Categoria: Inchieste

Inchieste condotte dalla redazione di Era Superba.

  • Liguria, prevenzione rischio idrogeologico: fra progetti europei e infrastrutture

    Liguria, prevenzione rischio idrogeologico: fra progetti europei e infrastrutture

    alluvione2-DIRiskNet, Proterina Due, e prima ancora Res-Mar, nomi che ai più non diranno granché, sono progetti europei con relativi fondi comunitari, dai quali negli ultimi anni, perseguendo un chiaro disegno strategico, la Regione Liguria ha coerentemente attinto risorse – non parliamo di cifre astronomiche, il finanziamento complessivo arrivato in Liguria si aggira su circa 1 milione e mezzo di euro – per sviluppare, in collaborazione con Arpal (Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente ligure) e Liguria Ricerche, una serie di azioni volte a migliorare le modalità di gestione dei rischi naturali da parte delle istituzioni, gli strumenti di comunicazione dell’allerta alla popolazione, nel contempo incrementando nei cittadini la coscienza del pericolo e dei comportamenti da tenere a tutela della propria incolumità, insomma favorendo in tutte le componenti della società la nascita di una cultura di protezione civile partecipata, secondo il nuovo approccio alla prevenzione introdotto dalla direttiva UE relativa alle alluvioni.

    Nella nostra regione il fabbisogno formativo rispetto a tali tematiche è emerso con evidenza nel 2012, durante un percorso di confronto e scambio di buone pratiche con amministratori e tecnici di 26 Comuni (nonché funzionari di Regione, Protezione civile, Arpal, e ricercatori della Fondazione Cima) – reso possibile dalla disponibilità di fondi in seno al progetto europeo del programma “Maritime Res-Mar”, Rete di tutela ambientale nello spazio marittimo – in cui tali soggetti si sono interrogati su come rendere più efficiente il sistema, soprattutto dopo gli eventi alluvionali del 2010-2011. In quelle drammatiche giornate, infatti, alle segnalazioni di allerta meteo-idrogeologiche non seguirono interventi di prevenzione efficaci a livello locale.

    L’approvazione del progetto europeo RiskNet, cofinanziato nell’ambito del Programma di Cooperazione transfrontaliera Alcotra e capofilato dalla Regione Valle d’Aosta, ha permesso di dare parziale risposta alla necessità di formazione palesatesi in Liguria. Avviato a gennaio 2013 e prossimo a concludersi a fine 2014, il progetto RiskNet intende diffondere le conoscenze raggiunte nell’ambito di RiskNat – progetto strategico (terminato nel 2012) che ha sviluppato azioni per la prevenzione e la gestione dei rischi naturali, coinvolgendo Francia, Svizzera e Italia (interessando a livello ligure le provincie di Imperia e Savona) – e sensibilizzare il grande pubblico attraverso azioni partecipate e strumenti di comunicazione innovativi.

    Le tre attività principali sono: realizzazione di seminari formativi rivolti a tecnici ed amministratori dei Comuni e di altri enti competenti in materia di protezione civile; innovazione e miglioramento degli strumenti di comunicazione, tra i quali lo sviluppo del sistema di allerta meteo via web con l’avvio del nuovo sito “www.allertaliguria.gov.it”, a cui l’Arpal sta lavorando con la Protezione civile regionale, accompagnato dall’aggiornamento dell’Osservatorio meteo-idrologico della Regione Liguria (Omirl); sensibilizzazione dei cittadini ed avvio di un percorso di pianificazione partecipata presso alcuni Comuni dell’entroterra della provincia di Imperia.

    Formazione e aggiornamento sulla cultura del rischio

    alluvione6-DIIl progetto di cooperazione transfrontaliera ALCOTRA-RiskNet, dunque, si articola su più versanti. Serena Recagno, funzionario Arpal, ha seguito la parte relativa alle attività formative/educative, quindi corsi rivolti ad amministratori pubblici (soggetti chiave dal punto di vista normativo e di gestione del territorio), ed insegnanti (figure fondamentali per sviluppare percorsi educativi sulla cultura del rischio nei confronti delle nuove generazioni). Corsi finalizzati a supportare gli amministratori per la redazione dei piani di emergenza comunali e la comunicazione ai cittadini dei contenuti degli stessi. Rispetto agli insegnanti, invece, i corsi miravano a dare un inquadramento generale delle problematiche legate ai rischi naturali, fornendo elementi e materiali per la progettazione educativa da sviluppare con gli studenti.
    «Il programma formativo per referenti comunali di Protezione civile e volontari si è svolto nel 2013 in alcuni Comuni della Province di Imperia e Savona – racconta Recagno – L’attenzione è stata focalizzata sugli aspetti più operativi della fase di pre-allerta, allerta ed emergenza: previsioni metereologiche, lettura bollettini, comunicazione e coordinamento tra operatori, organizzazione dei presidi territoriali, dinamiche psicologiche in emergenza. Inoltre, i corsi hanno previsto un’esercitazione pratica in cui i partecipanti sono stati invitati a simulare il “chi fa cosa, e come” in situazioni specifiche di pre-allerta, allerta ed evento in atto».
    Sempre nel corso del 2013 «Sono stati organizzati i corsi di formazione per insegnanti – continua Recagno – che hanno coinvolto pure gli amministratori pubblici degli enti locali in cui risiedevano le scuole, ad esempio Riva Ligure, San Lorenzo al Mare, Alassio». Comunque, sottolinea Recagno «Lo stesso approccio formativo è stato da noi utilizzato anche al di fuori dell’ambito territoriale di RiskNet (che interessa solo le province liguri più vicine al confine con la Francia), ovvero per attività formative organizzate, ad esempio, a Genova. Senza dimenticare che la Regione Liguria ha sviluppato e sta sviluppando in modo integrato più progetti europei, quali Res-Mar, Proterina C e Proterina Due, che negli ultimi anni ci hanno consentito di approfondire le tematiche legate ai rischi naturali, non soltanto quello idrogeologico, ma anche quelli legati agli incendi ed ai terremoti».

    Adesso, per quanto riguarda la Liguria «Gli obiettivi prefissati con il progetto RiskNet sono stati raggiunti – conclude Recagno – ma si continuerà a capitalizzare le esperienze fatte in altri territori. Si proveranno inoltre a replicare alcune delle buone pratiche che abbiamo visto sviluppare dai partner stranieri, come il campus universitario internazionale realizzato a Bordighera dal Centre Méditerranéen de l’Environnement (di Isle sur la Sorgue, vicino ad Avignone) per la stesura e messa online di una topoguida nella Valle del Fiume Roja»

    La situazione generale dei progetti europei dedicati alla prevenzione ambientale

    regione-liguriaIl processo di rafforzamento del sistema di prevenzione dei rischi naturali, in Liguria, è partito in seguito ai tragici eventi alluvionali del 2010-2011. «In parte finanziato da RiskNet, in parte da altri progetti europei, mentre la Fondazione Cima ha fornito un prezioso contributo scientifico – spiega Daniela Minetti, responsabile comunicazione e marketing di Arpal – La Regione Liguria ha dimostrato di saper attuare un’intelligente integrazione dei fondi UE provenienti da fonti diverse, perseguendo un disegno strategico chiaro e condiviso. Come tante tessere che compongono un puzzle. Regione, enti locali, Arpal, Protezione civile, hanno fatto uno sforzo comune per affrontare le criticità del sistema a livello regionale e locale, sia per quanto riguarda la filiera delle procedure tecniche, sia per quel che concerne gli strumenti di comunicazione, compresa l’azione di sensibilizzazione rivolta a cittadini, amministratori pubblici, funzionari, tecnici, insegnanti, in merito ai comportamenti corretti da tenere prima e durante l’emergenza».

    Laura Muraglia, funzionaria della Regione Liguria, settore Ambiente, aggiunge «Risknet è un progetto tutto sommato piccolo, che finirà a breve. La Liguria ha ricevuto in totale circa 150 mila euro, dedicati in gran parte alle attività promosse da Arpal. Proterina Due (che coinvolge i territori di Liguria, Corsica, Sardegna e Toscana) è un progetto contemporaneo a RiskNet, aperto da maggio 2013, si chiuderà a maggio 2015. Parliamo di circa 436 mila euro per la nostra regione, di cui circa 350 mila euro destinati alle realizzazione delle opere». Per la Liguria si tratta del potenziamento della rete delle infrastrutture di misurazione dei parametri meteorologici e idrogeologici. «Arpal, infatti, ha aggiornato le centraline meteo, aumentando di fatto la sua capacita di previsione degli eventi – continua Muraglia – Inoltre, sempre nell’ambito di Proterina Due, si è lavorato a livello dei Comuni per la diffusione di pratiche di pianificazione partecipata, con il coinvolgimento dei cittadini, in materia di protezione civile».
    Il progetto RiskNet, invece «Ha permesso di svuluppare un importante lavoro soprattutto in termini di formazione, comunicazione e sensibilizzazione – sottolinea Muraglia – amministratori, tecnici, referenti di Protezione civile, e volontari, avevano manifestato l’esigenza di potenziare le conoscenze sulle tematiche connesse ai rischi naturali. In tal senso è proseguita anche la parte relativa alla pianificazione dei piani di emergenza comunale. Infine, Arpal sta agendo per rinnovare il sistema di allerta meteo online, un processo che deriva anche dalle indicazioni del dipartimento centrale di Protezione civile».
    Comunque, tutte queste iniziative «Nascono da una sorta di progetto “padre”, Res-Mar, Rete di tutela ambientale nello spazio marittimo, partito nel 2010 e chiuso nel 2013 – conclude Muraglia – Alla Regione complessivamente sono arrivati circa 944 mila euro, dei quali circa 237 mila euro per l’azione di sistema E “modello di prevenzione dinamiche da dissesto idrogeologico”. Così sono iniziati i tavoli di lavoro per comprendere le reali esigenze dei Comuni, alle quali provare a dare risposta con i successivi progetti, Proterina e RiskNet».

    «Noi riteniamo fondamentale il coinvolgimento, e soprattutto la responsabilizzazione dal basso, che chiami in causa molteplici soggetti – racconta la responsabile comunicazione di Arpal, Daniela Minetti – Pensiamo all’alluvione genovese del 2011, in particolare alla fallimentare gestione dell’emergenza nelle scuole. Per questo abbiamo cercato di individuare, per le diverse categorie interessate, un determinato livello di responsabilità all’interno del processo di allertamento e messa in atto delle misure di autoprotezione, individuali e collettive. In questi anni si è lavorato per sensibilizzare i cittadini, tramite numerosi strumenti di comunicazione e materiali informativi diffusi su vari supporti, rispetto ai comportamenti da tenere a tutela della propria incolumità. Incontri ed occasioni formative sono state organizzate in molti Comuni liguri, non soltanto all’interno di scuole e contesti istituzionali, ma anche presso altri luoghi di aggregazione, ad esempio i centri commerciali. Per quanto riguarda le scuole si è lavorato tanto anche a Genova, dove un ruolo di primo piano l’hanno giocato il Comune e la Protezione civile comunale. Da questo processo discendono delle precise scelte operative: mi riferisco al fatto che oggi con lo stato di allerta 2, il grado più alto di allerta, le scuole genovesi saranno sempre chiuse».

    L’associazione Legambiente Liguria, pur possedendo comprovate competenze in materia di prevenzione ambientale, non figura tra i partner dei progetti di cui stiamo parlando. Nonostante ciò, per voce del presidente regionale, Santo Grammatico, riconosce l’importanza di tali iniziative. «Legambiente ha partecipato ad alcuni momenti formativi nell’ambito di Proterina. Senza dubbio si tratta di progetti di valore, perchè effettivamente informazione, formazione, e sensibilizzazione, destinate non solo agli amministratori pubblici ma piuttosto all’intera cittadinanza, sono gli strumenti che riteniamo necessari per convivere con i rischi naturali. Fortunatamente la Comunità Europea mette a disposizione un bacino economico dedicato a questi temi, quindi ben vengano le iniziative promosse dalla Regione negli ultimi due anni. La partecipazione della Fondazione Cima è una garanzia in termini di esperienza. Noi auspichiamo che si prosegua su questa strada perchè c’è bisogno di continuo aggiornamento. Parliamo di progetti che finalmente si attuano con la vera consapevolezza del pericolo. Purtroppo quando le tragedie sono già avvenute, comunque, meglio tardi che mai. Per la prima volta l’anno scorso sono state realizzate delle esercitazioni pratiche di protezione civile sul rischio idrogeologico in alcune scuole, ad esempio nel Comune di Genova e nel Comune di Quiliano (Provincia di Savona)».

    Potenziamento strutture misurazione dati meteo e nuova codificazione allerta

    Il Bisagno in pienaLa parte tecnica dei progetti europei legati alla prevenzione ambientale in Liguria è stata seguita dal servizio di protezione civile della Regione Liguria, e dal Centro Funzionale meteoidrologico di ARPAL. «Proprio in questi giorni, abbiamo realizzato un aggiornamento della rete osservativa presente su tutto il territorio ligure – racconta Elisabetta Trovatore, dirigente del centro meteo-idrologico – Sto parlando della rete Omirl composta da quasi 200 centraline di misurazione dei parametri meteorologici e idrogeologici: pioggie, livello di fiumi e torrenti, misurazione vento, umidità, ecc. Fino ad ora le centraline trasmettevano i dati via ponte radio. Adesso, invece, gli strumenti sono stati aggiornati per trasmettere in Gpsr (in sostanza tramite onde radio). Ciò significa la possibilità di inviare dati in continuazione. Sul sito della Regione “www.allertaliguria.gov.it” sono consultabili i dati in tempo reale. Prossimamente, una volta sistemato il sito, saranno disponibili i dati aggiornati con maggiore frequenza, ogni 10 minuti, rispetto ai circa 30-40 minuti di prima. È un passo avanti notevole, reso possibile dal progetto Proterina Due. Teniamo conto che durante le emergenze i centri operativi presenti nei Comuni e nelle Prefetture prendono decisioni anche basandosi sulla lettura di questi strumenti».

    Grazie a RiskNet, invece, Arpal oggi sta lavorando per rinnovare sistema di allerta meteo, in particolare gli aspetti relativi alla messaggistica e alla codificazione dell’allerta. «Con la futura adozione del nuovo codice colore naturalmente cambieranno anche i messaggi, e di conseguenza il sito web – spiega Trovatore – Arpal gestisce il centro funzionale che quotidianamente elabora il bollettino di vigilanza meteo. Nel caso sussistano dei rischi naturali il bollettino diventa un avviso meteo, che descrive i fenomeni metereologici, al quale si associa un avviso di criticità idrogeologica, stilato dai nostri tecnici sulla base di una modellistica che permette di prevedere gli effetti dovuti a pioggie intense sul livello dei corsi d’acqua. A questo punto subentra un messaggio di allerta di protezione civile. A breve tali messaggi di allerta verranno rimodulati con la nuova codifica a tre colori: giallo, arancione e rosso».
    A livello nazionale, infatti, si sta discutendo la revisione dei meccanismi di definizione dell’allerta meteo secondo un codice colore uniforme su tutto il territorio italiano. «Allo stato attuale da Roma non è ancora stata ufficializzata la descrizione concordata dei tre scenari di rischio, giallo, arancione e rosso – continua Trovatore – tuttavia pensiamo sia questione di pochi mesi. In Liguria stiamo chiudendo la definizione delle procedure, mentre i messaggi sono quasi pronti».
    Sembra, però, che la Regione ritenga opportuno effettuare il passaggio dopo la stagione autunnale, notoriamente la più critica. «Occorre che tutti i soggetti e gli operatori coinvolti facciano propria la nuova codificazione – continua Trovatore – Nel frattempo bisogna cominciare a rapportare gli attuali livelli di allerta con i nuovi codici. La Protezione civile sta già effettuando degli incontri con Prefetti e referenti comunali, in modo da presentare il nuovo sistema, e raccordare tutte le componenti prima di renderlo operativo. È un percorso complicato ma virtuoso».
    Complicato perchè, rispetto ad altre regioni che ci circondano – ad esempio Toscana e Piemonte – le quali hanno già tre livelli di criticità tutti associati alla parola “allerta”, e dunque hanno codificato facilmente il codice colore giallo, arancione, e rosso, la Liguria ha anch’essa tre livelli di criticità, ma non tutti sono attualmente collegati alla parola “allerta”. «Nella nostra regione esiste l’allerta 2, la più grave, che sarà associata al colore rosso, l’allerta 1, che sarà accomunata al colore arancione, e l’avviso per temporali forti, che si trasformerà nella futura allerta gialla – conclude il dirigente del centro meteo-idrologico regionale, Elisabetta Trovatore – In Ligura c’è da superare questo problema, un passaggio in apparenza banale, ma che in realtà modifica il sistema di allertamento regionale, quindi è piuttosto delicato. Comunque, già dalla prossima eventuale allerta, si inizierà gradualmente a comunicare l’associazione con il relativo codice colore. L’idea è quella di passare al nuovo sistema nei primi mesi del 2015».

    Matteo Quadrone

  • Chiusura di Scarpino e rifiuti genovesi in Piemonte: facciamo chiarezza

    Chiusura di Scarpino e rifiuti genovesi in Piemonte: facciamo chiarezza

    Rifiuti raccolta differenziataPassano i mesi, cambiano le cause ma la sostanza, purtroppo, è sempre la stessa. La discarica di Scarpino chiuderà, questa volta veramente. E lo farà tra pochissimo, nel giro probabilmente di una quindicina di giorni. Giusto il tempo per la Regione di revocare ufficialmente la “leggina” che prorogava la possibilità del genovesato di portare nella sua discarica il materiale raccolto dai cassonetti della spazzatura indifferenziata (circa 700/800 tonnellate di rumenta ogni giorno). Già perché questa volta non è più colpa della stabilità dei terreni alle spalle di Sestri né degli ultimatum lanciati dalla Provincia la scorsa primavera per la messa in sicurezza dal rischio frane. Questa volta ad andare sotto processo è il cosiddetto pretrattamento dei rifiuti, ovvero ciò che succede alla spazzatura dopo essere stata raccolta e prima del suo smaltimento definitivo.

    Lo scorso anno, l’allora ministro dell’Ambiente Orlando, aveva emanato una circolare che introduceva ufficialmente la necessità di separare la parte umida da quella secca della raccolta indifferenziata prima di poter smaltire i residui in discarica. Come altre discariche liguri che fino ad allora rientravano nella normativa prevista dalla precedente circolare Prestigiacomo, Scarpino non aveva e non ha tuttora gli impianti necessari per rispondere alle mutate esigenze. Così Regione Liguria, per ovviare al periodo transitorio in cui le discariche liguri, Scarpino compresa, avrebbero sanato la propria situazione impiantistica, aveva predisposto una deroga per tutti i Comuni che avessero presentato un cronoprogramma per l’adeguamento impiantistico e un piano per l’estensione della raccolta dei rifiuti organici. Una strada seguita dal Comune di Genova e dalla sua partecipata Amiu, che hanno già ampiamente anticipato i contenuti di un piano industriale che prevede proprio la realizzazione di due impianti di separazione secco-umido (uno alla Volpara, l’altro a Campi).

    Facciamo il punto con il presidente di Amiu Marco Castagna

    «La circolare Orlando – ricorda il presidente di Amiu, Marco Castagna – è uscita ad agosto 2013 quando Regione Liguria stava redigendo il piano regionale dei rifiuti che ha presentato a dicembre: contavamo che nel piano fosse contenuta la modalità per gestire il regime transitorio ma quando abbiamo visto che non era così, a gennaio abbiamo iniziato ad attivarci per la realizzazione degli impianti di separazione. È chiaro che un privato avrebbe avuto tempi molto più rapidi ma noi dobbiamo sottostare a procedure ad evidenza pubblica».

    La circolare Orlando, che di fatto sanciva la chiusura delle discariche liguri, faceva parte di un disegno organico che avrebbe visto parallelamente la nascita di una rete di impianti di termovalorizzazione che in Italia sono scarichi perché ricevono pochi rifiuti. «Peccato – prosegue Castagna – che la rete degli impianti di termovalorizzazione non l’abbiano fatta: come sempre la politica fa i provvedimenti giorno per giorno perdendo di vista l’interesse generale. I risultati sono che dopo mesi che Amiu lavora per mettere una toppa a una mancanza regionale ci ritroviamo in questa situazione grottesca».

    La stessa Regione aveva già messo le mani avanti al momento di licenziare il provvedimento di deroga, temendone l’incostituzionalità. Tanto tuonò che piovve, dicevano gli antichi. Puntualmente, infatti, da Roma sono giunti malumori e voci di una possibile impugnatura da parte del Ministero tanto che Burlando e Paita hanno annunciato il ritiro della legge. Quando questa decadrà ufficialmente (per il momento la proposta è stata approvata solo dalla giunta regionale ma deve passare ancora in Commissione e poi in Consiglio, oltre naturalmente ad attendere i tempi tecnici per la conversione), i rifiuti di Genova non potranno più raggiungere le alture di Sestri finché non saranno ultimati gli impianti di separazione secco – umido.

    I rifiuti genovesi andranno in Piemonte per un costo di oltre 10 milioni di euro

    Rifiuti«È chiaro – commenta Castagna – che oggi scontiamo ritardi accumulati negli anni ma sul tema specifico questa non è certo colpa di Amiu o del Comune. A livello pratico, comunque, dato che tra qualche giorno non ci sarà più la legge deroga regionale che aveva cercato di ovviare alla mancanza del piano regionale dei rifiuti, significa dover portare i rifiuti genovesi e non solo fuori Liguria».

    Così torna, come a maggio, la necessità di stringere accordi con altre Regioni per il conferimento fuori Liguria della nostra spazzatura. Dopo il no di Lomabrdia ed Emilia, l’unico a non essersi tirato indietro sembra essere il Piemonte. I rifiuti genovesi e non solo, con buona probabilità, troveranno ospitalità nell’inceneritore del Gerbido, a Torino, gestito da Trm, controllata di Iren. Ecco spuntare nuovamente il nome dell’azienda che già tante polemiche aveva fatto scoppiare prima dell’estate quando era apparsa la notizia di un suo possibile coinvolgimento per la soluzione della disastrosa situazione della spezzina Acam, a patto di poter mettere più di un piede nella più interessante genovese Amiu.

    Per il momento si tratta di illazioni. Ciò che resta, però, è che il conferimento oltre confine del nostro indifferenziato, costerà ad Amiu parecchi milioni: le cifre che stanno girando in questi giorni, ma che troveranno conferma solo dopo la formalizzazione degli accordi, parlano di circa 2 milioni di euro al mese più i costi del trasporto, per un totale sicuramente non inferiore a 10 milioni di euro per tutto il periodo di chiusura di Scarpino.

    «I costi dovrebbero aggirarsi attorno ai 100 euro a tonnellata – ammette l’assessore all’Ambiente Valeria Garotta (data  sempre più in bilico da Radio Tursi, ndr) – ma sbaglieremmo a confrontarli con un costo attuale nullo. Il conferimento dei rifiuti tal quali a Scarpino ha già adesso un suo costo naturale, ovviamente più basso rispetto al trasporto fuori Regione. Ma se avessimo già realizzato gli impianti di separazione secco-umido dovremmo comunque sostenere le spese per mandare l’umido fuori Liguria finché non sarà realizzato il biodigestore. Inoltre, lo stesso biodigestore, una volta attivo, avrà un costo per il trattamento dei rifiuti organici che potrebbe orientarsi attorno agli 80 euro a tonnellata. Sempre a livello di cifre – conclude l’assessore – è interessante notare anche che la tariffa di smaltimento prevista dal business plan del gassificatore (il cui progetto è stato definitivamente stralciato per fare posto al biodigestore, ndr) era superiore ai 150 euro a tonnellata».

    Un turbinio di numeri che, ad ogni modo, non deve far perdere di vista la sostanza del discorso: non appena chiuderà Scarpino, Amiu dovrà sostenere costi pari a 2 milioni di euro al mese più trasporto per il conferimento di rifiuti a Torino finché non saranno pronti i due impianti di separazione secco-umido, il cui avvio non è previsto prima di giugno 2015.

    lattine-rifiuti-bibite«In realtà – precisa il presidente di Amiu – la Regione ha affidato le trattative direttamente a noi: ci hanno semplicemente segnalato il Piemonte indicando soprattutto la discarica Torino. Mi sarei aspettato un elenco ufficiale invece c’è stata solo una comunicazione verbale. Abbiamo appena iniziato le trattative che, in una situazione normale, soltanto per gestire la logistica di un trasporto di tale portata, richiederebbero due mesi di tempo. Ma ci stiamo attrezzando per chiudere in 15 giorni, probabilmente ancora prima che la deroga decada formalmente».

    Chi si farà carico di questi esborsi? Il rischio è che tutto ricada sui cittadini sotto forma di rincari sulla Tari 2015. Giusto per fare i conti della serva, se si ipotizzasse un ammontare di 10 milioni di euro, i genovesi si troverebbero a dover pagare attorno ai 16 euro in più a cranio nella bolletta del prossimo anno (si tratta comunque di un calcolo assolutamente approssimativo che non tiene conto, ad esempio, delle utenze commerciali).

    «Tuttavia – assicura l’assessore Garotta – l’intero ammontare di queste operazioni non potrà essere totalmente coperto dalle bollette dei genovesi così come il finanziamento dei nuovi impianti da realizzare inseriti nel piano industriale. Lo abbiamo già detto alla Regione e glielo scriveremo anche». Di diverso avviso il presidente Amiu, Marco Castagna: «I costi per andare fuori ricadranno inevitabilmente sulla Tari. Quelli che invece potrebbero essere affrontanti in maniera diversa, ad esempio attraverso finanziamenti europei, sono gli investimenti strutturali e impiantistici».

     I nuovi impianti di separazione secco – umido. Amiu ha consegnato il piano industriale

    Scarpino, discarica di GenovaGià perché quelli del conferimento dei rifiuti fuori Regione non sono gli unici sostanziosi esborsi che i cittadini rischiano di vedersi accollati. La partecipata di Tursi ha, infatti, consegnato ieri ufficialmente al Comune il piano industriale (compreso l’allegato, già anticipato sulle pagine di Era Superba, intitolato “finanziamenti e uso strumenti finanziari europei per l’uso specifico delle risorse dell’economia circolare nel contesto dello sviluppo urbano sostenibile” che riguarda uno studio su come coprire i costi del rinnovo impiantistico attraverso fondi comunitari) annunciato in piena estate e in cui sono elencati interventi e costi per mettere in piena sicurezza ed efficienza la discarica di Scarpino e il ciclo dei rifiuti genovese. All’interno di questo documento, che verrà reso pubblico la prossima settimana, è contenuto, ad esempio, il progetto per il biodigestore ma anche i costi da sostenere per la realizzazione dei due impianti di separazione secco – umido. Secondo il cronoprogramma, questi dovrebbero essere effettivamente disponibili tra la fine di maggio e l’inizio di giugno: la gara è gestita dalla stazione unica appaltante del Comune di Genova ed è arrivata al momento dell’apertura delle buste. Come illustrato anche dal presidente di Regione Liguria, Claudio Burlando, si tratta di impianti dalla realizzazione piuttosto semplice. «Il separatore – ci spiega Marco Castagna – è sostanzialmente un tavolo che vibra, con cilindri che girano e buchi che consentano la separazione della parte più pesante, quella umida che scende sul fondo, da quella secca, che rimane in superficie. Le due tipologie di rifiuto vengono poi convogliate su appositi nastri trasportatori».

    «Ma vista la situazione di estrema emergenza – si chiede il capogruppo di Lista Doria, Enrico Pignone – non sarebbe possibile pensare a qualche procedura più snella per accorciare i tempi di realizzazione degli impianti secco-umido? Anche perché, se è vero che per la costruzione bastano 5-6 mesi dall’apertura delle buste è altrettanto vero che non si possono escludere a priori ricorsi dalle società perdenti, arrivando così all’ormai consueto impantanamento burocratico nei corridoi dei tribunali».

    La risposta arriva direttamente da Castagna: «C’è una gara in corso, non possono chiuderla per motivi di urgenza perché mi esporrei comunque a ricorsi. Non ci sono soluzioni alternative perché anche una procedura di emergenza che potrebbe consentire l’arrivo di un ulteriore separatore in tempi più rapidi avrebbe bisogno dell’individuazione e dell’autorizzazione di un’area coperta ad hoc».

     

    Simone D’Ambrosio

  • Case popolari: ascensori vecchi e fuori uso. Problema da oltre 8 mln di euro

    Case popolari: ascensori vecchi e fuori uso. Problema da oltre 8 mln di euro

    Begato, la diga di via MaritanoL’ascensore inclinato di via Novella, nella zona del Cep di Prà, è una struttura moderna di proprietà comunale, inaugurata nel giugno 2003, e sostanzialmente ancora giovane rispetto alla stragrande maggioranza degli impianti elevatori presenti nelle case popolari (Erp, edilizia residenziale pubblica) sparse sul territorio genovese, dal Ponente alla Val Polcevera, risalenti perlomeno a trenta, quarant’anni orsono. Tuttavia, richiede una manutenzione particolare, data la complessità di un sistema che permette il collegamento tra via Novella e la sottostante via Montanella, dove è presente il supermercato Lidl e la fermata dei mezzi pubblici per le delegazioni di Voltri e Prà. Da oltre un mese, però, l’impianto del Ceputilizzato dagli inquilini dei civici Erp dal n. 24 al n. 32 di via Novella (per i quali rappresenta un varco di accesso facilitato ai portoni dei palazzi, sennò raggiungibili esclusivamente tramite una lunga e ripida scala), ma pure dagli altri residenti nella medesima via e nel resto del quartiereè fermo perchè devono essere sostituite alcune sue componenti interne.
    Diverse centinaia di cittadini, tra cui numerosi anziani e persone con difficoltà di deambulazione, ogni giorno prendono l’ascensore inclinato per scendere a valle. Senza dimenticare che l’ampia cabina consente di caricare anche una barella, velocizzando così le eventuali operazioni di soccorso in caso di emergenza.

    La manutenzione ordinaria degli impianti elevatori che servono gli edifici Erp (sia del Comune di Genova che di Arte, azienda regionale territoriale per l’edilizia), fino al luglio scorso era affidata dalla stessa Arte (ente responsabile di tale attività) alla ditta Schindler Group. Oggi, a seguito di una nuova gara di appalto per l’affidamento di tutte le operazioni di manutenzione nelle case popolari, l’incarico è stato appaltato ad un’altra grande multinazionale del settore, la Kone. Quest’ultima, però, avrebbe effettivamente iniziato ad occuparsi dell’impianto di via Novella soltanto dopo Ferragosto. In altre parole, l’ascensore inclinato sarebbe rimasto orfano di manutenzione per circa un mese, a cavallo del cambio di gestione da una ditta all’altra, e ciò spiegherebbe lo stop prolungato e tuttora perdurante, con i conseguenti disagi per una popolazione che al Cep supera le 2000 unità.

    La situazione degli ascensori del patrimonio Erp nei quartieri collinari

    In generale, su tutto il territorio, gli ascensori delle case popolari presentano criticità endemiche «Si tratta di impianti obsoleti, dunque le ditte incaricate hanno difficoltà a trovare in breve tempo i pezzi di ricambio – spiega Peppino Miletta, presidente coordinamento comitati quartieri collinari – Le problematiche maggiori riguardano Begato, soprattutto il quartiere Diamante, in particolare la “Diga” di via Maritano, e poi il Cep di Prà, soprattutto il quartiere San Pietro, in particolare gli edifici chiamati “Lavatrici”. Noi da tempo chiediamo una graduale sostituzione degli ascensori, ma la risposta di Arte è che non ci sono soldi. Secondo noi è necessario perlomeno un lavoro di prevenzione. Chi gestisce la manutenzione, insomma, dovrebbe valutare attentamente quali sono le componenti sottoposte ad usura maggiore, e segnalarle ad Arte, in modo tale che l’azienda regionale si adoperi per immagazzinare i pezzi adeguati, evitando fermate troppo prolungate degli impianti».
    La questione degli ascensori è da sempre una delle principali preoccupazioni dei residenti nelle costruzioni Erp, conferma Giorgio Colla, presidente del comitato quartiere Voltri Due «Si tratta di quartieri in cui vivono prevalentemente persone anziane e malate, quindi, visti gli innumerevoli guasti agli ascensori, è capitato spesso di vedere gli inquilini, affiancati da volontari, costretti a trasportare giù a braccia lungo le scale dei palazzi, chi da solo non riesce a muoversi sulle proprie gambe. La ditta Kone si è aggiudicata il nuovo appalto della manutenzione. In questa prima fase il dato positivo è che essa si sta rivelando più tempestiva negli interventi rispetto all’azienda precedente. Recentemente abbiamo avuto un incontro con Arte per concordare un programma di 5-6 interventi di sostituzione della cabine più vetuste, che presumibilmente partiranno ad ottobre-novembre, resi possibili grazie ad un residuo di finanziamento destinato a Voltri Due».
    Per quanto riguarda la Valpolcevera, e nello specifico il quartiere Diamante (Begato) «I problemi più grossi si riscontrano alla “Diga” di via Maritano, e negli impianti delle abitazioni di via Cechov, sovente fermi – racconta Gianni Greco, presidente del comitato quartiere Diamante – Bisogna dire che ultimamente il Comune ha stanziato 250 mila euro per agire sulle priorità e la messa in sicurezza degli ascensori della “Diga”. Ma in numerosi impianti sarebbe necessario sostituire le componenti principali. Di recente ci siamo recati in sopralluogo con gli ingegneri di Arte proprio per visionare la situazione».
    Francesco Corso, presidente coordinamento comitati Diamante, aggiunge «Il cambio ditta, da Schindler a Kone, non risolve alcunchè. Il nuovo gestore della manutenzione, infatti, dovrà fronteggiare le medesime difficoltà, soprattutto nel reperire i pezzi di ricambio, del suo predecessore. Per migliorare le cose l’unica possibilità è mettere mano al portafoglio. Per sostituire completamente un impianto servono 30-40 mila euro. Qualche anno fa si parlava di circa 2-3 milioni di euro quale cifra necessaria per ripristinare tutti gli ascensori del patrimonio Erp genovese. Dunque una cifra notevole per le casse pubbliche. Tuttavia, continuando ad agire in questa maniera, soltanto per tamponare le urgenze, le istituzioni stanno buttando via il denaro. Secondo una mappatura aggiornata su 400 ascensori complessivi, circa 200 possono ancora funzionare con investimenti non troppo ingenti. Gli altri 200, in particolare del patrimonio comunale, sono da sostituire quasi integralmente (porte, funi, cabine, rulli, ecc.). I problemi, comunque, interessano anche il patrimonio Arte. La Regione, però, grazie ad alcune operazioni immobiliari del patrimonio Arte, qualche denaro in più lo mette sul tavolo, mentre il Comune ha sicuramente più difficoltà a livello finanziario».

    begato-diga-d1L’azienda regionale territoriale per l’edilizia, dal canto suo, afferma di essere perfettamente a conoscenza dell’importanza del servizio fornito dagli ascensori nei palazzi dei quartieri popolari «Il parco ascensori nelle case Erp raggiunge le 400 unità – spiega l’ing. Giovanni Spanu, direzione tecnica di Arte – Un parco ascensori nel complesso vetusto, spesso afflitto da problematiche di tipo strutturale complessivo: mi riferisco agli edifici in cui la presenza di infiltrazioni d’acqua, umidità, ecc., peggiora la condizione degli impianti, e periodicamente ne inficia la funzionalità. Costruzioni sorte già tendendo a limitare i costi, penso ai casi di Begato e del Cep. Tutta l’impiantistica paga le conseguenze di una simile concezione di costruire. Inoltre, le componenti tecniche degli ascensori risentono della loro vetustà. I pezzi di ricambio, infatti, sono difficilmente reperibili sul mercato in breve tempo. E poi si continua ad investire solo per tamponare i guasti e non con la necessaria visione prospettica».
    La gestione del parco ascensori, secondo Spanu, è resa più faticosa dai comportamenti incivili di alcuni inquilini «Le ditte ci dicono che, rispetto ad un impianto medio, il quale riceve due chiamate di intervento all’anno, i nostri ne ricevono ben sette».
    L’insufficienza delle risorse economiche, tuttavia, è palese «Il 10% degli impianti sono in condizioni particolarmente critiche, per cui gli interventi che eseguiamo non bastano a risolvere le criticità – continua Spanu – Parliamo del Diamante ma anche di tante diverse situazioni sparse sul territorio. Il 30-40% è funzionante. Il 50-60% è afflitto da problematiche varie. Comunque sia, Arte sta investendo, soprattutto su interventi di sostituzione delle componenti: quadri, operatori di porte, ecc. Negli ultimi tre mesi abbiamo speso circa 70 mila euro. Il recupero complessivo di un singolo ascensore oscilla tra i 30 e i 50 mila euro. Adesso, con il nuovo contratto di appalto, faremo uno screening generale, e per la fine dell’anno contiamo di avere un quadro più preciso sullo stato dell’arte».
    Il passaggio di consegne, avvenuto nel luglio scorso, tra precedente (Schindler) e nuovo soggetto manutentore (Kone), è stata un’operazione delicata «Nella prima fase non tutto è funzionato appieno – ammette l’ing. Spanu – Bisogna ricordare che tale trasferimento genera una serie di criticità connesse alla gestione informatica, al passaggio di codici, così come al caricamento dei dati sul sistema, ecc. Sapevamo che ciò avrebbe comportato un impatto sul servizio. Abbiamo scelto di eseguire il cambio di ditta durante l’estate proprio perchè speravamo di mitigare i disagi».

    Il caso dell’ascensore inclinato di via Novella al Cep (Prà)

    Lo stop prolungato dell’impianto inclinato del Cep in parte sarebbe dovuto al cambio di gestione dell’attività di manutenzione «La Schindler, che fino a luglio se ne è occupata, nel particolare caso di via Novella si era affidata ad una ditta in subappalto, la Maspero (Maspero Elevatori S.p.A, nda) – racconta il presidente coordinamento comitati quartieri collinari, Peppino Miletta – Il nuovo soggetto gestore non era a conoscenza di ciò, e neppure della complessità di questo impianto, per cui ha trovato difficoltà nell’intervenire. Nel contempo, i tecnici di Arte non si sono preoccupati del fatto che le componenti dell’ascensore sono sottoposte ad intensa usura, e quindi non hanno acquistato per tempo i pezzi da sostituire. Diciamo che si è verificato un periodo di vacatio, nel quale nessuno ha controllato a dovere la situazione. Noi abbiamo segnalato ad Arte il grave disagio chiedendo di fare qualcosa. Devo dire che fortunatamente l’azienda regionale ha risposto: da lunedì 22 settembre negli orari di punta è stato predisposto un servizio di bus navetta che trasporta i residenti su e giù da via Novella. Ci hanno assicurato che le componenti di ricambio arriveranno entro il 12 ottobre, mentre l’ascensore dovrebbe entrare in funzione entro il 17 ottobre».

    Anche il consigliere regionale Lorenzo Pellerano (Lista Biasotti) si è interessato al caso di via Novella «Scriverò una lettera ad Arte per sollecitare l’intervento di ripristino. Ma intendo fare un approfondimento sulla gestione degli ascensori in tutti gli immobili a gestione Arte. È un tema delicato che coinvolge numerosi residenti nelle case popolari dal Ponente alla Val Polcevera».

    Per quanto riguarda l’ascensore di via Novella «Parliamo di un impianto estremamente complesso – risponde l’ing. Giovanni Spanu, direzione tecnica di Arte – Fino a pochissimo tempo fa era l’unico a Genova con quella lunghezza di corsa, ma di recente ne è stato realizzato uno simile a Quezzi. È un impianto moderno che richiede una gestione puntuale, e tutte le sue componenti devono essere sottoposte a manutenzione programmata. L’ascensore ha subito spesso rotture causate dall’uso intenso. Qualche tempo fa, con un finanziamento del Comune, avevamo eseguito un’importante riqualificazione. In questi ultimi 3 anni, però, l’apertura del supermercato Lidl ha determinato un’esplosione inaspettata in termini di utilizzo dell’impianto inclinato. L’imprevisto ha voluto che i problemi si sommassero al passaggio da precedente a nuova ditta. Comunque, noi proporremo al Comune di effettuare un investimento per cercare di risolvere definitivamente le criticita. L’ascensore di via Novella ritornerà in funzione a metà ottobre, poi probabilmente avrà ancora bisogno di una fermata successiva».

     

    Matteo Quadrone

  • San Benigno, il punto sui lavori e sulla nuova viabilità cittadina

    San Benigno, il punto sui lavori e sulla nuova viabilità cittadina

    san-benigno-incrocio-strade-DII lavori per il potenziamento del Nodo di San Benigno – uno dei cardini della viabilità genovese, sia per la presenza del casello autostradale di Genova Ovest, dove converge l’intera rete ligure, il traffico diretto al centro cittadino e alle banchine portuali, sia in quanto punto nevralgico della zona centro‐occidentale della città – provano a recuperare qualche mese di ritardo e si apprestano ad entrare nel vivo con due interventi principali: la costruzione di una nuova rotatoria tra via Milano, via di Francia e via Cantore, e di una nuova rampa di accesso alla sopraelevata, direzione centro, nel tratto finale di via Milano, lato terminal traghetti, in sostituzione dell’attuale rampa ubicata in fondo a via Cantore.
    Il progetto definitivo del Nodo prevede di intervenire con una soluzione, ridimensionata rispetto all’originale, che mantenga, però, la piena compatibilità con eventuali futuri sviluppi infrastrutturali nell’area (come il tunnel subportuale), e garantisca tempi di esecuzione coerenti con la realizzazione della nuova Strada a mare e l’ampliamento a sei corsie di Lungomare Canepa.
    L’obiettivo è separare i flussi merci provenienti e diretti al porto di Genova da quelli caratterizzanti la viabilità ordinaria, ovvero le auto private che utilizzano l’elicoidale per attraversare la città. Le priorità di intervento prevedono: la razionalizzazione della circolazione, eliminando gli attuali punti di conflitto presenti sulla rampa elicoidale, causa principale di ingorghi e della formazione delle code sino alla barriera di Genova Ovest; l’individuazione di connessioni dirette con il porto, in modo da separare il traffico degli autoveicoli da quello dei mezzi pesanti.
    L’opera è suddivisa in due lotti, a loro volta parcellizzati in più fasi. L’investimento complessivo per i due lotti di San Benigno è pari a 83,4 milioni di euro, al lordo degli eventuali ribassi d’asta in fase di gara, la copertura finanziaria è completamente a carico di Autostrade per l’Italia. I lavori del primo lotto, affidati a Pavimental (società controllata da Autostrade ) sono in corso di esecuzione, e la fine lavori è prevista per il giugno 2015. Mentre l’inizio dei lavori del secondo lotto, sempre affidati a Pavimental, per un complesso di 24 mesi, dovrebbe avvenire a breve.

    Il punto sui lavori del nodo di San Benigno

    «Per la costruzione della nuova rampa di accesso alla sopraelevata è necessario un permesso delle Ferrovie (visto che la struttura passa sopra aree ferroviarie) che Autostrade, almeno fino a poco tempo fa, non aveva ancora ottenuto – spiega il vicesindaco Stefano Bernini – Nel frattempo sono in corso una serie di lavori propedeutici intorno alla zona di San Benigno, nell’area circostante la sala Chiamata del Porto, ed in altri punti del territorio. Lavori che finora non hanno causato disagi». Qualche criticità maggiore «Dovremo affrontarla quando arriveremo al punto più critico  – continua Bernini – Mi riferisco alla realizzazione della rotatoria via Cantore-via Milano-via di Francia. La situazione del traffico lì è particolarmente delicata. Ma saranno organizzate opportune contromisure. Così come quando sarà realizzato il potenziamento di Lungomare Canepa (che passerà a 6 corsie), infatti, rimarranno sempre in funzione 4 corsie, onde evitare di intasare la viabilità».
    Secondo il vicesindaco «Il primo lotto è già a metà dell’opera, parliamo di tanti piccoli interventi puntuali, coerenti con il successivo secondo lotto che partirà a breve. Quest’ultimo contempla altre operazioni delicate, soprattutto quelle che riguardano l’elicoidale di San Benigno. Tuttavia, il progetto dovrebbe garantire la funzionalità del sistema viario, e questo ci consente di non avere preoccupazioni eccessive. Senza dimenticare che ad ottobre dovrebbe esserci la gara per la Strada a mare di Cornigliano. Lungomare Canepa, quindi, partirà in un secondo momento. Sono tutti lotti che si succedono, messi a gara come prevede la Legge, dunque bisogna attendere l’esito dei procedimenti, visto che potrebbero vincere ditte differenti».
    Al termine di questo processo di radicale trasformazione «Una quota di traffico proveniente da Sampierdarena sarà deviata verso Lungomare Canepa – continua Bernini – Dalla Valpolcevera, quando sarà disponibile il collegamento diretto con le due strade di sponda destra e sinistra del Polcevera (via Perlasca e via Tea Benedetti), i cittadini saranno spinti ad utilizzare la nuova viabilità veloce, questi saranno i grandi percorsi di passaggio. Tagliando fuori le parti abitate. L’idea di fondo è proprio quella di allontanare i traffici di attraversamento dai centri abitati, per consentire ad essi di avere altre tipologie di destinazione».
    Infine, sottolinea Bernini «C’è un altro elemento su cui si dovremmo aprire una riflessione. Il ministro Lupi ci ha concesso di inserire tra le grandi infrastrutture dello “Sblocca Italia”, quali opere prioritarie per la Liguria, anche il tunnel subportuale di Genova. È evidente che in prospettiva futura, nel momento in cui verrà realizzato il tunnel, esso potrebbe sostituire la sopraelevata. Insomma, quest’ultima per noi non dovrà esistere vita natural durante. Il tunnel potrebbe cambiare completamente la gestione della viabilità cittadina».

    Le preoccupazioni di cittadini e operatori commerciali di Sampierdarena

    Wte di Genova«Il Nodo di San Benigno si intreccia con diversi altri interventi, quali la nuova Strada a mare, il potenziamento di Lungomare Canepa, ed altre criticità, compreso il varco portuale di San Benigno», spiega Gianfranco Angusti, portavoce del comitato di cittadini “Officine Sampierdarenesi”. Residenti e commercianti preoccupati perchè «Sono numerose le questioni da affrontare sul nostro territorio. Entro la fine dell’anno dovrebbero partire i lavori per il completamento della Strada a mare. Per ampliare Lungomare Canepa a sei corsie, invece, sarà necessario abbattere i manufatti delle aziende sgomberate e delocalizzate due-tre anni orsono. Tali costruzioni abbandonate si sono trasformate in rifugi abusivi di persone problematiche. I lavori sono fermi. Su Lungomare Canepa, ultimo tratto della Strada a mare di Cornigliano che dovrà collegarsi col nuovo raccordo del casello autostradale di Genova Ovest, non è ancora iniziato nulla. Infine, ci sono i lavori per il riassetto del Nodo di San Benigno».
    Per quanto riguarda la Strada a mare, Angusti sottolinea «Non sono ancora state finanziate le due rampe di collegamento con le strade di scorrimento veloce di sponda destra e sinistra del Polcevera, e prima di vederle effettivamente realizzate, ci vorranno degli anni. Per il potenziamento di Lungomare Canepa la prima operazione da fare è l’abbattimento dei manufatti, e poi la chiusura di tutte le strade che collegano le parallele via Sampierdarena e Lungomare Canepa. Così avremo soltanto due accessi, uno dalla zona Fiumara e l’altro in cima a Lungomare direzione centro (nei pressi della caserma della Guardia di Finanza). Inoltre, il porto diverrà inaccessibile da Lungomare Canepa. L’intervento, infatti, comporterà la chiusura del varco portuale di Ponte Eritrea. La chiusura di questo accesso, sommata alla mancanza del collegamento con le due strade di sponda del Polcevera, comporterà che tutto il traffico portuale di mezzi pesanti sarà costretto ad uscire dal varco di San Benigno, entrare nella nuova spirale elicoidale del nuovo svincolo, per poi ritrovarsi in via di Francia, via Cantore, ed infine seguire le rispettive direzioni».
    Secondo il comitato di cittadini sampierdarenesi «Quella che è sempre stata una servitù, ovvero l’intenso traffico nelle vie della delegazione, con una simile maniera di agire sulle infrastrutture, rischia di diventare una servitù ancora più pesante. Il problema è che una volta conclusa questa serie di interventi chi dovrà attraversare Sampierdarena lo farà tramite Lungomare Canepa, e gli operatori commerciali non potranno più contare sul flusso di passaggio che oggi porta un po’di lavoro ai negozi – sottolinea AngustiSampierdarena corre il rischio di una vera e propria “ghettizzazione”. Il quartiere già deve confrontarsi con numerose criticità, così avremo soltanto un peggioramento. Con l’attuale sistema viario almeno le persone dirette in centro città sono in qualche modo obbligate a transitare da Sampierdarena. Con le modifiche previste gli amministratori comunali dovranno pensare in quale modo portare la gente nel nostro quartiere. Magari offrendo maggiori servizi, suggeriamo noi. Quindi, stazioni ferroviarie (abbiamo chiesto di realizzare una fermata al Campasso), mezzi pubblici, aree di parcheggio. Ad esempio realizzando dei parcheggi di interscambio che favoriscano la sosta dei cittadini. Ma in quali aree? Sono le domande a cui deve dare risposta il Comune. Attualmente i parcheggi gratuiti si trovano soltanto dalla Fiumara, zona tra l’altro servita dal futuro asse viario principale. È questa l’idea di sviluppo dell’amministrazione? Se oggi a Sampierdarena transitano le persone che si muovono in città, un domani ci ritroveremo invasi da tir e mezzi pesanti».

    «Mi chiedo se si tratta della preoccupazione di cittadini e commercianti di Sampierdarena, oppure solo di una manciata di operatori commerciali del tratto finale di via Cantore – afferma il vicesindaco Bernini – Il problema di Sampierdarena è legato all’assenza di parcheggi in grado di consentire alle persone di fermarsi e poter passeggiare per le vie del quartiere. Questa è la criticità che andrebbe affrontata. E non dipende dalla presenza o meno della rampa di accesso alla sopraelevata. Detto ciò, l’obiettivo dell’amministrazione è separare le differenti tipologie di traffico, generato dal casello autostradale di Genova Ovest, connesso all’uscita-entrata di mezzi pesanti dal porto, e quello veicolare di attraversamento della città, onde evitare l’intasamento di Sampierdarena. Passeranno meno macchine da via Cantore? Certo, è proprio quello che vogliamo. Trasformandola in una grande opportunità per la delegazione sampierdarenese. Francamente mi stupisce che alcuni mettano in connessione l’abbattimento della rampa ed il suo contestuale spostamento in via Milano, con il paventato isolamento del quartiere. Noi vogliamo meno veicoli in via Cantore, e dunque maggiore vivibilità. La filosofia verso cui ci muoviamo, e verso la quale si muovono tutte le grandi città, è proprio questa: traslare i traffici di merci e persone fuori dai centri abitati, allo scopo di riqualificare la qualità ambientale di essi. È lo stesso concetto che sta alla base della Strada a mare che restituirà ai corniglianesi una via Cornigliano più vivibile».

     

    Matteo Quadrone

  • Nodo ferroviario di Genova, la grande opera. Stato dei lavori, obiettivi e scadenze

    Nodo ferroviario di Genova, la grande opera. Stato dei lavori, obiettivi e scadenze

    treno-ferrovia-stazione-pegliI lavori per la realizzazione del nodo ferroviario di Genova – unica grande opera infrastrutturale sulla cui utilità si registra un giudizio pressoché unanime (vedi precedente approfondimento di Era Superba) – procedono in questi mesi nel tentativo di recuperare, almeno parzialmente, i ritardi accumulati in precedenza, e rispettare la prevista conclusione dell’opera, già slittata dal 2016 a fine 2017. Ma restano alcune criticità da risolvere, in particolare la carenza di siti destinati al conferimento delle terre di scavo, oltre alle proteste dei residenti nei quartieri, quali il Campasso, interessati dalla cantierizzazione e dagli inevitabili disagi conseguenti. L’obiettivo principale del progetto è separare i flussi di traffico: passeggeri a lunga percorrenza e merci, da passeggeri regionali e metropolitani. Al termine degli interventi i binari tra Voltri e Sampierdarena diventeranno quattro, mentre quelli tra Piazza Principe e Brignole saranno sei. Consentendo così il potenziamento dell’offerta, lungo la fascia costiera e la Val Polcevera, grazie alla messa in esercizio, in ottica futura, della nuova metropolitana di superficie.

    Nodo Ferroviario Genova: il punto sui lavori

    «Stiamo operando dappertutto, un po’ rallentati perché la gestione del lavoro è complicata dalle limitazioni orarie stabilite per lo scavo delle gallerie – conferma Mauro Sciuto, direttore tecnico del Consorzio Stabile Eureca, soggetto che racchiude le imprese appaltarici dell’opera (i committenti, invece, sono Rfi ed Italfer, società del Gruppo Ferrovie dello Stato S.p.A) – Quindi, non possiamo lavorare a tempo pieno, 24 ore su 24 e sette giorni su sette, onde evitare l’eccessiva emissione di rumori notturni. In certe aree di cantiere, inoltre, dobbiamo confrontarci anche con i problemi di sopportazione della popolazione. Mi riferisco alle recenti proteste degli abitanti del Campasso, dove siamo impegnati nella ristrutturazione delle gallerie e del parco ferroviario a servizio del porto».

    ecoge-lavori-brignole-cantiere-ELa grande incognita, però, come sottolinea Sciuto «Riguarda lo smaltimento dei materiali di scavo. Non abbiamo certezze. Infatti, stiamo conferendo le terre nell’unico sito individuato per il nodo ferroviario, ovvero quello non certo agevole di Tortona, in parte a Scarpino, ed in porto. Nelle prossime settimane subiremo dei rallentamenti se non sarà trovata una soluzione. Per quanto riguarda gli interventi, nel tratto da Brignole verso Principe abbiamo accumulato qualche mese di ritardo. A Fegino ormai stiamo abbandonando la zona con presenza di abitazioni, quindi, superati i prossimi 30-40 metri di galleria non dovrebbero esserci più problemi. La costruzione della nuova caserma dei carabinieri (ubicata nel piazzale attiguo alla stazione ferroviaria di Rivarolo), invece, paga lo scotto di alcuni errori progettuali. Inoltre, il progetto impiantistico ci è stato consegnato soltanto di recente. Adesso credo che potremo dare un’accelerata ai lavori, e ci vorranno 8-9 mesi per terminare l’intervento. Il lato della finestra di Borzoli è l’unico punto in cui siamo sostanzialmente fermi, proprio perchè non sappiamo dove conferire i materiali di scavo».

    Il responsabile del Consorzio Eureca conferma «La fine dei lavori del nodo ferroviario è prevista a dicembre 2017. Noi auspichiamo che le limitazioni orarie possano essere superate contestualmente all’avanzamento dell’opera, sia da Brignole sia da Fegino. D’altronde, stiamo parlando di una tipologia di lavoro particolare e complesso. Il fronte di scavo, infatti, deve essere sempre presidiato, per questo di solito si opera 24 ore su 24, in modo tale da non dover ripristinare ogni volta la messa in sicurezza del fronte. Tuttavia, è evidente che il rispetto della tempistica è strettamente connesso alla difficoltà relativa al conferimento delle terre. Insomma, se i committenti dell’opera non risolveranno questa criticità, i lavori in galleria potrebbero anche fermarsi. Parliamo di una quantità di “smarino” (terre di scavo) decisamente inferiore rispetto a quella prevista, ad esempio, per il Terzo Valico. Ma per quest’ultima infrastruttura sono stati messi in preventivo molti più siti di conferimento. Per il nodo ferroviario, invece, è stato individuato soltanto il sito di Tortona. Quando avremo 4-5 imbocchi aperti sarà importantissimo poter contare sul trasporto quotidiano e programmato dei materiali di scavo. Finora non c’è stata sufficiente attenzione al problema».

    Il vicesindaco: «Un’opera fondamentale e condivisa»

    Ferrovia di Nervi«Il nodo è un’opera fondamentale e condivisa, che migliorerà il sistema di mobilità urbana – spiega il vicesindaco Stefano Bernini – A Fegino siamo quasi verso la conclusione della galleria. Al Campasso gli interventi renderanno possibile il trasferimento del traffico proveniente da Milano sulla linea Santa Limbania, oltre alla ristrutturazione del parco merci ferroviario, opera fondamentale richiesta dall’Autorità Portuale. In questi giorni abbiamo incontrato il comitato del Campasso per spiegare loro che era inevitabile far transitare i mezzi di lavoro per le vie del quartiere, dato che l’altezza delle betoniere rende impossibile il passaggio alternativo da Certosa, tramite il sottopasso di via Brin e poi via della Pietra. A Ponente, invece, l’area interessata dalla cantierizzazione è limitata. Qui verrà realizzata la nuova stazione ferroviaria di Voltri che, grazie alla futura “metropolizzazione” della linea, diventerà un importante nodo di interscambio, con annesso piazzale e parcheggio per facilitare l’utilizzo della nuova metropolitana di superficie. Per alcuni interventi direi che è confermata la fine nel 2017. Per altri, invece, penso che non sarà possibile terminarli prima del 2019. Teniamo conto che il Gruppo Fs ha centellinato le risorse, poi c’è stato un lungo contenzioso di natura economica tra committenti (Rfi e Italfer) e ditte appaltatrici (Consorzio Stabile Eureca), adesso i lavori sono in corso di svolgimento, ma scontiamo numerosi ritardi».

    La metropolitana di superficie

    binari-ferrovia-treni-voltriAffinché l’ipotizzata metropolitana di superfie possa essere davvero operativa, però, sono necessari determinati elementi: nuove stazioni urbane; nuovi treni simili a quelli della metro, particolarmente leggeri e dotati di forte accelerazione; inoltre occorre stabilire quale sarà il modello di gestione del servizio. «Noi nel piano urbanistico comunale abbiamo previsto diverse stazioni – risponde Bernini – Alcune sono già finanziate da Fs: Voltri, Teglia (perchè non bisogna dimenticare lo sviluppo anche sulla direttrice Val Polcevera), Cornigliano. Altre stazioni non sono ancora finanziate ma siamo in fase di progettazione in accordo con Fs. Ad esempio, a Multedo nel distretto di trasformazione, chi eseguirà la riqualificazione eseguirà anche i lavori propedeutici alla realizzazione della stazione. Stessa cosa vale per Pegli (Lido). Palmaro, invece, è in fase di studio. Importante sarà il collegamento, già finanziato, linea metropolitana-zona aeroporto Cristoforo Colombo. I tempi della messa in esercizio della nuova metropolitana dipendono dalla Regione Liguria che dovrà acquistare nuovi mezzi. Su alcuni tratti, probabilmente, una volta conclusi i lavori del nodo ferroviario, sarà possibile inserire più treni, ma serviranno locomotori adeguati agli spostamenti sulla linea metropolitana».

    In merito alle oggettive difficoltà riscontrate per conferire le terre di scavo, il vicesindaco Bernini sottolinea: «Mentre per Terzo valico c’è stato un piano di conferimento, la progettazione del nodo faceva riferimento ad una differente normativa. Era stata individuata una cava (probabilmente in zona Valvarenna, nda) ma successivamente tale opportunità è sfumata. Di conseguenza si stanno individuando siti di conferimento alternativi. Comunque, si tratta di una quantità limitata di terre. E parliamo di terre non contaminate. In effetti il conferimento dello smarino rappresenta una criticità nel nostro territorio. Senza un piano specifico le terre vengono considerate rifiuti speciali, quindi implicano maggiori problemi di smaltimento e costi più alti. Se esiste un adeguato sistema di controllo, e le terre sono “sane”, secondo me non dovrebbero sussistere simili lungaggini burocratiche».

    La situazione nei quartieri: Campasso, Voltri, Fegino

    Al Campasso la protesta dei residenti, con tanto di blocchi stradali, è scoppiata in piena estate, quando il Comune ha stabilito il passaggio nelle vie del quartiere di sette-otto betoniere al giorno – impegnate nel locale cantiere del nodo ferroviario – due volte a settimana, per complessivi otto mesi. Una decisione inaspettata, visto che il percorso ideato in origine prevedeva il transito da Certosa, per via Brin e via della Pietra. Ma in seguito ci si è resi conto che l’altezza dei mezzi impediva l’utilizzo del sottopasso di Brin. «Innanzitutto sappiamo che esistono anche delle betoniere più basse, come ci ha confermato una ditta che sta lavorando all’opera – spiega Matilde Gazzo, portavoce del comitato di quartiere Campasso – l’errore è stato fatto dal Comune, e adesso il disagio lo pagano i cittadini. Ma il manto stradale e le utenze sottostanti non possono reggere simili sollecitazioni per 8 lunghi mesi di lavoro. C’è un problema di sicurezza. Questo è un quartiere abitato da molti anziani. Così si rischia anche di ostruire il passaggio delle ambulanze. Il Comune ha preso una decisione senza interpellare i residenti. Il Municipio Centro Ovest ha manifestato la sua contrarietà con un odg negativo firmato da tutte le componenti politiche. È stato ignorato pure il parere negativo espresso dal distretto della polizia municipale. Lunedì 1 settembre tre membri del comitato hanno incontrato il vicesindaco Stefano Bernini. Noi, però, non capiamo perchè dobbiamo subire i disagi legati alla cantierizzazione, senza ricevere alcuna compensazione positiva per il quartiere. Abbiamo invitato Bernini a tornare per spiegare direttamente ai cittadini la situazione. Gli abitanti potrebbero accettare ulteriori sacrifici soltanto in cambio di una riqualificazione seria del quartiere. Siamo stufi di promesse non rispettate ed interventi aleatori. Il comitato ha proposto di utilizzare una parte degli enormi spazi presenti nel parco ferroviario da adibire a strada di collegamento con la fermata metropolitana di Certosa-Brin, agevolando così la mobilità urbana di studenti e lavoratori del Campasso. Adesso per una decina di giorni non passeranno più le betoniere. Poi ci sarà un nuovo incontro e vedremo cosa succederà. La partita si gioca nel rapporto tra Comune e Gruppo Fs. In altre parole, perchè il Comune non cerca di conquistare delle forme di vantaggio per i quartieri coinvolti dalle infrastrutture ferroviarie? Insomma, il Comune deve pretendere delle contropartite adeguate».

    A Ponente, invece, a destare preoccupazione sono i previsti espropri a danno di alcune famiglie e tre attività commerciali, ospitate in un edificio di via alla Stazione di Voltri. «I lavori del nodo nel nostro territorio sono cominciati da un po’ di tempo, e finora i disagi sono stati contenuti – racconta Mauro Avvenente, presidente del locale Municipio – Tuttavia, abbiamo sollecitato Fs affinché metta in condizione residenti e commercianti, che vivono e operano soprattutto in via alla Stazione di Voltri, di conoscere il loro destino. Fortunatamente si tratta di pochi nuclei familiari interessati dagli espropri. Grazie al vicesindaco Bernini a fine luglio siamo riusciti ad incontrare, in sede di consiglio del Municipio Ponente, i referenti di Rfi e Italfer (committenti dell’opera), per iniziare un confronto volto alla massima trasparenza. Ai cittadini è stato spiegato, e garantito loro, che nessuno sarà lasciato solo. Infatti, saranno messe in campo le compensazioni economiche previste, quelle attuate in Val Polcevera, ad esempio per la Gronda. Parliamo dello strumento dei Pris (Programmi regionali di intervento strategico), ovvero un surplus di emolumenti relativi al disagio causato alle persone».

    Avvenente sottolinea anche come sia importante aprire una discussione in merito alla sorte degli spazi “liberati” dallo spostamento a mare dei binari nel tratto tra Palmaro e Voltri. «Noi ripetiamo da tempo che è necessario raggiungere un equilibrio tra lo sviluppo del porto, e dunque delle sue infrastrutture, e la vivibilità dei centri abitati. Esiste un vecchio progetto dell’architetto Renzo Piano, poi ripreso da alcune associazioni, che prevede di restituire questi spazi alla città, realizzando la prosecuzione della passeggiata voltrese fino a Palmaro».

    Fegino. nodo ferroviarioDel cantiere di Fegino Era Superba aveva già parlato più di un anno fa, quando tutto era fermo, ma nei mesi precedenti i lavori avevano già causato disagi, in particolare relativi alla fuoriuscita di fango e terra in occasione di eventi piovosi. Criticità che pare si siano ripresentate puntualmente con il riavvio degli interventi. «Mercoledì 3 settembre abbiamo avuto incontro con Comune, Municipio Val Polcevera, Fs, e ditte appaltatrici – spiega Franco Traverso del comitato di quartiere Fegino – Dopo tanto tempo questo è stato il primo incontro per l’Osservatorio permanente sui lavori del nodo, organo che avrebbe dovuto viglilare sull’esecuzione dell’opera. Noi abbiamo ribadito il problema del fango che svivola fuori dall’area di cantiere in concomitanza delle piogge. Dalla parte della galleria gli operai accumulano mucchi di terra e di conseguenza, quando piove, inevitabilmente le fuoriuscite sono copiose, la terra mista a fango scende giù da via Fegino (strada chiusa che fiancheggia il cantiere) ed invade via Ferri. Così le nuove caditoie realizzate dal Comune non servono praticamente a nulla. Per fortuna, devo dire che l’amministrazione, sia comunale che municipale, ci sta dando una mano. C’è disponibilità all’ascolto da parte degli assessori Gianni Crivello e Stefano Bernini. Il 15 settembre è in programma un altro incontro. Per la fine dei lavori a Fegino si parla di gennaio 2015. Ma io dubito che tale scadenza, data la complessità dell’intervento, sarà rispettata. Inoltre, vorrei ricordare che nella fase di realizzazione del pilone del nuovo cavalcavia ferroviario bisognerà salvaguardare l’antica roggia (canale artificiale, proveniente generalmente da un corso d’acqua più ampio, per l’irrigazione o per altri usi, ndr), onde creare ulteriori problemi di allagamenti nel quartiere di Fegino».

    Matteo Quadrone

  • Ex Guglielmetti e Bricoman: due nuovi centri commerciali in Val Bisagno

    Ex Guglielmetti e Bricoman: due nuovi centri commerciali in Val Bisagno

    bisagno-adamoliIeri sono ripresi ufficialmente i lavori del Consiglio comunale, con la prima seduta dopo la pausa estiva della Commissione Territorio chiamata a discutere su due progetti molto delicati che nell’arco di pochi metri di distanza cambieranno sensibilmente l’aspetto della Val Bisagno. Stiamo parlando degli insediamenti di Coop Talea nell’area ex Guglielmetti e Bricoman nel terreno in passato occupato da Italcementi. A entrambi i temi sulle pagine di Era Superba abbiamo dedicato numerosi approfondimenti ma la convocazione della Commissione consiliare è stata l’occasione per fare il punto della situazione, nonostante l’assenza dell’assessore all’Urbanistica, Stefano Bernini, impegnato a Roma per un incontro istituzionale con il ministro Lupi.

    Coop Talea, il sì definitivo spetterà al Consiglio comunale

     «Il progetto alternativo per l’area di Coop Talea presentato dall’Associazione Amici di Ponte Carrega a livello amministrativo non è nulla». Con queste parole gli uffici comunali hanno fugato ogni dubbio sul futuro del processo di riconversione del Centro Coop Bisagno e della riqualificazione dell’ex officina Guglielmetti, l’area acquistata dalla Coop per una cifra attorno ai 26 milioni di euro allo scopo di realizzare un complesso alberghiero con torre alta 35 metri e un centro commerciale con annesso parcheggio sulla copertura, tra  Lungobisagno Dalmazia, piazzale Bligny e via Terpi. L’istruttoria andrà avanti seguendo il progetto presentato dai proprietari e, secondo quanto emerso dal dibattito in Commissione comunale, non potrebbe essere diversamente almeno fino all’ultimo passaggio definitivo nel plenum della Sala Rossa. Sembrerebbe, dunque, destinato ad avere poco il successo il progetto alternativo realizzato dall’architetto Giacomo Gallarati per conto degli Amici di Ponte Carrega, che avevamo illustrato nel dettaglio prima dell’estate.

    guglielmetti-molassana«O questa nuova idea progettuale viene presentata da chi è titolare dei capannoni – spiega l’architetto De Fornari della direzione Urbanistica del Comune di Genova e responsabile dell’istruttoria del progetto Coop Talea – o gli uffici non hanno alcuna possibilità tecnica di interruzione dell’iter. Arrivati a questo punto dell’istruttoria solo il proprietario può proporre una variante al progetto: gli uffici tecnici comunali hanno sicuramente qualche margine di manovra, peraltro in parte già esercitato perché stiamo parlando di un disegno significativamente rivisto rispetto all’idea iniziale, ma non possono stravolgere il progetto. Tutt’al più potrebbero bocciarlo ma ci dovrebbero naturalmente essere delle motivazioni oggettive e le necessarie assunzioni di responsabilità».

    A dire il vero ci sarebbe ancora una strada per porre un freno alla realizzazione del nuovo complesso commerciale-ricettivo: il Consiglio comunale, infatti, sarà chiamato a votare la variante al Puc necessaria alla cantierizzazione dell’opera, dal momento che la funzione dell’area dovrà mutare da produttiva a ricettiva. Ma l’ipotesi di un diniego, nonostante alcuni consiglieri della frantumata maggioranza abbiano al momento fatto intendere diversamente, sembra quanto mai remota. I consiglieri, infatti, dovrebbero assumersi la responsabilità di bloccare un progetto per cui il Comune ha già incassato circa 26 milioni di euro vitali soprattutto per le casse di Amt.

    È stato, dunque, inutile il lavoro degli Amici di Ponte Carrega e dei cittadini della Val Bisagno? Assolutamente no, a sentire anche le parole degli stessi proprietari dell’area. «A settembre dell’anno scorso – ricostruisce le tappe l’ingegner Gianluigi Lino, direttore Sviluppo e strutture di Coop Liguria – abbiamo presentato la prima versione del progetto che poi è andata in Conferenza dei servizi poco prima di Natale. In quei tre mesi, il Municipio, le associazioni e cittadini ci hanno fatto una serie di richieste di modifiche e miglioramenti che abbiamo raccolto e in larga parte accettato perché ci sembravano sensate». Tra queste, l’inserimento dello spazio dedicato al Teatro dell’Ortica e una rivisitazione della mobilità con l’eliminazione di una rotatoria che consentisse un allargamento della piazza prevista dal progetto e l’introduzione di un’altra rotonda in piazzale Bligny. «In una seconda fase – prosegue Lino – abbiamo recepito altre osservazioni da parte degli uffici comunali, nonostante tutte le complessità a mettere le mani dentro un progetto del genere che avrà mille disegni a corredo. Ma l’abbiamo fatto con convinzione perché eravamo soddisfatti della bontà dei contributi arrivati dalla discussione pubblica».

    Il progetto alternativo degli Amici di Ponte Carrega è «irricevibile» secondo Coop Talea

    ex-guglielmetti-progetto-amici-ponte-carregaPoco prima dell’estate, però, l’associazione Amici di Ponte Carrega prova a sparigliare le carte proponendo un progetto assolutamente alternativo, meno impattante, più rispettoso delle tradizioni del territorio pur a parità di superfici per il nuovo insediamento (qui l’approfondimento). «Le criticità del progetto – spiega l’architetto Fabrizio Spiniello, portavoce degli Amici di Ponte Carrega – riguardano soprattutto la scarsa attenzione posta ai valori storici e ambientali della Val Bisagno. Ma siccome non siamo un’associazione del “no” ma del “come” abbiamo proposto la nostra alternativa». Un’alternativa illustrata ieri ai consiglieri presenti in Commissione dallo stesso autore Giacomo Gallarati, che ha ribaltato il punto di partenza del progetto «mettendo al cuore l’identità dell’area, spostando l’albergo in una posizione molto meno impattante e rivendendo il posizionamento dei parcheggi per valorizzare al massimo gli spazi verdi e pubblici».

    «È un contributo irricevibile – ribatte duramente l’ingenger Lino – fatto da una persona che non conosce i limiti del problema, non conosce la legge e i regolamenti vigenti, non conosce come funziona una macchina del genere che non riguarda solo l’attività commerciale e ricettiva ma tutta la complessa macchina logistica che sta alla base del progetto. A parte il fatto che l’assunto di base di ridurre tutto a una sequela di casettine un po’ lungo il fiume, un po’ sulla copertura è deprimente dal punto di vista architettonico dell’elaborazione che è stata fatta».

    Le responsabilità del Comune

    progetto-ex-guglielmettiDa non dimenticare la questione economica: non siamo certo di fronte a un’opera di beneficienza ed è naturale che Coop debba rientrare dei 26 milioni investiti. «Se il Comune avesse deciso di fare qualcosa di meno impattante – ricorda Lino – avrebbe potuto limitare la volumetria o inserire altri vincoli al momento della vendita». Ma sicuramente avrebbe incassato di meno.

    Una questione su cui, non senza ragione, pone l’accento anche Clizia Nicolella di Lista Doria: «Il Consiglio comunale – eravamo ancora nel ciclo amministrativo della giunta Vincenzi, ndr – sarebbe dovuto intervenire al momento della dismissione dell’area pubblica e della conseguente vendita ai privati. Questa situazione ci serva da lezione per ricordarci che gli spazi pubblici non sono mezzi di sostentamento per il bilancio comunale ma soprattutto uno strumento per offrire ai cittadini un miglioramento della propria vita». Evidente l’allusione, ad esempio, alle aree dell’ex Fiera del Mare (qui l’approfondimento).

    Il punto più critico del progetto di Coop Talea sembra essere il forte impatto architettonico della futura struttura alberghiera, la cui necessità però è stata ribadita con forza dal presidente del Municipio Media Val Bisagno, Agostino Gianelli: «Un albergo in Val Bisagno è necessario per intercettare l’utenza dei grandi eventi sportivi alla Sciorba, i tifosi ospiti del Ferraris e altri turisti o lavoratori che si troverebbero comodamente vicini all’uscita autostradale di Genova Est».

    Su questo punto i progettisti di Coop erano già intervenuti ma le parole dell’ingegner Lino annunciano una rinnovata disponibilità a un ulteriore ritocco: «Siccome non siamo sordi e ciechi e pensiamo che, anche se in modo sbagliato e scorretto (perché progettare in casa d’altri non è che sia proprio il massimo della correttezza, dopo che in fase iniziale abbiamo incontrato più volte questi signori dell’associazione Amici di Ponte Carrega, siamo intervenuti sul progetto e mesi dopo hanno avuto un’altra pensata), il problema evidenziato ci sia effettivamente, stiamo cercando di capire come ridurre questo impatto, la volumetria e il fastidio per la popolazione che vive sulle alture nelle vicinanze. Forse abbiamo anche trovato una strada che coinvolge la rielaborazione di una parte del progetto e al momento opportuno la presenteremo: siamo tutti rientrati dalle ferie da due giorni ma ci stiamo lavorando. Questa sarà la disponibilità ulteriore a modificare il progetto andando incontro ai cittadini per dimostrare che non siamo sordi. Le cose impossibili o palesemente irricevibili le lasciamo a chi le propone. A parte gli Amici di Ponte Carrega, comunque, mi sembra che il progetto sia stato universalmente accettato».

    Oltre all’impatto della struttura alberghiera, a lasciare perplessi alcuni consiglieri comunali è anche la disposizione interna degli spazi soprattutto relativamente alle aree verdi, pubbliche e destinate a uso sociale. Se però il Consiglio riuscirà a lavorare in maniera compatta, qualcosa potrà ancora essere ottenuto anche sotto questo punto di vista, come lascia intravedere lo stesso direttore Sviluppo e strutture di Coop Liguria: «Sarà la convenzione urbanistica – ovvero la necessaria variante al Puc che il Consiglio comunale sarà chiamato a votare, ndr – a stabilire con precisione quali aree dovranno essere pubbliche e quali private, naturalmente secondo una legge nazionale e regionale che norma le superfici in funzione della valorizzazione. Noi abbiamo interpretato la legge nel modo più estensivo possibile ma sarà poi l’amministrazione a esprimersi definitivamente».

    A preoccupare il presidente di Municipio Gianelli, invece, non è tanto l’impatto del progetto, che pur essendo «concentrato nella stessa zona di un altro significativo intervento» ma sarà mitigato dagli importanti oneri di urbanizzazione a carico dei privati e beneficio dei cittadini del Municipio, quanto una questione di sicurezza di assoluto rilievo: «La Guglielmetti è piena di amianto – sentenzia allarmato il presidente – perché i tetti sono in eternit. Chiunque farà i lavori e in qualsiasi direzione essi andranno abbiamo tutti la necessità di vigilare affinché la messa in sicurezza sia rapida e completa. Nelle vicinanze ci sono infatti molte abitazioni che subiranno questa servitù».

    Bricoman, progetto in dirittura d’arrivo con tanti interrogativi

    ponte carrega centro commerciale 2A poche decine di metri dal progetto Talea, sorgerà un altro centro commerciale. Si tratta del nuovo magazzino per il fai da te “Bricoman”, un progetto di Coopsette per la riqualificazione della vasta area ex Italcementi estesa per circa 216 mila metri quadrati, anch’esso deliberato sotto la giunta Vincenzi. I lavori, in questo caso, sono in fase decisamente più avanzata e non dovrebbero prevedere ulteriori passaggi in Consiglio comunale. Restano però alcuni interrogativi, soprattutto sotto il profilo della sicurezza idrogeologica dato che la nuova struttura sorgerà sul rio Mermi, in una zona in cui potrebbe anche insistere il pericolo frane, e in prossimità del rio Torre.

    Una prima risposta è abbozzata dall’architetto De Fornari del settore Urbanistica del Comune, in attesa che una riconvocazione della Commissione alla presenza del vicesindaco Bernini possa fugare anche gli ultimi dubbi: «Se questo progetto, che ha già superato l’ostacolo di un contenzioso al Tar nel 2012, non fosse stato ritenuto sicuro sotto il profilo idrogeologico, la Provincia di Genova non avrebbe autorizzato nemmeno un metro quadrato di intervento. I lavori, invece, sono partiti e quasi giunti a una prima fase di conclusione perché tra gli oneri di urbanizzazione c’è proprio la messa in sicurezza del rio Mermi che sarà completata entro novembre. A dimostrazione della grande sensibilità sotto questo profilo – conclude De Fornari – vanno ricordati gli interventi di sopraelevazione dell’argine in sponda sinistra, a detta dei tecnici specializzati non necessaria ma comunque accolta. Insomma, o chi ha firmato i pareri di sostenibilità ha sbagliato o si tratta di un capitolo chiuso».

    Non sono questi, però, gli unici problemi sollevati ieri in Commissione dall’associazione Amici di Ponte Carrega che ha posto l’attenzione anche su alcuni aspetti relativi alla mobilità. «Vorremmo innanzitutto capire – ha detto Fabrizio Spiniello – perché nel progetto Bricoman risalente al 2011 si parla di 1000/1200 veicoli in transito al giorno mentre in quello della vicina Coop Talea la cifra sale a 2600 in 10 ore. Sottolineiamo poi che la realizzazione della rotatoria su Lungobisagno Dalmazia, senza un’adeguata impiantistica semaforica, renderà difficoltoso l’attraversamento pedonale considerando che al di là del torrente si trovano la scuola, gli studi medici e la farmacia. Infine, vista la nuova progettazione della viabilità che ridurrà drasticamente i parcheggi a uso degli abitanti (da 85 a 26) chiediamo che una parte dei parcheggi privati ad uso pubblico dell’insediamento Bricoman siano fruibili alla cittadinanza in tutto l’arco delle 24 ore». Le risposte alla prossima puntata. Forse.

    Simone D’Ambrosio

  • Genova a luci rosse. Quando il sesso è divertimento, fra locali e scambi di coppie

    Genova a luci rosse. Quando il sesso è divertimento, fra locali e scambi di coppie

    luci-rosse-3Che come città sia un mortorio, chi scrive su Genova se lo sente ripetere talmente tante volte che inevitabilmente alla fine questo concetto diventa la base di partenza per ogni ulteriore valutazione. In effetti non si può certo parlare della Superba (ma a dire la verità neanche del resto della Liguria) come di un crocevia del divertimento, tantomeno come luogo di tendenza delle notti estive.

    Anche i turisti che arrivano a Genova e scelgono di fare una vacanza in una città d’arte, ospitati da una regione dalle bellezze naturali ben conosciute, forse apprezzano che non sia abitudine tirar mattina in branchi festanti e rumorosi, poiché la principale attrattiva resta il mare con i paesini arroccati sulle scogliere e le cittadine punteggiate da piccole spiagge.

    D’altra parte, Genova è famosa per essere bella ma austera, dedita al risparmio per quanto oggi si possa fare e con abitanti  poco inclini allo sperpero a qualsiasi età. Nei negozi non si vedono particolari eccessi di fantasia, oggetti e vestiti devono rispettare più i canoni della praticità e del facile abbinamento che seguire l’estro di stilisti perdigiorno e tiratardi (questo nell’immaginario del ligure doc).

    Una città seria, insomma, talmente seria che se dici “luci rosse” pensi al serbatoio di voti del Pci. Eppure in questa stessa città negli anni ’60 De André cantò la storia di Bocca di Rosa (che pare fosse di Milano e si facesse chiamare Marilyn,  mentre il trans Morena, morto ormai da più di dieci anni, era la “Graziosa” di Via Del Campo). E chissà se il giovane Fabrizio cercava emozioni forti o era solo curioso di un mondo che a lui, ragazzo dell’alta borghesia genovese, doveva sembrare lontano anni luce: e così  sembra  lontano anche a noi, che abbiamo percorso avanti e indietro vicoli e delegazioni, sulle tracce di una Genova a luci rosse che, come d’abitudine per ogni faccenda ligure, non si espone ed anzi, riserva solo agli iniziati la possibilità di uno sguardo a 360 gradi.

    Alla scoperta della Genova a luci rosse

    luci-rosse-2Punto di partenza obbligato, da 5 anni a questa parte, il negozio Melanie Brun Design for Sex: nato nel 2009 e dedicato a donne che vogliono oggetti, giocattoli  e capi sexy senza doversi nascondere nell’anonimato dell’on line, è diventato ormai un vero punto di riferimento per tutto quello che ruota intorno al sesso e all’amore. Conferenze, presentazioni di libri, corsi di seduzione e quant’altro: da qui sono passate autrici di teatro, scrittrici, psicologhe. Sonia, la titolare, illustra  la merce con allegra nonchalance quando vede i clienti perplessi sul reale utilizzo dei vari articoli, facendo apparire assolutamente normale che paperelle e rossetti abbiano un inatteso uso alternativo.

    Come mai la scelta di questo tipo di negozio a Genova? «Ero stanca di lavorare a Milano, volevo tornare a casa – racconta Sonia –e quando il mio fidanzato mi parlò di questo negozio che aveva visto a Barcellona, un sexy shop di classe  per signore, decisi di buttarmi nell’avventura. Sarà perchè siamo gli unici, sarà perché organizzo parecchie iniziative, ma gli affari vanno abbastanza bene: ovvi, la crisi si sente ovunque, ma un mercato così di nicchia è chiaramente meno sensibile di altri alle variazioni di spesa dettate dal potere di acquisto».

    Inevitabile chiederle anche chi sono le insospettabili genovesi che vengono ad acquistare corsetti, vibratori da passeggio e palline sexy: «In realtà lavoro molto sul passaparola, sulle mail che invio a chi è passato per qualche conferenza o presentazione e poi viene a comprare il completino per un’occasione speciale, oppure un oggetto per sé o per le amichePoi ci sono gli addii al nubilato, a volte la futura sposa viene accompagnata, inconsapevole, nel negozio dove si svolge un corso di camminata sui tacchi, oppure di fellatio, seguito da aperitivo e inevitabile fornitura di gadget “indispensabili” per ravvivare la vita matrimoniale. Riescono sempre delle feste molto divertenti, e quasi sempre grazie a Penelope, che durante l’anno tiene i corsi di seduzione qui nel negozio, corso base e avanzato, con grande successo di pubblico».

    Ascoltiamo allora anche Penelope Please, drag queen (miss Drag Queen Liguria 2011, ndr), cantante, dj nei locali ed insegnante di seduzione nei corsi di Melanie Brun: magari ci aiuta a seguire il filo dell’erotismo a Genova… «Sesso e divertimento sono pianeti che si incontrano raramente,  purtroppo per tutta la Liguria c’è pochissimo da dire ed ancor meno da fare, specialmente in alcuni periodi dell’anno». Ma è davvero così rigida  la vita dei genovesi, qualche guizzo fra i venti e i trent’anni, e poi brividi riservati agli incontri di calcetto e poco altro? «Beh non esageriamo! Qualcosa si muove nel sottobosco… i corsi al Melanie Brun ad esempio sono comunque sempre affollati e dobbiamo fare due serate a settimana; tra l’altro arrivano spesso mamme con figlia o zie con la nipote: a tutte le età si vuole e si può sedurre. Ma per il divertimento serale, i locali che ci sono in Toscana, e soprattutto in Emilia, dove al sabato sera la famiglia entra sapendo di trovare la serata divertente per i figli e piccante per i genitori, ecco quelli per noi sono un sogno…»

    Proviamo a verificare di persona, ci addentriamo nei locali “equivoci” come si diceva un tempo, partendo dalla Red Town (Sampierdarena!) e vediamo cosa ci aspetta. Per il divertimento gay friendly, il punto di riferimento è il Virgo Disco Club, frequentato anche dalle ragazze, mentre in estate il Banano Tsunami al Porto Antico organizza al sabato aperitivi LGBT (lesbian,gay,bisexual and transgender) in realtà divertenti per tutti.

    Per chi ama piaceri più forti c’è il Lussurian Genoa Cruising bar, dove si rimane vestiti solo per il tragitto verso gli armadietti in cui si depositano gli abiti. I locali di questo tipo vengono detti “cruising” perché le navi da crociera entrano in tanti porti senza mai sostare a lungo: la similitudine non è poi così oscura, e le serate proposte sono molte, dalla serata LMDV (la monta delle vacche, è un gioco di ruolo in cui semplicemente si sceglie se essere tori o vacche: e i ruoli NON sono intercambiabili) alla serata “Naked” sino a quella per single, ed il locale offre tutto quanto ci si può aspettare, dalla Dark room al Glory hole, in ambiente che dichiarano pulito e protetto. Ingresso riservato esclusivamente agli uomini, le donne solo in particolari serate lesbo dedicate, ed ovviamente occorre essere tesserati, come per tutti i locali di questo tipo, gay od etero: in tal modo si rafforza il concetto di “circolo” per i soli frequentatori, scoraggiando così la presenza di ospiti dediti in realtà più alla prostituzione che al divertimento. Il “cruising” o “battuage” (no, non è francese)  viene svolto anche all’aria aperta nella zona di Punta Vagno e sopra i giardini Coco, a pochi passi dalle Mura delle Cappuccine: ma questa è davvero un’altra storia.

    luci-rosse-4

    Anche  gli etero genovesi  però amano divertirsi, forse in maniera più riservata. Le proposte sembrano esserci e, sempre nella già citata Red Town, troviamo piccoli locali, spesso non proprio tranquilli, che offrono lap dance, privé non troppo costosi e poco altro. Talvolta, invece, solo macchinette e ragazze che si aggirano fra i tavoli, palesemente in cerca di clienti. Tuttavia sono locali che attirano più che altro gli habitueé e vengono spesso chiusi dalle Autorità per vicende di prostituzione al loro interno o per irregolarità varie ed eventuali:  in buona sostanza è difficile annoverarli nella mappa del divertimento trasgressivo. Si tratta di  locali non molto diversi da un night club, dove un single può bere, spesso neanche benissimo, può far due chiacchiere con una ragazza pagando 30 euro una bevuta di 20 minuti, ed in alcuni casi può appartarsi in un privé sempre con la stessa ragazza (pagando ulteriormente). Ne esistono un po’ in tutta la città, ma raramente attirano coppie: vi si incontrano allegri e rumorosi gruppi di ragazzi che festeggiano l’addio al celibato, qualche compleanno trasgressivo di quaranta/cinquantenni e poi uomini soli spesso in trasferta, desiderosi di far due chiacchiere con il miraggio di un incontro all’uscita.

    Per le coppie, se hanno voglia di qualche trasgressione e ritengono di non voler andare fuori città, che è in realtà il comportamento abituale dei liguri, qualcosa si può trovare. Noi abbiamo scovato solo due locali “ufficiali”, entrambi in Val Bisagno, dove le coppie “giocano” nel privé mentre nella zona discoteca l’ambiente illuminato suggerisce passatempi meno audaci.

    Gli ospiti possono usufruire dei vari salottini, della sala cinema, della dark room (dove si fa sesso senza vedere con chi, e “vale tutto”…) oppure della stanza sadomaso, con tutta l’oggettistica del caso e gli immancabili attrezzi a muro dove fissare le manette, far penzolare il partner legato, e quant’altro suggerisca la fantasia. Vengono proposte anche serate a tema, feste brasiliane, aperitivi trasgressivi e “gang bang” (una sola donna con un certo numero di uomini, dai cinque in su, diciamo…) ma in questi casi la presenza di professionisti del settore è frequente e quasi inevitabile.

    In questi locali il dress code è molto chiaro, veli, spacchi e brillantini sparsi ovunque per lei, camicia sudata e appiccicata (finché c’è) per lui. Età media parecchio alta, possibilità di mascherina per non farsi riconoscere dal commercialista o dall’ex compagno di scuola.

    Per meglio capire chi ama questo tipo di serate, abbiamo cercato qualcuno disposto a raccontare senza troppe remore come e perché si sceglie di passare una serata decisamente sopra le righe. Matteo, (nome di fantasia)  ha circa 40 anni, è dirigente, celibe. Ci parla della frequentazione di locali decisamente inconsueti con assoluta tranquillità ed appena un velo di malinconia negli occhi.

    Ti faccio una domanda che è d’obbligo, secondo me: tu  svolgi un incarico dirigenziale, non hai paura di esporti troppo frequentando questo tipo di locali? Voglio dire, se incontrassi qualcuno che conosci…

    «Premetto che ultimamente, essendo tornato single, non ho più avuto occasione di andare in questi club, che sono essenzialmente luoghi dove si fa scambio di coppie ma non solo: talvolta c’è la piscina e la musica da discoteca non manca mai, si può ballare e guardare gli altri come in qualsiasi locale. La differenza è che sai che, da qualche parte, ci sono delle stanze dove puoi appartarti con la tua compagna, da soli o con un’altra coppia o, al limite, con qualche “curioso” che guarda senza partecipare. Con la mia ex compagna spesso siamo andati fuori Genova perché i locali sono veramente più grandi e più belli, però…»

    … Però?

    «Però mi è capitato di andare con un’amica, ci siamo spacciati per coppia perché i single sono troppo penalizzati, il biglietto d’ingresso costa il triplo perché in realtà vogliono incoraggiare le coppie, noi single siamo tollerati e basta».

    Ma a Genova simili locali hanno successo? E chi li frequenta, almeno secondo la tua esperienza?

    «Spesso devo dire che ho trovato persone in città solo di passaggio. Poi ci sono gli habitué, non molti, che vengono spesso e volentieri e non sperimentano niente di nuovo, si appartano sempre con le stesse coppie. Infine ci sono i genovesi che capitano per qualche motivo, anche solo per curiosare, ma se si trovano bene e si divertono poi vanno fuori città perché  sono terrorizzati all’idea di incontrare qualcuno di conosciuto».

    Beh, imbarazzante potrebbe esserlo… 

    «E perché? Non vedo motivo di imbarazzo nell’avere un rapporto così bello e complice con la propria compagna o compagno, tanto meno nel “tradimento” reciproco e contemporaneo. Dovremmo imbarazzarci perché una sera si ha voglia di qualcosa di più divertente della solita discoteca in spiaggia?! Siamo seri, se uno ti vede nel club vuol dire che c’è anche lui, e per fare la stessa cosa; comunque, credetemi… tutti fanno lo stesso ragionamento e lasciano la città, così alla fine si rischia di incontrare a Milano o Torino chi si voleva evitare a Genova!»

    Quindi una coppia che decide di provare questo tipo di piacere, cioè fare sesso facendosi guardare o scambiando il partner con un’altra coppia lo fa perché è affiatata? Non è piuttosto un modo di tradirsi “controllato”?

    «Guarda, per mia esperienza, chi crede di salvare un rapporto in difficoltà facendo questo tipo di esperienza certamente avrà grosse delusioni. Non è raro veder scoppiare liti furibonde perché in realtà uno dei due non è convinto, o si ingelosisce se l’altro mette troppa passione nella cosa».

    Torniamo alle possibilità di successo di questi locali

    «Non è facile, ripeto, un po’ perché a Genova siamo rigidi e non ci sappiamo divertire, un po’ perché mancano fisicamente gli spazi per creare strutture belle ed ampie: sia i privé che i locali di lap dance sono piccoli, a parte che a me i lap dance non interessano…»

    luci-rosseMa che differenze ci sono tra locali lap dance e locali per scambisti? Voglio dire, non funziona che gli uni sono per la coppia e gli altri per il singolo?

    «Se si cerca di fare due chiacchiere, e basta, si va nel night o nel locale con lap dance: ma se vuoi veramente fare sesso o comunque quello sarebbe lo scopo, il privé è l’unica scelta possibile. Però, come ho già detto, costa tantissimo; se una coppia paga 50 euro in due d’ingresso, un singolo magari ne deve pagare 180 da solo, e non è detto che le coppie che sono all’interno vogliano giocare in tre, quasi sempre cercano un’altra coppia.
    Ma se sborsi tutti quei soldi poi vorresti la garanzia di far sesso, invece non sempre trovi qualcuno nella dark room o comunque disponibile. Nei privé, il codice da rispettare è questo: una coppia può andare ovunque a fare sesso, in due in quattro o in sei; un singolo può andare solo in particolari salottini detti “trio”, dove le coppie che si appartano sanno di essere guardate da uno o più singoli che raramente saranno accettati nel “gioco” in quanto lo scopo sarebbe un partner nuovo a testa. In ogni caso l’ultima parola spetta sempre alla donna, che con un semplice gesto può fermare il nuovo arrivato, o anche la nuova coppia: ed occorre rispettarne la volontà senza far storie, pena l’allontanamento dal locale».

    Ma a Genova esiste anche altro per divertirsi “sopra le righe”…

    «Certamente! Però sono tutte feste private, ci si deve conoscere bene, aver già avuto esperienze di scambio o comunque essere certi dell’assoluto silenzio sull’argomento, ospiti e invitati compresi. Questa non è una regola genovese, in tutto il mondo le feste trasgressive devono essere estremamente riservate; io ho partecipato ad alcune con persone veramente in vista, con ruoli di primo piano, in case molto lussuose. Ma all’esterno non deve trapelare nulla, questa è una delle poche regole imposte, ed è una delle più importanti».

    È per questo secondo te che in città non si parla mai di divertimento a luci rosse?

    «Gente che ha voglia di divertirsi ce n’è a Genova come altrove, siamo perbenisti, è vero, ma come tutti gli italiani; solo che noi in più pensiamo che buttare soldi per giocare con il sesso sia da matti, questo è il vero motivo per cui non abbiamo voglia di parlarne! Certo che a queste serate, sia private che nei locali, ho sempre visto gente di buona cultura e buon reddito, diciamo che non è un passatempo per chi tira a stento fine mese. Ma, sempre secondo me, sono soldi spesi bene perché si possono mollare i freni inibitori, ed è una cosa estremamente piacevole, anche utile per ricaricarsi».

    Insomma, detto alla genovese, mica si buttano le palanche in belinate. Quantomeno, non fino a quando non si potranno detrarre dalle tasse.

     

    Bruna Taravello

  • Ciclo dei rifiuti, la delibera del Comune sotto la lente d’ingrandimento

    Ciclo dei rifiuti, la delibera del Comune sotto la lente d’ingrandimento

    consiglio-comunale-genova-giornalisti-DCon un paio di giorni di ritardo ma ben 17 in più rispetto alla promessa di arrivare in aula entro il 1° luglio, la delibera di indirizzo ad Amiu per la definizione del nuovo ciclo dei rifiuti è stata approvata giovedì scorso dal Consiglio comunale con 23 voti favorevoli (Pd, Lista Doria, Sel, FdS, Repetto dell’Udc, Anzalone e De Benedictis del Gruppo Misto) e 13 contrari (Pdl, Lega Nord, Lista Musso, M5S e Baroni del Gruppo Misto).

    Verso il piano industriale di Amiu, un iter travagliato

    Già note le situazioni che martedì avevano portato all’annullamento della seduta ordinaria con i consiglieri di opposizione usciti dall’aula al momento dell’appello per far mancare il numero legale vista l’assenza di alcuni membri della maggioranza.  Anche nella seconda convocazione di giovedì l’opposizione ha tentato di bloccare i lavori presentando una sospensiva con l’intenzione di attendere la discussione delle problematiche relative all’impianto di Volpara nel Municipio Media Val Bisagno, i cui cittadini avevano presenziato in buon numero in Sala Rossa esponendo  uno striscione nero con la scritta “Basta morti alla Volpara”. Ma la maggioranza ha serrato i ranghi e ha bocciato la proposta. Ecco allora che, dopo l’illustrazione di una ventina di ordini del giorno e 35 emendamenti, si è arrivati finalmente all’approvazione del documento che vincola la partecipata del Comune di Genova a presentare al Consiglio il proprio piano industriale entro la fine del mese.

    «In realtà – chiarisce il presidente di Amiu, Marco Castagna – si tratterà solo di una prima versione del piano industriale perché stiamo aspettando la road map dalla Regione per porre definitivo rimedio all’emergenza Scarpino e capire dove collocare il nuovo impianto di trattamento del percolato».
    In proposito sarà indispensabile capire a chi spetterà il finanziamento degli interventi: se, come sostiene Castagna, la messa in sicurezza della vecchia discarica di Scarpino 1 rientra in un quadro di lavori bonifica è un conto, altrimenti l’onere dei lavori ricadrà nel capitolo della gestione dei rifiuti e, di conseguenza, sulle bollette dei genovesi nei prossimi anni «che sarebbero così costretti a pagare oggi gli sbagli del passato». Oltre alle tempistiche di realizzazione dei nuovi impianti e ai conseguenti fabbisogni finanziari, Amiu dovrà anche rendere esplicite le necessità di personale in modo che Tursi possa predisporre un piano di assunzioni a tempo indeterminato

    A fianco alla presentazione del piano industriale, il presidente di Amiu ha annunciato anche l’arrivo di un dossier che metterà a punto un’efficace strategia per finanziare buona parte degli indispensabili adeguamenti impiantistici attraverso fondi europei. In questo capitolo rientrerebbe anche il biodigestore, la cui installazione al momento è stata supposta nelle aree ex Ilva a Cornigliano dove Mediterranea delle Acque sta già progettando un nuovo impianto di depurazione.
    Con l’arrivo del biodigestore entro il 2018, i cui costi si aggirano sull’ordine di grandezza dei 35/40 milioni di euro, potrebbe trovare in parte una soluzione anche la problematica Volpara (per quanto riguarda il ridimensionamento dell’area nel suo complesso, decisiva anche l’entrata in funzione del suddetto depuratore di Cornigliano entro il 2020, ndr), di cui i cittadini della Val Bisagno chiedono a gran voce la chiusura. L’avvio del nuovo digestore, in grado anche di produrre una discreta quantità di energia pulita, dovrebbe portare infatti alla dismissione dell’impianto di separazione secco-umido che nel frattempo troverà posto proprio nella discarica della Val Bisagno (insieme con quello che entro luglio 2015 dovrà essere installato nell’area di Rialzo a Campi).

    Gli indirizzi del Comune ad Amiu: differenziata, impiantistica, tariffazione

    RifiutiBenché siano già state annunciate e trattate su Era Superba a diverse riprese nelle scorse settimane, è certamente opportuno ricordare quali siano le principali linee di indirizzo che Giunta e Consiglio hanno fornito alla partecipata nel tentativo di rispondere alle strategie europee in direzione della cosiddetta “economia circolare”, basata cioè su una società che ricicla allo scopo di ridurre la produzione di rifiuti e di utilizzarli come risorsa prevenendo il consumo delle materie prime e mettendo in pratica una concreta ottimizzazione energetica.

    Il primo indirizzo della delibera riguarda il completamento “entro il 2016 dell’estensione della raccolta differenziata della frazione organica e della componente “secca” in tutta la città, sia per le utenze domestiche che per le utenze commerciali, diversificando le modalità di servizio al fine di ottenere ove possibile una raccolta di qualità dei materiali e tenendo conto anche degli aspetti economici”.
    Il piano di Amiu fissa in proposito una doppia fase per le utenze commerciali con circa 600 nuovi ritiri porta-a-porta a partire da questo mese e altri 1600 da dicembre. Per le utenze domestiche, invece, il potenziamento della raccolta, in questo caso principalmente di prossimità attraverso la predisposizione di nuovi cassonetti marroni, sarebbe dovuto partire da settembre ma la partecipata sembra essere in anticipo con la consegna proprio in questi giorni del kit per la raccolta dell’organico a circa 5600 famiglie residenti nelle zone di Carignano e via San Vincenzo. Prossime tappe Sampierdarena, Foce e Nervi per un totale di 50 mila abitanti entro la fine dell’anno.
    Grazie al potenziamento delle azioni di comunicazione, informazione ai cittadini e incentivazione economica, infatti, Amiu dovrà raggiungere degli obiettivi di raccolta differenziata stabiliti dal Piano Regionale (qui l’approfondimento), che prevede una percentuale del 50% al 2016 e del 65 % al 2020.

    Si arriva, poi, alla questione impiantistica. Ecco che cosa dice, in proposito, la delibera: “Completare la progettazione degli impianti necessari per il trattamento e recupero della “frazione organica” dei rifiuti, basati sulla tecnologia di digestione anaerobica, che dovranno essere realizzati entro il 2018, includendo anche l’ipotesi di una eventuale collocazione in aree Ilva. La soluzione impiantistica dovrà essere modulare, anche al fine di poter dare soddisfare le esigenze, ancora in fase di definizione, della Città Metropolitana”. Ecco, dunque, nero su bianco il superamento dell’inceneritore, salutato con grande soddisfazione dalle associazioni ambientaliste: «È una enorme rivincita per le associazioni, i comitati ed i cittadini – scrivono gli Amici del Chiaravagna – che nel luglio di 10 anni fa avevano fortemente contestato una delibera che, aprendo la strada alla costruzione di un mega inceneritore, sembrava avere messo una pietra tombale sul diritto alla salute, sulla democrazia, sull’equilibrio dei conti pubblici genovesi. Tutti insieme, siamo stati in grado di condizionare l’agenda politica locale e nazionale dimostrando il valore delle nostre tesi finalizzate esclusivamente al bene comune».

    Per quanto riguarda il nuovo impianto di digestione anaerobica (biodigestore), invece, la delibera parla di studiare “la possibilità di utilizzo del biogas generato per usi alternativi alla produzione di energia elettrica, quali l’autotrazione o l’immissione in rete, tenuto conto delle opportunità di incentivazione economica e della localizzazione dell’impianto”.

    Si parla poi di “approfondire la possibilità di realizzare presso il sito di Scarpino un nuovo impianto di compostaggio, in cui trattare la componente organica derivante dalla raccolta differenziata e dal trattamento anaerobico, sulla base dello studio di fattibilità del 10/11/2013 e alla luce delle criticità emerse sull’area. In alternativa, per consentire il computo della frazione organica nell’ambito dei criteri di calcolo delle percentuali di raccolta differenziata, sarà necessario identificare un altro sito, ovvero stipulare accordi con altri soggetti”.
    Per Scarpino, il primo punto all’ordine del giorno deve essere proprio il superamento dell’emergenza. Per questo la delibera ricorda che si dovranno “attuare tutti gli interventi necessari all’adeguamento della discarica di monte Scarpino affinché la stessa possa essere messa in sicurezza ed essere utilizzata come discarica di servizio per gli scarti prodotti dagli impianti di trattamento e recupero della frazione organica e secca, secondo le prescrizioni dei nuovi provvedimenti autorizzativi degli Enti competenti”.

    Infine, uno sguardo anche alla “frazione secca” dei rifiuti residui per cui dovranno essere elaborate “soluzioni impiantistiche da realizzarsi in alternativa al gassificatore, valutando – secondo criteri ambientali, economici e logistici – sia l’ipotesi di impianti per il recupero spinto di materia che quella di impianti di CSS (combustibile solido secondario) prevista dal Piano Regionale dei Rifiuti privilegiando prioritariamente la componente di recupero della materia”.

    Tutti questi elementi dovranno essere recepiti nel piano industriale che Amiu dovrà presentare entro fine mese. Entro fine anno, invece, la partecipata dovrà approvare un percorso per la realizzazione di nuove Isole Ecologiche in modo che ogni Municipio arrivi ad averne una.

    Tra i numerosi emendamenti accolti dalla Giunta e approvati dal Consiglio, merita particolare attenzione quello presentato dal capogruppo di Lista Doria, Enrico Pignone e sottoscritto da tutta la maggioranza, che per ammissione dello stesso assessore al Ciclo dei rifiuti, Valeria Garotta, «completa e rende migliore tutto l’impianto della delibera». Tra i punti principali delle modifiche apportate al testo licenziato da sindaco e assessori, si sottolinea lo sprone ad avviare sperimentazioni di soluzioni di tariffazione puntuale che adeguino l’imposta alla quantità di rifiuto indifferenziato effettivamente prodotto e l’istituzione di un Osservatorio di Cittadinanza Attiva “al fine di coinvolgere soggetti di rappresentanza dei cittadini, degli utenti e delle parti sociali” come attivi valutatori delle performance di Amiu e attenti segnalatori di eventuali esigenze.
    Molto soddisfatto della delibera il consigliere Enrico Pignone, capogruppo Lista Doria e da sempre impegnato nella lotta ambientale per un miglioramento del ciclo dei rifiuti cittadino: «Vedo questo passaggio come una sorta di rivoluzione culturale – ha detto Pignone – perché mai come ora in una delibera sono stati presenti così tanti grandi elementi di cambiamento. Questa delibera è una risposta adeguata anche nella direzione del sostegno del servizio pubblico delle aziende pubbliche. Fino a ieri sbagliavamo a guardare i rifiuti solo come una questione economica: ora sono finalmente considerati come materiali post consumo ovvero una risorsa». Ma la soddisfazione più grande per il primo eletto nella “lista arancione” a sostegno del sindaco sono le nuove prospettive tecnologiche: «Finalmente viene messo nero su bianco il superamento del gassificatore e dell’inceneritore – ha proseguito Pignone suscitando una reazione non proprio composta tra i banchi del Partito democratico – che molti consiglieri conoscono bene perché avevano votato con favore nel passato ciclo amministrativo in cui, tra l’altro, si cercava di risolvere i problemi della Valbisagno semplicemente spostandoli a Scarpino».

    Anche il sindaco Doria guarda con soddisfazione alla delibera approvata e tocca il tempo alla Regione pensando già alla costituenda Città Metropolitana: «Nel piano regionale – si legge in una nota del primo cittadino – sono previsti impianti di diverso carattere, funzionali al ciclo in aree territoriali omogenee o di valenza regionale. Le caratteristiche, la collocazione e i costi  di questi impianti  devono essere discussi in modo chiaro, trasparente e condiviso perché sono a carico dei cittadini dell’intera Liguria che è caratterizzata dalla presenza di una vasta città metropolitana». Secondo Doria, dovranno essere previsti investimenti pubblici, anche regionali, per la realizzazione di tali impianti. «Le linee di indirizzo decise dal Consiglio comunale di Genova – prosegue il sindaco – consolidano la funzione di Amiu a servizio dell’area metropolitana e quale importante risorsa industriale a livello regionale. La ripartizione delle risorse pubbliche dovrà tenere in debito conto il numero dei cittadini serviti e la valenza industriale delle aziende pubbliche esistenti sul territorio».

    Ma è ancora il capogruppo Enrico Pignone a tracciare la road map delle prossime priorità: «Innanzitutto dovrà essere messa in sicurezza la discarica di Scarpino – ricorda il capogruppo di Lista Doria – e nel frattempo vanno velocizzate le tappe del processo di separazione secco/umido». Il consigliere comunale guarda anche a un orizzonte più ampio: «Oltre a quanto Amiu proporrà nel proprio piano industriale dovremo studiare nuove filiere per recuperare il materiale che ieri era considerato solo rifiuto ma domani potrà anche portare lavoro, nel rispetto della salute dei cittadini e dell’ambiente».

    Ora la palla passa ad Amiu, prima che il dibattitto ritorni a Tursi una volta presentato ufficialmente il piano industriale.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Imprenditoria femminile, la situazione in Italia e in Liguria. Dati e riflessioni

    Imprenditoria femminile, la situazione in Italia e in Liguria. Dati e riflessioni

    Ragazza giovane
    Foto di Roberto Manzoli

    “Non tutti sanno che se l’occupazione femminile arrivasse al 60% il Pil crescerebbe del 7 per cento”, scriveva qualche mese fa la giornalista Lidia Baratta su linkiesta.it. Quello che emerge dagli ultimi report (e quello che sta sotto gli occhi di tutti) è che, per quanto riguarda il settore dell’occupazione femminile, in Italia la situazione è ancora di grande arretratezza rispetto ad altri paesi. Nonostante il più o meno recente dibattito sulle quote rosa aperto in Parlamento e nelle altre istituzioni preposte, resta alto il numero delle donne disoccupate: casalinghe, madri, pensionate, ma anche giovani che, una volta terminato il ciclo di studi, non trovano o non cercano lavoro e si dedicano – volenti o nolenti – alla famiglia. Forse non ce ne rendiamo conto, ma questo fenomeno è talmente diffuso che ha preso anche un nome: “chilometro rosa”, ad indicare la corsa ad ostacoli che le donne sono costrette a correre con i loro colleghi uomini. All’inizio il percorso è lo stesso, poi la corsa si fa impari: le donne compiono questa impresa lavorativa/sportiva con una zavorra sulle spalle che i loro equivalenti maschi non hanno e restano pertanto escluse dal podio dei ruoli dirigenziali.

    L’Italia vive uno stallo ineguagliabile e la riflessione su questa situazione è tornata in auge proprio in questa fase storica, in cui la crisi costringe tanti a vivere in povertà (i dati Istat del 14 luglio stimano che il 10% della popolazione, vive in condizioni di povertà assoluta o relativa). Ci si chiede se l’occupazione femminile e l’accesso delle donne ai ruoli di potere possa aiutare a rimettere in moto l’economia.

    In generale, sembra una prospettiva non troppo utopica: anche se le imprenditrici sono ancora poche nel nostro Paese (1,5 milioni, pari a circa il 23,6% del totale) e ricoprono ruoli meno rilevanti dei colleghi maschi, le imprese guidate da donne sembrano aver retto meglio alla crisi. Ci sono migliaia di imprese rosa in più rispetto agli ultimi anni: oltre 3 mila in più nel 2013 e 11 mila nuove imprese negli ultimi 3 anni, in base ai dati di Unioncamere.

    Imprenditoria femminile in Italia e a Genova: i dati

    In Italia le aziende guidate da donne sono poche, meno di 1 su 4, e per la maggior parte si tratta di imprese piccole, con fatturato minore rispetto a quelle a conduzione maschile.
    In base ai dati Eurostat 2013, la percentuale di donne in posizione dirigenziale in Italia è poco rassicurante: 34,7%, con calo drastico al 4%, se si considera la presenza femminile nei CdA di società per azioni. Situazione opposta quella delle PMI a conduzione femminile, che resistono alla crisi più di quelle maschili e sono in costante aumento (incremento di oltre il 4% nel 2013 di società di capitali).

    I dati nel complesso non sono ancora rassicuranti, ma si stanno facendo progressi verso il consolidamento di un sistema imprenditoriale femminile vero e proprio. A questo proposito, lo scorso 9 maggio nel corso del primo Forum nazionale Terziario Donna a Palermo (organizzato dal Comitato delle donne imprenditrici della Confcommercio, dal titolo “Donne motore della ripresa”) sono stati presentati i risultati dell’osservatorio sull’evoluzione dell’imprenditorialità femminile nel terziario realizzata in collaborazione con il Censis: «Negli ultimi cinque anni» – spiega Luisa Cecchi Famiglietti, Presidente Terziario Donna Ascom Genova e Consigliere Nazionale Terziario Donna – «è cresciuta la percentuale femminile sul totale degli imprenditori, rappresentando 1/3 delle imprese italiane, mentre, a livello di rappresentanza nel sistema Confcommercio arrivano al 50%».

    In base ai dati forniti da Ascom, le donne imprenditrici resistono alla crisi meglio degli uomini, dimostrando grande capacità innovativa: dal 2009 il numero complessivo di imprenditori è passato da 4 milioni 514 mila a 4 milioni 308 mila del 2013, con un’emorragia di 206 mila unità (4,6%). Tra le donne le perdite sono state inferiori sia in termini assoluti (-47 mila imprenditrici tra 2009 e 2013) che relativi (-3,5%). L’effetto combinato delle diverse dinamiche ha determinato una crescita seppur lieve del livello di femminilizzazione della nostra imprenditoria: l’incidenza delle imprenditrici sul totale degli imprenditori è passata dal 29,8% del 2009 al 30,1% del 2013.

    Commenta Famiglietti: «Va riportata l’attenzione su un’Italia al 74° posto per parità di genere, al 90° per opportunità di partecipazione alla vita economica e al 48° per istruzione femminile e presenza in parlamento. Inoltre 800 mila sono le mamme che, costrette, hanno abbandonato il lavoro negli ultimi 2 anni e oltre 4 milioni le donne che vorrebbero lavorare e non possono. Questi dati sono il segnale di quanto sia necessario immaginare percorsi professionali davvero in grado di conciliare produttività e tempo di lavoro, in quanto la conciliazione tra maternità e lavoro ai livelli apicali rischia di essere impossibile, mancando le strutture, gli aiuti e politiche pubbliche adeguate».

    Quante sono e quanti anni hanno le donne imprenditrici in Liguria?

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    Per quanto riguarda la concentrazione delle imprese guidate da donne, dal report fornito nel 2013 da Unioncamere – Osservatorio dell’imprenditoria femminile si nota che le regioni più virtuose sono Molise (29,7%), Abruzzo (27,8%) e Basilicata (27,7%). Tra le province, invece, Avellino e Benevento, con oltre il 32%, Frosinone e Isernia, che superano il 30%, Chieti, Campobasso e Grosseto con percentuali superiori al 29%. La Liguria si attesta a quota 24,4% assieme a Puglia e Toscana, dato superiore alla media nazionale del 23,6%. Tuttavia, la nostra regione registra un calo dello 0,99% rispetto al 2012, con la chiusura di oltre 400 aziende a gestione femminile, su un totale di 510 chiusure.

    Stando ai dati che ci fornisce Confesercenti Liguria, nel primo trimestre 2014 le “aziende rosa” (in generale quelle a maggioranza femminile, con il CdA composto al 60% da donne) in Liguria erano 713, di cui 384 a Genova. Per quanto riguarda l’età, il 51% delle donne titolari di imprese fanno parte della fascia compresa tra i 35 e i 50 anni, ma si tratta di una stima approssimativa in quanto gran parte delle donne in questione proviene da un background imprenditoriale famigliare e spesso iniziano da giovanissime a muovere i primi passi in azienda, arrivando però a ricoprire ruoli chiave solo in età più adulta.
    Ad oggi in Liguria la percentuale di imprenditrici in età compresa tra i 20 e i 35 anni è il 17,1, seppur in leggero aumento rispetto agli scorsi anni, resta bassa se comparata al 51% della fascia superiore.

    In quali settori prevale l’imprenditoria femminile?

    Nessuna sorpresa. In Italia l’incidenza più bassa si registra nelle costruzioni (solo l’1,95% del totale, contro il 98,05% degli uomini), mentre percentuali più alte si riscontrano nel settore della moda, in cui le donne sono più degli uomini, e nel campo benessere e sanità (46,57%).
    In generale, in base ai dati forniti dall’Osservatorio Confcommercio-Censis sull’evoluzione dell’imprenditorialità femminile nel terziario tra il 2009 e il 2013, si riscontrano: 74 mila nuove attività di commercio al dettaglio (abbigliamento, alimentare, arredo, etc); 35 mila attività di ristorazione e catering; 24 mila istituti di bellezza, centri estetici; quasi 20 mila imprese di commercio all’ingrosso; circa 8 mila donne si sono registrate alla Camera di commercio rispettivamente come agenti o intermediari assicurativi e altrettante come agenti immobiliari, mentre 5 mila hanno avviato attività di manutenzione e pulizia di edifici.

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    Foto di Diego Arbore

    Infine, aumenta la quota di imprenditrici straniere, soprattutto nei settori come servizi alla persona, sanità e agenzie immobiliari. Racconta Ilaria Mussini, Consigliere Terziario Donna Ascom Genova: «Il numero di imprenditrici straniere in Italia è cresciuto di oltre 20 mila unità dal 2009, con le cinesi in testa a tutte (+45,5%), rappresentando nel 2013 ben il 17,4% delle donne di origine straniera alla guida di un’azienda, seguite da rumene (8,9%)».

    Lo stesso discorso vale per la Liguria: anche qui i settori privilegiati restano quelli tradizionalmente associati alla cultura di genere femminile, ovvero cultura, servizi e turismo. Si pensi che su 713 aziende rosa di Confesercenti ben 502 sono riconducibili a questi tre settori.

    Giovani e imprenditrici: connubio possibile?

    Si evince, dunque, che sia a livello nazionale che regionale è il terziario il settore preferito dalle donne per l’avvio di attività, con il 76% delle nuove imprenditrici italiane: il 58,6% (ma nei servizi la percentuale è del 60,3%) ha tra i 30 e 50 anni, e il 19,1% meno di 30 anni. Questa spiccata preferenza per il settore terziario vale soprattutto per quanto riguarda le giovani e giovanissime: ben l’82,3% del totale delle nuove imprenditrici con meno di 30 anni sceglie i servizi per l’avvio di una nuova attività, e stessa preferenza esprime il 78,2% di quante hanno tra i 30 e 50 anni.

    Cosa facevano queste ragazze prima di fare il salto al lavoro in proprio? In piccola parte provenivano da un’altra occupazione di tipo per lo più dipendente, mentre in maggioranza (rispettivamente 37,9% e 39,4%) si trattava di disoccupate/alla ricerca del primo impiego, oppure di casalinghe/studentesse.

    In generale, queste due categorie – giovani e donne – restano discriminate: per questo, si sta tentando da parte di Confesercenti di aprire un dialogo tra il progetto ministeriale Garanzia Giovani (qui l’approfondimento) e il mondo dell’imprenditoria femminile under 35, in modo da far confluire parte dei finanziamenti della Youth Guarantee nel settore delle “aziende rosa”.

    Gli incentivi all’imprenditoria fenminile: “gender pay gap”

    strade-progetti-lavoro-opere-dLa discriminazione tra lavoratrici/lavoratori e tra imprenditrici/imprenditori spesso si registra già nell’accesso alla professione e durante il percorso della vita lavorativa, in cui le donne – specie se qualificate e laureate – sono più sottoutilizzate degli uomini. Qualora queste prime problematiche vengano superate, spesso ci scontra con lo scoglio più insormontabile: la retribuzione inferiore delle donne, a parità di mansione. Questo fenomeno viene denominato gender pay gap: la media europea di divario si attesta attorno al 16% (a fronte di uno stipendio medio maschile di 2 mila euro, una donna ne guadagna in proporzione circa 1600 e nell’arco di un anno dovrebbe lavorare due mesi all’anno in più per eguagliare lo stipendio del collega uomo). I dati relativi all’Italia all’apparenza stupiscono: il gender pay gap qui è del 5,5%, ma bisogna considerare che nel nostro Paese il tasso di occupazione femminile è tra i più bassi d’Europa (tasso di inattività femminile quasi quattro volte quello della media UE).

    Il dato reale è che, a parità di posizione, la retribuzione per le donne è inferiore di circa il 20% rispetto a quella maschile: una stima che sale anche vertiginosamente a seconda dei settori, con percentuali che variano tra il 24 e il 18, e per le donne meno scolarizzate. Un retaggio del passato? Oggi le cose non stanno più così? Un pensiero comune, ma purtroppo errato: di questa discriminazione soffrono tutte, dalle giovanissime (-8,3% di retribuzione rispetto ai coetanei) alle più adulte (12,1%).

    Se effettivamente il mercato del lavoro femminile è così svantaggiato rispetto a quello maschile, come far fronte alle difficoltà di natura economica che si presentano per un’imprenditrice?

    Stando a quanto evinciamo dalle nostre ricerche (cosa che confermano anche da Confesercenti Liguria), non esistono veri e propri incentivi specifici per una donna che voglia aprire un’azienda, sia a livello nazionale che locale (regionale, provinciale, comunale). Al momento, l’attenzione maggiore si riscontra a livello statale, con misure quali il protocollo d’intesa ABI per agevolare l’accesso femminile al credito, e alcune misure intraprese dai ministeri.

    A livello locale, confermano da Confesercenti, in questo momento in Liguria non sono previsti fondi, né vantaggi di altro tipo . Tuttavia, potrebbe trattarsi di una situazione transitoria, e già da settembre potrebbero arrivare nuove proposte di incentivi e bandi ad hoc. Esistono, però, agevolazioni indirette, come l’ottenimento di un punteggio più alto nei bandi di gara o una maggiore attenzione in genere per gli under 35.

    Ma la situazione si complica se si parla diaccesso al credito. Conferma la presidente Terziario Donna Ascom Genova Luisa Cecchi Famiglietti: «A fronte di una situazione di incremento nel settore imprenditoriale in rosa, secondo quanto sostengono Bankitalia e l’Osservatorio Confcommercio le imprese femminili soffrono di un accesso al credito più difficoltoso rispetto a quelle a guida maschile: sono profondamente negative soprattutto le condizioni relative alle garanzie richieste dalle banche (16,0 contro 17,7). Le imprese femminili continuano a lamentare una condizione di maggiore difficoltà rispetto al resto delle imprese italiane del terziario (16,0 contro 19,5) tanto che è al lavoro un protocollo ABI e Ministero delle Pari Opportunità proprio allo scopo di monitorare l’andamento del credito alle imprese femminili».

    Oltre al protocollo ABI, un’ulteriore risorsa per facilitare il rapporto del gentil sesso con le banche è l’istituto dell’Arbitro Bancario Finanziario: un sistema per la risoluzione stragiudiziale delle controversie in ambito bancario e finanziario tra intermediari finanziari e clientela (sia imprese che consumatori). ABF, strumento per la corretta uniformazione dei comportamenti bancari, prevede un massimo di 6 mesi per la risoluzione di ciascun procedimento, con soli 20 euro. In particolare, si occupa di risolvere controversie legate a investimenti bancari, recesso o mancato finanziamento in termini arbitrari, modifiche unilaterali delle condizioni contrattuali, aperture di credito in conto corrente.

    Esiste, inoltre, sempre a livello nazionale, un fondo di garanzia per le imprese costituite in prevalenza da donne. Si tratta di una misura introdotta mediante decreto 27 dicembre 2013 del Ministero dello Sviluppo Economico, finalizzata agli interventi a favore delle imprese femminili. Il fondo vuole facilitare l’accesso femminile al credito. Le risorse a disposizione ammontano a 20 milioni di euro e sono impiegate per interventi di garanzia diretta, controgaranzia e cogaranzia: una quota pari al 50 per cento della dotazione è riservata alle nuove imprese (start up).
    Sullo stesso fronte si sta muovendo anche Confesercenti, con l’istituzione di confidi supportati dalle Camere di Commercio, contro la discriminazione delle banche: non esiste ancora un riferimento specifico, ma ci sono vari soggetti che agevolano l’elargizione monetaria.

    Reti di associazioni a sostegno delle imprese rosa in Liguria

    Ci sono delle strutture che supportano le imprese femminili, in Italia e in Liguria?

    Tra le strutture ufficiali preposte alla tutela del mondo imprenditoriale femminile, all’interno di Ascom Genova (a livello provinciale) e di Confcommercio (a livello nazionale) è operativo il Comitato Terziario Donna. Si tratta di un’organizzazione costituita nel 1989 in seno ad Ascom della Provincia di Genova per la promozione e lo sviluppo dell’imprenditoria femminile negli ambiti sociali ed istituzionali, favorendo il conseguimento delle pari opportunità e il completamento della formazione professionale. Inoltre, la stessa Confesercenti, al cui interno esiste un ramo per l’imprenditoria femminile (CNIF – Coordinamento Nazionale per l’Imprenditoria Femminile) per fornire supporto e per rendere consapevoli le imprenditrici degli strumenti a loro disposizione, facilitando il percorso professionale. Inoltre, esistono comitati di imprenditoria femminile (i cosiddetti CIF) anche all’interno della Camera di Commercio. A livello regionale, molte di queste associazioni sono andate a costituire una rete e cooperano per lo svolgimento di attività di animazione, promozione e divulgazione della cultura dell’impresa in rosa. Le associazioni in questione seguono le imprenditrici (o aspiranti tali) passo passo nel loro percorso: già nelle fasi iniziali, le aiutano a capire come fare impresa, progettando insieme un businessplan e accompagnandole verso l’avvio dell’attività. Inoltre, ancora prima, offrono la possibilità di fare un’autovalutazione per capire se la persona possiede l’attitudine e la stoffa dell’imprenditrice, prima di lanciarsi in un percorso oneroso in termini di energie e risorse.

    Inoltre, c’è poi una rete di strutture “ufficiose” che a livello nazionale conta ormai migliaia di unità, tanto che ormai è difficile orientarsi.

    Come si diventa imprenditrici?

    Ci aiuta a rispondere Patrizia de Luise, presidente di Confesercenti Liguria e Coordinamento Nazionale Imprenditoria Femminile, nonché membro di giunta camerale della Camera di Commercio: «Non ci si può improvvisare imprenditrici: in questo periodo di crisi, molte donne si trovano magari disoccupate, magari a dover mandare avanti una famiglia, e pensano che la soluzione più semplice per reinserirsi nel mondo del lavoro sia aprire la partita iva e mettersi in proprio. Ma non è così semplice: bisogna essere cauti e consapevoli, visto che si mettono in gioco grandi quantità di soldi propri che non vengono restituiti in caso di fallimento. Per questo, è importante affidarsi alle associazioni di rappresentanza, da Confesercenti a Confcommercio e tutte le altre sigle riunite in R.ET.E Impresa Italia e contattare gli sportelli locali per avere un accompagnamento».

    Imprese rosa per contrastare la crisi?

    «Il sistema italiano è il vero ostacolo al lavoro femminile e alla ripresa del Paese – commentano da Ascom – l’Ocse segnala infatti che se nel 2030 la partecipazione femminile al lavoro raggiungesse i livelli maschili, la forza lavoro italiana crescerebbe del 7% e il Pil pro capite di un punto percentuale l’anno (con una crescita totale del 17%). Ecco perché le donne sono indispensabili per aumentare la forza lavoro in un Paese e in un’Europa a crescita zero, dove nel corso dei prossimi 15 anni si perderanno 20 milioni di lavoratori, anche calcolando il saldo della forza lavoro immigrata. Le donne spesso rinunciano ad avere un’occupazione (sia come imprenditrice che come dipendente) proprio per la grande mancanza di servizi e in quanto il carico del lavoro di cura e famigliare è sempre sulle loro spalle, ne consegue che il tempo dedicato alla cura non può essere destinato al lavoro, si rinuncia oppure se ne dedica meno e ciò si traduce in un’opportunità sprecata per la crescita dell’azienda e personale».

    Allo stesso modo si esprime anche Patrizia de Luise: «Che lo sviluppo dell’imprenditoria femminile e della donna in genere possa portare benefici alla società in termini economici, è un dato conclamato da fior fiore di economisti. Nella pratica, però, si è ancora troppo lontani da questo sviluppo: bisogna intervenire sui limiti del sistema, sul welfare (per permettere alle donne di conciliare realmente famiglia e lavoro) e sul sistema di accesso al credito. Oggi il numero di imprenditrici è sì in aumento, ma le donne si buttano in imprese piccole e poco rischiose, con minor forza di incisione. Questo trend deve finire: favorire il lavoro femminile significa favorire la libertà delle donne e degli uomini. Donne realizzate e con un proprio reddito che permette loro di badare a loro stesse e ai loro figli, sono donne libere di decidere della propria vita; sono donne libere di scegliere di andarsene, per esempio, da un marito violento. Questo è un problema anche degli uomini: non è meglio avere a fianco una donna realizzata e indipendente? Dovrebbe essere così, in un sistema sociale sano».

     

    Per dirlo con una metafora calcistica utilizzata dal presidente di Confcommercio Sangalli, «puntare sulle donne è conveniente per l’economia e per l’Italia, quindi perché lasciare in panchina un buon giocatore in una partita così delicata?»

     

    Elettra Antognetti

  • Il bilancio 2014 del Comune di Genova, tutti i numeri di Tursi

    Il bilancio 2014 del Comune di Genova, tutti i numeri di Tursi

    palazzo-tursi-bernini-doria-guerello-DÈ la delibera madre, il cuore da cui dipende il futuro ma soprattutto il presente del Comune inteso non solo come amministrazione ma anche e soprattutto come città. Si tratta del bilancio previsionale per il 2014 (qui l’approfondimento sul previsionale 2013), approvato dalla giunta la scorsa settimana e che sarà discusso nei prossimi giorni in Commissione prima di passare all’esame dell’aula consiliare forse già nella seduta del 22 luglio. Secondo quanto previsto dal governo, che tuttavia potrebbe nei prossimi giorni concedere una proroga a fronte dell’inadempienza di molti enti locali, la dead line per l’approvazione definitiva è fissata, infatti, al 31 di questo mese. Ottenuto l’ok in Sala Rossa, l’amministrazione potrà finalmente terminare l’esercizio provvisorio (che obbliga assessorati e direzioni a spendere ogni mese al massimo un dodicesimo della cifra totale avuta a disposizione l’anno precedente), e procedere con un po’ più di respiro alla programmazione finanziaria fino almeno alla fine del 2014.

    «È con qualche rammarico che mi accingo a presentare il bilancio di previsione per il 2014 soltanto a luglio – ha esordito l’assessore Francesco Miceli – anche quest’anno ad esercizio inoltrato, in un contesto normativo in continua evoluzione in cui è estremamente difficile avere un quadro preciso delle risorse disponibili e soprattutto averlo in tempi coerenti con una corretta programmazione finanziaria. Approvare il bilancio di previsione significa assumere una forte responsabilità nei confronti dei cittadini perché le cifre e i programmi qui scritti si traducono in azioni che incidono nella vita di tutti e determinano il benessere sociale della città».

    L’ammontare complessivo del bilancio per il Comune di Genova nel 2014 è stimato in poco più di 1,7 miliardi euro. La somma per la parte corrente è fissata, invece, in 828 milioni di euro: tale, dunque, sarà la capacità di spesa del nostro ente locale e altrettante dovranno essere le entrate. «Per avere questo livello di spesa – ha spiegato il sindaco Marco Doria – il Comune ha dovuto utilizzare anche le leve fiscali altrimenti, senza l’Imu e la Tasi che abbiamo, non avremmo potuto mantenere sostanzialmente invariati i grandi flussi di spesa».

    Solo due voci subiscono una drastica variazione ma si tratta di un dato positivo che riguarda il costo del personale e gli interessi sulla restituzione di capitale (altrimenti detto debito). «Il Comune di Genova è virtuoso da questo punto di vista – ha sottolineato il primo cittadino – perché ha diminuito la spesa pubblica e l’indebitamento complessivo». Per quanto riguarda il personale i contenimenti non riguardano gli stipendi pro-capite ma l’ammontare totale a seguito di un turnover solamente parziale. Sul fronte del debito, invece, la parte del leone l’ha fatta la riduzione dei fitti passivi grazie a una complessiva riorganizzazione degli uffici pubblici.

    «In 10 anni – sottolinea Miceli – lo stock di debito del Comune di Genova è diminuito di circa 200 milioni (pari al 14%), di cui 110 negli ultimi 3 anni e, ad oggi, si attesta a poco più di 1,2 miliardi». Questa contrazione, che evidenzia una controtendenza dei Comuni rispetto ai comportamenti dello Stato centrale, è stata possibile in funzione del patto di stabilità imposto agli enti locali che non possono spendere oltre una certa cifra e, di conseguenza, non possono indebitarsi. La diminuzione del debito, inoltre, ha come diretta conseguenza un immediato abbassamento degli interessi dovuti da Tursi alle banche.

    Così, nonostante 13 milioni di disponibilità in meno rispetto al 2013 (e 52 in meno rispetto al 2012), il plafond di spesa per i servizi erogati quest’anno resterà sostanzialmente immutato: 98,5 erano i milioni a disposizione delle direzioni nel 2013, 97,3 sarà il budget per il 2014. La differenza di 1,2 milioni di euro, dicono a Tursi, sarà ripartita in modo da non incidere sensibilmente sulla capacità di spesa di alcun servizio essenziale.

    Le entrate: arriva la nuova tassa sui rifiuti

    bollette-speseOltre il 70% (71,14% per la precisione) delle entrate del 2014 arriverà dalle tasche dei genovesi che, quindi, con un gettito di poco superiore ai 594 milioni si autofinanziano abbondantemente i propri servizi. Dallo Stato e da altri enti pubblici e privati, invece, dovrebbero arrivare solo poco più di 240 milioni.

    Dopo l’Imu che frutterà al Comune quasi 160 milioni, a cui si aggiungo i 75 della Tasi, ecco arrivare anche la Tari (qui l’approfondimento): la tanto temuta nuova tassa sui rifiuti però, almeno per quest’anno, sembra aver evitato l’ennesima stangata. «Si tratta della terza gamba della Iuc – ricorda il sindaco Marco Doria – le cui prime due gambe avevamo già visto due mesi fa con la Tasi e l’Imu».
    Com’è noto, tutti i costi di Amiu devono essere interamente coperti dalle “bollette della spazzatura” e la partecipata di Tursi ha in previsione un aumento di piano finanziario di circa 4 milioni, parti al 4%. Un gravame che, stando a quanto spiegato dall’assessore Miceli, non dovrebbe però ricadere più di tanto sui genovesi dato che verrebbe assorbito e compensato dall’annullamento dell’addizionale statale sulla tassa che in precedenza era pari a 30 centesimi al mq. Nel gettito complessivo che supererà i 126 milioni qualche aumento per i cittadini, comunque, ci sarà ma si tratterà mediamente di una quindicina di euro su base annua e solo per famiglie numerose e con abitazioni di notevole estensione: «Una rarità a Genova – assicura l’assessore – e comunque fino a quattro figli non è previsto nessun aumento».
    Diverso il discorso per le utenze non domestiche che parteciperanno ai costi per il 45% del totale: il numero delle imprese diminuisce e in alcuni casi le tariffe possono aumentare. «Ma è una situazione che si è verificata soprattutto lo scorso anno in virtù della riorganizzazione della ripartizione del gettito tra utenze domestiche e non domestiche che adesso corrisponde molto più alla situazione reale» assicura Miceli. «Quest’anno, invece, le cifre resteranno sostanzialmente invariate e, anzi, in molti casi si assisterà a una lieve riduzione».
    A differenza della Tasi, niente panico per i pagamenti: arriveranno i bollettini a domicilio con l’ammontare suddiviso in tre rate per le utenze domestiche (31 ottobre, 1 dicembre, 28 febbraio 2015) e cinque per le non domestiche (in più 30 settembre e 31 gennaio).

    Le uscite: direzioni invariate, raddoppia il budget per i Municipi

    economia-soldi-D4Ma dove vanno andranno a finire gli 826 milioni che il Comune avrà a disposizione? Nonostante la compressione dei costi raccontata dal sindaco, nella sezione uscite la voce più ingente è sempre rappresentata dalle spese per il personale che quest’anno ammonteranno a quasi 228 milioni. 111 saranno, invece, i milioni da sborsare per il servizio prestiti per la quota interessi e la quota capitale. Ci sono, poi, i contratti di servizio di Amiu (126 milioni) e di Amt (105 milioni).

    Infine, come si diceva, resta sostanzialmente invariato il plafond a disposizione dei vari servizi resi dai settori pubblici che ammonterà a 97,3 milioni.

    La prima voce, naturalmente, è rappresentata dalle politiche sociali per cui sono messi a bilancio 36,320 milioni: solo 200 mila euro in meno rispetto a quanto previsto lo scorso anno ma sempre sotto quella famosa asticella dei 40 milioni che è sempre stata ritenuta imprescindibile (qui l’approfondimento) e che probabilmente sarà raggiunta nel corso dell’anno con assestamenti di bilancio che potranno anche attingere al fondo di riserva (un totale di 7,8 milioni da cui però, potrebbero essere sottratti 4,3 milioni per ottemperare al famoso accordo su Amt siglato lo scorso anno ma che il Comune potrebbe non considerare valido in virtù del fatto che anche la Regione non ha rispettato i propri impegni che prevedevano, tra l’altro, la costituzione dell’Agenzia e del bacino unico regionale, qui l’approfondimento).

    Al secondo posto la macrovoce Scuola, sport e politiche giovanili con 30,259 milioni (mentre l’anno scorso erano 30,528). Poco meno di 4,5 milioni per la Polizia municipale mentre a Cultura e Turismo vanno solo 3,7 milioni di euro (200 mila euro in più rispetto allo Sviluppo economico): qui la diminuzione rispetto allo scorso anno è più sensibile e ammonta a circa un milione di euro ma la Giunta è convinta di poter recuperare anche in questo caso attraverso non meglio definite “altre risorse di bilancio” oltre a eventuali sponsorizzazioni.

    A livello aggregato, la maggior parte degli investimenti si concentrano su tutela del territorio, mobilità, politiche sociali e scuole.

    Via Montezovetto, Genova AlbaroAll’interno di questo quadro più generale, grande interesse suscita sempre la voce trasversale dei lavori pubblici, testimone concreto di quanto un’amministrazione tenga al decoro della propria città e provi a dare lavoro alla stessa. Per il 2014 l’assessore Crivello annuncia la disponibilità di 137 milioni di euro: 45 milioni sono accantonati per il mini-scolmatore del Fereggiano in attesa del via libera delle Corte dei conti alla convezione; 62 milioni sono previsti per una serie di interventi importanti sul territorio tra cui Galleria Mazzini, corso Sardegna e altri edifici pubblici; i restanti 30 milioni rappresentano invece un mutuo da avviare per il piano dei lavori pubblici di quest’anno. Si tratta di circa 4 milioni in più rispetto alla quota già presentata qualche settimana fa perché nel frattempo è intervenuta la necessità della previsione di un intervento manutentivo nel sottopasso di Caricamento, della messa in sicurezza di una frana Pra’ e della riqualificazione della scuola di piazza Palermo (800 mila euro) secondo le direttive del governo Renzi che danno priorità all’edilizia scolastica.

    Interessante capire come saranno distribuiti anche gli altri 26 milioni del piano triennale: intanto ci sono i 12,2 milioni confermati dallo scorso anno ad Aster; 4 milioni saranno invece impiegati per il completamento degli interventi pluriennali sulle criticità degli edifici scolastici (vie d’esodo, impianti idrici, impianti elettrici); 3,5 milioni andranno alle manutenzioni per il patrimonio comunale (mercati, cimiteri, uffici); 2,2 milioni previsti per il risanamento idrogeologico (700 mila euro muri e altrettanti per le frane, 500 mila euro per ponti e impalcati, 300 mila euro per opere marittime); 1,5 milioni alle ristrutturazioni per l’edilizia residenziale pubblica; 500 mila euro per alcuni interventi di bonifica da amianto. Da non dimenticare, poi, la quota messa da parte per imprevisti e somme urgenze che quest’anno sostanzialmente raddoppia: saranno, infatti, accantonati 5 milioni visto che in questi primi sei mesi del 2014 si è già raggiunta la quota di 2,5/2,6 milioni stanziata nel 2012 e nel 2013.

    Last ma, questa volta è proprio il caso di dirlo, per nulla least, i Municipi. Il 2015 sarà l’anno della Città Metropolitana (qui l’intervista al sindaco Doria e l’approfondimento) e in quest’ottica i Municipi dovranno assumere un ruolo sempre più vitale e (de)centrale. È anche per questo motivo che a partire da questo bilancio il budget a disposizione delle nove ex circoscrizioni aumenta sensibilmente. Oltre alla conferma degli “storici” 281 mila euro in conto capitale, ciascun Municipio riceverà quest’anno 200 mila euro per le manutenzioni. A tutto ciò si aggiunge il percorso già avviato nel 2013: i Municipi che hanno elementi critici nel proprio territorio, conserveranno al proprio interno i proventi economici derivanti dagli stessi. Così Ponente, Medio Ponente e Media Val Bisagno potranno sfruttare i contributi delle cave mentre di nuovo Medio Ponente e Val Polcevera riceveranno quelli di Scarpino. Ultima novità, anche i guadagni provenienti dai ribassi d’asta resteranno nei Municipi di competenza: non proprio una questione di spiccioli dato che per il por di Molassana (qui l’approfondimento), ad esempio, è in ballo circa 1 milione di euro.
    L’importanza politica di questa operazione è sottolineata anche dal sindaco: «Sono i Municipi che decideranno dove spendere questi soldi in più e quindi restituiamo discrezionalità di spesa al territorio».

    Le incognite: i tagli e i trasferimenti del governo

    Benché il sindaco, presentando i numeri alla stampa, abbia parlato del bilancio come «fotografia esatta della situazione attuale, rigorosa, senza immaginare entrate gonfiate» sulle casse di Tursi gravano ancora due grosse incognite.

    La prima riguarda la copertura da parte dello Stato del minore gettito dovuto alla differenza tra le aliquote Imu dell’anno scorso e la Tasi di quest’anno che ha raggiunto il tetto massimo del 3,3 per mille: Tursi ha messo a bilancio 40 milioni di entrate stimate sulla base di quanto previsto nella legge finanziaria del 2014 che, all’interno di questo capitolo, prevede un totale di 625 milioni per tutti i Comuni italiani. Ma questa somma è assolutamente ancora da confermare.
    Così come da confermare, ed eccoci alla seconda incognita, sono i tagli alla spesa pubblica imposti il 24 aprile da un decreto del governo Renzi per finanziare il famoso bonus degli 80 euro. A livello nazionale si tratta di una riduzione di spesa di 700 milioni a testa per Stato, Regioni e altri locali (Comuni e Province); per via Garibaldi dovrebbe comportare un sacrificio di 5,7 milioni di euro, cifra non mastodontica ma che certo avrebbe fatto comodo avere a disposizione come capacità di spesa corrente. Tutto però è ancora avvolto da una densa nube di incertezza che non si dipanerà almeno fino a fine mese.

    «Le stime – spiega l’assessore al Bilancio, Francesco Miceli – dovrebbero essere piuttosto precise perché sono state facce con Anci e con la Ragioneria di Stato basandoci sulle voci ufficiali disponibili. Non c’erano i tempi per aspettare le decisioni definitive dello Stato che ci auguriamo arrivino entro fine mese e se dovessero esserci sorprese, speriamo siano in positivo».

     

    Simone D’Ambrosio

  • Ferrovia Genova – Casella, presente e futuro dello storico trenino

    Ferrovia Genova – Casella, presente e futuro dello storico trenino

    Trenino di Casella
    TRENINO DI CASELLA, LA STORIA
    24 km di linea ferroviaria a scartamento ridotto, inaugurata il primo settembre 1929 da per collegare le valli Polcevera, Bisagno e Scrivia con il centro città. Nel 1915, i primi progetti e i lavori affidati alla Società Ferrovie Elettriche Liguri, costituita ad hoc. Poi, lo stop con lo scoppio della Prima Guerra Mondiale, e la ripresa nel ’21, con la posa della prima pietra. Dall’anno successivo, la società Ernesto Breda si aggiudica l’appalto per la costruzione della linea aerea, del materiale rotabile e della sottostazione elettrica. La gestione era privata fino al 1949, con diverse società che si sono alternate nel corso degli anni. In seguito, si passa alla formula statale della “Gestione Commissariale Governativa” ed la Ferrovia è amministrata direttamente dal Ministero dei Trasporti, mediante Commissario Governativo.
    Così sarà per molti anni, fino a quando, dal primo gennaio 2002, impianto e treni, dallo Stato diventano beni della Regione Liguria: si viene a costituire la società Ferrovia Genova Casella s.r.l., a responsabilità limitata con socio unico Regione Liguria, in cui un Amministratore Unico e un Direttore di Esercizio si occupano di gestire il complesso. Dopo 8 anni di gestione regionale, il 16 aprile 2010 il controllo sulla Ferrovia passa ad Amt, vincitrice della gara pubblica bandita dalla Regione stessa per l’affidamento del servizio a nove anni (in carica fino al 2019 ma con contratto prorogabile al 2025), a causa di difficoltà gestionali e di esose spese per il mantenimento dell’impianto.
    Fin dalla sua nascita, il trenino aveva il compito di collegare le zone dell’entroterra con la città di Genova: a lungo questa è stata l’unica possibilità di collegamento, quando ancora le strade statali e provinciali non c’erano, e quando chi voleva “scendere a valle” poteva farlo solo a piedi, in inverno con la neve, o sotto al sole cocente. È la storia di un’altra Genova, quella di un secolo fa, della guerra e del dopoguerra. L’importanza della ferrovia si è sedimentata nel tempo e si è protratta fino ad oggi, continuando a collegare le valli Scrivia, Bisagno e Polcevera al centro città. Per questo, quando nel 2012 si sono inaspriti i disagi e Amt toglieva le corse, minacciando di non riuscire a ripristinarle, è scoppiata la protesta dei pendolari, è nato un comitato “Uniti per Sant’Olcese” e una pagina Facebook “Salviamo il Trenino di Casella” che ha raccolto già a pochi giorni dalla fondazione un numero di 1.500-2 mila firme.

    Qualche tempo fa, nel corso di una puntata di #EraOnTheRoad, abbiamo ripercorso parte del tragitto della Ferrovia Genova-Casella. Siamo partiti da Piazza Manin, per poi spingerci fino a Sant’Antonino e infine a Campi e Trensasco. Accompagnati in quell’occasione da Andrea Agostini, presidente del circolo Nuova Ecologia e Libertà di Legambiente Genova, abbiamo avuto modo di fare il punto con lui e con i lavoratori incontrati lungo il tragitto, mettendo in luce alcune delle problematiche e delle anomalie del sistema ferroviario urbano ed extra-urbano. Nella stessa giornata, in consiglio comunale, l’Assessore alla Mobilità e Trasporti Anna Maria Dagnino, rispondeva a un articolo 54 assicurando la riapertura degli impianti entro dicembre 2014.

    Facciamo chiarezza sullo stato dei lavori e sulle prospettive future di questo gioiello genovese.

    Ferrovia Genova Casella: lavori in corso

    Dall’11 novembre 2013 il trenino di Casella è fermo.  Per consentire l’esecuzione di alcuni lavori di manutenzione, il transito dei treni è stato sospeso in toto e sostituito con un servizio di autobus che transita sulle strade provinciali 2 e 43. Sembra la “cronaca di una morte annunciata”, visto che lo stop non è stato repentino, bensì il frutto di una graduale dismissione degli impianti, iniziata tra 2009 e 2010, con il passaggio della gestione dalla Regione (già allora in difficoltà) ad Amt. Commentava Anna Maria Dagnino nella sua risposta all’articolo 54: “Quando ne fu rilevata la gestione, la situazione dell’Impianto Ferroviario era alquanto critica e nessuna corsa veniva effettuata con i treni, ma solo con servizio sostitutivo. Sotto la gestione di Amt, nel giro di alcuni mesi, i treni sono stati messi di nuovo in condizione di funzionare; pertanto, tutto il programma di esercizio è sempre stato effettuato al 100% su ferro”. 

    A fine 2013, l’USTIF (l’Ufficio Speciale Impianti e Trasporti Fissi, emanazione del Ministero delle Infrastrutture) ha richiesto che venissero messi in sicurezza i due ponti metallici di Crocetta e Fontanassa, che rischiano di non reggere il peso del treno a causa della presenza di buchi. Inoltre, è indispensabile la ristrutturazione dell’armamento di alcuni tratti della linea e il rifacimento di porzioni della linea aerea. Ma i lavori per il rifacimento dei due ponti hanno perso il nulla osta dal 30 settembre 2013.

    Oggi, a cinque mesi dalla data annunciata per la riapertura del servizio, a che punto siamo con i lavori? La riapertura entro la fine dell’anno è una chimera? «Gli interventi sono in fase di realizzazione, in parte già appaltati e in parte in corso di assegnazione – ci comunicano dagli uffici preposti di Amt – Tutte le attività verranno svolte nel periodo di chiusura dell’impianto previsto fino a fine anno. Il personale tecnico della Genova Casella sta operando con ulteriori interventi di manutenzione straordinaria sia sui veicoli sia sulla linea, in modo da non avere criticità alla riapertura dell’impianto».

    Attualmente il servizio sostitutivo di bus per il trasporto di passeggeri dalla stazione di Manin a quella di Casella, lungo l’itinerario ferroviario, è affidato alla ditta privata Genovarent, che si occupa di noleggio di auto, furgoni, pullman, minibus e servizi di noleggio con autista e noleggio a lungo termine, per il trasporto urbano ed extra-urbano. Per il servizio sostitutivo sono impiegati complessivamente 3 autobus con una capacità di 30 passeggeri ciascuno: ciò è dovuto alle problematiche di viabilità esistenti su alcuni tratti stradali del territorio interessato. Il numero delle corse garantite con il servizio sostitutivo è perfettamente coincidente con il numero delle corse prima esercite con il treno. Il costo orario del servizio è di circa 40 euro (le corse quotidiane nel periodo estivo sono 10, mentre in quello invernale 11, e coprono una fascia temporale che va dalla 6.30-7 del mattino alle 18-20 di sera, per un totale di 12-14 ore complessive).

    Il problema dei bandi al ribasso

    trenino-casella-campi-2Come detto, il 30 settembre 2013 i lavori appaltati hanno perso il nulla osta. Per l’affidamento dei lavori c’è stato un primo bando (indetto da Amt e coordinato da SUAC – Stazione Unica Appaltante Comune di Genova) che si è aperto nel 2013 e si è concluso con l’aggiudicazione dell’appalto a giugno 2013 da parte di due ditte del settore, che sono state poi costrette a ritirarsi perché la base d’asta non era sufficiente a coprire i costi degli interventi: 380 mila euro (per la precisione, 376.960,34 stanziati dalla Regione) erogati per coprire interventi i cui costi pare si aggirerebbero sui 500 mila euro.

    Da Amt commentano: «Le attività di manutenzione straordinaria che hanno originato un primo bando per l’affidamento dei lavori sono relativi al rifacimento e alla manutenzione di due ponti metallici. Il primo aggiudicatario ha rinunciato all’appalto e i lavori sono stati quindi affidati al secondo. Anche il secondo offerente in corso d’opera si è ritirato. Per evitare contenziosi con la seconda ditta, che avrebbero allungato i tempi, si procede a nuova gara».

    I lavori si sarebbero dovuti concludere entro 4 mesi dall’assegnazione dell’appalto, ma il bando al ribasso e la rinuncia delle ditte vincitrici non ha fatto che rallentare l’iter: in attesa di un secondo bando, il trenino rimane fermo in stazione. Chiediamo quando sarà emanato questo nuovo bando, dalla Segreteria dell’Assessore regionale ai Trasporti Enrico Vesco ci viene comunicato che: «Amt ci ha comunicato che il nuovo progetto esecutivo verrà scorporato in due lotti separati: lavori per il ponte di Crocetta e lavori per il ponte d i Fontanassa. La procedura per il Ponte di Crocetta sarà espletata entro il mese di giugno 2014 dall’ufficio appalti Amt, mentre la gara per il Ponte di Fontanassa (affidata alla SUAC del Comune di Genova) porterà all’affidamento dei lavori entro il mese di settembre».

    E per quanto riguarda i costi? Visto che la prima asta era troppo al ribasso, a quanto ammonteranno i finanziamenti nella seconda? Commentano ancora in Regione: «Non si conoscono gli importi effettivi messi a base d’asta oltre a quanto già messo a disposizione da parte della Regione Liguria (€ 376.960,34)», mentre Amt dichiara: «Il costo preventivato è di circa 380.000 euro, che corrisponde al finanziamento stabilito dalla Regione Liguria».

    A noi i costi risultano essere più alti e ci auguriamo che non si facciano gli stessi errori del passato: un nuovo bando con stesso importo di finanziamenti, ci chiediamo, non sarebbe un rischio e un’ulteriore perdita di tempo? La situazione, di certo, è in divenire: si parla anche di un piano investimenti 2013-2016 per 16 milioni di euro finanziati dalla Regione, per il miglioramento della rete e del materiale rotabile.

    I costi della Ferrovia Genova Casella e il degrado delle stazioni

    binari-trenino-casellaCome ci dicono dalla Segreteria dell’Assessore Vesco, «Amt riceve annualmente per la manutenzione e l’abbellimento della Ferrovia circa 1.700.000 più IRAP e circa 723.000,00 per la manutenzione straordinaria dei rotabili e dell’impianto».

    Ma, nonostante le cifre considerevoli, gli introiti non bastano a coprire i costi: l’afflusso di utenti (i pendolari sono in media 110 mila all’anno, quindi 200-300 al giorno) è troppo limitato e non basta a garantire lunga vita all’impianto. Come già scrivevamo in passato, i ricavi del 2013 a noi risultano essere circa 200 mila euro, a fronte di 2 milioni e 500 mila euro di costi: se sommiamo ai ricavi i fondi della Regione, si arriva a 2 milioni 623 mila euro, ovvero all’incirca al pareggio di bilancio o poco più. Dati che vengono a grandi linee confermati da Amt: «Per il 2013 il costo della ferrovia è stato di circa € 2.480.000 mentre i ricavi da traffico sono stati € 201.000; nel 2013 i passeggeri trasportati in media al giorno sono stati 358».

    Inoltre, anche in occasione dell’ultimo sopralluogo di Era Superba, era emerso come alcune stazioni si trovassero in cattivo stato, da Campi a Trensasco. Sembrava che nessuno si fosse più occupato di effettuare interventi di messa in sicurezza (né tanto meno di abbellimento) da decenni, forse persino dal dopoguerra. Ci sono strategie da mettere in atto per una eventuale ristrutturazione? «È stato presentato alla Regione Liguria – ci raccontano da Amt – nel mese di novembre 2013, un piano di ristrutturazione e abbellimento dell’intera linea della ferrovia, ivi inclusa anche la sistemazione di alcune stazioni, piano che prevede un investimento di circa € 100.000 per i prossimi 3 anni ed è in attesa di approvazione».

    Nello stesso senso, anche l’Assessore comunale Dagnino confermava, sempre nella risposta all’articolo 54 citata in apertura, che sono già state stabilite misure per l’abbellimento dell’impianto nelle stazioni di Sardorella, Casella, Tullo e Trensasco.

    Nel frattempo «Tutto il personale tecnico continua ad operare nelle attività di manutenzione dell’impianto – confermano da Amt – intervenendo anche con lavori di manutenzione straordinaria, più difficoltosi da effettuare con i treni in servizio. Sono state ad esempio ristrutturate alcune carrozze, sia nella parte interna (rifacimento sedili e finestrini) sia nella parte esterna (pulizia graffiti e rifacimento di parte del tetto). Il personale impiegatizio della Genova Casella, dall’atto del subentro di Amt nella gestione dell’impianto nell’anno 2010, opera presso la sede dell’azienda occupandosi prioritariamente degli aspetti economico-contabili della ferrovia e continua, anche in questo contesto di stop delle corse, a svolgere la propria attività».

    I treni, da quello storico del  ’24 sino all’atteso e moderno Sirio

    Trenino Genova-Casella«Le macchine attualmente a disposizione non sono in buone condizioni e presentano necessità di manutenzione continua», fanno sapere dalla Regione Liguria. Le macchine in questione sono  sei: le elettromotrici possono funzionare singolarmente, avendo capacità di trasporto passeggeri (tipologie da 36, 44 e 48 posti), possono agganciare delle carrozze fino a un massimo di tre, per un totale complessivo di 156 posti a sedere, oppure in configurazione a doppia motrice per un totale di 172 posti a sedere. I veicoli oggi in servizio sulla Genova-Casella risalgono a tempi diversi, e ce ne sono sia di storici, datati 1920, sia di moderni (gli ultimi sono stati acquisiti 20 anni fa, negli anni ‘90). Oltre a questi, è in funzione anche il treno storico classe 1924 (uno dei più antichi in servizio in Italia), che si compone di una elettromotrice, una carrozza bar e due carrozze passeggeri, per un totale di 129 posti a sedere. Sono in revisione per manutenzione straordinaria due elettromotrici, che saranno di supporto all’esercizio in particolari condizioni di affluenza di passeggeri.

    Inoltre, si parla anche dell’acquisto di una nuova macchina, un elettrotreno a scartamento ridotto lungo 42 metri con 240 posti, commissionato nel 2010 ad Ansaldo Breda e costato circa 4 milioni (i fondi, commentano dalla Regione, sono vincolati dallo Stato e stanziati nel 2008/2009), che sarebbe ormai in via di ultimazione: «Confermiamo l’acquisizione del nuovo elettrotreno “Sirio” di Ansaldo Breda – comunica Amt – che dovrebbe essere ultimato nel 2016. Con la consistenza dei veicoli già in uso e il nuovo treno non è necessario investire a medio termine su nuove macchine per garantire l’esercizio della ferrovia, anche in presenza di afflusso consistente di passeggeri».

    Marketing e turismo

    trenino-casellaNella nuova situazione che viene a delinearsi, con il nuovo elettrotreno moderno e funzionale da un lato e il trenino storico dall’altro, non sarebbe possibile sdoppiare la funzione della Genova-Casella e affiancare alla vocazione prettamente funzionale quella turistica? Considerato che il trenino storico è uno dei più antichi e suggestivi d’Italia e che – come ribadito da Amt – con il nuovo investimento la circolazione dei passeggeri sarà resa funzionale e non sarà “necessario investire a medio termine su nuove macchine”, perché non puntare tutta sulla promozione in Italia e all’estero di questa ferrovia?
    Finora né Amt né la Regione danno segni espliciti di voler incrementare l’aspetto turistico.

    Ci sono piccoli segnali di miglioramento, con l’adozione da parte di Amt di un piano marketing messo a punto prima dello stop del 2013: si parla di revisione degli orari e incremento nel periodo estivo, ad uso turistico e agevolazioni tariffarie per i residenti, con 170.000 euro di risparmi stimabili grazie alla razionalizzazione della gestione. Si parla anche di marketing territoriale turistico-commerciale e di trattative con le viaggio del nord Italia per la promozione dell’Alta Via dei Monti Liguri, e con le associazioni locali per l’organizzazione di eventi vari (tra cui le fattorie didattiche per gli alunni delle scuole primarie).

    Della questione del rilancio sul piano promozionale e dell’imprimere alla Genova-Casella un carattere turistico avevamo parlato anche con Andrea Agostini di Legambiente, nel corso dell’ultimo sopralluogo. Diceva Agostini che «bisognerebbe essere lungimiranti, puntare sul marketing territoriale e investire risorse sulla promozione turistica del trenino […] perché non partecipare a bandi europei e accedere a finanziamenti UE? […] La posizione centrale della stazione di Manin è favorevole per intercettare turisti e croceristi. Inoltre, un potenziamento del servizio porterebbe grandi benefici anche per la viabilità urbana, i binari del trenino potrebbero ospitare una metropolitana sopraelevata da Molassana e Manin che alleggerirebbe di molto il traffico passeggeri sui bus, sarebbe una soluzione green, ottimale per la salvaguardia dell’ambiente».

    In teoria un’ottima prospettiva, ma nei fatti è attuabile? Una vocazione prettamente turistica della linea, da affiancare al normale trasporto pendolari, implicherebbe aumento del lavoro e delle corse (o magari “corse speciali” con meno stazioni…)? Secondo quanto sostiene la Regione Liguria «I fondi regionali sono trasferiti per soddisfare le esigenze di TPL. Regione Liguria tuttavia auspica una valorizzazione della ferrovia anche a livello turistico, attività per la quale Amt ha piena discrezionalità. Anche in relazione alla possibilità di accedere a finanziamenti Europei che, comunque dovranno rispettare il regime di ‘de minimis’».
    Se dunque da un lato la Regione rimette la responsabilità ad Amt, quest’ultima non sembra troppo entusiasta della prospettiva di rilancio turistico e non sembra che si muova alcunché in questo senso, rispetto alla situazione attuale: «L’utilizzo della ferrovia Genova Casella nelle giornate feriali è prettamente pendolaristico, mentre nelle giornate festive, soprattutto nei periodi primavera/estate, la ferrovia è frequentata da turisti che si recano nelle zone di interesse (3 valli, Sant’Olcese, Casella, ecc). Nei periodi primaverili, anche nelle giornate feriali, vengono organizzati gruppi di scolaresche che si recano alle fattorie didattiche per attività ludiche, anche con treni speciali. L’organizzazione del lavoro del personale della ferrovia è già strutturata per rispondere ad entrambe le esigenze. Invece, per quanto riguarda l’accesso a fondi della UE, ad oggi non risulta che ci siano finanziamenti europei dedicati».

     

    Elettra Antognetti

  • Industrie creative: il modello del Polo Audiovisivo di Cornigliano

    Industrie creative: il modello del Polo Audiovisivo di Cornigliano

    Villa Bombrini Cornigliano“L’industria creativa viene ad assumere una rilevanza significativa nella prospettiva più generale del rilancio economico della nostra città”. Sono queste le parole chiave della nuova delibera di giunta con cui gli assessori Oddone e Sibilla propongono un sostegno a uno dei settori più emergenti della nuova economia (qui l’approfondimento). Genova, dunque, punta sulla cultura e sulla creatività per il suo futuro imprenditoriale. E lo fa con una serie di linea di guida che andranno a caratterizzare alcuni bandi inerenti il sostentamento o la creazione di nuovi distretti creativi in città. Non prima, però, dell’approvazione del bilancio previsionale per il 2014 come spiega l’assessore allo Sviluppo economico, Francesco Oddone: «Stiamo facendo le delibere di indirizzo, quando sarà approvato il bilancio e in seguito al varo ufficiale dei patti d’area, potranno essere presentati i bandi». L’obiettivo di Tursi è quello di concedere agevolazioni pubbliche al rigoglioso sottobosco delle start up creative a fronte – si legge nella delibera di indirizzo – di “loro investimenti finalizzati sia al potenziamento della loro attività che all’insediamento di nuova impresa, con riferimento agli interventi di opere edili e all’acquisto di attrezzature ed arredi necessari all’espletamento dell’attività, nonché per le spese sostenute per acquisto software e brevetti, partecipazione a corsi di aggiornamento, campagne di promozione e marketing, costituzione di reti”.
    «Vorremmo riuscire – riprende l’assessore – a dare un po’ di respiro e di ossigeno alle società che già esistono e che hanno delle idee ma vorremmo anche cercare di attrarne nuove, appoggiando il principio delle start up».

    Il sostegno pubblico si svilupperà, dunque, in una doppia direzione: da un lato, interesserà le imprese esistenti a Cornigliano, nel polo audiovisivo di Villa Bombrini e del videoporto, puntando sulla qualità complessiva dei progetti già avviati “in relazione all’effettivo potenziamento dell’impresa, dell’aumento della capacità di presenza sul mercato e della competitività e
sulla tenuta economica dell’investimento previsto”; dall’altro, riguarderà il tentativo di costituzione di un nuovo distretto della creatività in Centro storico, nell’ambito della riqualificazione del sestiere della Maddalena.

    Nuovo distretto culturale alla Maddalena

    Campanile delle Vigne, Genova«Divideremo le risorse tra Maddalena e Cornigliano – dice Oddone – anche se purtroppo i soldi sono molto pochi, residui di una legge passata, molto meno di quanto vorrei. Comunque li stanzieremo tutti insieme non appena ci saranno le condizioni formali per poterlo fare».
    Al momento, la delibera di indirizzo parla di 450 mila euro complessivi: 300 mila per Cornigliano, 150 mila per la Maddalena. Ma non è detto che le cifre non possano diventare un po’ più consistenti, soprattutto per quanto riguarda il futuro distretto creativo del Centro Storico, tenuto conto anche della coincidenza con la nascita del Patto d’Area.

    Quella della creatività nel centro storico è una strada già imboccata a partire dal 2010 quando Genova prese parte al progetto europeo “Creative Cities” che diede il la allo studio della possibile creazione di un distretto di industria creativa e culturale nel sestiere della Maddalena. In questa direzione, ad esempio, si possono già citare la rinascita del Teatro Altrove e il prossimo insediamento di attività socioculturali e laboratoriali (qui l’approfondimento) grazie anche al sostegno dell’iniziativa privata come la Fondazione Sanpaolo. L’esempio da seguire potrebbe essere proprio il progetto messo in piedi dal 2009 con il polo prevalentemente audiovisivo di Villa Bombrini, a Cornigliano. Questa volta però con uno strumento amministrativo in più, ovvero i già citati “Patti d’area” di cui abbiamo già avuto modo di parlare su Era Superba (qui).

    Il rafforzamento delle piccole e medie imprese nel settore delle industrie creative e culturali è anche uno degli obiettivi che l’Unione Europa si è posta nel periodo 2014-2020 invitando le Regioni e gli Stati membri a incanalare gli investimenti comunitari per la crescita economica prestando un occhio di riguardo a questo settore.
    Sulla base dei dati pubblicati dalla Camera di Commercio genovese a fine 2011 nell’universo cittadino gravitavano circa 4500 imprese creative, a testimonianza del fatto che il Piano Urbanistico Comunale riconosce nella sua descrizione fondativa la cultura come leva fondamentale per il turismo in città, i cui investimenti si ripercuotono positivamente su tutta l’economia locale.

    Il polo audiovisivo di Cornigliano

    cinema-registi-cortometraggi-film«È una buona notizia che le istituzioni abbiano compreso l’importanza di questo settore e cerchino di sostenerlo» afferma Enrico Da Molo, direttore di Società per Cornigliano e presidente della Genova-Liguria Film Commission. Con Da Molo ripercorriamo la storia del polo audiovisivo di Cornigliano, esempio concreto di distretto creativo che potrebbe rappresentare un buon punto di riferimento per quanto ci si augura riesca a nascere anche nel cuore della Città Vecchia.

    «Tutto è nato da un piccolo corridoio e da 8 persone che ci lavoravano» ricorda Da Molo. Villa Bombrini, infatti, è stata acquistata nel 2008 da Società per Cornigliano: all’epoca all’interno era situato solamente il centro per l’impiego e meno di una decina di persone che lavoravano su altri progetti. «Ci siamo subito posti l’obiettivo di riempirla di funzioni e il primo insediamento è stato proprio quello della Film Commission con i suoi uffici. L’anno successivo è iniziata la storia del polo audiovisivo: un corridoio con 8 stanze per poter ospitare, tramite un contratto di servizio, alcune imprese che avevano manifestato interesse e che svolgevano il proprio lavoro nel settore della produzione video, grafica e artistica più in generale. Poco per volta si è allargato questo corridoio, siamo arrivati al piano di sotto, poi a di quello di sopra. Nel 2010, invece, abbiamo aperto il videoporto: qui l’anno scorso abbiamo sistemato anche ¾ del primo piano e probabilmente entro fine anno completeremo i lavori».

    Quello di Villa Bombrini e dintorni è stato un insediamento progressivo. «Ci siamo detti: iniziamo così e se va bene continuiamo». Società per Cornigliano funziona da padrona di casa ragionevole: affitta a un canone accettabile le aree a Film Commission che, a sua volta, stipula contratti di servizio con le imprese interessate. Non si tratta solamente di quattro muri e una scrivania: chi viene a lavorare in questi spazi ha a disposizione una serie di ulteriori servizi come il wifi a banda larga, le sale riunioni, attrezzature varie, oltre naturalmente alla possibilità di organizzare eventi in Villa, di sfruttare corsi di formazione ma soprattutto di mettere in rete le proprie professionalità e, magari, condividere qualche commessa. Tanto che il novero delle società presenti ha varcato da tempo i confini del settore audiovisivo in senso stretto, con la presenza anche di giornalisti, uffici stampa, comunicatori web, sviluppatori di videogiochi e artisti di teatro. Una quarantina di realtà tutte comunque riconducibili al concetto di industria creativa e/o digitale.

    «Sono proprio questi gli elementi che rendono davvero appetibile lavorare in questo contesto – dice con orgoglio Da Molo – perché una stanzetta a canone contenuto la si può trovare anche altrove ma difficilmente viene offerta anche tutta questa rete di professionalità». Tra i vari servizi offerti anche uno sportello realizzato grazie a Film Commission che offre una prima consulenza gratuita per chi deve muovere i primi passi dal punto di vista legale, finanziaria e su vari aspetti dell’organizzazione e avvio di una start up. «È questo che ha fatto sì che ci sia sempre un forte interesse attorno alla Villa prosegue il direttore di Società per Cornigliano – anche perché le attività che vengono svolte raramente sono concorrenti, anzi spesso sono complementari. Magari uno riesce a trovare un cliente o una commessa però ha bisogno di professionalità che non possiede direttamente e bussa alla porta accanto. Non è un concetto nuovo ma, se vogliamo, è la modernizzazione dell’idea di distretto industriale: imprese che fanno attività complementari nella stessa filiera e che si trovano nello stesso posto».

    villa-bombriniA confermare la positività di questa filosofia sono le stesse società che operano a Villa Bombrini. «Una delle motivazioni principali che ci hanno spinto ad abbracciare questa realtà – racconta Raffaele Mastrolonardo, cofondatore di Effecinque, agenzia giornalistica che, tra gli altri, collabora nel settore tecnologico e dell’innovazione con Sky, Corriere della Sera, L’Espresso e Wired – sono stati innanzitutto i servizi: la banda a un prezzo conveniente e l’opportunità di lavorare accanto a persone che pur non operando strettamente nel nostro settore hanno competenze sovrapponibili e che possono essere utili per alcuni progetti. Ci sono società (penso ad esempio a Kulta che si occupa di comunicazione multicanale, webmarketing e infotainment) e singoli professionisti (come Massimiliano Ruvolo, un fotografo) con i quali è capitato e capita di collaborare. Il fatto di avere tutte queste professionalità a portata di mano è importante: permette un maggiore controllo dei progetti e uno scambio più fruttuoso nella fase ideativa e di realizzazione, fermo restando che poi si possono gestire contatti e collaboratori in rete».

    Le cose nel polo audiovisivo stanno andando piuttosto bene tanto che Società per Cornigliano e Film Commission stanno pensando a come poter ampliare gli spazi a disposizione dato che la richiesta di uffici continua a essere viva. «Nei giorni scorsi – racconta Da Molo – abbiamo incontrato un imprenditore di Torino nel settore di simulazioni 3d interessato ad aprire una succursale da noi». Insomma, le richieste ci sono ma è la disponibilità di spazi che inizia a scarseggiare. «Villa Bombrini è praticamente a tappo. Al Cineporto abbiamo ancora un po’ di spazio da ricavare ma in futuro, se continuerà il trend di richiesta, stiamo ragionando con il Municipio se anche la vicina Villa Serra potesse essere presa in considerazione per un discorso di questo tipo. Certo è che andrebbe ristrutturata sensibilmente negli interni e sarebbero necessari un paio d’anni di lavori che potrebbero darci un’altra trentina, quarantina di moduli da sfruttare. In alternativa, potremmo pensare alla realizzazione di nuovi volumi moderni nell’area tra Villa Bombrini e il retrostante videoporto».

    Una prospettiva interessante per chi, nel giro di sei anni, è partito da 8 lavoratori ed arrivato a circa 120/130: «Stiamo sempre parlando di numeri contenuti – resta con i piedi per terra Da Molo – che però dimostrano come questa possa essere una strada su cui puntare per creare nuove imprese o quantomeno sostenere quelle esistenti. Certo, senza dover per forza pensare alla Silicon Valley, ci sono realtà in cui questo settore riesce a crescere di più: però, anche noi riusciamo a farci strada». Il successo, secondo il presidente di Film Commission, è dovuto anche al fatto che le attività creative ben si sposano con la conformazione del territorio ligure: «Nella maggior parte dei casi si tratta di lavori che non necessitano di spazi particolari e che si possono fare dovunque. Non c’è bisogno di sventrare o arrivare in cima a qualche collina – dice da Molo col sorriso, facendo evidente riferimento alla situazione di Erzelli – perché siamo di fronte a un modo di lavorare diverso rispetto a quello a cui siamo abituati a pensare: tutto è incentrato sulla rete».

    Verso il sostegno della Regione Liguria

    giardini-plastica-regione-liguria-DINon c’è solo il Comune a guardare con attenzione al settore delle industrie creative. Un nuovo slancio potrebbe, infatti, arrivare in tempi ragionevoli anche dalla Regione. E, si sa, con la campagna elettorale alle porte tutto è possibile. «Stiamo lavorando ai fianchi la Regione – racconta ancora Da Molo – affinché nella prossima programmazione dei fondi strutturali ci sia la predisposizione di un finanziamento per questo tipo di attività. Ad esempio, in Emilia Romagna è previsto un budget per incentivare le produzioni che girano sul territorio, aspetto molto frequente anche nel sud Italia. Anche noi ultimamente stiamo riscontrando buoni segnali, speriamo che poi si concretizzino».

    Un nuovo, interessante orientamento economico, dunque, è possibile. «Per carità – ammette il presidente della Film Commission nostrana – non è che questo debba sostituire completamente le attività produttive tradizionali come porto, logistica e industria manifatturiera però, in un panorama di economia piuttosto disastrata come quello che viviamo adesso, l’esistenza di un settore in crescita e che da lavoro è un segnale positivo, che va sostenuto. Ci sono anche degli studi della Commissione europea che individuano nelle industrie creative uno dei settori in maggiore espansione nei prossimi anni».

    «Credo che qualsiasi iniziativa che aiuti le aziende creative genovesi sia benvenuta – commenta Mastrolonardo di Effecinque – anche se, sia per la nostra esperienza che per quella di altre imprese che conosciamo, il mercato locale resta molto ristretto e poco remunerativo. Ogni nuovo approccio genovese in questo campo deve guardare a un mercato che non è cittadino ma italiano (Milano in primis) e internazionale. Genova e Villa Bombrini possono essere ottimi luoghi dove vivere e dove creare ma il mercato, quello che consente di vivere e crescere, comunque è da un’altra parte e questa realtà richiede politiche mirate».

    Simone D’Ambrosio

  • Gestione dei rifiuti a Genova, il futuro non può più aspettare

    Gestione dei rifiuti a Genova, il futuro non può più aspettare

    Amiu, ad D'Alema e presidente CastagnaLuglio è il mese decisivo per capire le future prospettive della gestione dei rifiuti a Genova. Sullo sfondo resta il caso Scarpino e, dunque, la necessità di superare il conferimento in discarica della frazione organica – causa principale degli sversamenti di percolato all’origine dell’emergenza – tramite un contestuale potenziamento della raccolta differenziata. Per attuarlo, confermano dall’Azienda Municipalizzata Igiene Urbana di Genova, si prevede la realizzazione di un biodigestore anaerobico, destinato al trattamento della parte umida per produrre energia e compost, e l’adeguamento degli attuali depositi temporanei, Campi in Val Polcevera e Volpara in Val Bisagno, per trasformarli in impianti di separazione secco-umido, prima che i rifiuti indifferenziati prendano la via di Scarpino, come peraltro impone la Legge. Inoltre,  parte oggi (1 luglio) la raccolta spinta dell’organico che coinvolge inizialmente tutti gli utenti che, per ragioni professionali (quindi esercizi commerciali, ditte, ecc.), ne producono grandi quantità, passando dagli attuali 750 a 2100; poi toccherà al resto della città.

    Le linee guida sono pronte da mesi (vedi il nostro approfondimento), si attende la presentazione del piano industriale di Amiu – redatto in sintonia con l’azionista dell’azienda, ovvero il Comune di Genova – ed il recepimento delle indicazioni del piano all’interno di una delibera di indirizzo che approderà in Consiglio comunale probabilmente martedì 8 luglio.
    L’obiettivo della Giunta, a dire il vero, era quello di portare la delibera in Aula Rossa entro la seduta di oggi; ma ancora una volta i tempi sono stati disattesi, nonostante la convocazione in fretta e furia di una conferenza stampa nel pomeriggio di ieri in cui l’assessore all’Ambiente, Valeria Garotta, avrebbe dovuto illustrare le linee guida che l’Amministrazione vorrebbe fornire alla propria partecipata. Nel primissimo pomeriggio, infatti, la delibera sarebbe dovuta passare al vaglio di una seduta di Giunta straordinaria, ma la convocazione dei giornalisti immediatamente dopo l’approvazione ha fatto salire su tutte le furie molti consiglieri (riuniti a Palazzo Tursi nella Commissione che discuteva il futuro delle aree di Fiera di Genova), che hanno “minacciato” di presenziare alla conferenza stampa. Così, puntualmente, pochi minuti dopo questa presa di posizione, ecco arrivare la revoca della convocazione dei giornalisti. Tra oggi e domani verrà convocata una nuova Giunta straordinaria, chissà se poi toccherà nuovamente ai giornalisti o si aspetterà formalmente un confronto (in Commissione o direttamente in Consiglio comunale) con i consiglieri.

    Il centro Amiu di Bolzaneto e la localizzazione dei nuovi impianti

    Scarpino«La questione Scarpino, le indagini della magistratura, e la situazione emergenziale venutasi a creare con lo sversamento del percolato – spiega Enrico Pignone, consigliere comunale della Lista Doria, conoscitore delle tematiche connesse alla gestione dei rifiuti in virtù della sua precedente esperienza nell’associazione Amici del Chiaravagna – ci impongono di fare particolare attenzione, nella stesura delle indicazioni, tenendo conto dell’improcrastinabile messa in sicurezza e chiusura definitiva di Scarpino 1, dunque ipotizzando una modalità di raccolta differenziata (RD) potenziata secondo la quale i rifiuti umidi non dovranno mai più finire in discarica. Per quanto riguarda la tecnologia dei nuovi impianti previsti, in primis del biodigestore anaerobico, parliamo di impianti a freddo».
    Secondo Pignone «Innanzittutto sarà importante trovare una sostenibilità economica, ad esempio recuperando l’energia prodotta dal biodigestore, e coprendo così, almeno parzialmente, i costi del servizio svolto da Amiu. Se vogliamo riorganizzare il sistema in maniera opportuna, seguendo la filiera dell’economia circolare, prima dobbiamo raggiungere una riduzione dei rifiuti alla fonte. Insomma, occorrono politiche connesse al contenimento dei rifiuti, non possiamo continuare a comportarci come avviene oggi».
    Nel prossimo futuro il servizio dovrà svilupparsi in funzione di un’idea ben precisa «Noi ci stiamo proponendo di aumentare la RD in funzione del recupero di materia, quindi bisogna stimolare la creazione di una filiera industriale per il trattamento e la trasformazione dei rifiuti ai fini del loro recupero e riuso, ovvero la vendita sottolinea il consigliere comunale della Lista Doria – In tal senso è necessario stabilire un rapporto con l’imprenditoria interessata al settore. I privati ci sono, ora dobbiamo mettere in piedi un’organizzazione adeguata per le diverse filiere».
    Magari partendo dal lungimirante esempio del centro Amiu di Bolzaneto (via Sardorella) – inaugurato nel marzo 2013 – per la lavorazione dei materiali provenienti dalla raccolta differenziata, considerato il più innovativo del Nord Ovest, capace di separare e trattare imballaggi in plastica, alluminio,acciaio, carta, cartone e tetrapak.

    La localizzazione dei nuovi impianti è l’aspetto più delicato dell’intera faccenda. «Prima si prevedeva di realizzarli a Scarpino, oggi dopo tutto quello che è accaduto, investire milioni di euro su quell’area mi sembra decisamente improbabile – spiega Pignone – Stiamo ipotizzando, dunque, di poter usufruire delle aree industriali che l’Ilva di Cornigliano non intende più utilizzare. Spazi che ovviamente interessano a molteplici soggetti. Se il Comune riuscisse a costituire, a Cornigliano, una sorta di polo unico, comprendente il biodigestore ed altri impianti di separazione e trattamento dei rifiuti, sarebbe un buon risultato. Considera che il centro di Bolzaneto in via Sardorella è ubicato presso un capannone in affitto. L’obiettivo è abbattere, per quanto possibile, i costi».
    L’adeguamento dei siti di Volpara e Campi, invece «Rappresenta la risposta all’emergenza legata alla frazione umida – continua Pignone – Si tratta di impianti, non invasivi dal punto di vista ambientale, che separeranno immediatamente la parte organica da quella secca. In Val Bisagno tale progetto ha già suscitato la contrarietà di comitati e cittadini, una reazione comprensibile visto che le persone non si fidano più di una classe politica che per anni ha fatto promesse senza mai mantenerle. Io penso che, se davvero vogliamo essere credibili, nell’arco di quest’anno dobbiamo avviare la realizzazione degli impianti e mettere in pratica una RD efficace, fin da subito, non possiamo perdere altro tempo».
    Biodigestore, impianti di separazione secco-umido, impianti di trattamento, coinvolgimento dei privati per la parte economica «La chiusura del ciclo a freddo vuol dire questo. Per Genova, seguire tale schema, significa diventare una delle prime città, a livello europeo, ad accogliere la filosofia di “rifiuti zero”».

    Il biodigestore

    raccolta-rifiutiLa realizzazione del biodigestore è probabilmente il tassello principale del progetto complessivo. «In termini economici la spesa sarebbe di qualche milione di euro, cifra comunque ridicola rispetto alle centinaia di milioni necessari per costruire un inceneritore – afferma l’esponente della Lista Doria in consiglio comunale – La Regione ci deve mettere una quota. Ma dovremo trovare altre risorse, ad esempio bussando alla Cassa Depositi e Prestiti che prevede una parte di finanziamenti espressamente dedicati a simili impianti. Insomma, le condizioni economiche per immaginare l’intervento ci sono. Io non mi scandalizzerei se Amiu, in questo processo, fosse affiancata da un partner finanziario. Attenzione, però, sto parlando di un partner esclusivamente economico, non industriale, perché sennò si instaurerebbero delle logiche di mercato distanti dalla mission dell’azienda municipalizzata».
    Enrico Pignone conclude lanciando una proposta a prima vista provocatoria ma sicuramente innovativa. «Il Comune potrebbe emettere dei bond comunali (nel linguaggio economico e finanziario obbligazione, nda) tramite i quali i cittadini genovesi avrebbero l’opportunità di acquistare il nuovo biodigestore, impianto che in qualche misura, attraverso la produzione di energia e compost, consentirà una rendita economica. Sarebbe una scelta dei singoli che condividono la filosofia alla base della futura gestione dei rifiuti. Proporre una cosa del genere in Italia sembra fantascienza ma in altri Paesi non è così. Io penso che almeno una parte della copertura economica dell’impianto sarebbe reperibile in questo modo».

    Da rifiuto a risorsa: la produzione di biometano

    Era Superba ha chiesto un parere al prof. Federico Valerio, chimico ambientale da sempre impegnato sul tema della gestione dei rifiuti in città. «Io le posso dire qual è, secondo l’associazione dei Medici per l’Ambiente (Isde), la tecnologia migliore per il trattamento dell’umido. Per una città delle dimensioni di Genova il biodigestore anaerobico può essere una buona soluzione, a patto che sussistano due condizioni in grado di rendere davvero efficiente l’intero processo. La prima è che il digestato, ovvero la parte che resta dopo il trattamento biologico (con l’uso di battere anaerobi), sia sottoposto a trattamento aerobico per migliorare le caratteristiche del compost che, a quel punto, potrà essere immesso sul mercato. Stiamo facendo pressioni su Amiu affinché tenga conto di tale condizione. La seconda è che il nuovo impianto venga utilizzato anche per produrre una particolare forma di metano chiamato biometano (per distinguerlo dal metano fossile). Un biodigestore da circa 50 mila tonnellate, come quello previsto a Genova, potrebbe produrre biometano per coprire il consumo domestico per cucina e acqua calda di tutti i genovesi. Non mi sembra un aspetto per nulla trascurabile. I vantaggi della messa in rete del biometano sono molteplici: si può immagazzinare nei periodi di minor consumo, la sua produzione è costante tutto l’anno, è una fonte di energia rinnovabile e la materia prima, gli scarti organici, è una produzione nazionale».
    La frazione umida destinata al biodigestore «Dovrà essere di ottima qualità – continua Valerio – Per questo motivo sarebbe opportuno sviluppare una raccolta porta a porta, come gli ambientalisti sostengono da anni. Amiu a luglio dovrebbe partire con la raccolta spinta dell’umido prodotto dagli esercizi commerciali, ma poi occorrerà estenderla a tutti i cittadini. Comunque bisogna puntare sulla riduzione di rifiuti alla fonte. Fondamentale è la comunicazione ai cittadini, Amiu dovrebbe impegnarsi di più in questa direzione.».

    Per quanto riguarda l’impiantistica di separazione secco/umido «Dovrebbe riguardare soltanto la parte rimasta non differenziata, si presume un 10-20% di umido – afferma Valerio – I nuovi impianti permetteranno di non conferire l’umido in discarica e, vista la situazione di Scarpino dovuta al percolato, sappiamo quanto ciò sia importante. Inoltre, in prospettiva futura consentiranno il recupero anche di altri materiali. Come avviene nel centro di Bolzaneto in via Sardorella. Dobbiamo seguire le filiere che si sviluppano a partire dal trattamento meccanico dei rifiuti, è questa la strada maestra, come peraltro indica l’Unione Europea. Io propongo di implementare l’impianto di Bolzaneto e realizzarne altri con la stessa filosofia, in modo tale da aumentare il recupero e la trasformazione di ogni materiale».
    Anche per il prof. Valerio la soluzione più logica sarebbe quella di realizzare un polo unico nelle aree Ilva di Cornigliano, dove presumibilmente troverà ubicazione il biodigestore. «L’insieme di questi interventi rappresenta un passo avanti notevole – conclude Valerio – L’Europa si muove verso la filosofia “rifiuti zero”, verso l’economia circolare che finalmente l’Amiu del presidente Marco Castagna sta promuovendo. Genova oggi è al bivio. Scarpino ormai è insostenibile. Fortunatamente, però, non avere preso decisioni scellerate in passato, mi riferisco alla realizzazione dell’inceneritore, adesso ci offre l’opportunità di imboccare finalmente la strada giusta».

     

    Matteo Quadrone

  • Riforma urbanistica nazionale, fra uso pubblico del suolo e proprietà privata

    Riforma urbanistica nazionale, fra uso pubblico del suolo e proprietà privata

    costruzione-casaFinora si tratta soltanto di un’ipotesi di riforma urbanistica, che tuttavia fa già discutere, visto che parliamo di una bozza di disegno di legge – redatta dal gruppo “rinnovo urbano” della segreteria tecnica del Ministero dei Trasporti e delle Infrastrutture, guidato da Maurizio Lupi – riguardante i “Principi in materia di politiche pubbliche territoriali e trasformazione urbana“, destinata a ridisegnare le linee guida di governo del territorio, a distanza di 72 anni dall’ultima norma quadro statale, la Legge 1150/1942.
    Nei 21 articoli della bozza – suddivisi in Titolo I (Principi fondamentali in materia di governo del territorio, Proprietà immobiliare, Accordi pubblico-privati; art. 1-16) e Titolo II (Politiche urbane, Edilizia sociale, Semplificazioni in materia edilizia; art. 17-21) – vengono affrontate molteplici questioni alle quali in questi anni hanno provato a dare risposta prassi urbanistiche consolidate a livello locale, emanazione di leggi regionali (qui l’approfondimento sulla Legge ligure) spesso tra loro disimogenee, data la perdurante assenza di un’adeguata copertura legislativa nazionale.

    Lo schema concettuale alla base del nuovo dispositivo, però, è evidentemente caratterizzato da un’impostazione pianificatoria sbilanciata in termini privatistici, come si evince fin dall’articolo 1, nel quale si afferma “Ai proprietari degli immobili è riconosciuto, nei procedimenti di pianificazione, il diritto di iniziativa e di partecipazione, anche al fine di garantire il valore della proprietà conformemente ai contenuti della programmazione territoriale”, che trova conferma nell’art. 8 “Il governo del territorio è regolato in modo che sia assicurato il riconoscimento e la garanzia della proprietà privata, la sua appartenenza e il suo godimento […] Le limitazioni apposte alla proprietà che non hanno carattere generale e che non riguardano in generale una categoria di beni economici sono compensate”.
    Nel contempo, nel disegno di legge non compare mai la “partecipazione dei cittadini” in merito alle scelte urbanistiche, nè la possibilità di presentare osservazioni ed opposizioni, ad eccezione dell’art. 17 in cui si parla vagamente di “dibattito pubblico” soltanto in occasioni di operazioni di rinnovo urbano “…che comportano abbattimento e ricostruzione di porzioni di città”. Per altro, nello stesso articolo si sottolinea che tali operazioni “…possono essere realizzate anche in assenza di pianificazione operativa o in difformità dalla stessa, previo accordo urbanistico tra Comune e privati interessati”.
    Infine, viene sancito il principio della completa volatilità dei diritti edificatori, quando all’art. 12 si afferma “I diritti edificatori sono trasferibili e utilizzabili, nelle forme consentite dal piano urbanistico, tra aree di proprietà pubblica e privata, e sono liberamente commerciabili […] Ove i diritti edificatori, conferiti sia a titolo di perequazione, compensazione e premialità, siano ridotti o annullati a seguito di varianti del piano urbanistico, non obbligatorie per legge, il Comune deve indennizzare i relativi proprietari sulla base del criterio del valore di mercato”. Secondo alcuni esperti questo è il preludio alla distruzione della visione di città, senza dimenticare che, così facendo, la facoltà di edificare perde la sua natura urbanistica per trasformarsi in mero oggetto di un contratto (vedi l’articolo del professore Mauro Baioni sul sito specializzato Eddyburgh).

    La proposta del Governo è stata accolta con favore dall’Inu (Istituto nazionale di urbanistica), che in un comunicato esprime soddisfazione “Per la definizione di temi quali il ricorso alla semplificazione, alla perequazione, alla compensazione e alla fiscalità immobiliare; il rinnovo urbano; la definizione dei diritti edificatori, sebbene noi riteniamo che, detti diritti, nascono e muoiono con il piano e nel piano. Bene anche la formalizzazione di modalità operative già praticate grazie alle riforme regionali e alle buone pratiche locali: la rilocalizzazione degli insediamenti esposti a rischi naturali, la premialità ai fini della riqualificazione urbanistica, l’individuazione dei tempi di approvazione dei piani operativi comunali, la rimodulazione degli oneri di urbanizzazione in funzione dei contesti, la definizione di un contributo straordinario per le trasformazioni urbane. Sottolineiamo, inoltre, l’istituzione della Direttiva Quadro Territoriale e dei programmi statali di intervento speciali, nei quali si può leggere in controluce l’embrione delle politiche nazionali per le città. Consideriamo fondamentale che il testo si occupi finalmente di pianificazione di area vasta (Unione dei Comuni e Città Metropolitane) e spinga verso la pianificazione intercomunale”. Infine l’Inu ricorda che “Alla riforma nazionale del governo del territorio deve accompagnarsi un’organica e coerente riforma degli assetti istituzionali, con relative attribuzioni di competenze e chiare responsabilità politiche e di governo. Ci vuole, insomma, un raccordo pieno fra la riforma urbanistica nazionale proposta e la riforma del Titolo V della Costituzione, ove è abrogato il governo del territorio come materia concorrente, attribuita, invece, come esclusiva allo Stato”.
    Sull’altro fronte, pure il presidente dell’Ance (Associazione nazionale costruttori edili), Paolo Buzzetti, dalle pagine del “Sole 24 ore”, sottolinea la bontà dell’iniziativa “Soprattutto per dare copertura legislativa a una serie di innovazioni che si sono diffuse negli anni in leggi regionali e piani regolatori. Noi siamo per fissare regole nazionali uguali per tutti. Se certi strumenti funzionano, come perequazione e compensazione, dobbiamo farli applicare a tutti. Dobbiamo ragionare nel lungo termine, almeno 15 anni. Positiva è anche la parte che punta a spingere il rinnovo con sconti fiscali e premialità urbanistiche. Ma ragioniamo sull’opportunità di stralciarla dalla riforma urbanistica, che ha necessariamente tempi lunghi, per inserirla subito in un decreto legge.

    Il punto di vista di Giovanni Spalla, urbanista e architetto genovese

    vico-malatti-via-del-molo-genovaEra Superba ha chiesto un parere sulla bozza di riforma urbanistica all’architetto e urbanista genovese, Giovanni Spalla, voce critica dell’associazione Legambiente. «Partiamo da una questione di fondo: l’impostazione di questo disegno di legge è legittima dal punto di vista della legislazione europea?». Il professor Spalla si riferisce alla “Valutazione degli effetti di determinati piani e programmi sull’ambiente naturale”, introdotta nella Comunità europea dalla Direttiva 2001/42/CE – detta Direttiva VAS (Valutazione ambientale strategica) – entrata in vigore il 21 luglio 2001. Nell’ordinamento italiano la Direttiva 2001/42/CE è stata recepita con la parte seconda del D.lgs. 3 aprile 2006, n. 152, modificata e integrata dal D.Lgs. 16 gennaio 2008, n. 4 e dal D. Lgs. 29 giugno 2010, n. 128. I principali elementi di innovazione introdotti con la VAS sono: il criterio ampio di partecipazione, tutela degli interessi legittimi e trasparenza del processo decisionale, che si attua attraverso il coinvolgimento e la consultazione dei soggetti competenti in materia ambientale e del pubblico in qualche modo interessato dall’iter decisionale; l’individuazione e la valutazione delle ragionevoli alternative del piano/programma, valutazione che si avvale della costruzione degli scenari previsionali di intervento riguardanti l’evoluzione dello stato dell’ambiente conseguente l’attuazione delle diverse alternative; il monitoraggio che assicura il controllo sugli impatti ambientali significativi derivanti dall’attuazione dei piani, così da individuare tempestivamente gli impatti negativi imprevisti e adottare le opportune misure correttive.

    «Nella bozza non c’è un minimo riferimento alla Vas – spiega Spalla – Si tratta di una mancanza inspiegabile. Seppure con ritardo, la Vas è stata recepita dalla legislazione nazionale e negli ordinamenti regionali. Pensiamo al caso di Genova. La Regione Liguria, giustamente, finora non ha dato il suo via libera al preliminare di PUC del Comune, proprio perchè non rispetta la Valutazione ambientale strategica a cui è sottoposto il piano regolatore, ad esempio sul punto della partecipazione che, secondo la Vas, è elemento strutturale del processo pianificatorio, e deve essere garantita prima ancora di definire gli obiettivi della pianificazione, durante la definizione, e successivamente. Un concetto innovativo completamente bypassato dal disegno di legge». Inoltre, continua Spalla «Ogni volta che si redige un piano/programma che prevede la trasformazione del territorio, prima di intervenire occorre valutare i possibili effetti sull’ambiente (inteso l’insieme di vari elementi come suolo, sottosuolo, corsi d’acqua, ed altri fattori di rischio) diretta conseguenza degli interventi previsti, cercando di eliminare tali rapporti di causa-effetto, e predisponendo misure di attenuazione degli impatti contemplati. La Regione Liguria ha sostanzialmente bocciato il PUC di Genova proprio perchè lo considera reticente in merito a questi aspetti».

    Con deliberazione n. 689 del 6 giugno scorso la Giunta regionale ligure sottolinea di “non ritenere atto di ottemperanza al parere motivato di VAS sul progetto preliminare del PUC di Genova – DGR 1280/2012 -” il documento “verifiche/ottemperanze” del Comune, DCC n. 6/2014, finalizzato alla realizzazione del progetto definitivo di PUC.
    «Le critiche della Regione sono del tutto condivisibili dal punto di vista urbanistico e ambientale – spiega Spalla che recentemente è intervenuto per sostenere la sua contrarietà al progetto di trasformazione del distretto Fiera Piazzale Kennedy – Soprattutto quando imputano al Rapporto Ambientale del Comune di non “descrivere i possibili effetti significativi (compresi quelli secondari), cumulativi, sinergici a breve, medio, lungo termine, permanenti e temporanei, positivi e negativi […] di demandare a pianificazione di settore o a pianificazione attuativa né la descrizione e quantificazione di tali effetti né la soluzione dei possibili impatti da essi generati”».

    Dalla bozza di Ddl emerge, quale esigenza improcrastinabile, rimettere mano – sul piano politico – a tutta la legislazione centrale e locale in materia urbanistica. «L’obiettivo è sicuramente condivisibile – sottolinea Spalla – anche perché finora le Regioni spesso hanno legiferato in maniera difforme una dall’altra, e sovente non hanno lavorato a sufficienza, ad esempio per quanto riguarda la mancata realizzazione dei piani territoriali regionali. Dunque, se lo Stato intende riacquistare delle funzioni programmatorie e di pianificazione, è un fatto positivo, che tuttavia deve trovare migliore spiegazione nelle pieghe della legge».
    L’art. 5 del Ddl, infatti, afferma “Per l’attuazione delle politiche in materia di “governo del territorio” lo Stato adotta una Direttiva Quadro Territoriale (DQT) […] La DQT definisce gli obiettivi strategici di programmazione dell’azione statale e detta indirizzi di coordinamento al fine di garantire il carattere unitario e indivisibile del territorio”.

    L’impostazione della nuova normativa, prettamente a beneficio della proprietà immobiliare, lascia perplesso l’urbanista Spalla. «In effetti sembra una legge funzionale ai privati. Il tema della proprietà va posto a livello nazionale. La bozza di Ddl tocca uno dei vulnus più gravi dell’urbanistica italiana, che non ha mai chiarito il rapporto tra uso pubblico del suolo e diritto della proprietà privata. Se noi facciamo coincidere questi due elementi, significa che tutto il territorio diventa edificabile. Vuol dire, allora, che i piani regolatori stabiliscono un indice di edificabilità su tutto. La perequazione vuol dire questo. Nella pratica reale, però, tale istituto (che trova attuazione tramite l’attribuzione a tutte le aree soggette a trasformazione urbanistica di diritti edificatori senza distinzione tra destinazioni d’uso pubbliche e private, ndr) si è rivelato un fallimento».

    Infine, Spalla mette in evidenza due ulteriori strumenti, citati nell’art. 12 del Ddl, e considerati dall’urbanista estremamente pericolosi, ovvero la trasferibilità e la commercializzazione dei diritti edificatori. «Siamo dinanzi alla completa volatilità dei diritti edificatori. Così il territorio diventa un campo di battaglia dei poteri forti, come purtroppo già avviene, ma la situazione non può che peggiorare. Questo è un modo mafioso di vedere il territorio. Così non esiste più una visione di città, si cancella il rispetto per la storia della città e della sua morfologia, tutto in funzione della speculazione. Io sono un urbanista e, dunque, posso ipotizzare le ricadute di simili scelte nell’operare concreto, insomma nel realizzare i vari piani/programmi urbanistici, quindi le leggi regionali, i piani territoriali regionali, i piani regolatori, ecc. Di conseguenza, il mio giudizio generale sul Ddl è negativo ».

     

    Matteo Quadrone

  • Garanzia Giovani Liguria: piano europeo contro la disoccupazione giovanile

    Garanzia Giovani Liguria: piano europeo contro la disoccupazione giovanile

    regione-liguriaIl primo maggio 2014 è ufficialmente partita la Garanzia Giovani (Youth Guarantee), il piano europeo per la lotta alla disoccupazione giovanile che prevede l’erogazione di finanziamenti – per i Paesi membri con tassi di disoccupazione superiori al 25% – destinati a politiche attive di orientamento, istruzione, formazione e inserimento al lavoro, al fine di sostenere i giovani (dai 15 ai 29 anni) non impegnati in un’attività lavorativa, né inseriti in un percorso scolastico o formativo (Neet – Not in Education, Employment or Training).
    Il Programma Operativo Nazionale individua le azioni comuni su tutto il territorio italiano, mentre ogni Regione ha adottato il proprio piano attuativo. Per la Liguria parliamo di oltre 27 milioni di euro (M) da investire – nel biennio 2014/15 – per contrastare l’emergenza lavoro con misure tradizionali, quali la formazione (circa 9 M dei complessivi 27 M), i tirocini extra curriculari (5 M), l’accoglienza, la presa in carico e l’orientamento (1,8 M), gli incentivi fiscali alle imprese (il cosiddetto “bonus occupazionale” che sarà gestito dall’Inps; 2,7 M in Liguria), ed altri interventi più innovativi, come l’accompagnamento al lavoro (3,9 M), il sostegno all’autoimpiego e all’imprenditorialità (3,2 M), la mobilità professionale transnazionale e territoriale (798 mila euro), il servizio civile (500 mila euro).
    Alla data del 12 giugno si sono registrati a Garanzia Giovani 82.713 ragazzi/e, 51.784 lo hanno fatto attraverso il sito nazionale (www.garanziagiovani.gov.it) e 30.929 attraverso i portali web regionali. In Liguria finora è stata raggiunta quota 547 (ovvero, in termini percentuali, lo 0,7% del totale).

    cercare-lavoroIl programma Garanzia Giovani è attentamente monitorato – ogni settimana – dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali per verificare l’effettiva funzionalità degli interventi, e viene rendicontato alla Commissione Europea che ha istituito una premialità per le nazioni virtuose, capaci di utilizzare gli strumenti in modo efficace, e nel contempo toglierà risorse a chi non sarà in grado di usarle in maniera adeguata, già durante il corso del programma e non soltanto al termine. Le Regioni hanno una funzione di coordinamento della rete dei servizi pubblici per l’impiego (e privati accreditati) – chiamata a gestire la fase di accoglienza e orientamento, per individuare singoli percorsi individuali in linea con le rispettive attitudini, nonché esperienze professionali – e dovranno eseguire l’attività di monitoraggio degli interventi, allo scopo di osservare il processo di attuazione delle misure, i servizi erogati, il numero ed il profilo dei beneficiari, l’avanzamento della spesa.
    Il piano è un’occasione importante per le imprese che potranno beneficiare delle agevolazioni previste nei diversi territori regionali. Il Ministero sta coinvolgendo le aziende attraverso la sottoscrizione di protocolli con le principali associazioni di categoria. Sono previsti bonus occupazionali per le nuove assunzioni ed incentivi specifici per l’attivazione di tirocini e contratti di apprendistato, o la trasformazione di un tirocinio in contratto di lavoro; inoltre, strumenti di accesso al credito sono messi a disposizione dei giovani per favorire l’autoimprenditorialità e l’autoimpiego. Per accedere a tali benefici le aziende rispondono ad avvisi pubblici e bandi regionali, nei quali sono indicate modalità di partecipazione e prerequisiti necessari.

    «Considerato che nella nostra regione il 21% dei giovani non studia e non lavora, penso sia prioritario intervenire nell’efficientamento delle strutture pubbliche deputate all’incontro tra la domanda e l’offerta nel mercato del lavoro – ha recentemente affermato il consigliere regionale d’opposizione Lorenzo Pellerano (Lista Biasotti) – La Liguria ha di fronte a sé la grande sfida del progetto europeo Garanzia Giovani. È importante che, in questa prospettiva, i Centri per l’impiego (Cpi), porta di accesso alla Garanzia Giovani, arrivino preparati in termini di efficienza, risorse ed organizzazione. Inoltre, la Liguria a differenza di altre Regioni, ha scelto di non creare un portale ad hoc per il progetto. A mio parere occorre rimediare subito, visto che internet, per il 62% di ragazzi/e, è lo strumento privilegiato di informazione, anche quando si tratta di cercare un lavoro».

    Lorena Rambaudi, assessore alle politiche sociali della Regione Liguria e coordinatore nazionale della Commissione politiche sociali della Conferenza delle Regioni, su Servizio Civile, Regioni e Garanzia Giovani, conferma «La Garanzia Giovani è una buona opportunità e allo stesso tempo una grande sfida. Infatti, dovremo essere capaci di concretizzare le azioni progettate nel piano attraverso i servizi che abbiamo a disposizione. L’obiettivo è avvicinare il mondo della formazione scolastico-professionale dei ragazzi con il mondo delle imprese e del lavoro, due universi oggi ancora troppo distanti».
    «Il servizio civile è uno degli assi di intervento previsti dal programma, alcune Regioni hanno deliberato risorse importanti in merito – continua Rambaudi – Teniamo conto che spesso l’esperienza formativa del servizio civile si trasforma in concreta opportunità occupazionale. A livello nazionale abbiamo cercato di chiarire come orientare i fondi disponibili. Per le Regioni dotate di leggi sul servizio civile regionale, questo è il caso della Liguria, i finanziamenti saranno orientati in tal senso. Per le Regioni che non hanno proprie specifiche leggi, invece, l’idea è quella di fare un unico bando di servizio civile nazionale 2014-15, al quale saranno unite le risorse della Garanzia Giovani. In Liguria parliamo di 500 mila euro destinati al servizio civile regionale, non tramite bandi ma, come stiamo già facendo, attraverso collaborazioni con enti accreditati (patti di sussidiareità), un sistema più flessibile in grado di adattarsi per coinvolgere singoli giovani».

    La Giunta regionale, con Delibera n. 503 del 29 aprile scorso, ha approvato lo Schema di Convenzione con il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali per la realizzazione in Liguria del Programma Operativo Nazionale per l’attuazione della Iniziativa Europea per l’Occupazione dei Giovani. La data prevista per l’avvio delle attività è il 1° maggio 2014, e la durata è fissata al biennio 2014-2015. Per la realizzazione del Programma alla Regione Liguria sono attribuite risorse complessive pari a euro 27.206.895,00. Il suddetto importo è così suddiviso per ognuna delle misure previste: Accoglienza, presa in carico e orientamento € 1.816.000,00; Formazione € 9.075.480; Accompagnamento al lavoro € 3.934.700; Apprendistato € 0; Tirocinio extra-curriculare, anche in mobilità geografica € 5.025. 350,00; Servizio civile € 501.500,00; Sostegno all’autoimpiego e all’autoimprenditorialità € 3.276.400; Mobilità professionale transnazionale e territoriale € 798.465,00 Bonus occupazionale € 2.779.000,00.

    “La Regione si impegna a predisporre la dichiarazione delle spese sostenute in qualità di Organismo Intermedio, da inviare all’Autorità di Gestione e all’Autorità di Certificazione del PON-YEI (Programma Operativo Nazionale-Youth Employment Initiative, ndr)”, sottolinea la Convenzione. La Regione “si impegna ad eseguire i controlli di primo livello […] anche in loco presso i beneficiari delle operazioni, al fine di verificare la corretta applicazione del metodo di rendicontazione stabilito attraverso l’esame del processo o dei risultati del progetto; a fornire al MLPS (Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, ndr) DG Politiche Attive e Passive del Lavoro tutta la documentazione relativa allo stato di avanzamento degli interventi, necessaria in particolare per l’elaborazione della Relazione annuale di attuazione e della Relazione finale di attuazione del PON-YEI; a predisporre monitoraggi semestrali sugli stati di avanzamento delle attività”. Infine “Qualora le risultanze del monitoraggio evidenzino disallineamenti nell’implementazione del Piano di Attuazione Regionale della Garanzia per i Giovani, la Regione e il Ministero concordano di porre in essere interventi mirati di rafforzamento, ivi inclusa la possibilità di un affiancamento da parte del Ministero del Lavoro e delle sue agenzie strumentali e di eventuali condivisi interventi in sussidiarietà”.

    «Nei confronti della Garanzia Giovani è stato manifestato un notevole interesse, sia da parte delle istituzioni pubbliche, che dai soggetti imprenditoriali privati – spiega Michele Scarrone, direttore della Direzione Politiche Formative e del Lavoro, Provincia di Genova – Noi svolgeremo un ruolo di coordinamento, in stretto raccordo con la Regione. Stiamo definendo gli ultimi passaggi in tal senso. La fase di accoglienza e orientamento sarà a carico dei Centri per l’impiego che dovranno monitorare le azioni compiute dagli utenti del programma. Per quanto riguarda alcune delle misure previste, l’intenzione è di promuoverne lo sviluppo attraverso soggetti diversi: enti di formazione, agenzie del lavoro (ad esempio l’accompagnamento al lavoro), associazioni di categoria (tirocini, apprendistato, ecc)». Secondo Scarrone «La Garanzia Giovani vuol dire più risorse economiche, e l’opportunità di focalizzare tali risorse sullo specifico target dei “giovani”, categoria che sta pagando il prezzo più alto della crisi. Non vedo misure particolarmente nuove, parliamo di accogliere le persone, orientarle, indirizzarle alla formazione, oppure verso esperienze di tirocinio e apprendistato, a seconda delle singole peculiarità e necessità. Da questo punto di vista, le azioni sono pressoché le stesse che ormai da anni stiamo portando avanti. Tuttavia, in Italia, la loro diffusione è avvenuta a macchia di leopardo. E determinati territori sono rimasti indietro. Ma non parliamo della Liguria dove esistono le buone pratiche, ad esempio nel campo della formazione e dei tirocini, punti di forza dei Cpi della Provincia di Genova (leggi l’approfondimento, ndr)».

    Uno degli aspetti più importanti del programma è il maggiore coinvolgimento delle imprese «Tramite la sottoscrizione di protocolli con le associazioni di categoria, a partire da Confindustria – sottolinea il direttore Scarrone – Le imprese, in Liguria, confluiranno dentro un Ati (associazione temporanea d’impresa) che erogherà i servizi non erogati direttamente dai Centri per l’impiego (quindi attivazione di tirocini e contratti di apprendistato, ecc). Ovviamente in stretto rapporto con i Cpi. A breve dovrebbe uscire uno specifico bando regionale».
    Infine, la Garanzia Giovani potrebbe essere l’occasione propizia per «Ripensare il funzionamento del sistema di governance dei servizi pubblici per l’impiego (vedi l’inchiesta, ndr) – conclude Scarrone – La situazione, però, è complicata, perchè se da un lato si sta ipotizzando un nuovo sistema in grado di superare le frammentazioni e consentire un lavoro sinergico a livello centrale e locale, dall’altro si procede a smantellare quello esistente. Mi riferisco alla cancellazione delle Province, enti commissariati che oggi gestiscono i Cpi. Il problema è tenere insieme le due cose, garantendo la capacità di erogazione dei servizi. Noi siamo stati coinvolti nella definizione del piano contro la disoccupazione giovanile, ma è del tutto evidente che abbiamo un problema di sotto rappresentanza politica. Inoltre, la continua incertezza sulla futura attribuzione delle competenze, complica la rilevazione dei fabbisogni del territorio».

     

    Matteo Quadrone