L’ISOLA DEGLI SCHIAVI – Chishimba,Paciello – ph Caroli
Nel 18° secolo si delinea una nuova maniera di fare teatro, a seguito della diffusione della filosofia illuministica: d’altra parte facilmente filosofia e drammaturgia procedevano di pari passo, vedi gli esempi di Diderot e di Voltaire. Punta di diamante è la commedia di costume, rivolta all’osservazione di una classe borghese emergente affarista e cinica, della quale si esamina l’assetto sociale e se ne coglie l’essenza pragmatica. Con l’attenzione scenica al neoclassicismo e quindi al mondo dell’Olimpo mitologico, che stava bussando alle porte dell’arte figurativa. Antesignano italiano di questa tendenza è il Goldoni, che, al di fuori della scolasticità in cui è stato relegato, si pone come il fondatore del moderno realismo.
Pierre de Marivaux (1688 -1763) è considerato il più importante commediografo francese del diciottesimo secolo: egli scrive di teatro aggiungendo al canovaccio molierano della commedia di costume l’aspetto dell’innamoramento, o meglio delle diverse componenti dell’iniziale attrazione che verrà chiamata amore, per qualsiasi motivo nasca e comunque si sviluppi, un disquisir d’amore che cattura l’attenzione dello spettatore con psicologiche sottigliezze. Quasi sempre presente l’indirizzo illuminista, proprio del periodo storico, verso la “sperimentazione” di situazioni ed emozioni. Da rimarcare l’osservazione del comportamento dei giovani verso persone dello stesso sesso: mentre le ragazze tendono a fronteggiarsi con atteggiamenti dispotici e diffidenti, i giovani maschi instaurano più velocemente una complicità solida e cameratesca.
L’ISOLA DEGLI SCHIAVI – Grimaldo, Gigliotti – ph Caroli
L’isola degli schiavi racconta di quattronaufraghi, due uomini e due donne, due servi e due padroni, che approdano in una strana isola, dove la “legge” di un singolare governatore impone di scambiarsi, tra servi e padroni, abiti, nomi e ruoli, al fine di riflettere sulle proprie abitudini di vita e sui propri comportamenti. Il buon educatore avverte che si tratta di un periodo lungo ma con una fine, non per esaltare la vanità, ma per correggere l’orgoglio ed i rancori reciproci. Comincia così una girandola appassionante di stati d’animo e di comportamenti, che portano, servi e padroni, verso la consapevolezza che il vero valore umano non risiede nei ruoli ma nella bontà d’animo e nelle sue espressioni. Si ripetono, sia pure in forme originali, tutti gli elementi cari all’autore, i temi classici (i protagonisti sono ateniesi), la sperimentazione illuminista, l’osservazione dei comportamenti tra maschi e femmine, mentre il tema del corteggiamento e dell’amore tra i protagonisti ha tratti sorprendenti ed innovativi.
Questa Isola degli Schiavi è spettacolo piacevole e scanzonato, mai pesante, forse il migliore della triade, sostenuto da una scenografiache propone un mix di abbigliamento, colonna sonora e oggetti antichi e moderni. I giovani attori sono assai convincenti e porgono stupefacenti prove di bravura nella padronanza e nell’uso del corpo.
520 imbarcazioni per un totale di 1400 di pescatori. Sono i numeri nel settore della pesca ligure, cifre che si stanno vertiginosamente riducendo man mano che passano gli anni. Mentre il numero delle imbarcazioni diminuisce, ad alzarsi è l’età media dei pescatori, due dati che combinati insieme non prospettano nulla di buono per il settore. «E’ un mestiere che qui a Genova va avanti da oltre diciannove generazioni – dice Felice Mammoliti, pescatore professionista – ma ora è destinato a morire, nessun giovane vuole più farlo».
Un lavoro quello del pescatore che oggi è messo a dura prova dalle nuove leggi, dalle sanzioni e dalle burocrazie locali, nazionali e internazionali e dalla concorrenza dei pescatori non autorizzati. «Per fare questo mestiere ci vuole tanta passione – continua Felice – perché se dovessi pensare al guadagno avrei già cambiato da tempo». Il profitto per i professionisti che lavorano in proprio arriva solo con la vendita della merce; questo significa che se le condizioni meteo non permettono di andar per mare o se non c’è passaggio di pesci, i pescatori rimangono a bocca asciutta. «Nonostante tutto sono contento di lavorare all’aria aperta e in mezzo al mare, infatti quando esco in barca dico sempre che vado a pesca e non a lavorare». E se Felice che ha cominciato questo lavoro nel ’78, dopo aver incontrato moltissime difficoltà non ha mai nemmeno pensato di mollare, vuol dire che la passione è l’ingrediente imprescindibile per essere un pescatore professionista. «Ne abbiamo passate di ogni, nel 2009 abbiamo dovuto svendere la barca, licenziare sette persone dell’equipaggio e rimanere solo io e mio padre a lavorare su un’imbarcazione piccola». – Continua Felice – «Comunque, non ho mai pensato di smettere, per me è un mestiere che vale milioni di euro perché mi riempie il cuore di gioia tutti i giorni».
A costituire l’intera flotta ligure sono per la quasi totalità, l’80%, imbarcazioni per la piccola pesca ovvero barche al di sotto di 10 tonnellate che fanno uscite giornaliere e utilizzano attrezzi come reti da posta, tringali e palangare. «Esiste poi un reparto che si dedica alla pesca a strascico – spiega Daniela Borriello, responsabile regionale Coldiretti Impresa Pesca Liguria – e una ventina di lampare in tutta la regione e solo due di queste si trovano a Genova».
Ogni imbarcazione si dedica a un tipo di pesca differente: a strascico che con lunghe reti gettate sui fondali marini cattura triglie, totani, polpi, seppie e scorfani e le lampare si dedicano alla pesca delle acciughe. «Adesso noi che facciamo parte delle piccola pesca – racconta Mammoliti – stiamo utilizzando attrezzi da posta che caliamo il pomeriggio e salpiamo non appena sorge il sole per prendere totani, polpi, seppie, triglie e pesci adatti per la zuppa».
Per ogni stagione viene utilizzato un attrezzo diverso e reti con maglie di grandezza differenti, un modo per evitare il danno ambientale e economico. Il dove si andrà a pescare, di preciso non si sa se non quando già ci si trova in mare. «Noi – continua il Felice – peschiamo in tutto il golfo di Genova, da Cogoleto a Portofino, andiamo dove c’è più movimento o dove ci suggeriscono i nostri colleghi».
Problematiche del mestiere
Il pescato dei piccoli pescatori genovesi non finisce sui banchi del mercato del pesce di Ca’de Pitta, perché la quantità non soddisfa la richiesta. Fanno eccezione le acciughe che durante le stagioni vengono messe all’asta al mercato all’ingrosso e esportate oltre i confini regionali. Tranne le lampare, tutte le imbarcazioni della Darsena genovese non appena rientrate in banchina, vendono il proprio bottino direttamente al pubblico servendosi del piccolo mercato allestito al Porto Antico. «La burocrazia con i divieti di pesca su moltissime specie – spiega Mammoliti – ci ha tagliato le gambe senza darci un’alternativa». Dopo il fermo per la pesca dei bianchetti invernali (piccoli delle sardine) tutte le barche per la piccola pesca sono rimaste a terra. «Da gennaio a marzo non abbiamo potuto lavorare perché c’era il divieto – continua Felice – il “risarcimento” è stato di 800 euro a equipaggio». Secondo quanto riferito dai pescatori genovesi nonostante il recente fermo dei bianchetti il numero delle acciughe è diminuito. «Siamo d’accordo a tutelare l’ambiente e salvaguardare le specie marine, ma non crediamo che questa sia la strada giusta – spiega Mammoliti – alcuni biologi ci hanno confermato che le specie per essere tutelate devono essere stimolate e quindi anche pescate, se no smettono di riprodursi». Un altro problema che affligge questa categoria è la pesca sportiva che permette l’utilizzo di attrezzi professionali e non deve sottostare a tutte le regole che invece ha la pesca professionale. «Abbiamo chiesto che questo tipo di pesca venga regolamentato come la caccia – dice Mammoliti – perché molti che si spacciano per pescatori hobbisti sono veri e propri professionisti che lavorano in nero».
Ma le problematiche nel settore non finiscono qui: la legge 154, normativa comunitaria approvata nel 2016 per effetto dell’applicazione di regole dell’Unione Europea, valida per tutti mari che bagnano i Paesi dell’Unione Europea, ha innalzato le sanzioni nel caso di trasgressione delle regole. «Applicare un’unica legge che vada bene in tutta Europa è un utopia – dice Boriello – ogni mare ha la propria peculiarità, la propria fauna e le proprie stagionalità». Del resto anche il lavoro del pescatore è decisamente differente se svolto nel Nord Europa o nel Mediterraneo. «Non possiamo essere paragonati alle grosse flotte che lavorano negli altri Paesi su acque più ricche e abitate da altri pesci». – Continua il pescatore – «Noi siamo piccoli pescatori che lavorano nel Mediterraneo che è un mare abitato da una determinata fauna, che possiede specifiche caratteristiche e peculiarità; e tutto questo va tenuto in considerazione». Con la nuova norma le sanzioni per la cattura di pesci al di sotto delle taglie imposte possono arrivare fino a 15 mila euro: «E’ vero che sono state abolite alcune ripercussioni penali – conclude Boriello – ma le multe sono sproporzionate e non garantiscono futuro all’impresa». Secondo i pescatori genovesi le leggi andrebbero fatte ad hoc valutando il tipo di mare e la quantità di pescato disponibile.
Come diventare pescatori
Per diventare pescatori professionisti non basta uscire in mare su un gozzetto e avere ami, lenze e reti. Tutt’altro, il percorso per guadagnarsi il titolo è lungo e articolato. Il primo passo da fare è presentare la documentazione necessaria rilasciata dalla capitaneria, fare una prova di nuoto e di voga e una volta superati questi step l’aspirante pescatore potrà prendere il tesserino che gli permette di imbarcarsi e cominciare la “gavetta” per arrivare al titolo. L’esperienza in mare è ciò che conta di più per diventare pescatore, ci vogliono minimo dodici mesi di imbarco insieme a un mozzo per poi accedere all’esame che, una volta superato, darà il titolo di conduttore e comandante. Solo in questo momento il pescatore sarà libero di uscire in mare da solo e svolgere la propria attività. Il tipo d’imbarcazione su cui lavorare e quindi il tipo di pesca che andrà a svolgere è a discrezione del professionista.
Solo sanzioni e nessuna premialità per gli esercenti virtuosi. Questo in sintesi l’accusa lanciata dalle associazioni di categoria nei confronti di Comune di Genova, secondo loro “colpevole” di non aver attivato quei meccanismi atti a “dare sostegno” alle attività rispettose della famosa ordinanza che regola la movida. «In questi mesi l’amministrazione civica ha attivato numerosi bandi destinati a sostenere le attività già esistenti del Centro Storico – risponde l’assessore allo Sviluppo Economico Emanuele Piazza – eliminando ogni possibilità di accesso a questi fondi per quelle categorie di esercizi considerati non in linea con il provvedimento, proprio per venire incontro ai negozianti virtuosi».
«Le premialità ai locali virtuosi, e chi le ha mai viste? A ormai quattro mesi dalle annunciate modifiche all’ordinanza movida promesse dal sindaco Doria a tutela della maggioranza dei pubblici esercizi rispettosi del provvedimento, tali misure continuano a latitare». Questo è quanto si legge nel comunicato stampa diffuso oggi da Confesercenti e Ascom, che lamentano al Comune di aver applicato solamente la parte sanzionatoria del provvedimento che più volte ha infiammato il dibattito sulla movida del centro storico genovese.
Ma non solo; le associazioni dei pubblici esercizi attendono ancora che venga calendarizzato l’incontro in cui discutere del merito del provvedimento in una sede istituzionale: «L‘8 febbraio avrebbe dovuto finalmente riunirsil’Osservatorio previsto dalla stessa ordinanza con l’obiettivo di vigilare sulla sua applicazione e discutere delle premialità annunciate dal sindaco dopo la grande manifestazione degli esercenti e dei cittadini dello scorso novembre, ma l’incontro è saltato e da allora non ne è mai stato calendarizzato uno nuovo». «L’incontro saltò per sopraggiunti impegni istituzionali – spiega Piazza – e stiamo lavorando per calendarizzarne uno al più presto, probabilmente già nel corso della prossima settimana. Nei prossimi giorni avremo la data, l’osservatorio è stato istituito ed è attivo».
Sulle contestazioni riguardo le mancate premialità, l’assessore ricorda l’attività dell’amministrazione, che ha predisposto in questi mesi diversi bandi dedicati alle attività commerciali e artigianali già esistenti situate proprio nel tessuto urbano della movida: «Abbiamo attivato bandi con consistenti finanziamenti, in parte a fondo perduto e in parte con un tasso di interesse dello 0,5% – sottolinea Piazza – per agevolare ristrutturazioni e investimenti, bandi dedicati ad esercenti di base virtuosi, avendo escluso minimarket e automatici, per andare incontro alle zone maggiormente toccate dall’ordinanza stessa, come via Giustiniani, via San Bernardo, piazza delle Erbe, come la zona compresa tra San Lorenzo e via delle Fontane, oltre che per l’area di Prè». Iniziative che, secondo l’assessore, testimoniano l’attenzione per questa parte di città, con una quantità di risorse «che forse non si era mai vista».
Nei prossimi giorni, quindi, sarà calendarizzato l’incontro per l’Osservatorio sulla Movida, dove saranno affrontati tutti i nodi ancora in sospeso, facendo un bilancio di quanto è stato fatto fino ad oggi, e quanto ancora si può fare per accontentare tutti. Missione impossibile?
Ormai quasi un anno fa, un gruppo di commercianti della zona più a ponente del quartiere di Genova Voltri aveva chiesto l’istituzione di un secondo mercato settimanale, per attrarre gente in una zona economicamente in difficoltà. Dopo aver incassato il sostegno del Municipio 7 Ponente prima e del Comune di Genova poi, a opporsi al progetto sono ora gli ambulanti di Aval (associazione di categoria della Liguria), che con il loro parere negativo hanno spinto l’assessore Emanuele Piazza a ulteriori riflessioni prima dell’emanazione del bando per l’assegnazione degli spazi di piazza Caduti Partigiani.
«È prima di tutto una questione di opportunità – spiega Mauro Lazio, presidente Aval – un mercatino di 30 banchi in quella posizione non attrarrebbe operatori validi, con merce di qualità. Si finirebbe per avere, con rispetto parlando, solo bancarelle di extracomunitari, la gente andrebbe per le prime due volte e poi basta. In questo modo, nemmeno chi vuole attrarre gente nella zona verrebbe accontentato». «L’esperienza – aggiunge Lazio – ci insegna che per funzionare i mercati devono essere grossi».
La controproposta degli ambulanti
Una netta sconfessione della linea dei commercianti della zona, adottata anche dall’amministrazione, causata anche dal momento di difficoltà generale del settore: «Infatti – riflette il presidente Aval – non ci sembra opportuno aggiungere un nuovo mercato in un momento in cui stiamo valutando di togliere alcuni bi-settimanali come quello di Sestri Ponente o di altre realtà di periferia, in un quartiere, per altro, dove il mercato del martedì già esistente funziona abbastanza bene». Non c’è solo la critica, però, da parte di Aval, ma una controproposta che si ispira a un modello preso da fuori Regione: «Nel Comune di Pisa – spiega Lazio – a cadenza settimanale si fanno dei mercati con merceologie di volta in volta diverse e particolari, come l’hobbistica, l’antiquariato o i prodotti a km0. Una soluzione del genere potrebbe anche diventare una reale attrattiva».
Il nuovo regolamento per l’Arte di strada del Comune di Genova è stato approvato dal Consiglio comunale, ed è immediatamente eseguibile. Superati i dubbi sorti in sede di commissione: inserito il vincolo per l’amministrazione comunale di consultare il Tavolo di indirizzo, a cui partecipano anche le associazioni degli artisti, per decide le aree di interesse e i metodi di gestione degli spazi.
La Sala Rossa approva alla quasi unanimità (voto contrario di Lega Nord) il nuovo testo che aggiorna la normativa per le esibizioni degli artisti di strada: nuovi spazi, nuovi parametri, allargamento delle location a tutto il territorio comunale. Il nuovo regolamento è stato presentato all’aula leggermente modificato rispetto a quanto licenziato dalla commissione preposta nei giorni scorsi: aumentate le distanze minime tra artisti “sonori” (che passano da 60 a 120 metri, parametro invariato per tutti le altre tipologie di performance) e introdotto l’obbligo di consultazione del Tavolo d’indirizzo per la scelta delle aree considerate “di particolare interesse” e la definizione del meccanismo di “prenotazione” relativo alle stesse.
Proprio su quest’ultimo nodo si era acceso il dibattito: che metodo utilizzare per garantire la turnazione nei posti di maggior interesse, garantendo da un lato tutti gli artisti e la loro peculiarità “nomade”, e, al contempo, cittadini e commercianti? Al momento non è stato definito nessun meccanismo (la giunta aveva proposto un non meglio definito sistema di prenotazione attraverso mail), ma la “obbligatorietà” di essere consultati sulla questione ha fatto tirare un sospiro di sollievo agli artisti, anche oggi presenti in aula: «A Trieste stanno sperimentato una sorta di “libretto dell’artista” – spiegano Tatiana Zakharova e Lucilla Meola – che funziona come il disco orario per i parcheggi, per cui l’artista segna orario di inizio e fine dello spettacolo su un documento, da esibire in caso di controllo». Una sorta di auto-regolamentazione, facilmente controllabile, che potrebbe rispondere alle necessità degli artisti di strada, garantendo la libera fruizione degli spazi; soluzione che potrebbe essere applicata anche nel capoluogo ligure.
Genova, quindi, fa un passo avanti verso il suo futuro di “Città d’Arte” con una scelta che onora l’inizio della Primavera: sempre più suoni e colori potranno riempire le strade, i vicoli e le piazze della Superba, proprio come i fiori che, in questa stagione, sbocciano spontanei e meravigliosi, capaci di arricchire, con la loro presenza, la loro bellezza e il loro profumo, il vivere di ognuno di noi.
Annunciato lo scorso 7 aprile, viene pubblicato oggi, nell’anniversario della tragica scomparsa, il bando di concorso per l’attribuzione della “Borsa di studio Francesca Bonello”, in memoria della giovane studentessa genovese, iscritta a Medicina, che ha perso la vita il 20 marzo 2016 in Catalogna a causa di incidente del bus sul quale viaggiava assieea ad altri 57 studenti del programma Erasmus, in cui morirono altre 13 studentesse di cui 7 italiane. La borsa di studio è istituita dalla Regione Liguria, in collaborazione con l’Università degli Studi di Genova.
«Considerato l’impegno di Francesca come volontaria in Romania e in Africa e la sua scelta di studi universitari sempre orientati al sostegno dei più deboli – spiega l’assessore alla Formazionee alle politiche giovanili, Ilaria Cavo – la borsa di studio sarà assegnata allo studente della scuola di Scienze mediche e farmaceutiche che presenterà una tesi di laurea sulle problematiche di malattia legate ai paesi del terzo mondo e ai flussi migratori, con possibili esperienze sul campo». Il bando sarà a breve disponibile sul sito di Alfa, l’agenzia regionale per il lavoro, la formazione e l’accreditamento, ed è aperto a tutti gli studenti in corso che abbiano intenzione di discutere la propria tesi nelle sessioni dell’anno accademico 2017/2018 o 2018/2019 e che entro il 31 maggio di quest’anno, data ultima per la presentazione delle domande, abbiano ottenuto almeno l’80% dei crediti formativi previsti dal proprio piano studi e una media complessiva non inferiore a 26.
«È il nostro modo di ricordare Francesca, a dire ai ragazzi di continuare ad andare in Erasmus nonostante questo tragico evento – ha spiegato il rettore dell’Ateneo genovese Paolo Comanducci – Abbiamo condiviso con la famiglia, quando le due misure sono state illustrate, il messaggio che noi vogliamo dare. Continuare a promuovere tra i ragazzi questa che è un’esperienza fondamentale per la loro formazione come persone e per il loro futuro lavorativo». «Ho pensato che fosse necessario un segno – dice ancora l’assessore Cavo – perché il suo ricordo rimanesse vivo anche per chi non l’ha conosciuta, perché anche altri studenti ereditassero la sua dedizione nello studio e verso il prossimo, la sua capacità di cogliere al meglio ogni occasione della vita senza sprecarla». Previsto anche un premio di laurea istituito sempre dall’ateneo genovese in collaborazione con Iren, società in cui lavora il papà di Francesca Bonello.
Fiori, ponti ed enogastronomia. Sono questi i tre ingredienti principali della nuova campagna di promozione turistica #lamialiguria primavera, presentata questa mattina a Genova dal presidente della Regione Liguria, Giovanni Toti, dagli assessori a Turismo e Cultura, Gianni Berrino e Ilaria Cavo, e dal general manager dell’agenzia “In Liguria”, Carlo Fidanza. Un occasione per fare il punto “sui numeri” del turismo regionale, che, ancora una volta sono in aumento. Inizio in grande stile con una “infiorata” in piazza De Ferrari in programma sabato prossimo per dare il benvenuto alla nuova stagione turistica, con un mandala di fiori liguri, la degustazione di focaccia e vino, un video-mapping sul palazzo regionale, laboratori per bambini e omaggi floreali alle signore.
«La primavera è una delle stagioni più belle per visitarci – commenta il governatore, ricordando i due principali fili conduttori della promozione turistica regionale – la destagionalizzazione, che comincia a funzionare con numeri ci rincuorano e ci spingono a perseverare in questo senso, e la messa in filiera delle nostre eccellenze, come l’artigianato di grande qualità che comporrà questi mandala fioriti e l’enogastronomia».
Promozione che con il marchio #lamialiguria è anche fortemente orientata ai social network. «La nuova campagna – spiega Toti – durerà tutta la primavera con il leit motiv di coinvolgere turisti e cittadini che possono mandare le proprie immagini sul nostro social wall, questa volta ispirate ai fiori e ai ponti della Liguria, un gioco di parole per richiamare il 25 aprile, le festività pasquali, il 1° maggio e il 2 giugno che sono un assaggio di vacanza in vista e della stagione estiva».
La tradizione dei mosaici floreali
La composizione floreale, che verrà realizzata nel piazza simbolo di Genova sabato prossimo ad opera dei maestri dell’associazione “Circolo Giovane Ranzi”, si estenderà per 33 metri quadrati, 6,4 metri di diametro, e vedrà utilizzati circa 8.500 garofani di Sanremo, 250 a metro quadrato, con 20 persone al lavoro senza soluzione di continuità dalle 7 alle 19. «Un evento particolare per piazza De Ferrari – conclude l’assessore Berrino – che richiama la tradizione ligure delle infiorate a esaltare i colori e la ricchezza floreale della nostra regione. Un appuntamento che richiamerà l’allegria della primavera e del turismo ligure».
La tradizione dei mosaici floreali è di origine religiosa e risale al 1600 a Roma, ma è ancora oggi diffusa in molte località italiane e anche in qualche Paese straniero, come le Canarie o il Giappone. A Ranzi frazione di Pietra Ligure (SV) ogni anno si ripete una tradizione che si perde nei ricordi del tempo, “La stella di Ranzi”, una denominazione con cui viene ricordata la realizzazione dell’infiorata. In tanti paesi e non solo d’Italia in occasione del “Corpus Domini” si realizzano lungo le strade o le piazze tappeti di fiori: a Ranzi in una suggestiva piazzetta, di fronte alla cappella della S. Concezione viene realizzato un disegno a forma circolare di circa sette metri di diametro, che ogni anno viene variato e sulla base di questo tracciato nasce “la Stella”, costruita a mano dal centro verso l’esterno.
I fiori che vengono adoperati sono fiori di campo e sono raccolti ad uno ad uno dalla popolazione, il lavoro è lungo e faticoso, ma la soddisfazione è tanta. La varietà dei fiori in questa stagione è ampia, ma la raccolta si orienta sempre su cinque o sei colori che sono il giallo, il bianco, il viola, il rosa, il verde ed infine l’azzurro delle ortensie. I fiori abbinati ai colori sono rispettivamente, le ginestre, le margherite, le “belle figie”, la “cannella” e l’”erica”, in fioritura in questi giorni, che viene tagliata con le forbici in modo da sminuzzarla il più possibile.
I dati sul turismo in regione
Come dicevamo i numeri del turismo regionale segnano ancora una volta numeri in crescita: le presenze sono aumentate dello 0,86% e gli arrivi del 7,24% in Liguria dall’inizio dell’anno. Arrivi complessivi per 316.147 persone, di cui 232.500 italiani che hanno fatto segnare un aumento dell’8,24% rispetto allo scorso anno. Le presenze, invece, superano il milione e 21.000 unità: aumento del 2,73% per gli stranieri (200.387) e dello 0,41% degli italiani sempre rispetto allo stesso periodo del 2016. Prosegue, dunque, il percorso della destagionalizzazione del turismo su cui punta con decisione la Regione Liguria. In quest’ottica, ad esempio, prosegue la costruzione del progetto approvato dal ministero dei Beni e delle attività culturali e del turismo per la realizzazione della “Milano-Sanremo del gusto”, insieme con Piemonte e Lombardia, che partirà come progettazione in primavera e si concluderà con la presentazione ufficiale alle porte dell’autunno.
«In questa stagione caratterizzata da ponti che cascano bene e possono essere vissuti pienamente con periodi di vacanza – dice il general manager dell’agenzia per il turismo della Regione Liguria, Carlo Fidanza –vogliamo valorizzare i nostri parchi e i nostri borghi, con una forte azione di sostegno ai nostri operatori del settore con iniziative promozionali e commerciali che come agenzia In Liguria stiamo svolgendo su tutti i principali mercati europei». In particolare si punta su Francia e Germania e, più in generale, sui mercati del nord Europa. Particolare attenzione anche a Russia e Nord America. Infine, uno sguardo anche al mercato cinese. «Siamo presenti in maniera importante su tutti i principali social network cinesi – spiega Fidanza – ma è importante fare formazione sugli operatori del territorio anche perché è un turismo difficile da trattare».
Lo scorso giugno, su Era Superba avevamo raccontato la situazione di disagio portata ai commercianti voltresi dalla frana di Arenzano che, oltre ad aver tagliato in due la Liguria per alcuni mesi, ha isolato le attività della parte più a ponente della delegazione, che avevano visto i propri bilanci tagliati anche del 30-40%. Rispetto ad allora, i massi sono stati tolti dalla strada e il traffico sull’Aurelia (certo non piacevole per gli abitanti, ma vitale per le attività commerciali) ha ripreso a pieno regime, ma per i negozianti i problemi non sono certo finiti. Questa parte di Voltri soffre infatti di una depressione economica cronica, con radici ben precedenti alla frana. Per accorgersene, basta osservare la densità della presenza dei negozi, che decresce fatalmente se dalla parte “centrale” del quartiere (quella che gravita intorno alla stazione e alla sede del Municipio) ci si sposta verso il capolinea dell’1 e il confine orientale del Comune di Genova.
Per tentare di migliorare questa situazione, i commercianti avevano proposto la realizzazione di un secondo mercato rionale settimanale, da tenersi in una giornata diversa rispetto a quello di piazza Gaggero, che si svolge di martedì. Il doppio mercato è già una realtà per diverse delegazioni genovesi come Sestri Ponente e, secondo gli esercenti, stimolerebbe “il giro” nella zona e aiuterebbe indirettamente le proprie attività.
Incassato il via libera dall’amministrazione, oggi un ultimo ostacolo alla realizzazione del progetto potrebbe arrivare proprio dalle associazioni di categoria: «Il Comune di Genova – afferma l’assessore allo sviluppo economico con delega ai mercati Emanuele Piazza – sostiene pienamente l’idea di un secondo mercato a Voltri. Tuttavia, nella richiesta alle associazioni di categoria, abbiamo incassato quello negativo di Aval (Associazione Venditori Ambulanti Liguri, ndr), che ci impone di verificare meglio la posizione degli operatori». A Piazza, infatti, spetterebbe l’emanazione del bando per assegnare gli spazi alle attività interessate. Il rischio che si vorrebbe evitare è quello di una gara che poi vada deserta per il disinteresse della categoria. «L’obiettivo – promette l’assessore – rimane quello di iniziare il mercato in estate».
Da parte dei commercianti, l’idea è stata pensata sin da subito non come una pezza provvisoria ai problemi causati dalla frana, ma come un modo per bilanciare in modo stabile la presenza di attrazioni commerciali nel quartiere. In occasione di una commissione urbanistica del Municipio 7 Ponente a cui era presente anche il responsabile dei mercati del Comune di Genova Roberto Michieli, la proposta ha però provocato lo scontento degli ambulanti che operano nel mercato del martedì, che hanno espresso dubbi sull’effettiva capacità del nuovo mercato di attirare attività di qualità e paventato il rischio che si creino nuove situazioni di degrado. «È una posizione che non capisco – sospira Fabio Boni, che possiede un’edicola poco distante dal capolinea dell’1 e che è stato tra i più attivi nello spingere per questa soluzione – noi non intendiamo rubare niente a nessuno, solo cercare di porre un rimedio a una situazione di difficoltà».
Un grido d’aiuto che, scontento a parte, è stato accolto dalle amministrazioni locali, sia pure con i tempi lunghi a cui siamo abituati. La soluzione è stata individuata nella realizzazione di un mercato il sabato, in alcune aree di piazza Caduti Partigiani, una zona del quartiere su cui molto si è riflettuto in passato ma che negli ultimi anni altro non è stato se non un grande parcheggio. Le aree individuate, in particolare, sarebbero il “parcheggino” nella parte più a ponente della piazza e la parte immediatamente di fronte al benzinaio Erg e, in tutto, le bancarelle ospitate sarebbero 32.
Lo scorso 22 febbraio il Municipio ha dato parere favorevole al progetto, la cui partenza è prevista per l’inizio dell’estate. Tra i commercianti interessati c’è un moderato ottimismo, ma anche qualche preoccupazione legata alle imminenti elezioni: «La scorsa settimana – racconta Boni – ho mandato un sollecito perché ci venga indicata una data d’inizio precisa, anche per organizzare una festa nel quartiere. Nonostante ci abbiano assicurato che a giugno inizierà tutto, non vorremmo che chi verrà dopo le elezioni si dimentichi di noi». Un rischio minimizzato dall’assessore Piazza: «Credo che in questi casi – afferma – a prevalere sia la ragionevolezza più che lo schieramento politico, quindi immagino si andrà avanti su questa strada».
Gli interventi su piazza Caduti Partigian
La realizzazione del mercato in quelle aree richiederà alcune modifiche sulla piazza: «Il codice della strada e i regolamenti – spiega l’assessore alla mobilità del Comune di Genova Anna Dagnino – impongono che l’area del mercato sia isolata da quella in cui sono presenti le auto». Per questo, i parcheggi di fronte al benzinaio saranno isolati a levante e a mare con dei new jersey, la cui presenza (come mostra la piantina) ha imposto una diversa disposizione degli stalli di sosta, in modo che alle automobili sia possibile entrare e uscire. «Con la nuova disposizione – aggiunge Dagnino – nelle giornate in cui non ci sarà il mercato si guadagneranno due parcheggi in più».
Il Teatro della Tosse propone “Passaggi”, una rassegna di cinque spettacoli, molto diversi fra loro, che esplorano il tema della morte guardato da età, angolature, sentimenti diversi. Il ciclo nasce in collaborazione con Braccialetti Bianchi, associazione di volontariato genovese che offre accompagnamento e sostegno alle persone con patologie che le avvicina alla fine della vita e alle loro famiglie. L’associazione, in convenzione con l’ospedale San Martino, affianca l’Hospice Maria Chighine, nel Padiglione Maragliano.
Un tema, che spaventa, fa riflettere, divide, e suscita emozioni forti che riguardano tutti. Un argomento che interessa a maggior ragione la nostra città, che è una delle anagraficamente più anziane d’Europa. Inoltre proprio in questi giorni è iniziato in Parlamento il dibattito intorno alla proposta di legge sul testamento biologico.
Scrive Braccialetti Bianchi: «Non siamo più abituati ad affrontare la morte perché è relegata in ospedali, Hospice e strutture private. E ciò che non si vede fa paura. Tutti noi condividiamo questo destino comune, questo un grande mistero, con tutte le emozioni profonde che vi sono legate: poterle manifestare e affrontare collettivamente è prezioso, tanto più data la difficoltà che esiste nella società attuale a confrontarci con il nostro senso di finitezza. Da che mondo è mondo gli esseri umani esplorano queste emozioni con canali di espressione e di comunicazione che permettano di elaborarle anche attraverso la rappresentazione simbolica. Il teatro ne è uno per eccellenza».
Si parte il 16 e 17 marzo con la leggerezza e l’ironia di Non c’è limite Alpeggio regia di Emanuele Conte e Alessio Aronne che dirigono Alessandro Bergallo, che affronta un tema delicato come quello del legame spesso perverso tra morte e media.
Il 17 e il 18 marzo La palla rossa scritto e diretto da Marco Taddei parte da una domanda semplice e complessa: come si parla ai bambini della morte? Lo spettacolo nasce dall’incontro tra il regista e la pedagogista Sonia Lurati. La palla rossa nasce in collaborazione con l’Associazione di volontariato Braccialetti Bianchi.
Il 18 e 19 marzo tornano al Teatro della Tosse i berlinesi Familie Flöz con Infinita, uno spettacolo che riflette sui primi e ultimi istanti di vita. Un lavoro che diverte e commuove. Reduci da una lunghissima tournée mondiale, che ha fatto registrare il tutto esaurito a ogni data tornano a Genova con questa commedia senza parole eppure di una potenza espressiva coinvolgente.
Il 18 e 19 marzo Noccioli – esercizi di presenza uno spettacolo di Luigi Marangoni che riflette sull’essenza e il significato della vita e su quello che lasciamo. Uno spettacolo itinerante a cui possono partecipare gruppi ristretti di spettatori. Anche questo titolo è in collaborazione con l’Associazione di volontariato Braccialetti Bianchi.
Chiude la rassegna Sulla morte senza esagerare del Teatro dei Gordi omaggio alla poetessa polacca Wislawa Szymborska. Uno spettacolo che ha come protagonista la morte in carne ed ossa, che su una panchina raccoglie le confidenze dei morti. In scena dal 24 al 26 marzo.
Gli spettacoli
16-17 marzo Non c’è limite Alpeggio
di Alessandro Bergallo e Andrea Begnini regia Emanuele Conte e Alessio Aronne con Alessandro Bergallo voce registrata Pietro Fabbri produzione Fondazione Luzzati-Teatro della Tosse
Alpeggio è un piccolo paese nell’entroterra montuoso di una grande città. La crisi economica ha portato alla chiusura dei caseifici in cui si produceva la tradizionale toma e il paese si trova al centro di un flusso turistico molto particolare. I social network hanno eletto il suo Belvedere come il posto migliore del mondo in cui togliersi la vita. Gli aspiranti suicidi, sempre più numerosi, muovono amici e parenti, curiosi, giornalisti, turisti e cultori di cronaca nera. In breve si sviluppa un piccolo business che rigenera l’economia del paese che si vede costretto a scegliere da che parte stare…
17-18 marzo La palla rossa
scritto e diretto da Marco Taddei con Elisa Conte, Marco Taddei, Delia Abisetti, Margherita Saltamacchia, Marino Zerbin musiche di Giorgio Mirto scene di Leonardo Modena costumi Simona Paci disegno luci Matteo Crespi produzione CambusaTeatro
Lo spettacolo accosta alla gravità del contenuto un linguaggio e uno stile dal sapore di commedia surreale . Angelino si presenta a notte fonda in casa della figlia Marianna e di Marco, il marito, dicendo che sta per morire, che la Morte l’ha chiamato al telefono e che voleva passare a salutare la figlia. I due pensano che sia pazzo ma all’ora stabilita la Signora Morte si presenta alla porta. Marianna vuole far salutare ad Angelino sua figlia Alice, di sette anni, prima che il padre parta per sempre, ma Angelino non è per niente d’accordo a parlare della morte ai bambini. Dopo lo spettacolo incontro con gli attori e con la pedagogista Sonia Lurati.
18-19 marzo Noccioli – esercizi di presenza Per 36 spetattori
ideazione e regia Luigi Marangoni elaborazione drammaturgica Valeria Banchero con Ileana Bellantoni, Maria Paola Casà, Amedeo De Pirro, Elvina Donati, Giovanna Gabbrielli, Paola Gabbrielli, Enrico Marcolongo, Claudia Marinelli, Laura Parodi musiche dal vivo Ermanno Catocci, Scene Viviana dal Lago, Trucco Laura Pezzoli di Acqualuce, riprese video e fotografie Giovanni Baglini & Barbara Sinice, Grafica Giorgia Matarese produzione dinamici teatri e La Porta Nascosta
Che eredità abbiamo ricevuto? Quale traccia stiamo lasciando di noi? Nove persone, in una sorta di rito civile, condividono in modo leggero e profondo con lo spettatore un loro modo di essere più presenti nella continua danza della vita. Il pubblico attraversa il tempo muovendosi, in gruppi ristretti, negli spazi del teatro.
18-19 marzo Infinita
un‘opera di e con Björn Leese, Benjamin Reber, Hajo Schüler, Michael Vogel regia Michael Vogel, Hajo Schüler maschere Hajo Schüler scenografie Michael Ottopal costumi Eliseu R. Weide musiche Dirk Schröder disegno Luci Reinhard Hubert animazioni e video Silke Meyer video Andreas Dihm direttore di produzione Pierre Yves Bazin Una produzione di Familie Flöz, Admiralspalast, Theaterhaus Stuttgart
Infinita è una riflessione sui momenti in cui avvengono i grandi miracoli della vita, il timido ingresso nel mondo di qualcuno che nasce, i primi coraggiosi passi e l‘inevitabile caduta finale. A raccontarli sono quattro maschere fantastiche in un abile gioco d’ombre, accompagnate dall’incanto della musica. Una magistrale commedia senza parole eppure potentemente espressiva, struggente e al tempo stesso piena di gioia. Infinita è un mosaico apparentemente semplice ma costruito su tempi perfetti, capace di far ridere a crepapelle e commuovere fino alle lacrime.
Dal 24 al 26 marzo Sulla morte senza esagerare
deazione e regia Riccardo Pippa
di e con Giovanni Longhin, Andrea Panigatti, Sandro Pivotti, Matteo Vitanza
scene, maschere e costumi Ilaria Ariemme
disegno luci Giuliano Bottacin
cura del suono Luca De Marinis
organizzazione Camilla Galloni, Monica Giacchetto
co-produzione Teatro dei Gordi e TIEFFE Teatro Milano
con il sostegno di Regione Lombardia e Fondazione Cariplo – Progetto Next – Laboratorio delle idee per la produzione e la distribuzione dello spettacolo dal vivo
Armunia – Campo Teatrale di Milano – Centro Artistico Il Grattacielo – Centro Teatrale MaMiMò- Mo-wan teatro – Sementerie Artistiche – Concentrica 2016
Selezione Visionari Kilowatt Festival e Artificio Como 2016
Vincitore all’unanimità del Premio alla produzione Scintille 2015.
Premio Nazionale Giovani Realtà del Teatro 2015, indetto dall’Accademia d’Arte Drammatica Nico Pepe di Udine: spettacolo vincitore del Premio Speciale, Premio Giuria Allievi Nico Pepe e Premio del Pubblico.
L’unica certezza è la morte, si dice. Ma senza esagerare. Su una panchina, armata solo di una piccola pianta grassa, lei, la morte, aspetta i suoi ospiti, che uno alla volta si presentano. La Morte, una con un contratto a tempo indeterminato, molto lavoro da fare e un capo esigente. In fondo quanti ritardi nel suo lavoro, quanti imprevisti, tentativi maldestri, colpi a vuoto e anime rispedite al mittente! E poi che ne sa la Morte, lei che è immortale, di cosa significhi abbandonare un corpo?
Dieci maschere contemporanee di cartapesta, figure familiari raccontano, senza parole, i loro ultimi istanti, le occasioni mancate, gli addii; raccontano storie semplici con ironia, per parlare della morte in chiave ironica e divertente attraverso un linguaggio del corpo non convenzionale.
L’ex Ospedale psichiatrico di Quarto è stato “raccontato” molte volte, e su queste pagine abbiamo più volte documentato le novità che talvolta lo vedevano protagonista della sempre pretesa rinascita cittadina, fino alla resa totale alle leggi del profitto basato sull’urbanizzazione selvaggia. In ogni caso, un luogo caro e fortemente simbolico, da Collina dei matti a Polo di attrazione culturale oltre che sanitaria e sociale.
Oggi i progetti pubblici, seppur faticosamente, stiano andando avanti: il 23 Marzo, presso la sala del Minor Consiglio di Palazzo Ducale, è in programma un pubblico confronto fra il Municipio Levante ed il Coordinamento per Quarto da una parte, e rappresentanti delle istituzioni dall’altra, con l’intento di dar gambe all’accordo di programma da troppo tempo in sospeso.
Intanto le iniziative all’interno del complesso di Quarto procedono con buon ritmo e sempre più genovesi entrano nell’ex manicomio in cerca di corsi di formazione, seminari, laboratori e molto altro ancora. A volte capita di incontrare qualche ospite di quello che era uno fra gli ospedali psichiatrici più affollati, e sorge spontanea la domanda: ma dove saranno andati tutti gli altri pazienti ?
Che fine hanno fatto?
Ne parliamo con il dottore Natale Calderaro, allievo ed amico di Antonio Slavich e Franco Basaglia, che fu psichiatra a Quarto dal 1978 al 1985. «Arrivai in questo ospedale a fine 1978 chiamato proprio dal direttore Slavich e, tranne un breve ed intenso periodo in cui fui al Galliera, nel 1979, rimasi a Quarto fino al 1985». Una tempistica irripetibile, visto la rivoluzione giuridica in atto: «Al mio ingresso trovai nel reparto circa 150 degenti, molto diversi per età e per patologia, e francamente mi resi subito conto che il lavoro da fare era molto, e che non sarebbe stato per nulla facile. I primi tempi furono, infatti, molto duri: la Legge 180 era appena entrata in vigore e c’era grande confusione nei vari Ospedali e anche nell’opinione pubblica, divisa come al solito fra opposte fazioni». In ogni rivoluzione, si sa, ci sono molteplici sfumature. «A parole tutti erano d’accordo nel reclamare condizioni più umane per i pazienti psichiatrici, ma sui giornali si discuteva – e molto – sul metodo. Antonio Slavich era invece ben deciso nel suo programma riformista: ricordo che per prima cosa sequestrò tutte le camicie di forza con la stoffa delle quali fece rivestire le poltrone Frau del suo studio, per ricordare a tutti da dove si stava partendo. Fece segare le sbarre dalle finestre delle camerate, cercò di circondarsi, per quanto possibile, di persone di sua fiducia, che credessero nel progetto di far rientrare ogni paziente nel proprio ambiente, in modo da permettergli di ritrovarsi e ritrovare gli affetti, la famiglia, ma dove fossero anche ben accolti, ovviamente».
Un nuovo approccio che guardava non solo al presente ma anche al futuro dei pazienti: «Per questo le persone non venivano rispedite a casa come fossero stati degli oggetti, ma cercando prima di riallacciare la relazione con i familiari che erano invitati a venire in ospedale, superando la diffidenza che in certi casi era anche molto evidente».Ogni passaggio non era dato per scontato: «I pazienti erano accompagnati da noi (solitamente un dottore ed un infermiere) in visite “protette” nel loro ambiente – che talvolta sentivano come fortemente angosciante – finché il ritorno a casa non diventava una cosa del tutto naturale e comunque sempre seguita a distanza e in qualche modo monitorata prima da noi e poi dai SPDC». Unacronimo difficile che significava, e significa ancora oggi, perché esistono tuttora, Servizio psichiatrico diagnosi e cura. «Che poi eravamo sempre noi».
Ecco, ascoltando la narrazione del dottor Calderaro questo sembra essere stato uno snodo assai importante, anzi fondamentale, per tutto quello che è venuto dopo e che ancora vediamo a Quarto. «In ogni caso era importante non svolgere questo lavoro di reinserimento in maniera ideologica – precisa lo psichiatra – perché quando c’erano forti resistenze da parte delle famiglie era fondamentale procedere gradualmente e senza imporre nulla. Poi nella stragrande maggioranza dei casi che ho seguito ciò che rassicurava maggiormente i familiari era la consapevolezza che noi del Servizio c’eravamo sempre, che saremmo intervenuti in qualsiasi momento fosse stato necessario e che ogni crisi che avessero segnalato sarebbe stata seguita con la massima attenzione».
Casa dolce casa, oppure no?
«Comunque – prosegue – non sempre il poter andare a casa rendeva felici i pazienti, anzi, talvolta li inquietava, perché la libertà come sappiamo è difficile da gestire, quindi per queste persone il lavoro da fare era più lungo e complesso». Un lavoro che partiva dai pazienti stessi: «Nessuno di loro fu forzato ad andare via e parecchi decisero di rimanere all’interno della struttura come ospiti; non uscivano magari da più di dieci anni e la loro casa ormai era il manicomio. In questi casi si cercò di portare dentro quello che loro non volevano o temevano di cercare fuori, dare un’occupazione, risvegliare l’interesse per il mondo esterno attraverso varie forme».
Una volta a “casa” il lavoro però continua: «Nel tempo abbiamo continuato a vedere questi pazienti ad intervalli regolari attraverso i Centri di Salute Mentale istituiti nel 1979 che hanno svolto, e tuttora svolgono, una funzione importantissima sul territorio, poiché si propongono non solo per l’emergenza ma anche per la prevenzione del disagio psichiatrico».
Alcuni degenti sono stati dirottati verso strutture private, ma secondo il dottor Calderaro non sono stati un numero significativo: «Credo che forse inizialmente qualche caso ci sia stato, ma non credo siano stati numeri importanti. Alla fine erano circa ottanta le persone rimaste ospiti dell’ex Ospedale Psichiatrico».Nel 2012 arriva la notizia che i pazienti erano stati «messi all’asta», a gruppi di 20, per essere affidati alle strutture che avessero vinto la gara d’appalto: «Scoppiò un putiferio che, paradossalmente, aiutò la rinascita di Quarto stesso. Infatti, attraverso l’Associazione famiglie pazienti psichiatrici (Alfapp), l’Asl fu denunciata e perse la causa, ritirando il provvedimento; da allora hanno ripreso vigore tutte le associazioni attorno a questo complesso portando ai risultati ottenuti lo scorso anno, anche grazie ad una inedita collaborazione fra gli Enti».
Semplicemente a casa
Conclude il dottor Calderaro: «Ormai saranno una cinquantina le persone residenti all’interno della struttura, parecchi di loro hanno piccoli incarichi lavorativi, tengono il bar ordinato, puliscono gli spazi sociali, hanno stretto legami molto solidi. Alla fine ci fanno pensare che il lavoro fatto è stato molto, e che certamente non è stato inutile. Ma anche che continua e dovrà continuare».
L’unica cosa che ci sentiamo di aggiungere ad una così completa relazione è che Quarto nell’immaginario collettivo ha il cuore in questa collina, matta per definizione: ed i suoi ospiti che qui vivono sono l’iconica presenza di un quartiere che guarda avanti ma che sempre da qui deve partire, qui dove tutto è cominciato.
L’ex mercato di corso Sardegna è finalmente pronto a cambiare volto, ma solo al suo interno perché il piano urbanistico operativo approvato questa mattina dalla giunta del Comune di Genova non prevede alcuna demolizione o costruzione interrata. «Ora – annuncia il vicesindaco e assessore all’Urbanistica, Stefano Bernini alla agenzia Dire – si può partire con il project financing in piena conformità con la destinazione urbanistica e con i vincoli ambientali della Regione e monumentali della Sovrintendenza».
Nulla di fatto per le rivendicazioni degli ambientalisti che chiedevano più spazi pubblici e aree verdi. «I quattro volumi che esistono vengono riqualificati e restaurati – spiega Bernini – e conterranno attività commerciali (un supermercato per la media distribuzione ed esercizi di vicinato) e servizi destinati al territorio (tra cui una palestra) in collaborazione con il Municipio». Ma ci sarà spazio anche per gli incassi dei privati. «L’edificio più verso mare, protetto solo negli affacci esterni – prosegue il vicesindaco – verrà svuotato e sarà adibito a posteggio senza costruire nuovi volumi». Adesso toccherà al bando di gara che metterà in concorrenza il progetto presentato dall’associazione temporanea di imprese (Santa Fede, Cosmo Costruzioni Moderne e Sab) con altri eventualmente interessati. Si parla di un progetto complessivo da circa 25 milioni di euro. «E’ importante che finalmente si sia riaperta la porta per la riqualificazione di un’area che – conclude Bernini – vede anche migliorare le sue condizioni di esposizione al rischio idrogeologico grazie ai lavori che si stanno sviluppando sul Bisagno e sul Fereggiano».
La Giunta comunale, su proposta dell’assessore al patrimonio Emanuele Piazza, ha approvato questa mattina la bozza dell’Accordo di valorizzazione che sarà firmato con l’Agenzia regionale del Demanio e il Ministero dei Beni e delle attività culturali e del turismo per il trasferimento al Comune della palazzina “Casa del soldato” in piazza Sturla.
Dopo la ex caserma Gavoglio, i forti Begato, Sperone, Crocetta, Tenaglie, Belvedere, Torre Granara e i Magazzini del Sale, un’altra struttura, quindi, entrerà nelle disponibilità della civica amministrazione.
Il Municipio Levante e l’Amministrazione comunale, accogliendo le sollecitazioni di alcuni comitati, hanno avviato un percorso di partecipazione con associazioni e cittadini, che ha coinvolto anche istituti universitari, per trasformare la Casa in un centro di attività sociale e culturale per i quartieri. L’obiettivo del programma è il recupero dell’edificio (990 metri quadrati, quattro piani e uno seminterrato), destinandolo a spazi pubblici e ad uso collettivo (formazione, servizi di quartiere, ecc.), con un ruolo di aggregazione sociale a livello locale e di sviluppo culturale a livello cittadino.
L’edificio di architettura razionalista è opera dell’architetto Luigi Carlo Dameri, analogamente ad altri edifici dell’epoca come la casa del Mutilato e il teatro della Gioventù. Attualmente la struttura è in forte e visibile decadimento: per il suo riutilizzo, quindi, dovranno essere previsti dei lavori di ristrutturazione, cosa che renderà il progetto esecutivo quantomeno delicato, visto anche i vincoli a cui è soggetta.
«Dopo l’acquisizione dal Demanio degli ex Magazzini del sale a Sampierdarena e dopo le opere realizzate (altre sono in cantiere) all’ex caserma Gavoglio, al Lagaccio, l’Amministrazione comunale – sottolinea l’assessore Emanuele Piazza – avvia un nuovo significativo progetto di recupero nel levante cittadino con la valorizzazione dell’ex Casa del soldato a Sturla. Un ulteriore elemento di vivibilità in un quartiere dove il Comune ha già realizzato, insieme ai privati, un Innovation Hub, recuperando l’edificio di viale Cembrano a poca distanza dalla Casa del soldato».
La bozza di accordo dovrà adesso passare attraverso il Consiglio comunale. Una volta completate le pratiche di cessione a titolo gratuito da parte del Demanio, si potrà incominciare la fase operativa.
Mentre il primo sole dal sapor primaverile illumina Genova, nel Municipio della Bassa Val Bisagno fervono i lavori di riqualificazione. Si va a ritmo sostenuto e alla fine di aprile due cantieri importanti saranno finalmente chiusi: quello di via Borgo Incrociati e quello di piazza Martinez. Con la tornata elettorale alle porte è difficile fare previsioni sui successivi interventi, ma il sogno nel cassetto resta l’allestimento pedonale del Ponte di Sant’Agata.
Borgo Incrociati
Proprio nel borgo medievale, che in antichità era appena fuori le mura della città, sono partiti i rifacimenti. Prima la pavimentazione e il riordino di piazza Raggi, appena fuori dalla metropolitana, poi finalmente quelli della via che fino a pochi mesi fa era una colata di asfalto dissestato. Ora una bella pavimentazione sorge nel “gioiellino” della Bassa Valbisagno, ma non solo: «Oltre alle lastre abbiamo rinforzato la rete idrica bianca e nera, abbiamo installato un’illuminazione a led in accordo con la Sovrintendenza e abbiamo chiuso i vicoli che purtroppo erano usati come gabinetti a cielo aperto con inferriate saldate – spiega soddisfatto Massimo Ferrante, presidente del Municipio Bassa Valbisagno – ormai manca solo un 20% e il lavoro sarà concluso». L’occhio vuole la sua parte, non ci sono dubbi, ma la riqualificazione di Borgo Incrociati ha due intenti più profondi. Innanzi tutto la sicurezza che, con la nuova rete idrica è migliorata, ma anche la creazione di posti di lavoro che potrebbero arrivare a breve: «Alcune attività commerciali, tra cui una gelateria e una pizzeria, hanno espresso l’interesse ad aprire proprio nella via – continua Ferrante – è una ricaduta a pioggia iniziata con i cantieri e che vede la sua naturale conclusione in economie e indotto». Insomma, la Bassa Valbisagno punta in alto dopo aver rialzato la testa in seguito alle tragedie causate dall’alluvione. Tutti qui hanno ancora negli occhi quei terribili momenti, con il Bisagno esondato, danni ingenti e soprattutto perdita di vite umane. Da quelle ore che adesso sembrano lontane, ma non troppo, molto si è mosso e anche speso: il Municipio ha investito 520mila euro di cui 120 mila provenienti dal bilancio 2015 e 400mila dal bilancio 2016.
Piazza Martinez
Non resta che aspettare poco più di un mese, quasi contemporaneamente alla consegna dei giardini di piazza Martinez. Il 28 aprile si chiuderà il cantiere e il 12 maggio si svolgerà l’inaugurazione ufficiale. Il giorno di San Valentino ha regalato il primo lotto concluso e a primavera inoltrata i giardini torneranno completamente in mano ai cittadini. Migliorato l’aspetto, certo, ma anche in questo caso il valore dei lavori è doppio. «Adesso non ci sono più zone non illuminate e questo è garanzia di maggior sicurezza – dice ancora il presidente del Municipio – ma la vera sorpresa è arrivata da alcuni senza tetto che ci hanno chiesto di poter contribuire a tener pulita l’area. Questo mi ha lasciato senza parole». I giardini saranno “divisi” in tante aree quante sono le stagioni della vita: una dedicata all’infanzia, una dedicata all’adolescenza con la pista per le biciclette, una dedicata alle famiglie e una dedicata agli anziani che avranno panchine nuove e tavolini per giocare a dama o a scacchi. Tutto condensato in un unico spazio ricreativo che all’inizio dei lavori aveva sollevato qualche polemica relativa alla chiusura estiva per inizio cantiere. Anche in questo caso l’investimento è stato ingente: 680mila euro di cui 280mila provenienti dalle casse del municipio e 400 mila da quelle del Comune di Genova.
Il sogno del Ponte di Sant’Agata
Il volto della Bassa Val Bisagno dunque lentamente sta cambiando, tra rifacimenti, piccoli e grandi lavori che ne hanno ridisegnato la fisionomia. Progetti realizzati senza mai dimenticare quel sogno nel cassetto che via via è diventato sempre più concreto, sino a trasformarsi in studio di fattibilità: l’antico ponte di Sant’Agata. Una passerella leggera fatta di materiale trasparente e metallo che renderebbe di nuovo lo storico ponte percorribile a piedi. Una struttura che mischierebbe l’antico al moderno come si usa fare in molti paesi europei, una passerella che avrebbe l’aspirazione di lanciare il ponte medievale verso il futuro e verso la sponda est del Bisagno. Se questo progetto davvero sarà realizzato, si potrebbe trasformare il vicino ponte Castelfidardo in una strada solo carrabile, togliendo il disagio di quei marciapiedi tanto stretti da passare a fatica con un passeggino o con una carrozzina. E però di mezzo ci sono non pochi ostacoli, a partire dalla Sovrintendenza: «Non sono certo gli ostacoli a spaventarmi – dice ancora Ferrante – sono disposto al dialogo e a studiare nei minimi dettagli insieme a tutti gli Enti interessati ogni minimo particolare, soprattutto gli elementi legati alla sicurezza. Ma il ponte si può fare, anche se dal punto di vista estetico sarà necessario superare qualche taboo tipico della nostra cultura». Di certo sarebbe un lavoro lungo; a giugno si svolgeranno le elezioni amministrative che implicheranno una scelta anche per il presidente del Municipio Bassa Val Bisagno: «Se ci sarà una coalizione mi ricandiderò per portare a termine tanti altri progetti, ponte di Sant’Agata compreso» – conclude Ferrante. Ma questa è tutta un’altra storia.
Lo spreco di cibo vale nel mondo circa 2.060 miliardi di euro. Secondo la Fao più di 1,3 miliardi di tonnellate di alimenti ancora consumabili vengono ogni anno buttati via, un quantitativo che potrebbe sfamare per un anno intero 2 miliardi di persone.
È stata presentata oggi nel Salone di Rappresentanza di Palazzo Tursi “RICIBO”, una rete di associazioni, imprese e servizi sociali per trasformare lo spreco alimentare in risorsa. Sono intervenuti – tra gli altri il sindaco Marco Doria, l’assessore alle Politiche socio sanitarie Emanuela Fracassi, l’assessore all’Educazione e Stili di Vita del Comune di Udine Raffaella Basana, rappresentanti delle associazioni e operatori dei servizi attivi nel territorio.
Nel corso dell’incontro è stata presentata la pagina web del sito istituzionale del Comune di Genova, frutto del lavoro delle associazioni, dei Servizi sociali territoriali e della Direzione Politiche Sociali sul tema del contrasto allo spreco di cibo e della distribuzione di alimenti alle persone in difficoltà. La pagina rimanda anche alla fanpage Facebook RICIBO che ha lo scopo di collegare tra loro le associazioni e diffondere le iniziative e gli eventi che si organizzano in città. Nel dettaglio Ricibo è un progetto di rete a regia comunale che si pone l’obiettivo di ridurre lo spreco alimentare a Genova, implementando le strategie della nuova legge nazionale favorendo la connessione tra enti pubblici, associazioni no profit e aziende donatrici.
In Italia, infatti, lo spreco costa lo 0,5% del Pil, oltre 8 miliardi di euro. Per una famiglia italiana questo significa una perdita di 1.693 euro l’anno. In Italia ogni anno finiscono tra i rifiuti dai 10 ai 20 milioni di tonnellate di prodotti alimentari, per un valore di circa 37 miliardi di euro. Cibo che basterebbe a sfamare, secondo la Coldiretti, circa 44 milioni di persone. Dati che dovrebbero sollevare diversi dubbi su come è gestita la filiera alimentare nella nostra civiltà “occidentale”.
Per questo motivo, la lotta allo spreco è diventata nel 2016 legge dello Stato. Un provvedimento organico sul recupero delle eccedenze nelle fasi di produzione, trasformazione, distribuzione e somministrazione di tali prodotti e sulla loro donazione per solidarietà sociale.
A Genova è presente da anni un’ampia e diffusa rete di punti di distribuzione di alimenti in eccedenza alle famiglie in condizioni economiche difficili, con la regia comunale, gestita da vari soggetti pubblici, ecclesiali, del terzo settore e privati nel quadro di un’azione più ampia, volta al contrasto della povertà, dell’emarginazione e dello spreco di beni primari. Con questo progetto, la speranza è quella di attivare e mettere in comunicazione i diversi soggetti attivi, o attivabili, del territorio genovese, al fine di recuperare e ridistribuire tutto ciò che il mercato considera rifiuto alimentare. L’unione fa la forza: la scatola è stata fatta, ora servono i contenuti.
Un allestimento sobrio ma intimo, che sviluppa un percorso intenso attraverso la vita e le opere di un artista il cui successo arrivò un minuto dopo la sua morte. Questa è la mostra “Modigliani” allestita a Palazzo Ducale, e visitabile dal 16 marzo al 16 luglio 2016, e che sicuramente farà registrare un altro successo dell’istituzione culturale di Genova.
Un trentina di opere che ci accompagnano attraverso la vita “traballante” di un artista europeo per eccellenza: nato a Livorno, si trasferisce ventiduenne a Parigi, dove entra in contatto con la crema culturale europea, tra cui Guillaume, Brancusì e Picasso. La sua evoluzione artistica, fatta di raffinatezza e sensibilità, si coglie nella ritrattistica, dove l’empatia e la sensualità guidano la mano di “Modì”. Proprio sui ritratti è incentrata l’esposizione di Palazzo Ducale, che ha il merito di rendere evidente le qualità appunto intime del pittore-scultore, che nel corso della sua breve vita ha saputo “costruire” una «Purezza ed una eleganza formale assolute», come ricorda Rudy Chiappini, curatore della mostra insieme a Dominique Vieville e Stefano Zuffi.
I ritratti di donne sono il fulcro del percorso: «Dipingere una donna è come possederla», affermava Modigliani, ricordando come «la Bellezza è dovere doloroso». Ed è proprio negli sfondi neutri, nei nasi bidimensionali, nei visi ovali di queste opere che ritroviamo la cifra dello stile dell’artista, che ha saputo stravolgere il mondo della pittura, pur rimanendo ben saldo alle radici della pittura toscana medievale. Amedeo Modigliani morirà trentacinquenne, con il peso di una vita fatta anche di droga, alcool e grandi passioni; e senza sapere di aver cambiato il mondo della pittura, per sempre.
Durante tutta la durata dell’esposizione, numerose saranno le iniziative legate all’autore, tra incontri, concerti e conferenze. Il programma completo degli eventi è consultabile sul sito dedicato www.modiglianigenova.it