1265 recante “Testo unico delle leggi sanitarie”. Ai sensi dell’art. 338 del R.D. 1265/1934 “…è vietato costruire intorno ai cimiteri nuovi edifici entro il raggio di 200 metri dal perimetro dell’impianto cimiteriale… Per dare esecuzione ad un’opera pubblica o all’attuazione di un intervento urbanistico, purché non vi ostino ragioni igenico-sanitarie, il Consiglio comunale può consentire, previo parere favorevole della competente azienda sanitaria locale, la riduzione della zona di rispetto tenendo conto degli elementi ambientali di pregio dell’area, autorizzando l’ampliamento di edifici preesistenti o la costruzione di nuovi edifici…”.

    “Alla luce della disciplina sopra riportata – si legge nel ricorso presentato dall’avvocato Granara – la realizzazione di opere (da intendersi, in generale, quali trasformazioni del territorio) a distanza posta a meno di 200 metri dalla cinta cimiteriale, in assenza di espressa deroga da parte del Consiglio comunale, da assumersi previo parere favorevole dell’ASL competente, deve ritenersi vietata ex lege. Contrariamente, nel caso di specie, nessuna procedura finalizzata alla riduzione della fascia di rispetto cimiteriale è mai stata attivata, né tantomeno portata a termine dal Comune di Genova. E ciò, nonostante l’opera progettata e autorizzata si collochi ad una distanza ben inferiore ai 200 metri prescritti normativamente, giungendo addirittura a lambire la cinta cimiteriale”.

    Secondo i ricorrenti “Nessuna indicazione circa l’avvenuta procedura in deroga è contenuta nel titolo edilizio rilasciato che, occorre rilevarlo, prevede opere definite dallo stesso Comune come nuove costruzioni. Peraltro, non solo non risulta alcuna delibera del Consiglio comunale, ma nessuna riduzione nella fattispecie è possibile, essendo l’opera in oggetto proprio a ridosso del cimitero”.

    L’intervento prevede la “modellazione del versante” (di fatto uno sbancamento del versante collinare ed il riversamento del materiale scavato nell’area posta “a valle”) finalizzata alla realizzazione di due piazzali dell’estensione di ben 3000 e 1000 metri quadrati che permetteranno l’abbancamento in loco di oltre 70 mila metri cubi di materiali di risulta, sopra ai quali saranno  realizzate strutture e manufatti prefabbricati, oltre alle opere di incanalamento e smaltimento delle acque superficiali connesse alla modifica del versante.

    I ricorrenti al Tar precisano che le opere in questione “saranno destinate a rimanere in loco per un periodo indefinito e comunque di lunga durata (l’intero periodo di durata del cantiere per la realizzazione del Terzo Valico). Del resto, l’attività di cantiere e la movimentazione del terreno comporterà la presenza, nell’area dei lavori, di personale, con conseguente aumento, per tutto il periodo di mantenimento in loco dell’opera, del carico antropico dell’area. Esattamente ciò che il vincolo mira ad evitare”.

    La giurisprudenza ha avuto modo di chiarire che “il divieto è riferibile ad ogni tipo di fabbricato o costruzione rendendo del tutto inedificabile l’area colpita dal divieto medesimo” (Cons. di Stato, sez. II, n. 3031/1996, Cons. Stato 22 novembre 2013, n. 5544 Cons. Stato, sez. V, 22 giugno 1971, n. 606). Da quanto sopra emerge “la portata assoluta ed inderogabile del vincolo cimiteriale destinato ad impedire ogni trasformazione del territorio che si ritiene per legge comportare pericolo alla salubrità dei luoghi”.

    Le opere autorizzate, per rilevanza e caratteristiche “comporteranno una trasformazione permanente del territorio – si legge nel ricorso dell’avvocato Granara – Non solo. La temporaneità delle opere è smentita dallo stesso permesso di costruire impugnato che non prevede affatto la sistemazione dell’area nelle attuali condizioni al termine dei lavori”. Nel permesso di costruire, infatti, si precisa che “l’area dovrà essere sistemata secondo un apposito progetto da sottoporsi all’approvazione del Comune prima della conclusione dei lavori”.

    Dunque, secondo i ricorrenti “Il progetto approvato non prevede in alcun modo una trasformazione del territorio con conseguente ripristino al termine dei lavori, bensì una trasformazione permanente dei luoghi… ed in quanto tale deve ritenersi assolutamente vietata”.

    Il vincolo idrogeologico

    L’altra principale contestazione sollevata nel ricorso riguarda la violazione e la falsa applicazione della L.R. 22 gennaio 1999, n. 4. Come ricorda il ricorso “L’area oggetto dell’intervento è assoggettata, ai sensi della sopracitata L.R. n. 4/1999, a vincolo idrogeologico”.

    “L’autorizzazione alla movimentazione di terreno rilasciata dall’Ufficio geologico del Comune di Genova reca, tuttavia, una serie di prescrizioni connesse all’intervento, ad ogni evidenza contrastanti con l’intervento medesimo – scrive l’avvocato Granara – In particolare viene richiesto un piano di monitoraggio per la stabilità del versante e delle falde da proseguirsi anche oltre la fine dei lavori (circostanza che conferma i dubbi circa la stabilità del fronte e la realizzabilità dell’intervento), la necessità di un adeguamento della relazione geologica e geotecnica, la limitazione al minimo possibile delle movimentazioni di terra (circostanza evidentemente impossibile considerata l’entità dell’opera che prevede l’abbancamento di 70 mila metri cubi di terra), la realizzazione di tutti i possibili accorgimenti per garantire la stabilità del versante (circostanza che fa presumere che la stessa Amministrazione comunale dubiti della realizzabilità, in piena sicurezza, dell’intervento)”.

    Ma non è tutto. “Nell’autorizzazione viene prevista la realizzazione di prove geotecniche in cantiere per verificare la qualità geotecnica dei materiali abbancati – si legge ancora nel ricorso – Detta circostanza conferma le perplessità emerse e fatte proprie da molti residenti della zona in merito all’incertezza (manifestata dalla stessa Amministrazione comunale) circa le tipologie di materiali che verranno abbancati nell’area, con conseguente potenziale rischio per i cittadini della zona”.

    Insomma “Una tale serie di prescrizioni (ben 14), di tale portata e rilevanza, conferma l’assoluta irrealizzabilità dell’intervento […] che comporta grave pericolo per la stabilità dell’intero versante – conclude l’avvocato Granara – I ricorrenti che abitano nella zona subiscono grave danno dall’esecuzione di tali opere, venendo pregiudicata la loro vita dal continuo enorme movimento di mezzi e materiali, con conseguente produzione di intollerabile rumore, polveri ed emissioni di qualsiasi tipo… Si chiede, previa sospensione cautelare, l’annullamento dei provvedimenti impugnati e la condanna del Comune di Genova e della società contro-interessata (“Cociv”, Consorzio collegamenti integrati veloci) al risarcimento dei danni in favore dei ricorrenti, con la vittoria delle spese, competenze ed onorari di giudizio”.

    Matteo Quadrone

  • Voltri, “piazza grande” sul mare. Troppo caro il progetto delle associazioni, quale futuro?

    Voltri, “piazza grande” sul mare. Troppo caro il progetto delle associazioni, quale futuro?

    Giardini Caduti Partigiani VoltresiPoche settimane fa con #EraOnTheRoad vi abbiamo portato a Voltri e abbiamo incontrato l’assessore municipale Carlo Calcagno. Tra i temi trattati, abbiamo parlato dello stato attuale di Piazza Caduti Voltresi, a ridosso del lungomare e affacciata su Via Camozzini. Si tratta di una piazza centrale per lo sviluppo del quartiere ponentino: è la più grande della zona, ma oggi resta poco sfruttata e adibita a parcheggio. Le potenzialità sarebbero tante, visto che la piazza nasce a fianco alla passeggiata a mare, e si sviluppa all’estremità del nuovo polo culturale voltrese, composto da biblioteche (la Benzi), Teatro Cargo, centri sportivi, campi da calcio, società di pescatori e, stando al recente annuncio della Regione Liguria, anche un nuovo presidio di Asl 3 per la cura dell’alzheimer al posto dell’edificio ex Coproma.

    Addio al progetto del Laboratorio Zerozoone?

    piazza VOLTRI 01
    Il progetto di riqualificazione di Piazza Caduti Partigiani Voltresi (erasuperba.it / Ott 2012): “Uno spazio pubblico innovativo, dinamico e multifunzionale, partendo dal basso, dalle esigenze dei cittadini. Una piazza dotata di tutte le carte in regola per diventare un luogo “aperto”, simbolo identificabile del quartiere di Voltri”.

    Oggi la situazione è di stallo, anche se in passato ci sono stati vari tentativi di riqualificazione. Uno su tutti, il progetto di restyling proposto nel 2009 dalle associazioni territoriali e dalle istituzioni locali, e realizzato dal Laboratorio Zerozoone, collettivo di architetti. Il progetto ha dovuto affrontare un iter triennale prima di raggiungere l’approvazione (passando per l’ok di ben undici soggetti differenti). Nonostante il via libera ottenuto nel maggio 2012, il nullaosta da parte dell’Amministrazione e l’apparente imminenza dell’inizio lavori, il progetto è naufragato per colpa dei costi alti e dei pochi fondi. Sarebbe stato infatti necessario un investimento di 290 mila euro, ma ne sono stati stanziati soltanto 116 (reperiti grazie a bandi per la realizzazione di opere pubbliche e disposti dalla Regione). Sufficienti per partire, ma non per completare l’opera. Infatti, il finanziamento per realizzare il primo dei 4 lotti previsti ammontava a 170 mila euro, che non sono stati trovati.

     A distanza di un anno e mezzo i lavori, dati per immediati, non sono partiti e – nonostante l’appoggio unanime di tutti i soggetti coinvolti – il progetto è collassato. I soldi già stanziati verranno comunque impiegati per interventi sulla piazza e non è escluso che si possa tornare a ragionare sul progetto di Zerozoone: «Sarebbe da limare perché così come era stato pensato costava troppo – commenta Carlo Calcagno assessore del Municipio Ponente – non saprei dire ora con certezza se si dovrà adattare la proposta di Zerozoone o cambiarla in toto. Le risorse, ad ogni modo, saranno impiegate per la realizzazione di una “piazza per gli spettacoli”, in cui si svolgeranno eventi e manifestazioni. Sarà il fulcro di tutta Voltri, aperta soprattutto ai giovani e ai bambini, e si inserirà nel complesso poco più a levante formato da strutture scolastiche, campo da bocce, tennis, ecc. Qui si terranno mostre e si inserirà del verde: è una piazza sul mare che va sfruttata». L’Amministrazione sta cercando di prendere una linea comune riguardo al progetto: la situazione dovrebbe sbloccarsi entro un mese. È stata bandita una gara d’appalto e si va verso l’assegnazione. Adesso, conferma Calcagno, lo spazio è una “piazza dei bambini”,  ma i giochi e le strutture adatte ai piccoli sono da potenziare e incrementare, per rispondere alle esigenze del quartiere.

    piazza-caduti-partigiani-voltresi-campettoL’obiettivo era ed è ancora quello di collegare passeggiata a mare e tessuto urbano di Voltri: il lungomare, da poco ristrutturato e sempre molto animato, potrebbe ridare slancio anche all’antistante centro storico del quartiere, a Via Camozzini e alle zone limitrofe, collegando Piazza Gaggero al capolinea del bus 1 di Amt. La proposta di alcuni cittadini – e di chi gestisce attività fuori dal centro storico voltrese – è quella di spostare il mercato settimanale da Piazza Gaggero a Piazza Caduti Partigiani Voltresi. Alcuni di loro assicurano di avere mosso passi concreti per la realizzazione di un progetto da presentare alle istituzioni. La storia si ripete?

    Elettra Antognetti

  • Nuovo depuratore Cornigliano, ok al trasferimento delle aree ex Ilva a Mediterranea delle Acque

    Nuovo depuratore Cornigliano, ok al trasferimento delle aree ex Ilva a Mediterranea delle Acque

    Cantiere fiume polceveraCome anticipato da Era Superba nelle scorse settimane (qui l’approfondimento) è stata approvata ieri dal Consiglio comunale la delibera per il passaggio dei terreni ex Ilva da Autorità Portuale a Mediterranea delle Acque per la realizzazione del nuovo depuratore di Cornigliano per il trattamento dei fanghi e delle acque, che consentirà la dismissione degli impianti di via Rolla (attuale depuratore di Cornigliano) e Volpara (Valbisagno).

    In Aula votano sì tutti i consiglieri presenti, unici astenuti il M5S: «Non siamo contrari alla delibera – commenta il capogruppo Paolo Putti – ma ci lascia dubbiosi il fatto di dover prendere adesso la decisione per l’acquisto del terreno senza avere idea del progetto dettagliato che andremo a realizzare. Se poi a progetto concluso ci rendiamo conto che l’area acquisita è inadatta o non consona?»

  • Consiglio comunale: nuovo regolamento, la sostanza non cambia. È finita a taralucci e vino

    Consiglio comunale: nuovo regolamento, la sostanza non cambia. È finita a taralucci e vino

    palazzo-tursi-sindaco-doria-marco-D2Ce l’abbiamo fatta. Anzi, ce l’hanno fatta. Dopo 25 sedute di commissione, 4 consigli comunali, liti furibonde e porte sbattute in faccia, come era facilmente presumibile, tutto finisce a tarallucci e vino. Il Consiglio comunale ha approvato all’unanimità (32 presenti) il suo nuovo regolamento che, in ogni caso, non entrerà in vigore prima di un mese.

    Dopo l’ennesima sospensione della settimana scorsa sul delicato tema della riforma degli articoli 54, la quadra era stata raggiunta già lunedì nel corso della Conferenza dei capigruppo convocata ad hoc. La questione era ben nota: da un lato i fautori del documento prodotto dalla Commissione pensato nel corso delle 25 sedute tematiche, dall’altro un sostanzioso emendamento Pd-Pdl che sembrava non volerne tenere conto. Nel mezzo, tutta un’altra serie di emendamenti degli altri gruppi consigliari, disposti comunque a ritirarli qualora fosse stata accettata anche dal Pd la riforma che mirava ad annullare la discrezionalità da parte del presidente nella scelta delle interrogazioni a risposta immediata da portare in aula.

    Segnali positivi erano arrivati fin dall’apertura dei lavori con Paolo Putti, capogruppo del M5S, che annunciava il ritiro di tutti gli emendamenti del suo gruppo all’articolo 54 «dato che in Conferenza capigruppo c’è stato un ampio dibattito che ha portato a una soluzione soddisfacente».

    Il testo finalmente concordato introduce sostanzialmente il limite per ogni consigliere della presentazione di una sola interrogazione a risposta immediata per ciascuna seduta. “Il presidente valuta la sussistenza dei requisiti richiesti (attualità e urgenza, NdR) e provvede a disporre la trattazione delle interrogazioni, sentiti i Capigruppo circa l’ordine di priorità ed urgenza che ciascun Gruppo attribuisce alle interrogazioni presentate dai propri consiglieri”.

    La montagna ha partorito il topolino. Non è dato sapere, infatti, quali siano le modalità con cui il presidente sarà chiamato a “sentire i Capigruppo”: la sensazione è che l’unica cosa che cambierà realmente sarà il numero degli articoli 54 che ogni settimana arriveranno sul banco del Presidente, che nelle realtà dei fatti avrà comunque sempre l’ultima parola sull’ordine dei lavori.

    Da segnalare, comunque, che il nuovo regolamento prevede anche la “facoltà del Consigliere proponente di chiedere, qualora l’interrogazione proposta non sia inserita all’ordine del giorno della seduta consigliare, una risposta scritta. In difetto di risposta da parte degli assessori competenti entro 5 giorni dalla seduta consigliare, l’interrogazione viene inserita automaticamente all’ordine del giorno della seduta successiva”.

    Anche oggi, comunque, non tutti si sono trovati d’accordo: nonostante il voto unanime conclusivo sull’intera riforma del regolamento, la modifica all’art. 54, infatti, è passata con l’astensione del Pdl. Radio Tursi nelle scorse settimane aveva parlato di un accordo tra Pd e Pdl proprio su questo tema. Accordo che evidentemente deve essere saltato nella Conferenza capigruppo straordinaria di lunedì: «Più che un accordo – spiega Stefano Balleari, vicepresidente del Consiglio comunale e oggi portavoce del Pdl data l’assenza del capogruppo Lilli Lauro – diciamo che avevamo un documento concordato su cui convergevamo, con la debita premessa che sia Pdl che Pd non ravvisavano l’esigenza di modificare l’articolo 54 perché il presidente del Consiglio svolge la sua funzione in maniera equilibrata. Il documento concordato interveniva solo con la limitazione della quantità di 54 da presentare. Oggi, invece, si è approvato un sistema sbagliatissimo perché il presidente del Consiglio deve sottoporsi alla volontà del Capogruppo: se si tratta di una persona equilibrata non c’è problema, altrimenti c’è la possibilità che presenti solo le proprie interrogazioni o quelle della sua corrente. Il rischio, dunque, è che un consigliere comunale diventi ostaggio del proprio Capogruppo. Non ho votato contro solo per un senso di responsabilità istituzionale in funzione anche del mio ruolo da vicepresidente».

    Tra gli altri articoli modificati, sorprende positivamente l’approvazione di un emendamento presentato dal Movimento 5 Stelle che stabilisce che il Consiglio comunale adotti il formato digitale come sistema standard di comunicazione e abbandoni il fax, invitando assessorati e uffici a fare lo stesso. Viene, inoltre, richiesta la pubblicazione sul sito del Comune di tutti i documenti preparatori e conclusivi delle sedute di Commissione e Consiglio, non attraverso scannerizzazione ma con standard di accessibilità che favoriscano la lettura da parte di persone con deficit visivi.

    Soddisfatto il presidente Guerello che, come aveva anticipato, per evitare conflitti di interessi si è astenuto sulle votazioni di ogni singola modifica al regolamento, non è intervenuto nel merito nella decisiva Conferenza capigruppo convocata ad hoc lunedì ma ha votato favorevolmente la riforma complessiva: «I lavori di oggi (ieri, NdR) si sono svolti finalmente in un clima piuttosto sereno. È molto importante che la delibera sia stata votata all’unanimità, come mi auguravo, perché al di là dell’asprezza del dibattito è fondamentale che le regole siano condivise perché la democrazia si esercita nel rispetto delle regole». Regole che vanno incontro al lavoro del presidente in una delle questioni più complicate, la scelta degli articoli 54: «Vedremo poi come procederemo nel concreto – ha concluso Guerello – certo che finora è sempre stato molto complicato scegliere 4 o 5 argomenti tra i 300 che mediamente ogni settimana mi vengono proposti. La scelta resa ancor più difficile dal fatto che le emergenze sono tante, i consiglieri spesso propongono argomenti di pregio e sono costretto a scontentare molte istanze che provengono dal territorio».

    Simone D’Ambrosio

  • Restyling via Cornigliano, bando di concorso. Per il via ai lavori si va oltre il 2015

    Restyling via Cornigliano, bando di concorso. Per il via ai lavori si va oltre il 2015

    Giardini Melis CorniglianoCome raccontato già qualche mese (qui l’approfondimento), il percorso che trasformerà via Cornigliano in un boulevard che nulla avrà da invidiare al centro storico della vicina Sestri Ponente vivrà un suo momento cruciale nel concorso di idee coordinato dal Municipio Medio Ponente e al quale già diversi gruppi di architetti hanno manifestato il proprio interesse: 16 mila metri quadrati per cui non potranno essere spesi più 5,5 milioni di euro e che dovranno rispondere a precise richieste inoltrate da commercianti e abitanti della zona nel corso di un incontro pubblico.

    Rispondendo a un articolo 54 in Consiglio comunale, proposto da Guido Grillo (Pdl), il vicesindaco Stefano Bernini ha fatto il punto della situazione: «L’assemblea pubblica, che ha fornito precise indicazioni sul restyling per chi vorrà partecipare al concorso, è la naturale prosecuzione di un precorso di progettazione partecipata, concordato con il Municipio e mirato a restituire ampio spazio di vivibilità al quartiere di Cornigliano».

    Nel corso dell’assemblea sono state affrontate alcune tematiche cruciali per la Cornigliano del futuro: dalla riduzione della carreggiata a una corsia per senso di marcia al conseguente allargamento dei marciapiedi; dalla presenza di due piste ciclabili alla chiusura dei sottopassaggi; dalla distribuzione dell’alberatura e delle aree verdi alla limitazione delle zone di sosta per le vetture. Tutti questi elementi sono diventati parte integrante del bando di concorso che si sviluppa in due tornate: solo le cinque idee più convincenti, infatti, saranno chiamate a redigere il progetto preliminare e a competere per l’aggiudicazione definitiva.

    «Va specificato – aggiunge Bernini – che il concorso di idee non riguarda tutto il quartiere ma un’area ben definita. È, infatti, esclusa dalla progettazione piazzetta Massena perché sarà oggetto di un approfondimento successivo essendo nodo di collegamento delicato con corso Perrone e il ponte sul Polcevera. Sull’area che va da via Dufour a piazza Savio, invece, si chiede di sviluppare una progettazione che tenga conto della particolare presenza di attività produttive e di servizio alla circolazione che incidono sugli accessi al marciapiede lato monte».

    Altro punto interessante riguarda i tempi di avvio e realizzazione delle opere. Qui il vicesindaco ricalibra il tiro rispetto a quanto affermato, ormai mesi fa, dal direttore di Società per Cornigliano, Enrico Da Molo: «È un po’ avventato parlare del 2015 per l’avvio dei lavori – sostiene Bernini – perché bisogna quantomeno attendere l’apertura della Strada a mare per decongestionare il cuore di Cornigliano da quel 94% di traffico che attualmente non si ferma nel quartiere ma lo usa solo come passaggio per tornare in centro o andare a Ponente». Ma non basterà neppure la nuova infrastruttura a scorrimento veloce. «Prima di poter dar via ai cantieri che probabilmente verranno suddivisi in due lotti – prosegue Bernini – dovremo anche sistemare, almeno temporaneamente, il collegamento con la viabilità delle due sponde della Valpolcevera che ora deve per forza passare per Cornigliano. Un’ipotesi allo studio è quella di sfruttare salita Granara».

    Nel frattempo, comunque, non si resta a guardare. L’operazione di restyling di Cornigliano, infatti, sta riguardando e riguarderà tutte le vie perpendicolari all’arteria principale, come via Verona e via Vetrano che hanno progetti già approvati: una sorta di piacevole antipasto, giusto per iniziare a farsi la bocca.

    Simone D’Ambrosio

  • Ponte Parodi, il nuovo waterfront è una chimera? Bernini: «Inadempienze e ritardi epocali»

    Ponte Parodi, il nuovo waterfront è una chimera? Bernini: «Inadempienze e ritardi epocali»

    silos-ponte-parodi-hennebique-d3«Ponte Parodi è uno di quei tanti, classici lavori che nella nostra città vengono molto annunciati, molto discussi, molto progettati e mai realizzati». Le parole con cui Simone Farello, capogruppo del Partito democratico in Consiglio comunale, ha iniziato la sua interrogazione a risposta immediata rivolta al vicensindaco Bernini, sono quanto mai emblematiche nel riassumere l’ormai quasi ventennale (non) storia della riqualificazione di questa porzione di waterfront (qui l’approfondimento di Era Superba).

    La questione, riproposta in Sala Rossa anche dai consiglieri Campora e Grillo (Pdl), è nota a tutti. Con un investimento tra i 150 e 200 milioni di euro, nell’area di circa 40 mila metri quadrati che affianca la Darsena dovrebbe sorgere un cosiddetto “fun-shopping center” che darebbe vita a una “grande piazza sul Mediterraneo”. Ma di grande per ora c’è soltanto l’ambizione: il progetto, presentato nel 2000 e approvato definitivamente nel 2002, sarebbe dovuto terminare già nel 2010. Invece, siamo arrivati ai primi mesi del 2014 e tutto continua a tacere. Per cui anche la nuova deadline che auspicava la fine dei lavori prevista tra 2015 e 2016 è destinata a essere ampiamente superata.

    Negli ultimi mesi, si è fatta largo l’ipotesi che il progetto potesse essere ormai desueto e non rispondesse più, da un lato, ai bisogni della città, dall’altro, all’interesse del Gruppo Altarea che si è aggiudicato l’area. Da cui potrebbero essere motivate le infinite lunghezze. Come stanno veramente le cose? «A noi – assicura Bernini – nessuno è mai venuto a manifestare un diminuito interesse per l’area. Anzi, ancora fine dicembre abbiamo incontrato Altarea per proseguire il lungo lavoro di predisposizione della convenzione che dovrà essere siglata per lo sviluppo delle attività».

    Appunto, lo sviluppo delle attività. Anzi, l’avvio: una chimera?

    [quote]Inutile negare che ci siano state delle inadempienze e dei ritardi epocali ma le colpe del Comune sono davvero poche»[/quote]

    «Per quanto ci riguarda – prosegue Bernini – dovevamo garantire gli accessi da via Buozzi i cui lavori di riqualificazione, legati anche al nuovo deposito della Metropolitana, sicuramente saranno terminati molto prima delle strutture di Ponte Parodi (anche se le ultime notizie su via Buozzi non sono proprio rassicuranti, ndr). Il grave ritardo, invece, è da ascrivere soprattutto ad Autorità portuale che non ha ancora terminato le opere idrauliche alla radice del Ponte. Finché non vengono completati questi lavori non è possibile procedere alla cinturazione del molo che darebbe poi la possibilità di avviare la cantierizzazione».

    A dire il vero, al Comune spettava anche la soluzione di un’altra questione, seppur di minore impatto, rimasta a lungo in sospeso: la ricollocazione della Pubblica Assistenza. «Per quanto riguarda la Croce Verde – assicura Bernini – con un investimento di circa 20 mila euro siamo riusciti a trovare una nuova sistemazione al Tabarca». Ci sarebbe poi il definitivo trasloco della ditta Santoro srl, che si occupa di gestione di rifiuti portuali e navali, ma anche su questo il vicesindaco rimbalza la palla ad Autorità portuale.

    ponte-parodi-cantiere-lavori-porto-2
    «Ponte Parodi è un’opera grandissima, e altrettanto complicata racconta ad Era Superba il direttore di Porto Antico Alberto Cappatola nostra società ha partecipato al progetto in prima persona, facendosene promotore e investendo molto, in termini sia di denaro che di aspettative, per un ulteriore ampliamento del waterfront portuale. Il nostro ruolo consisteva semplicemente nel favorire l’avvio dei lavori, tramite investimento monetario, e di farci da parte all’indomani dell’inizio del progetto vero e proprio, lasciando le redini in mano a un privato, la ditta francese Altarea»

    A fare le spese di tutti questi ritardi, finora, è stata soprattutto Porto Antico spa, società partecipata per il 51% dal Comune di Genova, che ha anticipato i costi per l’abbattimento del silos granario, che saranno coperti da Altarea (attraverso un passaggio intermedio via Tursi) solo in seguito alla ratifica della convezione. Convezione che il gruppo non ha alcuna intenzione di firmare finché non potrà effettivamente mettersi al lavoro.

    Ma le luci all’orizzonte sono ancora molto, molto distanti e più passa il tempo, più la situazione si fa intricata. «C’è un problema di carattere urbanistico – spiega Bernini – perché l’area comprende anche lo storico edificio Hennebique, il cui bando per la concessione è andato deserto (qui l’approfondimento, ndr). La discussione che si aperta successivamente ha chiamato in causa una modifica dei pesi degli spazi vincolati all’uso pubblico che inizialmente erano fissati al 51% con la possibilità di scendere ulteriormente in caso di realizzazione di un polo alberghiero».

    silos-ponte-parodi-hennebique-d2«È chiaro che per rendere l’investimento appetibile, data la complessità dell’intervento di manutenzione anche a seguito dei vincoli imposti dalla Sovrintendenza, è necessario diminuire la quota destinata a uso pubblico. Ma nel momento in cui le proporzioni dovessero diventare molto vantaggiose per quanto riguarda la percentuale a uso privato, che non significa per forza commerciale, è naturale che anche Altarea potrebbe chiedere una rivisitazione delle proprie condizioni (61% pubblico, 39% privato)». La questione è perciò delicata e, con tutta probabilità, sarà risolta contestualmente, senza dimenticare che la decisione finale sull’eventuale modifica delle destinazioni d’uso dovrà passare attraverso le forche caudine del Consiglio comunale.

    «Non credo – conclude il vicesindaco, tornando alla domanda che aveva dato inizialmente il la alla questione – che Altarea abbia alcun interesse a far saltare il banco prima di essere giunti alla conclusione di questo percorso, anche perché fino ad oggi ci sono state mutue accettazioni dei ritardi tali per cui si è tutelato lo status quo. Se, terminato questo percorso, dovessero esserci ulteriori ritardi da parte di Autorità portuale, allora potrebbe effettivamente verificarsi un ritiro della società: in tal caso dovremmo occuparci – e preoccuparci data la difficoltà – di trovare situazioni alternative di utilizzo che sappiano remunerare gli investimenti anticipati dalla Porto Antico».

    Simone D’Ambrosio

  • Ilva Cornigliano, caso Muzzana Trasporti: lavoratori messi da parte per un conflitto di potere

    Ilva Cornigliano, caso Muzzana Trasporti: lavoratori messi da parte per un conflitto di potere

    via-dell-acciaio-ilva-dSe gli operai dell’Ilva di Cornigliano sono legittimamente preoccupati per il loro futuro occupazionale (qui l’inchiesta di Era Superba) dopo che la direzione aziendale ha comunicato l’impossibilità di rispettare l’accordo di programma paventando di conseguenza centinaia di esuberi, i lavoratori del deposito genovese di Muzzana Trasporti srl – società nata come corriere per tutto il Gruppo Riva (con sede principale a Caronno Pertusella nel cuore della Riva Acciaio spa) – già da ottobre 2013 sono costretti a casa, prima in cassa integrazione ordinaria (fino a gennaio 2014) e adesso in c.i. straordinaria (in scadenza il prossimo 31 marzo). La storia dei dipendenti Muzzana è particolarmente drammatica perché dalla sera alla mattina 4 persone – e dunque altrettante famiglie – si sono ritrovate improvvisamente espulse da un contesto lavorativo nel quale erano a pieno titolo inserite ormai da 16 anni.

    Ma partiamo dal principio. Il Deposito Muzzana Genova nasce nel 1995 e fino al 2002 è gestito da personale ILVA S.p.A., quale punto di appoggio nello smistamento di  ricambi a tutti gli stabilimenti del Gruppo Riva. La postazione di Cornigliano è strategica per la sua posizione logistica di collegamento tra le società Ilva di Taranto, Genova, Novi Ligure e le società collegate (Sanac Massa e Vado Ligure). Nel deposito genovese, da sempre, lavorano fianco a fianco dipendenti sia Ilva sia Muzzana che si occupano della parte operativa: scarico/carico merce in arrivo e in uscita, imballaggio delle merci, carico/scarico container per Ilva Taranto, il tutto tramite l’ausilio di carrelli elevatori frontali e carroponte, mentre gli autisti ritirano i ricambi per le società del gruppo.

    Dopo il commissariamento della holding Riva Fire (agosto 2013) – che controlla Ilva S.p.A. e dunque le fabbriche di Taranto, Genova Cornigliano e Novi Ligure (mentre una parte del gruppo, Riva Forni Elettrici che controlla Riva Acciaio, Riva Energia e Muzzana Trasporti srl, è rimasta sotto il controllo della famiglia Riva) – a seguito dell’inchiesta giudiziaria per disastro ambientale a carico della dirigenza Ilva di Taranto e della famiglia Riva «Noi quattro siamo gli unici ad essere stati messi completamente fuori gioco – denunciano Alessandro, Fabrizio, Gabriele e Ivan, dipendenti del deposito genovese della Muzzana Trasporti srl – Dapprima, con il sequestro dei beni Riva a settembre 2013, siamo stati coinvolti come altri 1400 operai Riva nel procedimento di “messa in libertà”, ovvero sospesi senza il pagamento dello stipendio. Trascorsi 15 giorni siamo rientrati ma ci è stato detto chiaramente che non servivamo più. Il risultato è che da alcuni mesi ci è stato sottratto il lavoro che, ad oggi, viene effettuato da personale Ilva Genova sotto il nome di magazzino transiti Genova».

    Secondo i lavoratori «La dirigenza Ilva ha scelto tale soluzione senza  preoccuparsi minimamente di noi. Muzzana Trasporti a questa azione ha risposto richiedendo un cassa integrazione ordinaria a zero ore, falsandola come “calo di commesse”, fatto assolutamente non veritiero. È evidente che l’intenzione della Riva Forni è quella di non volere più interferire su quanto riguarda l’Ilva. In pratica, si è creata una situazione dove noi quattro dipendenti della Muzzana Trasporti srl nel deposito di Genova siamo l’ultima traccia dei Riva all’interno dell’Ilva, quindi una presenza da debellare. Siamo rimasti senza lavoro soltanto per un conflitto di potere. E da mesi non abbiamo più comunicazioni sul nostro futuro. Per questo abbiamo deciso di agire per via legale. La settimana scorsa il nostro avvocato ha depositato il ricorso per chiedere il reintegro all’Ilva».

    Il racconto dei lavoratori

    ilva genovaQuello che maggiormente colpisce in questa vicenda è l’assoluta ambiguità che sta alla base del rapporto tra Ilva e la sua società controllata. «Io sono stato assunto come dipendente di Ilva Genova – spiega Alessandro Saporito, responsabile del magazzino genovese di Muzzana Trasporti srl – All’epoca alcuni magazzinieri Ilva venivano utilizzati in mansioni di trasporto dei pezzi di ricambio con mezzi della Muzzana Trasporti. Ciò è avvenuto fino al 2002. In seguito hanno deciso di regolarizzare la mia posizione. In sostanza obbligandomi a passare alle dipendenze di Muzzana Trasporti». Nel frattempo vengono assunti altri tre lavoratori, sempre direttamente dall’ufficio personale di Ilva Genova «Ma formalmente il contratto è quello della categoria autotrasporto – continua Saporito – E ufficialmente siamo tutti dipendenti di Muzzana Trasporti».

    Alessandro, Fabrizio, Gabriele e Ivan raccontano di aver sempre lavorato nel magazzino Ilva Genova con sede all’interno dello stabilimento di Cornigliano. «Eravamo perfettamente assimilabili ai dipendenti Ilva: ci spogliavamo nello stesso spogliatoio, mangiavamo nella medesima mensa, timbravamo il cartellino come azienda Ilva, svolgevamo le visite mediche all’interno dell’Ilva, vestivamo con divise Ilva, e potremmo continuare ancora a lungo».

    Una situazione che va avanti così per anni, fino al settembre 2013, quando interviene la magistratura con il sequestro dei beni Riva (settembre 2013). «Anche noi siamo rientrati nel procedimento di “messa in libertà”, cioè sospesi senza il pagamento dello stipendio – spiega Alessandro Saporito – Dopo 15 giorni, al pari degli altri lavoratori coinvolti, siamo rientrati nello stabilimento dove, però, era già stata creata una postazione alternativa in un altro capannone in cui i dipendenti Ilva operavano al posto nostro. Per qualche giorno siamo rimasti nel deposito Muzzana senza nulla da fare. Poi la direzione Muzzana ci ha comunicato chiaramente che non servivamo più. Di colpo Ilva ha deciso di svolgere internamente il servizio di stoccaggio, mentre il servizio di trasporto sarà affidato a ditte esterne».

    Ma come sottolineano i dipendenti Muzzana «Noi avevamo un ruolo ben diverso da semplici corrieri. Aspettavamo i materiali e li controllavamo, non si trattava soltanto di operazioni di ritiro e consegna, bensì garantivamo determinate caratteristiche al servizio, rappresentando a tutti gli effetti una presenza Ilva. Infatti, entravamo direttamente nei reparti, attività che una ditta esterna, in teoria, non potrebbe svolgere». E soprattutto «Ogni direttiva operativa proveniva dall’Ilva, noi dipendenti Muzzana eravamo una sorta di “jolly”, oltre ad essere ricambisti e magazzinieri dell’Ilva potevamo muoverci e maneggiare materiale di tutto il gruppo».

    Nonostante le continue rassicurazioni dei dirigenti Ilva, pronti a scongiurare qualsiasi ipotesi di licenziamento, i dipendenti Muzzana hanno subito un progressivo isolamento all’interno dello stabilimento di Genova Cornigliano, fino ad essere considerati addirittura degli estranei. «Eppure noi avevamo rapporti esclusivamente con la direzione Ilva di Genova – sottolinea Saporito – Il magazzino genovese di Muzzana Trasporti è stato creato apposta per dare risposta alle esigenze dell’Ilva. Il ricorso legale verterà proprio su questa evidente promiscuità che, probabilmente, senza le note vicende giudiziarie, sarebbe proseguita tale e quale ancora oggi».

    La posizione del sindacato

    «Una storia decisamente anomala – così la definisce Armando Palombo, delegato Fiom della rsu Ilva di Cornigliano – risultato non voluto di una carambola che parte dalla giustissima inchiesta giudiziaria di Taranto. I lavoratori Muzzana pagano colpe non loro. Un tempo l’universo Ilva, composto da una serie di società controllate in varia misura dalla famiglia Riva, era sostanzialmente unito. Ma la commistione tra diverse realtà societarie era tale che numerose funzioni, in maniera impropria, si sono via via mescolate. Adesso che l’universo Ilva è stato scorporato, a seguito dell’inchiesta della magistratura e per motivi finanziari (così Riva ha salvato la parte “sana” del gruppo), sono emersi tutti i problemi».

    Comunque, secondo Palombo «I 4 dipendenti Muzzana, di fatto, svolgevano mansioni per Ilva Genova. Quindi, dal punto di vista lavorativo, sarebbero perfettamente integrabili in Ilva.  La causa legale potrebbe essere la strada migliore per ottenere il reintegro. Considerate tutte le anomalie e le ambiguità nei rapporti tra questi lavoratori e Ilva Genova».

    Matteo Quadrone

  • Homeless a Genova: le strutture di accoglienza e il lavoro delle associazioni per i senza tetto

    Homeless a Genova: le strutture di accoglienza e il lavoro delle associazioni per i senza tetto

    homeless1Sono chiamati “invisibili”, la sera per dormire si allungano su due cartoni con una tendina dell’Ikea per coprire il viso. Fanno la coda alla porta degli ostelli con il buono della Caritas in mano. Spengono la luce quando chiudono gli occhi, l’alcool aiuta ad addormentarsi meglio e in minor tempo. Dopo i tristi episodi di cronaca delle scorse settimane, con le immagini dell’aggressione avvenuta a Genova ai danni dei quattro clochard in piazza Piccapietra che hanno fatto il giro del web, i senza tetto a Genova sono finiti improvvisamente sotto i riflettori, loro che ai riflettori non sono certo abituati.

    Ma dove sono, quanti sono e dove vanno, gli homeless che gravitano nella nostra città? A questo proposito, la Comunità di Sant’Egidio distribuisce gratuitamente l’ultima edizione dell’utilissima guida “Dove mangiare, dormire, lavarsi 2014“, praticamente la Michelin dei senza tetto, che segnala a Genova, oltre a conventi e mense dove richiedere un pasto (muniti del buono), anche una serie di rifugi per la notte. Si va da quelli convenzionati con la Questura, preparati ad accogliere rifugiati e profughi in attesa di permesso, come Auxilium a San Teodoro o Tangram in zona Principe, abilitato anche a ricevere persone con problemi di dipendenza e minori soli, a quelli per i detenuti in regime di pena alternativa che trovano accoglienza nella Casa Speranza di Campomorone. Le donne con bambini e situazioni familiari problematiche hanno ospitalità in Via Cairoli presso l’Udi, ma qui si parla più di situazioni di maltrattamento che di reale perdita dell’abitazione. In ogni caso si tratta di soggiorni limitati nel tempo, normalmente un paio di settimane, ed il Comune in aggiunta predispone, in caso di situazioni meteorologiche particolarmente a rischio, aperture straordinarie delle sale d’aspetto e dei  relativi servizi  nella Stazione Principe: in questi casi anche la Croce Rossa cerca di mandare volontari e di  reperire ulteriori locali. Si contano, in totale, circa 300 posti letto disponibili, a fronte di una richiesta stimata dalla Comunità di Sant’Egidio tre volte superiore,  ma in realtà è difficile stabilire dei dati certi: molti irregolari si guardano bene dal rivolgersi alle strutture autorizzate, altri che potrebbero in realtà ottenere posti letto a pagamento saltuariamente decidono di ingrossare le file dei clochard per risparmiare qualche euro, mentre i cosiddetti “punkabbestia” bivaccano nella buona stagione in alcune zone del centro storico con i propri cani senza cercare ulteriori ripari.

    A questo punto per chi rimane fuori non resta che il fai da te: ad esempio l’hotel Marinella – posto in una meravigliosa posizione sulla Passeggiata di Nervi e abbandonato da oltre un anno – è stato colonizzato da un consistente drappello di cittadini extracomunitari che ne presidia attivamente gli ulteriori accessi. I portici di via XII Ottobre, luogo dell’aggressione, oppure casi particolari, come quello che interessa l’estremo lembo della città, Capolungo, dove un senza tetto ha stabilito il domicilio nel portichetto dell’ultima palazzina, dopo aver chiesto il permesso agli inquilini e ricambiando con poesie, brevi scritti e qualche chiacchiera con chi ne ha piacere. Poi ci sono i portici di Piazza della Vittoria piuttosto che i fondi del Pronto Soccorso di San Martino, gli angoli bui del Porto Antico o dell’ex mercato di Corso Sardegna, con i vigili che un po’ chiudono un occhio un po’ intervengono quando i cittadini lo richiedono esplicitamente.

    A complicare l’esistenza di queste persone, oltre all’oggettivo disagio di non avere un rifugio sicuro, ci sono problemi di dipendenza, solitamente dall’alcool, che talvolta si unisce ad un disagio psichico che può essere causa o conseguenza della vita irregolare e malsana. Questo fa sì che chi ne è vittima si allontani dai centri di accoglienza dove occorre presentarsi sobri, seguire un minimo di regole, convivere con persone sconosciute. E per chi non ha nei loro confronti un approccio di tipo professionale, o comunque formato con l’esperienza del lavoro nelle associazioni, risulta difficile aprire un canale di comunicazione, concentrati come sono a raccontare la storia che pensano si voglia ascoltare, o che preferiscono raccontare  e raccontarsi, e grazie alla quale sperano di guadagnare una bottiglia o una banconota. Così c’è chi ti dice di aver voluto abbandonare tutto perché litigava con il coinquilino, chi racconta di vivere grazie ad un bonifico mensile elargito da George Bush (senior) in ricordo di un’avventura d’amore vissuta a Savona, chi semplicemente era badante di qualcuno che ora non c’è più ed è rimasto senza casa e lavoro in un colpo solo.

    poverta-crisi-clochard-DICercando di approfondire le varie situazioni e consultando chi lavora quotidianamente per aiutare gli homeless genovesi, quello che sembra chiaro è che quasi mai si ritrovano per strada per libera scelta, nonostante il luogo comune li voglia felicemente liberati dai pesi della quotidianità che tutti noi portiamo con fatica. In realtà non ne vogliono parlare, del vero motivo che li ha portati in questa condizione, che tra l’altro li espone ad un alto rischio patologico con un’aspettativa di vita che è in linea con quella dei paesi in via di sviluppo, privi come sono di cure ed assistenza. Muoiono molto spesso per strada, lì dove hanno vissuto, ed è solo allora che mezzi di informazione ed istituzioni sono costretti ad accorgersi di loro o meglio, dei loro corpi senza vita.

    Per evitare quanto più possibile questa fine terribile a Milano è nato il Progetto Arca,  1400 kit di sopravvivenza distribuiti ad altrettanti senzatetto: uno zainetto con dentro calze, mutande, asciugamano  e maglietta e un astuccio con sapone e spazzolino distribuiti dall’Associazione Arca che, nell’occasione, ha chiesto a gran voce al nuovo governo un impegno vero nei confronti del mondo del volontariato e degli aiuti sociali.

    Infine nel girone più esterno di questa specie di inferno urbano troviamo i nuovi poveri, quelli rimasti intrappolati da una serie particolarmente sfortunata di eventi negativi, perdita del lavoro unita magari alla separazione oppure alla morte di un parente o alla perdita della casa. Questo accade sempre più frequentemente: secondo i dati Eurostat presentati ad ottobre, nel 2012 il 12,7% delle famiglie era sotto la soglia di povertà relativa (era l’11,1% nel 2011), mentre in povertà assoluta risultava l’8%, con un incremento del 33,3% rispetto all’anno prima. Si tratta del più alto degli ultimi 10 anni. Sia chiaro, povertà non vuole ancora dire homeless, possedere una vecchia automobile dentro cui dormire ed un certificato di residenza da esibire, in questi casi fa la differenza. Si, perché chi non può più disporre neanche di quello viene cancellato dall’anagrafe comunale, perdendo innanzi tutto il diritto al medico di famiglia, il diritto di voto e persino la pensione, che se non era precedentemente già erogata, non viene corrisposta pur in presenza di contributi versati e diritti maturati.

    Per questo, per tutelare le persone che si vedono rapidamente ricoprire dal mantello dell’invisibilità esiste una specifica organizzazione, Avvocati di strada (qui l’approfondimento), nata a Bologna nel 2000 ed ora una bella realtà in tutti i maggiori capoluoghi, che dallo scorso anno è attiva all’interno della Comunità di San Benedetto al Porto di  Don Andrea Gallo. Grazie al lavoro volontario dei professionisti, si cerca di aiutare le persone che sono “uscite dal giro”del lavoro e dei rapporti sociali, cercando di impedire il definitivo abbandono di diritti e doveri; di seguire le trafile burocratiche per extracomunitari e rifugiati,  e di assistere i clochard in tutte quelle pratiche per le quali, visto che hanno perso la residenza, non hanno più diritto al patrocinio gratuito. L’unica condizione richiesta per chi vuol collaborare con loro è l’assoluta  gratuità del lavoro svolto.

    Pavimentazione nel Centro StoricoMa nella nostra città sono tante le persone che si occupano di assistenza ai senza tetto. Paolo Farinella, prete molto attivo su tutti i fronti dell’assistenza ai “meno adatti”,  l’Associazione San Marcellino, che opera nel centro storico, dove non ci si limita a dare un piatto caldo ed un tetto ma si cerca di rieducare ad avere un orario, un piccolo impegno, un tempo per il fare ed uno per il riposo. Auxilium è la realtà più grande, il braccio operativo di Caritas, mentre  Massoero 2000, altra associazione che collabora con il Comune di Genova, è molto attiva sul fronte delle iniziative per  sensibilizzare le istituzioni e i cittadini. Abbiamo quindi rivolto alcune domande ad Angelo Gualco, direttore della Onlus Massoero 2000 che ha sede in via della Maddalena, per cercare di capire meglio come è strutturato e in che cosa consiste il prezioso lavoro di queste realtà cittadine.

    «L’associazione dispone di un pulmino che la sera compie un giro di ricognizione nei  luoghi dove sappiamo di poter trovare persone che dormono all’aperto, e cerchiamo di fornire un panino, una coperta ed una bevanda. Questo solitamente è il primo contatto, perché li invitiamo a venire nei nostri locali dove possiamo fornire assistenza durante il giorno, aiuto nei problemi quotidiani e ovviamente un pasto caldo. Altri vengono mandati da noi dagli uffici del Comune, il pernottamento però è limitato al periodo invernale, quando è possibile derogare alle norme sugli ostelli previste dalla Regione». 

    E, una volta avvenuto il primo contatto, per quanto tempo di solito seguite una persona? «Premesso che non mandiamo via mai nessuno, è chiaro che dobbiamo organizzare il periodo in cui noi dovremo chiudere per la notte, senza lasciarli soli ma cercando la sistemazione migliore. Anche quando riescono a trovare un alloggio e non sono in grado di pagare il trasloco o i mobili, noi diamo una mano, distribuendo l’arredamento raccolto da altri volontari e assistendoli nelle pratiche burocratiche».

    [quote]Abbiamo organizzato una manifestazione proprio in occasione del 15 marzo, data in cui dovremmo chiudere i nostri dormitori. Allestiremo una grande tenda il venerdì sera in Piazza De Ferrari, dove passeremo la notte con i nostri ragazzi, cercando di sensibilizzare la città sull’importanza di trovare spazi da condividere con chi è meno fortunato».[/quote]

    Funziona la collaborazione con il Comune di Genova? «In realtà il Comune sta facendo molto, pure in questa stagione di tagli al bilancio e spending review. E’ stato appena inaugurato il nuovo centro di Quarto, che possiamo utilizzare nella stagione invernale, ed in genere ci supporta come può. Certamente i fondi mancano, ma con un po’ di creatività si possono sempre trovare delle soluzioni».

    Traspare ottimismo dalle parole di Gualco:

    [quote]Noi abbiamo il 90% degli operatori che sono persone che  precedentemente erano nostri assistiti, che hanno  avuto un’esperienza sulla strada».[/quote] 

    Testimonianza che grazie all’impegno dei cittadini volontari sono tanti i senza tetto genovesi che sono stati reinseriti nella società. «Vediamo che le persone che sono state seguite da noi, se per qualche motivo si sono allontanate, magari perché nomadi o per problemi con la giustizia, appena tornano in città vengono a cercarci, vogliono stare ancora con noi. Questo è molto gratificante, sul piano professionale ma anche su quello umano, vuol dire che non abbiamo dato solo dell’aiuto materiale, ma anche qualcosa di più duraturo».

    Capita che qualcuno volontariamente si allontani dai centri, che preferisca proprio tornare in strada? «Questa “storia” del clochard che in strada vuole starci a tutti i costi è parecchio riduttiva: certo è che chi non riesce proprio a seguire un minimo di regole o magari ha una forte dipendenza dall’alcool tende a ritornare nei propri angoli, ad isolarsi, ed è molto difficile interrompere questo circolo negativo». E per quanto riguarda gli irregolari? «In teoria gli irregolari, in base alla legge Bossi-Fini, non potrebbero essere seguiti. Però il concetto del soccorso prevale sulla legge, e quindi in realtà possiamo curarli, sfamarli e trovargli un letto per evitare che rischino la vita, specialmente con il freddo. Un discorso a parte è per i rifugiati politici, che hanno ottenuto questo status dalla Prefettura in quanto provenienti da zone di guerra o dove sono in atto rivoluzioni o guerre civili. A noi arrivano tramite l’ufficio del Comune: proprio ieri sera hanno mandato un ragazzo del Mali, eravamo già oltre il tutto esaurito, ma insomma ci siamo arrangiati in qualche modo, e lo abbiamo accolto al meglio».

    Ringraziamo Angelo Gualco per la sua cortesia, ed anche per l’ottimismo e la voglia di fare che si leggono nelle sue parole. Il messaggio che se ne ricava è che si deve provare sempre ad agire, ogni sforzo anche se sembra una goccia nel mare può significare la differenza fra chi riesce a farcela e chi abbandona. In sostanza, ascoltando Angelo, leggendo Don Farinella, guardando il lavoro di molti altri volontari, si capisce che la strada è tracciata. Gli homeless sicuramente non avranno ancora case gonfiabili ad aspettarli né architetti volenterosi dedicati a trovare la soluzione di case portatili gratuite, ma la via d’uscita esiste: sta anche a loro volerci credere, a noi spetta non chiudere mai la porta.

    Bruna Taravello

  • Università di Genova, tutti i numeri dell’Ateneo: studenti e strutture, fondi e investimenti

    Università di Genova, tutti i numeri dell’Ateneo: studenti e strutture, fondi e investimenti

    Via Balbi Lettere e FilosofiaIn occasione dell’inaugurazione dell’anno accademico 2013-2014 (7 febbraio 2014), l’Ateneo genovese ha reso pubblici i dati relativi agli investimenti, ai fondi, agli studenti nell’a.a. 2012-2013 e ai nuovi progetti che ha in serbo per i prossimi anni. Oltre al numero di nuove immatricolazioni, di laureati, di offerte nell’ambito della ricerca e della mobilità, si parla di investimenti da mettere in atto per modernizzare una struttura, quella universitaria, che in Italia risulta obsoleta e inadatta a competere con gli altri atenei europei e mondiali.

    Che la situazione sia questa, lo si sa da tempo: vi sarà già capitato di leggere i report annuali, i cosiddetti World Universities Ranking (qui quello di THE Times Higher Education), con la graduatoria degli atenei mondiali. In questi ranking, che si basano spesso su criteri specifici (reputazione accademica, numero di citazioni in articoli scientifici, presenza di studenti o docenti stranieri, ecc.) e che rispondono a particolari logiche (l’istituto Qs, ad esempio, mette insieme i dati raccolti da varie fonti e sondaggi su 60mila docenti e 28mila dipendenti) le università italiane occupano posizioni arretrate: ad esempio, secondo THE per l’a.a. 2012-2013 gli atenei italiani compaiono solo dopo la posizione 250. I “primi” italiani in classifica sono l’Università degli Studi di Milano (262) e Milano Bicocca (263), seguiti da Trieste, Bologna, Trento, Torino, e poi Padova, Pisa, Pavia, Roma (a larga distanza, tra la posizione 300 e la 350). Non mancano nemmeno Ferrara, Reggio-Emilia e Salento. Anche stando al ranking presentato da Qs, la situazione migliora ma non troppo: l’Università di Bologna, prima italiana, è al 188esimo posto; La Sapienza di Roma al 196, 230 il Politecnico di Milano, 235 l’università degli Studi di Milano e l’Università di Pisa è 259esima.

    Il tutto si inserisce in un contesto in cui le riforme per il sistema scolastico e universitario a livello nazionale scarseggiano e arrancano, e in cui di recente si è tornato a parlare di provvedimenti che limitano le ore di insegnamento di storia dell’arte nelle scuole superiori e di filosofia sia nelle scuole secondarie che in certi corsi universitari.

    Università di Genova

    «Investire nell’Università è essenziale per la società, per uscire dalla crisi: laddove si è investito, la crisi ha avuto impatto minore – ha commentato il rettore Deferrari – Oggi vogliamo razionalizzare l’offerta formativa per avere più laureati da inserire nel mondo del lavoro, ridurre i fuori corso e gli abbandoni. È indispensabile per crescere attrarre risorse a livello europeo e mondiale, partecipando a bandi e collaborando con imprese, per l’internazionalizzazione di qualità. Incrementeremo i corsi in inglese, anche con formazione a distanza con docenti stranieri, anche per venire incontro ai tantissimi studenti stranieri, che fanno di UniGe una delle università più aperte. Inoltre, per favorire la prosecuzione del percorso studentesco, non siamo stati né low cost, né esosi: abbiamo ridotto la seconda rata delle tasse e incrementato i premi di laurea e profitto. Qualità della formazione, della ricerca, del trasferimento tecnologico: lavoriamo verso un’integrazione di università e Paese, perché l’Ateneo non sia un fortino ma una piazza aperta sul mondo».

    Senza scomodare i ranking internazionali (oltre la posizione 400 nella graduatoria THE), concentriamoci sull’Ateneo genovese e sui ranking italiani: stando ai dati del luglio 2013 di Repubblica-Censis, Genova ottiene il quinto posto tra gli atenei “grandi” (tra 20 e 40 mila iscritti), con 86,8 punti conferiti in base alla valutazione di servizi, strutture, web, internazionalizzazione e spese per borse ed altri interventi. La prima di questa categoria è Pavia, con 94,1, ma in generale spiccano i poli senese (oltre i 100 punti), bolognese, padovano e le due importanti scuole politecniche milanese e torinese. Genova eccelle nell’area chimico-farmaceutica (quarto posto) e geo-biologica (terzo posto).

    La struttura

    centro-storico-vicoli-architettura-d12L’Ateneo si articola in cinque scuole, a loro volta composte da dipartimenti (22 in totale). Dopo l’attuazione della riforma Gelmini, entrata in vigore dall’1 gennaio 2011, nell’a.a. 2012-2013 le Facoltà sono state soppresse e trasformate in scuole. Così sono state accorpate ad esempio le Facoltà di Architettura e Ingegneria, o quelle di Giurisprudenza, Scienze Politiche ed Economia. Oggi abbiamo a Genova la Scuola di scienze matematiche, fisiche e naturali; quella di scienze mediche e farmaceutiche; di scienze sociali; scienze umanistiche; politecnica. Non mancano i centri di servizio (da quello linguistico, al CISITA per servizi informatici e telematici) e le biblioteche, che sono cinque (una per scuola) rispetto alle quattordici del passato. Il tutto, dislocato in circa 400 mila mq di immobili, molti dal valore storico e spesso difficili da mantenere in buone condizioni. A tal proposito è stato elaborato un piano edilizio nel 2013, sono stati predisposti i lavori all’ex Saiwa per il polo di chimica e la demolizione dell’ex Sutter, ultimati gli interventi all’Albergo dei Poveri. Inoltre, l’Ateneo è presente anche nelle altre tre province liguri, con sedi distaccate.

    Il personale è composto da 1.338 docenti, di cui 341 ordinari, 387 associati e 610 ricercatori, più altri collaboratori linguistici. A questi si aggiungono anche 1.409 impiegati nell’area tecnico-amministrativa, per un totale di 2.776 persone.

    Gli stravolgimenti degli ultimi anni, con il passaggio da Facoltà a Scuole, non ha mancato di creare disagi e suscitare polemiche, dovute ad esempio alla chiusura di alcuni uffici e alla ridistribuzione dei servizi: è stato il caso, ad esempio, dell’Ufficio Erasmus della ex Facoltà di Lettere e Filosofia, chiuso per essere accorpato a quello di Lingue, non senza problemi per il personale, spalmato in Via Bensa o adibito ad altre mansioni. Sono stati, inoltre, sostituiti alcuni presidi e i membri degli organi direttivi. Ci si è dovuti adattare a un’integrazione forzata tra realtà lontane anche fisicamente: è il caso, ad esempio, del polo di architettura e quello di ingegneria, uno nel centro storico e l’altro dislocato tra Albaro, San Martino, Fiera di Genova.

    L’offerta formativa

    universita-scuola-istruzioneSi articola in 27 corsi di laurea e laurea magistrale e 27 Corsi di Dottorato più 2 in consorzio con sede esterna XXIX ciclo (caso emblematico, quello del Dottorato in Filosofia, che quest’anno per la prima volta faceva parte del Consorzio Dottorato Filosofia nord ovest “Fino”, assieme a Piemonte Orientale, Università di Torino e Pavia). Inoltre Scuole di Specializzazione, corsi di perfezionamento e di formazione permanente e 32 Master Universitari di I e II livello. Le difficoltà degli ultimi anni hanno prodotto una progressiva riduzione dei fondi disponibili all’interno dell’Università, limitando sia la scelta dei corsi che le possibilità di prosecuzione del percorso di studi degli studenti all’interno della sede genovese. Tra i corsi è stato chiuso ad esempio quello di “Tecniche della Progettazione Architettonica e della Costruzione Edilizia” nell’a.a. 2010/2011.  Emblematico anche il caso del Dottorato di Filosofia e della sperimentazione della modalità consortile: l’alternativa sarebbe stata l’abolizione delle borse, mentre l’escamotage ha permesso di garantire un numero minimo di posti. Tuttavia, si trattava di un numero esiguo e quindi insufficiente: all’incirca 30 posti da ripartire in 4 atenei, vanificando le speranze dei neo-laureati e complicando le modalità decisionali.

    Gli studenti

    Gli iscritti ai corsi di I e II livello nell’a.a. 2012/2013 sono stati in totale 33.957, di cui 5.336 nuovi immatricolati, con aumento del 3-4% rispetto all’anno scorso. Nel 2012, infatti, c’era stato un calo dell’11%, ma oggi la situazione di emergenza sembra arginata. Tanti anche gli stranieri, il 20% in totale, di cui il 10 solo nell’ultimo anno. Tra tutti, più alte le immatricolazioni per la Scuola Politecnica (1165) e di Scienze Sociali (1889). Gli iscritti ai corsi post-laurea sono invece 3.957. Vediamo come sono ripartiti gli studenti tra le varie scuole:

    – Scuola di Scienze Sociali: 12.071

    – Scuola Politecnica: 7.739

    – Scuola di Scienze Mediche e Farmaceutiche: 6.898

    – Scuola di Scienze Umanistiche: 4.840

    – Scuola di Scienze Matematiche, Fisiche e Naturali: 2.409

    Per quanto riguarda il numero dei laureati, nel 2013 sono stati oltre 6 mila: di più quelli laureati in scienze sociali (2.127, di cui 1.330 femmine), poi quelli in ingegneria e architettura (1.458); seguono medicina e farmacia, con 1.258 laureati,  i laureati in scienze umanistiche (954) e quelli in matematica, fisica e scienze (441).

    Quanto investe l’Università di Genova nella ricerca?

    Ci sono dieci Centri interuniversitari di Ricerca e di Servizio: ad esempio, l’ISME, per i Sistemi integrati per l’Ambiente marino, il CIRCE dedicato ai cetacei, il centro legato al Museo nazionale dell’Antartide (MNA), e quello per la Ricerca sul Cancro (CIRC), quest’ultimo però in liquidazione. Non mancano anche due centri di eccellenza nella Ricerca: il Centre of Excellence for biomedical Research (C.E.B.R.) e il Centro italiano di Eccellenza sulla Logistica integrata (C.I.E.L.I.).

    “L’Università di Genova riveste un ruolo di primo piano nel campo della ricerca, dell’innovazione e del trasferimento tecnologico”, si legge sul report fornito alla stampa dall’Ateneo. E ancora: “In un contesto di accresciuta competitività nazionale e internazionale, l’Ateneo genovese è costantemente attivo nell’individuare finanziamenti, monitorando e selezionando tutte le opportunità e le fonti”. Ma quanto investe l’Università nella ricerca? Quali sono le possibilità fornite agli studenti? Nel 2012 i finanziamenti acquisiti a bilancio per lo svolgimento dell’attività di ricerca dell’Università di Genova ammontavano a 47 milioni di euro, con fondi aggiuntivi per circa 4,7 milioni di euro.

    Dai dati forniti dal conto Consuntivo Consolidato di Ateneo si legge che le entrate per la ricerca del 2012 provengono per il 35% da attività presso terzi e per il 24% da Enti pubblici e privati; il 12% da borse di ricerca e dottorato, l’11% dall’Unione Europea e un altro 11% dal MIUR; infine, un 3% proviene dalle amministrazioni pubbliche locali, Enti e associazioni internazionali (3%) e altri ministeri (1%).

    Fondi a disposizione, servizi scolastici

    Via BalbiNel corso dell’a.a. 2012-2013 i fondi a disposizione sono stati incrementati, passando da un fondo di cassa a gennaio 2012 pari a 34.950.621,43 euro ai 56.872.396,58 di dicembre. ARSSU, Azienda Regionale per i servizi scolastici e universitari, ha messo a disposizione 931 posti letto e si è occupata del servizio mensa e erogazione pasti. C’è stata anche la possibilità per 626 studenti di partecipare a bandi per lo svolgimento di attività retribuita (150 ore), con un compenso di circa 1.200 euro per studente, senza contare le analoghe attività di studente tutor, tutor alla pari e didattici e studenti attivi presso il CUS. Si tratta di opportunità di guadagno fornite agli studenti, rimanendo all’interno dell’ambiente accademico e non dovendo sacrificare lo studio al lavoro. La retribuzione si aggira nella maggiore parte dei casi attorno ai 1.000-1.500 euro.

    I progetti internazionali e l’inserimento lavorativo

    L’Università di Genova è esempio virtuoso di mobilità internazionale. Le borse Erasmus messe a disposizione dall’Ateneo sono circa 1160, di cui 540 sono state assegnate agli studenti per l’a.a. 2013/2014, contro le quasi 500 dell’anno precedente. Il numero di studenti Erasmus in entrata, invece, è superiore: sono 1996 gli studenti stranieri ospitabili, e si sono stipulati accordi con 392 istituti partner. Attive anche le borse per l’Erasmus Placement per tirocinio (110 assegnate su 132), lo scambio nell’ambito del CINDA, Centro Interuniversitario de Desarrollo Academico per la cooperazione con il Sud-America, e gli altri programmi, da Leonardo a Comenius, a “Porta la laurea in azienda”.

    Genova e l’Italia: numeri a confronto con Parma e Torino

    Per inquadrare meglio la situazione dellAteneo ligure proponiamo un paragone con altre università italiane. Un primo esempio, quello di Torino, Ateneo “maxi”, con oltre 67 mila iscritti: qui il bilancio è pari a 760 milioni di euro e i nuovi iscritti sono 15 mila, in aumento del 4%. Tra il personale, tanti giovani docenti e ricercatori, con età media pari a 50 anni.

    La situazione migliora, ad esempio, se ci confrontiamo con l’Ateneo di Parma, al terzo posto nella classifica Repubblica-Censis per la categoria “atenei grandi” con 88,5 (due posizioni sopra Genova). Qui, il numero degli iscritti è circa 32 mila (la metà proveniente da fuori regione), contro i quasi 34 mila di Genova.

    In generale la situazione è difficile: il Fondo di Finanziamento Ordinario, che rappresentava nel 2001 il 61,5% delle entrate degli Atenei, nel 2008 è sceso al 54%. Tra il 2009 e il 2013 si è assistito ad una ulteriore riduzione del 5% annuo, cosa che ha obbligato gli Atenei a mettere in atto strategie come tagli al personale docente e tecnico, aumento delle tasse in molti casi, mancato ammodernamento delle strutture e minori incentivi di promozione. Oggi, il Sistema di Finanziamento Pubblico si basa su logiche premiali, per cui sono previste percentuali da rispettare per quanto riguarda programmazione, monitoraggio e valutazione delle strutture, e sono fattori importanti nell’elargizione di premi.

     

    Elettra Antognetti

     

  • Musei di Genova, analisi dati visitatori. Da Strada Nuova fino alla periferia

    Musei di Genova, analisi dati visitatori. Da Strada Nuova fino alla periferia

    palazzo-tursi-D3I musei di Genova godono di buona salute? Attraggono il pubblico genovese e i turisti, e quanto ci costano? In una città che può vivere in gran parte di turismo e cultura, queste sono domande importanti. Dal Comune di Genova e dall’Assessore alla Cultura e al Turismo Carla Sibilla, giorni fa sono arrivate parole confortanti: i Musei civici del capoluogo sono in crescita e nel 2013 si è registrato un incremento di visitatori del 18%. Un dato positivo, soprattutto in considerazione del periodo non troppo florido che stanno attraversando le iniziative artistiche, i musei e tutto quello che ha a che fare con la cultura. Le previsioni, assicurano da Tursi, sono rosee anche per il biennio 2014-2015: si parla di investimenti sulle strutture, nuove mostre (di recente la notizia di quella a Palazzo Ducale dedicata a Frida Kahlo nell’autunno 2014, che prima sarà alle Scuderie del Quirinale di Roma), collaborazione con Milano in previsione di Expo 2015.

    “L’offerta museale genovese è ricca e articolata e l’Amministrazione Civica sta puntando con sempre maggior convinzione sulla promozione, nazionale e internazionale, del patrimonio culturale di una città che sempre di più – dopo il riconoscimento per Le Strade Nuove e il sistema dei Palazzi dei Rolli di patrimonio dell’umanità UNESCO – si sta affermando come città d’arte”, si legge nel comunicato diffuso dall’Ufficio Stampa del Comune. Parole ben accolte dai cittadini, che di solito lamentano la scarsa attenzione di Tursi alla promozione turistica. Ma, nei fatti, quanto è vicina Genova allo status di città d’arte?

    Nonostante gli entusiasmi, infatti, la situazione non è così rosea: certo, l’incremento c’è stato, ed è rilevante, ma l’affluenza di visitatori per ciascun museo è ancora bassa, soprattutto se paragonata alle altre città d’arte italiane. Molti musei soffrono ancora della scarsa affluenza di pubblico e della poca promozione. Certo, un fatto fisiologico in ogni città: alcuni poli sono più frequentati e soffrono meno (vuoi per la posizione più fortunata, per il patrimonio più prestigioso, per le mostre temporanee particolarmente accattivanti), altri sono più in difficoltà. Anche a Genova, naturalmente, si registrano squilibri: l’attività di certi musei langue e viene da chiedersi se vale la pena mantenerli in vita e quali strategie attuare per rilanciarli.

    I dati sulle presenze 2012 – 2013

    Vediamo nel dettaglio quali sono stati gli aumenti per il 2013. Sono state raggiunte le 600 mila presenze annuali (precisamente 637.637), +18% rispetto al 2012.

    Musei di Genova, dati visitatori 2012 - 2013Dai dati si evince che il polo più frequentato è quello composto dal complesso Galata Museo del Mare e Commenda di Prè, con circa 204 mila persone, in leggera flessione rispetto al 2012. Si conti che la cifra è da spalmare sui due musei, che fanno parte della stessa rete. La grande affluenza è motivata, oltre che dall’attrattiva che esercita un museo del mare a Genova (con l’affresco di Renzo Piano e relativo archivio, la terrazza panoramica MIRA Genova e il sommergibile Nazario Sauro), anche dalle molte iniziative e mostre che si sono svolte nel 2013: una su tutte, il Festival della Scienza, che per circa 10 giorni ha contribuito a portare un gran numero di visitatori e a far conoscere i due musei. Il Galata vanta inoltre due primati: più grande museo marittimo del Mediterraneo, e più visitato della Liguria.

    In generale, si può dedurre che gli introiti siano stati buoni: il prezzo pieno del biglietto per il Galata costa tra i 12 e i 17 euro per il solo museo, arrivando fino a un massimo di 45 con l’inclusione del pacchetto Acquario Village. Prezzi troppo alti? Forse sì, ma i visitatori non sembrano desistere per questo: sono un buon numero, soprattutto se si conta che il museo da novembre a febbraio è aperto solo 4 giorni. Nei biglietti cumulativi, anche il pacchetto Galata-Castello d’Albertis: un modo per incentivare una struttura poco pubblicizzata, che soffre della posizione fuori dal centro e per cui da anni già si parlava di creare un filo diretto con il Mu.Ma. La Commenda (biglietti 3-5 euro) invece conta di certo un numero molto inferiore di presenze, ma la sua offerta è stata incrementata nel corso degli ultimi anni (convegni, mostre, concerti, visite guidate). Nonostante questo, alcuni continuano a ignorarne la presenza e la Commenda soffre delle problematiche legate al Sestiere di Prè.

    via-garibaldi-D1
    2012 – 2013: INCREMENTI E DECREMENTI
    L’incremento generale del 18% nel 2013 comprende sia i visitatori paganti che non paganti.
    Incrementi*:Museo dell’Accademia Ligustica: +82%;
    Museo di Sant’Agostino: +52%;
    Musei di Strada Nuova: +42%;
    Commenda di Prè: +32%;
    Palazzo Spinola: +21%;
    Museo di Storia naturale: +16%;
    Palazzo Reale: +15%;
    Museo di Arte contemporanea di Villa Croce: +12%.
    Decrementi*:Chiossone: -23%;
    Musei di Nervi: -5%;
    Castello D’Albertis: -5%;
    Musei del Ponente: -1%;
    Mu.Ma.: -0,5%.Percentuali dei visitatori paganti*:
    Galleria d’Arte Moderna di Nervi: 77%;
    Galata Museo del Mare: 74%;
    Wolfsoniana: 67%;
    Museo di Sant’Agostino: 53%.[*Dati arrotondati] 

     

     

     

     

    Seguono i Musei di Strada Nuova che, con un incremento di oltre il 42%, superano quota 129 mila visitatori, grazie alle tante iniziative che ospitano (ad esempio Genova In Blu) e alla forte presenza di turisti soprattutto stranieri. Infatti, diceva a Era Superba l’Assessore Sibilla già un anno fa che «buona parte del turismo estero è culturale e in particolare è interessato alla zona UNESCO: Strada Nuova, Via Balbi, Via Cairoli, mentre il turismo italiano è più legato alla zona del waterfront». Per questo Tursi investe e punta su questo polo museale, che piace, è centrale e a portata di mano, ha prezzi contenuti (7-9 euro per la visita a Palazzo Bianco, Rosso, Tursi, e la domenica gratis per i residenti) e collezioni interessanti (da Caravaggio ai fiamminghi, passando per la tradizione genovese). Un modo per rilanciare anche il centro storico e i vicoli. Ma basta questo?

    Segue il Museo di Storia Naturale, a larga distanza: circa 50 mila visitatori l’anno, in aumento del 16% rispetto al 2012. Merito degli eventi “Nobody’s perfect” e “Zanne, corazze, veleni”, presenti da aprile a settembre? Può darsi. Il museo conta in media circa 160 persone al giorno con conseguente introito stimato di circa 800 euro al giorno (se si considerano tutti i visitatori come adulti paganti). Con oltre 35 mila visitatori, nel 2013 il Museo di Sant’Agostino ha incrementato i visitatori del 52,26%: merito di “Le incredibili macchine di Leonardo” e del fatto che sia stato sede del Festival della Scienza, offrendo un biglietto cumulativo per festival e museo a prezzo ridotto. Da commentare il risultato dei musei del Tesoro della Cattedrale di San Lorenzo e Diocesano, in aumento del 144%, con oltre 18500 presenze.

    Aumentano dell’11% anche le presenze a Villa Croce, toccando soglia 14 mila: la programmazione dedicata ad artisti contemporanei di fama internazionale, gli eventi, i concerti aiutano, ma anche qui le soglie sono basse. Una buona programmazione “giovane” e culturale: da promuovere ancora di più? Apprezzabili i tanti incentivi: riduzioni per disabili, universitari fino a 26 anni, ultra 65; gratuito fino a 18 anni, residenti nel Comune di Genova nella giornata di domenica, professori e studenti dei corsi di Beni culturali e Archeologia all’Università di Genova, giornalisti, membri ICOM. Peggior performance, il Chiossone, che perde il 22%: da Tursi si pensa già a strategie di rilancio, in primis la mostra “La rinascita della pittura giapponese”che sarà inaugurata il 27 febbraio. Il bel museo dedicato all’arte orientale potrebbe essere penalizzato dai lavori all’interno del parco di Villetta Di Negro (dal 2011-2012, è stato riaperto e inaugurato a gennaio 2014). Di certo, anche qui la scarsa promozione ha remato contro: nessun cartello a segnalare il museo, ad accezione di un’insegna all’entrata del parco che reca la generica scritta “museo” e che già aveva fatto discutere alcuni genovesi. Fanalino di coda, il Museo del Risorgimento, che conta circa 6 mila presenze, e gli spazi espositivi Palazzo Verde, Via del Campo 29r, Archivio di via Garibaldi, Loggia della Mercanzia, che nel complesso registrano un buon incremento (+44%) ma i circa 100 mila visitatori sono da dividere tra cinque soggetti museali.

    Lontani dal centro: i musei di “periferia”

    Musei di NerviI Musei del Ponente contano tutti e tre insieme 25817 visitatori: molto pochi e per giunta in leggero calo. Sempre meglio dei Musei del Levante, in particolare quelli nerviesi (qui l’approfondimento di Era Superba): se già nel 2012 non avevano fatto una buona performance, quest’anno perdono un ulteriore 5%, passando da 17910 a 17000 presenze tonde tonde. In perdita nei primi 2 trimestri 2013, si sono ripresi nel terzo (+10%), ma non è bastato. Troppo poche le presenze, soprattutto se si pensa che dei 17 mila visitatori la maggior parte si concentrano alla GAM – Galleria d’Arte Moderna. Nel 2012, 8 mila erano le presenze della sola GAM: facendo un breve calcolo, si contano circa 25 presenze al giorno: l’introito annuo riesce a pareggiare/superare  le spese di gestione?

    Attorno ai 14 mila visitatori anche Museo D’Albertis, in calo del 4,74%, nonostante i segnali di ripresa arrivati nel terzo trimestre del 2013 come aveva raccontato la direttrice Maria Camilla De Palma a Era Superba nel gennaio 2014 (qui l’approfondimento). Problemi di posizione e di promozione, e a dieci anni dall’apertura il D’Albertis fatica ancora a imporsi, anche se molti sostengono che potrebbe essere molto più in vista: la posizione a due passi da Principe, Terminal traghetti e Università, e la storia sui generis del Capitano sono fattori su cui puntare di più.

    Musei di Genova: cosa succederà nel 2014?

    Palazzo RossoPer aumentare la crescita e potenziare le visite, sono previsti investimenti sul patrimonio e sulle strutture da un lato, e dall’altro il rafforzamento della programmazione espositiva. Si assisterà alla riapertura di alcune sale Museo di Archeologia Ligure, all’inaugurazione delle nuove sale di Palazzo Rosso (quarto piano) dedicate alla Duchessa di Galliera, e al proseguimento dei lavori per il (contestato) tunnel tra Palazzo Bianco e Tursi, da finire nel 2015.

    Per quanto riguarda gli eventi, Rolly Days nel mese di marzo, maggio e settembre; Notte dei Musei (17 maggio); “Meraviglie da collezione. Musei e capolavori” in autunno, una serie di mostre-evento per presentare le opere meno note dei nostri musei civici, come  Autoritratto come Uomo di lettere di Arcimboldo o la prima stesura autografa dell’Inno di Mameli. Sempre in autunno anche un omaggio agli Embriaci con “Quando il Mediterraneo era il centro del mondo. La saga degli Embriaci tra Genova e l’Oltremare” al Museo di Sant’Agostino e Commenda di Prè.

    Verso Expo 2015: “Nutrire il Pianeta. Energia per la vita”

    La promozione si spinge anche oltre il panorama cittadino. Si parla di “promozione internazionale di alcune eccellenze – sia dal punto di vista delle collezioni che delle mostre temporanee – che posizionano la città a un livello qualitativo di assoluto rilievo”, in vista dell’Expo di Milano di maggio-novembre 2015. L’Expo è certamente un’opportunità da sfruttare, non solo per Milano e la Lombardia ma anche per molte altre città italiane: Assolombardia stima 21 milioni di visitatori (30% stranieri), benefici economici per oltre 34 miliardi di euro e 70.000 nuovi posti di lavoro in cinque anni. Genova si è già mossa e ha cercato la sinergia con Milano, firmando un programma pluriennale di progetti e attività: marketing per la valorizzazione del patrimonio storico-artistico; promozione di Genova “Smart City”; incremento dei trasporti (treno veloce che consentirà di raggiungere Milano in un’ora) e sfruttamento del Porto per l’aumento del flusso turistico. Anche il sistema museale genovese ha pensato a un “percorso di avvicinamento che porrà al centro dell’offerta culturale le caratteristiche del patrimonio conservato”.

    Genova e l’Italia: il confronto con le città d’arte della penisola

    Genova2004Dopo questo excursus, torniamo alla domanda principale: Genova può assurgere allo status di città d’arte? Nonostante l’incremento di quest’anno, esce sconfitta dal confronto con i più importanti poli artistici della penisola. Un raffronto in questo caso può aiutare a capire. Iniziamo da Firenze, in cui nell’anno passato si è assistito a un boom di visitatori: oltre 1,2 milioni, con un +60% rispetto ai 737 mila del 2012. Si pensi che Palazzo Vecchio da solo ha registrato 644.913 presenze (565.900 nel 2012) e Santa Maria Novella è passata da 65 a 440 mila, con l’unione di Basilica e Museo. Insomma, Palazzo Vecchio da solo supera i visitatori dell’intero capoluogo ligure e Firenze doppia il numero complessivo dei visitatori genovesi. A Milano, invece, fonti ufficiose parlerebbero addirittura di 1,4 milioni di visitatori, incentivati anche da recenti iniziative come la tessera annuale a 35 euro e la possibilità di ingresso gratuito per 2 mesi in tutti i musei civici.

    Non si può fare a meno di riflettere sulla situazione genovese, in cui i margini di miglioramento sono ancora alti e che non riesce a competere con gli altri poli culturali. Ad ogni modo, certi cali sono fisiologici e l’incremento del 18% è un ottimo risultato che fa capire che è necessario continuare a investire su turismo e cultura.

    Elettra Antognetti

  • RareNoise Records: il lavoro del discografico. Da Genova a Londra per produrre il jazz

    RareNoise Records: il lavoro del discografico. Da Genova a Londra per produrre il jazz

    britannia-houseGiacomo Bruzzo, imprenditore genovese, con un bagaglio di studi economici presso l’Imperial College a Londra, fondatore della casa discografica RareNoise specializzata in un jazz aperto ad ogni possibile contaminazione. La RareNoise parte da Genova per stabilirsi in pianta stabile a Londra e fino a tempi relativamente recenti in pochi la conoscevano dalle nostre parti; durante il Gezmataz Festival dello scorso anno lo showcase dell’etichetta ha attirato l’attenzione di molti addetti ai lavori e non: «Il rapporto con il Gezmataz Genoa Jazz Festival è nato in seguito al mio incontro con Marco Tindiglia, direttore artistico della rassegna. Abbiamo sviluppato l’idea di creare una serata RareNoise all’interno del festival, una serata focalizzata su nostre produzioni discografiche,  più “rischiose” rispetto a quelle normalmente presentate dal Gezmataz. Tuttavia, i miei rapporti con l’ambiente musicale genovese sono limitati al festival – sono in contatto con alcuni musicisti genovesi che risiedono negli Stati Uniti, ma nulla di più. Siamo sempre aperti a parlare con tutti, quindi perché no, potrebbero anche nascere collaborazioni con altre realtà genovesi in futuro».

    Si dice che il mercato musicale sia morto, ma è davvero così? Quale è la linea che segue RareNoise per lavorare e sopravvivere in questo scenario, considerando anche il genere che trattate (“un rumore pregiato”)?

    Rare Noise Records

    «Domanda non facile – diciamo che il nostro essere “di nicchia” ci offre una certa protezione dalla contrazione del mercato discografico, infatti le nostre vendite sono cresciute negli ultimi anni. Vediamo crescere il contributo della vendita del digitale (che comunque rappresenta una parte limitata del nostro fatturato) e godiamo del ritorno del vinileNon avendo preclusioni di genere riusciamo ad interagire con comunità di ascoltatori diversi e non rischiamo di soffrire se dovesse venir meno un intero genere, cosa che ad esempio succede a molte etichette di dubstep monotematiche. Inoltre, lavoriamo sul medio lungo periodo creando un discorso tale da permettere a dischi nuovi di ringiovanire implicitamente dischi precedenti e comunichiamo spasmodicamente coi social network,  per cercare di sviluppare rapporti il più possibile personali con il pubblico, in appoggio al lavoro che fanno i musicisti stessi. Che sia chiaro: avere esposizione mediatica oggigiorno non vuol dire vendite sicure. Questa è una triste chimera. Bisogna essere presenti dovunque, in tutti i formati. A quel punto si lavora duro per creare uno zoccolo di acquirenti fedeli ed “ossessivi”. Le etichette di livello di nicchia (per esempio Rune Grammofon e su scala più grande ECM) sono state capaci proprio di questo, ovvero di creare un rapporto di profonda fiducia con gli acquirenti tale da garantire acquisti “a scatola chiusa”».

    Domanda difficile: definisci la tua professionalità.

    «Lavoro ossessivo, minuzioso, dedicato. Qualità su tutto il fronte. Trasparenza con tutte le parti coinvolte. Apertura alle idee anche più avanzate. Si lavora 20 ore al giorno 6 o 7 giorni alla settimana. Si rischia in proprio. Si mantengono le promesse fatte».

    Chi entra a far parte dell’etichetta RareNoise? Chi vuole essere prodotto da voi?

    «Buona domanda! A grandi linee sono quattro le tipologie di progetto/pubblicazione nel nostro catalogo: lavori legati al mio socio Eraldo Bernocchi (es.: Metallic Taste Of Blood); lavori dallo sviluppo più tradizionale (es.: Free Nelson MandoomJazz); progetti che arrivano praticamente fatti sul tavolo (es.: il primo disco di Naked Truth o il primo lavoro degli Animation o ancora Cuts con Merzbow, Mats Gustafsson e Balazs Pandi); progetti che nascono dalla contaminazione interna, quindi da noi voluti e che vedono coinvolti in varie permutazioni musicisti che già hanno una presenza discografica in RareNoise (es.: Berserk! e Twinscapes)».

    Qual’è il vostro rapporto Italia – UK dal punto di vista giuridico, per esempio nella distribuzione legale della musica da voi prodotta?

    «RareNoise è sia etichetta discografica sia editore e come tale è registrata presso la PRS e la MCPS inglesi. Con la SIAE non abbiamo lavorato. Noi stampiamo solo in inghilterra ed esportiamo».

    Come giudichi il ritorno del vinile come supporto fisico?

    «È una moda, ma ha sicuramente dei margini più importanti rispetto al cd. È un prodotto fisico obsoleto, dotato però di un certo fascino. Non so se durerà nel tempo, secondo me una nicchia si cristallizzerà e, in quanto tale, potrà essere utile, purché ci siano aspettative congrue».

    Michele Bensa

  • Pegli, parco di Villa Pallavicini: il punto sui lavori e la proposta dei cittadini per la gestione

    Pegli, parco di Villa Pallavicini: il punto sui lavori e la proposta dei cittadini per la gestione

    parco-villa-pallavicini-museo-archeologia-ligureSiamo stati a Pegli (qui lo storify della puntata di #EraOnTheRoad) e abbiamo fatto visita al parco di Villa Pallavicini, una delle attrazioni principali – assieme a Villa Duchessa di Galliera – del ponente genovese. Durante la nostra visita siamo stati accompagnati dall’Arch. Silvana Ghigino, responsabile dei lavori di restauro, e abbiamo fatto il punto sui cantieri. 

    I lavori sono iniziati nel 2011 e si prevedeva fossero ultimati nel 2014. Sono stati finanziati con fondi residui delle Colombiane del 1992, destinati al recupero dei parchi storici (lo stesso è stato fatto per la già citata Duchessa di Galliera e per i parchi di Nervi). In totale, i fondi ammontavano a pari a 3.594.500 euro. Il progetto prevedeva interventi divisi nei tre lotti del parco (in tutto, circa 8 ettari), come ci raccontava già tempo fa la stessa Ghigino (qui l’approfondimento).

     Lo stato dei lavori

    Il restauro del Tempio di Flora, nel primo lotto, è completo. Lo stesso si può dire della tribuna gotica, il secondo intervento fatto, iniziato nel 2010 e ultimato da più di 3 anni: si trattava di un lavoro finanziato non dal fondo delle Colombiane ma dagli APT. Diverso il caso del Castello e della tomba del secondo lotto, in cui gli interventi erano ancora in corso all’epoca della nostra visita. Oggi racconta l’Arch. Ghigino: «Il Mausoleo del Capitano potrebbe essere considerato finito, infatti hanno già smontato i ponteggi ed è visibile nella sua totalità. Il Castello è ormai completamente dipinto del suo rosso mattone originale, il terrazzo che avevano demolito i vandali è completamente rifatto ed è quasi conclusa la ricostruzione della scala esterna che avevano demolito per rubare il rame; si sta procedendo alla ricostruzione degli stucchi del torrione e gli artisti vetrai stanno ricomponendo le vetrate policrome. I lavori del castello attualmente stanno procedendo in proroga e si ritiene che saranno conclusi alla fine di marzo».

    Più indietro i lavori nel terzo lotto, da ultimare entro maggio-giugno 2014: si tratta di interventi di architettura del paesaggio e gestione del verde, che sono già a buon punto nella parte bassa del parco, mentre vanno più rilento in quella alta. Adesso, per recuperare tempo, ci si concentrerà più assiduamente su questi ultimi: da gennaio sono iniziate anche le piantumazioni di nuovi alberi. La ditta che si occupa di questi interventi non è la stessa che ha effettuato i lavori nel Castello: il gruppo che sta lavorando è attrezzato a operare su beni vincolati dalla Soprintendenza e autorizzato dal Comune a effettuare interventi paesaggistici e monumentali.

    Le iniziative per la promozione e la valorizzazione del parco

    parco-villa-pallavicini-vertDallo scorso 28 settembre è iniziato anche un nuovo ciclo di visite guidate a pagamento al parco e al complesso di Villa Pallavicini: ogni weekend, al costo di 10 euro è possibile visitare su prenotazione il parco e gli edifici già ultimati, guidati dai volontari dell’Associazione Amici di Villa Pallavicini. I visitatori sono accompagnati dagli architetti-volontari che lavorano nei tre lotti e possono aggirarsi tra i cantieri. Le guide mettono in luce la struttura particolare del parco, che si divide in tre zone: prologo, antefatto e tre atti, a loro volta strutturati in ulteriori scene. Accanto alle logiche scenografiche, non mancano anche connotazioni massoniche e curiosità da scoprire.

    Nonostante le reticenze di chi protesta per il pagamento del biglietto, Ghigino difende il progetto: «Il costo del biglietto servirà a finanziare esclusivamente interventi di miglioria, come la piantumazione di vegetazione per il Tempio Flora (rose, primule, ecc.): trattandosi di migliorie estetiche e non funzionali, non rientrano tra i finanziamenti di Tursi. Per le visite abbiamo avuto finora sempre molte richieste: di recente, un’associazione fiorentina legata ai Giardini di Boboli che ha apprezzato molto il nostro operato e ci ha incoraggiati ad andare avanti».

    [quote]Nel 1992 e nei primi anni di apertura si registravano 25 mila persone/anno, vogliamo tornare sulle stesse cifre.[/quote]

    Accanto alle visite tradizionali, per attrarre un numero crescente di visitatori si è pensato di organizzare anche percorsi alla scoperta delle logiche esoteriche nascoste nel complesso. Le alle ultime visite ai significati esoterico-massonici si terranno il 23 febbraio e il 30 marzo alle 10. Le altre proseguiranno fino a maggio, poco prima della riapertura definitiva. Allora si dovrà già essere pronti ad affrontare il problema della gestione e della manutenzione, per evitare di vanificare gli sforzi fatti in questi anni e gli investimenti economici.

    La manutenzione del parco

    villa-pallavicini«Oggi c’è un clima di incertezza per il futuro – commentava Ghigino durante la visita – per quanto riguarda la gestione. Già adesso abbiamo problemi legati alle aree ultimate da più tempo e che accusano il deterioramento del tempo: avrebbero bisogno di manutenzione costante, per evitare che siano già danneggiati al momento della riapertura ufficiale. È il caso di una porta del Tempio di Flora, rotta dal vento; o delle perdite d’acqua che creano in certi punti uno strato paludoso nel terreno».

    È importante intraprendere delle misure prima che la Villa riapra definitivamente: ci si deve muovere – dicono i volontari di Amici di Villa Pallavicini – entro i primissimi mesi del 2014, altrimenti dopo non avrebbe senso coinvolgere persone, promuovere il turismo mediante pubblicità, attirare visitatori, raccogliere prenotazioni. L’Associazione ha già preparato un progetto completo con valutazioni economiche per dare vita a una fondazione, assieme a gruppi privati, che sia in grado di atutofinanziarsi. I volontari stimano che i costi si aggirerebbero attorno ai 700 mila euro annui, per l’amministrazione di tutto il complesso: la futura fondazione si propone di contribuire per la metà, cui sono da aggiungere i fondi racimolati con iniziative culturali. Per l’altra metà, invece, si chiede l’intervento del Comune. In tutto ciò, i volontari si oppongono alla prospettiva di affidare la manutenzione ad Aster: «Negli anni ’90 il parco appena restaurato era stato affidato ad Aster, che ce l’ha ridato in condizioni disastrose».

    Elettra Antognetti