Categoria: Inchieste

Inchieste condotte dalla redazione di Era Superba.

  • Musei di Genova, analisi dati visitatori. Da Strada Nuova fino alla periferia

    Musei di Genova, analisi dati visitatori. Da Strada Nuova fino alla periferia

    palazzo-tursi-D3I musei di Genova godono di buona salute? Attraggono il pubblico genovese e i turisti, e quanto ci costano? In una città che può vivere in gran parte di turismo e cultura, queste sono domande importanti. Dal Comune di Genova e dall’Assessore alla Cultura e al Turismo Carla Sibilla, giorni fa sono arrivate parole confortanti: i Musei civici del capoluogo sono in crescita e nel 2013 si è registrato un incremento di visitatori del 18%. Un dato positivo, soprattutto in considerazione del periodo non troppo florido che stanno attraversando le iniziative artistiche, i musei e tutto quello che ha a che fare con la cultura. Le previsioni, assicurano da Tursi, sono rosee anche per il biennio 2014-2015: si parla di investimenti sulle strutture, nuove mostre (di recente la notizia di quella a Palazzo Ducale dedicata a Frida Kahlo nell’autunno 2014, che prima sarà alle Scuderie del Quirinale di Roma), collaborazione con Milano in previsione di Expo 2015.

    “L’offerta museale genovese è ricca e articolata e l’Amministrazione Civica sta puntando con sempre maggior convinzione sulla promozione, nazionale e internazionale, del patrimonio culturale di una città che sempre di più – dopo il riconoscimento per Le Strade Nuove e il sistema dei Palazzi dei Rolli di patrimonio dell’umanità UNESCO – si sta affermando come città d’arte”, si legge nel comunicato diffuso dall’Ufficio Stampa del Comune. Parole ben accolte dai cittadini, che di solito lamentano la scarsa attenzione di Tursi alla promozione turistica. Ma, nei fatti, quanto è vicina Genova allo status di città d’arte?

    Nonostante gli entusiasmi, infatti, la situazione non è così rosea: certo, l’incremento c’è stato, ed è rilevante, ma l’affluenza di visitatori per ciascun museo è ancora bassa, soprattutto se paragonata alle altre città d’arte italiane. Molti musei soffrono ancora della scarsa affluenza di pubblico e della poca promozione. Certo, un fatto fisiologico in ogni città: alcuni poli sono più frequentati e soffrono meno (vuoi per la posizione più fortunata, per il patrimonio più prestigioso, per le mostre temporanee particolarmente accattivanti), altri sono più in difficoltà. Anche a Genova, naturalmente, si registrano squilibri: l’attività di certi musei langue e viene da chiedersi se vale la pena mantenerli in vita e quali strategie attuare per rilanciarli.

    I dati sulle presenze 2012 – 2013

    Vediamo nel dettaglio quali sono stati gli aumenti per il 2013. Sono state raggiunte le 600 mila presenze annuali (precisamente 637.637), +18% rispetto al 2012.

    Musei di Genova, dati visitatori 2012 - 2013Dai dati si evince che il polo più frequentato è quello composto dal complesso Galata Museo del Mare e Commenda di Prè, con circa 204 mila persone, in leggera flessione rispetto al 2012. Si conti che la cifra è da spalmare sui due musei, che fanno parte della stessa rete. La grande affluenza è motivata, oltre che dall’attrattiva che esercita un museo del mare a Genova (con l’affresco di Renzo Piano e relativo archivio, la terrazza panoramica MIRA Genova e il sommergibile Nazario Sauro), anche dalle molte iniziative e mostre che si sono svolte nel 2013: una su tutte, il Festival della Scienza, che per circa 10 giorni ha contribuito a portare un gran numero di visitatori e a far conoscere i due musei. Il Galata vanta inoltre due primati: più grande museo marittimo del Mediterraneo, e più visitato della Liguria.

    In generale, si può dedurre che gli introiti siano stati buoni: il prezzo pieno del biglietto per il Galata costa tra i 12 e i 17 euro per il solo museo, arrivando fino a un massimo di 45 con l’inclusione del pacchetto Acquario Village. Prezzi troppo alti? Forse sì, ma i visitatori non sembrano desistere per questo: sono un buon numero, soprattutto se si conta che il museo da novembre a febbraio è aperto solo 4 giorni. Nei biglietti cumulativi, anche il pacchetto Galata-Castello d’Albertis: un modo per incentivare una struttura poco pubblicizzata, che soffre della posizione fuori dal centro e per cui da anni già si parlava di creare un filo diretto con il Mu.Ma. La Commenda (biglietti 3-5 euro) invece conta di certo un numero molto inferiore di presenze, ma la sua offerta è stata incrementata nel corso degli ultimi anni (convegni, mostre, concerti, visite guidate). Nonostante questo, alcuni continuano a ignorarne la presenza e la Commenda soffre delle problematiche legate al Sestiere di Prè.

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    2012 – 2013: INCREMENTI E DECREMENTI
    L’incremento generale del 18% nel 2013 comprende sia i visitatori paganti che non paganti.
    Incrementi*:Museo dell’Accademia Ligustica: +82%;
    Museo di Sant’Agostino: +52%;
    Musei di Strada Nuova: +42%;
    Commenda di Prè: +32%;
    Palazzo Spinola: +21%;
    Museo di Storia naturale: +16%;
    Palazzo Reale: +15%;
    Museo di Arte contemporanea di Villa Croce: +12%.
    Decrementi*:Chiossone: -23%;
    Musei di Nervi: -5%;
    Castello D’Albertis: -5%;
    Musei del Ponente: -1%;
    Mu.Ma.: -0,5%.Percentuali dei visitatori paganti*:
    Galleria d’Arte Moderna di Nervi: 77%;
    Galata Museo del Mare: 74%;
    Wolfsoniana: 67%;
    Museo di Sant’Agostino: 53%.[*Dati arrotondati] 

     

     

     

     

    Seguono i Musei di Strada Nuova che, con un incremento di oltre il 42%, superano quota 129 mila visitatori, grazie alle tante iniziative che ospitano (ad esempio Genova In Blu) e alla forte presenza di turisti soprattutto stranieri. Infatti, diceva a Era Superba l’Assessore Sibilla già un anno fa che «buona parte del turismo estero è culturale e in particolare è interessato alla zona UNESCO: Strada Nuova, Via Balbi, Via Cairoli, mentre il turismo italiano è più legato alla zona del waterfront». Per questo Tursi investe e punta su questo polo museale, che piace, è centrale e a portata di mano, ha prezzi contenuti (7-9 euro per la visita a Palazzo Bianco, Rosso, Tursi, e la domenica gratis per i residenti) e collezioni interessanti (da Caravaggio ai fiamminghi, passando per la tradizione genovese). Un modo per rilanciare anche il centro storico e i vicoli. Ma basta questo?

    Segue il Museo di Storia Naturale, a larga distanza: circa 50 mila visitatori l’anno, in aumento del 16% rispetto al 2012. Merito degli eventi “Nobody’s perfect” e “Zanne, corazze, veleni”, presenti da aprile a settembre? Può darsi. Il museo conta in media circa 160 persone al giorno con conseguente introito stimato di circa 800 euro al giorno (se si considerano tutti i visitatori come adulti paganti). Con oltre 35 mila visitatori, nel 2013 il Museo di Sant’Agostino ha incrementato i visitatori del 52,26%: merito di “Le incredibili macchine di Leonardo” e del fatto che sia stato sede del Festival della Scienza, offrendo un biglietto cumulativo per festival e museo a prezzo ridotto. Da commentare il risultato dei musei del Tesoro della Cattedrale di San Lorenzo e Diocesano, in aumento del 144%, con oltre 18500 presenze.

    Aumentano dell’11% anche le presenze a Villa Croce, toccando soglia 14 mila: la programmazione dedicata ad artisti contemporanei di fama internazionale, gli eventi, i concerti aiutano, ma anche qui le soglie sono basse. Una buona programmazione “giovane” e culturale: da promuovere ancora di più? Apprezzabili i tanti incentivi: riduzioni per disabili, universitari fino a 26 anni, ultra 65; gratuito fino a 18 anni, residenti nel Comune di Genova nella giornata di domenica, professori e studenti dei corsi di Beni culturali e Archeologia all’Università di Genova, giornalisti, membri ICOM. Peggior performance, il Chiossone, che perde il 22%: da Tursi si pensa già a strategie di rilancio, in primis la mostra “La rinascita della pittura giapponese”che sarà inaugurata il 27 febbraio. Il bel museo dedicato all’arte orientale potrebbe essere penalizzato dai lavori all’interno del parco di Villetta Di Negro (dal 2011-2012, è stato riaperto e inaugurato a gennaio 2014). Di certo, anche qui la scarsa promozione ha remato contro: nessun cartello a segnalare il museo, ad accezione di un’insegna all’entrata del parco che reca la generica scritta “museo” e che già aveva fatto discutere alcuni genovesi. Fanalino di coda, il Museo del Risorgimento, che conta circa 6 mila presenze, e gli spazi espositivi Palazzo Verde, Via del Campo 29r, Archivio di via Garibaldi, Loggia della Mercanzia, che nel complesso registrano un buon incremento (+44%) ma i circa 100 mila visitatori sono da dividere tra cinque soggetti museali.

    Lontani dal centro: i musei di “periferia”

    Musei di NerviI Musei del Ponente contano tutti e tre insieme 25817 visitatori: molto pochi e per giunta in leggero calo. Sempre meglio dei Musei del Levante, in particolare quelli nerviesi (qui l’approfondimento di Era Superba): se già nel 2012 non avevano fatto una buona performance, quest’anno perdono un ulteriore 5%, passando da 17910 a 17000 presenze tonde tonde. In perdita nei primi 2 trimestri 2013, si sono ripresi nel terzo (+10%), ma non è bastato. Troppo poche le presenze, soprattutto se si pensa che dei 17 mila visitatori la maggior parte si concentrano alla GAM – Galleria d’Arte Moderna. Nel 2012, 8 mila erano le presenze della sola GAM: facendo un breve calcolo, si contano circa 25 presenze al giorno: l’introito annuo riesce a pareggiare/superare  le spese di gestione?

    Attorno ai 14 mila visitatori anche Museo D’Albertis, in calo del 4,74%, nonostante i segnali di ripresa arrivati nel terzo trimestre del 2013 come aveva raccontato la direttrice Maria Camilla De Palma a Era Superba nel gennaio 2014 (qui l’approfondimento). Problemi di posizione e di promozione, e a dieci anni dall’apertura il D’Albertis fatica ancora a imporsi, anche se molti sostengono che potrebbe essere molto più in vista: la posizione a due passi da Principe, Terminal traghetti e Università, e la storia sui generis del Capitano sono fattori su cui puntare di più.

    Musei di Genova: cosa succederà nel 2014?

    Palazzo RossoPer aumentare la crescita e potenziare le visite, sono previsti investimenti sul patrimonio e sulle strutture da un lato, e dall’altro il rafforzamento della programmazione espositiva. Si assisterà alla riapertura di alcune sale Museo di Archeologia Ligure, all’inaugurazione delle nuove sale di Palazzo Rosso (quarto piano) dedicate alla Duchessa di Galliera, e al proseguimento dei lavori per il (contestato) tunnel tra Palazzo Bianco e Tursi, da finire nel 2015.

    Per quanto riguarda gli eventi, Rolly Days nel mese di marzo, maggio e settembre; Notte dei Musei (17 maggio); “Meraviglie da collezione. Musei e capolavori” in autunno, una serie di mostre-evento per presentare le opere meno note dei nostri musei civici, come  Autoritratto come Uomo di lettere di Arcimboldo o la prima stesura autografa dell’Inno di Mameli. Sempre in autunno anche un omaggio agli Embriaci con “Quando il Mediterraneo era il centro del mondo. La saga degli Embriaci tra Genova e l’Oltremare” al Museo di Sant’Agostino e Commenda di Prè.

    Verso Expo 2015: “Nutrire il Pianeta. Energia per la vita”

    La promozione si spinge anche oltre il panorama cittadino. Si parla di “promozione internazionale di alcune eccellenze – sia dal punto di vista delle collezioni che delle mostre temporanee – che posizionano la città a un livello qualitativo di assoluto rilievo”, in vista dell’Expo di Milano di maggio-novembre 2015. L’Expo è certamente un’opportunità da sfruttare, non solo per Milano e la Lombardia ma anche per molte altre città italiane: Assolombardia stima 21 milioni di visitatori (30% stranieri), benefici economici per oltre 34 miliardi di euro e 70.000 nuovi posti di lavoro in cinque anni. Genova si è già mossa e ha cercato la sinergia con Milano, firmando un programma pluriennale di progetti e attività: marketing per la valorizzazione del patrimonio storico-artistico; promozione di Genova “Smart City”; incremento dei trasporti (treno veloce che consentirà di raggiungere Milano in un’ora) e sfruttamento del Porto per l’aumento del flusso turistico. Anche il sistema museale genovese ha pensato a un “percorso di avvicinamento che porrà al centro dell’offerta culturale le caratteristiche del patrimonio conservato”.

    Genova e l’Italia: il confronto con le città d’arte della penisola

    Genova2004Dopo questo excursus, torniamo alla domanda principale: Genova può assurgere allo status di città d’arte? Nonostante l’incremento di quest’anno, esce sconfitta dal confronto con i più importanti poli artistici della penisola. Un raffronto in questo caso può aiutare a capire. Iniziamo da Firenze, in cui nell’anno passato si è assistito a un boom di visitatori: oltre 1,2 milioni, con un +60% rispetto ai 737 mila del 2012. Si pensi che Palazzo Vecchio da solo ha registrato 644.913 presenze (565.900 nel 2012) e Santa Maria Novella è passata da 65 a 440 mila, con l’unione di Basilica e Museo. Insomma, Palazzo Vecchio da solo supera i visitatori dell’intero capoluogo ligure e Firenze doppia il numero complessivo dei visitatori genovesi. A Milano, invece, fonti ufficiose parlerebbero addirittura di 1,4 milioni di visitatori, incentivati anche da recenti iniziative come la tessera annuale a 35 euro e la possibilità di ingresso gratuito per 2 mesi in tutti i musei civici.

    Non si può fare a meno di riflettere sulla situazione genovese, in cui i margini di miglioramento sono ancora alti e che non riesce a competere con gli altri poli culturali. Ad ogni modo, certi cali sono fisiologici e l’incremento del 18% è un ottimo risultato che fa capire che è necessario continuare a investire su turismo e cultura.

    Elettra Antognetti

  • Quinto, area ex Aciom: un immenso cantiere abbandonato sul rio Bagnara

    Quinto, area ex Aciom: un immenso cantiere abbandonato sul rio Bagnara

    quinto_via majorana optUn immenso sbancamento che spesso si trasforma in acquitrino, quasi 6 anni di cantiere in abbandono, nel mezzo due ricorsi al Tar della Liguria e almeno 4 diverse versioni progettuali per un intervento che resta solo sulla carta, infatti, ancora oggi non sappiamo quale sarà il destino dell’ex area industriale di via Majorana, a Genova Quinto, un tempo occupata dai capannoni dell’Aciom. Qui, fin dal lontano 2007, anno della prima approvazione del progetto della società Pama & Partners srl, è prevista la realizzazione di un edifico residenziale con annessi box interrati, una grande piscina condominiale e un giardino pubblico. Ma il contenzioso giudiziario e la crisi del mattone hanno fatto sì che – dalla primavera 2008 – una volta eseguita la demolizione dei preesistenti manufatti, realizzato lo scavo e la palificazione del terreno, in pratica non si sia più mossa una foglia. Con grande disappunto degli abitanti, all’inizio preoccupati dall’impatto della nuova edificazione (la prima soluzione progettuale prevedeva addirittura un unico corpo di fabbrica alto 8 piani, poi in seguito, come vedremo, le volumetrie sono state parzialmente ridotte, per lo meno in altezza), e adesso altrettanto scorati dinanzi ad un cantiere perennemente fermo, senza alcuna notizia in merito al futuro dell’area. Siamo nel fondo valle del rio Bagnara, estremo Levante genovese, un territorio che – nonostante la speculazione edilizia degli anni ’70, evidenziata dalla presenza di palazzi a 3-4 piani – conserva tutt’oggi una qualità ambientale apprezzabile vista la disseminazione di tracce architettoniche del recente passato legato a frantoi, canalizzazioni per l’acqua e coltivazioni d’ulivo, senza dimenticare la sopravvivenza di un antico percorso pedonale che fiancheggia il rivo, dotato di significativa valenza storico-culturale.
    L’ambizioso progetto denominato pomposamente “Le Terrazze del Levante”, così è descritto nel sito della società proponente, la Pama e Partners srl (con sede a Genova in via Assarotti): “Realizzazione di un fabbricato di moderne caratteristiche, rientrante nella classe energetica “A”, circondato dal verde di un parco e del tutto staccato dal traffico automobilistico. Il complesso sarà dotato di una piscina di proprietà, mentre le unità residenziali – dotate di ampie terrazze saranno climatizzate e munite di diversi servizi di domotica. Nel sottosuolo del fabbricato e del parco verranno realizzati ampi box auto destinati, oltre che agli appartamenti sovrastanti, anche ad essere ceduti ad utenti residenti nelle vicinanze”.

    L’iter approvativo

    Il progetto di “ristrutturazione urbanistica per la realizzazione di un edificio residenziale, spazi pubblici e relative opere urbanizzazione in via Majorana a Genova Quinto e rinaturalizzazione del rio Bagnara fino alla foce” è stato approvato dalla Conferenza dei servizi deliberante lo scorso 4 marzo 2013.
    La Soprintendenza per i Beni Architettonici e per il Paesaggio della Liguria, con nota 14598 del 15/5/2012, ha rilasciato, nell’ambito dell’Autorizzazione Paesaggistica, parere favorevole. Da tale autorizzazione si evince “…la nuova soluzione presentata vede una cospicua riduzione delle altezze del fabbricato, migliora decisamente l’inserimento della nuova volumetria residenziale nel contesto, in quanto il nuovo edificio si attesta al di sotto delle quote delle coperture degli edifici posti a monte sul versante destro della valletta, e non ostruisce gli affacci più qualificanti degli edifici circostanti”.
    Con deliberazione di Giunta del 7 febbraio 2013 il Comune ha approvato il progetto e la bozza di convenzione relativa alle opere di urbanizzazione. La deliberazione ha recepito i pareri dei civici settori competenti, tra i quali il settore Pianificazione urbanistica del Comune che, nell’ottobre 2012, afferma “…l’intervento risulta conforme alla disciplina urbanistica vigente e al progetto preliminare di PUC”.
    Nel verbale della Conferenza dei servizi deliberante del 4 marzo 2013, inoltre, si legge “…la Provincia di Genova, Direzione pianificazione generale e di bacino, Servizio controllo e gestione del territorio, con nota prot. 92125 del 17/07/2012, ha trasmesso il provvedimento dirigenziale n. 3826 datato 11 luglio 2012 NO 01883, nulla osta idraulico di autorizzazione per gli interventi di riqualificazione idraulica e rinaturalizzazione previsti dal progetto… con nota prot. 54032 del 27 aprile 2012 ha trasmesso il provvedimento dirigenziale n. 1831 del 30 marzo 2010 di rinnovo alla società Pama & Partners srl della concessione idraulica per tombinatura in c.a., in attraversamento del rio Bagnara in località Genova Quinto costituente pertinenza del demanio idrico, con validità fino al 31/12/2017”.

    Dagli uffici comunali preposti si viene a sapere che il titolo abilitativo è stato rilasciato il 30 maggio 2013. Dunque, ai sensi di Legge, i titolari del progetto hanno un anno di tempo per dare inizio ai lavori, ovvero entro il prossimo 30 maggio 2014. Bisogna ricordare, però, che il recente “Decreto del fare”, per i titoli abilitativi efficaci in base all’entrata in vigore del decreto e non in contrasto con le vigenti norme urbanistiche, consente un’ulteriore possibilità: previa adeguata comunicazione, la società proponente ha la facoltà di chiedere una proroga di altri due anni del termine di inizio lavori.
    Al momento non sarebbe arrivata alcuna informazione in tal senso ma è altrettanto vero che non si ha alcun sentore di un’accelerazione da parte di Pama & Partners srl ai fini di avviare la costruzione dell’opera. Era Superba ha provato più volte a contattare telefonicamente i responsabili della società, senza ottenere risposta.

    L’ultima versione del progetto e gli oneri di urbanizzazione

    L’ultima versione del progetto prevede la realizzazione di un insediamento residenziale di qualità alta articolato in due corpi (mentre originariamente il volume era compatto): un edificio per complessivi 2757 mq con 39 unità abitative che si sviluppano su blocco principale di 6 piani fuori terra (con una riduzione di circa 5,30 metri di altezza rispetto al precedente progetto) che conferma la profondità e lo sviluppo di facciata della prima versione e da un piccolo volume adiacente suddiviso in due unità immobiliari posto in corrispondenza dell’angolo nord-ovest; un’autorimessa interrata, in parte sottostante l’intervento residenziale, con 39 box di pertinenza alle nuove unità immobiliari e circa un’ottantina di libera commercializzazione per gli abitanti dell’intorno; impianti sportivi condominiali (grande piscina) in continuità con la superficie verde d’uso pubblico. E ancora, la realizzazione di un giardino pubblico per complessivi mq 2631 mq e di nuovi percorsi di uso pubblico; il miglioramento delle dotazioni di parcheggio pubblico. Infine, alcuni interventi di bonifica idraulica e rinaturalizzazione del rio Bagnara; la tombinatura sul torrente stesso quale accesso alle abitazioni, ai box e al passaggio pedonale.

    “La viabilità pedonale viene ricucita tramite la realizzazione di un nuovo tratto di via dell’Ulivo in sponda destra e di una nuova passerella in corrispondenza di via Cuniolo – si legge nel verbale della Conferenza dei servizi deliberante del 4 marzo 2013 – Il nuovo tratto di via dell’Ulivo previsto in sponda destra sarà ceduto alla civica amministrazione e costituirà viabilità pubblica pedonale [… ] Le opere previste consentono un sostanziale miglioramento della viabilità e degli spazi pubblici in quanto il sito viene collegato alla rete dei percorsi pedonali esistenti attraverso un percorso pubblico a norma, vengono demolite due passerelle ritenute di potenziale rischio idraulico, pertanto in contrasto con il Piano di bacino, e vengono sostituite da idonea passerella […] Viene riqualificato con adeguati interventi di pulizia e rinaturalizzazione l’alveo del rio Bagnara”.

    La quota oneri di urbanizzazione complessivamente dovuti per l’intervento è pari ad euro 510.517,39. Come si evince dalla bozza di convenzione “…la parte privata si impegna a realizzare a propria cura e spese le opere di urbanizzazione: parcheggio a uso pubblico a raso con verde di arredo e di completamento in fregio a via Majorana, per una superficie di circa mq 514 (in servitù d’uso pubblico); viabilità carrabile e pedonale di raccordo con il nuovo tracciato di via dell’Ulivo; percorso viario pedonale (transitabile carrabilmente esclusivamente da mezzi di soccorso) con pavimentazione in pietra; tratto di rete nera e raccordo acque bianche in sostituzione del collettore esistente nell’alveo del rio Bagnara; sistemazione a giardino, di uso pubblico, di un’area adiacente al complesso residenziale in parte su copertura di autorimessa privata, per complessivi mq 2631; opere di adeguamento e connessione tra nuova viabilità pedonale e le strade comunali via dell’Ulivo e via Granello; costruzione nuova passerella pedonale sul rio Bagnara di collegamento con la viabilità pubblica pedonale (via Cuniolo) previa demolizione di due passerelle per eliminare la criticità di rischio idraulico”.
    La parte privata, inoltre, si impegna a realizzare, sempre a propria cura e spese, le seguenti opere di rinaturalizzazione del rio Bagnara (in parte nel tratto corrispondente alla proiezione della proprietà ed in parte su tratti esterni): realizzazione di opere di riqualificazione per ripristinare la naturalità del torrente mediante interventi di pulizia e creazione di piccole briglie e raschi con materiali lapidei analoghi a quelli caratteristici del sito; riqualificazione delle sponde; ripristino della naturalità e pulizia dell’alveo; riduzione del volume della cabina Enel posta a valle dell’intervento, tramite demolizione parziale del fabbricato per consentire l’allargamento della sponda del torrente, previo specifico accordo con la società stessa.
    Nella delibera di Giunta comunale del 7 febbraio 2013 si legge “…dal contributo afferente il permesso di costruire commisurato all’incidenza delle opere di urbanizzazione sarà scomputato, al momento del rilascio del titolo abilitativo, il costo delle opere di urbanizzazione che la parte privata si è impegnata a realizzare […] Gli importi delle opere previste non a scomputo dal contributo per il rilascio del permesso di costruire determinati in via preliminare e provvisoria dal soggetto attuatore ammontano a euro 1.157.100,86; all’atto della presentazione della progettazione esecutiva delle opere di urbanizzazione si provvederà alla determinazione dell’esatto importo per la realizzazione delle stesse; a garanzia della puntuale e completa esecuzione delle opere, la parte privata si impegna a consegnare al Comune, all’atto di acquisizione del titolo abilitativo, idonee fideiussioni per un importo commisurato al costo delle opere”.

    Quinto via Majorana: la storia e il contenzioso giudiziario

    Come detto in apertura il progetto di via Majorana ha avuto un iter a dir poco travagliato. La prima approvazione in Conferenza dei servizi deliberante risale addirittura al 19 gennaio 2007, ai tempi della Giunta dell’ex Sindaco Giuseppe Pericu.
    A seguito del ricorso promosso da alcuni abitanti della zona, con sentenza del Tar Liguria n. 308 del 20 febbraio 2008, sono stati annullati gli atti impugnati.
    Nel marzo 2008 risultavano realizzate esclusivamente tutte le demolizioni dei corpi di fabbrica, il parziale sbancamento e le opere di contenimento del terreno. Nell’aprile 2008 i lavori sono pressoché sospesi.
    La società proponente, però, non si dà per vinta e presenta un nuovo progetto. Nel dicembre 2009 il Comune concede il titolo abilitativo all’intervento.
    Ma interviene un nuovo ricorso al Tar Liguria che, con sentenza n. 5007 del 21/06/2010, annulla l’atto di assenso edilizio ritenendo fondati due punti del menzionato ricorso, riferiti alla computabilità nella superficie agibile (S.A.) del piano parcheggi.

    L’avvocato Giovanna Lombardi è uno dei legali di parte dei residenti, vincitori di due ricorsi «Il Tar ha dato indicazioni su come deve essere computata la superficie agibile complessiva dell’edificio, quindi tenendo conto anche dei parcheggi interrati. Il giudice amministrativo ha stabilito che le volumetrie previste dovevano essere ridotte. Il soggetto attuatore del progetto ha interpretata la sentenza a modo suo, ovvero riducendo l’altezza dell’edificio principale. Questo secondo l’ultima versione progettuale che abbiamo visto. Adesso la situazione è in divenire. Noi comunque siamo pronti ad agire nel caso dovesse configurarsi un intervento non in linea con le indicazioni del Tar».

    Nel 2010, dunque, la società Pama & Partners elabora l’ennesima versione progettuale in attuazione della sentenza. La seduta referente della Conferenza dei servizi si svolge il 10 marzo 2011. Ma nel frattempo, a seguito di osservazioni del Municipio Levante, i proponenti rielaborano ancora il progetto.
    La nuova seduta di Conferenza dei servizi si svolge il 2 settembre 2011.
    Gli avvocati Lombardi e Piscitelli, con nota del 31 ottobre 2011, in nome e per conto di alcuni proprietari di unità immobiliari poste in prossimità di via Majorana, scrivono “…la soluzione proposta è meno impattante della precedente versione, rileviamo, però, che la riduzione in altezza non comporta la riduzione volumetrica specificando che la scelta di riproporre di suddividere il volume recuperato in due corpi di fabbrica tende ad aggravare la percezione dell’ingombro volumetrico con un fronte di maggiore ampiezza rispetto a quello dell’edificio unico presentato in referente del 2011; le modifiche apportate al progetto non risultano tali da poter superare i profili ostativi che derivano dal vincolo paesistico che grava sull’area… gli esponenti chiedono che il Comune e la Soprintendenza valutino rigorosamente la compatibilità dell’intervento… si rinnovano le preoccupazioni relative all’impatto che l’intervento avrà sulla viabilità della zona, in quanto il nuovo progetto prevede 39 unità abitative a fronte delle 33 precedentemente previste… per quanto concerne la sistemazione della viabilità pedonale anche la soluzione proposta in questo ultimo progetto non consente di soddisfare la ricucitura e la ricostruzione di tutti i percorsi pedonali pubblici esistenti”.

    Il fronte dei contrari

    «Con un intervento così impattante si distrugge l’equilibrio naturale di un terreno già compromesso dalle precedenti cementificazioni, deviando per sempre il flusso naturale dei rii esistenti – spiega Ester Quadri, residente in zona e ambientalista del circolo Nuova Ecologia di Legambiente – Questo insediamento potrebbe trasformarsi nell’ennesima bomba ambientale. Occorre un risanamento completo perché non si può lasciare un simile spazio degradato in mezzo alla città».

    L’associazione ambientalista Italia Nostra – intervenuta in sede di Conferenza dei servizi – oltre a denunciare il pesante impatto sull’ambiente circostante di un simile intervento a pochi passi da un corso d’acqua, con nota del 9 maggio 2011 ha richiamato “…il valore della conservazione dei percorsi pedonali, richiedendo di evidenziare, attraverso segnaletica adeguata, l’antica percorrenza storica dei tracciati in oggetto con l’individuazione e valorizzazione degli antichi frantoi rimasti lungo il tracciato”. Per quanto riguarda la mobilità, invece Italia Nostra ha sottolineato che “…il progetto è privo di documentazione che certifichi la sostenibilità dell’intervento dal punto di vista del transito auto veicolare, data la contenuta sezione stradale e la prevista realizzazione di box che verranno in parte destinati alla libera commercializzazione”, chiedendo in conclusione di “…modificare il progetto con un percorso condiviso con i cittadini”.

    Patrizia Pivetta è uno dei residenti che ha promosso i due ricorsi al Tar Liguria «In sintonia con i nostri avvocati abbiamo deciso di fermarci e di non presentare un ulteriore ricorso. Anche perché, da quello che ci hanno spiegato, sarebbe difficile ottenere altri risultati. Ovviamente, almeno per una parte di abitanti, sarebbe stata meglio l’opzione zero, visto che l’ultimo progetto recentemente approvato dall’amministrazione comunale, seppure di dimensioni leggermente ridotte, è comunque impattante». Dopo l’avvenuta approvazione «Sinceramente immaginavamo che la società proponente avrebbe dato il via ai lavori – continua Pivetta – E, invece, il cantiere è tuttora fermo e abbandonato».
    I possibili scenari futuri sono molteplici. Ad esempio, la società potrebbe attendere di incamerare le risorse necessarie, tramite altre operazioni immobiliari, oppure starebbe pensando di cedere il progetto ad eventuali società terze interessate all’intervento.

    Fatto sta che oggi, febbraio 2014, l’area di via Majorana «È ormai diventata un grande scavo che si riempie continuamente d’acqua non solo per colpa delle frequenti piogge – conclude la signora Pivetta, residente in zona – Prima, almeno, c’era una pompa che asciugava il terreno, adesso nemmeno più quella. Ricordo che si parlava di riqualificazione del rio Bagnara. Ma come è possibile parlare di riqualificazione in un sito abbandonato a se stesso da quasi 6 anni? Noi abitanti vogliamo sapere quale destino ci attende».

    Matteo Quadrone

  • Emergenza abitativa a Genova: case popolari, piani del Comune, prospettive

    Emergenza abitativa a Genova: case popolari, piani del Comune, prospettive

    Sportello pe ril Diritto alla Casa, GenovaA Genova, così come in tutto il territorio italiano, cresce l’emergenza abitativa e la richiesta di case popolari, anno dopo anno, continua ad aumentare. Per l’ultimo bando Erp (edilizia residenziale pubblica) del capoluogo ligure, infatti, sono arrivate oltre 4000 domande. Ma il Movimento di lotta per la casa – rete solidale auto organizzata dal basso, composta da giovani e meno giovani, lavoratori, precari e disoccupati, che mette in pratica azioni di occupazione delle case sfitte (che sarebbero dalle 20 mila alle 30 mila a Genova), sovente proprietà di grandi enti (di natura pubblica ma soprattutto privata, come fondazioni, istituzioni, ecc., spesso di carattere religioso) a favore di famiglie rimaste senza un tetto – stima che il fabbisogno abitativo sia per lo meno il doppio, circa 8500 appartamenti. Nel contempo, la disponibilità di alloggi Erp in città è pressoché sempre la stessa, e le assegnazioni annuali non raggiungono quota 300. Senza dimenticare che, nella triste classifica degli sfratti relativi al 2013, il Comune di Genova con 1164 sfratti (1087 dei quali per morosità) convalidati dal Tribunale, si piazza stabilmente al 5° posto, dopo Roma, Torino, Milano e Bologna.
    Sarebbe fin troppo facile parlare di emergenza quando, invece, questi dati sono la conferma di una piaga nazionale ormai endemica che, dunque, chiama in causa lo Stato centrale, finora incapace di rilanciare una seria politica abitativa e reticente a finanziare sia nuove case popolari, sia il fondo di sostegno agli affitti. A ruota, però, la responsabilità ricade anche sulle istituzioni locali, Regioni e Comuni, che nonostante le scarse risorse disponibili (in particolare a livello comunale), devono necessariamente approntare nuovi strumenti per rispondere al disagio di una fetta sempre maggiore di popolazione.

    Partiamo dai “freddi” numeri, forniti lunedì scorso da Palazzo Tursi. Innanzitutto l’assessore comunale alle Politiche sociali, Emanuela Fracassi, insediatasi da pochi mesi, ha confermato che la pubblicazione della graduatoria provvisoria avverrà il prossimo 28 febbraio, in notevole ritardo rispetto al passato, visto che solitamente essa veniva pubblicata in autunno. Il ritardo è dovuto al cambio di sistema informatico e al numero sempre più alto di domande, anche se il termine per presentarle è scaduto nel febbraio 2013. Se questa tempistica sarà rispettata la pubblicazione della graduatoria definitiva dovrebbe avvenire a marzo o aprile, per poi arrivare alla pubblicazione del nuovo bando entro l’estate. Nel frattempo, gli alloggi che si liberano vengono assegnati a chi è nella vecchia graduatoria, mentre chi un anno fa (e anche prima) ha chiesto per la prima volta un alloggio popolare, o chi era stato escluso dall’ultima graduatoria, saprà solo tra alcuni mesi se sarà ammesso oppure no, e se potrà sperare di avere una casa. Di conseguenza, anche le innumerevoli nuove situazioni di emergenza figlie della perdurante crisi, rimangono senza voce.
    Le domande presentate per il bando Erp 2012 sono state 4221 con un incremento rispetto al bando precedente del + 7,24%. A fronte di una domanda così massiccia, nel corso del 2013, sono stati assegnati solo 267 alloggi Erp, mentre le volture (ex art. 12 L.10/2004) – ovvero l’intestazione di alloggi a persone dello stesso nucleo familiare dell’intestatario dell’appartamento, dopo che questo è deceduto o ha lasciato l’alloggio – sono state 119.
    L’attività di ristrutturazione, invece, ha riguardato complessivamente 170 alloggi (sia Erp, sia del patrimonio comunale disponibile non Erp).
    Gli sgomberi eseguiti nel 2013 sono stati 55, dei quali 32 a causa di occupazioni abusive, 8 per occupanti senza titolo, 13 per morosità colpevoli, 1 per abbandono, 1 per mancato possesso.
    Nel territorio di Genova il patrimonio totale Erp – di proprietà per metà del Comune e per l’altra metà di Arte Genova (Azienda regionale territoriale per l’edilizia) – è di circa 9500 alloggi popolari. «Soltanto con il patrimonio pubblico è evidente che non possiamo dare una risposta concreta ad un’esigenza crescente – ammette l’assessore Fracassi – Ci vorrebbe davvero una città più accogliente. Mi rendo conto, però, che più aumenta la povertà più si inaspriscono le relazioni sociali. Ma c’è bisogno dell’impegno di tutti. Noi come istituzioni, ma anche dei privati proprietari. Mi riferisco soprattutto ai grandi enti che dispongono di numerosi appartamenti sfitti e che, invece, magari tramite appositi accordi con l’Agenzia sociale per la casa, strumento che intendiamo rilanciare con forza, potrebbero essere affittati a canoni calmierati».

    Le problematiche

    Una graduatoria troppo ingolfata

    Geometra Impazzito di Alberto Marubbi
    Foto di Alberto Marubbi

    In primis è necessario accelerare i tempi di stesura della graduatoria perché «Il ritardo nell’aggiornamento del punteggio di chi è già in graduatoria da anni, inevitabilmente procrastina la possibilità di fare domanda per tutti quelli che, in numero crescente, devono presentarla per la prima volta – sottolinea Stefano Salvetti, segretario del Sicet (Sindacato inquilini casa e territorio) – Infatti, il dato delle graduatorie è sottostimato, visto che circa un terzo di chi ha i requisiti rinuncia a causa dei tempi biblici di assegnazione».
    In questo senso, il consigliere comunale Pd Cristina Lodi (presidente della Commissione Welfare), dalle pagine di Repubblica (24 gennaio 2014), propone “…bisogna dividere la domanda in categorie, in modo da realizzare graduatorie parallele che si smaltiscano più velocemente. Ci sono persone disagiate o anziane, che una casa da sole non sono in grado di mantenerla, e così si potrebbe pensare a delle coabitazioni, cioè a degli alloggi assegnati in condivisione, magari con l’assistenza del Terzo settore. È un modo per ottimizzare gli spazi a disposizione e rispondere a più domande”.
    «Quella delle graduatorie di tipo parallelo è una buona idea che stiamo approfondendo – spiega l’assessore Fracassi – Secondo me occorre soprattutto creare una stretta sinergia tra l’amministrazione e le realtà del Terzo settore. Oggi, e sottolineo giustamente, chi arriva in testa alla graduatoria è un soggetto a reddito zero che ha necessità di essere sostenuto e spesso già proviene da una situazione di sostegno. Dobbiamo creare una rete più attenta tra queste parti in gioco. Il problema, come noto, è la ristrettezza del bilancio comunale. Però, in prospettiva, nell’ambito della riqualificazione di spesa del Comune, il sostegno all’abitare deve diventare un percorso prioritario di attenzione. Questa impostazione è condivisa anche dalle organizzazioni del Terzo settore che si confrontano ogni giorno con persone che vivono il dramma del disagio abitativo».

    «La nuova legge regionale sull’edilizia sociale, attualmente in discussione, consentirà ai Comuni di redigere dei regolamenti più elastici – racconta il segretario Sicet Salvetti – La graduatoria, però, è materia da trattare con estrema cautela. Allo stato attuale il sistema assegna un punteggio maggiore ai soggetti più disagiati che, però, nello stesso tempo dovrebbero essere affiancati con adeguati meccanismi di sostegno che consentano loro di non cadere nella morosità». Per quanto riguarda la divisione in sottocategorie, Salvetti manifesta alcune perplessità «Parliamo di un tema delicato che coinvolge uomini e donne in carne e ossa, con un diverso vissuto alle spalle. Vista la scarsa disponibilità di alloggi popolari (meno di 300 assegnazioni all’anno), non possiamo creare una graduatoria spezzettata, in cui proprio le persone più deboli corrano il rischio di rimanere escluse».

    Alloggi pubblici sfitti: carenza fondi per manutenzione e ristrutturazione del patrimonio Erp

    La criticità principale che affligge gli alloggi Erp genovesi è storicamente la carenza di un’efficace manutenzione che consenta un pronto recupero degli appartamenti liberati, per destinarli immediatamente ai legittimi assegnatari. «A dire il vero la situazione era effettivamente così fino a qualche tempo fa – risponde l’assessore Fracassi – In questi ultimi 5-6 anni si è investito molto nel recupero di alloggi Erp sfitti e ne sono stati rimessi in circolo circa 800. Dei 267 appartamenti assegnati nell’ultimo anno, 130 sono quelli ristrutturati. Su 9500 alloggi oggi stimiamo che gli appartamenti sfitti siano 300 (150 del Comune e 150 di Arte Genova)».

    Ma se la casa popolare è la soluzione per affrontare i picchi di crisi «Questo meccanismo dovrebbe consentire una maggiore rotazione nelle assegnazioni – aggiunge Fracassi – Invece, su 9500 alloggi complessivi, ogni anno se ne liberano soltanto 150. Inoltre, bisogna essere più severi anche sui vincoli delle volture. Esistono sicuramente delle situazioni in cui le volture sono opportune, ma è altrettanto vero che le case popolari non possono trasformarsi in una sorta di eredità».

    centro-storico-castello-vicoliSecondo Arte Genova ogni anno si sfittano circa 350 alloggi del patrimonio complessivo Erp (Comune e Arte). «Su 350 alloggi, però, solo l’8% viene messo subito a reddito per consegnarlo al Comune che procederà con l’assegnazione – spiega l’amministratore unico di Arte Genova, Vladimiro Augusti – Ben l’80% di questi appartamenti viene mandato in manutenzione perché necessita di importanti interventi che impediscono l’assegnazione in tempi brevi. Mentre il 10% presenta problemi risolvibili con piccoli lavori manutentivi e normalmente, nel giro di 3-4 mesi, viene reinserito nel circuito Erp».
    Conseguenza inevitabile di simili percentuali è il continuo accumularsi di alloggi in manutenzione oppure sottoposti a ristrutturazione «Stiamo studiando con la Regione delle possibili soluzioni – continua l’amministratore di Arte Genova – Quest’anno verrà finanziata la ristrutturazione di alcuni sfitti e posso anticiparle che, nel giro di 4 mesi, li immetteremo nel circuito».
    Arte Genova si occupa della manutenzione ordinaria di tutti gli alloggi Erp, sia di sua proprietà che di proprietà comunale «Sul nostro patrimonio gestiamo anche la manutenzione straordinaria – afferma Augusti – Per quanto concerne gli alloggi popolari di proprietà comunale, invece, gli interventi straordinari spettano al Comune».
    Tutto ciò ha fatto sì che, in questi anni «Grazie a fondi nostri e finanziamenti della Regione, la manutenzione sia sempre stata eseguita – sottolinea l’amministratore di Arte Genova – Quindi, oggi il patrimonio di Arte non risulta obsoleto e non presenta rilevanti criticità, essendo stato correttamente mantenuto nel corso del tempo».
    I problemi maggiori, secondo Arte, affliggono gli alloggi di proprietà comunale «Bisogna considerare che il Comune ha continuato ad aggregare un determinato tipo di utenza, fragile e disagiata, nei medesimi contesti, creando situazioni di marginalità particolarmente difficili da gestire – conclude Augusti – Le faccio l’esempio degli ascensori. Il Comune ha investito circa 500 mila euro sugli impianti delle case popolari e anche Arte ci ha messo del suo. Ebbene, il 30% dei guasti risulta dovuto al perpetrarsi di atti vandalici».

    case-abitazioni-centro-storico2-DIPer il sindacato inquilini, il nodo da sciogliere resta quello della mancanza di risorse destinate alla manutenzione delle case popolari «Quando un appartamento si sfitta dovrebbe essere subito sottoposto a manutenzione – spiega Salvetti – Ma occorrono finanziamenti dedicati che, purtroppo, oggi non ci sono. Nel passato la Regione ha investito un po’ in questa direzione. Negli ultimi 2-3 anni, infatti, sono stati recuperati complessivamente circa 500 alloggi. Diciamo che Arte Genova, anche tramite operazioni immobiliari quali ad esempio la vendita di circa 600 appartamenti, avvenuta alcuni anni fa, riesce ad incamerare le risorse necessarie per realizzare gli interventi straordinari».

    Tuttavia, su 9500 Erp in città, circa la metà sono di proprietà del Comune «Nel passato le leggi nazionali finanziavano sia le aziende regionali per l’edilizia, sia i Comuni – continua il segretario Sicet – Oggi, invece, il Comune si trova senza fondi per eseguire le manutenzioni straordinarie. Invito il Sindaco Marco Doria a darsi una mossa: si allei con gli altri sindaci delle aree metropolitane e, insieme, vadano a battere i pugni sul tavolo, direttamente a Roma». Secondo Salvetti «Ormai l’edilizia pubblica sembra essere appannaggio solo delle Regioni. Ma in Liguria il disavanzo economico relativo al comparto sanitario pesa come un macigno, a scapito delle politiche per l’abitare. Secondo me occorre studiare una nuova strategia per le aziende regionali territoriali per l’edilizia. In altri termini, quale futura mission vogliamo affidare alle aziende Arte in Liguria? La Regione ha nominato gli amministratori di Arte in funzione della dismissione del patrimonio immobiliare delle Asl liguri. Vedi il noto caso dell’ex ospedale psichiatrico di Genova Quarto. Ma Arte non deve trasformarsi nella Spim (società immobiliare del Comune di Genova, ndr) della situazione! Insomma, Arte non deve occuparsi di operazioni immobiliari, non è questa la sua mission».

    Le proposte

    Agenzia sociale per la casa

    case-abitazioni-centro-storico-DIDell’Agenzia sociale per la casa abbiamo parlato su queste pagine appena pochi giorni fa, quando l’assessore Fracassi ha presentato le linee guida per il rilancio di uno strumento che nel suo primo periodo di vita non ha raccolto i risultati sperati (in tre anni hanno presentato domanda 250 inquilini e sono stati stipulati 28 contratti di locazione, 19 dei quali solo nel 2013). Parliamo di affitti di alloggi privati a canone calmierato, un’iniziativa che ad oggi si è scontrata con la poca disponibilità da parte dei proprietari a concedere i propri immobili (circa 100 in tre anni) e con la scarsa attività di promozione da parte degli uffici comunali.

    «Per ottenere risultati migliori bisognerà senza dubbio intensificare l’attività di comunicazione e informazione perché sono tantissimi a non essere a conoscenza di questa opportunità – spiega l’assessore Fracassi – È chiaro che ormai c’è un problema nel rapporto tra redditi sempre più bassi e locazioni che si sono alzate troppo negli ultimi anni. È per questo motivo che io punto molto sullo strumento dell’Agenzia sociale per la casa». La forza dell’Agenzia, secondo l’assessore «Deve essere quella di dimostrare alla città che è meglio affittare le case a canoni contenuti, piuttosto che tenerle sfitte. Da una parte è meglio guadagnare poco piuttosto che niente, dall’altra se comunque affitti ad un canone contenuto, il locatore riesce a mantenere la locazione senza cadere nella morosità».
    In tal senso l’obiettivo primario dell’Agenzia è «Cercare di stabilire delle forme di accordo con i grandi enti proprietari di numerosi appartamenti, ad esempio gli enti religiosi – aggiunge l’assessore Fracassi – Stiamo iniziando ad intravedere delle sensibilità anche tra questi soggetti che potrebbero finalmente provare lo strumento dell’Agenzia. Io spero di poter dare presto qualche notizia a riguardo. Un ente che ha finalità solidali deve fare canoni solidali, sembra palese detta così. Io credo, però, che sia necessario un cambiamento di mentalità da parte loro. Un’organizzazione di questo tipo da una parte promuove delle attività solidali ma dall’altra, legittimamente, decide come gestire il proprio patrimonio immobiliare. Ma oggi è necessario che la gestione del patrimonio immobiliare diventi anch’essa un impegno sociale».
    Per il segretario Sicet Salvetti, l’Agenzia «È uno strumento indubbiamente utile e con il quale noi sindacati abbiamo già siglato un protocollo d’intesa. Bisogna sensibilizzare la città all’uso del canone concordato e moderato, spingendo affinché le locazioni siano sempre più basse. Approfitto dell’occasione per lanciare un appello alle persone: venite al sindacato prima di firmare i contratti e non dopo, in modo tale da ricevere aiuto prima di infilarsi in situazioni scomode».

    Auto ristrutturazione di alloggi del patrimonio comunale disponibile non Erp

    Non solo Agenzia, ma pure un altro progetto innovativo è allo studio dell’amministrazione, come rivela ad Era Superba l’assessore Fracassi «Un’ipotesi sulla quale sono stata spronata dal Movimento di lotta per la casa riguarda la possibilità dell’auto-ristrutturazione di alloggi pubblici sfitti. Una simile innovazione, però, non può essere messa in pratica sul patrimonio delle case popolari, causa problemi normativi, visto che ad esse vi si accede solo attraverso graduatoria. L’idea è utilizzare a questo scopo il patrimonio disponibile non Erp del Comune. Si tratta di circa 500 alloggi, parte dei quali oggi sono destinati per le emergenze abitative, per sperimentare coabitazioni, alcuni ospitano case famiglia, altri sono disponibili per la rete Sprar, per le donne vittime di tratta, per i senza dimora, ecc».
    In pratica, secondo l’assessore «Con l’Agenzia sociale per la casa andiamo a dare risposta ai soggetti sopra soglia Erp. Poi abbiamo una piccola risposta Erp (piccola nel senso di nuove assegnazioni perché in realtà a Genova sono 9200-300 le persone che vivono in case popolari), infine esiste questo patrimonio limitato ma disponibile, dove c’è ancora tanto da fare in termini di ristrutturazione. A questo proposito, se riusciamo a studiare dei percorsi di auto-ristrutturazione, magari con la collaborazione di organizzazioni del Terzo settore in qualità di garanti, possiamo affidare in gestione anche questi appartamenti. Stiamo verificando la fattibilità di tale ipotesi. Sicuramente, anche in questo caso, sussistono delle difficoltà legate alle normative. Io, però, sono una persona pratica e penso che con un po’ di impegno sia possibile trovare una soluzione».

    Matteo Quadrone

  • Quarto, tra box interrati e interventi edilizi. Via degli Albanesi, Castagna, Quartara

    Quarto, tra box interrati e interventi edilizi. Via degli Albanesi, Castagna, Quartara

    Uliveto murato di QuartoDel Levante genovese, in particolare di Quarto, ci siamo occupati più volte nel passato per raccontare i diversi interventi edilizi che insistono sul territorio. L’ultima nell’autunno scorso, quando Legambiente ha lanciato l’allarme sul tentativo di cementificazione (in particolare nell’area ex Fischer) a scapito dell’antica via Romana della Castagna, nel cuore del quartiere attraversato dall’omonimo rio. Oggi facciamo il punto sulle immediate vicinanze: dal datato cantiere di Viale Quartara, dove i lavori sono da poco ripresi, alla nuova operazione immobiliare – per la costruzione di 119 box interrati tra via Prasca e via degli Albanesi nei pressi della parrocchia di San Giovanni Battista – pronta ad approdare in Conferenza dei Servizi deliberante (il prossimo 14 febbraio); senza dimenticare il sito storico di Villa Gervasoni e dell’Uliveto Murato di Quarto (in gran parte vincolato dalla Soprintendenza), nel quale è previsto l’ampliamento volumetrico di una casa privata e la realizzazione di un’autorimessa, previo sbancamento del sedime circostante.

    Via degli Albanesi – via Prasca, 119 nuovi box

    Partiamo dal progetto del Gruppo Viziano che contempla la costruzione di un parcheggio su tre livelli interrati tra via degli Albanesi e via Prasca, per complessivi 119 box. L’area, di proprietà della parrocchia di San Giovanni Battista, è quella attualmente occupata dal campo di calcio G. Mora. La parrocchia, in cambio del diritto di superficie del sottosuolo, guadagnerà il rifacimento del campo da calcio (che diventerà più piccolo), nuovi posteggi e nuovi locali per l’oratorio e lo svolgimento delle sue attività pastorali.
    «Il 23 gennaio si è svolta una Commissione municipale per discutere la questione – spiega Nerio Farinelli, Presidente del Municipio Levante – Abbiamo invitato gli abitanti dei civici interessati, i rappresentanti della parrocchia e il progettista responsabile del Gruppo, l’ingegnere Davide Viziano. L’intenzione era illustrare il progetto e ascoltare i diversi pareri». In tale occasione è emersa la contrarietà dei residenti, preoccupati soprattutto da due aspetti «Le criticità sollevate dai cittadini – continua Farinelli – riguardano in particolare le difficoltà che si potrebbero ripercuotere, a fine lavori, sulla viabilità di via degli Albanesi, già di per sé stretta, a fronte dei tre nuovi accessi a piano strada dei 119 box. Inoltre, c’è preoccupazione per la stabilità delle fondamenta di alcuni palazzi ubicati nelle immediate vicinanze del cantiere. Noi, come Municipio Levante, giochiamo solo un ruolo consultivo, ma cerchiamo di prevenire situazioni conflittuali per giungere ad una soluzione il più possibile condivisa dai soggetti interessati. Prendiamo atto dell’esistenza di forti pareri contrari in una parte di residenti. E per questo motivo chiediamo delle modifiche progettuali che tengano conto degli elementi emersi nel dibattito». Secondo il presidente Farinelli «Occorre agire senza limitare il diritto alla mobilità degli abitanti di via degli Albanesi. Ma soprattutto deve essere garantito loro il massimo grado di sicurezza in merito alla stabilità dei palazzi».

    Durante la riunione del 23 gennaio i cittadini hanno sottolineato i pericoli legati alla presenza, sotto il medesimo terreno interessato dall’intervento edilizio, di una falda acquifera. A tal proposito, il tecnico comunale dell’Ufficio geologico, il geologo Claudio Falcioni, così ha risposto «Non abbiamo rilevato gravi carenze di tipo geologico. Il substrato roccioso, a circa 10 metri di profondità, presenta un certo grado di frantumazione, ma questo fatto non preclude che, con una corretta esecuzione, i lavori si possano fare. Per rilevare la quota dell’acqua abbiamo effettuato due sondaggi in pochi giorni: potrebbe esserci un margine di errore, ma ripetendo le indagini e continuando a monitorare i livelli, tale margine si ridurrebbe in maniera significativa».
    L’ingegnere Viziano, dopo aver premesso «Noi facciamo i parcheggi dove servono, a seguito di indagini serie. In un raggio di 500 metri abbiamo rilevato un gap di 300 posti auto», ha aggiunto «Siamo disponibili a concordare un incontro di verifica con i comitati in modo che, insieme a Municipio e condomini, possano nominare un tecnico di parte per verificare lo stato degli edifici prima dell’inizio dei lavori».
    Il Gruppo Viziano si occuperà sia della progettazione sia della realizzazione delle strutture. I tempi di lavoro previsti sono in totale 24-26 mesi. «Il fondo delle strutture si troverà ad un livello superiore rispetto all’acqua, quindi non influirà sul suo smaltimento – conclude l’ingegnere Viziano – La strada verrà allargata con la realizzazione del marciapiede (oggi inesistente), avrà un nuovo sistema di tombinatura e una rete fognaria rinnovata. Solo il 10% dei mezzi da lavoro passerà da via degli Albanesi, mentre la maggior parte dei veicoli accederà al cantiere per mezzo di una rampa da via Prasca».

    Il progetto è stato presentato in Conferenza dei Servizi in fase istruttoria a metà novembre 2013. Tra pochi giorni, il prossimo 14 febbraio, approderà nella Conferenza dei Servizi in fase deliberante, sede deputata alla scelta definitiva. Laura Marinato, architetto dell’ufficio urbanistico di Palazzo Tursi, ha spiegato «È un’opera ammessa dal piano regolatore adottato in via preliminare e da quello vigente. Sono state chieste alcune modifiche e ora l’istruttoria è quasi completata».
    Insomma, come ricorda il consigliere municipale Paola Borghini (Fds) «Non ci sono molte possibilità di ostacolare un progetto promosso da soggetti privati su un’area privata. Qui non si tratta di valutare politicamente l’opportunità o meno di realizzare una simile operazione. Bisogna, invece, valutare attentamente tutti gli aspetti tecnici. L’impatto dell’intervento, comunque, sarebbe soprattutto sulla viabilità. In merito al presunto rischio idrogeologico, io personalmente non faccio supposizioni senza avere sotto mano dati certi, che a livello di Municipio non abbiamo ancora visto. Per approfondire il progetto ho chiesto un ulteriore passaggio in Commissione municipale. La preoccupazione dei residenti è tangibile. Ma è compito dell’amministrazione comunale, tramite adeguate perizie, stabilire l’eventuale fattibilità del progetto. Se in questo senso dovessero permanere dei dubbi, esiste sempre l’opportunità di una contro-perizia di parte dei cittadini».

    Viale Quartara

    Quarto - viale QuartaraNel corso del 2012 avevamo parlato di Viale Quartara, la creuza che dall’antica Aurelia conduceva fino al mare, dove un notevole appezzamento di terreno in fregio a chiesa e convento dei frati cappuccini (via Montani n. 1) – entrambi risalenti ai primi del ‘900 – è destinato alla costruzione di 2 ville di lusso con annessi box interrati pertinenziali. All’epoca della nostra visita il cantiere, sorto al posto di un vasto uliveto e dopo il taglio di diversi alberi secolari, era pressoché abbandonato ormai da alcuni mesi, mentre il profondo sbancamento, causa piogge, spesso assumeva le sembianze di un acquitrino.

    Attualmente i lavori nel cantiere hanno ripreso vigore e sono già state realizzate le fondamenta degli edifici. Tuttavia, quando piove l’acqua continua a fuoriuscire da tutte le parti, come racconta Ester Quadri, residente nel quartiere e attivista del circolo Nuova Ecologia di Legambiente «Proprio ieri (5 febbraio, ndr) passando di lì ho visto delle cascate d’acqua mista a fango uscire dai muretti. Vorrei ricordare che questo era uno dei pochissimi spazi verdi rimasti in zona. Io a suo tempo avevo denunciato il taglio degli alberi. L’ex assessore comunale Pinuccia Montanari, persona senza dubbio competente, se ne era anche occupata, ma in seguito, nessuno si è più interessato alla salvaguardia di questo sito storico».
    Dopo un lungo contenzioso giudiziario, i lavori sono partiti nell’estate 2011, per poi arrestarsi subito dopo. Oggi il cantiere è nuovamente operativo «Per me è una vera indecenza – accusa l’ambientalista Quadri – pensando a tutto quello che sta accadendo sul territorio ligure. Va bene, parliamo di progetti approvati anche molti anni addietro, però, i segnali che ci manda la natura sono inequivocabili. Forse varrebbe la pena di ascoltarli. E se possibile bloccare gli interventi incongrui».

    Uliveto Murato e la zona della Castagna

    UlivetoCome detto in apertura, Legambiente ha lanciato l’allarme in difesa della zona della Castagna di Quarto, un presidio storico-ambientale, il cui simbolo è indubbiamente l’Uliveto Murato, adesso minacciato da un piccolo quanto significativo intervento. All’interno delle antiche mura dell’Uliveto – nella porzione non vincolata dalla Sopraintendenza – è ubicata una casa famigliare di proprietà privata per la quale è previsto l’ampliamento delle volumetrie, oltre alla costruzione di un’autorimessa interrata che coprirà tutto il sedime del fabbricato, e di una piscina al posto del giardino dove una volta sopravvivevano alberi ad alto fusto.
    «Siamo praticamente a ridosso dei bastioni di via Romana della Castagna – racconta Ester Quadri – Lo sbancamento di terreno è pesante. Senza dimenticare che sotto scorre un altro ruscello, il rio Fontagne, perché questa, un tempo, era una zona colma di fontane». Secondo Quadri «Autorizzare un intervento simile, seppure limitato ad una sola abitazione privata, è veramente fuori da ogni logica. In tal senso è assurdo che un pollaio venga considerato volume utile per ampliare, con il piano casa, un edificio residenziale. La realizzazione, ad oggi, non è ancora avviata, ma sappiamo che hanno già il permesso di costruire».

    Allargando il discorso a tutta la zona della Castagna, attraversata dal rivo omonimo, l’ambientalista aggiunge «Stiamo parlando di progetti che insistono tutti a lato dei torrenti (vedi ex Fischer). È evidente il cortocircuito tra quello che le istituzioni locali dicono a parole e quello che poi mettono in atto. Da un lato, affermano di mettere in sicurezza i rivi e le loro aree di pertinenza. Dall’altro, autorizzano costruzioni a pochi metri di distanza dagli alvei dei corsi d’acqua. Occorre ricordare l’esistenza in città di numerosissimi piccoli rivi, riguardo ai quali non c’è sufficiente attenzione da parte dell’amministrazione. Sono aree esondabili che dovrebbero essere lasciate libere».
    A pochi kilometri di distanza, lungo la via Romana di Quinto, è il rio Bagnara ad esser minacciato, non solo dal progetto sempre in bilico di via Majorana (che merita una successiva trattazione a parte), ma pure da altre costruzioni residenziali (villette) già realizzate nei pressi di via Palloa. «Edifici di dimensioni più contenute ma non per questo meno pericolosi – sottolinea Quadri – Sono costruzioni non conformi alla natura e alla storia del luogo che mettono a rischio l’equilibrio ambientale del territorio».
    L’ambientalista conclude lanciando un appello «Bisogna vigilare con attenzione anche sui torrenti minori che, sennò, possono esplodere da un momento all’altro. Al loro fianco corrono antichi percorsi pedonali che, invece di essere danneggiati, dovrebbero essere valorizzati a fini turistici. Insomma, invito l’amministrazione comunale a pensare alle piccole opere e non solo alle grandi opere sempre sulla bocca di tutti».

     

    Matteo Quadrone

  • Lagaccio, Caserma Gavoglio: in fase di elaborazione il progetto del Comune

    Lagaccio, Caserma Gavoglio: in fase di elaborazione il progetto del Comune

    lagaccio-caserma-gavoglio-2Partiamo da un dato di fatto: esiste la certezza – affermata pubblicamente dal Sindaco di Genova, Marco Doria – che si sta pensando ad un progetto di riqualificazione per l’ex caserma Gavoglio al Lagaccio. Un’area di circa 60 mila metri quadrati, abbandonata da 40 anni nel cuore di un quartiere privo dei più elementari servizi e congestionato dall’eccessiva urbanizzazione e da un sistema di viabilità particolarmente critico. «Per acquisire dal Demanio l’ex caserma Gavoglio, il Comune di Genova dovrà presentare dei progetti che rispondano ai bisogni della città, ma anche economicamente sostenibili. Non possiamo promettere sogni ai cittadini se non abbiamo la capacità di renderli concreti», ha sottolineato lo scorso ottobre il Sindaco Doria.

    «È dovuto, utile e opportuno che questi percorsi di progettazione e queste idee siano rese pubbliche, implementate e discusse – spiega Enrico Testino, uno dei portavoce della rete “Voglio la Gavoglio”Noi cittadini al Lagaccio stiamo individuando alcuni criteri, idee, progetti. Li diremo pubblicamente. Le istituzioni hanno pensato a un luogo, un ufficio, un percorso pubblico dove possiamo portarle? C’è abbastanza urgenza. Anche per evitare scenari tragici. Lo avevamo detto anche nelle audizioni pubbliche a marzo 2013, prima della frana di via Ventotene. Non siamo veggenti, siamo semplicemente realistici».
    La rete “Voglio la Gavoglio” unisce realtà associative e semplici cittadini in occasione della proposta di progetto preliminare del nuovo PUC (Piano Urbanistico Comunale) – redatto dall’ex Giunta Vincenzi – che prevede un aumento delle aree edificabili pari al 130% del costruito esistente dentro l’area dell’ex caserma. “Voglio la Gavoglio”, proprio per contrastare tale ipotesi, ha presentato 450 osservazioni al PUC, alle quali attende ancora risposta.

    Com’è noto, da mesi si parla della possibilità, da parte del Comune, di acquisire dal Demanio a titolo non oneroso – la proprietà dell’ex caserma Gavoglio (qui l’approfondimento di Era Superba). Parte del complesso, però, è vincolato dalla Soprintendenza (in particolare la porzione di Piazzale Italia, adiacente all’ingresso), dunque, la procedura di trasferimento potrebbe risultare più lunga. «Abbiamo appurato che l’iter non può essere quello del “Decreto del Fare” ma sarà quello per i beni vincolati – spiega il Vicesindaco, Stefano Bernini Stiamo elaborando con Arred (Agenzia regionale per il recupero edilizio) un progetto di riqualificazione dell’area, già concordato con l’Agenzia del Demanio, per l’acquisizione. Il progetto è stato affidato ad Arred che lavorerà congiuntamente con Rigenova (società, di cui Arred detiene il 25%, avente ad oggetto la promozione e l’attuazione di interventi di recupero edilizio e riqualificazione urbana nel territorio del Comune di Genova, ndr)».
    Tuttavia, Bernini non si sbilancia in merito alle linee guida della riqualificazione «Nel progetto, probabilmente, sarà prevista una parte destinata a funzioni residenziali, mentre una parte sarà destinate ad altre funzioni. Comunque, per adesso non ci sono precise linee di indirizzo delineate dall’amministrazione. Ne discuteremo con il territorio e con il Municipio Centro-Est.  Apriamo il percorso con una progettazione condivisa».
    Qualche indizio in più è ricavabile dalle passate dichiarazioni rilasciate dallo stesso Vicesindaco ai quotidiani locali «Visto che non dobbiamo più pagare al Demanio 4,5 milioni di euro per acquisire la Gavoglio, nel nuovo PUC possiamo davvero ridurre l’indice di edificabilità nell’area dell’ex caserma e lasciare più spazio a verde e servizi per i cittadini».

    Resta il nodo principale da sciogliere, ovvero quello delle ingenti risorse economiche necessarie per il concretizzarsi di qualsiasi operazione. Il fatto di mantenere all’interno del perimetro pubblico (quindi delle società partecipate da Regione Liguria e Comune di Genova) la progettazione della futura area Gavoglio, induce a ipotizzare che le strade per realizzare una riqualificazione economicamente sostenibile siano sostanzialmente due: la valorizzazione del bene immobiliare per incrementarne il valore patrimoniale, in modo da ottenere prestiti da banche o altri istituti di credito; oppure l’accesso al canale dei finanziamenti europei.

    Come detto in apertura, nell’autunno scorso il Sindaco Doria ha annunciato che il Comune sta pensando a dei progetti per il futuro della Gavoglio. Il primo cittadino, però, è rimasto molto sul vago, senza chiarire quali sono le reali intenzioni di Palazzo Tursi. La rete “Voglio la Gavoglio” – che ormai da tempo sta con il fiato sul collo dell’amministrazione – dopo vari incontri con il Vicesindaco Bernini, numerose iniziative per mantenere alta l’attenzione sull’ex caserma e la presentazione delle osservazioni al PUC, oggi lamenta di non essere stata ancora ufficialmente contattata «Noi chiediamo formalmente al Comune di salire al Lagaccio e organizzare un incontro pubblico per fornire le dovute spiegazioni alla cittadinanza».

    L’inquietante ipotesi “smarino”

    gavoglioAnche perché, in caso contrario, ha gioco facile la diffusione di voci incontrollate. In tal senso è emblematica l’indiscrezione circolata in questi ultimi mesi e apparsa per la prima volta sul “Secolo XIX” del 18 ottobre scorso. In sintesi, si tratta dell’ipotesi di trasformare – almeno una porzione dell’ex caserma – in “contenitore” per le terre di scavo (il cosiddetto “smarino”) provenienti dalle Gallerie del Nodo ferroviario e da altre opere in programma sul territorio genovese (ad esempio la galleria Borzoli-Erzelli, opera di compensazione del Terzo Valico). L’audace proposta, avanzata da un tecnico (presumibilmente un consulente) in sede regionale, appare decisamente inquietante vista l’ubicazione della Gavoglio – nel cuore di un quartiere popoloso come il Lagaccio – e per l’impatto ambientale generato da un simile stoccaggio del materiale di risulta (che potenzialmente potrebbe contenere anche terre amiantifere). Secondo il principale quotidiano genovese, la possibilità è – o perlomeno è stata – al vaglio di entrambe le amministrazioni, comunale e regionale, perché darebbe risposta a due fondamentali esigenze: in primis, quella di trovare siti destinati al conferimento delle terre di scavo, oggi carenti nell’area genovese; inoltre, questo riempimento alzerebbe la quota altimetrica, riducendo i dislivelli che contraddistinguono l’attuale conformazione dell’ex caserma, facilitando così la successiva costruzione di nuovi edifici. Vincolando il Comune affinché poi, sopra al riempimento con terre di scavo, costruisca davvero qualcosa di funzionale per il quartiere. In sostanza, la creazione di una sorta di “base” per effettuare i lavori di riqualificazione, consentirebbe un risparmio di risorse – altrimenti destinate alla demolizione di alcuni edifici fatiscenti (non vincolati), alla messa in sicurezza di altri e alla bonifica dell’amianto – ma anche una migliore connessione con il resto del quartiere, tramite una completa riconfigurazione del sistema di viabilità rispetto a quello attuale.

    Questi sono i presunti vantaggi. Ma probabilmente, assai più numerose, sono le criticità. «È un progetto che, sulla carta, potrebbe anche funzionare, ma nella pratica rischia di tradursi in 10 anni di lavori e di presenza, per altrettanto tempo, di una discarica a cielo aperto al centro del quartiere», sottolinea il portavoce di “Voglio la Gavoglio”, Enrico Testino. Per il riempimento, infatti, sarebbero necessari circa 150 mila metri cubi di terra. Considerando che un singolo camion può trasportare circa 8 metri cubi, è evidente che il Lagaccio si troverebbe a fare i conti con il transito di centinaia di camion e i conseguenti disagi.
    «Questa soluzione per noi di “Voglio la Gavoglio” è improponibile – raccontano alcuni residenti – Non rappresenta neppure un’idea minima di recupero. Eppure, per iniziare a riqualificare una porzione dell’ex caserma, esistono delle soluzioni decisamente più fattibili. Innanzitutto, in breve tempo e con risorse ridotte, si potrebbe mettere in sicurezza larea vincolata intorno a Piazzale Italia, gli appartamenti sopra e gli spazi sotto le ampie navate, in modo tale da trasformarli in luoghi funzionali alla delegazione del Lagaccio. Per gli altri edifici sottoposti a vincoli di diverso grado, intanto occorre preservarli. Per quanto riguarda, invece, le strutture non vincolate, molte delle quali fatiscenti, si può ipotizzare anche la loro demolizione. Resta il fatto che noi vogliamo risposte. E le chiederemo ufficialmente. Faremo sentire la nostra voce. Il vero paradosso è mantenere il segreto su un’area che si accinge a diventare pubblica».

    In merito al riempimento, il Vicesindaco Bernini è tranchant «Guardi questa è una cosa che dovrebbe chiedere alla Regione. All’assessore alle Infrastrutture, Raffaella Paita, e ai suoi tecnici. Francamente, sono affermazioni indice di insufficiente conoscenza della città e dei suoi quartieri. Comunque, posso dirle con certezza che il Comune non ha mai preso in considerazione questa ipotesi. Per me si tratta di una semplice boutade. Devo anche aggiungere, però, che la richiesta di collegare con una migliore viabilità, attraverso la caserma, la parte alta e bassa del quartiere Lagaccio, è partita dagli stessi abitanti. Quindi, l’indiscrezione del riempimento potrebbe essere scaturita anche così. Ma voglio ribadire che nessuno ha mai presentato un disegno progettuale basato su tale ipotesi».
    Ma la carenza di siti destinati al conferimento dello “smarino”, rimane pur sempre un problema reale. «Intendo essere chiaro – risponde Bernini – esistono dei piani che stabiliscono i siti di conferimento e non mi risulta che il Lagaccio sia mai stato nominato. Soprattutto per quando riguarda il Terzo Valico. Ma neppure per il Nodo ferroviario». A onor del vero, però, il Piano di utilizzo rocce e terre di scavo relativo al Terzo Valico, approvato dal Ministero dell’Ambiente, non è ancora stato approvato dalla Regione Liguria.

    Bernini conclude assicurando il coinvolgimento del territorio e dei suoi abitanti nella fase di progettazione «Nell’incarico affidato a Rigenova, come sempre, è compresa la partecipazione della cittadinanza. Basta vedere quello che è stato fatto per il progetto della nuova via Cornigliano (qui l’approfondimento di Era Superba, ndr), con l’indizione di un’assemblea pubblica per decidere la definizione del bando. Sicuramente, anche nel caso dell’ex caserma Gavoglio, ci sarà un processo partecipato».

    La posizione del Municipio Centro-Est

    lagaccio-caserma-gavoglioIl Presidente del Municipio Centro-Est, Simone Leoncini, sottolinea la complessità della questione Gavoglio, ma è intenzionato a dire la sua in merito al futuro dell’area «Da quel che mi risulta, al momento, non ci sono ancora progetti concreti. L’idea del Comune è acquisire l’area, a titolo gratuito, dal Demanio, per poi progettarne la riqualificazione. In tal senso, la mia proposta politica è: ragioniamo su un finanziamento europeo. Stiamo cercando di capire come funzionano i PON (Programmi Operativi Nazionali), strumenti finanziari della Comunità Europea (simili ai POR) studiati per le città metropolitane».
    Secondo Leoncini «Il discorso diventerebbe particolarmente interessante se riuscissimo ad ottenere un cospicuo finanziamento, sul modello dei POR di Sampierdarena, Maddalena, ecc. Io penso che sia utile provare ad avvallarsi della progettazione europea per ridisegnare il quartiere partendo dalla Gavoglio che ne è il suo cuore. Credo sia giusto che, questa volta, sia la Valletta del Lagaccio a beneficiare di un ridisegno complessivo, da via Bartolomeo Bianco fino a Principe. E la cittadinanza deve essere coinvolta attraverso un processo di urbanistica partecipata».

    Il problema maggiore, però, rimane quello di reperire le risorse economiche necessarie per realizzare l’operazione «Con quale denaro si interviene? – è la domanda retorica del Presidente Leoncini – Parliamo di milioni di euro. Probabilmente un primo esame di fattibilità economica sarà affidato ad Arred. Ma l’unica soluzione, a parer mio, sono i finanziamenti comunitari. Anche perché, su quell’area, abbiamo espresso l’intenzione di escludere tutto ciò che è speculazione edilizia. Non si può immaginare di aggiungere nuovi volumi, i cittadini e il Municipio, lo hanno ribadito con chiarezza. Insomma, non può essere contemplato un aumento di volumetrie. Anzi, se possibile, occorrerebbe prevedere una riduzione di esse».
    In ogni caso, secondo Leoncini «Non si può ipotizzare la costruzione di nuove residenze. A quali soggetti privati potrebbe interessare, vista la difficile congiuntura del mercato immobiliare, impegnarsi nella realizzazione di nuove case? Noi, comunque, siamo pronti a manifestare la nostra contrarietà a simili iniziative. L’idea delle residenze è una cosa vecchia che ormai non ha più alcun aggancio con la realtà».

    Per quanto concerne, invece, la voce sul riempimento di parte dell’ex caserma Gavoglio con terre di scavo, il Presidente la considera «Un’ipotesi effettivamente circolata, ma sulla quale non c’è nulla di concreto. Insomma, nessuno ha mai avanzato un progetto ufficiale. Per altro, sarebbe un’operazione molto complicata e senza dubbio di forte impatto sul quartiere».

    Per la Gavoglio, Leoncini auspica ben altre funzioni «Verde pubblico, parcheggi per i residenti, servizi per il territorio. E magari un disegno più complessivo. Bisogna immaginare qualcosa di attrattivo, un parco urbano, oppure servizi per il turismo. Certo, prima si tratta di capire se ci sono le condizioni per un progetto sul Lagaccio inteso nella sua totalità, quindi a partire dalla collocazione geografica di un quartiere, considerato periferico, eppure vicino alla Stazione Marittima, al centro storico, ma pure al Porto Antico. In questo caso, se ci fosse l’opportunità di un intervento economicamente massiccio, grazie a fondi europei che partono dai 10 milioni di euro in su, per l’ex caserma Gavoglio penso ad una vocazione che sia coordinata con le principali funzioni turistiche della città».

    Matteo Quadrone

  • Porto e accessi ferroviari: raddoppio al Vte, il punto fra criticità e prospettive

    Porto e accessi ferroviari: raddoppio al Vte, il punto fra criticità e prospettive

    treni-fuorimuro-portoQuando si parla di porto di Genova e trasporto ferroviario – negli ultimi anni stimato al 15% – il primo pensiero corre sempre, inevitabilmente, al Terzo Valico. Ma come evidenziato in passato su queste pagine (qui l’inchiesta) questa fin troppo facile associazione di idee propagata dalla stragrande maggioranza dei media pare quantomeno fuorviante visto che, per incrementare la movimentazione di merce su rotaia, occorre innanzitutto superare le criticità da tempo riscontrabili all’interno dello scalo genovese e, solo a quel punto, si potrebbe affrontare seriamente il discorso in merito all’insufficienza o meno delle attuali linee, oggi – secondo i dati disponibili – ampiamente sottoutilizzate.

    In tal senso, un’auspicabile svolta positiva – almeno per quanto riguarda il Vte di Voltri– è stata annunciata dalla Regione Liguria a metà gennaio, quando l’assessore regionale alle infrastrutture Raffaella Paita ha incontrato i rappresentanti di Rfi e Italferr (società del gruppo Ferrovie dello Stato Italiane S.p.A che si occupano rispettivamente di gestione della rete ferroviaria e di progettazione e realizzazione di nuove infrastrutture), per concordare le fasi di lavoro che consentiranno – presumibilmente, però, non prima di qualche anno – di realizzare il raddoppio dei binari di accesso al porto di Voltri.
    Finora, infatti, l’utilizzazione di un unico binario per l’entrata e l’uscita delle merci, ha di fatto limitato l’operatività dello scalo. “Genova non riuscirà a smaltire il traffico se non riesce a potenziare i suoi servizi ferroviari – scrive Sergio Bologna, studioso nel campo della logistica e trasporto merci – Oggi dal VTE più di 24 treni al giorno non possono entrare o uscire“.

    Il raddoppio, però “è sempre stato condizionato dalla necessità di demolire l’attuale viadotto di collegamento tra autostrada e porto, del quale è previsto il rifacimento in due lotti, il primo dei quali partirà a breve”, si legge nella nota stampa di presentazione del progetto. Tuttavia, per favorire l’incremento dell’operatività del terminal Vte «La Regione ha chiesto a Rfi di individuare una soluzione tecnica che consenta di raggiungere l’obiettivo (cioè il raddoppio dei binari, ndr), nelle more della demolizione del viadotto – spiega l’assessore Paita – Per queste ragioni, si è concordato un programma serrato, il quale prevede che entro fine marzo Rfi e Italferr mettano a punto uno studio di fattibilità per realizzare il prima possibile il secondo binario. Questa fase prevede il coinvolgimento dell’Autorità Portuale genovese, del Comune di Genova, del terminalista Vte e della società Fuorimuro, che gestisce il traffico ferroviario portuale, per approfondire congiuntamente le necessità operative».

    Il primo incontro è già stato convocato per lunedì 27 gennaio in sede regionale. Immediatamente dopo la verifica di tale studio «si partirà con il progetto vero e proprio, che dovrebbe essere ultimato entro la prossima estate – sottolinea Paita – La realizzazione delle opere potrebbe avviarsi in seguito all’ultimazione dei lavori relativi al nodo ferroviario (qui l’approfondimento di Era Superba, ndr) che riguardano la zona di Voltri, prevista verso la fine del 2015 e per la quale la Regione Liguria ha chiesto di accelerare al massimo il programma. Subito dopo la conclusione di questi lavori, potranno partire i cantieri del raddoppio del binario».

     

    Il punto di vista del VTE

    Quartiere di PràIl Vte movimenta da solo oltre la metà dei TEU (unità di misura del container che si basa sulla lunghezza minima del contenitore da 20 piedi) movimentati complessivamente a Genova (nel 2013 circa 1,9 milioni, in leggero calo rispetto ai 2 milioni del 2012) e tramite la realizzazione di alcuni interventi di adeguamento infrastrutturale avrebbe tutte le carte in regola per incrementare in maniera significativa il traffico su ferro. Migliorando, di conseguenza, la qualità della vita dei residenti nei quartieri del Ponente genovese, da decenni assoggettati alle molteplici servitù del porto – in primis inquinamento acustico e ambientale – dovuti sia allo stazionamento delle navi (criticità che dovrebbe essere risolta dall’elettrificazione delle banchine da parte dell’Autorità Portuale), sia al traffico di camion e mezzi pesanti diretti e provenienti dallo scalo di Voltri.

    La notizia del possibile raddoppio del punto di accesso è stata salutata con comprensibile entusiasmo dall’amministratore delegato del Vte (che fa parte del gruppo Psa International), Gilberto Danesi «Sono vent’anni che lo aspettiamo, il Vte ha sempre fatto pressioni in tal senso, manifestando anche la disponibilità di realizzarlo a proprie spese – ha dichiarato Danesi lunedì scorso, durante l’incontro con i comitati di Prà e del Ponente, nell’ambito della mobilitazione per la riqualificazione del quartiere – Finalmente, sembra che la situazione si sia sbloccata. A fine mese avremo un incontro per vedere di ottenere il raddoppio. A questo proposito, abbiamo già acquistato, con 3,2 milioni di euro, una gru apposita per il carico e lo scarico dai treni, che sarà installata a novembre».

     

    Il punto di vista della società Fuorimuro che gestisce il traffico ferroviario portuale

    treno-fuorimuro-portoSulla stessa lunghezza d’onda è il commento della società Fuorimuro (Rivalta Terminal Europa 30%; Gruppo Spinelli 15%; InRail 15%; Tenor 15%; Compagnia Pietro Chiesa 10%) che, dal maggio 2010, opera come soggetto unico nel porto di Genova, offrendo un servizio integrato di manovra ferroviaria (ovvero la composizione dei treni all’interno dello scalo), trasporto e navettamento dei convogli verso gli interporti oltre Appennino.
    «Il raddoppio dei binari, nel prossimo futuro, renderà fattibile l’entrata/uscita dei treni dal porto, in maniera indipendente – afferma il presidente di Fuorimuro, l’ing. Guido Porta – Adesso, invece, con il binario unico d’accesso è impossibile gestire contemporaneamente la movimentazione di due convogli. Questo fattore comporta un allungamento dei tempi e, di conseguenza, l’aumento del costi relativi al trasporto su rotaia, rispetto a quello su gomma. Limitando, dunque, l’efficacia del servizio ferroviario».
    In questi anni di lavoro, sottolinea Porta «Abbiamo avuto modo di rilevare diverse criticità, da noi sempre segnalate all’Autorità Portuale. Occorrono dei miglioramenti infrastrutturali, a Voltri come a Sampierdarena, per consentire allo scalo genovese di incrementare l’operatività dei terminal, intrinsecamente legata all’espansione del traffico su ferro».
    A proposito del raddoppio previsto al Vte «La Regione ha affermato che le risorse economiche dovrebbero essere messe a disposizione in tempi brevi», conclude il presidente di Fuorimuro.

     

    Ma quali sono gli altri interventi utili a rendere competitivo il trasporto ferroviario?

    container-porto«Sicuramente sarebbe importante che l’Autorità Portuale realizzasse ulteriori tre binari sul lato nord del terminal Vte (cioè sul lato del canale di calma)», risponde l’ing. Porta. Ma oggi a destare maggiori preoccupazioni «Sono le difficoltà che riscontriamo nello scalo di Sampierdarena, in particolare presso il terminal Messina», precisa il presidente di Fuorimuro.
    Nell’ambito del cantiere per la strada a mare, infatti, procedono i lavori di rifacimento delle linee ferroviarie a servizio del porto (qui l’approfondimento di Era Superba con il vicesindaco Stefano Bernini, ndr): «Queste devono necessariamente essere spostate e parzialmente abbassate proprio per risultare compatibili, a fine lavori, con la presenza del viadotto che, provenendo dal ponte sul Polcevera, proseguirà poi verso levante, degradando progressivamente sino a raggiungere la quota di lungomare Canepa», si legge sul sito web di Sviluppo Genova, la società impegnata nella costruzione della nuova infrastruttura.
    «Sviluppo Genova, allo scopo di non alzare troppo la quota della strada a mare, ha creato una sorta di “sottopasso ferroviario” dove i binari scendono di circa un metro e mezzo, per poi risalire immediatamente dopo – spiega Porta – Tale configurazione genera un problema non secondario (che non sussisteva quando abbiamo preso in carico il servizio) dato che, soprattutto in caso di condizioni meteo avverse (piogge intense o forti venti), abbiamo bisogno di due locomotori per trainare i treni». Inoltre «I binari presenti nel terminal Messina sono di lunghezza insufficiente – racconta Porta – In pratica, la linea è ridotta di circa una sessantina di metri. Questo ci costringe a spezzare i treni e allungare i tempi di composizione dei convogli».

    san-benigno-sampierdarena-lungomare-canepa-terminal-wte-ponente-DIPer quanto riguarda i parchi ferroviari (o parchi merci, che dir si voglia)«Stiamo lavorando soltanto sul parco Fuorimuro, parallelo a Lungomare Canepa – continua il presidente della società che si occupa di manovra e trasporto ferroviario – Il parco Campasso, invece, è ancora in ristrutturazione da parte di Rfi all’interno dei lavori del Nodo Ferroviario».
    Nonostante la puntuale segnalazione delle sopracitate criticità «Dall’Autorità Portuale, finora, non è arrivata alcuna risposta», conclude l’ing. Porta.

    Secondo Bruno Marcenaro, ingegnere esperto di questioni ferroviarie: «Voltri è uno dei punti nevralgici del porto, connesso al sistema di trasporto ferroviarioIndubbiamente il raddoppio dei binari è una notizia positiva perché consentirà una migliore operatività del terminal e la velocizzazione dei tempi di entrata/uscita delle merci su rotaia. In questo senso i soldi, per una volta, sono spesi bene».
    Al contrario, il pensiero corrente che oggi va per la maggiore, promosso in particolare dai rappresentanti politico-istituzionali «Presuppone che per aumentare il traffico su rotaia, e dunque far viaggiare più treni merci, sono necessarie nuove linee – spiega Marcenaro – Ma ciò non è assolutamente vero. Le linee odierne hanno già un’alta capacità non sfruttata adeguatamente. In altre parole, piuttosto che pensare al Terzo Valico, gli enti preposti dovrebbero impegnarsi a riassestare, modernizzare e soprattutto automatizzare le stazioni di origine dei treni, quindi i porti. Così come iniziano a fare, ad esempio, al terminal Messina. Qui stanno lavorando sulle linee interne per migliorare la situazione anche in termini di sicurezza del personale e per automatizzare sempre di più la formazione e la movimentazione dei treni».
    Insomma «L’aspetto più importante è l’organizzazione interna dei porti conclude Marcenaro – Occorre puntare sull’automatizzazione degli scali e su quella dei loro parchi merci per rendere più veloci, sicure ed economicamente sostenibili, le operazioni di movimentazione. Le risorse, a parer mio, dovrebbero essere indirizzate soprattutto in tal senso».

     

    Matteo Quadrone

  • Liguria, piano casa prorogato al 2015: l’eccezione è diventata norma

    Liguria, piano casa prorogato al 2015: l’eccezione è diventata norma

    abitazioni-case-DIUna proroga che fa discutere sul metodo e nel merito, perché una materia tanto delicata quanto cruciale per il destino del territorio ligure – ovvero l’urbanistica –meriterebbe di essere trattata nel suo complesso, magari attraverso una vera e propria riforma a livello regionale. Nel dicembre scorso, invece, il Consiglio regionale della Liguria ha approvato il collegato alla legge Finanziaria regionale 2014 – con 24 voti favorevoli (centrosinistra e Pdl-Nuovo centrodestra), 9 contrari (Pdl-Forza Italia, Lega Nord, Lista Biasotti e Gruppo Misto-Riformisti italiani) e un astenuto (Giacomo Conti della Federazione della Sinistra) – che contiene, tra l’altro, la proroga del piano casa (scadenza 31 dicembre 2013) – uno strumento nato nel 2009 su impulso del Governo Berlusconi che avrebbe dovuto avere un carattere eccezionale e temporaneo al fine di rilanciare l’attività edilizia colpita dalla crisi economica – al 31 giugno 2015, consentendo così per un altro anno e mezzo ampliamenti di volume degli edifici esistenti e premi volumetrici fino al 35% per chi demolisce e ricostruisce.

    Il punto di vista della politica: riflessioni e dibattito

    «La proroga del piano casa fino al 30 giugno 2015 – spiega l’assessore regionale alla Pianificazione Territoriale e Urbanistica, Gabriele Cascino (Idv) – si prefigge di dare respiro ad un settore in crisi, attraverso tanti piccoli interventi di ristrutturazione edilizia che prevedono il miglioramento energetico e sismico degli edifici, senza l’autorizzazione di nuove costruzioni». Cascino, inoltre, sottolinea come «da almeno 15 anni nella legislazione nazionale, e quindi di tutte le regioni italiane, sia previsto l’istituto della sostituzione edilizia per favorire la rigenerazione, la riqualificazione anche energetica degli edifici esistenti, a discapito delle nuove costruzioni, con la possibilità di demolizione e ricostruzione con un premio del 20% secondo le previsioni del piano urbanistico comunale. Norma che deriva dal principio, da me condiviso, di costruire sul costruito. il piano casa della Regione Liguria ha limiti molto precisi, opera con gli stessi criteri citati e non autorizza nessuna nuova edificazione». In particolare «Il piano prevede l’ampliamento solo degli edifici esistenti non superiori a 450 mq e per ottenere un ulteriore premio del 10% è necessario adeguarli alla normativa antisismica e al rispetto del rendimento energetico – continua Cascino – Previsto anche un ulteriore 5% se vengono realizzati almeno due dei seguenti interventi: tetto fotovoltaico, serbatoio interrato per il recupero delle acque piovane, ripristino e messa in sicurezza del territorio limitrofo pari ad almeno 20 volte la superficie totale dell’immobile ampliato. Infine, il piano contempla la demolizione e la ricostruzione degli edifici fino a 720 mq con un premio del 35% solo se in possesso di determinate caratteristiche. I casi riguardano immobili esposti al rischio idraulico in base ai piani di bacino (con ricollocazione del volume altrove), edifici con accertate criticità statico-strutturali con rischio per la pubblica incolumità, oppure costruzioni che abbiano un’interferenza con opere di pubblica utilità».

    Sulla proroga il gruppo del Pdl-Forza Italia ha espresso grande soddisfazione spiegando, in una nota, che «È stata fortemente voluta, sollecitata e richiesta da Forza Italia per dare una speranza al settore dell’edilizia, oggi in grave crisi».

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    «Il piano casa è uno strumento che nel 2009, all’epoca del suo varo, aveva un carattere di eccezionalità. Invece, dopo la proroga del 2011 siamo qui, nuovamente, a votare una nuova proroga, fino al 30 giugno 2015.  Si continua dunque a prorogare un atto che proviene dal governo Berlusconi. Magari prima di questa proroga bis si sarebbe potuto approfondire l’argomento, procedendo ad una riforma dell’urbanistica che affronti il problema in un’ottica di programmazione e non invece inserita in un contesto di proroghe. In uno o due mesi questi temi si affrontano e si fa in modo che diano anche una risposta alle necessità di un comparto», così Giacomo Conti, capogruppo di Fds-Rifondazione, è intervenuto nel dibattito in Consiglio regionale sul collegato alla Finanziaria 2014, spiegando i motivi del suo voto contrario alla nuova proroga al piano casa e, di conseguenza, l’astensione al voto sul collegato stesso, definito dal consigliere “eterogeneo “ perché «contiene di tutto e di più». Conti ha chiesto che l’articolo sul piano casa fosse ritirato, ma la sua richiesta non è stata accolta dalla Giunta. Secondo il capogruppo di Fds «Si è persa una buona occasione per fare una riforma complessiva in materia urbanistica che tenesse in debito conto la conclamata fragilità del territorio ligure cementificato selvaggiamente negli ultimi trent’anni».

    Entrando nel merito, il consigliere precisa che «Il piano casa non può esulare da tutto il resto. Ci sono norme separate dal piano ma ad esso strettamente collegate perché disciplinano interventi su altre tipologie di costruzione, come gli edifici non abitativi. Questi ultimi spesso attirano i maggiori appetiti speculativi, ad esempio gli immobili dismessi lungo i corsi d’acqua che possono essere spostati in altro luogo, riconvertendosi in edilizia residenziale. Parliamo di un insieme di norme che, a parer mio, andrebbero riviste nel loro complesso».
    Per quanto riguarda le finalità della proroga, Conti è tranchant «Mascherarsi dietro la crisi dell’edilizia per legittimare la costruzione di nuovi volumi, è un’operazione profondamente sbagliata. Non è così facendo che si dà risposta alle esigenze dei lavoratori del settore. Mi domando, dal 2009 ad oggi, quanti sono stati gli interventi realizzati in base alla legge del piano casa? E soprattutto, quanti posti di lavoro stabili ha portato il piano casa, dal 2009 ad oggi? Sono quesiti ai quali bisognerebbe dare risposta, prima di prolungare gli effetti di determinate decisioni politico-amministrative».

    La contrarietà del mondo ambientalista

    I Verdi l’hanno bollato come «Il più devastante piano casa d’Italia», mentre le realtà ambientaliste esprimono sconcerto per la proroga del provvedimento.

    «Culturalmente passa ancora l’erronea percezione che aumenti di volume non incidano sugli assetti del territorio, eppure costantemente assistiamo agli effetti devastanti di poche ore di pioggia su territori resi impermeabili da colate di cemento – scrive in una nota l’associazione ligure AmbientalMente – Passa l’idea che attraverso nuove volumetrie si possa rimettere in moto un’economia in stato catatonico, mentre occorrerebbe dare strumenti al recupero dell’esistente, verificando e punendo severamente quegli amministratori che si ostinano a “pianificare” a colpi di varianti»

    Legambiente Liguria ricorda come «Il piano casa del 2009, successivamente modificato nel 2011, prevedeva interventi di ampliamento degli edifici, in alcuni casi anche in deroga alle normative urbanistiche. Soltanto una forte mobilitazione di larga parte della società ligure aveva impedito che esso fosse addirittura peggiore, con la prevista applicazione anche nei parchi, poi per fortuna ritirata. Colpisce soprattutto la logica della proroga, quando oggi la questione edilizia deve essere sempre di più legata a criteri di efficienza, risparmio energetico e termico, sicurezza. Si poteva cogliere l’occasione della fine degli effetti del piano (31/12/2013) per una nuova politica edilizia regionale, in cui la ristrutturazione del già costruito, insieme ai concetti di efficienza e sicurezza, fossero i punti centrali di nuove iniziative legislative e di regolamentazione edilizia. È questa la proposta che fa Legambiente Liguria, per dare slancio davvero all’edilizia e allo stesso tempo tutelare il territorio».

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    «Il piano casa è uno strumento inadatto alla situazione del patrimonio edilizio italiano e ligure afferma Roberto Cuneo, presidente Italia Nostra Liguria – È una legge che tende a consentire la realizzazione di interventi di ampliamento delle abitazioni esistenti. Come se il problema in Italia fosse questo».
    La lettura di Italia Nostra è diametralmente opposta. «Nel nostro Paese il vero problema è rappresentato dal fatto che gli appartamenti sono troppo grandi rispetto all’attuale composizione dei nuclei famigliari – precisa Cuneo – Sono adatti per le famiglie di 50 anni orsono, quando mediamente un nucleo famigliare era composto da circa 5 persone. Oggi, al contrario, i nuclei famigliari sono molto più ristretti. In particolare, nel territorio ligure abbiamo case sui 150-200 mq in cui abitano mediamente una o due persone. Il nucleo famigliare in Liguria è composto mediamente da meno di 2 componenti (circa 1,9). Quindi, la legge di cui avremmo bisogno non è quella che permette di ampliare del 35% un appartamento esistente, bensì quella che consenta di trasformare una singola unità abitativa in due appartamenti, per esempio. In altre parole sarebbe decisamente più utile una legge che si prefigga di incentivare il frazionamento degli appartamenti. Pratica che, invece, è ostacolata dalla normativa vigente».
    Secondo Italia Nostra Liguria «È necessario intervenire sull’esistente per tutelare il territorio e rilanciare il settore edile. Il piano casa è una legge nazionale che non ha portato alcuna utilità alla nostra regione. Per affrontare le tematiche urbanistiche occorrono ben altri strumenti».
    La filosofia del piano casa recentemente prorogato è quella di «Premiare con un aumento di volume chi realizza un intervento di ampliamento, mentre dovrebbe essere premiato, magari tramite l’eliminazione degli oneri di urbanizzazione, chi interviene frazionando una grande unità abitativa – continua Cuneo – Così davvero si potrebbero raggiungere tre obiettivi: dare risposta alla drammatica esigenza abitativa; non occupare ulteriori spazi di territorio; dare lavoro a tante piccole ditte serie e competenti».

    L’altro aspetto più critico del piano casa è che esso «Sovrasta i piani urbanistici comunali – aggiunge il presidente di Italia Nostra Liguria – Se la pianificazione urbanistica dei singoli Comuni prevede quantomeno un confronto su un piano democratico, il piano casa è una norma che cala dall’altro e spesso consente interventi in deroga alle normative urbanistiche vigenti».
    Nel caso ligure gli interventi di sostituzione edilizia – ovvero demolizione e ricostruzione – prevedono quale premialità un incremento fino al 35% del volume esistente. Il diritto all’aumento volumetrico spetta anche a chi delocalizza l’edificio al di fuori del sito originario e «Tale possibilità proprio non ha ragione di esistere», sottolinea Roberto Cuneo.

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    Il piano casa, insomma, è uno strumento urbanistico inadeguato per rilanciare l’edilizia e sarebbe l’ora di superarlo. «È una legge pensata per la pianura padana disseminata di villette, non per la Liguria – spiega il presidente di Italia Nostra – Invece, una politica di frazionamento farebbe lavorare numerose piccole imprese specializzate e tecnicamente all’avanguardia. Garantendo la salvaguardia della qualità del lavoro in un settore sempre più inflazionato dalla scarsa qualità di esecuzione. Frazionare le unità abitative esistenti, infatti, è un lavoro complesso che richiede maggiore competenze rispetto alla costruzione di un edificio ex novo dove, al contrario, può essere usata anche bassa manovalanza in condizioni di sfruttamento del lavoro. Senza contare che evitare nuovi ampliamenti significa tutelare un territorio fragile già ampiamente sfruttato».

    Infine, per quanto riguarda le proposte su risparmio energetico e sostenibilità ambientale, Italia Nostra le considera solo degli alibi «Dovrebbe essere assolutamente normale, nel 2014, costruire case sostenibili – conclude Cuneo – Siamo dinanzi ad una distorsione culturale. L’attenzione alla sostenibilità e al risparmio energetico non rappresenta un punto in più ma piuttosto un prerequisito necessario».

    Il comparto dell’edilizia: una crisi che perdura da anni

    edilizia-impalcatureA questo punto è doveroso rivolgere lo sguardo sui lavoratori edili per provare a comprendere se il piano casa – dalla sua prima approvazione nel 2009 ad oggi – ha portato qualche beneficio al settore. «La mia risposta non può che essere negativa – risponde Silvano Chiantia, segretario generale del sindacato Fillea-Cgil di Genova – Com’è noto, infatti, il nostro comparto vive da tempo una forte crisi in Italia, così come in Liguria e a Genova. Ma ancora, purtroppo, non si muove nulla. E finora nessuna iniziativa è stata in grado di dare respiro all’edilizia».

    Eppure, secondo Chiantia, qualche possibilità ci sarebbe «Penso ad un piano sul risparmio energetico e la sostenibilità ambientale degli edifici (a partire magari da quelli pubblici), e poi soprattutto al risanamento del territorio. Per fare ciò occorre una progettualità condivisa tra politici, tecnici e addetti del settore. Tuttavia, la ristrettezza di risorse economiche e la scarsa volontà in tal senso, impediscono di impostare un ragionamento complessivo nella nostra regione».

    Gli effetti della crisi pluriennale sono dirompenti «Continuano a chiudere le imprese “storiche” e, nel contempo, sopravvivono soltanto quelle che agiscono in maniera illegale – sottolinea il rappresentante Fillea-Cgil Genova – Le grandi aziende si contano sulle dita di una mano, quelle con 18-20 dipendenti ciascuna (ma un tempo erano 40-50). A Genova, attualmente, la forza lavoro è composta mediamente da 2, massimo 2,5 lavoratori per ogni singola impresa».
    L’illegalità, soprattutto nell’inquadramento del personale, è un grave fenomeno che rischia di incancrenirsi progressivamente «Esistono molte imprese che, “per tirare a campare”, dichiarano di avere solo due dipendenti reali, mentre gli altri lavoratori hanno contratti allucinanti, ad esempio come braccianti agricoli, contratti ovviamente meno onerosi rispetto a quello del comparto edile – denuncia Chiantia – Così facendo l’imprenditore risparmia ma genera una concorrenza sleale a discapito delle imprese regolari».

    Senza dimenticare «La marea di partite Iva che nascono come funghi – continua Chiantia – Una proliferazione che non è sinonimo di vitalità. Anzi, al contrario, è sintomo della crisi. È la risposta di chi, non avendo altre opportunità, decide di mettersi “in proprio” e spesso fallisce perché non ha le capacità adeguate, provocando anche un calo generale della qualità del lavoro edile».
    In conclusione, per ridare speranza al settore «Occorre un intervento deciso, almeno su due fronti – chiosa il sindacalista della Fillea-Cgil – Innanzitutto è necessario fornire opportunità lavorative esclusivamente alle imprese serie e regolari; e poi bisogna vigilare sull’inquadramento dei lavoratori ripristinando la legalità».

     

    Matteo Quadrone

  • Gestione dei rifiuti a Genova: piano regionale e linee guida Amiu

    Gestione dei rifiuti a Genova: piano regionale e linee guida Amiu

    amiu-raccolta-cartoniSi profila all’orizzonte un cambio di rotta decisivo nella gestione del ciclo dei rifiuti in Liguria, così come nel capoluogo ligure. Le premesse ci sono tutte ma occorre ricordare che saranno necessarie successive conferme affinché gli orientamenti delineati da Regione Liguria e Amiu Genova si trasformino in realizzazioni concrete. Il 21 dicembre scorso l’azienda municipalizzata di igiene urbana ha presentato le “Linee guida del nuovo Piano industriale” – già approvate dalla Giunta Doria (e proprio ieri, 8 gennaio, illustrate anche ai consiglieri comunali di Palazzo Tursi) – che sarà formalmente pronto nei primi mesi del 2014, presumibilmente entro la primavera, mentre la Giunta Burlando, il 27 dicembre 2013, ha adottato il nuovo “Piano regionale dei rifiuti e delle bonifiche”, in discussione nell’aula consiliare della Regione a partire dal 10 gennaio.

    Partiamo da Amiu. Il disegno, particolarmente ambizioso, è quello di trasformarla in un’azienda che – non solo raccoglie i rifiuti – bensì li trasforma allo scopo di immettere nel circuito produttivo le materie prime così ottenute, dunque, gestendo anche specifici processi di filiera per la trasformazione dei materiali riciclabili: carta, plastica, vetro, ecc. «Bisognerà individuare i processi più redditizi e poi valutare, se e quali filiere, gestire da soli o con specifici partner industriali – dichiara il presidente di Amiu, Marco Castagna – Già nel corso del 2014 dovrebbe essere individuato un partner istituzionale o industriale-finanziario del Comune, che consenta ad Amiu di uscire dai vincoli ai quali è sottoposta in quanto società in “house”, per poter espandere la sua attività».
    Per quanto riguarda lo scenario regionale, invece, la notizia più rilevante è il definitivo addio all’ipotesi di chiudere il ciclo dei rifiuti con impianti a caldo, ovvero con gli inceneritori (o gassificatori, o termovalorizzatori, che dir si voglia). Nel contempo, si profila un ruolo sempre più marginale per le discariche nel territorio ligure, a vantaggio di un sistema che si pone l’obiettivo di produrre meno rifiuti e riciclarne di più, trasformandoli in prodotti vendibili sul mercato.

    Linee Guida del nuovo piano industriale di Amiu

    ex-fonderie-ansaldo-deposito-amiuIn occasione della presentazione delle “Linee guida del nuovo Piano Industriale” di Amiu, l’assessore all’Ambiente di Palazzo Tursi, Valeria Garotta, ha affermato «La scelta è quella di puntare sul recupero di ogni rifiuto. Il conferimento in discarica deve diventare sempre più residuale. Grazie alle tecnologie evolute si può fare, ma Amiu nello stesso tempo deve affrontare un processo di riconversione e differenziazione del suo business».
    L’indirizzo strategico prefigura un deciso riposizionamento dell’azienda municipalizzata alla luce degli importanti cambiamenti che verranno promossi dal “Piano regionale dei rifiuti e delle bonifiche”, dalla legge regionale sull’Ambito Territoriale Ottimale (ATO) per i rifiuti che dovrebbe essere presentata al consiglio regionale nei primi mesi 2014 (lo strumento con cui porre un freno alla frammentazione dei soggetti gestori: oggi su 235 Comuni sono 52) e soprattutto dagli stringenti indirizzi che l’Unione Europea ha stabilito sulla gestione dei rifiuti.

    «Dobbiamo abituarci a pensare che nel mondo di oggi e di domani non esistono rifiuti – sostiene Marco Castagna, presidente di Amiu – Esistono materia ed energia da raccogliere, da trasformare e da re-immettere nel ciclo produttivo locale. Noi vogliamo diventare, per il nostro territorio, il soggetto cardine di un sistema intelligente capace di operare in tutte quelle che sono, e saranno, le filiere dell’economia circolare locale».
    Il direttore generale di Amiu, Pietro D’Alema, spiega nel dettaglio «Le attività di cui si occuperà l’azienda nei prossimi anni saranno estremamente varie: raccolta dei rifiuti urbani anche oltre gli attuali confini, gestione di impianti di trattamento dei rifiuti, produzione di CDR (combustibile da rifiuto) e CSS (combustibile solido secondario), produzione e vendita di energia da impianti propri e da quelli gestiti con partner, gestione di specifici processi di filiera per la valorizzazione di materie prima seconde, manutenzione del territorio e valorizzazione, ad esempio, della filiera bosco-energia, bonifiche locali e nazionali, gestioni ambientali di sistema per i porti».

    Per sostenere tale strategia, la municipalizzata genovese si accinge a lanciare una nuova struttura, “AMIU SmartLab”, composta da personale interno e da una serie di soggetti provenienti dal mondo dell’innovazione, della ricerca, dell’impresa e della formazione, che lavoreranno a fianco dell’azienda con l’obiettivo di fare in modo che essa diventi il punto di riferimento – a livello ligure – dell’innovazione di prodotto e di processo, applicata all’intero ciclo dei rifiuti.
    «Entro il mese di febbraio organizzeremo in un grande evento pubblico per presentare questa prospettiva di sviluppo intorno alla quale intendiamo aggregare le migliori forze della nostra regione – conclude Marco Castagna – ci rivolgeremo anche a comitati e associazioni che in passato hanno espresso toni critici nei confronti di Amiu e che auspichiamo diventino dei soggetti attivi».

    Nuovo piano regionale dei rifiuti e delle bonifiche

    Palazzo della RegioneCome detto sopra, il piano regionale sancisce l’addio agli inceneritori per lasciare spazio a impianti di trattamento meccanico biologico, di compostaggio e per la produzione di rifiuti secchi ad alto potere calorifico. Inoltre, tramite il potenziamento della raccolta differenziata (RD) – con l’obiettivo di raggiungere la percentuale del 65% entro il 2020 – si cercherà di ridurre drasticamente la quantità di rifiuti depositati in discarica.
    «Il piano è stato adottato solo dalla Giunta perché, riguardo ai tempi, c’era un obbligo di legge da rispettare – spiega l’assessore regionale all’Ambiente, Renata Briano – Abbiamo rinviato la discussione in Consiglio al 10 gennaio e successivamente si apriranno i termini per presentare le osservazioni. Già prima dell’adozione, comunque, io ho avuto una serie di incontri con i rappresentanti delle associazioni ambientaliste, dell’Anci Liguria e della Province; mi sembra che tutti abbiano riconosciuto il lavoro che abbiamo fatto per impostare su basi diverse la gestione del ciclo dei rifiuti».
    Dopo la pubblicazione del piano, probabilmente a fine gennaio, dovrebbero aprirsi i termini di 60 giorni nei quali chiunque potrà presentare osservazioni nell’ambito della procedura di valutazione ambientale strategica (VAS). Una volta chiusi questi termini, la Giunta e gli uffici vaglieranno le osservazioni e i pareri dei vari soggetti competenti, decidendo quali accogliere e come rispondere. Infine, la Giunta varerà il testo del piano – eventualmente modificato – da proporre al Consiglio regionale per l’approvazione definitiva, che potrebbe avvenire entro la prossima estate.

    Il testo adottato parte dall’analisi delle diverse criticità esistenti sul territorio ligure: produzione di rifiuti più alta rispetto alla media nazionale (582 Kg per abitante all’anno, rispetto ai 504 Kg nazionali); livello di RD inferiore alla media nazionale (32,02% rispetto al 39,90%, nettamente al di sotto dell’obiettivo di legge del 65% che si sarebbe dovuto raggiungere nel 2012), situazione dovuta alla scarsa diffusione di modelli di raccolta domiciliari (vale a dire sistemi di RD porta a porta o di prossimità); alta frammentazione nella gestione del ciclo dei rifiuti; una chiusura del ciclo che si affida ancora prevalentemente alle discariche (per il 60% nel 2012); costo medio di gestione del ciclo più alto rispetto alla media nazionale (185 euro per abitante, rispetto a 156).

    Il piano individua due tappe temporali – 2016 e 2020 – entro cui raggiungere progressivamente i principali obiettivi, vale a dire: riduzione dei rifiuti prodotti, aumento RD, trattamento finale e modalità di gestione dell’intero ciclo. La novità più importante è l’eliminazione di qualsiasi ipotesi di impianto a caldo (inceneritore, gassificatore o termovalorizzatore) per il trattamento finale – di conseguenza anche il progetto inceneritore a Scarpino – ma pure un significativo ridimensionamento dell’utilizzo delle discariche che dovrebbero servire a raccogliere solo una frazione minima dei rifiuti (l’obiettivo è passare dalle 685.145 tonnellate del 2012 ad un massimo di 120 mila tonnellate nel 2020).

    Per quanto concerne la chiusura della gestione del ciclo, invece, il documento indica delle strade multiple, attraverso la realizzazione di impianti per il trattamento separato della frazione organica e di quella secca dei rifiuti che restano dopo la RD dei materiali riciclabili e dopo l’eliminazione dei metalli. Con l’organico si dovrebbe produrre compost – utilizzabile in agricoltura – e FOS (frazione organica stabilizzata) – impiegabile per i ripristini ambientali (dal riempimento di cave alla copertura di discariche, fino al ripristino di frane) – mentre la frazione secca dovrebbe essere trattata per produrre CSS (combustibile solido secondario) utilizzabile per la produzione di energia in impianti come cementifici e inceneritori.

    «Sono almeno 20 anni che mi impegno contro l’inceneritore a Scarpino (ma anche sotto la Lanterna) – afferma il consigliere comunale (Fds), Antonio Bruno – quindi, saluto con favore la definitiva cancellazione di un simile progetto. Nel piano regionale, però, emergono alcune criticità. In particolare, non si prevede di ottemperare alla legge, visto che l’obiettivo di raggiungere la percentuale del 65% di RD è stato spostato al 2020. Sette anni per arrivare al 65% di raccolta differenziata, vuol dire sette anni durante i quali bisognerà pagare l’ecotassa. In due anni, invece, si potrebbe costruire l’impianto di compostaggio della frazione umida (circa il 35% dei rifiuti prodotti) raggiungendo così la fatidica soglia del 65%. Inoltre, si prevede di utilizzare in impianti esistenti (cementifici, inceneritori, centrali termiche a carbone) la quota residua avanzata dalla RD. Ovviamente c’è il rischio che questo disincentivi la RD, aggravando una situazione già critica per motivi di sostenibilità, inquinamento ambientale, tutela della salute, creazione di posti di lavoro. Sullo sfondo rimane l’ingresso di privati nell’azienda, adducendo i limiti imposti dal patto di stabilità. Più volte ho ricordato che, dopo il referendum e i pronunciamenti della Corte Costituzionale, questo non sia vero».

    Sul fronte opposto, il senatore Luigi Grillo (Ncd), manifesta parecchio scetticismo al quotidiano locale il “Corriere Mercantile” «In Italia la regione fanalino di coda in tema di rifiuti è proprio la Liguria. Siamo l’unica regione che porta il 100% dei rifiuti in discarica, siamo tra gli ultimi nella percentuale di RD e, dopo tanti discorsi e promesse, ancora non è stato progettato né un termovalorizzatore, né un gassificatore per creare un’alternativa alla schiavitù delle discariche […] Come è possibile giudicare credibile questo nuovo strategico piano dei rifiuti fondato su scelte che, allo stato attuale, non si riscontrano in nessuna altra regione? Chi ha governato per tanti anni la nostra regione, e tuttora la governa, dovrebbe spiegare il motivo di un pregiudizio che esiste nei confronti delle più moderne tecnologie, adoperate nel resto d’Italia e d’Europa, che consentono di bruciare i rifiuti, produrre energia e non inquinare l’ambiente […] Il piano della Liguria sembra poggiare su due previsioni: ridurre la produzione di rifiuti; portare la RD alla percentuale del 65%. Per quanto mi risulta, ad oggi, in Italia la produzione dei rifiuti è in costante crescita da vent’anni a questa parte, e non è chiaro con quali strumenti si pensa di invertire questa tendenza. Sulla RD è difficile dare credito ai nostri attuali amministratori regionali quando si pongono l’obiettivo di diventare in pochi anni i primi della classe […] Per quanto riguarda il governo del settore, è condivisibile l’idea di superare la frammentazione esistente, infatti, sono troppi i soggetti gestori che incidono in maniera rilevante sui costi di gestione».

    Il parere del professore Federico Valerio

    Impianto di compostaggio in Valvarenna
    L’impianto di compostaggio dell’umido in Valvarenna

    In merito ai possibili cambiamenti nello scenario ligure e genovese, Era Superba ha chiesto un giudizio al professor Federico Valerio, per lungo tempo responsabile del Laboratorio di chimica ambientale dell’Ist di Genova, ambientalista ed esperto di questioni relative al trattamento dei rifiuti, delle quali si occupa da molti anni (anche sul proprio blog “Scienziato preoccupato”).

    L’aspetto positivo è che non si parla più di inceneritori, gassificatori e affini, in tutta la Liguria?

    «Sì, certamente. E non posso fare a meno di sottolineare come, finalmente, sia stata riconosciuta la bontà di chi ha sempre sostenuto che si potevano trovare soluzioni migliori rispetto agli impianti a caldo. Detto ciò, probabilmente anche il fattore economico, ovvero i costi proibitivi di simili strutture, ha giocato a favore dell’eliminazione di tale prospettiva. Forse è merito pure di una sensibilità nuova che tutti, compresa l’azienda Amiu, iniziamo a respirare. La municipalizzata genovese, per esempio, ha scoperto che vendendo cartone riesce ad ottenere utili. E lo stesso può avvenire con gli altri scarti (questa è la definizione corretta dei rifiuti)».

    Innanzitutto occorre adoperarsi per il trattamento della frazione organica dei rifiuti, quella più importante ai fini di una raccolta differenziata di qualità? «Assolutamente sì. Questo è il primo passo da fare. Attualmente, la frazione organica raccolta a Genova viene spedita in provincia di Alessandria con notevoli costi (vedi il nostro articolo sulla chiusura dell’impianto di compostaggio in Val Varenna). È necessario realizzare un nuovo impianto per trattare la frazione umida. Il problema è individuare un sito adatto, visto che nessun sindaco pare disposto ad accoglierlo sul proprio territorio. Eppure con le tecnologie odierne non sussisterebbe alcun problema di mali odori o quant’altro. Ogni provincia ligure dovrebbe ospitarne almeno uno».

    Rifiuti raccolta differenziataL’aspetto più critico è l’aver spostato l’obiettivo 65% di raccolta differenziata al 2020?

    «In effetti, bisogna spingere per un più incisivo aumento di una raccolta differenziata che sia di qualità. Ad esempio, con il sistema porta a porta, che garantisce delle percentuali di RD molto alte e di qualità. Certo, prima è necessario investire in iniziative di informazione e comunicazione capillare affinché i cittadini si impegnino in tal senso. Ma sono investimenti che si ripagano velocemente. In Liguria ci sono una decina di Comuni che hanno già raggiunto l’obiettivo del 65%. Consiglio all’assessore regionale Briano di organizzare un incontro con i sindaci di queste realtà. Qualcuno potrà obiettare: “Si tratta di piccoli Comuni”. Sì, però, parliamo anche di contesti difficili, in cui spesso le abitazioni non sono facilmente raggiungibili. L’intera Liguria, a livello morfologico, presenta numerose difficoltà. Nelle grandi città, invece, l’ostacolo principale è l’investimento necessario per modernizzare la tipologia di servizio. Tuttavia, pure le metropoli scelgono di puntare sulla RD spinta. Basta vedere la vicina Milano, dove hanno puntato sul porta a porta. Un sistema, quello milanese, che si sta estendendo progressivamente a fette di 300 mila abitanti per volta. Insomma, con step progressivi, secondo me si può fare anche a Genova. Qui si è colpevolmente dimenticata la positiva esperienza del cosiddetto “progetto pilota” di Sestri Ponente e Pontedecimoche, soltanto pochi anni fa, aveva dato buonissimi risultati. Nonostante ciò, il progetto è stato lasciato morire. Invece, si doveva insistere, magari estendendo il progetto ad altre aree della città. La mia sensazione è che non si sia voluto dimostrare appieno la bontà dell’esperimento. In ballo, infatti, c’era ancora il discorso dell’inceneritore a Scarpino».

    Per quanto riguarda la produzione di CSS (combustibile solido secondario), sono diverse le perplessità del mondo ambientalista …
    «Una volta si chiamava CDR, ovvero combustibile da rifiuto, oggi è diventato CSS, ma si tratta pur sempre di combustibile da rifiuto, con qualche regola in più sulla qualità. È un escamotage letterale della Regione (ma anche a livello nazionale si punta ad incentivare questa pratica) che rende appetibile, soprattutto per i cementifici, la frazione secca dei rifiuti, in particolare le plastiche miste. Il problema è: chi ci guadagna? Probabilmente non Amiu (o gli altri soggetti gestori) perché – se il combustibile da rifiuto non è di buona qualità – i cementifici, per smaltirlo, si faranno pagare. Dunque, l’unico vantaggio è dovuto al fatto che non sarà necessario costruire nuovi impianti. Gli svantaggi, invece, ricadono tutti sull’ambiente, viste le problematiche legate alla qualità del CSS. Nelle plastiche miste finisce di tutto. Con inevitabili conseguenze in termini di emissioni inquinanti dei cementifici. Già oggi degli studi dimostrano che, dove il CSS è stato utilizzato come combustibile, si verifica un peggioramento della qualità delle emissioni inquinanti. Dal mio punto di vista, questo non è accettabile».

    La soluzione, secondo il prof. Valerio, consiste nel puntare sulla maggiore separazione dei rifiuti. L’esempio lungimirante è l’impianto Amiu di Bolzaneto (via Sardorella) inaugurato, alla presenza del sindaco Marco Doria, nel marzo 2013. Il nuovo centro per la lavorazione dei materiali provenienti dalla raccolta differenziata, considerato il più innovativo del Nord Ovest, è un impianto moderno – dotato di macchinari all’avanguardia – capace di separare, trattare e ridurre in balle pressate, facilmente trasportabili, imballaggi in plastica, alluminio,acciaio, carta, cartone e tetrapak. Tale struttura «… permette all’azienda municipalizzata genovese di essere più che autosufficiente nel trattamento dei materiali raccolti – si legge in una nota ufficiale di Amiu – con l’obiettivo di aumentare in breve tempo le quantità inviate al riciclo […]il sistema è stato ideato per operare alternativamente sul multi materiale leggero (ovvero plastica e metalli) e sulle frazioni cellulosiche (carta, tetrapack e cartone). Qui i materiali vengono accatastati: carta e cartone da una parte, plastica e metalli dall’altra e, a seconda della lavorazione, appoggiati sui nastri trasportatori, separati meccanicamente attraverso passaggi specifici a seconda che si tratti di plastica, contenitori ferrosi, alluminio, cartone, oppure carta mista a cartone».

    «Nell’impianto di Bolzaneto, in pratica, viene separata la plastica dal cartone, il ferro dall’alluminio, ecc. – spiega il prof. Federico Valerio – Con la stessa tecnologia è possibile separare i vari tipi di plastica. Così facendo si può seguire la filiera che si sta sviluppando in questo campo. In Italia esistono alcune aziende che utilizzano plastiche miste idonee per produrre svariati manufatti, quali ad esempio i componenti dei motocicli. Le plastiche, se selezionate tramite impianti adeguati, diventano materiali con un valore commerciale da sfruttare. Stiamo parlando della frazione secca, ovvero di circa il 15% del totale dei rifiuti (la maggior fetta, infatti, è rappresentata dalla frazione umida). Noi non siamo obbligati ad alimentare i cementifici, peggiorando la qualità delle loro emissioni. Al contrario, dobbiamo seguire le filiere che si sviluppano a partire dal trattamento meccanico dei rifiuti, è questa la strada maestra, come peraltro indica la stessa Unione Europea. La mia proposta è quella di implementare l’impianto di Bolzaneto e realizzarne altri con la stessa filosofia, in modo tale da aumentare il recupero e la trasformazione di ogni materiale».
    Ma prima di tutto, conclude Valerio «Iniziamo a realizzare gli impianti di compostaggio. Mi pare assurdo che il compost raccolto a Genova vada a finire ad Alessandria, con una notevole spesa a carico di Amiu e dunque dei genovesi. Ciò vale anche per la carta, per le plastiche, per altri materiali, a Genova non abbiamo praticamente nulla in questo senso, ad eccezione del sopracitato centro di Bolzaneto. Per limitarci al capoluogo ligure, occorre che Amiu proponga una precisa strategia industriale che ambisca, per i prossimi anni, a recuperare e destinare al riuso, ovvero alla vendita, il più possibile degli scarti raccolti. Il trattamento meccanico biologico come quello di Bolzaneto permette di eseguire ulteriori separazioni (rispetto alla differenziazione richiesta ai singoli cittadini). Con un costo che trova giustificazione nel valore della merce che si riesce a produrre. L’investimento per l’impianto di Bolzaneto in circa 2-3 anni sarà già ammortizzato. La situazione, a livello europeo e mondiale, così si evolve e noi, nel nostro piccolo, dobbiamo aggiornarci al più presto».

    Matteo Quadrone

  • Cornigliano, Ilva: le strategie e il futuro dell’acciaieria genovese

    Cornigliano, Ilva: le strategie e il futuro dell’acciaieria genovese

    ilva genovaAll’Ilva di Cornigliano si respira un’atmosfera sospesa tra l’attesa di un nuovo piano industriale che deve partire da Taranto ma coinvolgerà anche Genova e Novi Ligure – indissolubilmente legati al destino del sito pugliese – e la legittima rivendicazione di validità dell’Accordo di Programma del 2005 (in realtà Atto modificativo dell’Accordo di Programma del 1999) quale garanzia di continuità produttiva e tutela occupazionale.
    Dopo il commissariamento della holding Riva Fire (ai sensi del D.L. 4 giugno 2013 n.61, convertito, con modificazioni, in L. 3 agosto 2013 n.89) – che controlla Ilva S.p.A. e dunque le fabbriche sopracitate (mentre una parte del gruppo, Riva Forni Elettrici che controlla Riva Acciaio, Riva Energia e Muzzana Trasporti, è rimasta sotto il controllo della famiglia Riva) – a seguito dell’inchiesta giudiziaria per disastro ambientale a carico della dirigenza Ilva di Taranto, della famiglia Riva e non solo (alla fine di ottobre 2013 la Procura di Taranto ha spedito 53 avvisi di conclusione delle indagini preliminari), adesso operai e sindacati genovesi sperano nel nuovo corso, gestito dal Commissario Straordinario del Governo, Enrico Bondi, sollecitato a rilanciare gli investimenti e dunque la produttività affinché la salvaguardia dell’occupazione non sia un mero artifizio dialettico, bensì si concretizzi nel reale riassorbimento della forza lavoro.
    Oggi, infatti, i dipendenti di Cornigliano sono 1.750, di cui 1.400 con contratti di solidarietà in scadenza a settembre 2014, ultima tipologia di ammortizzatori sociali utilizzabili. «In quella data ultimiamo il quarto anno di contratti di solidarietà – racconta Armando Palombo della rsu Fiom-Cgil – e senza un piano che preveda investimenti ci sarà un problema aperto per mille persone».

    Attualmente, dopo il lungo processo che ha portato alla dismissione dell’area “a caldo” (vedi il nostro approfondimento) – tramite la chiusura del laminatoio a caldo per coils nel 1984, della cockeria nel 2002 e la fermata dell’ultimo altoforno nel 2005 – a Cornigliano sono attivi i treni di laminazione a freddo e linee di stagnatura e zincatura. In pratica, lo stabilimento genovese accoglie dall’impianto “a ciclo integrale” di Taranto i coils d’acciaio (i famosi rotoli) per completarne la lavorazione “a freddo” e per trasformarli con due trattamenti distinti: la stagnatura, che serve per la produzione di lattine e contenitori leggeri, ovvero imballaggi adatti alla conservazione di cibi e bevande (il ciclo della banda stagnata o “ciclo della latta”) e la zincatura (il ciclo zincato) che dà vita alle comuni lamiere utilizzate nell’industria automobilistica, nel settore dell’elettrodomestico e nel campo dell’edilizia.

    Il piano industriale quinquennale (2005-2009) allegato all’Atto modificativo dell’Accordo di Programma, però, finora sconta gravi ritardi nella sua applicazione.
    La responsabilità principale è ovviamente imputabile al gruppo Riva che ha realizzato soltanto parzialmente gli interventi programmati e nel 2008 – sulla base degli avvenuti mutamenti di mercato – ha deciso delle sostanziali varianti al piano, a distanza di tempo rivelatesi scelte non azzeccate.

    La Centrale Elettrica

    ilva-centrale-elettrica003Uno degli elementi più importanti dal punto di vista strategico della produzione siderurgica, come spiega il piano industriale 2005 «è l’approvvigionamento energetico», visto che per la siderurgia «l’energia rappresenta una vera e propria materia prima del processo di trasformazione». Quindi, essenziale sarà «l’intervento di trasformazione dell’esistente centrale termoelettrica a ciclo tradizionale (caldaia-vapore/generatore)in una centrale termoelettrica a ciclo combinato con cogenerazione da 300 MW termici alimentata a gas metano di moderna concezione che assicurerà un significativo miglioramento dell’impatto ambientale sul territorio». Un intervento del valore di 140 milioni di euro. Intenzioni confermate 3 anni dopo nelle varianti al piano industriale «una particolare attenzione si sta ponendo nel vagliare le migliori soluzioni per procedere all’investimento sulla centrale elettrica».

    Ebbene, a distanza di oltre 8 anni la nuova centrale ancora non c’è. Mentre è sempre al suo posto la vecchia centrale termoelettrica, chiusa definitivamente nel 2005 in concomitanza con lo spegnimento dell’ultimo altoforno, ma ormai trasformatasi in un vero e proprio rudere di archeologia industriale. Peccato, però, che l’edificio – costruito negli anni ’40, con due corpi uno di sei piani e l’atro di tre più i magazzini interrati (per una superficie complessiva di circa 15 mila metri quadrati) – sia pieno zeppo di amianto. «Tutte le parti sottoposte a calore erano completamente coibentate con l’amianto – spiega Armando Palombo, rsu Fiom-Cgil – Nell’aprile 2006, su nostra pressione, l’azienda aveva commissionato una dettagliata mappatura della presenza di amianto all’interno della centrale». I numeri sono eloquenti: 800 tubazioni di gas, 2000 guarnizioni delle tubazioni di acqua, in totale si parla di 150 metri cubi di amianto friabile e 70 metri cubi di matrice compatta stabile. «L’amianto purtroppo è una realtà presente in gran quantità dentro le aree Ilva di Cornigliano – aggiunge Palombo – Tuttavia, almeno a partire dal 2002 sono state eseguite diverse bonifiche».
    La vecchia centrale termoelettrica, invece, è stata solo parzialmente messa in sicurezza. «Infatti continuano a cadere dei vetri, altri sono stati tamponati con lamiere, mentre di recente è addirittura crollata una porzione di tetto. Per questo abbiamo segnalato nuovamente il pericolo. La messa in sicurezza ad oggi garantisce che nessuno possa accedere all’edificio. Nello stesso tempo, però, dovrebbe anche impedire che le fibre d’amianto fuoriescano dalla centrale e si disperdano nell’aria. Questo è il punto che desta maggiori preoccupazioni».
    Parliamo di una costruzione totalmente esposta alle intemperie che rischia di subire un lento sgretolamento fino al possibile crollo. «Come rappresentanti della sicurezza abbiamo scritto all’azienda e pure all’Asl 3 segnalando il problema. Nell’Accordo di Programma non viene citata la bonifica, il cui costo pare si aggiri su 6-7 milioni di euro, ma comunque occorre al più presto mettere in sicurezza tutta l’area».

    enel-energia-elettrica-DICome abbiamo visto i documenti aziendali ribadiscono più volte l’importanza della realizzazione di una nuova centrale elettrica. Elemento fondamentale per assicurare la produzione del sito. Eppure «Dal 2005 la parte “a freddo” dell’Ilva di Cornigliano è costretta ad acquistare l’energia da Enel», sottolinea Palombo.
    L’Italia ha un evidente problema di approvvigionamento energetico, visto che notoriamente da noi l’energia costa il doppio rispetto a Francia o Germania. E l’energia rappresenta un terzo dei costi per la produzione di stagnato. Ridurre tale voce di spesa sarebbe un passo significativo per abbattere i costi di produzione.
    «Rispetto ai nostri concorrenti, già partiamo svantaggiati – spiega il rappresentante sindacale Fiom – Inoltre, a Cornigliano siamo costretti a comprare l’energia da fuori. Se, invece, potessimo contare su una centrale interna, il gap si ridurrebbe. Il nuovo impianto potrebbe ri-occupare 30-40 operai e la produzione di banda stagnata non sarebbe messa a rischio, come è accaduto negli ultimi tempi».

    Il piano industriale del 2005 e l’adeguamento del 2008

    ilva rotoli acciaioCome si legge nel piano industriale del 2005: «Lo stabilimento di Genova Cornigliano oltre ad essere uno dei maggiori siti aziendali per la produzione di prodotti finiti riveste un ruolo di importanza strategica per l’alimentazione di altri stabilimenti trasformatori del gruppo». Gli obiettivi del gruppo Riva nell’azione del riassetto industriale dell’Ilva «sono stati finalizzati a rendere il gruppo sempre più competitivo nel contesto mondiale razionalizzando i costi di produzione e puntando su prodotti a più alto valore aggiunto».
    Il complesso dei nuovi investimenti «comporterà una spesa complessiva di circa 770 milioni di euro» per la realizzazione di una serie di interventi programmati – nei loro contenuti e nei tempi di realizzazione – in linea con quelle che all’epoca erano le previsioni di mercato e le tempistiche previste di fornitura.

    Nel 2008, però, cambia lo scenario «alla luce dei mutamenti intervenuti nel mercato per alcuni prodotti, Ilva deve adeguare in parte le proprie strategie per assicurare allo stabilimento di Cornigliano il mantenimento e lo sviluppo di un’attività industriale in grado di competere a livello nazionale e internazionale».
    Nel caso della banda stagnata «il cui mercato si è rivelato debole e con consumi in flessione, non c’è stata una equivalente risposta all’aumento dei prezzi del prodotto, generando una forbice negativa tra costi e prezzi, cosa che ha reso antieconomico l’investimento in questo settore». Il mercato dello zincato, invece «ha tenuto abbastanza bene gli aumenti dei prezzi dei prodotti». Secondo i dati citati dall’Ilva «l’andamento del consumo italiano di banda stagnata, tra il 2005 e il 2007, è sceso complessivamente del 15%. Per contro, il consumo nazionale di zincato, nello stesso arco di tempo, si è incrementato del 34%».
    Sulla base di tali numeri «gli investimenti sono stati di conseguenza orientati ad incrementare la presenza sul mercato dello zincato».

    I nuovi interventi previsti sono: quarta linea di zincatura predisposta per servire, diversamente dalla terza linea, anche il mercato del settore automobilistico; district park mirato a cogliere le opportunità di un mercato di piccole e medie aziende collocato in particolare nel nord Italia ma anche nel sud della Francia. La missione è quella di servire capillarmente il cliente finale garantendo la massima flessibilità. L’organizzazione del centro servizi garantirà la fornitura del materiale in tempi rapidi a domicilio del cliente. «Avrà una capacità di circa 400 Kt e prevede due linee di taglio trasversale e una linea per il taglio longitudinale», quest’ultima è in grado di produrre dai coils nastri stretti di larghezze adeguate alle richieste del mercato.

    via-dell-acciaio-ilva-dIn altri termini a Cornigliano «L’azienda, rispetto alle ipotesi iniziali, decide di non raddoppiare la banda stagnata, che occupava molti più lavoratori – racconta Palombo – ma sceglie, invece, di raddoppiare il ciclo zincato». Dunque non rientra più nelle strategie aziendali la realizzazione di impianti come la ricottura continua, il temper, la quarta linea di stagnatura, gli interventi per la modifica del treno a freddo, l’ampliamento della ricottura statica.

    Per quanto riguarda la tutela occupazionale sancita dall’Accordo di Programma, ovvero il riassorbimento degli allora 2700 posti di lavoro, nel 2008 la stima viene rivista al ribasso«a realizzazione completa dell’intero piano industriale, è previsto un organico – obiettivo, a regime, di 2.200 unità».

    «A Genova si punta sul ciclo zincato, a Novi Ligure si raddoppiano gli impianti di zincatura, e pure a Taranto si potenzia lo zincato – afferma Palombo – Insomma, Ilva si concentra su un solo segmento produttivo, anziché puntare sulla diversificazione dei prodotti». Una strategia industriale che a lungo termine si rivelerà sbagliata. «Oggi lo zincato è in sofferenza – continua il delegato Fiom – mentre la banda stagnata, in Italia, è una delle poche produzioni che, nonostante la difficile congiuntura economica perdurante dal 2008, non è andata in crisi».

    Comunque sia, i ritardi si accumulano anche nella concretizzazione dei nuovi investimenti. La quarta linea di zincatura è ancora in fase di completamento e, soprattutto, non si registra un miglioramento dei processi produttivi, elemento fondamentale per ampliare la gamma dei prodotti offerti.
    «L’obiettivo prevalente del piano è rafforzare costantemente l’azione di innalzamento qualitativo sia nelle caratteristiche intrinseche dei prodotti che nelle tecnologie dei processi di produzione. Il sito di Cornigliano amplierà la sua gamma produttiva mettendosi in grado di servire le fasce qualificate di utilizzo del laminato a freddo (industria automobilistica, settore dell’elettrodomestico, dei termosanitari e dell’imballaggio)».
    Stiamo parlando degli impianti di “verticalizzazione del prodotto”, ovvero la fase successiva alla produzione. «Linee di taglio e presse che, una volta finiti i rotoli di lamiera, preparano i prodotti per essere messi in vendita sotto varie forme – spiega Palombo – Oggi tutto ciò non è possibile. Finora abbiamo soltanto due linee di taglio. Il district park non è stato neppure realizzato. A Cornigliano si potrebbero sviluppare attività di ricerca in tal senso, ma questa opportunità non viene sfruttata».

    «Il piano industriale è già in stato avanzato di attuazione – afferma l’Ilva nel 2008 – e sono state ad oggi impegnate complessivamente risorse per circa 427 milioni di euro, pari ad oltre il 55% dell’obiettivo previsionale». Ma poi gli investimenti subiscono uno stop pressoché definitivo, visto che «A noi risulta, sbirciando i bilanci aziendali, una spesa complessiva di circa 440 milioni», precisa il delegato Fiom. Per questo i sindacati si appellano al Collegio di Vigilanza sull’Accordo di Programma (presieduto dal Prefetto di Genova e composto da tutti i soggetti istituzionali firmatari del patto) che dovrebbe vigilare sull’applicazione del medesimo accordo, affinché si attivi con l’azienda (attualmente sotto gestione del Commissario Straordinario) richiamandola al rispetto degli impegni a suo tempo presi.

    La scuola di alta formazione siderurgica

    Un saldatore a lavoro, di Roberto Manzoli
    Foto di Roberto Manzoli

    A proposito di ricerca e sviluppo «Il gruppo Riva è sempre stato fermamente convinto che solo attraverso l’innovazione sia possibile vincere le sfide che l’industria siderurgica ha dovuto e deve affrontare nel corso della sua storia», si legge nel piano industriale del 2005. «Sono state portate avanti iniziative di collaborazione con le Università liguri – aggiunge l’azienda nel 2008 – tra cui un primo Master di secondo livello in siderurgia che si è già concluso con risultati molto soddisfacenti e in autunno ne partirà un secondo».
    Il Master universitario si è svolto all’interno della “Scuola di alta formazione siderurgica” dell’Ilva di Cornigliano. «Una parte di edificio della Direzione, vicino all’aeroporto, è stata ristrutturata appositamente a tale scopo – racconta Palombo – Praticamente nessuno ne conosce l’esistenza. L’iniziativa, sicuramente lodevole, non ha avuto alcun seguito». La scuola ha spazi, dotazioni e strumenti informatici, ma nonostante ciò è quasi inutilizzata. «Ricordo soltanto una collaborazione con l’istituto Odero per consentire ad una quarantina di dipendenti Ilva di conseguire il diploma di maturità. Inoltre, la scuola ospita dei corsi di formazione sulla sicurezza. Ma l’obiettivo della sua realizzazione era molto più ambizioso. Anche perché parliamo di un centro certificato per lavorare con l’Università e gli istituti superiori».

    Le nuove prospettive: il rilancio della banda stagnata

    Come detto in precedenza la banda stagnata, messa a rischio da strategie aziendali errate, potrebbe permettere di rilanciare la produttività dello stabilimento genovese.  «Il mercato italiano assorbe circa 700 mila tonnellate di latta all’anno – spiega Palombo – Cornigliano avrebbe una capacità produttiva di circa 350 mila tonnellate annue. Ma la nostra produzione si è ridotta drasticamente di anno in anno. Nel 2013 abbiamo prodotto solo 28 mila tonnellate».

    Nel settembre 2013 alcuni quotidiani locali annunciano che la linea della banda stagnata ripartirà con un investimento – seppure piccolo – di 5 milioni di euro per rimettere a posto i macchinari e riprendere il mercato perduto, in particolare quello italiano «Considerando che siamo il paese dei pomodori e del tonno», sottolinea Palombo. La banda stagnata, infatti, serve per produrre le lattine delle conserve e l’Ilva di Cornigliano è l’unico produttore in Italia.
    Allo stato attuale, però, «L’investimento promesso, che sarebbe almeno un primo passo nella giusta direzione, non è stato ancora effettuato», conclude il rappresentante sindacale Fiom-Cgil.

    Matteo Quadrone

  • VTE Porto Voltri-Prà, ipotesi ampliamento verso Pegli: il progetto

    VTE Porto Voltri-Prà, ipotesi ampliamento verso Pegli: il progetto

    Vte, Porto ContainerL’hanno chiamato “Porto d’Africa”, adesso scenario “Voltri Avanzamento”, ma la sostanza non cambia, sempre di ampliamento del terminal si tratta. E nel Ponente, ogni qualvolta si rinfocola una simile voce, le diverse anime di comitati, associazioni e singoli cittadini si rinsaldano in difesa del litorale. In gioco c’è il delicato equilibrio tra l’esigenza di sviluppo dello scalo genovese e la necessità di garantire la vivibilità di interi quartieri. Equilibrio mai davvero raggiunto perché parliamo di una zona che ha pagato un prezzo altissimo in termini di deprivazione dell’affaccio al mare da Prà a Voltri e di forzata riconversione economica del territorio, in cambio dell’illusione di nuovi posti di lavoro e di riqualificazioni urbane che spesso non si sono concretizzate (qui l’approfondimento di Era Superba sulla Fascia di Rispetto di Prà). «Ad ovest della Lanterna vive il cinquanta per cento più uno della città – ama ricordare Arcadio Nacini, storico portavoce dei comitati e per anni espressione degli stessi in consiglio comunale – anche se di là hanno i servizi, qui invece ci toccano solo le servitù».

    Oggi uno degli scenari progettuali contenuti nel nuovo Piano Regolatore Portuale in via di gestazione prevede, nell’ambito di Voltri, l’apertura della diga di sottoflutto – per facilitare l’accesso di navi porta contenitori di dimensioni sempre maggiori – ed il prolungamento di circa 500 metri della diga foranea verso levante, chiudendo così di oltre 1/3 l’apertura dello specchio d’acqua prospiciente Pegli.
    Ma il Municipio Ponente – facendosi interprete delle preoccupazioni degli abitanti – ha manifestato la propria contrarietà al progetto approvando, all’unanimità, una mozione nella quale accusa esplicitamente l’Autorità Portuale genovese di scarsa sensibilità istituzionale: «Considerato che il nuovo Piano Regolatore Portuale prevede interventi estremamente invasivi sul territorio del Ponente e l’A.P. non ha finora coinvolto il Municipio», si legge nel documento.
    «Quando si sommano un insieme di fattori destabilizzanti, poi arriva una goccia che fa traboccare il vaso – spiega il presidente del Municipio Ponente, Mauro Avvenente (Pd) – È questo il caso degli eventuali ampliamenti della piattaforma portuale di Voltri».

    L’allungamento della diga foranea verso levante (ovvero verso Pegli) «causerebbe un drastico peggioramento della qualità della vita dei residenti del Ponente e delle prevedibili conseguenze circa il ricambio dell’acqua marina che sarà reso molto più difficile e complicato». In tal senso, il Municipio ricorda che «su quello specchio acqueo insistono le acque dei torrenti Branega, San Pietro, Roana, San Michele, Sacchi, Rexello, Lupo, Archetti, Rostan, Varenna, Marotto, Molinassi, Monferrato, Cantarena, Senza Nome e Chiaravagna, che negli anni passati hanno generato danni irreversibili portando con sé da valle a mare tonnellate di sedimi terrosi dilavati dagli impluvi delle colline».
    Occorre ricordare, però, che si tratta pur sempre di un’ipotesi progettuale ancora in itinere. Insomma, per adesso nulla di definitivo. «Sì, ma pare essere una delle soluzioni più accreditate – risponde Avvenente – E sta suscitando molta ansia nei residenti. Lo conferma la nascita, a Pegli, di un comitato di cittadini e realtà associative che in una manciata di giorni ha raccolto migliaia di firme. Insomma, si respira la medesima aria di una decina di anni fa, quando la cittadinanza si è mobilitata in massa per dire stop alle servitù nel Ponente».

    Piano Regolatore Portuale: scenario “Voltri Avanzamento”

    porto-terminal-DILo scenario “Voltri Avanzamento” contempla «un avanzamento della linea di banchina del terminal contenitori di Voltri e, in previsione di consentire l’accessibilità marittima alle navi di maggiori dimensioni, l’apertura a levante della diga esistente – si legge nel sito web dell’A.P. – Lo scenario si contraddistingue per un incremento delle superfici destinate al traffico di contenitori». In sintesi, gli interventi proposti mirano ad adeguare il porto di Voltri alle esigenze del nuovo naviglio in termini di fondali e accessibilità.
    Inoltre «si propone la realizzazione del nuovo terminal traghetti e del nuovo terminal delle “Autostrade del mare”». Quest’ultimo «risponde all’obiettivo di una riorganizzazione e di un potenziamento dell’offerta per la movimentazione di merci e passeggeri, permettendo una razionalizzazione dei flussi nel bacino storico».

    Nell’area di Voltri, l’accessibilità via mare potrà essere migliorata «attraverso la creazione di un nuovo canale con doppio ingresso, mediante l’apertura della diga a levante ed il prolungamento delle opere di protezione alle due estremità». Secondo l’Autorità Portuale «L’adeguamento delle opere di protezione e il parziale incremento delle superfici dedicate alle attività di movimentazione consentono, da un lato, il mantenimento e il rafforzamento del porto sulle rotte di maggiore rilevanza e, dall’altro, una riorganizzazione e sviluppo delle attività produttive su alcune aree portuali».

    Per quanto riguarda la sostenibilità ambientale «I riempimenti ipotizzati incidono maggiormente su specchi acquei già a uso portuale, per quanto sia ipotizzato un allungamento dell’opera di protezione antemurale. Gli impatti generati dai traffici potranno essere contenuti in funzione dell’attuazione di alcuni interventi previsti quali l’elettrificazione delle banchine, la compatibilizzazione ambientale dei bacini, la realizzazione degli interventi previsti dal Piano Energetico del porto e lo sviluppo della modalità ferroviaria».

    La prima fase dei lavori – della durata di 3 anni – comporterà «L’allungamento dell’opera di protezione di Voltri di circa 350 metri verso ponente e di circa 500 metri verso levante; la contestuale demolizione di un tratto della diga a levante per permettere il doppio ingresso. Parallelamente si potrà dare inizio all’avanzamento della linea di banchina del terminal di Voltri, procedendo da ponente verso levante e alla realizzazione del terminal delle “Autostrade del mare”».

    Lo scorso 30 luglio, con un atto adottato all’unanimità, il Comitato portuale di Genova ha deliberato «di condividere gli esiti del confronto tecnico avviato in merito alle linee guida per la redazione del Piano Regolatore Portuale» e «di avviare nei termini più brevi i procedimenti di approvazione delle opere per l’ampliamento e l’accesso al bacino di Sampierdarena». I risultati che emergono dalle osservazioni raccolte «consentono di identificare alcuni profili comuni che forniscono un’importante chiave di lettura per la definizione di uno scenario condiviso di sviluppo portuale», si legge nella delibera. Il primo elemento è rappresentato proprio dall’esigenza di «ampliare l’accessibilità marittima dello scalo». Per l’ambito di Voltri/Prà «è considerata positivamente l’apertura della diga a levante» ed «è valutata l’esigenza dell’avanzamento della banchina».

    La richiesta del Ponente: maggiore coinvolgimento della cittadinanza

    «Lo abbiamo ripetuto più volte ma vedo che non siamo ascoltati dall’Autorità Portuale – spiega il presidente Avvenente – Il Ponente potrebbe essere il laboratorio dove sperimentare una convivenza equilibrata tra porto e città. Invece, almeno finora, la priorità è stata esclusivamente quella di garantire l’espansione dello scalo genovese, a discapito del territorio circostante e dei suoi abitanti. Da anni si parla di ampliamenti, però, bisognerebbe prodigarsi anche per migliorare le condizioni di vivibilità della popolazione locale, messe a dura prova dalla presenza delle attività portuali». Vedi la forzata vicinanza tra le pile di container e la zona di Prà-Palmaro, l’aumento dell’inquinamento acustico e ambientale lungo tutto il litorale, i disagi conseguenti al traffico di mezzi pesanti nell’intera area di Ponente.

    Eppure, quando fu creato il porto di Voltri, la popolazione era stata illusa con il miraggio di 5000 posti di lavoro. «Oggi al VTE (Voltri Terminal Europa, attualmente il maggiore terminal contenitori del porto) gli occupati sono 560 più un migliaio di indotto – sottolinea Avvenente – Per carità nel momento di crisi attuale sono numeri importantissimi. È anche vero, però, che il prezzo pagato dal territorio è stato salatissimo. Prà, ad esempio, ha perso completamente il suo affaccio al mare; un tempo c’erano bar, ristoranti e altri esercizi commerciali che hanno dovuto riconvertirsi o sparire. Questa è stata una precisa scelta strategica a favore della città. Bene, ma in cambio il quartiere cosa ha ottenuto? Praticamente niente».

    Ma durante il processo di pianificazione a medio/lungo termine chiamato a delineare il nuovo Piano Regolatore Portuale – e dunque il futuro del porto – il Municipio Ponente non è stato coinvolto? «No, in nessuna occasione – ribadisce Avvenente – L’ultima volta che ci siamo confrontati con l’A.P. risale a circa tre anni fa (2010), all’epoca dell’ex Sindaco Marta Vincenzi, quando si svolse un incontro sul territorio alla presenza del presidente dell’A.P. Luigi Merlo. In quell’occasione furono ventilate, seppure in modo evanescente, le proposte sopracitate. E tutti i gruppi politici, anche allora senza distinzioni di appartenenza politica, avevano ritenuto irricevibili tali ipotesi progettuali. Si era parlato di un confronto aperto sulle tematiche controverse e dunque di possibili rivisitazioni. Da quel giorno, però, nulla si è più mosso».

    Adesso il Municipio chiede a gran voce l’immediata riapertura di un vero tavolo di confronto «Noi siamo fortemente intenzionati a portare a casa almeno alcuni risultati – continua Avvenente – Innanzitutto sollecitiamo la realizzazione di adeguati interventi di mitigazione dell’impatto delle attività portuali, come l’innalzamento delle dune a protezione della Fascia di Rispetto; e poi la continuazione del progetto per l’elettrificazione delle banchine. Infine, invitiamo l’A.P. a realizzare le opere propedeutiche indispensabili per l’attuazione del nuovo piano del traffico di Voltri». Si tratta, come ricorda la mozione, della demolizione delle reti divisorie, dei muretti di sostegno e della complanazione del manto d’asfalto nella zona compresa tra l’accesso al porto di Piazza Lerda, lato mare, e l’Hotel Sirenella a Voltri.

    Matteo Quadrone

  • Campasso, progetto ex mercato ovo-avicolo: in gioco il futuro del quartiere

    Campasso, progetto ex mercato ovo-avicolo: in gioco il futuro del quartiere

    campasso. ex mercato ovo avicoloA Sampierdarena, nel cuore del Campasso – quartiere sovente dipinto come luogo degradato – sorge un immenso spazio, inutilizzato da almeno un trentennio, che potrebbe rappresentare, dopo un’adeguata riqualificazione, il volano per il rilancio dell’intera zona. Si tratta dell’ex mercato ovo-avicolo, una struttura di circa 3500 mq in totale abbandono, sulla quale peraltro pende un vincolo della Soprintendenza per i Beni Architettonici, risalente al 17 luglio 2003.
    Nel corso del tempo si sono sprecate le promesse non mantenute sul futuro del complesso ma adesso la proprietà dell’area – Spim, società immobiliare partecipata al 100% del Comune di Genova – ha presentato un progetto, compreso nell’ambito del Programma locale per la casa del Comune, che prevede la realizzazione di nuove residenze, in parte dedicate al social housing (alloggi a canone moderato), in parte destinate alla vendita sul libero mercato, parcheggi interrati, una struttura di vendita medio-grande, esercizi di vicinato e servizi (un asilo e una scuola). Le risorse economiche necessarie saranno reperite tramite un cofinanziamento con fondi comunitari e regionali.

    campasso. ex mercato pollame.006L’intervento, però, oltre a non suscitare particolare entusiasmo negli abitanti, non convince neppure il Municipio Centro Ovest che all’unanimità ha approvato un ordine del giorno nel quale sottolinea come «l’inserimento di nuove funzioni residenziali non sia funzionale ad un quartiere e una città in netta decrescita demografica, con grande abbondanza di abitazioni sfitte e abbandonate e valori immobiliari già al minimo storico». Al contrario, i consiglieri municipali ritengono che «l’azione di risanamento di contesti degradati passi, invece, attraverso l’inserimento di funzioni vivificanti». Quindi, in altre parole, al Campasso non serve un ulteriore carico abitativo ma piuttosto una maggiore offerta di servizi pubblici, ad esempio ambulatori e uffici. Detto ciò, prima di ipotizzare qualsiasi progetto, vanno create le condizioni affinché il quartiere torni ad essere vissuto appieno dai cittadini, attraverso una generale riqualificazione del territorio, magari a partire da un miglioramento della viabilità.

    «Il Campasso fino a metà anni ’90 era un quartiere vitale – racconta Fabio Papini, residente e consigliere (Pdl) del Municipio Centro Ovest – Qui erano presenti numerose attività produttive, diverse ditte di artigiani e tanti piccoli negozi. Inoltre, ubicato su un lato dell’ex mercato ovo-avicolo, per alcuni anni ha resistito un supermercato. Poi lentamente la zona si è progressivamente depauperata. Anche a causa della trasformazione del tessuto sociale. Oggi sono rimasti soltanto un bar e un panificio. Al Campasso abitano in prevalenza persone anziane e cittadini stranieri che hanno perso l’abitudine di fare la spesa nel quartiere ed ormai, per ogni esigenza, si recano verso il centro di Sampierdarena».
    In effetti, il panorama in una qualsiasi mattina di giorno feriale, rispecchia l’immagine di cui sopra: le saracinesche sono quasi tutte abbassate e abbondano i cartelli con su scritto “vendesi” o “affittasi”; ma pure nei portoni dei palazzi sono numerosi gli annunci di appartamenti in locazione o in vendita.

    La storia della struttura

    campasso. ex mercato pollame.001

    L’edificio che per lungo tempo ha ospitato l’ex mercato ovo-avicolo vede la luce ai primi del ‘900, quando venne costruito per essere adibito a macello civico. Dopo la seconda guerra mondiale, l’immobile – rammodernato con una spesa di oltre 32 milioni – fu destinato al “nuovo mercato all’ingrosso delle uova e pollame”. Come si legge nel documentato sito web www.sanpierdarena.net, il mercato «Fu inaugurato il 20 febbraio 1955 dal sindaco Pertusio; comprendeva 23 posti auto per i commercianti, una sala per contrattazioni uso borsa merci, locali per il veterinario, per la direzione, per lo scannatoio del pollame, per la cottura del mangime, un ufficio dazio, la banca BNL e vari box di 65 mq per i venditori». La destinazione rimase tale fino agli anni ’80. «Nel 1982 una petizione del “Comitato ambiente del Campasso”, preoccupato per i rumori dovuti alle attività di carico/scarico delle merci nelle ore notturne e per i cattivi odori, determinò un ordine del giorno del Consiglio comunale che sfrattava le strutture invitandole a sgomberare i locali al più presto, prospettando una destinazione delle strutture a uso sociale (parcheggio o casa protetta per anziani; oppure cessione a privati; comunque venne esclusa la destinazione a posteggio dei nomadi)». Da allora il complesso è rimasto abbandonato al suo destino.

    Il progetto di Spim (società immobiliare del Comune di Genova)

    campasso. ex mercato pollame.005

    Vediamo la trasformazione prevista nell’immobile del Campasso, secondo planimetrie e disegni che siamo riusciti a visionare.
    La facciata principale (lato sud) rimarrà pressoché intatta, anche perché vincolata dalla Soprintendenza, mentre i lati ovest e nord resteranno in piedi ma subiranno delle trasformazioni. Il lato est (quello che si affaccia su via Pellegrini) sarà completamente abbattuto. In definitiva si delineerà una pianta a ferro di cavallo con al centro una piazza aperta con spazi verdi. Al livello inferiore troveranno spazio dei parcheggi interrati, sempre immancabili in ogni progetto e una struttura di vendita medio-grande (probabilmente non alimentare). E ancora esercizi di vicinato, distribuiti nelle tre ali superstiti dell’edificio e poi i famosi servizi, ovvero un asilo ed una scuola (peraltro già presenti in zona). Le nuove volumetrie dovrebbero rispettare, almeno in buona misura, quelle esistenti. Tuttavia, l’altezza sarà maggiore, in particolare sul lato nord dove si contempla la costruzione di un volume a torre. Le singole unità abitative avranno una superficie media di circa 60 mq. Il numero di alloggi, secondo una stima plausibile, sarà di circa 150, alcuni dei quali destinati al social housing.

    campasso. ex mercato ovo avicolo.1jpg«La proposta arrivata in Municipio è irricevibile – così la definisce Lucia Gaglianese, abitante al Campasso e consigliere (Pdl) del Municipio – Il quartiere, infatti, ha bisogno di servizi pubblici e non di nuove case, in una zona già densamente popolata. Così non si riqualifica il Campasso. Un ulteriore inserimento di persone, magari in condizioni difficili, vuol dire sommare disagio a disagio. L’intervento sarà economicamente fattibile grazie al cofinanziamento con fondi europei e regionali, visto che rientra nell’ambito dei “programmi locali per la casa di social housing”».
    In realtà, il Comune da molto tempo è impegnato nella ricerca di un acquirente per l’immobile del Campasso ma l’operazione di vendita non si è mai concretizzata. Probabilmente il contesto generale di depauperamento della zona e la difficoltà di accesso hanno allontanato i possibili compratori. E allora Spim, per superare lo stallo, ha inventato questa soluzione progettuale.

    Secondo gli abitanti, prima di pensare alla destinazione futura dell’ex mercato, occorre migliorare la viabilità. In questo senso il progetto comprende un parziale intervento. «Saranno realizzate due carreggiate parallele a via Campasso (la parte inferiore della strada) ricavate su spazi delle Ferrovie oggi inutilizzati – spiega il consigliere Papini – è un elemento positivo che dovrebbe migliorare l’accesso dei mezzi provenienti da Brin. Tuttavia, l’accesso da Sampierdarena (dunque la parte superiore di via Campasso) rimarrebbe tale e quale a oggi».

    La posizione del Municipio

    Il Municipio Centro Ovest, al quale è stato chiesto un parere – seppure non vincolante – ha bocciato il progetto di Spim. «Noi come consiglio municipale vorremmo avere maggiore voce in capitolo e fare delle proposte alternative per un uso sociale dell’immobile conclude Gaglianese – Ad esempio realizzando una residenza per anziani, un ambulatorio, insomma un presidio utile per rispondere ai bisogni reali della popolazione. L’ideale sarebbe istituire un percorso partecipato con la cittadinanza. Ma un vero percorso di condivisone della progettazione e non un mero strumento di facciata come spesso accade. Non siamo chiusi verso altre soluzioni ma esse vanno condivise con il quartiere».

    Nell’ordine del giorno bipartisan votato all’unanimità si legge «…sul territorio del Municipio Centro Ovest insistono diversi immobili pubblici e privati abbandonati; il mercato immobiliare è fermo e i valori immobiliari hanno subito un crollo importante in tutta la città ma in particolare sul territorio del Municipio Centro ovest… Ritenuto che gli spazi del mercato ovo-avicolo costituiscano l’opportunità per avviare un processo di riqualificazione sociale, economica e culturale del territorio, capace anche di offrire leve competitive al tessuto produttivo e commerciale Il Consiglio del Municipio 2 Centro Ovest impegna il Sindaco e la Giunta Comunale a predisporre ed attuare un piano complessivo di iniziative per la riqualificazione sociale, economica e culturale dell’area del Campasso concordando con il Municipio Centro Ovest contenuti, tempi e modi; attivare un ampio coinvolgimento delle aziende, delle imprese, delle associazioni e dei cittadini per la definizione delle destinazioni d’uso possibili delle aree e conseguentemente renderle possibili assumendo le necessarie decisioni negli strumenti urbanistici, pianificatori e regolamentari, individuando con il Municipio Centro Ovest le migliori strategie di gestione; valutare i progetti nel più ampio contesto delle valenze e dei processi capaci di essere attivati e non già di mera massimizzazione della valorizzazione finanziaria dell’immobile; attivare una progettazione di alta qualità dell’area e degli edifici del mercato ovo-avicolo del Campasso e delle aree connesse in quota parte del parco ferroviario con lo scopo di traguardare obiettivi di risanamento e vivificazione del quartiere».

    Matteo Quadrone

  • San Teodoro: da oltre due anni senza presidio sanitario

    San Teodoro: da oltre due anni senza presidio sanitario

    san-teodoro-di-negroDuemila metri quadrati di locali desolatamente vuoti dal 2008, un quartiere – San Teodoro (Municipio Centro Ovest) – senza presidio sanitario da oltre due anni, altri limitrofi – come Lagaccio e Oregina (Municipio Centro Est) – che scontano la carenza di servizi sanitari sul territorio o la loro possibile scomparsa (vedi il recente caso Consultorio del Lagaccio). Questa, in sintesi, la situazione venutasi a creare a causa di scelte, perlomeno contestabili, compiute da Regione e Asl 3, spesso con l’avvallo del Comune. Il risultato finale è sotto gli occhi di tutti. Oggi gli abitanti delle zone collinari del centro città, pure per una semplice analisi, sono costretti a recarsi al Palazzetto della Salute a Fiumara, non proprio due passi per anziani e persone con difficoltà di deambulazione.
    Ma partiamo dal principio e vediamo i vari passaggi che hanno portato alla situazione odierna.

    L’ex poliambulatorio di via Minetti

    san teodoro. via minetti. poliambulatorio002

    San Teodoro, fino al 2008, poteva contare sul poliambulatorio di via Don Minetti (in precedenza sede dell’INAM, istituto nazionale per l’assicurazione contro le malattie). La struttura ai civici 6 A (piano terra e primo piano) e 8 (secondo piano) – per complessivi oltre 50 vani – ospitava l’assistenza ambulatoriale con diversi ambulatori medici, centro prelievi, Cup, servizi domiciliari, ecc., fornendo prestazioni a circa 65 mila utenti residenti nei Municipi Centro Est e Centro Ovest.

    Nel 2007-2008, con la famosa “cartolarizzazione” di parte del patrimonio immobiliare di aziende sanitarie e ospedaliere (compresi i beni dell’ex ospedale psichiatrico di Quarto) per coprire il deficit della Sanità del 2005, la Regione ha deciso di valorizzare – tramite ARTE (azienda regionale territoriale per l’edilizia) – e successivamente vendere all’acquirente Fintecna Immobiliare (società del Ministero del Tesoro), anche l’edificio di via Don Minetti.

    Il trasferimento del servizio, in convenzione con la CRI, nei locali di via Bari

    san teodoro. via minetti. poliambulatorio.004

    Dopo la dismissione dell’ex poliambulatorio, unico presidio sanitario di zona, le istituzioni hanno pensato di ricavare degli spazi per i servizi sanitari territoriali nei locali comunali di via Bari al civico 41. All’epoca, all’interno di essi operava, con degli ambulatori per stranieri, la Croce Rossa Italiana.
    Il 7 dicembre 2007 una delibera dell’Asl 3 sanciva la convenzione con il comitato locale della CRI «per la realizzazione del progetto di gestione del’unità di assistenza di base nella zona di San Teodoro». I costi derivanti dal provvedimento concordati tra le parti «ammontano a 10,21630 euro per l’anno 2007; 122,59560 euro/anno per gli anni 2008, 2009, 2010». Il conto è piuttosto salato. Per tutta la durata convenzionale, infatti, la spesa a carico dell’azienda sanitaria locale genovese è stata di complessivi 378,00310 euro.

    «L’Asl 3 ha siglato un accordo particolarmente oneroso con la CRI – racconta Aurora Mangano, portavoce di un comitato di residenti – ma questa scelta scellerata fu avvallata anche da Comune e Municipio Centro Ovest. Il presidio sanitario era di dimensioni ridottissime, in pratica consisteva in 2 stanze da 12 mq ciascuna». Eppure il contratto prevedeva di garantire «le prestazioni assistenziali di base fornite dalla precedente struttura».
    In realtà l’Asl 3 si è assunta un impegno assai costoso «Ricevendo ben poco in cambio – sottolinea Mangano – i circa 122 mila euro all’anno a carico dell’azienda sanitaria comprendevano affitto dei locali e prestazioni. Ad esempio, la CRI avrebbe dovuto fornire un infermiere per le visite a domicilio, ma tale servizio non è mai stato effettuato».
    Tuttavia, data la sua posizione strategica, il presidio sanitario ha continuato a svolgere un ruolo fondamentale per i cittadini di San Teodoro, Oregina e Lagaccio, erogando circa 650 prelievi mensili e 1400 prenotazioni CUP.

    Il 31 dicembre 2010, però, è scaduta la convenzione Asl 3-CRI. Nel gennaio 2011, alcuni organi di informazione riportano la notizia che l’ambulatorio di via Bari non chiuderà i battenti. A dire il vero è soltanto un fuoco di paglia che dura pochi mesi poi, tra giugno e luglio 2011, il presidio viene definitivamente dismesso.
    «Disapproviamo la chiusura improvvisa e immotivata senza alcuna comunicazione alle istituzioni del territorio e soprattutto agli utenti – scrive il presidente del Municipio Centro Ovest, Franco Marenco, in una nota del luglio 2011 – Gli impegni assunti all’inizio dell’anno erano il mantenimento del presidio stesso tramite adeguamento normativo dell’attuale sede o individuando un sito alternativo baricentrico ai Municipi Centro Ovest e Centro Est».

    Dall’estate 2011 ad oggi nulla si è mosso e così i cittadini di San Teodoro, ma anche di Lagaccio e Oregina, ancora aspettano una soluzione alternativa.

    L’ipotesi via Bologna e le proposte dei residenti; il silenzio totale delle istituzioni

    Il mercato di via Bologna, tra Sampierdarena e San Teodoro, versa da anni in stato di abbandono, come documentato da Era Superba. Una delle sue ventilate destinazioni future, poteva essere proprio quella di nuovi spazi ambulatoriali. Magari con l’aiuto di soggetti privati, visto che il recupero della struttura comporta una spesa ingente. «Abbiamo contattato il Baluardo – dichiarava al “Secolo XIX” il presidente Marenco all’inizio del 2012 – Hanno effettuato un sopralluogo e contano di poter recuperare il mercato come centro prelievi ed ambulatorio. Sono un’azienda privata ma ci sarebbe una convenzione con il sistema sanitario pubblico».

    La signora Mangano ricorda «Con un gruppo di comitati e associazioni di quartiere auspicavamo di poter supportare un intervento finalizzato alla realizzazione di un presidio, anche in convenzione con un privato come il Baluardo. Il costo della ristrutturazione del mercato si aggira sui 150-200 mila euro. Ma il Baluardo poteva essere disponibile ad investire tali risorse». Invece, l’operazione non è stata portata a termine e adesso, sui locali di via Bologna, pare abbia puntato gli occhi la Confraternita di Misericordia (la prima esistente in Liguria) che recentemente ha ottenuto una sede nella medesima via, al civico 21.

    «Quello che trovo profondamente sbagliato – sottolinea Mangano – è il fatto che, da oltre due anni a questa parte, nessuno si sia preoccupato di dare spiegazioni e risposte ai cittadini».
    L’assessore regionale alla Salute, Claudio Montaldo, da noi contattato telefonicamente, afferma «Allo stato attuale, per quanto riguarda il presidio sanitario di San Teodoro, non ci sono sostanziali novità. Comunque, se ne sta occupando soprattutto l’Asl 3». Detto ciò, il responsabile delle politiche sanitarie della Regione, definisce la situazione «particolarmente complessa». La direzione dell’Asl 3, almeno per il momento, ha preferito non rilasciare dichiarazioni sull’argomento ma contiamo al più presto di sentire la voce del direttore generale, Corrado Bedogni.

    «Noi cittadini, all’epoca, avevamo proposto di utilizzare al meglio la struttura di via Minetti, anziché metterla in vendita – racconta Mangano – In quell’edificio sarebbe stato possibile potenziare i servizi sanitari territoriali e realizzare in spazi adeguati anche un nuovo consultorio, visto in quali vecchi locali è attualmente ubicato al Lagaccio».
    Soprattutto considerando che oggi l’ex poliambulatorio di via Minetti (2000 mq di superficie considerando solo il civico 6 A) acquistato da Fintecna Immobiliare – tramite la sua controllata Valcompè rimasto un contenitore vuoto.
    Sulla porta d’ingresso e sulle finestre del primo piano fa bella mostra di sé un cartello con su scritto “vendesi”. «È difficile trovare un acquirente – conferma Mangano – Anche perché, nell’ottica di una sua trasformazione in residenze, bisogna tenere presente che in tutta la zona sono carenti parcheggi e posti auto».
    Con il senno di poi, aggiunge Mangano «Invece di spendere oltre 378 mila euro per i locali di via Bari, Regione e Asl 3 avrebbero potuto intervenire sull’ex poliambulatorio di via Minetti. Ad esempio, scorporando dal lotto delle vendite il piano terreno del civico 6 A». Insomma, salvando degli spazi da dedicare a servizi per i cittadini.

    Purtroppo sappiamo che è andata diversamente e adesso diventa sempre più urgente trovare una valida alternativa. «In via Lugo esistono dei locali di proprietà comunale dove fino a poco tempo fa erano ospitati i volontari della Pubblica Assistenza – continua Mangano – Oggi la P.A. di via Lugo è stata chiusa. Quindi i locali sono disponibili. E si trovano in posizione favorevole anche per i cittadini di Lagaccio e Oregina. La nostra proposta è: realizziamo qui un ambulatorio. Oppure le istituzioni si impegnino seriamente nella ricerca di altri spazi vuoti di proprietà comunale, presenti in zona».

    «Abbiamo scritto al Municipio Centro Ovest – conclude Mangano – è l’ente più vicino ai cittadini e politicamente può fare delle pressioni affinché si sblocchi la situazione. Ma finora non abbiamo ricevuto risposta. C’è un silenzio totale in merito a questo problema. Siamo amareggiati perché ci sentiamo soli in questa battaglia».

    Matteo Quadrone

  • Quezzi, ex Onpi: un enorme edificio abbandonato da anni. Quale futuro?

    Quezzi, ex Onpi: un enorme edificio abbandonato da anni. Quale futuro?

    quezzi ex onpi edificio particolare 006Un complesso urbano di dimensioni notevoli, oltre 5300 mq di superficie netta, da diversi anni giace abbandonato – e prima sottoutilizzato – nel quartiere di Quezzi, in via Donati n. 5, immediate vicinanze di via Fereggiano. Parliamo dell’edificio ex ONPI (compreso l’ampio giardino annesso) che storicamente ha sempre avuto una destinazione socio-sanitaria, in principio ospitando l’Opera Nazionale Pensionati d’Italia, poi una residenza protetta per anziani gestita dall’Istituto Doria e ancora – dopo la costituzione della nuova A.S.P. Emanuele Brignole (Azienda Servizi alla Persona) – la RSA Quezzi, per scivolare, infine, nel più completo degrado. Oggi l’imponente palazzo è ormai fatiscente nonché continuamente brutalizzato da incursioni vandaliche piuttosto frequenti. Negli ultimi tempi, un presidio almeno temporaneo, è stato rappresentato dalla pubblica assistenza Volontari del Soccorso, che ha trovato accoglienza all’interno di alcuni locali dell’ex ONPI in seguito al danneggiamento della propria sede nell’alluvione del 2011, ma proprio di recente i militi si sono trasferiti presso la nuova sede di via Canevari. E così il degrado è tornato a essere il padrone incontrastato.

    quezzi ex onpi edificio 007L’immobile di Quezzi è pervenuto al Comune di Genova – in forza di una legge del 1988 conseguente allo scioglimento dell’ONPI – una volta dismessa l’attività sociale. Tuttavia, il complesso non è interamente di proprietà civica, in quanto circa un terzo è stato ceduto ad Arte Genova (Azienda Regionale Territoriale per l’Edilizia della Provincia di Genova) nel 2010, a seguito di una permuta finalizzata all’acquisizione, da parte del Comune, di una porzione di Villa De Mari, destinata ad attività sociali nell’ambito della Fascia di rispetto di Prà. La rimanente parte, circa due terzi del complesso, è invece rimasta in capo al Comune, in particolare l’area esterna.
    Sette anni orsono, nel 2006-2007, si parlava di una riconversione dell’ex ONPI ad uso abitativo – nell’ambito del piano comunale di riqualificazione di Quezzi – con priorità alla realizzazione di residenze sostitutive di quelle destinate alla demolizione ai fini della messa in sicurezza della valle del Fereggiano. Il progetto, però, è naufragato, le case sono state abbattute ma le persone trasferite altrove, mentre il complesso di via Donati è rimasto un contenitore vuoto.
    Adesso, per la travagliata vicenda dell’ex ONPI di Quezzi, potrebbe finalmente aprirsi uno spiraglio positivo, visto che Arte sembra intenzionata ad acquisire l’intero edificio per trasformarlo in nuovi alloggi. Nel frattempo, il Municipio Bassa Valbisagno si è impegnato in prima persona per la riqualificazione del giardino annesso.

    Quale futuro per l’ex ONPI?

    Nel maggio 2013, il consigliere comunale del Partito Democratico, Claudio Villa, ha chiesto informazioni in merito alla Giunta di Palazzo Tursi. «L’immobile ex ONPI di Quezzi versa in una situazione di evidente degrado – ha spiegato Villa – Il Municipio Bassa Valbisagno, anche con la disponibilità dei residenti, sta lavorando ad un progetto di riqualificazione dell’area verde circostante. A questo proposito, chiedo quali interventi abbia in atto di compiere l’amministrazione, a sostegno delle iniziative già intraprese».
    «Rispetto al complesso ex Onpi stiamo studiando, nell’ottica di una politica generale di riduzione dei costi, un’ipotesi di permuta con Arte, in cambio di tre edifici scolastici sui quali paghiamo il fitto passivo – ha risposto l’assessore al Bilancio e Patrimonio, Francesco Miceli – Qualora l’operazione non andasse a buon fine, l’idea è quella di cercare di vendere l’immobile perché un diverso utilizzo da parte del Comune richiederebbe altissimi costi di ristrutturazione che in questo momento non possiamo prevedere».

    quezzi ex onpi edificio 005«Si tratta di un edificio enorme e di un’area abbandonata da troppi anni – spiega il presidente del Municipio, Massimo Ferrante – Quattro mesi fa ho scritto al Sindaco Marco Doria e al presidente della Regione Claudio Burlando per chiedere un tavolo di confronto su questo tema. Esistono dei comitati di abitanti che sarebbero pronti a darsi da fare per migliorare la situazione. L’area verde rimarrà di proprietà comunale. Quindi possiamo subito intervenire. In tal senso, c’è già la disponibilità del CIV di zona e dei comitati di genitori di alcune vicine scuole».
    Ferrante sostiene che, circa un mese fa, anche la parte comunale sarebbe passata in mano ad Arte. A dire il vero, l’operazione è ancora in divenire, come spiega l’assessore comunale al Patrimonio, Francesco Miceli «L’ipotesi permuta va avanti, ma finora non si è concretizzata perché Arte prima vuole la conferma, da parte della Regione, di poter realizzare, quindi finanziare, una ristrutturazione finalizzata alla realizzazione di nuove unità abitative di edilizia popolare o social housing. Il Sindaco Doria, a breve, incontrerà il presidente della Regione Burlando per sollecitare una soluzione in grado di ampliare l’offerta di case popolari sul territorio. Inoltre, la permuta permetterebbe al Comune di ottenere tre edifici scolastici di via Fea (zona Marassi, nda), più altre unità di minore entità».
    Insomma, Arte aspetta il via libera dalla Regione e l’amministrazione di Palazzo Tursi sta alla finestra. Comunque sia, l’intenzione di entrambe le parti «È quella di arrivare a concludere l’operazione di permuta», chiosa l’assessore Miceli.

    La riqualificazione dell’area esterna: l’impegno del Municipio con l’aiuto dei cittadini

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    La filosofia promossa dal Municipio Bassa Valbisagno, è sintetizzata così dal presidente Ferrante «Intanto iniziamo noi, come ente decentrato dell’amministrazione comunale, a recuperare una porzione dell’ampio giardino che circonda l’ex ONPI, con l’aiuto dei cittadini attivi ai quali sarà affidata in gestione. Il Municipio può contare su un budget annuale di 300-350 mila euro di Conto capitale. Per questo, proprio con l’ultimo Conto capitale, abbiamo deciso di stanziare oltre 40 mila euro per la sistemazione di una parte dell’area verde. Così facendo cerchiamo di dare il là alla riqualificazione e cominciamo a mettere piede dentro il sito abbandonato».
    il Municipio, però, come mette in chiaro Ferrante «Ha investito delle importanti risorse economiche perché gli è stato assicurato un contestuale impegno di Arte. Quest’ultima è un’azienda regionale con una sua precisa mission e non sono io a dover dire se a Quezzi saranno realizzate unità abitative di edilizia popolare, social housing o quant’altro».

    quezzi ex onpi giardino 004La prossima tappa è fissata il 9 dicembre, quando si svolgerà un incontro tra Comune, Municipio e Arte. «Premesso che, almeno per i prossimi anni, vale a dire prima che sia possibile partire con i lavori di ristrutturazione, l’edificio rimarrà tale e quale – sottolinea Ferrante – noi dobbiamo ragionare con l’azienda regionale affinché il primo passo sia quello di impedire a vandali e sbandati l’accesso all’interno dei locali. Io mi aspetto che Arte intenda tutelare la sua proprietà. In futuro, se la situazione dovesse evolvere in maniera negativa, il Municipio si farà sentire visto che sta mettendo in gioco una forte volontà politica, oltre a una significativa quota di denaro».

    Tuttavia, soltanto l’auspicabile spirito d’iniziativa dei cittadini – pure con il concreto contributo dell’ente municipale – non basta per cambiare lo stato di fatto. «L’amministrazione comunale ci deve dare una mano per ampliare la riqualificazione – sottolinea Ferrante – anche attraverso un sostegno economico. Noi possiamo far rivivere circa 500 mq. Ma la superficie esterna da recuperare è molto più vasta. Il Municipio, intanto, può far sì che i residenti inizino a riappropriarsi del giardino dell’ex ONPI».

    Anche perché, simili aree cadono facilmente nel dimenticatoio, quando non gli viene assegnata una precisa destinazione. «Sono numerosi gli esempi di giardini che abbiamo sistemato, rendendoli accessibili agli abitanti – ricorda il presidente del Municipio Bassa Valbisagno – L’ultimo esempio è quello di Terralba dove, vicino al mercato, il Municipio ha ripristinato uno spazio che era diventato rifugio di persone problematiche. L’installazione di alcuni giochi per bambini e di un cancello per la sicurezza sono interventi che riqualificano un luogo, dandogli un’evidente funzione. A fine mese i giardini di Terralba saranno aperti al pubblico grazie al loro affidamento in gestione alle realtà associative di quartiere».
    Secondo Ferrante, esiste una rete di associazioni che già sono impegnate in tale direzione o sono pronte a farlo. «Stiamo parlando di buone prassi che vogliamo esportare il più possibile nell’intero Municipio – conclude il presidente della Bassa Valbisagno – Il nostro investimento sull’ex ONPI è davvero importante. Noi ci crediamo. Ma anche gli altri devono crederci».

    quezzi ex onpi edificio 001

    «Ovviamente sono favorevole alla riqualificazione del giardino dell’ex ONPI – spiega il consigliere municipale di Rc-Fds e residente a Quezzi, Giuseppe Pittaluga – E auspicherei una ristrutturazione dell’edificio con l’obiettivo di destinarlo completamente all’uso pubblico, quindi edilizia popolare, oppure case per madri in difficoltà, padri separati, ecc., insomma per dare risposta alle reali esigenze della cittadinanza».
    Il consigliere Pittaluga, invece, esprime perplessità in merito al trasferimento del complesso nelle mani di Arte «Se davvero l’edificio passerà all’azienda regionale non è detto che poi quest’ultima realizzerà della vera edilizia popolare. A volte, infatti, dietro al social housing si mascherano anche interventi finalizzati alla vendita di residenze sul libero mercato. E qui a Quezzi, in una zona ultra urbanizzata, ciò sarebbe deleterio».
    In effetti, l’emblematico caso di via Ortigara in Val Polcevera – dove va detto non è coinvolta Arte ma Spim, società immobiliare del Comune – è un esempio negativo da tenere bene in considerazione.

    «All’inizio del mio mandato di consigliere ho domandato ad Arte quante e dove sono le unità sfitte nel territorio del Municipio – conclude Pittaluga – Attendo ancora oggi una risposta. Probabilmente, prima di avviare qualunque operazione, occorrerebbe valutare attentamente quanta potenziale offerta di edilizia popolare, oggi inutilizzata, è già presente a Marassi, Quezzi e San Fruttuoso».

    Matteo Quadrone

    [Foto dell’autore]

  • Cannabis e droghe chimiche: prevenzione rischi e riduzione danni

    Cannabis e droghe chimiche: prevenzione rischi e riduzione danni

    Cannabis, Marijuana, HashishIl collettivo TDN da tempo rappresenta una realtà consolidata del Lagaccio che collabora attivamente con le associazioni di quartiere in tutti i progetti di partecipazione dei cittadini, vedi il recente “Voglio la Gavoglio”. Talvolta, però, la sola presenza del TDN suscita fastidio, probabilmente dovuto al fatto che il collettivo rivendica apertamente il proprio percorso politico antiproibizionista, non improvvisato e neppure volto ad un semplice uso personale delle sostanze psicoattive, bensì con l’intento di contribuire a scardinare la legislatura repressiva e criminogena che affligge il Paese.

    La mattina del 24 ottobre scorso al centro sociale Terra Di Nessuno hanno fatto visita i reparti Digos e Antidroga, muniti di mandato di perquisizione per accertare l’esistenza di piante di canapa, trovandone e sequestrandone alcune. «La segnalazione viene da chi, troppo ottuso per comprendere o almeno discutere faccia a faccia, preferisce gridare insulti da lontano e diffondere odio – replicano i componenti del TDN – Noi comunque siamo tranquilli e ribadiamo la nostra posizione: sono anni che auto-produciamo canapa allo scopo di informare i consumatori e soprattutto di sostenere concretamente i pazienti che hanno necessità di curarsi con questa pianta ma spesso si vedono negare il diritto a questa possibilità (cancro, sclerosi multipla, epilessia e HIV, solo per citare qualche patologia). Siamo in contatto con dei malati e intendiamo offrire loro un’opportunità alternativa a costo zero – spiegano – Inoltre, portiamo avanti progetti contro lo spaccio e l’abuso di sostanze stupefacenti tra i giovani, essendo tra le poche realtà in Italia che si pongono il problema dell’informazione, prevenzione e riduzione del danno e non esclusivamente della repressione cieca».

    Un processo di autoconsapevolezza dal basso, così lo chiamano, che ha portato il centro sociale TDN a confrontarsi periodicamente con riconosciute realtà italiane (Sert, comunità di S. Benedetto al Porto) e internazionali – istituzionali e non – di Spagna, Belgio, Francia, Austria, ecc., per ampliare riflessione e consapevolezza. «Abbiamo organizzato numerosi incontri culturali e informativi per contribuire allo sviluppo di un vero dibattito su questi temi anche a Genova – raccontano – in risposta all’interpretazione colpevolmente superficiale che tutti i giorni giornali e tv propagandano a gran voce, peggiorando di fatto la realtà del consumo di droghe».

    Insomma, è arrivato il momento di diffondere ad ampio raggio le esperienze antiproibizioniste e le pratiche di prevenzione dei rischi e riduzione del danno: «Chiediamo a tutte le persone che a vario titolo, come consumatori abituali o meno, pazienti, frequentatori di luoghi in cui si fa uso di sostanze psicoattive, di impegnarsi in tal senso – afferma Giovanni del TDN – Noi siamo partiti ponendoci delle semplici domande, ad esempio cosa succede quando un/a ragazzo/a usa le droghe? E come incide questo uso sulle loro vite? Così da un anno a questa parte stiamo provando, sulla scia degli esempi italiani più virtuosi, ovvero Bologna (Lab Alchemica-Livello 57) e Torino (infoshock-csoa Gabrio), a sviluppare interventi di informazione e riduzione del danno che riguardano in particolare le droghe chimiche, oggi quelle maggiormente utilizzate dai consumatori, spesso giovanissimi/e».

    L’esperienza di Genova

    Panoramica di Lagaccio e OreginaNegli ultimi tempi – anche a seguito della grande diffusione di free party e raves auto-organizzati – il principale fenomeno a cui occorre dare risposte è relativo al consumo e all’abuso di sostanze psicoattive sintetiche. «Ci siamo accorti che tra i giovani frequentatori del centro sociale sono in aumento i consumatori occasionali di droghe chimiche – racconta Giovanni – Di conseguenza, durante le serate di musica elettronica che abitualmente organizziamo, abbiamo pensato di realizzare un servizio di informazione e prevenzione».
    Al TDN, infatti, è possibile trovare un info-point – sempre aperto in occasione di eventi – che distribuisce materiali informativi sulle sostanze stupefacenti e psicotrope (redatti dall’Osservatorio Antipro di Pisa) e fornisce consigli ai frequentatori del centro. Ma la novità più importante, almeno per quanto riguarda Genova, è stata la creazione delle zone Chill-out, ovvero degli spazi di decompressione destinati al relax delle persone, oltre ad un punto di primo soccorso.

    Oggi, tra le problematiche più evidenti emerge sicuramente il poli-consumo irresponsabile «La causa principale è proprio la comune ignoranza in merito all’effetto delle sostanze e alle loro controindicazioni quando vengono utilizzate simultaneamente – spiega Giovanni – L’abuso, invece, è probabilmente legato alla sempre minore età dei consumatori».

    Il progetto del centro sociale TDN procede da circa un anno e finora, pur tra molte difficoltà «Possiamo affermare che un primo positivo passaggio di comunicazione e informazione si è verificato – continua Giovanni – Noi pensiamo che sia fondamentale mettere a disposizione un luogo dove si possa svolgere un evento in totale sicurezza. È una questione di responsabilità che vogliamo trasmettere a tutti i frequentatori. Seppur lentamente il pubblico inizia a recepire la nostra azione. Certo, è particolarmente arduo confrontarsi con giovanissimi, talvolta in stato di alterazione. Ma questa è una pratica orizzontale che dunque ci avvicina l’uno all’altro. Noi non siamo operatori specializzati e stiamo facendo formazione proprio per imparare al meglio le metodologie di intervento. L’obiettivo è quello di coinvolgere il maggior numero possibile di utenti in un processo di crescita collettivo. L’assunto di base è che le droghe esistono ed è inutile demonizzarle o addirittura non parlare di esse, lasciandole avvolte in un alone di mistero. Secondo noi, invece, è molto più utile provare a conoscerle nel dettaglio. Ciò significa diventare consumatori critici e consapevoli, senza esporsi ad ulteriori pericolosi rischi sanitari. Sotto questo aspetto la nostra cultura, soprattutto per colpa del proibizionismo imperante, è sotto zero».

    Un “lavoro sporco”, si potrebbe definire, che qualcuno deve pur fare. «Adesso pensiamo di sviluppare l’analisi delle sostanze psicoattive – spiega Giovanni – allo scopo di testarne la qualità e tutelare la salute dei consumatori di fronte alla presenza di eventuali adulterazioni. Si tratta di una pratica di prevenzione dei rischi che in Italia è al limite della legalità».
    Nonostante ciò, la longeva esperienza del Lab57-Alchemica di Bologna – riconosciuta positivamente dalle istituzioni almeno nella sua fase iniziale – incoraggia il TDN nel provare ad intraprendere questa strada.

    L’esperienza di Bologna

    imageAlchemica è un’Associazione di Promozione Sociale nata nel novembre 2007 dall’esperienza ultradecennale del progetto Lab57 che a sua volta è scaturito dal lavoro svolto dallo storico centro sociale bolognese Livello57, uno spazio di incontro, informazione, studio e ricerca sulle nuove droghe, attività culturali, luogo di divertimento e di impegno politico – al pari di tante altre realtà simili in Italia – chiuso nel 2006 per accuse di incoraggiamento all’uso di sostanze psicoattive e favoreggiamento dello spaccio. «Accuse in seguito rivelatesi infondate – racconta Max del Lab57-Alchemica – il procedimento giudiziario ha chiarito i fatti ed ha stabilito la nostra completa estraneità». Comunque sia, l’eredità culturale del Livello57 è stata raccolta da Alchemica-Laboratorio Antiproibizionistico Bolognese, consentendo così la sopravvivenza del progetto Lab57-Alchemica che tuttora continua a fornire supporto informativo, ascolto psicologico e punto di primo soccorso per evitare le conseguenze provocate dall’abuso di sostanze psicoattive, legali e non, o più in generale causate da comportamenti di vita a rischio.
    Lab57 non condanna né incoraggia in nessun modo l’ uso di sostanze psicoattive, ma si impegna da sempre nella libera ricerca di informazioni affidabili e non pregiudiziali in quanto ritiene che solo un uso consapevole possa prevenire i rischi, ridurre i danni e contenere gli abusi, stimolando lo sviluppo di una coscienza critica rispetto alle scelte di vita e di gestione del proprio tempo.

    Le attività principali del progetto sono: creazione e distribuzione di materiali informativi specifici e dettagliati sulle sostanze psicoattive – legali e illegali – di più largo consumo nei contesti giovanili (descrizione, effetti, controindicazioni, indicazioni legali); costruzione di zone Chill-out, vale a dire zone di decompressione e allestimenti multimediali per rilassarsi dopo ore di ballo sfrenato e consumo di sostanze, dove è possibile godere dell’assistenza diretta degli operatori presenti nell’area del free party e sono disponibili gratuitamente bevande analcoliche e cibi energetici. Tutto ciò denota una particolare attenzione al benessere di corpi e menti con la consapevolezza che – al di là delle libere scelte dei singoli – il consumo di sostanze psicoattive deve essere comunque auto-regolato.
    Altro elemento significativo è il monitoraggio delle sostanze tramite test rapido, con la creazione di un database statistico-relazionale.
    Ma la caratteristica peculiare che connota il personale del Lab57-Alchemica è la preparazione nel primo soccorso e negli interventi sul campo specializzati nel trattamento di overdose, mix pericolosi e abusi di sostanze psicotrope durante grandi eventi, festival legali, street parades, free party e raves auto-organizzati.
    Infine, risulta fondamentale l’opera di informazione, prevenzione e riduzione del danno, svolta dal Punto di ascolto e presso scuole, centri giovanili, conferenze pubbliche istituzionali e momenti di formazione per operatori specifici.

    imageInizialmente il progetto ha goduto del sostegno della Regione Emilia Romagna e di un primo finanziamento dell’Asl bolognese nel 2000-2001. Nel frattempo – grazie alla fertile collaborazione quasi sempre gratuita di medici, tossicologi, psicologi, etnobotanici, chimici, storici, ecc. – il Lab57 ha contribuito alla creazione del Coordinamento Regionale delle Unità di Strada, istituito dalla Regione per intervenire negli eventi giovanili con massiccia affluenza di pubblico come la Street rave parade di Bologna 2004, 2005 e 2006, Street rave parade di Reggio Emilia, Mtv Day a Bologna, ecc.
    Nel 2004-2005 il Lab57 ha ricevuto il secondo e ultimo finanziamento dall’Asl. Poi i rubinetti si sono definitivamente chiusi e da allora, il nuovo Lab57-Alchemica va avanti soltanto con le proprie gambe, attraverso il lavoro semi-volontario dei suoi operatori e le iniziative di autofinanziamento con eventi benefit organizzati in spazi sociali autogestiti.

    «Noi ormai da lungo tempo cerchiamo di lavorare sui consumatori e la loro consapevolezza – spiega Max del Lab57 – Le sostanze per noi appartengono agli stili di vita, alle esperienze, insomma fanno totalmente parte del nostro sistema culturale. L’approccio alle droghe come problema sociale, di cui pure riconosciamo l’importanza, a nostro parere isola un solo aspetto del fenomeno, ne riduce il significato ed il valore complessivi, circoscrivendoli ad un ambito d’intervento specifico per i saperi e le pratiche socio-sanitarie. In tal modo, però, si rischia fortemente di non capire nulla di realistico sul consumo e su come comunicare efficacemente ai consumatori».

    Oggi il campo di intervento principale è quello dei free party che, come afferma Max «Presenta diverse criticità. Ultimamente ci sono stati degli episodi preoccupanti che hanno coinvolto alcuni ragazzi finiti all’ospedale, anche in condizioni gravi. Questo accade quando all’interno delle feste, legali o auto-organizzate, i consumatori di sostanze psicoattive sono totalmente abbandonati a loro stessi. Invece, laddove esiste un presidio informativo e delle Zone Chill-out, con operatori pronti ad accogliere e consigliare i frequentatori, situazioni simili di solito non si verificano o comunque c’è la possibilità di intervenire prima che sia troppo tardi».
    L’obiettivo odierno è la creazione di una vasta rete di intervento nei free party per costruire degli eventi in totale sicurezza. «La rete per ora è sviluppata soprattutto al centro e nord Italia – continua Max – Ma stiamo coinvolgendo le realtà territoriali interessate a partecipare. C’è bisogno di gruppi stabili di persone che credano nel progetto. Noi facciamo formazione per tutti coloro che operano nei contesti di consumo di sostanze psicoattive, come organizzatori di free party, gestori di locali notturni, militanti dei centri sociali, operatori di comunità terapeutiche, personale delle unità mobili, ecc

    droga_11114Inoltre, da una decina d’anni a questa parte, il Lab57-Alchemica pratica l’analisi delle sostanze tramite il test rapido. Parliamo di uno strumento di prevenzione dei rischi – sviluppato in Olanda sin dai primi anni ’90 – particolarmente efficace per rilevare la presenza di sostanze dannose, inaspettate o in elevata concentrazione.
    «Si tratta del più diretto canale comunicativo per raggiungere i consumatori, offrendo loro informazioni individuali e personalizzate proprio mentre è in atto l’uso di sostanze illegali di dubbia composizione e quantità – spiega il Lab57-Alchemica – Solo in questo modo si possono dare indicazioni visive sulle quantità limite delle varie sostanze da non superare per evitare overdose acute e danni cronici, sui più pericolosi mix di principi attivi da evitare, sulle interazioni più critiche con farmaci o patologie particolari, ecc. Il test rapido consente, da un lato di sapere in tempo reale quali sostanze circolano, con quale concentrazione, adulterazione o tossicità, attingendo a specifici database locali e internazionali e dall’altro lato permette di interagire direttamente con gli utenti, facendo emergere abitudini o stili di vita sommersi o assolutamente nuovi e imprevisti». Senza dimenticare che tale strumento «Può orientare positivamente il mercato illegale – continua il Lab57-Alchemica – in quanto la semplice comunicazione di informazioni su sostanze adulterate, sconosciute e potenzialmente pericolose, ne riduce spesso il consumo e la diffusione attraverso un virtuoso passaparola che tende a isolare e smascherare i “mercanti” più disonesti».

    Considerando i costi ridotti e la relativa semplicità del suo utilizzo «Ci si domanda perché il test rapido sia ancora così poco diffuso in Italia – sottolinea il Lab57-Alchemica – Infatti, esso è usato legalmente in Svizzera, Austria, Germania, Spagna, Portogallo, Ungheria, Belgio, Repubblica Ceca, in Olanda viene utilizzato solo in un apposito ufficio e non più negli eventi, mentre in Francia è divenuto illegale nel 2005 in seguito alle leggi speciali anti-rave, tuttavia alcuni progetti come Medicine Du Monde, dal 2009 hanno ripreso a utilizzarlo stabilmente durante gli eventi. Comunque sia, negli Stati che non permettono il test rapido, è attiva una rete di allarme rapido che passa alle Unità di strada, ai Sert, ai presidi di Pronto soccorso, ecc., i risultati delle analisi delle sostanze pericolose sequestrate dalle forze dell’ordine, o che hanno provocato gravi intossicazioni. In Italia, invece, questo sistema di allarme rapido funziona poco e male, non esiste neppure un database uniforme tra una Prefettura e l’altra, tra un ospedale e l’altro».

    Il nostro Paese sconta l’assenza di una specifica normativa sul test rapido, come racconta ancora Max «Da oltre 10 anni noi operatori del Lab57–Alchemica pratichiamo gratuitamente il test rapido (a reazione colorata) in rave illegali, teknival, spazi sociali autogestiti, street parades antiproibizioniste, party e festival legali, cercando di tutelare al massimo la privacy degli utenti. Ebbene, nessuno di noi ha mai avuto problemi legali a causa del test rapido, forse perché è evidente a tutti, anche alle forze dell’ordine che si tratta di tutelare la salute e la “famosa sicurezza” dei cittadini, prima di ogni altra cosa».

    Tuttavia, anche in questo settore l’evoluzione è rapida e la nuova ONG TLConscious sta attualmente lavorando ad un progetto per rendere disponibili in tutto il mondo dei kits economici per l’analisi delle sostanze allo scopo di diminuire i rischi legati al consumo (vedi all’indirizzo web http://www.tlconscious.me/).

    L’esperienza di Torino

    L’Infoshock del centro sociale Gabrio di Torino è uno spazio aperto alle persone che intendono approfondire questioni e concetti inerenti le sostanze, attraverso un metodo di confronto ed ascolto. «Il nostro è uno sportello a “bassa soglia” nato circa sei anni fa – racconta Frenkie dell’Infoshock – Operiamo all’interno di un luogo di consumo, cioè il centro sociale Gabrio e pure in contesti esterni, in particolare nei free party. L’obiettivo è la promozione di una maggiore consapevolezza nei consumatori di sostanze psicoattive. Facciamo parte della rete “Fine del mondo proibizionista”, ci confrontiamo quotidianamente con importanti realtà italiane come il Lab57-Alchemica e promuoviamo la crescita di altri processi di partecipazione dal basso».

    imageParliamo di un servizio che« Ci consente di avvicinare persone che hanno bisogno di consulenza – continua Frenkie – ma che non intendono rivolgersi ad servizio ad “alta soglia”, come ad esempio i Sert che, per altro, oggi sono probabilmente inadeguati a fornire risposte sul fronte delle nuove droghe».
    Il percorso è partito con un questionario distribuito ai frequentatori del centro sociale, per comprendere gli stili e le modalità di consumo «Poi abbiamo organizzato degli incontri tematici sulle varie sostanze, grazie ai quali siamo riusciti a realizzare degli specifici materiali informativi. In seguito, ci siamo formati sulle modalità di intervento: quindi creazione di Zone Chill-out, distribuzione di materiali sterili per evitare ulteriori rischi sanitari, riconoscimento dei segni di intossicazione per sostenere interventi di primo soccorso, ecc.».

    Anche gli operatori dell’Infoshock praticano il test rapido delle sostanze, come spiega Frenkie «È uno strumento davvero efficace per agganciare i più giovani e metterli in guardia dai pericoli dovuti al poli-consumo o all’abuso. Ma soprattutto, il test rapido permette di monitorare le droghe che girano nel mercato illegale, individuando eventuali sostanze dannose. Questa è una necessità primaria, visto che in Italia non esiste un efficace sistema di controllo e neppure di allerta rapida. Noi lavoriamo proprio sulla prevenzione, in modo tale che sia possibile intervenire prima dell’insorgere di un’intossicazione».

    Le istituzioni italiane non riconoscono l’efficacia di simili progetti che di conseguenza non sono economicamente sostenuti. «Noi ci autofinanziamo con serate benefit e altre iniziative – sottolinea Frenkie – I miglioramenti sono desumibili dalla semplice osservazione dei luoghi di consumo: rileviamo, infatti, una maggiore attenzione da parte degli utenti. Per noi è fondamentale aver creato un contenitore aperto dove tutti possono confrontarsi liberamente su queste tematiche, evitando che i consumatori di sostanze siano costretti a nascondersi. È importante che queste pratiche si diffondano in tutta Italia, coinvolgendo sempre più consumatori».

    È paradossale, però, che tali esperienze siano sviluppate solamente in contesti spesso demonizzati dall’opinione pubblica, come spazi sociali autogestiti, free party, raves, ecc. Nei locali commerciali ufficialmente riconosciuti, invece, è assai difficile vedere operatori impegnati in azioni di informazione e prevenzione. «I responsabili di questi spazi, con disarmante semplicità, negano la presenza dei consumatori di sostanze psicoattive – continua Frenkie – E così escludono qualsiasi tipo di assistenza, abbandonando i consumatori al loro destino».

    Il modus operandi dell’Infoshock di Torino fa leva in particolare sull’autoregolazione. «Nei free party, quando le persone ci vedono e capiscono il motivo per cui siamo lì, solitamente le reazioni sono positive. Ad esempio, ci vengono segnalati casi di malore o altre situazioni di rischio. Insomma, siamo degli interlocutori affidabili ai quali chiedere consigli o aiuto. Oggi, anche grazie alla fiducia che ci siamo conquistati, stiamo sviluppando una rete italiana che si pone l’ambizioso obiettivo di sostenere soltanto gli organizzatori di feste sensibili alle tematiche di prevenzione dei rischi e riduzione del danno».

    Matteo Quadrone

  • Varenna, alluvione ’93: vent’anni dopo, cosa è stato fatto e cosa bisogna fare

    Varenna, alluvione ’93: vent’anni dopo, cosa è stato fatto e cosa bisogna fare

    val-varennaA distanza di vent’anni dalla tragica alluvione che nel settembre 1993 colpì la Val Varenna – ambiente di pregio del ponente genovese, sia per valori naturalistici (geologici, idrici, vegetazionali e faunistici), sia insediativi (ambiente di villa del nucleo di Granara, antiche cartiere e mulini) e infrastrutturali (viadotti della linea ferroviaria Genova-Ovada, ponti stradali in pietra) – l’omonimo torrente fa ancora paura. «Negli ultimi tempi siamo stati fortunati soltanto perché le grandi calamità, quali le ormai tristemente note “bombe d’acqua”, non hanno colpito il nostro territorio – racconta Elio Bottaro, presidente del locale comitato di cittadini – Sennò ci saremmo ritrovati nella medesima situazione del 1993».

    Nell’ottobre 1999 venne approvato un dettagliato Piano di bacino – successivamente modificato a partile dall’aprile 2002 (l’ultima modifica risale al maggio 2012)- che prevedeva la messa in sicurezza dell’alveo, dei versanti e degli impluvi che insistevano sull’intero bacino del Varenna, compresi i propri affluenti.
    Sulla rete web sono reperibili alcuni documenti che confermano la realizzazione di una serie di interventi di messa in sicurezza e consolidamento di frane e paleo frane. Tuttavia, i problemi di instabilità ed erosione restano un nodo tuttora aperto, vedi l’evento franoso che nel 2010 colpì l’ex sito di compostaggio dell’Amiu in località Carpenara, da allora mai più ripristinato.
    Inoltre, le risorse individuate hanno consentito di liberare i fornici laterali del ponte ferroviario, prima ostruiti da orti e baracche abusive, recuperando cosi spazio al letto naturale del torrente e di risistemare ampi tratti degli argini e dell’alveo, anche attraverso la demolizione di vecchi edifici.
    Infine, in questi anni si è proceduto alla progressiva dismissione delle attività di coltivazione delle attività estrattive delle cave denominate Coleol e Pian di Carlo, quest’ultima trasformata in discarica di materiali inerti.
    Ma l’azione più importante, portata finalmente a termine nell’autunno del 2011, è stato lo spostamento della sottostazione Enel, una piastra in calcestruzzo costruita sopra il letto del corso d’acqua, che fin dagli anni ’60 ha costituito una pericolosissima barriera per il deflusso dell’acqua, giocando un ruolo decisivo nell’alluvione del 1993.

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    Attualmente, però, a destare preoccupazione è l’assenza di manutenzione costante, con particolare riguardo alla pulizia dell’alveo del Varenna e dei suoi affluenti. Oltretutto con la consapevolezza che gli enti locali hanno sempre meno denaro in cassa per approntare soluzioni adeguate. «Oggi gli alberi ad alto fusto, che rappresentano la criticità maggiore, stanno infestando gli alvei del Varenna e dei suoi affluenti», sottolinea Bottaro. Nel torrente principale della vallata ponentina, infatti, confluiscono le acque di numerosi rivi – tra gli altri rio Gandolfi, rio Vaccarezza, rio Cantalupo, rio Pomà, rio del Grillo, ecc. – che, nel caso di piogge persistenti, rendono la portata del primo assai impetuosa. Vista la presenza di numerosi ponti stradali (alcuni dei quali di antica fattura) «Tronchi e ramaglie di vario genere vengono trascinate verso valle dalla forza dell’acqua e possono facilmente incastrarsi sotto queste strutture con il conseguente rischio di un effetto diga», aggiunge il presidente del Comitato Val Varenna.

    La tragica alluvione del 1993

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    La Val Varenna, nel settembre del 1993, fu sconvolta da un evento meteorologico di carattere estremamente intenso. Le località più colpite furono la strada per Lencisa, Camposilvano, S. Carlo di Cese, Carpenara, Chiesino, Novagette, Tre Ponti, Cantalupo e la foce del Varenna, con parte dell’abitato di Pegli. La furia dell’acqua causò il crollo della casa abitata da una coppia di anziani che così persero la vita.
    Il centro abitato di S. Carlo di Cese ed altre frazioni rimasero isolate per diversi giorni. Il bilancio finale dell’alluvione ammontò a diversi miliardi di lire di allora.
    Nel settembre di quest’anno il comitato di cittadini ha voluto rendere omaggio alle vittime con una mostra fotografica presso il chiesino della Val Varenna «L’iniziativa è sorta anche con l’intento di sensibilizzare le istituzioni – ricorda Bottaro – Insomma, in mezzo a tante emergenze, non vogliamo che il nostro territorio venga dimenticato».

    Il volontariato: una risorsa preziosa

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    Negli ultimi anni gli abitanti hanno instaurato una proficua collaborazione con l’Amiu, soprattutto in merito alla pulizia della strada principale, una via stretta e ripida dalla quale continuano a transitare parecchi camion e mezzi pesanti, con inevitabili disagi per l’intera zona. «Ci siamo occupati di eliminare la vegetazione ingombrante – racconta il presidente del comitato – E adesso stiamo trattando affinché alcuni fondi siano messi a disposizione per continuare l’opera e migliorare le sinergie anche sul fronte della raccolta dei rifiuti».

    Per quanto riguarda il torrente Varenna, i cittadini non sono stati con le mani in mano, anzi «Siamo intervenuti da maggio a settembre, ogni week-end, per pulire la parte alta, tra Campo Silvan e Cian de Vì, in pratica fino al confine con Ceranesi – continua Bottaro – È una situazione molto critica. Ma stiamo già organizzando un’ulteriore fase di lavori».
    Altra significativa criticità è quella relativa al rio Pomà, uno degli affluenti del Varenna. «Anche qui recentemente abbiamo realizzato una pulizia dell’alveo – aggiunge Bottaro – E ancora sul rio Cantalupo che è il maggiore affluente. L’anno scorso siamo intervenuti in particolare alla confluenza del Cantalupo con il Varenna. Gli alberi, però, crescono fin troppo velocemente e noi, solo con i nostri mezzi, di più non riusciamo a fare».

    Va dato atto alle istituzioni locali di aver eliminato la famigerata piastra Enel a valle del torrente ma, nello stesso tempo, va anche detto che ciò è stato fatto con un notevole ritardo «Sanando una situazione di estremo pericolo generata da scelte scellerate compiute anni addietro dai rappresentanti politici dell’epoca», sottolinea Bottaro. Nei pressi della Foce del Varenna «In effetti qualche intervento è stato eseguito – continua Bottaro – a monte, invece, ricordiamo soltanto un’operazione di pulizia del greto, realizzata qualche anno fa dalla Provincia».

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    Secondo il comitato, in questa parte del ponente genovese, le tematiche della sicurezza idraulica e della prevenzione dal rischio idrogeologico, sono state pressoché abbandonate. «Noi rappresentiamo un presidio del territorio e vogliamo svolgere un’azione preventiva – spiega il presidente – Impegnandoci in prima persona ma soprattutto sensibilizzando gli enti locali. Perché non basta la buona volontà dei cittadini se al loro fianco non si schiera una guida pubblica in grado di fornire un aiuto concreto in termini di competenze, capacità e mezzi».
    L’assessorato comunale ai Lavori pubblici «Ci ha confermato che, a breve, svolgerà un sopralluogo in vallata – aggiunge Bottaro – per vedere da vicino lo stato del torrente». Staremo a vedere se tale promessa avrà un seguito positivo. «Nella parte a monte noi abbiamo iniziato l’opera che adesso, però, va completata – conclude Bottaro – Sappiamo bene che, per un’adeguata messa in sicurezza, sarebbero necessarie risorse sostanziose finalizzate a interventi strutturali. Ma i soldi non ci sono. Quindi, almeno cerchiamo di monitorare attentamente gli alvei del Varenna e dei suoi affluenti. Perché è altrettanto vero che è meglio spendere prima in prevenzione, piuttosto che spendere dopo, magari pure il doppio, per ripristinare gli eventuali danni generati da una carente manutenzione».

    Matteo Quadrone

    [Foto dell’autore]