Categoria: Inchieste

Inchieste condotte dalla redazione di Era Superba.

  • Sanità: riorganizzazione servizi territoriali e ospedali di distretto

    Sanità: riorganizzazione servizi territoriali e ospedali di distretto

    medico
    – La LEGGE 189/2012 prevede che la riorganizzazione dell’assistenza territoriale avvenga “secondo modalità operative che prevedono forme organizzative monoprofessionali, denominate aggregazioni funzionali territoriali (Aft)… nonchè forme organizzative multi professionali, denominate unità complesse di cure primarie (Uccp), che erogano, in coerenza con la programmazione regionale, prestazioni assistenziali tramite il coordinamento e l’integrazione dei medici, delle altre professionalità convenzionate con il Servizio sanitario nazionale, degli infermieri, delle professionalità ostetrica, tecniche, della riabilitazione, della prevenzione e del sociale a rilevanza sanitaria. In particolare, le regioni disciplinano le unità complesse di cure primarie privilegiando la costituzione di reti di poliambulatori territoriali aperti al pubblico per tutto l’arco della giornata, nonché nei giorni prefestivi e festivi con idonea turnazione, che operano in coordinamento e in collegamento telematico con le strutture ospedaliere. Le regioni, attraverso sistemi informatici, assicurano l’adesione obbligatoria dei medici all’assetto organizzativo e al sistema informativo nazionale, compresi gli aspetti relativi al sistema della tessera sanitaria nonché la partecipazione attiva all’implementazione della ricetta elettronica”

    La rivoluzione sanitaria, annunciata un paio di anni fa con il “Decreto Sanità” dell’ex Ministro della Salute Balduzzi (convertito in Legge n. 189/2012), e confermata dall’approvazione, nel dicembre 2013, di una specifica delibera regionale, in Liguria rimane finora senza applicazione concreta. Parliamo, in particolare, della riforma delle cure primarie tramite la riorganizzazione dell’assistenza territoriale nell’ottica di creare e fornire servizi h24 e, contestualmente, decongestionare l’attività dei pronto soccorso ospedalieri. Con la nascita di poliambulatori all’interno dei quali lavoreranno, organizzati su turni, medici di famiglia, specialisti, infermieri, personale della riabilitazione e operatori socio-sanitari, in stretto rapporto con il servizio del 118, fornendo tutti i giorni dell’anno l’assistenza medica di base e garantendo la continuità assistenziale 24 ore su 24 e la presa in carico dei malati cronici.

    La Legge 189/2012 (vedi box a lato) demanda alle regioni la definizione della riorganizzazione nel suo complesso, tuttavia, fino ad oggi, sono state avviate soltanto sporadiche sperimentazioni in alcune di esse, considerata anche la carenza di fondi che le regioni possono destinare al finanziamento delle nuove strutture mono e multiprofessionali aperte h24.

    Senza dimenticare che, ai fini della effettiva funzionalità del sistema, bisogna ancora raggiungere l’intesa con le organizzazioni sindacali per il rinnovo degli accordi collettivi nazionali di medicina generale, pediatria di libera scelta, e specialistica ambulatoriale, fondamentali a maggior ragione in prospettiva di una riforma dei servizi così ridisegnata.
    Infine, Ministero della Salute e Regioni, si apprestano a sottoscrivere il cosiddetto “Patto della salute” – secondo le ultime notizie entro il corrente mese di giugno – il quale recepirà, tra le altre cose, le indicazioni relative alla riorganizzazione dell’assistenza territoriale.

    La situazione in Liguria

    «Sul finire di maggio abbiamo avuto un incontro in Regione per segnalare l’ingiustificato rallentamento del percorso in direzione dei servizi sanitari territoriali – spiga Francesco Rossello, segretario regionale Cgil FP Liguria – Ci riferiamo alla delibera regionale del 27 dicembre 2013 (n.1717 “Riordino delle attività distrettuali e delle cure primarie”), che sancisce la creazione degli “ospedali di distretto”, ossia strutture pubbliche dove lavoreranno in forma aggregata medici di base, specialisti, personale infermieristico e operatori socio sanitari, alternandosi su diversi turni e gestendo i pazienti attraverso le piattaforme informatiche (in tal senso vedi l’importanza del Fascicolo sanitario elettronico, nda).».
    Piano approvato dalla Regione e pienamente condiviso dai sindacati confederali (Cgil, Cisl e Uil), come sottolinea Rossello «In questo modo noi pensiamo sia davvero possibile allegggerire il carico dei pronto soccorso degli ospedali, soprattutto per quanto riguarda i codici bianchi e verdi, insomma i casi meno gravi. Le nuove strutture, infatti, dovrebbero garantire la continuità assistenziale 24 ore su 24 e la “presa in carico” dei pazienti, in particolare quelli affetti da patologie croniche. Si tratta di circa 200 mila persone in Liguria (diabetici, cardiopatoci, pazienti con insufficienze respiratorie, ecc.). L’idea è sviluppare una medicina attiva. Ciò significa, da parte della sanità pubblica, non prestare cura soltanto al manifestarsi di un problema acuto, bensì farsi costantemente carico del paziente, anche attraverso i nuovi ospedali di distretto, attivando degli adeguati percorsi di prevenzione e di controllo, ad esempio prenotando visite ed esami, limitando nel contempo gli accessi impropri nelle strutture ospedaliere».

    san-martino-ospedale-sanita

    Nella pratica, però, come spiega il segretario Cgil Fp, la situazione è ben diversa «Si procede in maniera incoerente, non applicando modelli omogenei a tutta la regione. Anche una notizia positiva come il progetto di ristrutturazione dell’ospedale San Martino nasconde delle incongruenze. Tra i tanti aspetti buoni del progetto, infatti, non si capisce perchè si sia deciso di trasformare una divisione di medicina interna in medicina d’urgenza. Senza alternative i cittadini bisognosi di cure continuano a rivolgersi all’urgenza ospedaliera. Perchè la Regione non usa quellla parte di investimenti, oggi destinati a potenziare le medicine d’urgenza, per realizzare i centri territoriali previsti dalla delibera del dicembre scorso? Sappiamo che la riorganizzazione del sistema è addirittura rivoluzionaria e dà fastidio a molti baroni. Ma non sostenerla con convinzione rischia di avvicinare al collasso la sanità ligure».

    Secondo il documento approvato in sede regionale, ogni direzione delle Asl liguri dovrà predisporre – entro il dicembre 2014 – quanto necessario all’attivazione dei rispettivi progetti pilota degli “ospedali di distretto”, in grado di realizzare la presa in carico continuativa. “Quali sedi saranno privilegiate, a tal fine, sia gli ospedali oggetto di trasformazione che dovranno in questo processo diventare “ospedali di distretto”, sia le Case della Salute esistenti o di nuova realizzazione. La Regione, su proposta delle direzioni aziendali, predisporrà, sulla base delle caratteristiche demografiche e sociali, una mappatura delle aree dove insediare le strutture indicandone anche la tipologia”.
    «Qualcosa si sta iniziando a muovere, ma è del tutto insufficiente – continua Rossello – L’Asl 5 (La Spezia) ha comunicato che partirà con la sperimentazione a Levanto; l’Asl 2 (Savona) comincerà l’esperienza pilota a Cairo Montenotte. Dalle altre Asl non è pervenuta alcuna indicazione. Abbiamo concordato con la Regione che vengano convocati degli incontri specifici, alla presenza dei singoli direttori aziendali, affinché riparta seriamente la discussione verso l’auspicabile avvio della riorganizzazione sanitaria».
    Sarebbe stato interessante ascoltare il punto di vista dell’assessore alla Salute, Claudio Montaldo, che abbiamo provato a contattare telefonicamente più volte, senza risposta.

    Dunque, questa è la situazione in Liguria, mentre a livello nazionale resta da sciogliere un nodo cruciale. «Ormai da tempo si sta discutendo il rinnovo degli accordi che disciplinano i rapporti con i professionisti, in particolare la convenzione con i medici di medicina generale spiega Rossello – Nella quale dovrebbero rientrare anche le indicazioni del Patto della Salute sulla riforma delle cure primarie. Finora il rinnovo non è stato siglato e ciò rappresenta indubbiamente un problema. Comunque, al di là della convenzione nazionale, sarà importante raggiungere degli accordi anche a livello regionale e di singole Asl. Le esigenze, infatti, potrebbero essere diverse, a seconda delle prestazioni che saranno richieste ai medici. Inoltre, negli ospedali di distretto lavoreranno anche infermieri, operatori socio-sanitari, ecc., tutte figure professionali fornite dal servizio pubblico. Quindi, occorrerà trovare delle intese con le organizzazioni sindacali delle singole categorie interessate».

    «La riforma dei servizi territoriali in Liguria per ora è materia assai nebulosa – afferma il dott. Angelo Canepa, segretario Fimmg Genova, l’organizzazione più rappresentativa dei medici di medicina generale – Esistono documenti nazionali che indicano tale direzione ed una delibera regionale che deve trovare applicazione concreta. Noi operiamo sulla base di una convenzione nazionale che apre la strada ad accordi integrativi di carattere regionale. Come è noto la discussione sul rinnovo è tuttora aperta in sede romana. Sicuramente bisognerà realizzare degli accordi a livello locale. Anche perchè la creazione dei cosiddetti ospedali di distretto presenta rilevanti problematiche ancora tutte da affrontare, soprattutto in merito alla responsabilità di gestione di simili strutture».

     

    Matteo Quadrone

  • Porto di Genova, Expo 2015. Una grande opportunità per lo scalo genovese

    Porto di Genova, Expo 2015. Una grande opportunità per lo scalo genovese

    Palazzo San GiorgioVenerdì 30 maggio, con lo sbarco presso il terminal Sech dei primi quattro contenitori di merce destinata alla costruzione dello stand espositivo giapponese di Expo 2015, il porto di Genova ha lanciato la sua candidatura a diventare porta d’accesso principale per i notevoli volumi di traffico connessi al grande evento milanese del prossimo anno. I container, usciti venerdì stesso dalle banchine genovesi con destinazione Milano, sono stati dichiarati con la procedura dello “sdoganamento in mare” (il cosiddetto pre-clearing, attivo negli scali di Genova e La Spezia dal 25 febbraio scorso) che permette agli operatori di trasmettere le dichiarazioni di importazione mentre le merci sono ancora in viaggio sulle navi, consentendo alla dogana, e alle altre amministrazioni coinvolte, di anticipare l’effettuazione dell’analisi dei rischi, e svincolare prima dell’arrivo le merci per le quali non ritiene necessario effettuare un controllo fisico. Un’operazione salutata con entusiasmo dal presidente dell’Autorità Portuale, Luigi Merlo: «Abbiamo dimostrato che quella di candidare Genova a porto Expo era un’intuizione felice, ed ora si sta concretizzando. Grazie al nuovo sistema di sdoganamento in mare diamo ai Paesi interessati un segnale di efficienza importante, segnale che potrà consolidare, finita l’esposizione, anche i traffici futuri».

    Sempre nel mese di maggio, Autorità Portuale genovese e Gruppo Fs hanno annunciato di aver siglato un accordo per quanto riguarda le operazioni di carico sui treni dei container non soggetti a controlli di sicurezza direttamente dalle navi cargo, semplificando e velocizzando le pratiche burocratiche, tramite l’utilizzo di nuovi sistemi tecnologici. “La nuova procedura telematica, denominata corridoio doganale ferroviario, permetterà agli operatori di presentare le dichiarazioni doganali dei container trasportati in maniera più rapida ed efficace – si legge nel comunicato stampa congiunto – L’niziativa, resa possibile grazie alla collaborazione dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, agevolerà lo sviluppo e la competitività del trasporto merci intermodale, soprattutto in vista di EXPO Milano 2015″.

    Verso Expo 2015: che cosa sono i corridoi controllati?

    Il porto di Genova, dunque, getta le basi per prepararsi ad accogliere i crescenti flussi merceologici previsti da qui a breve, in un’ottica di sviluppo che prevede investimenti sia in infrastrutture “materiali” (vedi il Piano del Ferro per aumentare il trasporto su rotaia), sia in infrastrutture “immateriali”(vedi il sistema telematico portuale E-port), oltre alla fondamentale attuazione di soluzioni (individuate dall’Agenzia delle Dogane) idonee a ridurre le inefficienze – e di conseguenza i costi – del ciclo importo/export, considerando che l’incertezza dei tempi necessari per la conclusione delle procedure, mediamente più lunghi di quelli dei competitors europei, e la scarsa affidabilità nel rispettare le scadenze, vengono indicati tra i principali fattori che influenzano negativamente la competitività del sistema logistico nazionale.
    Di Sportello Unico Doganale, sdoganamento a mare, e relative problematiche attualmente irrisolte, abbiamo già parlato nel nostro precedente approfondimento, oggi ci concentriamo sui “corridoi controllati”, evocati, seppur vagamente, nell’accordo recentemente siglato (del quale non si conoscono i dettagli) tra Autorità Portuale di Genova e Gruppo Fs.

    L’Agenzia delle Dogane, nel quadro delle norme connesse all’organizzazione dell’Expo – Legge 14 gennaio 2013, n.3 che ha ratificato l’Accordo (Roma, 11 luglio 2012) tra il Governo della Repubblica italiana e il Bureau International des Expositions sulle misure necessarie per facilitare la partecipazione all’Esposizione Universale di Milano del 2015 – ha adottato innovazioni procedurali al fine di assicurare adeguati controlli e celerità nello svincolo delle merci destinate alle esigenze dell’esposizione universale, che poggiano su semplificazioni già sperimentate (Sportello Unico Doganale, pre-clearing, corridoi controllati).

    trasporto-merci-containerIl 10 febbraio scorso, a La Spezia, è stata avviata la sperimentazione operativa del primo “corridoio controllato” che consente ai container in arrivo presso il porto di essere immediatamente trasferiti dallo scalo mercantile all’area retro-portuale di Santo Stefano Magra, distante circa sette chilometri, dove potranno essere completati gli eventuali controlli doganali. Il progetto ha lo scopo di decongestionare le banchine, aumentandone di fatto la recettività, e nel contempo riducendo, anzi in molti casi eliminando completamente, i tempi di stazionamento delle merci dovuti alle esigenze di verifica da parte delle dogane e degli altri enti deputati ai controlli.
    Il corridoio controllato è stato realizzato dall’Agenzia delle Dogane con la collaborazione di UIRNeT S.p.A., soggetto attuatore della Piattaforma Logistica Nazionale “utilizzando le pregresse congiunte esperienze maturate nell’ambito del progetto Il Trovatore che, mediante l’utilizzo di dispositivi di controllo installati sui mezzi di trasporto, consente la tracciatura della movimentazione dei container nel rispetto dei percorsi prestabiliti, inviando allarmi in caso di deviazioni dal tracciato e/o ritardi nella conclusione del trasporto”. Secondo l’Agenzia “I corridoi controllati e lo Sportello Unico Doganale consentiranno, con la collaborazione delle altre amministrazioni nazionali coinvolte nei controlli delle merci, di ridurre al minimo i tempi di conclusione dei processi di sdoganamento, rappresentando un’importante semplificazione tesa a favorire la buona riuscita dell’EXPO 2015″.

    Il cronoprogramma dell’Agenzia prevede, entro il secondo semestre 2014: l’attuazione dei “Fast Corridors” per l’inoltro immediato delle merci arrivate via mare/aereo ai punti di sdoganamento (ne è prevista l’attivazione di uno dedicato in prossimità dell’area Expo) con trasferimento su gomma attraverso corridoi controllati dalla Piattaforma Logistica Nazionale, o via ferrovia; la predisposizione dei presidi nei medesimi punti di sdoganamento.

    La situazione  nel porto di Genova

    porto-container-d1«Nell’annunciato accordo tra Autorità Portuale e Fs, di cui non conosciamo i termini precisi, si fa soltanto un semplice riferimento allo strumento dei corridoi doganali – spiega Claudio Monteverdi, direttore Ufficio Agenzia delle Dogane di Genova – Parliamo di una procedura, in parte avviata, in parte da implementare, che resta ancora da applicare su larga scala a livello nazionale».
    In buona sostanza si tratta di corridoi controllati per il monitoraggio “fisico” delle merci da/verso l’area portuale (porto di sbarco/imbarco) verso/da un nodo logistico autorizzato. «Lo strumento è già tecnicamente dettagliato – continua Monteverdi – Esistono tipologie diverse di corridoi. Ad esempio La Spezia-Santo Stefano Magra (sperimentazione avviata a febbraio). Per l’Expo 2015 saranno definiti i corridoi sulla direttrice Genova-Milano. Attualmente i container sbarcano e poi seguono i normali tracciati. Con l’attivazione dei corridoi, invece, sarà possibile usufruire della modalità di inoltro diretto, da punto a punto, con facilitazioni nelle dichiarazioni doganali. L’Agenzia delle Dogane mette a disposizione lo strumento. Adesso sono le varie realtà economiche, in sinergia con gli operatori privati, che devono attivarlo. Chi conosce l’opportunità sta già lavorando da tempo con le autorità portuali per la sperimentazione dei corridoi. È compito loro passare alla fase concreta di attivazione».

    «Premesso che non siamo a conocenza dei contenuti dell’intesa tra AP Genova e Gruppo Fs, quando parliamo di procedure semplificate per lo svincolo delle merci, siamo ovviamente molto attenti alle eventuali prospettive – afferma Gianpaolo Botta, direttore generale di Spediporto (la più importante associazione italiana delle “case di spedizione” protagoniste del mercato dell’import/export e del trasporto delle merci) – Personalmente, credo che l’accordo scaturisca dalla volontà, da parte di entrambi i soggetti, di aumentare il livello di dialogo, anche per quanto riguarda la connessione tra le rispettive piattaforme informatiche e lo sviluppo di sistemi telematici che facilitino i processi di import/export».
    Secondo Botta «Il fatto di intensificare i rapporti tra chi sviluppa la parte ferroviaria e chi gestisce lo scalo, è sicuramente un atto di responsabilità. Visto che l’Autorità Portuale genovese, in questi anni, ha creato una rete di legami con gli operatori privati ed una stretta collaborazione con l’Agenzia delle Dogane, forse mancava proprio il tasselo del Gruppo Fs».
    Inoltre, l’iniziativa assume particolare rilevanza in ottica di Expo 2015. «L’evento sarà un vero e proprio banco di prova per Genova – conclude il direttore di Spediporto – Il nostro porto, per alcuni mesi, diverrà una delle principali porte di ingresso delle merci destinate alle sedi espositive. Noi operatori privati auspichiamo di essere adeguatamente coinvolti nella fase di attuazione delle possibili novità procedurali e/o di sistema. Simili progetti, infatti, funzionano appieno soltanto se tutti i soggetti, nessuno escluso, sono chiamati a partecipare. D’altronde, stiamo parlando di strategie che potrebbero ridisegnare i futuri bacini di utenza e migliorare i servizi che il porto fornisce al settore delle merci».

    Matteo Quadrone

  • Porto e trasporto ferroviario: Piano del Ferro, il punto e le prospettive

    Porto e trasporto ferroviario: Piano del Ferro, il punto e le prospettive

    binari-ferroviaVedremo se dalle parole si passerà ai fatti, intanto sono in corso di definizione i progetti di riqualificazione delle infrastrutture ferroviarie portuali nei bacini di Sampierdarena e di Voltri, con le contestuali richieste di finanziamento al Ministero competente per complessivi 50 milioni di euro (sulla base dell’art.13 della Legge 9/2014 “interventi finalizzati al miglioramento della competitività dei porti italiani ed allo sviluppo del trasporto ferroviario con i paesi dell’Unione Europea”), quindi, se i diversi tasselli andranno tutti al loro posto – significativo, in tal senso, il lavoro in capo a Rete Ferroviaria Italiana S.p.A. (R.F.I.) soprattutto nell’ambito di Voltri (con il raddoppio dell’accesso al terminal Vte, oggi a binario unico, ed il potenziamento della stazione di Genova Voltri Mare) – tra qualche anno sarà possibile aumentare in maniera considerevole la quota di merci trasportata su rotaia.
    Certo, resta da vedere se saranno rispettati i tempi – ad esempio per quanto concerne i lavori inseriti da R.F.I. nella progettazione del Nodo Ferroviario di Genova – e bisogna risolvere alcune evidenti criticità, quali l’emblematica situazione venutasi a creare nel terminal Messina a causa delle interferenze con la costruzione della Strada a mare di Cornigliano che ha complicato, non di poco, le operazioni di transito dei convogli (qui l’approfondimento).

    Attualmente – secondo i dati ufficiali dell’Autorità Portuale di Genova (A.P.) – viaggia su rotaia soltanto il 14% del traffico complessivo movimentato dallo scalo genovese, equivalente ad appena 37 treni al giorno (su strada, invece, si muove una quota pari all’86%, ovvero circa 4000 camion al giorno). Il 10 aprile scorso il Comitato portuale ha approvato il programma degli interventi contenuti nel cosiddetto “Piano del Ferro” che – se finanziati – dovrebbero consentire, nel prossimo futuro, di spostare circa il 40% del totale del traffico containerizzato su ferrovia. La progettazione definitiva vede l’impegno degli uffici dell’A.P., la collaborazione dei terminalisti interessati, e quella di R.F.I. con la quale, in ragione del ruolo di gestore unico della rete ferroviaria alla stessa attribuito dalla legge “si intende definire un rapporto convenzionale/contrattuale per l’indispensabile, e altrimenti impossibile, acquisizione della progettazione definitiva della parte relativa ai segnalamenti all’automazione di sicurezza ed alla rete elettrica – si legge nella delibera del Comitato Portuale del 10 aprile scorso – Il modello di rete ferroviaria portuale che verrà a configurarsi con la realizzazione degli interventi previsti si qualifica con l’estensione, ovunque risulti possibile, dei presidi di controllo di sicurezza centralizzati”.

    «Questi interventi sono tesi ad integrare quelli già rilevanti in corso con l’obiettivo finale di arrivare al 40% di traffico merci su rotaia, tenuto conto anche della capacità infrastrutturale che sarà espressa quando sarà realizzato il Terzo Valico – ha commentato il presidente dell’A.P. di Genova, Luigi Merlo – Nel contempo, con il Gruppo Ferrovie si sta lavorando concretamente anche per una forte integrazione dei sistemi informatici e di tracciabilità (vedi l’annunciata nuova procedura telematica “Corridoio doganale ferroviario”, che merita una trattazione a parte, ndr), dando vita ad un disegno logistico di altissimo profilo ancora non presente nel panorama italiano».

    Il Piano del Ferro

    san-benigno-sampierdarena-lungomare-canepa-terminal-wte-ponente-DIIl piano degli interventi, approvato dal Comitato Portuale, riguarda il bacino portuale di Sampierdarena e il bacino portuale di Voltri. Partendo dal bacino di Sampierdarena saranno realizzati interventi di infrastrutturazione ferroviaria nel terminal portuale contenitori Ronco Canepa, oltre al raddoppio del collegamento ferroviario tra il terminal stesso e la rete ferroviaria nazionale da/per Sampiardarena Forni, per un totale di circa 21 milioni di euro. L’intervento è già in fase di attuazione, e i lavori dovrebbero essere conclusi entro la fine del 2016.
    Sempre nell’ambito del “porto vecchio” verranno riqualificate le infrastrutture ferroviarie di collegamento al parco Campasso tramite la Galleria Molo Nuovo (con impianti automatizzati di segnalamento e controllo), e si procederà alla ristrutturazione dei parchi ferroviari del terminal Sanità–Bettolo (con elettrificazione e segnalamento), per un totale di 13,5 milioni di euro. In questo caso i lavori cominceranno a fine 2014, mentre la conclusione è prevista nel 2017.

    “Uno dei tempi di più importante rilevanza è la ristrutturazione della parte di Galleria verso il Campasso, di esclusivo uso portuale, sino all’incrocio con la linea verso Santa Limbania, con la realizzazione di un binario di accesso al porto (e rimozione dei due esistenti) – spiega la convenzione tra R.F.I. e A.P. – intervento che consentirà ai treni di giungere dal parco esterno Campasso fino ai nuovi fasci di binari Rugna Bettolo senza cambio di locomotore e consentirà il transito di contenitori fuori sagoma (PC 45), in oggi possibile solo da Sampierdarena”.

    Il terzo gruppo di interventi su Sampierdarena riguarda l’adeguamento del parco Fuorimuro, con la ristrutturazione e la riqualificazione del parco stesso (con impianti automatizzati di segnalamento e controllo), il completamento della dorsale ferroviaria tra Ponte Libia e Ponte Etiopia, e la realizzazione del raccordo ferroviario con Ponte Eritrea. L’ammontare del finanziamento è di 15 milioni di euro e i lavori avranno inizio nel 2015.

    “Risulta strategico anticipare, dal punto di vista progettuale, alcuni interventi inseriti nella programmazione triennale dell’A.P., tra cui la ristrutturazione dello scalo merci Fuorimuro – sottolinea ancora la convenzione – che prevede l’allungamento binari e l’elettrificazione degli stessi, con l’obiettivo di rendere il parco del tutto simile ad una stazione ferroviaria”.

    Infine, per quanto riguarda l’ambito di Voltri, saranno realizzate le nuove comunicazioni tra i binari del parco operativo interno al terminal, per un valore di circa 600 mila euro.

    Vte, Porto ContainerDalla delibera del Comitato Portuale apprendiamo che “è stato completato il rilievo tecnico della galleria Passo Nuovo (da/per il parco esterno del Campasso)” ed “R.F.I. ha inserito nel programma di azioni l’ampliamento a 8 binari del parco Campasso, dei quali 5 dedicati al porto”, mentre, con riferimento all’ambito di Voltri “le maggiori esigenze di intervento sulla rete saranno realizzate da R.F.I. nel contesto della realizzazione del Nodo Ferroviario di Genova”.

    Gli obiettivi che l’A.P. intende conseguire sono i seguenti: “Nel polo di Voltri l’implementazione del sistema ferroviario interno in connessione con il parco ferroviario, inserito nel progetto Nodo di Genova a cura di R.F.I., che permetterà la formazione e la gestione di treni con caratteristiche in linea rispetto al modulo europeo (lunghezza superiore agli 800 metri); gli interventi previsti nel Nodo comprendono, tramite fasi intermedie, sia la realizzazione del nuovo parco interno (in capo all’Autorità Portuale), sia il raddoppio dell’accesso ferroviario da/per il terminal. Nel bacino di Sampierdarena la riduzione al minimo delle attività di manovra attraverso lo sviluppo dell’elettrificazione fino alla radice dei principali punti di adduzione ferroviaria; il miglioramento delle connessioni tra il parco Campasso ed il nuovo compendio Sanità-Bettolo (Galleria Molo Nuovo-parco Rugna ed elettrificazione); la massimizzazione della capacità del nuovo compendio Ronco-Canepa-Libia (lunghezza parchi ed interconnessione con rete), nonché dei terminali multiporpose, anche attraverso il parco Fuorimuro oggetto di una profonda ristrutturazione”.

    In seguito alla realizzazione dei sopracitati progetti si attendono significativi benefici per lo sviluppo del trasporto merci. In particolare, nel bacino di Voltri: capacità pari a 24 coppie di treni al giorno (rispetto alla potenzialità attuale di 11 coppie) per un volume complessivo di circa 800 mila TEU (unità di misura del container che si basa sulla lunghezza minima del contenitore da 20 piedi) all’anno. Nel bacino di Sampierdarena: Bettolo/Campasso capacità pari a circa 12 coppie di treni al giorno per un volume complessivo di circa 400 mila TEU all’anno; Ronco/Canepa/Libia-Fuorimuro capacità pari a circa 12 coppie di treni al giorno per un volume complessivo di circa 400 mila TEU all’anno.
    Il sistema così descritto garantirà un’operatività ferroviaria 24 ore su 24 per 300 giorni lavorativi all’anno. Inoltre, crescerà il dimensionamento dei treni che avranno un minimo di 24 carri (circa 500 metri di lunghezza treno), ed un coefficiente di carico medio di 56 TEU/treno.

    Reazioni e commenti

    L’ingegnere Guido Porta, presidente della società Fuorimuro che nello scalo genovese si occupa del servizio integrato di manovra ferroviaria (ovvero la composizione dei treni all’interno dello scalo), trasporto e navettamento dei convogli verso gli interporti oltre Appennino, giudica il “Piano del Ferro” un segnale positivo, tuttavia non si esime dal ribadire quali criticità devono essere ancora risolte.
    «L’Autorità Portuale ci chiede informazioni ma poi agisce con i suoi tecnici, mentre auspichiamo un nostro maggiore coinvolgimento nella definizione dei piani infrastrutturali – spiega Porta – I problemi restano sempre gli stessi. Innanzitutto la difficoltà di collegamento con il terminal Messina legata all’errata progettazione della Strada a mare, per cui ad oggi non abbiamo notizia di alcun miglioramento. Nell’ambito di Voltri, invece, scontiamo l’assenza di un numero sufficiente di binari. Inoltre, soprattutto per il “porto vecchio”, sarebbe necessario rendere sempre più indipendente la viabilità in sede ferroviaria dalla viabilità in sede stradale, visto che allo stato attuale esistono troppe intersezioni tra le due modalità di traffico».

    In merito all’intervento previsto sul compendio Sanità-Bettolo (terminal Sech), il presidente di Fuorimuro sottolinea: «Si tratta di un’opera indubbiamente importante, però, restano diversi aspetti da verificare. Noi abbiamo chiesto che il collegamento con il parco Campasso (attualmente in fase di ristrutturazione da parte di R.F.I.) tramite la Galleria Molo Nuovo sia realizzato su due binari e non su binario unico. R.F.I., infatti, intende ridurre il numero dei binari in modo tale da consentire il transito di contenitori fuori sagoma, ma per noi tutto ciò sarebbe penalizzante. Nel medesimo compendio occorre anche creare spazi sufficienti a contenere i treni che talvolta hanno necessità di sostare a lungo nel terminal. Per quanto riguarda la zona del Parco Fuorimuro è previsto un allungamento dei binari e la conseguenza, anche in questo caso, sarà una riduzione del loro numero. Infine, sussiste il problema relativo al collegamento tra Vte e stazione di Genova Voltri Mare, dato che gli interventi di potenziamento e raddoppio dell’accesso al terminal non saranno conclusi prima di almeno 2-3 anni. Nel frattempo, esiste un’area dell’A.P. sul lato nord del Vte (cioè sul lato del canale di calma) dove sarebbe opportuno collocare un nuovo fascio di binari, intervento non previsto nel piano».

    «Per noi la delibera del Comitato Portuale è un fatto positivo, è il primo atto concreto che dimostra l’intenzione di investire sul trasporto ferroviario – spiegano Enrico Ascheri ed Enrico Poggi della Cgil Filt – L’A.P. di Genova ha approvato il Piano del Ferro ma ricordiamo che questo dovrà raccordarsi, nella maniera migliore possibile, con il piano di interventi in capo ad R.F.I.».

    Secondo Bruno Marcenaro, ingegnere esperto di tematiche ferroviarie e convinto sostenitore dell’inutilità del Terzo Valico: «Ogni intervento all’interno del porto è sicuramente valido. Per aumentare il numero di treni merci, infatti, non sono necessarie nuove linee esterne. L’aspetto più importante è l’organizzazione delle “stazioni di origine dei treni”, dunque anche degli scali portuali. Occorre puntare sull’automatizzazione del porto e dei parchi merci per rendere più veloci, sicure ed economicamente sostenibili le operazioni di movimentazione. In particolare, se fossero realizzati dei punti di controllo centralizzato, dove concentrare tutte le manovre ferroviarie, questo permetterebbe un notevole passo avanti. Le risorse, a parer mio, dovrebbero essere indirizzate soprattutto in tal senso».

     

    Matteo Quadrone

  • Sanità digitale, Fascicolo Sanitario Elettronico: Regione Liguria in ritardo?

    Sanità digitale, Fascicolo Sanitario Elettronico: Regione Liguria in ritardo?

    lavoro-tecnologia-internet-computer-ufficio-impiegato-DIDopo la pubblicazione, il 31 marzo scorso, delle linee guida per la presentazione dei progetti regionali (redatte dal tavolo tecnico coordinato dall’Agenzia per l’Italia Digitale e dal Ministero della Salute), si avvicina la data del 30 giugno 2014, termine ultimo entro il quale tutte le Regioni dovranno avere predisposto i rispettivi piani finalizzati alla realizzazione del Fascicolo Sanitario Elettronico (FSE) – ovvero una piattaforma digitale comune, a livello territoriale, per l’archiviazione e la gestione informatica dei documenti sanitari dei cittadini, strumento funzionale ai professionisti per l’assistenza e la cura, in grado di facilitare la trasmissione di informazioni e semplificare gli adempimenti a carico dei cittadini. Poi, una volta ottenuta l’approvazione dei piani, le amministrazioni regionali avranno tempo fino al 30 giugno 2015 per l’attivazione effettiva del FSE.

    Dunque, la tanto decantata rivoluzione digitale in campo sanitario sembra essere in procinto di trasformarsi da parole in realtà, anche se, a dire il vero, soltanto in poche regioni – come ad esempio Emilia-Romagna, Lombardia, Trentino, Toscana, Veneto, Sardegna – il Fascicolo sanitario elettronico è già in fase avanzata, mentre in altre – tra cui la Liguria – il percorso è ancora tutto da impostare. Così è veramente arduo ipotizzare il rispetto della tempistica stabilita, e destano preoccupazione le possibili sanzioni previste per gli inadempienti, vale a dire una perdita del 3% nel riparto del Fondo sanitario nazionale, come ha spiegato il Ministero della Salute.

    Medici di famiglia e farmacisti esprimono parecchie perplessità sull’odierno livello di informatizzazione della sanità ligure, così come il sindacato autonomo Fials. D’altra parte è difficile dar loro torto, dato che si registrano diverse problematiche relative all’utilizzo della ricetta elettronica (non ancora diffusa capillarmente sul territorio regionale), mentre quella “dematerializzata” – in pratica la ricetta elettronica online – sarà avviata, a breve, solo in forma sperimentale. La ricetta dematerializzata, se vogliamo, rappresenta il preludio al Fascicolo elettronico, tuttavia manca il tassello fondamentale della tessera sanitaria magnetica individuale dotata di microchip che, oltre a contenere la storia medica di ogni singolo paziente, ci permetterà di acquistare i farmaci più rapidamente; peccato, però, che oggi, in Liguria, appena il 20% della popolazione possiede la tessera con microchip. Quindi, prima di parlare della realizzazione del FSE, occorre risolvere questi nodi critici, sennò rischiamo di partire con un progetto privo delle fondamenta necessarie.

    Cos’è il Fascicolo sanitario elettronico (FSE)?

    L’articolo 12 del D.L. 18 ottobre 2012, n. 179, recante “Ulteriori misure urgenti per la crescita del Paese” (convertito, con modificazioni, dalla L. 17 dicembre 2012, n. 221), ha istituito il Fascicolo Sanitario Elettronico (FSE), inteso come “l’insieme dei dati e documenti digitali di tipo sanitario e sociosanitario generati da eventi clinici presenti e trascorsi, riguardanti l’assistito”.

    In altre parole il Fascicolo sanitario elettronico è una cartella virtuale che raccoglie e rende disponibili informazioni e documenti clinici relativi ad una singola persona, la quale può: consultare e stampare i referti delle prestazioni ricevute dal servizio sanitario; inserire documenti (referti di visite ed esami effettuati in strutture private, o di altre regioni, oppure prima dell’attivazione del FSE), ma anche oscurarne alcuni che ritiene non debbano essere visibili dai professionisti sanitari. La consultazione avviene in forma protetta, attraverso credenziali personali e, su consenso dell’interessato, il Fascicolo può esser consultato dal medico, o dal pediatra di famiglia, e dagli specialisti.
    La costruzione del FSE dell’assistito avviene tramite l’inserimento di diverse documentazioni (informazioni certificate), da parte di molteplici soggetti. Asl, ospedali e pronto soccorso: vaccinazioni, certificati, esenzioni, assistenza domiciliare, piani diagnostico-terapeutici, assistenza residenziale e semiresidenziale; prestazioni in ricovero e lettere di dimissioni, cartelle cliniche; verbali di assistenza in PS. Medici di famiglia (o pediatri) e medici specialisti: profilo sanitario sintetico del paziente (storia clinica e situazione corrente, dati clinici utili anche in caso di emergenza), prescrizioni di visite ed esami; prescrizioni; Laboratori e ambulatori (sia pubblici che privati) e farmacie: referti; farmaci e prenotazioni.

    In alcune regioni presso le quali il FSE è già funzionante, il cittadino può anche inserire informazioni facoltative in una sorta di “taccuino personale”. Come riporta il “Corriere della sera” (15/04/2014): “…. il Fascicolo riesce a diffondersi più velocemente e su grandi numeri se contiene strumenti che consentano al cittadino la gestione diretta della propria salute e gli permettano di svolgere un ruolo attivo nel processo di cura… il risultato più sbalorditivo lo ha ottenuto il Trentino dove, grazie al progetto del sito online “TreC – Cartella Clinica del Cittadino” (trec.trentinosalute.net) – in cento giorni (da dicembre scorso a marzo), l’adesione al FSE è schizzata al 93% quando è stata aggiunta una piattaforma di servizi “collaterale”. Si tratta del “Taccuino personale del cittadino”, una sezione del sito a lui riservata per offrire la possibilità di inserire dati ed informazioni personali, documenti sanitari, un diario degli eventi rilevanti e i promemoria per i controlli medici periodici”.

    Dalla ricetta elettronica alla ricetta dematerializzata

    La ricetta dematerializzata – o ricetta elettronica on line – dovrebbe essere il risultato finale di un progetto avviato con l’approvazione dell’art. 50 della L. 326/2003 “Monitoraggio della spesa farmaceutica e specialistica a carico del SSN”che ha introdotto la ricetta (cartacea) standardizzata, la tessera sanitaria e l’obbligo di invio dei dati di tutte le ricette da parte prima delle farmacie (2008) e poi dei medici (2011), allo scopo di realizzare misure di appropriatezza delle prescrizioni, attribuzione e verifica del budget di distretto, farmacovigilanza e sorveglianza epidemiologica. “Attualmente tutte le farmacie e tutti i medici sono tecnologicamente in grado di trasmettere al Ministero dell’Economia e delle Finanze (MEF), con modalità asincrona, i dati dei circa 600 milioni di ricette erogate ogni anno – si legge sul sito web di Federfarma (Federazione nazionale unitaria titolari di farmacia) – Il nuovo ambizioso obiettivo della ricetta dematerializzata è quello di rendere sincrone tutte le attività di prescrizione da parte del medico e di erogazione da parte della farmacia e, progressivamente, di eliminare i supporti cartacei“.

    Il D.L. 18 ottobre 2012 n. 179 (convertito, con modificazioni, dalla L. 17 dicembre 2012 n. 221 recante “Ulteriori misure urgenti per la crescita del Paese”) ha definito un percorso per la graduale sostituzione delle prescrizioni mediche in formato cartaceo con le prescrizioni in formato elettronico, stabilendo che le Regioni e le Province Autonome “…provvedono alla graduale sostituzione delle prescrizioni in formato cartaceo con equivalenti in formato elettronico, in percentuali che, in ogni caso, non dovranno risultare inferiori al 60% nel 2013, all’80% nel 2014 e al 90% nel 2015”.

    La situazione in Liguria: la perplessità di medici, farmacisti e sindacati della Funzione pubblica

    «Il Fascicolo sanitario elettronico, in Liguria, semplicemente non esiste – afferma il dott. Angelo Canepa, che sta seguendo la questione per la Fimmg Liguria (Federazione italiana dei medici di medicina generale) – A livello regionale, noi medici di famiglia non abbiamo ancora ricevuto indicazioni unitarie, concrete e nette. A livello locale sono in corso alcune sperimentazioni, ad esempio a Savona (dove, però, abbiamo notizia di problemi legati alla scelta del software unico sia per medici del territorio che ospedalieri) e soprattutto a Chiavari, città in cui tutti i medici, poco più di un centinaio di professionisti, sono stati collegati allo scopo di utilizzare un comune meccanismo di verifica e scambio degli esami e dei referti sanitari che confluiscono in una sorta di fascicolo denominato Conto corrente salute, facoltativamente apribile dai pazienti».

    Le due realtà locali sopracitate «Sono quelle più avanti nella gestione delle reti informatiche chiamate a connettere i diversi attori del sistema sanitario – continua il dott. Canepa – A Genova, Imperia e La Spezia, invece, non c’è nulla di operativo. La stessa Datasiel, l’azienda informatica della Regione Liguria, seppure in maniera informale, ci ha fatto capire che, al momento, non esistono allo studio progetti con estensione regionale».
    Eppure, un domani tutti i dati dovranno confluire in una sola piattaforma, se davvero vogliamo parlare di Fascicolo sanitario elettronico. «La Regione Liguria, entro il prossimo 30 giugno, al massimo riuscirà a presentare un piano progettuale – sottolinea Canepa – I medici di famiglia non sono stati neppure chiamati per un confronto costruttivo sul da farsi».

    Sulla medesima lunghezza d’onda è il commento di Federfarma Genova, per voce del presidente, il dott. Giuseppe Castello: «In Regione Liguria il Fascicolo sanitario elettronico è un obiettivo lontanissimo. Per ora non ne sappiamo nulla, e con noi non ne hanno ancora parlato».

    Per quanto riguarda la parte pubblica, il discorso non cambia: «La Regione dovrà necessariamente fornire delle precise indicazioni alle strutture ambulatoriali e ospedaliere (nonché ai rispettivi medici e professionisti dipendenti) per poter procedere, ma finora non è arrivato alcunché – racconta Mario Iannuzzi, segretario del sindacato autonomo Fials – Sono anni che si parla di informatizzazione della Sanità. In Liguria, però, siamo decisamente indietro». Basta pensare che ad oggi, l’unica modalità per ottenere una copia della cartella clinica relativa al ricovero avvenuto presso un presidio sanitario dell’Asl 3, è pagare la stampa della stessa su carta (compreso il costo dei fogli bianchi). «Purtroppo non c’è da stupirsi, il livello nell’azienda genovese è questo», conferma Iannuzzi.

    La realizzazione del Fascicolo elettronico «Comporterà un significativo investimento in termini economici – continua il rappresentante Fials – E vorrei capire con quali soldi si ipotizza di progettare un piano adeguato a fronteggiare potenziali ostacoli di non poco conto, ad esempio la difficoltà di interfacciare le diverse piattaforme informatiche attualmente esistenti. Il 30 giugno 2014 penso che la Regione presenterà un piano molto vago, che in buona sostanza sarà soltanto un cronoprogramma, magari legato ad eventuali finanziamenti dedicati allo scopo».

    Senza dimenticare che «Per mettere in piedi un sistema del genere sarà inevitabile prevedere l’affidamento tramite gara ad una ditta privata – conclude Iannuzzi – E probabilmente il soggetto prescelto sarà l’azienda regionale Datasiel che continua ad agire in una sorta di regime di monopolio. Insomma, attuare il FSE è un’operazione terribilmente complicata, dal punto di vista tecnico e gestionale, dunque prevedo tempi assai lunghi prima di vedere un effettivo cambiamento».

    L’assessore regionale alla Salute e vicepresidente della Giunta, Claudio Montaldo, la pensa esattamente in maniera opposta: «La programmazione regionale prosegue e dovremmo essere quasi a tiro. Il piano esiste già, e le posso dire che è in fase di avanzamento. Rispetteremo i termini previsti dal Ministero».

    A ben guardare, però, la Liguria è rimasta indietro anche sul fronte delle prescrizioni mediche in formato digitale. Eppure, la ricetta dematerializzata è il passo successivo rispetto alla ricetta elettronica, in vista del futuro Fascicolo elettronico. «Siamo stati contattati per iniziare la sperimentazione della ricetta dematerializzata – spiega il dott. Angelo Canepa, Fimmg Liguria – Io sono uno dei medici di famiglia “sperimentatori” (appena 10 in tutta la regione, due per azienda sanitaria locale). La sperimentazione sarebbe dovuta partire a metà maggio, invece, partirà prossimamente. Oggi esiste la ricetta elettronica che i medici inviano al Sir (servizio informativo regionale) e da questo al Ministero dell’Economia e delle Finanze. Ma le ultime rilevazioni sull’utilizzo della ricetta in formato elettronico non sono certo incoraggianti: a Genova e Imperia la utilizza l’80% dei medici di famiglia, all’Asl chiavarese l’85%, ma a Savona e a La Spezia siamo intorno al 20%. Forse, prima di fare nuovi passi, bisognerebbe risolvere tale situazione».

    «La ricetta elettronica – continua Canepa – dovrebbe dar luogo alla ricetta dematerializzata (ovvero una serie di codici alfanumerici che indicheranno i nomi di medico, paziente, farmaci prescritti, ecc.), che prossimamente potrà essere inserita nella tessera sanitaria magnetica individuale dotata di microchip. Sicuramente non in tempi brevi, visto che in Liguria soltanto il 20% della popolazione possiede questo tipo di tessera, destinata a contenere tutta la storia medica del paziente». Allo stato attuale, dunque «La ricetta dematerializzata è un semplice foglio bianco (promemoria cartaceo) con una serie di codici alfanumerici che saranno decodificati da appositi strumenti informatici di cui si dovranno dotare, in primis le farmacie, ma pure tutte le strutture pubbliche e private del territorio – sottolinea Canepa – Da quanto ne sappiamo, però, tali sistemi, nella maggior parte dei casi, non sono ancora disponibili».

    «La ricetta dematerializzata consentirà al paziente di venire in farmacia con un promemoria cartaceo rilasciato dal medico, grazie al quale noi farmacisti richiameremo, tramite un collegamento al portale centrale, la relativa ricetta elettronica e consegneremo i farmaci richiesti – spiega il dott. Giuseppe Castello di Federfarma Genova – La sperimentazione a livello regionale partirà ufficialmente il prossimo 1 luglio. Per decodificare i promemoria utilizzeremo i nostri computer. Ma per noi il passaggio non sarà indolore, visto che dovremo rivedere in parte sia il software che l’hardware, con il conseguente esborso economico. Inoltre, anche se i medici coinvolti sono soltanto dieci, tutte le farmacie del territorio dal 1 luglio dovranno essere già pronte».

     

    Matteo Quadrone

  • Regione Liguria, quando le “spese pazze” sono quelle non effettuate

    Regione Liguria, quando le “spese pazze” sono quelle non effettuate

    Palazzo della RegioneRitornello vuole che le casse degli enti pubblici siano sempre più vuote, eppure quando esistono strumenti finanziari concreti – siano essi fondi comunitari, risorse nazionali, o fonti miste di cofinanziamento – e sarebbe possibile usufuire di significative risorse, immancabilmente lo Stato e le sue articolazioni territoriali si fanno sfuggire l’occasione, soprattutto a causa della carenza di specifiche capacità progettuali e gestionali, sia a livello centrale che locale. È questo il caso della Regione Liguria e del mancato utilizzo del Fondo per lo Sviluppo e la Coesione (FSC) 2007-2013: su una disponibilità iniziale di 342 milioni di euro – poi ridottasi a circa 270 milioni, comunque sia un discreto salvadanaio – l’amministrazione ligure, finora, ne ha effettivamente rendicontati ai fini della richiesta di rimborso al Ministero dello Sviluppo Economico, soltanto poco più di 53 (in pratica 1/6 del totale).

    «Le responsabilità della Giunta sono enormi – attacca Lorenzo Pellerano, consigliere regionale d’opposizione (Lista Biasotti) che ha sollevato, in particolare, la questione del non utilizzo dei finanziamenti dedicati a “Ricerca e Innovazione” (57 milioni di euro compresi nel più ampio contesto del Fondo per lo Sviluppo e la Coesione), e che presto presenterà una serie di interrogazioni sul tema FSC – l’opportunità di ottenere queste risorse non è ripetibile, e sostenere, come qualcuno sta iniziando a fare, che gli stessi finanziamenti verranno “caricati” sui nuovi programmi di intervento, è fuorviante: quei fondi, una volta persi, sono persi e basta: non li vedremo più».

    Cos’è il Fondo per lo Sviluppo e la Coesione (FSC)

    Il Fondo per lo Sviluppo e la Coesione (FSC) è lo strumento finanziario alimentato con risorse aggiuntive nazionali attraverso cui lo Stato Italiano persegue il principio della coesione territoriale sancito dall’Articolo 119 della Costituzione. Il Fondo è stato istituito con la Legge Finanziaria 2003 come Fondo per le Aree Sottoutilizzate (FAS).
    Il Fondo per lo Sviluppo e la Coesione e i Fondi Strutturali dell’Unione Europea condividono gli obiettivi generali di policy, la stessa tempistica di programmazione su cicli settennali – allo scopo di garantire l’unitarietà e la complementarietà delle procedure di attivazione delle rispettive risorse – e lo stesso Sistema di Monitoraggio Unitario, gestito dalla Ragioneria Generale dello Stato e alimentato con i dati dei progetti finanziati. Rispetto alle risorse comunitarie, la cui programmazione è strettamente articolata per Programmi Operativi, le risorse FSC vengono assegnate dal CIPE (Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica) con diverse modalità che nel corso del ciclo 2007-2013 hanno individuato Programmi Attuativi Regionali, Programmi di altra natura o specifici progetti finanziati mediante delibere con destinazione settoriale o territoriale.

    Le risorse totali originariamente assegnate al Fondo FSC per il settennio 2007-2013 ammontavano a circa 64 miliardi di euro, che a fronte della crisi economica degli ultimi anni e dei suoi effetti congiunturali sul bilancio dello Stato, sono stati progressivamente ridotti per la copertura di vari interventi di risanamento.
    Al 31 dicembre 2013, i circa 10 mila progetti finanziati con FSC visualizzati su OpenCoesione – iniziativa del Ministero per la Coesione Territoriale che mette a disposizione i dati delle politiche di coesione a cittadini, amministrazioni italiane ed europee, ricercatori e media (www.opencoesione.gov.it) – assorbono circa 19 miliardi di euro del Fondo, di cui 14,4 disponibili come assegnazioni CIPE e 4,7 come progetti in attuazione.
    Con riferimento ai progetti in attuazione “si evidenzia che rispetto ad un finanziamento FSC di 4,7 miliardi, il loro valore complessivo ammonta a 8,8 miliardi: questo rispecchia la caratteristica della programmazione FSC di attrarre in misura significativa anche ulteriori risorse finanziarie rispetto al Fondo, che si sommano quindi a quelle specificamente destinate alla coesione”.
    La data del 31 dicembre 2013 rappresenta la conclusione del settennio a cui fa riferimento il ciclo di programmazione 2007-2013, tuttavia non coincide con l’effettivo termine dell’attuazione dei progetti del ciclo stesso. In base alla regola dell’ “n+2” – che fissa al 31 dicembre 2015 il termine ultimo di ammissibilità della spesa rendicontabile alla Commissione europeai progetti dei Fondi Strutturali potranno continuare a beneficiare del contributo finanziario dei relativi Programmi per altri due anni, sovrapponendosi all’avvio nei prossimi mesi del ciclo di programmazione 2014-2020.
    Per i progetti della programmazione del Fondo Sviluppo e Coesione, invece, l’attuazione potrà proseguire anche oltre il 2015.

    Programma PAR-FSC 2007-2013 in Liguria

    Consiglio regionale LiguriaLa relazione sullo stato di attuazione del “Programma PAR-FSC (ex FAS) 2007-2013 al 31/12/2013“, redatta nel febbraio scorso al fine di fornire al Consiglio della Regione Liguria il quadro attuale della situazione in vista dell’imminente riprogrammazione 2014, spiega nel dettaglio le scelte regionali alla base del piano finanziario vigente (secondo l’ultima rimodulazione di novembre 2013) che dovrebbe garantire l’accesso alle risorse disponibili.

    La disponibilità iniziale per il programma regionale ligure ammontava a 342,064 milioni di euro (M) ridottasi a 320,562 M (deliberazione cipe 1/2009) e successivamente a 288,507 M (Legge 122/2010); la legge di stabilità 2014 riduce ulteriormente tale disponibilità a 270,548 milioni.
    Anche in presenza di riduzioni della dotazione finanziaria “la Regione ha comunque deciso di avviare un programma pieno – si legge nel documento – definito cioè sulla base della disponibilità iniziale (342,064 M, ndr), fermo restando il recupero delle economie derivanti dai ribassi d’asta, nonché dalla rinuncia di alcuni beneficiari, per ricondurre le somme alle disponibilità reali”.

    Il Par ha subito due modifiche relative rispettivamente: alla riprogrammazione 2012 “con l’adeguamento del programma alle sopravvenute esigenze (fenomeni alluvionali e mutate condizioni del quadro economico nazionale, nonché regionale), modifica che ha comportato l’introduzione dell’Asse E “Sanità” per 30 M e di una linea specifica per gli interventi sulla viabilità e su infrastrutture danneggiate dagli eventi alluvionali dell’ottobre-novembre 2011 per 16 M”; rimodulazione di novembre 2013 “con ulteriore riassestamento degli interventi sulla base delle reali capacità di realizzazione da parte delle stazioni appaltanti. In tal senso sono stati introdotti alcuni interventi (scolmatore del Bisagno, aggiustamenti in merito agli interventi sulle infrastrutture danneggiate dall’alluvione, minori risorse destinate ai vari progetti, sulla base degli importi rideterminati in relazione ai ribassi d’asta)”.

    Nel complesso – al 31/12/2013 – le stazioni appaltanti hanno perfezionato impegni complessivi per 155,970 milioni di euro, ed effettuato pagamenti per un totale di 116,624 M. Su tali importi l’impegno – in termini di quota FSC – ammonta a 79,194 M e la quota di spesa FSC rendicontabile ai fini del rimborso è pari a 53,702 milioni.

    Analizzando il piano finanziario e l’attuale livello di spesa scopriamo così che in diversi ambiti – molti dei quali strategici – le quote FSC effettivamente rendicontate ai fini della richiesta del rimborso al Ministero dello Sviluppo Economico, sono spesso decisamente modeste.

    L’Asse A “Competitività del sistema economico” è suddiviso in Sub Asse A1 “Ricerca e Innovazione” e Sub Asse A2 “Accessibilità e mobilità sostenibile”. La quota FSC (secondo la rimodulazione di novembre 2013) prevista per il Sub Asse A1 è 57 milioni di euro complessivi (di cui 25 M “Insediamento Facoltà di Ingeneria nel Polo tecnologico degli Erzelli“; 25 M “Distretto ligure per le tecnologie marine”; 6,5 M “Poli universitari decentrati”; 20,5 milioni “Programma triennale per la ricerca e la innovazione”). Ebbene, fino ad oggi, la quota rendicontata è pari a zero euro per tutte e quattro le voci di impegno di spesa.

    Nel Sub Asse A2 (quota FSC prevista 90 milioni di euro, quota FSC rendicontabile 22,9 M), tra gli impegni di spesa non rendicontati, oppure pagati in misura minima, spiccano: “Terzo lotto dell’Aurelia bis di La Spezia (25 M, zero euro rendicontati); “Tunnel stradale Fontanabuona (25 M, quota FSC pagata 1,3 M); “Interventi su viabilità e infrastrutture danneggiate dall’alluvione” (16 M, quota FSC pagata 1,7 M); “Costituzione di un fondo per la diffusione mobilità sostenibile” (563 mila euro, quota FSC rendicontata 6 mila euro).
    Per fortuna nel Sub Asse A2 c’è anche un esempio positivo, per altro l’unico in tutto il piano: “Metropolitana di Genova completamento De Ferrari-Brignole” (17,4 milioni di euro, quota Fsc rendicontata 17,4 M).

    L’Asse B “Competitività del sistema ambiente e territorio” è suddiviso in Sub Asse B1 “Miglioramento qualità ambientale e territoriale” (quota FSC prevista 69,8 milioni di euro, quota FSC rendicontabile 8 M) e Sub Asse B2 “Tutela e valorizzazione risorse ambientali e culturali” (quota FSC prevista 71,2 milioni di euro, quota FSC rendicontabile 6,2 M).
    Nel Sub Asse B1 gli impegni di spesa non rendicontati, oppure pagati in misura minima, sono: “Regimazione idraulica tratto terminale Entella” (8 M, quota FSC pagata 229 mila euro); “Regimazione idraulica tratto terminale Nervia” (4 M, quota FSC rendiconta 154 mila euro); “Riqualificazione Comune di Arcola” (8 M, zero euro rendicontati); “Riconversione del parchi ferroviari di Busalla e Ronco” (1,5 M, zero euro rendicontati); “Completamento infrastrutturazione viaria Polcevera” (2,4 M, quota FSC pagata 144 mila euro); “Nuove opere pubbliche completamento lungomare Deiva Marina” (1,6 M, zero euro rendicontati); “Programmi strategici regionali” (27,6 M, quota FSC rendicontata 3,3 M); “Scolmatore torrente Bisagno 1° Lotto (5 M, zero euro rendicontati).
    All’interno del Sub Asse B2 troviamo l’intervento – “Grandi schemi fognari e/o impianti di depurazione” – per cui è stata impegnata la quota FSC più sostanziosa, ovvero 33,5 milioni di euro. Tuttavia, la quota FSC effettivamente rendicontata è pari ad appena 240 mila euro.
    Ma meritano una menzione speciale anche i seguenti casi: “Interventi di valorizzazione del patrimonio culturale” (13,6 M, quota FSC rendicontata 2,1 M); “progetto integrato Sistema Parchi e Alta Via Monti Liguri” (7 M, quota FSC pagata 508 mila euro); “Completamento rete ciclabile ligure, valorizzazione e promozione” (5,5 milioni, zero euro rendicontati).

    Infine, nell’Asse C “Sviluppo capitale umano”, Sub Asse C1 “Modernizzazione sistema istruzione e formazione”(quota FSC prevista 17, 7 milioni di euro, quota FSC rendicontabile 4,9 M) salta evidentemente all’occhio l’intervento “Alta formazione professionale – Istituti Tecnici Superiori” (4,1 M, zero euro pagati).

    Il documento regionale spiega poi nel dettaglio le modalità per ottenere in concreto le risorse allocate per le singole regioni. “A parte la prima erogazione prevista (a titolo di anticipo) all’approvazione del Programma, le successive erogazioni (acconti intermedi e finale) sono legate all’avanzamento del programma”. L’ultima certificazione effettuata dall’organismo di certificazione in data 14-02-2013 “ha consentito di formulare la richiesta relativa al secondo acconto e pertanto, allo stato attuale, risultano accertati in entrata 69,2 milioni di euro di rimborso. Viceversa l’attuale livello di spesa – 53,7 milioni – non è ancora sufficiente a formulare la richiesta per il successivo terzo acconto”, che consentirà di portare il rimborso a quota 92,3 milioni di euro (le soglie di spesa per la richiesta di acconti sono calcolate sull’importo complessivo intermedio di 288,5 M, mentre la disponibilità effettiva, dopo la Legge di Stabilità 2014, si riduce a 270,5 milioni).

    Per quanto riguarda l’imminente prossima riprogrammazione 2014 “il MISE (Ministero dello Sviluppo Economico, ndr) ha chiesto che venga effettuata una riprogrammazione ritarata sui 290-300 M, con un margine di circa il 10% rispetto alla dotazione ufficiale, onde assorbire le eventuali economie che si dovessero registrare prima della chiusura del programma”. La Regione Liguria “prevede una riprogrammazione con l’incremento delle risorse dedicate: all’Asse E “Sanità”; all’alluvione (estendendo gli interventi anche ai fenomeni del 2012); sulla base del rinvio alla successiva fase (2014-2020) degli interventi non realizzabili, e quindi non rendicontabili, nei tempi previsti dell’attuale ciclo di programmazione, delle rinunce dei beneficiari stessi, delle ulteriori economie derivanti da ribassi d’asta”.

    «Per spendere adeguatamente le risorse nazionali ed europee la Regione Liguria dovrebbe possedere una forte capacità strategica – spiega il consigliere regionale Lorenzo Pellerano – Con un sistema di progettazione, monitoraggio e rendicontazione ben strutturato. E competenze specifiche negli uffici regionali deputati ad occuparsi di queste tematiche. Io, invece, ho l’impressione che gli uffici interni, perlomeno, non siano adeguatamente valorizzati. La Regione, insomma, deve mettersi profondamente in discussione se vuole migliorare la performance di spesa del Fondo per lo Sviluppo e la Coesione e dei Fondi Strutturali comunitari».
    «In corso d’opera la Regione ha introdotto alcuni indirizzi di spesa per accelerare l’utilizzo dei fondi su tematiche particolarmente urgenti, quali la Sanità (Asse E), e ciò può avere un senso – sottolinea Pellerano – Quello che, invece, non ha senso è nominare continuamente simili risorse, comunitarie e non, per ipotizzare gli impegni più svariati. Si tratta di un atteggiamento fuorviante perchè il FSC, ad esempio, è un fondo espressamente destinato a sostenere lo sviluppo e la coesione. Infine, per quanto riguarda la riprogrammazione 2014, non mi sembra ipotizzabile impiegare lo stesso schema che finora ha dimostrato di non funzionare».

    «Man mano che le stazioni appaltanti raggiungono determinate soglie di spesa l’amministrazione regionale può chiedere le contestuali tranche di rimborso al Ministero dello Sviluppo Economico – risponde l’Autorità di gestione del programma FSC 2007-2013 Regione Liguria – Il termine ultimo del 31 dicembre 2015 si riferisce all’attuazione dei progetti compresi nel programma del ciclo 2007-2013. Per quanto riguarda molti di essi, in effetti, il termine è sancito al 31/12/2015. Per altri progetti, invece, quelli considerati “strategici” che finiranno in accordi di programma quadro, ad esempio tutti gli interventi relativi alla Sanità che inseriremo nella riprogrammazione 2014, il termine conclusivo previsto è la fine del 2018»».
    Dall’Autorità di gestione ostentano sicurezza affermando che gli interventi partiti riusciranno a concludersi entro il dicembre 2015, mentre i progetti ad oggi non ancora avviati, inevitabilmente, non potranno essere portati a termine.
    «Il piano di riprogrammazione 2014 – anticipa l’Autorità di gestione del programma FSC 2007-2013 – sarà tarato su circa 303 milioni. E l’amministrazione conta di accelerare per validare al più presto una soglia di spesa intorno ai 63-64 milioni, in modo tale da ottenere il terzo acconto del rimborso ministeriale».
    «Migliorare la performance di spesa della Regione Liguria è particolarmente difficile – conclude l’Autorità – considerando che le stazioni appaltanti, come i Comuni, si trovano a confrontarsi con il Patto di Stabilità ed altri vincoli stringenti, senza dimenticare i problemi che affliggono le piccole e medie imprese del territorio. Comunque sia, diversi uffici regionali, a seconda delle differente tematiche di interesse, sono attivamente impegnati sull’FSC così come sui Fondi Strutturali europei».

     

    Matteo Quadrone

  • Ex manicomio Quarto, riorganizzazione servizi sanitari e ristrutturazione

    Ex manicomio Quarto, riorganizzazione servizi sanitari e ristrutturazione

    quarto ex osp psichiatrico. accordo di programma. planimetria.002L’accordo di programma tra Regione Liguria, Comune di Genova, Asl 3 ed Arte, siglato nel novembre scorso (29/11/2013), oltre a sancire la salvaguardia delle funzioni pubbliche in 2/3 della parte ottocentesca dellex Ospedale Psichiatrico di Quarto (l’altra porzione dell’ex manicomio, invece, è già stata venduta dalla Regione a Valcomp II, società partecipata da Fintecna Immobiliare), prevede in essere anche l’adeguamento strutturale degli stessi padiglioni – 1, 2, 3, 11, 12, 13, 14, 18, 19, 20, 22, 23, 24 – di cui l’azienda sanitaria genovese ha riacquistato la disponibilità, nell’ottica di accogliere funzioni sanitarie differenziate.
    A distanza di poco più di cinque mesi dalla firma dell’intesa, salutata positivamente sia dalle istituzioni sia dall’opinione pubblica – nonostante permangano comunque alcuni nodi critici come la viabilità di accesso al complesso e la carenza di parcheggi a supporto dei servizi pubblici (nuova piastra sanitaria o “Casa della Salute” del Levante, che dir si voglia, e centro servizi) – facciamo il punto della situazione analizzando nel dettaglio quali interventi, e relativi costi a carico della collettività, sono necessari affinché il complesso di Quarto possa trasformarsi in luogo idoneo per la fruizione delle future attività.

    Scorrendo gli atti ufficiali dell’azienda sanitaria scopriamo così che la spesa stimata per ristrutturare l’area supera i 9 milioni e 600 mila euro, dei quali 8 milioni saranno reperibili tramite l’accensione di un mutuo. In allegato alla Delibera n. 115 del 27 febbraio 2014 (Manovra patrimoniale di cui alla L.R. n. 22/2010, provvedimenti necessari all’attuazione dell’accordo di programma di cui alla deliberazione 673/2013), l’Asl 3 ha predisposto un aggiornamento del “piano di rifunzionalizzazione dell’ex OP di Quarto” che prevede “un costo complessivo per l’adeguamento delle sedi Asl 3 interessate dalla ricollocazione delle funzioni pari ad euro 9.610.000.00, di cui 7.550.000.00 per la sola sede di via Maggio 6 (ex OP Quarto)”.
    Parziale copertura potrebbe essere garantita dalla valorizzazione tramite vendita dell’immobile di via Bainsizza 42 (attuale polo sanitario del Levante), come previsto dal sopracitato accordo di programma. Tuttavia, il documento sottolinea “nelle more dell’avvio delle procedure di valorizzazione dell’immobile sito in via Bainsizza 42, ed al fine di poter dare corso immediato agli interventi necessari, si rende opportuno prevedere l’accensione di un mutuo per l’importo residuo pari ad almeno euro 8.000.000”.
    Scelta confermata nella Delibera n. 207 del 10 aprile 2014, con la quale si avanza la richiesta formale di autorizzazione a contrarre un mutuo decennale per complessivi 13 milioni e 950 mila euro (con rate annuali di 1.650.000) finalizzato a realizzare: opere di ristrutturazione nell’area ex OP Quarto (8 milioni); nuovo Laboratorio di Patologia Clinica dell’Asl 3 presso l’ex Ospedale Celesia di Rivarolo (3 milioni e 850 mila euro); ristrutturazione e adeguamento funzionale del Centro Grandi Ustionati dell’Ospedale Villa Scassi (2 milioni).

    La riorganizzazione di Quarto e lo spostamento di alcune funzioni in altre sedi

    Manicomio di QuartoL’aggiornamento del “piano di rifunzionalizzazione” contempla l’utilizzo delle seguenti strutture di proprietà dell’Asl 3, ottimizzando l’occupazione degli spazi in base alle funzioni svolte all’interno di ciascuna di esse: ex OP di Quarto; ex Ospedale Celesia, padiglione a valle; palazzina via Maggio 3 c/o sede Provincia; viale Bracelli 237R – 243R; viale Frugoni; ex Ospedale di Recco. Inoltre è in fase di trattativa la possibilità di locazione da altri enti pubblici, o scambio di proprietà con altri enti pubblici, di spazi da destinarsi a SC Formazione e SC Psal Levante (per entrambe le strutture complesse l’azienda sta valutando l’ipotesi di spazi esistenti all’interno del Celesia).

    Come spiega il documento dell’Asl 3, presso l’ex OP di Quartosarà trasferita tutta l’attività sanitaria svolta presso la sede di via Bainsizza, realizzando la cosiddetta “Casa della Salute” e potenziandola, tra l’altro, con attività di distribuzione diretta dei farmaci”. Si prevede poi di “Mantenere il Centro Disturbi Alimentari; mantenere tutte le funzioni degenziali legate ai pazienti psichiatrici, accorpando le attuali due strutture in un unica sede e realizzando in essa livelli differenziati di assistenza; mantenere presso l’attuale sistemazione la parte residenziale e semiresidenziale dei disabili gravi; mantenere il Centro di Educazione Motoria; ampliare la sede del Sert; mantenere la Direzione del Distretto di Levante, la Direzione del Dipartimento delle Cure Primarie e delle Attività Distrettuali e l’attività delle SC Cure Primarie”. Inoltre verranno realizzati ex novo “tutti gli impianti di alimentazione elettrica e termica. Gli impianti attualmente in uso, infatti, sono collocati in spazi oggetto di cartolarizzazione”.
    Infine, si evidenzia che “dovrà essere affrontato all’interno del PUO (progetto unitario operativo che l’accordo di programma prevede a carico di Arte) il nodo dell’accessibilità e dei parcheggi per la struttura. L’accessibilità attuale è garantita attraverso proprietà private (aree Fintecna), così come le aree individuabili, in oggi, come parcheggio da destinarsi alla struttura sanitaria, insistono anch’esse su proprietà di Fintecna”. Un recente incontro, promosso dall’assessore all’Urbanistica e Vicesindaco di Genova, Stefano Bernini, ha portato all’istituzione di un tavolo tecnico tra Asl 3, Fintecna e Arte per affrontare in maniera congiunta tale problematica.

    Nell’attigua sede di via Maggio 3, invece, saranno trasferite “la Direzione del Dipartimento di Salute Mentale, ristrutturando inoltre il Centro Salute Mentale lì già operante ma in locali fatiscenti, l’attività dell’Assistenza Domiciliare Integrata e della Guardia Medica”.

    Il programma triennale delle opere pubbliche 2014 – 2016, approvato dall’Asl 3 con Delibera n. 230 del 15 aprile, specifica nel dettaglio i costi. In particolare, per via Maggio 3: “ristrutturazione Centro Salute Mentale, nuova sede Dipartimento Salute Mentale e nuovi locali Guardia Medica e Assistenza Domiciliare Integrata (stima 535 mila euro, in progettazione)”; per l’ex OP Quarto: “nuova Casa della Salute (2 milioni e 400 mila euro, in progettazione), ampliamento Sert presso padiglione 24 (548 mila euro, in progettazione), nuova residenza psichiatrica il Camino presso padiglione 20 (1 milione e 40 mila euro, in progettazione), ristrutturazione padiglione di ingresso compreso restauro facciata (2 milioni e 100 mila, pianificato), nuova centrale termica e cabina MT e BT e sistemazione fondi, spogliatoi e camera mortuaria (1 milione e 600 mila, pianificato), nuova sede Centro Educazione Motoria (800 mila euro, pianificato), nuova sede Centro Disturbi Alimentari (300 mila, pianificato)”.

    Per quanto riguarda gli altri spostamenti: l’attività interdistrettuale di Medicina dello sport, attualmente svolta in via Bainsizza, sarà ubicata presso la sede di via Bracelli, la centrale di sterilizzazione destinata al territorio troverà posto all’interno dell’ex Ospedale di Recco, mentre gli uffici della SC Bilancio e Contabilità saranno ospitati in via Frugoni. Resta, infine, da trovare una nuova sede dove accentrare i magazzini economali aziendali. E si procederà ad esternalizzare i servizi di cucina (è in corso procedura di gara a tal fine, vedi la nostra inchiesta) e la gestione degli archivi (procedura di gara da avviare).

    Trasferimento malati Alzheimer

    manicomio-quarto-D3Il trasferimento che suscita maggiore preoccupazione è quello dei malati ancora oggi ospitati nel Centro Alzheimer dell’ex manicomio di Quarto, destinati a traslocare presso l’ex Ospedale Celesia di Rivarolo, in locali di nuova realizzazione recentemente ristrutturati. I famigliari dei pazienti, però, sono fortemente contrari ed hanno scritto una lettera aperta indirizzata al Presidente della Regione Liguria, Claudio Burlando, al Sindaco di Genova, Marco Doria, al Direttore Generale dell’Asl 3, Corrado Bedogni.
    Nonostante le ripetute sollecitazioni e i colloqui rassicuranti avuti con il Direttore dell’Asl 3, Bedogni, resta la previsione dello spostamento al Celesia, unico trasferimento previsto di malati (gli altri restano al loro posto, comprese le Direzioni, il Centro Disturbi Alimentari, ecc.) – si legge nella missiva – Se così fosse, la situazione, già di per sè problematica, si aggraverebbe ulteriormente da molti punti di vista. Innanzitutto, i nostri malati sarebbero costretti ad instaurare nuovi rapporti con il personale di cura e di assistenza, perdendo il riferimento sicuro di relazioni consolidate e conquistate nel tempo, spesso con grande fatica. Ma vi sono anche altri fattori che sconsigliano vivamente di allontanare i pazienti da questo luogo ormai familiare, come il rapporto con gli altri malati Alzheimer, curato particolarmente dal personale, tenendo presente che, per qualcuno, il periodo di familiarità con l’ambiente, con gli operatori e con gli altri degenti, dura da diversi anni. Infine, e non certo per ultimo, la vicinanza con i familiari”.
    La lettera è stata scritta dopo l’incontro del 17 marzo scorso, quando l’Assessore Regionale alla Salute, Claudio Montaldo, ha prospettato la possibilità di inserire il settore dei malati di Alzheimer di Quarto sopra la collina di S. Martino, al Centro “Galliera” in via Minoretti, anziché al Celesia di Rivarolo. “Ma anche questa soluzione, per quanto preferibile rispetto al Celesia, non riduce la nostra preoccupazione per il necessario riadattamento da parte dei malati ad una nuova collocazione, a luoghi e persone sconosciute che causerebbero nuovo disorientamento – continuano i familiari – Il complesso di Quarto è sorto sulla spinta di una nuova cultura socio-sanitaria, di promozione della salute attraverso ambienti protetti e condizioni di vita che riproducono al massimo la quotidianità. Se Quarto è un modello di edilizia socio-sanitaria che giustamente viene conservato per le altre fasce deboli della popolazione, ancora di più dovrebbe essere messo al servizio delle persone con Alzheimer. E, quindi, perché dover spostare questi malati? Ma la città di Genova e la stessa Regione è possibile che non abbiano un riguardo per i pazienti, tra i più indifesi, come sono quelli afflitti dal morbo di Alzheimer? A chi si deve fare posto a Quarto? Si parla di costruire palazzi e box per gli inquilini, realizzare attrezzature sportive, trovare spazi per uffici, e quant’altro. E tutto questo passa davanti a malati così gravi!“.

    La risposta dell’assessore Montaldo non si è fatta attendere: «Nell’incontro del 17 marzo abbiamo spiegato ai famigliari che si tratta di un trasferimento di funzioni, non di persone. Le situazioni delle persone verranno esaminate caso per caso, individuando di volta in volta la soluzione migliore per i pazienti e per le famiglie. Finora non c’è nessuna decisione imminente. Sappiamo, però, che prima o poi il centro dovrà chiudere».

    Reazioni e commenti

    Lorenzo Pellerano, consigliere regionale d’opposizione (Lista Biasotti), da sempre attivo sul tema ex OP di Quarto, commenta così gli ultimi sviluppi della vicenda: «L’azione sinergica di diversi soggetti quali Municipio Levante, Comune di Genova, Coordinamento per Quarto, ha consentito di salvaguardare, almeno parzialmente, la funzione pubblica del complesso, ma allo stesso tempo rende inevitabile l’esecuzione di determinati interventi per adeguare gli spazi alle nuove funzioni».
    Secondo Pellerano «Nel corso del tempo la partita di Quarto è stata portata avanti senza una strategia precisa, ed oggi ne paghiamo le conseguenze. Sulla parte ottocentesca dell’ex manicomio, probabilmente perché si ipotizzava la vendita totale, negli ultimi anni non è stata compiuta una manutenzione puntuale. Quindi, oggi è necessario spendere cifre significative per metterla a posto. Io personalmente assicuro il mio impegno nel vigilare affinchè le risorse vengano impiegate correttamente. In consiglio regionale chiederò l’esatta tempistica dei lavori, visto che i cittadini hanno il diritto di sapere quando sarà pronta la nuova Casa della Salute. Con il senno di poi, se da parte della Regione e dell’Azienda sanitaria ci fosse stata una progettazione più attenta, forse, il costo finale della riorganizzazione dei servizi sanitari a Quarto poteva essere più contenuto. Ma ormai dobbiamo pensare a limitare i danni, come per altro abbiamo fatto scongiurando la vendita totale dell’ex OP».

    Il sindacato autonomo Fials, fin da subito scettico in merito alla bontà dell’operazione Quarto, ha gioco facile nel domandarsi retoricamente: «Ma la vendita dell’ex OP non doveva servire a ripianare il disavanzo sanitario? Adesso, invece, sul bilancio regionale peserà un notevole esborso (mutuo di 8 milioni, più affitto di 1 milione all’anno che Asl 3 paga ad Arte per i locali già ceduti ma ancora utilizzati dall’azienda sanitaria). Dunque, come avevamo facilmente previsto, la vendita dell’area è stata funzionale esclusivamente a manovre di “bilancio”».

    «Sicuramente Quarto non è stata un’operazione lungimirante dal punto di vista economico – sottolinea Antonella Bombarda, segretaria della Cgil Funzione Pubblica LiguriaAllo stato attuale, però, non esistono alternative. Se davvero si vogliono mantenere in quell’area delle funzioni sanitarie, la ristrutturazione dei padiglioni storici di proprietà dell’Asl 3 è improcrastinabile».

    Matteo Quadrone

  • Crisi edilizia e misure Governo Renzi: focus su Genova e Liguria

    Crisi edilizia e misure Governo Renzi: focus su Genova e Liguria

    erzelli-edilizia-progetti-dCon l’approvazione del Documento di Economia e Finanza 2014 da parte del Consiglio dei Ministri dell’8 aprile scorso, il Governo Renzi ha definito il cronoprogramma strategico che dovrebbe contenere le “misure di impatto immediato che si inscrivono in un piano di riforme strutturali”. Questo è l’obiettivo dichiarato del cosiddetto DEF che definisce i tre pilastri della riforma: istituzioni, economia e lavoro. Oltre alle proposte strutturali – riforma delle istituzioni (riforma elettorale, abolizione delle Province, revisione delle funzioni del Senato e riforma del Titolo V della Costituzione), riforme economiche (revisione della spesa pubblica, riduzione del cuneo fiscale, accelerazione del programma di privatizzazione di alcune società statali e di parte del patrimonio immobiliare, pagamento dei debiti commerciali arretrati da parte delle Amministrazioni pubbliche, semplificazione del rapporto tra imprenditore e amministrazione), riforma del lavoro (Jobs Act) – sono state inserite misure immediate, volte a dare risposte concrete ai cittadini, in particolare: piano scuola, destinando circa 2 miliardi di risorse per la messa in sicurezza degli edifici scolastici; fondo di garanzia con 670 milioni di risorse aggiuntive nel 2014 e complessivamente oltre 2 miliardi nel triennio per le piccole e medie imprese; piano casa (del quale abbiamo recentemente parlato su queste pagine) con 1,3 miliardi per interventi destinati all’acquisto o alla ristrutturazione; fondi strutturali che serviranno alla programmazione immediata di interventi contro il dissesto idrogeologico e la tutela del territorio.
    Il Presidente dell’Ance (Associazione nazionale costruttori edili), Paolo Buzzetti, si è dichiarato soddisfatto per le indicazioni su scuole e dissesto idrogeologico contenute nel Def «Perché finalmente vanno nella direzione da tempo auspicata dall’Ance», tuttavia non nasconde forti perplessità sulla scelta di tagliare ancora per i prossimi tre anni 2,7 miliardi di investimenti, in continuità con quanto fatto dai precedenti governi. Inoltre, Buzzetti si appella a maggiore chiarezza sul fronte dei ritardati pagamenti della Pubblica Amministrazione «Se non si cambia la normativa sul Patto di Stabilità, il debito accumulato dalla P.A. verso le aziende continuerà a salire».

    I conti della crisi nel settore delle costruzioni

    ecoge-lavori-brignole-cantiere-EDopo 15 anni di crescita costante – di cui però il sistema delle imprese non ha approfittato per rafforzarsi e crescere in dimensione – sul settore delle costruzioni si è abbattuta la più grave crisi dal dopoguerra. Il sindacato Fillea Cgil (Federazione italiana lavoratori legno edili e affini) in occasione del suo congresso nazionale (2-3 aprile 2014) ha fatto i conti della perdurante congiutura economica negativa. Il calo degli occupati si registra a partire dal 2008 ma è in progressiva accelerazione a partire dal 2010. “Diminuisce in modo molto consistente il personale a tempo pieno ed aumenta il tempo parziale – sottolinea la Fillea – In questa tendenza si può rintracciare un tentativo di eludere parzialmente gli obblighi contributivi. Per quanto riguarda il profilo professionale, nel 2013 meno della metà degli occupati erano operai, un altro terzo lavoratori in proprio”.
    A fine 2013 i posti di lavoro persi nell’intera filiera delle costruzioni sono 745 mila, di questi, 480 mila solo nell’edilizia, mentre è triplicato il numero di ore autorizzate della CIG (Cassa integrazione guadagni). Secondo i dati Cnce (Commissione nazionale paritetica per le Casse Edili), in Liguria nel dicembre 2010 il numero di operai superava le 14 mila unità per 3374 imprese, le ore lavorate erano 1.350.406. Nel dicembre 2013, invece, gli operai sono scesi a 10.879 (-23%), le imprese a 2.073 (-20%) e le ore lavorate a 1.076.030 (-20%).

    Per la Fillea Cigl uscire dalla crisi significa ridisegnare il modello di sviluppo: “Passando da un modello che non fa i conti con il consumo illimitato delle risorse, ad un modello ancorato fortemente alla sostenibilità energetica e ambientale. Territorio, casa, energia: queste sono le nuove priorità del Paese; costruire altro e diversamente: questa è la strategia per dare risposte a quelle priorità; ridifenire di conseguenza il modello industriale: i sistemi di produzione, gli strumenti, i materiali, il prodotto, il lavoro stesso e la sua qualità”.

    Innanzitutto, però, è prioritario regolare il mercato e il sistema degli appalti, contrastando la crescita di illegalità e irregolarità. «Più volte abbiamo denunciato la carenza di regole nel mercato degli appalti – spiegava nel dicembre scorso Walter Schiavella, segretario generale della Fillea Cgil – ll sistema attuale di aggiudicazione degli appalti, infatti, ha creato un mercato in cui regna la catena dei subappalti ed un sistema in cui vincono imprese caratterizzate dalla poca qualità». Una situazione presistente alla crisi che, inevitabilmente, ha amplificato i problemi. «Oggi la mancanza di liquidità apre la strada alle infiltrazioni criminali – sottolinea il leader della Fillea – Le conseguenze ricadono sui lavoratori e sui cittadini. I dati delle Casse edili ci dicono che aumentano lavoro nero e false partite Iva, senza dimenticare che la poca qualificazione di chi opera nel settore delle costruzioni si riversa nella bassa qualità di quello che viene costruito». Per curare un settore ormai “malato” «Occorre partire dall’abolizione del sistema di massimo ribasso e dalla valorizzazione dell’offerta economicamente più vantaggiosa – conclude Schiavella – Inoltre, bisogna puntare sull’accentramento degli appalti, dove possibile, presso le stazioni appaltanti».

    cantiere-lavori-santi-giacomo-filippoAltre azioni fondamentali per invertire la tendenza e rilanciare tutto il comparto sono: “Favorire ed incentivare la capitalizzazione delle imprese e la crescita qualitativa attraverso la ricerca, l’innovazione, la formazione – scrive la Fillea Cgil – Sostenere la qualità del made in Italy e le aggregazioni di imprese, consorzi, partnership, ecc., finalizzati all’innovazione e ad ampliare il bacino dell’export; estendere la responsabilità penale dei caporali anche alle imprese che utilizzano la manodopera illegale fornita; tutelare il lavoro con l’estensione di tutele sociali, pensioni e ammortizzatori, in particolare per il lavoro edile caratterizzato da forte discontinuità”.

    Le sette proposte sostenibili, invece, riguardano: riassetto idrogeologico (oggi 5,8 milioni di persone risiedono in aree a rischio idrogeologico elevato); riduzione del consumo di suolo con l’obiettivo di scendere a 30 ettari al giorno nel 2020 (attualmente siamo a quota 100 ettari consumati al dì); riqualificazione urbana (aggiornare la mappatura del territorio e dare più risorse per il Piano Città); riqualificazione energetica (il mercato potenziale delle riqualificazioni energetiche degli edifici pubblici e privati esistenti in Italia potrebbe creare 600 mila posti di lavoro entro il 2020 ed attivare investimenti per quasi 45 miliardi di euro); energie rinnovabili (l’utilizzo di fonti alternative porterebbe in 10 anni benefici per circa 48 miliardi); prevenzione sismica (oggi 6 milioni di edifici e 12 milioni di abitazioni si trovano in zone ad alto o medio rischio sismico); infrastrutture materiali (68 miliardi impegnati per le infrastrutture strategiche nel periodo 2013-2015). A queste si aggiunge un’ottava proposta, quella di una nuova stagione di case popolari. La Fillea ritiene che “Il pubblico (Stato, Regioni, Province e Comuni) debba, senza tentennamenti, ricominciare ad alimentare il patrimonio pubblico abitativo producendo atti concreti verso: la ristrutturazione/ricostruzione dell’attuale patrimonio; l’acquisto, e non la costruzione ex novo, di nuovi appartamenti già presenti sul mercato e allocati in zone urbane non periferiche; l’utilizzo commerciale degli immobili sequestrati o confiscati alla criminalità e alle mafie (al marzo 2013 sono 51.660 gli immobili sequestrati e 4.880 quelli confiscati); la realizzazione di eventuali nuovi alloggi esclusivamente in aree già impermeabilizzate e possibilmente di proprietà pubblica; questi atti contemplano anche il definitivo abbandono dell’infruttuosa fase di vendita delle abitazioni pubbliche”.

    Infine, ecco le richieste immediate della Fillea al governo Renzi: “Sblocco selettivo del Patto di stabilità per i Comuni virtuosi; apertura dei cantieri entro giugno, almeno per un terzo degli stanziamenti previsti per l’edilizia scolastica; pagamento debiti alle imprese a partire da luglio”.

    Crisi edilizia: la situazione a Genova e in Liguria

    Lavori in corso a San MartinoA Genova ed in Liguria, così come altrove, la fase di profonda depressione dell’edilizia non sembra prossima a passare, anzi, come denunciato da Ance, la tendenza è addirittura peggiorativa. «Stiamo registrando forti cali di occupazione e fatturato, ed il 2014 manterrà lo stesso andamento – ha spiegato Federico Garaventa, presidente di Ance-Assedil Genova, durante la presentazione del rapporto sull’edilizia (il 13 marzo scorso) – Rispetto al resto del Nord Italia siamo una delle città meno performanti e non è detto che la cassa integrazione venga finanziata, vista la mancanza di fondi. Le nostre imprese sono piccole e dunque più vulnerabili». Inoltre, il rappresentante dei costruttori ha accusato direttamente il Comune di Genova, il quale «Celandosi dietro alla legittima difesa della concorrenza, sta tenendo delle politiche negli appalti pubblici che penalizzano le imprese edili locali».

    Sul finire di marzo l’amministrazione comunale e Ance Genova hanno avviato un percorso di confronto allo scopo di analizzare le criticità del sistema e proporre le soluzioni più opportune per «Creare lavoro sul territorio assicurando le migliori scelte – ha dichiarato il Sindaco Marco Doria – e garantendo l’assoluta trasparenza nell’assegnazione dei lavori». Durante il primo incontro del 31 marzo scorso, in cui sono stati presi in esame i diversi aspetti tecnici delle procedure per lo svolgimento delle gare, i rappresentanti delle imprese hanno sottolineato l’esigenza di misure per valorizzare la partecipazione delle aziende del territorio, sempre nel rispetto della legge.
    «La situazione a Genova è tal quale a quella di alcuni mesi fa – spiega Garaventa – L’attuale normativa incentiva le aziende provenienti da fuori città. Il Comune, nella persona del primo cittadino, ha preso degli impegni in questo senso, ma credo dovremo faticare per ottenere dei risultati».

    via-ortigara-edilizia-begato-d8In merito agli annunci del Governo Renzi – in particolare su scuole e dissesto idrogeologico – il presidente di Ance-Assedil vede delle prospettive positive? «Direi proprio di no – risponde secco Garaventa – Gli appalti si possono assegnare oppure non assegnare. Sinceramente non so di che cosa stiamo parlando. Queste sono solo chiacchiere. Il contrasto al dissesto idrogeologico è diventato un mantra. Mentre il piano scuola sembra un annuncio da campagna elettorale. In Italia abbiamo bisogno di far ripartire gli appalti e, invece, finora ciò non è avvenuto. Nel frattempo, le imprese continuano a chiudere, lasciando a casa i lavoratori. Ma io sono stufo di una classe politica che si riunisce per fare il Ddl Lavoro senza neppure chiamare le imprese e le realtà produttive. Ormai siamo arrivati al paradosso. Così è difficile far ripartire un Paese che ha necessità di essere completamente riformato». Ma Garaventa non fa sconti neppure alla Regione Liguria «Anche l’abusato discorso di riqualificare l’esistente, è appunto soltanto un bello slogan. La revisione della Legge urbanistica regionale, attualmente in fase di studio (qui l’approfondimento di Era Superba, ndr), non parla di riqualificazione e non fornisce nessuno strumento concreto in tal senso. Novità concrete all’orizzonte, insomma, non se ne vedono, al di là delle tante parole».

    Anche il sindacato di categoria della Cgil sembra piuttosto freddo rispetto alle presunte novità proclamate dall’attuale Esecutivo «Da tempo Fillea sostiene che per far ripartire il settore delle costruzioni è necessario puntare sul recupero edilizio, riducendo drasticamente il consumo di suolo – spiega Fabio Marante, segretario generale Fillea Cgil Genova e Liguria – Quindi, se davvero il Governo Renzi deciderà di andare in questa direzione, al di là dei proclami, ben venga. Ma finora non c’è nulla di concreto. Il messaggio è ovviamente condivisibile. Tuttavia, vogliamo valutare soltanto i fatti».

    Prendendo ad esempio la situazione di Genova e del suo patrimonio immobiliare pubblico, il segretario genovese della Fillea Cgil ricorda «Un buon 65% degi edifici non residenziali pubblici è stato costruito tra anni ’60 e ’70, dunque risponde a logiche costruttive obsolete con l’utilizzo di materiali poco compatibili ambientalmente che causano una gran dispersione energetica. Oggi esiste l’opportunità, che secondo noi deve essere adeguatamente incentivata, di ricostruire tale patrimonio con nuove tecniche, consentendo un notevole risparmio di energia. Rimodernizzare scuole ed ospedali quindi avrebbe un impatto positivo sul costo energetico pagato da tutti i cittadini».

    via-ortigara-edilizia-begato-d6A livello normativo, invece, la Fillea è d’accordo sul semplificare le norme «Ci stiamo confrontando con la Regione Liguria all’interno della discussione sulla riforma della Legge urbanistica – continua Marante – Pensiamo sia utile fare sinergia per alleggerire gli odierni lacci e lacciuoli. E poi bisogna allentare il Patto di stabilità, superando i vincoli, almeno per i Comuni virtuosi».
    Tuttavia, serve il massimo impegno anche da parte delle piccole medie imprese territoriali. «Siamo convinti che la ripresa dell’occupazione possa avvenire solo obbligando le aziende a riqualificarsi, soprattutto per innalzare la qualità – continua il segretario Fillea – Noi parliamo di qualificazione delle imprese. Che potrebbero cogliere i nuovi sbocchi formativi anticipando i processi edilizi più innovativi. In Italia siamo ancora molto indietro. O le pmi capiscono che devono cambiare pelle, oppure saranno spazzate via dalla concorrenza estera».

    Resta da affrontare il nodo degli appalti pubblici, un sistema da ripensare sia a livello centrale che a livello locale. «Dopo tante gare d’appalto al massimo ribasso, siamo riusciti ad ottenere un bando per offerta economicamente più vantaggiosa con l’appalto di Genova Reti Gas – racconta Marante – Questa modalità per circa il 60% tiene in considerazione gli aspetti qualitativi (utilizzo di materiali locali, parco mezzi, ecc.). Un bando del genere comporta maggior lavoro per la committenza e tempi più lunghi, però, consente di premiare davvero le aziende virtuose. Con la logica del massimo ribasso spesso i lavori non vengono eseguiti a regola d’arte e quindi devono essere aggiustati in corso d’opera o addirittura rifatti nuovamente, con il conseguente aggravio dei costi. In altri casi le opere sono realizzate con materiali scadenti che si deteriorano più facilmente, rendendo inevitabile un nuovo intervento. Oggi la concorrenza si fa sul costo del lavoro (a scapito dei lavoratori con contestuale aumento del lavoro nero, utilizzo di finte partite Iva e contratti non del comparto) e su quello dei materiali. L’attuale sistema, in assenza dei necessari controlli, in qualche modo invita le imprese a ragionare in questo modo – conclude il segretario genovese Fillea Cigl – Un circuito perverso che non porterà ad alcuna crescita. Un modello che va assolutamente cambiato, puntando sulla legalità e premiando le imprese sane».

     

    Matteo Quadrone

  • Enti case popolari a rischio default: facciamo il punto dopo il caso Arte Genova

    Enti case popolari a rischio default: facciamo il punto dopo il caso Arte Genova

    centro-storico-castello-vicoliLa questione casa è senza dubbio l’argomento più caldo del momento (qui l’inchiesta di Era Superba relativa al territorio genovese), capace di richiamare in piazza una moltitudine di persone – giovani e meno giovani, italiani e stranieri – per chiedere al Governo risposte concrete a favore di chi è rimasto senza un tetto e non soltanto repressione contro le occupazioni abusive di alloggi sfitti portate avanti in questi mesi dal Movimento di lotta per la casa sorto in numerose città italiane, tra cui Genova.
    La drammatica situazione odierna è il risultato della prolungata assenza di politiche strutturali per l’abitare e di finanziamenti stabili ad hoc per l’edilizia residenziale pubblica (Erp). Ma pure il modello di gestione degli alloggi pubblici – attualmente disimogeneo sul territorio nazionale, frammentato com’è nei diversi enti casa territoriali che hanno sostituito gli Iacp (Istituti autonomi per le case popolari) – andrebbe completamente ridisegnato, visto che finora esso non si è dimostrato socialmente efficace e neppure economicamente sostenibile.

    «Le case popolari rischiano il default – lancia l’allarme Emidio Ettore Isacchini, presidente di Federcasa (federazione di 114 enti che, in tutta Italia, costruiscono e gestiscono abitazioni sociali) – Troppi i nodi da tempo irrisolti dei quali la politica non sembra volersi fare carico: dalla confusione sul pagamento dell’Imu, alla mancanza di risorse per il settore, all’assenza di agevolazioni sotto il profilo energetico. A tutto ciò si aggiunge la necessità di individuare norme precise che indichino la missione degli enti gestori».
    Senza dimenticare, però, gli esempi di malgestione degli stessi ex Iacp, sovente utilizzati per effettuare operazioni finanziarie che certamente non rientrano tra le loro primarie finalità. L’ultimo caso, in ordine di tempo, è quello di Arte Genova (una delle 4 aziende territoriali per l’edilizia controllate dalla Regione Liguria), indebitatasi di circa 76 milioni di euro per acquistare – tra 2012 e 2013 – alcuni immobili di proprietà delle Asl liguri (tra i quali l’ex ospedale psichiatrico di Quarto) allo scopo di ripianare il buco nel bilancio sanitario regionale. Beni in seguito messi all’asta per 116 milioni ma ad oggi rimasti invenduti. La Corte dei Conti ha aperto un’inchiesta sul trasferimento del debito dalla Regione Liguria ad Arte, mentre il Ministero dell’Economia e delle Finanze ha chiesto chiarimenti alla Giunta guidata da Claudio Burlando.

    A tal proposito, nella relazione ministeriale si legge: “Dalla lettura dei dati di bilancio emerge come l’azienda (Arte Genova, ndr) non avesse la liquidità per far fronte alla compravendita di immobili e che le necessarie risorse finanziarie siano state procurate attraverso il ricorso al sistema bancario. Questa operazione ha permesso all’azienda regionale di surrogare il debito verso la regione in un debito verso il sistema bancario (nello specifico Banca Carige) con l’accollo degli oneri conseguenti all’indebitameto. Va inoltre evidenziato che le eventuali plusvalenze che Arte dovesse conseguire dalla cessione dei predetti immobili dovranno essere rigirate alla Regione Liguria […] Il piano di alienazione e valorizzazione del patrimonio immobiliare approvato dalla Regione è certamente legittimo […] Tuttavia, le modalità di dismissione destano qualche perplessità, soprattutto dal punto di vista della sostenibilità economica dell’operazione da parte di Arte Genova”.

    Il dissesto finanziario degli enti casa riguarda pure altre realtà territoriali – come ad esempio Aler Milano e le aziende Ater del Lazio – con bilanci in profondo rosso soprattutto a causa del ricorso a costose consulenze e all’impiego di strutture spesso elefantiache, oltre al pesante fardello rappresentato da una morosità – in particolare quella incolpevole – costantemente in crescita.

    Enti case popolari, la posizione di Federcasa

    «Premesso che non conosco nel dettaglio la condizione di Arte Genova – spiega Isacchini – comunque, purtroppo, questo non è l’unico caso in Italia. In realtà la missione delle aziende territoriali è quella di costruire, acquistare e gestire case popolari per le fasce meno abbienti della popolazione. Al contrario simili operazioni, non frutto di scelte autonome ma piuttosto legate a particolari esigenze delle singole regioni, mettono in estrema difficoltà gli enti casa esponendoli al pubblico lubridrio come fossero tutti dei carrozzoni parastatali indebitati. Teniamo conto che i finanziamenti pubblici destinati al settore Erp si sono praticamente azzerati. Dal ’98 ad oggi, da quando sono stati eliminati i contributi Gescal, le risorse sono calate progressivamente fino all’esaurimento attuale. La conseguenza è che in Italia non riusciamo ad aumentare il parco Erp nonostante la forte richiesta di case popolari». Secondo il presidente di Federcasa anche «Le politiche fiscali sono diventate ormai insostenibili e devono essere oggetto di revisione affinché le politiche abitative possano avere il giusto respiro». La criticità principale è relativa alla definizione di “alloggio sociale”, nella quale, in base alla Legge di Stabilità approvata a dicembre 2013, non rientrano gli alloggi popolari. Secondo la legge vigente, infatti, gli enti casa sono tenuti al pagamento dell’Imu come seconda casa, un esborso non sopportabile che potrebbe provocare il dissesto dei bilanci delle varie realtà territoriali. «Ogni anno dobbiamo battagliare con l’amministrazione statale – continua Isacchini – Proprio in questi giorni sono stato in audizione al Senato. E le posso dire che se ci obbligheranno a pagare l’Imu dovremo dichiarare l’impossibilità a svolgere il nostro ruolo».

    arizona-molassana-edilizia-popolare-caseNel frattempo, il Governo Renzi, con il decreto legge 28 marzo 2014, n. 47 intitolato “Misure urgenti per l’emergenza abitativa, per il mercato delle costruzioni e per Expo 2015“, prevede di investire nel comparto abitativo un miliardo e 741 milioni di euro con tre obiettivi: sostenere gli affitti con la formula della cedolare secca, allargare i vani destinati alla residenza pubblica, e favorire la sua maggiore diffusione sul territorio. In linea generale viene istituito un Piano di recupero immobili Erp da 400 milioni di euro destinati a 12 mila alloggi che andrà ad agevolare la riqualificazione energetica, antisismica o impiantistica dell’immobile. 68 milioni saranno, invece, indirizzati al recupero di 2 mila e 300 vani per categorie in particolare stato di difficoltà, come le famiglie con reddito sotto i 27mila euro lordi, i portatori di handicap, malati terminali, nuclei con over 65, ecc. Inoltre, nasce il Fondo destinato alla concessione di contributi in conto interessi su finanziamenti per l’acquisto degli alloggi ex Iacp; soprattutto chi usufruisce di un alloggio di edilizia residenziale popolare come abitazione principale e appartiene a fasce di reddito particolarmente basse potrà vedersi riconosciuta una detrazione di 900 euro se il reddito è inferiore a 15.493,71 euro oppure di 450 euro per redditi complessivi sotto i 30.987,41 euro.

    «Si parla di 12 mila interventi destinati al recupero di alloggi che attualmente non possono essere affittati perché fuori norma – sottolinea Isacchini, presidente di Federcasa – Sono troppo pochi rispetto alla reale necessità. Abbiamo una lista d’attesa inevasa di almeno 700 mila persone, i numeri sono eloquenti. Quella del Governo, dunque, è una risposta piuttosto limitata, che per di più potrà effettivamente esplicarsi solo in tempi lunghi».
    Secondo il presidente Isacchini, anche i piani di vendita delle case popolari agli inquilini «In questi anni hanno fornito risultati negativi. Le persone oggi hanno sempre minori possibilità di acquistare un’abitazione e sono disincentivate a farlo a causa della fiscalità elevata che si è concentrata sulla casa». D’altra parte gli alloggi Erp, come ammette Isacchini «Stanno cadendo nel degrado, visti i bassi affitti che gli enti casa percepiscono a cui si somma la morosità crescente. Insomma, le nostre aziende non possono più svolgere la manutenzione ordinaria e straordinaria. Questa è una situazione di difficoltà generale in tutta Italia». Inoltre, circa il 90% delle case popolari (oltre 600 mila abitazioni in tutto il Paese) necessita di lavori straordinari di efficientamento energetico. «Chiediamo al ministero dell’Ambiente e all’Esecutivo di individuare le soluzioni necessarie all’ammodernamento di un patrimonio oltremodo datato, a partire dall’estensione alle aziende casa della detrazione del 65% sulle spese sostenute» afferma Isacchini, presidente di Federcasa, che aggiunge «Occorre una vera politica nazionale dell’abitare. Lo sappiamo bene che le casse dello Stato sono pressoché vuote, però, il ruolo della politica è quello di reperire le risorse, anche in altri modi».
    Invece, a proposito del social housing, molto in voga negli ultimi anni, la posizione di Federcasa è chiara: «Si parla di numerosi progetti social housing, ma gli immobili realizzati in realtà sono pochissimi – sottolinea Isacchini – Le aziende al momento non sono in grado di promuovere queste iniziative che, peraltro, si rivolgono ad una fascia di popolazione che non è quella abitualmente destinataria dell’edilizia residenziale pubblica. Social housing è di sicuro una bella parola, un’ipotesi che può anche essere importante, soprattutto nelle grandi città, per calmierare il mercato privato e favorire il ceto medio. Tuttavia, non credo proprio che sia questa la risposta di cui hanno bisogno le famiglie». Per Federcasa, infatti, è necessario «Puntare su recupero, riqualificazione, risparmio energetico, interventi di carattere strutturale – conclude il presidente Isacchini – sono azioni fondamentali che consentono l’opportunità di accedere ai Fondi europei. Noi auspichiamo che tali risorse vengano destinati al settore Erp, soltanto così sarà finalmente possibile aumentare il parco di case popolari in Italia».

    Le proposte dei sindacati inquilini

    I sindacati degli inquilini – Sicet Cisl (Sindacato inquilini casa e territorio), Sunia Cgil (Sindacato unitario nazionale inquilini ed assegnatari) e Uniat Uil (Unione nazionale inquilini ambiente e territorio) – sono stati recentemente auditi (il 16 aprile scorso) dalle Commissioni 8 “Lavori pubblici, comunicazioni” e 13 “Territorio, ambiente, beni ambientali” del Senato proprio in merito al disegno di legge n. 1413 – Conversione in legge del decreto legge 28 marzo 2014, n. 47, recante “Misure urgenti per l’emergenza abitativa, per il mercato delle costruzioni e per l’Expo 2015”.
    Per le 3 sigle sindacali che hanno sottoscritto un documento unitario “Il disegno di legge rappresenta un segno di discontinuità rispetto alla grave assenza di attenzione ai problemi legati alla locazione… la decisione di alimentare con risorse aggiuntive, sia l’intervento statale per l’aiuto preventivo agli inquilini (FSA) che quello per la morosità incolpevole, risulta particolarmente positiva, anche se il dimensionamento economico è di gran lunga inferiore alla domanda rappresentata da oltre 350 mila famiglie”.
    Sicet Sunia e Uniat, però, sottolineano “È improrogabile un’offerta immediata di edilizia residenziale pubblica attraverso azioni di recupero, con interventi leggeri su alloggi degli enti gestori attualmente non assegnabili. La programmazione del recupero va sostenuta e incoraggiata, con procedure di estrema semplificazione per raggiungere l’obiettivo in tempi rapidi e certi. Questa azione non è realizzabile come previsto dal decreto, con linee di finanziamento dilatate nei prossimi sei anni e con una dotazione per il 2014 di soli 5 milioni di euro”.
    Oltre a queste misure, il provvedimento contiene ancora una volta interventi normativi di agevolazioni fiscali ed urbanistiche nei confronti del social housing, che lasciano molto perplessi i sindacati “Innanzitutto perché una norma sull’emergenza, con risorse limitate, dovrebbe indirizzare i propri sforzi verso priorità dettate della domanda che non è il social housing – scrivono Sicet, Sunia e Uniat – poi perchè il risultato prodotto da questo insieme di interventi tramite i fondi immobiliari ha cantierato solamente in 5 anni 1684 alloggi in locazione”.
    Inoltre, il disegno di legge prevede delle norme per favorire la vendita degli alloggi di edilizia residenziale pubblica a prezzi legati al livello dei canoni corrisposti e con agevolazioni sui mutui. “L’ennesimo tentativo di dismissione generalizzata dell’Erp – sottolineano i sindacati inquilini – dopo il fallimento di tutti i propositi simili messi in atto dalla 560/93 in poi, denota come l’edilizia popolare sia considerata erroneamente un problema e non un’opportunità”. Infine, secondo Sicet, Sunia e Uniat “Va affrontato il problema degli ex Iacp, sia rispetto all’efficacia del modello di gestione, con particolare riferimento alla sostenibilità sociale ed economica, sia alla governance. Anche in questo caso l’occasione può essere rappresentata dalla riforma del titolo V della Carta Costituzionale per una giusta ed equilibrata collocazione delle competenze e della definizione dei livelli essenziali in materia di Erp”.

    Stefano Salvetti, segretario genovese del Sicet, da trentanni attivo sul fronte del disagio abitativo, spiega: «Stiamo elaborando un documento che porteremo all’attenzione delle altre organizzazioni sindacali con l’intento di condividerlo. La premessa necessaria è la seguente: la riforma Bassanini ha messo tutto il carico dell’edilizia residenziale pubblica sulle spalle delle Regioni, ma oggi l’80% dei bilanci regionali è rappresentato dalle spese per la sanità ed il trasporto pubblico, mentre per le case popolari rimangono soltanto le briciole. Dunque, occorre ripensare l’organizzazione di livello regionale. Abbiamo chiesto un incontro all’assessore alle politiche abitative della Regione Liguria, Giovanni Boitano e anche al governatore Claudio Burlando che non ha ancora detto una parola sul tema». Per quanto concerne il livello centrale «Il primo principio della proposta che stiamo elaborando è la necessità di una legge quadro di indirizzo nazionale, che noi chiediamo da tempo e non è mai stata realizzata, con un finanziamento stabile per l’Erp. Invece, ormai da anni, in particolare da quando sono finiti i contributi Gescal (circa 3000 miliardi di vecchie lire all’anno provenienti dai lavoratori dipendenti), le case popolari ricevono soltanto dei finanziamenti a spot che ogni volta dobbiamo conquistarci con le unghie. Le Regioni, terminate le proprie risorse residue, oggi non hanno più finanziamenti dedicati ai piani Erp e da sole non saranno mai in condizione di affrontare questa importante partita». Secondo Salvetti «Spetta allo Stato determinare i livelli essenziali in materia di Erp da garantire su tutto il territorio. La definizione di alloggio sociale, soggetto a finanziamento pubblico, è fondamentale per indirizzare le risorse centrali. I pochissimi aiuti di Stato devono essere destinati esclusivamente all’Erp e non al social housing che non rappresenta una risposta per le fasce meno abbienti. Parliamo di progetti di cofinanziamento pubblico-privato, molti dei quali rimasti solo sulla carta. Con l’housing sociale gli affitti si attestano su circa 400-500 euro al mese più le spese di amministrazione. In Italia, invece, servono vere case popolari con affitti sui 100-150, massimo 200 euro al mese. Così sarebbe possibile aumentare il parco Erp disponibile, dapprima puntando sul recupero degli immobili e poi sulla trasformazione edilizia dell’esistente».

    Il secondo principio della proposta del Sicet riguarda il modello di gestione degli alloggi pubblici. «In Italia occorrono dei criteri uniformi – spiega Salvetti – Attualmente, invece, a livello gestionale regna una gran confusione. Esistono aziende regionali, realtà che ancora hanno gli ex Iacp, chi mantiene la potestà in capo ai Comuni, ecc. Noi in generale proponiamo di costituire delle “agenzie pubbliche del welfare” con un amministratore unico. Ma soprattutto ci vuole un organo di sorveglianza esterno: un consiglio di indirizzo che assicuri la partecipazione di tutti i soggetti, Regione, Comune, sindacati inquilini, ecc., deputati a svolgere un ruolo di controllo delle azioni svolte e di verifica dei risultati ottenuti. Per la Liguria immaginiamo un’unica agenzia che si dirama in unità operative di decentramento, al posto delle odierne quattro aziende».

    In merito alle misure previste dal Governo, il giudizio di Salvetti è sostanzialmente negativo: «I 400 milioni di euro per 12 mila alloggi da ristrutturare sono briciole. Nel piano di Renzi ci sono delle evidenti contraddizioni. Da un lato si destinano risorse al recupero degli immobili. Dall’altro si cerca di incentivare la vendita di alloggi. Ma in Italia non dobbiamo neppure ipotizzare di vendere le case popolari che già sono numericamente poche rispetto agli altri paesi europei. Con una percentuale pari al 4%, infatti, siamo la nazione con la minore quota di alloggi di edilizia residenziale pubblica, a fronte del 36% dell’Olanda, del 22% del Regno Unito e del 20% della media comunitaria. Al contrario l’iniziativa privata ha continuato a proliferare senza dare alcuna risposta alle persone bisognose di un tetto».

    Matteo Quadrone

  • Porto, sistema telematico: la situazione genovese, E-port e il modello Amburgo

    Porto, sistema telematico: la situazione genovese, E-port e il modello Amburgo

    porto-imbarchi-DIIn un contesto in cui assistiamo ad un graduale spostamento degli equilibri economici mondiali, sempre più sbilanciati a favore dell’Estremo Oriente – Asia in primis, con la Cina destinata a sostituire gli Stati Uniti, forse già nel 2018, come maggiore potenza economica del pianeta – tendenza che si riflette nei flussi economici (i dieci porti maggiori a livello globale sono nella stessa Cina e nel Middle East, mentre i tre più grandi porti europei movimentano complessivamente meno container rispetto a quanto faccia lo scalo di Shanghai da solo), l’Italia non è riuscita ad approfittare del vantaggio derivante dalla propria posizione geografica che ne dovrebbe fare l’approdo europeo naturale per le merci provenienti e destinate al Far East.

    “Considerando il volume di merci con origine/destinazione in Italia che transitano per i porti del Nord Europa, emerge come, con volumi superiori a 440 mila teus, il Northern Range possa essere considerato, in un certo senso, l’ottavo porto container italiano – scrivono Spediporto (la più importante associazione italiana delle “case di spedizione” protagoniste del mercato dell’import/export e del trasporto delle merci) e Assagenti (associazione agenti raccomandatari mediatori marittimi agenti aerei) in una relazione congiunta – La chiave di questa minore competitività sta nel concetto di rispetto dei tempi pianificati. Rispetto a Germania, Francia e Regno Unito i principali punti di debolezza del sistema logistico italiano appaiono quelli relativi alle infrastrutture e alla puntualità dei servizi. Il rapporto della World Bank colloca l’Italia al 24o posto nel ranking mondiale per performance logistica. La stessa classifica conta tra le prime dieci posizioni sei Paesi che aderiscono all’Unione Europea. Secondo alcune stime questa bassa collocazione in classifica costa all’Italia 40 miliardi di inefficienza logistica, un valore intorno al 2,5% del PIL”.
    Lo studio AT Kearney-Confetra che approfondisce il tema del vantaggio geografico dell’Italia per la movimentazione di container lungo la rotta Far East-Europa è in tal senso emblematico: “Considerando un’ipotetica tratta Singapore-Milano, nelle due varianti via Genova e via Anversa, emerge come, nonostante la posizione geografica favorevole del porto di Genova, che consentirebbe un risparmio di quasi 800 miglia marine (4 gg di navigazione), il transito attraverso lo scalo italiano implichi una maggiore variabilità nel tempo stimato per il trasporto (compreso fra 20 gg e 28 gg), rispetto allo scalo belga (minimo 25 gg, massimo 27 gg). In particolare, l’elemento discriminante, oltre alla tratta terrestre, sembra essere l’attraversamento del porto, che rappresenta un elemento di fragilità del sistema: attraversamento del porto di Genova (3 gg -11 gg); attraversamento del porto di Anversa (3 gg – 5 gg)”.

    porto-ferrovia-binari-containerCertezza e miglioramento dei tempi di uscita delle merci dal porto, dunque, sono gli elementi chiave sui quali focalizzare l’attenzione puntando ad una forte sburocratizzazione delle procedure ed alla de-materializzazione della documentazione a favore di sistemi informatici evoluti. «Gli operatori privilegiano sistemi logistici più efficienti anche qualora questo dovesse tradursi in tempi maggiori, purché certi – spiega Gian Enzo Duci, presidente Assagenti – Questa scelta consente loro una migliore e più efficace programmazione logistica. La telematizzazione del porto di Genova può aiutare il sistema ad essere più efficiente, oltre a ridurre del 75% i tempi di uscita delle merci dallo scalo. Abbiamo stimato che un abbattimento di questa portata equivalga a una moltiplicazione degli spazi fisici, quindi banchine e piazzali, di quasi un terzo rispetto alle strutture oggi esistenti a Genova».

    Spediporto e Assagenti si candidano per gestire direttamente il sistema telematico del porto di Genova “E-Port”

    Il sistema telematico del porto di Genova, il cosiddetto “E-port” dell’Autorità Portuale (AP) genovese, è una piattaforma informatica trasversale – affidata in gestione attraverso gara al gruppo AlmavivA (leader italiano nell’Information & Communication Technology) il quale si avvale della collaborazione di realtà esperte nel settore come ad esempio la Hub Telematica (partecipata, tra gli altri, da Spediporto e Assagenti) – che mette a servizio di soggetti terzi operanti in ambito portuale una serie di importanti funzionalità. Il primo modulo è stato inaugurato nel 2005, in seguito si sono sviluppati diversi componenti operativi di supporto che hanno fatto di E-port un progetto di rilevanza nazionale. Nel resto d’Europa il modello organizzativo prevalente prevede che simili sistemi informatici portuali siano gestiti da società in cui le varie categorie professionali sono soggetti attivi e partecipanti. Adesso Assagenti e Spediporto propongono di gestire loro in maniera diretta (con i conseguenti oneri economici a carico degli stessi privati) il sistema telematico portuale. «Pensiamo sia giunto il momento che le categorie dell’utenza portuale compiano un passo in avanti e sulla base di consolidati modelli gestionali affermati in Nord Europa si candidino alla gestione del sistema telematico del Porto di Genova – spiega Maurizio Fasce, presidente Spediporto – Negli anni abbiamo constatato difficoltà da parte di Autorità Portuale, che comunque rimarrebbe proprietaria di E-Port, a individuare soggetti gestori che sapessero associare alla manutenzione del sistema un’efficace capacità di sviluppo sempre allineata alle esigenze del mercato. La nostra proposta guarda all’Europa, ai suoi modelli e alle esigenze della merce, e vuole responsabilizzare direttamente le categorie ponendole in cabina di regia del sistema telematico, nulla di strano se si guarda a quello che avviene in Olanda e Germania dove già da decenni le associazioni dell’utenza portuale si vedono assegnare questo ruolo».
    «E-port rimarrà un sistema di proprietà pubblica (AP) gestito da un soggetto, noi immaginiamo di tipo consortile, che raccoglierà intorno a sé le migliori esperienze e le competenze specifiche patrimonio delle varie categorie professionali aggiunge Giampaolo Botta, direttore generale Spediporto – Spedizionieri e agenti marittimi ma in futuro auspichiamo che anche i terminalisti, con i quali abbiamo portato avanti buona parte dell’iniziativa, e gli autotrasportatori, entrino a far parte del disegno complessivo di riorganizzazione telematica del porto».

    D’altra parte, se il resto d’Europa viaggia spedito sotto il profilo della capacità di adattamento tecnologico alle esigenze di operatività delle merci «È perché molti Paesi hanno adottato dei modelli organizzativi più agili – sottolinea Botta, Spediporto – Qui in Italia, invece, se l’AP di Genova intendesse sviluppare in tal senso E-port dovrebbe prima affidare uno specifico incarico alla società gestrice, la quale a sua volta sarebbe tenuta ad avviare accertamenti e verifiche con tutte le realtà coinvolte, per arrivare alla redazione di un progetto ed infine alla sua autorizzazione. Insomma tempi piuttosto lunghi che si potrebbero evitare con un soggetto gestore consortile in grado di tradurre immediatamente le indicazioni in azioni concrete».

    Telecamera su GenovaIl modello è quello di Amburgo dove esiste da oltre trent’anni una società privata (Dakosy) – partecipata da tutte le componenti operative del porto – che ha saputo divenire dapprima elemento di sintesi tra operatori pubblici e privati, per poi proporsi come società a cui è stato affidato il compito di implementare sulla comunità portuale di Amburgo strumenti informativi e servizi tra operatori strettamente connessi all’efficientamento del modello operativo. «Oggi esistono diversi software scollegati uno dall’altro che inficiano la funzionalità del sistema informatico della Port Community System – spiega Duci, Assagenti – Grazie alla nostra gestione diretta di E-port sarà possibile eseguire tutte le operazioni burocratiche, amministrative e commerciali su un’unica piattaforma che consentirà la connessione tra tutti gli operatori portuali. L’onere economico di tale innovazione peserà su noi privati. Ma riteniamo che la comunità commerciale sarà disposta a pagare il prezzo per un sistema talmente innovativo».

    «Quanto si accinge a fare il porto di Genova è un esempio importante di sussidiarietà, un modello che vale per l’Italia – così il presidente dell’AP, Luigi Merlo, ha accolto il modello di gestione E-Port presentato da Assagenti e Spediporto (ANSA) – Sono contento che ci sia una comunità portuale che si candida a gestire il futuro. L’Autorità Portuale deve essere un soggetto facilitatore, non gestore. Se si vuole mettere al passo con l’Europa, l’Italia deve puntare su un modello per cui l’Autorità Portuale sia un soggetto più di governance e meno gestione. Purtroppo nel nostro Paese solo 4-5 porti oggi sono in grado di ragionare così».

    Le premesse alla proposta che agenti e spedizionieri hanno messo sul tavolo comprendono le esperienze attualmente in essere nel campo dell’IT portuale: preclearing o meglio lo “sdoganamento in mare”; Sportello Unico Doganale, con le sue programmate evoluzioni strutturali di eccellenza legate al Ped (punto di entrata designato) e al Peddino; telematizzazione delle procedure in uscita delle merci (dallo svincolo telematico all’informatizzazione dei varchi portuali) ed in entrata (preavviso di arrivo da parte dell’autotrasporto, procedure di accreditamento al varco, imbarco ed emissione polizza); per giungere infine ad un rinnovato sistema telematico E-port che sia sintesi, non solo operativa ma anche processuale, tra i sistemi di matrice privata e pubblica, come Aida (Agenzia delle Dogane), PMIS2 (Capitaneria di Porto), ecc.

    «Siamo partiti da un’iniziativa recentemente avviata come il preclearing – racconta Duci, Assagenti – in sostanza lo sdoganamento in mare traduce proceduralmente la necessità degli operatori economici e degli operatori portuali di vedere quanto più possibile anticipata la fase di presentazione/accettazione della dichiarazione doganale. Parliamo di una sperimentazione portata avanti da Agenzia delle Dogane e Capitaneria di Porto, sfruttando i sistemi satellitari di monitoraggio esistenti, che sta dando un forte impulso alla progressione del sistema portuale italiano verso un’ottimizzazione dei tempi di importazione delle merci, un’opportunità che le categorie intendono cogliere e sfruttare».
    Un altro strumento fondamentale che favorirà una ulteriore accelerazione delle procedure di importazione delle merci, una volta superata la fase autorizzativa doganale, sono gli svincoli telematici. Questo sistema, infatti, consentirà alle case di spedizione di stampare in house il buono di consegna ottemperando in tempo reale al pagamento di quanto dovuto all’agenzia marittima. «Si tratta di una sperimentazione che porterà alla completa de-materializzazione dei documenti cartacei a favore di supporti elettronici – continua Duci, Assagenti – Finora è un continuo passaggio di documentazione da un soggetto all’altro, ad esempio dall’agente marittimo (che ha in custodia la merce) allo spedizioniere, con un inevitabile allungamento dei tempi di uscita delle merci dal porto. La pratica degli svincoli telematici accorcerà i tempi e soprattutto li renderà sicuri. Anche attraverso la possibilità di eseguire pagamenti bancari elettronici».

    Il ruolo dell’Agenzia delle Dogane: servizi per l’interoperabilità e Sportello Unico Doganale

    porto-notte-DICome detto in precedenza il rinnovato E-port che si candidano a gestire spedizionieri e agenti marittimi è una soluzione che in tutte le sue molteplici sfaccettature si pone l’obiettivo di essere complementare agli altri sistemi telematici pubblici quale elemento di sintesi tra il momento pubblico e il momento privato. L’Agenzia delle Dogane, ad esempio, ha un proprio sistema di gestione delle dichiarazioni doganali – il sistema Aida – che abbina le attività di operatori, sia portuali sia del territorio, con le operazioni doganali, e consente delle procedure di accesso e colloquio con il singolo operatore coinvolto. «E-port si collegherà con il sistema doganale – spiega Claudio Monteverdi, Agenzia delle Dogane, responsabile ufficio di Genova – però è auspicabile che esso comprenda tutti gli operatori. Attualmente non è così. Alcuni soggetti utilizzano altri sistemi che comunque devono rapportarsi con l’Agenzia delle Dogane. In ottica futura l’accoppiamento dei nostri servizi per l’interoperabilità (Aida) con la nuova piattaforma E-port potrebbe fornire l’informazione più corretta possibile sull’esatta posizione della merce, garantendo una velocizzazione dei tempi di uscita dal porto».

    Tuttavia, il vero salto di qualità per ridurre i tempi di svincolo delle merci e i costi a carico di enti pubblici e imprese, sarà la completa realizzazione dello Sportello Unico Doganale, del quale si parla da anni ma ancora si attende di vederne l’effettiva funzionalità. Oggi per effettuare un’operazione di import/export gli operatori debbono presentare, oltre alla dichiarazione doganale, fino a 68 istanze ad altre 18 amministrazioni, trasmettendo ad ognuna informazioni e dati spesso identici, o simili nella sostanza, per ottenere le autorizzazioni, i permessi, le licenze ed i nulla osta necessari, nella grande maggioranza dei casi rilasciati su carta. Per queste ragioni, già nel 2003, l’Agenzia delle Dogane propose la norma istitutiva dello Sportello Unico Doganale, inserita poi nella legge finanziaria per il 2004. Lo Sportello Unico Doganale è stato attivato a luglio 2011 con le modalità transitorie previste dal decreto attuativo dello Sportello Unico Doganale (DPCM 242/2010), in attesa del completamento del “dialogo telematico” tra tutte le amministrazioni coinvolte nel processo di sdoganamento che dovrà concludersi entro luglio 2014. Il DPCM di fatto obbliga le 18 amministrazioni ad integrare i processi di competenza, di cui rimangono titolari, per offrire alle imprese un’interfaccia unitaria che, a regime consentirà: la richiesta, il controllo e lo “scarico” delle certificazioni/nulla osta/autorizzazioni per via telematica (art. 3); la “digitalizzazione” dell’intero processo di sdoganamento, compresi i segmenti di controllo di cui sono titolari amministrazioni diverse dall’Agenzia delle Dogane (art. 4). Finora è stata avviata l’interoperabilità tra l’Agenzia delle Dogane e il Ministero della Salute – considerato che i controlli sanitari e veterinari rappresentano circa l’80% del totale – ma lo strumento dovrà essere al più presto utilizzato anche dagli altri 17 enti coinvolti, a vario titolo, nelle verifiche delle operazioni di import/export.

    Lo Sportello Unico Doganale si affaccia – sebbene in versione limitata – all’interno dello scenario del porto di Genova grazie al protocollo di intesa siglato tra Agenzia delle Dogane, USMAF (Uffici Sanità Marittima Aerea e di Frontiera, strutture direttamente dipendenti dal Ministero della Salute dislocate sul territorio nazionale) e PIF (Posti di Ispezione Frontaliera), divenuto effettivo a partire dall’11 dicembre 2013. Per assicurare il massimo della sua efficienza operativa, però, sono necessarie le seguenti condizioni, come scrivono Spediporto e Assagenti nella loro dettagliata relazione: “Estensione a tutti gli uffici di Presidio del coordinamento operativo e funzionale che ad oggi vede l’esclusivo coinvolgimento di USMAF e Veterinario; realizzazione delle programmate evoluzioni strutturali di eccellenza legate nel Porto di Genova al Ped (Porto Vecchio) ed al Peddino (Porto di Voltri); garanzia di uniformità operativa degli orari degli uffici di presidio e dell’Agenzia delle Dogane al fine di garantire, in fase di verifica, il contemporaneo controllo di tutte le autorità chiamate per legge alla fase ispettiva”.
    «Lo Sportello Unico Doganale è lo strumento che sta a monte dello svincolo delle merci e può incidere in maniera significativa sulla velocità dell’intero processo logistico – sottolinea Monteverdi, ufficio dell’Agenzia delle Dogane di Genova – Allo stato attuale lo sportello funziona a regime ridotto. Ci sono alcune problematiche relative al Ministero della Salute, in particolare per quanto concerne gli orari di apertura degli uffici, oggi incompatibili con quelli doganali. La Sanità Marittima ha tempi più stretti e risorse limitate di personale. E gli operatori privati lamentano la mancata corrispondenza tra queste due attività».
    «Quello che stiamo scontando è l’assenza dello Sportello Unico Doganale – afferma Botta, Spediporto – è un disegno positivo di cui si stanno costruendo soltanto i primi pezzi. Lo sportello prevede un coordinamento operativo e gestionale, anche sotto il profilo informatico, che coinvolge numerose amministrazioni pubbliche chiamate a cooperare. Ad oggi non è ancora funzionale perché gli enti pubblici difendono le proprie singole peculiarità ostacolando così l’evoluzione del progetto».
    Eppure un’iniziativa quale lo sdoganamento in mare – adeguatamente collegata allo Sportello Unico Doganalepotrebbe essere decisiva in prospettiva futura. «Con il preclearing la dichiarazione doganale può essere presentata fino a 48 ore prima dell’arrivo della nave – spiega Monteverdi, Agenzia delle Dogane – L’operatore conosce già il tipo di controllo doganale al quale sarà sottoposto e sa come organizzarsi per una determinata verifica. Insomma ha due giorni di tempo per organizzare il trasporto e di conseguenza il ritiro della merce. Dal punto di vista del Ministero Salute, però, lo sdoganamento anticipato complica le loro operazioni. Secondo le norme che regolano la Sanità Marittima, infatti, la merce deve essere in banchina per concludere i controlli. Questi tempi in alcuni casi vanificano l’utilità delle 48 ore guadagnate».
    «Lo sdoganamento in mare è un esempio calzante del mancato coordinamento tra amministrazioni e dell’assenza di obiettivi condivisi tra pubblico e privati – accusa Botta, Spediporto – Parliamo di un processo volto a facilitare il business con benefici oggettivi per tutta la filiera. Peccato che essi siano vanificati quando la Sanità Marittima, deputata ai singoli controlli per il rilascio del nullaosta sanitario (elemento che precede la dichiarazione doganale), è soggetta al vincolo della presenza della nave in porto affinché sia possibile completare la procedura».
    Il nodo delle tempistiche diverse, dunque, va risolto a livello politico. La Sanità Marittima è il punto più importante perché assume la rilevanza dei controlli in molti campi. Un rallentamento sulle verifiche sanitarie significa un rallentamento generale. Il problema è anche numerico visto che nel porto di Genova la presenza in loco di medici e tecnici fitosanitari è ridotta al lumicino, e spesso il personale sanitario deve partire da uffici dislocati per eseguire le proprie mansioni sulle banchine di Sampiardarena o Voltri.
    «La soluzione individuata per risolvere tali criticità è la realizzazione di un centro unificato di verifica portuale, sia nel porto di Sampierdarena sia nel porto di Voltri, i cosiddetti Ped e Peddino – spiega ancora Monteverdi, Agenzia delle Dogane – La filosofia è quella di far confluire, in un contesto unico, tutte le verifiche sulle merci: doganali, sanitarie, ambientali, ecc. Così un container potrà essere aperto una volta soltanto per eseguire i controlli necessari». Il progetto, finanziato da AP e Regione Liguria, dovrebbe essere già in fase di redazione. Per gli operatori “È urgente pervenire alla fase di realizzazione strutturale e di definizione delle linee analitiche da importare all’interno della struttura – scrivono Spediporto e Assagenti – Sul punto le categorie chiedono maggiore incisività all’azione dell’Autorità Portuale che pare in difficoltà nella fase di messa a cantiere dell’opera“.
    «Quando tutti questi tasselli andranno al loro posto per l’intero processo logistico del porto di Genova i miglioramenti saranno evidenti – conclude Botta, Spediporto – E finalmente potremo colmare il gap con il resto d’Europa».

     

    Matteo Quadrone

  • Regione Liguria, riforma della Legge Urbanistica e piano territoriale regionale

    Regione Liguria, riforma della Legge Urbanistica e piano territoriale regionale

    Guido Guardavaccaro
    di Guido Guardavaccaro

    Nel febbraio scorso (04-02-2014) la Giunta della Regione Liguria ha approvato la proposta di adeguamento della Legge urbanistica della Liguria con il dichiarato intento di rivisitare, in un’ottica di razionalizzazione, sia alcuni contenuti degli strumenti di pianificazione del territorio previsti ai diversi livelli – regionale, provinciale e comunale, con la contestuale introduzione della pianificazione della Città Metropolitana (qui l’intervista al sindaco Marco Doria) – sia, soprattutto, le procedure di formazione di tali piani. Il ddl di riforma della vigente L.R. n. 36/1997 e s.m. (Legge urbanistica regionale) è stato predisposto in parallelo all’elaborazione del PTR (Piano Territoriale Regionale) in corso di ultimazione.
    Dietro la legittima esigenza di ridurre i piani territoriali sovra comunali e semplificare i procedimenti amministrativi, tuttavia, si nasconde il rischio di un minore coinvolgimento dei cittadini e dunque di un minore controllo da parte loro sulle scelte fondamentali che riguardano la trasformazione di un territorio già di per sé fragile, ma nonostante ciò pur sempre meta prediletta di chi nella cementificazione cerca la via più veloce per arricchirsi.

    “L’attuale assetto istituzionale troppo articolato e sovrapposto, l’eccesso di pianificazione e di sovrapposizione tra i piani, un pesante sistema di vincoli, alcuni imposti da leggi nazionali, ma moltissimi frutto della pianificazione territoriale generale e di settore – PTCP (Piano territoriale di coordinamento provinciale) e Piani di Bacino – la crescente debolezza del livello locale rispetto alla complessità delle valutazioni tecnico-amministrative e la conseguente lentezza dei procedimenti, rendono la Liguria, allo stato attuale, poco attrattiva per gli investimenti sia di capitale interno che, soprattutto, di capitale esterno”, così si legge in un documento redatto nel maggio 2013 da Gabriele Cascino, assessore regionale alla Pianificazione Territoriale e Urbanistica. L’assessore Cascino sottolinea come il disegno di legge punti a razionalizzare la formulazione dei nuovi PUC-Piani urbanistici comunali «Oltre sedici anni di operatività della legge regionale 36/1997 hanno messo in evidenza l’inadeguatezza delle procedure amministrative per l’approvazione dei piani urbanistici dei Comuni, caratterizzate dalla farraginosità dei molteplici passaggi e dalla sovrapposizione della valutazioni di Regione, Province e enti coinvolti, oltreché progressivamente superate dalle normative sopravvenute, specie per quanto riguarda la Valutazione ambientale strategica (VAS) dei Piani in applicazione delle direttive comunitarie».
    Dopo l’approvazione in Giunta adesso il ddl sta seguendo il consueto iter nella commissione consiliare competente della Regione Liguria (Commissione VI Territorio e Ambiente) con l’audizione dei vari soggetti interessati (sia istituzionali, sia rappresentativi delle componenti sociali e produttive) che hanno l’opportunità di presentare osservazioni in merito.

    L’associazione ambientalista Italia Nostra, recentemente audita in sede regionale, dopo aver premesso di esser favorevole all’opzione “consumo di suolo zero”, ha evidenziato la principale criticità insita nella proposta di riforma della Legge urbanistica regionale (LUR). «Bisogna distinguere i due aspetti: burocrazia da un lato e tutela dall’altro – spiega Roberto Cuneo, presidente di Italia Nostra Liguria – Ovvero i passaggi burocratici si possono anche semplificare e/o ridurre, ma non a scapito del processo democratico. Nella nuova versione, invece, la LUR non è sufficientemente attenta ad incentivare la partecipazione dei cittadini. Infatti si pensa più all’informazione che alla partecipazione, quest’ultima intesa quale vero ascolto delle opinioni della popolazione in fase di redazione dei piani e non come mera illustrazione di una pianificazione già stabilita, come purtroppo spesso accade».

    La pianificazione territoriale di livello regionale

    castelletto-oregina-circonvallazione-monteIl Piano Territoriale Regionale (PTR) andrà a sostituire gli attuali 6 piani territoriali regionali ed insieme ai Piani di Bacino – da rivedere e coordinare con la pianificazione urbanistica – costituirà il riferimento per la pianificazione dei Comuni, con diversificati livelli di efficacia e norme di flessibilità che lo rendano adeguabile alle esigenze della pianificazione comunale, senza che questo comporti complessi e discrezionali processi valutativi che caratterizzano attualmente la gestione delle varianti al PTCP.
    «Se la Regione assume un ruolo di guida, considerando che in Liguria abbiamo numerosi Comuni e spesso di piccole dimensioni, per noi non è un fatto negativo – spiega Cuneo, Italia Nostra Liguria – Sempre che sia garantita la massima trasparenza».

    Dalla riformulazione dei contenuti dell’articolo 11 della LUR (prevista nell’articolo 11 del ddl) relativo al quadro strutturale, si evincono i connotati essenziali che contraddistinguono il PTR come Piano sia strategico, sia di riferimento fondamentale per l’assetto paesaggistico, urbanistico ed infrastrutturale del territorio ligure, con l’individuazione anche degli ambiti territoriali e degli interventi di rilevanza strategica da attuare con progetti da svilupparsi e da approvarsi da parte della Regione.
    Vediamo nel dettaglio l’articolo 11 (Quadro strutturale), comma 3: “Il quadro strutturale stabilisce, sulla base delle pertinenti articolazioni territoriali e tematiche: a) la disciplina di tutela, salvaguardia, valorizzazione e fruizione del paesaggio in ragione dei differenti valori espressi dai diversi contesti territoriali che lo costituiscono; b) le indicazioni sulla suscettività d’uso del territorio, con specificazione degli obiettivi da perseguire, delle funzioni compatibili e dei criteri per la disciplina degli interventi; c)per quanto di livello regionale, le infrastrutture per la mobilità, l’approvvigionamento energetico, le discariche, gli impianti ecologici, tecnologici e speciali, nonché le strutture della grande distribuzione commerciale; d) il sistema della portualità commerciale e la localizzazione dei porti turistici; e) la localizzazione dei servizi di scala regionale quali sedi universitarie e grandi impianti di tipo ospedaliero, sportivo, ricreativo e fieristico. Il comma 4 specifica: “Con riferimento ai contenuti di cui al comma 3, il quadro strutturale può individuare ambiti, aree ed interventi di interesse regionale i cui progetti sono promossi, adottati ed approvati dalla Regione mediante ricorso alla procedura di cui all’articolo 16bis ovvero mediante accordo di pianificazione di cui all’articolo 57″.

    L’articolo 13 riguarda l’efficacia del PTR; al comma 1 si legge: “Le previsioni contenute nel PTR possono assumere i seguenti livelli di efficacia di: a) linee guida e di indirizzo della pianificazione territoriale di livello provinciale e comunale nonché delle politiche di settore aventi implicazioni territoriali e previsioni di orientamento ad efficacia propositiva, il cui mancato recepimento, totale o parziale, comporta l’obbligo di specificarne la motivazione; b) prescrizioni che impongono alla Città Metropolitana ove costituita, alle Province ed ai Comuni l’obbligo di adeguamento dei rispettivi piani entro un congruo termine a tal fine stabilito dal piano stesso, comprensive della relativa disciplina transitoria operante fino al loro adeguamento ed avente immediata prevalenza sulle diverse previsioni dei PUC; c) con esclusivo riferimento ai contenuti di cui all’articolo 11, comma 3, lettera a), e comma 4, prescrizioni e vincoli che prevalgono immediatamente sulle previsioni dei piani provinciali e comunali sostituendosi ad esse“.

    Infine si evidenzia che l’articolo 17 del ddl inserisce un nuovo articolo 16 bis della LUR (Progetti in attuazione del PTR di approvazione regionale) per prevedere la promozione ed approvazione – da parte della Regione – di progetti, a scala urbanistica (PUO-Progetti urbanistici operativi) o edilizia, per l’attuazione degli ambiti, delle aree o degli interventi individuati dal PTR come di interesse regionale.
    Leggiamo il comma 3 dell’articolo 16 bis: “I progetti sono adottati dalla Giunta regionale, anche su proposta della Città Metropolitana ove costituita, delle Province e degli Enti locali interessati…”. Mentre il comma 4 aggiunge: “Tali progetti sono approvati con deliberazione della Giunta regionale, sentito il Comitato tecnico regionale per il territorio, nei successivi novanta giorni dal ricevimento dei pareri ed assensi previsti dalla vigente legislazione in materia. Il provvedimento di approvazione è comprensivo del rilascio dell’autorizzazione paesaggistica della Regione e dalla VAS ove prescritta ai sensi della l.r. 32/2012 e s.m. ed ha valore di titolo edilizio“.

    Paolo Baldeschi, professore di urbanistica dell’Università di Firenze e studioso del paesaggio, manifesta parecchia perplessità a proposito di questa innovazione: “...I progetti sono di esclusiva competenza della Giunta, mentre il Consiglio non ha voce in capitolo, né tanto meno gli enti locali e i cittadini di cui non si prevede alcuna forma di partecipazione. La Giunta potrà così decidere in esclusiva su inceneritori, impianti di smaltimento di rifiuti, centrali di produzione energetica, bretelle stradali, ma anche porti, ospedali, carceri: insomma, tutto quello che non rientra direttamente nelle grandi opere della Legge obiettivo“. E i Comuni? Si domanda ancora il prof. Baldeschi: “…devono subire (ammesso che sia vero) i progetti della Giunta, ma allo stesso tempo riacquistano una pressoché totale autonomia nella pianificazione locale con due semplici mosse – scrive Baldeschi sul sito web specializzato in urbanistica, politica e società “Eddyburg” (www.eddyburg.it) – La prima: mentre nella legge vigente le prescrizioni del PTR dovevano essere recepite da Province e Comuni, pena l’esercizio di poteri sostitutivi, questa fondamentale clausola è scomparsa nella proposta. Non è chiaro, perciò, cosa avverrà qualora i Comuni non adeguino disciplina o previsioni del Piano urbanistico comunale (PUC) entro il termine fissato… La seconda: né Regione né Provincia, né Città metropolitana eserciteranno più alcuna forma di controllo sul Piano urbanistico operativo (PUO), lo strumento conformativo degli usi del suolo in cui si coagulano gli interessi privati e le pressioni speculative. Se ora la Provincia può annullare un PUO non conforme alle prescrizioni regionali o provinciali, in futuro le istituzioni sovraordinate si troveranno inermi rispetto a un Piano operativo che ignori le disposizioni del PTR, del Piano provinciale e dello stesso Piano comunale“.

    La pianificazione territoriale di livello comunale

    Secondo le norme della legge del 1997 i Comuni difficilmente riuscivano a concludere il procedimento di approvazione del Piano urbanistico in quattro anni, ed in molti casi neppure sei-sette anni erano sufficienti. «Tutto questo a causa del fatto che la legge urbanistica in vigore obbliga il Comune a redigere due piani urbanistici, prima quello preliminare e poi quello definitivo, ma in pratica senza alcuna effettiva differenza, con un conseguente ed inutile raddoppio di tutte le delibere e delle fasi di pubblicità e partecipazione dei cittadini – spiega l’assessore regionale Cascino – Al punto che la ripetizione dei procedimenti e delle fasi di valutazione da parte di Regione e Provincia anziché costituire momento di effettiva conoscenza e partecipazione, diventa spesso un motivo di confusione e disorientamento. La complessità e l’elevato costo del procedimento amministrativo è uno dei motivi per cui la Legge urbanistica del 1997 non ha avuto particolare successoaggiunge Cascino – considerato che in 17 anni poco meno del 40% dei Comuni liguri sono riusciti a dotarsi del Piano urbanistico comunale».
    La novità più significativa contenuta nel ddl consiste, dunque, nell’eliminazione dell’attuale articolazione del procedimento di formazione del PUC nelle due distinte fasi, con l’introduzione, invece, di un procedimento unico, assicurando, al contempo, la necessaria integrazione con le procedure di Valutazione ambientale strategica (VAS).

    Le nuove modalità di formazione del Piano urbanistico comunale prevedono poi il ricorso alla Conferenza di Servizi che «Permetterà al Comune di poter dialogare direttamente con la Regione Liguria e gli altri Enti, agevolando le fasi di illustrazione e valutazione del Piano e coordinando in un unico procedimento sia la fase di valutazione degli impatti ambientali del piano che quella dell’esame di merito del progetto urbanistico», sottolinea Cascino.
    Italia Nostra Liguria, però, contesta tale scelta «Con l’inserimento della Conferenza dei sevizi viene di fatto esclusa definitivamente la partecipazione dei cittadini e delle associazioni rappresentative di interessi collettivi e diffusi, trasformando la gestione territoriale ed urbanistica in una questione prettamente politica (Giunta) con un Consiglio comunale messo ai margini. Le Conferenze dei servizi, infatti, negli anni recenti sono state spesso utilizzate in modo improprio, rappresentando una semplice operazione di superamento dei vincoli posti dalla pianificazione».

    Inoltre, per tenere conto della differente complessità tra i Comuni di maggiore dimensione e quelli minori, è stata introdotta la figura del Piano urbanistico semplificato (vedasi il nuovo articolo 38 bis del ddl), caratterizzato dall’assenza di previsioni di trasformazione del territorio (distretti di trasformazione) e prevalentemente rivolto alla conservazione ed al recupero del patrimonio edilizio esistente (che sia conforme ai piani territoriali di livello sovracomunale), con conseguente riduzione dei costi per la sua elaborazione ed utilizzo dei sistemi informativi territoriali messi a disposizione gratuitamente dalla Regione Liguria anche per quanto riguarda le verifiche ambientali.

    Anche per le varianti ai PUC «Sono stabilite regole chiare per superare la vigente normativa che, con l’espressione tecnica degli “aggiornamenti”, consentiva ai Comuni di apportare modifiche al Piano urbanistico senza alcuna forma di pubblicità e partecipazione dei cittadini – spiega ancora l’assessore regionale Cascino – Le nuove norme stabiliscono confini precisi tra le varianti che i Comuni possono apportare con un procedimento più rapido, ma comunque caratterizzato dall’evidenza pubblica, rispetto alla varianti sostanziali al piano che seguono lo stesso procedimento di approvazione del PUC».
    Con riferimento alle procedure di variazione del PUC si segnala innanzitutto che nella riformulazione dell’articolo 43, commi 1 e 2 della LUR (prevista nell’articolo 47 del DDL) è stato meglio definito l’istituto dei “margini di flessibilità” del PUC, in base al quale è consentito – a fronte della predefinizione delle condizioni delle cosiddette “non varianti” – di attuare direttamente gli interventi che rientrano in tali margini, senza ricorso né ad aggiornamenti del PUC, né tantomeno, a sue variazioni.
    Italia Nostra Liguria ritiene decisamente negativa questa previsione «Si riducono le varianti di piano a favore di maggiori margini di flessibilità, riducendo però il controllo sul territorio da parte dei cittadini – spiega il presidente Roberto Cuneo – in tale prospettiva saranno gli uffici comunali a decidere, neppure gli organi politici, e questo è assai pericoloso».

    Va sottolineato che nel nuovo comma 3 del nuovo articolo 43 il campo di applicazione della procedura di aggiornamento del PUC è stato definito in modo più oggettivo e, di conseguenza, l’ambito di applicazione delle vere e proprie varianti del PUC risulta individuato in via residuale. In particolare sono state ricomprese in tale procedura le modifiche relative alla tipologia dei servizi pubblici di livello comunale (sempreché i relativi vincoli siano ancora operanti) nonché quelle volte alla localizzazione di nuovi servizi pubblici, le modifiche di adeguamento ad atti legislativi, di programmazione e di indirizzo statali o regionali, le modifiche della disciplina urbanistico-edilizia degli ambiti di conservazione, di riqualificazione e di completamento nonché dei distretti di trasformazione purché non comportanti l’individuazione di nuovi distretti di trasformazione e l’incremento del carico urbanistico complessivo già previsto dal PUC.

    Con riferimento alla struttura ed ai contenuti del PUC vanno segnalate, in particolare, le innovazioni relative all’aggiornamento della disciplina dei territori di produzione agricola, di presidio ambientale e dei territori prativi, boschivi e naturali, in coerenza ed in raccordo con i contenuti della pianificazione territoriale di livello regionale, metropolitano e provinciale, come delineati dal presente ddl (vedasi i nuovi articoli 35, 36 e 37 della LUR previsti negli articoli 37,38 e 39 del ddl): in proposito si sottolinea che al PUC viene demandata la fissazione della specifica disciplina urbanistica e paesistica a livello locale degli interventi ivi ammessi, nel rispetto dei connotati peculiari di tali territori ridelineati dal ddl.
    «In queste aree l’aspetto edilizio e di trasformazione del territorio assume un rilievo maggiore rispetto a quanto già previsto nella LUR – afferma Italia Nostra Liguria – Inoltre viene a mancare l’identificazione di aree esclusivamente destinate a protezione ambientale. Noi chiediamo di inserire normative che garantiscano maggiore tutela per le residue aree non urbanizzate di interesse ambientale e per le aree agricole urbane e periurbane».
    In Liguria ci sono ancora molti territori agricoli all’interno di aree edificate «Siti che non devono essere modificati – aggiunge il presidente dell’associazione ambientalista, Roberto Cuneo – Occorre più tutela e meno libertà ai Comuni di modificare. Questa è una legge che dovrebbe avere la finalità di salvaguardare il territorio seguendo le indicazioni politiche che vengono dall’Europa – conclude Cuneo – In tal senso auspichiamo che le nostre osservazioni, come quelle di altri, possano essere utili per realizzare una buona legge».

     

    Matteo Quadrone

  • Terzo Valico: grande opera, poco lavoro. Quante sono le aziende genovesi?

    Terzo Valico: grande opera, poco lavoro. Quante sono le aziende genovesi?

    demolizione-palazzo-pontedecimo-via-pieve-di-cadore-terzo-valicoA Trasta, Val Polcevera, nell’ex sottostazione elettrica delle Ferrovie in via Polonio, prosegue la costruzione del villaggio con 400 casette prefabbricate che ospiteranno altrettanti operai “foresti” prossimamente impegnati nei cantieri per la realizzazione del Terzo Valico ferroviario, opera finanziata con soldi pubblici (6,2 miliardi di euro) della quale, tuttavia, è difficile conoscere i dati ufficiali in merito all’effettivo impiego di manodopera locale e non, ma anche i nomi e la provenienza delle ditte alle quali il consorzio di imprese Cociv (Consorzio collegamenti integrati veloci, oggi composto da gruppo Salini-Impregilo al 64%, Società Italiana per Condotte d’Acqua al 31% e Civ S.p.A al 5%) – general contractor, ovvero soggetto unico gestore degli appalti – ha affidato parte dei lavori, in corso di svolgimento, del primo lotto costruttivo (sei lotti complessivi) del Terzo Valico dei Giovi. Un campo base è previsto pure in località Maglietto (nel Comune di Campomorone in Val Verde), dove presumibilmente saranno ospitati circa 200 lavoratori fuori sede, mentre l’area della Biacca a Bolzaneto ha di recente cambiato destinazione trasformandosi da campo base a deposito di materiali semilavorati e attrezzature, previo stoccaggio di circa 70 mila metri cubi di terra di scavo (qui l’approfondimento di Era Superba e il ricorso al Tar presentato dagli abitanti).

    Nonostante diversi tentativi, la società di comunicazione a servizio del Cociv (Chiappe Revello Associati s.r.l.) non ci ha ancora fornito il prospetto con l’elenco delle imprese appaltatrici trincerandosi dietro la mancanza delle autorizzazioni previste (da parte di RFI, società del gruppo Ferrovie dello Stato S.p.A., committente dell’opera, e dello stesso Cociv) a diffondere informazioni che a rigore di logica dovrebbero essere pubbliche già da un pezzo. Ricordiamo che il general contractor può dare in affidamento diretto in forma di subappalto il 40% delle opere, mentre per il 60% è prevista la procedura a evidenza pubblica con bando di gara internazionale. Per accorciare i tempi delle operazioni i lavori del primo lotto sono tutti compresi nel 40% di affidamento diretto: in pratica è il general contractor a decidere a chi affidare – tramite procedure negoziate – l’esecuzione dei lavori .

    Le presunte ricadute occupazionali – soprattutto sul territorio ligure e genovese – sono sempre state enfatizzate dai maggiori sponsor istituzionali della grande opera, in primis dall’assessore regionale alle Infrastrutture, Raffaella Paita, che in questo senso, proprio una settimana fa, ha annunciato «I dipendenti di Metrogenova licenziati dopo l’ultimazione dei lavori della metropolitana (una trentina, ndr) sono stati chiamati dal Cociv per il Terzo Valico. L’attenzione al lavoro locale è doverosa – ha aggiunto Paita – Anche segnali come questo devono essere d’incentivo e di stimolo per continuare. Stiamo parlando di una grande infrastruttura in grado di dare risposte precise in termini di occupazione a un territorio particolarmente provato dalla crisi». A dire il vero, da quel che si riesce a comprendere, almeno finora tale affermazione pare essere smentita dai fatti. Secondo i sindacati, infatti, al momento sarebbero impegnati nei cantieri complessivamente circa 200-250 lavoratori nelle ipotesi più ottimistiche, tra personale amministrativo, tecnici ed operai (circa 50-60 unità), di cui pochissimi residenti a Genova. Le aziende appaltatrici locali dovrebbero contarsi sulle dita di una mano. D’altra parte l’unico intervento importante sul fronte genovese del valico sarebbe quello relativo all’esecuzione delle gallerie Borzoli-Erzelli e delle opere di completamento all’aperto della nuova viabilità tra via Borzoli-via Erzelli e via Chiaravagna, lavori affidati ad un raggruppamento di imprese composto dalla società napoletana Cipa S.p.A. (capogruppo) e dalla società genovese Pamoter s.r.l. Per altri interventi minori, come quello riguardante il cantiere di Fegino, alcune fonti riferiscono dell’avvenuto affidamento ad un paio di imprese genovesi ma, ad oggi, i lavori sarebbero pressoché fermi.

    I numeri sull’occupazione prevista

    terzo valico trasta2Ma inizialmente quali erano i numeri del possibile assorbimento occupazionale legato alla realizzazione della grande opera ferroviaria? Le stime più recenti le troviamo nell’edizione del “Giornale della Giunta” della Regione Liguria del 10 aprile 2013, dove a tal proposito si leggeva: “Il Terzo Valico porterà in dote lavoro per 4000 persone. È quanto emerso dalla riunione tecnica tra le istituzioni locali, il Cociv, e le organizzazioni sindacali e dei costruttori. Ma ci vorrà del tempo, circa tre-quattro anni, per arrivare a queste cifre: intanto si comincerà con circa 200 lavoratori entro fine anno (2013, ndr) per arrivare a 300 nel 2014 e giungere appunto al picco nel 2015 e 2016“. Ma visti i ritardi nei lavori non è detto che il traguardo venga raggiunto nei tempi.

    Sei mesi prima – precisamente l’11 ottobre 2012 – un protocollo d’intesa sottoscritto da Regione Liguria, Cociv e sindacati confederali Cgil, Cisl e Uil, stabiliva di “…prestare particolare attenzione al problema delle infiltrazioni mafiose, grazie all’osservatorio regionale sui contratti pubblici e al protocollo sulla legalità in via di sottoscrizione con la Prefettura di Genova; di assumere in via prioritaria manodopera locale; attivare un presidio sanitario nei pressi del cantiere per garantire la sicurezza sul lavoro; di istituire un servizio mensa ad opera di Cociv per i lavoratori e le imprese affidatarie, coinvolgendo i servizi di ristorazione locali”. Il protocollo – in merito all’occupazione – specificava la necessità di “…privilegiare, nel rispetto di tutte le norme di legge, di contratto e di accordo, aziende e manodopera del territorio attraverso la verifica delle professionalità richieste; le assunzioni saranno rivolte a lavoratori espulsi dal circuito lavorativo anche attraverso percorsi di riqualificazione professionale; prevedere nei contratti di appalto e subappalto l’integrale recepimento del presente protocollo”.

    Il j’accuse del presidente di Ance Genova

    Su circa 480 milioni di euro complessivi del primo lotto costruttivo del Terzo Valico, Cociv finora ha appaltato pochissime decine di milioni, soprattutto sul fronte piemontese. Eppure sono questi gli unici lavori appetibili per le imprese locali. «Ma finora la ricaduta sull’occupazione è stata davvero minima – spiega Federico Garaventa, presidente Ance Genova (Associazione nazionale dei costruttori edili) – Tutti a parole dicono che deve essere favorito l’incremento del lavoro sul territorio ma le procedure guarda caso vanno nella direzione opposta».

    Per la parte di opere propedeutiche affidate in via diretta con gare negoziate «Noi come Ance ci siamo prodigati a fornire una lista di aziende locali che sono tuttora all’attenzione del Cociv – continua Garaventa – Ad oggi, però, le imprese genovesi appaltatrici secondo le informazioni in nostro possesso sono soltanto 2-3. Ci auguriamo che anche altre realtà locali possano partecipare agli interventi del primo lotto che dovrebbero essere appaltati e poi avviati nei prossimi mesi». Per quanto riguarda, invece, la quota di opere (il 60%) da affidare necessariamente con procedure internazionali, probabilmente quelli relativi al secondo lotto costruttivo «Le imprese liguri e genovesi non sono adeguatamente attrezzate per concorrere – sottolinea Garaventa – Parliamo di lavori complessi in galleria a cui potranno ambire pochissime imprese italiane e nessuna locale».

    Ma il presidente di Ance Genova lancia un vero e proprio j’accuse all’odierna disciplina del general contractor in Italia «Un conto è affidare la gestione di una grande opera al general contractor, altro discorso è se lo Stato abdica completamente alla sua funzione di controllo lasciando mano libera a tale soggetto che così bada esclusivamente al proprio interesse di impresa». Ma non va dimenticato che lo stesso affidamento diretto – senza una gara a evidenza pubblica – ad un soggetto unico gestore degli appalti (general contractor), ha suscitato le critiche dell’Unione Europea all’Italia perché non ha garantito l’apertura al mercato e alla concorrenza. E sovente tale scelta ha comportato un risultato di non economicità: opere che dovevano essere già terminate sono ancora in corso di realizzazione e nel frattempo i costi sono ampiamente lievitati (vedi la nostra precedente inchiesta del 2012 sul Terzo Valico dei Giovi). Poi Garaventa rincara la dose «Vista l’esperienza di altri colleghi impegnati nella realizzazioni di simili grandi infrastrutture non so neppure quanto sia conveniente aggiudicarsi gli appalti, considerando che spesso le aziende appaltatrici finiscono con le gambe all’aria. La normativa attuale, infatti, prevede un pesante squilibrio a favore del general contractor. Con la scusa che il soggetto unico sta appaltando con soldi pubblici, in buona sostanza può decidere il prezzo che vuole. È evidente che se il general contractor appalta sotto costo le imprese rischiano di non stare dentro a quelle cifre». Quindi, piuttosto che rinunciare al lavoro in un periodo di crisi nera, partecipano lo stesso, cercando di risparmiare magari sulla manodopera e sulla qualità dei materiali, con conseguenze immaginabili quali ritardi nell’esecuzione degli interventi e contenziosi giudiziari, quando va bene, fallimento delle aziende quando va male.

    La posizione dei sindacati

    I sindacati all’unisono denunciano l’andamento troppo lento dei cantieri e chiedono al consorzio Cociv di rispettare il protocollo d’intesa a tutela della manodopera locale, sottoscritto nell’ottobre 2012. «Per il momento le notizie che abbiamo descrivono una realtà che vede, dal punto di vista temporale, i flussi di manodopera previsti traslati di almeno sei mesi – racconta Fabio Marante, segretario generale Cgil Fillea Genova – Non arriviamo neppure a 250 lavoratori attualmente impiegati in tutti i cantieri propedeutici del Terzo Valico. Si tratta di un campione non rappresentativo, per questo motivo ancora non c’è stato un grido d’allarme da parte dei sindacati». I prossimi bandi di gara internazionali ovviamente avranno un ampio respiro aprendo il campo ad imprese provenienti da fuori regione ma pure da fuori Italia. «Noi stiamo provando a sollecitare le istituzioni affinché sia garantita una ricaduta occupazionale anche sul territorio – continua Marante – Ma le imprese locali non sono sufficientemente strutturate per partecipare a questi lavori. Sono imprese mediamente piccole con pochi dipendenti: o si consorziano tra di loro, oppure non potranno competere con realtà aziendali ben più grandi». Se invece, come probabile, ad aggiudicarsi gli appalti saranno imprese foreste (come in gran parte è avvenuto finora) «Solleciteremo l’assunzione di manodopera disponibile in loco – conclude il segretario Cgil Fillea Genova – Ma considerando la crisi dell’edilizia anche queste ditte avranno del personale da ricollocare dunque non sarà per nulla semplice tutelare gli interessi dei lavoratori genovesi e liguri».

    «Noi con il Cociv siamo rimasti al protocollo firmato un anno e mezzo fa – spiega Roberto Botto, segretario provinciale Feneal Uil Genova – Dopo di che il Cociv si è reso invisibile, e non comunica neppure con noi». Allo stato attuale, secondo il rappresentante sindacale, non c’è nessun effetto positivo tangibile sul territorio. «Se parliamo di operai inquadrati con contratto edile oggi nei cantieri sono impegnate soltanto qualche decina di unità – sottolinea Botto – Mentre diversi lavoratori hanno altre tipologie contrattuali. Si prevede che per la tarda primavera, forse inizio estate, dovrebbe verificarsi un maggiore assorbimento occupazionale. Però, ad oggi, non c’è alcuna garanzia da parte di Cociv in merito al rispetto del protocollo d’intesa dell’ottobre 2012. E il consorzio Cociv rifiuta il confronto con le parti sociali».

    «Il discorso con Cociv è aperto – afferma Paola Bavoso, responsabile Filca Cisl Genova – adesso l’obiettivo è attivare un tavolo comune per cercare di trovare la maggior collocazione possibile almeno per determinati profili professionali disponibili sul territorio. Per Genova, se parliamo di lavori specializzati in galleria, dobbiamo ammettere di non avere aziende pronte ad operare in simili contesti. Tuttavia, insieme alle altre sigle sindacali, stiamo creando un elenco locale comprendente singole figure professionali con caratteristiche idonee dal quale attingere per la futura richiesta di manodopera».

      Matteo Quadrone

  • La crisi dei servizi pubblici per l’impiego: Italia e Liguria, i dati sono negativi

    La crisi dei servizi pubblici per l’impiego: Italia e Liguria, i dati sono negativi

    lavoroMentre il premier Matteo Renzi nomina i servizi pubblici per l’impiego (SPI) nel suo “Jobs act“, ovvero il pacchetto di azioni per rilanciare l’asfittico mercato del lavoro italiano – che per molti commentatori è soltanto un libro dei sogni anche se in realtà il Governo, nel corso del Consiglio dei ministri di mercoledì scorso, ha varato un decreto legge sulle misure più urgenti e un disegno di legge delega al Governo che affronta gli altri temi del Jobs act, ma con tempi di approvazione più lunghi – due nuove indagini rispettivamente dell‘Isfol (Istituto per lo sviluppo della formazione professionale dei lavoratori) e del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, per l’ennesima volta, confermano le criticità endemiche dell’attuale sistema imperniato sulla rete dei centri per l’impiego (CPI) che operano a livello provinciale (qui il nostro approfondimento sui CPI della Provincia di Genova) secondo gli indirizzi dettati dalle Regioni.

    Occorre «Un’agenzia unica federale per l’occupazione che coordini e indirizzi i centri per l’impiego, la formazione e l’erogazione degli ammortizzatori sociali», questa la proposta contenuta nel piano di Renzi che punta a rendere più efficiente il sistema – oggi troppo disomogeneo ed incapace di garantire i livelli essenziali di servizio sull’intero territorio – tramite la messa in rete di tutti i protagonisti. Nel frattempo qualcuno già si porta avanti, come la Regione Toscana, che sta ragionando intorno ad un’ipotesi di agenzia regionale per il lavoro. «L’idea di costituire un’agenzia regionale per il lavoro – ha spiegato Gianfranco Simoncini, assessore regionale alle Attività produttive e Lavoro (Adnkronos, 12 marzo 2014) – rappresenta una soluzione organizzativa, sia in vista della revisione della governance dei servizi per l’impiego, a livello nazionale, sia per superare le differenze nella gestione dei servizi che esistono a livello territoriale, sia infine in vista di una diversa attribuzione delle competenze delle Province».

    Secondo Romano Benini, esperto di servizi per l’impiego e consulente del Ministero «Il sistema dei servizi per l’impiego, costituito dai 576 centri provinciali, da numerosi sportelli e da altri servizi costituiti in ambito provinciale, che in tutta Europa costituisce una scelta di fondo come presidio pubblico necessario delle politiche del lavoro, in Italia appare del tutto inadeguato, per le risorse investite ed il personale impegnato, rispetto alla forte domanda sociale. L’attivazione del programma Garanzia giovani (attraverso il quale in Italia arriveranno 1,4 miliardi di fondi per far ripartire l’occupazione) e della strategia di rafforzamento dei SPI prevista dall’Agenda 2014-2020 tra le priorità dei fondi europei rende urgente una scelta sul rafforzamento del sistema dei CPI che sia in grado di appoggiare su una precisa identificazione di competenze e di responsabilità».

    In questo quadro si inserisce il recente studio Isfol “Lo stato dei servizi pubblici per l’impiego in Europa: tendenze conferme e sorprese”, curato da Francesca Bergamante e Manuel Marocco, che affronta il tema partendo da tre elementi indicativi quali costi, organizzazione e risultati.

    Ebbene, in controtendenza rispetto alla maggior parte dei paesi europei «La crisi economica, in Italia, si sta traducendo in un depotenziamento del servizio pubblico – spiegano i due ricercatori – Ma invece che soffermarsi sulla contrapposizione tra pubblico (CPI) e privato (cioè le agenzie private per il lavoro, ndr) occorrerebbe puntare l’attenzione sul perché si continui a ricorrere alla mediazione informale piuttosto che a quella professionale, pubblica o privata che sia». Lo studio evidenzia che «L’Italia ha bisogno di potenziare il sistema – sottolineano Bergamante e Marocco – aumentando il numero degli operatori, adeguando qualità e quantità dei servizi offerti, attuando la normativa relativa all’accreditamento dei soggetti privati, impegnando maggiori risorse pubbliche con un monitoraggio da parte dell’amministrazione centrale, per valutarne i risultati e per coglierne i punti di difficoltà».
    Il primo Rapporto sul “Monitoraggio dei servizi per l’impiego”, curato dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali “Nasce dall’esigenza di conoscere in dettaglio l’organizzazione e le risorse umane disponibili nei servizi per l’impiego, nonché gli utenti degli stessi – si legge nella presentazione – al fine di disegnare strategie di intervento finalizzate a rendere più efficiente il funzionamento degli SPI e ad assicurare standard comuni nella fornitura di servizi agli utenti”.

    Lo studio Isfol: il confronto impietoso con l’Europa

    lavoro-tecnologia-internet-computer-ufficio-impiegato-DIVediamo nel dettaglio i numeri che emergono dalla ricerca Isfol. Per quanto riguarda le risorse finanziarie l’Italia dedica ai centri per l’impiego (CPI) lo 0,03% del Pil, contro una media Ue dello 0,25%. Ciò si traduce in un investimento di circa 500 milioni di euro, pari quasi alla metà di quanto spende la Spagna e ben distante dagli 8 miliardi e 872 milioni della Germania o dai 5 miliardi e 47 milioni della Francia.
    Inoltre, tra il 2008 e il 2011, i principali paesi dell’area euro hanno reagito alla crisi finanziando ulteriormente i servizi pubblici per l’impiego, agendo sulla spesa e sugli addetti; l’Italia, al contrario in termini assoluti ha investito quasi 200 milioni di euro in meno rispetto al 2008. Un quadro analogo è quello relativo agli operatori che nel nostro Paese non arrivano a 9.000 contro gli 11.000 della Spagna, i 115.000 della Germania e i 49.000 della Francia.

    Francia e Germania hanno anche incrementato il numero di operatori dei Spi rispettivamente di 22 e di 18 mila unità, il Regno Unito di oltre 11 mila – spiegano i ricercatori dell’Isfol – L’Italia, invece, si distingue per una riduzione di circa 1500 operatori, dagli oltre 10 mila del 2008 agli attuali 8575 (dato del 2011, ndr)”.
    In Italia il 33,7% dei disoccupati contatta un Cpi e solo il 19,6% si rivolge alle Agenzie private per il lavoro (Apl). L’80% mostra comunque una maggiore fiducia nella capacità di intermediazione delle reti informali e il 66,6% nella diretta richiesta di lavoro alle imprese.
    Nel 2011 la quota di persone collocate dalle Apl in Europa è pari all’1,8% di tutti gli occupati dipendenti che hanno trovato lavoro nell’anno di riferimento. I dati per singoli paesi variano da un minimo di 0,3% della Grecia al massimo del 2,9% per l’Olanda. L’Italia si attesta sullo 0,6%. Dalla ricerca Isfol, dunque, emerge chiaramente una maggiore capacità di collocazione dei CPI. “Nel 2011, infatti, la media Ue a 15 raggiunge il 9,4%, con punte del 10,5% per la Germania e 13,2% per la Svezia – si legge nello studio – In Italia gli intermediati sono il 3,1% del totale dei dipendenti occupati nell’anno, valore cinque volte più elevato di quello delle Apl”.
    Infine viene sfatata l’idea che i CPI costino troppo allo Stato: “In realtà non è così: in Italia la spesa media per il collocamento di una persona è pari a 8.673 euro, rispetto ai 51.100 euro dell’Olanda, i 44.202 euro della Danimarca, i 21.593 euro della Francia e i 15.833 euro della Germania”.

    L’indagine del Ministero del Lavoro sul sistema CPI

    cercare-lavoroL’attività di monitoraggio del Ministero – svoltasi nel corso del 2013 – consente di analizzare i dati disponibili più recenti, cioè quelli relativi al 2012. Il corposo documento (92 pagine) fornisce diversi spunti di riflessione in generale sulla situazione italiana ed in particolare sulle singole realtà regionali.

    Partiamo dagli utenti dei servizi pubblici per l’impiego. In Italia nel 2012 gli individui che hanno effettuato la DID (Dichiarazione di immediata disponibilità al lavoro rilasciata al servizio competente: CPI e altro organismo accreditato in conformità alle norme regionali e delle province autonome) sono stati oltre 2 milioni e 215 mila. Nello specifico per la Liguria parliamo di circa 79 mila persone.

    Tuttavia, per comprendere con maggior dettaglio la pressione esercitata dalla platea dei cittadini richiedenti servizi, è possibile calcolare il numero medio di coloro che hanno effettuato la DID nell’anno 2012 per singolo CPI a livello regionale. In Italia si stimano mediamente poco più di 3.900 individui sottoscrittori di DID per singolo CPI. Si collocano al di sopra di tale valore medio buona parte delle regioni del Mezzogiorno, ma non solo. “Il sistema regionale di servizi per l’impiego che presenta il dato stimato più elevato è quello delle Marche con 7.745 individui per CPI, cui segue quello della Puglia (5.816) e della Liguria (5.679) – spiega l’indagine del Ministero – Più contenuto il numero medio di individui per CPI della Valle d’Aosta (1.708), della Provincia Autonoma di Trento (2.012) e della Toscana (2.354)”.

    In merito alla dotazione di personale dei centri per l’impiego556 CPI sparsi su tutto il territorio – l’Italia può contare su 8713 operatori (7686 con contratto a tempo indeterminato) di cui 6255 impegnati in attività di front office. In Liguria nei 14 CPI provinciali lavorano 189 operatori (154 a tempo indeterminato) di cui 131 in front office e 58 in back office.
    “Disaggregando i dati rilevati per le due macro-funzioni di back office e front office, la quota di operatori dedicata al rapporto con il pubblico, in mancanza di informazioni aggiuntive, può indicare, seppur indirettamente, il livello di burocratizzazione del sistema CPI, dato che le attività di accoglienza, screening del cittadino ed erogazione dei servizi costituiscono alcuni dei compiti centrali che il centro pubblico deve assolvere – sottolinea l’indagine ministeriale – Se a livello nazionale circa 7 operatori su 10 sono dedicati proprio alle attività di front office (6.255 individui), in tre delle più grandi regioni meridionali l’incidenza sul totale del personale impiegato è molto più contenuta: si tratta di Sicilia (49,4%), Calabria (62,5%) e Campania (66,2%). Ma anche altri sistemi regionali si collocano al di sotto del valore dell’Italia: è questo il caso di Marche (67,2%), Valle d’Aosta (68,8%), Liguria (69,3%)”.

    Con riferimento, invece, al rapporto esistente tra personale impiegato e soggetti presi in carico, il numero medio di individui che hanno effettuato la DID per operatore – indice del carico esercitato su ciascuna struttura dalla platea dei cittadini richiedenti servizi – è particolarmente elevato in Lombardia (516 soggetti che hanno effettuato la DID per operatore), Puglia (451), Liguria (421), Provincia Autonoma di Bolzano (416), mentre appare esiguo in Sicilia (103), Molise (138) e Calabria (151).

    Il parere degli esperti

    «Lo Stato italiano deve recuperare anni di ritardo e di disattenzione rispetto al posizionamento ed alla qualità dei servizi pubblici per il lavoro – spiega Romano Benini su “Work Magazine”, testata specializzata da lui diretta – Attualmente manca quasi tutto: sistemi informativi nazionali per le politiche attive e le richieste delle imprese, standard dei servizi condivisi ed esigibili, programmi nazionali finanziati ed efficaci di politiche attive». Per questo motivo, secondo l’esperto, oggi appare del tutto improbabile che lo Stato ed il Ministero del Lavoro possano passare direttamente dall’attuale funzione e capacità del tutto marginale di intervento sul mercato del lavoro alla gestione di tutti i soggetti pubblici che intervengono sullo stesso, in primo luogo i centri per l’impiego. Peraltro, sottolinea Benini «La scelta di un’agenzia nazionale di erogazione dei servizi per l’impiego, presente in molti paesi europei, comporterebbe una rivoluzione totale del quadro delle competenze e funzioni del Titolo V della Costituzione, quindi non è percorribile nel breve periodo. Inoltre va ricordato che, a differenza delle politiche passive erogate dall’INPS, le politiche attive richiedono servizi che rispondano al territorio, alle sue differenze e potenzialità, e che riconoscano le diversità delle persone e delle imprese. In ogni caso l’eventualità di una agenzia nazionale di riferimento che promuova, coordini, verifichi, valuti ed affianchi i territori, è un’ipotesi utile, ma che non può eliminare del tutto le responsabilità dirette dell’ente territoriale più prossimo all’erogazione del servizio».
    Allo stesso modo pure l’ipotesi di costituire delle agenzie regionali è considerata rischiosa «Sono diversi i possibili sprechi e i disservizi che si avrebbero dall’attribuzione alle Regioni dei centri per l’impiego – sottolinea Benini – Le Regioni hanno avuto dal Titolo V l’attribuzione delle competenze sul lavoro e sulla formazione e la relativa programmazione. Attribuire alle Regioni anche la gestione diretta dei centri per l’impiego determinerebbe un sovraccarico di funzioni e responsabilità poco giustificabile per un ente che riesce con fatica a svolgere ovunque, e con la stessa qualità, i compiti attuali».

    «Di formule se ne possono trovare tante ma è evidente che senza investimenti non si risolverà nulla – aggiunge Michele Scarrone, direttore della Direzione Politiche formative e del Lavoro della Provincia di Genova – La Germania, con un mercato del lavoro molto più vivo del nostro, ha investito almeno 6 volte di più rispetto all’Italia, questo la dice lunga». Secondo Scarrone «Nel nostro Paese a livello regionale ci sono le esperienze più disparate: qualcuno ha fatto del suo meglio, ottenendo anche discreti risultati, altri invece no. Così si è generato un problema di disomogeneità dei livelli essenziali di servizio che è necessario affrontare al più presto».
    Relativamente all’indagine del Ministero del Lavoro, in particolare sul numero medio di utenti (421 soggetti in Liguria) per operatore, il direttore Scarrone commenta «Questo è il nodo fondamentale da sciogliere. I CPI svolgono dei servizi pubblici rivolti alla persona quindi devono essere particolarmente attenti alle esigenze di ogni singolo utente, sennò in caso contrario perdono completamente le loro potenzialità. È evidente che un solo operatore non può occuparsi di oltre 400 persone, questa è una sfida impossibile. D’altra parte le statistiche evidenziano come le agenzie private per il lavoro non ottengano risultati migliori rispetto ai CPI (anzi in Italia la quota di persone collocate dalle Apl si attesta appena sullo 0,6%, ndr). Dunque bisogna intervenire sui servizi pubblici potenziandone numericamente il personale, quantomeno attraverso degli spostamenti di lavoratori interni agli enti. Se l’ipotesi di agenzia unica si cala in tale contesto di sistema potrebbe essere una cosa positiva. Non vorrei invece assistere alla creazione dell’ennesimo carrozzone statale, costoso e magari poco utile. Ci sono buone esperienze in Italia ed ottime esperienze in Europa: studiamole e cerchiamo di imitarle».

     

    Matteo Quadrone

  • Sanità pubblica, mancano 60.000 infermieri. Poche assunzioni, urge forza lavoro

    Sanità pubblica, mancano 60.000 infermieri. Poche assunzioni, urge forza lavoro

    sanita.lavoratoriNelle strutture sanitarie italiane mancano sessantamila infermieri, un numero a dir poco eloquente che certifica la carenza di forza lavoro nel comparto, secondo l’allarme lanciato in questi giorni dalla Federazione dei collegi Ipasvi – l’organizzazione di rappresentanza – che per l’ennesima volta evidenzia un vuoto cronico del Paese, da colmare al più presto. D’altra parte anche i dati OCSE confermano la tendenza: “Nel 2011 l’Italia aveva 4.1 medici ogni 1000 abitanti mentre la media OCSE si attestava al 3.2. Tuttavia, il numero degli infermieri era in Italia molto inferiore alla media OCSE nel 2011 (6.3 per 1000 abitanti contro 8.7 negli altri paesi OCSE). Se ne evince un eccesso di medici e una mancanza di infermieri da cui risulta un’insufficiente allocazione delle risorse” (Fonte OECD Health Data 2013).
    «Siamo sotto la media europea ma il sistema sanitario pubblico da tempo non assume – afferma Annalisa Silvestro, presidente nazionale Ipasvi (infermieri professionali, assistenti sanitari, vigilatrici d’infanzia) – Crescono i malati ma da anni c’è il blocco del turn over e dei contratti. Negli ospedali il lavoro aumenta, l’età media si alza e non c’è ricambio. Le alternative sono l’espatrio e la libera professione. Dobbiamo superare il blocco e dare una possibilità di ingresso ai più giovani».
    In questo senso è significativo il divario tra il potenziale fabbisogno (60 mila infermieri) e l’effettiva opportunità di formazione: in Italia, infatti, nell’anno accademico 2013-2014 sono attive 221 sedi di corso di laurea in infermieristica (che fanno capo a 42 Facoltà di Medicina) per un totale di 15.970 posti disponibili.

    Liguria e Genova: la situazione

    Ospedale San Martino, Genova

    Per quanto riguarda la Liguria «I dati dimostrano che a 12 mesi dal conseguimento della laurea l’80% dei laureati in infermieristica trova lavoro – spiega Carmelo Gagliano, presidente del Collegio Ipasvi della Provincia di Genova – Una prospettiva ancora consolidata nonostante il blocco delle assunzioni nelle strutture pubbliche in vigore ormai da 4 anni. Le opportunità di impiego, dunque, sono prevalentemente nel settore del privato convenzionato».
    In merito alla formazione, secondo il collegio, occorre non scendere al di sotto di una soglia pericolosa «Sennò un domani, nel momento auspicabile in cui anche nel pubblico si sbloccheranno le assunzioni, non avremo a disposizione sufficiente forza lavoro adeguatamente formata – sottolinea Gagliano – Insomma, noi sosteniamo che non si debbano ridurre i posti destinati alla formazione degli infermieri per non farsi trovare impreparati nel futuro».
    Purtroppo, però «In Liguria, dal 2008 ad oggi, in maniera graduale i posti nei corsi universitari sono diminuiti del 20% – continua Gagliano – Attualmente le università liguri formano circa 300 infermieri all’anno».

    Forza lavoro che viene assorbita sopratutto dal settore privato convenzionato, mente il pubblico agonizza a causa del blocco del turn over e dei contratti. Tuttavia, alcuni timidi segnali di ripresa delle assunzioni cominciano a manifestarsi, grazie alle deroghe concesse dalla Regione Liguria ad Asl 3 genovese e IRCCS San Martino che prossimamente potranno assumere qualche decina di infermieri professionali a tempo indeterminato, attingendo il personale dalla graduatoria della Asl 2 savonese stilata dopo il concorso del 12 settembre 2013.
    Il rovescio della medaglia è rappresentato da un’altra recente notizia, apparsa sull’edizione locale de “La Repubblica” (07-03-2014), ossia l’offerta di lavoro per 6 infermieri professionali con partita Iva da utilizzare per 2 mesi nell’Unità di crisi aperta presso l’ospedale Villa Scassi di Sampierdarena (presidio dell’Asl 3) in risposta all’emergenza influenza.
    L’escamotage della partita Iva, novità assoluta nella sanità pubblica, è un modo per aggirare lo scoglio del blocco delle assunzioni. Ma come riferisce Repubblica (11-03-2014) “…Tre infermieri professionali hanno detto no all’offerta di svolgere il servizio con partita Iva all’ospedale di Sampierdarena…”.

    Il sindacato autonomo Fials dà un giudizio tranchant dell’ipotesi “infermieri a partita Iva” «Precariato che si aggiunge ad altro precariato senza dare risposte alle esigenze reali – spiega il segretario Mario Iannuzzi – Vorrei ricordare che le carenze di organico in tutte le strutture dell’Asl 3 (ospedali Villa Scassi di Sampierdarena, Padre Antero Micone di Sestri Ponente, Gallino di Pontedecimo, la Colletta di Arenzano, oltre ai servizi territoriali) superano le 100 unità. Dal 2012 ad oggi, tra pensionamenti, mobilità e licenziamenti, dai 35 ai 45 infermieri sono cessati dal servizio».
    La Liguria, così come le altre regioni, si confronta con il blocco del turn over vigente in tutti gli enti pubblici «Per cui ogni cinque dipendenti che escono se ne può assumere soltanto uno – spiega Francesco Rossello della segreteria Cgil Liguria – Nel campo degli infermieri ci lascia parecchio perplessi l’offerta di assunzioni con partita Iva. Non capiamo perché si debba utilizzare proprio questa formula (mentre al Gaslini, ad esempio, si utilizzano diversi infermieri interinali) che crea disparità contrattuali tra lavoratori con le stesse professionalità che operano nei medesimi reparti. È evidente che così facendo tutti i lavoratori diventano potenzialmente sfruttabili. L’Asl 3 prova ad aggirare il problema del blocco delle assunzioni ma avvia una tendenza pericolosa che non vorremmo conducesse a liberalizzare il mercato del lavoro in un settore delicato come la sanità pubblica».

    La carenza di personale si accusa in tutte le strutture, ospedaliere e territoriali «Mancano infermieri ma anche Oss (operatori socio sanitari), determinanti in molti reparti di medicina e nelle Rsa – aggiunge Antonella Bombarda, segretario Cgil Funzione Pubblica – Da tempo chiediamo che vengano sbloccate le assunzioni. L’età media degli infermieri è di circa 55 anni. Ricordo che parliamo di persone che svolgono un lavoro usurante. Oggi una parte di infermieri dovrebbe essere esonerata, per motivi di salute comprovati dal medico competente, dallo svolgimento di alcune mansioni, mentre altre attività potrebbero essere svolte soltanto con la presenza di un collega in appoggio. Questo in pura teoria perché nella pratica anche i lavoratori parzialmente esonerati eseguono tutti i compiti loro assegnati». Secondo Bombarda «Gli infermieri devono essere assunti a tempo indeterminato, la partita Iva è una semplice scorciatoia che non risolve il problema. Noi abbiamo fatto delle proposte per riorganizzare la sanità pubblica a 360 gradi. In particolare mi riferisco all’accordo raggiunto con la Regione nel dicembre scorso, poi trasformatosi in delibera regionale».

    Si tratta della delibera di Giunta regionale n. 1717 del 27/12/2013 “Riordino delle attività distrettuali e delle cure primarie. Direttive vincolanti per le Aziende Sanitarie Locali ai sensi dell’art. 8 della l.r. 41/2006”. «Per decongestionare gli ospedali bisogna innanzitutto trasferire il più possibile l’assistenza a livello territoriale – conclude Bombarda – La carenza di forza lavoro, ad esempio di infermieri, è una criticità che va affrontata all’interno di tale contesto. Occorre una risposta puntuale tramite l’organizzazione di una rete di servizi territoriali, sempre aperti ai cittadini, che svolgano il ruolo di filtro chiamando in causa e integrando le professionalità di medici e tecnici. In caso contrario continueremo a scontare la mancanza di operatori negli ospedali e negli altri servizi sanitari pubblici».

    Libera professione delle categorie sanitarie non mediche: in discussione la nuova legge regionale

    sanita-mediciIl 10 marzo scorso, mentre in Italia così come a Genova si discuteva della mancanza di infermieri, la Commissione Salute e Sicurezza sociale del Consiglio regionale ligure, presieduta dal consigliere Valter Ferrando (Pd), ha approvato a larghissima maggioranza (contrario Alessandro Benzi di Sel con Vendola) il testo unico – frutto dell’unificazione di due proposte di legge, una presentata da Ezio Chiesa (Gruppo misto-Liguria Viva), l’altra dallo stesso Ferrando e altri consiglieri di maggioranza – che riorganizza l’attività libero professionale delle categorie sanitarie non mediche.
    Il provvedimento, che riguarda circa 20 mila operatori del settore sanitario in Liguria (infermieri professionali, ostetriche, tecnici sanitari che operano in laboratori di analisi e servizi di radiologia, tecnici di riabilitazione e prevenzione) “...tende a garantire una maggiore continuità assistenziale e favorisce uno sviluppo integrato delle professionalità – si legge nel comunicato stampa della Regione Liguria – Il testo unificato, che verrà iscritto all’ordine del giorno di una delle prossime sedute del Consiglio regionale, autorizza il personale sanitario non medico a svolgere attività libero professionale singolarmente: attualmente tale attività può essere svolta solo in equipe a supporto del medico. Questa modifica consente, quindi, di assicurare continuità assistenziale fra ospedale, territorio e domicilio. L’attività libero professionale potrà essere esercitata nella stessa azienda sanitaria in cui il professionista presta la propria opera oppure in regime di intramoenia allargata e dovrà essere regolamentata e autorizzata dall’azienda stessa”.
    «Una volta approvata dal Consiglio regionale – dichiara il presidente della Commissione Valter Ferrando – questa legge consentirà al paziente, sia in ospedale che a domicilio, un’assistenza più snella, efficace e, contemporaneamente, fornita da personale altamente qualificato che già opera nella struttura pubblica».

    Il presidente del collegio Ipasvi di Ganova, Carmelo Calcagno, saluta positivamente la novità «La proposta normativa sulla libera professione intramoenia mette al centro il paziente per garantire continuità di cure, rafforzando così la vocazione pubblica del servizio sanitario. Ovviamente questa non è una risposta alla carenza di personale, anche infermieristico, nelle strutture pubbliche. Piuttosto si tratta di consentire ai singoli infermieri (e altri operatori del settore sanitario) la possibilità di mettersi al servizio dei cittadini. In pratica il dipendente della sanità pubblica sarà autorizzato ad eseguire, al di fuori dell’orario di servizio, una prestazione richiesta dal paziente che la pagherà di tasca sua. La Liguria in tal senso potrebbe diventare una regione all’avanguardia».

    Dal punto di vista sindacale, invece, la Cgil manifesta dei dubbi sulla proposta di legge: “La complessità della materia trattata richiederebbe un confronto ben più approfondito di una sola audizione consiliare – scrive la Cgil nella memoria per la Commissione – i vincoli legislativi e contrattuali non sono risolvibili unicamente a livello di ogni singola Regione ma, se si vuol condividere una proficua soluzione, la sede più idonea si configurerebbe nell’organismo della Conferenza Unificata Stato-Regioni”.
    Secondo il sindacato, infatti “…il rapporto di lavoro del personale laureato delle professioni sanitarie appartenenti all’area del comparto (infermieri, personale tecnico-sanitario e della riabilitazione), ad oggi, è vincolato dall’esclusività del rapporto di lavoro, ed in ragione di ciò non può svolgere altre attività professionali aggiuntive se non trasformando il proprio rapporto di lavoro da full-time ad un rapporto di lavoro part-time non superiore al 50%, con specifica autorizzazione dell’ente da cui dipende, che attesti l’assenza di incompatibilità con il lavoro istituzionale svolto”.
    La Cgil ritiene che la libera professione sia solo una scorciatoia “Si deve, invece, procedere al rinnovo dei contratti nelle loro parti economiche e normative, e si devono sbloccare le assunzioni, prioritariamente per il personale addetto all’assistenza”.

    Peraltro i lavoratori “Già oggi si sobbarcano quote significative di lavoro straordinario oltre al normale orario di lavoro – sottolinea infine la Cgil – se a questo si dovessero sommare ulteriori ore per adempiere alla libera professione, si giungerebbe ad un orario di lavoro ben superiore a quello consentito dalle normative europee”.

    Matteo Quadrone

  • Rifiuti speciali, il sistema di tracciabilità e monitoraggio per combattere le ecomafie

    Rifiuti speciali, il sistema di tracciabilità e monitoraggio per combattere le ecomafie

    ambiente-rifiuti-DIl sistema di tracciabilità e monitoraggio dei rifiuti, il cosiddetto Sistri – nato nel 2009 su iniziativa del Ministero dell’Ambiente con la finalità di informatizzare l’intera filiera dei rifiuti speciali a livello nazionale e dei rifiuti urbani per la Regione Campania – dopo alcune false partenze è finalmente entrato in vigore – il 1 ottobre 2013 – per trasportatori e gestori di rifiuti speciali pericolosi (impianti di stoccaggio e trattamento). Adesso è la volta della seconda fase, partita ufficialmente pochi giorni fa, il 3 Marzo 2014, che vincola all’utilizzo del Sistri tutti i produttori di rifiuti speciali pericolosi.
    La Legge 27 Febbraio 2014 n.15, di conversione del famoso decreto “Milleproroghe” (DL 150/2013), dunque, ha stabilito l’obbligo di utilizzo del Sistri per l’ultimo grande scaglione di soggetti coinvolti, prorogando al 31 Dicembre 2014 il già noto “doppio binario” – ossia l’utilizzo contestuale del precedente sistema cartaceo di tracciamento dei rifiuti (Formulario di identificazione dei rifiuti, Registro di carico/scarico, Modello unico di dichiarazione ambientale MUD) e del nuovo sistema – e prolungando il periodo di sperimentazione, visto che le sanzioni relative ad eventuali violazioni nell’utilizzo del Sistri sono prorogate al 1 Gennaio 2015.

    “Il sistema semplifica le procedure e gli adempimenti riducendo i costi sostenuti dalle imprese e gestisce in modo efficiente un processo complesso con garanzie di maggiore trasparenza, conoscenza e prevenzione dell’illegalità – si legge sul sito web dedicato www.sistri.it – Nell’ottica di controllare in modo più puntuale la movimentazione dei rifiuti speciali lungo tutta la filiera, viene pienamente ricondotto nel Sistri il trasporto intermodale e posta particolare enfasi alla fase finale di smaltimento dei rifiuti, con l’utilizzo di sistemi elettronici in grado di dare visibilità al flusso in entrata ed in uscita degli autoveicoli nelle discariche”. Questo in pura teoria perché nell’effettiva pratica di sperimentazione non sono mancati i problemi che, almeno finora, hanno impedito al Sistri di svolgere appieno il ruolo per cui è sorto.

    Il Sistri danneggia le piccole e medie imprese. La posizione delle associazioni di categoria

    «Controllare la produzione e lo smaltimento dei rifiuti pericolosi è sicuramente un obiettivo condivisibile, ma riteniamo sbagliato equiparare una piccola impresa artigiana ad una grande industria, sottoponendola agli stessi costosi obblighi informatici», questo il commento di Luca Costi, segretario regionale di Confartigianato Liguria, in merito all’entrata in vigore della seconda fase del Sistri. Secondo Confartigianato, se da un lato il sistema nasce per tutelare l’ambiente e combattere il traffico illegale delle ecomafie, dall’altro rischia di complicare le attività di circa 350 mila imprese italiane interessate, di cui 25 mila in Liguria. Si tratta, per la maggior parte, di estetisti, acconciatori, orafi, calzolai, orologiai, che d’ora in poi, per segnalare lo smaltimento di rifiuti pericolosi, dovranno inserire dati e firmare moduli sull’apposita piattaforma informatica a cui accedere attraverso la propria chiavetta Usb. «Parliamo di piccole realtà che producono modeste quantità di rifiuti tossici – aggiunge Costi – di certo non paragonabili a quelle di grandi aziende o multinazionali. Ma in quattro anni di sperimentazione, il Sistri ha imposto a entrambe le categorie produttive gli stessi obblighi e gli stessi costi, non indifferenti. Per non parlare dei difetti della piattaforma informatica, delle chiavette Usb e delle scatole nere degli autotrasportatori, criticità che ancora devono essere risolte». Insomma «Il sistema rischia di trasformarsi in un ulteriore sovraccarico burocratico per le Pmi – conclude Costi – per combattere davvero le ecomafie serve maggiore efficienza, trasparenza , economicità e un utilizzo semplice e immediato».
    «Sì al controllo dei rifiuti, no al Sistri, un mostro informatico che danneggia le piccole imprese – gli fa eco Marco Merli, presidente Cna, Confederazione dell’Artigianato della LiguriaAdesso un barbiere per smaltire cinque lamette dovrà, con l’apposita chiavetta Usb, collegarsi al sito del Sistri, aprire la scheda, inserire i dati, firmare i moduli e salvarli, un documento per ogni tipo di rifiuto, con un aggravio di costi e procedure complesse. Noi proseguiremo la battaglia avviata in Parlamento e stiamo valutando anche un’azione con i nostri legali – sottolinea Merli – In passato abbiamo avuto segnalazioni di trasportatori con problemi di funzionamento della chiavetta Usb, della scatola nera inserita sul veicolo, senza dimenticare chi ha incontrato difficoltà di accesso alla piattaforma digitale».

    Da un censimento della Confcommercio relativo ai primi mesi di avvio su un campione di imprese di trasporto e gestione dei rifiuti (i primi comparti interessati), emergono dati preoccupanti. Tra questi «Un crollo del fatturato delle imprese che hanno ridotto la propria attività con conseguente decremento del fatturato, quantificabile nel settore del trasporto in 20.000 euro in media in un anno, con picchi anche di 40.000 euro per alcune imprese». In alcuni casi, sostiene Confcommercio, il crollo è stato pure del 50%. La Confederazione dei commercianti, a questo punto, auspica che il neo ministro dell’Ambiente, Gianluca Galletti «Sospenda l’operatività del sistema in attesa di rendere effettive le semplificazioni discusse nei tavoli tecnici di lavoro, oltre a sospendere il contributo 2014».

    Nel medesimo giorno di avvio della fase due del Sistri, il 3 marzo scorso, il Ministro dell’Ambiente Galletti ha dichiarato: «Un approfondimento sul Sistri è fra le priorità in agenda per i prossimi giorni. Le istanze avanzate dai “piccoli produttori” sono tenute nella massima considerazione. È infatti in via di perfezionamento un decreto che assoggetta al Sistri solo imprese ed enti produttori iniziali di rifiuti con più di 10 dipendenti nei settori dell’industria, artigianato, commercio e servizi. Il decreto inoltre contiene altre semplificazioni finalizzate a venire incontro alle esigenze dei produttori al fine di assicurare un “decollo” della fase due del sistema che sia meno problematica possibile. L’obiettivo del Governo è quello di rendere questo strumento, dalla storia travagliata, una ulteriore opportunità per la competitività del Paese ed un presidio per la tutela della legalità».

    [quote]Il mondo ambientalista favorevole alla partenza del Sistri ma per contrastare il traffico illecito di rifiuti servono politiche di prevenzione e incentivazione al riciclo virtuoso dei rifiuti[/quote]

    «Noi abbiamo sempre sostenuto, già da fine anni ’90, che occorre intervenire anche con la tecnologia per stanare l’ecomafia e la criminalità ambientale del ciclo dei rifiuti – racconta Stefano Ciafani, vicepresidente nazionale di Legambiente – Quando è stato provato il Sistri, purtroppo, ci siamo trovati dinanzi ad un sistema che si è sempre inceppato. Una parte delle realtà produttive italiane comprensibilmente si è lamentata visto che il sistema, oltre a non funzionare, ha complicato le operazioni ed aumentato i costi per le aziende. Le proroghe del passato, ai fini di un adeguamento del Sistri, non sono servite a nulla. Quindi noi pensiamo che sia il caso di far partire il sistema e se questo, per l’ennesima volta, dimostrerà di non essere in grado di svolgere il suo ruolo di monitoraggio del ciclo dei rifiuti speciali pericolosi e tracciabilità degli stessi, nell’ottica di una riduzione dello smaltimento illecito, il Paese ne chiederà conto a chi l’ha progettato, cioè la società Selex del gruppo Finmeccanica, la quale ha recentemente affermato di aver approntato le modifiche necessarie». A suo tempo Legambiente aveva espresso forti dubbi proprio riguardo alle modalità con le quali la progettazione del Sistri è stata affidata a Selex «Una società che non ha alcuna esperienza specifica nel campo dei rifiuti – sottolinea Ciafani – Infatti, alla prova del nove, Selex si è rilevata non adatta a tale compito».
    Per quanto riguarda il decreto al vaglio del Governo – ma finora non approvato – che potrebbe esentare dal Sistri le aziende con meno di 10 dipendenti, l’associazione ambientalista manifesta con decisione la sua contrarietà «Esentare le piccole aziende piuttosto che quelle medie ci sembra un ragionamento parziale – sottolinea il vice presidente di Legambiente – Occorre che il sistema intercetti i flussi principali di rifiuti speciali pericolosi che danno luogo ai traffici illeciti, siano essi alimentati da grandi realtà industriali oppure da piccole imprese. In altri termini, più che puntare sulla dimensione delle singole aziende bisogna puntare sulla pericolosità dei rifiuti maggiormente coinvolti nel circuito dello smaltimento illegale».
    «Tutti i sistemi di controllo e garanzia per i cittadini sono i benvenuti – spiega Roberto Cuneo, presidente di Italia Nostra Liguria – Detto ciò, se la tecnologia, invece di facilitare gli adempimenti burocratici delle aziende al contrario li appesantisce, il sistema diventa solo una rappresentazione fittizia di controllo a scapito delle ditte oneste». Secondo Italia Nostra, dopo il ripetersi di diverse finte partenze che hanno comunque comportato costi notevoli per le aziende «Adesso bisogna far partire il Sistri e sottoporlo fin da subito a puntuale manutenzione affinché, finalmente, possa adempiere al compito per cui è stato creato». Finora, infatti, la documentazione cartacea per molte realtà imprenditoriali è parsa soltanto burocrazia inutile «Dunque siamo d’accordo con l’avvio del Sistri – conclude Cuneo – Speriamo che questa sia la volta buona».

    I numeri dell’illegalità ambientale in Italia ed in Liguria

    Legambiente, ormai da tempo, cura la redazione del prezioso rapporto annuale “Ecomafia” raccontando tramite i dati la storia della criminalità ambientale nel nostro Paese. “I numeri degli illeciti ambientali accertati nel 2012 delineano una situazione di particolare gravità: 34.120 reati, 28.132 persone denunciate, 161 ordinanze di custodia cautelare, 8.286 sequestri – si legge nell’ultimo rapporto Ecomafia 2013 – Il 45,7% dei reati si concentra nelle quattro regioni a tradizionale presenza mafiosa (nell’ordine Campania, Sicilia, salita in seconda posizione, Calabria e Puglia) seguite dal Lazio, stabilmente al quinto posto ma con un numero di reati in crescita rispetto al 2011 (+13,2%) e dalla Toscana, che raggiunge il sesto posto, con 2.524 illeciti (+15,4%), scavalcando la Sardegna. Prima regione del Nord Italia diventa la Liguria (1.597 reati, +9,1% sul 2011), che supera la Lombardia, scivolata in nona posizione”.

    In particolare, per quanto concerne il ciclo dei rifiuti “Cresce il numero di persone denunciate in Italia per le illegalità nel ciclo dei rifiuti: dalle 5.830 del 2011 alle 6.014 del 2012 (di queste, ben 1.911 solo da parte del Corpo forestale dello stato) – continua il rapporto di Legambiente (su dati 2012) – Ogni giorno, insomma, 16 persone vengono denunciate in Italia per reati che vanno dallo smaltimento illegale al traffico illecito. E aumenta in maniera significativa anche il numero di sequestri: 2.230, con un incremento del 18% rispetto al precedente rapporto”.
    Le indagini ancora aperte e quelle già chiuse confermano che “…dalle banchine liguri partono alcuni dei principali traffici internazionali di rifiuti – sottolinea il dossier Ecomafia 2013 – Già nel 2011 l’indagine Combined Hope dell’Agenzia delle dogane, in collaborazione con gli agenti del Comando provinciale del Corpo forestale dello stato, aveva scoperto un flusso illegale in partenza da La Spezia di circa 25 tonnellate di rifiuti pericolosi provenienti dalla Nuova Zelanda e destinati a un paese dell’Africa subsahariana […] Il 27 settembre del 2012 è arrivato il bis: gli stessi inquirenti hanno sequestrato altre 22 tonnellate di rifiuti pericolosi stipati in un cargo proveniente dalla Grecia e destinato a un paese dell’Africa subsahariana. Anche in questo caso, il carico era dichiarato contenente “parti di autovetture usate”, ma esattamente come la volta prima si trattava di rifiuti tout court”.
    In totale nel 2012, nella nostra regione, sono state accertate 154 infrazioni connesse al ciclo dei rifiuti, le persone denunciate sono state 214 (ma zero quelle arrestate), mentre i sequestri effettuati sono stati 51.

    Bisogna considerare che in Italia, mediamente «Si perdono nel nulla, ogni anno, circa 10 milioni di tonnellate di rifiuti speciali, anche pericolosi – sottolinea il vice presidente di Legambiente, Stefano Ciafani – Si tratta di una quantità incredibilmente grande. Se davvero si vuole combattere l’ecomafia e il traffico illecito dei rifiuti occorre analizzare con attenzione le ordinanze di custodia cautelare emesse dal 2001 ad oggi. Parliamo di 200 indagini che riguardano quasi tutte le regioni italiane, compresa la Liguria. Ebbene, ci sono rifiuti pericolosi che compaiono puntualmente nelle indagini: polveri abbattimento fumi, fanghi, scarti di industria chimica e farmaceutica, scorie di fonderie, ecc. Cominciamo ad intervenire con norme rigide a prescindere dalle dimensioni delle singole aziende».

    Il Sistri potrebbe essere una buona occasione per razionalizzare il sistema di monitoraggio degli scarti speciali pericolosi, senza dimenticare, però, che per contrastare efficacemente i traffici illeciti di rifiuti occorre mettere in campo una serie di azioni ad ampio raggio. «L’idea di tracciare i flussi ha sicuramente una sua logica – aggiunge Antonio Pergolizzi, coordinatore dell’Osservatorio Ambiente e Legalità di Legambiente – Tuttavia, come è successo finora, anche in futuro ci saranno sempre soggetti disonesti che, senza i necessari controlli, troveranno escamotage per aggirare le regole e boicottare il sistema informatico». Insomma, i flussi illeciti continueranno, nonostante l’uso di un sistema tecnologico. «Per combatterli servono attività investigative ma non solo – conclude Pergolizzi – Fondamentale è investire in politiche preventive, quindi nel miglioramento dell’impiantistica e dei processi produttivi (l’80% dei rifiuti speciali pericolosi, infatti, è di origine industriale), oltre ad incentivare il riciclo virtuoso dei rifiuti».

    Matteo Quadrone

  • Sanità e appalti: servizio ristorazione strutture ospedaliere, in ballo 114 mln

    Sanità e appalti: servizio ristorazione strutture ospedaliere, in ballo 114 mln

    Palazzo della RegioneQuattro lotti per un maxi appalto da 114 milioni di euro complessivi e un contratto da 9 anni destinato a cambiare definitivamente le modalità di gestione del servizio di ristorazione per pazienti ricoverati in strutture ospedaliere e territoriali (residenziali/semi-residenziali) di buona parte della Liguria e per le mense interne dei dipendenti, tramite l’affidamento a soggetti esterni privati. Il bando di gara, di cui si parla da almeno 2 anni, è stato predisposto – su impulso della Regione – dalla Centrale Regionale di Acquisto (organo costituito in seno all’Agenzia Regionale Sanitaria con la mission di gestire in maniera efficace gli approvvigionamenti del Servizio Sanitario regionale mediante lo sviluppo di processi centralizzati e standardizzati e il raggiungimento di sinergie ed economie di scala) ma la data di scadenza per la presentazione delle domande «È stata prorogata al 12 marzo – spiega il direttore di area della Centrale Regionale di Acquisto, Giorgio Sacco – anche perché alcune possibili aziende partecipanti, ancora in questi giorni, hanno chiesto informazioni per poter eseguire dei sopralluoghi. Si tratta di un appalto complesso e significativo dal punto di vista economico, per questo motivo ci stiamo muovendo nell’ottica di garantire massima trasparenza in un contesto di aperta concorrenzialità. Le posso dire che sono diverse le società che hanno manifestato interesse e visitato i siti. Il fatto che alcune di esse siano tuttora in fase di sopralluogo, però, deve esser tenuto in debita considerazione». Seppur implicitamente il direttore Sacco ammette che i tempi potrebbero allungarsi e non sarebbe dunque da escludersi un’ulteriore proroga «Comunque noi puntiamo a veder avviato il servizio in affidamento esterno entro gennaio 2015». Tempo ragionevole considerando gli assai probabili ritardi legati a ricorsi e controversie giudiziarie, spesso immancabili in gare di questo tipo.

    Claudio Montaldo, assessore regionale alla Sanità, senza sbilanciarsi più di tanto, aggiunge «Proprio di recente abbiamo incontrato i sindacati e le associazioni di categoria delle imprese. Stiamo valutando come procedere e per il momento non posso dirle molto di più. È sicuramente una gara importante che dunque richiede la massima attenzione. L’appalto unificato persegue l’indirizzo generale previsto per questi servizi che già oggi, in gran parte non sono più gestiti dal settore pubblico. Da un lato c’è legittima preoccupazione per la salvaguardia degli attuali livelli occupazionali. Dall’altro occorre garantire che il servizio sia reso in condizioni ottimali, soprattutto in merito alla qualità. In questo senso, per quanto riguarda il Lotto 1 (che riguarda l’area metropolitana genovese, ovvero Asl 3, Ente Ospedaliero Galliera, Ospedale Evangelico Internazionale sede di Castelletto e di Voltri, ndr) riteniamo che il nuovo centro cottura esterno (la cui realizzazione sarà a carico della ditta vincitrice, ndr) non dovrà essere molto distante dai luoghi di consumo dei pasti onde evitare le problematiche legate alla distribuzione del cibo. Sono aspetti che stiamo verificando puntualmente per decidere se adottare eventuali accorgimenti».

    Il maxi appalto: i 4 Lotti

    sanita-ospedaleIl Lotto n. 1 area metropolitana genovese riguarda la fornitura dei pasti/giornate alimentari (parametro principale sul quale si forma la base d’asta, come vedremo in seguito) per l’E.O. Galliera, per l’O. Evangelico Internazionale e per l’Asl 3 Genovese (presidi ospedalieri, R.S.A. e strutture territoriali). L’impresa offerente dovrà: adeguare i locali mensa del Galliera, con annesso centro cottura, messi a disposizione dall’ente per la preparazione dei pasti per i dipendenti, mentre relativamente alla fornitura dei pasti per i degenti “…potrà optare per ristrutturare con la necessaria messa a norma dei locali cucina messi a disposizione, o veicolare i pasti da uno o più centro cottura esterno”, si legge nel Capitolato tecnico Sezione A (reperibile sul sito web della Centrale Regionale di Acquisto); veicolare i pasti da un centro cottura esterno per degenti e dipendenti dell’Ospedale Evangelico (sede di Voltri e sede di Castelletto), oltre ad effettuare la ristrutturazione\messa a norma dei locali mensa dei due presidi; preparare i pasti da veicolare da un centro cottura esterno (le ditte offerenti potranno prevedere anche più centri cottura in base alla loro organizzazione) alle strutture Asl 3, e ristrutturare i locali mensa dell’Ospedale Villa Scassi di Sampierdarena con annessa linea self service.
    Per quanto concerne la predisposizione del centro cottura “…la ditta aggiudicataria potrà utilizzare le apparecchiature presenti nei centri cottura dei due Presidi Ospedalieri e quelle presenti nei centri cottura del O. Evangelico Internazionale di Voltri e della struttura di via G. Maggio 6 Ex Ospedale Psichiatrico di Quarto, ed attualmente di proprietà della Asl 3 – continua il capitolato – Tali apparecchiature saranno cedute alla ditta stessa. Nel caso in cui la ditta offerente ritenesse opportuno approntare i pasti per i degenti dell’ E.O. Galliera da un centro cottura esterno, questo potrà essere unico con quello previsto per l’Asl 3 e per l’O. Evangelico Internazionale. Ovviamente in questo caso la ditta potrà utilizzare tutte le apparecchiature presenti sia nei centri cottura del E.O. Galliera e della Asl 3 Genovese”.
    Le giornate alimentari/anno stimate per l’Asl 3 (ospedali Gallino di Pontedecimo, Padre Antero Micone di Sestri Ponente, Villa Scassi di Sampierdarena, La Colletta di Arenzano e strutture territoriali quali R.S.A., residenziali e semi-residenziali, ecc.) sono 339.049; ospedale Evangelico: 39.550; Galliera: 137.898. Il totale del Lotto 1 supera le 500 mila giornate alimentari annue, a cui si aggiungono circa 140 mila pasti/anno per le mense aziendali e 25 mila per i centri diurni Asl 3.

    Lotto n. 2 Asl 1 Imperiese: la ditta aggiudicataria, previa sistemazione e messa a norma dei tre locali cucina già esistenti presso la sede Asl di Bussana (frazione di Sanremo), ospedale di Imperia e ospedale di Bordighera, dovrà organizzare il servizio di ristorazione prevedendo il mantenimento del punto cottura per la mensa ospedale di Sanremo.
    Lotto n. 3 Asl 4 Chiavarese: la ditta vincitrice dovrà procedere alla predisposizione di un centro cottura esterno per preparazione/veicolazione pasti e si occuperà della consegna presso stabilimenti ospedalieri e strutture territoriali Chiavari Lavagna, Rapallo, Sestri Levante.

    Il Lotto n. 4 riguarda esclusivamente l’Irccs Gaslini: la ditta vincitrice dovrà procedere: alla predisposizione di un centro cottura interno mediante la ristrutturazione con conseguente messa a norma dei locali cucina attualmente in uso e messi a disposizione dall’IRCCS Gaslini; alla concessione degli spazi per la predisposizione\allestimento (comprensivi di arredi e attrezzature) e gestione di due punti bar ristoro (la società aggiudicataria dovrà farsi carico di tutte le autorizzazioni e licenze); alla predisposizione di un nuovo spazio mensa con organizzazione ad isole comprendente tutte le attrezzature\arredi. La stima totale dei costi – comprendente opere edili, opere impiantistiche, oneri per la progettazione e oneri di sicurezza – è pari a 1 milione e 500 mila euro.
    Le giornate alimentari/annue stimate sono 110 mila; per i dipendenti, invece, sono stimati circa 118 mila pasti e circa 40 mila sono i pasti per terzi (familiari degenti, ecc.).

    All’articolo 2 il capitolato precisa “La durata dell’appalto è fissata in nove anni, decorrenti dalla data di stipula del contratto”.
    L’importo complessivo a base dell’appalto è stimato in presunti: Lotto n° 1: € 57.182.805,18; Lotto n° 2 € 22.802.940,90; Lotto n° 3 € 13.965.768,00; Lotto n° 4 € 20.387.821,50 – sempre con I.V.A. Esclusa – a cui si deve aggiungere, solo per il Lotto n° 4, l’importo relativo alla concessione (€ 2.709.000,50). Per un totale di € 114.339.335,58.

    Asl 3: l’azienda propone di unificare gli attuali 2 centri cottura nell’unico polo di Quarto

    Manicomio di QuartoOggi l’Azienda sanitaria locale genovese (Asl 3) può contare sul centro cottura dell’Ospedale Evangelico di Voltri che serve il Ponente, quindi le sedi di Voltri e Castelletto, il Padre Antero Micone di Sestri Ponente, il Gallino di Pontedecimo, oltre a diverse R.S.A., e sul centro cottura di Quarto (nell’ex ospedale psichiatrico) che serve praticamente tutto il Levante.
    Ma come racconta Antonella Bombarda, segretario della Cgil-Funzione pubblica «Il 19 febbraio scorso, in sede di trattativa, l’amministrazione dell’Asl 3 ha proposto un progetto di unificazione degli attuali 2 centri cottura nell’unico polo di Quarto. Noi non siamo d’accordo. Anche perché occorre un investimento in termini di acquisto dei macchinari e di riorganizzazione delle strutture per poter produrre e fornire un maggior numero di pasti».
    In effetti – proprio nel momento in cui si appresta a partire il maxi appalto cucine – investire in un simile progetto appare un’operazione antieconomica. «È pur vero che il centro cottura di Voltri presenta delle difficoltà a livello di forza lavoro, infatti, già adesso è necessario fare ricorso a personale interinale (4-5 persone) per garantire il servizio – riconosce Bombarda, Cgil-Fp – Però, secondo noi, sarebbe più opportuno andare avanti con entrambi i centri cottura, in attesa di vedere gli sviluppi della gara. Tra l’altro, l’Asl 3 afferma che il trasferimento dei lavoratori da Voltri a Quarto avverrà su base volontaria. A breve ci confronteremo con i lavoratori. Ma nel caso dovesse emergere la loro contrarietà, che cosa potrà succedere? C’è il rischio concreto che l’azienda decida di affidare a soggetti esterni, magari in anticipo rispetto ai tempi dell’appalto, la singola gestione del centro cottura di Voltri»
    «L’unificazione, dal punto di vista del risparmio delle risorse, sarebbe una scelta condivisibile – sottolinea Mario Iannuzzi, segretario genovese del sindacato autonomo Fials – Ma non bisogna dimenticare che le cucine di Quarto sono ubicate all’interno dell’area già venduta dell’ex ospedale psichiatrico».
    «Il problema è esclusivamente la mancanza di personale – aggiunge Emilio De Luca, delegato rsu Asl 3 della Uil Funzione Pubblica – Il progetto di unificazione dei centri cottura nell’unica sede di Quarto prevede anche l’acquisto di nuovi macchinari. Nel capitolato di gara, però, è scritto a chiare lettere che l’impresa vincitrice diventerà proprietaria delle apparecchiature». Ogni nuova acquisizione, dunque, diventerà una sorta di regalo ai privati futuri gestori.

    Tutti i dubbi sul maxi appalto

    SanitàLa tendenza prevalente, in atto ormai da anni sul territorio genovese, è quella di appaltare all’esterno la gestione di centri cottura e mense di presidi ospedalieri e strutture sanitarie, come confermano i casi degli ospedali San Martino, Galliera e, per quanto riguarda l’Asl 3, Villa Scassi (il primo ad agire in questo senso, una decina d’anni fa). «Oggi gli unici ospedali che conservano le cucine a gestione diretta sono il Gaslini e l’Evangelico di Voltri – spiega Mario Iannuzzi del sindacato autonomo Fials – Adesso, con la gara voluta fortemente dalla Regione Liguria, si completerà il quadro dell’affidamento del servizio di ristorazione ad imprese private. Noi siamo fermamente contrari perché riteniamo che il costo finale sarà più alto rispetto a quello odierno». Secondo Iannuzzi «Non c’è stata alcuna trattativa. L’amministrazione regionale ha deciso per conto suo».
    Considerati i consueti tempi lunghi di gara «Sarà necessario perlomeno un anno prima di conoscere i nuovi soggetti gestori – continua il rappresentante Fials – Nel frattempo saranno smantellate tutte le cucine esistenti nei presidi sanitari. Così facendo, però, non avremo più un metro di paragone tramite il quale valutare i costi/benefici di tale scelta. La novità del maxi appalto è rappresentata dal fatto che il soggetto vincitore dovrà realizzare un nuovo centro cottura, con ogni probabilità esterno. Fino ad ora, invece, Galliera, San Martino e Villa Scassi, pur affidando il servizio a ditte esterne, hanno continuato ad utilizzare i centri cottura interni. Un domani, senza più impianti pubblici, saremo in balia dei privati che avranno totale campo libero. Il primo anno, magari, si potrà ottenere anche un prezzo favorevole, ma in seguito è evidente che il prezzo lo stabiliranno univocamente i soggetti gestori».
    Per quanto riguarda le ripercussioni sui lavoratori «Nell’Asl 3 saranno coinvolti circa 40 lavoratori, fortunatamente tutti ricollocabili con procedure interne a patto che siano approntati adeguati percorsi di formazione, oltre ad una trentina dell’Ospedale Gaslini», sottolinea il segretario Fials.
    «La Regione avrebbe dovuto investire per mantenere il servizio di ristorazione all’interno del perimetro pubblico, raggiungendo sul lungo periodo un risparmio di costi – racconta Iannuzzi – L’affidamento ai privati, invece, tra non molto tempo farà emergere un aumento di spesa».
    Tuttavia, oltre alla carenza di risorse per effettuare un ipotetico investimento iniziale, esiste pure il problema legato al blocco delle assunzioni «La Regione ovviamente afferma “preferiamo assumere infermieri piuttosto che cuochi” – chiosa Iannuzzi – ma a dire il vero, anche in questo campo, eventuali assunzioni avvengono con il contagocce».

    Francesco Rossello, membro della segreteria regionale Cgil Liguria, ha seguito da vicino la questione dell’appalto «La nostra richiesta, in sintonia con le associazioni di categoria delle aziende, è quella di rivedere i contenuti dei capitolati di gara e possibilmente prorogare il termine ultimo di presentazione delle domande (previsto per il prossimo 12 marzo). Ma la Regione ci ha fatto intendere di non essere d’accordo e pare voler andare avanti per la sua strada».
    Leggendo i capitolati, secondo Rossello, emergono alcuni punti critici. Innanzitutto «La base d’asta per giornata alimentare (10,50 euro) è molto simile in almeno 3 lotti (numeri 1-2-3, che riguardano rispettivamente Asl 3 Genovese, Asl 1 Imperiese e Asl 4 Chiavarese). Ci chiediamo come sia possibile, viste le diverse caratteristiche di ogni territorio, anche a livello di organizzazione delle singole aziende sanitarie locali».
    Inoltre – dato che la giornata alimentare in linea di massima oggi costa di più rispetto alle basi d’asta previste – la Cgil si domanda «Su quali leve agirà il privato per contenere i costi?» L’esempio dell’Istituto Gaslini, in tal senso, è illuminante. Attualmente, infatti, la giornata alimentare costa circa 16, 50 euro. La base d’asta per giornata alimentare del Lotto n. 4, invece, è stimata in circa 11,10 euro.
    «Il rischio, insomma, è che i privati agiscano sul costo del lavoro – sottolinea Rossello – Non tanto in termini di riduzione sostanziale della forza lavoro, ma piuttosto attraverso la definizione di condizioni contrattuali non consone al contesto».
    «Oggi al Gaslini lavorano circa 50 persone (tra i quali 17 con contratti interinali) – conclude il rappresentante sindacale – In tal senso abbiamo chiesto che l’azienda vincitrice garantisca la salvaguardia occupazionale sia per i dipendenti, che dovranno essere riqualificati, sia per gli interinali. E lo stesso vale per i lavoratori dell’Asl 3 coinvolti dal Lotto n. 1. Ma bisogna capire con quanto personale, a livello numerico, i privati futuri gestori, decideranno di effettuare il servizio di ristorazione».

    Matteo Quadrone