Categoria: Vivere Genova

  • Carlo Verdone a Genova: “La commedia fine a sé stessa è inutile”

    Carlo Verdone a Genova: “La commedia fine a sé stessa è inutile”

    Carlo VerdoneGiovedì 17 novembre Carlo Verdone è a Genova, in occasione del Festival dell’eccellenza femminile, per incontrare il pubblico e parlare del ruolo che hanno avuto le donne nella sua vita e nei suoi film. Lo aspettiamo fuori dal cinema dove è previsto l’incontro (Sala Sivori); arriva stringendosi nel cappotto e invita tutti a entrare, con un sorriso, per sfuggire al refolo d’aria gelida che sale dai vicoli attraverso Salita S.Caterina.

    Prima di entrare in sala si ferma a rispondere alle nostre domande, e si comincia proprio con il parlare della nostra città: “In Viaggio con papà passai una giornata intera a Genova con Alberto Sordi, visitammo posti magnifici, io non la conoscevo, era la prima volta, e Sordi rallentava molto perché si fermava sempre per mangiare: per il pranzo due ore, nel pomeriggio una pasticceria, alla fine fu più che altro una permanenza culinaria e poi la sera si partì! Poi sono tornato a Genova molte altre volte, anche per promozioni di film, e come città mi piace moltissimo. Venendo qua sono passato per piazze e scorci molto belli, è una città di luci e ombre davvero suggestiva. Non sarebbe male ambientarci un film, me lo auguro vivamente, dovrei scrivere qualcosa però pensato proprio per Genova.

    Che ruolo avrà la donna nel tuo prossimo film? “ In questa pellicola il punto di vista principale è quello dei maschi, perché la storia ruota intorno alla figura dei padri poveri, quei padri divorziati che tra i problemi con la famiglia e le spese per il sostentamento dei figli non arrivano a fine mese. L’unico personaggio femminile è quello di Micaela Ramazzotti, con un ruolo assolutamente positivo perché aiuterà il mio personaggio a risolvere un problema con sua figlia. Mentre i personaggi dei ragazzi risultano essere molto più maturi dei loro genitori”.

    Parlando di cinema contemporaneo invece: “Si sente molto la mancanza di attrici come Monica Vitti. Senza nulla togliere alle ottime attrici che abbiamo adesso, lei aveva una presenza scenica a trecentosessanta gradi sia nel registro comico sia in quello drammatico. Ma sono anche cambiati i tempi. Oggi escono molte commedie carine ma che volano troppo basso, manca la critica di costume e la commedia fine a se stessa, come puro intrattenimento, non serve a nessuno. Tra i giovani abbiamo attori bravi e registi bravi, vorremmo avere qualche sceneggiatore bravo in più, ce ne sono troppo pochi, e anche qualche scrittore in più. I nostri padri negli anni cinquanta e sessanta lavoravano con Zavattini, Flaiano, Bassani, Pasolini, Moravia… ovunque ti voltassi trovavi un grande della letteratura. Oggi ci sono, ma sono pochi, ci vorrebbe qualcuno in più che ispirasse il cinema”.

    In questo periodo storico, quale ruolo secondo te potrebbe o dovrebbe avere la cultura? “Purtroppo la cultura in questo momento non ha alcun ruolo, perché le hanno tagliato troppe cose, è stata considerata un optional dalla politica e abbiamo assistito alla chiusura di sale, teatri, librerie… al loro posto arriveranno pizzerie e negozi d’abbigliamento, ma che fine fa il libro? O anche il cd? Oggi la cultura è sempre più un qualcosa di virtuale, andremo avanti solo a files… la vedo male. Bisognerebbe che la politica si rendesse conto che la cultura è un investimento ed è anche turismo, noi abbiamo bellezze che nessuno ha -più viaggio e più ne sono consapevole- ma non vengono esaltate, questo è un grave problema. Se non si agevola e non si sostiene la cultura, muore l’innovazione e muore soprattutto il ricambio generazionale, e questa è la cosa peggiore che possa succedere a un paese”.

    In sala si alternano momenti seri e momenti di pura comicità in cui Verdone regala al pubblico, col tocco esperto dell’attore di lunga data, esilaranti aneddoti sulla sua esperienza cinematografica. Eccolo quindi passare dal racconto della sua infanzia, cresciuto circondato dalle donne di famiglia: “La mia sensibilità verso la figura femminile deriva senz’altro da questo, la donna è tante cose insieme e questo la rende più interessante dell’uomo, che è più rigido” al come sceglie le partner per le sue pellicole: “Quando penso a un ruolo per un mio film, visualizzo subito il volto dell’attrice, e scrivo su di lei. La incontro, e cerco di conoscerla il meglio possibile, perché è osservandola nella quotidianità che ne capisco l’anima e posso adattare il personaggio alle caratteristiche che vedo, sfruttando i punti di forza dell’attrice, e poi indirizzare lei sul binario giusto per l’interpretazione”, al racconto di come conobbe e scelse per il ruolo di nonna in due suoi film l’impareggiabile Sora Lella (Elena Fabrizi, sorella del grande Aldo), avvicinandola in un bar mentre sorseggiava un aperitivo: “Voi siete la Sora Lella?”, “Sì, e voi chi siete?”, “Carlo Verdone”, “Carlo Verdone? L’attore? Me cojoni!”.

    Claudia Baghino

  • Dori Ghezzi e il ricordo di Genova: ci eravamo tanto amati

    Dori Ghezzi e Fabrizio De AndrèNel 1967 l’esordio discografico, poi un lungo cammino fatto di alti e bassi, gioie e difficoltà, un cammino a due con il compagno Fabrizio De Andrè. Alla morte del cantautore genovese, Dori si è dedicata con la “sua” Fondazione De Andrè a mantenere viva la musica di Fabrizio, un’agenda colma di appuntamenti da una città all’altra dell’Italia, un impegnativo gesto d’amore.

    Oggi Dori non vive più a Genova, ma qui ha lasciato tanti ricordi, inevitabilmente intrecciati con la vita e le opere di De Andrè che, come lei stessa ha detto, “era per me come una guida, mi presentava Genova con gli occhi innamorati…”

    La vita ti ha portato ad incontrare Genova sulla tua strada… Che rapporto hai con la città?

    Sicuramente le circostanze e i casi della vita mi hanno portata a Genova, ma di certo non si è trattato di una “convivenza forzata”, tutt’altro… Questa è una città che sa farsi amare per i suoi pregi. In più, io ho avuto il privilegio di conoscerla attraverso gli occhi di Fabrizio che me l’ha presentata in un modo speciale, da “figlio innamorato”…

    Quali sono le immagini e i ricordi più ricorrenti della “tua” Genova?

    Ho vissuto e conosciuto Genova come un’entità viva, che respira, perché la identifico con le persone che qui ho incontrato e che continuo ad amare. In qualche modo ci siamo scelte a vicenda, perché nel 1969, agli inizi della mia carriera, Genova mi ritenne degna di un premio prestigioso e ambito come la Caravella d’Oro. In quello stesso anno – guarda il caso, venne premiato anche Fabrizio!

    La tua carriera musicale è iniziata che eri ancora molto giovane. Dalle prime apparizioni sino ai successi degli anni settanta, gli alti e i bassi, gli incontri… Hai dei rimpianti?

    Tanti! Ricomincerei tutto dall’inizio, forse prestando più attenzione a determinate scelte…

    “Sono riusciti a cambiarci, ci sono riusciti, lo sai…” Il vostro rapporto vi ha cambiati?

    Fermo restando che, se due si innamorano, significa che si accettano e si amano per come sono, è inevitabile che poi, convivendo, ci si possa involontariamente influenzare e subire un naturale cambiamento.

    Il tuo impegno con la Fondazione De Andrè è ripagato ogni giorno da un numero crescente di riconoscimenti, probabilmente ben oltre le vostre iniziali aspettative. Ciò significa che la tua agenda è sempre colma e la tua presenza è richiesta in ogni manifestazione dedicata a tuo marito: quanto ti pesa, se ti pesa, tutto ciò? E quale sarebbe il pensiero di fabrizio se oggi potesse assistere a questo suo “successo da defunto”?

    Alla tua domanda ci sarebbe ben poco da aggiungere. Certo sarebbe più bello poter vivere ancora intimamente l’intenso rapporto con fabrizio e nessuna altra realtà può competere con questo, era davvero speciale. Forse è proprio questo il motivo per cui la gente lo ricorda ancora oggi con così tanto affetto. E le Fondazioni in questi casi possono fare ben poco… Tutto è nato da sé.

    Io penso che di fronte a tutto questo Fabrizio si dovrebbe semplicemente rassegnare, farsene una ragione.

    Gabriele Serpe

  • Intervista con Giuseppe Marcenaro: Genova e le sue storie

    Intervista con Giuseppe Marcenaro: Genova e le sue storie

    PortoHo incontrato Giuseppe Marcenaro un pomeriggio nella sua casa in salita Santa Brigida. Dalle finestre della sua abitazione è possibile scorgere il profilo della città, i tetti che si sfiorano e il labirinto dei vicoli, arrivando con lo sguardo fino al mare.

    Curatore di mostre in Italia e all’estero (dedicate fra l’altro a Sthendal; Montale; Genova nel Novecento; Viaggio in Italia; Russia e Urss), giornalista, scrittore, chiamato ad insegnare in diverse università anche straniere, il professor Marcenaro ha scritto molto su Genova ma paradossalmente la nostra città sembra non considerarlo a sufficenza.

    Sono un esule in patria. La mia collaborazione con Il Secolo XIX è l’unico rapporto che mantengo con Genova”. Abbiamo fatto una piacevole chiacchierata seduti nel suo studio circondati dalla sua immensa biblioteca. Lettore accanito Marcenaro ha raccolto tutte le citazioni su Genova e sulla Liguria trovate nelle sue letture. Queste testimonianze di illustri viaggiatori transitati per la nostra regione sono raccolte nel suo libro Viaggio in Liguria (Sagep, 1992).

    Il più recente Genova e le sue storie (Bruno Mondadori, 2004) nasce invece dall’esigenza di costruire un’immagine letteraria alla nostra città. “Un libro su Genova come Dublineers di Joyce sarebbe straordinario”. Secondo lui Genova è un libro mancato. “Tutte le grandi città hanno il loro libro, Milano ha I Promessi sposi, Roma ha Gli indifferenti e molti altri, a Genova c’è stato il tentativo di Remigio Zena con La bocca del lupo, un libro di buona qualità, poi nessuno si è più cimentato in questa impresa. La prima edizione di Genova e le sue storie è del 2004, è uscito in occasione delle celebrazioni per Genova capitale europea della cultura. L’editore mi aveva chiamato chiedendomi di realizzare una guida su Genova”.

    In realtà è una guida non convenzionale, con intento polemico, il cui scopo è divertire, un tour che esplora le caratteristiche di Genova e dei suoi abitanti, ne mette in luce difetti e vizi antichi, attraverso testimonianze storiche e letterarie che forniscono molteplici spunti di riflessione.“Quello che mi interessa principalmente è indagare il carattere dei genovesi”. Con il professore abbiamo approfondito alcuni temi particolarmente significativi per la realtà odierna. .

    Marcenaro dedica un capitolo allo storico cardinale, Giuseppe Siri, “Figura emblematica di genovese” e all’impronta indelebile che ha lasciato sulla città e sulle coscienze dei cittadini con il suo conservatorismo inflessibile.

    La tendenza all’immobilismo, tipica delle strutture sociali che hanno dominato Genova, ha forgiato il carattere degli abitanti, sin dal 1628, quando Giulio Cesare Vacchero, colui che aveva cospirato contro la Repubblica, fu punito duramente, decapitato e il suo palazzo raso al suolo. ”Guai a chi osasse mettere a repentaglio l’equilibrio del governo cittadino”.

    Nei secoli la vecchia oligarchia si è trasformata, ma non è tramontata. “Si è autoriprodotta nei vari gruppi che impongono un potere di posizione, dando luogo a tanti monolitici piccoli soviet, somiglianti in maniera sorprendente agli antichi alberghi in cui si consorziavano le famiglie nobili e che hanno fatto scuola, diffondendo un sistema di protezione e privilegio chiuso, caparbio e ostinato, per conservare i diritti di casta… I borghesi del soldo si considerano gli eredi naturali delle passate grandezze. La ‘nobiltà operaia’ dell’ industria, della cantieristica – un tempo nella Stalingrado d’Italia (Sampierdarena) e nella Piccola Russia (Sestri Ponente) – e la corporazione dei portuali, appartenenti ormai a un giurassico genovese, orgogliosi del monopolio di una verità, hanno diffuso la convinzione che il bene collettivo – posto interessi – può venire soltanto dai circuiti chiusi”. Non c’è posto per chi è diverso e non allineato.

    Genova è davvero come la fortezza Bastiani di Dino Buzzati”. Siamo circondati da mura, e non si tratta solo della nostra storica cinta muraria ma di barriere mentali difficili da abbattere.

    Giuseppe MarcenaroNel 2004 quando scrivevo questo libro ero convinto che la città avesse ancora una possibilità di rilancio”. Un risveglio che può avvenire solo attraverso i tanto odiati forestieri, la nuova massa di turisti che muove verso Genova attratta da tesori sconosciuti e nascosti per anni, che oggi ritrovano la luce. “Attualmente non sono più convinto che Genova possa rialzarsi. Viviamo un momento di eclissi. E’ una questione di mentalità e non di appartenenza politica. Le amministrazioni cittadine, di qualunque colore siano, in questi anni hanno dimostrato spesso la medesima chiusura mentale. Oggi si è fatta la scelta di privilegiare la promozione di una cultura popolare facilmente accessibile. L’esempio tipico è la notte bianca. Ma a cosa servono le notti bianche se poi da tempo non si organizzano mostre importanti a Palazzo Ducale? Genova non sa più pensare in grande, non sa osare, è questo il problema. Oggi è passato il concetto che Genova è la città di De Andrè. Ma Genova non è solo De Andrè. Genova è anche la città di Eugenio Montale, un premio Nobel per la Letteratura, attualmente quasi dimenticato. Durante i miei viaggi, la passione per lapidi e targhe mi porta sempre alla ricerca di queste testimonianze storiche. Nel 2004 avevo proposto di installare qualche lapide anche nella nostra città per mostrare ai tanti turisti stranieri che famosi loro connazionali erano passati di qua. Mi sarebbe piaciuto che nell’atrio della stazione Principe fosse ricordato che lì era arrivato Arthur Rimbaud. Anche perché l’ultima città che il poeta vide fu proprio Genova e da qui partì per l’Africa abbandonando la poesia e dedicandosi al commercio. Oppure in via Balbi ricordare la testimonianza di Sthendal che la definì una delle più belle strade del mondo. Questa idea è caduta nel vuoto. Il discorso fondamentale è che non sappiamo venderci, non sappiamo promuovere la città”.

    Il capitolo dedicato a Piazza Banchi analizza quasi sociologicamente le trasformazioni della città. Passeggiando in questi giorni nei dintorni di Piazza Banchi si percepisce una città alla continua ricerca della propria identità. Per la piazza che fu il centro degli affari della Superba si incrociano turisti, extracomunitari, qualche tossico ciondolante, e sparuti genovesi che si aggirano con occhio vigile, rappresentazione di universi a sé stanti, che si ignorano ma sono costretti a vivere a stretto contatto. L’immagine di via S. Luca, via Orefici, via S. Pietro in Banchi con le loro file di negozi e lo strùscio della gente, contrasta nettamente con il degrado e il colpevole abbandono in cui giàcciono i vicoli adiacenti. Sedute sui gradini, di fronte ai bassi, le prostitute ci osservano nell’attesa di clienti. “E’ il fascino babelico della nostra città”.

    Una città che si interroga sul proprio destino. “Oggi Genova deve decidere da che parte stare. O diventa una città multiculturale oppure decide di chiudersi dentro le proprie mura. Ma una decisione va presa, bisogna trovare una nostra identità. Impariamo a decidere. Qui invece abbiamo la tendenza ad aspettare che gli avvenimenti avvengano, inevitabilmente. Ne è un esempio la questione della moschea. Per me va fatta. Ma bisogna che una decisione venga presa una volta per tutte e smetterla con il continuo tira e molla. Abbiamo il culto del non fare e del non lasciar fare. Questo è il concetto che ci sta portando alla decadenza”.

    Matteo Quadrone

  • Mauro Pirovano, il comico genovese dei Broncovitz

    Mauro Pirovano, il comico genovese dei Broncovitz

    Mauro PirovanoMauro Pirovano, attore genovese noto al pubblico più giovane per personaggi come La Fata Madrina di Mai dire Goal o il dottor Giorgi di un “Medico in famiglia“, e amato dai più “datati” soprattutto per i “Broncovitz” gruppo di comici genovesi formato da Maurizio Crozza, Ugo Dighero, Carla Signoris, Marcello Cesena e, ovviamente, dallo stesso Pirovano.

    La sua carriera inizia negli anni ’80 al Teatro Stabile di Genova e si consolida con il programma “Avanzi” firmato appunto dal gruppo dei “Broncovitz”. Vincitore del premio Govi nel 2008 per le sue straordinarie interpretazioni in dialetto che indagano nella realtà storia e contemporanea. E’ andato in scena con una versione genovese del “Malato Immaginario” di Moliere, con la compagnia storica “I Caroggi”.

    In questi giorni hai calcato il palcoscenico nei panni di Argante, il malato immaginario di Moliere in una trasposizione in dialetto genovese. Non e’ la prima volta che porti in scena il dialetto, quale pensi che sia la forza comunicativa del genovese, e dei dialetti in generale?

    Il dialetto e’ immediato, rende i concetti con una parola. Il genovese, in particolare, e’ parsimonioso – quale termine piu’ adatto! – recupera la tradizione, ma penso che i dialetti vadano vissuti, debbano evolversi essere ad uso degli anziani come dei ragazzi. Sono per l’evoluzione della lingua locale, parlare di dialetto e’ riduttivo il genovese e’ una lingua, nei secoli passati era la lingua delle mercature, la lingua del mediterraneo, e’ infatti contaminato da tutte le influenze possibili, dal francese all’arabo, e dovrebbe continuare ad essere cosi’. In altre regioni italiane il dialetto e’ molto piu’ vissuto e costituisce una vera ricchezza, a Genova si usa meno e forse portarlo a teatro e’ un modo per renderlo piu’ familiare. Nel caso del “Malato immaginario” si e’ prestato in particolar modo, per le sue assonanze con il francese e per la sua melodia.

    Questa tua passione e dedizione, ti ha portato a ricevere il premio Govi 2008. Nel tuo percorso artistico quanto ti sei ispirato a Govi, qual e’ stato il piu’ grande insegnamento?

    Sono molto orgoglioso di questo premio, Govi e’ un maestro, in generale e in particolare per i genovesi. Credo che ogni attore ligure si ispiri a lui, la mimica, le pause…E’ la macaia, l’odore dei caruggi, chi non vive Genova non lo percepisce, ma sono fondamentali per una comicita’ raffinata, mai volgare. Non e’ la battuta a far ridere, sono situazioni, e’ l’intera scena ad essere comica, non si lavora per tormentoni ma per situazioni, e penso sia questa la caratteristica che contraddistingue il buon teatro genovese.

    In questi giorni vediamo quanto sia “rischioso” ironizzare e criticare la societa’, per non parlare della politica. Nella tua carriera ti sei mai trovato in difficolta’ di questo tipo?

    Eccome.. erano i tempi di Avanzi, con i Broncovitz, mandavamo in scena uno scatch satirico nei confronti di Craxi: “L’antica segreteria del corso” non piacque e fummo minacciati di una sospensione, ma erano tempi diversi, le persone stavano al posto giusto – sicuramente piu’ di adesso – il direttore era Guglielmi, assessore alla cultura di Bologna, che difese a spada tratta il programma, che ando’ giustamente in onda.

    Il gruppo dei Broncovitz, con Dighiero, Crozza e Signoris… indimenticabile, come ricordi quel periodo?

    Lo ricordo con malinconia e grande divertimento, abbiamo preso strade diverse, ma siamo sempre legati da grande amicizia.

    Pensi che oggi la televisione sia cambiata?

    Sicuramente, programmi come Avanzi erano studiati, avevano delle basi. Oggi facendo zapping vediamo una serie di programmi clone, la comicita’ e’ fatta di tormentoni!

    Ti concedi allo schermo, ma il tuo ambiente e’ il palcoscenico. Secondo te quali sono limiti e potenzialita’ dei due mezzi?

    Assolutamente non sono paragonabili, la televisione arriva a tutti, ma la si vive passivamente ed e’ difficile emozionarsi, mentre si guarda la televisione si fanno altre mille cose. Il teatro coinvolge ed emoziona, chiunque ci si avvicini, e a qualunque eta’, non puo’ che rimanerne affascinato. La televisione e’ divulgativa, il teatro emozionale.

    Sei molto impegnato in una serie di progetti che coinvolgono i ragazzi. Che consiglio daresti a chi vuole intraprendere la tua carriera?

    Amo i giovani, mi piace passare tempo con loro, hanno tanto da insegnare sono attratti dallo spettacolo, dal teatro, in molti cercano di accostarsi a questo mondo. E’ difficile, soprattutto oggi, c’e’ il rischio di imbattersi in scuole e corsi improvvisati, alla moda. Il consiglio che do e’ quello di trovare una buona scuola, e’ fondamentale, una formazione sbagliata te la porti dietro per sempre. Ma la cosa che consiglio maggiormente e’ il divertimento, il divertimento nel volersi mettere in gioco.

    Abbiamo detto genovese doc… come vivi Genova? Quali pensi che siano le cose piu’ urgenti a cui metter mano?

    Penso sia una citta’ bellissima, ho un bel rapporto, mi piace camminare per il centro storico. Ma Genova non e’ solo il centro storico, Genova e’ dove si vive, le periferie. Penso che la cosa piu’ urgente sia un’apertura alle periferie, non bisogna isolarle, bisogna inserirle nel tessuto cittadino, collegarle meglio e renderle protagoniste degli eventi, non si puo’ svolgere tutto in Piazza de Ferrari! Teatri, cinema, spazi e’ urgente eliminare il divario tra centro e periferia, ad esempio sto lavorando ad un festival per l’acquedotto storico, e’ un’opera grandiosa va qualificata… il problema sono gli sponsor!

    Claudia Diaspro

  • Gianmaria Testa, il cantautore di Cuneo scoperto dai francesi

    Gianmaria Testa, il cantautore di Cuneo scoperto dai francesi

    Gianmaria TestaChe cosa ti manca, Gianmaria? “Mi manca sapere cosa mi manca…. e mi manca Pasolini. Per fortuna sono amico di Erri de Luca, un grande poeta”.

    Nativo della provincia di Cuneo, Gianmaria Testa era il capostazione dello scalo ferroviario della città piemontese. A 36 anni, dopo aver vinto il premio Recanati per due anni consecutivi, incontra la produttrice  francese Nicole Courtois e l’anno successivo, il 1995, esce in Francia il suo primo album intitolato “Montgolfieres”.

    Neanche un anno dopo Gianmaria pubblica il secondo lavoro “Extra-Muros”, ma è dopo la brillante esibizione all’Olympia di Parigi del 1996 che l’Italia si accorge del “suo” cantautore.

    Nel 1999 l’album “Lampo” esce anche in Italia, ma Gianmaria non abbandona il posto di ferroviere e continua a dividersi fra binari e concerti in tutta Europa. La consacrazione nel Bel Paese arriva l’anno successivo con il “Valzer di un giorno“, il primo album di produzione italiana, un disco che ad oggi ha venduto oltre 80.000 copie. “Altre altitudini” (2003) e “Da questa parte del mare” (2006) sono il passato recente.

    Quale è il tuo rapporto con la musica? “La canzone è un’arte minore rispetto alla purezza della poesia o della scrittura in genere, perché si appoggia e sfrutta le scorciatoie della musica che, diciamolo, è un po’ puttana…Ciò nonostante credo che meriterebbe più rispetto soprattutto da parte di chi la propone, a maggior ragione se si pensa a quante canzoni stupende rimangono chiuse nei cassetti…”

    C’è un misto di pudore e sfrontatezza nel suo volto quando si parla di musica, della sua musica: “Quando scrivo una canzone cerco di autocensurare tutto ciò che in qualche modo riguarda solo me, così evito l’ansia da prestazione e la vergogna quando la faccio ascoltare a qualcuno per la prima volta.”

    “Io al contrario di tanti altri colleghi non ho un rapporto quotidiano con la chitarra, talvolta la lascio appesa al muro per mesi e se quando la riprendo mi ricordo quello che avevo suonato l’ultima volta, allora quel qualcosa deve diventare canzone e inizio a lavorarci.”

    Nella sala del teatro scende il silenzio quando testa suona alcune delle sue canzoni più belle, “Una lucciola d’agosto“, “Come al cielo gli aeroplani” e poi “Ritals” una canzone dedicata all’emigrazione… Quale è la posizione di Gianmaria sul tema?

    “Io non mi aspettavo che l’immigrazione in Italia non creasse problemi, ma sinceramente mi aspettavo un po’ di memoria in più da parte nostra. La cosa che mi fa arrabbiare è che le pulsioni di ognuno di noi, stupide quanto normali, spesso vengono aizzate da media e politica e mai calmate”.

    Gabriele Serpe

     

     

  • Luigi Marangoni, intervista con l’attore e regista

    Luigi Marangoni, intervista con l’attore e regista

    Luigi MarangoniAttore e regista, Luigi Marangoni nasce a Rovigo nel 1972,  muove i primi passi al Teatro Lemming di Massimo Munaro e si diploma alla Bottega Teatrale di Vittorio Gassman

    Oggi, genovese d’adozione, si definisce “in un vortice di vita che mi ha ingoiato completamente.” Quel vortice che si chiama teatro, un vortice fatto di testi, progetti, scene, costumi, luci e furgoni…

    Dopo essersi cimentato anche nella regia, saprebbe tracciare un parallelo tra il regista e l’attore? In quale ruolo riesce a esprimersi meglio?

    Penso che con il ruolo di interprete teatrale mi sia avvicinato sempre più alla concezione di attore come autore di se stesso e di conseguenza dello spettacolo di cui fa parte. La passione che mi lega al teatro è totale e racchiude la recitazione come la regia; credo pertanto di potermi meglio esprimere nel ruolo di “attore come regista di se stesso”.

    Cosa significa essere attore oggi?

    La ricerca della via alternativa per comunicare con la gente sostengo sia essenziale oggi per chi fa teatro; mediante la completa consapevolezza del lavoro artistico prodotto è possibile toccare le persone e, di conseguenza, riuscire a scuoterle.

    Quali sono le principali caratteristiche che costituiscono le basi per essere o divenire attore? Saprebbe dare la sua definizione di “talento”?

    Sostengo che entrambe le questioni possano essere esplicitate dalla descrizione del talento: la caratteristica principale è innata, ed è l’amore incondizionato per l’arte intesa come profonda ricerca di se stessi e degli altri, che sfocia, nel caso dell’attore, nell’imprinting dato ad una disciplina che richiede forza e impegno. Altrettanto importante è la fluidità con la quale l’attore o il potenziale attore riesce a conoscersi e a legare il suo ascolto interiore con quello esteriore equilibrato sempre dal pensiero e dalla coscienza di sé. Penso che il talento sia disegnato da queste parole e che colui che possiede naturalmente queste qualità possa giocarsi le sue carte!

    Annalisa Serpe

  • Franco Battiato, incontro con il maestro: “Non c’è più gioia di vivere”

    Franco Battiato, incontro con il maestro: “Non c’è più gioia di vivere”

    Franco BattiatoCi sono stati e ci saranno decenni nella storia capaci di dare respiro all’intera umanità, decenni in cui accade qualcosa insomma… e non è certo il caso di questi ultimi anni…

    Così Franco Battiato apre l’incontro organizzato dalla Fondazione Garrone. Un bagno di folla all’interno e all’esterno del teatro, a dimostrazione di quanto in tanti anni di attività il cantautore catanese sia stato capace di toccare la sensibilità delle persone.

    Io sto bene, ma non posso fare finta di niente. Non c’è gioia di vivere intorno a me, in qualunque città io vada. Bisognerebbe iniziare dall’asilo, insegnare la musica, le lingue e la spiritualità, perchè tutti abbiamo le stesse possibilità e non esistono differenze fra gli uomini. Se si basasse l’educazione su questi punti la vita sarebbe migliore, sono queste lke cose che davvero contano…

    Eppure tali aspetti dell’esistere sono sempre più distanti dalla vita delle persone: “Il vero problema è che ogni uomo ha terrore di quello che non conosce e preferisce vivere nel dolore con quello che conosce piuttosto che nella gioia con ciò che non sa. Io sono riuscito a fuggire da questa triste legge umana raggiungendo il culmine del dolore. A quel punto trovi le forze per fare il salto nell’ignoto… e non posso fare altro che augurarlo a chiunque. Questo è il vero motivo per cui scrivo canzoni, non lo faccio per me stesso, personalmente potrei tranquillamente farne a meno.

    Ho sempre preferito la nicchia al successo. Quando negli anni settanta ho iniziato a vendere milioni di dischi ho fatto una brusca marcia indietro, ho sempre creduto che il mio mestiere non fosse quello di vendere dischi. Ciò nonostante non ho mai avuto problemi con l’industria discografica, ho sempre fatto quello che ho voluto e nessuno mi ha mai detto qualcosa…

    La conversazione tocca poi altri argomenti, intervallata dall’ascolto di alcuni brani di musica classica cari al cantautore… “La scienza mi appassiona quando non è ottusa. Il misticismo e la scienza oggi sono molto più vicini di quanto si creda, ma il buon scienziato deve avere l’umiltà di definirsi come colui che cerca e mai e poi mai come colui che sa, perchè bisogna accettare che ci sono cose che non si possono sapere e che non hanno spiegazione…

    Con la sua “Oceano di silenzio” che risuona nella mente dei presenti, Franco Battiato dedica un pensiero al silenzio… “Fa paura a tante persone. I bit ossessivi dai locali dei centri cittadini, la musica nei supermercati, per tanta gente rappresenta un sollievo. Io considero il silenzio come assenza di pensiero, non solo di rumore. Va allevato come un figlio, così dovrebbe essere per tutti noi… Studiarlo e avvicinarlo significa vivere meglio, il silenzio apre le porte al sacro. Personalmente la meditazione è il percorso che ho seguito per comprendere il silenzio.”

     

     

  • Maurizio Maggiani, intervista allo scrittore ligure

    Maurizio Maggiani, intervista allo scrittore ligure

    Maurizio MaggianiIl sognante romanziere della provincia spezzina, il vincitore del “Premio Strega“, il grande oratore, la penna del Secolo XIX o più semplicemente, come dice lui stesso, “uno che sa raccontare…”

    Maurizio Maggiani apre le porte della sua dimora sulle alture di La Spezia a “Era Superba” per un’intervista esclusiva, mentre sul fuoco, verdura dopo verdura, prende vita e forma quella che sarà la cena di un giorno qualunque.

    Niente di più adatto per mettere a proprio agio l’ospite munito di carta e penna, e la conversazione nasce spontanea. “Se vai avanti a scrivere a mano farà in tempo a freddarsi la cena, non olo a cuocersi!”, mi fa notare con ironia dopo qualche minuto.

    Tanti anni vissuti a Genova, un libro (“Mi sono perso a Genova“) che la dipinge affascinante e misteriosa… Come sta la vecchia Superba?

    Con un po’ di catarro direi, no?! D’altronde mille anni sono tanti per tutti, anche per lei. Inoltre più della metà dei genovesi ha sessantanni e, tranne rari casi, gli anziani non sono certo progressisti, per cui chiunque governi la città non può non considerare questo aspetto.

    Anche perchè poi la natura stessa di Genova è conservatrice, costruita sin dal Medioevo su grandi rendite finanziarie, un po’ come la Svizzera da questo punto di vista. Queste caratteristiche fanno di Genova una città che può decidere di concedersi al progresso e alla modernità, ma che ci metterà sempre un istante a ricredersi e tornare sui suoi passi. Prendi ad esempio la ripresa della città negli anni 90 dopo lo shock dell’acciaio, un investimento che doveva rappresentare il futuro della città e che invece ventanni dopo era già passato remoto. L’apice di questa ripresa nel 2011 con il G8 e poi i presupposti ancora migliori nel 2004 quando era Capitale della Cultura.

    Poi, però, proprio sul più bello la brusca marcia indietro. Quel 2004 fu caratterizzato in gran parte da scelte antiprogressiste, una grande manifestazione di conformismo. Per carità, non che l’anticonformismo sia sempre un pregio, ma un motore potente si, quello sempre.

    Tuttavia penso che si tratti davvero della città più bella d’Italia e penso che ogni famiglia genovese abbia almeno un figlio folle, quelli che nel 600 diventavano preti… esistono ancora e Genova deve esserne cosciente. Non dimentichiamo che stiamo parlando di una città che ha dato vita a movimenti artistici di avanguardia.

    Scrivi da anni per i quotidiani… Oggi, mentre calano a picco le vendite e i portali web prendono il sopravvento, a chi pensi di rivolgerti mentre scrivi?

    Scrivo per un’elite, chi compra il giornale oggi fa parte di un’elite. Persone di una certa età, dignitosi e conservatori, in alcuni casi anche radicalmente. Ma si tratta di una parte buona di Genova, lettori che apprezzano la buona scrittura. Io penso che se i quotidiani fossero fatti bene avrebbero ancora le carte in regola per muovere le masse e le opinioni. A Roma Repubblica riesce a muovere eccome… anche se si tratta di un giornale che personalmente non mi piace e non è precisamente quella la mia idea di “quotidiano fatto bene”…

    Forse a Genova più che altrove, ma in tutta Italia se si parla di arte e cultura emergente, si nota sempre di più la paura di rischiare, di investire sul nuovo, sull’anticonvenzionale e si assiste a un preoccupante livellamento verso il basso. Come motivi questa tendenza?

    Basta una parola, gerontocrazia, ovvero potere dei vecchi. In campo artistico è vero, ma anche politico. Tutto ciò sta già portando con sé i primi forti segnali di depressione e decadenza e non vedo soluzioni possibili dell’ultima ora.

    Di cosa hai paura Maurizio?

    L’unica cosa di cui ho davvero paura è di lasciarmi andare alla routine.

    E in che cosa invece hai fiducia?

    Ho fiducia nella durevolezza della storia, con i suoi cicli. le nuove generazioni vivranno un nuovo ciclo, io probabilmente non lo vedrò, tu forse…

    Gabriele Serpe

  • Gian Piero Alloisio, la musica e il teatro dell’artista “genovese”

    Gian Piero Alloisio, la musica e il teatro dell’artista “genovese”

    Gian Piero AlloisioGian Piero Alloisio è nato ad Ovada nel 1956, ma ancora giovanissimo si trasferisce a Genova dove inizia la sua carriera artistica. Dall’Assemblea Musicale Teatrale alle collaborazioni con Giorgio Gaber e Francesco Guccini. Nel 2008 l’avventura a teatro insieme a Maurizio Maggiani con “Storia della Meraviglia” e nel 2010 il progetto ” La Musica Infinita” per recuperare le opere inedite di Umberto Bindi.

    La tua carriera ha avuto inizio nella Genova dei primi anni settanta. Cosa è cambiato secondo te rispetto ad allora e cosa, invece, ritrovi sempre uguale in questa città?

    Genova è migliorata dal punto di vista dell’aspetto estetico, personalmente la trovo molto più bella oggi rispetto a quarantanni fa. Dall’altro canto, invece, continua a non esistere spirito produttivo, i genovesi non pensano, soprattutto in campo artistico, a sviluppare la loro esperienza e il loro talento nella propria città, preferiscono andare altrove. Tenco, Lauzi, lo stesso Bindi… si vedevano a Milano, raramente a Genova. L’eccezione, in particolare nei primi anni, era rappresentata dalla stanza dei fratelli reverberi alla Foce.

    Il discorso è semplice: siamo eccelsi produttori di musica e arte, perchè non iniziamo a produrre a casa nostra? E non vale solo per la musica, prendi anche gli spettacoli televisivi “Striscia la Notizia“, “Colorado“, “Le Iene“, gli spettacoli di Crozza… tutti esempi di arte genovese emigrata. Non esiste imprenditoria culturale a Genova e credo sia un suicidio per la città, oggi come allora. Eppure la mostra di De Andrè al Ducale aveva dimostrato per l’ennesima volta che il turista viene a Genova per i cantautori e non solo per il Salone Nautico.

    Guccini, Gaber, Fossati… solo per citare tre dei grandi artisti con cui hai collaborato. Cosa ti hanno lasciato?

    Guccini mi ha lasciato la scrittura etica, ovvero l’esigenza di scrivere per gli altri e non per sé stessi. Sembra banale dire “scrivo per gli altri”, in realtà non è così. Anzi personalmente credo sia proprio questo il limite di molti cantautori “moderni”, mi capita spesso di ascoltare brani in cui l’io riguarda sostanzialmente solo colui che canta e nessun altro.

    A Gaber invece devo un aspetto non propriamente artistico, ma fondamentale giacchè è l’unica cosa che rende l’arte possibile: il mestiere. Tu sei il tuo discografico, il tuo editore, il tuo impresario… rifiutare gli intermediari significa non regalare soldi al “grande sistema”. Io questo l’ho capito grazie a lui e ho scelto l’autoproduzione, lui mi ha insegnato che sarebbe stato l’unico modo per restare liberi.

    Con Fossati c’è stato un rapporto di pura simpatia dovuto più che altro alla casualità. lavoravo al Teatro della Tosse e abbiamo collaborato per la creazione di uno spettacolo. Mi è rimasta impressa una teoria di Fossati sulle armonizzazioni vocali, i cori: ricorda Gian Piero, due stonati insieme fanno uno intonato!

    Ti senti fra coloro che sono riusciti a mantenere in vita la tradizione dei cantautori genovesi? Che rapporto hai con tutto ciò che in questo campo è nato o sta nascendo dopo di te, segui le nuove proposte? Credi che sia una tradizione in continua evoluzione o è ormai giunta ad un punto morto?

    Si, confesso di si, mi sento fra coloro che hanno proseguito un cammino, soprattutto per quello che è l’apporto della canzone d’autore alla produzione teatrale. Cerco di seguire tutti coloro che fanno musica a Genova e se c’è la possibilità di collaborare con giovani cantautori genovesi non mi tiro mai indietro. Il mio è anche un ruolo di coordinamento, come è accaduto per gli inediti di Umberto Bindi. E non considero affatto morta la nostra tradizione, anzi.

    Finchè ci saranno ragazze e ragazzi che scrivono canzoni la scuola genovese resterà in vita. Personalmente credo che ancora oggi Genova sia la patria della canzone d’autore, è nel dna di questa città. Come dice Gino Paoli, cosa posso consigliare ad un giovane genovese se non iscriversi al conservatorio e studiare lettere?

    Mi piacerebbe tanto partire da questo aspetto per attirare gente dall’estero e da tutta Italia a studiare a Genova, un’enorme stanza con un pianoforte ed una chitarra, proprio come quella dei fratelli Reverberi per ripartire da dove ci siamo arenati qualche decina di anni fa.

    I grandi esponenti di quel filone di cantautori erano cresciuti insieme, suonavano e si confrontavano ogni giorno… questo a parer mio fu il vero segreto di un così grande successo e il mio sogno è proprio quello di riuscire a ricreare quelle condizioni…

    Gabriele Serpe

  • Maria Rebecca Ballestra, l’artista ligure racconta le sue opere

    Maria Rebecca Ballestra, l’artista ligure racconta le sue opere

    Maria Ballestra, Changing PrespectiveNell’ambito della rassegna START di ottobre, che vede l’apertura collettiva delle gallerie d’arte del centro genovese, abbiamo intervistato Maria Rebecca Ballestra, artista ligure che presenta un percorso espositivo intitolato “Changing perspectives” e articolato in cinque sedi (Villa Croce, Castello d’Albertis, Sala Dogana, galleria Unimedia Modern, Genoa Port Center).

    Tu viaggi e hai viaggiato molto, e dal viaggio, dal contatto con altre culture e altri luoghi trai gli elementi per le tue opere. Il viaggio inteso come strumento di conoscenza e l’arte come strumento di espressione: può essere una sintesi della tua ricerca artistica?
    Direi assolutamente di sì. Il viaggio è l’elemento fondamentale di tutto il mio lavoro e anche della mia vita personale in quanto è stato occasione per me di relativizzare la mia appartenenza culturale, la mia storia, per raggiungere una circolarità dello sguardo e spostare il mio punto di vista sulla realtà. L’arte è stato un mezzo di conoscenza e un mezzo per trasmettere, suggerire delle riflessioni. I miei lavori sono progetti site specific, quindi temporanei, e rappresentano l’intenzione di non presentare un prodotto che invada lo spazio e il tempo, ma di offrire un mezzo per suggerire appunto riflessioni su tematiche che ci riguardano tutti come cibo, energia, cambiamenti climatici e così via.

    A volte c’è una percezione comune dell’arte come qualcosa di slegato dalla realtà. Invece i tuoi lavori sono strettamente connessi a temi sociali, alla realtà che viviamo, a situazioni di urgenza che ci riguardano, esempi: il consumo folle di risorse naturali, i cambiamenti climatici, le manipolazioni transgeniche, i diritti umani, le sperequazioni sociali…. sono tutti temi importantissimi e più che mai attuali. Sembra tuttavia che niente possa cambiare il trend negativo che va avanti basato su equilibri di potere dettati dal denaro: l’impressione è che sarà il pianeta stesso a fermarci prima o poi. In un quadro simile, la tua opera è una semplice testimonianza di un destino ineluttabile o c’è un germe di speranza che qualcosa cambi?
    Nelle mie opere fino ad adesso la mia voleva essere solo un’osservazione. Nel momento in cui stanno avvenendo cose così gravi, spesso noi perdiamo tempo secondo me a parlare di tutt’altre cose, come politica o conflitti di religione, che per quanto siano importanti passano in secondo piano rispetto a urgenze come il cibo ad esempio. A breve tempo cibo, risorse energetiche e cambiamenti climatici saranno le problematiche principali di tutta l’umanità.

    Fino a quest’ultimo progetto non c’era alcun germe di speranza né di soluzione, anche perché i miei lavori non vogliono esprimere giudizi morali, se l’uomo vuole autodistruggersi va bene, l’importante è che ne sia cosciente, e secondo me non lo siamo. Poi durante l’esperienza di “Changing Perspectives” ho iniziato una collaborazione con degli scienziati e questo ha portato le mie ultime opere a essere più positive e possibiliste, considerando la possibilità che l’uomo sia la soluzione all’uomo stesso, e guardando alla scienza e all’arte come possibili risposte ai danni che l’uomo sta creando all’ecosistema e a se stesso.

    I tuoi lavori sono dislocati qui a Genova in 5 sedi espositive diverse: Villa Croce, Castello d’ Albertis, Sala Dogana, galleria Unimedia Modern, Genoa Port Center. Perché un percorso espositivo dinamico?
    Per varie ragioni. Innanzitutto ho sempre avuto difficoltà nel mio lavoro derivanti dal fatto di non limitarmi a un’estetica e a un sistema precisi, e nel tentativo di capire a quale dei luoghi del sistema dell’arte volevo appartenere mi sono sempre chiesta “perché devo lavorare solo con la galleria o solo col museo, o perché devo comunicare solo al sistema dell’arte, perché non posso comunicare a tutti?”.

    Il mio è stato un percorso sempre trasversale, a Parigi collaboro con una galleria che rappresenta il mio lavoro, però gran parte delle mie opere si sviluppa come interventi urbani site e contest specific, a volte in collaborazione per esempio con associazioni umanitarie, quindi trasversali al mondo dell’arte, o in collaborazione, come ultimamente è successo, con la scienza. Perciò volevo una mostra che illustrasse i vari luoghi e aspetti dell’arte, quindi: al Museo delle culture del mondo di Castello d’Albertis c’è l’opera fotografica realizzata durante i miei viaggi, che testimonia l’approccio alle culture diverse e il tentativo di comprenderle; in Sala Dogana c’è la documentazione dei progetti site specific, esauriti nel luogo e nel tempo in cui sono stati realizzati; la galleria Unimedia Modern rappresenta il luogo della vendita, che è tanto importante quanto i luoghi dove l’arte si fa e si conserva; Villa Croce è il luogo istituzionale, è il museo d’arte contemporanea; il Genoa Port Center è un altro luogo non legato all’arte ma rappresentativo di una realtà importante della città che è il porto, e qui ci sarà un’opera realizzata in collaborazione con uno scienziato, quindi di nuovo un’apertura diversa alla città, al di fuori del mondo dell’arte.
    Le tue opere sono “site specific projects“. Ci spieghi di cosa si tratta?
    I site specific projects sono progetti pensati appositamente per i luoghi che li accolgono, quindi hanno senso all’interno di un contesto che può essere aperto, chiuso, urbano, museale, e così via. Possono essere anche contest specific projects, cioè legati al contesto, per esempio a una comunità, a un villaggio, a una città, e time specific quando sono legati al tempo, quindi a una durata definita che coincide con il percorso di realizzazione o di visibilità.

    Per quanto riguarda il tuo pubblico, raccogli reazioni diverse a seconda del paese in cui esponi?
    Assolutamente sì. È molto importante considerare il fatto che il senso dei site specific projects si esaurisce nel contesto per cui sono creati, quindi per esempio un lavoro che ho fatto in India, realizzato in un villaggio ai limiti del deserto del Rajasthan e ispirato alla desertificazione che ha tanto peso su agricoltura e allevamento del luogo, aveva un determinato senso in quel paese ma ne assume uno diverso in un altro. Le mie opere però cercano di toccare problematiche globali che riguardano l’uomo in quanto specie, con l’intento di arrivare a tutti, in qualsiasi contesto l’opera venga portata. Universalità della tematica, universalità di pubblico, questa è la visione. Da qui nasce anche il mio interesse di comunicare a tutti gli strati sociali e non solo agli addetti ai lavori del mondo artistico.

    di Claudia Baghino

  • Marco Goldin porta a Genova Monet, Van Gogh e Gauguin

    Marco Goldin porta a Genova Monet, Van Gogh e Gauguin

    Marco Goldin
    Marco Goldin, curatore

    Il 12 novembre apre a Palazzo Ducale la mostra “Van Gogh e il viaggio di Gauguin”, attesissima per il livello di eccellenza delle opere esposte, e soprattutto per il prestito epocale del celeberrimo “Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo?” di Gauguin, concesso dal Museo di Boston per la quarta volta soltanto nella sua storia, e solo per la seconda in Europa. Oltre a opere dei due grandi artisti cui la mostra dedica il titolo, saranno esposti nomi del calibro di Friedrich, Turner, Monet, Kandinsky, Hopper, Rothko. Abbiamo incontrato Marco Goldin, curatore della mostra.

    Per quale motivo scegliere Genova per ospitare questa mostra?
    Abbiamo firmato un primo contratto biennale con Palazzo Ducale e il programma biennale è stato dedicato a due temi centrali per Genova, il primo è il Mediterraneo (con la mostra fatta tra 2010 e 2011), il secondo è il tema del viaggio, e Genova è la città in Italia che meglio di ogni altra avrebbe potuto ospitare una rassegna dedicata all’idea del movimento, del viaggiare.

    Siete riusciti a portare “Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo?” di Gauguin, che non era quasi mai stato spostato dalla sua sede a Boston, fino a Genova. Come avete fatto? Come si dispiegano le forze per ottenere un pezzo così straordinario?
    Un lavoro di rapporti, confidenze, fiducia nei miei confronti da parte del museo di Boston, col quale collaboro personalmente da diversi anni; loro hanno prestato e stanno continuando a prestare alle mostre che faccio molti quadri importanti. È stato un lavoro diplomatico ai fianchi, perché era già un azzardo anche solo pensare che questo prestito potesse andare a buon fine.

    Quando ho messo in piedi questo progetto sul viaggio (oltre due anni fa) ho pensato subito a questo quadro, ho coltivato per qualche mese l’ambizione di chiederlo. Poi ho pensato di non farlo perché mi sembrava una cosa troppo complicata, l’avevano concesso in Europa una sola volta in un secolo -quindi questo dà già il senso dell’eccezionalità del prestito- ed era stato circa dieci anni fa in una mostra dedicata a Gauguin nella Polinesia, prodotta dal museo di Boston insieme al Grand Palais di Parigi e che poi è andata a Boston, quindi un’occasione molto speciale, poi non è stato più concesso in Europa e solo un paio di volte negli Usa.

    Per molti mesi ho accantonato l’idea fino a che, un po’ più di un anno fa, ho detto “ci provo” e sono cominciati alcuni viaggi a Boston, anche per altri quadri che mi servivano (qui alla mostra di Palazzo Ducale ci saranno, del Museo di Boston, due quadri di Monet – un ponte giapponese e una versione delle ninfee – e un meraviglioso quadro di Van Gogh a Auvers, uno degli ultimissimi dipinti dell’artista olandese). Poi loro sono venuti in Italia all’inaugurazione della mostra “Mediterraneo”, e insomma, il mio proposito è diventato realtà.

    Contano il rapporto di fiducia e naturalmente anche poter rischiare dal punto di vista economico per un prestito assolutamente oneroso: la sola assicurazione ci costa 300.000 euro, il quadro ha un valore di 300 milioni di euro, non ho mai avuto un quadro così costoso in tutta la mia attività, e ci costa circa 200.000 euro farlo venire qui, per il trasporto speciale, la scorta armata che lo seguirà da Boston all’aeroporto di New York, una cassa speciale di 6 metri per contenerlo. Ci ha aiutato uno dei due principali sponsor della mostra, Unicredit, che ha aderito alla mia richiesta di aiutarci a pagare le spese di trasporto e assicurazione.

    Come prendono forma le vostre mostre? Viene prima l’idea, il tema, o può a volte essere un’opera a suggerire il dipanarsi del filo rosso su cui si imposta la mostra?
    Le mostre che curo nascono sempre da un pensiero, molte volte da un’emozione. Alcune sono nate dentro di me viaggiando, molto spesso quando visito dei musei per dei prestiti specifici per una mostra che sto organizzando, guardando opere di altra natura che magari non c’entrano niente con la mostra, nascono emozioni diverse, nascono prime pagine di appunti. Ho quaderni che riempio, quando giro per il mondo, con piccoli pezzi di poesie, sensazioni davanti a un quadro, o davanti a paesaggi lontani da quelli della mia terra. Quindi ci sono tante cose che crescono anche così, improvvisamente, inaspettate e da queste nascono mostre. Progetti allo stato embrionale ne ho tanti in questi fogli sparsi, poi bisogna però rendere concreti questi progetti, certo l’idea è determinante, ma poi la concretizzazione avviene attraverso i prestiti delle opere, e questo è l’aspetto veramente complicato.

    Il motivo conduttore dell’esposizione è il viaggio, naturalmente non solo materiale, spaziale, ma anche e soprattutto interiore. Il viaggio interiore è qualcosa che richiede coraggio e grande onestà con se stessi, qualcosa che oggi spesso si fugge. Si preferisce guardare fuori. La mostra culmina nel climax della stanza buia in cui campeggia “Da dove veniamo, chi siamo, dove andiamo”: sono i quesiti assoluti, quelli che hanno accompagnato tutta la storia dell’uomo con la loro forza dirompente. Pensa che il tema della mostra riuscirà a portare lo spettatore, oltre la mera fruizione estetica, a guardarsi dentro?
    Questa è sempre stata la mia ambizione come curatore – c’è chi anzi mi accusa di portare il visitatore troppo verso questo aspetto – anche con gli spettacoli che scrivo e che da tanti anni ormai portiamo in giro nei teatri italiani. Per me è importante, e vedo che la gente reagisce benissimo a questo tipo di approccio rispetto all’arte, portare lo spettatore in contatto con la propria anima più profonda.

    Direi che questa mostra dedicata al tema del viaggio lo fa in misura straordinaria, forse tra tutte le mostre che ho fatto non ce n’è un’altra che più di questa possa arrivare a toccare quel punto segreto, profondo, lontano che mette in contatto la nostra quotidianità col tempo primo del mondo. Per me questa è veramente l’ambizione massima, anche perché mi piace molto lavorare su una sorta di grande intreccio, di grande armonizzazione tra la parola, l’immagine, la musica, anche il pensiero filosofico sicuramente. Io credo che la gente abbia molta voglia di questo, e che la semplice nozione di carattere accademico non sia sufficiente.

    Gli storici dell’arte si possono forse accapigliare su un’unghia marrone o gialla di Veronese, di Tintoretto, di Rembrandt, sono però temi che possono interessare non dico nemmeno a tutti gli storici dell’arte, forse a una parte. Io credo invece che la pittura debba essere detta e raccontata in un modo che deve assolutamente essere comprensibile per le persone; chi fa il mio mestiere ha un compito straordinario che è quello di porgere la Bellezza alle persone che vengono a vedere le mostre, con un linguaggio piano, chiaro, semplice, fluente e questo si fa non soltanto parlando della tecnica dei pittori, dei movimenti artistici, delle successioni nella storia dell’arte, tutto importantissimo ovviamente, ma tutto ciò dev’essere mescolato per far sì che le persone vadano ad incontrare le cose e non se ne sentano respinte.

    Nel 2010 la cultura (musei, teatri, musica, cinema) ha generato valore per 40 mld di euro in Italia, a fronte di un investimento da parte dello Stato di 1,5 mld (dati Repubblica). Sono più i biglietti venduti per il teatro che per il calcio. (Con la differenza che la cultura produce non solo ricavi ma anche valore sociale. I paesi del Nord Europa hanno moltiplicato gli investimenti nella cultura in risposta alla crisi, sapendo che a lungo termine tali investimenti pagheranno). Cosa pensa del fatto che qui ci si ostini a considerare istruzione e cultura come uno dei primi campi (un’opzione) cui tagliare fondi invece che come un bene imprescindibile?
    Be’ la risposta è ovvia per chi fa il mio mestiere e per chi crede fermamente, anche mettendoci denaro proprio, in una visione della cultura aperta, libera, di confronto, di nuova conoscenza, quindi la posizione a me, come a tantissime persone, pare assurda. Come giustamente detto, la cultura non produce soltanto un valore che è sociale, che è arricchimento delle persone, che è incontro, che è conoscenza, ma produce anche ricchezza economica, quindi non arrivo a comprendere fino in fondo perché ci sia questa diabolica necessità di andare a tagliare sempre e soltanto questo aspetto della nostra vita.

    Una miopia assoluta credo, i dati però sono sotto gli occhi di tutti, quindi è difficile immaginare -se non secondo l’antica logica per cui per la politica la cultura sia qualcosa che non interessa- perché ci sia questa situazione, perché in realtà ormai lo vediamo tutti, il teatro piace, la musica piace, i festival che si fanno ovunque, dalla filosofia, alla scienza, alla storia sono sempre pieni di decine di migliaia di persone, le mostre pur in un momento di difficoltà continuano a essere punti di attrazione, i musei pure, anche se in Italia forse avrebbero bisogno di una rilucidatina (però speriamo che prima o poi ci si possa arrivare).

    Purtroppo non possiamo che constatare questa situazione con la speranza che presto si possa effettivamente cambiare registro. Non so nemmeno se si guardi al breve termine: tutte le ricerche delle università, Bocconi in testa, hanno dimostrato che la ricaduta economica di un avvenimento culturale sul territorio è molto importante, e in effetti sentiamo levarsi le voci delle varie associazioni di categoria che chiedono con forza che le città possano predisporre degli eventi culturali. Questi hanno una durata di quattro, cinque mesi, ciò vuol dire che quasi metà dell’anno è occupata da un evento che può richiamare tante persone che devono mangiare, dormire, acquistare… Quindi non è una visione miope solo in prospettiva, ma anche nell’immediatezza.

    Certo senza programmazione non si fa assolutamente nulla. Una mostra come quella che apriremo fra poche settimane ha avuto bisogno di oltre due anni di lavoro, quindi non si può pensare di fare tutto nel giro di due mesi. Le mostre, soprattutto quando sono di questo livello, hanno bisogno di un tempo lungo di preparazione e bisognerebbe fare una cosa che purtroppo in Italia non si fa mai: programmare. Questa è una cosa che la stessa politica mostra di fare in modo piuttosto labile, è una tradizione italiana da sempre, non sto parlando di destra o sinistra. Non abbiamo proprio questa cultura.

    Ricordo un aneddoto personale che si è ripetuto infinite volte quando una quindicina di anni fa iniziai a fare esposizioni di carattere internazionale, quindi a fare i primi giri nei musei europei e americani. Ero sconosciuto ovviamente, e venivo da una cittadina di provincia, insomma tutte le condizioni peggiori per iniziare a fare questo lavoro, e avevo l’aggravante di essere italiano, una cosa che tutti quelli che fanno il mio mestiere vivono sulla loro pelle: essere italiano vuol dire che non garantisci la necessaria serietà nel lavoro e soprattutto che ti trovavi a fare le richieste di prestito per un quadro anziché i due, tre anni prima canonici nel mondo internazionale, magari cinque, sei mesi prima, e ti dicevano “il solito italiano che non è capace di programmare”. Purtroppo è un aspetto che ci contraddistingue e mi pare che ancora adesso sia così.

    Il quadro generale in Italia è desolante attualmente. Chi è giovane e guarda davanti a sé vede un futuro che definire incerto e aleatorio è un eufemismo. Molti ci consigliano di fuggire all’estero, ma è un consiglio che, nemmeno troppo implicitamente, racchiude la convinzione che non ci sia speranza alcuna. Lei cosa direbbe a proposito?
    Credo di avere un buon osservatorio perché rappresentando una realtà abbastanza importante nel mondo dell’organizzazione delle mostre (anche se siamo una piccola azienda, quindici persone che lavorano con me) riceviamo decine di richieste ogni mese per venire a lavorare con noi. Effettivamente gli sbocchi per i giovani, penso anche al campo della cultura in senso generale, non sono molti. Servirebbe la possibilità di far aprire piccole cellule, piccole società, piccole realtà che possano fare questo tipo di lavoro. È difficile, però bisogna provarci.

    di Claudia Baghino

  • Intervista a Niccolò Fabi, SoloTour 2011 fa tappa a Genova

    Intervista a Niccolò Fabi, SoloTour 2011 fa tappa a Genova

    niccolò fabi

    Una lunga chiacchierata con Niccolò in viaggio da una città all’altra per il suo “Solo Tour 2011“. Grazie a “Palco sul Mare Festival” il cantautore romano torna a Genova, dove  ha tanti estimatori che lo seguono dai primissimi anni della sua carriera. Abbiamo parlato di musica, ma anche della situazione attuale, del mondo che ci circonda…

    Nella tua carriera hai sempre dato risalto alle liriche e alle immagini per cercare di raccontare qualcosa, per instaurare un colloquio con chi ti ascolta; questo mentre il mercato insegna che paga l’immediato, lo slogan… come se in questo mondo nessuno avesse tempo e voglia di ascoltare. Componendo cerchi o hai mai cercato un compromesso con questa “legge” per arrivare alle orecchie dei più? 

    In realtà poi questa “legge del mercato” è piena di eccezioni… Per questo sono convinto che inseguirla sia tempo perso. Non credo siano efficaci più di tanto i tentativi di plasmare i testi delle canzoni per trovare slogan e tormentoni, magari può riuscirti una volta in una canzone, casualmente… ma come principio è destinato a fallire: se ti sforzi a fare il ruffiano non duri a lungo. Per me il punto non è tanto la regola del mercato, quanto l’importanza che un autore dà ai suoi interlocutori. Quando scrivo una canzone voglio che chi mi ascolta capisca quello che dico, ma non significa scrivere cose che non penso per ottenere consensi, piuttosto cercare il modo migliore per farmi capire…

    Mentre scrivi una canzone a che tipo di persona pensi di rivolgerti?

    Non mi viene naturale pensare a qualcuno di preciso mentre scrivo, non l’ho mai fatto, non penso di rivolgermi a un tipo di persona piuttosto che a un’altra. Poi ovviamente i miei progetti possono essere interessanti per un gruppo di persone e non interessanti per un altro.

    Ansia, insicurezza, inadeguatezza e difficoltà di inserimento nella vita sociale, “quando quello che c’è fuori fa così paura” per usare le tue parole… Sono caratteristiche del nostro tempo, si sente dire in giro… Ma perché è così semplice avere paura della vita e degli altri? Credi che il massiccio uso di droghe, niente moralismi per carità, negli ultimi 40 anni possa avere avuto il suo peso?

    Le droghe sono sempre esistite come alternativa alla realtà, una fuga a pagamento; non credo siano una caratteristica degli ultimi quarant’anni e non credo siano causa di questo malessere sociale… La paura di cui parliamo riguarda il rapporto fra interno ed esterno, il rapporto di uno con tutti gli altri, tutto quello che c’è fra me e il resto… Questa paura naturale può essere tua nemica o tua alleata, ma non ha epoca e non ha generazioni secondo me… farà parte dell’uomo per sempre. Poi c’è un’altra forma di paura, intesa come modalità sociale, quella indotta dai media e dai governanti come forma di controllo.

    Che rapporto hai con il palcoscenico, provi ancora tensione prima del concerto oppure ormai ci hai fatto il callo?

    Sicuramente non ci ho fatto il callo! Salire sul palco significa misurarsi con il giudizio altrui, è un rapporto non paritario, sbilanciato… Tu sei rialzato e hai un occhio di bue che ti punta, tutti gli altri presenti no, non hanno luci addosso e non sono riconoscibili. Questo sicuramente suscita adrenalina e agitazione, ma non credo sia qualcosa da vincere o da superare… sarà sempre così’, vincere la tensione prima di salire sul palco credo sia controproducente.

    Dal nord Africa alla Siria, dalla Grecia alla Spagna… Che idea ti sei fatto di questi mesi di rivolta?!

    E’ un argomento talmente ampio che è impossibile racchiudere tutto in una risposta… si rischia di scivolare nelle banalità! Posso dire che la ventata di rivolta che ha investito l’Africa del nord e il clima di insoddisfazione dell’occidente sono secondo me processi collegabili per opposizione… Da noi, nell’occidente “panzone”, la noia ci ha portato a capire che la pancia piena e la sazietà altro non sono che illusione, non significa avere tutto. I popoli oppressi dalla dittatura, invece, sono stanchi di avere la pancia vuota e lottano per raggiungere la nostra noia, la nostra sazietà…

  • Marco Ongaro, “Gli occhi del mondo”: il disco con De Scalzi

    Marco Ongaro, “Gli occhi del mondo”: il disco con De Scalzi

    Marco Ognaro
    Il cantautore veronese Marco Ongaro ha curato le liriche del disco "Gli occhi del mondo" di Vittorio De Scalzi

    Marco Ongaro è un cantautore di Verona, ha adattato le poesie di Riccardo Mannerini per “Gli occhi del mondo“, l’ultimo album pubblicato da Vittorio De Scalzi.

    Ongaro è stato vero e proprio tramite fra i versi di Mannerini e la musica di De Scalzi, proprio come accadde nel 1968, quando il disco dei New Trolls “Senza Orario Senza Bandiera” si avvallò della collaborazione di Fabrizio De Andrè.

    Oggi, dopo oltre quarantanni, quel ruolo è stato di Marco. “Era la prima volta che lavoravamo insieme – racconta il cantautore – di lì in poi abbiamo scoperto il piacere di una sintonia fondata principalmente sulla stima reciproca, dunque sul massimo rispetto per la dimensione artistica dell’altro. Su indicazione dello storico della canzone Enrico De Angelis, Vittorio si è rivolto a me con la fiducia e il viso aperto che subito gli riconobbi come elementi fondamentali della sua indole. Avevo letto la raccolta di poesie di Riccardo Mannerini nei giorni precedenti il mio arrivo a Genova, cominciai a lavorare sui testi mentre viaggiavo in treno da Verona e arrivato a casa di Vittorio avevo già due testi pronti!”

    “Nei giorni successivi lavorammo sempre, in ogni istante, ad ogni ora e in ogni occasione… un atelier in piena funzione! Fare il grosso del lavoro in più di dieci giorni avrebbe significato frenare l’ispirazione per la considerazione sciocca che serva molto tempo a creare qualcosa di buono. Non è così, nella storia della musica e della poesia ci sono opere scritte di getto ancora difficili da eguagliare, quando il tornado si leva, non si può che seguirne il vortice. Ho cercato di dare il mio apporto senza interferenze competitive, tutto all’insegna di una collaborazione lontana da impulsi ragionieristici. In seguito abbiamo applicato lo stesso metodo alla costruzione delle canzoni per il mio spettacolo teatrale sulla Costituzione, L’Alba delle libertà, con analoghi risultati. Le nostre rispettive sensibilità si sono calibrate l’una sull’altra in miracolosa armonia. Eravamo diretti a uno scopo, consapevoli che non esiste al mondo lavoro più bello che quello di creare”.

    Cosa significa interpretare i versi di un poeta e tradurli in canto? Quanto c’è dei tuoi “occhi” in questi “occhi del mondo”?

    “In alcuni brani, come ne L’ultimo altare, c’è molto di Mannerini e molto di me. Mai che ci sia poco di suo e tanto di mio, semmai viceversa. Come prima cosa ho cercato di assumere in me l’essenza del mondo che Mannerini trasmetteva nelle sue poesie. Poi, dando ad esse forma metrica e rime, ho aggiunto e levato in ordine al mio gusto in fatto di canzone, lasciando che l’immedesimazione prendesse il giusto sopravvento dando voce con immagini mie a sentimenti stimolati dal poeta. Esiste una zona grigia in ogni poesia che meriti tale qualifica, un’area ispirativa imprendibile e interpretabile in più modi, a più livelli. Ecco, l’orgoglio per il mio lavoro sta nel rispetto di quest’area e nella riproposizione, pur tra mille modifiche, del medesimo spirito imprendibile.

    “Siamo gli occhi del mondo / ma tali / non dobbiamo rimanere”… scrive Mannerini…

    “E smettiamola / di guardarci le mani”, così si conclude la breve poesia. Mani che rimangono inerti e non creano, occhi che non guardano altrove, che non cercano per il mondo ciò che il mondo dovrebbe vedere. “Siamo gli occhi del mondo” è l’esortazione a una testimonianza vigile, a una responsabilità attiva. Vittorio e io abbiamo chiuso la canzone con il pensiero estetizzante e ammirato sulle ragazze che escono nella bella stagione, nei loro abiti a fiori. Un tantino decadente, certo, ma almeno si è smesso di guardarsi le mani e, da questa bellezza che è vita, si può ricominciare a testimoniare. La canzone dà il titolo al cd perché rappresenta il vigore vitale della poesia di Mannerini, i suoi ritratti sono il risultato del frugare tra le pieghe del mondo per rappresentare ai sordi la necessità di non addormentarsi, di stare all’erta nell’universo delle ingiustizie e delle fatalità, di leggere almeno il labiale della realtà per cercare la verità sottostante.

    Gabriele Serpe

  • Intervista a Bruno Rombi, scrittore e poeta

    Intervista a Bruno Rombi, scrittore e poeta

    Il poeta Bruno Rombi
    Il poeta Bruno Rombi

    Bruno Rombi, genovese d’adozione, è appena rientrato dal suo ultimo viaggio in Francia, ospite della manifestazione “Poésie et Gastronomie“. Letteratura ed arte culinaria ai massimi livelli, con la forte partecipazione di un pubblico attento ed interessato.

    Per una settimana i  più noti ristoranti della zona (“Au Fil de l’O” a Vieille Chapelle,  “Le Départ” a a Bethune, “La Chartreuse du Val St Esprit”, a Gosnay e “L’erge du Donjon” 2 a Fresnicourt le Dolmen) hanno proposto un Menù speciale  in onore del poeta, che ha letto i suoi versi in italiano e in francese ed incontrato gli studenti di alcuni licei della Regione, dialogando sulla poesia.

    Bruno Rombi, varie volte ospite d’onore in Festival e convegni, ha  pubblicato 5  volumi in Francia in edizione bilingue e recentemente “Fragments de lumière”, una raccolta di 40 poesie scritte da lui direttamente in francese e presentate l’anno scorso, a maggio, al Mercato della Poesia di Bordeaux.

    Rombi, come mai è tanto amato in Francia?

    Forse per la coerenza con cui svolgo il mio lavoro di traduttore e di amante della poesia francese… In Francia mi è stato detto che ciò accade anche per una sorta di “contrasto indiretto” che viene avvertito, tra alcune mie caratteristiche letterarie e, perchè no, caratteriali ben precise e l’attuale “idea” del Belpaese in circolazione…

    Lei porta, quindi, in un certo senso, un contributo di Italianità… “altra” in Francia?

    É ciò che spero, nel senso migliore della parola, dato che anche in Francia giungono notizie sul nostro paese non troppo edificanti.

    Che cosa l’ha colpita di più del suo tour transalpino?

    Constatare con quanta cura i professori di due licei avevano preparato i loro allievi all’incontro con me e le domande poste dai ragazzi, realmente interessati ed interessanti. Ma anche il desiderio di alcuni avventori in vari locali, di leggere le mie poesie in pubblico.

    Ha la sensazione di essere più apprezzato all’estero?

    Sicuramente. Non a caso ricevo inviti continui dall’estero ed i miei libri vengono  tradotti in mezzo mondo (in 16 lingue, ad oggi), cosa che peraltro mi dà una grande gioia e non finisce di sorprendermi. Ad esempio proprio ieri ho appreso che il mio poemetto “Tsunami” (del 2005), verrà tradotto in spagnolo.

    Che cosa le ha lasciato questa  esperienza?

    Sicuramente m’ha impressionato la serietà con cui i francesi si occupano di una questione così “superflua”, com’è da noi considerata la poesia. Pensi, la struttura organizzativa, Maison de la Poesie, oltre alla Direttrice, ha quattro dipendenti stabili. Impensabile, dalle nostre parti.

    Stefano Bruzzone

  • Intervista esclusiva con il cantautore genovese Federico Sirianni

    Intervista esclusiva con il cantautore genovese Federico Sirianni

    Federico Sirianni

    Federico Sirianni, cantautore genovese emigrato a Torino per amore e poi stabilitosi nel capoluogo piemontese. Racconta di essere nato in un taxi e di aver sfruttato il cuore spezzato del tassametro per farsi portare nella città vecchia…E racconta di aver raggiunto Torino con un battello a vapore disincagliato nelle paludi del Mississipi.

    Il cantautore è ancora un mestiere praticabile, una strada perseguibile per le generazioni che ti succedono, o pensi sia ormai quasi una velleità, una chimera?

    E’ un mestiere difficile, soprattutto in un periodo storico come questo. Però chi decide di scrivere per professione lo fa spinto da una sorta di “malocchio” che non gli permette di dedicarsi ad altre attività. Voglio dire, se non hai un sacro fuoco che ti muove testa, stomaco e ventricoli, non esiste alcun motivo per buttarsi in questo crepaccio, si desiste in fretta.

    Quando muovevi i primi passi fra la fine degli ’80 e i primi 90 collaboravi con Luca e Paolo, Casalino, Maifredi… Artisti genovesi che come te sgomitavano per far sentire la propria voce. Sembra che oggi in città quello spirito collaborativo tra artisti emergenti si sia un po’ perso, tanti cani sciolti distanti l’uno dall’altro… Perchè secondo te?

    Sono diversi anni ormai che non vivo più a Genova e non ho più il polso della situazione artistica. Però quel periodo lo ricordo con grande affetto, ci si trovava a casa di Marco Spiccio, medico-pianista e padre putativo di almeno un paio di generazioni di cantautori genovesi, oppure nei locali dei vicoli, dove suonare dal vivo non era una bestemmia e dove, se c’era qualcuno che si azzardava a fare una cover, veniva gettato sui bidoni dell’immondizia antistanti. Eravamo tanti, con più o meno talento, ci si confrontava a colpi di canzoni, si beveva molto. Forse i giovani cantautori genovesi bevono meno? chissà…

    Ti sei stabilito a Torino. Cosa ti ha spinto a lasciare Genova? 

    Sono andato a vivere a Torino per amore. Poi l’amore è finito ma sono rimasto perchè ho trovato una città accogliente e culturalmente viva, che ti permette di lavorare (non parliamo di New York, eh…) e, soprattutto, a differenza di Genova, non ti odia.

    Il cammino professionale di tuo padre (Vittorio Sirianni n.d.r.) credi per te sia stato un aiuto o un ostacolo nella tua crescita come cantautore?

    Mio padre fa un lavoro completamente differente. Avessi seguito le sue orme, come doveva essere nei progetti iniziali, questo aspetto avrebbe potuto forse rappresentare un problema. Devo dire che lui, come mia madre, m’è stato sempre vicino e non ha mai ostacolato il mio percorso. E, come dice il mio amico poeta Guido Catalano, “avere un figliolo che fa il cantautore o il poeta è una roba che un genitore non glielo augurerebbe al suo peggior nemico”…

    Immagina di osservarla dal mare… Genova sembra sporgersi assorta dai monti… Cosa osserva secondo te? A cosa starà mai pensando Genova?

    Pensa: “Vedi come son strani i genovesi? Più sono stronza più questi non si tolgono dal belino”.

    Gabriele Serpe