Categoria: Vivere Genova

  • Gruppi genovesi e musica live a Genova: Keezas

    Gruppi genovesi e musica live a Genova: Keezas

    I Keezas si sono formati nel 2007 e comprendono membri provenienti da altri gruppi precedentemente sciolti.

    La voglia di suonare li ha portati a creare un nuovo gruppo, una cover band che mutua i pezzi principalmente dai migliori anni novanta (Radiohead, Pearl Jam, Alice in Chains) ma fa anche qualche incursione nei sessanta-settanta, con arrangiamenti davvero interessanti – è il caso per esempio di un bellissimo medley Across The Universe/Brother – e la peculiarità di suonare sempre in acustico, dando una delicatezza particolare alle canzoni.

    Raccontano: «L’idea è fare brani che ci piacciano, per il gusto di suonare, senza però ripeterli necessariamente uguali, anzi trovando arrangiamenti un po’diversi, personali, che possano un po’ stupire il pubblico; i nostri arrangiamenti comunque sono guidati anche dalle necessità portate dall’acustico».

    Tutto ciò fa sì, confermano, che il luogo migliore per le loro esibizioni sia il locale, che per le proprie caratteristiche e dimensioni è più adatto a creare l’atmosfera giusta per ascoltare una sessione acustica.

    KeezasGenere: acustico
    Francesco Ferrando (voce)
    Mario Parodi (basso-cori)
    Massimiliano Costacurta (chitarra)
    Luca Salaris (chitarra-cori)
    Luciano Zambito (percussioni, batteria) – membro onorario
    Claudio Bassi (membro-in-fòrmica)

  • Falso Demetrio: l’intervista alla libreria di via San Bernardo

    Falso Demetrio: l’intervista alla libreria di via San Bernardo

    libreria falso demetrio genovaIlaria qualche mese fa ha aperto nel centro storico la libreria “Falso Demetrio”. Un atto che, in un momento di penuria generale, denota senza dubbio un certo coraggio…

    Cosa porta ad aprire una libreria indipendente in un momento così difficile per l’economia?

    In un momento difficile per l’economia bisogna comunque vivere (non si può stare con le mani in mano) e provare a fare qualcosa, mandare dei segnali positivi, impegnarsi per la società e per noi stessi, che ne facciamo parte.

    Una libreria indipendente non promette grandi guadagni e questo mi sta bene, posso anche accontentarmi di una vita dignitosa facendo un lavoro che mi piace e che dia un senso alle mie giornate.

    Qual è la linea aziendale che avete scelto? Su quali testi puntate?

    Nella scelta dei testi mi aiuta il mio socio, che si occupa della saggistica; io seleziono i romanzi e gli illustrati. La tendenza è quella di valutare libri che, anche se contemporanei (e magari pesantemente pubblicizzati) abbiano un contenuto e uno stile valido.

    Ci disinteressiamo completamente ai “casi letterari” se sono tali solo per la spesa che sta dietro la loro distribuzione.

    Pensiamo che il nutrimento intellettuale sia molto vicino a quello fisico: deve essere di qualità; nessuno vorrebbe mangiare spazzatura, probabilmente nemmeno leggerla.

    Naturalmente, su richiesta dei clienti mi preoccupo di far arrivare i libri che li interessano specificamente, siano essi libri più o meno recenti.

    Si parla spesso del centro storico per questioni legate al degrado o alle polemiche sulla movida. Ci raccontate la “vostra” via San Bernardo?

    Via San Bernardo non è una via facilissima, ma parlando del giorno non è nemmeno una via tanto complicata. Il passaggio è fluido e le persone del quartiere hanno avuto piacere di vedere aprire una libreria sulla piazza.

    I commercianti vicini sono stati altrettanto lieti e disponibili verso di noi, non ci manca incoraggiamento e appoggio da nessuno. Ripeto, aprire una libreria è anche una scelta sociale, che investe sulla diffusione della cultura e sul miglioramento del centro storico (da questo deriva anche l’entusiasmo e l’aiuto che stiamo ricevendo).

    Certamente, assistere all’apertura di altri locali che offrano varietà, incoraggiando un aumento del passaggio nella via, sarebbe utile e regalerebbe nuova speranza a tutti.

    Quali sono iniziative collaterali che organizzate in libreria? Se qualcuno ha in mente un evento culturale da organizzare o vorrebbe presentare un suo libro, in che modo può rivolgersi a voi?

    Come eventi collaterali diamo spazio a chiunque proponga iniziative di tipo culturale; letture di poesie o prosa, rassegne, incontri su svariate tematiche (che vanno dalla storia alla psicologia) e anche musica.

    Cerchiamo di organizzare eventi almeno due volte al mese, anche se ultimamente la media è salita e stiamo offrendo un incontro a settimana.

    Attualmente è in corso una rassegna di poesia contemporanea che durerà due mesi e che si svolgerà ogni venerdì sera alle 21. Quest’inverno una proposta molto interessante, e che ha soddisfatto gli uditori, è stata quella di un corso di storia della musica; gli incontri, tenuti da un giovane compositore genovese, Matteo Manzitti, si sono svolti sempre il venerdì, verso sera.

    Una volta al mese, tendenzialmente il primo giovedì di ognuno, ci incontriamo per una lettura collettiva, durante la quale i partecipanti portano un romanzo/saggio da condividere con gli altri, leggendone due o tre pagine.

    Per contattarci basta passare dalla libreria e mettersi d’accordo, c’è massima apertura e disponibilità da parte nostra, in cambio ci aspettiamo solo serietà.

    Puoi darci un tuo parere sulla legge Levi e su come ha influenzato e/o potrà influenzare l’attività di chi pubblica e vende libri?

    Per quanto riguarda la legge Levi ho poco da dire, anche perché gli sconti fatti dalle grandi case di distribuzione sono rimasti quelli di prima, con modalità differenti certo, ma pur sempre oltre il 15%. Per le piccole librerie è impensabile stare dietro ad un’offerta simile. Ma potrebbe andare meglio, in Francia ad esempio, per questo genere di attività (cioè librerie che vendano solo ed esclusivamente libri, quindi non gadget, piatti, strumenti musicali e altro), c’è sicuramente un appoggio burocratico/economico maggiore da parte dello stato.

    Tuttavia, chi viene ad acquistare da noi (che comunque proponiamo una nostra tessera-sconti insieme al vantaggio che ci possiamo permettere di arrotondare o fare sconti aggiuntivi ai clienti più assidui) lo fa anche per il piacere di trovarsi in una libreria degna di questo nome e per scambiare quattro chiacchiere e due consigli.

    Ebook: nemico giurato della carta o solo un modo come un altro di leggere?

    Un modo come un altro di leggere.

    Non credo che sostituirà mai il piacere che prova il lettore nello sfogliare il libro, sceglierselo, vederlo pagina dopo pagina consumarsi piano piano, e poi riporlo nella sua libreria, pronto per essere riletto o prestato/regalato ad un amico. Oppure, la bellezza di comprare più libri, metterli insieme in attesa sullo scaffale e, finito il romanzo/saggio in corso, osservare attentamente per scegliere quale sarà il prossimo tomo da iniziare.

    L’oggetto-libro non può essere sostituito, magari se ne compreranno un po’ meno perché i libri on-line possono aiutare nella selezione di ciò che ci piace; e se ne avranno un po’ meno da portare alle bancarelle per il bisogno di disfarsene.

    Marta Traverso

  • Irene Lamponi e il suo Teatro Onirico Politico

    Irene Lamponi e il suo Teatro Onirico Politico

    Irene Lamponi«Le persone, troppo semplicisticamente, pensano che la sola connessione tra la parola “politica” e la nostra realtà siano i partiti e la classe politica. Certamente e purtroppo questi ne fanno parte, ma la politica, per me, non si esaurisce con le promesse dei nuovi sindaci e i cartelloni elettorali, la politica è parlare della realtà, della verità e di come la gente vive facendo in modo che quello che adesso non le piace non succeda più». Irene Lamponi, attrice, veneziana di nascita e di formazione, vive a Genova dove presenta il suo Teatro Onirico Politico, un progetto teatrale interessante a partire dal titolo…

    Teatro Onirico Politico: di che cosa si tratta?
    L’idea di avviare questo progetto parte dalla necessità di unire due ambiti che spesso sono pensati come distanti e non si contaminano tra loro. Per me il sogno e la politica sono due fattori importantissimi della vita, perché essi stessi permeano la vita di ognuno di noi quotidianamente. Tutto è politico e tutto è sognabile. Il teatro, che per me è il mezzo con cui parlo alle persone, deve poter unire questi due fattori raccontando fatti strettamente legati alla nostra vita politica e sociale attraverso un mondo delicato che fa parte del meraviglioso. Il teatro Onirico Politico vuole scardinare l’idea che parlare di politica e cronaca dei nostri giorni in teatro voglia dire fare solamente teatro di narrazione slegato da un teatro di regia. Credo sia interessante riunire in una sola creazione la forza del messaggio politico a quella dell’incanto e del gioco.

    Il titolo sul tuo sito recita “Un Teatro Onirico Politico per non perdere la tenerezza”. Cosa significa?
    Per me significa poter parlare di cose importanti, come giustizia, corruzione, movimenti degli indignati, razzismo e molti altri temi generalmente crudi, ma attraverso lo sguardo di un bambino. I bambini non sono assolutamente buoni, ma riescono a meravigliarsi. Sono in grado di capire perfettamente la realtà senza lasciare da parte il sogno. “Un Teatro Onirico Politico per non perdere la tenerezza” significa appunto questo.

    Il tuo progetto si svolge nell’ambito dell’attività della Compagnia Altroquando, associazione nata per divulgare spettacoli ideati da giovani che non trovano spazio altrove e che non hanno enti di riferimento. La mancanza di punti di riferimento o comunque il disinteresse degli enti istituzionali possono far perdere occasioni e talenti. Pensi che stia succedendo questo? Quanto pesa questa lacuna a cui in qualche modo cercate di sopperire?
    Il disinteresse delle istituzioni verso i nuovi talenti, giovani che non solo fanno teatro ma che vogliono dedicarsi all’arte e alla cultura, è disgustoso. Gli appoggi ai giovani mancano a mio avviso quasi completamente. Solo il fatto che in Italia la parola “giovane” si usi per attori e registi quarantenni è imbarazzante. Ovviamente questo stato di cose pesa tantissimo sulle realtà indipendenti che lavorano a livello professionale ma non hanno nessun tipo di aiuto. Io penso che realtà come quella del Teatro Valle a Roma, o del Teatro Coppola a Catania, oppure la novità di oggi del Teatro Garibaldi a Palermo e di molti altri posti che in tutta Italia sono stati occupati da giovani che richiedono il diritto alla cultura, sia un segno che parla da solo.

    Quali sono le difficoltà quotidiane del fare teatro?
    Per quanto riguarda me, io ho scelto di intraprendere un percorso indipendente, creando lavori che portino la mia firma. Intraprendere un percorso così non comprende solo un lavoro attoriale, ma anche un lavoro sulla regia e sulla scrittura e sulla promozione di me stessa, e quindi è molto impegnativo. Ci sono difficoltà economiche, difficoltà di gestione del lavoro che devo saper organizzare senza l’appoggio di una produzione o di un teatro. La mia è una scommessa che sono sicura di poter portare avanti.

    Credi che il teatro possa continuare a essere un mezzo adatto a parlare alle persone?
    Penso che il teatro, come tutto il resto, sia cambiato e che a volte non sia per niente lento, ma sia invece un bello schiaffo in faccia, soprattutto il teatro fatto da compagnie e artisti emergenti. Il teatro continuerà a parlare alle persone se saprà rinnovarsi e spero che questo continui ad accadere.

     

    Claudia Baghino

  • Incontro con Irene Pacini, dal pianoforte all’arte visiva

    Incontro con Irene Pacini, dal pianoforte all’arte visiva

    Irene PaciniSino a domenica 15 aprile è possibile visitare in Sala Dogana, Palazzo Ducale, la mostra di Irene Pacini. Diplomata in pianoforte e con studi di composizione e musica elettronica alle spalle (sta inoltre per laurearsi in Musica e Nuove Tecnologie), Irene presenta tre video-installazioni dai titoli So Long Ago, Ventre, Swings, che ci portano in un viaggio attraverso il corpo e la creazione.

    Raccontaci qualcosa di te: diplomata in pianoforte, sei giunta all’arte visiva. Come si è svolto questo percorso?
    Mi sono diplomata in pianoforte, poi ho studiato composizione e infine, sempre nell’ambito del conservatorio, sono passata allo studio della musica elettronica, che mi ha fornito mezzi espressivi diversi rispetto a quelli della musica classica insegnandomi cose che mi sono poi state utilissime nella realizzazione delle opere.

    In cosa consiste il lavoro che presenti? Ce lo puoi descrivere?
    Sostanzialmente è un percorso, prima di tutto dal punto di vista temporale, dentro il corpo umano, condotto per mezzo di tre video, di cui due accompagnati dal suono. I filmati, che rappresentano inizialmente la pelle, conducono gradualmente a immagini viste attraverso un caleidoscopio, che io ho utilizzato per dare una mia visione poetica del corpo umano.

    Cosa vuoi trasmettere agli altri? Cosa speri che sentano guardando le tue opere?
    Chiaramente il mio lavoro ha un motivo conduttore, che poi è questa riflessione sul corpo, non concettuale ma emotiva, perché io parto sempre da elementi emotivi che desidero esprimere attraverso suoni e immagini. Credo che questo si senta, che arrivi alle persone. Detto questo, io credo – e ne ho avuto conferma parlando in questi giorni con i visitatori – che in queste installazioni ognuno veda qualcosa che già ha dentro di sé e che affiora, in qualche modo, guardando e ascoltando le mie opere.

    Hai scelto il mezzo dell’installazione video. Perché? Trovi forse che, essendo il video un mezzo dinamico, l’opera risulti più coinvolgente, più adatta alla fruizione istantanea tipica dello spettatore odierno, poco incline alla contemplazione?
    La scelta del video è arrivata, nel tempo, in quanto per me fusione ideale di due mezzi espressivi in cui mi sono sempre mossa: la musica e il disegno. La possibilità che dà il mezzo video di creare immagini e contemporaneamente accompagnarle con musica (che io stessa scrivo appositamente) è stata per me affascinante e mi ha permesso di dire cose che non riuscivo a esprimere con la semplice pittura. Per quanto riguarda la risposta alla tua domanda, in realtà ho notato che le persone che sono venute a vedere la mostra in questi giorni si sono soffermate a lungo – e non me l’aspettavo – su queste opere, guardandole e vivendole con attenzione. Questo mi ha colpito molto. Penso dipenda dal fatto che, come ho detto, non uso i concetti per creare, ma le emozioni, e forse proprio per questo le persone si sentono più coinvolte. Ho anche cercato di creare un’atmosfera accogliente, con le sale buie e le panche per sedersi, per agevolare la fruizione e l’immedesimazione di chi guarda.

     

     

     

     

     

    Il tema della creazione, in tutte le sue accezioni, è praticamente un topos dell’arte. Come mai hai scelto di affrontare un percorso così battuto e nello stesso tempo così difficile proprio per la quantità di esempi con cui confrontarsi?
    Non è stata una scelta fatta a priori, il tema si è sviluppato strada facendo, anche a causa del mio modo di lavorare: io ho delle idee, ma poi mi lascio molto ispirare e trasportare dal mondo esterno, da ciò che vedo, quasi sempre sperimento. Per come concepisco io la mia arte, tutto ciò che è fuori è già dentro di me, non c’è una cesura netta tra dentro e fuori. Il caleidoscopio, che io ho utilizzato nei video, non ha di per sé niente a che fare con il concetto di creazione, ma per come l’ho concepito ha assunto invece quel significato: nel liquido che contiene si muovono dei piccoli pallini rossi che io ho interpretato come globuli rossi.

    Per quanto riguarda la parte tecnica invece, il lavoro di gestazione di queste opere è stato molto lungo: in due anni ho realizzato tutte le riprese video e la parte musicale, ma mi sono occupata personalmente anche del montaggio video e audio e delle riprese audio. Il secondo video per esempio, quello senza audio, è stato davvero difficile da girare, l’ho ripetuto più volte prima di ottenere quello che volevo. Molti guardandolo pensano che abbia utilizzato immagini virtuali, ma sono tutte immagini vere, reali, di oggetti fisici, realizzate da me e molto poco rielaborate. Lo stesso vale per i suoni, che sono stati messi insieme senza quasi ritoccarli; nel primo video sono tre voci femminili, nel terzo sono i suoni prodotti da corde di altalene, che assumono un timbro che ricorda la voce umana. Stavo cercando suoni che ricordassero il mondo dell’infanzia e casualmente mi sono imbattuta in queste altalene: ho sentito subito che era il suono che stavo cercando…

    Claudia Baghino

     

  • Gruppi genovesi e musica live a Genova: Pek

    Gruppi genovesi e musica live a Genova: Pek

    I Pek sono un trio alternative rock e come molti hanno iniziato al liceo, con le cover: prima punk e grunge, poi il rock psichedelico anni settanta.

    La formazione originaria conta i tre ragazzi, “Dado”, “Gabri” e “Cava”, cui si aggiunge per un periodo un elemento femminile, fino al 2007, quando decidono di portare avanti un progetto di brani propri e tornano ad essere un trio.

    Il disco che ne esce è Heroin, album d’esordio pubblicato nel 2010 dall’etichetta Taxi Driver Records: un lungo lavoro di mediazione tra personalità e gusti differenti per arrivare alla giusta sinergia nelle canzoni.

    «Ognuno di noi ha il suo “antro del rock” preferito – raccontano – in realtà eravamo molto più vicini a queste sonorità sette anni fa che tre: ci siamo ritornati in maniera più consapevole dopo un percorso che cerchiamo di illustrare anche attraverso il disco, con un suono che va cambiando tra l’inizio e la fine».

    Il disco è infatti pensato come una sorta di concept album. Eccone un assaggio dalle loro stesse parole: «La degenerazione fisica ed esistenziale di Danny, protagonista lunatico e cinico, viene raccontata attraverso sette tracce suddivise in 3 atti: i suoni brillanti del primo atto lasciano spazio a quelli più cupi e rocciosi del secondo, fino ad esplodere nel caos schizofrenico di Follow, traccia che conclude il disco».

    Heroin, cioè eroina, è la dipendenza per antonomasia: il titolo racchiude così, in una sola parola, il mondo delle dipendenze e delle debolezze, raccontate nelle loro molteplici forme attraverso la storia di Danny, canzone dopo canzone, vista dagli occhi del protagonista, senza giudizi morali e senza forzate opposizioni giusto-sbagliato.

    Il finale è quindi aperto e ognuno può interpretarlo come sente: «Follow, con gli urli che la caratterizzano,  potrebbe significare la fine per via di un’overdose come la liberazione dalla dipendenza».

    La polivalenza del significato permette loro di variare le scalette per i concerti variando quindi l’evolversi della storia. In progetto il nuovo disco, a cui i ragazzi stanno lavorando proprio adesso.

    PekGenere: alternative rock
    Dado – batteria
    Gabri – basso e voce
    Cava – chitarra e voce

     

     

     

  • Alessandro Ligato, le fotografie che guardano le stelle

    Alessandro Ligato, le fotografie che guardano le stelle

    Dal 17 marzo al 20 aprile, presso l’OpenLab Gallery di Vico Giannini 1 a Genova, è aperta la mostra personale di Alessandro Ligato, vincitore della prima edizione del concorso “Art Is Clear As Clouds Are” rivolto a giovani artisti emergenti e organizzato in collaborazione con il Balla Coi Cinghiali Festival.

    Alessandro Ligato, classe 1980 e una formazione tutta artistica tra Dams di Brescia e Accademia di Brera, si esprime attraverso il mezzo della fotografia d’arte e presenta a Genova “Urbana Nostalghia”… quando il cielo stellato è il protagonista che non si vede…

     Il lavoro che presenti in mostra è molto particolare. Puoi spiegarlo?

    «Il progetto che presento presso l’Open Lab Gallery nasce due anni fa e parte dall’idea che la città è di chi la vive, e che al suo interno si può e si deve vivere tutta la gamma dei sentimenti immaginabili. La nostalgia, la malinconia e la contemplazione sono legati a un immaginario bucolico, io rivendico con questo progetto il diritto di viverli anche nell’urbanità; urbanità che di notte perde la sua frenesia e si dispone come la natura ad esserti vicina e confidente.

    La modalità di operazione è stata performativa: comunicavo ai miei soggetti con una settimana di anticipo di scegliere un luogo che potesse metterli in questo stato d’animo, quando scendeva il buio loro si sdraiavano a guardar le stelle e io documentavo quel che succedeva; quindi primariamente lo scopo era di far vivere ai miei nostalghici un’esperienza sensoriale di confronto con se stessi e quel che li circonda; al contempo il mio scopo era quello di rendere visibile l’invisibile, ovvero loro vivono movimenti e paesaggi interiori e io col mio mezzo fotografo loro e quel che hanno attorno come rappresentazione visiva di quel sentire; il mondo fuori fotografato come specchio del loro mondo interiore.

    La fotografia è per me un’arte magica e alchemica, il mio fotografare è racchiudere un mondo in un rettangolo che sia significativo ed evocativo anche di quel che ho escluso dal rettangolo; il cielo è negato nella fotografia perché solo vivendo l’esperienza è possibile perdersi a guardarlo.

    Fin dall’inizio ho capito che l’installazione di questo lavoro in galleria doveva essere pienamente conforme all’esperienza vissuta dai miei soggetti, è per questo che in galleria ho installato le fotografie su lightbox, le sale sono buie con la proiezione del cielo sul soffitto, ci sono materassi e cuscini per sdraiarsi, in modo che lo spettatore in una mimesi possa sdraiarsi e condividere -anche se in piccola parte- l’esperienza dei soggetti da me fotografati

    Urbana Nostalghia di Alessandro Ligato
    "Urbana Nostalghia" di Alessandro Ligato

    Nell’osservare le tue foto la prima reazione è stata cercare di riconoscere il luogo, in seconda battuta il forte rimando alla prosecuzione dello spazio oltre il rettangolo dell’immagine, verso un cielo che non vediamo ma che sappiamo essere lì e dispiegarsi immenso agli occhi della persona sdraiata, fa venire voglia di entrare nella foto e sdraiarsi accanto al tuo soggetto.
    C’è una chiave di lettura precisa per queste immagini? Un messaggio per il fruitore? 

    «Ognuno è libero di sentire quel che vuole, quello che mi preme è che non sia un vedere ma appunto un sentire… non un’esperienza legata solo alla vista ma che muova sensazioni interiori legate al vissuto personale di ogni visitatore».

    Ho visto che lavori con la fotografia analogica e in particolare col banco ottico. I tempi e i modi di questa tecnica sono antitetici all’immediatezza e alle peculiarità della fotografia digitale. Come nell’annosa disputa tra fautori dell’mp3 e cultori del vinile, quando si tratta di contrapposizione analogico-digitale di solito si creano fazioni tra loro inconciliabili. Appartieni a una di queste o lavori con entrambe le tipologie? Cosa hai scelto per le foto in mostra e perché?

    «Io lavoro sempre con la fotografia analogica, come nella musica c’è chi suona il pianoforte e chi il sintetizzatore, uno non è meglio dell’altro; semplicemente è radicalmente diverso. Per me il fatto di lavorare in analogico risponde al  bisogno di fotografia come oggetto fisico: poiché cerco sempre di cogliere sfumature, sentimenti, insomma ciò che non è visibile, ho bisogno che ciò sia documentato su un supporto fisico cioè sulla pellicola. Lavorare in analogico col medio e grande formato è da sempre per me legato a una fotografia intesa come visione e pensiero, il clic finale è l’1% del lavoro; è un lavorare per sottrazione e non per sovrabbondanza: il digitale ti fa fotografare e poi scegliere, io sono conformato per scegliere e poi fotografare.
    Lavorare in analogico significa anche avere tempi di latenza in cui l’immagine non è visibile e visionabile, è solo immaginabile, cosa che trovo bella ed educativa a livello progettuale; queste macchine fotografiche di grande importanza fisica mi danno anche la possibilità di vivere non solo con un dito il fotografare e il luogo in cui sono, ma anche di sentirne il peso e l’anima attraverso la fatica, questo credo ti metta in una posizione di maggior ascolto del luogo o della persona che ti sta attorno».

    Oggi chiunque possieda una reflex digitale e Photoshop si dichiara fotografo, apre un account su Flickr e inonda il web di scatti rielaborati. È la caratteristica di internet, democratizzare le cose e renderle accessibili a tutti. In questo modo però c’è una proliferazione incontrollata e pochissimo filtro. Cosa pensi di questa realtà? È un bene o un male? Stimola le idee e la concorrenza o rischia di oscurare persone meritevoli nel mare magnum della rete?

    «Non credo che la rivoluzione digitale si possa definire come una democratizzazione, ha dato sì la possibilità a tutti di fotografare ma spesso ciò implica e ha implicato il fatto che queste persone non inizino a fotografare per rispondere a un forte bisogno interiore. Oggi ci sono più fotografi che medici o fruttivendoli e ciò un po’ mi inquieta soprattutto perché più bella è la reflex minore è l’umiltà del fotografo che si crede un professionista solo per il fatto di aver tra le mani 5000 euro; credo che per dare un giudizio sul digitale dovremmo aspettar una decina d’anni e veder cosa resta di tanto strepitare e fotografare come pioggia nei monsoni.
    Ci sono però realtà notevoli che sono nate e si sono diffuse attraverso internet e i social network; io per esempio ho imparato a fotografare, sviluppare e stampare in analogico su Flickr in un gruppo che si chiama “Fotografia analogica- italia”; nella massa di immagini da cui siamo inondati si trovano anche moltissime di qualità; anche se abito in provincia posso seguire blog di fotografia scandinava ovvero non fermarmi a quel che il mainstream mi impone come idea di fotografia, ma andare a scavare ovunque e scoprire micro realtà notevoli. Credo che tutto ciò sia molto positivo; insomma il problema non è il digitale o il web ma le mani e le menti che lo usano».

    Quali sono i tuoi prossimi progetti?
    «Per il futuro ho in mente più progetti di quanti ne possa materialmente realizzare, ma quotidianamente con rigore li porto avanti, per me fotografare non è una cosa diversa dal vivere, risponde a un mio bisogno di analizzare e riflettere sulla realtà. In particolare in questo momento sto portando avanti un progetto di arte pubblica sul quartiere del Carmine a Brescia, tra mille difficoltà economiche  continuo a far quel che sento con la ferma convinzione che condividere i propri mondi interiori sia alla base di una vita sociale degna di questo nome».

     

    Claudia Baghino

  • Gruppi genovesi e musica live a Genova: Esmen

    Gruppi genovesi e musica live a Genova: Esmen

    EsmenGli Esmen sono una rock band genovese nata nel 2007 come naturale sviluppo di un progetto solista di Fabrizio Gelli, voce della band, al quale si sono uniti Danilo Palladini alle tastiere e cori, Gino Scalise alla batteria e Marco Chiappalone al basso.

    I riferimenti musicali più evidenti sono da ricercare nel cantautorato e nel rock anglo-americano, anche se le influenze dei componenti della band sono le più svariate.

    La voce calda, la ricerca accurata di suoni ed il generoso utilizzo di effettistica, gli intrecci sonori di chitarra e tastiere e una solida sezione ritmica, sono le caratteristiche più evidenti della band, alla quale sono riconosciute ottime qualità nella stesura dei testi e un sound personale.

    Fin dal suo primo anno di vita la band ottiene importanti riconoscimenti: vince le finali regionali liguri del concorso Primo MaggioTutto l’anno edizione 2008, il video di “Song For Ced” vince il premio come Miglior Video al MEI 2008, il brano Rain entra a far parte del Dvd “In viaggio con Don Gallo”, edito da Chinasky Edizioni, solo per citarne alcuni.

    Il gruppo entra nella scuderia Greenfog Records e nel maggio 2011 pubblica il primo album dal titolo Tutto è bene quel che finisce, anticipato dal singolo Lou. La canzone entra in programmazione nel circuito delle radio  indipendenti, e il videoclip di Lou, girato da Mattia Cominotto, entra in rotazione su DeeJay Tv e diventa video Just discovered per Mtv New generation.

    L’album viene accolto con entusiasmo dagli addetti ai lavori e viene recensito, tra gli altri da Mucchio, Rockerilla, Insound, Rockit, Indie Eye, Terra, Gli Altri,Extra Music.

     

    Genere: Rock, indie, pop

    Membri:

    Fabrizio Gelli – voce, chitarra acusitca
    Danilo Palladini – tastiere, cori
    Gino Scalise – batteria
    Marco Chiappalone – basso

  • Gian Piero Alloisio, Roberta Alloisio e Federico Sirianni: dietro le quinte di “Malavitaeterna”

    Gian Piero Alloisio, Roberta Alloisio e Federico Sirianni: dietro le quinte di “Malavitaeterna”

    Malavitaeterna, Gian Piero Alloisio«Una storia di emarginati– racconta Gian Piero Alloisiouna storia di sola droga, a dir la verità, e poco altro! Parlare della droga dal punto di vista soggettivo di chi paga e alimenta i traffici della mafia, e non come condanna esterna, fa capire innanzitutto che l’umanità riguarda tutti gli umani e che in tutte le storie tragiche c’è anche tanta comicità… d’altronde uno non farebbe il tossico per vent’anni se piangesse tutti i giorni. E proprio per questo ho voluto un linguaggio vero, il linguaggio doc dei primi anni 90 nei vicoli di Genova… Ora non so che lingua si parli, allora era così!»

    Malavitaeterna” è la quinta edizione dello spettacolo di Gian Piero Alloisio che fotografa i vicoli genovesi dei primi anni 90, la storia di un tossicodipendente e spacciatore interpretato dal cantautore Federico Sirianni: «…il mio ruolo più che l’attore è quello del raccontatore… un ruolo che già ho, in fin dei conti, nei miei concerti. Questo spettacolo ovviamente è stato più impegnativo perché si tratta di un lavoro collettivo, un lavoro per me bellissimo e arricchente…».

    Il protagonista è King (personaggio non di fantasia che ha ispirato ad Alloisio l’omonima canzone scelta anni fa come traccia conclusiva della compilation “Faber Amico Fragile” con gli omaggi dei grandi interpreti della musica italiana a Fabrizio De André), uno spacciatore dei vicoli finito in carcere e ora giunto all’ultimo giorno di comunità, pronto a fare ritorno nella vita dei “normali”

    Una normalità che in questo spettacolo emerge nel suo aspetto forse più vero e naturale, ovvero quello della parola sostanzialmente priva di senso o, ancora meglio, caratterizzata da interpretazioni e significati diversi e, perché no, talvolta anche distanti fra loro.

    Che cos’è la normalità per Roberta Alloisio? «E’ la vita che a un certo punto prende il sopravvento rispetto a tutte le esperienze e le difficoltà, rispetto al vissuto, la vita che va avanti con le sue ombre e le sue luci, con i difetti e gli errori… Noi nello spettacolo ne abbiamo un’idea un po’ comica se vuoi… fra un disprezzo di casta e una voglia, un obiettivo da raggiungere…»

    «Poi basta che la racconti la normalità e diventa anormale… – dice Gian Piero – le vite delle persone normali sono vite normali? Non penso proprio. Dovessi fermare una persona qualunque  per strada per farmi raccontare veramente quello che gli succede quotidianamente probabilmente rimarrei a bocca aperta…  “Ogni vita è grande” è la canzone che chiude lo spettacolo e che sottolinea proprio questo aspetto della vita; la normalità, a parer mio, dovrebbe essere  riconoscere la grandezza di ogni singola esistenza.»

    Gabriele Serpe

    Video di Daniele Orlandi

  • Tvrtko Buric: l’artista di Zagabria che vive e lavora a Genova

    Tvrtko Buric: l’artista di Zagabria che vive e lavora a Genova

    Tvrtko BuricTvrtko Buric è un giovane artista straniero che attualmente vive e lavora a Genova. Ventinove anni, comincia a formarsi nel campo della pittura a Zagabria, sua città natale,  e si diploma in Arti Applicate e Design; poi decide di trasferirsi all’estero e la scelta ricade proprio su Genova, dove ha conseguito la laurea specialistica in Disegno Industriale e dove ormai risiede da sette anni. Lo abbiamo incontrato poco dopo il termine di Product Human, mostra collettiva –cui Tvrtko ha partecipato- tenutasi tra dicembre e gennaio a Sala Dogana (lo spazio di Palazzo Ducale dedicato ai giovani artisti).

    Come e quando è cominciato il tuo interesse verso l’arte visiva? Cosa ti ha spinto a esprimerti attraverso di essa?
    Ho iniziato a esprimermi in questo modo quando ero ancora un bambino, ma è diventata una professione circa sette anni fa, quando ho cominciato a riflettere su temi seri. Poi lo studio presso la facoltà di architettura mi ha aiutato nella formazione e ha accresciuto la mia ispirazione.

    Quali tecniche usi? E qual è la tua tecnica preferita?
    Fino a poco tempo fa usavo diverse tecniche: dall’olio all’acrilico, al pennarello e utilizzavo vari supporti. Questa sperimentazione mi è servita per capire cosa mi piacesse di più, con quale tecnica mi trovassi più a mio agio. E così sono arrivato a concentrarmi solo sul disegno, soprattutto su pvc e plexiglass. Il lavoro viene passato allo scanner e poi stampato su vari tipi di materiale.

    Tu vieni da Zagabria. Perché hai scelto Genova per i tuoi studi e poi per la tua attività?
    In realtà è stato un caso. Un’amica che ha studiato a Genova mi ha detto di essersi trovata bene e quindi ho seguito il suo consiglio, rinunciando a Milano: lì vivono molti serbi e croati, ma io volevo cambiare contesto e stile di vita, e qui ho incontrato molti stranieri, anche artisti. Genova è una città molto particolare e mi è sembrata la scelta giusta.

    Nei tuoi pannelli in grande formato una linea nera definisce i contorni di persone e oggetti, folle che si perdono in lontananza, volti senza occhi, sagome. Cosa cerchi di comunicare attraverso queste immagini?
    Non c’è in realtà una simbologia univoca, ho sempre cercato di lasciare lo spazio per diverse interpretazioni. Cerco di comunicare lasciando a ognuno la possibilità di vedere nei miei lavori ciò che vuole, ciò che sente, magari di riflettere sul senso che ha la nostra presenza nel mondo, sul “chi siamo e dove andiamo”.

    In Progetto Continuum hai lavorato all’interno di un non-luogo, un centro commerciale, sistemando le opere in spazi non consueti come le pareti delle scale mobili. In effetti le tue sagome spersonalizzate, senza volto, ben si sposano con l’ambientazione del centro commerciale, zona di passaggio, di consumo, di perdita d’identità. È d’altronde una bella sfida fare arte nel luogo simbolo del consumismo per eccellenza, dove la gente solitamente passa per acquistare e scivola via, attenta solo alle vetrine e al portafoglio. Che risposta hai avuto da parte del pubblico?
    Il progetto prevedeva una serie di installazioni in un centro commerciale dell’Aquila che, dopo il terremoto, ha forzatamente sostituito il centro cittadino come luogo di ritrovo e aggregazione (il centro storico dell’Aquila è stato distrutto dal terremoto del 2009 ed è tuttora inagibile). Il mio lavoro è stato visto e ritenuto adatto nell’ambito del progetto. È stato uno degli interventi più ampi che abbia mai fatto, con pannelli lunghi più di dieci metri, coperti da chilometri di linee di disegno. Sono molto felice di aver partecipato a questo progetto.

    C’è qualche altro luogo che ti ispira o che ti ha ispirato delle opere, o dove vorresti esporre? Qui a Genova per esempio, c’è un luogo che ti affascina?
    Ogni dettaglio della vita quotidiana può essere di ispirazione, ma ultimamente sono stato colpito dall’atrio di Palazzo Ducale. Lo vedo come un luogo perfetto per l’arte contemporanea. Ogni giorno passo di lì, lo guardo e mi faccio ispirare, penso. Sto cercando di creare qualcosa pensandolo appositamente per questo spazio.

    Ti occupi anche di design, hai progettato per esempio sedie componibili basate su un modulo ripetibile. Arte e design sono nel tuo lavoro due cose distinte o due risultati diversi di un unico flusso creativo?
    Sono due cose diverse, due ricerche separate. Nell’arte affronto problematiche interiori, il design invece risolve piccoli problemi. Mi piace molto anche il design, ma ora l’ho lasciato un po’ da parte dedicandomi di più all’arte. Vorrei comunque riprenderlo più avanti.

    Prossimi progetti?
    Adesso continuerò il ciclo legato a Product Human con il prossimo evento espositivo, Post Human. Saranno per la maggior parte installazioni destinate a luoghi pubblici, in cui lavoro con supporti che creino soprattutto giochi di luce e ombra.

     

    Claudia Baghino

    Video di Daniele Orlandi

  • Gruppi genovesi e musica live a Genova: Il Tempio delle Clessidre

    Gruppi genovesi e musica live a Genova: Il Tempio delle Clessidre

    Il Tempio delle Clessidre fotoIl Tempio delle Clessidre è una formazione italiana che intende esprimere idee e musica con il tipico sound del rock progressivo degli anni ‘70.

    Elisa Montaldo, tastierista e compositrice appassionata di rock progressive e Stefano “Lupo” Galifi, il cantante in “Zarathustra” (il capolavoro progressivo della celebre band italiana Museo Rosenbach) si sono incontrati a Genova nel 2006 ed hanno dato vita al progetto, che prende il nome dall’evocativo “Il Tempio delle Clessidre”, brano conclusivo della suite “Zarathustra“, rivisto poi nel significato e nel concetto. La band esegue l’intero disco “Zarathustra” dal vivo, cosicché la voce di Stefano può tornare al pubblico con la forza originale e la sua tipica sfumatura blues.

    Il gruppo inizia a lavorare su nuove idee per le proprie composizioni: studio, improvvisazione e ricerca sonora sono elementi determinanti per la nascita dell’opera omonima, pubblicata nel settembre 2010 da Black Widow Records nei formati CD e vinile.

    La musica è strettamente legata alle immagini, ai testi ed alla grafica: il logo è stato progettato come un simbolo, una sorta di sigillo esoterico dove il tempo, lo spazio e l’infinito si fondono nello stesso centro. La copertina descrive l’idea simbolica di un tempo sconosciuto che eternamente ritorna ed è stata sviluppata insieme al bravo disegnatore Maurilio Tavormina con schizzi a matita, bozze, discussioni, studio dei colori ad acquerello, proprio come accadeva in passato.

    Il Tempio delle Clessidre si pone l’obiettivo di trasportare l’ascoltatore nel suo mondo poliedrico e di dare spunti di riflessione sulla condizione umana. Dal vivo il gruppo cerca di riprodurre il sound e l’atmosfera dei concerti degli anni ’70 curando il look e le sonorità dell’epoca nelle numerose esibizioni realizzate, tra cui la recente con i Soft Machine Legacy all’Auditorium Maestrale del Porto Antico di Genova; inoltre il gruppo ha partecipato ad importanti festival a Veruno e Roma con grandi nomi del prog rock italiano (Goblin, Locanda delle Fate, Arti&Mestieri) ed ha suonato a Seul (Corea del Sud) l’8 ottobre 2011.

    Il gruppo suonerà al NEARfest in Pennsylvania (USA) nel 2012. La musica è una metafora della vita stessa e per Il Tempio delle Clessidre il progressive rock è il miglior modo “musicale” di parlare alle anime sensibili ed intelligenti.

    Genere: rock progressivo italiano
    Membri
    Elisa Montaldo: voce, tastiere, pianoforte, organo, concertina
    Stefano Lupo Galifi: voce
    Fabio Gremo: basso
    Giulio Canepa: chitarre
    Paolo Tixi: batteria
  • “I musicisti hanno gli occhi belli”: incontro con Maria Grazia Tirasso e i Theatralis

    “I musicisti hanno gli occhi belli”: incontro con Maria Grazia Tirasso e i Theatralis

    Intervista a Maria Grazia Tirasso e al gruppo TheatralisUna scenografia semplice: da una parte una poltrona, un tavolino con alcuni libri, fogli sparsi per terra su un tappeto; dall’altra, sedie e leggii a evocare la sala prove di un gruppo musicale. Sul palco idealmente diviso in due, entra in scena la Musica: cinque amici che si riuniscono per provare. Chi ha portato da mangiare, chi è in ritardo, chi comincia ad accordare il proprio strumento. Si lanciano battute e scherzano in un’atmosfera completamente rilassata. A breve distanza, entra in scena la Parola: sprofondata nella poltrona una figura femminile, avvolta in un vaporoso scialle bianco e turchino, osserva il gruppo provare.

    I musicisti hanno gli occhi belli: il loro sguardo sembra che veda la forma della musica. I loro occhi incontrano gli occhi degli altri ed è come se l’armonia che esprimono fosse un abbraccio”. Comincia così lo scontro Parola-Musica, che poi è il cuore dello spettacolo portato in scena il 25 e 26 febbraio al Teatro Garage per la regia di Maria Grazia Tirasso con i Theatralis (Francesco Nardi – piano, Barbara Ludovico – violoncello, Eleonora Pacifico – flauto, Alessandra Poggi – canto, Andrea Poggi – chitarra).

    Abbiamo seguito la prova generale e chiacchierato con la regista e con Francesco Nardi, autore delle musiche insieme ad Andrea Poggi. Proprio Francesco racconta come è nata casualmente l’idea dello spettacolo: «Invito Maria Grazia ad una delle nostre prove e dopo un po’ che ci ascolta comincia ad estraniarsi e a scrivere. Alla fine della prova chiude gli appunti e ci chiede se vogliamo fare uno spettacolo con lei». Aggiunge Maria Grazia: «Assistere alle prove, siano esse teatrali o musicali, non è cosa per tutti, è riservata più che altro agli addetti ai lavori, così mi sono detta, perché non allargare al pubblico questa possibilità? Di lì l’idea di uno spettacolo in cui la musica si alternasse alla parola, in un avvicendarsi di momenti ironici ad altri più seri. Ai musicisti ho chiesto la massima naturalezza e il massimo relax come se fossero realmente nella loro sala prove, cosa assolutamente non facile».

    Ma come si è arrivati al titolo “I musicisti hanno gli occhi belli”? «Io non so perché i musicisti hanno gli occhi belli – risponde Maria Grazia- so che una delle cose che ho scritto quella fatidica sera era questa. Mi è uscita così. Credo che esprima l’idea dell’armonia che ho visto nel loro gruppo. Mi è capitato di vederla anche in gruppi di attori: non è indispensabile, ma davvero se c’è fa la differenza».

    Francesco: «Per noi Theatralis l’armonia è fondamentale, l’abbiamo assunta a nostro valore fin dalla costituzione del gruppo, intendendola non solo come armonia del suono, ma anche e soprattutto come armonia tra le persone che producono questo suono. Le musiche che portiamo sul palco sono musiche originali scritte da noi e individuano un’altra caratteristica, che si evince anche dal nostro nome, che è la nostra affinità con l’esperienza teatrale: abbiamo scritto per vari spettacoli brani che qui riproponiamo riadattati o rivisti con l’aggiunta delle parole al canto».

    E ancora Maria Grazia sull’evolversi, in scena, dell’opposizione Parola-Musica: «Il mio personaggio a un certo punto vacilla, si rende conto che è sbagliato creare una contrapposizione tra linguaggi che sono diversi in partenza, sebbene entrambi parlino ai sentimenti».

    Intervista ai Theatralis

    Riguardo poi al personaggio-Parola che lei stessa interpreta: «All’inizio avevo pensato a semplici interventi miei, quasi una chiacchierata; poi andando avanti questo ruolo si è definito, diventando un personaggio, che all’inizio si contrappone alla Musica, per poi avvicinarsi sempre di più, andando verso la pacificazione. Ci sono alcuni momenti in cui compie delle incursioni nel mondo della Musica, come quando racconta una favola usando gli strumenti musicali come personaggi, sfruttandoli a proprio vantaggio per mettere avanti la Parola. Non a caso dopo questa parte c’è la prima canzone con le parole, ed ecco che le due cominciano a compenetrarsi».

    Nello spettacolo il contrapporsi delle due “sfidanti” è supportato, oltre che dalla divisione ideale del palco, dall’alternarsi tra i pezzi recitati dalla Parola e quelli suonati dalla Musica. Provando e riprovando sono scaturite le idee migliori a proposito. Racconta Francesco: «Mentre stavamo provando, Andrea (Poggi, chitarra) ha avuto un’intuizione straordinaria: rimanere fermi immobili quando la musica si interrompe». E si va avanti così, tra pezzi strumentali, brani cantati e passaggi parlati, mentre l’iniziale antitesi si tramuta via via in una crescente armonia.

    A fine spettacolo, un meraviglioso assolo di piano chiude la diatriba: «Il mio personaggio fa un’estrema arringa -conclude Maria Grazia- utilizzando le ultime parole da “Confesso che ho vissuto” di Neruda, poi si avvicina allo strumento e lo fa suonare, con quattro note che sanciscono di fatto la pace, perché Francesco si siede e sviluppa tutto un tema su quelle note».

    Altre collaborazioni in vista nel futuro? «Idee ce ne sono tante –dice Francesco- specialmente grazie al fatto che noi lavoriamo a stretto contatto con il teatro. Intanto il prossimo appuntamento dei Theatralis è a maggio con “Canto alla luna” (uno spettacolo della compagnia teatrale Le Fusa, regia di Giovanna Vallebona), che debutterà proprio qui al Teatro Garage».

     

    Claudia Baghino

  • Gruppi genovesi e musica live a Genova: Temple of Deimos

    Gruppi genovesi e musica live a Genova: Temple of Deimos

    Deimos è uno dei figli di Marte e Venere, ed è anche un satellite di Marte.

    Ed è Temple of Deimos che hanno deciso di chiamarsi Fabio, Matteo e Riccardo nel creare il loro progetto musicale, che parte nel 2006 e vede un primo EP nel 2007. I

    Temple of Deimos pubblicano poi l’album omonimo nel 2010, dopo averlo registrato nel 2009 sotto la direzione artistica del produttore indipendente David Lenci (che inoltre canta insieme a Fabio in una delle tracce).

    Di lì parte un lungo tour di 46 date (terminerà a giugno 2012), che porta i ragazzi a suonare lungo tutta la penisola.

    Nella sua storia la band ha fatto da supporter a nomi come Meganoidi, Giorgio Canali e Pete Doherty. “Suonare fuori è sempre una scommessa –dice Matteo- ma quando la serata va bene dà ovviamente una grande soddisfazione”. Fabio: “Non tutte le serate sono perfette, a volte ci si mettono tanti fattori tra cui magari nove ore di viaggio, ma siamo orgogliosi di poter dire che la maggior parte delle esibizioni è andata bene.

    La cosa più importante comunque è l’umiltà: testa bassa e rispetto per tutti, specie per il pubblico. Suonare tanto, impegnandosi sempre. Alla fine a forza di suonare il gruppo diventa un tutt’uno e tante cose vengono naturali. Certo, c’è sempre l’elemento agitazione… invece di sfumare con l’esperienza, più invecchio e più ne soffro!”

    Prossimi progetti: un nuovo disco, nato praticamente on the road e che sarà registrato a Genova.

    Temple of DemoisGenere: Rock
    Fabio Speranza – voce e chitarra
    Matteo Pinna – batteria
    Riccardo Eggenhöffner – voce e basso
    (David Lenci – tecnico del suono e guest vocal in Gulp Me Down)

     

     

     

  • Gruppi genovesi e musica live a Genova: SundayJam@Robby’s

    Gruppi genovesi e musica live a Genova: SundayJam@Robby’s

    Sunday's jam @ Robby'sI SundayJam@Robby’s si formano durante il 2010 quando quattro personaggi genovesi, accomunati dalla passione per la musica afro-americana, iniziano a vedersi con regolarita’ per studiare assieme. Si tratta di musicisti non professionisti e pertanto, inizialmente, non vi sono ambizioni diverse dall’arricchimento culturale ed il divertimento.

    Ben presto tuttavia ci si accorge che ognuno è in grado di apportare un notevole bagaglio di esperienza, una spiccata sensibilità musicale ed un tratto distintivo in quanto un po’ tutti hanno militato in molte formazioni, suonato diversi generi musicali ed avuto l’occasione di esibirsi ad importanti rassegne, affiancando personalità note in ambito nazionale e talvolta internazionale. Queste qualità si manifestano quando Andrea Pozzo (sax) inizia a proporre materiale di propria composizione; le idee appaiono fresche ed originali e, seppur accomunate da un evidente filo conduttore mainstream, presentano ognuna le sue peculiarità e sonorità.

    L;ookin overLa band, stimolata dal lavoro su materiale originale, risponde con inaspettato entusiasmo, gli incontri si fanno meno radi e si comincia a lavorare sugli arrangiamenti per il quartetto, mentre l’idea della realizzazione di un album diviene presto una realtà.

    Nel panorama musicale italiano, per una band emergente, non e’ semplice ottenere l’attenzione per una produzione; specialmente in ambito jazzistico. Ma l’entusiasmo e la fiducia nelle proprio lavoro sono grandi e l’unica strada percorribile in tempi brevi sembra dunque essere quella della auto-produzione ed auto-promozione.

    Nel Dicembre del 2010 quindi, grazie alla forte determinazione di tutta la formazione, il CD dal titolo “Lookin’ over” e’ finalmente realizzato e pronto per essere sottoposto all’attenzione ed al giudizio del pubblico.

    Genere: Modern Jazz

    Membri:

    Andrea Pozzo – Sax Contralto e Soprano

    Roberto Marotta – Batteria

    Alessio Disperati – Chitarra

    Michele Marino – Contrabbasso

     

  • Teatro della Gioventù: incontro con il direttore artistico Massimo Chiesa

    Teatro della Gioventù: incontro con il direttore artistico Massimo Chiesa

    Intervista a Massimo ChiesaUn incontro piacevole quello avvenuto nel nuovo foyer del Teatro della Gioventù. Massimo Chiesa, direttore artistico del teatro, produttore teatrale e figlio di Ivo Chiesa storico fondatore del Teatro Stabile di Genova, ci racconta quelli che sono i primi passi della sua creatura dopo il tanto discusso bando di gara dello scorso anno per l’assegnazione del teatro che lo ha visto unico partecipante. Lui che ha lavorato con i più grandi attori e registi, italiani e non, ha fondato la “The Kitchen Company”, una compagnia formata da quasi 50 attori under 30 diplomati nelle migliori Accademie italiane. Il Teatro della Gioventù diventa quindi la sede ufficiale della compagnia, uno spazio che nelle ambizioni di Chiesa dovrà essere vivo anche al di fuori degli spettacoli: aperitivi musicali, tea reading, letture, dj set, concerti e Free Wi-Fi Zone.

    Un piccolo passo indietro. Prima del tuo insediamento ci sono state polemiche, soprattutto riguardanti la presenza nel contratto con la Regione Liguria dell’obbligo da parte tua di inserire rappresentazioni di teatro dialettale nel tuo cartellone, opere attualmente assenti…
    Nel bando di gara c’è l’obbligo da parte mia di fare teatro dialettale, ma non solo, c’è l’obbligo di fare anche altre cose che, mi viene da dire, saranno fatte. E’ difficile poter sostenere che noi al Teatro della Gioventù “non faremo”… perché ad oggi ho presentato solo il cartellone di prosa. E non amo i minestroni…

    Cosa offre questo primo cartellone del Teatro della Gioventù? Il comune denominatore è la commedia, ho cercato testi che facciano ridere in modo intelligente. Basta aprire una certa tv e la volgarità impera, io amo invece la comicità dei grandi autori, prevalentemente inglesi, dove è più difficile ridere, ma quando si ride lo si fa “con gusto”, “con qualità”…

    Prima delle rappresentazioni di “Rumori Fuori Scena” (più di 50 dal 14 gennaio fino al 4 marzo) fai tu stesso un invito particolare a chi viene a vedere, ma in un certo senso anche alla città, quasi volessi spronarla… Così tante rappresentazioni per un solo spettacolo si tratta di un record per Genova, ma lo sarebbe anche per Roma o Milano. Ho fatto questa scelta perché vorrei che tutti i genovesi venissero a vedere lo spettacolo e proprio per questo ho tenuto i prezzi molto bassi, ma non voglio che vengano qui a scapito degli altri teatri cittadini… tutt’altro! Ed è proprio questo l’invito che faccio al pubblico prima dello spettacolo. Abbonatevi, andate allo Stabile, alla Tosse, al Garage come all’Archivolto… e poi venite anche qui! Ad oggi con “Rumori Fuori Scena” siamo a metà del percorso e lo hanno visto più di 4000 persone… Risultato impossibile se io avessi tenuto in scena lo spettacolo due o tre giorni, al massimo una settimana, come è abitudine fare in Italia. Un’abitudine pericolosa, prima o poi si finirà con il mettere in scena solo il primo tempo di uno spettacolo!

    Tra l’altro so che ti piacerebbe promuovere all’interno del Teatro della Gioventù gli spettacoli degli altri teatri cittadini… Esatto! A Londra o a Parigi è così e non vedo perché in Italia no. A me piacerebbe nel mio discorso a inizio spettacolo consigliare al pubblico spettacoli di altri teatri cittadini. Sarebbe fantastico … certo poi dall’altra parte vorrei che il “favore” fosse ricambiato, a seconda del loro gusto ovviamente. E’ un peccato far passare inosservati alcuni spettacoli…

    A Genova come in Italia si dice ci siano pochi ragazzi che scrivono opere teatrali, ma a me viene da dire: un giovane autore dove può andare a proporre i suoi testi originali se si tende sempre a mettere in scena opere straniere o di un’altra epoca? Il contemporaneo sembra sempre “da rivedere”… Tocchi un tasto delicato. Guarda io faccio il produttore teatrale da tanti anni. Il punto è che un giovane autore contemporaneo ha come colleghi/rivali tutti gli autori del mondo… è dura! Un giorno un ragazzo è venuto da me a propormi una commedia, scritta molto bene, divertente…. ma non abbastanza. Voglio dire, ma perché devo mettere in scena il testo di questo ragazzo quando posso mettere in scena un testo ad esempio di Michael Frayn…?! Questo ragazzo non era all’altezza di Frayn e io sono un produttore privato, per cui ovviamente scelgo il più bravo. Forse i teatri pubblici potrebbero aprirsi di più alle giovani proposte, questo magari si… ma per un privato è difficile. Poi, a dire la verità, in Italia non abbiamo neanche tutta questa tradizione di autori teatrali…

    Di cosa pensi di avere “tanta voglia”, Massimo? Oddio… Sicuramente vorrei il teatro sempre pieno e, come ti ho detto, vorrei che questo diventasse un teatro in pieno stile londinese. Per quanto riguarda la mia vita, invece, vorrei tanto trovare la tranquillità che non ho mai avuto. Sempre a rincorrere le cose, invidio la calma… e vorrei un giorno riuscire a vivere con i “tempi giusti”.

     

    Intervista di Gabriele Serpe

    Video di Daniele Orlandi

  • Gruppi genovesi e musica live a Genova: Bricklane

    Gruppi genovesi e musica live a Genova: Bricklane

    Attualmente al lavoro su nuovi pezzi da registrare in studio, i Bricklane si formano a Genova nel giugno del 2009 con lo scopo preciso di creare un’onda di british pop-rock nella scena musicale genovese.

    Sono in cinque e ciascuno porta con sé una precedente esperienza maturata in altre band genovesi. Nato in prima battuta come cover band, il gruppo comincia presto ad aggiungere al repertorio canzoni originali realizzate anche “a distanza” attraverso Skype quando, per un periodo, due dei membri si sono trasferiti in successione in Scandinavia e Islanda per motivi di studio.

    Il gruppo pubblica il suo primo EP nell’aprile 2011, contenente sette tracce che vanno dal rock’n’roll puro al britpop, fino alla ballata romantica. Come loro stessi dicono…. “made in Italy, ma da ragazzi con l’Inghilterra nel cuore!”.

    BricklaneGenere: Brit Pop / Alternative Rock
    Francesco – voce
    Matteo – voce, chitarra
    Alfredo – chitarra
    Stefano – basso
    Eugenio – batteria