Incontriamo Walter ad Olcesi, piccolissima frazione in Val Trebbia, vicino al paese di Laccio nel Comune di Torriglia.
«Ci sono tanti momenti nostalgici nella vita di campagna… Un sentimento a cui spesso viene data accezione negativa, io lo considero un momento molto pacifico in grado di rasserenare il corpo da tutte quelle emozioni che stressano la nostra mente e che nella maggior parte dei casi vengono considerati sentimenti “positivi”…»
E non cambieresti mai questa vita con la vita di città?
«Non odio la città, tutt’altro. Una piccola dose ogni tanto non mi dispiace affatto… A me piace incontrare la gente quando mi va, non per caso, non per forza…»
Non trovi che Genova sia una città nostalgica?
«Si, molto. Sicuramente per la sua storia, è una città in cui mi ritrovo molto, mi assomiglia. Quelle ore serali di inverno vestono Genova di nostalgia…»
Il tuo essere scrittore si nutre della tua vita di campagna?
«Certo si nutre e in parte ne è anche espressione vera e propria.»
Marcello Cantoni
“Teoria di un viaggiatore emotivo” di Walter Firpo
Reykjavik tuonava di odori, nitidi nell’aria secca. La notte era buia, priva delle luci artificiali delle insegne e dei lampioni, ed ancora inondata dalla luce del sole.
Dopo la notte, che ci aveva lasciati confusi ed estasiati, io e mia sorella Morena ci riposammo un giorno intero alla Laguna Blu, in acque calde e deliziose. Ripartimmo alle prime luci della sera.
Cercavamo un bus che ci portasse in un luogo, alla fine prendemmo un taxi che ci portò in un altro e ci sembrò avere un costo esagerato. Fermammo nei pressi di Songhellir e sentimmo Proserpina cantare, dai meandri della Terra.
Afferrammo il primo autobus al volo. Fu un viaggio lungo e ci portò a Dalvik.
Dalvik era una cittadina di cui non sapevo nulla. Un borgo di pescatori incastonato nella parte più interna di un fiordo sulla costa nord dell’Islanda. Conobbi che era di lì che partivano i traghetti per Grimsey e cominciai a pregustare l’idea di mettere il mio piede oltre il Circolo Polare Artico.
” Intanto ci dovremmo fermare comunque!”, dissi a mia sorella. Cercammo un albergo e un pub nel quale mangiare montone e bere birra. Sicuramente sarebbe piaciuto più a me che a mia sorella.
Il mattino seguente salpammo alle nove e ci aspettavano tre ore erotte di navigazione nel Mar Glaciale Artico. Mi aspettavo di incontrare Moby Dick.
Il cielo era chiaro, il mare plumbeo e l’aria imperscrutabile. La nebbia era fitta ed immobile.
In mare aperto ebbi l’impressione di vedere una zattera che veleggiava verso Ovest. Che fosse San Brendano in cerca dell’albero della vita? Cominciai a temere anche le leggende dei grandi vortici marini dei mari del nord, di cui non ricordavo il nome; ma erano leggende norvegesi.
Di Grimsey sapevo solo che avrei incontrato folletti e trolls.
Passammo sull’isola la giornata e salpammo indietro nel tardo pomeriggio. Non ero riuscito a vedere i folletti, solo strani uccelli e uomini rudi.
Nel viaggio di ritorno tutto intorno a noi si fece scuro, come il cielo durante la notte che non vedevo da giorni. I flutti ruttavano volgarmente e la nave sballottava. Nella confusione, che la calma dell’equipaggio sedava, mi affacciai al parapetto e intravidi tre creature divine su di uno scoglio, che sembrava che cantassero il mio nome; già scivolavo nelle acque ghiacciate, che un elegante marinaio mi trattenne e mi avvertì : ” Attento, quelle son Sirene!”.
Ed io rimostrai: ” Ma quelle son le donne che ho amato e di ognuna conosco il nome!”.
” Di loro han soltanto le sembianze, per ingannarti ragazzo!”, mi spiegò il marinaio, prima di sparire. Capii allora di aver parlato col gentiluomo d’avventura di cui avevo letto tutti i fumetti. E vidi la sua goletta allontanarsi dalla nosta nave e accostarsi allo scoglio delle sirene.
A Dalvik restammo ancora una notte. Ivi partimmo con l’autobus che ci riportò nella capitale.
Dopo alcuni giorni di movida e bagni termali, riprendemmo l’aereo e la vita abituale.
La verità… è che devo ancora partire; però il mondo è già tutto nelle mie tasche!
Classe 1981, Andrea Sessarego è fotografo molto attivo sul territorio genovese e collabora da alcuni anni con uno dei fiori all’occhiello della città, il Festival della Scienza. La sua ultima mostra è stata in occasione del progetto Adotta un artista.
Come e quando è cominciato il tuo interesse per la fotografia?
Tutto è cominciato per caso circa otto anni fa quando ho deciso di acquistare una fotocamera digitale prima di partire per un viaggio in Russia. La fotografia mi ha sempre affascinato per il suo enorme ed immediato potere comunicativo, ma prima di allora non avevo mai provato a comunicare con un’ immagine, come se fosse un linguaggio che capivo ma che non sapevo parlare.
Avere quindi uno strumento che mi permettesse di fissare un istante, una forma come lo percepiva la mia mente mi ha dato la possibilità di dare sfogo ad una mia capacità espressiva inaspettata. Questa scoperta ha dato il via ad un percorso di formazione personale, in un primo momento da autodidatta poi frequentando corsi e workshop per acquisire le diverse competenze tecniche e per allenare ed educare i propri occhi alla composizione di immagini.
Hai iniziato subito con questa tecnica o sei passato prima attraverso altre forme?
Mi sono avvicinato a questo mondo nel momento in cui il passaggio dall’analogico al digitale si stava affermando a grande velocità, quindi il mio primo contatto con la fotografia è avvenuto nel mondo dei pixel e delle schede di memoria. L’utilizzo di vecchie macchine fotografiche analogiche per realizzare le mie opere è recente.
Ho comprato una vecchia macchina bi – ottica Russa degli anni ‘60 in un mercatino delle pulci a Varsavia due anni fa e dopo aver seguito un workshop di fotografia analogica ho iniziato ad esplorare questo nuovo aspetto della fotografia. Quindi, a oggi, a una reflex digitale affianco l’utilizzo di alcune macchine vintage degli anni ’60 – ’70 e diverse fotocamere polaroid e, perché no, uno smartphone.
Ci descrivi il tuo approccio nel realizzare un’opera? Dove arriva l’ispirazione, quanto tempo ti richiede, quali tecniche usi, ecc.
L’approccio varia molto a seconda degli strumenti utilizzati e del soggetto che si vuole fotografare. A volte riesco a cogliere l’attimo perfetto con una reflex digitale, altre volte impiego molto tempo nella scelta dell’ inquadratura e dell’esposizione utilizzando le mie macchine analogiche. Spesso mi capita di avere questa necessità per instaurare una sorta di relazione col soggetto o con l’ambiente in cui mi trovo a fotografare. A volte, quindi, necessito anche di più sessioni in giorni differenti prima di essere soddisfatto dei miei scatti.
Posso quindi dividere i mie lavori in scatti che chiamerei impulsivi e scatti riflessivi, che sono poi rappresentativi delle due tipologie di fotografia che preferisco, il reportage e le foto di architettura.
La tecnica che sto sperimentando ultimamente si basa sull’esporre lo stesso fotogramma per due volte,sovrapponendo così nella stessa immagine più soggetti o forme. Amo molto questa tecnica perché è totalmente imprevedibile e riserva sempre delle sorprese una volta sviluppata la pellicola.
L’ ispirazione arriva continuamente, ed è per questo che ho quasi sempre una fotocamera con me, sono molto attratto dalle forme geometriche e dalle texture, quindi molto spesso mi capita di “vedere” in anticipo i mie scatti semplicemente osservando un edificio, delle ombre o dei riflessi.
Mi capita, quindi, di “scattare con la mente” , di vedere il soggetto in bianco e nero già imprigionato in un rettangolo di carta fotografica o dentro ad una cornice di una Polaroid oppure visualizzato sullo schermo di un PC.
Quali sono i luoghi di Genova che maggiormente ti ispirano? Dove ha già esposto e dove ti piacerebbe esporre in futuro?
Credo che Genova abbia un forte potere ispiratore, è una città ricca di contrasti luminosi, architettonici e culturali. Il centro storico è un luogo perfetto per giocare con la luce o per andare alla ricerca di istanti e situazioni particolari. La periferia con i suoi ex stabilimenti industriali, gli edifici popolari e i viadotti autostradali è ricca di forme e linee da racchiudere in uno scatto.
Ho esposto alcuni miei progetti fotografici in locali e circoli genovesi, la mia ultima mostra, un reportage sugli abitanti dei quarteri storici di Pechino, risale a quest’autunno.
Credo che il nuovo spazio Sala Dogana, creato a Palazzo Ducale, sia una interessante opportunità che viene data ai giovani artisti per mostrare i propri lavori. Spero di riuscire a produrre nei prossimi mesi un progetto fotografico che possa essere selezionato ed esposto in questi spazi.
Da genovese, cosa pensi del modo in cui la nostra città vive l’arte?
Credo che Genova pur essendo permeata dall’ arte la viva in maniera timida ed intimista in un mondo limitato al collezionismo, fatto di piccole gallerie da andare a scovare nel centro storico.
Detto questo in questo momento mi sembra di cogliere un insolito fermento nel mondo dell’arte cittadina dato dalla la nascita di alcune realtà interessanti all’interno del quartiere della Maddalena, da un tentativo di rilancio del Museo di Arte Contemporanea e dal tentativo di dare voce attraverso diverse azioni agli operatori del mondo dell’industria creativa.
Sei stato uno degli artisti selezionati per la mostra itinerante alle botteghe della Maddalena. Credi che arte e cultura possano contribuire al rilancio di questo quartiere?
Credo fortemente nel rilancio di questa zona di Genova e penso che questo quartiere possa cambiare volto non solo ospitando temporaneamente eventi artistici e culturali ma possa diventare un catalizzatore della creatività cittadina, un luogo dove gli artisti trovano uno spazio permanente per esprimersi, trarre ispirazione ed entrare in comunicazione tra loro e con altre realtà.
Tra le tue attività c’è il Festival della Scienza, una delle eccellenze genovesi in ambito culturale. A tuo parere arte e scienza sono due discipline amalgamabili? Si può parlare di “creatività nella scienza”?
Collaboro con l’ Associazione Festival della Scienza da diversi anni occupandomi della selezione e formazione degli animatori scientifici, della organizzazione dell’evento e nella ideazione e realizzazione di laboratori didattici.
Credo che le parole arte e scienza possano essere declinate entrambe sotto un’unica parola: immaginazione. Immaginare è un’azione fondamentale sia per uno scienziato che per un artista, credo sia alla base del processo creativo che poi porta alla realizzazione di opere artistiche e nuove scoperte.
Arte e Scienza sono quindi due campi che essendo guidati dalla curiosità e dall’immaginazione si trovano ad essere molto vicini tra loro. Per questo motivo trovo che l’arte sia un ottimo linguaggio da utilizzare per comunicare la scienza e che molte volte alcuni fenomeni scientifici siano una forma d’arte.
Quali sono i tuoi progetti per il futuro?
Sicuramente credo di dover dedicare ancora tempo alla mia formazione, come dicevo spero di riuscire a dare visibilità ad alcuni miei progetti o entrando in contatto con alcune gallerie d’arte o avendo la possibilità di utilizzare gli spazi di Sala Dogana. Vorrei fare avvicinare il più possibile i due mondi in cui opero quello della divulgazione scientifica e quello della fotografia.
Patrizio Pinna, scrittore genovese classe 1968. E’ vegetariano e vive senza televisione da oltre 15 anni… Le sue grandi passioni sono Frank Zappa, Tom Waits, Bjork, gli Smiths e i scrittori contemporanei americani (in particolar modo la Beat Generation). Adora i bar e le atmosfere che si creano con i gomiti sul bancone e la mente che prende il largo… Scrive quasi esclusivamente di notte e si occupa principalmente di romanzi autobiografici e romanzi demenziali. La sua opera d’esordio “Mitote” (Chinaski Edizioni, novembre 2004), nasce dopo un sogno e regala a Patrizio visibilità e consensi.
Oggi lo scrittore genovese ha deciso di curare personalmente la produzione e la distribuzione delle proprie opere.
Cos’è la memoria per te? Io mi difendo dalla memoria nel senso che non la alimento. Ho parecchie cose che potrebbero crearmi dei problemi ma vengono automaticamente rimosse. Ho pochissima memoria e questo è il mio meccanismo di difesa.
Dove cerchi le tue idee? Non c’è bisogno… L’autobiografico è autobiografico… Puoi romanzare, puoi fare un tuo collega più rock n roll di quello che sarebbe, un personaggio femminile diventa spaziale…
Quindi tutto quello che hai scritto è autobiografico? No, i romanzi demenziali non sono autobiografici. Ne ho scritti tre, poi magari sono considerabili demenziali anche gli altri…! “Libro Maria” (1996), “2001 odissea alla fiera della mescolanza genetica” (2001) e “The book of cool” (2009). In quest’ultimo caso mi prendo per il culo da solo, nel senso che sono credenze metropolitane e belinate che proponevano a me da piccolo… mia nonna ad esempio non voleva che si bevesse acqua dopo la banana!
Cosa è che ti ispira… un posto, una situazione, qualcosa che fai e che sai già che ti ispirerà… Io adoro i bar. Mio padre era un frequentatore quando ancora esistevano i bar di quartiere dove si passava gran parte dell’esistenza, è un’estensione del salotto è la camera che non hai…
I tuoi riferimenti letterari? Mi piace la gente che scrive della propria vita. Henry Miller ha dato il bianco e così Ernest Hemingway, anche se ha ucciso tantissimi animali e essendo io vegeteriano è una cosa che mi infastidisce. Poi Jack Kerouac, piccino… lui aveva anche problemi seri. Finché non hanno deciso di togliersi dai giochi hanno avuto una vita realmente rock n roll. Io non riesco a leggere i romanzi…
Mettiamo caso che tu potessi scegliere di passare una serata al bar con uno di questi scrittori, chi sceglieresti e come te la immagini? Al bar Kerouac, assolutamente. Immagino una serata allucinante di quella da devastazione totale… E non ne dico altri perché sarebbe troppo per il mio fisico, con Kerouac almeno fino alle dieci e mezza potrei resistere!
Dovessi chiederli una cosa? A Kerouac?! Beh di pagarmi da bere!
Marcello Cantoni
L’AL DI BAR di Patrizio Pinna
Se stavo sognando non ne avevo l’impressione, per questo, quando la vidi, rimasi senza fiato. Una Lancia Fulvia HF rossa, da Rally, preparata proprio come ricordavo e posteggiata malamente in seconda fila.
Non poteva essere vero.
Ne seguii con la mano la sagoma lucida, fino ai bordi leggermente frastagliati degli elefanti che riposavano correndole sui fianchi. Più bassa di quel che mi sarei aspettato, in miniatura quasi. Il mio sguardo per la prima volta la superava, oltre la lunga antenna dell’autoradio che disegnava una curva fino alla fine del tetto, come non ne fanno più. La toccavo in punta di piedi, un tempo, facendola rimbalzare sul suo grande mollone. La vetroresina era ruvida e provocava un affascinante fastidio, come il velluto dei pantaloni a zampa che ero costretto a indossare.
Le girai intorno con la sensazione d’aver bevuto e, temporeggiando sulla soglia per evitarne la dissolvenza, mi accesi una sigaretta portandomi direttamente alla bocca un pacchetto di francesi senza filtro che non avrei nemmeno dovuto avere.
Le stesse che se lo portarono via.
Aspirai quel fumo pesante come un macigno senza spingermi oltre in quel ragionamento, quando, inspiegabilmente, lo vidi. Salì i tre scalini che separavano il bar dal marciapiede come se non ci fosse nulla di strano, vestito esattamente come ricordavo. Un paio di pantaloni grigi con un ampio risvolto, una camicia chiara dal lungo colletto, cravatta e doppiopetto blue. Non riuscii a mettere a fuoco le scarpe, d’altronde, non lo facevo nemmeno da bambino.
Il fascino vintage di quell’abbigliamento, un tempo economico, gli conferiva un’aura dandy che non mi sarei mai aspettato, sebbene portasse ancora (o forse dovrei dire già) un anello al mignolo.
Non avevo mai notato la sua somiglianza con Chet Baker prima di allora.
Reggeva una sigaretta mezza consumata tra le dita e, scavate in volto, profonde rughe da deportazione. Restai immobile accanto alla macchina, fissandolo senza il timore che forse avrei dovuto provare, in attesa di un suo cenno, di una parola, di una spiegazione forse, o semplicemente di un abbraccio, come uno di quelli di cui non possedevo più nessuna memoria. Semplicemente attesi, proprio come mi aveva insegnato, ma senza bicchiere in mano. Terminata la sigaretta se ne portò un’altra alle labbra e accettò la fiamma da quell’accendino d’argento che un tempo era stato suo.
Ebbi un brivido, ma le parole mi si congelarono in gola. Restai immobile sul marciapiede, avvolto dalla stessa nuvola azzurra di nicotina che un tempo mi provocava mal di testa, fino a quando, con un sorriso appena accennato, non risalì in macchina restituendo alla realtà i suoi monotoni contorni. Ascoltai il motore tossire rauco, come faceva lui la notte senza nemmeno rendersene conto, finché non si perse, di nuovo, chissà dove.
Cercai di capire come avesse potuto non riconoscermi, poi, accendendomi un’altra di quelle sue sigarette micidiali, realizzai…
Non ero più il suo piccolo, ero cresciuto e c’era un posto per me da qualche parte là fuori.
Oltre il bancone di quel bar.
Che la musica a Genova non abbia vita facile è cosa abbastanza nota: pochi spazi per suonare dal vivo e interesse che rasenta lo zero da parte delle istituzioni. Il più sta all’iniziativa dei singoli e di quelle associazioni che cercano di fare qualcosa di concreto. Una di queste è voLùmia, che col suo progetto P.U.M.A. promuove musica live, dando un’opportunità di visibilità a gruppi nuovi, e lo fa in zone difficili, unendo quindi al primo intento anche un impegno per cercare di migliorare, col proprio contributo, certa realtà cittadina. Renato Campanini, attuale presidente dell’associazione, ci ha raccontato di cosa si tratta.
Cos’è voLùmia e quando nasce?
«VoLùmia è stata creata da me, Francesco Ratti (cantante dei VOLUMIcriminali), Emanuele Pecollo (cantante dei 2Novembre) e altri due soci che suonavano in altri gruppi. Nata come gruppo informale nel 2001, è un associazione culturale senza fini di lucro che organizza eventi live e promuove musica a Genova dal dicembre 2004. All’inizio è nata come un’associazione musicale per gestire la sala prove che usavamo in diversi gruppi. La sala era nata con l’idea di offrire ad un territorio difficile (il Lagaccio), soprattutto ai ragazzi che vi abitavano, un servizio alternativo che fosse culturalmente più produttivo del bar sotto casa, e a dei prezzi molto più accessibili delle sale prove che si potevano trovare in giro. Dopo nove anni di gestione le “lungimiranti” politiche hanno fatto sì che quello spazio venisse perso per sempre e con esso una grossa parte di quanto si era costruito in quell’arco di tempo… Non posso dire di aver salvato nessuno dalla strada, né tantomeno di aver in qualche modo migliorato quel quartiere, il fatto stesso di aver subito, ai tempi, anche più di un’aggressione per strada fornisce la misura della mentalità media presente. Per fortuna c’erano le eccezioni, che mi facevano pensare “non sto facendo questo per niente”. Molte band hanno usufruito di quella sala, nell’iter naturale di un gruppo che passa dall’affitto ad ore ad una sala propria. Col tempo le cose si sono evolute. Non so dire neanche quando, perché, o se mai avessimo pianificato di organizzare eventi live ma così è andata…»
Quali servizi offre attualmente voLùmia e dove? «In questi anni abbiamo proposto in giro per Genova più di un centinaio di date tra rassegne unplugged, concerti di musica live veri e propri, dj set etc…Abbiamo collaborato con enti e istituzioni per eventi live: col Terra Di Nessuno, col Buridda, con la Sinistra Giovanile alla Festa dell’Unità, con la Madeleine, col Little Italy. Devo fare il mio ringraziamento più sincero a Luciano Bregoli della ZetaTi che ci ha sempre aiutato specialmente durante gli anni della “diaspora” (fino a quando non abbiamo vinto il bando di assegnazione che ha dato alla luce P.U.M.A.), nonché a Jonny Noiser, ma per altri motivi».
In cosa consiste il progetto P.U.M.A.? «Prima di tutto P.U.M.A. è un acronimo: sta per Presidio Urbano Musiche Attuali… e nel nome c’è tutto il significato del progetto.La parola “Presidio” ha una connotazione direi quasi militaresca, effettivamente siamo un po’ un avamposto per la riqualificazione del territorio che partendo da Piazza delle Erbe si sta lentamente orientando in direzione Maddalena, mentre noi siamo già nella zona di Via Prè (e di lavoro di qui ce n’è davvero molto da fare…). “Urbano” perché siamo strettamente legati al territorio, sia dal punto di vista della ricerca musicale che per il pubblico verso il quale ci proponiamo.“Musiche” al plurale e non “musica” al singolare: siamo ben consci della poliedricità delle proposte dell’underground genovese, non vogliamo isolarci blindandoci in un genere specifico.“Attuali” perché facciamo nascere e forniamo punti di appoggio alle novità culturali e musicali, locali e alternative».
«Non abbiamo criteri esclusivi per far suonare le band, ma è chiaro che esistendo già una rete di contatti è più facile per noi far suonare generi più pesanti (Mellowtoy, Devotion, Shake Well Before ecc) ma non mancano altri gruppi decisamente più soft (Valentina Amandolese, Palconudo, ecc.) per non parlare di musica elettronica (Useless Idea, K ecc) come è altrettanto evidente che promuoviamo più spesso le autoproduzioni locali dell’underground, con tutte le eccezioni e senza preclusioni a priori».
«P.U.M.A. è nata il 19 Gennaio 2010: abbiamo partecipato ad un bando per l’assegnazione dei locali in Vico San Cristoforo e abbiamo vinto, da lì abbiamo perso un po’di tempo per i lavori di insonorizzazione ma per fortuna ora è da più di un anno che siamo attivi (anche se abbiamo speso una fortuna per i materiali!).Come anticipato prima ne venivamo dalla “diaspora” della vecchia voLùmia: il progetto P.U.M.A. ne ha rappresentato la rinascita e l’evoluzione.Fortunatamente c’è stato un parziale ricambio e, quello che conta di più, un passaggio del know how verso elementi più giovani.Al momento è gestita sia da alcuni vecchi elementi che diversi nuovi: ritroviamo me, Francesco Ratti “Pogo” e Emanuele Pecollo “Shuster” e contiamo i nuovi ingressi di Luca Morga “Ragno” (bassista dei Broken Hollow), Roberto Travi (batterista degli Audiograffiti), Victor Zappi “_Vic” (voce e basi dei _Distopia), Dario Mazzanti “Gida” (batteria e synth degli A Silent Order), Jacopo Lorenzetti “J” (bassista nei “What Eye See”), senza contare gli aiuti sostanziali dei gruppi che frequentano la sala e dei soci coinvolti negli eventi.
Attraverso P.U.M.A. offriamo le nostre capacità ed energie maturate sul campo in anni di eventi live, per poter venire incontro ad altri musicisti conoscendo già le loro esigenze, orientandoci al mondo della produzione e fruizione artistica e culturale».
Veniamo alla parte più innovativa di questo progetto: l’iniziativa Live In Sala Prove. «Partiamo dal presupposto che un nostro interesse è spingere tanto la musica che si produce a Genova.Proporre a persone a digiuno delle realtà nostrane questa musica potrebbe essere un modo per avvicinarle, incuriosirle, fino a fare in modo che ti chiedano il nome del gruppo, il disco e quant’altro…Come si può facilmente desumere dal nome della rassegna, la proposta giunge direttamente dal luogo di origine di ogni brano di ogni artista: la sala prove.Gli artisti si esibiscono in un locale allestito che durante gli altri giorni della settimana viene utilizzato di fatto come sala prove; al pubblico viene offerta la produzione “a crudo”, direttamente dalla fonte, in un’atmosfera che esula dai formalismi palco/pubblico – produzione/fruizione… in orario aperitivo, dalle 19 alle 21: nel week end le persone hanno in programma diversi impegni per la serata, in questo modo lasciamo la libertà a tutti con un live set di breve durata senza monopolizzare il tempo… tenendo conto anche del passaparola che segue sia per la promozione dei gruppi che hanno suonato sia del progetto».
Come si fa per partecipare sia come protagonisti, sia come pubblico? «Gli artisti in genere ci contattano direttamente: su internet e sui social network è molto facile mettersi in contatto con noi, e anche per telefono!Per il pubblico allo stesso modo: è sufficiente iscriversi alla pagina di facebook per ricevere gli aggiornamenti sugli eventi, siccome la sala non ha moltissimo spazio riusciamo in questo modo a tener monitorata la quantità dei partecipanti e a organizzarci di conseguenza».
Quali sono le prossime date di Live In Sala Prove? «Per quest’estate faremo ancora pochi eventi per motivi puramente “climatici”, anche se qualcosa bolle in pentola per fine Giugno…In ogni caso torneremo in autunno, ci sono venute un sacco di idee. Ad esempio vorremmo implementare la proposta con un po’ di arte “digitale” e la musica elettronica, abbiamo già qualche contatto… Restate sintonizzati!»
Per tutte le info e per i contatti si possono consultare i seguenti siti:
www.puma.htmx.it/
www.volumia.4000.it/
www.youtube.com/volumia04
www.facebook.com/PresidioUrbanoMusicheAttuali
www.facebook.com/voLumia
Martina Secondo e Frank Russo sono i due giovani galleristi che gestiscono la MF Gallery di Vico dietro il Coro della Maddalena. Lei è genovese di nascita e americana d’adozione, lui è nativo degli Stati Uniti d’America, insieme hanno inaugurato la galleria nel 2009. Ma il loro esordio risale al 2003, quando aprono la prima sede, gemella di quella genovese, a New York. Oggi vivono tra la Grande Mela e la nostra città, portando avanti questo originale doppio progetto.
La vostra storia in breve: a poco più di vent’anni avete dato vita a una galleria d’arte a N.Y. Ho letto che oggi è tra le più importanti della Grande Mela per quanto riguarda le correnti artistiche da voi trattate. In Italia a vent’anni sei considerato un ragazzino o poco più e ottenere fiducia da banche e istituti di credito per un simile progetto è una chimera…c’è davvero tutta questa differenza tra un paese e l’altro? Come è stata la vostra esperienza?
«Siamo tutti e due cresciuti a New York, ma abbiamo studiato al California Institute of Art dal 1988 al 2002. Quando siamo tornati nella Grande Mela, ci siamo accorti della mancanza di un certo tipo di arte – il Low Brow/Pop Surrealism – che interessava a noi, molto più conosciuta e valorizzata nella West Coast. Essendo tutti e due artisti, abbiamo deciso da un lato di aprire uno spazio per esporre i nostri lavori e quelli dei nostri colleghi, dall’altro di lavorare nel frattempo con artisti già più noti in questa corrente artistica».
Aperta la sede di N.Y. nel 2003, avete inaugurato a Genova, nel quartiere della Maddalena, nel 2009. Due realtà antitetiche: una metropoli tra le più importanti e dinamiche al mondo la prima, una città al confronto minuscola, che fa fatica a rinnovarsi e a portare novità la seconda. Eppure avete scelto Genova e non Milano o Roma per la seconda sede. Perché?
«Martina è nata a Genova. Abbiamo molti parenti e amici in questa città in cui tornavamo spesso per le vacanze. Quando si è liberato un piccolo magazzino accanto al ristorante “I Tre Merli” di proprietà della famiglia di Martina, abbiamo colto l’occasione per rimetterlo a nuovo e aprire la sede genovese. Genova è una città vecchia ma anche con molti giovani, e ci sembrava pronta per recepire anche il “nuovo”».
Come si conformano le due gallerie alle due città? Quali i punti in comune, se ce ne sono, quali le differenze? Artisti ospitati a N.Y. vengono messi in mostra anche a Genova e viceversa, o ci sono divisioni nette tra le esposizioni?
«L’esperienza di aprire le due gallerie è stata stranamente simile, nel senso che in tutte e due le città abbiamo introdotto uno stile di arte nuovo. A New York nel 2003 non erano molte le gallerie che esponevano Low Brow/Pop Surrealism. E a Genova nel 2009 (come pure nel resto d’Italia!) era una novità assoluta. Avere una galleria su ciascun lato dell’oceano è positivo e molto interessante: ci ha fatto conoscere collezionisti internazionali sia da una parte che dall’altra, abbiamo avuto l’opportunità di incontrare artisti italiani ed esporre i loro lavori anche a New York e viceversa, importando a Genova artisti americani e facendoli amare al pubblico italiano».
Quanto si discosta il pubblico newyorkese da quello genovese?
«La gente che apprezza questo tipo di arte è abbastanza simile sia in Italia sia in America. I collezionisti di questo genere amano il rock, i tattoos, i fumetti, i toys e tutto ciò che è generalmente considerato alternative. È una sottocultura che attraversa le frontiere!»
Avete aperto la sede genovese a crisi già cominciata. In Italia la cultura è sempre la prima “voce di spesa” a subire tagli nei bilanci pubblici. Anche oltreoceano è così?
«Purtroppo anche in America, forse ancora più che in Italia, sono i programmi artistici a subire i primi tagli! Nonostante questo, gestire una galleria ed essere artista è qualcosa che non si può fare solamente a scopo di lucro. Va fatto prima di tutto per passione».
Siete artisti voi stessi, oltre che galleristi, e sul vostro sito si legge che il filone cui afferite coi vostri lavori e con il vostro impegno di galleria è il Pop Surrealism/Underground Pop Art. Di cosa si tratta precisamente?
«Il Pop Surrealism/Underground Pop Art/Lowbrow Art è il primo vero movimento artistico del nuovo millennio. Affonda le radici nella cultura californiana degli anni ’50 e ’60, con le macchine “hot rods”, nella cultura skate e surf, nei fumetti underground di quei tempi e, come già detto, prende ispirazione anche dal mondo dei tattoos, dei giocattoli, dei cartoni animati».
Le opere che ospitate sembrano sempre veicolare una fortissima inquietudine, una sorta di senso di distruzione: corpi lacerati, figure consumate, un sentore di apocalisse negli sfondi e nelle ambientazioni… quale messaggio si vuole trasmettere?
«L’arte che esponiamo usa immagini forti per scuotere e provocare il pubblico, obbligarlo a vedere le cose in modo diverso. Come ai tempi dei film proiettati nei drive in, i mostri e le immagini spaventose servono per divertirsi in modo alternativo e un po’ ribelle. Molti artisti sono influenzati dal punk e dall’heavy metal, dai film horror, e questo emerge chiaramente nelle loro opere».
Quali sono i progetti futuri per la sede genovese?
«Nella sede genovese vogliamo dedicarci a presentare personali di artisti italiani, soprattutto genovesi, pur continuando ad allestire collettive con artisti americani e di tutto il mondo».
Abbiamo incontrato Maura Ghiselli, artista e fotografa genovese che ha esposto le sue opere al ristorante La Berlocca ai Macelli di Soziglia, in occasione del concorso Adotta un artista.
Come e quando è cominciato il tuo interesse per l’arte?
«Ho iniziato a “pasticciare” con matite e pennarelli quando ero ancora sul seggiolone, e non ho mai smesso di divertirmi in questo modo. Il bisogno impellente di creare immagini fa parte di me praticamente da sempre».
Quali tecniche usi? E qual è la tua tecnica preferita?
«Da diversi anni ho deciso di mettere momentaneamente da parte le mie ricerche grafico-pittoriche per dedicarmi totalmente alla fotografia. È una tecnica più immediata che mi consente di raggiungere più facilmente e meglio i miei obiettivi».
Quali sono i luoghi di Genova che maggiormente ti ispirano nel realizzare le tue opere? Quali i luoghi in cui ti piacerebbe esporre in futuro?
«Amo moltissimo camminare per il centro storico con la mia macchina fotografica al collo. I vicoli di Genova sono uno dei luoghi più conturbanti ed eccitanti che abbia mai visitato. Ma sono affascinata anche dalla periferia industriale della città, per esempio ho lavorato molto sul quartiere di Cornigliano, pre e post acciaierie. Per quanto riguarda invece le mie ambizioni future, devo ammettere che mostre e vernissage mi mettono una certa ansia, e al solo pensiero di programmare un’esposizione vengo colta dal panico. Qualcuno avrà certamente notato che, come mia abitudine, ho disertato anche l’inaugurazione alla Loggia… Diciamo, però, che questa incorreggibile ritrosia verso le public relation, non preclude la mia partecipazione attiva e assolutamente sentita alla vita artistica e culturale, genovese e non solo.»
Sei stata una degli artisti selezionati per la mostra itinerante alle botteghe della Maddalena. Credi che arte e cultura possano contribuire al rilancio di questo quartiere?
«Nella maniera più assoluta. Ogni tanto questa città sottovaluta il valore sociale della cultura e dell’arte, e questo è un errore imperdonabile».
Da genovese, cosa pensi del modo in cui la nostra città vive l’arte? Ci racconti quali sono a tuo parere i “progetti di eccellenza” che caratterizzano Genova?
«Io credo che il compito delle istituzioni di questa città non dovrebbe essere solo quello di offrire al cittadino l’annuale grande evento che porta in città qualche gettonato nome dell’arte Moderna internazionale, ma anche e soprattutto la presa di coscienza del fatto che l’arte contemporanea è quella che si sta facendo adesso, per cui è necessario incentivarla, premiarla e dare ad essa un’opportunità concreta di sviluppo e divulgazione. È indispensabile che le diverse realtà del panorama artistico e culturale genovese imparino ad assumersi la responsabilità di scommettere e investire sull’arte di adesso… In tal senso credo sia molto interessante il ciclo di incontri-evento che si tiene periodicamente al museo di Villa Croce, Cartabianca, un progetto d’arte, temporanea e compartecipata, che si propone di interagire con gli spazi collaterali e i servizi offerti dal Museo d’Arte Contemporanea Villa Croce per innescare dinamiche relazionali, che vadano a coinvolgere la città che lo ospita, intessendo relazioni con le principali città italiane, attraverso un ciclo di mostre volte a descrivere l’emergente e vitale nell’ambito dell’arte contemporanea».
Tra le tue collaborazioni c’è quella con la galleria d’arte Satura. Com’è la situazione delle gallerie in città?
«Penso che le gallerie, così come Accademie e Associazioni Culturali, quali enti di promozione culturale ed artistica, siano tenute a collaborare attivamente allo sviluppo dell’arte contemporanea della città. Il mercato dell’arte, soprattutto sul territorio ligure, vive grazie al contributo del collezionista. Che attualmente concentra il suo interesse verso una forma di acquisto definita generalmente con il termine “investimento”. L’idea comune, che necessita di essere esorcizzata, soprattutto dalle gallerie genovesi, è quella di orientarsi verso ciò che ha già valore: se si riesce a dare visibilità e mercato ad un prodotto di qualità senza che questo sia firmato da un grande nome, il collezionista imparerà ad orientare il suo interesse anche verso ciò che è realmente nuovo, e il circuito artistico contemporaneo non morirà. Questo richiede competenze specifiche, entusiasmo e, inizialmente, la consapevolezza di un minore riscontro economico a breve termine. E questa, secondo me, è una sfida che le gallerie genovesi devono essere pronte ad affrontare».
Genova ha da poco un nuovo Sindaco. Quali pensi dovrebbero essere i provvedimenti da adottare per sostenere gli artisti e più in generale chi opera in questo settore?
«In un periodo di crisi come quello che stiamo attraversando, chiedere fondi può risultare un tantino spregiudicato. L’unica forma di vero sostegno per questo settore è pretendere professionalità e dedizione dagli addetti ai lavori, e controllare in maniera rigorosa al fine che ciò avvenga realmente. Io voglio che chi si occupa della cultura e dell’arte sia davvero motivato per farlo in maniera competente e disinteressata».
Tu hai studiato all’Accademia di Belle Arti. Nei mesi scorsi si è parlato di una situazione di difficoltà, con il rischio addirittura di chiudere. Pensi sia importante per un artista avere una formazione accademica, o che ci si possa anche formare da autodidatti? Quali consigli ti senti di dare a chi vuole tentare questa strada?
«Credo che una formazione accademica, se così la si vuole chiamare, sia necessaria per acquisire la corretta consapevolezza delle proprie potenzialità e per provare a trovare la strada giusta per esprimerle al meglio. E poi il termine “formazione accademica” non significa solamente imparare a dipingere ad olio bottiglie di vetro o nature morte, significa soprattutto studiare l’arte in tutti i suoi aspetti, sviscerarla ed analizzarla in relazione alla contemporaneità ed al periodo storico in cui è stata prodotta. La conoscenza di ciò che accade o che è accaduto, ci servirà come background indispensabile per iniziare in maniera cosciente e onesta il nostro percorso creativo. Così come vale per l’avvocato, il medico o il notaio, altrettanto vale per chi lavora e produce nel campo dell’arte e della cultura: per acquisire la “conoscenza” è necessario studiare, mettersi alla prova e farsi giudicare per risultati e capacità. Ciò non toglie che, a parer mio, l’ente Accademia, abbia contribuito molto poco al reale inserimento dei suoi studenti nello scenario artistico e culturale della città».
In senso più ampio, pensi sia possibile trasformare il talento e la passione per l’arte in una professione?
«Voglio credere che sia possibile. Anche se purtroppo nonostante passione e competenza, sono da sempre molto rari i casi in cui l’artista riesce a sfruttare professionalmente il suo talento e le sue capacità. Credo che questo sia un problema sociale del quale sarebbe necessario analizzare molti aspetti, uno fra questi l’inflazione di queste nuove figure, i cosiddetti “creativi”, che spesso improvvisano il mestiere ed ingombrano un mercato già di per sé poco attivo».
A cosa stai lavorando per il futuro?
«Mi piacerebbe portare avanti il mio progetto fotografico sul centro storico, magari cercando di conoscere meglio le diverse realtà che lo caratterizzano e provando ad allontanare con delicatezza la comprensibile diffidenza di chi lo abita, per riuscire ad intraprendere un percorso realmente costruttivo, di comprensione e comunicazione con il territorio».
Marta Traverso
DIDASCALIA DELLE IMMAGINI:
GARMY’S SILK_LA SETA DI GARMY#1 (fotografia esposta in occasione dell’iniziativa “Adotta un Artista” al ristorante La Berlocca di via Macelli di Sozziglia e successivamente al Bistrot di Via Luccoli)
GARMY’S SILK_LA SETA DI GARMY#2 fotografia esposta in occasione dell’iniziativa “Adotta un Artista” al ristorante La Berlocca di via Macelli di Sozziglia e successivamente al Bistrot di Via Luccoli)
Alberto Terrile, fotografo genovese, classe ’61, ci ha accolto nel suo studio, nei caruggi, in un pomeriggio semipiovoso per un’intervista… ma più che un’intervista, quest’incontro è diventato una meravigliosa finestra su vita, esperienze e aneddoti. Si è dedicato a noi a lungo e con generosa sincerità, e questa è la storia che ci ha raccontato.
Tu hai vissuto il contesto artistico degli anni ’80, tra punk e new wave. Com’era Genova in quel periodo?
«Era una realtà abbastanza vivace, screditata rispetto a Milano ovviamente, ma massacrata in quegli anni da un fenomeno sociale gestito dall’alto, la droga. Le droghe classiche sono sparite, sostituite dall’eroina, che qui a Genova ha distrutto una generazione, ha ucciso molti miei amici. Sono assolutamente convinto che sia stata una cosa tramata dall’alto, c’è una logica ben precisa dietro le droghe: l’eroina non è stata una scelta di quella generazione, è il mercato che offre ciò di cui il sistema ha bisogno. Era una città in cui sono successe moltissime cose a livello musicale e creativo-artistico. Le gallerie presentavano artisti che poi sono stati celebrati dopo. A 14-15 anni andavo a vedere una mostra e scoprivo Joseph Beuys. C’erano nomi eccezionali, adesso tutto questo non c’è più. Mi viene in mente anche l’attività del Teatro del Falcone, l’assessorato di Sartori che ha promosso rassegne geniali, come quella di cinema underground americano al Sivori. Oggi c’è tanta apparenza, tante iniziative appariscenti che fanno sembrare la città culturalmente vivace, ma sono cose già viste, sentite, niente di davvero innovativo».
Ho letto che dopo l’apprendistato a Milano sei tornato con il rigetto per il mondo della fotografia di moda e per quel tipo di mondo…perché?
«Finita l’Accademia sono andato a Milano a fare l’assistente in uno studio di moda. Modelle bellissime, tutte abbastanza anoressiche, set incredibili… noi poveri assistenti eravamo fuori da quel sistema, pettinavamo capelli e cambiavamo obiettivi alle Sinar, mentre i fotografi di moda appartenevano a un sistema che appoggiava il naso sulle superfici e tirava su tutto. Io ero il terzo assistente e per di più arrivato da Genova, quindi considerato meno di zero. Succedeva però una cosa interessante, perché arrivavi con un tale complesso di inferiorità rispetto al mito di Milano, che ti eri tanto preparato da essere poi bravissimo. Tutto sembrava si facesse a Milano. L’ho odiata profondamente per lungo tempo, oggi nutro un tenero affetto, mi fa un po’ pena vederla così decaduta, come una vecchia signora con gli acciacchi cui si cede il posto sul bus».
Hai quindi detto no al versante più facilmente redditizio di questo mestiere. Però hai scelto di viverci, con questo mestiere. Come ti arrangiavi, trent’anni fa, all’inizio?
«Era difficile allora come oggi, per di più decidendo di farlo a Genova questo mestiere. Ho avuto la pensata, allora non vincente, di portare a Genova un tipo di professionalità che ritenevo mancasse, cioè la fotografia di ritratto in bianco e nero, in antitesi al molto colore degli anni ’80. Impresa fallimentare perché poca era la gente disposta a farsi ritrarre da un giovane esordiente e Genova è una città che era ed è fatta a cerchi chiusi, caste; devi appartenere a un certo giro di amicizie, e allora trovi simpatia, lavoro, amore e fortuna. Se no, niente. Una città infinitamente snob. Ho dovuto fare i sacrifici che qualunque giovane deve fare anche oggi: passare attraverso l’iter delle cerimonie, specie della fotografia matrimonialista, che era redditizia (oggi col digitale non la è più), per comprarmi l’attrezzatura; per fare il ritrattista, partire coi ritratti dei bambini.
«C’era il centro culturale francese, l’Alliance Française attuale, che organizzava iniziative e a me era stato proposto di fare una specie di storia fotografica in collaborazione con Danielle Sulevich, scenografa per il Teatro della Tosse, con i bambini delle scuole medie, a tema Pantagruel e Gargantua. Tutto in Hasselblad 6×6, una spesa da folle. Fatto sta che il lavoro è piaciuto molto al direttore dell’Alliance e ha voluto sapere di più su cosa facessi, vedendo così alcuni dei primi angeli, queste figure in sospensione nello spazio. Se ne è fatte lasciare alcune da portare a Parigi, dove viveva, da far vedere a una gallerista. Nello stesso periodo alla Biennale di Venezia conosco, senza sapere chi fosse, l’assistente di Wim Wenders. Le chiedo di ritrarla, dato il viso interessante. Parlando le spiego degli angeli e gliene faccio vedere alcuni che portavo con me in un piccolo album. Stessa situazione: le piacciono e se ne fa alcune lasercopie da portare con sé a Berlino. Come ho scoperto chi fosse? Andando insieme a vedere un’esposizione fotografica di Wenders lì alla Biennale, un lavoro su Venezia. A me non piaceva per niente e l’ho detto senza mezzi termini. Lei sorrideva e dopo mi ha detto chi era. Ha visto però una persona genuina credo, e le sono rimasto simpatico. Queste due cose che ho detto generano, un paio d’anni dopo, due mostre: nel 1996 “Gli Angeli a Berlino” con Wenders photoeditor che in versione casalinga mi sceglie le foto, a destra quelle buone a sinistra gli scarti; e nel 1997 vengo contattato dalla direttrice del Petit Palais di Avignone, museo d’arte medievale, interessata a fare una mostra con me visto che trattavo un tema – l’angelo nella contemporaneità – che era particolarmente pertinente alla collezione del museo, ricco ovviamente di immagini sacre. Nel ’98, a 37 anni, mi trovo così a fare questa mostra bellissima».
«Per me che venivo da liceo artistico e accademia, quindi avevo una vera formazione di storia dell’arte, è stata un’esperienza stupenda. Ospitato venti giorni nell’appartamento della direttrice, che si trovava all’interno del museo, ho potuto girare in pigiama le stanze del museo a notte fonda, in completa solitudine, fermandomi quanto volevo davanti a un quadro di Botticelli. Ho scoperto che queste cose accadono solo ogni tanto. A me ne sono successe due quasi in contemporanea, poi magari passano dieci anni prima che ti capiti qualcos’altro di paragonabile. Bisogna avere pazienza e aspettare, non scoraggiarsi nel frattempo. Per un periodo mi chiamavano solo per mostre a carattere religioso e mi chiedevano di partecipare con gli angeli. Negli anni ’90 ho lavorato molto bene a Genova, tanti ritratti su commissione, anche se ho sempre guadagnato poco perché non facevo i matrimoni, la pubblicità, la moda, tutte le cose più redditizie insomma. Ho dovuto lottare con la famiglia per dimostrare che sarei riuscito a mantenermi anche così, e comunque l’autosufficienza è arrivata dopo molti anni, ho dovuto talvolta chiedere aiuto alla famiglia. Ho fatto copertine di libri, fotografia di teatro, tanta danza contemporanea, copertine per dischi, ne faccio ancora una all’anno, alcune per amici.»
Oggi quindi con cosa si lavora?
«Io vivo molto con l’insegnamento, e per il resto faccio la fotografia che voglio, cioè lavoro di ricerca: l’ultimo che ho fatto si intitola Alice nel Paese dello Stupore con dei disabili fisici e psichici di una comunità ed è stata un’esperienza forte, nata in un periodo difficile per me; io mi stavo sottoponendo a cure pesanti e il mio assistente di allora stava molto male, se ne è andato per due tumori. Così abbiamo iniziato questo lavoro e siamo entrati in un mondo a parte, ben rappresentato da quell’assunto bergmaniano che dice “io vivo nel mio mondo e ogni tanto faccio una visita alla realtà”. Questo è ciò che oggi mi interessa particolarmente. Le mie visite alla realtà sono centenari sofferenti di Alzheimer, la comunità transessuale genovese che abita i bassi, le giornate di insegnamento, poi torno nel mio mondo, che è la dimensione poetica e interiorizzata del vivere. Io ho necessità di prendere le dovute distanze da una realtà in cui altrimenti si resta implicati malamente e progressivamente rincoglioniti».
Hai fotografato molti personaggi del cinema, registi, attori, attrici. Com’è per un fotografo immortalare questi soggetti?
A un metro di distanza da Kieslowski respiravi una persona colta, interessante, ma normalissimo, non griffato dalla testa ai piedi. David Lynch è una persona squisita, gentilissima, e anche in lui non ho mai visto quel lusso che si sposa col successo raggiunto. Nel ritrarre personaggi famosi e del cinema uso prevalentemente inquadrature dal basso, perché ti trovi a lavorare con persone che hanno mediamente un discreto ego. Io allora ho sfruttato il fatto di essere piccolo di statura e timido… è capitato le prime volte che mi inginocchiassi sotto di loro per inquadrarli; ho visto che la cosa funzionava, perché tu sei ai loro piedi, sentono di poterti dominare e ti guardano dall’alto. Un meccanismo che ho messo in pratica con molti di loro. Preferivo evitare i photocall, li prendevo da parte pochi minuti, ma da solo. Altman l’ho ritratto attraverso il braccio di una persona, io ero al tavolino di fronte. Ho sempre cercato di togliere questi personaggi dall’aura di protagonismo che li circonda e metterli in un contesto di quotidianità. Claudia Cardinale è in macchina che guarda fuori dal finestrino, Gong Li è su un balcone del Lido. Asia Argento aveva quindici anni, mi ha chiesto “cosa devo fare?”…»
Nel Segno dell’Angelo è una sorta di work in progress che porti avanti da trent’anni. Di cosa si tratta e che tipo di ricerca racchiude?
«È una cosa da cui non mi sono mai separato, dopo avere cominciato a farla. Nasce in prima battuta da un riflessione, ancora studente, sulla storia dell’arte e l’iconografia sacra. L’angelo è una figura che mi ha sempre affascinato. Mentre vivevo a Parigi ho avuto una sorta di flash… stavo male, erano successe cose nella mia vita che mi avevano portato ad abbandonare Genova e trasferirmi da un amico lassù per un tempo imprecisato, vivevo male le mie emozioni e il senso di perdita, un giorno rimango folgorato da una frase che mi appare in testa: “Le forme simboliche vuote ricevono l’immaginario delle masse. Preferisco abitare la periferia del sistema nella quotidiana sospensione tra il Paradiso e l’Inferno di ogni mia giornata”. Scrivo questa frase di getto su un taccuino. La prima parte conteneva un mio senso di fastidio già presente per come la massa accoglie una serie di minchiate, e oggi questo si verifica ancor più fortemente. Poi c’era un po’ di autocommiserazione, a quei tempi bevevo in una maniera furiosa, al punto che non bevo più dal ’99. Nella parola “sospensione” c’era già questo lavoro, i miei angeli sono sospesi, levitano, di poco sollevati da terra, terribilmente umani. C’erano tante cose che si stavano agitando in me, innanzitutto questo sentirmi palleggiato tra paradiso e inferno. Quando ho riletto la frase mi sono reso conto che faceva perfettamente riferimento a immagini scattate la settimana prima a una ragazza amica di compagni di appartamento, sospesa nel cimitero di Montmartre in mezzo a un vialetto, impassibile, immobile come se fosse tutto naturale, che guarda lo spettatore. Volevo dare l’idea di queste persone che arrivano incontro senza fare il minimo sforzo, sospese, immerse in un silenzio totale, mentre tutto intorno a loro è fermo immobile. Sono tutte foto analogiche, stampate da me, con questi bianchi e neri filtrati in un certo modo, così che queste immagini sfuggono alla concezione di tempo. Gli angeli sono un pochino sollevati verso l’alto, solo un pochino, perché da una prospettiva leggermente rialzata c’è la possibilità di vedere diversamente le cose; perché io non guardo dall’alto con atteggiamento di superiorità, ma avverto una forma di diversità che oggi sento rimarcata fortissima guardando la contemporaneità».
Spessissimo i tuoi scatti sono in Bianco e Nero. Di certo il B/N è molto più suggestivo ed evocativo del colore. Lo scegli per qualche motivo particolare o si tratta solo di un fattore estetico?
«Da una parte è una risposta a tutto il colore che vedevo negli anni ottanta, dall’altra è una scelta apposita perché noi vediamo a colori, la visione in bianco e nero non ci appartiene e a maggior ragione sposta tutto su un diverso piano di riconoscibilità delle cose».
Hai vissuto tutto il passaggio al digitale. Di certo la progressiva democratizzazione dei costi per l’attrezzatura unita alla possibilità di pubblicare su internet i propri scatti ha generato un’ondata di fotografi improvvisati, con il web che trabocca profili di flickr, a scapito della qualità e dei professionisti. Cosa pensi di tutto questo fenomeno?
«Prima del digitale tu fotografo stampavi tutto a mano, su carta, diventavi padrone di una tecnica, la stampa analogica. Scoprivi cose meravigliose lavorando con una tecnologia molto difficile da maneggiare, certo non alla portata di tutti com’è invece il digitale che è democratico. Lavoravi con la luce, con gli acidi, e visto da fuori sembravi un mago in camera oscura, con la luce rossa che ti avvolgeva, coperto di grembiuli per proteggerti dagli acidi e intento a fare gesti con le mani coi quali facevi apparire le immagini dall’acido. Adesso sono tutti chini sul monitor, con la scoliosi, a cliccare. Il digitale ha preso tutto il sapere analogico e lo ha ridotto a un’azione da clic. A un certo punto ho dovuto adeguarmi, mi hanno detto: o ti compri il computer o sei finito. Prima si spedivano le foto per raccomandata alle redazioni delle case editrici per esempio per una copertina di libro, ora si manda una mail ed è fatta, quindi i lati positivi ci sono sicuramente. Il digitale ha permesso a tutti di farsi le proprie fotografie a basso costo, e questo è un bene. Peccato che le masse siano spesso inconsapevoli e l’uso che viene fatto di queste cose è inconsapevole.
Ci sono troppe cose fatte senza riflettere: qualunque forma d’arte deve avere una consapevolezza del fare, capire perché si sceglie un certo linguaggio, un certo mezzo artistico: deve rispondere alla tua interiorità. È inutile lavorare per successo e soldi, se vuoi fama e denaro non scegliere istanze artistiche, a maggior ragione in un momento come questo in cui non ci sono soldi. Avviso ai giovani: non imbarcatevi nell’arte se lo fate solo per questi motivi».
Attualmente la realtà che ci circonda non dà molta speranza, molta voglia di sognare… cos’è che continua a ispirarti?
«Spero ardentemente di far vedere questa mia strana ricerca, Alice nel Paese delle Meraviglie, la cui idea è nata dopo che avevo visto uno spettacolo teatrale fatto da disabili, che mi ha suggerito la possibilità di lavorare con loro. La mia Alice è un uomo di 43 anni che sembra una signora, imprigionato in un corpo di donna, incazzato, che soffre il posto dove vivono loro, la ghettizzazione in cui li mette la società. Un’occasione per parlare di una realtà differente, di evasione, visionarietà, e loro mi hanno dato visionarietà a manciate, stravolgendo il lavoro, togliendogli narratività, sono diventati sketch che metteremo insieme in maniera quasi surrealista, ma è stata un’esperienza incredibile. Persone che ti inondano di affetto, che basano la loro vita su piccolissime cose che noi trascuriamo completamente, una lezione di vita enorme. Per un periodo non stavo bene e hanno chiesto di telefonarmi per dirmi di tirarmi su, che per loro ero importante. Persone che se le incroci per strada pensi poveri disgraziati. Ho chiesto ad alcuni di loro “Tu sei felice?”, la risposta è stata “Sì, perché?”. Allora c’è qualcosa che non funziona in noi appartenenti alla categoria dei cosiddetti normali. Siamo stati ospitati da Castello de Albertis durante il progetto perciò speriamo di allestire la mostra per il 2013 proprio lì».
Se dovessi dare un consiglio a un ragazzo che vuole intraprendere il percorso di fotografo cosa gli diresti?
«Sherwood Anderson ha detto una cosa bellissima: “sono interessato a stare al di sotto di tutto ciò che vive”. Significa incidere una superficie e guardare sotto; secondo me l’arte avrebbe questo compito, andare al di sotto, scendere in profondità, scandagliare. Quando vedo persone che vogliono avere successo dico pensate cosa è successo a un personaggio come Nick Drake, ha fatto tre dischi, è morto a 24 anni preda di antidepressivi ed è universalmente riconosciuto, oggi, come un grande, amato dai più grandi della musica. Lui soffriva terribilmente il fatto di non vedere riconosciuto il suo talento, ed è morto per la sofferenza. Perché non guardiamo anche a questi personaggi, invece che guardare soltanto ai successi? In quest’ottica, quando insegno cerco sempre di trasmettere questo modo di vedere: fatelo per amore, perché è un’esigenza interiore. Con l’insegnamento, nel quale sono finito per caso, ho scoperto di poter parlare a persone giovani e trasmettere sapere, tecnica ma anche atteggiamento. Quale? Guardiamo al perché fare e non solo al come. Troppo spesso si crede che la fotografia sia solo un insieme di nozioni e che una volta che le si possiede si è fotografi. Poi ci si ritrova sul campo e non si sa cosa fare perché si conosce la tecnica ma non si sanno approcciare situazioni e soggetti. Quando insegno vedo che i miei allievi non chiedono quasi mai perché ho scartato una certa foto nel momento in cui gliele seleziono, ma insistono per tenerle. Io non mi sono mica sognato di dire a Wenders di reinserire qualcosa che aveva scartato… è ovvio che soggettivamente ognuno la può pensare diversamente, ma bisogna imparare ad ascoltare chi ha più esperienza, cosa che i giovani non sanno fare. Sono tre anni che produco mostre, proponendo giovani e selezionando fotografie, e vedo spesso questo atteggiamento. Ora guardando Facebook si vede che tutti vogliono fare fotografia glamour: tutte foto orrende, senza senso, un numero infinito di ragazze dagli sguardi vuoti, sedute in bilico su muretti e davanzali, o in posizioni improbabili dentro fabbriche abbandonate, luoghi dove prima c’era il lavoro, il sudore, invasi di corpi femminili tra segatura, vetri rotti e macchie d’olio, tutti rigorosamente in due pezzi, tutti rigorosamente con tre, quattro tatuaggi in punti strategici. Tutti stanno facendo questa fotografia perché hanno visto che rende, nonostante la crisi. Ma è tutta roba leggera, superficiale. Le persone che fotografo io hanno uno sguardo che è presenza, diretto o laterale ma presente. Persone che hanno un mondo nello sguardo. Sono assolutamente cosciente di avere scelto una strada di nicchia, consapevole di essere assolutamente un minore, non credo che lascerò nella storia dell’arte contemporanea chissà quale segno. Mi considero un artigiano che fa il suo con passione. Il fatto è che oggi si lavora sempre meno con passione…»
Abbiamo incontrato Laura Sicignano, regista teatrale e direttrice del Teatro Cargo di Voltri, sul trenino di Casella in occasione dello spettacolo “Donne in guerra“. Un testo scritto da Laura appositamente per l’antico trenino genovese, dove le attrici alzano la voce per sovrastare il rumore del treno, un’ambientazione insolita e ricca di fascino. «Il testo è nato proprio per questo spazio così particolare. Durante la seconda guerra mondiale molte persone, soprattutto le donne, usavano questo treno perché erano sfollate nell’entroterra ed era un mezzo indispensabile per raggiungere Genova e trovare parenti, lavorare o fare acquisti. Lo spettacolo non è solo un viaggio fisico su questo antico treno, ma anche un viaggio mentale nella memoria di quelle donne che negli anni del conflitto ebbero un ruolo importantissimo. Alla fine della guerra queste donne si sono nascoste… le loro gesta, spesso anche eroiche, raramente sono uscite allo scoperto, ma proprio quelle donne furono protagoniste di una grande emancipazione, si trovarono sole e con la responsabilità di ruoli che fino a quel momento erano sempre stati degli uomini… Questa situazione, non a caso, portò ben presto al diritto di voto…»
Quella del Teatro Cargo è un’avventura che parte nei primi anni novanta… Un’associazione, una compagnia, un teatro, una realtà consolidata. Oggi, dopo anni di arrampicata, Laura e le sue fidate socie possono guardarsi alle spalle con soddisfazione…
«E’ stato un lavoro veramente faticosissimo condiviso con una formidabile squadra di socie come Laura Benzi e Maria Grazia Bisio che fin dalla fondazione mi sono state accanto. Una grande impresa personale costellata di tante soddisfazioni e anche tanto lavoro fuori Genova con tournee importanti. Sicuramente di questi tempi la sensazione è quella che si prova quando si compie il massimo sforzo e si ottiene il minimo risultato, per raggiungere i risultati di qualche anno fa bisogna lavorare molto di più, insomma sono davvero tempi duri. Poi aggiungiamoci che Genova non è certo una città con una vocazione di apertura al nuovo, basti pensare che un teatro come il nostro che esiste dal ’94 viene ancora considerato “giovane”, e questo a volte è un po’ buffo… La cosa che rimane molto gratificante è la risposta di pubblico e stampa, quello si…»
Un matrimonio felice quello fra il quartiere di Voltri e il Teatro Cargo, arricchito in questi ultimi tempi dall’esperienza a Villa Duchessa di Galliera nell’antichissimo teatro restaurato…
«Adesso Voltri vede il Cargo come il “suo” teatro, abbiamo un legame stretto con il territorio. Io per prima mi sento un po’ voltrese ormai anche se non abito lì, guai a chi me la tocca! E’ un quartiere vivo e attivo, con gente pensante… ed è molto buono anche il rapporto con le scuole del territorio.»
Hai detto… “lotto per raggiungere quello che un anno fa avrei ottenuto faticando meno”… Come vivi il tuo lavoro, sei serena?
«Questo non è certo un lavoro che ti rende sereno, è il lavoro della precarietà, ma lo sapevo bene anche prima di iniziare. Sono una persona combattiva di natura, le difficoltà mi stimolano ad essere ancora più agguerrita. Certe volte però alcune opportunità che la città perde creano un po’ di depressione, perché pensi che il tuo lavoro abbia un costo bassissimo per la collettività e che sia un buon lavoro, eppure le istituzioni spesso sembrano non accorgersene. La cosa bella e che da forza e serenità è la squadra, quando riesci a fare squadra con le persone con cui collabori… proprio come nel caso di questo spettacolo».
Spesso ti abbiamo vista in prima linea contro itagli alla cultura annunciati più volte sia dal Comune che dal governo. Credi sia possibile immaginare il teatro, ma anche la cultura più in generale, libera da ogni sorta di finanziamento pubblico?
«Non è possibile perché il teatro non funziona come il mercato, è come una biblioteca o una scuola e i costi non possono essere sostenuti solo con i biglietti. Se le istituzioni smettessero di finanziare i teatri, i biglietti per gli spettacoli costerebbero cifre altissime e lo spettacolo diventerebbe un bene per pochi privilegiati. Poi ci sono realtà che hanno capacità di far fruttare meglio i contributi pubblici altre meno… ma questo non sta a me valutarlo, è compito delle istituzioni valutare i risultati: io ho dato 100 a questo teatro, quali benefici ho in cambio? Questo dovrebbe essere il ragionamento da fare…»
Credi ci sia meritocrazia oggi a Genova nella distribuzione di questi finanziamenti?
«In parte… Nel senso che chi si lamenta più forte solitamente ottiene il risultato migliore, ma c’è anche da considerare che tutto ciò che è cultura passa il più delle volte come superfluo e questo atteggiamento non aiuta certo nelle valutazioni. La cultura non è un bene di lusso, ma essenziale per il benessere e l’arricchimento delle persone. Inoltre la cultura crea posti di lavoro e indotto, benefici primari… ciò nonostante in Italia questo concetto non è ancora stato assimilato. Tornando più precisamente alla domanda, nessuno si prende la responsabilità di dare un giudizio artistico e suddividere i finanziamenti in base al gusto artistico… io potrei anche starci, ma nessuno si prenderà mai questa responsabilità. Se un ingegnere costruisce un ponte e questo crolla significa che l’ingegnere ha lavorato male, ma per uno spettacolo teatrale non può funzionare così, il giudizio è soggettivo. Chiaramente poi ci sono istituzioni nel mondo della cultura che è più difficile intaccare, realtà che rischiando capitali propri si sono costruiti negli anni una storicità e penso sia giusto valutare anche questo aspetto quando si finanzia la cultura. Ad ogni modo un po’ più di equità non guasterebbe, quello è sicuro, in particolare considerando il rapporto, come detto prima, fra costi e benefici.»
Alla luce di quanto detto, che futuro vedi per il Teatro Cargo?
«Di questi tempi non è più possibile pensare più in là di quelli che saranno i prossimi sei mesi, bisogna adeguarsi a questo stile di vita. Una condizione psicologica di assoluta precarietà, una situazione molto darwiniana dove sopravvivono non i migliori ma i più adatti… Noi siamo nati in mezzo alla spazzatura, ce la siamo sempre cavata, l’arte del funambolismo non ci manca per cui, che dire… “io me la cavo”!»
I Volumi Criminali si formano nel 2001 per volontà di Francesco “Pogo” e Renato “Renna”, membri originari del gruppo fin dall’esordio (voce e chitarra).
Dopo diversi cambi di line up e attraversando più generi musicali arrivano al 2004, quando sentono l’esigenza di dare un’impronta più particolare alla musica che suonano e coinvolgono nel progetto Emanuele “Shuster” per il ruolo di voce melodica: da qui la band comincia a discostarsi dall’hardcore e avvicinarsi più al crossover.
Poco dopo, nel 2005, li raggiunge Luca “Ragno” al basso, che bilancia i pezzi con il suo background metal. Per ultimo si unisce alla band Roberto “Bacchetta”, alla batteria, nel 2009.
«Abbiamo sempre cantato in italiano – raccontano Francesco ed Emanuele – perché in inglese non riusciremmo a dire le stesse cose che riusciamo a dire nella nostra lingua. Inoltre dobbiamo rapportarci con un pubblico italiano, e in questo modo i testi arrivano di più. L’annosa questione sul fatto che l’italiano sia o meno una lingua adatta alla musica americana non ci ha mai preoccupato più di tanto».
Oltre a suonare in prima persona, i ragazzi si impegnano attivamente per promuovere la musica in città, infatti hanno creato un’associazione culturale, Volumia, che attraverso il progetto P.U.M.A. (Presidi Urbani Musiche Attuali) mette a disposizione la saletta per piccole esibizioni dal vivo.
Genere: Nu Core
Renato – chitarra
Roberto – batteria
Francesco – voce
Emanuele – voce
Luca – basso
Formatosi presso l’Accademia di Belle Arti, l’artista genovese Marcello Mogni lavora ed espone nella sua città. Attualmente le sue opere sono in mostra alla MF Gallery (Vico dietro il Coro della Maddalena), dove presenta quadri ad olio su tela e tavola. Immagini forti e coinvolgenti, colori vividi e scenari post-apocalittici trasportano chi osserva in un mondo insieme surreale e possibile.
I lavori che presenti in galleria si dividono in due categorie: Periferia Chimica e Storie di Vicoli. Periferia Chimica ci mostra un mondo di ferro, tubi e scarichi tossici, cieli rossi e volti malati. È un tentativo di contribuire a scuotere le persone facendo prendere loro coscienza della direzione in cui stiamo andando, se ancora ce ne fosse bisogno, o una personale paura –peraltro fondata- di tutto questo, sfogata dandole forma in queste illustrazioni? Il primo ciclo è proprio dedicato agli effetti prodotti sull’ambiente dall’industria chimica e petrolchimica. Se parliamo di sfogo, penso che lo sfogo dell’artista sia comunque sempre comunicativo, perciò dovrebbe in qualche modo arrivare agli altri. Il mio è un realismo magico e in parte fantastico: i luoghi dei miei quadri non sono posti realmente esistenti o riconoscibili; prendo spunto da immagini fotografiche e poi assemblo liberamente gli elementi a seconda di come mi servono per creare i miei sfondi. Per esempio nel quadro che si trova anche in locandina, dal titolo “Cattedrale”, ho sistemato ciminiere e tubi in modo che ricordassero un po’ la facciata incombente di una cattedrale, mentre il personaggio in tuta bianca e maschera antigas è il sacerdote di questo tempio. C’è quindi anche una componente simbolica.
Alcune tra le tele più suggestive: il fantasma di un operaio vicino a una macchina in un enorme silo, e i ritratti di una Alice che non ha niente di allegro ed è tutto tranne che nel Paese delle Meraviglie. Puoi parlarcene?
L’immagine con l’operaio si intitola “Presenze nel vecchio cantiere”. Lo sfondo in questo caso viene da una foto di archivio storico, è un capannone delle acciaierie di Cornigliano. Io l’ho immaginato ormai abbandonato, di notte, mentre emergono i fantasmi degli operai che ci hanno lavorato. In “Alice nel petrolchimico delle meraviglie” ho ripreso precisamente nella composizione una delle illustrazioni originali fatte per il libro nell’ottocento, in cui Alice teneva in braccio un bambino che poi si trasformava in maialino. L’allusione è all’incubo delle pandemie –una delle ossessioni globali attuali- che si ripresenta a intervalli regolari, e in particolar modo all’epidemia di febbre suina di qualche anno fa.
In Storie di Vicoli i nostri caruggi sono strappati al classico punto di vista dolce-malinconico per diventare asfittici sfondi di volti emaciati, dagli occhi rossi e gli sguardi inquietanti. Perché hai scelto questa visione? Qual è il significato?
Qui volevo dare l’idea di quello che succede quando camminiamo, specialmente nei vicoli: i volti delle persone che camminano nel senso opposto al tuo ti vengono incontro per un attimo e sono un breve flash, che ti si para davanti agli occhi per un solo istante e poi svanisce. Ed ecco tutte le tipologie di personaggi: la vecchia signora, il ragazzo che ride, un uomo, una ragazza…
A cosa stai lavorando per il futuro?
Credo che continuerò a sviluppare questi due cicli che ho portato in mostra. Certe ispirazioni a volte ricorrono: è possibile che alcune cose del passato tornino.
Valentina Amandolese è una cantautrice dal tocco metallico… Il suo primo ep autoprodotto “Aperion” esce nel 2000 e con la band inizia a portare i suoi pezzi in giro per l’Italia. Nel 2007 arriva la prima svolta, vince il concorso “Cercatalenti” organizzato dal Comune di Genova, partecipa al Music Village e viene contattata da un’etichetta Indie romana, la “Peteren Records”, che la inserisce nella compilation “Pet2“. Nel 2008 esce l’ep “In terza persona“.
Nel 2011 Valentina vince il premio della critica alla finale regionale ligure di Italia Wave e con la Dcave Records pubblica “Nella stanza degli specchi”, il primo disco ufficiale.
Nel 2012 esce il singolo di “Osmosi”, il cui video è passato su XL di Repubblica, arrivando al 29° posto nella classifica ufficiale dell’Indie like music di Audioglobe.
E’ tra i finalisti del concorso Inedi-TO 2012 del Salone del Libro di Torino e riceve la menzione speciale per il brano “Il clan dei destini”
Gli Admal nascono nel 2002 e si misurano subito con un’intensa attività live in Liguria e nel Nord Italia, per poi pubblicare due Promo-CD, tra i quali “Terra Primitiva” (citato sul mensile “Tutto Musica” come demo del mese di maggio 2004), i cui ottimi riscontri permettono alla band di apparire sugli schermi di Rock TV.
Pur mantenendo inalterato il cuore della band (Davide alla voce ed Alessandro alle chitarre), gli Admal cambiano line-up per giungere ad una nuova e stabile formazione con l’ingresso di Michele al basso e Stefano alla batteria e pianoforte.
Il gruppo si concentra così nella composizione e registrazione delle 11 canzoni che compongono l’album “SP 225” autoprodotto dalla stessa band ed edito dalla Joyful Records – Dughero Paolo Ed. Musicali / Warner Chappell Music Italiana S.r.l.
Il 2011 regala alla band un’intensa attività live e l’ingresso nella formazione di Fulvio alla chitarra: lo spettacolo proposto dagli Admal è all’insegna della musica rock d’autore con la rivisitazione di grandi successi della musica italiana, uno show energico che vede riproposti classici e pezzi originali in un crescendo d’intensità nello stile inconfondibile della band
Genere: rock
Membri:
Davide Martinelli (voce e cori)
Alessandro Cuccu e Fulvio Solari (chitarre)
Michele Cascella (basso)
Stefano Lucchesi (batteria e pianoforte)
Raffinato ed estroso compositore jazz, Alberto Luppi Musso nasce a Genova l’8 Maggio 1974. Dall’età di otto anni studia pianoforte con diversi maestri. A vent’anni inizia a studiare composizione e ad esibirsi dal vivo in numerosi concerti, molti dei quali vedono la collaborazione di personaggi importanti della scena jazz contemporanea Luciano Milanese , Alessio Menconi , Riccardo Fioravanti , Stefano Bagnoli.
Ha ricevuto molti riconoscimenti e apprezzamenti in Italia per il suo primo cd, “Giovanna”, registrato nel 2008. Nel Marzo 2012 è uscito il suo nuovo cd, “La Mia Vita in Te”. Dodici tracce jazz intense e coinvolgenti, le cui sonorità calde ricordano Jarret e Santana, e che il compositore ha voluto dedicare alla madre scomparsa da pochi mesi. Alberto Luppi Musso ha registrato “La Mia Vita in Te” presso lo studio Zerodieci di Genova con la collaborazione di Massimo Currò alle chitarre, Manuele Dechaud al contrabbasso, Luca Faggioni alla batteria.
Discografia: Giovanna (2008), La mia vita in te (2012)
Gli Ex-Otago sono una band nata nel quartiere di Marassi, attiva da dieci anni nella scena musicale genovese e non solo. Simone Bertuccini, Maurizio Carucci, Alberto Argentesi e Gabriele Floris propongono un sound prevalentemente pop, composto in primis dalla chitarra acustica, con melodie orecchiabili e passaggi hip-hop curati da Argentesi, personaggio reso celebre dalla trasmissione televisiva “Chiambretti Night” nel ruolo del “coniglio che improvvisa rime”.
Loro stessi definiscono così la musica degli Ex-Otago: «Ritornelli/stornelli a presa istantanea che s’incollano in testa e non si staccano più proprio come le figurine scolorite dei calciatori dall’armadietto di un adolescente o come una chewingum masticata dalla suola delle infradito».
Nell’agosto del 2009 si recano a Bergen in Norvegia per registrare l’album “Mezze Stagioni” con il supporto di Davide Bertolini produttore dei Kings of Convenience. L’album segue “Tanti Saluti” del 2007 e “The Chestnuts Time” del 2002, quest’ultimo in lingua inglese.
I Dresda nascono a Genova nel 2005. Il nome è tratto dal romanzo di Kurt Vonnegut del 1969 “Mattatoio n.5“, una testimonianza dell’autore sulla sua prigionia in Germania durante la seconda guerra mondiale e sul bombardamento della città di Dresda.
La loro musica è strumentale e il loro genere subisce le influenze del post rock e delle colonne sonore per il cinema. Loro stessi amano definirsi “musica di frontiera” o, ancora meglio… “an accompaniment of your favourite character fading out in the fog” (un accompagnamento del tuo personaggio preferito che si allontana nella nebbia).
Nel 2008 pubblicano il primo disco “Pequod” su Marsiglia Records/Asiluum e a partire dall’anno successivo si cimentano nella realizzazione di colonne sonore per cortometraggi e film indipendenti (“Il caso Krolevsky” per regia di Alessio Gambaro e Christian Zecca e “La lingua del disordine” per la regia di Marco Longo).
Genere: Strumentale, post rock
Membri:
Ivan Teso (basso)
Marco D’Oro e Daniel Campagne (chitarre)
Marco Cavaleri (batteria)
Antonio Rodo (tastiere)