Categoria: Vivere Genova

  • Professione sceneggiatore: a scuola di fumetto con Sergio Badino

    Professione sceneggiatore: a scuola di fumetto con Sergio Badino

    Sergio BadinoPer diventare fumettista non è indispensabile saper disegnare. Sono due le figure professionali che collaborano per realizzare Topolino, Tex Willer e tutte le storie che ciascuno di noi, da piccoli o adulti, almeno una volta abbiamo letto: da un lato il disegnatore, dall’altro lo sceneggiatore.

    Quest’ultima è la professione del genovese Sergio Badino, autore per Disney e Bonelli che da quattro anni organizza il corso Professione Sceneggiatore all’Accademia Ligustica di Belle Arti.

    Sta per partire la quarta edizione di Professione Sceneggiatore, corso tenuto da Sergio Badino che inizierà a marzo. Quando inizia il corso e cosa si farà in questa quarta edizione?

    La data d’inizio del corso è martedì 6 marzo e il corso si terrà il martedì e giovedì dalle 16 alle 18. In totale sono 48 ore di corso in cui affrontiamo argomenti legati al raccontare storie: l’ideazione, la scrittura, la narrazione, come si struttura una storia, e ovviamente la sceneggiatura.

    Cosa sarà offerto agli allievi di questo corso, quali opportunità concrete saranno offerte a chi frequenterà le tue lezioni?

    Tutti gli anni cerchiamo di inserire nel corso una bella iniziativa pratica: In questa edizione sarà legata al cinema d’animazione: grazie a Matteo Valenti, che sta coordinando un progetto su un film animato su Creuza de mà – l’album di Fabrizio De Andrè che tra due anni compirà trent’anni – i ragazzi del mio corso di sceneggiatura e quelli che frequentano il corso di Grafica all’Accademia contribuiranno a realizzare un “pezzettino” di questo film d’animazione. Alcuni istituti d’arte liguri realizzeranno ciascuno una parte del film, ispirata a una canzone dell’album: per scoprire quale sarà la canzone che abbiamo scelto noi dovrete necessariamente iscrivervi al corso. Durante le lezioni scriveremo la sceneggiatura di questo spezzone, mentre i ragazzi di Grafica si occuperanno di disegni e animazione.

    Se un ragazzo ti dicesse: “Voglio diventare sceneggiatore di fumetti“. Cosa gli risponderesti?

    Innanzitutto che non ci possiamo fermare al discorso “fumetti”, perché oggi la crisi – ma non solo – ci impone di essere molto più “onnivori” a livello narrativo e culturale, di non focalizzarci solo su un settore, anche se è quello che ci piace di più. Se non altro perché è importante, proprio per arricchire questo settore e la nostra professionalità, assorbire dall’esterno quanto più altro materiale possibile. Pertanto gli direi di non concentrarsi solo sul fumetto, ma di capire come funzionano tutti gli altri tipi di storia. In secondo luogo gli direi di studiare, di intraprendere un percorso di studi – magari la facoltà di Lettere – e al tempo stesso di non perdere di vista la sua vocazione narrativa, se veramente ce l’ha.

    (Tra gli ex allievi di Badino ci sono infatti artisti come Rudy Dore e Gianluca Sturmann, che hanno inaugurato sabato scorso la mostra La mia maglia blu e i miei calzini bianchi alla galleria d’arte Violabox, ndr).

    Questo corso si tiene all’interno dell’Accademia di Belle Arti: da un po’ di tempo girano voci sulle difficoltà che sta attraversando la scuola in questo periodo. Da artista e da genovese, che opinioni hai sulla questione e cosa secondo te ciascuno di noi potrebbe fare per sostenere il patrimonio culturale della nostra città?

    In maniera forse un po’ campanilistica, per dare una mano all’Accademia ci si può iscrivere ai corsi liberi, di cui fa parte anche il mio. Questi corsi sono aperti anche ai non iscritti all’Accademia: il mio corso costa 300 € e permette di frequentare l’Accademia e sovvenzionarla, perché i fondi percepiti attraverso i corsi liberi consentono di aiutare l’istituto stesso e pagare le attrezzature, i docenti e così via.

    Marta Traverso

    Foto e video Daniele Orlandi


  • Bruchi Art Design, alla scoperta dello studio artistico di Vico del Ferro

    Bruchi Art Design, alla scoperta dello studio artistico di Vico del Ferro

    Bruchi Design ExperimentsLo studio artistico Bruchi Art+Design+Experiments ha aperto di recente nel centro storico cittadino, in Vico Superiore del Ferro. Abbiamo intervistato la titolare Bruna Chiarle: formata presso l’Accademia Ligustica e specializzata in Francia, a Chartres, nello studio delle vetrate e delle relative tecniche di realizzazione e restauro, Bruna svolge il suo lavoro principalmente nell’ambito della lavorazione del vetro, ma crea anche tele e oggetti d’arredo.

    Bruchi Design ha inaugurato di recente, l’11 novembre scorso. Qual è il percorso che l’ha portata fino qui, a questa apertura?
    Nel 1995 ho aperto uno studio qui nel centro storico, poi studi ed esperienze professionali mi hanno portata fuori Genova; ultimamente però ho sentito il bisogno di tornare sul territorio per un confronto diretto con la gente attraverso uno spazio che fosse non soltanto il mio spazio espositivo ma anche un luogo di scambio con le persone.

    Il centro storico. Di certo luogo che offre un contesto suggestivo che ben si sposa col fare artistico: è vero anche che molte gallerie genovesi si trovano proprio qui; ha seguito la tendenza più diffusa o esiste un motivo in particolare?
    Di certo il fatto di trovarsi vicino ad altri spazi artistici e laboratori artigiani coi quali si può collaborare direttamente ha soddisfatto l’esigenza di entrare nel territorio -accanto agli altri luoghi creativi- come portatori di arte nell’ambiente, comunicando quindi amore per l’arte.

    Cominciare un’esperienza come questa in un periodo storico tanto ostico non è da tutti: grande fiducia nel futuro o dichiarazione di guerra alla crisi?
    Entrambe le cose: in effetti in questo momento è difficile riuscire ad avere un aiuto dalle istituzioni e dal mondo esterno, e noi abbiamo contato solo sulle nostre forze. Credo comunque che puntare sul “saper fare” italiano, sul made in Italy insomma, sia una sfida vincente, perché è una nostra risorsa caratteristica e anche su questo si dovrebbe investire per affrontare la crisi.

    Principalmente vetro, ma anche lavori realizzati con materiale di recupero. Può illustrarci meglio le tipologie di opere che Bruchi presenta?
    La mia passione più grande è il vetro, materiale principale delle mie creazioni, però mi piace pensare che ogni oggetto possa avere una seconda vita, dopo essere stato studiato e adeguatamente rinnovato. Ultimamente sto lavorando col cachemire, che inserisco nelle vetrate d’arredo oltre a utilizzarlo per le mie tele. Sto preparando inoltre una mostra sul tema dell’importanza del cibo nella società, sia dal punto di vista del sostentamento sia da quello del condizionamento sociale.

    Arte per pochi o arte per tutti? A che pubblico si rivolge?
    Arte per tutti: una definizione che amo dare è proprio che Bruchi si propone di “diffondere l’arte nell’ambiente”. Il nostro nome, Bruchi Art+Design+Experiments, cerca di guardare a tutte le facce dell’arte, portando l’oggetto artistico negli spazi privati attraverso collaborazioni con designers e architetti per esempio, ma anche coinvolgendo i ragazzi delle scuole, perché è dai ragazzi che viene il futuro. Questo è l’aspetto “experiment” di Bruchi: mi interessa molto la possibilità di collaborare specialmente coi licei artistici, e continuerò anche quest’anno la collaborazione col Liceo Artistico di Savona, che prevede studi sulle peculiarità delle vetrate e sulle loro tecniche di realizzazione.

    Con cadenza bisettimanale organizzate “Il Giorno del Bruco”. Di cosa si tratta?
    Proprio nell’ottica di apertura al mondo esterno, in queste giornate lo studio è aperto a nuove collaborazioni e progetti. Ad esempio il primo Giorno del Bruco ha visto una collaborazione col gruppo musicale Nanaue, per il cui album abbiamo scattato delle foto: questa occasione ha visto una sinergia tra arti diverse come pittura e musica. Il nostro calendario prevede prossimamente un appuntamento col design industriale degli anni sessanta e settanta, e il pubblico può sia partecipare a queste giornate, sia fornire suggerimenti e spunti per ulteriori incontri di approfondimento o di progettazione.

     

    Claudia Baghino

    Foto e video di Daniele Orlandi

    Bruchi Design ExperimentsBruchi Design Experiments

  • Gruppi genovesi e musica live a Genova: Edgar Cafè

    Gruppi genovesi e musica live a Genova: Edgar Cafè

    Edgar CafèGli Edgar Cafè sono un gruppo genovese composto da Stefano Bolchi chitarre, voce, parole – Lorenzo Marmorato piano, tastiere, fisarmonica, armonica –  Federico Fantuz chitarra elettrica, basso – Antonio Melvavi basso, batteria, parole.

    Il gruppo viene fondato nel 1996 a partire da un laboratorio di improvvisazione; da qui sorgono, in seguito, la sfida e il desiderio di raccontare il proprio viaggio. Il risultato mal si lega ad una definizione precisa e questo si fonde puntualmente con l’anima del gruppo: al di là delle spiegazioni si riconosce la sua identità .

    Nel corso degli anni partecipano a numerosi concorsi e festiva: nel 2001 partecipano alla rassegna “Via del Canto” tenutasi al teatro Carlo Felice di Genova al fianco di Vinicio Capossela, Enzo Iannacci, Cristiano De Andrè, Antonella Ruggero, Sergio Cammariere. Nel 2003 partecipano e vincono Arezzo Wave come band rappresentante della Regione Liguria.

    Il disco d’esordio “Alcuni fattori marginali” viene pubblicato nel 2008. Il gruppo ha lavorato alle musiche ed agli arrangiamenti con la partecipazione creativa del musicista Piero Milesi (Fabrizio de Andrè, Ligabue,Pacifico).

    Nel 2011 l’Edgar Cafè è tra i 16 finalisti della XXII edizione di Musicultura  con il brano “L’orchestra nel giardino” e partecipa all’evento “Su la testa Contest 2011″, che ha riconosciuto il live con queste parole – Gli Edgar Cafè probabilmente sono stati il gruppo che, in questo contest, più ha osato in termini di ricerca e orizzonti musicali. Una grande chitarra ha ben definito le coordinate della band che è in linea con le migliori suggestioni delle musica internazionale.

    Genere: Cantautorato, Rock , Pop

  • Gruppi genovesi e musica live a Genova: Belzer

    Gruppi genovesi e musica live a Genova: Belzer

    BelzerBelzer, un progetto che unisce Giulio Belzer (voce, chitarra, tastiere), Guido Bruzzone (basso, cori) e Luciano Zambito (batteria), tre artisti mossi dall’intento di creare musica che sappia comunicare emozioni, pensieri e stati d’animo che nascono da esperienze personali, ma che possono toccare tutti.

    Attraverso un tessuto sonoro che intreccia un sound inglese con una sensibilità melodica italiana, la band genovese crea un linguaggio che, alternando delicati passaggi melodici ad energiche impennate dinamiche, tenta di entrare in risonanza con le corde più profonde dell’ascoltatore.

    Dopo aver maturato una solida esperienza live che li ha portati ad esibirsi sui palchi di festival (Nokia Trends Lab Tour, Festival dell’Unità, Lorca, Festival delle periferie, Sun village), concorsi (Arezzo Wave 2005, finalisti regionali; Nokia Trends Lab, tra i vincitori dell’edizione 2007), rassegne (Genova per Gaber, Telethon, Amor sacro Amor profano), spettacoli tv e radiofonici (Radio 105), e ad aprire nel 2007 i concerti genovesi di Giorgio Canali e dei Perturbazione, i quattro musicisti escono con il loro nuovo album: “L’ultimo giorno d’inverno”.

    belzer-ultimo-giorno-invernoQuesto lavoro raccoglie dieci canzoni che hanno come tema comune il senso di liberazione e di sollievo. Pur partendo da presupposti diversi, ogni brano parla di qualcosa di migliore che si manifesta nella vita, sia che si tratti del presagio di un periodo positivo (L’ultimo giorno d’inverno), o di un’emozione positiva vissuta intensamente (La pioggia, La bellezza). Registrato da Mattia Cominotto al Green Fog Studio e distribuito da Pirames international, il lavoro mette in evidenza i diversi volti musicali ed espressivi della band, accostando brani energici a ballate acustiche, ed è un vero e proprio specchio dello stato attuale dell’evoluzione sonora del quartetto.

     

     

     

  • Emma Dante, intervista esclusiva alla regista siciliana

    Emma Dante, intervista esclusiva alla regista siciliana

    Emma DanteIl Teatro dell’Archivolto ospita, venerdì 20 gennaio e sabato 21, uno spettacolo della regista e drammaturga Emma Dante. Palermitana, classe 1967, è tra i più affermati registi nel teatro di ricerca contemporaneo. Forte di un linguaggio personalissimo e intenso, ha collezionato negli anni diversi premi, come regista emergente e migliore novità italiana tra il 2001 e il 2003, come migliore regista e drammaturga con il Premio Gassman e il Premio della Critica nel 2004, fino al Premio Vittorini del 2009 per il suo romanzo “Via Castellana Bandiera”. I suoi spettacoli sono stati rappresentati anche all’estero in diversi paesi europei tra cui Francia e Spagna. All’Archivolto va in scena con “Gli alti e bassi di Biancaneve”.

    Può spiegare brevemente il significato del titolo e in che modo ha approcciato una fiaba tradizionale come questa? In sostanza, di cosa tratta lo spettacolo?

    È la riscrittura di Biancaneve dei fratelli Grimm. La ragazzina chiamata Biancaneve viene cacciata di casa per invidia della matrigna e trova rifugio nel bosco a casa dei sette nani. Biancaneve fa esperienza del mondo uscendo di casa e diventa grande attorniata da esseri imperfetti come i minatori bassi e la matrigna che grazie a un sortilegio si trasforma in una vecchia strega alta e secca.

    Nella sinossi si legge che i nani sono senza gambe, mutilati da un incidente in miniera, e la regina rappresenta, più che il male vero e proprio, il pericolo dell’esaltazione dell’io. Tema doloroso il primo, che rimanda agli incidenti sul lavoro, tema altrettanto di attualità il secondo, nel mondo iperindividualistico di oggi. Nel sottotitolo si legge inoltre “favola per bambini e adulti”: come ha reso accessibili ai bambini temi così complessi?

    Ho cercato di usare la fantasia per raccontare qualcosa di reale come un incidente in miniera o l’egocentrismo che dilaga sempre di più in una società individualistica. Lo spettacolo non vuole far denunce o lanciare messaggi sociopolitici, semplicemente cerca di mostrare al bambino un’altra versione dei fatti, partendo dal basso, dalle piccole cose come un cappello e un paio di ginocchiere o una mela e un paio di trampoli. Mi piacerebbe responsabilizzare il bambino che davanti a un certo tipo di esperienza diventa adulto e fare in modo che l’adulto, tornando bambino, possa lasciarsi andare a regole nuove.

    In una quotidianità dominata da una comunicazione-lampo, soprattutto visiva, in cui la fruizione è istantanea, usa e getta, come si può proporre, soprattutto ai più giovani, la comprensione del “tempo” del teatro, che è scandito in maniera totalmente diversa?

    È difficile effettivamente far spegnere in sala gli iphone, praticamente impossibile. Ma io tengo duro, insisto e secondo me a forza di insistere la gente si stanca di distrarsi continuamente e va a finire che casca nella mia trappola. La mia trappola è il teatro, come riflesso dell’umanità, lo specchio della regina viene interpellato anche da noi, è l’unico modo per non essere passivi.

    Com’è fare teatro in un momento di difficoltà come questo, in cui molti chiudono o rischiano la chiusura e altri, come il Teatro Valle a Roma, vengono occupati per protesta? Si può dire a questo punto che continuare a fare cultura è una forma di resistenza?

    Assolutamente sì. Diciamolo forte: fare cultura oggi è una forma di resistenza, una condizione straordinaria in un paese assuefatto e stanco.

    Scrivere e mettere in scena opere teatrali originali può ancora essere un lavoro e Lei ne è la dimostrazione; quale pensa possa essere la strada da seguire per i giovani autori? Mandare presentazione della propria opera a tutti i teatri possibili e immaginabili che nell’ipotesi di un sì chiedono comunque affitti di centinaia di euro, o esistono altri modi per perseguire l’ambizione di vivere di teatro?

    Fare il teatro nell’entroterra del proprio io, questo è il mio consiglio, gridare forte la propria voce dal basso, da uno scantinato, da un vicolo buio… farlo con tutta la forza di cui si è capaci.

    Claudia Baghino

  • Gruppi genovesi e musica live a Genova: Delirio Da Luci Compresse

    Gruppi genovesi e musica live a Genova: Delirio Da Luci Compresse

    Delirio da luci compresseIl progetto dei D.L.C. (Delirio Da Luci Compresse), comincia dall’idea di Gigi e Lorenzo di riformare il gruppo, con una nuova formazione, dopo lo scioglimento del precedente gruppo nel novembre 2010.

    Si decide di riprendere in mano il progetto, portando avanti la musica con nuove influenze e un nuovo sound, mischiate alla poesia e a testi duri e grezzi.

    Con l’arrivo di Matteo alla voce il gruppo ritrova l’impronta giusta e una nuova aggiunta di influenze.

    Il sound si arricchisce, con un mix di rock alternativo, ambient, grunge, indie e rock classico.

    Il sound della band viene paragonato a quello dei gruppi della scena indipendente italiana, come Teatro degli Orrori, Verdena, Afterhours, Marlene Kuntz,

    La band è attualmente composta da  Gigi Tasso (Chitarra,Piano,Violino,Backing Vocals), Matteo Scrocca Bonanno (Lead Vocals, Chitarra), Umberto Leone (Basso), Francesco Milanolo (Batteria)

    Genere: Rock/Alternative Rock/Indie/Grunge

  • Un fatto umano: la storia a fumetti del pool antimafia

    Un fatto umano: la storia a fumetti del pool antimafia

    Un libro a fumetti ambizioso, un lavoro di rigorosa ricerca documentale, realizzato a 6 mani dal torinese Manfredi Giffone, autore del testo e da due disegnatori genovesi, Alessandro Parodi e Fabrizio Longo. Parliamo del volume “Un fatto umano”, edito da Einaudi, uscito il 22 novembre scorso, sarà presentato presso la libreria Feltrinelli il prossimo 17 gennaio.

    Al centro del racconto, nel ventennale della morte di Falcone e Borsellino, la storia del pool antimafia e della lotta che un gruppo di uomini coraggiosi intraprese per contrastare quella che fra gli anni Settanta e l’inizio dei Novanta, è diventata l’organizzazione criminale più potente al mondo.
    “La mafia non è invincibile, è un fatto umano e come tutti i fatti umani ha avuto un inizio e avrà una fine”, questo il celebre auspicio di Giovanni Falcone, da cui prende le mosse un’opera che vuole essere una testimonianza preziosa perché è partendo dalla conoscenza di quegli anni che possiamo comprendere l’Italia in cui viviamo oggi.

    Abbiamo deciso di raccontare questa storia perché ci siamo resi conto che esisteva un buco narrativo e di memoria relativo a quegli eventi – spiegano i due autori, Alessandro Parodi e Fabrizio Longo – C’è stato un lungo periodo, dopo il 1992, in cui è scemata l’attenzione verso questi fatti. All’epoca delle stragi noi eravamo poco più che bambini, sprovvisti di una coscienza sociale abbiamo vissuto quei tragici episodi come di riflesso, senza comprenderli fino in fondo. È questa l’esigenza che ci ha spinto a provare a ricostruirli”. Ma non solo. “Anche gli anni antecedenti alle stragi erano finiti in un cono d’ombra – continuano gli autori – Siamo partiti dal caso Moro perché la storia delle organizzazioni mafiose finisce inevitabilmente per intrecciarsi con la storia d’Italia”.

    In appena 14 anni trame oscure, inchieste giudiziarie e scandali, dal caso Moro, alla vicenda Sindona alla Loggia P2, fino alle stragi di Capaci e via d’Amelio, stravolgono gli assetti politici del paese.
    E nel bel mezzo degli anni più bui della Prima Repubblica anche il fenomeno mafioso si trasformaDa movimento circoscritto si espande e sconfina”, spiegano Parodi e Longo. Palermo vive l’ascesa dei Corleonesi di Totò Riina che scatena una guerra intestina e nello stesso tempo lancia un assalto frontale allo Stato.
    Corleone rappresenta la fase di svezzamento della mafia. Fino ad allora c’era chi riteneva che finché si fossero ammazzati fra di loro la mafia sarebbe rimasta un fenomeno locale. Ma da lì in poi nulla sarà più come prima”.

    Tra l’altro quando i tre autori si misero al lavoro, circa 7 anni fa, esisteva ancora poco materiale sul tema. Durante la stesura dell’opera però – come ricordano i due disegnatori – iniziò il periodo delle fiction tv e poi recentemente affiorarono nuove rivelazioni sui rapporti Stato – mafia. “Tutto ciò ci creò un certo imbarazzo perché noi eravamo lì con la nostra idea fra le mani, avremmo voluto gridarlo al mondo intero, ma prima occorreva portare a termine il libro!”.

    Le immagini prendono vita grazie alla voce di un narratore d’eccezione, il puparo e cuntista Mimmo Cuticchio.
    Il narratore esterno è fondamentale perché c’era la necessità di una figura che tenesse le fila di una storia così complessa. E quale scelta migliore se non quella di affidarsi a colui che muove i pupi? L’idea era raccontare la storia come un cunto. E abbiamo avuto la fortuna di poter utilizzare il volto del più importante erede della tradizione dei cuntisti e dell’arte dei pupi siciliani. Inoltre dal punto di vista stilistico questa scelta ci ha dato la possibilità di inserire un tocco di irrealtà, vale a dire i pupi dalle sembianza di animali umanizzati”.

    Come mai, in un racconto che vuole essere una ricostruzione di eventi storici, avete assegnato ad ogni personaggio il volto di un animale?
    È stata una scelta ponderata. I motivi sono molteplici. Abbiamo cercato una chiave innovativa per mostrare con accuratezza la realtà delle cose. Paradossalmente questo elemento di irrealtà ci ha permesso di raccontare come si sono svolti davvero i fatti. E poi c’è anche un’esigenza più pratica: i personaggi sono tantissimi, aumentati in corso d’opera e questa soluzione permette un forte riconoscimento. Ci sono animali che sembrano essere cuciti addosso ai personaggi. La nostra è stata una ricerca di somiglianza fisica. Non si tratta di giudizi morali sui personaggi. Ad esempio per Giulio Andreotti siamo partiti da una foto in cui appare seduto nel suo scranno parlamentare. Ebbene in quell’immagine è evidente la sua somiglianza, forse consapevolmente voluta, con un pipistrello. Invece per Sandro Pertini, in maniera del tutto naturale, abbiamo immaginato il volto di una tartaruga, in questo caso anche per la sua aurea di saggezza”.

    Come si è svolto il vostro lungo lavoro di documentazione, durato ben 7 anni?
    La parte di documentazione è stata curata dallo sceneggiatore, Manfredi Giffone. Ha consultato le sentenze di numerosi processi di mafia tra cui il primo maxi processo di Palermo. Nel libro non è presente nessun fatto che non sia rintracciabile in atti giudiziari, processi, articoli di giornale, libri. Abbiamo potuto contare sul prezioso contributo di testimoni e giornalisti esperti sul tema. In particolare per il nostro lavoro di disegnatori abbiamo esaminato nel dettaglio centinaia di fotografie, reperti della polizia scientifica, ore ed ore di filmati, documenti originali. Siamo davvero orgogliosi di aver ottenuto il patrocinio della Fondazione Progetto Legalità, un’associazione di magistrati, di cui fa parte anche il Pm Antonio Ingroia, che porta avanti una serie di iniziative educative rivolte alle scuole”.

     

    Matteo Quadrone

  • Gruppi genovesi e musica live a Genova: Just Add Melody

    Gruppi genovesi e musica live a Genova: Just Add Melody

    Just add MelodyI Just Add Melody nascono, con la formazione attuale, a Genova nel settembre 2009. Le iniziali del nome del gruppo formano la parola “jam”, in senso lato una marmellata di caratteri e suoni, un miscuglio eterogeneo formato dai componenti della band: Silvia-voce; Massimiliano-chitarra; Gregory-chitarra; Ivano-basso; Daniele-batteria.

    In due anni di attività hanno collezionato già una cinquantina di esibizioni live, piazzandosi ai primi posti in diverse competizioni musicali tra cui l’Upload di Bolzano, contest per band emergenti con la direzione artistica di Cristiano Godano dei Marlene Kuntz.

    Le canzoni parlano di loro, della loro vita, sono le esperienze vissute nel quotidiano a ispirare melodie, testi e riff di chitarra da cui poi nascono i pezzi.

    L’elaborazione avviene in gruppo, ognuno contribuisce con le proprie idee, in un confronto –a volte serrato-che porta alla canzone finita: “ Non sapete che clima c’è in saletta quando scriviamo un nuovo pezzo, è un brainstorming, tutti mettono bocca su tutto, la chitarra sulla voce, la voce sulla batteria, e via dicendo. Basta con ‘sta storia che nei gruppi si va d’accordo –scherzano- il nostro è un rapporto burrascoso, come tutte le grandi storie d’amore!”

    Genere: Alternative Frog Rock

    Contatti:

    www.myspace.com/justaddmelody

     

  • Gruppi genovesi e musica live a Genova: Scarlet Diva

    Gruppi genovesi e musica live a Genova: Scarlet Diva

    Si conoscono tra loro e suonano da più di dieci anni, ma gli Scarlet Diva -nome ispirato all’omonimo film- si formano ufficialmente nel 2006, inizialmente come duo elettronico, con Matteo (pianoforte, synth, tastiere e voce) e Gianluca (batteria e voce), successivamente raggiunti da Enrico (chitarre e voce).
    Tra il 2006 e il 2008, una lunga gavetta, fatta di tante esibizioni live e partecipazioni a numerosi contest musicali come ItaliaLoveWave, NordKapp Indiependentour, NokiaTrendLab, GarageBand.

    Negli intenti della band, “creare musica facilmente accessibile ma mai banale, parlando con un linguaggio semplice e diretto” come loro stessi dicono.

    La fase di creazione è molto particolare, perché la canzone non scaturisce esclusivamente da pezzi strumentali, come normalmente ci si aspetta, ma viene spesso dal digitale, con la melodia scritta prima al computer e poi elaborata e arrangiata in sala.

    Nel 2011 è uscito il primo album, Nel Sole, registrato, mixato e masterizzato completamente nella loro sala, che è anche studio di registrazione. Nel 2012 saranno di nuovo in studio, impegnati nella registrazione del secondo disco.

    Scarlet DivaGenere: electro-rock
    Contatti www.scarletdiva.it
    www.myspace.com/soundivastudio

     

     

     

     

  • Gruppi genovesi e musica live a Genova: Distorsione Mentale

    Gruppi genovesi e musica live a Genova: Distorsione Mentale

    I Distorsione Mentale nascono a Genova nel 2010, e il gruppo è attualmente costituito da cinque elementi. Con la voglia di fare qualcosa di bello mettendoci il maggior impegno possibile, creano insieme la musica dei loro pezzi, mentre i testi arrivano un po’ dopo, scritti da Davide unendo le sue idee con le ispirazioni date dalle melodie, e sono tutti in italiano, presentano riflessioni e contenuti e sono ciò che loro stessi indicano come cifra stilistica della loro musica.

    “Dovendo dare una definizione direi alternative rock – dice Lorenzo- anche se non ci piace etichettare la musica. La nostra musica è il risultato dell’unione di diverse esperienze e gusti musicali”, “cosa che rende la composizione un po’ più difficile e a volte lunga” aggiunge Simone.
    Il particolarissimo nome del gruppo racchiude in sé un concetto preciso: “La distorsione mentale è quel filtro che ognuno di noi possiede e attraverso cui approccia la realtà differentemente da chiunque altro- spiega Davide- e cerchiamo di rendere questa idea nelle canzoni prendendo ogni volta un punto di vista diverso, anche lontano dal nostro.Di qui titoli come L’equilibrista o Voglio dire no”.

    Progetti per il futuro: suonare, suonare, suonare, specialmente dal vivo e cercando di coinvolgere sempre più persone in un dialogo diretto tra il gruppo e chi lo va a sentire, dialogo che ritengono molto importante, soprattutto per una band emergente.

    Distorsione mentaleSimone e Matteo – chitarre
    Davide – voce
    Matteo – basso
    Lorenzo – batteria
    Contatti: www.distorsionementale.com

     

     

     

  • Pausa 1797-2011: installazione a Palazzo Ducale, intervista a NeAL

    Pausa 1797-2011: installazione a Palazzo Ducale, intervista a NeAL

    pausa nealAncora pochi giorni per vedere la terza e ultima installazione vincitrice del bando Basamenti: l’opera Pausa 1797-2011 sarà allestita presso l’entrata di Palazzo Ducale (lato piazza Matteotti) fino a lunedì 9 gennaio 2012.

    Di seguito l’intervista a NeAL (Neal Peruffo), giovane artista di Procida e autore dell’installazione.

    1) Pausa 1797 – 2011: come è nata l’idea per questa installazione?
    Da molto tempo volevo realizzare questa installazione, ma non sono mai riuscito a trovare il contesto adeguato nel quale collocarla.

    Generalmente uso gli elementi che compongono “Pausa 1979-2011” (parallelepipedi di plexiglas opalino illuminati all’interno) come dispositivi percettivi e d’interazione: ostacoli che impediscono la percezione d’informazioni sensoriali, così come le distrazioni sono ostacoli che impediscono di immagazzinare informazioni nella memoria (ciclo “Distrazioni e Pause”). Affiancando due parallelepipedi, questi assumono un ruolo simbolico, in quanto riprendono visivamente il ben noto segno dalla pausa, presente su numerosi congegni elettronici.

    Quando ho letto il bando di “Basamenti” mi sono reso conto che era il contesto perfetto per far dialogare l’opera “Pausa” con l’ambiente, poiché rimanda al periodo di inutilizzo, di pausa appunto, dal 1797 al 2011, delle basi che ospitavano le statue di Andrea e Gio-Andrea Doria e che furono abbattute dal popolo.

    Ho scelto di mettere le due “pause” in posizioni differenti per permettere la visione corretta di almeno una delle due in qualunque visuale. Per giocare sul senso di pausa e, indirettamente, anche del tempo, ho scelto un tipo d’illuminazione che cambia ogni quarto d’ora, ispirandomi agli orologi delle chiese.

    Per me realizzare questa installazione è stato un sogno che si è avverato: è la prima volta che riesco a rendere concreta una delle mie installazioni ambientali, che fino a “Basamenti” sono state realizzate solo virtualmente; alcune di queste opere virtuali partecipano all’opera-azione “A onE project”, di cui sono anche l’autore.

    2) Da non genovese, cosa hai percepito del modo in cui la nostra città vive l’arte?
    Purtroppo non ho avuto molto tempo per visitare la città, sono stato impegnato tutto il tempo a lavorare all’installazione e non mi sono allontanato troppo da Palazzo Ducale. Non sono riuscito neanche a fare il mio consueto giro per gallerie d’arte contemporanea.

    Devo dire, però, che stando a contatto con i responsabili di Sala Dogana ho percepito un forte entusiasmo, voglia di fare e di promuovere l’arte contemporanea, non ancora pienamente apprezzata dai cittadini.

    3) Ci racconti qualcosa del tuo progetto web Art on earth?
    “A onE project” è un opera-azione web multipiattaforma che sfrutta le enormi possibilità offerte da Google Earth: qui gli artisti hanno la possibilità di collocare nel “paesaggio” le proprie installazioni ambientali in realtà inesistenti.

    L’intento di “A onE project” è di mantenere la fruizione di queste opere nell’ambito cui appartengono, quello virtuale appunto. Le immagini degli interventi potenziali di land art, che possono essere fotomontaggi o modelli 3D (SketchUp), sono caricate su Google Earth e posizionate nei luoghi per cui sono state pensate.

    Il titolo delle immagini, presenti sul globo virtuale, riporta il nome dell’operazione artistica, (A onE project), il sito di riferimento (www.aoneproject.com), il nome dell’artista e il titolo dell’opera raffigurata. Il sito, sul quale non sono presenti immagini, permetterà di recuperare informazioni riguardanti le opere inserite in Google Earth.

    Ciò che ritengo più interessante è la possibilità di “pescare” i propri fruitori dagli abituali utenti del programma, che vi si possono imbattere casualmente e decidere di iniziare quest’avventura artistica sparsa per il mondo.

    4) Pensi sia possibile trasformare il talento e la passione per l’arte in una professione?
    Assolutamente sì! Sono fortemente convinto di questo ma sono anche convinto che i percorsi convenzionali siano saturi. Bisogna essere creativi anche nel crearsi un lavoro.

    Certo, tutti vorremmo fare gli artisti, i curatori, i galleristi o i giornalisti ma molto spesso non è possibile, bisogna considerare anche altre strade. Io per esempio mi occupo anche di laboratori didattici per bambini, mentre una mia amica curatrice (Diana Gianquitto) si occupa di corsi d’avvicinamento all’arte contemporanea per i non addetti ai lavori. Questi sono solo alcuni esempi
    di come si possa inventare un lavoro con la propria passione per l’arte.

    5) A Genova l’Accademia di Belle Arti si trova in una situazione difficile, con il rischio addirittura di chiudere. Tu che sei diplomato in un istituto analogo, pensi sia importante per un artista avere una formazione accademica, o che ci si possa anche formare da autodidatti? Quali consigli ti senti di dare a chi vuole tentare questa strada?
    Non credo si possa diventare artisti, dei bravi artisti, se non ci si ciba d’arte. Un buon artista può essere tranquillamente autodidatta, ma al tempo stesso necessita di un ambiente adeguato: pieno di fermento, di scambi, confronti, contaminazioni, dove si sperimenta e si viene a contatto con personalità interessanti.

    L‘Accademia offre questo tipo d’ambiente che credo sia importante quanto, se non di più, delle nozioni tecniche o teoriche che lì vi si insegnano. Il problema delle Accademie è che spesso si fossilizzano e si chiudono in loro stesse, da queste escono artisti che non sono in grado di dialogare con il mondo che li circonda. Le Accademie devono fare rete con le altre istituzioni e le altre realtà del settore, mantenere una loro identità storica ma anche proiettarsi nel futuro, con corsi sperimentali come “nuove tecnologie
    dell’arte” e così via.

    Marta Traverso

  • Gruppi genovesi e musica live a Genova: Altera

    Gruppi genovesi e musica live a Genova: Altera

    AlteraGli Altera nascono a Genova nell’estate ’96, nel tempo hanno saputo caparbiamente individuare le proprie radici e la propria strada, attraverso un percorso originale e complesso: dall’auto produzione “Livida speranza” (1996) e la partecipazione a significative raccolte come “Fuori dal Mucchio: il rock d’autore vol.1” (1997), e “Aia da respià – Genova canta De Andrè” (1999)  fino al cd  “Canto di spine – versi italiani del ‘900 in forma canzone” prodotto da Franz Di Cioccio della PFM, che è  la prima antologia sonora sulla poesia, un progetto  che presenta poesie dei più famosi autori italiani (Montale, Quasimodo, Pasolini, Ungaretti, ecc.) trasposte in canzoni rock di forte impatto emotivo, a cui partecipano anche musicisti quali Paolo Fresu, Manuel Agnelli (Afterhours), R. “Freak” Antoni (Skiantos), O. Pedrini (Timoria) e molti altri.

    Musicalmente, pur agendo all’interno di un ambiente rock, sono difficilmente classificabili, viste le improvvise sterzate acustiche, elettroniche o comunque lontane da quelle coordinate, nonché le provocazioni presenti nei testi.  Difficilmente staccano le parola o le tematiche dal mondo sonoro di cui necessitano. Anche per l’abitudine di inserire nei brani testimonianze e voci “fuoricampo” di poeti e personaggi storici, collocate al posto del tradizionale cantato,  hanno costruito una sorta di genere, che si potrebbe definire “rock testimoniale” o “rock documento”. L’utilizzo della voce di  Pertini in “La bandiera” o di quella di De Andrè che parla di poesia & canzone all’interno della loro  versione di “Amico fragile” sono emblematiche.

    Il gruppo lavora sempre  anche con l’improvvisazione, trasformando sul momento in forma canzone stralci da libri, poesie, lettere, testi portati o meno dai presenti.

    Nel corso degli anni, sono tante le iniziative e i progetti a cui al band prende parte, tra cui la doppia registrazione del video “Puntodoc”  di Andrea Broglia per il canale digitale Joi di Mediaset Premium: due poesie in versione canzone di Primo Levi ed Alda Merini, con intervista tematica al gruppo. Faranno parte di due documentari dedicati alla Giornata della Memoria e all’anniversario della Legge Basaglia, in onda a gennaio ed aprile 2010. I

    Nel 2011 dopo alcuni concerti a Genova e Torino, il gruppo si dedica alla lavorazione del nuovo album, diviso in due E.P., improntato su testi e tematiche provocatorie e suoni aggressivi. Altera prepara un ritorno prepotente sulle scene, con un articolato progetto basato sul web e su tre nuovi videoclip.

    Il primo E.P. “Italia sveglia – appunti per destare un paese”, registrato e mixato al “Green Fog” GE da Mattia Cominotto, esce ad inizio 2012.

    Contatti  3479673071  www.gruppoaltera.com

  • Marina Pugliese, è genovese la direttrice del Museo del 900 di Milano

    Marina Pugliese, è genovese la direttrice del Museo del 900 di Milano

    Marina PuglieseIl 6 dicembre 2011 il Museo del 900 di Milano ha compiuto il suo primo anno di vita. Abbiamo intervistato la direttrice Marina Pugliese, genovese, storica dell’arte e conservatore responsabile delle collezioni di arte del XX secolo per il Comune di Milano.

    Lavorare a Milano è stata una scelta libera o obbligata?

    Né libera né obbligata. Laureata a Genova ho vinto una borsa di studio dell’Accademia dei Lincei che comportava la presenza a Milano. Sono così diventata milanese adottiva e ne sono fiera. Resto però sempre legata a Genova per affetti familiari ed amicizie.

    La situazione delle sedi espositive genovesi è bivalente: da un lato musei in crisi come il Museo dell’Accademia Ligustica, il polo museale nerviese (Luxoro-Gam-Wolfsoniana) o il Museo Navale di Pegli, che con poche migliaia di visite l’anno rischiano la chiusura, dall’altro esempi come Palazzo Ducale col successo di mostre come “Mediterraneo” o “Van Gogh e il viaggio di Gauguin” proprio adesso. Come interpreta questa situazione e una così diversa risposta di pubblico?

    Genova ha sempre un certo ritardo ad accogliere le novità perché i genovesi sono conservatori di indole quindi voi state vivendo adesso il fenomeno delle mostre con grossi nomi basate più sull’immagine che sul contenuto, fenomeno che in altre città ha attecchito da anni per poi dimostrarsi diseducativo e comunque antieconomico. Non scorderei però il successo dei musei di Strada Nuova dovuto alla professionalità di studiosi come Piero Boccardo e Raffaella Besta.

    In linea generale il pubblico non informato mostra di attribuire più autorevolezza e credibilità all’arte non contemporanea. Di solito si sente dire “le cose contemporanee non mi piacciono, non le capisco, mi sembrano stupidaggini” passando per l’immancabile “questo lo saprei fare anch’io” che delegittima totalmente il valore dell’opera e demolisce quella fiducia e quel rispetto che il fruitore porta invece all’opera d’arte più antica. Possibile che non si riesca a colmare questo vuoto comunicativo nel rapporto artista-opera-pubblico?

    L’Italia ha rinunciato da anni ad investire sulla contemporaneità, in assoluto non solo nell’arte. La fuga dei cervelli è la fuga di chi vuole fare ricerca e portare innovazione e non lo può fare in un paese che non riconosce il valore dell’investimento sul futuro. L’arte contemporanea appartiene a questa sfera. Se i nostri musei arrivano solitamente all’arte del XIX secolo e i visitatori non hanno confidenza, come invece succede in Inghilterra, Francia e Germania, con l’arte delle avanguardie, come possono capire i fenomeni più recenti? Inoltre, non tutto ciò che viene proposto è interessante ma per operare delle distinzioni si devono avere strumenti che né la scuola né il sistema museale nazionale sono in grado di fornire in modo diffuso. Tutto questo nonostante l’inventiva italiana sia molto forte anche in questo ambito, basti pensare che il modello, oggi diffuso in tutto il mondo, della Biennale d’Arte è stato inventato a Venezia nel 1895.

    A Genova Sala Dogana mette a disposizione gratuitamente spazi espositivi e strumentazione per incentivare progetti di giovani artisti e curatori. Quali altri iniziative porterebbe avanti per muovere l’arte se dipendesse da Lei?

    Non conosco bene la situazione e non posso quindi dare suggerimenti puntuali. In assoluto però partirei da una scuola di eccellenza. Gli studenti hanno un potere trainante e dalla scuola potrebbe arrivare molta energia.

    Claudia Baghino

  • Andrea Di Marco, intervista con il comico genovese

    Andrea Di Marco, intervista con il comico genovese

    Andrea Di MarcoAndrea Di Marco, profondi occhi colore grigioazzurro-acciao-italsider, bolzanetese doc come ama definirsi, si è diplomato in tromba nel 1995 e dal 1996 ha fatto parte del gruppo comico musicale dei Cavalli Marci (capitanati dall’indimenticato Claudio Rufus Nocera).

    In televisione ha partecipato alle più importanti trasmissioni di genere comico degli ultimi anni, ma anche partecipazioni cinematografiche, teatro e radio… Insomma Andrea, ne hai fatta di strada sino ad oggi…

    Non credo affatto però di essere arrivato, anzi, penso che tutto quanto fatto finora sia ancora una preparazione, mi sento un po’ come l’atleta nella fase di allenamento prima di iniziare la vera partita.

    E quale sarebbe questa importante partita?

    Ovviamente esibirbi in un One-Man-Show il sabato in prima serata su Rai1!

    Musicista, comico, attore… Di tutti i ruoli che sai ricoprire con quale ti riscontri maggiormente?

    Principalmente come musicista, mi sono formato come tale, tutta la mia vita è stata sempre improntata alla musica, non potrei pensare ad una giornata senza la sua presenza. Poi come attore comico.

    Dei tanti personaggi da te creati ce n’è uno che ti rappresenta maggiormente e perché?

    Sicuramente Don Giorgione, che più che rappresentarmi è esattamente il mio contrario, il mio alter ego, la mia parte oscura, l’altra metà di me! In lui faccio vivere ciò che è diametralmente opposto al mio sentire, così l’ho creato avido, opportunista e maschilista!

    Il filosofo Bergson diceva: “Non vi è nulla di comico al di fuori di ciò che è propriamente umano”. Io credo che le tue creature siano grondanti di umanità…

    Fin da bambino gli artisti che mi hanno lasciato un segno sono quelli che facevano intravedere la loro umanità dietro ai personaggi. Totò, Troisi, i più recenti Paolo Rossi, Corrado Guzzanti e soprattutto la Gialappa’s Band. Un mio stimato collega, Rocco Barbaro, dice “…la comicità è svelare il meccanismo“, aprire una tenda dietro la quale si sta nascondendo qualcosa, svelare una realtà altrimenti non detta, puntare il dito sull’ipocrisia.

    Io credo che la risata sia il momento più vero con noi stessi, come quando starnutendo è impossibile tenere gli occhi aperti, non si può mentire quando si ha un sinceros croscio di risata. Non c’è mediazione della coscienza, è una reazione pura, è il contatto con il nostro sentire più profondo.

    Silvia Guerra

  • Andrea Ceccon, il poliedrico: musica, teatro e televisione

    Andrea Ceccon, il poliedrico: musica, teatro e televisione

    Andrea CecconAndrea Ceccon e’ uno che riesce a sorprendere. Sorprende soprattutto perche’, anche in una chiacchierata privata, si rivela capace di spunti e considerazioni in grado di strappare il sorriso, ma non prive di un certo acume. Benche’ gia’ piuttosto conosciuto in Liguria e non solo, Ceccon ha raggiunto la piu’ vasta notorieta’ partecipando a Colorado Cafe’ insieme agli amici/colleghi Enrique Balbontin e Fabrizio Casalino (con i quali ha dato vita a popolari sketch come i savonesi, il maestro di vita Rabartha e gli scontrosissimi operatori turistici liguri, con la proverbiale “torta di riso” sempre finita).

    Ma Ceccon non e’ solo questo… Trombettista, cantante, attore di teatro, compositore, ha lavorato con Giorgio Gaber e i Matia Bazar, ha vinto due volte il premio Tenco, ha fatto parte dei “Mau Mau” e dei “Cavalli Marci”, ha fondato le “Voci Atroci” (con cui ha vinto il premio Quartetto Cetra) e recentemente ha scritto anche un libro, “Vapfan-ghala”, edito da DeAgostini. Un personaggio poliedrico.

    Andrea, cominciamo dai tuoi esordi. Oggi sei un comico, ma in realta’ nasci musicista….
    Ho studiato tromba al conservatorio, ma piu’ che altro ho sempre scritto “belinate”!

    Cioe’…?
    Si, insomma: cose che facciano ridere. Vedi, per me la musica e’ una cosa seria: mi hanno sempre insegnato che il musicista sta nella buca dell’orchestra. Ho scritto tantissime canzoni, ma la canzone non e’ solo musica: e’ anche parole. E le parole hanno un livello di comunicativita’ differente: e’ piu’ facile per la gente seguirle. Oggigiorno “La Musica” la capiscono in pochi.

    Hai studiato anche recitazione…
    Si, allo Stabile. Per me il teatro e’ piu’ affascinante della musica, piu’ vario. Nel teatro hanno la loro importanza anche cose che non ti aspetteresti: che so, ad esempio la falegnameria! Quando ho conosciuto Balbontin lui faceva gia’ quelle cose su Savona, ma io all’epoca stavo ancora lavorando con la Finocchiaro, se non ricordo male. Sai, all’inizio… mettersi a fare quelle “macchiette”, per chi viene dal teatro… Insomma: per trascinarmi, me l’hanno dovuto menare!

    Nelle vostre parodie spesso viene fuori lo stereotipo del genovese. Qual e’ il tuo rapporto con la citta’?
    Per me Genova e’ una citta’ unica: davvero, non riesco a parlarne male… Vedi, anche quando facciamo gli sketch tipo “torta di riso”, non e’ che non ci sia della verita’ dietro: vai in giro e ti rendi conto che la gente e’ proprio cosi’… Ma sotto sotto mi piace.

    Ti piace…??
    Si! Non che ogni tanto un sorriso in piu’ non guasti… Ma mi rendo conto che anch’io sono cosi’: se mi chiedi una cosa due volte, la seconda ti ho gia’ mandato a fare in culo! In fin dei conti, questo non mi dispiace completamente: mi piacciono i genovesi testardi, duri come sassi e indipendenti; mi piace il fatto che in generale non siamo “fighetti”. Se prendi Bologna, noti che tutto si standardizza dopo un minuto: la gente nelle mode ci crede veramente. Genova certo non le nega: le assorbe. Ma e’ anche in grado poi di filtrarle.

    Non l’avevo mai vista in questa prospettiva… Ma non e’ strano che tra i genovesi, che sono percepiti (e si percepiscono) come un popolo scontroso, di “musoni”, siano venuti su tanti comici?
    Nient’affatto: Genova e’ il migliore habitat culturale.

    In che senso, scusa…?
    Perche’, come ti dicevo prima, sono tutti cocciutamente indipendenti. Ognuno si tiene il suo modo di pensare, si intestardisce, non assimila. E questo crea un crogiuolo di opinioni diverse che mantiene l’ambiente vivace. Col risultato che anche i discorsi che si sentono al bar, a ben vedere, sono interessanti e seguono quasi sempre una certa logica.

    In effetti… Cosa mi dici, infine, del tuo rapporto con la televisione? Tu sei un comico che viene definito “di sinistra”: com’e’ lavorare a Mediaset?
    Guarda, le mie idee politiche sono ben note… Pero’ io sono per lo humor, non per la politica. Certo, ho visto “censurare” qualche battuta su Berlusconi, ma, alla fine della favola, solo perche’ erano volgari e gratuite. A me non piace parlare di queste cose: non mi piace la televisione che parla della televisione. La TV a casa non ce l’ho nemmeno! Quando mi presentano gente conosciuta, il famosissimo tal dei tali, io molte volte non lo riconosco: per me vale come un gatto schiacciato dal camion!

    Andrea Giannini