Mese: Giugno 2015

  • Porto di Genova, il nuovo Piano Regolatore e il confronto con i grandi scali europei

    Porto di Genova, il nuovo Piano Regolatore e il confronto con i grandi scali europei

    Contrasto tra vecchio e nuovo a GenovaI grandi cambiamenti urbanistici che disegnano la Genova del futuro non riguardano sono il cuore della città. Quasi in parallelo al nuovo Puc, di cui abbiamo già avuto modo di parlare approfonditamente, negli scorsi mesi è stato presentato il nuovo Piano Regolatore Portuale (Prp). Una sorta di lascito del presidente dell’Autorità portuale, Luigi Merlo, giunto ormai a fine mandato. Si tratta di un progetto complessivo sull’ordine di grandezza dei 2 miliardi di euro e che potrebbe essere traguardato nella sua interezza intorno al 2030.

    Sembra quasi di dire un’ovvietà scrivendo che senza il porto Genova morirebbe. Da qui a capire come, invece, dal suo primo e più caratterizzante motore economico-commerciale la città possa rinascere, il cammino è molto lungo. Anche perché, per troppi anni, tutto quello che accadeva oltre il lungomare è sempre stato visto come qualcosa d’altro, di assolutamente slegato dal resto della vita urbana. E la sfida del nuovo PRP è proprio questa: ricreare una simbiosi tra Genova e il suo porto, non solo a livello ideale ma anche fisico, facendo tornare cittadini e turisti a camminare nel cuore del fronte del mare, allargando a tutto (o quasi) il territorio il riuscito esperimento del Porto Antico. Certo, allora i soldi c’erano e, anche grazie ai grandi eventi, le casse pubbliche erano piuttosto rigogliose. Adesso, invece, pensare di recuperare 2 miliardi di euro di soldi pubblici sembra ben più di un’utopia. Eppure a crederci sono in molti.

    L’inchiesta integrale è pubblicata sul numero 60  di Era Superba

    Che cos’è il Piano Regolatore Portuale

    porto-3Il Prp altro non è che lo strumento previsto per la pianificazione portuale, ossia quel documento che ogni Autorità portuale, organo di governo di emanazione statale, dovrebbe adottare per decidere le linee future di sviluppo dal punto di vista economico-commerciale ma anche e soprattutto infrastrutturale.

    Dopo la crisi di fine secolo, negli anni duemila lo sviluppo del porto inizia a delinearsi in maniera più ordinata, individuando tre principali aree contenitori tra calata Bettolo e Sanità, il Multipurpose di Messina e la penisola di Voltri e arrivando ad abbattere il muro di 1,5 milioni di container. Senza naturalmente dimenticare la parte turistico-attrattiva sostanzialmente concentrata nella riqualificazione del Porto Antico.

    Ma perché oggi si è ritenuto di realizzare un nuovo piano regolatore considerando che quello precedente non è ancora stato portato a termine? La risposta arriva direttamente dal presidente uscente di Autorità portuale, Luigi Merlo: «Il Prp vigente prevedeva l’ingresso in porto di navi al massimo da 4 mila, 5 mila Teu (un Teu, o unità equivalente a venti piedi, corrisponde a un container standard lungo poco più di 6 metri e con una capacità di circa 40 metri cubi – ma esistono anche container da 2 Teu, ndr). Oggi, invece, nel nostro porto scaricano navi da 14 mila Teu e la tendenza per il Mediterraneo è quella di arrivare presto almeno ai 20 mila Teu. Ciò vuol dire navi da 400 metri di lunghezza e 60 di larghezza, mentre prima eravamo abituati a portacontainer tra i 250 e 280 metri».

    Il fenomeno del gigantismo navale, oltre che con le innovazioni tecnologiche che hanno consentito di realizzare navi sempre più lunghe con profondità di pescaggio (parte della nave che rimane immersa sotto il pelo dell’acqua) sempre più ridotte, si spiega con nuove alleanze trasportistiche strategiche con cui le grandi compagnie commerciali hanno scelto di affrontare la crisi e l’aumento del costo del petrolio.
    Per non rimanere fuori dai giochi, dunque, Genova ha bisogno di rinnovare sensibilmente le proprie infrastrutture, offrendo maggiori spazi di manovra e attracchi più semplici.

    Il Porto di Genova in Europa e nel Mediterraneo

    porto-ferrovia-binari-containerNel 2014, secondo i dati riportati dallo stesso Merlo, il porto di Genova ha aumentato i propri traffici merci del 10% rispetto all’anno precedente, giungendo alla movimentazione complessiva di quasi 2,2 milioni di Teu. Una crescita confermata anche nel primo trimestre del 2015. Viene così consolidato il secondo posto nella graduatoria dei porti italiani, la cui leadership è saldamente in mano a Gioia Tauro che, tuttavia, l’anno scorso si è fermata poco sotto i 3 milioni di container movimentati (superati invece nel 2013). Terzo posto per La Spezia, unica altra realtà italiana a sette cifre, con i suoi 1,3 milioni di Teu.
    «Il porto di Genova – sostiene Merlo – può essere considerato quello che ha avuto la maggior crescita negli ultimi anni in Italia e in Europa, almeno per quanto riguarda i dati più significativi. Abbiamo realizzato opere infrastrutturali molto importanti come il dragaggio (scavo dei fondali, ndr) di 3,5 milioni di metri cubi di materiale, conferito poi nelle calate Bettolo, Ronco e Canepa. Grazie a significativi investimenti dei privati, possiamo scaricare navi con container che arrivano fino a 22 metri di altezza». Ma non basta. «Nel giro di 7, 8 anni – azzarda il presidente – potremmo tranquillamente arrivare a una movimentazione di 3 milioni di container: a struttura portuale invariata, però, significherebbe una paralisi totale non solo del porto ma, probabilmente, anche di tutta la città, quantomeno dal punto di vista trasportistico e della viabilità».

    Dunque, per restare al passo della concorrenza, Genova deve per forza di cose guardare oltre al piano regolatore degli anni 2000, non ancora completato. Anche perché se in Italia il confronto è solo con Gioia Tauro, i cui dati peraltro sono influenzati anche dal cosiddetto “trasbordo” (scarico di un container da una nave, passaggio a terra e ricarico su un’altra porta contenitori), la musica cambia quando guardiamo al Mediterraneo e all’Europa.

    terminal rinfuse
    terminal rinfuse

    All’interno del mare nostrum, la Superba si difende ancora discretamente restando nella top-ten della movimentazione di contenitori (nel 2014 la leadership spetta ai due porti spagnoli di Algeciras e Valencia, rispettivamente con 4,5 e 4,2 milioni di container) ma perde terreno da rivali storiche e da realtà emergenti come Port Said (Egitto, 4,1 milioni di container), Ambarli (Turchia, 3,4 milioni), Tangeri (Marocco, 3,1 milioni) e Malta (2,5 milioni stimati).

    «Storicamente – analizza il professor Francesco Parola, docente di Economia marittima e portuale all’Università di Napoli “Parthenope” e membro di Porteconomics – Genova e Marsiglia (1,1 milioni di contenitori nel 2014, ndr) sono stati i due porti principali del Mediterraneo ma negli ultimi anni Barcellona (1,8 milioni, ndr) e Valencia hanno avuto una crescita formidabile: proprio Valencia che aveva una movimentazione pari a circa il 60/70% di quella di Genova, oggi ne ha il doppio. Genova paga molto il fatto di essere un porto di transito: il contenitore viene scaricato e resta chiuso, la merce non lascia molto valore sul territorio perché Milano è molto vicina e le lavorazioni vengono fatte direttamente nel mercato di destinazione. Ultimamente si stanno affacciando sul mercato in maniera molto concorrenziale l’Egitto e il Marocco, anche se più che per Genova rappresentano soprattutto un elemento di disturbo per altri porti italiani di trasbordo come Gioia Tauro, Taranto e Cagliari».

    Ben differente è la situazione se si allarga il campo d’azione all’Europa del Nord. Qui, padroni incontrastati, troviamo i tre grandi porti di Rotterdam (Olanda, 12,3 milioni di contenitori nel 2014), Amburgo (Germania, 9,7 milioni) e Anversa (Belgio, 8,9 milioni): Genova si trova al 16° posto, dietro anche a Brema (Germania, 5,7 milioni), Felixstowe (Inghilterra, 3,7 milioni), Pireo (Grecia, 3,5 milioni), Le Havre (Francia, 2,5 milioni) e San Pietroburgo (Russia, 2,4 milioni).
    «Il nord Europa è un altro pianeta – conferma il prof. Parola – perché ha una scala enormemente superiore sia a livello di movimentazione container che di progetti di sviluppo infrastrutturale. Basti pensare a Rotterdam con il Maasvlakte 2 – progetto faraonico (2,9 miliardi di euro, ndr) di potenziamento esponenziale del porto fluviale olandese finanziato dalla Banca europea degli investimenti – si punta a passare dagli odierni 12 milioni di Teu a una capacità di 30 milioni, nel giro di circa 15 anni. Certo, il vantaggio della collocazione geografica fa molto: non ci sono Alpi e Appennini da superare e, soprattutto, la merce può essere trasportata via fiume (oltre il 40% mentre il 20% dei trasporti viene effettuato via treno e il restante 40% con camion) con chiatte dalla capacità di 400, 500 container l’una. Qualcosa di simile avviene anche ad Anversa, il cui porto è stato creato svuotando la sponda destra della Schelda: ora, il piano di sviluppo (1,6 miliardi, ndr) prevede di passare alla sponda sinistra. Qui Msc, il secondo armatore del mondo, ha il terminal dedicato più grande in assoluto che, da solo, muove tutto il traffico contenitori della Liguria, ossia circa 4 milioni di Teu».

    Il nuovo Piano Regolatore portuale di Genova

    porto-container-d1Vediamolo, allora, più da vicino questo nuovo piano regolatore che dovrebbe consentire a Genova di fare il grande salto di qualità e, se non certamente raggiungere i livelli dei grandi porti del Nord Europa, quantomeno non perdere il treno delle grandi navi.

    Partiamo da una cifra. Due miliardi di euro, gli oneri stimati per realizzare complessivamente il nuovo Prp, compreso il riassetto del waterfront attraverso il Blue Print di Renzo Piano.
    L’intervento più significativo, dal punto di vista infrastrutturale, riguarda la costruzione di una nuova diga foranea che verrà spostata più verso mare di 500 m rispetto alla barriera attuale e si porterà via metà dei finanziamenti necessari (1 miliardo per 8 anni di lavoro). A ciò si aggiungeranno gli interventi per la realizzazione di un nuovo ingresso per le grandi navi a Ponente (250 milioni di euro, 3 anni di lavoro), in zona Sampierdarena. Di conseguenza, il Prp prevede la creazione di bacini di evoluzione (ovvero specchi acquei di manovra delle navi) molto più ampi di quelli odierni.

    «Questo – sostiene Parola – è il vero elemento innovativo del nuovo piano regolatore portuale di Genova. Fino al 2010 tutti i piani di sviluppo sono stati “di terra”, con riempimenti e svuotamenti, il nuovo Prp invece ha come elemento centrale un nuovo assetto delle infrastrutture marittime: ingresso da Ponente e da Levante molto potenziati, spostamento della diga, sviluppo lineare delle banchine e ottimizzazione e ingrandimento dei tre poli contenitori».

    Le banchine cambieranno da una conformazione a pettine a un’impostazione sempre più lineare per favorire l’ingresso delle grandi navi che hanno bisogno di scali semplici e rapidi. «È meglio avere 2,2 km di banchina lineare – spiega Parola – piuttosto che 5 km di banchina frastagliata, tipica di un vecchio sistema di concepire i porti, come vediamo a New York o nella parte vecchia di Rotterdam». Questa rivoluzione riguarderà principalmente il bacino di Sampierdarena, con l’entrata in funzione di calata Bettolo e la possibilità di dar luogo al riempimento degli spazi che separano gli attuali pontili: qui, infatti, i “pettini” sono nati per ospitare navi lunghe al massimo 200 metri mentre già oggi entrano navi anche da 280 metri con operazioni non certo semplici da gestire.

    Quartiere di PràSe, da un lato, l’obiettivo di fondo del nuovo Prp è quello di far tornare a dialogare gli spazi di fruizione cittadina con le zone di attività portuale al di là di ciò che già avviene al Porto Antico, dal punto di vista urbanistico il piano regolatore punta molto su una nuova concezione di porto-isola, che dovrebbe realizzarsi sia nel nuovo waterfront di Levante, sia al porto di Pra’. Quello che è stato anche ribattezzato “piano dell’acqua” prevede, infatti, il prolungamento del canale di calma trasformando il Vte (sigla con cui viene definito il terminal ponentino) da penisola a isola, con un prolungamento verso ponente in cui potrebbero attraccare le navi più grandi, senza alcun vincolo di altezza trovandosi all’esterno del cono aereo del Cristoforo Colombo che, invece, influenza sensibilmente gli scali più centrali del porto. Lato terra si concretizzerà, invece, un percorso pedonale di oltre 3 km che dalla nuova stazione di Voltri attraverserà tutto il litorale fino ad arrivare alla Fascia di Rispetto di Pra’.
    Progetto simile per l’area che separa la Fiera dal Porto Antico, in cui dovrebbe sorgere un nuovo percorso ciclo-pedonale che si affaccerebbe su un canale di separazione tra la città e l’area portuale.

    porto-petroli-multedoDelicata sarà la decisione sullo spostamento del polo chimico di Multedo. La prima ipotesi prevede il mantenimento dell’attività nella zona di Ponente, con i depositi che verrebbero trasferiti da un’area urbana a un’area portuale. L’alternativa, molto criticata prevede il trasloco a Sampierdarena o nei bacini centrali o sotto la Lanterna, al posto della centrale Enel che potrebbe essere dismessa anche prima del previsto 2017. Ci sarebbe poi sempre l’opzione zero ovvero la chiusura di Carmagnani e Superba, le due realtà che si occupano di stoccaggio di prodotti di chimici, ma chi se ne assumerebbe la responsabilità?

    Sul tema della sostenibilità ambientale, grandi speranze vengono poste anche nell’elettrificazione delle banchine che, seppur con ingenti costi di realizzazione (12 milioni di euro), consentirebbe una radicale diminuzione dell’inquinamento prodotto dalla navi attraccate in porto. La sfida, in questo caso, è riuscire a coniugare l’aspetto ambientale con l’economicità dell’intervento.

    Infine, è prevista anche la realizzazione di postazioni per Lng (Gas naturale liquido) per lo sviluppo futuro di navi che utilizzano il metano per la propulsione e che potrebbero trovare ospitalità a Cornigliano, nei pontili centrali di Sampierdarena o a calata Oli Minerali con la trasformazione degli attuali depositi per olio combustile e gasolio.

    Le grandi incognite: trasporti e terminalisti

    treno-fuorimuro-portoDetto delle principali caratteristiche del nuovo Piano regolatore portuale, veniamo alle note dolenti, ovvero alle grandi incognite da cui dipenderà buona parte del futuro dei nostri bacini. Lo spostamento della diga e la trasformazione degli approdi, infatti, non saranno sufficienti da soli a traguardare l’obiettivo, forse eccessivamente ambizioso, dei 6 milioni di container se il porto di Genova non sarà in grado di rivedere sensibilmente le vie di comunicazione con le infrastrutture che dal porto stesso entrano ed escono.

    «Il vero problema – sottolinea il professor Parola – è una coerenza infrastrutturale tra lo sviluppo del porto e la città che gli sta alle spalle. Autorità portuale non ha alcuna competenza sull’urbanistica della città e può solo cercare di esercitare un’azione lobbistica verso le istituzioni. Chi, invece, dovrebbe mettere tutto a sistema è la Regione, facilitando il dialogo tra Autorità portuale, Comune di Genova e gestori delle varie infrastrutture trasportistiche di terra. Purtroppo però vi sono opere infrastrutturali come la ristrutturazione del nodo ferroviario di Genova, il Terzo Valico, la gronda autostradale e il nodo di San Benigno, tanto per citare le più note, che vanno ben oltre la Regione stessa. Per cui, quello che manca a questo Prp, ma purtroppo deve mancare perché se anche fosse stato scritto sarebbe stato illegittimo o un puro esercizio si stile, è la chiarezza su come verranno gestiti a terra i potenziamenti che si realizzeranno grazie alle innovazioni della parte a mare».

    La difficoltà deriva dal fatto che il porto deve sintetizzare la sostanziale dicotomia tra la bassa frequenza di arrivo della merce che viene riversata a terra in gradi quantità e l’alta frequenza di uscita a quantità, però, modestissime. Per questo motivo è necessario potenziare al massimo i sistemi di trasporto che consentono la movimentazione del maggior numero di contenitori per singolo viaggio: in altre parole, visto che non possiamo sfruttare le chiatte fluviali del nord Europa, dobbiamo diminuire i camion e aumentare sensibilmente i treni. «Fino alla Seconda guerra mondiale – ricorda Parola – a Genova anche l’80-90% dei trasporti avveniva con la ferrovia. Dagli ’60 è iniziato il declino vertiginoso di questa infrastruttura. Negli anni ’90 si è risaliti arrivando a un 30% ferrovia, 70% camion ma dal 2001 c’è stato un nuovo crollo. Oggi probabilmente non riusciamo a toccare più nemmeno il 20%».

    Nei porti che funzionano il treno arriva in banchina mentre a Genova abbiamo notevoli problemi di smistamento e di comunicazione tra scalo ferroviario interno ed esterno: la ferrovia, però, è efficace solo se il traffico della merce è regolare e il treno sempre carico e saturato, altrimenti diventa più vantaggioso il camion perché avendo una capacità limitata è molto più facile non farlo viaggiare a vuoto. «Tutte le volte che sono andato su uno scalo ferroviario merci – dice Parola – non ho mai visto succedere nulla. Questo avviene perché c’è un concetto di ciclo industriale della ferrovia che è errato alla radice: sul binario non puoi stare fermo un giorno; devi caricare o scaricare in 4, 5 ore e poi andare via. O, tutt’al più, caricare di notte e far partire i treni al mattino: così si vince anche la concorrenza dei camion che, a una certa ora, non possono più entrare in porto perché i cancelli chiudono».

    Genova non può permettersi di perdere la sfida ferroviaria. Mentre, infatti, i grandi porti del nord Europa arrivano praticamente in pianura fino alla Svizzera, noi siamo stretti tra gli Appennini e le Alpi: i due valichi ferroviari alpini, Sempione e Gottardo, sono oggetto di raddoppio e tra pochi anni andranno a regime. Questa sarebbe un’ottima opportunità da sfruttare per le esportazioni ma se non siamo pronti con i collegamenti interni il forte rischio è che la merce, invece di uscire, da questi valichi ci entri arrivando dal nord Europa.

    La soluzione, secondo Parola, è una sola ma fa molto paura: Terzo Valico. «Se fossimo razionali e coordinati come i tedeschi, è vero che il Terzo Valico non sarebbe assolutamente necessario e potremmo ottimizzare le linee esistenti, ma per come siamo fatti abbiamo bisogno di infrastrutture vuote da iniziare a riempire. Senza il Terzo Valico, il Porto di Genova non può avere futuro. Va anche detto che il Terzo Valico, da solo, non risolverà tutti i problemi: una volta che ci sarà l’infrastruttura, bisognerà che i terminalisti, l’Autorità portuale e gli operatori intermodali si coalizzino per far sì che il porto Genova possa espandere il proprio traffico commerciale verso il nord, attraverso l’asse del Sempione, in Svizzera, Austria e la Baviera. Non possiamo guardare solo alla Lombardia».
    Le merci, infatti, non scelgono le traiettorie più corte ma quelle più veloci. Per questo, tre quarti dei contenitori che passano per il Mediterraneo vengono scaricati nei porti del Nord Europa. Basti pensare che il primo porto cinese d’Europa è Amburgo che, a livello di rotte, è anche il più lontano. «A Rotterdarm – prosegue Parola – il tempo medio di sosta di un container è tra la metà e un terzo rispetto a quello di Genova: per cui, anche se la navigazione è più lunga, la merce arriva prima a destinazione. Tra l’altro, le navi che vanno verso Nord sono più grandi e più veloci di quelle che si fermano nel Mediterraneo, per cui risultano molto più efficienti. Insomma, le grandi navi da 18 mila, 22 mila Teu arriveranno a Genova solo se il nostro porto sarà in grado di allargare il proprio mercato oltralpe. Certo un po’ di crescita fisiologica ci sarà ma un altro gradino non lo possiamo fare senza andare in Svizzera. Per giustificare una toccata a Genova, una grande nave dovrà poter scaricare a Genova almeno 4 mila, 5 mila Teu, non si può certo accontentare degli attuali 800 Teu».

    terminal Messina
    terminal Messina

    Altra grande incognita è rappresentata dalla presenza, permanenza e futuro arrivo di grandi terminalisti tra le nostre banchine. «Fino al 2000 – spiega Parola – tutti i terminal erano multi-user, cioè il terminalista cercava di saturare lo spazio a disposizione rivolgendosi a diversi armatori. Questa logica è venuta in parte meno anche in seguito al fenomeno del gigantismo navale perché ogni armatore ha accresciuto le proprie esigenze di servizi, chiedendo terminal dedicati. Genova è sempre stata molto restia a rispondere a questa esigenza, a parte l’eccezione di Messina, unico armatore che è anche terminalista. Però, non può esistere che Maersk chieda il terminal e non glielo si dia e che a Msc glielo si conceda dopo anni. Il risultato è che Maersk dal 2018 va a Savona. Il tema non è molto discusso ma stiamo parlando dell’attuale primo cliente del porto di Genova che, temo, porterà via buona parte dei propri traffici. Certo molto dipenderà da come Savona si giocherà i collegamenti ferroviari e da quanto traffico Msc porterà da Spezia a Genova, ma è un elemento da non sottovalutare per il futuro del nostro porto».

     

    Simone D’Ambrosio

  • Grecia, referendum: no all’austerità? Il primo segnale di vita della sinistra in Europa

    Grecia, referendum: no all’austerità? Il primo segnale di vita della sinistra in Europa

    grecia-europaFinalmente siamo alla resa dei conti. Dopo mesi di estenuanti tira e molla, Tsipras si è deciso a fare l’unica cosa che poteva fare per non rimandare in eterno i problemi del suo paese, visto il vicolo cieco nel quale si era cacciato.

    Difatti, come avevo sottolineato sin da subito, il premier greco era andato al potere grazie ad una promessa realmente “populista”, nel vero senso del termine; poiché portare il paese fuori dall’austerità, ma mantenerlo nell’euro, è un’ambizione affascinante, ma a tutti gli effetti impossibile. Ho più volte ribadito che l’aver disconosciuto il vincolo della moneta unica come strumento di disciplina dei lavoratori è la colpa storica delle sinistre europee: ed era inevitabile che su questo punto si dovesse infrangere anche la strategia del leader di Syriza.

    Tuttavia prevedere verso quale esito sarebbe rimbalzato questo vano tentativo non era affatto facile, perché i negoziati venivano condotti anche a suon di bluff e minacce. Non si poteva escludere – e non si può escludere tuttora – che la Germania e i paesi del nord volessero davvero spingere la Grecia ad uscire. Ad ogni modo quest’ultima era sicuramente la parte debole: per cui ogni presunta “ultima trattativa” finiva sempre per chiudersi o con una soluzione di compromesso o al prezzo di pesanti tradimenti rispetto al programma elettorale di Syriza, a ulteriore testimonianza dell’incompatibilità tra politiche nazionali e logiche comunitarie.

    Per questo motivo Tsipras poteva solo capitolare oppure decidersi per una mossa a sorpresa: si trattava solo di capire cosa sarebbe successo prima. Dopo quattro mesi di attesa (durante i quali questa rubrica ha giudicato più saggio tralasciare le innumerevoli schermaglie) possiamo dire finalmente che il premier greco – forse per paura che i leader europei, d’accordo con l’opposizione del suo predecessore Samaras, trovassero un modo per farlo cadere – ha preso il coraggio a due mani; e con l’annuncio di un referendum sul piano di salvataggio ha impresso alla vicenda una svolta radicale.

    Quel che è certo, infatti, è che dopo il voto le cose non saranno più le stesse. Anche se il quesito referendario non è esplicito (per cui molti faranno finta di non capire), la posta in gioco è piuttosto chiara: da un lato la Grecia capitola e si mette nella mani dei creditori, sancendo la fine di ogni possibilità di riscatto dall’interno (a meno di una svolta autoritaria); dall’altro lato fa default e, con ogni probabilità, esce dall’euro.

    Difatti le possibilità che l’Europa si faccia condizionare da una libera decisione democratica del popolo greco sono al lumicino. Dall’altra parte, invece, Tsipras ha bisogno del consenso che gli manca per non farsi accusare di aver portato il paese fuori dalla moneta unica solo per un capriccio personale. Da questo punto di vista il leader greco ha trovato una brillante soluzione al suo dilemma politico: se i greci si prendono la responsabilità di dire no al piano di salvataggio europeo, dopo non potranno biasimarlo se come conseguenza Atene viene sbattuta fuori dall’euro; o, all’opposto, se ci saranno ancora lacrime e sangue.

    In ogni caso sarà il popolo greco a prendere quella decisione che i suoi leader politici sono troppo pavidi anche solo per prendere in considerazione. Sempre che, si capisce, vogliano lasciarglielo fare.

    Andrea Giannini

  • La Genova della Grande Guerra: l’industria e il sacrificio umano, come eravamo cento anni fa?

    La Genova della Grande Guerra: l’industria e il sacrificio umano, come eravamo cento anni fa?

    Illustrazione di Nicoletta Mignone
    Illustrazione di Nicoletta Mignone

    “Popolo grande di Genova, Corpo del risorto San Giorgio; Liguri delle due riviere e d’oltregiogo […]oggi dice la fede d’ Italia: “Qui si rinasce e si fa un’ Italia più grande”. Con queste parole, il 5 maggio di cento anni fa, Gabriele D’Annunzio incendiava la folla accorsa allo scoglio di Quarto, per l’inaugurazione del monumento dedicato alla spedizione garibaldina dei Mille. Pochi giorni dopo, il 24 maggio, il Regio Esercito italiano iniziava le operazioni militari contro l’Impero Austro-Ungarico, facendo seguito alla dichiarazione di guerra proclamata il giorno precedente. Si apriva così il fronte italiano della Grande Guerra, che da un anno stava insanguinando l’Europa, e che presto sarebbe diventata il primo conflitto su scala mondiale.

    L’articolo integrale è pubblicato sul numero 60  di Era Superba

    Oggi sappiamo come andò, e quali furono i costi di quella epopea: oltre un milione di morti, tra soldati e civili (di cui molti falciati dalla epidemia di Spagnola del 1918), e una vittoria che rimase “mutilata” dal disegno post bellico della diplomazia internazionale. Un fallimento della politica e dell’economia imperialista europea, che fece germogliare i semi del totalitarismo fascista.

    Genova, lontana dal fronte, non divenne teatro fisico di questo conflitto, ma partecipò in prima linea alla mobilitazione totale che la giovane nazione italiana faticosamente sostenne in quegli anni. Lo fece con le sue industrie, con la sua terra, con la sua gente.

    A poter viaggiar nel tempo, girando per le strade del capoluogo ligure in quei giorni, gli occhi del visitatore vedrebbero ovunque un gran fermento; all’epoca, infatti, l’assetto urbano della città era in gran trasformazione. L’Esposizione Universale di Marina e Igiene Marinara e delle Colonie dell’anno precedente, aveva lasciato in eredità ai genovesi due grandi infrastrutture: lo Stadium, un enorme impianto sportivo edificato in quella che oggi è Piazza della Vittoria, e la Telfer, un trenino su monorotaia rialzata, che collegava la zona di fronte alla stazione Brignole, sede dell’esposizione, al Molo Giano, passando per quella che oggi è la Fiera del Mare. Entrambe le costruzioni fecero la loro parte durante gli anni del conflitto: lo Stadium, fu demolito per far spazio, dal 1916, ad una piazza d’armi, dove le reclute completavano il loro addestramento prima di partire per il fronte, mentre la piccola ferrovia fu convertita per il trasporto del carbone, necessario per le industrie della Val Bisagno, smantellata a fine conflitto. Anche i cantieri erano in forte attività, per garantire allo sforzo bellico del paese tutto il materiale necessario: oltre a quelli della Foce, situati dove oggi troviamo Piazzale Kennedy, furono soprattutto le catene di montaggio dell’Ansaldo a crescere grazie alle commesse dell’Esercito. Dai 30 milioni di lire di capitale sociale pre-guerra, si arriverà a 500 milioni, grazie ai ricavi ottenuti dalla produzione del 46% di tutta l’artiglieria prodotta dal paese: 3000 aerei, 96 navi da guerra e 10 milioni di munizioni. I dipendenti passarono da 17 mila del 1914 agli oltre 80 mila del 1918.

    Il conflitto, come sappiamo, divenne subito guerra di logoramento, e Genova, come tutte le grandi città del paese, fu “spremuta” per sopportarne lo sforzo: oltre all’arruolamento di massa (è difficile calcolare precisamente quanti genovesi partirono per il fronte, le stime sono dai 30 mila agli 80 mila, contando anche tutto il genovesato), vennero organizzate requisizioni  forzate di automezzi agricoli, bestiame da traino e da macello, cosa che depauperò ulteriormente l’economia ancora fortemente contadina della città. Nel 1918, quando tutto il paese era allo stremo, venne disposto l’obbligo per i proprietari di “donare” i cadaveri del bestiame, censito nel 1914, per poterne estrarre grasso per le industrie di armi. Anche le difese della città, inizialmente rafforzate, vennero via via smantellate, per fornire il fronte di più armi possibili. Questo avvenne soprattutto dopo Caporetto, nonostante la forte opposizione delle autorità cittadine, che temevano attacchi aerei, come successo a Napoli, città decisamente distante dal fronte, bersagliata dalle bombe di un dirigibile tedesco.

    Ma il “prodotto” principale di questa guerra fu l’immane tragedia umana. Genova, lontana dalle trincee, non poté sottrarsi dal penoso spettacolo dei convogli di ritorno dal fronte: centinaia di feriti e mutilati, accolti in ospedali militari adibiti in alcune scuole della città, tra cui la Garaventa, la Dapassano, la Mameli e la Chiabrera. La cosa non fece scalpore: fin dall’inizio del conflitto, infatti, molte infrastrutture scolastiche erano state requisite per far spazio a caserme, depositi e corpi di comando.

    piazza-vittoriaMa oggi, cosa rimane di quegli anni? Quali sono le tracce lasciate dalla Grande Guerra? Decine sono le lapidi, le targhe e i monumenti eretti per eternare il sacrificio dei giovani soldati, sparse per la città e i suoi sestrieri: all’epoca comuni indipendenti, quasi tutti i quartieri di Genova hanno il proprio monumento ai caduti: Sturla, Nervi, Cornigliano, Voltri, Pegli, Sestri Ponente, Quinto, Rivarolo, Bolzaneto, Prà e Pontedecimo.

    Il monumento più famoso e simbolico è senza dubbio l’Arco della Vittoria, detto anche Arco dei Caduti: ideato nel 1924, inaugurato nel 1931, è la costruzione centrale della gigantesca omonima piazza, cornice della Scalinata del Milite Ignoto, oggi conosciuta come “Le Caravelle”. Lo stile e il contesto storico in cui sorse, legano indissolubilmente questo manufatto al fascismo (tanto che tra i volti dei bersaglieri rappresentati nel fregio del lato ovest, spunta puntuale un ritratto del duce), facendo dimenticare tutte le tragedie che dovrebbe rappresentare; 680 mila, per la precisione, quanti furono gli uomini tramutati in soldati dalla legge e costretti a morire nel fango delle trincee o nei ghiacci delle alpi.

    Esistono inoltre dei frammenti urbani che raccontano storie più piccole: è il caso dell’ex orfanotrofio di Granarolo, dedicato ad Angelo Campodonico, giovane ufficiale genovese, morto ventenne sul Carso, nel 1917: una struttura composta da due edifici uguali, separati da una piccola chiesa, dove riposa il soldato, voluta e fatta costruire dal padre, e visibile da ogni parte della città vecchia. All’esterno, un cannone austriaco, trofeo della vittoria, è puntato sulla città, forse per ricordare il pericolo scampato e il significato del sacrificio di quella giovane vita spezzata, e non solo della sua.

    monumento-mutilatoIl luogo che più di tutti evoca le tragedie e le contraddizioni della Grande Guerra, rimane però la Casa del Mutilato, situata all’inizio di Corso Aurelio Saffi: edificio inaugurato nel 1938, sede della Associazione Nazionale Fra Mutilati e Invalidi di Guerra (la precedente sede genovese era in via San Donato), oggi è una quinta quasi dimenticata della vita frenetica della città. Sulla facciata, tra due teste di medusa, campeggia la scritta “La Guerra è una lezione della Storia che i popoli non ricordano mai abbastanza”, autore Carlo Del Croix, fondatore dell’ANMIG, orrendamente mutilato durante la guerra, divenuto orgogliosa bandiera del fascismo prima, e del Partito Monarchico poi.  Al suo interno troviamo opere dedicate alla tragica sorte dei soldati, tra cui il Monumento al Mutilato, dove un fante esausto è sorretto da una magra e anziana signora incappucciata e un soldato, che gli indica, con un braccio senza mano, il futuro di sofferenza che ha davanti. Autore della scultura Eugenio Baroni, lo stesso che realizzò il monumento di Quarto dedicato ai Mille, sotto il quale, tra l’entusiasmo inconsapevole della folla, la corsa verso l’inferno delle trincee era incominciato.

     

    Nicola Giordanella

    L’articolo integrale è pubblicato sul numero 60 di Era Superba

  • Gioco d’azzardo a Genova: legge delega scaduta, il regolamento del Comune è salvo

    Gioco d’azzardo a Genova: legge delega scaduta, il regolamento del Comune è salvo

    slot-house-bailammeAggiornamento 27/06: nella notte è definitivamente decaduta la delega fiscale e il decreto all’articolo 14 della delega in tema di giochi pubblici non è approdato al Consiglio dei ministri. Il Regolamento del Comune è dunque salvo. //

    Come vi abbiamo già raccontato, la validità e l’efficacia delle disposizioni con cui il Comune di Genova è riuscito a contrastare l’apertura di nuove sale slot potrebbe essere messa a serio repentaglio da una ben più morbida legislazione nazionale che toglierebbe agli enti locali la possibilità di incidere sui procedimenti di autorizzazione.
    Il che, in pratica, comporterebbe l’abolizione del “distanziometro” previsto dal Regolamento genovese«Secondo i controlli effettuati dalla Polizia Municipale – ha detto l’assessore a Legalità e Diritti, Elena Fiorini su 702 attività controllate, 639 nel 2017 non avrebbero la possibilità di rinnovare la licenza». Stanto alla situazione odierna, se il Regolamento dovesse rimanere in vigore (e ciò potrebbe verificarsi anche per effetto della forte azione di pressione dell’Anci e in virtù del fatto che il governo andrebbe esplicitamente contro ad una delle indicazioni precisate dal Parlamento nella richiesta di una legge delega sul tema), a partire da maggio 2017 Genova potrebbe diventare una città sostanzialmente “slot free”: in quella data, infatti, scadranno le ultime autorizzazioni e le nuove richieste dovrebbero rispettare i parametri imposti dal Regolamento stesso.

    Nell’ultimo numero del nostro bimestrale abbiamo dedicato un approfondimento al delicato tema delle sale gioco e al Regolamento del Comune per combattere il proliferare di attività legate al gioco d’azzardo. Vi proponiamo qui un ampio estratto.

    L’articolo integrale è pubblicato sul numero 60  di Era Superba

    Sono 5400 le slot machine a Genova, pari a una ogni 111 abitanti. Secondo la Consulta Antiusura sono questi i dati di una delle più grandi piaghe sociali contemporanee: la diffusione e la conseguente dipendenza dal gioco d’azzardo. Sono oltre mille i bar, tabacchini e cartolerie che nella nostra città hanno installato almeno un dispositivo per il gioco lecito, mentre le sale gioco specializzate sono poco meno di una sessantina. A metà 2013, secondo un’inchiesta pubblicata da Wired, Genova era la città italiana con la maggiore densità di esercizi che ospitano slot machine: se ne trovava una ogni 235 metri, per una spesa pro-capite di 755 euro all’anno per ciascun genovese.

    Per contrastare la diffusione delle macchinette mangiasoldi e salute, il Comune di Genova è stato tra i primi in Italia a emanare un Regolamento per disciplinare e limitare l’esercizio del gioco d’azzardo in città. Dalla sua entrata in vigore, il 24 maggio 2013, nel territorio comunale non è stata aperta nessuna nuova sala giochi. Non stupisca, dunque, che la normativa comunale sia stata impugnata davanti al Tar dalle imprese del settore: il primo grado della giustizia amministrativa ha, nella sostanza, dato ragione a Tursi ma la palla ora è passata al Consiglio di Stato.
    Nel frattempo, tutto quanto fatto di buono dalla civica amministrazione potrebbe essere spazzato via dal governo. Nella riforma di legge che riguarderà i Monopoli di Stato, infatti, molta attenzione viene rivolta al gioco d’azzardo. La nuova normativa nazionale potrebbe cancellare i provvedimenti locali. In particolare, verrebbero meno gli ostacoli posti dal Comune di Genova alla diffusione delle sale da gioco nei pressi dei luoghi cosiddetti sensibili.

    Se è vero, però, che il regolamento odierno è assolutamente un elemento virtuoso nel contrasto alla diffusione del gioco d’azzardo, va detto che non tutte le tipologie di gioco d’azzardo vengono contrastate in egual misura. L’attuale normativa locale, infatti, prevede una sostanziale differenziazione tra le restrizioni per le sale giochi e quelle per i locali pubblici che ospitano slot machine pur avendo un altro core business.

    Sale gioco: il Regolamento del Comune

    Per quanto riguarda la prima categoria – in cui, ad esempio, rientrano sale video-lottery, sale bingo, agenzie per la raccolta di scommesse sportive, negozi monotematici… insomma tutti quei locali in cui l’attività prevalente è mettere a disposizione degli avventori i cosiddetti “giochi leciti” – il regolamento genovese è piuttosto restrittivo. Oltre ai consueti vincoli di orario (l’attività può essere svolta solo dalle 9 alle 19.30), questi spazi non possono sorgere all’interno di immobili di proprietà comunale e a meno di 300 metri da scuole, università, luoghi di culto, cimiteri, impianti sportivi, centri giovanili o istituti frequentati da giovani, strutture residenziali in ambito sanitario o socio-assistenziale, strutture ricettive, balneari e spiagge, giardini, parchi e spazi pubblici attrezzati e altri spazi verdi pubblici attrezzati. La distanza scende a 100 metri, invece, da sportelli bancari, postali o bancomat, agenzie di prestiti di pegno o attività in cui si eserciti l’acquisto di oro, argento, oggetti preziosi per evitare una connessione troppo diretta tra la disponibilità di denaro e la possibilità di giocarlo.
    Inoltre, è vietata l’installazione di qualsiasi gioco all’esterno (ad esclusione dei giochi per bambini) e qualsiasi forma di pubblicità ad esclusione di quella delle vincite che, tuttavia, deve essere accompagnata anche dalla descrizione degli importi giocati. Ben visibili, invece, devono essere la probabilità di vincita e il materiale informativo predisposto dalla Asl sui rischi correlati al gioco.
    Diversa, invece, la situazione per bar, tabacchini e altri esercizi commerciali che decidano di installare una o più slot machine al proprio interno. Questa tipologia di macchinette, note con il nome di “new slot”, non possono dispensare premi in denaro superiori a 100 euro per partita e devono erogare un quantitativo complessivo di premi non inferiore al 75% delle giocate. Di per sé, i giochi disponibili per questo tipo di terminali non dovrebbero ricomprendere il poker e le sue regole fondamentali, ma sappiamo benissimo che tutti i dispositivi in fondo non sono altro che un tentativo di malcelato scimmiottamento del più classico gioco di carte. Con gli stessi vincoli di orario delle sale giochi, le new slot non possono in ogni caso essere collocate in edifici pubblici, all’interno di ospedali, luoghi di cura o di culto, istituti scolastici o strutture universitarie. Divieto di installazione di macchinette anche in locali di proprietà della pubblica amministrazione o delle sue società partecipate e in aree pubbliche lasciate in concessione a privati, compresi dehors, circoli privati, sedi di associazioni, società di mutuo soccorso e pubbliche assistenze.

    «Il regolamento comunale – dice Giorgio Schiappacasse, direttore del Sert genovese  – è virtuoso perché l’amministrazione ha fatto quello che poteva con i mezzi a disposizione. Il problema è che c’è ben altro oltre le sale gioco: basti pensare solamente al gioco online. D’altronde stiamo parlando di un settore che non ha alcun rischio di impresa perché le vincite vengono calcolate in base all’incasso. Non è vera economia perché i soldi che circolano nelle macchinette potrebbero essere spesi per comprare un chilo di pane, un paio di scarpe e far circolare l’economia reale. Senza considerare che lo Stato degli 80-90 miliardi l’anno che movimenta questo settore incassa poco più del 10%».

    Ma non è solo una questione economica. C’è soprattutto un problema di salute e togliere agli enti locali la possibilità di dire la propria in questo campo, come rischia di fare la nuova normativa nazionale, potrebbe essere molto pericoloso considerato anche che l’autorità ultima in fatto di tutela della salute dovrebbe essere il sindaco. «C’è un discorso di salute – conferma il direttore del Sert – che dovrebbe venire prima di certi interessi economici. E, invece, pensiamo che addirittura c’era un distributore automatico di “gratta e vinci” alla Poste centrali di piazza Dante. La ludopatia è una piaga in costante espansione e coinvolge persone dai 25 agli 80 anni. Un disastro anche sul piano educativo per i giovani perché si dà l’illusione che la vita possa risolversi con un atto magico e non investendo con fatica e impegno su se stessi. Il trucco è dire che c’è il giocatore patologico che si differenzia da quello “sociale” perché è malato. Ma, in realtà, tutti siamo influenzabili e tutti possiamo essere a rischio. Con questo sistema, invece, si tende a rassicurare chi gioca perché difficilmente riconoscerà di essere un ludopatico. Così ci si manleva da qualsiasi responsabilità e si prova a cancellare qualsiasi legame tra l’agente inquinante e il suo effetto nefasto, riversando la colpa su chi viene definito “diverso” perché ha problemi in quanto giocatore patologico».

     

    Simone D’Ambrosio

  • Comune di Genova, ennesimo flop in Consiglio: la maggioranza con le spalle al muro

    Comune di Genova, ennesimo flop in Consiglio: la maggioranza con le spalle al muro

    palazzo-tursi-aula-angolo-alto-destro-D5Sette giorni alla maggioranza per ricompattarsi o il sindaco Doria potrebbe seriamente pensare alle dimissioni. Con tutto quello che ne conseguirebbe per il Comune di Genova, ovvero un probabile commissariamento data la scure pendente di un bilancio previsionale ancora da approvare (qui l’approfondimento). Uno scenario che difficilmente passerà dalle parole ai fatti ma che è tornato per l’ennesima volta alla ribalta in Consiglio comunale, dopo un caldissimo e lunghissimo pomeriggio iniziato con tre manifestanti dipendenti delle società partecipate del Comune e tre vigili urbani al pronto soccorso, un Consiglio comunale bloccato per la seconda volta di fila dalla mancanza del numero legale e una maggioranza (e una Giunta) sempre più in difficoltà.

    Consiglio comunale, la delibera sul personale delle partecipate

    Spalti pieni a Palazzo Tursi per il bis della discussione sulla delibera di indirizzo per il personale delle partecipate, già stoppata martedì scorso. I motivi del contendere tra i lavoratori e l’amministrazione riguardano soprattutto la contrattazione di secondo livello, quella tra i sindacati e le singole aziende che determina anche le varie premialità: da una prima stesura della delibera, gli aumenti eventualmente previsti dal contratto nazionale sarebbero stati “sterilizzati” a livello locale per ripianare i debiti delle partecipate. Dopo i primi, forti malumori dei lavoratori, la giunta era intervenuta con un proprio emendamento cercando di ammorbidire la disposizione. Ma non abbastanza da evitare lo scontro con i sindacati che continuano a chiedere a gran voce il ritiro del documento e la possibilità di rimettersi attorno a un tavolo per discutere. Posizioni distanti anche sulle nuove assunzioni, che la delibera prevede solo in caso di nuove attività e che, invece, i lavoratori vorrebbero calibrate sui fabbisogni reali delle aziende.

    “Tagliatevi voi, rispettate i lavoratori, rispettate la città” si legge in uno degli striscioni srotolati sugli spalti mentre vengono intonati cori da stadio indirizzati alla giunta (“andate a lavorare”, “dimissioni”, “a casa” i più pronunciabili). Giunta che dal canto suo, nonostante la battuta d’arresto della scorsa settimana, ha provato a tirare dritto lo stesso. Martedì scorso la seduta in Sala Rossa si era conclusa anzitempo per la mancanza del numero legale (almeno 21 consiglieri, compreso il sindaco, devono essere presenti per garantire validità al Consiglio comunale). Ed esattamente la stessa situazione si è verificata ieri pomeriggio dopo neanche un quarto d’ora dall’inizio della seduta, quando al momento di votare il secondo emendamento alla delibera tutti i consiglieri di opposizione hanno abbandonato l’aula. Risultato: solo 19 presenti, troppo pochi. Tra le file della maggioranza mancavano i consiglieri Veardo (Pd) e Gibelli (Lista Doria), arrivato in ritardo. Presente Gianpiero Pastorino (capogruppo Sel), hanno lasciato la Sala Rossa anche Antonio Bruno (Fds), tutti i rappresentanti del Gruppo Misto (compresi tre consiglieri ex Idv, De Benedictis, Anzalone e Mazzei) e dell’Udc (Gioia e Repetto) da cui non è arrivata la consueta stampella a cui eravamo abituati nei momenti più delicati.

    Maggioranza con le spalle al muro, il problema non è la delibera

    «Ora devi chiedere ai consiglieri di maggioranza che cosa dobbiamo fare» dice con forza, a microfoni spenti, un insolitamente irato assessore Miceli a uno scosso Marco Doria. Ma il problema non riguarda il merito della delibera, su cui i consiglieri non sembrano eccessivamente divisi. Anche tra chi ha abbandonato l’aula c’è la consapevolezza che la questione sia soprattutto politica («abbiamo votato delibere ben peggiori» dicono) e di tenuta della maggioranza. Ancora una volta.

    Con Antonio Bruno passato ormai da tempo a tutti gli effetti all’opposizione, i consiglieri strettamente di maggioranza, sindaco incluso, restano 21. Troppo poco vista l’impossibilità di contare con certezza anche sui voti del capogruppo di Sel, Gianpiero Pastorino (uscito dall’aula martedì scorso, presente ieri), che spesso ha seguito le orme di Bruno. Ecco, dunque, manifestarsi ancora la necessità di «ricompattare la maggioranza, integrandola» come ha ammesso un esponente del Pd.

    E sono stati proprio questi i contenuti di una riunione di maggioranza durata quasi 4 ore e convocata subito dopo la chiusura anticipata del Consiglio, durante la quale il sindaco si sarebbe preso l’impegno di verificare la possibilità di allargare il sostegno alla sua Giunta. «Questo non vuol dire aprire il mercato delle vacche – specifica il segretario del Pd, Alessandro Terrile – ma assumersi una responsabilità di verificare con certezza i numeri e i confini della maggioranza perché è evidente che, nonostante gli impegni personali che possiamo tutti prendere, questa situazione rischi di verificarsi nuovamente in futuro».

    Con tutta probabilità, Doria potrà contare sul sostegno di De Benedictis e Mazzei (ex Idv entrambi presenti alla riunione di maggioranza e più volte votanti a favore della Giunta) ma per mettersi al riparo da influenze, mal di pancia più o meno strategici e impegni di lavoro improvvisi, due consiglieri potrebbero non bastare. Ecco allora che, secondo quanto trapelato, il capogruppo del Pd Simone Farello avrebbe chiesto con forza una sorta di rimpasto di giunta che rispecchiasse al meglio la maggioranza uscita dalle urne: tradotto, un assessorato ad Anzalone (Gruppo Misto, anche lui ex Idv) anche per eliminare qualche assessore ostile al Pd (Fiorini su tutti). Mossa che, però, non riscontra ovviamente i favori del sindaco Doria e che difficilmente troverà concretezza. Così come difficilmente si potrà allargare la maggioranza all’Udc (in Sala Rossa con i consiglieri Gioia e Repetto), in primis per la netta opposizione delle sinistre, secondariamente perché a livello regionale lo stesso partito sta discutendo l’alleanza con la presidenza di centrodestra.

    Intanto, la maggioranza assicura che il magico numero dei 21 consiglieri sia stato blindato per portare a casa quantomeno la votazione della delibera sulla partecipate ricalendarizzata martedì prossimo e per la futura approvazione del bilancio, la cui discussione in Sala Rossa è stata programmata dall’8 al 10 luglio (giovedì al via i lavori delle Commissioni). Nel frattempo, il sindaco dovrà trovare una strategia efficace per tentare di portare a compimento i due anni che lo separano dalla fine del mandato o, quantomeno, di arrivare con le ossa non troppo distrutte all’ultima votazione del Piano urbanistico comunale prevista entro la fine dell’anno.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Parchi liguri, le risorse non bastano più. I direttori lanciano sos alla Regione Liguria

    Parchi liguri, le risorse non bastano più. I direttori lanciano sos alla Regione Liguria

    Lago del Brugneto LiguriaNel 2013 la Regione Liguria aveva pensato di accorpare gli Enti Parco in un unico ente creando cinque sezioni territoriali. L’idea dell’ente unico doveva rispondere a un’esigenza di spending review dettata dallo Stato centrale. A quell’epoca la voce dei parchi liguri e dei comuni interessati si era levata per evidenziare le difficoltà che si sarebbero create con una direzione centrale che non poteva conoscere le reali e diverse esigenze di ciascun territorio. Lo “spauracchio” dell’ente unico è svanito, quando sempre nel 2013 la Regione è tornata sui suoi passi e ha rinunciato al progetto. Si è comunque deciso di dar luogo a una serie di razionalizzazioni e messa in comune di servizi per ridurre i costi. Gli enti parco sono rimasti quelli esistenti prima della bufera: Alpi Liguri, Antola, Aveto, Beigua, Monte Marcello-Magra e Portofino.

    A distanza di due anni siamo andati a sentire le loro voci, a farci raccontare come se la sono cavata e quale è la situazione attuale. La questione dal punto di vista politico è ancora aperta, la domanda che gli enti pongono all’unisono alla Regione Liguria è semplice: quale politica si intende adottare riguardo gli enti e il turismo ambientale?

    L’articolo integrale è pubblicato sul numero 60  di Era Superba

    «Da allora ci sono stati tagli diretti e indiretti sui bilanci degli enti – ci racconta Alberto Girani direttore dell’Ente Parco di Portofino – il primo diretto è quello del mancato trasferimento dell’ecotassa (finanze che derivano dalla raccolta differenziata) che corrisponde ad un 10% del totale, l’altro deriva dalla declinazione delle nuove politiche europee in Liguria, nella quale scompaiono i fondi per la biodiversità, che avevano dato respiro e significato negli ultimi anni all’azione dei parchi».
    Le voci di ciascun parco concordano sul fatto che i finanziamenti della Regione pur essendo sempre presenti sono appena, e a volte nemmeno (dipende dal parco stesso e dalle sue caratteristiche) sufficienti a coprire le spese ordinarie.

    La S.U.A.R e i lavori nei parchi

    La Stazione Unica Appaltante Regionale opera all’interno del settore Amministrazione generale della Regione Liguria, è stata pensata per cercare di avere un maggiore controllo sulle gare d’appalto della Regione.
    L’obbligo dei parchi di doversi affidare alla Suar, regola introdotta in quei mesi di bufera, per gli appalti economicamente più significativi (sopra i 40000 euro) ha comportato soprattutto il dilatarsi delle tempistiche delle procedure. «Sono due le cose che posso lamentare, da un lato le lungaggini eccessive derivate dall’obbligo dell’utilizzo della Stazione Unica – continua Girani – e dall’altro che non sempre gli esiti delle gare forniscono la soluzione migliore, soprattutto per un ente come il nostro che aveva instaurato un rapporto con alcune realtà locali snelle e operative». Anche Eligio Bertone direttore del parco Alpi Liguri, Paolo Cresta direttore del parco dell’Aveto e Roberto Costa direttore del parco Antola confermano le problematiche legate alla Stazione Unica. «Il ricorso alla Suar ha comportato un’evidenza dei bandi a livello regionale e sovraregionale – commenta Costa – con la conseguenza di appesantire notevolmente le fasi di monitoraggio delle offerte e alle gare, anche per via della crisi economica in atto, partecipano una gran quantità di imprese provenienti da ogni dove, spesso con scarsa conoscenza del territorio e frequentemente con ribassi d’asta tali da suscitare preoccupazione in merito alla buona esecuzione dei lavori, con il risultato che le imprese locali lavorano molto meno (e ciò il territorio lo percepisce come un danno) e quasi sempre nel ruolo di subappaltatori, mentre il rispetto dei tempi di lavoro è spesso disatteso (con rischio di perdita di fondi quasi sempre legati a tempi di conclusione e rendicontazione molto stretti), e la qualità va controllata in modo certosino per evitare lavori mal eseguiti».

    La situazione attuale

    Come detto, il problema di fondo è che gli enti parco tendono a sopravvivere, cioè a coprire a malapena le spese ordinarie (stipendi, costi vivi, comunicazione…) e i tagli hanno ovviamente aggravato la situazione. Manca una politica regionale orientata a “favorire” il turismo ambientale, potenziale fonte di ricchezza per la nostra regione. «Per i parchi non esiste nessuna seria politica di modernizzazione da parte della Regione e sembra assai lontana la presa d’atto che questo potrebbe essere il nostro turismo di punta – racconta amaro Girani – siamo sottoposti a poteri che non ci mettono nella posizione di reagire. Se si continua così, la chiusura dei parchi verrà attuata per progressivo soffocamento e innocuizzazione degli enti». Dal parco dell’Aveto Cresta aggiunge che non si può pensare di essere in ripresa finché non si potranno ripristinare almeno i fondi di bilancio utili alla permanenza degli enti e al loro bene operare, che sono già stati tagliati a partire dal 2010 e tuttora progressivamente di anno in anno «per ora riusciamo a sopravvivere – continua – ma ci sono state attribuite una serie di incombenze nuove o straordinarie che comportano sforzi lavorativi e organizzativi al di sopra delle capacità degli attuali organici». Sulla stessa linea Costa dell’Antola: «per il 2015 siamo riusciti a salvare sui bilanci regionali gli stessi importi del 2014 con la significativa differenza che da ormai tre anni molte delle attività erano finanziate dall’ecotassa che ora non c’è più, questo va a tagliare azioni come l’educazione ambientale, la manutenzione e la pulizia dei sentieri…»

    Tagliare ancora metterebbe in dubbio l’esistenza stessa degli enti. Nel 2014, dopo la querelle ente unico si percepiva da parte della Regione lo sforzo di permettere la sopravvivenza dei parchi. Grande sostegno finanziario arrivava dall’ecotassa. Diversa la prospettiva per quest’anno, che vede la sola conferma dei fondi 2014 e il sospetto che gli enti parco non siano ritenuti essenziali alla politica regionale è sempre più fondato: «in Regione ci sono due volontà – attacca Girani – quella politica che prevede di utilizzare gli enti parco per la realizzazione di politiche territoriali, l’altra, che emerge nei fatti, di dissolvere i parchi ritenuti non essenziali alla strenua di un ente qualunque, che deve estinguersi, anche se in maniera meno traumatica di come è stato fatto, unico caso in Italia, per le comunità montane. I comuni e tutte le realtà territoriali pensano che con la sparizione delle provincie non ci siano più riferimenti locali che possano sviluppare delle politiche locali efficaci – prosegue – si tratta di una questione politica aperta».
    Aperta e, più che altro, ben lontana da una definizione. Perché al momento non c’è nemmeno chiarezza sugli obiettivi che i singoli enti parco devono raggiungere.
    «I soldi che riceviamo li utilizziamo per tutelare l’ambiente e grazie a questo fornire servizi e opportunità ai cittadini; ma se dobbiamo iniziare a ragionare come un’azienda capace di produrre profitti allora cambia tutto, servono investimenti e a queste condizioni non è possibile. È un po’ come arare un campo con un carro armato, o meglio andare in guerra con un trattore», conclude Girani.
    «La nostra disponibilità di risorse è legata quasi esclusivamente all’accesso a bandi di finanziamento nazionali e/o comunitari – aggiunge Costa – peraltro quasi tutti gravati dal vincolo di un co-finanziamento al 20% (quello che dovrebbe reperirsi fra i fondi regionali che da soli riescono a malapena a coprire le spese) reso spesso impossibile dalle scarse risorse disponibili».

    Prima delle elezioni avevamo parlato con l’ex assessore al bilancio Pippo Rossetti che, ben conscio della situazione che attanaglia i parchi liguri, aveva sottolineato l’impossibilità di fare di più con i denari a disposizione della Regione. «Concordo sul fatto che siano soggetti da potenziare – le aprole dell’ex assessore – ma questa mia convinzione si scontra con la realtà attuale, dove i soldi bastano appena “per rimanere in piedi”. Come accaduto per i parchi, buona parte dei servizi regionali ha subito tagli della finanziaria (120 milioni per la Regione Liguria), siamo stati costretti a fare dei sacrifici in alcune aree, cerchiamo di vedere il bicchiere mezzo pieno e non mezzo vuoto».

    In parole povere, dobbiamo già essere contenti del fatto che gli enti parco esistano ancora. E pazienza se al momento le risorse non bastano nemmeno per pulire i sentieri, bisogna guardare al futuro con ottimismo. Quasi una barzelletta.

    Claudia Dani

  • Immigrazione e politica italiana, un dibattito surreale fra convenienze e ideologie

    Immigrazione e politica italiana, un dibattito surreale fra convenienze e ideologie

    Palazzo ChigiLa piega presa dal dibattito sull’immigrazione è a tratti surreale. La discussione impazza sia su radio e TV, che sui social network; e pare aver fagocitato totalmente la politica, che invece continua a dare scarso peso tanto ai gravi segnali di disgregazione nell’UE (sempre più forti, indipendentemente da quello che sarà l’esito del negoziato di lunedì sui destini della Grecia) quanto ai venti da guerra fredda che soffiano lungo la frontiera ucraina. Eppure, se andiamo nel concreto, scopriamo che le differenze tra le diverse posizioni si assottigliano fino quasi a scomparire.

    Tutte le maggiori forze politiche, e – mi verrebbe da dire – quasi tutta l’opinione pubblica, pur divergendo su dettagli anche significativi, sembrano concordi su molti punti generali. Salvare i naufraghi, fermare gli sbarchi, cercare forme di cooperazione con le autorità locali nordafricane, garantire diritto di asilo ai rifugiati (qui l’approfondimento di Era Superba sui profughi a Genova), perseguire gli scafisti: questi e altri principi sono accettati in modo trasversale rispetto agli schieramenti politici. Ciononostante i partiti e le persone continuano a dividersi in modo aspro e persino verbalmente violento; tanto che viene da chiedersi da dove vengano le ragioni di una tale immotivata conflittualità.

    Il fatto è che a un nucleo di idee comuni si arriva a partire da orientamenti pregiudizialmente diversi cui non si vuole rinunciare. Oltre ad un “centro” pragmatico ed indeciso, di cui è difficile valutare il peso reale, nell’opinione pubblica si fronteggiano due ali estreme: una destra xenofoba e una sinistra xenofila.

    Questi orientamenti non si formano a posteriori, in seguito ad un’attenta analisi dei fatti, che – occorre dirlo senza qualunquismi – in fenomeni di così vasta portata non è obiettivamente alla portata di noi persone comuni (né è facilmente sintetizzabile a livello divulgativo). Tali orientamenti, piuttosto, dipendono da un pregiudizio istintivo, che, a livello più o meno conscio, sviluppiamo sin dalle prime riflessioni ed esperienze, e che poi è difficile scardinare.

    Il dibattito pubblico ha raggiunto alti livelli di conflittualità perché si è chiaramente spostato dalle questioni pratiche legate alla gestione, alle questioni morali legate ai pregiudizi. In altri termini, anziché concentrarci sulle misure da adottare per superare l’emergenza e regolare al meglio i flussi migratori, passiamo il tempo a dibattere su chi siano i buoni e i cattivi, attaccandoci ai toni, ai termini e ai principi, o chiamando in causa dinamiche storiche che richiederebbero un contesto di analisi meno estemporaneo.

    Questa involuzione non dipende solo dalla scarsa maturità della nostra opinione pubblica; ci sono anzi, a mio giudizio, almeno due motivi specifici che spiegano la tendenza: la convenienza politica di un dibattito divisivo e il diverso grado di accettabilità sociale dei due orientamenti contrapposti.

    Per quello che riguarda il primo punto, è piuttosto evidente che i partiti non hanno niente da guadagnare nell’articolare una posizione comune. Non ha alcun incentivo la Lega Nord, che dando l’impressione di propugnare in esclusiva la necessità di una maggiore durezza verso i clandestini ha aumentato i suoi consensi; ma non ha alcun incentivo neppure una parte del Partito Democratico, che, se ammettesse apertamente di non apprezzare Salvini solo per via di certe esternazioni, e non per la sostanza, finirebbe per lasciare in mano alla sinistra interna e a SEL la bandiera di una posizione ideologica che frutta troppi voti. Anche il Movimento 5 Stelle e Forza Italia devono dimostrare di essere della partita: e dunque anch’essi puntano a criticare i rivali e a distinguersi come meglio possono.

    In fondo se si toglie il tema immigrazione dal confronto politico, non rimangano molti altri argomenti su cui abbia senso dividersi. Ecco perché l’immigrazione è vitale: perché consente alla partitocrazia italiana di giustificare se stessa. E se pure è vero che il dibattito pubblico riesce ancora ad accendersi anche su altri temi più concreti, quali la scuola, le pensioni, le tasse o il lavoro; resta il fatto che questa dialettica ha un sapore del tutto diverso.

    La secolare crisi ideologica dei partiti, infatti, ha privato questi ultimi di un’idea della società che costituisca un riferimento forte, costringendoli a rincorrere le mode del momento e condannandoli ad assumere posizioni ondivaghe e talvolta contraddittorie: da qui gran parte del dilagare dell’astensione. Il risultato è che al giorno d’oggi poche battaglie possono essere associate immediatamente all’idea che abbiamo di un partito: il PD ha tradito sul lavoro, la Lega ha accantonato il federalismo e Forza Italia sta cercando di andare oltre persino allo stesso Berlusconi. L’immigrazione appare dunque l’ultima occasione rimasta a queste forze politiche per dare l’impressione di avere un’anima, un ideale e un’identità; di non essere solo meri contenitori di ambizioni personali e interessi particolari.

    Inoltre – e veniamo così al secondo punto – il confronto tra il pregiudizio xenofobo e quello xenofilo non è ad armi pari: perché la xenofobia, considerata come valore, non è socialmente tollerata. Ciò non significa che in una parte – purtroppo – sempre più ampia della società non facciano la loro indisturbata comparsa veri e propri rigurgiti razzisti. Tuttavia una posizione del genere può essere orgogliosamente rivendicata solo da qualche spavaldo intollerante in quanto privato cittadino: ma non è ammissibile per un personaggio pubblico, che potrebbe persino essere perseguitato penalmente.

    Per questo motivo addirittura Casapound ufficialmente rinnega l’etichetta di xenofobia; mentre la preoccupazione opposta è del tutto assente dall’altra parte. A sinistra è motivo di vanto dichiararsi pregiudizialmente favorevoli all’immigrazione proprio perché, per i valori che dominano nella nostra società, una simile posizione, anche se preconcetta, non attira il biasimo di nessuno.

    Abbiamo così un pregiudizio intollerabile (xenofobia), che per partecipare alla discussione pubblica è costretto a incanalarsi lungo il solco del pragmatismo, e un pregiudizio tollerabile (xenofilia), che invece è socialmente apprezzato e, dunque, non ha alcun incentivo a scendere a patti con la pratica. È così che chi esprimerebbe di principio la posizione moralmente più accettabile dà al dibattito, di fatto, una piega ideologica che lo rende politicamente irrisolvibile.

     

    Andrea Giannini

  • Comune di Genova, presentato il bilancio preventivo 2015: «tagli da Roma? Un dramma»

    Comune di Genova, presentato il bilancio preventivo 2015: «tagli da Roma? Un dramma»

    economia-soldi-D1Manca ancora una ventina di milioni che dovrà arrivare da Roma attraverso il fondo di compensazione per i mancati introiti Imu-Tasi ma il Comune di Genova non poteva indugiare oltre. Questa mattina gli assessori Miceli e Crivello e il vicesindaco Bernini (sindaco assente più o meno giustificato per impegni a Roma con l’Anci) hanno presentato il bilancio preventivo 2015. O, quantomeno, la sua prima parte.  A rischio, infatti, c’era il corretto funzionamento della macchina comunale e l’impossibilità di proseguire ad amministrare la città con l’esercizio provvisorio che, oltre a impedire una spesa mensile per servizio superiore a un dodicesimo del totale investito lo scorso anno, blocca qualsiasi possibilità di sfruttare gli avanzi del 2014, il fondo di riserva e impedisce di contrarre mutui ad esempio per avviare il piano straordinario dei lavori pubblici. «I saldi per uscire dalle pastoie dell’esercizio provvisorio sono stati chiusi circa un mese fa, non potevamo attendere ancora le titubanze di Roma» ha detto l’assessore al Bilancio, Francesco Miceli. «C’è un trend consolidato da parte dei governi nazionali che si sono succeduti – fa eco il vicesindaco – di arrivare all’approvazione del bilancio a estate inoltrata: così, però, si mette in difficoltà la macchina comunale, dal momento che l’incertezza finanziaria si traduce in disservizi per le comunità da amministrare. Questo non può diventare il metodo ordinario di azione, soprattutto per le grandi Città metropolitane: i bilancio previsionali vanno approvati a dicembre dell’anno precedente».

    Bilancio preventivo 2015 del Comune di Genova, i numeri

    In attesa di entrare maggiormente nel dettaglio, magari provando ad approfondire le voci direzione per direzione in occasione della imminente Commissione a Tursi, il “primo tempo” del bilancio previsionale si assesta su un equilibrio di 1 miliardo e 709 milioni di euro. La parte corrente, invece, si ferma a 827 milioni di euro, circa 29 milioni in meno rispetto a quanto speso lo scorso anno (ma cifra sostanzialmente identica a quanto iscritto nella prima stesura del bilancio previsionale del 2014). Sarà qui che inciderà la manovra correttiva che esamineremo nel paragrafo successivo e, in particolare, nel plafond a disposizione dei vari servizi che l’anno scorso ammontava a 97,3 milioni di euro in bilancio previsionale e, per il momento, si ferma 89,3 milioni. La voce di uscita più corposa, come sempre, è quella relativa al personale (quasi 239 milioni), seguita dal complesso dai servizi Amiu (128 milioni – erano 126 l’anno scorso) e Amt (100 milioni – erano 105 l’anno scorso). Stabili i 111 milioni da sborsare per il servizio prestiti per la quota interessi e la quota capitale.

    Sul fronte delle entrate, come sempre, a farla da padrone sono i tributi versati dai genovesi: per il 2015 sono previsti oltre 542 milioni di euro, provenienti principalmente da Imu-Tasi (239 milioni) e Tari (127 milioni). In attesa della variazione, i trasferimenti si fermano a 100 milioni, di cui oltre 78 di provenienza regionale.

    In attesa della “manovra correttiva”…

    palazzo-tursi-aula-rossa-d22Quella illustrata oggi è solo la prima tappa di un bilancio che dovrà per forza di cose prevedere una corposa variazione, una volta definiti con certezza i trasferimenti del governo centrale, la cui dead line è fissata per il 10 luglio. «Oggi – ha spiegato Bernini – presentiamo il bilancio che porteremo nelle prossime settimane in Commissione e in Consiglio comunale per giungere all’approvazione entro i primi giorni di luglio. Nel frattempo speriamo venga pubblicato il decreto approvato dal Consiglio dei Ministri e con esso l’ammontare preciso degli ultimi trasferimenti da Roma che dovrebbero aggirarsi sull’ordine di grandezza dei 20 milioni di euro». La cifra, in realtà, è soltanto una stima, frutto di una proporzione rispetto al fondo stanziato lo scorso anno: su 625 milioni disponibili per tutta Italia, Genova aveva ricevuto 27,5 milioni; ma quest’anno il fondo nazionale per i mancanti introiti della tassa immobiliare è sceso a 530 milioni. Entro l’estate, dunque, arriverà anche la seconda tappa, nelle forme di una variante che interverrà soprattutto nel rifinanziamento del plafond di spesa dei singoli servizi alla persona (spesa sociale, trasporto pubblico, scuola, cultura, turismo…).

    Difficile, di conseguenza, confrontare il bilancio previsionale del 2015 con quello dello scorso anno (qui l’approfondimento). Al momento, ad esempio, per il delicato settore del sociale sono stati stanziati solo circa 30 milioni, 6 in meno dello scorso anno, che tuttavia la giunta assicura verranno rimpinguati a dovere con l’annunciata variazione. «L’obiettivo – assicurano gli assessori – è quello di mantenere i servizi sostanzialmente in linea con quanto garantito lo scorso anno e, di conseguenza, anche i finanziamenti sulle singole partite».

    Al di là di queste incertezze, comunque, anche il bilancio di quest’anno conferma le ataviche difficoltà degli enti locali a salvaguardare la tenuta del sistema dei servizi. «Questa politica dei tagli – dice Miceli senza usare mezzi termini – comincia ad assumere aspetti drammatici. Negli ultimi 8 anni i Comuni hanno contribuito alle manovre di riduzione dei costi per 17 miliardi di euro, di cui 9 solo di riduzione di trasferimenti diretti. Per Genova tutto questo si traduce in 178 milioni di euro in meno dal 2011 ad oggi (avevamo affrontato il tema nel dettaglio in questo approfondimento, ndr)». La tenuta del sistema, dunque, è garantita solo grazie a politiche di razionalizzazione della macchina amministrativa: negli ultimi 5 bilanci, Tursi ha prodotto 55 milioni di risparmi solo per le voci principali di spesa relative al personale (attualmente vi sono 550 unità in meno rispetto al 2011), fitti passivi e interessi sui mutui. Ma ci sono anche voci su cui non è più possibile risparmiare, come il capitolo rappresentanza che nel 2014 ha prodotto “addirittura” 89 euro di uscita.

    «Abbiamo invertito la natura delle risorse a disposizione – spiega il vicesindaco Bernini – passando dal 60% di trasferimenti statali al 70% di finanza locale. Questo significa che il Comune di Genova fa da solo oltre i 2/3 degli investimenti necessari per l’amministrazione della città. Il tutto continuando a ridurre lo stock di indebitamento pubblico».
    A proposito di riduzione di debito pubblico, dopo la frenata del 2014 dovuta ai 38 milioni di nuovi mutui per la gestione dell’emergenza alluvionale, nel 2015 si stima un nuova riduzione di circa 13 milioni di euro, portando l’ammontare complessivo a 1 miliardo e 227 milioni; negli ultimi 12 anni, lo stock complessivo si è abbassato di oltre 177 milioni. Nonostante questo, come già dettagliatamente annunciato, anche nel 2015 sono previsti indebitamenti straordinari come quelli per la manutenzione di strade, verde e illuminazione.

    Ma c’è un’altra grande incognita che grava sul bilancio 2015: si tratta di un aspetto piuttosto tecnico che, tuttavia, riguarda una partita di ben 21 milioni di euro. Come abbiamo già accennato nelle scorse settimane, ogni anno il Comune deve prevedere come voce di uscita un fondo di dubbia esigibilità, dovuto ad esempio all’ammontare delle sanzioni elevate e non riscosse o a evasione ed elusione di tasse locali, che va a comprimere di conseguenza la capacità di spesa corrente: quest’anno, la finanziaria consente di iscrivere a bilancio questo fondo non per il suo importo totale ma per un minimo pari almeno al 55%. E così hanno fatto gli uffici di Tursi, avendo sostanzialmente a disposizione dal lato delle entrate il restante 45% di questo fondo, pari appunto a 21 milioni di euro che, tuttavia, l’amministrazione dovrà recuperare entro fino anno ad esempio attraverso avanzi di gestione (benché l’ammontare sia piuttosto elevato, non si tratta comunque di un qualcosa di impossibile dato che l’avanzo del bilancio 2014 ammontava a circa 20 milioni di euro). Di fatto, dunque, al momento al bilancio di Tursi non mancano solo i 20 milioni di Roma ma altri 21 che, seppure iscritti nelle varie poste, dovranno rientrare nei prossimi 6 mesi. Ciò che esce dalla porta, deve rientrare dalla finestra.

    Infine, assieme ai documenti del bilancio, ieri sera la giunta ha ufficializzato anche le aliquote di Imu-Tasi e Tari: nessuna sorpresa rispetto a quanto già raccontato, se non che il Comune è riuscito a finanziare il famoso fondo di solidarietà per coprire le situazioni di insolvenza dovute a gravi disagi economici. Al momento si tratta solo di 500 mila euro che verranno ripartiti secondo criteri da discutere con i sindacati, ma la cifra potrebbe anche aumentare nel caso dovesse arrivare qualche (improbabile) sorpresa positiva dai conti romani.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Profughi a Genova, l’invasione che non c’è. Sistema di accoglienza e analisi dei dati

    Profughi a Genova, l’invasione che non c’è. Sistema di accoglienza e analisi dei dati

    porto-terminal-DINel giorno in cui a Ventimiglia – con un’azione di polizia in barba a qualsiasi spirito di solidarietà e accoglienza (mostrato, invece, dai cittadini e dal sindaco della località ponentina che, a suo dire, era del tutto all’oscuro del blitz delle forze dell’ordine) – vengono sgomberati i profughi che sostavano sul confine nella vana speranza di poter raggiungere la Francia, in Consiglio comunale a Genova l’assessore Emanuela Fracassi annuncia l’avvio di due percorsi che attiveranno anche nella nostra città la possibilità di ospitare rifugiati in famiglia, in primis per minori arrivati non accompagnati e successivamente anche per adulti.

    Una proposta di grande civiltà che arriva proprio a ridosso della giornata mondiale del rifugiato (sabato 20 giugno, ma a Genova sono state organizzate iniziative per tutta la settimana con lo scopo di coinvolgere le persone accolte e sensibilizzare la cittadinanza provando a contrastare la dilagante ignoranza sul tema) che prova a rispondere al grido di aiuto di chi è alla ricerca del riconoscimento dei propri diritti di essere umano. L’idea di questa nuova forma di accoglienza diffusa sta circolando già da qualche giorno a livello nazionale e, tra non molto, dovrebbe concretizzarsi anche all’ombra della lanterna.

    Vale la pena ricordare che quando si parla di rifugiati o profughi non si parla di stranieri o immigrati in senso generico ma di persone che non possono fare ritorno al proprio Paese – come dice la convenzione di Ginevra – per un fondato timore di persecuzione per motivi di razza, religione, idee politiche, appartenenza a gruppi sociali o, comunque, persone che se tornassero nella propria terra natale potrebbero essere vittime di violenze, sottoposte a pena di morte o ad altri trattamenti inumani.

    La proposta di accoglienza dei profughi nel Comune di Genova

    Rispondendo a un question time della consigliera di Lista Doria, Clizia Nicolella, l’assessore Fracassi ha ricordato in Consiglio comunale che a Genova l’accoglienza dei rifugiati e dei richiedenti asilo avviene secondo due strade: «La prima riguarda il sistema coordinato dalla Prefettura per le persone provenienti dagli sbarchi e mette a disposizione circa 500 posti in strutture temporanee ubicate nella provincia di Genova. La seconda, invece, è il Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati (Sprar), che chiama in causa direttamente il Comune e 12 associazioni del terzo settore che si fanno carico di un’altra fetta importante di accoglienza». Lo Sprar, in 15 anni di esistenza, ha accolto oltre 1000 persone provenienti da 53 Paesi diversi (Somalia, Eritrea e Turchia i più rappresentati) e accompagnate lungo un percorso di integrazione socio-economica: sono 183 i posti attualmente disponibili a Genova per un progetto che ha un valore economico complessivo di oltre 3 milioni di euro all’anno.

    Ed è proprio tramite lo Sprar che il Comune, a breve, dovrebbe aprire la possibilità per le famiglie private di accogliere minori profughi giunti a Genova non accompagnati. «Nel territorio ligure – ha ricordato Fracassi – sono già presenti due strutture rivolte a questa specifica emergenza e accolgono complessivamente 50 minori. Ma il Ministero dell’Interno ha aperto un bando per la disponibilità di nuovi 1000 posti sul suolo italiano: come Comune di Genova risponderemo a questo bando attraverso lo Sprar, con diverse modalità compresa l’accoglienza in famiglia. Nei prossimi giorni abbiamo già in previsione una riunione con un gruppo di famiglie che si è reso disponibile ad aderire a questo percorso».

    Ci vorrà, invece, un po’ più di tempo per gli adulti. «Ma stiamo lavorando anche su questo piano – assicura Fracassi – e abbiamo già raccolto qualche disponibilità familiare anche per questo tipo di accoglienza. In questo caso però non possiamo far altro che attendere un prossimo bando ministeriale e fare pressione affinché anche il sistema coordinato dalle Prefetture si apra all’accoglienza diffusa». Con il termine di accoglienza diffusa si intende il superamento dell’approccio esclusivamente emergenziale attraverso sistemazioni provvisorie in grandi strutture in favore di un utilizzo sostenibile di appartamenti disseminati sul territorio coinvolgendo, dunque, non solo le istituzioni ma anche i privati grazie al coordinamento delle associazioni del terzo settore. In questo modo si può puntare anche a un’accoglienza numericamente contenuta per ogni singola realtà, favorendo la nascita di contesti relazionali e integrativi molto più efficaci.

    Profughi accolti a Genova e in Italia, i dati aggiornati ai primi mesi del 2015

    Telecamera su GenovaIn Italia sono stati 170 mila i profughi sbarcati nel 2014 ma nei primi cinque mesi del 2015 il trend è aumentato di oltre il 10% tanto che, secondo le previsioni del governo, a fine anno gli arrivi sulle coste italiane potrebbero superare i 200 mila. Ad aggravare la situazione ci sono anche le lentezze delle Commissioni che si devono esprimere sul riconoscimento della protezione internazionale per i richiedenti lo status di rifugiati: la legge stabilisce tempi di attesa tra 21 e 90 giorni ma la realtà parla di periodi che variano dai sei a nove mesi. Nel frattempo, i migranti non possono né cercare un lavoro né spostarsi e devono attendere nei centri messi a disposizione o finanziati dal governo: al momento sul territorio italiano sono poco più di 37 mila i posti disponibili nei centri di prima accoglienza gestiti dalle Prefetture; a questi vanno aggiunti 9500 posti dei Cara, Cda e Cpsa e poco più di 20 mila posti finanziati dal ministero per il sistema Sprar.

    Secondo dati del Ministero dell’Interno risalenti alla fine del 2014, di questi complessivi poco più di 67 mila posti in Italia, 1266 sono situati in Liguria (nemmeno il 2% del totale; le quote maggiori spettano a Sicilia – 21% e Lazio 13%, le minori con percentuali decimali a Valle d’Aosta, Trentino, Basilicata e Abruzzo), 953 in strutture gestite dalla Prefettura e 313 dal sistema coordinato da enti locali e terzo settore. Si tratta dello 0,05% della popolazione residente nella nostra Regione: fanno decisamente di più altre Regioni come Sicilia con oltre 14 mila posti pari allo 0,26% della popolazione, Molise 1150 posti ma 0,23% della popolazione locale, Calabria 4800 mila posti e 0,21%; tra le realtà meno accoglienti ci sono invece Lombardia con 5800 posti pari allo 0,04% dei residenti, Valle d’Aosta 61 posti e 0,037% e Abruzzo con 960 posti e 0,03% della popolazione.

    Secondo i dati pubblicati da Anci Liguria e aggiornati ai primi mesi del 2015, attualmente a Genova sono 513 i profughi accolti in strutture temporanee (di cui 330 in spazi gestiti dalla prefettura e 183 dal sistema Sprar) che rappresentano lo 0,09% della popolazione (nel complesso, invece, a Genova risiedono oltre 56 mila cittadini stranieri che costituiscono il 9,5% della popolazione – dati dicembre 2014). Una quota che sale a 651 persone (446 in strutture temporanee, 205 gestite dallo Sprar) se consideriamo i confini della Città metropolitana, pari allo 0,08% della popolazione (terzo posto in Regione davanti solo a Imperia con lo 0,06% e dietro a La Spezia – 0,11% e Savona – 0,14%). Se, dunque, è probabilmente vero che le strutture attualmente disponibili per l’accoglienza sono al collasso è altrettanto indiscutibile che chi parla di invasione lo fa esclusivamente per meri interessi di propaganda politica o per totale distacco dalla realtà.

     

    Simone D’Ambrosio

     

  • Nuovo piano comunale di emergenza: protezione civile, sistema di allerta, scuole e zone esondabili

    Nuovo piano comunale di emergenza: protezione civile, sistema di allerta, scuole e zone esondabili

    bisagno-alluvione-DIGiallo, arancione e rosso. Com’è noto, tra qualche mese saranno questi i livelli di allerta progressiva con cui la Regione Liguria sostituirà l’allerta 1 e 2 – a cui, purtroppo, siamo stati a lungo abituati negli ultimi anni – per omologarsi al quadro nazionale.  Come cambieranno le cose per i cittadini? Difficile dirlo al momento, anche perché prima di entrare in vigore sull’intero suolo regionale, il nuovo sistema di allerta meteo deve essere recepito da tutti i comuni liguri e relative prefetture.

    Per non farsi cogliere impreparato, il Comune di Genova nel frattempo ha presentato il nuovo Piano comunale di emergenza, con cui tra l’altro si prova a rispondere ad alcune carenze evidenziate dalla relazione tecnica redatta dai consulenti della Procura del Tribunale di Genova in merito al processo per l’alluvione del novembre 2011 (qui l’approfondimento). La revisione del piano vigente, in realtà, era già pronta da qualche mese tanto il sindaco Marco Doria avrebbe dovuto ricevere le nuove linee guida proprio a ridosso delle tragiche alluvioni dello scorso ottobre. Adesso, finalmente, la delibera è stata approvata in giunta giovedì scorso e può iniziare il suo inter in Commissione e Consiglio comunale prima di entrare in vigore.

    In attesa di capire come si muoverà la Regione, le novità introdotte nel piano, la cui elaborazione è iniziata nel 2013 grazie alla stretta collaborazione con la Fondazione Cima, riguardano soprattutto l’organizzazione tecnica dell’amministrazione per il monitoraggio del territorio e la gestione della protezione civile, non solo in stato di attenzione o allerta.

    «Si tratta – sintetizza l’assessore alla Protezione Civile, Gianni Crivello – di una riorganizzazione ed efficientamento di tutto il sistema, attraverso l’inserimento nel piano di emergenza di una serie di ordinanze emanate ad hoc negli ultimi anni e la revisione e potenziamento di alcune strutture di protezione civile e di gestione delle allerte».

    Entrano, dunque, a far parte del piano comunale di emergenza l’immediata chiusura delle scuole in caso di allerta 2 e l’imposizione di tenere gli alunni nell’edificio se, con allerta 1 e quindi a scuole aperte, l’evento dovesse peggiorare. Stessa sorte per le ordinanze sulle zone esondabili, anch’esse non più singoli provvedimenti ma ricomprese in maniera più organica nel piano, ad eccezione di quelle che verranno sistemate nel breve periodo con interventi di ingegneria idraulica (ad esempio, via Shelley).

    Al momento il nuovo piano di emergenza prevede i comportamenti della macchina comunale in funzione del sistema di allerta vigente (1 e 2) ma, almeno secondo quanto assicurato dai tecnici, sarà anche in grado di declinare le nuove azioni che scatteranno quando la Regione darà via alle “allerte colorate”. Eppure i tecnici stessi sono incerti nel rispondere a una semplice domanda: quando scatterà il nuovo piano regionale, con quale colore di allerta si chiuderanno le scuole? Con tutta probabilità, la chiusura automatica arriverà con l’allerta rossa ma non è detto che non possa avvenire anche con l’arancione.

    La difficoltà nella risposta non è tanto dovuta alla fase di transizione dal sistema di allertamento numerico a quello colorato, quanto al fatto che il modello di intervento per gli enti pubblici è organizzato secondo tre fasi operative (attenzione – preallarme – allarme) che non sempre si integrano bene con il sistema di allertamento per la popolazione (a proposito, il Comune sta sviluppando anche un’app per smartphone che andrà ad integrare i canali già esistenti).

    «Non si tratta certamente di un lavoro che finisce qui – ammette Crivello – e nel medio e lungo termine sarà soggetto a modifiche perché oltre 91 mila genovesi abitano attualmente in aree esondabili ma la mappatura – si spera – cambierà con i grandi interventi di ingegneria idraulica a cui assisteremo nei prossimi anni, come gli scolmatori del Fereggiano e del Bisagno».

    Coc, il tavolo per gestire l’emergenza: «nessuno potrà più bussare ed entrare…»

    Le vere innovazioni introdotte dal piano comunale, tuttavia, riguardano soprattutto la messa in moto e il funzionamento della struttura amministrativa, in caso di necessità e non solo. Intanto, viene snellito il Centro operativo comunale (Coc), struttura tecnica a supporto del sindaco per la gestione delle criticità meteorologiche: si tratta sostanzialmente di un tavolone nel cuore del Matitone, attorno a cui vengono prese le decisioni più delicate. Dalle 9 unità attuali (quasi mai rispettate in passato, soprattutto nel 2011 quando attorno al tavolo del Coc gravitavano decine e decine di persone con compiti non sempre chiarissimi) si passa a 6 («e nessuno potrà bussare alla porta ed entrare» assicura Crivello), oltre al sindaco coadiuvato dall’assessore alla protezione civile, per permettere una maggiore rapidità d’azione. Il comitato sarà composto da: direttore generale del Comune, rappresentante dell’area tecnica, rappresentante dell’area servizi, comandante di Polizia Municipale, direttore di Protezione civile e rappresentante dell’area staff e Municipi. Amiu, Aster e Amt siederanno a un altro tavolo, poco distante, assieme ai rappresentati di tutti gli altri servizi e settori del Comune di Genova che dovranno rendere operative le decisioni del Coc.

    Confermate anche le Unità di Crisi dei singoli Municipi che entrano in vigore per la gestione dell’emergenza, la struttura del Coc che monitora 24h su 24 e 365 giorni l’anno il territorio, il presidio permanente di Protezione civile e le 4 pattuglie di polizia municipale come primo strumento di presidio territoriale attivato anche solo in stato di attenzione.

    Qualche nuovo accorgimento riguarderà anche il cosiddetto “stato di pace”, ovvero in situazione ordinaria senza attenzioni, allarmi o allerte. Viene, infatti, individuato un rappresentante di protezione civile per ogni direzione del Comune: «Non si tratta soltanto di una questione di partecipazione alle riunioni e comunicazione con i vertici del settore – spiega Crivello – ma anche della necessità di una maggiore sensibilizzazione sul tema all’interno della struttura amministrativa».

    Tursi, in sostanza, cerca di aprirsi sempre più la strada verso l’autonomia gestionale dalla Regione, nei limiti del possibile e del legalmente consentito, per evitare il ripetersi di critiche impasse come quella dello scorso ottobre quando l’Amministrazione fu costretta a convocare, un po’ fuori dai canoni, il Centro operativo comunale nonostante la mancata emanazione dello stato di allerta da parte di via Fieschi. «La macchina comunale – spiega la neo responsabile di Protezione Civile del Comune di Genova, Francesca Bellenzier – non si attiverà solo su input della Regione ma anche, se necessario, dall’osservazione diretta degli effetti al suolo». Anche perché, in un contesto idrografico come il nostro, caratterizzato da corsi d’acqua ripidi e con breve distanza tra la fonte e linea del mare, aspettare l’evoluzione dell’evento può essere un errore irreparabile.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Il mestiere del pescatore a Genova e in Liguria, il “giro del pesce” dal mare alla nostra tavola

    Il mestiere del pescatore a Genova e in Liguria, il “giro del pesce” dal mare alla nostra tavola

    barche-pesca-d1Ami, esche, lenze, canne, fiocine, reti, nasse. Bolentino, gozzo, lampara e sagola. Ci siamo cresciuti in mezzo a questi termini, ce li insegnavano a scuola durante le immancabili uscite didattiche; eppure che cosa sappiamo, noi liguri, del pesce, che a volte ci dimentichiamo persino di comprarlo, e finiamo per cercarlo solo al ristorante?
    Molta parte del nostro essere liguri, entroterra e monti compresi, attinge essenza ed unicità proprio dalle acque che abbiamo di fronte, e noi, che non siamo molto disponibili a farci carico “anche” dei problemi del mare, alla fine non sappiamo bene cosa c’è dietro quelle onde e come succede che i suoi frutti, cioè il pesce, arrivino sulla nostra tavola.

    L’inchiesta integrale è pubblicata sul numero 60  di Era Superba

    Abbiamo incontrato Stefano, pescatore dilettante e pescivendolo professionista nella grande distribuzione, che vuole mantenere l’anonimato perché, mi dice, se racconta tutto quello che ha imparato in questi anni rischia di perdere lavoro e clienti.
    La leggenda del pesce che arriverebbe prima a Milano che nel suo negozio genovese me la conferma, e, per la precisione, aggiunge che la nostra città è solo terza: «prima che da noi il pescato passa anche da Torino. Questo perché si tratta di città con un mercato ben diverso dal nostro, gli acquirenti sono disposti a pagare di più per lo stesso branzino che potrebbe essere venduto a Genova. Si parla ovviamente di grande distribuzione: in questo caso quando arrivano i pescherecci caricano il pesce sui camion che lo trasportano prima di tutto a Milano; quello che resta viene offerto a Torino e dopo quello che non ha trovato mercato in queste città riparte per la Liguria. Ciò è vero però solo se parliamo di pesce di una certa pezzatura, molto omogenea, ed anche un pesce pregiato, quello dei menu di livello». L’acciuga, ad esempio, pesce popolare altamente deperibile, non può certo permettersi di compiere un tale tragitto, ed è molto probabile che sia venduta a Genova e che, anzi, a Milano talvolta non arrivi nemmeno, perlomeno non quella ligure, se non espressamente richiesta.

    pesca-pesce-d3«Nella nostra regione – racconta sempre Stefano – il mercato del pesce più esclusivo spesso non passa neanche dalle pescherie, ma si conclude fra il pescatore ed il diretto acquirente, che sia un privato o un ristoratore. Io, ad esempio, ho una lista di persone che aspettano solo di essere chiamate: quindi se oggi pesco totani chiamo il cliente che mi ha detto che li vorrebbe, o quello che comunque li prende sempre; se pesco, che so, la ricciola, chiamo chi ho in lista per quello e così via. Non vado neanche a vedere i prezzi che fa il mercato per quei pesci, io voglio vendere il pescato e so che, avendo una bella lista di clienti, difficilmente mi rimarrà invenduto. Ecco, il milanese, il torinese, una cosa così non possono averla, devono passare comunque attraverso gli intermediari e non trattando direttamente con chi pesca è ovvio che molto spesso devono prendersi pesce di vivaio o proveniente dall’estero, spesso da Croazia e Grecia».

    Non c’è dunque un solo tragitto del pesce, ma bisogna distinguere fra vendita diretta e altri canali. Immaginiamo, però, che ciò non sia il massimo per pescatori professionisti e pescivendoli… «eppure secondo me c’è spazio per tutti – continua Stefano – il pescatore dilettante non è che ruba quote di mercato al super, peschiamo letteralmente in acque diverse, non mi sento in colpa, vado solo quando e se posso, per me è poco più di un passatempo. E poi devo dirlo, chi vuole del pesce sicuro al cento per cento deve per forza muoversi così…».

    Da questo punto di vista, un rapido giro nei supermercati sembrerebbe confermare questa tesi, il pesce, quando ha la provenienza indicata, tradisce molto spesso la propria origine remota e porta scritto “ Oceano Atlantico” oppure “Mare del Nord”. Ma come fa ad essere fresco?
    Proviamo a sentire qualcuno che dal “pan do ma” come chiamavano un tempo le acciughe, ricava la maggior parte del proprio reddito. Abbiamo rintracciato il capitano dell’Aquila Pescatrice, Simone Orecchia, pescatore professionista che fa da 10 anni questo lavoro. «Per quanto riguarda la grande distribuzione, come da noi partono i camion per Milano, anche a Genova arriva ogni giorno il camion con il pesce da Amsterdan, che è il mercato del Mare del Nord, da Sète in Francia e dalla Croazia. Arriva poi una volta alla settimana dalla Spagna, mentre dalla Grecia tutti i giorni, a volte anche con l’aereo. Questo pesce arriva con un aspetto davvero invitante, vengono preparate cassette appositamente con pesci di qualità diverse per farli sembrare più “artigianali”: un pagaro, una ricciola, un tonnetto, li spruzzano con acqua fredda, acido di limone e ghiaccio, talvolta pochissima acqua ossigenata se ci sono polpi o seppie. Niente di velenoso o nocivo, sia chiaro, però il cliente dovrebbe sapere che sta comprando il pesce che sembra fresco mentre ha già un paio di giorni. Quindi, prima di affermare il fatto che il pesce arrivi prima in un posto piuttosto che in un altro, bisognerebbe capire da dove arriva, intendo dire da dove arriva davvero».

    [quote] A noi pescatori fanno perdere un sacco di tempo ad etichettare le cassette indicando data ed ora di pesca e poi il negoziante per il timore di non vendere tutto il pesce spesso non espone neanche i cartelli; perché se non ci sono indicazioni il cliente magari non ci pensa, oppure il venditore può sempre dire che le acciughe sono tutte di Monterosso o di Camogli, e se sul banco c’è del pesce di importazione non sempre viene indicato, anzi…»[/quote]

    aquila-pescatrice
    Qui in Liguria ci sono 600 licenze di pesca attive, da professionisti – racconta il capitano dell’Aquila Pescatrice (nella foto) – e lampare grandi come la nostra ne esistono 13 in tutto, 5 a Genova, 3 a Sestri Levante, 1 ad Imperia e 4 a La Spezia: erano 20 una decina di anni fa, ma la pesca è decisamente un’attività in calo, specialmente quella tradizionale che pratichiamo noi“.

    L’Aquila Pescatrice va soprattutto ad acciughe, tempo permettendo tutti i giorni tranne il sabato notte, e riforniscono in questo momento due mercati: Genova e Savona. Questo perché le acciughe non possono fare tanta strada… «Appena sbarcati ci sono i camion del mercato di Genova e di quello di Savona, si caricano metà cassette ciascuno e vanno diretti al mercato. Se abbiamo molto pesce, o delle varietà diverse, una parte va al mercato in Darsena, che hanno chiamato Street Fish perché i clienti possono direttamente andare a comprare il pesce già cucinato in maniera semplice, quindi fritto, al forno oppure in carpaccio, e anche trovare quelle varietà che prima ho definito “diverse”, ovvero quelle che il pescivendolo magari non mette sul banco. A questo proposito devo dire che a noi pescatori fanno perdere un sacco di tempo ad etichettare le cassette indicando data ed ora di pesca e poi il negoziante per il timore di non vendere tutto il pesce spesso non espone neanche i cartelli; perché se non ci sono indicazioni il cliente magari non ci pensa, oppure il venditore può sempre dire che le acciughe sono tutte di Monterosso o di Camogli, e se sul banco c’è del pesce di importazione non sempre viene indicato, anzi».

    Abbiamo chiesto un intervento nel dibattito anche a Lorenzo Viviani, biologo e pescatore: «a volte i pesci dalla Spagna, Turchia o Croazia vengono trattati con il cafados, una sostanza vietata in Italia e che può diventare tossica ma che “cristallizza” l’aspetto del pesce, così che sembri sempre brillante e quindi fresco – spiega – però non interrompe il degrado interno delle carni, che continuano a produrre sostanze che possono essere nocive per l’uomo. Purtroppo l’unica arma di difesa è assaggiare, ma a quel punto l’acquisto incauto è già stato fatto. Poi, sia chiaro, magari il pesce d’importazione non è necessariamente trattato o necessariamente peggiore, ma in ogni caso il cliente deve essere messo in grado di scegliere, sapendo per che cosa sta spendendo il proprio denaro».

    Quindi possiamo affermare che il pesce può giungere in tavola direttamente dal mare davanti a casa o dopo un viaggio in aereo neanche troppo breve senza che ai nostri occhi faccia troppa differenza? E se l’unica garanzia è rivolgersi ad un pescatore “di fiducia”, questo crea danni al “sistema pesca”?

    darsena-barche-pesca-d4Risponde il capitano Orecchia: «A Genova e forse in tutta la Liguria circa il 75% del mercato locale è fatto dai venditori “abusivi” cioè i pescatori dilettanti che una sera ogni tanto escono, pescano quello che possono, e vendono ai loro clienti che aspettano pazientemente (come ci ha raccontato Stefano, n.d.a.). Il pesce è buono e nessuno fa danni alla salute altrui, ma al sistema sì perchè questi non hanno ovviamente partita Iva, non vivono sui proventi della pesca e non pagano le tasse». La Regione Liguria cerca di fare qualcosa, si parla del taglio alla pinna caudale per alcuni tipi di pescato da parte dei dilettanti, ai quali ha anche imposto l’obbligo di registrarsi per poter pescare in mare.
    «Tuttavia, a onor del vero, il rischio maggiore per il nostro lavoro non sono i dilettanti che vendono abusivamente, ma i grandi gruppi di pesca intensiva che battono il Meditarraneo rispettando solo le proprie regole. La Comunità Europea, ad esempio, ha sospeso la caccia al tonno, con ragione almeno fino a poco tempo fa, e noi dobbiamo vedere le tonnare cinesi di 80 metri nelle acque (internazionali, ma pur sempre del Mediterraneo) catturarli legalmente sotto i nostri occhi. In più, oltre che per il tonno, queste squadre praticano una pesca intensiva, non tanto per l’utilizzo del sonar, che usiamo anche noi per accorciare i tempi, ma perché quando scandagliano i fondali con lampare di 50 o 60 metri se trovano branchi di pesce non smettono finchè non li hanno tirati su tutti. Loro non rientrano mai nel porto, il personale fa i turni sulle barche d’appoggio e quando se ne vanno via non c’è più un pesce. Per fortuna ora hanno vietato l’uso dell’elicottero, perchè in questo modo dall’alto battevano i fondali palmo a palmo e chiamavano i pescherecci nella zona precisa dove c’era il branco. Qui da noi è tutto molto più artigianale, tradizionale, da noi pescare è ancora sinonimo di passione e mestiere, quello antico. Noi quando troviamo un branco, per esempio lo scorso inverno abbiamo catturato 140 ricciole, beh, ovviamente cerchiamo di prenderne finché si riesce, poi rientriamo. Magari là sotto ce n’erano più di 800… Questa è la nostra pesca».

     

    Bruna Taravello

    L’inchiesta integrale sul numero 60 di Era Superba

  • Lavori pubblici, stanziamenti straordinari per strade, verde pubblico e pulizia dei rivi

    Lavori pubblici, stanziamenti straordinari per strade, verde pubblico e pulizia dei rivi

    lavori-cantiere-brignole-EAncora in attesa di poter presentare e discutere il bilancio previsionale per il 2015 (c’è tempo fino a fine luglio), l’assessore ai Lavori pubblici, Gianni Crivello, conferma quanto già annunciato ad aprile con l’illustrazione dell’elenco annuale dei lavori pubblici: nel 2015 sarà previsto uno stanziamento straordinario di 8 milioni e 250 mila euro per le manutenzioni di strade, marciapiedi, verde pubblico, segnaletica, impianti di illuminazione e semaforici. Una sorta di riedizione in miniatura del piano Straordinaria Genova, con cui la giunta Vincenzi aveva investito circa 30 milioni in due anni.

    Manutenzione stradale, segnaletica, verde pubblico

    via-buozzi-cantiere-2Tursi, dunque, dopo qualche anno di restrizione, prova a invertire la rotta facendo gli straordinari attraverso un indebitamento ad hoc. Oltre 6 milioni di euro saranno investiti sul capitolo strade, andando sostanzialmente a raddoppiare la dotazione prevista dal contratto di servizio di Aster e raggiungendo un importo complessivo di poco inferiore ai 12,5 milioni di euro. Nel 2015 verranno così asfaltati circa 350 mila mq di strade, di cui 200 mila grazie al piano straordinario, e saranno ripristinati 12500 mq di marciapiedi, di cui 6500 di interventi straordinari. Grazie a oltre 1 milione di risorse aggiuntive rispetto agli 1,6 milioni del contratto di servizio, saranno 500 gli impianti di illuminazione e i semafori interessati a manutenzione, raddoppiando gli interventi ordinari. Leggero aumento anche per gli interventi sul verde pubblico: i 640 mila euro straordinari porteranno a oltre 3 milioni le risorse disponibili con cui, tra le altre cose, saranno garantiti 160 interventi di reimpianto.

    Un capitolo degli 8,250 milioni sarà dedicato al rifacimento della segnaletica orizzontale e verticale, con poco meno di 430 mila euro che implementeranno i 730 mila di dotazione standard. La gestione di questo tipo di interventi passerà in toto, anche se ancora in via sperimentale, nelle mani dei Municipi. Inoltre, saranno ripristinati 2100 attraversamenti pedonali, 700 in più di quanto si sarebbe riuscito a fare solo con il contratto di servizio.

    A livello complessivo, invece, i lavori più significativi interesseranno la riqualificazione di Mura delle Cappuccine, il ripristino della pavimentazione a lastre di via Assarotti, e via Cairoli, la sistemazione dei marciapiedi di via Caffaro, Lungomare di Pegli, via Merano, via Fillak e via Rimassa, il rinnovo del viale alberato di via Pastrengo, la messa in sicurezza di via Mogadiscio, la sistemazione dello spartitraffico di via Cantore, il ripristino dei vialetti di Villa Piaggio e della pavimentazione in gomma di piazza G. Ferraris.

    Pulizia dei rivi, Crivello: «Un po’ di verde nell’alveo non genera alluvione»

    Ponte Carrega, ValbisagnoMa gli interventi su strade, verde e impianti non sono gli unici finanziamenti straordinari sui lavori pubblici previsti dall’amministrazione. L’aumento più significativo di risorse riguarderà, infatti, la pulizia dei rivi (esclusi, naturalmente, gli interventi di ingegneria idraulica): ai poco più di 560 mila euro del contratto di servizio annuale, vengono aggiunti oltre 1,3 milioni di euro per una dotazione complessiva che sfiorerà i 2 milioni di euro. Uno stanziamento indispensabile per intervenire sulle situazioni di maggiore difficoltà negli 88 rivi cittadini (di cui 28 tombati, cioè coperti) che superano il chilometro di lunghezza e le altre centinaia più brevi. I lavori riguarderanno il completamento dello sgombero di materiale post alluvionale per complessivi 25 mila metri cubi e la rimozione della vegetazione dagli alvei per 20 mila metri quadrati.

    L’assessore Crivello, però, tiene a sottolineare un aspetto importante: «Un po’ di verde nell’alveo non genera alluvione». Come da spiegazione dei tecnici presenti all’incontro con la stampa, la maggior parte delle canne o delle sterpaglie che vediamo nei rivi cittadini non sono fonte di intoppo per la defluenza idrica: anzi, le radici trattengono il terreno sottostante e diminuiscono il trasporto di materiale solido. In sostanza, l’acqua quando ha necessità di passare riesce a piegare senza alcuna difficoltà buona parte di questa vegetazione che, in questi ambienti, trova il suo habitat naturale.

    Significativo anche l’aumento di risorse per la manutenzione straordinaria delle caditoie per la raccolta e lo smistamento dell’acqua piovana: ai soli 250 mila euro del contratto annuale si aggiungono 800 mila euro straordinari superando così il milione di euro complessivo (negli ultimi tre anni i finanziamenti, invece, erano oscillati tra i 200 e i 250 mila euro). Con questa dotazione si realizzeranno 300 interventi anche se, per ammissione di Aster, la città ne avrebbe bisogno di almeno 3 volte tanto.

    Aster: «Finalmente, basta “tapulli”…»

    Nel 2015, dunque, Aster potrà godere complessivamente di oltre 40 milioni di euro: 18 in parte corrente, 12 in conto capitale previsti dal contratto di servizio ordinario e oltre 10 milioni di finanziamenti straordinari complessivi. «Tutto questo – commenta con soddisfazione il direttore di Aster, Mauro Grasso – ci consentirà nuovamente di poter realizzare interventi completi e programmabili, evitando di dover ricorrere a interventi palliativi e consueti “tapulli”». Ma non tutte le opere potranno essere realizzate direttamente dalla partecipata del Comune. «Di sicuro non appalteremo le asfaltature che sono il nostro core business – assicura Grasso – mentre per altri lavori come il rifacimento dei marciapiedi o la pulizia dei rivi dovremmo sicuramente affidarci all’esterno, sempre mantenendo la regia dei lavori. Le risorse umane che abbiamo a disposizione sono limitate e anche se potranno migliorare proprio grazie al piano straordinario, di certo non siamo in grado di coprire tutti gli interventi internamente».

    Ancora fermo al palo, invece, il tanto atteso tavolo di coordinamento tra gli uffici comunali dei lavori pubblici e i responsabili delle grandi utenze del sottosuolo (luce, acqua, gas e nuove tecnologie): una delle principali difficoltà della nostra città è proprio la mancanza di coordinamento tra tutti i soggetti che hanno necessità di “bucare” asfalto e marciapiedi per realizzare il proprio lavoro. L’assessore Crivello ha più volte annunciato la volontà di dare vita a un percorso condiviso da tutti gli attori per concentrare gli interventi e ridurre al minimo i disagi. L’immensa mole di lavoro per gli uffici comunali a seguito degli interventi, emergenziali e non, post alluvione, ha sostanzialmente stoppato ogni discorso ma la speranza è che si possa tornare a parlarne a breve. Anche perché sarebbe un vero peccato, oltre che uno spreco di denaro pubblico e una fonte di grande rabbia per i cittadini, vedere una strada appena riasfaltata nuovamente aperta dopo pochi mesi per far passare la fibra ottica o per cambiare, come imposto dalle norme, i tubi del gas.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Orti urbani, approvato il nuovo regolamento per assegnazioni e gestione. Spazio anche agli under 30

    Orti urbani, approvato il nuovo regolamento per assegnazioni e gestione. Spazio anche agli under 30

    orto-orti-urbani-agricoltura-coltivareÈ stato finalmente approvato nella seduta di giunta di questa mattina il nuovo Regolamento per l’assegnazione e la gestione degli orti urbani nel Comune di Genova (leggi l’inchiesta “Genova, una città da coltivare” su Era Superba #58, qui la versione ridotta). Dopo una lunga gestazione, iniziata con le proposte della Consulta del Verde arenatesi poi, come spesso succede, sulle scrivanie di Tursi, la delibera passerà ora alla discussione della Commissione e del Consiglio comunale, prima di entrare in vigore.

    Ancora suscettibile di qualche modifica, dunque, il nuovo regolamento andrà a sostituire una normativa non più adeguata e in vigore da una decina di anni. Il punto focale è l’ampliamento del concetto di orto urbano, che prima era sostanzialmente solo un appezzamento di terra destinato alla coltivazione tout court per pensionati o fasce di popolazione particolarmente disagiate. Si allarga anche il numero di cittadini che potranno potenzialmente utilizzare i terreni previsti per l’uso agricolo e selezionati allo scopo dai Municipi.

    Ma vediamo nel dettaglio quali sono le novità più importanti di questo regolamento, partendo dalle nuove definizioni che vengono date al concetto di orto urbano. Oltre al tradizionale appezzamento di terreno da cui l’assegnatario può ottenere produzione di fiori, frutti e ortaggi per l’autosostentamento, vengono individuati:

    community garden, orti destinati alla coltivazione collettiva e partecipata, già presenti in alcune realtà come quelle della Madonnetta (San Nicola, Castelletto);

    orti didattici, allo scopo di avvicinare giovani e bambini alla conoscenza e al piacere di coltivare la terra, come previsto ad esempio nel progetto di riqualificazione di Valletta Carbonara;

    orti sociali e terapeutici, in cui si pratica la coltivazione ortofrutticola come elemento di integrazione sociale di persone o gruppi svantaggiati (immigrati, anziani, disoccupati ma anche disabili o persone sottoposte a terapie di riabilitazione fisica e psichica);

    orti innovativi in cui dare spazio a metodi di agricoltura biologica ed ecocompatibile, con particolare attenzione alla tutela della biodiversità e alla diffusione di pratiche virtuose come la gestione razionale dell’acqua, la raccolta differenziata e il riuso dei rifiuti, l’utilizzo di fonti energetiche rinnovabili.

    Naturalmente ogni tipologia di orto avrà i propri criteri per stabilire le graduatorie ai fini dell’assegnazione. Vi sono però alcuni requisiti generali: avere la residenza o la sede legale (in caso di associazioni) nel Comune di Genova oppure non avere fondi di proprietà destinati alla coltivazione sempre nel territorio comunale, essere in grado di provvedere autonomamente alla cura dell’appezzamento, non aver subito condanne per reati contro l’ambiente.

    Le differenze arrivano, invece, quando dagli orti tradizionali si passa alle categorie fresche di introduzione. I primi devono essere accessibili pedonalmente, sorgere in prossimità di sorgenti, essere suddivisibili in singole unità tra i 50 e 100 mq. La graduatoria per l’assegnazione, come detto, tiene conto di nuovi parametri: i punteggi non premieranno più solo la fascia anziana superiore ai 65 anni d’età ma anche, in modo decrescente, i giovani tra 26 e 30 anni. Altri criteri premieranno i redditi Isee più bassi, il numero di componenti del nucleo familiare, l’eventuale presenza di handicap e la residenza nel Municipio in cui si trova il terreno.

    Per gli orti speciali, destinati principalmente ad associazioni, scuole, comitati e altre forme di gruppi di persone, vengono aggiunti ulteriori criteri. Intanto, gli appezzamenti in cui sorgono devono essere complessivamente estesi almeno per 500 mq. Poi, entrano in gioco le funzioni sociali, educative e la qualità dei progetti e delle pratiche agricole e il coinvolgimento delle persone potenzialmente interessate, il tutto in base a criteri e punteggi già dettagliati dallo stesso regolamento.

    «Le difficoltà più grandi – sostiene l’assessore al Verde, Italo Porcile – non riguardano tanto la disponibilità delle aree che potrebbe essere sufficiente a soddisfare buona parte delle richieste quanto la sensibilità, da un lato, dell’amministrazione a proporre e pubblicizzare in maniera efficace bandi e assegnazioni di questo genere e, dall’altro, della cittadinanza a rispondere e aderire nei fatti alle iniziative comunali a riguardo».

    Nella delibera, comunque, si evidenzia anche la necessità che gli uffici di Tursi individuino nuove aree destinabili ad orto urbano, ad esempio in terreni di proprietà civica non utilizzati o con concessioni in scadenza. Spetterà poi a Municipi la gestione dei bandi per le assegnazioni e il controllo del rispetto dei contratti di concessione che potranno avere la durata massima di 4 anni per gli orti tradizionali (allungabile a 6 in caso in cui gli assegnatari si facciano carico di opere di manutenzione straordinaria dell’area) e 5 per le nuove categorie (prorogabili per altri 5).

    Porcile, e non solo, crede molto nelle potenzialità degli orti urbani: «La promozione dell’uso di spazi pubblici con queste finalità – dice l’assessore – costituisce, soprattutto in periodi di recessione  economico-finanziaria, un’importante opportunità economica, sociale ed ambientale per la collettività. Inoltre, una gestione produttiva e manutentiva di porzioni di territorio marginali e residuali, attraverso attività di produzioni agricole a basso impatto ambientale ed ecocompatibili, comporta un miglioramento della vivibilità urbana». Tutto sta nel capire quanto l’amministrazione riuscirà a raccogliere questa sfida e a rilanciarla in maniera efficace ai cittadini in cerca di un piccolo orticello da coltivare anche tra le mura della città.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Tasse e rifiuti: quanto ci costa la chiusura di Scarpino e il trasporto fuori regione?

    Tasse e rifiuti: quanto ci costa la chiusura di Scarpino e il trasporto fuori regione?

    palazzo-tursi-sindaco-doria-marco-discorso-DTasi (tassa sui servizi indivisibili, sostanzialmente la discendente della vecchia Imu) invariata e Tari (tassa sui rifiuti) aumentata di una manciata di euro. L’assessore al Bilancio, Francesco Miceli, ha confermato ieri in Consiglio comunale le indiscrezioni già circolate nei giorni scorsi sulla stampa locale. I genovesi potranno, dunque, versare tranquillamente entro il 16 giugno l’acconto Tasi; tempi più lunghi, invece, per la Tari, per cui arriveranno a casa i bollettini probabilmente con scadenze simili a quelle dello scorso anno (la prima rata per le utenze domestiche scadeva il 31 ottobre). L’annuncio dell’assessore al Bilancio è un’occasione per fare il punto sul delicato tema rifiuti, analizzandolo soprattutto dal punto di vista economico. Quanto costa oggi e quanto costerà domani ai genovesi la chiusura di Scarpino e il relativo trasporto dei rifiuti fuori regione? Nella prossima bolletta gli aumenti saranno quasi impercettibili… Proviamo a fare chiarezza.

    Tassa sui rifiuti: rimandata la stangata Scarpino, costi per ora coperti da Amiu

    Per legge il gettito complessivo della tassa deve essere sufficiente da solo a coprire tutti i costi del servizio di raccolta e smaltimento della spazzatura sul territorio cittadino. Per sapere quanto dovremo pagare quest’anno bisogna anche in questo caso aspettare l’approvazione delle delibere collegate al bilancio preventivo ma è ormai certo che gli aumenti rispetto al 2014 saranno contenuti nell’ordine di una decina di euro e non riguarderanno tutti i contribuenti. «Nel 2014 – precisa l’assessore Miceli – il gettito complessivo della Tari è ammontato a 126,552 milioni di euro mentre quello del 2015 sarà di 126,555 milioni: una differenza quasi impercettibile». Gli aumenti della bolletta, infatti, dipenderanno solo da una riduzione delle superfici tassabili: in altre parole, meno genovesi soggetti alla tassa e, quindi, importi un po’ più alti per chi deve pagare. «Semplificando con un esempio – spiega Miceli –vuol dire che se prima la tariffa la pagavano in 1000, ora gli stessi costi vanno ripartiti tra 950 persone a causa di maggiori abitazioni o esercizi commerciali sfitti».

    E Scarpino? L’assessore al Bilancio annuncia che per quest’anno i maggiori costi sono stati sostanzialmente coperti da non meglio precisate operazioni di «efficientamento complessivo di Amiu che hanno permesso di ottenere risparmi che sostanzialmente hanno azzerato i costi extra». Certo, sulla Tari 2015 incidono solo i trasferimenti fuori Regione del 2014: meno di tre mesi per un ammontare complessivo stimabile attorno ai 6 milioni di euro. «Si tratta all’incirca del 5% dei costi complessivi per la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti – dice il presidente di Amiu, Marco Castagna – un risparmio assolutamente in linea per un’azienda che si vuole innovare e rinnovare come Amiu, dato da maggiori ricavi e vari interventi di ottimizzazione del servizio».

    In realtà i risparmi annunciati sono al momento solo una previsione e saranno frutto di un mix di aumento di ricavi e maggiore attenzione ai costi che Amiu si è impegnata a produrre in atti concreti nel nuovo corso, parallelo alla realizzazione dell’ormai famoso nuovo piano industriale (qui l’ultimo approfondimento). In sostanza, i maggiori costi sostenuti nel 2014 per il trasporto dei rifiuti fuori Regione non verranno coperti da maggiori versamenti del Comune, e quindi dei cittadini, nelle casse della partecipata ma saranno ammortizzati direttamente dall’azienda attraverso un potenziamento del business proveniente dalla raccolta differenziata, il reintegro di alcune attività prima date in outsourcing e altri accorgimenti di razionalizzazione di costi interni.

    Un risparmio che potrebbe anche diventare strutturale e ripetersi negli anni a venire, soprattutto se si riuscirà a dare un’importante accelerata alla realizzazione del nuovo piano industriale che consentirà un approccio diverso al mondo dei rifiuti, non più visti come spazzatura ma come risorsa da riutilizzare.

    Ma che cosa succederà nel 2015 quando i mesi di conferimento dei rifiuti fuori Liguria da coprire saranno molti di più? La stangata sulla bolletta è solamente rinviata di un anno? «Sicuramente i costi del servizio del 2015 saranno maggiori perché sono di più i mesi di esercizio fuori Regione – ammette Castagna – ma è impossibile parlare di quanto questi si rifletteranno sulla Tasi del 2015: intanto non sappiamo ancora quando potremo riaprire Scarpino e poi bisognerà vedere in quanti anni decideremo di spalmare questi maggiori costi perché non è certo pensabile che vengano coperti tutti l’anno prossimo». Volendo azzardare delle cifre si potrebbe dire che, a parità di risparmi di Amiu e se malauguratamente  Scarpino dovesse rimanere chiusa per tutto il 2015, i maggiori costi da coprire si aggirerebbero attorno ai 23 milioni di euro (2,5 milioni al mese a cui vanno sottratti circa 7 milioni di presunti risparmi). Ma si tratta di un puro esercizio di stile perché, come tiene a sottolineare l’assessore all’Ambiente, Italo Porcile, «stiamo parlando di poste troppo variabili, su cui incidono i valori di mercato e intrecci molto più articolati di vari bilanci».

    Quello che è certo è che il famoso “costo di chiusura di Scarpino” potrebbe essere trasformato in una pillola più piccola da ingoiare perché dilazionata su diversi anni, una pillola su cui incide anche la scure degli improcrastinabili interventi previsti dal nuovo piano industriale (nella Tari di quest’anno rientra solo una piccola quota di lavori di messa in sicurezza della discarica di Scarpino) e che non si sa ancora come verranno finanziati.

    Proprietà immobiliari: tasse invariate

    Per quanto riguarda la Tasi, invece, sembra non cambiare nulla. E non poteva essere diversamente. Nel 2014, infatti, il Comune di Genova aveva applicato l’aliquota massima sulla prima casa, pari al 3,3 per mille (qui l’approfondimento). Invariato anche il sistema delle detrazioni in funzione della rendita catastale dell’immobile di proprietà e dei figli a carico. «La normativa nazionale – ha detto Miceli – prevede che nel caso non sia stata ancora approvata la delibera di definizione delle aliquote della Tasi per l’anno in corso (situazione in cui ricade il Comune di Genova, ndr), l’acconto sia uguale a quello dell’anno precedente, se non sono intervenute variazioni di possesso immobiliare. Qualora i Comuni approvassero successivamente aliquote diverse, le modifiche interverrebbero sull’importo del conguaglio». Una situazione, tuttavia, che non si dovrebbe verificare per i genovesi dato che l’assessore ha sottolineato l’intenzione dell’amministrazione di confermare in tutto e per tutto gli importi del 2014 nella delibera di quest’anno che anticiperà l’approvazione del bilancio.

    Via libera, dunque, ai pagamenti degli acconti. Per i cittadini che volessero un’ulteriore conferma, il Comune mette a disposizione un calcolatore automatico degli importi dovuti (qui), numero verde (800184913) e indirizzo e-mail (tasionline@comune.genova.it) per chi volesse chiarimenti specifici e, infine, un servizio di calcolo e stampa dell’F24 per il versamento previo appuntamento all’Ufficio IMU/TASI di via di Francia 3 – 2° piano (Matitone) da fissare chiamando il numero verde.

    Brutte notizie, invece, per chi sperava nel fondo di solidarietà per le famiglie in maggiore difficoltà economica. Il sostegno approvato lo scorso anno dal Consiglio comunale per rispondere alle pressanti istanze dei sindacati non è mai stato finanziato. La situazione critica delle casse comunali sembra non consentire l’introduzione di fatto di questo strumento perequativo neppure per quest’anno. La conferma, comunque, arriverà solo dal bilancio preventivo 2015 che, con tutta probabilità, si voterà a fine luglio. «Se nel Consiglio dei Ministri convocato giovedì – spiega l’assessore Miceli – il governo dovesse dare il via libera alle compensazioni ai Comuni per i mancanti introiti dovuti al cambiamento Imu – Tasi (che per Tursi al momento significano 27,5 milioni in meno a disposizione nel bilancio annuale, ndr) il discorso potrebbe essere riaperto».

     

    Simone D’Ambrosio

  • Brooklyn Grange Farms: produzioni di ortaggi e miele sui tetti di New York

    Brooklyn Grange Farms: produzioni di ortaggi e miele sui tetti di New York

    1In questo articolo vi parliamo di un’altra interessantissima iniziativa sul tema del Verde e sul suo inserimento in una moderna metropoli d’oltreoceano. Questa volta torniamo a New York ed in particolare a Brooklyn. Questo quartiere sta infatti attraversando una fase di vera e propria rinascita, anche sotto il profilo della maggiore attenzione all’ecologia ed allo sfruttamento dello spazio. Tre anni fa, i soci fondatori delle Brooklyn Grange Farms hanno dato vita ad un ambizioso progetto: realizzare degli orti sui tetti dei palazzi cittadini.

    3Anastasia Cole Plakias è una delle ideatrici. Divide oggi il suo tempo tra una acclamata trasmissione radiofonica sul tema della cucina, la coltivazione di ortaggi e persino l’apicoltura. Le Brooklyn Grange Farms includono due distinte “fattorie” in cui si producono sia prodotti destinati ai ristoranti cittadini che al mercato newyorkese, il tutto su un’estensione complessiva di ben due acri e mezzo. Ogni anno si raccolgono, su queste aiuole, svariate migliaia di libbre di ortaggi, tolti dal terreno alla mattina presto e trasportati direttamente la sera stessa ai destinatari finali. Su questi tetti si trova anche il più grande centro di produzione di miele, cera e derivati di tutta New York; esso comprende oltre trenta distinti alveari, tutti perfettamente funzionanti.

    2La sfida iniziale più ardua da affrontare per il primo dei due “tetti verdi”, al di là di far approvare un progetto del tutto innovativo, è poi consistita nel trasportare in cima al palazzo ben cinquantaquattro tonnellate di terra, senza l’utilizzo di alcun ascensore!

    4L’iniziativa, sebbene sia principalmente sostenuta con fondi privati e donazioni via internet, ha ottenuto molti riconoscimenti e sta riscuotendo tutt’ora un enorme successo. I tetti producono infatti ortaggi in grandi quantità ma vengono anche utilizzati per lezioni di yoga, visite guidate, incontri delle scolaresche e per aperitivi o cene con un’incredibile vista su tutta New York.

    5Le Brooklyn Grange Farms sono, in fondo, la dimostrazione più concreta di come sia possibile ottimizzare gli spazi, creare aree verdi dai positivi effetti ambientali e persino spazi di socializzazione tra gli abitanti delle metropoli.

    6Gli ortaggi crescono poi, grazie all’esposizione favorevole, al terriccio facilmente coltivabile, all’irrigazione ed alle temperature elevate, di ottima qualità. Visitando i luoghi prima e dopo la realizzazione dei progetti, la differenza è infine enorme. Pochi centimetri di terriccio hanno infatti trasformato, in un brevissimo lasso di tempo, assolate ed inospitali superfici in cemento in uno spazio verde, caratterizzato dalle più diverse forme e sfumature degli ortaggi. Come loro quasi surreale sfondo vi è tutta New York, grigia e scintillante grazie ai suoi grattacieli, tra i più noti al mondo.

     

    Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano

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    Per informazioni: ema_v@msn.com