Categoria: Inchieste

Inchieste condotte dalla redazione di Era Superba.

  • Emergenza abitativa a Genova (2a parte): le case vuote delle società a partecipazione pubblica

    Emergenza abitativa a Genova (2a parte): le case vuote delle società a partecipazione pubblica

    genova (3)Quasi 4000 cittadini genovesi in lista per una casa popolare, senza contare il numero di sfratti che ogni anno colpisce sempre più famiglie. L’emergenza abitativa, che investe la nostra città ma anche l’intera penisola e tanti altri Paesi europei, oggi non è più sintetizzabile con “non ci sono alloggi” quanto piuttosto con “ci sono troppi alloggi vuoti che non vengono dati a chi ne ha bisogno”. Nella prima parte della nostra inchiesta (leggi qui) ci siamo soffermati sull’analisi dei dati e delle politiche degli enti locali, Comune e Regione in primis.

    A complicare ulteriormente un quadro piuttosto desolante e con scarsissime probabilità di ripresa, ci si mette una nuova tendenza che negli ultimi anni sta prendendo sempre più piede: molte operazioni immobiliari non trovano più soddisfazione all’interno del real estate tradizionale ma vengono utilizzate come un vero e proprio strumento neo-finanziario. Gli immobili, cioè, non vengono più costruiti o acquisiti per essere abitati ma come strategica voce di bilancio per grandi aziende da sfruttare per un più facile accesso al credito nel confronto degli istituti bancari o per riequilibrare situazioni economiche altrimenti fallimentari. Per le grandi imprese, dunque, avere nel proprio patrimonio alloggi vuoti non rappresenta un gravoso onere finanziario ma diventa piuttosto un pass par tout per l’accesso al credito. Operazione, tra l’altro, che in un certo qual modo sembra essere stata avvallata dai piani alti della politica nazionale dato che le imprese edili sono state risparmiate da una serie corposa di oneri fiscali sugli invenduti.

    L’inchiesta integrale è pubblicata sul numero 59 di Era Superba

    Geometra Impazzito di Alberto Marubbi
    Foto di Alberto Marubbi

    La questione diventa ancora più grave se ad essere chiamati in causa sono soggetti pubblici o aziende partecipate dallo Stato e da enti locali che sacrificano alla divinità immobiliare beni patrimoniali che potrebbero altrimenti essere impiegati per ben più nobili scopi sociali. Politica e istituzioni segnano così una decisa migrazione da ruolo di mediatori sociali a vero e proprio supporto e assistenza al mercato finanziario. Se, infatti, una parte di questi alloggi venisse riproposta sul mercato a prezzi calmierati, la domanda abitativa potrebbe essere in buona parte assorbita. E gli incentivi per intraprendere questo cammino non sarebbero così complicati: basterebbe, infatti, una politica fiscale che punisse chi detiene alloggi vuoti per un certo numero di anni.

    Una situazione da cui anche Genova non è immune. Secondo stime approssimative, gli addetti ai lavori parlano di almeno 400 alloggi che potrebbero essere messi in circolo se si puntasse a valorizzare in chiave sociale questa categoria di immobili vuoti e proprietà di enti che hanno qualcosa a che fare con il settore pubblico. Nella nostra città, i due casi più eclatanti riguardano il Gruppo Iren e Poste Italiane: nel primo caso, si parla di un’azienda che chiama in causa per quasi la metà della sua proprietà i Comuni di Genova, Torino e Reggio Emilia, e che rappresenta l’élite della trasmissione dell’energia nel nostro Paese con grandi escursioni nei mercati emergenti; nel secondo caso, invece, il controllo pubblico avviene attraverso Cassa Depositi e Prestiti.

    Per quanto riguarda il Gruppo Iren, bisogna risalire a dicembre 2013 quando il Consiglio comunale diede il via libera all’operazione di liquidazione di Sportingenova, la partecipata del Comune che aveva in gestione i principali impianti sportivi della città. Per far fronte a circa 10 milioni di debito maturati nella gestione, il Comune ha sostanzialmente “riacquistato” gli impianti coprendo l’esposizione nei confronti dei creditori attraverso una significativa operazione di permuta immobiliare. Sono così passati da mano pubblica a mano para-privata i seguenti immobili: il mercato di Pontedecimo, un complesso ex industriale nella zona dell’Eridania a Sampierdarena, una palazzina a Nervi, alcuni appartamenti nella zona del Lagaccio e di Brignole, un ex asilo comunale a Trasta, un’ex scuola in via Pagano Doria e il famoso palazzo delle Poste di Borgo Incrociati. I creditori hanno un’identità ben precisa: si tratta di Cae, Mediterranea delle Acque e Iren Mercato, tutte appartenenti al Gruppo Iren. Che, a circa un anno e mezzo dall’ottenimento, si è fin qui dimostrato indisponibile a qualsiasi ipotesi progettuale volta a riutilizzo in chiave abitativa sociale di questi edifici, anche quando le proposte sono giunte da aziende pubbliche. Una tendenza confermata anche dalla mancata partecipazione di Iren all’ultimo bando regionale che elargiva fondi per la riqualificazione di immobili esistenti da convertire a edilizia sociale fino a un massimo di 500 mila euro.

    Un’accusa che il professor Luca Beltrametti, presidente di Mediterranea delle Acque e noto uomo di sinistra, rispedisce sostanzialmente al mittente: «Non sono assolutamente in grado di rispondere per conto di tutto il gruppo Iren ma, per quanto ci riguarda, il fenomeno è molto circoscritto. Abbiamo ricevuto dal Comune 3 immobili a saldo del credito di Sportingenova ma non ci siamo mai inoltrati deliberatamente nel settore immobiliare per fini speculativi». Di questi ci risulta facciano parte l’ex scuola di via Pagano Doria e una porzione dell’ex palazzo delle Poste di Borgo Incrociati: «Effettivamente – ammette Beltrametti – questi immobili avrebbero anche una valenza residenziale ma li abbiamo ricevuti in condizioni pessime e non certo abitabili. Sono stati messi in sicurezza ma ci vorrebbero investimenti nell’ordine del milioni di euro per edificio per una ristrutturazione completa. E non si può chiedere a un gruppo che si occupa di acqua e depuratori di investire queste cifre in questioni non solo non riguardano il nostro business ma neppure obiettivi statutari o sociali: se decidiamo di fare un intervento nel sociale, lo facciamo nei nostri settori».

    «Ci sono poi altri immobili nella nostra dotazione patrimoniale – conclude il docente universitario – ma derivano da vicende industriali del passato che avevano a che fare con le attività tipiche dell’azienda e che non riguardano edifici con uso abitativo».
    A destinazione residenziale o meno, nel frattempo gli edifici restano vuoti e i genovesi assistono impotenti al depauperamento di strutture fortemente insediate nel tessuto urbano e il cui recupero creerebbe riqualificazione del territorio oltre, naturalmente, a fornire un’opportunità per alleviare la domanda abitativa locale, laddove possibile.

    begato-diga-d5Il secondo capitolo, come detto, fa riferimento a Poste Italiane. Oltre a una serie di patrimoni sparsi in città, la società è proprietaria di circa un centinaio di alloggi in via Linneo, al Cige di Begato, in un complesso unitario vuoto ormai dal 2001 e prima destinato a scuola professionale con foresterie per gli impiegati in arrivo da fuori città. Rifiutata la proposta di affitto da parte del Comune tra fine 2011 e inizio 2012 per convertire la struttura a esigenze abitative sociali, Egi (partecipata di Poste italiane che ne amministra il patrimonio) ha più volte richiesto invano a Palazzo Tursi una variante urbanistica per riconvertire l’immobile a uso abitativo privato, destinazione al momento esclusa dal Puc, e quindi avere il via libera all’ennesima speculazione edilizia.

    A nostra precisa domanda circa un chiarimento su questa totale mancanza di sensibilità sociale da parte di aziende almeno parzialmente pubbliche, l’assessore alle Politiche della Casa del Comune di Genova, Emanuela Fracassi, risponde: «A me questa cosa non risulta. Ne prendo atto». Commenti e riflessioni, ai lettori.

     

    Simone D’Ambrosio

    L’inchiesta integrale su Era Superba #59

  • Ciclo dei rifiuti e futuro di Amiu, il tempo sta per scadere: accordo di programma e capitali privati

    Ciclo dei rifiuti e futuro di Amiu, il tempo sta per scadere: accordo di programma e capitali privati

    palazzo-tursi-sindaco-doria-marco-discorso-D3Scongiurato lo sciopero Amiu. Il servizio di raccolta dei rifiuti sarà regolare anche lunedì 4 e martedì 5 maggio, evitando così il replicarsi di spiacevoli accumuli di spazzatura a ridosso del ponte del primo maggio, come accaduto invece durante le vacanze natalizie. La sospensione dell’agitazione è stata confermata oggi pomeriggio, dopo la sigla dell’accordo tra Regione, Città Metropolitana, Comune, azienda e organizzazioni sindacali sul futuro di Amiu.

    Come ampiamente circolato già a partire dalla serata di ieri, l’accordo prevede che entro fine 2015 la raccolta differenziata raggiunga il 42% e il 50% a fine 2016. Comune e Amiu dovranno individuare entro la fine di giugno l’area che ospiterà il biodigestore (in ballottaggio ci sono gli spazi ex Colisa ed ex Ilva), il cui progetto preliminare dovrà essere pronto entro fine anno e approvato dalla Città Metropolitana entro giugno 2016. A riguardo, inoltre, la Regione si impegna a trasferire risorse economiche europee derivanti dai fondi FESR. Inoltre, la Città Metropolitana si impegna ad approvare il piano relativo all’impiantistica del ciclo dei rifiuti entro luglio, mentre un mese prima dovrà essere siglato l’accordo tra tutti gli enti pubblici locali per la gestione del percolato di Scarpino indentificandone la migliore soluzione impiantistica e i relativi finanziamenti, attraverso l’impegno della Regione e il coinvolgimento dei Ministeri competenti. Infine, mentre Amiu si impegna a espletare tutte le procedure per la riapertura di Scarpino, la Regione ha siglato  un nuovo accordo con il Piemonte per il conferimento di 149 mila tonnellate di rifiuti della provincia di Genova.

    Emergenza rifiuti a Genova, necessari 150 milioni in 5 anni >> Leggi l’approfondimento

    In allegato all’accordo siglato questo pomeriggio, che conferma la condizione fondamentale del mantenimento dei livelli occupazionali e la salvaguardia delle attuali condizioni contrattuali di lavoro in Amiu, viene inserito uno schema programmatico (consultabile qui) per riassumere impegni e responsabilità che ogni ente pubblico si è assunto riguardo le diverse aree di criticità dell’azienda. Stralciato, invece, ogni riferimento all’ingresso di capitali privati in Amiu, anche se questa strada sembra sempre più ineluttabile per il mantenimento in vita della società.

    A seguito della contrattazione è stata aggiornata la commissione comunale odierna dedicata all’approfondimento della delibera sul riordino delle partecipazioni del Comune di Genova in altre società. I sindacati, infatti, non sono riusciti a raggiungere Tursi creando, tuttavia, l’ennesimo intoppo istituzionale: nell’ordine del giorno del prossimo Consiglio comunale, previsto martedì 5 maggio, era già in calendario la discussione e la votazione sulla stessa delibera che, tuttavia, l’aggiornamento della Commissione odierna ha impedito di licenziare. Tutto rinviato quantomeno di una settimana.

    Non ha però torto l’assessore Miceli a ricordare che «quella in esame non è una delibera su Amiu perché le società partecipate dal Comune di Genova sono decine. Dalla discussione che è sorta sembra che si tratti della delibera che decide i destini di Amiu ma, in realtà, su questa azienda ci si limita solamente a ribadire quanto già affermato a novembre 2013. E cioè che Amiu necessita di un partner industriale. Tutte le altre discussioni anticipano una discussione che dovrà essere fatta successivamente».

    Sul tema è già stata convocata un’apposita riunione di Commissione comunale per venerdì prossimo, nel corso della quale si dovrebbe anche fare luce sulle modifiche del piano industriale di Amiu in seguito all’approvazione del piano regionale dei rifiuti.
    Il nodo più importante da sciogliere resta quello legato ai soldi: chi e soprattutto come pagherà la messa in sicurezza di Scarpino 1 e le innovazioni tecnologiche previste dal nuovo piano industriale? E ancora: come verranno coperti i maggiori costi dell’azienda che, dalla chiusura della discarica sestrese, spende circa 2,5 milioni di euro al mese per lo smaltimento? Qualcosa in più sicuramente si inizierà a capire dopo il consiglio di amministrazione di Amiu in corso in queste ore, in cui dovrebbero finalmente essere fatti i conti nero su bianco. Le ultime indiscrezioni sembrerebbero confermare l’assoluta necessità di un’iniezione di denaro fresco: i conti dell’azienda sarebbero molto vicini al collasso e difficilmente si potrà andare avanti solo con le casse pubbliche. In proposito, si fa sempre più concreta la voce di un interessamento di Iren.

    Ma non tutte le forze politiche sarebbero d’accordo. Se, infatti, il Pd spinge sull’acceleratore per la vendita, le sinistre di Tursi non sono dello stesso avviso. «In questo momento – commenta il consigliere di Lista Doria, Luciovalerio Padovani – Amiu è certamente in forte sofferenza e mi chiedo, quindi, se sia opportuno procedere alla “valorizzazione” dell’azienda con l’ingresso di capitali privati o se non ci si esponga al rischio che la società possa essere svenduta piuttosto che valorizzata. Lascerei una porta aperta a diverse soluzioni che non comportino l’obbligo di cedere quote e di condividere il controllo dell’azienda con altri. Ad esempio, si potrebbe identificare un socio finanziario (non necessariamente industriale) oppure la partnership potrebbe limitarsi ad aggregazioni di scopo con la finalità di gestire insieme gli impianti. Almeno sulla carta, la possibilità di accesso a finanziamenti (cassa depositi e prestiti?) potrebbe darci il vantaggio di realizzare gli investimenti necessari, di mantenere il controllo dell’azienda più vicino a noi, senza necessariamente cedere quote di proprietà. In sostanza, quando si parla di partner industriale, si parla di Iren che è sì una società a controllo pubblico ma, come abbiamo visto, nel momento in cui la gestione strategica si allontana dal territorio, c’è il rischio di una riduzione sostanziale della capacità di governo dei processi e delle scelte da parte dell’azionista di riferimento». La discussione pubblica in Sala Rossa e privata in maggioranza si annuncia molto più che accesa.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Emergenza abitativa a Genova, analisi di un caos sociale (prima parte): i dati e le politiche locali

    Emergenza abitativa a Genova, analisi di un caos sociale (prima parte): i dati e le politiche locali

    casa-ediizia-popolareTremilaottocento. Dietro questa cifra si nasconde uno dei più gravi drammi sociali del nostro tempo: il disagio abitativo. A tanto ammontano i nuclei familiari a Genova che fin qui hanno fatto richiesta di un alloggio di edilizia residenziale pubblica, ovvero una casa in affitto a canoni fortemente calmierati. Solo una minima parte di questi genovesi emarginati riuscirà a trovare una risposta efficace al proprio bisogno vitale. La nuova graduatoria per assegnare gli appartamenti che il Comune avrà a disposizione si chiuderà a fine aprile, dopo una proroga concessa per le difficoltà conseguenti all’entrata in vigore del nuovo metodo per calcolare il reddito ISEE. Ma già ora si può sapere con certezza che non basterà una manciata di case a rispondere in maniera efficace a questa piaga. Una piaga che non riguarda solo la nostra città ma che è estesa a tutta la penisola e ai Paesi dell’Europa mediterranea.

    L’inchiesta integrale è pubblicata sul numero 59 di Era Superba

    «Quella che stiamo vivendo – è la tesi di Bruno Pastorino, ex assessore alle Politiche della Casa del Comune di Genova sotto la giunta Vincenzi e delegato di Anci Liguria sullo stesso tema – è una crisi abitativa radicalmente diversa da quelle che hanno contraddistinto la storia recente del nostro Paese. Nel Dopoguerra o negli anni ’60, in seguito al flusso migratorio che ha portato città come Torino quasi a raddoppiare il numero dei propri abitanti, l’unica risposta possibile era quella di avviare un massiccio piano edificatorio. Chi ha pensato di affrontare con strumenti analoghi la crisi iniziata nel 2007 ha compiuto una sorta di terapia omeopatica che non ha avuto alcun effetto positivo». Senza considerare gli effetti nefasti per l’ambiente, a causa di una crescente impermeabilizzazione del suolo, in seguito all’aumento della possibilità edificative che si sono succedute con i vari “piani casa” nazionali a partire dal 2008. Insomma, il problema oggi non è più sintetizzabile con “non ci sono alloggi” quanto piuttosto con “ci sono troppi alloggi vuoti che non vengono dati a chi ne ha bisogno”. In altre parole, l’analisi del reale ci racconta di un surplus abitativo paradossalmente non in grado di soddisfare in alcun modo la crescente domanda abitativa: domanda e potenziale offerta non si parlano.

    Questa sensazione viene confermata anche dai numeri. Dai dati censuari del 2011 è emerso che in Italia, nell’ultimo decennio, abbiamo avuto una crescita di oltre 1,5 milioni di alloggi. Ad aumentare sono state anche le unità familiari – non certo per un boom delle nascite quanto piuttosto per una crescita di separazioni e nuclei monofamiliari – ma il numero di abitazioni non occupate si attestano attorno ai 2,7 milioni in tutta la penisola. Ed è la stessa realtà a confermarci la veridicità di quest’analisi. A Genova, ad esempio, basta vedere le altissime quote di invenduto che conoscono le più gradi speculazioni edilizie degli ultimi anni, una su tutte le Torri Faro di San Benigno. Una situazione che si replica in quasi tutte le città italiane.

    Politiche abitative: quello che lo Stato non fa >> Leggi l’approfondimento

    regione-liguriaA livello locale, la regia delle politiche per la casa è quasi interamente in mano alla Regione, a cui compete per legge la programmazione delle risorse finalizzate a sostenere le fasce più deboli e la determinazione dei requisiti e dei criteri per l’assegnazione e la gestione degli alloggi ERP. Ed è proprio la Regione a entrare nel mirino delle critiche di Bruno Pastorino: «Da piazza De Ferrari è stata dimostrata una forte insensibilità alla crisi dell’abitare mentre molta attenzione è stata posta agli interessi cementificatori, nel percorso di ricerca di consensi elettorali tra le élite economiche del territorio». Sono tre gli indizi che rafforzano la tesi di Pastorino. Il primo è rappresentato dalla promozione di un bando da parte della Regione per la realizzazione e la rigenerazione di alloggi sociali, destinati all’affitto: 7 milioni di euro ai quali se ne sono aggiunti altri 7 da parte dei Comuni partecipanti, per realizzare complessivamente meno di 95 alloggi. La classica montagna che partorisce il topolino, con l’aggiunta di un’ingente spesa di denaro pubblico. Tra l’altro i fondi sono arrivati a Comuni ragionevolmente poco oberati dalla domanda abitativa a carattere emergenziale ma piuttosto attrattivi dal punto di vista immobiliare come Porto Venere, Sestri Levante, Santa Margherita, Alassio. Secondo indizio: poche settimane fa, la Regione ha deciso di non confermare la dotazione economica per i fondi di sostegno agli affitti per le famiglie con i redditi più bassi, a cui ogni anno veniva elargito complessivamente circa 1 milione di euro. Terzo elemento: all’interno di una legge omnibus, la Regione ha inserito tra le proprie politiche per la casa il sostegno all’acquisto, anche attraverso la possibilità di concedere fideiussioni per la contrazione di mutui, e all’affitto. «In sostanza – commenta Pastorino – la Regione compensa con una quota di risorse pubbliche le attese di redditività di un mercato in crisi. Il sostegno all’affitto per gli alloggi di proprietà privata consente al mercato di mantenersi su prezzi elevati senza dover calmierare i canoni fino a incontrare le necessità della domanda. Tutti elementi che, oltre a non cogliere l’esigenza del potenziamento dell’affitto calmierato, non si pongono l’obiettivo di abbassare le pretese economiche del mercato. Così, anche a livello locale, troviamo una totale trascuratezza nei confronti di chi ha più bisogno a fronte di una sottomissione ai poteri forti dell’edilizia».

    Focus su Genova

    genova (3)Come detto in apertura, a bando ancora aperto, le domande giunte al Comune di Genova per l’assegnazione di un alloggio di edilizia residenziale pubblica sfiorano la soglia di 4000. Si tratta di affitti mediamente attorno ai 100 euro mensili ma la fascia più bassa, che è quella più “popolosa” e rappresenta il 42% degli aventi diritto, non supera i 35 euro al mese. Indicatore ancor più significativo del disagio abitativo è il numero degli sfratti (da alloggi privati, ndr): a Genova abbiamo ogni anno circa 1000 famiglie che devono abbandonare la propria casa perché non sono state in grado di sostenere l’affitto. Gli ultimi dati ufficiali disponibili parlano di 835 sfratti eseguiti nel 2012 e 970 nel 2013, a fronte rispettivamente di 2496 e 2929 richieste. Esisterebbe un fondo dedicato al sostegno della morosità incolpevole che consentirebbe di tamponare almeno un centinaio di sfratti l’anno ma non è stato finanziato dalla Regione. Il Comune, dal canto suo, non ha le risorse economiche per prendersi in carico tutte le situazioni di sfratto. Esiste un servizio di emergenza abitativa (che rientra nel “Programma per l’emergenza abitativa” attivo dal 2012 in forma sperimentale, ora definitivo con delibera approvata ieri 16 aprile 2015, ndr) che interviene nelle situazioni più gravi ma riguarda un numero esiguo di casi (un’ottantina di famiglie nel 2014) e offre soluzioni temporanee attraverso alloggi, talvolta anche in regime di coabitazione, presso strutture protette.

    A questo punto, alle famiglie non resta che rivolgersi all’edilizia residenziale pubblica che, tuttavia, non è assolutamente in grado di fornire una risposta efficace all’emergenza come spiegato dall’assessore alle politiche abitative del Comune Emanuela Fracassi: «Negli anni scorsi eravamo in grado di assegnare circa 250 alloggi ma nel 2014, soprattutto per problemi di Arte (la partecipata di Regione Liguria a cui è delegata la gestione e la manutenzione degli alloggi di edilizia residenziale pubblica) ci siamo fermati a un centinaio (124 attraverso la graduatoria del bando 2012, utilizzata da luglio 2014, per cui sono giunte 4227 domande di cui 3595 idonee. In precedenza, la graduatoraia del 2011 utilizzata da gennaio a luglio 2014 aveva portato all’assegnazione complessiva di 334 alloggi, ndr)».

    I dati di Arte e del Comune non corrispondono

    A Genova ci sono circa 9100 mila alloggi Erp, 5100 di proprietà di Arte (a cui vanno aggiunti altri 700 alloggi non in regime Erp) e 4 mila del Comune. Benché questa tipologia di dati sia in costante mutazione, sorprende abbastanza la differenza tra quanto comunicato da Arte e dal Comune di Genova: secondo la partecipata regionale, al momento gli alloggi sfitti si attesterebbero attorno a 130 unità, una sessantina di proprietà di Arte e una settantina del Comune. Più gravi e dettagliati, invece, i numeri forniti da Tursi. L’amministrazione comunale parla di 8470 alloggi regolarmente assegnati: per quanto riguarda la proprietà comunale, 50 appartamenti sono in fase di ristrutturazione, altri 120 attendono di essere finanziati dal Piano casa nazionale e 115 sono ancora da periziare; per la proprietà di Arte, invece, si parla di 201 alloggi in ristrutturazione, 23 in manutenzione ordinaria, 120 da periziare e 101 inseriti in piano di vendita.
    Si stimano attorno all’11% i nuclei familiari morosi a cui l’amministrazione cerca di andare incontro attraverso piani di rientro del debito spalmati su più anni: tuttavia, salvo situazioni di particolare disagio e incolpevolezza, se la situazione non si regolarizza, interviene lo sgombero (nel 2014 ne sono stati eseguiti 34 su 91 programmati). Secondo Arte, 76 sono le case occupate abusivamente, 48 del Comune, 28 della partecipata della Regione a cui vanno aggiunti 14 appartamenti “murati”.
    Ogni anno mediamente avvengono 350 abbandoni di alloggi Erp ma non sono altrettanti gli appartamenti che vengono rimessi in circolo: nell’80% dei casi, infatti, è necessaria una manutenzione radicale per cui mancano le risorse; solo circa un 20% degli appartamenti può essere riassegnato con una rapida rinfrescatura.

    Il problema maggiore per quanto riguarda l’edilizia residenziale pubblica genovese è proprio la manutenzione ordinaria. «Fino a qualche anno fa – spiega l’assessore Fracassi – era prevista la presa in carico da parte di Arte di un forfait di 100 alloggi all’anno ma nel 2014 ne sono stati manutenuti meno di 20. È un problema grave a cui Arte deve rispondere velocemente».

    «Effettivamente – ammette l’amministratore unico di Arte Genova, Vladimiro Augusti – nel 2014 c’è stato un ritardo imputabile agli stanziamenti regionali: le ditte che eseguono i lavori di manutenzione non possono anticipare le spese né possiamo farlo noi per tutti gli alloggi. Ma per il 2015 è già stato finanziato il recupero di 90 appartamenti e nel mese di aprile dovrebbero essere terminati anche 70 alloggi in via Sertoli. Insomma, a fine 2015 contiamo di arrivare a circa 200 ristrutturazioni, recuperando un po’ i ritardi dell’anno scorso».

    In proposito, l’assessore Fracassi sta pensando a un percorso di assegnazione parallelo alla graduatoria standard, ovvero la consegna di alloggi Erp, che non necessitano di riqualificazioni straordinarie ma solo di piccoli ritocchi, ai quei nuclei famigliari in grado di farsi direttamente carico degli interventi stessi in cambio di uno sconto sui canoni di locazione dovuti alla proprietà pubblica. Si è parlato di una soglia massima di 5 mila euro ma il percorso sembra piuttosto difficile perché in molti sarebbero pronti a chiamare in causa la regolarità dei bandi e delle graduatorie per l’assegnazione.

    Ma la soluzione a un problema così vasto e radicato non può essere lasciata esclusivamente nelle mani del pubblico. Occorre che il mercato privato, soprattutto quello dei grandi proprietari immobiliari, sia coinvolto all’interno di programmi di locazione a canoni moderati. Solo così si riuscirà a impostare una risposta efficace.
    «Manca un coordinamento rispetto a una politica di contrasto al disagio che coinvolga anche i grandi i proprietari – ammette l’assessore Fracassi – Ad oggi non c’è. Abbiamo rapporti con gli enti religiosi che hanno messo a disposizione alcuni alloggi per i nostri programmi dell’emergenza abitativa ma parliamo di poche unità perché anche il mondo religioso tende a considerare il patrimonio abitativo come fonte di reddito, amministrando i beni in piena logica di mercato». Ma la questione non riguarda solo la Chiesa, come vedremo nella seconda parte di questa lunga inchiesta (leggi qui).

     

    Simone D’Ambrosio

    L’inchiesta integrale su Era Superba #59

     

  • I “soldi di Colombo”, Genova e i grandi eventi: Expo ’92, G8 e Capitale della Cultura 2004

    I “soldi di Colombo”, Genova e i grandi eventi: Expo ’92, G8 e Capitale della Cultura 2004

    porto-antico-bigo-DILa prima volta che si parlò di “manifestazioni colombiane” in occasione dei 500 anni dalla “scoperta” dell’America (1992) fu nel 1984 su proposta di Renzo Piano. Il via ai lavori e finanziamenti risale al 1988. Fu il primo passo verso il cambiamento che la nostra città avrebbe subito: scoprire il centro storico come risorsa e il porto come occasione turistica e fare in modo che le due realtà potessero essere legate. Nei primi duemila sono seguiti altri due grandi eventi: il vertice G8 e Genova 2004, Capitale europea della Cultura. Periodi di progettazione urbanistica e finanziamenti. Cosa hanno portato e cosa hanno lasciato? Abbiamo raccolto dati e dettagli per suscitare nel lettore una riflessione su come eventi di questo tipo possano segnare in modo indelebile lo sviluppo di una città.

    L’inchiesta integrale è pubblicata sul numero 59 di Era Superba

    Quando siamo partiti nella ricerca era recente la notizia che alcuni residui dei fondi colombiani avessero partecipato alla spesa per gli interventi di riqualificazione dei parchi di Nervi. Come è possibile che a oltre vent’anni di distanza dal grande evento ci siano ancora denari in cassa da investire? Cerchiamo di fare chiarezza.
    Nel marzo 2007 viene sottoscritto un Accordo di Programma tra la Presidenza del Consiglio dei Ministri e Regione, Provincia e Comune di Genova per l’impiego di fondi residuali dalle manifestazioni colombiane per interventi di recupero del tessuto urbano e del patrimonio storico artistico. Questi fondi ammontano a 97 milioni di euro. La somma è frutto delle riduzioni dei tassi di interesse sui mutui (grazie al passaggio lira-euro) che erano stati contratti originariamente dal Comune. Inizialmente era stata prevista la disponibilità dei fondi in 5 anni, però lo Stato non essendo riuscito a rispettare i tempi nel 2013, ha prorogato fino a fine 2015 il loro utilizzo. Ad oggi i denari sono stati completamente versati dallo Stato e quasi interamente reinvestiti.

    Le Colombiane

    porto-antico-bigo-ML’Expo 1992 è stato realizzato con 600 miliardi di lire (300 milioni di euro) e il passaggio lira-euro, come detto, ha permesso di avere risparmi riutilizzabili. G8 e Genova 2004 (per l’evento Capitale della cultura sono stati spesi circa 160 milioni di euro), in base ai dati in nostro possesso, non hanno prodotto residui né risparmi.
    Proviamo dunque a tracciare un percorso che parta dalle Colombiane, passi attraverso il G8 per arrivare a Genova 2004. Insomma un viaggio fra i grandi eventi genovesi dell’ultimo ventennio, con l’aiuto dell’architetto Bruno Gabrielli (Giunta Pericu, assessore urbanistica e centro storico dal 1997, assessore qualità urbana e politiche culturali dal 2001 al 2006) e dal professore Francesco Gastaldi dell’Università IUAV di Venezia. «I grandi eventi degli ultimi 20 anni hanno giocato un ruolo decisivo, hanno messo in campo ingenti risorse economiche, hanno attivato capitale sociale e hanno ridefinito l’immagine della città», esordisce il professore. Secondo Gastaldi è stata la ricerca del binomio waterfront-centro storico (iniziata con le Colombiane e proseguita fino all’evento capitale della Cultura) che ha caratterizzato le scelte di politica urbana degli anni ’90 e 2000. Binomio che ora, sembrano convinti sia Gastaldi che Gabrielli, non è più priorità della politica. «Si era parlato di proseguire il percorso anche con opere non-materiali di valorizzazione degli interventi eseguiti per Genova 2004, ma questo non è stato fatto – commenta Gabrielli – se non vi è continuità si perde il senso della strategia iniziata con le Colombiane e proseguita con G8 e Genova 2004, cioè che Genova non ha bisogno di soldi, ma di eventi».

    Aldilà dell’errore politico che portò a sovrastimare la portata dell’evento in termini di visitatori (a pochi mesi dal via la stima sulle presenze di visitatori all’Expo raggiungeva un milione e 800 mila, a evento concluso si contarono in realtà poco più di 800 mila visitatori e l’Ente Colombo che gestiva la manifestazione incassò solo 13 miliardi di lire rispetto ai 45 previsti in partenza), “i soldi di Colombo” hanno dato il via ad una strategia di urbanizzazione della città che si è sviluppata fra il 1986 e il 2006 e che ha trasformato il rapporto fra la città e il porto. Una complessa orchestrazione fra strumenti urbanistici e rapporti fra le autorità, gestione degli interventi e dei finanziamenti. L’arch. Gabrielli ricorda: «Nonostante le scarse risorse di base, Genova ha saputo sfruttare i tre grandi eventi, sono stati il volano per mettere in moto cospicui investimenti pubblici e privati».
    Nel 1984 la giunta affida a Renzo Piano l’incarico per progettare modi e luoghi per l’esposizione del 1992. L’intento è realizzare opere che anche dopo l’evento possano essere utilizzate per lo sviluppo della città, le cronache di quel periodo raccontano di parte dell’area del Porto Antico chiusa a cui non si può accedere, il destino di Acquario, Centro Congressi dei Magazzini del cotone e dell’area sono incerti. La soluzione è rappresentata dalla costituzione della Società Porto Antico spa (80% del comune), punto di partenza per il riavvio di una nuova gestione dell’area. L’Acquario diventa privato e Genova acquista un valore aggiunto impensabile fino a pochi anni prima, ovvero il libero accesso di cittadini e turisti alle aree portuali, l’apertura alla città di zone cruciali ma per secoli rimaste inaccessibili e gestite solo dall’Autorità portuale.

    Gli interventi dal 2001 al 2004

    Sopraelevata da Piazza CaricamentoAltri interventi di riqualificazione sono stati eseguiti in occasione del vertice G8 del 2001 i cui finanziamenti hanno permesso l’avanzamento del progetto di integrazione fra centro storico e waterfront già avviato nel ‘92, grazie alla pedonalizzazione di molte aree. Interventi urbani che in qualche modo hanno anche aiutato il riutilizzo degli spazi creati dalle Colombiane (Magazzini del cotone, Acquario, Bigo, Metropolitana). Non trascorre neanche un anno che arriva il momento dell’esecuzione degli interventi pensati per Genova Capitale della Cultura Europea che hanno l’obiettivo principale del miglioramento e della riorganizzazione del sistema museale cittadino e del patrimonio architettonico.
    Per la manifestazione del 2004 i finanziamenti hanno raggiunto un totale di circa 160 milioni di euro, fra Comune, Provincia, Regione, fondazione CARIGE, Università di Genova e Comunità Ebraica. Gli interventi si sono realizzati sul polo museale di via Garibaldi, su quello della Darsena, su alcune strutture statali e altre per la formazione come ad esempio Abbazia di San Giuliano o Palazzo Belimbau. I fondi sono stati spesi per i musei cittadini, per la ristrutturazione o l’abbellimento di chiese, ville e strade cittadine.
    Per quanto riguarda il waterfront con il G8 si completa innanzitutto l’opera di Piano iniziata nel 1992 (Acquario, Magazzini del Cotone, apertura dell’area portuale ai cittadini) con pavimentazioni, illuminazione, piantumazione delle palme, sistemazione di piazza Caricamento e limitrofe. Poi l’intervento privato della Marina di Genova, l’hotel, le residenze e il porto turistico. I finanziamenti di circa 5 milioni di euro hanno in parte permesso la realizzazione della Passeggiata alla Lanterna oltre, ad esempio, al restyling di via delle Palme a Nervi e delle principali strade cittadine: San Lorenzo, San Vincenzo, Lomellini, Balbi, Fontane Marose, Garibaldi, Via del Campo. Dulcis in fundo, il recupero della Darsena con il Museo del Mare cofinanziato da fondi Urban (Commissione Europea) e Compagnia di San Paolo (oltre 23 milioni di euro). Da sottolineare anche i progetti per la viabilità, come la metropolitana che collega la Valpolcevera al centro, impegno di spesa pari a 492.360.110,54 € a cui saranno aggiunti circa 167 milioni di euro per l’ultimo tratto fino a Brignole. Circa il 60% dei costi è stato coperto dallo Stato Italiano.

    Veniamo ai musei. Sono stati spesi per la riforma del sistema museale cittadino circa 52 milioni di euro di cui circa 15 milioni governativi, altri 15 da fondi privati e dalle amministrazioni l’investimento è stato di circa 10 milioni. Discorso a parte per il Galata che, come abbiamo visto, è stato finanziato da Urban, quindi dalla Commissione europea. Sono stati poi realizzati nuovi spazi verdi, su tutti la valletta del Rio San Pietro, la Fascia di Rispetto di Prà e l’area verde Fiumara. In totale fra il 2000 e il 2004 sono stati investiti dal Comune circa 1000 miliardi di lire per opere pubbliche, come ad esempio opere di riassetto idrogeologico o di tipo manutentivo.
    Tirando le somme, il bilancio 2001-2005 vede circa 999 mila euro di cui il 35% è derivato da progetti speciali del Ministero del lavori pubblici. Privati ed Enti hanno contribuito per il 26%, il finanziamento governativo per G8 e Genova 2004 è stato del 13%.

    Cosa rimane oggi

    «Il compito di chi si trova a gestire i grandi eventi e i denari che ne derivano – commenta il prof. Gastaldi – è quello di mettere in moto un processo che non sia solo occasione per spendere soldi “extra”, ma che diventi prima di tutto opportunità di tipo strutturale per cambiare la città. Non è tanto importante il grande evento ma la sua capacità di mettere in moto azioni, cose che poi rimangono, anche quando esso è terminato».
    Insomma dopo un ventennio Genova ha capitalizzato in modo appropriato o no denari e grandi eventi?
    «In parte sì e in parte si sono verificati dei passi indietro, nel senso che si è puntato meno sul binomio che aveva dato il via a questo processo e cioè il binomio porto-centro storico». prosegue. «Ci sono meno fondi, ma bisogna avere anche la capacità e la voglia di sapere dove e come andarseli a prendere questi fondi..

    Certo, di quel piccolo grande “boom” Genova oggi non eredita solo l’Acquario e il Porto Antico e un abito più bello fra i caruggi e i campanili, ma anche vuoti urbani. Gli Erzelli, il cui avvio formale al progetto venne dato in quell’ormai lontano 2004 e che oggi a distanza di dieci anni ha già un piede nel grande album delle “potenzialità inspresse di Genova”, la stessa Passeggiata alla Lanterna abbandonata per anni al suo destino dopo la realizzazione, il faraonico progetto di riqualificazione di Ponte Parodi, giusto per citare alcuni esempi.
    La città di oggi è diversa da quella degli anni ‘90 e dei primi 2000, eppure il declino dell’industria e delle trame sociali che caratterizzano il tessuto genovese continuano ad essere i problemi principali a cui ancora non si è riusciti a trovare soluzioni. Se è vero che il treno delle grandi manifestazioni passa una sola volta, allora dovremo attendere ancora qualche anno prima di poter affermare se davvero siamo stati bravi a coglierlo per farlo fruttare al massimo delle sue possibilità oppure no. Per adesso una sola cosa è certa: i soldi sono finiti. Anzi, due: passare le notti in stazione sperando che prima poi il treno ripassi non è una buona idea.

     

    Claudia Dani

    L’inchiesta integrale sul numero 59 di Era Superba

  • Amt: fra promesse disattese, denari pubblici e partner privati. Quattro in pagella alla Regione Liguria

    Amt: fra promesse disattese, denari pubblici e partner privati. Quattro in pagella alla Regione Liguria

    amt-trasporto-pubblico-d1Riunire nove realtà territoriali (le tratte urbane e suburbane dei quattro capoluoghi di Provincia e la città di San Remo) e nove differenti servizi di trasporto in unico bacino gestito dallo stesso ente su tutto il contesto regionale per a una copertura di circa 59 milioni di chilometri (Amt ne fa 25,5). È questo il traguardo imposto dalla Regione al trasporto pubblico locale attraverso la costituzione dell’Agenzia unica che dovrà farsi carico di gestire la gara del servizio su gomma (per quanto riguarda quello su ferro – una partita attualmente da 8,5 milioni di euro all’anno – è in fase di trattativa il rinnovo del contratto con Trenitalia).
    Un traguardo che è sempre sembrato piuttosto complicato da raggiungere fin dai suoi primi passi, fin da quel lontano novembre 2013 quando veniva trionfalmente illustrato da Claudio Burlando al termine delle ben note cinque giornate consecutive di sciopero di Amt: «Se siamo bravi, e qualche volta ci riusciamo – aveva detto il presidente della Regione – il nuovo servizio regionale integrato partirà il 1° gennaio 2015». Un 4 in pagella sarebbe fin troppo generoso, considerato anche che contestualmente erano stati promessi ben 200 nuovi autobus in 4 anni a Genova (giovedì scorso alla rimessa delle Gavette 22 lavoratori erano fermi perché non c’erano autobus da poter mettere in servizio): dei nuovi mezzi, per il momento, non si è vista nemmeno l’ombra perché tutte le gare pubbliche fin qui non hanno dato esito. «Filse (la società finanziaria partecipata da Regione Liguria, ndr) – ha spiegato l’uscente assessore regionale ai Trasporti, Enrico Vesco – ha il mandato di gestire la trattativa diretta mettendo a disposizione 5 milioni di fondi Fas recuperati dalla vecchia programmazione più tutti quelli della nuova programmazione su cui sarà chiamata a deliberare la nuova giunta».

    Insomma, a un anno e mezzo dalle grandi promesse che avevano placato le ire dei lavoratori Amt, la situazione non sembra essere cambiata di molto. Con parecchio ritardo è stata creata ufficialmente l’Agenzia unica ma la gara deve ancora essere lanciata. E pensare che il contratto di servizio dell’azienda pubblica genovese sarebbe dovuto scadere a fine 2014, dopo due anni di proroga. La Regione, in un tour de force dell’ultimo minuto prima di chiudere la propria attività istituzionale in attesa delle prossime elezioni, ha deliberato gli stanziamenti per la copertura del nuovo servizio regionale: per il 2016 sono previsti 139,6 milioni, che saranno aumentati di qualche spicciolo negli anni seguenti per tutta la durata dell’appalto, ovvero 10 anni prorogabili per altri 5. Con questa cifra da piazza De Ferrari dovrebbe essere garantita la copertura dei cosiddetti servizi minimi, quelli essenziali. Mancano ancora gli investimenti dei Comuni che dovrebbero complessivamente aggirarsi attorno ai 47 milioni, di cui più di una trentina da Genova (37 lo scorso anno, 31 si vocifera siano previsti per il 2015). E che cosa aspetta Tursi a pronunciarsi? «La Regione – ha detto in Commissione comunale il sindaco Marco Doria – non ha ancora definito quali saranno i servizi minimi essenziali coperti dalla cifra stanziata, come possiamo determinare i nostri contributi che dovrebbero esprimersi sulla base di servizi aggiuntivi che andremo a richiedere?». Se, infatti, la Regione dovesse prevedere una copertura inferiore dei servizi standard, gli investimenti del Comune dovrebbero andare a riempire anche questi vuoti per non avere un trasporto inferiore a quello che si è sempre avuto finora. Ed è assurdo che, parlando di servizi pubblici, non esistano dei parametri di legge per fissare quali debbano essere i servizi minimi da garantire a prescindere dai finanziamenti. «Bisogna fare un’analisi del servizio senza falcidiare i chilometri percorsi – ha proseguito Doria – e dobbiamo arrivare rapidamente a queste decisioni perché è necessario calcolare di quali coperture aggiuntive abbia bisogno Genova e quanto sia giusto far pagare i genovesi che, ora, stanno pagando troppo». Il primo cittadino non parla tanto in termini diretti di costo del biglietto, il cui aumento sarà quasi inevitabile per rendere appetibile l’ingresso dei privati nella gara, quanto in valori indiretti di contributi al servizio: «Non voglio – ha proseguito il primo cittadino – un sistema thatcheriano in cui i cittadini pagano molto di più del 35% del servizio ma nel 2012, 2013 e 2014 questa amministrazione ha stanziato per Amt cifre che non hanno eguali in Italia, facendo sforzi enormi per garantire la sopravvivenza dell’azienda facendole chiudere i bilanci in equilibrio».

    E il bilancio in equilibrio è anche una condizione sine qua l’azienda Amt non potrà partecipare alla gara per l’assegnazione del bacino unico e deve, per forza di cose, essere perseguito anche nel 2015 pur con un bilancio previsionale del Comune ancora in alto mare. In quest’ottica si colloca la sottoscrizione da parte di Doria dell’accordo tra Regione, Comune, azienda e alcune rappresentanze sindacali (Faisa Cisal e Fit Cisl) sul cosiddetto fondino, un programma di prepensionamento che sarà coperto da circa 10 milioni di fondi regionali (già dedicati al trasporto e non aggiuntivi) e che dovrebbe coinvolgere poco meno di 300 lavoratori sul territorio regionale. Al di là delle vertenze sindacali – Filt Cgil, Uil Trasporti e Ugl sono sulle barricate e preparano un ricorso al Tar per essere state estromesse dalla trattiva – secondo il sindaco Doria l’accordo, che sarà sottoposto all’approvazione dei lavoratori la prossima settimana, è «una prima risposta a questa esigenza, non certo strutturale ma il cui successo dipenderà dall’impatto che il programma avrà in termini di adesioni reali». Ciò che invece il primo cittadino esclude decisamente è che «il Comune, con il suo bilancio, accentui il proprio intervento economico nel settore del trasporto pubblico locale».

    autobus-amt-3Toccherà, dunque, ad Amt presentare un piano industriale in grado di ridurre ulteriormente i costi e rendere più efficiente il servizio, in vista della gara per il bacino unico (o della proroga del servizio comunale). Gara a cui l’azienda non ha certo le forze per partecipare da sola: da tempo, ormai, si parla della costituzione di un’associazione temporanea di imprese (ATI) con le altre aziende del servizio locale che, con tutta probabilità, dovranno essere affiancate anche da un partner privato (clicca qui per consultare il report dell’Advisor che apre ai privati). In che termini (e il rischio è che si torni nuovamente all’annoso dibattito privatizzazione sì, privatizzazione no che tanto ha infiammato la Sala Rossa in un recente passato) dovrà essere esplicitato nel bando di gara che, secondo quanto riferito dall’assessore Vesco («Ci sono stati tempi lunghi per evitare il più possibile ricorsi a cui ormai siamo abituati nelle gare pubbliche»), dovrebbe essere pronto entro la metà di aprile. Per il momento, però, si tratterebbe solo di una fase preliminare, quella della manifestazione di interesse non vincolante: un po’ come dire, fateci sapere chi ci starebbe a queste condizioni. Un po’ pochino per un bando inizialmente previsto nel corso del 2014 e il cui ritardo è già costato almeno 20 milioni di euro all’anno (11 solo per Amt), pari ai mancati recuperi di Iva che sarebbero stati garantiti dal bacino unico.

    «Il bando di gara – commenta il capogruppo PD in Consiglio Comunale, Simone Farello – dovrà definire un sacco di cose, non potrà essere un copia-incolla di qualcosa già visto in altre realtà. Mi sembra che la questione non si stia affrontando con la giusta serietà: l’unica nota positiva è che l’amministrazione regionale è finita e non può più fare danni in questo settore». Farello vorrebbe anche richiamare in causa la gara integrata per il trasporto ferro-gomma ma i tempi non sembrano più essere percorribili. «Il ferro – ha proseguito l’ex assessore ai Trasporti della giunta Vincenzi – svolge un ruolo di trasporto pubblico fondamentale nell’area urbana di Genova, come facciamo a fare una gara non sapendo come sarà ristrutturato il nuovo nodo ferroviario con la cosiddetta metropolitana di superficie?».

    Da definire, come detto, è anche il ruolo dei privati che parteciperanno alla gara. «Che cosa succederà se l’ATI tra le aziende locali non dovesse costituirsi o non dovesse vincere?» si chiede il capogruppo M5S, Paolo Putti. Inoltre: è così conveniente per i gestori più piccoli di Amt associarsi in vista del bando regionale, o non sarebbe forse meglio aspettare il vincitore per “vendere” mezzi, rimesse, personale e “know-how” sul territorio?

    In questo contesto arenato e piuttosto confusionale, è praticamente impossibile che il nuovo servizio sul bacino unico regionale possa attivarsi a partire dal prossimo 1° gennaio. Che cosa succederà, allora, ad autobus, funicolari e ascensori? Semplice, sarà necessaria una proroga. Ciò, però, significa che gli attuali gestori dovranno restare in salute ed essere finanziati dai proprietari. In altre parole, il Comune di Genova deve prepararsi a trovare i soldi per Amt non solo per arrivare a fine anno ma, con buona probabilità, per proseguire almeno fino a metà 2016. Non proprio dettagli, soprattutto se il sindaco Doria rispetterà la volontà di non versare un centesimo di più di quanto fatto finora.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Politiche abitative, case vuote e alloggi popolari insufficienti: quello che lo Stato non fa

    Politiche abitative, case vuote e alloggi popolari insufficienti: quello che lo Stato non fa

    finestre-cemento-palazzi-casa-d1La copertina dell’ultimo numero del bimestrale cartaceo di Era Superba è dedicata a una delle più grandi piaghe del nostro vivere nel terzo millennio: l’emergenza abitativa. Attraverso una lunga inchiesta abbiamo cercato di analizzare i dati della realtà genovese, smascherando alcuni falsi miti e pubblicando i numeri più o meno ufficiali che siamo riusciti a scovare (l’inchiesta sarà presto disponibile anche online su queste pagine in versione ridotta). Un’operazione per nulla semplice data la mancanza di un coordinamento unitario sulle politiche abitative e la discrepanza dei dati comunicati, da un lato, dall’assessorato alle politiche socio sanitarie del Comune di Genova e, dall’altro, da Arte, l’ente partecipato dalla Regione che ha il compito di gestire in tutta la Liguria gli appartamenti destinati all’edilizia residenziale pubblica. Sono quasi 4000 solo a Genova le famiglie in difficoltà in lista per un alloggio Erp (edilizia residenziale pubblica) e il patrimonio edilizio attualmente a disposizione degli enti non è neanche lontanamente sufficiente a soddisfare la richiesta.
    Ma la situazione genovese, comune a tante altre realtà italiane e non solo, è figlia di una grande latitanza, quello dello Stato italiano che sulle politiche della casa sembra aver perso il bandolo della matassa ormai da parecchio tempo.

    Federalismo fiscale, un’occasione perduta

    casa-abitazione-citofonoGià a partire dagli ultimi governi di centro sinistra prima del secondo ciclo berlusconiano (2008-2013), le risorse dedicate all’edilizia residenziale pubblica sono state sostanzialmente azzerate così come il sostegno economico all’affitto per le categorie più deboli. Parallelamente, abbiamo assistito a una progressiva alienazione di grandi patrimoni immobiliari pubblici non occupati che, con il giusto apporto di risorse, si sarebbero potuti destinare almeno in parte all’edilizia residenziale pubblica e, invece, sono stati sacrificati sull’altare del mercato immobiliare. Un processo che ancora oggi non viene meno, pur con nobili camuffamenti come quello del federalismo fiscale, di cui spesso abbiamo avuto modo di parlare da queste pagine. «Il tanto osannato federalismo fiscale – sostiene Bruno Pastorino, ex assessore alle Politiche della Casa nella precedente giunta Vincenzi e delegato Anci Liguria in questo settore – decantato come strumento utile per gli enti locali al fine di gestire direttamente risorse immobiliari abbandonate dallo Stato, nasce in realtà per ridurre l’indebitamento statale e degli enti locali».  Il governo – è la tesi di Pastorino – si dimentica della sua funzione sociale non pensando che i cespiti liberati dalle funzioni originarie possano essere riconvertiti a funzioni abitative per le fasce più deboli ma preferendo guardare, ancora una volta, alle più classiche speculazioni immobiliari.

    «Nella stessa legge – prosegue il nostro interlocutore – si invitano gli enti locali ad alienare gli immobili demaniali di cui sono entrati in possesso, in modo da abbattere il debito pubblico locale e statale: una quota dei proventi della vendita, infatti, viene per legge recepita da un fondo nazionale creato ad hoc, mentre i Comuni sono vincolati a utilizzare un’altra percentuale per l’abbattimento del debito». Solo gli enti virtuosi possono sfruttare a proprio piacimento i ricavi. «Ma è evidente che gli enti virtuosi non hanno problemi di indebitamento. Così facendo, si favoriscono speculazioni immobiliari private, principalmente di natura ricettivo-alberghiera, e destinate esclusivamente alle solite élite economiche. In sostanza, viene chiesto alle istituzioni locali di trasformarsi in mediatori immobiliari: così la politica italiana è completamente allineata ai desiderati della trojka che consistono, in questo caso, nella privatizzazione dei beni pubblici». 

    Tutte le incongruenze del Piano Casa del governo Renzi

    [quote]Quello che è passato come una ripresa dell’attenzione politica verso la questione dell’abitare, in realtà è un crogiuolo di contraddizioni, segnato soprattutto da un forte riguardo nei confronti dei costruttori e delle grandi proprietà immobiliari agevolate anche dall’abbassamento degli oneri fiscali[/quote]

    Ma il federalismo fiscale non è certo l’unica contraddizione del sistema. Dopo un assoluto disinteresse verso le politiche della casa fino al 2013, il Piano Casa dell’ex ministro Lupi mostrava la pretesa di dare una risposta complessiva al tema dell’abitare e alle sue problematiche più evidenti. In realtà, come ci spiega ancora Pastorino, altro non si tratta che dell’ennesimo condensato di incoerenze normative: «Al netto dell’odioso articolo 5 che impedisce l’allacciamento delle utenze agli occupanti abusivi, abbiamo da un lato un provvedimento che promette lo stanziamento di risorse per recuperare il patrimonio ERP attualmente non assegnato perché necessitante di manutenzione – si stima che a livello nazionale siano circa 600 mila gli alloggi in questa condizione, a fronte di 1 milioni di domande di accesso ad alloggi ERP inevase – bilanciato, dall’altro lato, dal suggerimento di un piano straordinario di vendita del patrimonio abitativo pubblico interferendo con decisioni proprie di Regioni e Comuni». C’è di più. «Se è vero che vengono rifinanziati i sostegni agli affitti per le fasce più emarginate di popolazione – prosegue l’ex assessore – è altrettanto vero che i circa 50 milioni di euro messi a disposizione rappresentano una quota a dir poco esigua, a fronte di un fabbisogno censito che è 5 volte superiore. Ancora: viene previsto un fondo destinato alla morosità involontaria (quella causata dall’improvvisa mancanza della fonte di reddito principale, come la perdite di lavoro, la separazione o la morte di un coniuge, NdR) con uno stanziamento sufficiente a poche migliaia di nuclei familiari mentre oggi sono oltre 1 milione le famiglie sottoposte a procedure di sfratto. Insomma, definire queste manovre insufficienti è persino un eufemismo».

    La situazione sembrerebbe già sufficientemente ambigua così ma, come da tradizione per le cosiddette leggi omnibus, anche nella nuova normativa nazionale sulle politiche per la casa bisogna fare molta attenzione alle “pieghe”. Secondo il nostro Virgilio d’occasione, infatti, vi sarebbero alcuni provvedimenti che invece di rivolgersi all’edilizia residenziale pubblica, allargherebbero il campo dei finanziamenti statali all’edilizia sociale, quella cioè di iniziativa privata e quindi meno segnata dall’obbligatorietà di canoni di affitto sostenibili e naturalmente indirizzata a logiche di mercato più tradizionali che prediligono la vendita. «In precedenza – spiega Bruno Pastorino – la normativa prevedeva la firma di un accordo tra pubblico e privato per l’elargizione di contributi a fronte di un obbligo di locazione calmierata per 15 anni; adesso, il legislatore abbassa l’obbligo a 7 anni e introduce una sorta di ricompensa ai proprietari che si rendono disponibili per il riscatto futuro dell’appartamento da parte dei locatari».

    Insomma, quello che è passato come una ripresa dell’attenzione politica verso la questione dell’abitare, in realtà è un crogiuolo di contraddizioni, segnato soprattutto da un forte riguardo nei confronti dei costruttori e delle grandi proprietà immobiliari agevolate anche dall’abbassamento degli oneri fiscali, spesso con risoluzioni dannose per le fasce più deboli e che avrebbero bisogno di maggiori tutele. «A questo proposito – prosegue l’ex assessore – non va dimenticata la decisione di sospendere il blocco degli sfratti assunta dal governo lo scorso 31 dicembre. Il blocco era disciplinato dalla legge 9/2007 e non riguardava tutti i nuclei familiari sottoposti a regime di procedura esecutiva per finita locazione ma proteggeva solo i nuclei in regola con il pagamento e con membri anziani, con handicap sopra il 66% o malati terminali, quindi solo una fascia particolarmente debole. La toppa del governo a seguito delle proteste dei movimenti della casa e dei sindacati dei coinquilini è stata quasi peggiore del buco perché concede una proroga al blocco di 4 mesi: una sorta di rapida cosmesi. Peraltro, per coprire le spese di questa proroga, si è deciso di utilizzare le quote del fondo di sostegno all’abitare previste originariamente all’accompagnamento all’affitto per le frange economicamente più deboli. Come spesso accade in questo Paese, si toglie agli ultimi per dare ai penultimi. Mi sento di dire che siamo di fronte a una vera e propria cattiveria sociale perché questi provvedimenti del governo rischiano di mandare sulla strada persone che dovrebbero essere assistite non solo e non tanto per la situazione economica ma soprattutto per le condizioni sanitarie in cui sono costrette a vivere».

    Comune di Genova e Arte, un rapporto che non decolla…

    costruzione-casaCome detto, l’ambiguità del contesto nazionale si riflette nelle gestione locale delle politiche della casa, in particolar modo per quanto riguarda l’edilizia residenziale pubblica. La proprietà degli alloggi a Genova, come abbiamo avuto modo di approfondire nell’inchiesta sul numero #59 della nostra rivista, è abbastanza equamente suddivisa tra Comune e Arte mentre  la cura, la manutenzione e soprattutto i criteri per l’assegnazione degli alloggi sono decisi interamente dalla partecipata della Regione. All’amministrazione comunale resta il compito di gestire le procedure di assegnazione e trovare i fondi per ristrutturare o implementare gli alloggi del proprio patrimonio.

    Negli ultimi tempi il tema è stato più volte affrontato dalla Commissione Welfare del Consiglio comunale, sede nella quale l’assessore alle Politiche Socio Sanitarie, Emanuela Fracassi, nel tentativo di giungere a un nuovo regolamento per bandi di assegnazione degli alloggi pubblici dei prossimi anni, ha più volte mostrato segni di insofferenza nei confronti dell’attuale sistema e metodo di governo di Arte e Regione. Non ultimo, rispondendo a un’interrogazione del capogruppo Udc in Consiglio comunale, Alfonso Gioia, l’assessore ha aperto la porta a possibili sviluppi piuttosto clamorosi: «Dalle verifiche che ho fatto finora – ha detto Fracassi, rispondendo all’imbeccata del consigliere – non mi risulta che il Comune possa essere obbligato a dare a un altro ente la gestione del proprio patrimonio». Come a dire: stiamo cercando di studiare se possiamo riprenderci la gestione diretta delle case popolari appartenenti al nostro patrimonio, sull’esempio della strada virtuosa intrapresa dal Comune di Bologna.

    La situazione è comunque delicata e meritevole di approfondimenti. Le funzioni di gestione delle case popolari sono state affidate alle Regioni con la legge n. 457/78. L’ultima norma emanata a riguardo dalla Regione Liguria è la legge n. 10/2004 al cui articolo 1 si individua come finalità la “razionalizzazione della gestione del patrimonio di edilizia residenziale pubblica attraverso l’unificazione dello stesso in capo alle aziende regionali per l’edilizia, garantendo il contenimento dei costi”. Ma l’assessore Fracassi ha il dubbio che questa norma contrasti con altri principi sovraordinati che riguardino l’autonomia gestionale del Comune sul proprio patrimonio: «Fino agli anni ’90 – ricorda l’assessore – il nostro patrimonio era gestito direttamente da Tursi, poi la funzione è stata ceduta alla Regione perché non si avevano le risorse e le competenze interne adeguate. Ma i tempi erano diversi: il patrimonio immobiliare era più sano, vi erano finanziamenti dedicati e l’ente strumentale della Regione era più giovane. Oggi, gestire il patrimonio ERP è molto più complesso, necessita di una profonda conoscenza del territorio e di un’integrazione coerente con altre politiche socio-sanitarie. Per questo motivo, il Comune sta portando avanti un gruppo di lavoro con comitati di quartiere e sindacati degli inquilini per controllare la gestione di Arte, condividere con il territorio le priorità e cercare una maggiore collaborazione tra lo stesso e l’ente gestore». Certo, se si riuscisse a eliminare un passaggio, riportando in capo al Comune la gestione diretta, il dialogo con il territorio non potrebbe far altro che beneficiarne. Anche se, una futura doppia gestione potrebbe non aiutare nel tentativo di porre fine a un processo politico che sul tema ha mostrato di essere tanto inefficace quanto contradditorio.

    Simone D’Ambrosio

  • Genova, una città da coltivare: aree agricole e accesso alla terra, edificabilità e orti urbani

    Genova, una città da coltivare: aree agricole e accesso alla terra, edificabilità e orti urbani

    agricolturaPer fare il quadro generale delle normative che regolamenteranno nei prossimi anni l’accesso alla terra e il suo utilizzo, dobbiamo avventurarci fra le pieghe non semplici del nuovo Piano Urbanistico. Le aree entro i confini genovesi che il Puc (Piano Urbanistico Comunale) definisce “agricole” o di “protezione ambientale” si estendono per circa 13 mila ettari. Zone in cui solo gli agricoltori possono fare interventi edilizi e che corrispondo ad una parte preponderante del territorio comunale.  Tuttavia, se si escludono le aree dedicate alla pastorizia e alla silvicoltura, nelle aree di protezione ambientale è in realtà molto difficile introdurre un’attività agricola in grado di mantenere una famiglia. Ecco, allora, comparire nel Puc le aree propriamente definite “agricole”«Si tratta delle zone – spiega il vicesindaco Stefano Bernini – in cui abbiamo già verificato l’esistenza di un’attività di questo genere o che, sulla base di un’analisi georeferenziata, vi si possono prestare per qualità del terreno, esposizione, tipo di pendio, estensione. In questa seconda categoria è permessa attività residenziale solo ai contadini professionali, a quelli cioè che rispecchiano le caratteristiche previste dalla classificazione regionale».

    L’inchiesta integrale è pubblicata sul numero 58 di Era Superba (dove trovare la rivista). Sostenendo Era Superba puoi ricevere ogni uscita direttamente a casa o sulla tua email (qui maggiori informazioni)

    orto-orti-urbani-agricoltura-coltivareFin qui, dunque, sembrerebbe esserci poco margine di manovra per chi si dà all’agricoltura solo per passione o, stretto dalla morsa della crisi e della disoccupazione, vorrebbe improvvisarsi contadino per provvedere autonomamente al proprio sostentamento alimentare.
    Per venire incontro a chi ha riscoperto un’innata passione per la vita nei campi, troviamo le aree di “presidio ambientale”, piccoli polmoni incastrati tra le aree agricole vere e proprie e il limitare della città. «Con queste aree – continua nella sua illustrazione il vicesindaco nonché assessore all’Urbanistica – proviamo a rispondere alla nuova tendenza di andare a vivere in campagna per essere circondati dal verde e avere a disposizione un piccolo terreno, orto, vigna, in cui realizzare una produzione agricola propria. Si tratta di zone cuscinetto, in cui l’attività edilizia sempre legata a quella agricola è fortemente limitata». Non si tratta di un’invenzione del nuovo Piano urbanistico perché questi spazi erano già previsti nel Piano regolatore di Sansa e, seppure con maglie più larghe, anche in quello licenziato dalla giunta Vincenzi. Tali presidi ambientali saranno di due tipologie, a seconda delle concessioni edilizie previste. La prima categoria, più “permissiva”, consentirà di realizzare in ogni terreno anche l’0,01% di abitativo: ciò significa che per costruire una casa di 100 metri quadrati, sarà necessario avere terre almeno per 10 mila mq. Più restrittiva, invece, la seconda categoria: qui l’abitativo concesso scende allo 0,005%, ossia ogni 50 mila metri quadrati di terreno è possibile realizzare una casa di 100 metri quadrati. E per arrivare a 200 mq di costruzioni edilizie si dovrà possedere una certificazione di avvenuto abbattimento di altri fabbricati.

    Ma finiscono veramente qui le possibilità di intervento edilizio nelle aree verdi, più o meno protette? No, non siamo stati di colpo catapultati nel magico mondo di Oz. Resiste, ad esempio, la norma che consente di ricostruire rustici diroccati e che può dare il via libera a piccole speculazioni edilizie. «Chi recupera vecchi rustici con la logica della ricostruzione storica del manufatto – illustra il vicesindaco – ha la possibilità di costruire l’equivalente in termine volumetrico in un nuovo edificio in area limitrofa». In altre parole: nel tuo terreno c’è un fienile diroccato? Se lo ricostruisci, ridando al paesaggio il suo aspetto originario, potrai ampliare la tua casa degli stessi volumi che hai restaurato.

    Coltivare a Genova: il nuovo regolamento degli orti urbani

    orto-urbanoCi concentriamo ora sugli spazi verdi pubblici che cercano di farsi largo tra asfalto e cemento: gli orti urbani, ovvero quegli appezzamenti di terreno che si insidiano nei sempre troppo pochi spazi verdi nel cuore della città e che possono essere assegnati in concessione ad alcuni cittadini per la realizzazione di piccole coltivazioni. Con picchi particolarmente consistenti nei Municipi Medio Ponente, Ponente e Valpolcevera, Genova ha superato la quota di 310 orti urbani ed è in fase di approvazione il nuovo regolamento cittadino che dovrebbe consentire, da un lato di ampliare questi spazi a disposizione nei vari Municipi, dall’altro di renderli accessibili a una fetta più larga della popolazione.  La regia di questi spazi e dei relativi bandi per l’assegnazione resterebbe sempre in mano ai Municipi, ma il Comune tiene a sottolineare la strategicità dell’orto urbano nella visione cittadina del Verde: con il nuovo regolamento, i Municipi avranno la possibilità di assegnare gli spazi a fasce più ampie della popolazione, senza dimenticare il valore di progetti sperimentali come gli orti didattici o gli orti innovativi. La richiesta dell’utilizzo di orti urbani pubblici è, infatti, in continua crescita.
    È tuttavia importante sottolineare che gli appezzamenti disponibili nei 9 Municipi non sono sufficienti a soddisfare una domanda sempre più crescente grazie un ritrovato amore per la natura e un senso di attaccamento al territorio dovuto anche alla tenaglia della crisi economica che ci massacra da anni. «Quando si è pensato di creare queste realtà – ricorda l’assessore ai Lavori Pubblici Gianni Crivello – ci si era rivolti soprattutto alla terza età e ai pensionati. Ora il target è radicalmente cambiato. Per questo motivo, con il nuovo regolamento, cercheremo di coinvolgere fette più ampie delle cittadinanza, abbassando i limiti di età e puntando a categorie sociali particolarmente disagiate come potrebbe essere quella dei cassintegrati».
    Più spazio sembra esserci anche per i giovani, soprattutto under 30. Nel nuovo regolamento, per l’assegnazione dei terreni ad uso orto urbano, in risposta ai bandi lanciati dai Municipi, i richiedenti devono essere in possesso di domicilio nel Comune di Genova, non disporre nel territorio comunale di fondi di proprietà o appartenenti a familiari conviventi destinati alla coltivazione, provvedere personalmente alla coltivazione dell’appezzamento assegnato, non aver avuto condanne penali per reati contro l’ambiente. Le graduatorie per l’assegnazione vengono predisposte tenendo presente una serie di criteri di priorità come reddito, età del richiedente favorendo le fasce superiori ai 65 anni e inferiori ai 30, eventuale situazione di disabilità del richiedente o di persona appartenente nucleo famigliare, residenza nel Municipio in cui si trova l’orto urbano, numero di componenti il nucleo familiare.
    Il passo successivo deve neccessariamente essere quello di moltiplicare le terre a disposizione, puntando forte su spazi come la Valletta Carbonara, le pendici della collina degli Erzelli, Ca’ di Ventura in Valbisagno, alcuni spazi a Teglia che potrebbero essere resi disponibili in seguito a nuove operazioni edilizie e relativi oneri di urbanizzazione. Ma non si tratta di una questione che può essere risolta solo attraverso la pianificazione urbanistica e le norme di carattere generale inserite nel nuovo Puc.

    La Banca della Terra

    valtrebbia-verde-alberi-bosco-ambienteLa Banca della Terra è un espediente attraverso cui la Regione Liguria sta cercando di aumentare la superficie destinata all’agricoltura recuperando aree agricole e forestali abbandonate, incolte o sottoutilizzate, il cui stato di degrado rappresenta, tra l’altro, un grande fattore di rischio per l’integrità del territorio. Più nel dettaglio, si tratta di una banca dati nella quale i proprietari mettono a disposizione i propri terreni a chiunque li voglia acquistare o affittare. La Regione funziona da tramite e facilitatore e, nell’ultimo anno, ha investito 800 mila euro come contributi all’acquisto di nuovi terreni da parte di operatori agricoli.
    «Partiamo da tanti terreni pubblici – spiega l’assessore regionale all’Agricoltura, Giovanni Barbagallo – grazie ad esempio alla collaborazione del Comune di Genova che metterà a disposizione una serie di terre non strategiche per funzioni comunali. Ma iniziano ad arrivare segnalazioni di terreni di privati: particolarmente interessanti sono i terreni abbandonati e dismessi perché non più utili alle aziende o perché pericolosi per l’incolumità delle stesse o del patrimonio pubblico». La banca regionale della terra, dunque, da un lato aiuta a livello finanziario gli operatori agricoli a iniziare o ampliare (il 70% delle aziende vitivinicole e vinicole regionali ha a disposizione meno un di ettaro di terreno) la propria attività, dall’altro aumenta la superficie utile agricola perché vincola le terre vendute o concesse a questa finalità. La Conferenza regionale dell’agricoltura, infatti, ha individuato tra i problemi più gravi proprio la diminuzione della superficie utile agricola che si è ridotta al 10% del territorio ligure: negli ultimi 60 anni abbiamo perso da Imperia a La Spezia l’80% di terreno agricolo mentre abbiamo assistito all’aumento della boscosità a monte (i terreni boschivi negli ultimi 120 anni sono aumentati del 60% a causa dell’imboschimento selvaggio di prati, pascoli e terrazzamenti abbandonati) e delle infrastrutture e del cemento a valle. «Abbiamo già fatto due bandi (a giugno e ottobre 2014, NdR) – dice con soddisfazione l’assessore – per cui sono giunte in Regione circa 130 domande per l’assegnazione di contributi agli imprenditori agricoli per l’acquisto di nuovi terreni».
    Ma l’aspetto indubbiamente più interessante della Banca delle Terra, lato domanda, è che per accedervi non è necessario essere registrati come contadini professionali ma si aprono le porte a molti giovani disoccupati e inoccupati e a chiunque volesse sporcarsi le mani e tornare a sudare un po’ sulla terra. Per accedere ai finanziamenti regionali, tuttavia, è necessario costituirsi azienda agricola.

    Sembrerebbe ancora una volta tutto perfetto, se non fosse che spesso a mancare sia proprio la disponibilità della terra da coltivare. «Se è vero che non ci sono masse plaudenti di persone che vogliono andare a lavorare faticosamente in campagna – ammette Barbagallo – è altrettanto vero che spesso gli interlocutori saltano fuori ma a mancare è la materia prima. È evidente come siano strategici in questo senso le intenzioni dei vari enti locali e dei relativi piani regolatori. Ovviamente ci devono essere delle scelte urbanistiche di programmazione ma non basta vincolare un terreno per far sì che diventi agricolo: bisogna coltivarlo e presidiarlo costantemente e per questo servono degli incentivi che, però, non mancano grazie ai 313 milioni del PSR. Ovvio che se gli enti locali iniziano a mettere a disposizione i propri terreni, cominciamo ad andare nella giusta direzione».

    Simone D’Ambrosio

    L’inchiesta integrale su Era Superba #58

  • Terzo Valico, visita ai cantieri: le denunce di abitanti e attivisti e la difesa di Cociv

    Terzo Valico, visita ai cantieri: le denunce di abitanti e attivisti e la difesa di Cociv

    terzo-valico-cantiere-2015-2Il finanziamento del terzo lotto costruttivo del Terzo Valico Genova–Alessandria, per 607 milioni di euro, è stato definito il 9 gennaio scorso, con la sottoscrizione dell’atto siglato dal consorzio COCIV (General Contractor incaricato della progettazione e della realizzazione dell’opera, oggi composto da gruppo Salini Impregilo con il 64%, Società Italiana Condotte d’Acqua con il 31%, CIV con il 5%), e da RFI (Rete Ferroviaria Italiana). I relativi interventi – che comprendono il proseguimento dei lavori della Galleria di valico (già iniziati con il finanziamento del secondo lotto) e la realizzazione dell’intera galleria di Serravalle – verranno avviati entro il 30 giugno 2015. Il valore complessivo dell’opera Terzo Valico è di 6.200 milioni di euro, ed è suddiviso in 6 Lotti Costruttivi, si svilupperà per 53 km, di cui 37 km in galleria, coinvolgendo 12 comuni delle province di Genova e di Alessandria.

    Sicurezza del territorio, questa la parola d’ordine che tiene in apprensione le popolazioni delle valli Verde e Polcevera. Le poche informazioni che si leggono sugli organi di stampa in merito ai grandi cantieri della zona non aiutano a creare le condizioni per un clima disteso fra costruttori ed abitanti. Ma aldilà delle opinioni personali sulla bontà della grande opera ferroviaria, rimane il dato di fatto che buona parte delle osservazioni, delle testimonianze e dei dubbi ancora oggi rimangono aperti, senza risposte certe. Ogni accusa viene rispedita al mittente da Cociv.  A destare preoccupazione fra abitanti e attivisti è il pesante impatto ambientale connesso all’apertura di cantieri in aree densamente popolate, con inevitabili rischi per la salute: dall‘inquinamento acustico a quello atmosferico conseguente alla dispersione nell’aria di polveri inquinanti, dalla movimentazione di terre di scavo (“smarino”) potenzialmente pericolose alla regimentazione delle acque e relativi sistemi di scarico.

    L’inchiesta integrale è pubblicata sul numero 58 di Era Superba (dove trovare la rivista). Sostenendo Era Superba puoi ricevere ogni uscita direttamente a casa o sulla tua email (qui maggiori informazioni)

    Abbiamo visitato le zone di cantiere e ascoltato le osservazioni di abitanti e attivisti del Movimento No Tav, successivamente abbiamo interpellato direttamente Cociv per provare a chiarire i punti più critici. Siamo andati a vedere da vicino come procedono i lavori in Val Polcevera e Val Verde, soprattutto nelle zone di Fegino-Trasta, Maglietto, e Cravasco. Il “Cantiere Fegino” in via Castel Morrone è il più importante nell’area di Genova perchè consente l’attivazione degli scavi sia della galleria di Campasso sia della trincea di raccordo con le linee esistenti. Poco distante, in prossimità della fine di via Trasta direzione monte e del primo tratto di via Adda, confluisce la nuova viabilità che porta ai cantieri per la realizzazione degli imbocchi Campasso Nord e Valico Sud. Nel “Cantiere Polcevera” a San Quirico in via Tecci, dove sarà scavata la finestra Polcevera (galleria di servizio rispetto al tunnel principale), allo stato attuale  sono partite le attività di cantierizzazione dei piazzali, come nel “Cantiere Cravasco” (comune di Campomorone), dove sono al via anche le attività di scavo della finestra Cravasco (altra galleria di servizio). Infine, è ormai quasi completato il “Campo base Trasta” in via Polonio, con l’ultimazione di alloggi, mensa, uffici, e lavori di finitura della pavimentazione stradale, mentre il “Campo base Cravasco”, in realtà ubicato in località Maglietto (comune di Campomorone) è tuttora interessato dalla cantierizzazione.

    terzo-valico-cantiere-2015Proprio la costruzione di quest’ultimo, avrebbe peggiorato la già precaria condizione delle strade a causa dell’intenso passaggio di mezzi pesanti, passaggio non previsto almeno in tale misura. «Nel cantiere dovrebbero allestire solo il campo base – raccontano i residenti – in realtà in questi mesi al Maglietto stanno conferendo gran parte dello “smarino” proveniente dallo scavo della galleria di Cravasco. Cosa che riteniamo assolutamente illegittima visto che non compare in alcun progetto. Il transito dei mezzi ha aumentato la criticità di una zona già fragile, inoltre lo sbancamento di terra ha già provocato una piccola frana». I residenti ricordano ancora come nel primo lotto dei lavori fossero compresi gli interventi di adeguamento e miglioramento della viabilità esistente, tra cui il previsto l’allargamento della via di ingresso al campo base e di altri due tornanti attigui, eppure nulla di tutto ciò è finora stato realizzato. «Gli unici lavori avviati sono gli scavi delle gallerie, e le demolizioni di abitazioni alle Ferriere (Comune di Ceranesi) e a Pontedecimo, questo è il loro modo di rendere l’opera irreversibile. Approntando gli scavi, anche per brevi tratti, quando saranno esauriti i finanziamenti comunque nessuno avrà il coraggio di dire l’opera non si conclude, nell’attesa di risorse economiche che magari salteranno fuori dopo qualche anno».

    In merito alla gestione delle terre di scavo, il consigliere di opposizione nel Comune di Campomorone, Valentina Armirotti, aggiunge «Stanno facendo come per la costruzione del campo base, poi divenuto deposito di materiali, della Biacca a Bolzaneto (qui l’approfondimento). Lo smarino passa da un cantiere all’altro, Cociv assicura che le terre di scavo non sono pericolose, ma a noi non risulta alcun controllo su di esse da parte di soggetto esterni».
    I siti attualmente utilizzati per il conferimento dello smarino «Sono quelli autorizzati dal Piano di Utilizzo approvato dal Ministero dell’Ambiente – risponde il COCIV In particolare, per lo scavo di Cravasco il materiale viene inviato, come previsto dal progetto definitivo e dal Piano di Utilizzo approvato, alla ex cava Cementir Vallemme (Voltaggio)».

    In località Cravasco criticità principale è rappresentata dal rischio di impatto con le falde acquifere, in una zona riccha di sorgenti. «Quando ho percorso la galleria – spiega Valentina Armirotti consigliere del Comune di Campomorone – che allora raggiungeva una lunghezza di 150 metri (mentre oggi sarebbe arrivata a quota 300 metri, nda), erano presenti due perdite, una dinanzi all’altra. Poi hanno posizionato delle pompe per intercettare le fuoriuscite. Acqua comunque ne usano tantissima: per abbattere le polveri, lavare i mezzi, ecc. Dopo la prima alluvione di ottobre 2014 in galleria proprio non si poteva entrare, l’acqua fuoriusciva da tutte le parti. Francamente non sono a conoscenza di quante falde siano state intercettate. Il problema è che neanche il Cociv lo sa, e purtroppo neppure il Comune di Campomorone. Infatti, non esiste una mappatura aggiornata delle falde acquifere. Questa è una responsabilità anche dell’amministrazione locale. Comunque, il Cociv non ha approntato alcuno studio a riguardo».
    Il general contractor risponde così alle accuse «Per quanto riguarda Cravasco esisteva un’indicazione del CIPE (Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica) sull’eventuale impatto dello scavo in galleria sulle falde. Sono stati eseguiti i dovuti accertamenti, ed i risultati sono stati inviati al Ministero. Il programma di cantierizzazione, approvato dal Ministero, prevede tutte le necessarie opere di regimentazione delle acque, e la realizzazione viene, di prassi, fatta contestualmente all’apertura del cantiere». Ricostruzione contestata dal movimento No Tav che sottolinea «Il cantiere è tuttora in fase di allestimento. A luglio-agosto 2014 hanno cominciato lo scavo, e soltanto da un mese (novembre 2014, nda) si sono preoccupati di regimentare le acque di scarico e di servizio per le lavorazioni. Liquidi che dovrebbero subire un processo di depurazione e successivamente, una volta ripuliti, finire nel sottostante torrente Verde. Fino ad un mese fa le acque uscivano dall’area di cantiere, attraversavano la strada, si incanalavano a lato della carreggiata, e poi lungo un tombino defluivano nel fiume. Adesso, invece, vengono raccolte da un’apposita tubatura che le indirizza nel torrente. Ultimamente, però, abbiamo visto che il corso d’acqua rilascia un limo strano, pesante, che potrebbe consistere in residui dei lavaggi di cantiere. Domenica 21 dicembre il torrente era di un colore bianco ed emanava un forte odore, di conseguenza qualcuno ha avvisato l’Arpal. I tecnici dell’agenzia regionale hanno eseguito i prelievi nel pozzetto fiscale del cantiere. Ma non si sono recati a fare prelievi nel fiume, perchè a dir loro mancavano le condizioni di sicurezza. Secondo noi si è persa un’occasione per controllare l’impatto ambientale dell’opera».

    Secondo il Cociv «I controlli vengono effettuati in tutti i cantieri in via prioritaria da Arpal Liguria. I dati delle attività richieste da soggetti esterni (Osservatorio, Arpal, ecc.) sono di proprietà di tali enti, pertanto devono essere richiesti a loro».

    Spostandoci via Inferiore Rocca dei Corvi, troviamo una porzione di cantiere in cui verrà installato un impianto di betonaggio che alimenterà i lavori del cantiere “Fegino”. Al termine dell’opera tale spazio rimarrà a servizio di RFI come area di triage con piazzola di atterraggio elicotteri. Curiosamente la strada, che prima della cantierizzazione conduceva direttamente in aperta campagna, è stata chiusa in occasione del deragliamento del treno Freccia Bianca, avvenuto sulla linea Milano-Genova il 9 ottobre 2014, proprio nelle immediate vicinanze di un’altra porzione di cantiere, quella di via Rocca dei Corvi (a neppure un kilometro di distanza in linea d’aria da via Inferiore Rocca dei Corvi).
    Come spiega un abitante «Prima almeno avevamo l’opportunità di accedere ai nostri terreni (in parte espropriati). Superato il voltino (in fondo alla via Inferiore Rocca Dei Corvi) sembrava di entrare in un altro mondo, c’erano soltanto boschi. La frana è venuta giù dal ponte dei martiri di via Rocca dei Corvi. Dopo la frana gli operai del Cociv hanno messo in sicurezza il tutto. Lavorando due giorni e due notti come formiche. In precedenza non avevamo mai visto così tanto movimento. Evidentemente sussiste una loro responsabilità relativa sia allo smottamento che ha causato il deragliamento del Freccia Bianca, sia ai ripetuti allagamenti di via Inferiore Rocca dei Corvi, che ormai si verificano puntualmente da quando, nel settembre 2014, hanno disboscato anche la parte a valle dell’attuale linea ferroviaria».
    Per quanto riguarda l’episodio del 9 ottobre il Cociv sottolinea «Ricordiamo è in corso un’indagine della Procura della Repubblica di Genova. Il deviamento del treno, comunque, non è avvenuto nell’area del cantiere».

    In merito ai ripetuti allagamenti, invece, la causa potrebbe essere da ricercare nell’eventuale deviazione di qualche rivo sotteraneo, evento plausibile considerando la numerosa presenza di rogge e rivi tombinati nell’area di Fegino-Trasta. Anche in questo caso il Cociv, chiamato in causa, nega con fermezza qualsiasi responsabilità.

     

    Matteo Quadrone

    L’inchiesta integrale su Era Superba #58

  • Genova, qualità dell’aria: monitoraggio delle sostanze inquinanti, un sistema da potenziare?

    Genova, qualità dell’aria: monitoraggio delle sostanze inquinanti, un sistema da potenziare?

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    foto di Daniele Orlandi

    Qualche settimana fa la trasmissione “L’aria che tira” in onda su La7 (guarda il servizio) aveva lanciato un allarme che ben presto ha fatto il giro della città: la scuola a maggior rischio inquinamento d’Italia si troverebbe a Genova. L’edificio in questione è l’Istituto comprensivo Staglieno di via Lodi, che ogni giorno è frequentato da circa 600 alunni e che già più volte è balzato ai tristi onori della cronaca per le vicende che coinvolgono quest’angolo particolarmente trafficato della Val Bisagno, tra la rimessa Amt Guglielmetti, la sede della Ricupoil, il progetto di Coop Talea e i miasmi della Volpara.

    Il tema è stato ripreso la scorsa settimana in Consiglio comunale da Claudio Villa (PD) che ha interrogato l’assessore all’Ambiente, Valeria Garotta, sulla veridicità dei fatti riportati dalla trasmissione. «Le centraline di corso Europa e corso Buenos Aires, che sono le più vicine all’area interessata e che misurano il livello degli inquinanti (ossido di azoto, monossido di carbonio, polveri sottoli e benzene) contenuti nell’aria si sono attestati all’interno dei limiti di legge. Qualche anno fa era stato fatto un rilevamento ad hoc di alcuni inquinanti in Val Bisagno ma anche questo aveva dato esito negativo. Conosco bene la difficile convivenza della zona con la rimessa Amt e altre attività industriali piuttosto invasive e, proprio per questo, stiamo pensando ad alcuni progetti a beneficio della scuola di via Lodi da finanziare con i prossimi Pon (Fondi strutturali europei, NdR) dedicati all’edilizia scolastica».

    Ma com’è possibile che, se parliamo di Val Bisagno, il rilevatore della qualità dell’aria preso a riferimento sia quello di corso Buenos Aires? Possono davvero essere considerati attendibili questi dati che riguardano un elemento per sua natura così volubile?

    «Se una trasmissione allarma un quartiere e una città – ha replicato il consigliere Villa – l’amministrazione deve essere in grado di rispondere tempestivamente all’emergenza monitorando la qualità dell’aria specificatamente nel punto critico, in tempi brevi e rendendo pubblici i dati. Perché se la situazione fosse davvero così critica, la scuola sarebbe da chiudere».

    Il sistema di monitoraggio della qualità dell’aria a Genova

    qualita-ariaLo spunto offerto dall’attualità risulta molto utile per provare a fare un po’ di chiarezza sul sistema di rilevamento e monitoraggio della qualità dell’aria che ogni giorno respiriamo e dell’inquinamento atmosferico cittadino. La legge attribuisce alla Regione la responsabilità di organizzare la rete di rilevamento dei dati inquinanti attraverso la predisposizione sul territorio di una serie di postazioni fisse in grado di monitorare la qualità dell’aria su aree ampie. Queste aree vengono selezionate a seconda della particolare rilevanza e omogeneità di caratteristiche relative al traffico, al fondo urbano e a presenze industriali significative. La rete di rilevamento della qualità dell’aria, dunque, non si occupa di norma di problemi specifici e puntuali legati a una particolare via cittadina: ecco perché, allora, per rispondere alla domanda sull’inquinamento di via Lodi l’assessore Garotta ha fatto riferimento ai dati raccolti dalla centralina di corso Buenos Aires. Il monitoraggio viene definito su una scala superiore e non è dedicato a problemi specifici.

    La gestione delle stazioni collocate nel territorio genovese spetta alla direzione Ambiente, Ambiti Naturali e Trasporti dell’ex Provincia di Genova ora Città Metropolitana, che ogni giorno si occupa di rilevare i dati sulla qualità dell’aria e riferirli alla Regione che ha il compito di raccoglierli e renderli pubblici.

    Attualmente la rete è in fase di ristrutturazione. Nel Comune di Genova le postazioni previste sono 11 (corso Buenos Aires, corso Europa – via S. Martino, corso Firenze, Multedo – via Ronchi, Multedo – villa Chiesa, Acquasola, Quarto, via Buozzi, Bolzaneto – via Pastorino, Sestri Ponente – via Puccini, Cornigliano – piazza Masnata) mentre altre 9 completano il quadro provinciale. Almeno un paio di stazioni, tuttavia, verranno dismesse perché ritenute non più significative dal Piano regionale di risanamento e tutela della qualità dell’aria e per i gas serra: secondo le informazioni in nostro possesso si tratterebbe dei rilevatori di piazza Masnata (Cornigliano), di cui già attualmente non risultano essere più pubblicati i dati quotidiani, e via Puccini (Sestri Ponente) mentre dovrebbe nascerne uno nuovo sulle alture di Pegli.

    «Ogni postazione – ci spiegano i tecnici – ha una serie definita di parametri da misurare a seconda della collocazione. Ad esempio, ci sono quelle dedicate alle tipiche sostanze da traffico (benzene, PM10, PM2,5, monossido di carbonio), il biossido di azoto che viene monitorato ovunque, l’ozono a cui è dedicata una rete specifica di rilevamento distante dalle fonti di inquinamento primarie (a Genova è misurato a Quarto, all’Acquasola e in corso Firenze) e il biossido di zolfo, di particolare interesse nelle postazioni industriali così come il PM10 e il PM2,5».

    Fin qui il quadro delle postazioni fisse, che vanno mantenute per ottemperare alla normativa e rispondere agli obblighi verso lo Stato e la Comunità europea. In aggiunta a ciò e compatibilmente con le quasi nulle risorse disponibili, la Città Metropolitana ha la possibilità di predisporre alcune campagne di monitoraggio ad hoc attraverso stazioni mobili utili per il rilevamento di dati nel dettaglio o per coprire vuoti lasciati dalla rete regionale qualora fosse necessario approfondire una situazione potenzialmente critica. «Ultimamente – raccontano i tecnici – abbiamo progettato una campagna dedicata a Pra’ e speriamo di poterla mettere in atto, mentre nel passato ne abbiamo realizzate a Borzoli, in una situazione molto delicata per il traffico e il continuo passaggio di Tir, e a Rapallo sulla litoranea di collegamento con Santa Margherita».

    Perché non predisporre un monitoraggio speciale anche per la scuola di via Lodi o, comunque, più in generale, per la Val Bisagno? «Intanto – spiegano dalla direzione Ambiente della Città Metropolitana – ci vogliono le risorse: un tempo avevamo quattro postazioni mobili, ora al massimo potremmo garantire due campagne contemporanee. Naturalmente, se ci sono zone con obiettivi sensibili o magari tanti cantieri concentrati, cerchiamo di intervenire in maniera sistematica. Ma, ad esempio, dei dati di via Lodi siamo venuti a sapere anche noi tramite i media: nessuno ci ha chiesto nulla e le eventuali informazioni raccolte non sono arrivate dai rilevatori ufficiali che, invece, non hanno riscontrato alcuna anomalia seppure su una scala più ampia».

    Quindi si tratta solo di congetture giornalistiche? «Non sappiamo come abbiano raccolto queste informazioni – proseguono i tecnici – potrebbe trattarsi di rilevamenti eseguiti “fai-da-te-“. Oltre alla rete pubblica regionale, infatti, esistono altri piani privati di monitoraggio della qualità dell’aria, ad esempio legati a grandi cantieri».

    Oltre ai dati quotidiani, ogni anno la Regione effettua una valutazione dei livelli di concentrazione degli inquinanti e fornisce una relazione sulla qualità dell’aria. Come sta, dunque, l’aria di Genova? «Non stiamo malissimo rispetto alle altre Città Metropolitane con cui ci confrontiamo, come Torino e Milano che devono quotidianamente affrontare problemi di PM10 e PM2,5. I superamenti di questi due parametri del particolato a Genova sono limitati e sporadici e, comunque, i livelli annuali restano all’interno dei limiti di legge». Più critica, invece, la situazione che riguarda il biossido di azoto (NO2) e l’ozono (O3): «I limiti di qualità dell’aria per questi parametri vengono superati quasi sistematicamente – ammettono gli addetti della Città Metropolitana – ma è un problema che condividiamo non solo con tutta l’Italia ma anche con buona parte dell’Europa». La soluzione consisterebbe in una revisione del Piano regionale al fine di prevedere azioni specifiche di contenimento per questi elementi ma si tratta di azioni piuttosto complesse. «Stiamo parlando – ci spiegano i tecnici – di inquinanti secondari come, in parte, PM10 e PM2,5: ciò significa che sono il prodotto di complicati meccanismi di reazione e trasformazione di altri inquinanti primari. È un tipo di inquinamento che, con buona probabilità, troviamo qui ma che è stato prodotto altrove. Per questo è più difficile incidere su una sua limitazione: se, infatti, voglio agire sul benzene che è tipicamente un agente inquinante primario, basta che diminuisca il traffico, in questo caso invece non posso risalire a una causa unitaria». Insomma, almeno per il momento sembra ci si debba accontentare del mal comune, mezzo gaudio.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Mafia alla Maddalena? No, grazie! Cittadini e commercianti contro le mafie, il nostro reportage

    Mafia alla Maddalena? No, grazie! Cittadini e commercianti contro le mafie, il nostro reportage

    salita-quattro-canti-genova-via-maddalenaPartendo dal momento di massima visibilità che ha avuto la Maddalena nei mesi scorsi in seguito all’iniziativa #lamafianonè (che consiste in un semplice autoscatto con i negozianti o con i prodotti acquistati da diffondere sui social network tramite l’hashtag #lamafianonè terminando la frase), vogliamo fare il punto della situazione di un quartiere che da anni si racconta e agisce con dignità e coesione. Abbiamo percorso i caruggi e parlato con chi nel cuore della città vive e ha attività commerciali. Un racconto che si è arricchito ad ogni nuovo incontro, i cittadini del sestriere sono come tanti piccoli pezzi di un unico puzzle.

    L’inchiesta integrale è pubblicata sul numero 58 di Era Superba (dove trovare la rivista). Sostenendo Era Superba puoi ricevere ogni uscita direttamente a casa o sulla tua email (qui maggiori informazioni).

    «L’iniziativa è prima di tutto un’operazione pubblica, di apertura, l’affermazione della volontà di un’auto-formazione collettiva del quartiere sul tema, per contrastare le mafie bisogna partire da una consapevolezza collettiva – ci racconta Silvia Melloni di ARCI Genova– l’idea è stata quella di partire dal “basso”, dagli esercizi commerciali, di fare qualcosa in senso positivo e così è nata #mafianonè». I genovesi più attenti sanno che la Maddalena è da ormai diversi anni un quartiere molto attivo, forse il luogo di maggior fermento della nostra sopita città grazie al lavoro quotidiano di associazioni e cittadini. Da anni tra questi caruggi esistono più percorsi che vanno nella stessa direzione e di pari passo. L’iniziativa di cui sopra con hashtag e selfie ha unito ad oggi un gruppo numeroso (più di 30) di esercizi commerciali e, oltre ai volti della politica che si sono “esposti”, è stato firmato un disciplinare, un codice etico sul rispetto dei diritti di chi lavora nel quartiere per il contrasto alle mafie.

    «La cosa positiva che sta succedendo in queste settimane è che abbiamo trovato il modo giusto di mettere in luce un tema importante e delicato – sottolinea Andrea Piccardo titolare di Mielaus e vice presidente del CIV – è la risposta pubblica di un movimento cittadino che già esisteva e che ha incontrato il sostegno delle istituzioni, che conoscevano già il problema e che insieme hanno deciso di metterci la faccia. Non vanno però confusi i due piani, quello sociale e quello istituzionale, uno di sollecitazione, l’altro politico che dovrebbe agire istituzionalmente».

    La mafia alla Maddalena

    In questo racconto non vogliamo fare gli investigatori, ma un po’ di segnali chiari li abbiamo raccolti. Oltre a questi ci sono delle verità giudiziarie, delle sentenze definitive che testimoniano la presenza di 97 beni confiscati alla mafia ovviamente non solo alla Maddalena ma in tutta la città di Genova. La sentenza Canfarotta (confisca definitiva, in virtù della normativa antimafia di beni alla singola famiglia da decenni attiva a Genova ndr), ad essi legata, è la prima in Liguria a confermare con le sue condanne la presenza della mafia nella nostra regione. Tuttavia quella dei beni confiscati in Liguria è una situazione ancora in via di definizione (qui l’approfondimento).

    Le attività in cui sono coinvolte le famiglie mafiose presenti alla Maddalena, mirano a mantenere lo status quo attuale. Ovvero un sistema ben radicato che buona parte degli abitanti conoscono, un sistema che lavora quotidianamente per rimanere in piedi e soprattutto nel silenzio più assoluto. In alcuni casi, se è loro tornaconto, aiutano economicamente attività commerciali in difficoltà. «Qui c’è l’interesse a mantenere lo status quo, l’economia va benissimo e non c’è interesse a far troppo casino. È presente una “direzione” che se ne sta dietro le quinte – raccontano dal Manena Hostel – ad esempio, non ha interesse a venire qui al Manena e minacciarci e sta anche qui la difficoltà di fare percepire la complessità della realtà che esiste, del sistema e del suo funzionamento».

    È innegabile che le istituzioni siano al corrente della presenza ormai radicata della criminalità organizzata. Tutte le persone con cui abbiamo parlato raccontano le istituzioni come presenti e l’averci messo la faccia con l’iniziativa #lamafianonè diventa automaticamente ossigeno per il quartiere; ma il motore è sempre la gente della Maddalena, le istituzioni rispondo a richieste che partono dal basso e che finiscono per “tirare per la giacchetta” i politici, che hanno risposto, hanno capito e aderito. È iniziato un percorso che non può che proseguire sulla strada tracciata. «È chiaro che ci dovranno essere azioni future – racconta Daniela Vallarino presidente del Civ – noi abbiamo cercato di sensibilizzare la città sul fatto che esiste alla Maddalena, e non solo, un insediamento mafioso da decine e decine di anni. È un fenomeno molto antico. Non è una situazione con cui è possibile convivere, ha un peso molto grande. Sono costi sociali che poi si tramutano in degrado sociale perché la criminalità che è sul territorio non è sganciata da questa fenomenologia, anzi a volte è supporto o braccio e manovalanza di chi dirige i fili».

     

    Claudia Dani

    L’inchiesta integrale sul numero #58 di Era Superba

  • Comune di Genova, open data: un portale di documenti e informazioni a disposizione dei cittadini

    Comune di Genova, open data: un portale di documenti e informazioni a disposizione dei cittadini

    archivio-libri-scrittura-D3Il Comune di Genova vuole aprire i suoi dati a tutti, in maniera trasparente e senza restrizioni. E lo fa attraverso un nuovo portale (dati.comune.genova.it) dedicato a quelli che, con termine anglosassone tanto caro al linguaggio informatico, vengono definiti open data.  «Le amministrazioni pubbliche – spiega Isabella Lanzone, assessore all’Informatica e alla Trasparenza – gestiscono una mole impressionante di dati che spesso si fa fatica a ordinare, rendere leggibili ma soprattutto significativi e precisi». Sono oltre 10 mila gli atti che ogni anno vengono protocollati dal Comune di Genova, per circa 200 tipologie diverse di procedimenti. Circa 9 mila di questi documenti vengono pubblicati sull’albo pretorio: impensabile che un cittadino medio possa capirci qualcosa. Peraltro, l’albo pretorio è sì una condizione necessaria di efficacia per l’atto pubblico ma ha un forte limite temporale. Succede così che, per le comunicazioni più importanti, il punto di riferimento diventi piuttosto il sito istituzionale del Comune di Genova, in cui tuttavia le informazioni si moltiplicano a dismisura e spesso non sembrano rispondere a una logica di fruibilità ordinaria.

    «Dobbiamo sforzarci di parlare un linguaggio più semplice – commenta il segretario generale del Comune, Pietro Paolo Mileti, su cui ricade la responsabilità della trasparenza, dell’anticorruzione e del controllo di tutti gli atti di Palazzo Tursi – e non fermarci al puro dettato normativo perché gli atti sono il linguaggio con cui il Comune parla ai suoi cittadini. C’è un eccesso e una disorganizzazione di atti e dati: bisogna far capire chiaramente al cittadino come riuscire a trovare quello che cerca».

    «Dobbiamo avere più attenzione alla qualità del dato – fa eco l’assessore Lanzone – invece spesso la duplicazione di informazioni disponibili e l’eccessiva stratificazione degli strumenti crea difficoltà di gestione anche a noi. Per questo motivo abbiamo iniziato un percorso che cerca di portare un nuovo ordine all’ipertrofia di banche dati e interfacce informatiche comunali dovuta a un’informatizzazione precoce del nostro Comune ma eccessivamente stratificata negli anni». L’obiettivo finale, in sintesi, è quello di arrivare a due sole banche dati, che lo stesso assessore definisce un po’ ambiguamente «una per gli oggetti e una per i soggetti», ma che può iniziare a essere intravista nella logica con cui sono state disposte le informazioni “fredde” sull’home page del sito istituzionale, dopo l’ultimo restyling.

    lavoro-tecnologia-internet-computer-ufficio-impiegato-DITrasparenza, accessibilità e semplificazione intesa come riduzione di atti ridondanti sono, dunque, le due nuove parole d’ordine con cui la pubblica amministrazione prova a rivolgersi ai cittadini, nel tentativo di diventare sempre più smart. Quantomeno sul web. «In un momento come questo, in cui la disaffezione per l’azione politica è alle stelle – sostiene l’assessore – è fondamentale che il cittadino possa comprendere la ratio delle scelte prese dal Comune e capire come vengono amministrate le risorse pubbliche. Non basta applicare una norma per reputarsi amministrazione trasparente ma bisogna intraprendere un percorso culturale che investa in primis gli amministratori ma anche tutti i dipendenti pubblici per uscire da quell’autoreferenzialità che le PA subiscono storicamente ma che non è più attuale».

    Certo, è piuttosto impensabile pensare di ridurre tutto lo scibile all’interno di alcune caselline comuni ma, sostiene il vicesindaco Bernini, «bisogna avere delle regole generali che ci consentano di utilizzare tutto ciò che produciamo in ottica della salvaguardia del bene comune». La trasparenza, dunque, diventa uno strumento di difesa dell’interesse pubblico, «per ostacolare i processi di corruzione, di abuso di potere e per rendere palesi i maccanismi che portano alle scelte». C’è però un grosso rischio, avverte il vicesindaco, ovvero quello «che si faccia tanta fuffa ma nel concreto non si vada a salvaguardare il rapporto tra chi amministra e i cittadini semplicemente perché si parlano linguaggi diversi».

    Ecco allora il tentativo del nuovo portale Open Data. «I dati aperti – spiega Paolo Castiglieri, responsabile della Pianificazione informatica del Comune di Genova – sono uno strumento fondamentale per agevolare il percorso della trasparenza, che si connette strettamente con il tema della partecipazione e della cittadinanza attiva. Con questa iniziativa vogliamo mettere a disposizione i dati certificati dell’ente assieme a un corredo di informazioni che ne consenta l’utilizzo e la trasposizione in maniera corretta». Il portale, realizzato interamente all’interno di Palazzo Tursi e finanziato da fondi europei, utilizza solo strumenti open source seguendo la filosofia del software libero già da tempo sposata dall’amministrazione. «Il formato aperto – prosegue Castiglieri – è garanzia di disponibilità e accessibilità dei dati che possono essere riutilizzati e ridistribuiti da chiunque».

    Ma quali sono questi dati e che cosa si potrà fare con questa mole di informazioni che il Comune sta mettendo e metterà via, via a disposizione? Ci aiuta a capirlo Enrico Alletto, coordinatore di Open Genova, associazione che si occupa di innovazione e diffusione della cultura digitale e delle sue opportunità: «Ad esempio, ed è una nostra grande battaglia (a cui Era Superba si è più volte unita in passato, ndr), si potrebbero rendere disponibili tutti i dati sugli immobili dismessi di proprietà del Comune, magari realizzando in un secondo step una geolocalizzazione e suddivisione per categorie consultabile a tutti, così come fatto dal Comune di Bologna. Pensate che potenziale avrebbe potuto avere un progetto come Partecip@ (per cui Open Genova si è aggiudicata il premio eGov 2014 grazie alla possibilità di costruzione digitale partecipata di progetti di riqualificazione urbana, ndr) se i cittadini avessero avuto una mappatura delle proprietà pubbliche su cui lanciare le proprie idee».

    I dati aperti potrebbero essere utili anche in ottica di sviluppo economico, togliendo così un po’ di quella connaturata fumosità che l’ideale di trasparenza spesso porta con sé. «Una mappatura visiva – prosegue Alletto – rende il dato trasparente, pubblico e attiva già di per sé un naturale meccanismo di partecipazione. In questo modo si può creare un maggiore fermento da parte dell’opinione pubblica e suscitare l’interesse di nuovi stakeholder. Avere i dati a disposizione è utile anche per un’azienda: penso, ad esempio, a una start up che, nel momento in cui tutta una serie di dati di interesse pubblico è resa disponibile, può ideare nuovi servizi su cui far nascere un nuovo business. Ad esempio, se ci fosse la mappatura di tutti i posteggi sul suolo cittadino e il loro stato in tempo reale, si potrebbe dare vita a un’app utilissima».

    Il sito di open data, dunque, dovrebbe funzionare come una sorta di grande database al quale tutti posso attingere, compreso lo stesso Comune di Genova per riprendere in maniera più fruibile e navigabile per l’utente medio le informazioni più importanti da ripotare sul sito istituzionale: «In linea di massima – spiega Alletto – gli open data della pubblica amministrazione dovrebbero essere i più grezzi possibili. L’idea è quella di fornire il dato affinché dall’altra parte ci possa essere un’azienda o un cittadino particolarmente esperto che metta insieme queste informazioni in una determinata maniera che lo stesso ente potrebbe non aver pensato». Quindi sito open data e sito istituzionale del Comune di Genova rappresentano due facce della stessa medaglia e sono entrambi utili: da una parte gli ingredienti, dall’altra una delle tante ricette possibili.

    Il concetto nobilissimo di trasparenza rischia, tuttavia, di entrare in conflitto con quello altrettanto delicato di sicurezza. Si pensi, per esempio, alle occupazioni abusive che potrebbero essere messe in atto su edifici che lo stesso Comune dichiara ufficialmente abbandonati. E poi c’è tutta una serie di valutazioni più prettamente politiche come quella, basilare, dell’opportunità di creare guadagno privato a partire da informazioni, lavori e quindi anche denari pubblici.

    «Sicuramente – conviene Alletto – che cosa catalogare come open data e su che cosa, invece, mantenere un maggiore riserbo è un tema chiave. Ma si tratta di un discorso che deve essere fatto a monte. Nel momento in cui il Comune pubblica informazioni sul proprio sito di open data, lo fa perché ha già sottoposto quel materiale a una valutazione politica e tecnico-amministrativa che non ha ritenuto “pericoloso” il rilascio di quei dati o, comunque, soggetto a riutilizzi impropri. Certo, stiamo sempre parlando di un lavoro fatto da uomini e soggetto a errori».

     

    Simone D’Ambrosio

  • Matrimoni omosessuali contratti all’estero: Genova vuole il riconoscimento e attende il ddl del governo

    matrimonio-gayQualche tempo fa raccontavamo sulle pagine di Era Superba una Genova finalmente progressista, vera città dei diritti, che dopo aver lanciato – tra le prime grandi città in Italia – il Registro delle unioni civili, puntava dritto al riconoscimento dei matrimoni omosessuali contratti all’estero da cittadini residenti sotto la Lanterna. Un passo simbolico che ben si sarebbe coniugato con la sensibilità della giunta Doria per i temi dei diritti civili e che, insieme con altri esempi lungo la penisola, avrebbe rappresentato uno stimolo per il legislatore a dirimere una volta per tutte la questione su tutto il territorio nazionale.

    Avrebbe perché, dopo che il vicepresidente del consiglio Angelino Alfano aveva ufficialmente diffidato il sindaco di Milano, Giuliano Pisapia, dalla trascrizione nel suo Comune di sette matrimoni omossessuali contratti all’estero, a Genova è stato tirato il freno a mano. Il timore di muoversi in un campo politicamente minato è forte. Eppure, solo pochi mesi fa, l’assessore a Legalità e Diritti, Elena Fiorini ci raccontava di aver trovato la strada giusta per affrontare gli ostacoli governativi. Non voleva bruciarsi la notizia, l’assessore, e aspettava che fosse lo stesso sindaco a prendere definitivamente in mano la cosa: «Aspettiamo che passi l’emergenza alluvione – ci diceva, ai tempi, Fiorini – e daremo un’accelerata decisiva anche su questo tema». Da allora, però, il silenzio.

    «In realtà – ammette adesso l’assessore – come successo a Milano, il percorso per la trascrizione sarebbe pronto per essere presentato anche a Genova. Ma non posso negare che si tratterebbe di una trascrizione a meri fini certificativi, quasi fittizia e comunque diversa da quanto avviene per il riconoscimento dei matrimoni cosiddetti tradizionali contratti all’estero per cui viene fatta una comunicazione all’Agenzia delle Entrate, all’Inps e che dà diritto, ad esempio, alla dichiarazione dei redditi congiunta. Sarebbe un’azione politica, simbolica che darebbe sicuramente nuovo fiato alle polemiche sorte dopo la denuncia a Pisapia». Come si può uscire da questo cul de sac? «Siamo in un contesto – dice chiaramente Fiorini – in cui solo l’intervento di un atto legislativo nazionale può essere veramente dirimente. Altrimenti, rischieremmo di andare avanti per anni con ricorsi e controricorsi per atti che poi, in sostanza, non potrebbero comunque offrire nulla di concreto alle coppie».

    Ma dal legislatore nazionale qualcosa sembrerebbe muoversi, almeno stando alle notizie comparse negli ultimi giorni. È notizia piuttosto fresca, infatti, che del tanto atteso pacchetto di riforme del governo Renzi dovrebbero far parte anche i disegni di legge sul diritto di cittadinanza (il famoso ius soli) e sulla disciplina delle unioni civili e delle convivenze, secondo la proposta della senatrice Monica Cirinnà.

    «Il ddl è molto interessante – spiega l’assessore Fiorini – e consentirebbe di bypassare le disquisizioni meramente politiche a cui stiamo assistendo. Si tratta di una sorta di fotocopia della disciplina tedesca che estende alle unioni civili delle coppie dello stesso sesso tutti i diritti matrimoniali (pensione di reversibilità, diritti ereditari ecc…) pur non definendo formalmente questo legame “matrimonio”». Si tratta di una vera estensione totale di diritti ad eccezione del tema caldissimo dell’adozione: «Ma sarà consentita l’adozione degli eventuali figli biologici dei componenti della coppia unita civilmente» precisa Fiorini. Infine, conclude l’assessore, «viene introdotta anche una forma più light di riconoscimento giuridico, dedicata alle convivenze. Si tratta di uno strumento che in altri Stati ha funzionato molto bene soprattutto per i giovani: è dedicata a chi non vuole impegnarsi con il forte vincolo del matrimonio o dell’unione civile ma desidera comunque avere un riconoscimento del proprio rapporto, con doveri di assistenza non pieni ma anche diritti e garanzie, ad esempio per il contratto d’affitto».

    Unioni civili e  “Pacs” >> Leggi QUI l’intervista a Giacomo e Arnaud

    FRANCE-SOCIETY-WEDDING-DEMONSTRATION-PARISInutile dire che un’accelerazione parlamentare di questa iniziativa legislativa sarebbe vista molto di buon occhio dalla giunta Doria, che si vedrebbe togliere anche qualche castagna dal fuoco dal punto di vista politico per quanto riguarda uno dei temi sicuramente più delicati e a rischio di forti discussioni.

    Ma perché ci si è messo così tanto per arrivare a introdurre una disciplina che, come abbiamo avuto modo di raccontare già in passato, in quasi tutti gli altri Paesi europei è da tempo realtà? «Per cambiare le cose con efficacia – è la tesi di Fulvio Zendrini, promotore del progetto contro l’omofobia “Le cose cambiano” – ci vogliono i giusti tempi: Pisapia a Milano, Marino a Roma ma anche la conservatrice per eccellenza Genova che ha approvato il Registro delle Unioni civili hanno iniziato a scardinare il sistema. Ora Renzi, che tiene a questa operazione da cui trarrebbe anche grande visibilità, potrebbe dare l’accelerata decisiva. Ma, prima, era necessario fare fuori Berlusconi».

    Del tema si è parlato anche qualche giorno fa alla libreria indipendente “L’amico ritrovato” (dove, tra l’altro, potete consultare gratuitamente il nuovo numero della rivista bimestrale di Era Superba) che ha ospitato una partecipatissima presentazione del pamphlet “Il matrimonio omossessuale è contronatura. Falso!” di Nicla Vassallo, docente di Filosofia teoretica alla Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Genova. Il testo è un vero e proprio trattato filosofico che, in termini accessibili a tutti, punta a smontare i falsi pregiudizi che vorrebbero escludere, più o meno naturalmente, quello che con termine anglosassone e universale Vassallo definisce matrimonio same-sex. «Una donna che ama una donna e un uomo che ama un uomo – è la tesi di fondo – debbono potersi sposare, se desiderano, e non vi è argomentazione valida contro, sempre che l’eterosessualità non permanga un dogma».

    «A differenza di quanto siamo abituati – sostiene Zendrini – il libro non discute di matrimonio sì, matrimonio no, giusto o sbagliato ma affronta con taglio scientifico l’analisi dell’assunto “Il matrimonio omosessuale è contronatura” e presenta una serie infinita di ragioni che lo confutano». Insomma, Vassallo utilizza il “buon ragionare filosofico” perché lo ritiene l’unico strumento efficace per smontare i pregiudizi dall’interno, per farli implodere. «I filosofi anglosassoni – racconta l’autrice – ci stanno proponendo in questi anni definizioni di matrimonio molto più minimaliste rispetto a quelle tradizionali. E allora, che cosa fanno di male le persone omossessuali per non avere diritto a questo tipo di relazione? È una barbarie sotto il profilo umano e civile che, tra l’altro, contrasta con la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e del cittadino».

    Fin qui la pars destruens. Ma, anche ammesso che si riuscisse a fare tabula rasa dei pregiudizi, che cosa succederebbe dopo? Il primo passo della pars construens di baconiana memoria, secondo Elvira Bonfanti della Fondazione Cultura di Palazzo Ducale, è la necessità di costruire una nuova tradizione: «Visto che gli omofobi si arroccano dietro alla “tradizionalità” del matrimonio eterosessuale, sostenendo che la tradizione porta con sé elementi positivi (come la caccia alle streghe? le violenze domestiche? i matrimoni coatti? le punizioni corporali inflitte alle donne?), una strada spiazzante e innovativa sarebbe quella di iniziare a costruire una nuova tradizione dei matrimoni same-sex, una tradizione della modernità».

    «Nel momento in cui l’Italia dovesse arrivare al riconoscimento legale delle unioni omosessuali – chiosa Laura Guglielmi, direttrice di Mentelocale.it e promotrice del libro di Nicla Vassallo – avremmo finalmente raggiunto la maggiore età, saremmo finalmente un Paese maturo». Perché, in fondo, come ricorda Fulvio Zendrini citando Tennessee Williams: What is straight? A line can be straight, or a street, but the human heart, oh, no, it’s curved like a road through mountains”.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Beni confiscati alle mafie a Genova, servono investimenti pubblici per il riutilizzo. L’approfondimento

    Beni confiscati alle mafie a Genova, servono investimenti pubblici per il riutilizzo. L’approfondimento

    centro-storico-vicoli-finestra-d4Come tutti i cantieri che si rispettino, anche quello per la legalità responsabile, che ha mosso i suoi primi passi sabato 7 febbraio, è un vero e proprio work in progress. Nata con l’obiettivo di rendere concreta la restituzione alla città di beni confiscati alla mafia e alla criminalità organizzata, questa rete conta sul supporto di una dozzina di associazioni che gravitano attorno alla Città Vecchia (da A.Ma al Civ, dall’Arci alla Comunità di San Benedetto, da Libera a Y.E.A.S.T. passando per la Caritas e diverse cooperative che vivono quotidianamente il territorio).

    «L’obiettivo di fondo – spiega Chiara Cifatte, operatore socio-educativo attiva nella rete – è quello di promuovere iniziative culturali e sociali per una positiva vivibilità del quartiere in risposta alle varie forme di illegalità che lo attraversano. Vogliamo raccogliere idee per il riutilizzo di questi beni da proporre al Comune che ne diverrà proprietario. Per questo, al Cantiere potranno unirsi tutti i cittadini che condividono il nostro impegno e i nostri principi». Principi che sono stati sintetizzati in una “Carta degli intenti”: rispetto delle persone, delle decisioni prese insieme e cura degli spazi collettivi; responsabilità delle proprie azioni e dei propri comportamenti di fronte agli altri; collegialità intesa come resa operativa delle decisioni prese collettivamente, nei modi e nelle forme condivise; trasparenza in particolare considerazione del contesto pubblico in cui ci si muove; legalità responsabile attraverso il rispetto e la pratica delle leggi che contribuiscono alla costruzione di una società più giusta ed equa a partire dal nostro territorio.

    Come abbiamo avuto modo di raccontare sull’ultimo numero (#58) della rivista bimestrale di Era Superba (dove trovare la rivista), quest’iniziativa muove i passi dalla più grande confisca di beni sottratti alla mafia avvenuta nel nord Italia: si tratta dell’operazione “Terra di Nessuno”, balzata agli onori delle cronache nell’estate 2009, che ha portato al sequestro e alla confisca (confermata dalla Suprema Corte di Cassazione un anno fa) di un centinaio di immobili appartenenti alla famiglia Canfarotta, sostanzialmente destinati alla prostituzione e per la maggior parte concentrati alla Maddalena (ma qualche immobile si trova anche a Sampierdarena, Coronata, Valle Sturla e, naturalmente, altre zone del centro storico).

    Immobili confiscati alla mafia: servono investimenti pubblici

    Centro Storico di Genova, negozi chiusiSecondo la legge 109/96, i beni sequestrati alle mafie e alla criminalità organizzata possono essere restituiti alla collettività per finalità istituzionali o sociali, in via prioritaria, attraverso il conferimento al patrimonio del Comune in cui sono collocati. Gli enti territoriali possono, poi, decidere di amministrare direttamente i beni o assegnarli in concessione, a titolo gratuito e nel rispetto dei principi di trasparenza, adeguata pubblicità e parità di trattamento, a comunità, enti, associazioni, organizzazioni di volontariato, cooperative sociali, comunità terapeutiche e centri di recupero e cura di tossicodipendenti.

    «I beni confiscati alla famiglia Canfarotta e collocati in territorio genovese – spiega Umberto Torre, l’amministratore della confisca nominato dall’Agenzia nazionale dei sequestrati e confiscati – dovrebbero essere 95 ma il numero non è ancora confermato a seguito di errori tecnici presenti nei decreti di sequestro». Non tutti gli immobili, dunque, sono stati ispezionati per valutarne lo stato: della settantina analizzata si può dire che solo una dozzina si trova in situazioni decenti da consentirne l’abitabilità. «Nella maggior parte dei casi – riprende Torre – il termine migliore per definire questi immobili è “grotte”, con muri che cadono a pezzi, muffa ovunque e situazioni di inabitabilità diffusa. E pensare che in alcuni casi siamo a meno di 100 metri da Palazzo Tursi». A complicare ulteriormente il quadro è arrivato il nulla osta da parte del Tribunale all’affitto di alcuni immobili: «Eppure – avverte l’amministratore – la legge antimafia prevede che i contratti si estinguano al momento della confisca definitiva (che per i beni provenienti dalla famiglia Canfarotta è arrivata un anno fa, ndr). Quindi, a questo punto, sono anche costretto a sfrattare persone, nella maggior parte indigenti, che hanno stipulato un contratto regolare e che in molti casi non hanno alternative. Mi chiedo: come pensiamo di promuovere la legalità se, poi, nei fatti a molte persone in difficoltà l’illegalità comporta più benefici?».

    I beni attualmente sono di proprietà dello Stato, attraverso l’Agenzia nazionale appositamente creata. Secondo quanto previsto dalla legge, potranno passare nella disponibilità degli enti locali solo attraverso la risposta a un bando pubblico di manifestazione di interesse che, al momento, è ancora lungi dall’essere pubblicato. «Ma una volta pubblicato il bando, il Comune avrà solo 30 giorni di tempo per rispondere – spiega Torre – per cui sarebbe meglio studiare preventivamente un piano d’azione. Solo allora potrò sollecitare l’Agenzia a emettere il bando». E lo stesso amministratore prova a tracciare una rotta: «L’ideale sarebbe far sì che alcune associazioni si accordassero con il Comune in modo che sia Tursi ad accollarsi formalmente gli immobili ma che, non appena ottenuti dall’Agenzia, li girasse direttamente alle onlus per mettere in pratica il progetto di valorizzazione. Bisogna però tirare fuori idee ben precise, accompagnate da un quadro di fattibilità economica per evitare di dar via al solito “mungificio” delle casse pubbliche». E soprattutto bisogna muoversi con intelligenza: «Innanzitutto, si possono studiare alcuni strategici spostamenti tra proprietà pubbliche, in modo da accorpare i beni attraverso permute interne e creare una sorta di economia di scala condominiale per la ristrutturazione. Poi, si può puntare all’Europa, magari cercando finanziamenti per l’edilizia residenziale pubblica».

    centro-storico-vicoli-murales-piazza-erbed1È evidente che il problema sia sempre il solito: la mancanza di risorse. «Qualunque siano i progetti per rimettere a disposizione della collettività questi beni – commenta l’assessore a Legalità e Diritti del Comune di Genova, Elena Fiorini – servono grandi investimenti. Questi immobili sono dei veri e propri buchi neri, con strutture pregiudicate, tetti lesionati, amministrazioni non pagate per anni. Per questo abbiamo chiesto l’intervento dell’unità di supporto della Prefettura, così come previsto dalla legge, perché dati gli altissimi costi prevedibili abbiamo necessità di fare squadra». Ma l’assessore non dispera: «Le possibilità ci sono: parlo dei fondi Fesr, dei Por e di un’apposita legge regionale (la n. 7 del 2012) per la prevenzione del crimine organizzato e mafioso e per la promozione della cultura della legalità che esiste ma non è stata ancora finanziata da Piazza De Ferrari. Il punto è far diventare la riqualificazione di questi immobili una priorità per le istituzioni, che devono lavorare assieme, altrimenti non andremo da nessuna parte».

    Ecco, dunque, la necessità di fare quadrato sul futuro di questi spazi (e non solo di questi, dato che, secondo la mappatura realizzata da Libera, in Liguria su 140 immobili confiscati alle mafie solo una decina è riutilizzata a scopi sociali).

    «In questo momento gli immobili sono patrimonio dello Stato e non ancora assegnati – tiene a precisare l’assessore a Legalità e Diritti del Comune di Genova, Elena Fiorini – per cui il Comune non può metterci mano e non ci può fare nulla. Non siamo, comunque, stati fermi in questo periodo ma abbiamo iniziato ad analizzare i beni, anche attraverso sopralluoghi dedicati. L’idea è quella di ragionare spacchettando gli immobili in gruppi indipendenti: dobbiamo sì avere una visione complessiva ma per trovare i finanziamenti è necessario realizzare una progettualità che vada a interessare immobili mirati». Ad esempio, si potrebbe partire dalle abitazioni disponibili attorno all’asilo della Maddalena che presto sarà consegnato alla città. «Solo partendo da una progettualità per parti – sentenzia Fiorini – possiamo pensare di iniziare da qualcosa».
    Una tesi confermata anche da Umberto Torre: «Se cerchiamo di fare un ragionamento complessivo su tutta la confisca, portiamo a termine la procedura tra 10 anni. L’unica strada è quella di ridurre un problema complesso in tanti problemi più semplici».

    Via San Lorenzo, Genova«Programmare un futuro per i beni confiscati – sostiene Marco Baruzzo, referente regionale di Libera per questo settore – non vuol dire semplicemente immaginare di riempire delle caselle vuote su una cartina. Non stiamo parlando di spazi qualsiasi, neutrali dal punto di vista politico e simbolico. Il loro recupero rappresenterebbe un successo della riaffermazione dello stato sull’antistato, della legalità sull’illegalità». Per questo motivo, secondo Baruzzo, istituzioni e cittadini devono collaborare fianco a fianco: «Il riutilizzo dei beni confiscati è un modo nobile, difficile ma necessario, di mettere in pratica una nuova strada di governo del nostro territorio. Attraverso il Cantiere della legalità responsabile cercheremo di mettere in rete idee e progetti ma non possiamo diventare dei surrogati dell’impegno, anche economico, che deve arrivare dallo Stato e dagli enti locali: da troppo tempo si rinnovano promesse senza che vi faccia seguito una realizzazione concreta».

    Il problema, secondo Simone Leoncini, presidente del Municipio I Centro Est, va ricercato nell’immobilismo che caratterizza storicamente la nostra città: «Dobbiamo metterci un po’ di progettualità complessiva, guardando ad altre esperienze virtuose in giro per l’Italia, come il social housing, il co-housing e il co-working. Esistono esperienze in cui le associazioni che ricevono gratuitamente gli spazi si fanno carico della loro ristrutturazione a costo quasi zero. A Genova, invece, non ci muoviamo perché siamo fermi ad un approccio amministrativo antico e aspettiamo che il Patrimonio faccia la valutazione dei canoni di concessione da applicare».

    È, dunque, arrivato il momento che le istituzioni facciano la propria parte: «Aggrapparsi esclusivamente alle idee sparse che arrivano dal basso – riprende Baruzzo – segnala la latitanza delle istituzioni che invece di governare un processo, lo subiscono. Perché non facciamo lo sforzo di metterci tutti intorno a un tavolo istituzionale, Comune, Regione, Agenzia Nazionale e Prefettura?».

    La risposta, un po’ piccata per la verità, arriva nuovamente da Leoncini: «È errato pensare che solo le istituzioni possano lottare contro le mafie ma serve un cambiamento di pensiero diffuso. Dobbiamo smetterla di pensare al centro storico come una periferia del centro di Genova, l’angiporto, il bagasciaio per antonomasia. Il centro storico deve diventare, invece, il nuovo centro industriale della città». Non è impazzito Leoncini perché l’industria di cui parla è piuttosto sui generis: «Parlo dell’industria culturale e del turismo, l’industria che non porta tumori ma che non promuoviamo neanche come cittadini. Questo non vuol dire che il centro storico deve trasformarsi in una vetrina: deve essere vissuto, anche con un po’ di casino (il giusto, oggi ce n’è troppo) ma deve diventare una priorità dello sviluppo della città, un mantra come per anni lo è stato, e lo è ancora, quello dello sviluppo delle infrastrutture».

     

    Simone D’Ambrosio

    [foto di Daniele Orlandi]

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  • Emergenza rifiuti, corsa a ostacoli verso la riapertura di Scarpino: a che punto siamo?

    Emergenza rifiuti, corsa a ostacoli verso la riapertura di Scarpino: a che punto siamo?

    RifiutiLa sensazione che il piano industriale di Amiu rappresentasse più una linea guida di massima che un quadro programmatico da seguire pedissequamente, si è avuta fin dai tempi della sua prima presentazione alla stampa e alla città. Gli elementi di incertezza, soprattutto dal punto di vista delle innovazioni impiantistiche necessarie, erano ancora molti come stanno confermando le evoluzioni di questi giorni. A complicare ulteriormente il quadro, si sono inserite le ormai costanti polemiche tra Comune e Regione per le ataviche mancanze sulla gestione dei rifiuti a Genova, come evidenziato anche dalla Commissione d’inchiesta parlamentare bicamerale che la scorsa settimana ha lanciato un alto allarme per il rischio di infiltrazioni mafiose in tutta la Liguria. Da un lato, il Comune accusa piazza De Ferrari di assoluta mancanza di chiarezza sulle regole per la gestione dei rifiuti, puntando il dito contro il cambio in corsa dei parametri di pretrattamento del materiale prima del suo conferimento in discarica e sottolineando l’assenza di un vero e proprio Piano regionale dei rifiuti; dall’altra, il presidente uscente Claudio Burlando accusa palazzo Tursi di aver cambiato idea sulla conclusione del ciclo per ogni nuovo inquilino, passando da inceneritore a gassificatore fino all’ultimo biodigestore.

    Se ne parlerà anche oggi pomeriggio in Commissione consiliare in Comune ma, intanto, in questo contesto piuttosto caotico, mentre la discarica di Scarpino continua a essere chiusa e i rifiuti dei genovesi vengono portati fuori Regione con costi che si aggirano attorno ai 2 milioni di euro al mese, sono circolate alcune voci circa possibili mini-rivoluzioni del piano industriale per quanto riguarda la realizzazione di alcuni interventi indispensabili per la riapertura della discarica sulle alture di Sestri.

    «Amiu – ha dichiarato l’assessore all’Ambiente, Valeria Garotta – è impegnata a definire il programma che ci porterà a riaprire la discarica entro metà anno. Ad oggi, il conferimento fuori Regione dovrebbe essere coperto fino a fine aprile, ma l’azienda sta proseguendo le trattative per prorogare tale periodo fino all’effettiva riapertura di Scarpino».

    Separatori secco-umido, urge chiarezza

    valbisagno-staglienoLa questione più delicata riguarda i cosiddetti separatori secco-umido, impianti che dovrebbero risolvere il pretrattamento dei rifiuti prelavati dai cassonetti dell’indifferenziata (quelli di colore verde) che non possono più essere conferiti “tal-quali” in discarica.
    In passato si è sempre parlato di due separatori da introdurre nei siti di Volpara (Valbisagno) e Rialzo (Campi), per cui Amiu avrebbe già concluso la gara di assegnazione se non fosse stato per un ricorso al Tar di una società non vincitrice. Ma, nel frattempo, è intervenuta la Regione a sparigliare nuovamente le carte in tavola.

    «Abbiamo chiesto al Comune di sospendere la gara – annuncia il presidente di Amiu, Marco Castagna – in attesa di capire la normativa definitiva prima di prendere una decisione e poter consolidare il piano industriale. Credo che qualunque azienda, se cambia una normativa in corso d’opera, debba mettersi in condizione di realizzare un’alternativa. Ci auguriamo che la Regione faccia chiarezza in tempi abbastanza rapidi perché metterci a posto con il tema del pretrattamento è uno dei punti che dobbiamo risolvere per arrivare alla riapertura di Scarpino».
    E il quadro si potrà definire solo con l’approvazione del Piano regionale dei rifiuti. Ecco allora farsi largo l’ipotesi b, quella di un unico separatore da realizzare direttamente a Scarpino.

    «Era un’alternativa – spiega Castagna – che avevamo già ipotizzato alla luce del fatto che la Regione, mentre era in corso la gara per l’assegnazione dei separatori, a dicembre, ha fatto una modifica delle norme di conferimento del secco. La presenteremo in settimana al Comune, al momento solo come ipotesi alternativa perché le Regione deve ancora inserire la nuova norma nel Piano regionale dei rifiuti in corso di approvazione. Restano, per ora, due ipotesi che hanno pari dignità, non è ancora stata scelta una strada per l’altra».

    Nel piano industriale di Amiu era già prevista la realizzazione a Scarpino dell’impianto di stabilizzazione dell’umido uscito dalla separazione. Secondo il piano b, nella discarica sestrese verrebbe inserita anche la prima fase di questo processo, ovvero quella della separazione, senza stravolgere in maniera eccessiva lo stesso piano industriale. «Al momento – sottolinea l’assessore Garotta – si tratta solo di un’ipotesi alternativa in fase di studio che potrebbe rendersi necessaria per rispettare le nuove linee guida regionali. Se i tempi e i costi saranno migliori rispetto al doppio impianto di Volpara e Rialzo, procederemo in questo senso».

    Un’ipotesi operativa che, in parte, potrebbe anche placare le ire degli abitanti della Valbisagno, che da anni chiedono la chiusura del sito della Volpara e quest’inverno hanno più volte alzato la voce soprattutto dopo la chiusura di Scarpino. I residenti, infatti, da un lato lamentano una crescita esponenziale del traffico di mezzi pesanti in entrata e uscita dal centro di compattamento e stoccaggio dei rifiuti diretti fuori Regione, dall’altro sono preoccupati per la previsione del piano industriale di realizzare uno dei due impianti di separazione secco-umido proprio in Valbisagno, contravvenendo a promesse decennali del Comune riguardo a una possibile chiusura del sito. I cittadini, che hanno anche dato vita a un Comitato Salute Ambiente Valbisagno, non credono ancora al “piano b” che è iniziato a circolare negli ultimi giorni: «Quando eravamo noi a chiedere che l’impianto di separazione secco-umido venisse realizzato lontano dalle case – dice un abitante della zona che chiede di ristare anonimo – sia Municipio che Comune non ci hanno ascoltato. Adesso che il piano industriale è stato approvato non crediamo che gli enti tornino sui propri passi».

    «Naturalmente – assicura il presidente di Amiu – dopo che i tecnici avranno presentato il progetto definitivo per l’eventuale impianto unico a Scarpino, se questa sarà la soluzione definitiva, sarà presentata anche al Municipio e all’osservatorio della Valbisagno: valuteranno poi i cittadini se placare o meno la loro protesta».

    Percolato e stabilità, problemi da risolvere

    percolato-scarpinoSeconda questione calda da risolvere in tempi brevi per ottenere l’autorizzazione alla riapertura di Scarpino riguarda il trattamento del percolato e delle conseguenti tracimazioni dalle vasche di raccolta nel Chiaravagna e suoi affluenti. Il 23 gennaio si è ufficialmente conclusa la gara (vinta dalla società Simam di Senigallia, Ancona) per l’affitto di due depuratori mobili in grado di trattare 2500 metri cubi di percolato al giorno, triplicando l’attuale capacità della discarica: una soluzione che dovrebbe mettere in condizioni di sicurezza l’intero impianto di Scarpino, dato che nei periodi di maggiore emergenza si sono raggiunte quote di sversamento attorno ai 300/400 metri cubi al giorno. Il liquido trattato dai nuovi depuratori risponderà ai requisiti di legge e potrà essere riversato nelle acque bianche del Chiaravagna senza rischio di inquinamento; la parte concentrata e filtrata dal percolato sarà invece indirizzata al percolatodotto per essere trattata nel depuratore di Cornigliano, come avviene per il resto del percolato gestito attraverso le attuali vasche di raccolta della discarica.
    Benché non si tratti di impianti semplici dal punto di vista tecnologico, l’entrata in funzione sulle alture di Sestri dovrebbe avvenire in tempi relativamente rapidi: l’assessore Garotta ha parlato dei primi giorni di marzo, più prudente il presidente Castagna che stima l’attesa in 2/3 mesi.

    Sempre per quanto riguarda la messa in sicurezza di Scarpino, altro capitolo importante è quello che si riferisce alla stabilità idrogeologica del sito, attualmente esposto a rischio frane, principalmente a causa di diverse e minacciose falde acquifere sotterranee. «Secondo le ultime analisi – specifica Castagna – siamo dentro al valore di sicurezza per quanto riguarda la stabilità in campo statico, mentre siamo leggermente al di sotto di quanto richiesto in campo sismico. La cosa più importante è che abbiamo presentato un progetto, già approvato dalla Conferenza dei servizi, che risolverà in maniera definitiva il problema della quantità di acqua sotterranea presente in discarica e che inficia i valori di stabilità». Si tratta di quattro mesi di lavori, per cui è in corso di predisposizione la gara con procedura d’urgenza, durante i quali verrà installato un sistema di dreni che entrerà in funzione quando l’acqua raggiungerà un determinato livello di guardia.

    Il biodigestore

    Sistemati separatori secco-umido, percolato e stabilità della discarica si potrà finalmente riaprire Scarpino, mettendo fine ai disagi e ai costi del trasporto dei rifiuti fuori Regione a cui stiamo assistendo ormai da ottobre. Ma anche allora non si potrà ancora cantare vittoria. L’obiettivo finale del riassetto del ciclo dei rifiuti genovesi è, come dichiarato dallo stesso sindaco Marco Doria, quello di trasformare Scarpino in una “discarica di servizio” da utilizzare esclusivamente per smaltire il materiale secco che non può essere in alcun modo recuperato. Per arrivare a ciò, tuttavia, Genova dovrà essere in grado di trattare anche il materiale umido differenziato, ovvero quello cosiddetto “di qualità”, proveniente dai cassonetti marroni e trasportato fuori Regione già prima della chiusura di Scarpino. L’ultima strada individuata nel piano industriale di Amiu passa attraverso la realizzazione di un biodigestore, da costruire nelle aree ex Ilva (Cornigliano) o ex Colisa (Fegino): «Dal punto di vista impiantistico – chiude Castagna – le due opzioni per noi sono sostanzialmente equivalenti: chiediamo al Comune che venga scelta l’area più facilmente ottenibile, quella in cui potremmo mettere piede in tempi più rapidi». Intanto, il progetto dell’impianto è stato approvato dal cda di Amiu il 23 dicembre e presentato al Comune il 13 gennaio: già nel corso di questa settimana, i vertici della partecipata dovrebbero incontrarsi con la direzione competente di Tursi per iniziare l’analisi di costi e benefici delle due opzioni.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Nuovo Piano Urbanistico comunale, Sistema del Verde: regole, classificazioni, edificabilità

    Nuovo Piano Urbanistico comunale, Sistema del Verde: regole, classificazioni, edificabilità

    valtrebbia-verde-alberi-bosco-ambienteIl Comune di Genova non ha un Piano del verde. Ciò non significa, tuttavia, che la gestione di alberi, aiuole, giardini e parchi venga lasciata al caso. Almeno sulla carta. Il nuovo Piano Urbanistico, infatti, guarda con molta attenzione e interesse al sistema del verde cittadino, sia esso in aree pubbliche che private, alla sua conservazione e valorizzazione. A confermarlo è il vicesindaco Stefano Bernini che, in qualità di assessore all’Urbanistica, ha seguito pedissequamente l’iter dello strumento chiave per la programmazione urbanistica della città negli anni a venire. «Nel nuovo Puc – spiega Bernini – sono presenti diverse linee guida piuttosto precise per la pianificazione del verde in città, che già nel ciclo amministrativo precedente erano state stilate dall’assessore Montanari proprio in ottica della realizzazione di un Piano del verde». Gli uffici del settore paesaggistico hanno dunque predisposto un particolareggiato cartografico in cui vengono messi in luce i parchi pubblici in tutto l’ambito comunale. Al loro fianco, soprattutto nei Municipi in cui il verde pubblico non è una realtà così presente, sono state indicate come degne di valorizzazione anche aree verdi private per le particolari caratteristiche paesaggistico-ambientali e per le essenze di pregio presenti da cui derivano anche gli indirizzi di valorizzazione e manutenzione per i proprietari delle stesse.

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    La “linea verde” di Renzo Piano

    Un processo ereditato fin dai primi affreschi di Piano, quando iniziò a scolpirsi nella mente dei genovesi il concetto di Linea Verde (assieme a quella Blu) che rappresenta la demarcazione tra città costruita e ambiente verde di contesto, come quasi a delimitare i confini naturali della città scorta dal mare. La linea verde rappresenta allora un confine naturale oltre al quale la città non deve espandersi sotto il profilo insediativo che invece deve concentrarsi in aree produttive urbane all’interno del costruito e potenzialmente riconvertibili, che gli uffici comunali hanno stimato disponibili per circa 293 ettari. Ecco la famosa parola d’ordine di vincenziana memoria di “costruire sul costruito”. Ma ciò che a noi interessa, quantomeno in questa sede, è tutto ciò che sta oltre e attorno al costruito. Il verde della nostra città, dai grandi parchi alle aree verdi minori, dalle aree pubbliche a quelle private, è stato sottoposto negli ultimi anni a un’intensa usura, che sovente ne ha ridotto le stesse funzioni ecologiche e in alcuni casi ne ha ostacolato la stessa sopravvivenza.

    Nel nuovo Puc, allora, il verde urbano ed extraurbano è diventato un valore da tutelare non solo dal punto di vista paesaggistico ma anche per il miglioramento di qualità della vita: le aree naturali e agricole devono, dunque, essere salvaguardate con particolare attenzione in considerazione anche dell’estrema fragilità del territorio che deve tornare il più possibile a una situazione di equilibrio attraverso la promozione dei fondi agricoli, l’inversione della deantropizzazione delle zone rurali e il presidio constante del territorio stesso.
    Sulla questione delle aree extraurbane (che coprono circa il 78% del territorio comunale), in particolare, si è mossa l’attività di numerose associazioni tra cui Salviamo il Paesaggio e Legambiente che in accordo con l’Università hanno presentato corpose osservazioni al progetto preliminare del Puc. «Grazie anche alla sensibilizzazione della cittadinanza – ci racconta Stefano Chellini della Rete ligure per l’altra economia – e alla raccolta di firme sfociate con diverse audizione in Commissione Territorio del Consiglio comunale siamo riusciti a ottenere la cancellazione della possibilità di edificare nuove case in aree agricole da parte di chi non è agricoltore. Se questa norma fosse rimasta all’interno del Puc, in un certo qual modo si sarebbe incentivato l’abbandono dei terreni agricoli in quanto il sottoutilizzo li avrebbe resi molto più appetibili per speculazioni edilizie piuttosto che per la coltivazione. Ciononostante – prosegue Chellini – ad oggi è impossibile dare un giudizio sul Puc di Genova in quanto la scarsa trasparenza del processo amministrativo ha di fatto impedito di vedere documentazione essenziale alla valutazione. In particolar modo non è stata fornita la cartografia aggiornata indicante la nuova ripartizione tra aree a destinazione agricola e aree edificabili».

    verde-ambiente-righi2-DIL’individuazione delle aree verdi, comunque, ha permesso di studiare al meglio gli elementi di tutela del territorio da mettere in campo, con tutte le prescrizioni del caso per eventuali operazioni di edilizia urbana. «Molta attenzione – ci tiene a sottolineare il vicesindaco – è stata posta al grado di permeabilità del suolo: negli ultimi anni, infatti, la questione è diventata cruciale soprattutto per la realizzazione di parcheggi interrati o seminterrati. Con il nuovo Piano Urbanistico di certo non impediamo questi interventi ma li vincoliamo fortemente alla salvaguardia dell’eco-sistema in cui si vorrebbero introdurre. Innanzitutto, ogni progetto di questo tipo deve tendere al miglioramento concreto dell’indice di permeabilità del suolo; inoltre, vogliamo che vengano salvaguardate le essenze di alto fusto particolarmente pregiate, laddove presenti, e forniamo una serie di limiti dimensionali molto precisi per quanto riguarda scavi e distanza delle costruzioni dai palazzi circostanti».

    Il miglioramento della permeabilità del suolo, inserito come vincolo all’interno del nuovo piano regolatore, è sintomatico di una rinnovata attenzione al rispetto del territorio e alla volontà della permanenza di aree verdi anche a ridosso del centro urbano. Finalmente, ogni nuovo intervento edilizio dovrebbe sottostare al rispetto dell’ambiente circostante, rispettando determinati vincoli a seconda della zona in cui viene realizzato. Condizionale d’obbligo secondo Chellini: «A luce della drammatica situazione idrogeologica del territorio genovese, evidenziata dalle ultime alluvioni e dalle innumerevoli frane che minacciano il territorio, l’esigenza di impedire nuova edificazione in ambiti extraurbani è quanto mai urgente. Nonostante ciò l’Assessore all’Urbanistica e la maggioranza hanno tenuto posizioni ambigue rispetto alla stop a nuove costruzioni e ad una reale valorizzazione agricola delle aree extraurbane. Un’ambiguità resa ancora più evidente dalla normativa del Piano, che si presta a molteplici interpretazioni e sembra voler aggirare le indicazioni della VAS».

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    Puc, Sistema del Verde (clicca per ingrandire). Per la Legenda clicca qui

    A proposito di Piano, nel nuovo Puc è presente una catalogazione precisa di tutte le aree verdi situate nel territorio cittadino, suddivise in settori ben distinti tra loro, con regolamentazioni dedicate. Tutto il territorio comunale, infatti, è stato suddiviso in “ambiti di conservazione e di riqualificazione e in distretti di trasformazione”: ogni ambito é dotato di una disciplina che definisce le funzioni ammesse, principali e complementari, gli interventi sul patrimonio edilizio esistente, gli interventi di sostituzione edilizia e di nuova costruzione, gli interventi di sistemazione degli spazi liberi e quelli consentiti sulla viabilità pubblica e relativi accessori. Sei sono gli ambiti di conservazione (del territorio non insediato, del territorio di valore paesaggistico e panoramico, del verde urbano strutturato, del Centro Storico Urbano, dell’impianto urbano storico, dell’impianto urbanistico ), quattro quelli di riqualificazione (del territorio di presidio ambientale, delle aree di produzione agricola, urbanistica-residenziale, urbanistica produttivo-urbano). Per quanto riguarda la prima categoria, il verde caratterizza in particolar modo i primi tre ambiti: quello di conservazione del territorio non insediato si riferisce alle alture cittadine, generalmente prive di insediamenti stabili, in cui l’aspetto naturalistico-ambientale la fa da padrone sia che si tratti di aree boscate sia che si tratti di aree a prateria o vegetazione bassa, da mantenere per il particolare prestigio paesaggistico; alla salvaguardia dell’immagine si punta anche nell’ambito di conservazione del territorio di valore paesaggistico e panoramico in cui rientrano soprattutto i borghi storici sorti attorno a terreni coltivati; più complessa, invece, la conservazione del verde urbano strutturato, ovvero le ville, i parchi e i giardini pubblici e privati che rappresentano dei piccoli polmoni naturali tra le mura e i muri della città.

    Molto interessanti dal punto di vista della convivenza tra verde e sviluppo della città sono anche gli ambiti di riqualificazione. Per quanto concerne il verde, tre sono le categorie che ci interessano con particolare attenzione: le aree di presidio ambientale, ovvero tutte le zone naturali e boschive di massima tutela per l’ecosistema in cui si vogliono recuperare attività di pastorizia e di coltura prevalentemente arborea; le aree di produzione agricola, in cui la riqualificazione deve puntare al rilancio e allo sviluppo dell’attività agraria; le aree di riqualificazione urbanistica-residenziale, in cui gli interventi di innovazione dell’assetto attuale devono puntare a un miglioramento della qualità della vita passando per una promozione di aree verde urbano e di inserimento paesaggistico nel cuore della città.
    Ma a questo tema sarà dedicato uno speciale approfondimento all’interno del nuovo numero del magazine cartaceo di Era Superba in distruzione dal primo febbraio.

    Simone D’Ambrosio

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