Anno: 2014

  • Bhutan, i giardini dell’ultimo regno Himalayano indipendente

    Bhutan, i giardini dell’ultimo regno Himalayano indipendente

    bhutan-1Sono recentemente tornato da un Paese lontano e remoto, tanto nello spazio che nel tempo, in cui nessuna delle nostre regole ed abitudini ha un senso. In Buthan il tempo è sospeso, sembra non siano trascorse le ere e tutto è, contemporaneamente, immobile eppure in inesorabile movimento. Ogni azione è complessa e costa enorme fatica. Tutto è estremo: l’altitudine, il clima, l’assenza di macchinari ed attrezzature moderne rendono il lavoro nei campi e nei giardini esclusivamente manuale. I frutti del terreno ed i fiori sono diversi dai nostri, per colori, profumi, dimensioni, forme e spuntano con fatica nei campi sottratti alle aspre montagne e nei rari giardini. Resistono e proliferano nonostante gli sbalzi estremi di temperatura, i venti Himalayani, le correnti e le torrenziali piogge dell’estate in cui imperano, costanti ma improvvisi, i monsoni. Verdura, frutta e le fioriture sono eccezionali per quantità e qualità e sono una faticosa vittoria dell’uomo sulla natura.

    bhutan-2In un simile contesto, sospeso in un’epoca ancora pienamente medioevale, vi è spazio solo per l’essenziale e l’indispensabile. Nessuna velleità è concessa, se si tentasse verrebbe subito vanificata dagli eventi. Non esistono giardini strutturati secondo la concezione occidentale, i progetti ambiziosi sono impraticabili né vi può essere una precisa suddivisione architettonica degli spazi, applicata su larga scala. Lo stesso concetto di benessere è qui totalmente diverso dal nostro. È una dimensione non economica, prettamente umana, astratta e che permea tutti gli aspetti della vita.

    bhutan-3Non vi sono, in alcun campo, possibilità di mediazioni. Nella maggior parte dei casi, non vi è quindi né spazio né modo per distinguere l’orto dal giardino, le aree destinate alla coltivazione da un vero e proprio spazio verde. A parte il parco del palazzo reale, assolutamente inaccessibile, non fotografabile neppure da lontano e di impianto più simile alla nostra concezione di giardino, tutto è minimale e scarno. L’estrema semplicità non significa che gli spazi risultino spogli o poveri. Le dimensioni ed i risultati sono qui prettamente mentali, ogni singola foglia è una conquista.

    bhutan-4Nei giardini, i fiori spontanei o diffusi anche nella natura circostante si mescolano alle fioriture dei piselli, delle zucchine, delle zucche ed ai numerosissimi girasoli, qui impiegati non tanto per i colori e le corolle sgargianti quanto per la raccolta dei loro semi. I meli sono ovunque, producono, su alberi di piccole dimensioni, dai tronchi e dai rami contorti e coperti di muschio, succose mele rosso profondo. Anche i banani spuntano, improvvisi e lussureggianti, nel paesaggio. I frutti, piccoli e dolcissimi, colorano di giallo intenso le valli dalle foreste tropicali. Il riso, qui dai chicchi rossi e dalle foglie verde smeraldo intensissimo, ammanta con la consistenza di un soffice muschio i pendii, ricordando l’estremo oriente. Infine, lunghe liane di licheni, decine di varietà di felci dalle foglie fittamente frastagliate e coloratissime orchidee popolano i rami degli alberi.

    bhutan-5Soltanto grandi gruppi di Canna Indica, numerose e semplici varietà di Dahlie, ciuffi di erbacee perenni e di Anemoni Giapponesi si frammezzano a piante spontanee, strani cespugli dalle bacche colorate, tipici solo di questa parte del mondo ed i cui nomi sono ignoti ed esotici per gli europei.

    Anche nei monasteri, l’impianto dei “giardini” è ridotto al minimo, ad una dimensione meditativa e prettamente spirituale. Lo spazio è caratterizzato da uno o più alberi millenari, scabri e quasi spogli, dai pochi rami o dagli sparuti ciuffi di foglie sui maestosi tronchi scuri. Imponenti, sembrano faticosamente sopravvivere sospesi tra un suolo, scavato dalle piogge torrenziali, rosso sangue, le rarefatte nubi e le nebbioline a mezz’aria. Qualche isolato arbusto dalle spettacolari fioriture gialle scintillanti o rosso scarlatto interrompe le balze di erba irregolare che si piega al vento, spesso sferzante. Talvolta vi è qualche inaspettata Bougainvillae, dai tronchi intricati ed incrociati, che sembra sopravvissuta, nella sua stanca fioritura violacea, abbarbicandosi spossata agli alberi vicini.

    bhutan-6La voluta e necessitata scabra semplicità dei giardini rispecchia il profilo aguzzo delle montagne, gli spazi sottratti a fatica alle pendici dei monti, le impetuose correnti e le nubi sfatte dai venti e vagabondanti, rarefatte, a mezz’aria.

    Solo in questo immobilismo, lontano dal resto del mondo, tra vette irraggiungibili, giardini di arroccati monasteri millenari ed in un silenzio puro ed assoluto, si percepisce, nell’imperturbabile distacco, l’irrequieta tensione sottostante alla natura ed a tutte le cose.

    Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano

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    Per informazioni: ema_v@msn.com

  • Indipendence day, le spinte autonomiste dalla Scozia al resto del mondo. Analisi politica

    Indipendence day, le spinte autonomiste dalla Scozia al resto del mondo. Analisi politica

    elezioniAl momento in cui scrivo lo scrutinio non è ancora terminato, ma possiamo affermare che la Scozia ha votato no all’indipendenza dal Regno Unito (alle ore 8 di questa mattina, con 30 dei 32 collegi elettorali scrutinati, gli unionisti sono al 55% contro il 45% degli indipendentisti, ndr). A prescindere dell’esito finale, tuttavia, si può comunque rispondere alla domanda che – immagino – si staranno facendo i miei lettori in questo momento: si può fare davvero?

    Rispetto a questa questione che abbia vinto il sì o il no cambia poco. La domanda potrà essere: “Quello che è fallito in Scozia può riuscire da altre parti?”. O in alternativa: “Saranno in grado gli scozzesi di muovere verso una piena e felice indipendenza?”.

    In entrambi i casi il punto della faccenda è sempre lo stesso: mettere una croce su un pezzo di carta è relativamente facile, ma è davvero concepibile la frammentazione degli Stati in comunità più piccole, anziché la loro conglobazione entro quegli organismi federali più grossi che si suppone essere il futuro globalizzato e interconnesso che ci aspetta? Attenzione: la questione non è se si farà davvero, ma se è possibile farlo a priori. E da questo punto di vista la risposta è netta: sì, si può fare.

    Le spinte autonomiste sono reali e concrete: la loro forza non può che crescere, visto il fallimento delle politiche internazionali sinora proposte. Da una parte, infatti, assistiamo alla decadenza del modello di integrazione europeo, dall’altra al declino dell’atlantismo, ossia la manifesta incapacità degli Stai Uniti di farsi carico da soli di un ruolo di leadership globale. In questo contesto di incertezza non è strano che alcune comunità pensino a fare da sole.

    Chi e cosa si può mettere sulla loro strada? I governi europei non possono (ancora) permettersi di bloccare libere consultazioni, o di mandare i carri armati contro degli eventuali manifestanti (a meno che, ovviamente, non serva a dare fastidio a Putin). Possono provare a fare allarmismo sui giornali: e di certo il controllo mediatico è un’arma potente. Tuttavia, se siamo in presenza di una insofferenza radicata e di un forte senso di indipendenza della comunità, è concepibile anche che si arrivi al risultato.

    Sì d’accordo, – penseranno alcuni – ma poi non si va da nessuna parte! E perché mai, dico io? Perché una piccola comunità non può essere politicamente indipendente, rimettendo le relazioni con gli altri Stati a banali alleanze commerciali e diplomatiche? Essere “grandi” è utile soltanto finché garantisce due cose:

    1- un grande mercato di sbocco interno (che permette di non essere dipendenti dalla domanda del resto del mondo, assorbendo così più facilmente eventuali crisi economiche);

    2- un esercito numeroso.

    Posto che il secondo punto è utile per una politica imperialista tardo-ottocentesca, ma non per il nostro mondo (ammesso sempre che lo vogliamo pacifico), nel caso dell’Unione Europea nessuno dei due obiettivi è stato comunque raggiunto. Infatti:

     1- abbiamo represso la domanda interna come condizione per tenere in piedi l’eurozona;

    2- se andiamo in guerra con le baionette in mano, perdiamo lo stesso (perché siamo “solo” 500 milioni di abitanti contro gli 1,2 miliardi dell’India e gli 1,3 della Cina).

    scozia-edimburgo-DIAnche il Regno Unito con i suoi 63 milioni di abitanti da un punto di vista globale è già “piccolo”: il che rende superflua ogni ulteriore discussione sulla sua grandezza. Questi casi dimostrano che il problema non è essere grandi o piccoli. Il problema è fare la cosa giusta.

    Quello che importa è capire se il problema sia davvero l’unità o meno. Nello specifico, se gli scozzesi, sotto sotto, avessero puntato solo a tenere per sé i profitti dei ricchi giacimenti del Mare del Nord, temo che non avrebbero fatto molta strada. Se al contrario fossero stati davvero gelosi dell’autonomia perduta nel 1707, esasperati dalle incomprensibili regole europee e dallo smantellamento dello Stato sociale che il governo inglese persegue sin dai tempi della Sig.ra Thatcher, allora (forse) con l’indipendenza avrebbero potuto ottenere qualcosa di buono.

    In questo caso, infatti, avrebbero avuto le motivazioni giuste, nonché l’assenza di rimpianti, per resistere all’ostilità dei mercati finanziari, alla tentazione di unirsi all’UE e a quella di tenersi la sterlina; per  tacere, naturalmente, dell’opzione peggiore di tutte: adottare l’euro. Sarebbe anzi stato davvero tragicomico, se gli scozzesi si fossero agganciati a questo treno proprio quando i giornali tedeschi si accorgono che la moneta unica è insostenibile anche per l’Italia.

    La lezione generale è che l’indipendenza può essere una risposta: ma bisogna che sia fatta prima la domanda giusta.

     

    Andrea Giannini

  • Genova ospita il X Congresso Mondiale di Mediazione. E’ la prima assoluta a livello europeo

    Genova ospita il X Congresso Mondiale di Mediazione. E’ la prima assoluta a livello europeo

    Palazzo Ducale entrataCome avevamo anticipato a dicembre 2013, il X Congresso Mondiale di Mediazione si svolgerà a Genova a Palazzo Ducale dal 22 al 27 settembre, un convegno internazionale che si è riusciti a portare in Europa per la prima volta. Danilo De Luisa dell’Associazione San Marcellino ci racconta come ciò sia stato possibile, inoltre, abbiamo parlato con Lorena Capilleri dell’Associazione Dimmi di te  che ha visto riconosciuto il valore scientifico di un suo progetto di mediazione penitenziaria proprio dal Congresso.

    Il titolo della manifestazione non è di immediata comprensione, se non per gli addetti ai lavori. Il tema della mediazione non è certamente uno di quelli di cui si parla tutti i giorni.  Per questo ci siamo fatti aiutare dalla dottoressa Capilleri «per mediazione si intende una tecnica che in presenza di un terzo neutrale facilita la comunicazione fra due parti in conflitto». Poi vi sono ovviamente i vari ambiti di azione (scolastica, familiare, penale, culturale) che richiedono che il mediatore professionista sia specializzato in determinata materia.

    Ora che il tema dovrebbe essere più chiaro, vediamo perché per ospitare la decima edizione del congresso mondiale è stata scelta la città di Genova. Danilo De Luise dell’associazione San Marcellino, insieme a Fondazione per la cultura Palazzo Ducale e ad altri sponsor, ha portato il X Congresso in Liguria.
    Il suo è stato un percorso lungo iniziato con gli studi, le sperimentazioni, la ricerca, la formazione sulla mediazione dei conflitti che è iniziato fra gli anni 90 e 2000.  Poi l’edizione del 2005 del Congresso ha selezionato e presentato un lavoro fra quelli realizzati insieme da Associazione e Dipartimento di lingue e culture moderne dell’università di Genova. «È da quiel momento che il lavoro del Congresso è giunto alla nostra conoscenza e ha stimolato la volontà di cercare di portare queste voci in Italia. Negli anni sono partiti progetti di formazione direttamente sul territorio e mano a mano siamo diventati sempre più operativi e si è anche consolidata la collaborazione con gli esperti del Congresso».

    L’idea di provare a portare il Congresso a Genova è nata insieme alla Fondazione Ducale, con la quale l’Associazione San Marcellino stava collaborando per una serie di progetti sul territorio. La proposta è stata fatta ad ottobre 2012 e la candidatura di Genova è stata subito accettata, anche in funzione della celebrazione dell’edizione numero 10 che sarebbe coincisa con il primo sbarco in Europa. Da quel momento con le risorse a disposizione si è iniziato a lavorare all’edizione europea del Congresso mondiale di Mediazione.

    «Il nostro intento è che sia una cosa di tutti – continua De Luise – anche se ovviamente non potevamo modificare un format ben consolidato da anni come quello del Congresso, abbiamo però chiesto di tenere bassi i prezzi delle iscrizioni e loro ci sono venuti incontro per poter allargare l’ingresso il più possibile. Sono consapevoli del fatto che siamo in Europa, come del fatto che è importante trattare l’argomento e far parlare di queste tematiche».
    In Europa, infatti, sul tema della mediazione comunitaria non c’è la stessa sensibilità che si trova in America. «Vuole essere un volano per diffondere il tema delle convivenze – aggiunge De Luise –  e che sia a disposizione di tutti, un luogo di confronto non una vetrina per mostrare cose».
    Un esempio chiaro di questa intenzione è la scelta di indire una call for paper e una per le buone pratiche, che sono state giudicate garantendo l’assenza di favoritismi grazie al meccanismo della presentazione in anonimato.

    L’evento è per la sua quasi totalità dedicato agli iscritti ma sono stati pensati dei momenti teatrali per la cittadinanza oltre ad altri incontri organizzati dai Municipi e Associazioni del  territorio.

    Il Congresso è strutturato in sessioni plenarie e workshop, uno dei temi ricorrenti è la mediazione penale. Ancora una volta ci facciamo aiutare dalla dottoressa Capilleri per la definire il tema «una tecnica che facilita la comunicazione e l’incontro fra vittima e reo che abbiano, prima, manifestato consensuale volontà all’incontro».

    Dal 2000 seguendo i dettami del diritto internazionale, l’Italia si sta adeguando all’applicazione delle pene alternative. Nell’ottica di questo percorso al X Congresso è dedicato uno spazio per individuare e analizzare i passi e i fattori che permettano di passare dai percorsi dalla giustizia retributiva, rieducativa, cioè quella che viene applicata attualmente nelle carceri,  ad una di tipo riparativo cioè tutte quelle forme di misure alternative come ad esempio l’affido a servizi, a comunità e non la detenzione. Di questi temi si occupa Capilleri, ed è proprio la mediazione penale il contenuto del workshop che  presenterà al Congresso.

    «Il problema fondamentale in Italia è che fino ad oggi si è fatto parecchio sui minori in stato di detenzione, l’adulto invece non è stato affrontato per una serie di problematicità e dato che io ho portato avanti un progetto nel 2006 proprio su questo tema, l’ho presentato al Congresso che lo ha validato dal punto di vista scientifico e mi ha dato uno spazio per presentarlo a questa edizione».

    Capilleri ha vissuto l’esperienza della detenzione in una comunità di recupero in Sardegna. Ha vissuto tre mesi da detenuta per comprendere come si passi dall’esperienza del carcere alla ripresa di una vita normale. Da questo lavoro è nato un testo che è in corso di pubblicazione da Feltrinelli: “Rientro in memoria – dalla dimensione del vuoto al riconoscimento”.

    Gli organizzatori si augurano che il Congresso genovese possa rivelarsi un buon punto di partenza perchè di mediazione si dibatta, più spesso, anche in Europa. Una bella responsabilità per questa vecchia Signora del Mare…

     

    Claudia Dani

  • Recitare per giocare e migliorare la propria vita: partono i nuovi corsi di recitazione di Fabio Fiori

    Recitare per giocare e migliorare la propria vita: partono i nuovi corsi di recitazione di Fabio Fiori

    recitazione attori spettacoloPerché fare un corso di recitazione? «Per alcuni può essere una vera e propria vocazione; altri possono avere un talento nascosto che va scovato, coltivato ed affinato. Altri ancora per necessità lavorative devono parlare davanti a un pubblico ed esprimere i concetti in modo sicuro, persuasivo, comprensibile, gestendo l’ansia da prestazione e possibilmente senza annoiare la platea..»

    Così l’attore genovese Fabio Fiori, diplomato nel 1998 presso la Scuola di Recitazione del Teatro Stabile di Genova con esperienza pluriennale nella formazione, introduce la nuova stagione di corsi che si terranno in diversi giorni e orari in varie strutture, sia su Genova che in Provincia.

    Un modo per esplorare sé stessi e gli altri, trasmettere emozioni, socializzare e sperimentare «ma soprattutto giocare -precisa Fiori – non è necessario avere aspirazioni professionali, si può partecipare al gioco teatrale con il solo scopo di divertirsi in modo semplice e sano all’interno di un ambiente energico e creativo, utilizzando le lezioni come ‘valvola di sfogo’  per uscire da quel ruolo che si è costretti a interpretare nella vita di tutti i giorni, in modo colorato, sicuramente un po’ folle ma senza alcuna controindicazione se non quella di “contagiare” anche gli altri».

    I corsi di recitazione sono rivolti a un’ampia rosa di fruitori: «Tutti partono dallo stesso livello e non ci sono limiti, il mio compito consiste nel lavorare sull’individualità degli allievi ma creando al contempo un gruppo solido e affiatato che lezione dopo lezione ottiene risultati concreti, a volte davvero sorprendenti».

    Durante il percorso formativo vengono svolti molteplici esercizi di attenzione, relazione, improvvisazione, respirazione, dizione ed educazione all’uso della voce parlata. Il metodo utilizzato, frutto di anni di esperienza, si avvale delle tecniche di base che permettono agli allievi di crescere e confrontarsi, scoprendo aspetti della propria personalità che spesso stupiscono: «Chi partecipa ai miei corsi riesce infatti ad abbattere con facilità le comuni barriere come la timidezza davanti agli altri, aprendosi di più e provando il piacere di scambiare idee e proposte pur sentendosi sempre e comunque parte integrante di un gruppo. Credo fermamente che le persone vadano scoperte, valorizzate ed accompagnate con cura prima di “buttarle su un palcoscenico” rasentando il ridicolo e annoiando gli spettatori. Facilmente nei corsi di recitazione la tendenza generale è di dare più peso alla tecnica e all’esibizione in sé dimenticando il lato umano. Io la penso diversamente: mi piace ricordare alle persone che prima di imparare a camminare occorre cadere e rialzarsi fino a trovare un giusto equilibrio; amo trasmettere i concetti con passione, facendo uscire emozioni da ogni persona e gli anni di soddisfazioni e risultati raggiunti non fanno altro che darmi conferme».

    A breve partiranno le lezioni di prova/presentazione gratuite e senza impegno, per tutte le informazioni gli interessati possono scrivere una mail a: recitazionegenova@gmail.com

     

  • Gronda, a ottobre si entra nel vivo. Quale sarà la posizione del Comune? Parla il sindaco

    Gronda, a ottobre si entra nel vivo. Quale sarà la posizione del Comune? Parla il sindaco

    Bolzaneto, progetto Gronda di Ponente
    La Gronda di Ponente (qui l’approfondimento) è un tratto autostradale a due corsie per senso di marcia che rappresenta il raddoppio dell’esistente A10 nel tratto di attraversamento del Comune di Genova (dalla Val Polcevera fino all’abitato di Vesima) e che fa parte del più ampio progetto di potenziamento del Nodo Stradale ed Autostradale di Genova. In esso è incluso il potenziamento dell’A7 tra Genova Ovest e Bolzaneto e dell’A12 tra Genova Est e l’asse Nord–Sud rappresentato dall’A7 stessa. Inoltre è prevista la riconfigurazione del “Nodo di San Benigno” di connessione tra la viabilità locale e il casello di Genova Ovest.

    Il Consiglio comunale torna a parlare di Gronda e non poteva essere altrimenti dopo il tweet di lunedì dell’assessore regionale alle Infrastrutture, Raffaella Paita, che ha annunciato l’avvio della Conferenza dei Servizi il prossimo 17 ottobre in seguito all’incontro a Roma, la scorsa settimana, tra le istituzioni locali, il ministro Lupi e l’a.d. di Autostrade (oltre alla Gronda sul tavolo anche il Terzo Valico, la linea ferroviaria di ponente, la prosecuzione della metropolitana verso San Fruttuoso e San Martino, il tunnel subportuale e quello della Valfontanabuona). A fare il punto della situazione in Sala Rossa è stato direttamente il sindaco che ha risposto a un articolo 54 del capogruppo del PD, Simone Farello.

    Nota la posizione favorevole del principale partito di maggioranza alla costruzione della grande opera, come note sono anche le titubanze del primo cittadino che, tuttavia, non ha mai preso una posizione chiara e inequivocabile a riguardo. Doria si è dunque limitato a illustrare lo status quo dell’opera dal punto di vista dell’iter amministrativo e dei finanziamenti.
    «La convocazione della Conferenza dei serviziha spiegato il sindaco ai consiglieri – è un atto dovuto in seguito al completamento del percorso di approvazione della Valutazione d’Impatto Ambientale. Adesso si dovrà procedere con l’esame di tutte le osservazioni contenute in quel documento e integrarle nel progetto del nodo autostradale. Lo scopo della Conferenza dei servizi è, infatti, arrivare a un progetto definitivo». Al progetto definitivo, naturalmente, dovrà fare seguito quello esecutivo da cui poi dipenderà l’avvio dei cantieri. «All’interno di questo percorso – ha proseguito Doria – l’Amministrazione comunale non farà mancare la propria presenza e terrà costantemente aggiornato l’Osservatorio sulla Gronda».

    Ma quale sarà la posizione che il Comune terrà ufficialmente al tavolo istituzionale? «Per quanto ci riguarda – ha detto Simone Farello capogruppo del PD – l’amministrazione non può che seguire il mandato ottenuto dalla votazione di un apposito ordine del giorno da parte del Consiglio comunale il 18 settembre 2012, approvato con 22 voti favorevoli e 18 contrari».

    «Si tratta di un testo fermo e cogente per l’Amministrazione comunale – ha risposto il primo cittadino – che segna la nostra linea guida delle questioni da porre all’attenzione della Conferenza dei servizi insieme con le richieste riguardanti le indispensabili opere compensative. Inoltre, quale che sia la futura modulazione dei lavori, il problema dei cosiddetti interferiti (ossia i cittadini che subiranno l’esproprio di abitazioni e terreni, ndr) dovrà essere affrontato con priorità assoluta».

    casello-genova-ovest-autostrada-dEd è proprio sulla modulazione dei lavori che si giocherà buona parte del futuro di questa contestata infrastruttura. Il ben nutrito partito dei contrari, che fa parte della stessa variegata maggioranza che appoggia la giunta Doria, punta molto sulla cosiddetta suddivisione in “lotti funzionali”. Contrariamente a quanto sta avvenendo per il Terzo Valico, in sostanza, se dovesse passare questa linea, i lavori sarebbero suddivisi in compartimenti stagni e una volta iniziato un lotto, prima di avviare i cantieri per il secondo si dovrebbe attendere la conclusione del primo. Il vantaggio di questo modo di procedere è inizialmente economico, dal momento che anche il finanziamento dell’opera (che deriva principalmente da un aumento dei pedaggi su tutta la rete autostradale italiana di competenza di Società Autostrade) andrebbe di pari passo con la suddivisione in lotti. Ma, naturalmente, dietro c’è una scelta strategica che punta a non avere una progettazione complessiva e soprattutto una cantierizzazione unica di tutta l’infrastruttura da est a ovest. Sarebbe, infatti, un po’ come dire: intanto facciamo questi lavori che stanno bene a tutti, poi il resto si vedrà, con la speranza che i soldi per completare tutta l’opera non arrivino mai.

    Wte di GenovaIl primo lotto funzionale a partire, infatti, potrebbe essere proprio quello su cui più o meno tutti sono d’accordo e che riguarda, ad esempio, la separazione del flusso di traffico diretto al porto da quello diretto alla città attraverso i lavori nella zona di San Benigno, i lavori propedeutici all’accesso al tunnel subportuale e il rifacimento dell’attuale nodo autostradale.

    «L’opera parte con un costo stimato di poco più di 3 miliardi di euro che verranno ricaricati dal soggetto che realizza l’opera sui pedaggi della rete autostradale nazionale con modalità di avanzamento dello stato dei lavori» ha confermato Doria. «Dentro questo tema – ha proseguito il sindaco – si inserisce la possibilità di finanziamento dell’opera per lotti a seconda dei determinati tempi in cui gli stessi vengono realizzati e a prescindere dalle valutazioni sull’iter progettuale o sul progetto dell’opera in sé».
    Ecco, dunque, che anche il primo cittadino manifesta seppur in maniera non troppo diretta una certa propensione per la strada sponsorizzata da chi l’opera proprio non la vorrebbe fare e che, oltre a far forza sulle difficoltà di reperimento delle risorse, si appoggia anche sull’irrealizzabilità di alcuni tratti del progetto complessivo.

    «La modalità di finanziamento dell’opera non è certo una scoperta odierna. La novità, invece, va registrata nel fatto che il nuovo leader dei comitati anti gronda si chiama Giovanni Castellucci» ha chiuso il cerchio in tono polemico Farello, facendo riferimento ai dubbi sulla realizzazione dell’opera che lo stesso amministratore delegato di Autostrade per l’Italia sembra avere.

    La partita, comunque, inizierà ufficialmente tra un mese: prima di allora, solo congetture o poco più.

     

    Simone D’Ambrosio

  • San Benigno, il punto sui lavori e sulla nuova viabilità cittadina

    San Benigno, il punto sui lavori e sulla nuova viabilità cittadina

    san-benigno-incrocio-strade-DII lavori per il potenziamento del Nodo di San Benigno – uno dei cardini della viabilità genovese, sia per la presenza del casello autostradale di Genova Ovest, dove converge l’intera rete ligure, il traffico diretto al centro cittadino e alle banchine portuali, sia in quanto punto nevralgico della zona centro‐occidentale della città – provano a recuperare qualche mese di ritardo e si apprestano ad entrare nel vivo con due interventi principali: la costruzione di una nuova rotatoria tra via Milano, via di Francia e via Cantore, e di una nuova rampa di accesso alla sopraelevata, direzione centro, nel tratto finale di via Milano, lato terminal traghetti, in sostituzione dell’attuale rampa ubicata in fondo a via Cantore.
    Il progetto definitivo del Nodo prevede di intervenire con una soluzione, ridimensionata rispetto all’originale, che mantenga, però, la piena compatibilità con eventuali futuri sviluppi infrastrutturali nell’area (come il tunnel subportuale), e garantisca tempi di esecuzione coerenti con la realizzazione della nuova Strada a mare e l’ampliamento a sei corsie di Lungomare Canepa.
    L’obiettivo è separare i flussi merci provenienti e diretti al porto di Genova da quelli caratterizzanti la viabilità ordinaria, ovvero le auto private che utilizzano l’elicoidale per attraversare la città. Le priorità di intervento prevedono: la razionalizzazione della circolazione, eliminando gli attuali punti di conflitto presenti sulla rampa elicoidale, causa principale di ingorghi e della formazione delle code sino alla barriera di Genova Ovest; l’individuazione di connessioni dirette con il porto, in modo da separare il traffico degli autoveicoli da quello dei mezzi pesanti.
    L’opera è suddivisa in due lotti, a loro volta parcellizzati in più fasi. L’investimento complessivo per i due lotti di San Benigno è pari a 83,4 milioni di euro, al lordo degli eventuali ribassi d’asta in fase di gara, la copertura finanziaria è completamente a carico di Autostrade per l’Italia. I lavori del primo lotto, affidati a Pavimental (società controllata da Autostrade ) sono in corso di esecuzione, e la fine lavori è prevista per il giugno 2015. Mentre l’inizio dei lavori del secondo lotto, sempre affidati a Pavimental, per un complesso di 24 mesi, dovrebbe avvenire a breve.

    Il punto sui lavori del nodo di San Benigno

    «Per la costruzione della nuova rampa di accesso alla sopraelevata è necessario un permesso delle Ferrovie (visto che la struttura passa sopra aree ferroviarie) che Autostrade, almeno fino a poco tempo fa, non aveva ancora ottenuto – spiega il vicesindaco Stefano Bernini – Nel frattempo sono in corso una serie di lavori propedeutici intorno alla zona di San Benigno, nell’area circostante la sala Chiamata del Porto, ed in altri punti del territorio. Lavori che finora non hanno causato disagi». Qualche criticità maggiore «Dovremo affrontarla quando arriveremo al punto più critico  – continua Bernini – Mi riferisco alla realizzazione della rotatoria via Cantore-via Milano-via di Francia. La situazione del traffico lì è particolarmente delicata. Ma saranno organizzate opportune contromisure. Così come quando sarà realizzato il potenziamento di Lungomare Canepa (che passerà a 6 corsie), infatti, rimarranno sempre in funzione 4 corsie, onde evitare di intasare la viabilità».
    Secondo il vicesindaco «Il primo lotto è già a metà dell’opera, parliamo di tanti piccoli interventi puntuali, coerenti con il successivo secondo lotto che partirà a breve. Quest’ultimo contempla altre operazioni delicate, soprattutto quelle che riguardano l’elicoidale di San Benigno. Tuttavia, il progetto dovrebbe garantire la funzionalità del sistema viario, e questo ci consente di non avere preoccupazioni eccessive. Senza dimenticare che ad ottobre dovrebbe esserci la gara per la Strada a mare di Cornigliano. Lungomare Canepa, quindi, partirà in un secondo momento. Sono tutti lotti che si succedono, messi a gara come prevede la Legge, dunque bisogna attendere l’esito dei procedimenti, visto che potrebbero vincere ditte differenti».
    Al termine di questo processo di radicale trasformazione «Una quota di traffico proveniente da Sampierdarena sarà deviata verso Lungomare Canepa – continua Bernini – Dalla Valpolcevera, quando sarà disponibile il collegamento diretto con le due strade di sponda destra e sinistra del Polcevera (via Perlasca e via Tea Benedetti), i cittadini saranno spinti ad utilizzare la nuova viabilità veloce, questi saranno i grandi percorsi di passaggio. Tagliando fuori le parti abitate. L’idea di fondo è proprio quella di allontanare i traffici di attraversamento dai centri abitati, per consentire ad essi di avere altre tipologie di destinazione».
    Infine, sottolinea Bernini «C’è un altro elemento su cui si dovremmo aprire una riflessione. Il ministro Lupi ci ha concesso di inserire tra le grandi infrastrutture dello “Sblocca Italia”, quali opere prioritarie per la Liguria, anche il tunnel subportuale di Genova. È evidente che in prospettiva futura, nel momento in cui verrà realizzato il tunnel, esso potrebbe sostituire la sopraelevata. Insomma, quest’ultima per noi non dovrà esistere vita natural durante. Il tunnel potrebbe cambiare completamente la gestione della viabilità cittadina».

    Le preoccupazioni di cittadini e operatori commerciali di Sampierdarena

    Wte di Genova«Il Nodo di San Benigno si intreccia con diversi altri interventi, quali la nuova Strada a mare, il potenziamento di Lungomare Canepa, ed altre criticità, compreso il varco portuale di San Benigno», spiega Gianfranco Angusti, portavoce del comitato di cittadini “Officine Sampierdarenesi”. Residenti e commercianti preoccupati perchè «Sono numerose le questioni da affrontare sul nostro territorio. Entro la fine dell’anno dovrebbero partire i lavori per il completamento della Strada a mare. Per ampliare Lungomare Canepa a sei corsie, invece, sarà necessario abbattere i manufatti delle aziende sgomberate e delocalizzate due-tre anni orsono. Tali costruzioni abbandonate si sono trasformate in rifugi abusivi di persone problematiche. I lavori sono fermi. Su Lungomare Canepa, ultimo tratto della Strada a mare di Cornigliano che dovrà collegarsi col nuovo raccordo del casello autostradale di Genova Ovest, non è ancora iniziato nulla. Infine, ci sono i lavori per il riassetto del Nodo di San Benigno».
    Per quanto riguarda la Strada a mare, Angusti sottolinea «Non sono ancora state finanziate le due rampe di collegamento con le strade di scorrimento veloce di sponda destra e sinistra del Polcevera, e prima di vederle effettivamente realizzate, ci vorranno degli anni. Per il potenziamento di Lungomare Canepa la prima operazione da fare è l’abbattimento dei manufatti, e poi la chiusura di tutte le strade che collegano le parallele via Sampierdarena e Lungomare Canepa. Così avremo soltanto due accessi, uno dalla zona Fiumara e l’altro in cima a Lungomare direzione centro (nei pressi della caserma della Guardia di Finanza). Inoltre, il porto diverrà inaccessibile da Lungomare Canepa. L’intervento, infatti, comporterà la chiusura del varco portuale di Ponte Eritrea. La chiusura di questo accesso, sommata alla mancanza del collegamento con le due strade di sponda del Polcevera, comporterà che tutto il traffico portuale di mezzi pesanti sarà costretto ad uscire dal varco di San Benigno, entrare nella nuova spirale elicoidale del nuovo svincolo, per poi ritrovarsi in via di Francia, via Cantore, ed infine seguire le rispettive direzioni».
    Secondo il comitato di cittadini sampierdarenesi «Quella che è sempre stata una servitù, ovvero l’intenso traffico nelle vie della delegazione, con una simile maniera di agire sulle infrastrutture, rischia di diventare una servitù ancora più pesante. Il problema è che una volta conclusa questa serie di interventi chi dovrà attraversare Sampierdarena lo farà tramite Lungomare Canepa, e gli operatori commerciali non potranno più contare sul flusso di passaggio che oggi porta un po’di lavoro ai negozi – sottolinea AngustiSampierdarena corre il rischio di una vera e propria “ghettizzazione”. Il quartiere già deve confrontarsi con numerose criticità, così avremo soltanto un peggioramento. Con l’attuale sistema viario almeno le persone dirette in centro città sono in qualche modo obbligate a transitare da Sampierdarena. Con le modifiche previste gli amministratori comunali dovranno pensare in quale modo portare la gente nel nostro quartiere. Magari offrendo maggiori servizi, suggeriamo noi. Quindi, stazioni ferroviarie (abbiamo chiesto di realizzare una fermata al Campasso), mezzi pubblici, aree di parcheggio. Ad esempio realizzando dei parcheggi di interscambio che favoriscano la sosta dei cittadini. Ma in quali aree? Sono le domande a cui deve dare risposta il Comune. Attualmente i parcheggi gratuiti si trovano soltanto dalla Fiumara, zona tra l’altro servita dal futuro asse viario principale. È questa l’idea di sviluppo dell’amministrazione? Se oggi a Sampierdarena transitano le persone che si muovono in città, un domani ci ritroveremo invasi da tir e mezzi pesanti».

    «Mi chiedo se si tratta della preoccupazione di cittadini e commercianti di Sampierdarena, oppure solo di una manciata di operatori commerciali del tratto finale di via Cantore – afferma il vicesindaco Bernini – Il problema di Sampierdarena è legato all’assenza di parcheggi in grado di consentire alle persone di fermarsi e poter passeggiare per le vie del quartiere. Questa è la criticità che andrebbe affrontata. E non dipende dalla presenza o meno della rampa di accesso alla sopraelevata. Detto ciò, l’obiettivo dell’amministrazione è separare le differenti tipologie di traffico, generato dal casello autostradale di Genova Ovest, connesso all’uscita-entrata di mezzi pesanti dal porto, e quello veicolare di attraversamento della città, onde evitare l’intasamento di Sampierdarena. Passeranno meno macchine da via Cantore? Certo, è proprio quello che vogliamo. Trasformandola in una grande opportunità per la delegazione sampierdarenese. Francamente mi stupisce che alcuni mettano in connessione l’abbattimento della rampa ed il suo contestuale spostamento in via Milano, con il paventato isolamento del quartiere. Noi vogliamo meno veicoli in via Cantore, e dunque maggiore vivibilità. La filosofia verso cui ci muoviamo, e verso la quale si muovono tutte le grandi città, è proprio questa: traslare i traffici di merci e persone fuori dai centri abitati, allo scopo di riqualificare la qualità ambientale di essi. È lo stesso concetto che sta alla base della Strada a mare che restituirà ai corniglianesi una via Cornigliano più vivibile».

     

    Matteo Quadrone

  • Scelte personali e professionali, come mantenere la calma aiuta a prendere le giuste decisioni

    Scelte personali e professionali, come mantenere la calma aiuta a prendere le giuste decisioni

    scelte professionali lavoro

    In un mondo del lavoro sempre più competitivo e frammentato, fare le scelte giuste diventa importante tanto quanto acquisire competenze professionali. Per questo è importante l’orientamento al lavoro durante l’università, ma ancora di più è acquisire la giusta mentalità per prendere le decisioni migliori, soprattutto adesso che il mercato del lavoro è più complesso, oltre che stagnante.

    Perché fare le giuste scelte: i numeri

    Le decisioni sbagliate sono sempre dietro l’angolo e non risparmiano nessuno. Per citare alcuni numeri, uno studio di scelte-tatuaggipochi anni fa, condotto negli Stati Uniti, ha rivelato come nelle scuole di Philadelphia più della metà degli insegnanti abbandona il proprio mestiere entro quattro anni: gli insegnanti hanno insomma un tasso di abbandono superiore a quello degli studenti ed evidentemente hanno scelto la carriera che non fa per loro. Sempre negli Stati Uniti, nel 2009 sono stati modificati più di 61.500 tatuaggi.

    Accade anche di fare scelte sbagliate nel proprio lavoro e quando a fallare è un medico la faccenda non è rassicurante: uno studio ha dimostrato che, qualora un medico assicuri di essere completamente certo riguardo a una diagnosi, questa è sbagliata per il 40% delle volte. Accertato che nessuno è immune dall’errare che, come dice la nota locuzione latina, humanum est, vediamo come imparare a prendere le giuste decisioni.

    La calma e la via della spada di Musashi

    La vita è una sfida continua e talvolta possiamo sentirci dei guerrieri alle prese con la realtà, dei piccoli Miyamoto Musashi che combattono nell’Italia del Ventunesimo secolo invece che nel Giappone del Diciassettesimo. L’arte dei samurai è una fucina di idee e buoni consigli ancora attuali e Musashi, come un qualsiasi samurai posto di fronte a un problema, non sguainerà la propria katana come prima cosa, ma si dirà di stare calmo.

    Il primo consiglio è infatti quello di mantenere sempre e comunque la calma, durante un colloquio di lavoro come durante una riunione; anche se non conosci la risposta giusta oppure sei in minoranza riguardo ad una questione lavorativa, andare in tilt per l’imbarazzo o per la rabbia è controproducente.

    Liv Boeree: come scacciare la paura

    Liv Boeree è una presentatrice inglese di programmi televisivi, ma anche una abile giocatrice di poker. Pensiamo, ad esempio, a una partita di poker e di quanto autocontrollo necessiti tale sport: è facile lasciarsi andare quando le carte giuste non arrivano, aver paura di perdere; e abbandonare la ragione per il caso e l’improvvisazione è la strada più veloce verso le decisioni sbagliate.

    PokerStars ha pubblicato una infografica con validi suggerimenti per sconfiggere le paure comuni, spesso all’origine di problemi interpersonali oppure lavorativi. Le critiche, ad esempio, non vanno temute come una cosa negativa, ma vanno prese dal verso giusto: permettono di conoscerci meglio, di lavorare su noi stessi e migliorarci.

    Astronauti e forze speciali: come non andare nel panico

    La paura fa parte della vita e sarebbe superficiale sostenere di poterla eliminare; il segreto è gestire il panico e non andare in tilt. Quando l’America decise di mandare i primi uomini nello spazio, ad esempio, questi furono addestrati soprattutto per acquisire una competenza: l’arte di non andare nel panico.

    Gli astronauti furono soggetti a lunghi addestramenti, ma un aspetto fondamentale è quello di crearsi, mentalmente, una sensazione di “controllo” della situazione. Anche se si tratta solo di una illusione di poter controllare la situazione, ha la conseguenza di diminuire il livello di stress a cui si è sottoposti e di conseguenza la probabilità di prendere decisioni errate diminuisce.

    Il consiglio del migliore amico

    Questa lista non è certamente esaustiva, ma è un buon punto di partenza. Ora che hai una guida di base per affrontare le situazioni evitando il panico in favore di grandi respiri, potresti obiettare che non sai comunque prendere certe decisioni. In questo caso hai bisogno di sfruttare un punto di vista esterno, quello del “migliore amico”. Immagina che il tuo migliore amico stia vivendo la tua vita e abbia il tuo stesso dubbio; cosa gli consiglieresti di fare? Bene, ora segui il tuo consiglio.

  • #Vitefuoriporta, il viaggio di Era Superba alla scoperta di storie e sapori dell’entroterra

    #Vitefuoriporta, il viaggio di Era Superba alla scoperta di storie e sapori dell’entroterra

    Raggio di sole tra gli uliviAi miei occhi la lunghezza con cui Genova si estende lungo la costa è ben percepibile via mare. La profondità del suo entroterra, invece, l’ho colta pienamente viaggiando in treno. Fuori dal finestrino scorrono l’Appennino, le alture boscose, i forti che fanno capolino, i primi segnali della città che avanza; e poi giù fino a quel mare che Genova sembra voler stringere in un abbraccio.
    #Vitefuoriporta nasce dalla voglia di raccontare questa profondità, lasciandosi alle spalle il mare e la città per inoltrarsi nell’entroterra. E forse galeotti sono stati i tanti viaggi in treno da Torino, mia città di origine, a Genova che da tre anni a questa parte mi ha felicemente e definitivamente adottata.

    Per una come me, nata e cresciuta ai piedi delle Alpi, potrebbe sembrare scontato il desiderio di scrivere, tra l’incuriosito e l’ammaliato, di vicoli, di mare e di tutto ciò che è così nuovo e così lontano dalla città in cui ho vissuto per trent’anni. Ogni mattina, andando in ufficio, guardo il mare e penso che sia un privilegio poterlo guardare in un giorno qualunque. Credo sia un’emozione che per noi, gente di pianura, non si spegnerà mai del tutto. Ma quando si è trattato di lavorare su un’idea di rubrica per la nuova stagione di #EraOnTheRoad (i nostri sopralluoghi nei quartieri di Genova in diretta Twitter), la voglia di raccontare sapori e personaggi lontani dal mare e dalla città ha paradossalmente preso il sopravvento, complici forse il mio essere sommelier e un’inarrestabile attitudine da food lover.

    orto-orti-urbani-agricoltura-coltivareCon #Vitefuoriporta parleremo, tra le altre cose, di vino, di ortaggi, di mucche, di miele, di farina. Incontreremo produttori, allevatori, agricoltori, apicoltori. Tutto questo cercando di tracciare una geografia ideale di storie, tradizioni e sapori. Un viaggio nel genovesato alla scoperta delle eccellenze del territorio ma anche un percorso per conoscere vite e “mestieri” diversi, alcuni quasi perduti altri oggi sulla cresta dell’onda grazie a un ritorno verso tutto ciò che è terra.

    Faremo anche un’incursione fuori provincia per raccontare due territori del vino: ci allontaneremo un po’ geograficamente ma parleremo di luoghi presenti e vivi nella memoria di tanti genovesi.

    Nelle prossime settimane partiremo con la prima tappa della nostra avventura fuori porta. Speriamo di divertirci, di scoprire qualcosa di nuovo, di uscirne un po’ più saggi e un po’ più curiosi perché alla fine la morale della favola è che curiosi non lo si è mai abbastanza.

    Chiara Barbieri

  • “Agli specchi che non riflettono, agli echi che non tornano”

    “Agli specchi che non riflettono, agli echi che non tornano”

    letteredallaluna-calamaioAgli specchi che non riflettono, agli echi che non tornano. Agli uomini difettosi che, come tanti gusci di lumaca vuoti ai bordi dei marciapiedi, sono diventati adulti e hanno lasciato qualcosa alle loro spalle, se ne sono andati perché giunti al limite della sopportazione. A coloro che non si aspettavano di trovare di meglio, ma sono partiti lo stesso, perché il viaggio era l’unica ragione. A chi è riuscito a fare a meno del senso, del significato profondo di ogni cosa, che non c’è. A chi guardava fuori seduto alla scrivania del proprio ufficio e ora non lo fa più.

    Bestie ferite, predatori impauriti.
    “Buonanotte”, suonava Brahms. Ed era per voi, anche.
    Per voi una volta cresciuti, buonanotte e sogni d’oro.
    Che queste ore di buio possano farvi riparo, possano restituirvi la calma per agire, per pensare bene, per rialzare la testa e procedere.
    C’è un posto nel mondo per ognuno di voi, è disabitato, sfitto, abbandonato, o è occupato da un estraneo, a sua volta fuori posto.

    La pace è come il denaro, si guadagna con la fatica.

     

    Gabriele Serpe

  • Registro delle Unioni Civili a Genova, numeri e riflessioni a un anno dall’istituzione

    Registro delle Unioni Civili a Genova, numeri e riflessioni a un anno dall’istituzione

    archivio-libri-scrittura-D3Che Genova avesse il proprio Registro delle unioni civili lo avevano ormai dimenticato quasi tutti. Eppure è passato solo poco più di un anno da quando le prime coppie, di sesso opposto o uguale, hanno potuto iscriversi in questo particolare albo che non crea un nuovo status – operazione che non sarebbe consentita dal codice civile – ma sancisce una serie di possibilità prevalentemente a fini certificativi. Le coppie inserite in questo registro, ad esempio, hanno avuto l’accesso a diritti previsti dall’assistenza ospedaliera, carceraria, al subentro in contratti d’affitto, all’ingresso nelle graduatorie per gli alloggi popolari e, anche, a tutto ciò che possa riguardare prove e documentazioni nell’ambito di risarcimento del danno ai fini assicurativi. Come previsto poco più di un anno fa, insomma, in tutti i regolamenti comunali le coppie unite civilmente sono state totalmente equiparate a quelle legate da vincolo matrimoniale, senza bisogno di apposite modifiche normative.

    «Nonostante le possibilità siano ancora limitate – ha commentato l’assessore a Legalità e Diritti, Elena Fiorini – queste coppie si sono finalmente sentite parte di una comunità perché hanno potuto portare in sede pubblica il proprio vincolo affettivo».

    Le prime coppie dello stesso sesso e di sessi differenti hanno iniziato ad aderire al registro a partire dal 20 luglio 2013. Dopodiché il silenzio totale.
    C’è voluta l’iniziativa del gruppo consiliare di Sel affinché il tema tornasse alla ribalta. In realtà, la Commissione consiliare convocata ieri avrebbe dovuto fare chiarezza sulla possibilità di trascrizione in Italia, e a Genova in particolare, di matrimoni omosessuali contratti all’estero. Ma l’assessore Fiorini, in quota Lista Doria, ha colto l’occasione per fare anche il punto della situazione sul registro locale delle unioni civili.

    unioni-civili-gay-prideSono 57 le coppie che hanno fin qui aderito. Di queste, 35 sono composte da persone di sesso diverso e 22 dello stesso sesso (12 maschili, 10 femminili). Solo una coppia etero in questo periodo ha chiesto la cancellazione dal registro dopo esservi stata inserita. 17 sono, invece, le coppie con figli (compresa una coppia costituita da due donne) di cui 13 con figli propri e 6 con figli avuti da precedenti unioni, per un totale complessivo di 28 figli.
    Viene smentito dai fatti, dunque, chi ritiene che la questione riguardi esclusivamente le coppie omosessuali, dato che il 61% delle unioni è rappresentato da persone di sesso opposto: un dato, peraltro, che secondo quanto riferito dall’assessore Fiorini è ancora più alto in altre realtà italiane.

    Interessante anche vedere in che fascia di età abbia maggiormente attecchito il registro: il 38% delle persone che hanno chiesto di ufficializzare la propria unione civile ha tra i 36 e i 45 anni, il 23% tra i 46 e 55 anni, ben il 20% è rappresentato da giovani tra i 25 e 35 anni, mentre si scende al 14% tra i 56 e 65 anni e al 5% tra chi ha superato i 66 anni.

    Certo, il valore assoluto di questi numeri non è molto significativo, soprattutto se consideriamo che, ogni mese, a fronte di 4/5 unioni civili si registrano 118 matrimoni.
    Un peccato dal momento che il registro genovese è senza dubbio uno dei meglio articolati nel multi sfaccettato panorama nazionale.
    Sicuramente, una parte della responsabilità va addossata all’amministrazione che ha fatto passare molto in sordina la nascita del registro, rispetto invece alle massicce campagne informative di altri comuni italiani.
    La città italiana con più coppie di fatto registrate è Milano: partita un anno prima di Genova, è arrivata 898 unioni registrate di cui il 74% tra persone di sesso diverso. Torino, invece, che offre questa opportunità già da 10 anni ha solamente 90 scritti. Questione di diverse sensibilità probabilmente ma, soprattutto, di diverse tipologie di benefici che, stando sempre all’interno del limiti di legge, le varie amministrazioni offrono ai propri cittadini.

    Ovviamente, però, finché non ci sarà una legislazione nazionale che interverrà sul tema, difficilmente le cose potranno cambiare in maniera radicale (come, invece, succede in Francia con ben 138 mila Pacs registrati). «Sono pienamente consapevole che il Regolamento comunale è un aspetto limitato della questione – ha detto in Sala Rossa l’assessore Fiorini – ma è la manifestazione di una precisa scelta politica che, però, non può fare a meno di una legislazione nazionale».

    L’Italia, insieme con la Grecia, è sostanzialmente l’unico Stato a non essersi ancora espresso a livello normativo sul tema. «Non ci fa onore – ha chiosato Fiorini – essere rimasti praticamente solo noi, e in parte la Grecia, a non avere una disciplina di questo diritto». Qualcosa però sembra iniziare a muoversi, anche se la valorizzazione dei diritti e servizi civili non sembra essere una delle priorità dei famosi mille giorni di Renzi. Tuttavia, dal 30 luglio 2014 è stato depositato alla Commissione Giustizia del Senato un disegno di legge che potrebbe introdurre il riconoscimento formale di due tipologie di convivenza, sul modello della legislazione tedesca. Non si tratta dell’estensione del matrimonio vero e proprio alle coppie omosessuali, come spesso erroneamente e anche un po’ populisticamente si sente dire, ma di un doveroso ampliamento di una serie di diritti e di doveri a una fetta di popolazione che fino al momento ne è sempre stata esclusa. Si tratta di un riconoscimento doveroso richiesto più volte anche dalla Corte costituzionale e dalla Cassazione per “sancire il pieno diritto di tutti a vivere la propria condizione di coppia”, naturalmente anche dei cittadini omosessuali.
    Un traguardo che avrebbe anche importanti riflessi sui temi fiscali: basti pensare ai regimi patrimoniali di comunità dei beni, alla detrazioni derivanti da dichiarazioni dei redditi congiunta, alla possibilità di ricevere assegni di reversibilità, all’assistenza sanitaria, all’esenzione delle tassa di successione… insomma alla parificazione di tutti quei diritti di cui già possono godere le persone unite in matrimonio.

    Il testo del disegno di legge nazionale, come detto, prevede l’istituzione due nuove forme di unione: la prima è l’unione civile vera e propria, che può essere richiesta da due maggiorenni dello stesso sesso, legati da un vincolo affettivo. Naturalmente, vi sono delle clausole di esclusione che sono le stesse previste per il matrimonio e derivano dunque dal codice civile. Anche lo scioglimento dell’unione civile sarebbe regolamentato sostanzialmente come un matrimonio e potrebbe prevedere l’assegno di mantenimento.
    Il secondo istituto, invece, è più leggero e riguarda i cosiddetti patti di convivenza. Potrebbe essere richiesta da coppie omo ed eterosessuali (nel senso etimologico del termine e non tanto delle preferenze sessuali) che decidano di organizzare la propria vita in comune: vi sono clausole di esclusione ma lo scioglimento del patto è più facile così come minori sono i doveri e i diritti di cui si potrà godere. I primi riguardano genericamente il vincolo alla reciproca assistenza materiale, mentre i secondi sono limitati alla reciproca assistenza sanitaria e penitenziaria e alla successione nel contratto di locazione. Lo scioglimento seguirebbe, invece, la falsariga di quanto già previsto dal Regolamento genovese: non vi è necessità di rivolgersi al Tribunale ma basta una dichiarazione consensuale presso un ufficiale di Stato civile o, se si tratta di un’iniziativa unilaterale, la prova di una comunicazione avvenuta per iscritto alla controparte. A maggior tutela dell’istituto, nel disegno di legge è anche previsto che gli effetti del patto di convivenza si protraggano per un anno dopo la richiesta di cessazione.
    «Questa seconda forma più leggera di legame – spiega l’assessore Fiorini – può essere l’anticamera di un matrimonio o di un’unione civile ma potrebbe anche rappresentare solamente un momento nella vita di una persona».

    C’è poi la questione da cui la discussione è rinata in Sala Rossa, ovvero la possibilità di trascrizione in Italia di matrimoni contratti all’estero. «Molte coppie omosessuali regolarmente sposate all’estero – racconta l’assessore – chiedono che la propria unione sia legittimata anche in Italia. Si tratta di dare attuazione all’esercizio del diritto di libera circolazione, per esempio a lavoratori comunitari che vengono a risiedere nel nostro Paese».
    Ma ci sono anche situazioni più complicate come il caso famoso di un cittadino italiano sposato in Spagna con il compagno uruguaiano, che si è trovato costretto a tornare a Modena dopo aver perso il lavoro. In Italia, però, il compagno in quanto extracomunitario avrebbe perso il diritto alla cittadinanza. La situazione fu risolta dal Tribunale di Modena che ordinò alla Questura di provvedere al rilascio del permesso di soggiorno, facendo giurisprudenza in questo caso.

    Una richiesta di trascrizione di matrimonio omosessuale contratto all’estero è arrivata ultimamente anche a Genova ed è al vaglio della Segreteria generale di Tursi. «La trascrizione – precisa Fiorini – in questo caso non avrebbe effetti costitutivi, dal momento che il matrimonio omosessuale non è previsto dal nostro ordinamento, ma solo certificativi: un riconoscimento comunque importante, al pari dell’inserimento nel Registro delle unioni civili. Si tratta di una questione giuridica che potrebbe essere superata qualora si arrivasse a una norma nazionale: su questo punto è importante perciò lavorare lasciando da parte ogni ideologia dal momento che parliamo del riconoscimento di un diritto e di una libertà».

    All’interno di questo quadro si collocano anche i matrimoni di cittadini italiani dello stesso sesso, contratti all’estero. Inizialmente considerati contrari all’ordine pubblico e quindi non ratificabili, la loro disciplina è attualmente demandata allo spirito di iniziativa delle varie amministrazioni locali: Bologna e Napoli, ad esempio, si affidano a un’ordinanza del sindaco per procedere alla trascrizione. Anche in questo caso il disegno di legge all’esame del Senato potrebbe aiutare non poco.

    Simone D’Ambrosio

  • L’abc del renzismo: parola d’ordine resistenza. E per l’opinione pubblica, nessuna tregua

    L’abc del renzismo: parola d’ordine resistenza. E per l’opinione pubblica, nessuna tregua

    renzi-risataLa notizia da commentare, per chi come il sottoscritto pensa che il renzismo sia molto peggio del berlusconsimo, è il sondaggio Ipsos secondo cui il nostro premier gode della fiducia di quasi due terzi degli italiani. Se da una parte, infatti, l’idea stessa del “politico carismatico” sembra andare nella direzione proprio di un paragone poco lusinghiero con l’ex-Cavaliere, dall’altra bisogna pur ammettere che la luna di miele tra il paese e Berlusconi è finita da un pezzo: e dunque chi tende ad assomigliargli (e a governarci insieme) non dovrebbe, a rigor di logica, godere di un particolare consenso. A ciò si aggiunga la grave crisi economica, oltre che la stanchezza e lo scoraggiamento che dovrebbero pervadere gli elettori per l’inconcludenza degli ultimi governi.

    Eppure, a prestar fede ai sondaggi, il consenso di cui gode Matteo Renzi rimane sostanzialmente alto. Per i sostenitori, naturalmente, questo è il segno che il premier si sta muovendo nella direzione giusta, e che gli italiani lo hanno capito. Per altri, all’opposto, basta fare un paragone tra l’attuale Presidente del Consiglio e i suoi due predecessori per rendersi conto che di norma dopo il terzo mese la parabola della fiducia tende ad essere discendente: segno inequivocabile che quella a cui stiamo assistendo non è una fase di assestamento del consenso, ma i primi scricchiolii dell’inevitabile declino. Altri ancora, infine, evocano la mancanza di alternative.

    Nessuna di queste spiegazioni coglie davvero la specificità del renzismo. Dire che, in mancanza di risultati, anche l’attuale inquilino di Palazzo Chigi finirà presto o tardi per stancare gli italiani significa dire l’ovvio. Ciò non toglie che, nel frattempo, egli abbia saputo mettere in mostra una resistenza che ha del prodigioso.

    Stiamo parlando del terzo governo in tre anni che (1) non è stato eletto, (2) sopravvive con le “larghe intese” e (3) si sottomette all’austerità economica: eppure gli italiani paiono non accorgersene. Non si può non attribuire la paternità di questo fenomeno alle particolari doti comunicative di Matteo Renzi e al suo modo di sapersi presentare.

    Monti era il tecnico serio ed efficiente dopo gli anni della dissolutezza economica (e morale) di Berlusconi. Letta rappresentava il compromesso delle forze politiche moderate contro l’oltranzismo dei 5 Stelle. Renzi è il nuovo che avanza. Ma questa formula, pur obbligatoria per giustificare in qualche modo l’avvicendamento col predecessore, non è particolarmente originale (anche se il termine “rottamazione” è indubbiamente pittoresco): per cui, che occorresse fare qualcosa di nuovo per acquistare del credito era inevitabile.

    Per questo Renzi si è impegnato a non dare tregua all’opinione pubblica. Non importa che sia per rispondere alle critiche o farsi criticare, per inviare un tweet o lanciarsi una secchiata di acqua gelata, per incassare l’approvazione di una legge o per fare solo l’ennesimo annuncio: l’importante è dare in pasto ai media ogni giorno qualcosa di nuovo, in modo che ci sia sempre qualcosa di cui parlare e che si dia l’impressione che le acque si agitino.

    Questa strategia richiede naturalmente, di tanto in tanto, l’approvazione di qualche provvedimento: altrimenti sarebbe facile accusare questo tornado politico di essere tutto fumo e niente arrosto. Ma Renzi oggi può dire di aver fatto qualcosa di tangibile: ha messo in tasca a qualche italiano 80 euro e ha incassato l’approvazione del DDL Boschi sul Senato. Certo, sono cose di scarsa utilità, se non addirittura dannose: ma poco importa. Il fatto è che non si può stare a rifletterci sopra più di tanto, perché nel frattempo ci sono già altri annunci da valutare: sblocca Italia, jobs act, assunzione dei precari della scuola, tagli all’odiata politica, eccetera eccetera.

    È per questo che le promesse di Renzi sono talmente tante che ormai nessuno le conta più. Se fai una promessa e non la rispetti, se ne accorgono tutti: ma se ne fai a centinaia, la gente si abitua e passi quasi per un ottimista. Tutti sanno che è impossibile riuscire a portarle tutte a termine (alcune sono addirittura in contraddizione le une con le altre), ma l’importante è che si pensi che almeno una piccola parte vedrà la luce: tanto basta perché ognuno possa sperare di essere il fortunato destinatario del prossimo “sblocca-qualcosa”.

    Nessuno può dire: “Renzi non fa”. Avrà fatto poco, ma qualche soldo alla gente lo ha dato. Non servirà a nulla il Senato non elettivo, ma almeno ha dimostrato che sollevare polveroni politici non lo spaventa. Dunque, in linea di principio, potrebbe fare benissimo una qualsiasi delle cose mirabolanti che si promette di fare: non potrà farle tutte insieme, ma una o l’altra sì. Il trucco sta tutto qui. Persino gli statali che protestano, persino le forze dell’ordine che minacciano di scioperare, persino i critici più accesi possono legittimamente sperare che il premier decida magnanimamente di risolvere i loro problemi.

    In un periodo in cui la politica non vuole prendere atto che la strategia perseguita è quella sbagliata, l’unico modo per gestire il consenso è il renzismo.

    Renzi è come un giocoliere che tira in alto le sue palle sperando che rimangano impigliate su qualche ramo; oppure che, quando ricadranno, la gente si sarà dimenticata quante erano. Oppure – se volete – Renzi è come la Gioconda, il quadro del suo celebre conterraneo: qualunque osservatore, da qualunque angolazione, ha sempre l’impressione che la Monna Lisa lo stia seguendo con lo sguardo.

    Peccato che sia solo un’illusione.

     

    Andrea Giannini

  • Carlo Felice, la corsa disperata del teatro genovese verso il risanamento dei conti

    Carlo Felice, la corsa disperata del teatro genovese verso il risanamento dei conti

    Teatro Carlo FeliceLa prima seduta del Consiglio comunale di Genova, dopo la consueta pausa estiva, si è concentrata su uno dei grandi temi che da sempre tiene accesa l’attenzione della nostra città: la situazione del Teatro Carlo Felice. In questi giorni si è letto molto sullo stato di salute dell’istituzione lirica ligure e sugli eventuali rischi per il suo futuro: benché si tratti di un’operazione tutt’altro che agevole, proviamo a fare il punto della situazione, aiutati anche dalle parole del sindaco che è intervenuto a inizio seduta rispondendo ai quesiti dei consiglieri posti attraverso un articolo 55.

    «Non si può fare produzione culturale senza attenzione ai bilanci, soprattutto se questi sono sostenuti da denaro pubblico». Sono ineccepibili le parole con cui Marco Doria ha chiosato il suo discorso sullo stato del più nobile teatro genovese che, tra annaspamenti vari culminati con lo sciopero della rappresentazione della Carmen (200 mila euro di mancati introiti, a detta del primo cittadino), la prossima settimana presenterà il programma della nuova stagione (confermati il blocco dei prezzi con un allungamento della stagione fino a luglio rendendo più vantaggioso l’abbonamento e la ripresa del Premio Paganini con la direzione artistica del maestro Luisi).

    centro-portoria-piccapietra-carlo-feliceIl discorso economico è, dunque, la chiave attorno a cui tutto ruota, compresa la fresca polemica per il ben servito all’ormai ex sovrintendente Giovanni Pacor. «Per risalire la china – sostiene, infatti, il sindaco – non si può soltanto proporre spettacoli ma bisogna farlo con i conti in equilibrio strutturale».
    Un equilibrio strutturale che non è presente nel bilancio della Fondazione del Teatro in via di approvazione presso il consiglio di amministrazione presieduto dallo stesso sindaco. I conti consuntivi del 2013, infatti, presentano un disavanzo sull’ordine di grandezza dei 5 milioni di euro, dovuti sostanzialmente al mancato rinnovo dei contratti di solidarietà, che avevano invece consentito il pareggio nel biennio precedente.
    «Il teatro – spiega il sindaco Doria – ha per sua struttura circa 19/20 milioni di ricavi consolidati all’anno, dati per circa 15 milioni da contributi pubblici (Fondo Unico per lo Spettacolo, Regione Liguria per circa 1 milione, Comune di Genova per circa 2,4 milioni) e 3 milioni di incassi stagionali a cui si va ad aggiungere la sponsorizzazione di Iren. Il monte dei costi, invece, si assesta attorno ai 23/24 milioni, la cui voce principale è rappresentata dagli esborsi per il personale».
    Ecco, dunque, nascere un gap strutturale che nel 2011 e 2012 è stato appianato appunto attraverso l’utilizzo dei contratti di solidarietà, che hanno però comportato anche un’inevitabile contrazione dell’offerta artistica.

    La legge Bray e il contesto nazionale

    ITeatro Carlo Felicen un contesto nazionale che registra la crisi di tutte le 14 fondazioni liriche della penisola e che dimostra come ormai sia superato nei fatti questo modo di gestire la cultura attraverso ingenti sovvenzionamenti pubblici, l’unica, utopica soluzione sarebbe l’arrivo di un magnate straniero disposto a investire ingentemente sul teatro. Ma, visto che il miracolo è sostanzialmente impossibile, ci ha pensato il governo con la legge Bray, ritoccata da Franceschini, a proporre una strada per l’uscita dal tunnel. La proposta ministeriale è quella di un percorso organico di ristrutturazione del debito delle fondazioni liriche italiane, a cui hanno aderito 8 realtà su 14, Genova compresa, dichiarandosi in crisi e incapaci di far fronte con le proprie forze alla massa debitoria accumulata negli anni. Poco più di 3 milioni sono già arrivati al Carlo Felice dalla prima tranche di 25 garantita dalla legge agli enti che avessero proposto un piano triennale di risanamento efficace. Ma la fetta più importante dei fondi statali arriverà a completamento della presentazione del piano economico: si tratta di altri 125 milioni di euro (75 inizialmente previsti da Bray, 50 aggiunti da Franceschini) da spartire tra le 8 fondazioni aventi diritto.

    «Naturalmente – commenta Marco Doria – i conti che abbiamo fatto con il sostegno del commissario governativo Pinelli, partono dal presupposto che gli stanziamenti del Fus (Fondo unico dello spettacolo, ndr) restino inalterati nei prossimi anni». La criticità del bilancio 2013 non inciderà sul piano di risanamento, assicura il primo cittadino: «I passaggi della legge Bray sono stati seguiti e continueranno a esserlo. Per fortuna, la richiesta è di raggiungere l’equilibrio economico nell’arco del triennio 2014-2016, intervenendo attraverso pensionamenti, pre-pensionamenti, trasferimenti del personale ad altre strutture della pubblica amministrazione e manovre sui contratti integrativi aziendali di lavoro: il tutto garantito e ratificato da un accordo sindacale raggiunto quest’estate, senza il quale non avremmo potuto presentare il piano di risanamento».

    L’unico inconveniente dovuto al bilancio 2013 in rosso sarà l’impossibilità del Teatro Carlo Felice di accedere a un 5% del Fus dedicato alle realtà in grado di presentare conti in equilibrio per tre anni di fila.
    Comune e cda della Fondazione, in realtà, avevano provato a pervenire a un accordo con i lavoratori che desse il via libera per il terzo anno consecutivo ai contratti di solidarietà che avrebbero garantito il pareggio di bilancio: «La scorsa primavera – ricorda il primo cittadino – avevamo siglato con due organizzazioni sindacali un accordo che, tuttavia, non è stato presentato ai lavoratori per il consueto referendum facendo sfumare tutti gli sforzi dell’amministrazione».

    Per porre rimedio a questa situazione si era anche ventilata l’ipotesi di conferire al patrimonio del Carlo Felice il Teatro Modena: «Ma quando abbiamo un ente pubblico in difficoltà – sostiene il sindaco – non possiamo sempre cercare questa strada per tappare i disavanzi. Tra l’altro, alcuni studi ci hanno messo in allerta sul fatto che il conferimento di un bene vincolato non avrebbe avuto alcuna ricaduta positiva sul conto economico della Fondazione ma solo sul suo stato patrimoniale».

    Carlo Felice, nuovo Statuto e futuro “consiglio di indirizzo”

    Teatro Carlo FeliceLa legge Bray prevede anche che le fondazioni liriche adottino uno statuto entro il 31 dicembre 2014. Il Carlo Felice lo farà. Una volta entrato in vigore il nuovo documento, decadrà automaticamente anche il consiglio di amministrazione che l’avrà predisposto e, con esso, il sovrintendente. Il nuovo organo a governo della Fondazione sarà chiamato “consiglio di indirizzo” dal momento che proporrà la nomina del nuovo sovrintendente al Ministero. In questo contesto nazionale, la vicenda genovese è stata complicata dalla scadenza del mandato del vecchio cda nel giugno scorso. Le vertenze economiche non hanno consentito di arrivare al nuovo Statuto entro tale termine, così è stato necessario nominare un nuovo consiglio, sulla base dello Statuto attualmente vigente, che scadrà già a fine anno e che in questi giorni ha preso la decisione di non proseguire le collaborazione con Pacor.

    Ma se il percorso di risanamento non è compromesso, per quale motivo il consiglio di amministrazione non ha rinnovato la fiducia al sovrintendente, considerato comunque che entro fine anno il suo incarico sarebbe decaduto? Sulla questione, la ricostruzione del sindaco è molto precisa: «Con Pacor ho lavorato dei mesi, respingendo le richieste di suo allontanamento arrivate dalle organizzazioni sindacali. Per rinnovare l’incarico fino a fine anno abbiamo proposto le stesse condizioni economiche del precedente accordo, senza alcuna garanzia sulla prosecuzione nel 2015. Alla proposta del consiglio di amministrazione, il sovrintendente ha chiesto 24 ore per pensarci ma il cda non ha voluto attendere oltre e ha assegnato il nuovo incarico a Maurizio Roi. Il Teatro, dunque, è nel pieno delle sue funzioni con un solo, nuovo sovrintendente e un direttore artistico, il dottor Acquaviva, anch’esso in carica fino al 31/12».

    Secondo quanto traspare dalle parole di Doria, ci sarebbe però un altro fatto che ha acceso la miccia che ha portato a dare il benservito a Pacor e che avrebbe fatto venire meno il rapporto di fiducia tra l’ex sovrintendente e il sindaco. Il primo cittadino si è, infatti, lasciato sfuggire di non aver gradito i tentativi di cercare espedienti approssimativi e scorretti per coprire il buco di bilancio del 2013: «Fingere che ci sia un introito che non c’è ma che guarda caso è proprio uguale al delta algebrico che coprirebbe il buco è una cosa sbagliata: è falso in bilancio, oltre al fatto che non avrebbe trovato l’approvazione dei revisori dei conti e del commissario straordinario nominato dal governo. I bilanci devono dirci la verità, che ci piaccia o no; devono registrare l’andamento dei conti al centesimo. Dobbiamo dire no a scorciatoie fantastiche. Per questo motivo il cda ha dato mandato a esperti di verificare al centesimo tutte le poste in modo da arrivare all’approvazione del bilancio 2013 con il disavanzo più preciso possibile. Per porre soluzione a questa situazione al momento l’unica strada da seguire è quella prevista dalla legge Bray».

    La magia, o meglio l’inganno, contabile che secondo il sindaco sarebbe stato proposto da Pacor avrebbe chiamato in causa i tanto famosi interessi anatocistici, ovvero “gli interessi sugli interessi” applicati da Banca Carige al Carlo Felice e di cui la stesse legge Bray prevede il recupero per ripianare i conti del teatro lirico. Aggiungendo questa voce nella partita delle entrate, anche i conti del 2013 sarebbero andati a posto: «Ma non possono essere indicate a bilancio somme legittimamente pretese ma la cui entrata non sia assicurata da alcun accordo, contenzioso o sentenza di tribunale» ha spiegato giustamente il sindaco Doria.

    Il Comune, comunque, si attiverà per recuperare le ingenti somme dovute da Banca Carige. Prima dell’apertura del contenzioso con l’istituto di credito, il consiglio di amministrazione della Fondazione Teatro Carlo Felice ha ritenuto opportuno cercare un partener legale. La proposta di consulenza presentata dall’allora sovrintendente Pacor, che quantificava l’ammontare degli interessi anatocistici in 9 milioni di euro, non è stata ritenuta economicamente vantaggiosa dal cda a causa di un modello retributivo della parcella del tutto sui generis per il mercato italiano. La scelta è caduta perciò sullo studio genovese Afferni e Crispo, secondo alcuni coinvolto in una sorta di conflitto di interessi con Banca Carige che nella vertenza altro non è che la controparte: «Prima di affidare l’incarico – ha assicurato il sindaco – il consiglio di amministrazione del Teatro ha chiesto allo studio una lettera in cui venisse sottoscritta la totale autonomia e indipendenza dall’istituto bancario. È questione di onestà e di deontologia professionale. D’altronde, in passato, lo stesso studio legale ha già rappresentato alcuni privati in contenziosi con Carige».

    Simone D’Ambrosio

  • Down Town Plastic, la rinascita dei Giardini di Plastica grazie all’impegno dei cittadini

    Down Town Plastic, la rinascita dei Giardini di Plastica grazie all’impegno dei cittadini

    arredi-urbani-giardini-plastica-2In molti forse ancora non sanno che da quasi quattro anni i Giardini Baltimora, meglio conosciuti come “Giardini di Plastica“, non sono più abbandonati al loro destino. Su Era Superba vi avevamo già presentato in più di un’occasione Down Town Plastic, il processo di riqualificazione del parco urbano nato in modo spontaneo nel 2010 per volontà di un gruppo di cittadini poi riunitosi nell’Associazione Giardini di Plastica. L’obiettivo dei volontari è stato sin dal primo momento quello di trasformare uno spazio semi abbandonato frutto di avventate politiche urbanistiche del passato (il centro direzionale e i giardini vennero costruiti dopo la demolizione dell’antico quartiere di via Madre di Dio),  in un luogo frequentato e vissuto dai cittadini, valorizzato per le sue caratteristiche e la sua posizione nel cuore di Genova a due passi dal centro e dalla Città Vecchia.

    arredi-urbani-giardini-plastica-3«Dal 2010 crediamo che sia stato fatto un passo fondamentale – raccontano i volontari  dell’Associazione Giardini di Plastica – i Giardini Baltimora sono usciti dall’ombra e si è deciso di investire su di loro e per loro. Soprattutto dall’estate 2013 il parco è diventato un luogo di musica e cultura, con la prima edizione di CRESTA e il nostro primo intervento più incisivo, la scritta bianca che sovrasta il pratone. Poi ci sono state due grandi azioni di pulizia promosse dall’Associazione che hanno migliorato notevolmente l’aspetto del parco: lo sfalcio dei rovi sulla collina sotto Via Del Colle e la rimozione delle siringhe, accumulate negli anni, nella scalinata (attualmente ancora chiusa all’accesso) che attraversa i giardini e collega la via con Piazza Faralli. Questa estate è stata ancora più ricca di eventi: grazie a CRESTA, alle nostre giornate di pulizia, Yoga e Contact e al progetto artistico Di Palo in Frasca che ha visto la decorazione di una parte del parco da parte dell’artista Gianluca Sturmann (autore, tra l’altro, di alcune copertine “storiche” di Era Superba, ndr)».

    Qualcosa è cambiato ai Giardini Baltimora anche per quanto riguarda l’attenzione delle istituzioni, stimolate dall’entusiasmo dell’Associazione. «Un nuovo interesse da parte del Comune è visibile anche nei lavori, alcuni conclusi altri da iniziare, per migliorare la viabilità e l’accesso ai disabili che hanno permesso di portare anche la corrente elettrica nel parco a servizio degli eventi. Il Municipio I Centro Est ha stipulato con noi una convenzione atipica, sperimentale rispetto a quella di affido del verde, che permette all’Associazione maggiori libertà di azione sull’area, come la possibilità di sperimentare arredi urbani temporanei, di proporre eventi ed azioni artistiche o di avere cura del verde. Ora chiediamo a chi amministra il territorio di creare un programma serio che unisca i diversi soggetti pubblici interessati (l’Assessorato all’ambiente, alla cultura, alle politiche giovanili, gestione del Patrimonio, legalità e diritti, il Municipio, la Soprintendenza…) che faciliti la progettazione e l’attuazione di azioni innovative e a lungo termine».

    E qui veniamo all’ultima tappa in ordine di tempo di questa avventura: DPT Lab Parco Fai da te, un laboratorio per ragazzi di analisi urbana e costruzione, realizzato grazie alla sovvenzione ricevuta nell’ambito del Programma europeo Gioventù in Azione.

    «Gli obiettivi del programma Gioventù in Azione coincidono largamente con quelli delle nostre associazioni, non è stato quindi difficile ideare a realizzare il progetto. Per la stesura non ci siamo affidati ad un europrogettista, abbiamo compilato il Formulario da soli. L‘Associazione il Ce.Sto in collaborazione con l’Associazione Giardini di Plastica e con il gruppo di progettazione SPLACE, ha creato un team di lavoro che accompagnasse i ragazzi in un laboratorio di analisi urbana e di costruzione, finalizzato alla progettazione e alla realizzazione di oggetti d’arredo urbano per i Giardini di Plastica, con un budget di 7000 euro».

    Così tra il 26 e il 30 agosto sono state costruite nove panche mobili e polifunzionali per il prato dei Giardini di Plastica, un processo che ha visto da aprile scorso otto ragazzi impegnati in tutte le fasi, dalla progettazione alla realizzazione. «Partendo dalla necessità di creare oggetti che rendessero più vivibile il parco, il valore aggiunto è che un gruppo di giovani (stranieri avviati in un percorso lavorativo e futuri architetti) abbiano imparato a conoscere meglio Genova e a concepire possibilità di modifica e intervento». Un’opportunità, insomma, per imparare tecniche di progettazione architettonica e costruzione, uno strumento per analizzare le problematiche dei giardini, un’occasione per contribuire alla restituzione del parco alla cittadinanza e un incentivo a incrementarne la fruizione. «Sfruttando una particolare occasione di lavoro condiviso si è cercato di rafforzare la coesione sociale e di rompere eventuali ghettizzazioni presenti sul territorio, di favorire la comprensione tra culture di Paesi diversi, di migliorare la qualità della proposta culturale. Essere cittadino significa anche sviluppare una sensibilità verso il mondo di altri coi quali si convive nei medesimi luoghi, significa incoraggiare il ritrovarsi e il riconoscersi nello spazio pubblico, significa riflettere sulla possibilità di rendere i luoghi di incontro il più inclusivi possibile».

    Il 5 settembre, inoltre, è arrivato un nuovo ospite ai Giardini Baltimora, un container issato con la gru da via D’Annunzio. «Il container è stato concesso in comodato d’uso al Municipio I Centro Est di Genova da parte del C.I.S.Co, “Council of Intermodal Shipping Consultants”, e posizionato come supporto, in primis, al progetto DPT Lab Parco fai da te e poi a tutte le future attività. Il container è il simbolo del processo in atto, del cantiere aperto, un presidio stabile e colorato che migliorerà ulteriormente le possibilità di intervento e l‘organizzazione logistica di ogni azione svolta nel parco. Fino ad oggi qualsiasi evento svolto ai giardini necessitava di trasporti continui o di guardiania, da oggi materiali e strumenti di lavoro potranno essere lasciati direttamente nel parco e ci sarà un luogo riparato per svolgere laboratori, incontri e riunioni. Il container per sua natura è un volume mobile e temporaneo, speriamo che nel processo in atto venga presto sostituito da qualcosa di più duraturo e che nel futuro non ce ne sia più neanche il bisogno».

    Un luogo in trasformazione, un’area degradata del centro cittadino che grazie alla fatica e alla costanza di cittadini volontari, in sinergia con le istituzioni, si sta trasformando in un luogo piacevole e vivibile, un nuovo punto di riferimento per la cultura e il divertimento. Domenica 14 il progetto DPT Lab verrà presentato alla cittadinanza con una festa, un picnik speciale aperto a tutti i genovesi. «Il programma delle attività ai Giardini è sempre piuttosto ricco e grazie alla collaborazione con tante associazioni, riusciamo a proporre almeno un evento al mese. Continueremo naturalmente a realizzare le attività ordinarie di pulizia e miglioramento del verde, cercando di coinvolgere sempre più volontari e cittadini. La prossima importante realizzazione curata dall’Associazione Giardini di Plastica e progettata da Splace prevede, all’interno del progetto di miglioramento degli accessi progettato dallo studio genovese Più Spazio, la costruzione, in autunno, di una grande rampa di accesso ai Giardini da Piazza Dante. La rampa eliminerà il muro e il salto di quota con Piazza Faralli, consentirà anche alle ambulanze di raggiungere i Giardini e costituirà un piccolo anfiteatro attorno all’area giochi».

    «Inoltre, ci stiamo ulteriormente impegnando nella ricerca di sponsor e finanziamenti per realizzare nuove attività e azioni di riqualificazione. Tra i prossimi obiettivi che ci poniamo c’è la creazione di un’area gioco per i cani in collaborazione con i tanti padroni che frequentano il parco, in modo che possano avere un’area libera e dedicata.
    Crediamo profondamente nelle potenzialità dei Giardini di Plastica e speriamo che sempre più persone abbiano voglia di dedicare un po’ di tempo a viverli e a migliorarli, siamo quindi aperti e disponibili a qualsiasi proposta da parte di tutti».

  • The Garden Bridge, Londra. Il ponte verde, un progetto avveniristico

    The Garden Bridge, Londra. Il ponte verde, un progetto avveniristico

    1gardenbridgeOltre il giardino riprende dopo la pausa estiva parlandovi di un nuovo ed avveniristico progetto nella città di Londra. Tanto a Parigi quanto a New York fervono ultimamente nuove realizzazioni “verdi” ma la capitale inglese non è, in questo campo, seconda a nessuna altra città.
    The Garden Bridge dovrebbe essere costruito a breve (i lavori dovrebbero iniziare nella primavera del prossimo anno) come ponte sul Tamigi, da percorrere solo a piedi e completamente ricoperto di alberi ed arbusti. Galleggerà sull’acqua del fiume, congiungendo la zona di Temple Station al South Bank. Se si guarda a volo d’uccello il susseguirsi dei ponti londinesi, vi è infatti sempre un ritmo ed una continuità, ma, tra Waterloo e Blackfriars, c’è ancora una lacuna. Per colmarla, è stato ideato proprio The Garden Bridge.

    2gardenbridgeNell’idea dei progettisti il ponte dovrebbe apparire come un verde giardino, affacciato sull’acqua dove, pur nel pieno centro di una moderna metropoli, perdersi tra gli alberi, sentire gli uccelli cantare nell’erba popolata di insetti. Per sottolineare il carattere naturale del ponte, i suoi sostegni saranno costituiti da due sole enormi colonne costolate. Queste spunteranno dall’acqua ed emuleranno grandi tronchi, ripartiti in rami a sorreggere tutta la struttura. Saranno realizzati in cupronickel in quanto questo materiale acquista, nel tempo, un patina brunastra particolare, senza richiedere manutenzioni specifiche e senza diventare troppo scuro.

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    Per accentuare l’idea di perdersi in un verde parco, si è deciso che i percorsi pedonali saranno zizzaganti tra gli alberi, i prati e gli arbusti, senza che da una parte sia possibile scorgere l’altro lato del ponte. Vi saranno poi numerosi affacci, per tutta l’estensione della struttura, da cui poter apprezzare, da una nuova prospettiva, particolari scorci della città.

    4gardenbridgeCome schema base, si è deciso di utilizzare le essenze vegetali in modo da dare continuità all’insieme, senza che il giardino risulti un campionario botanico, con alcune varietà peculiari e tipiche sia della città di Londra che delle banchine del Tamigi. Gli alberi dovranno poi essere estremamente flessibili ed adattabili per assecondare i forti venti. Tutte le piante scelte dovranno essere quelle giuste in modo da potersi sviluppare al meglio e da abbattere i costi di gestione e manutenzione nel tempo.

    5gardenbridgeDal punto di vista del “landscape design”, l’approccio mirerà ad esaltare l’aspetto naturale e “selvatico” dell’insieme. L’attraversamento del ponte costituirà un viaggio nel “verde”, suddiviso in cinque diversi capitoli. Si comincerà da South Bank con piante ed alberi che avrebbero potuto essere autoctoni in quella zona del Tamigi, essenze spontanee come collegamento ideale con le aree umide della banchina del fiume. Seguirà una zona con alberi di grandi dimensioni, che potranno svilupparsi grazie ad un terreno profondo alcuni metri. Vi sarà poi un’ampia area, più luminosa, soleggiata ed esposta, dove cresceranno piante di tipo mediterraneo: pini, mirti e rosmarini. Si passerà ad un prato popolato di gelsi, di querce e meli, piante diffuse nella parte più antica della città, posta sulla banchina a nord. Il capitolo finale, proprio prima di raggiungere Temple, sarà tipicamente boscoso ed evocherà i parchi spontanei vittoriani.
    Nell’idea dei progettisti sarà una Londra, da percorrere a piedi e con lentezza, sempre nuova ed incorniciata da alberi, da cogliere sospesi sull’acqua da un innovativo ponte “verde”.

     

    Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano

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    Per informazioni: ema_v@msn.com

  • Nodo ferroviario di Genova, la grande opera. Stato dei lavori, obiettivi e scadenze

    Nodo ferroviario di Genova, la grande opera. Stato dei lavori, obiettivi e scadenze

    treno-ferrovia-stazione-pegliI lavori per la realizzazione del nodo ferroviario di Genova – unica grande opera infrastrutturale sulla cui utilità si registra un giudizio pressoché unanime (vedi precedente approfondimento di Era Superba) – procedono in questi mesi nel tentativo di recuperare, almeno parzialmente, i ritardi accumulati in precedenza, e rispettare la prevista conclusione dell’opera, già slittata dal 2016 a fine 2017. Ma restano alcune criticità da risolvere, in particolare la carenza di siti destinati al conferimento delle terre di scavo, oltre alle proteste dei residenti nei quartieri, quali il Campasso, interessati dalla cantierizzazione e dagli inevitabili disagi conseguenti. L’obiettivo principale del progetto è separare i flussi di traffico: passeggeri a lunga percorrenza e merci, da passeggeri regionali e metropolitani. Al termine degli interventi i binari tra Voltri e Sampierdarena diventeranno quattro, mentre quelli tra Piazza Principe e Brignole saranno sei. Consentendo così il potenziamento dell’offerta, lungo la fascia costiera e la Val Polcevera, grazie alla messa in esercizio, in ottica futura, della nuova metropolitana di superficie.

    Nodo Ferroviario Genova: il punto sui lavori

    «Stiamo operando dappertutto, un po’ rallentati perché la gestione del lavoro è complicata dalle limitazioni orarie stabilite per lo scavo delle gallerie – conferma Mauro Sciuto, direttore tecnico del Consorzio Stabile Eureca, soggetto che racchiude le imprese appaltarici dell’opera (i committenti, invece, sono Rfi ed Italfer, società del Gruppo Ferrovie dello Stato S.p.A) – Quindi, non possiamo lavorare a tempo pieno, 24 ore su 24 e sette giorni su sette, onde evitare l’eccessiva emissione di rumori notturni. In certe aree di cantiere, inoltre, dobbiamo confrontarci anche con i problemi di sopportazione della popolazione. Mi riferisco alle recenti proteste degli abitanti del Campasso, dove siamo impegnati nella ristrutturazione delle gallerie e del parco ferroviario a servizio del porto».

    ecoge-lavori-brignole-cantiere-ELa grande incognita, però, come sottolinea Sciuto «Riguarda lo smaltimento dei materiali di scavo. Non abbiamo certezze. Infatti, stiamo conferendo le terre nell’unico sito individuato per il nodo ferroviario, ovvero quello non certo agevole di Tortona, in parte a Scarpino, ed in porto. Nelle prossime settimane subiremo dei rallentamenti se non sarà trovata una soluzione. Per quanto riguarda gli interventi, nel tratto da Brignole verso Principe abbiamo accumulato qualche mese di ritardo. A Fegino ormai stiamo abbandonando la zona con presenza di abitazioni, quindi, superati i prossimi 30-40 metri di galleria non dovrebbero esserci più problemi. La costruzione della nuova caserma dei carabinieri (ubicata nel piazzale attiguo alla stazione ferroviaria di Rivarolo), invece, paga lo scotto di alcuni errori progettuali. Inoltre, il progetto impiantistico ci è stato consegnato soltanto di recente. Adesso credo che potremo dare un’accelerata ai lavori, e ci vorranno 8-9 mesi per terminare l’intervento. Il lato della finestra di Borzoli è l’unico punto in cui siamo sostanzialmente fermi, proprio perchè non sappiamo dove conferire i materiali di scavo».

    Il responsabile del Consorzio Eureca conferma «La fine dei lavori del nodo ferroviario è prevista a dicembre 2017. Noi auspichiamo che le limitazioni orarie possano essere superate contestualmente all’avanzamento dell’opera, sia da Brignole sia da Fegino. D’altronde, stiamo parlando di una tipologia di lavoro particolare e complesso. Il fronte di scavo, infatti, deve essere sempre presidiato, per questo di solito si opera 24 ore su 24, in modo tale da non dover ripristinare ogni volta la messa in sicurezza del fronte. Tuttavia, è evidente che il rispetto della tempistica è strettamente connesso alla difficoltà relativa al conferimento delle terre. Insomma, se i committenti dell’opera non risolveranno questa criticità, i lavori in galleria potrebbero anche fermarsi. Parliamo di una quantità di “smarino” (terre di scavo) decisamente inferiore rispetto a quella prevista, ad esempio, per il Terzo Valico. Ma per quest’ultima infrastruttura sono stati messi in preventivo molti più siti di conferimento. Per il nodo ferroviario, invece, è stato individuato soltanto il sito di Tortona. Quando avremo 4-5 imbocchi aperti sarà importantissimo poter contare sul trasporto quotidiano e programmato dei materiali di scavo. Finora non c’è stata sufficiente attenzione al problema».

    Il vicesindaco: «Un’opera fondamentale e condivisa»

    Ferrovia di Nervi«Il nodo è un’opera fondamentale e condivisa, che migliorerà il sistema di mobilità urbana – spiega il vicesindaco Stefano Bernini – A Fegino siamo quasi verso la conclusione della galleria. Al Campasso gli interventi renderanno possibile il trasferimento del traffico proveniente da Milano sulla linea Santa Limbania, oltre alla ristrutturazione del parco merci ferroviario, opera fondamentale richiesta dall’Autorità Portuale. In questi giorni abbiamo incontrato il comitato del Campasso per spiegare loro che era inevitabile far transitare i mezzi di lavoro per le vie del quartiere, dato che l’altezza delle betoniere rende impossibile il passaggio alternativo da Certosa, tramite il sottopasso di via Brin e poi via della Pietra. A Ponente, invece, l’area interessata dalla cantierizzazione è limitata. Qui verrà realizzata la nuova stazione ferroviaria di Voltri che, grazie alla futura “metropolizzazione” della linea, diventerà un importante nodo di interscambio, con annesso piazzale e parcheggio per facilitare l’utilizzo della nuova metropolitana di superficie. Per alcuni interventi direi che è confermata la fine nel 2017. Per altri, invece, penso che non sarà possibile terminarli prima del 2019. Teniamo conto che il Gruppo Fs ha centellinato le risorse, poi c’è stato un lungo contenzioso di natura economica tra committenti (Rfi e Italfer) e ditte appaltatrici (Consorzio Stabile Eureca), adesso i lavori sono in corso di svolgimento, ma scontiamo numerosi ritardi».

    La metropolitana di superficie

    binari-ferrovia-treni-voltriAffinché l’ipotizzata metropolitana di superfie possa essere davvero operativa, però, sono necessari determinati elementi: nuove stazioni urbane; nuovi treni simili a quelli della metro, particolarmente leggeri e dotati di forte accelerazione; inoltre occorre stabilire quale sarà il modello di gestione del servizio. «Noi nel piano urbanistico comunale abbiamo previsto diverse stazioni – risponde Bernini – Alcune sono già finanziate da Fs: Voltri, Teglia (perchè non bisogna dimenticare lo sviluppo anche sulla direttrice Val Polcevera), Cornigliano. Altre stazioni non sono ancora finanziate ma siamo in fase di progettazione in accordo con Fs. Ad esempio, a Multedo nel distretto di trasformazione, chi eseguirà la riqualificazione eseguirà anche i lavori propedeutici alla realizzazione della stazione. Stessa cosa vale per Pegli (Lido). Palmaro, invece, è in fase di studio. Importante sarà il collegamento, già finanziato, linea metropolitana-zona aeroporto Cristoforo Colombo. I tempi della messa in esercizio della nuova metropolitana dipendono dalla Regione Liguria che dovrà acquistare nuovi mezzi. Su alcuni tratti, probabilmente, una volta conclusi i lavori del nodo ferroviario, sarà possibile inserire più treni, ma serviranno locomotori adeguati agli spostamenti sulla linea metropolitana».

    In merito alle oggettive difficoltà riscontrate per conferire le terre di scavo, il vicesindaco Bernini sottolinea: «Mentre per Terzo valico c’è stato un piano di conferimento, la progettazione del nodo faceva riferimento ad una differente normativa. Era stata individuata una cava (probabilmente in zona Valvarenna, nda) ma successivamente tale opportunità è sfumata. Di conseguenza si stanno individuando siti di conferimento alternativi. Comunque, si tratta di una quantità limitata di terre. E parliamo di terre non contaminate. In effetti il conferimento dello smarino rappresenta una criticità nel nostro territorio. Senza un piano specifico le terre vengono considerate rifiuti speciali, quindi implicano maggiori problemi di smaltimento e costi più alti. Se esiste un adeguato sistema di controllo, e le terre sono “sane”, secondo me non dovrebbero sussistere simili lungaggini burocratiche».

    La situazione nei quartieri: Campasso, Voltri, Fegino

    Al Campasso la protesta dei residenti, con tanto di blocchi stradali, è scoppiata in piena estate, quando il Comune ha stabilito il passaggio nelle vie del quartiere di sette-otto betoniere al giorno – impegnate nel locale cantiere del nodo ferroviario – due volte a settimana, per complessivi otto mesi. Una decisione inaspettata, visto che il percorso ideato in origine prevedeva il transito da Certosa, per via Brin e via della Pietra. Ma in seguito ci si è resi conto che l’altezza dei mezzi impediva l’utilizzo del sottopasso di Brin. «Innanzitutto sappiamo che esistono anche delle betoniere più basse, come ci ha confermato una ditta che sta lavorando all’opera – spiega Matilde Gazzo, portavoce del comitato di quartiere Campasso – l’errore è stato fatto dal Comune, e adesso il disagio lo pagano i cittadini. Ma il manto stradale e le utenze sottostanti non possono reggere simili sollecitazioni per 8 lunghi mesi di lavoro. C’è un problema di sicurezza. Questo è un quartiere abitato da molti anziani. Così si rischia anche di ostruire il passaggio delle ambulanze. Il Comune ha preso una decisione senza interpellare i residenti. Il Municipio Centro Ovest ha manifestato la sua contrarietà con un odg negativo firmato da tutte le componenti politiche. È stato ignorato pure il parere negativo espresso dal distretto della polizia municipale. Lunedì 1 settembre tre membri del comitato hanno incontrato il vicesindaco Stefano Bernini. Noi, però, non capiamo perchè dobbiamo subire i disagi legati alla cantierizzazione, senza ricevere alcuna compensazione positiva per il quartiere. Abbiamo invitato Bernini a tornare per spiegare direttamente ai cittadini la situazione. Gli abitanti potrebbero accettare ulteriori sacrifici soltanto in cambio di una riqualificazione seria del quartiere. Siamo stufi di promesse non rispettate ed interventi aleatori. Il comitato ha proposto di utilizzare una parte degli enormi spazi presenti nel parco ferroviario da adibire a strada di collegamento con la fermata metropolitana di Certosa-Brin, agevolando così la mobilità urbana di studenti e lavoratori del Campasso. Adesso per una decina di giorni non passeranno più le betoniere. Poi ci sarà un nuovo incontro e vedremo cosa succederà. La partita si gioca nel rapporto tra Comune e Gruppo Fs. In altre parole, perchè il Comune non cerca di conquistare delle forme di vantaggio per i quartieri coinvolti dalle infrastrutture ferroviarie? Insomma, il Comune deve pretendere delle contropartite adeguate».

    A Ponente, invece, a destare preoccupazione sono i previsti espropri a danno di alcune famiglie e tre attività commerciali, ospitate in un edificio di via alla Stazione di Voltri. «I lavori del nodo nel nostro territorio sono cominciati da un po’ di tempo, e finora i disagi sono stati contenuti – racconta Mauro Avvenente, presidente del locale Municipio – Tuttavia, abbiamo sollecitato Fs affinché metta in condizione residenti e commercianti, che vivono e operano soprattutto in via alla Stazione di Voltri, di conoscere il loro destino. Fortunatamente si tratta di pochi nuclei familiari interessati dagli espropri. Grazie al vicesindaco Bernini a fine luglio siamo riusciti ad incontrare, in sede di consiglio del Municipio Ponente, i referenti di Rfi e Italfer (committenti dell’opera), per iniziare un confronto volto alla massima trasparenza. Ai cittadini è stato spiegato, e garantito loro, che nessuno sarà lasciato solo. Infatti, saranno messe in campo le compensazioni economiche previste, quelle attuate in Val Polcevera, ad esempio per la Gronda. Parliamo dello strumento dei Pris (Programmi regionali di intervento strategico), ovvero un surplus di emolumenti relativi al disagio causato alle persone».

    Avvenente sottolinea anche come sia importante aprire una discussione in merito alla sorte degli spazi “liberati” dallo spostamento a mare dei binari nel tratto tra Palmaro e Voltri. «Noi ripetiamo da tempo che è necessario raggiungere un equilibrio tra lo sviluppo del porto, e dunque delle sue infrastrutture, e la vivibilità dei centri abitati. Esiste un vecchio progetto dell’architetto Renzo Piano, poi ripreso da alcune associazioni, che prevede di restituire questi spazi alla città, realizzando la prosecuzione della passeggiata voltrese fino a Palmaro».

    Fegino. nodo ferroviarioDel cantiere di Fegino Era Superba aveva già parlato più di un anno fa, quando tutto era fermo, ma nei mesi precedenti i lavori avevano già causato disagi, in particolare relativi alla fuoriuscita di fango e terra in occasione di eventi piovosi. Criticità che pare si siano ripresentate puntualmente con il riavvio degli interventi. «Mercoledì 3 settembre abbiamo avuto incontro con Comune, Municipio Val Polcevera, Fs, e ditte appaltatrici – spiega Franco Traverso del comitato di quartiere Fegino – Dopo tanto tempo questo è stato il primo incontro per l’Osservatorio permanente sui lavori del nodo, organo che avrebbe dovuto viglilare sull’esecuzione dell’opera. Noi abbiamo ribadito il problema del fango che svivola fuori dall’area di cantiere in concomitanza delle piogge. Dalla parte della galleria gli operai accumulano mucchi di terra e di conseguenza, quando piove, inevitabilmente le fuoriuscite sono copiose, la terra mista a fango scende giù da via Fegino (strada chiusa che fiancheggia il cantiere) ed invade via Ferri. Così le nuove caditoie realizzate dal Comune non servono praticamente a nulla. Per fortuna, devo dire che l’amministrazione, sia comunale che municipale, ci sta dando una mano. C’è disponibilità all’ascolto da parte degli assessori Gianni Crivello e Stefano Bernini. Il 15 settembre è in programma un altro incontro. Per la fine dei lavori a Fegino si parla di gennaio 2015. Ma io dubito che tale scadenza, data la complessità dell’intervento, sarà rispettata. Inoltre, vorrei ricordare che nella fase di realizzazione del pilone del nuovo cavalcavia ferroviario bisognerà salvaguardare l’antica roggia (canale artificiale, proveniente generalmente da un corso d’acqua più ampio, per l’irrigazione o per altri usi, ndr), onde creare ulteriori problemi di allagamenti nel quartiere di Fegino».

    Matteo Quadrone