Che ne sarà del nuovo waterfront cittadino? Una domanda che rischia di rimanere senza risposta definitiva ancora per molto tempo. Nell’ultimo numero dell’edizione cartacea di Era Superba abbiamo dedicato diverse pagine alla visione della Genova del futuro che l’amministrazione comunale sta cercando di portare avanti. Ormai oltre un mese fa, il vicesindaco Stefano Bernini non aveva avuto alcuna remora a raccontarci le sue perplessità sull’idea, allora solamente abbozzata, di cedere a Renzo Piano le chiavi del nuovo fronte del mare cittadino che chiama in causa una complessa ristrutturazione di aree non più funzionali alla Fiera di Genova e altri spazi di proprietà di Autorità portuale.
«Piano fa disegni perché sono belli e perché deve vendere disegni belli – commentava sulle nostre pagine il vicesindaco – io invece devo confrontarmi con la necessità di fare un lavoro in tempi rapidi per poter offrire spazi che siano coerenti con le mie necessità industriali. Stiamo parlando della volontà di valorizzare una delle aree più interessanti della nostra città, che riceve la fascia di arrivo in centro di tutta la Val Bisagno, che è a pochi passi dalla stazione Brignole e che, soprattutto, è la porta di collegamento naturale tra levante e ponente, attraverso via XX settembre. Perché dobbiamo fissare l’immagine futura della città sui disegni di Renzo Piano?».
Nel frattempo, però, il nuovo (ed ennesimo) affresco blu di Renzo Piano è stato ufficialmente presentato e pare che, oltre che ad Autorità Portuale e Regione, non dispiaccia più di tanto neppure al sindaco Marco Doria. «Il progetto di Piano è apprezzabile – ha detto ieri pomeriggio il primo cittadino rispondendo al question time in Sala Rossa – e ha degli elementi di genialità perché è stato concepito da un professionista di straordinario valore. Cerca di collegare in una visione unitaria le varie necessità della città, provando a rispondere, da un lato, alle esigenze di un comparto produttivo fondamentale come quello delle Riparazioni navali, dall’altro, alla valorizzazione degli spazi ex fieristici aprendoli alla città creando nuovi collegamenti tra il quartiere della Foce e il Porto Antico. Ecco perché come amministratore comunale ho ritenuto di aderire a questo: ora si tratta di compiere i passi giusti dal punto di vista della correttezza assoluta delle procedure amministrative che decideremo di intraprendere, in totale coerenza con quanto già stabilito nella delibera del luglio 2014».
Sindaco contro vicensindaco, allora? All’apparenza sembrerebbe di sì, anche se lo stesso Bernini non conferma, almeno direttamente. Anche perché la situazione è ben più intricata per poter essere ridotta a semplici “diversità di vedute” interne alla giunta. Buona parte della partita si gioca attorno al futuro delle Riparazioni navali. Bernini propone il tombamento dell’area del Duca degli Abruzzi per spostare qui l’intera attività che ha necessità di maggiori spazi a disposizione: «È proprio quest’area che Burlando vorrebbe far ridisegnare a Piano ma non ha una lira da dargli e un orizzonte temporale strettissimo viste le imminenti elezioni. Magari vorrebbe un disegnino da “regalare” alla Paita ma poi che cosa succederebbe?» si chiedeva il vicesindaco qualche settimana fa.
«Le Riparazioni navali nella posizione attuale non hanno prospettiva– ha ribadito ieri Marco Doria – tanto che le aziende più dinamiche trasferiscono le proprie attività lavorative a Marsiglia: o stiamo a guardare senza fare niente, magari facendo i disegni più belli del mondo, oppure possiamo creare le condizioni affinché questo pezzo della nostra storia continui a operare a Genova offrendogli spazi più adeguati». In questo caso la posizione del sindaco sembra riavvicinarsi a quella del suo vice. Va detto che proprio ieri mattina il primo cittadino aveva incontrato le altre istituzioni in gioco per fare il punto della situazione: possibile che qualche pedina sia stata mossa in maniera efficace. Ad esempio, quella che riguarda la vendita ad Autorità portuale del Palazzo Ex Nira per una cifra che potrebbe aggirarsi attorno ai 6/7 milioni di euro. Per il momento, comunque, l’unico elemento ufficiale in campo è la delibera approvata in Sala Rossa lo scorso luglio che forniva alla giunta le linee di indirizzo da seguire per la vendita delle aree ex fieristiche e la loro nuova destinazione d’uso.
Altro punto che sembra essere piuttosto chiaro al sindaco sono le varie spettanze economiche: «Si tratta di un’operazione complessa e articolata che richiede l’intervento di soggetti e fonti di finanziamento diversi: gli interventi in aree di proprietà di Autorità portuale dovranno esser finanziati da Autorità portuale, quelli su aree di proprietà del Comune, essendo irrealistico pensare che le possa finanziare direttamente il Comune con le sue casse, dovranno esser finanziate attraverso un’intelligente e controllata partecipazione di soggetti privati che si vorranno inserire all’interno di un disegno urbanistico da discutere nelle sedi di amministrazione comunale competenti».
Ma quanta pazienza avrà ancora il Comune (e il vicesindaco) in questo gioco tra istituzioni, considerando che in ballo ci sono 18 milioni (che Tursi deve alla sua partecipata Spim per l’operazione immobiliare di acquisto delle aree non più funzionali a Fiera di Genova)? E, soprattutto, che cosa potrebbe succedere qualora il Consiglio comunale si trovasse a dover votare una delibera che affidasse a Renzo Piano le chiavi della riprogettazione delle aree ex-fiera? Il blasone dell’archistar potrebbe non essere sufficiente a convincere i già numerosi scettici.
Simone D’Ambrosio
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Il tema dell’uso terapeutico della cannabis è stato approfondito in più di un’occasione su queste pagine. Durante l’ultima puntata di #EraOnTheRoad, siamo tornati sulla questione pubblicando senza censura la testimonianza di malati e produttori con l’intento di comprendere se il diritto di curarsi con la cannabis, riconosciuto dalla legge italiana almeno in teoria, sia di fatto inibito a chi ne dovrebbe poter fruire.
Nonostante la voglia di rivendicare apertamente ed a gran voce il diritto di ottenere per sé le migliori terapie disponibili, le persone intervistate devono celare la propria identità dietro a pseudonimi; infatti gli alti costi della cannabis importata legalmente a scopi medici dall’Olanda costringono spesso i malati a pratiche al limite della legalità, e a volte oltre, come l’autoproduzione.
Le testimonianze sono in forma anonima per tutelare i malati e chi li aiuta gratis ai confini della legge pic.twitter.com/O3e6zWLffR
La testimonianza di Alberto, produce cannabis per combattere la malattia
[quote]Se l’alternativa è quella di andare dallo spacciatore, io mi sento più tranquillo così. Certamente però la legislazione non prevede la possibilità dell’autoproduzione, nemmeno per i malati, e credo che questo dovrebbe essere la prima cosa da fare[/quote]
«Ho 30 anni, sono un lavoratore precario – racconta Alberto – e tre anni fa mi hanno diagnosticato la sclerosi multipla; grazie all’utilizzo della canapa sono riuscito a combattere in maniera efficace la mia malattia. Tre anni fa ero in sedia a rotelle, a causa degli spasmi muscolari che mi causavano forti tremiti alle gambe. Ai tempi, tra l’altro la legge regionale non era ancora stata approvata; mi sono attivato subito per capire se la marjuana avrebbe potuto aiutarmi, come avevo letto da più parti. Attraverso degli amici mi sono procurato uno spinello con relativa facilità, come credo possa fare anche oggi chiunque ne abbia la necessità o solo la voglia. Già precedentemente alla diagnosi mi era capitato di fumare in maniera saltuaria, ma non immaginavo assolutamente quali potessero essere gli effetti della sostanza sulla patologia che adesso ho: nel giro di cinque minuti infatti la mia gamba aveva smesso del tutto di tremare, e non solo, anche i dolori muscolari erano molto migliorati. Nella mia condizione ti senti come se il muscolo lavorasse sempre, non riesci a rilassarlo, e ti sembra che i tessuti si strappino da dentro: una sensazione simile a quella che prova chi ha un muscolo sotto sforzo da tanto tempo. Questo tipo di dolori ha cominciato a sparire, con l’uso della marjuana, sostanzialmente senza effetti collaterali, salvo una gran fame».
Alberto mi parla poi delle note dolenti della situazione: infatti ha seri problemi economici che non gli consentono di curarsi come dovrebbe: «Ho approfondito molto le mie ricerche sui benefici che questa pianta produce per decine di malattie, studiando gli effetti dei numerosi principi attivi presenti nella cannabis, fino ad arrivare alla conclusione che avrei tranquillamente potuto coltivarla da me. Per il farmaco Bedrocan importato dall’Olanda (si tratta di cime di una varietà di cannabis appositamente selezionata sulla base dell’alta concentrazione di principi attivi) bisogna spendere circa quattordici euro al grammo, con tempi d’attesa di almeno tre mesi, ammesso che tu riesca a trovare un medico preparato in materia e disposto ad effettuare la prescrizione».
«Ottenere la prescrizione è stato difficile: in ospedale non sono riuscito a trovare un medico che mi prescrivesse il Bedrocan; venivo ignorato oppure mi si rispondeva di aspettare il Sativex che sarebbe uscito sul mercato a breve (si tratta di un prodotto sintetico, che dovrebbe essere utilizzato in sostituzione del Bedrocan, ndr). So che può sembrare assurdo, ma nessuno per ignoranza o per paura mi voleva prescrivere il farmaco che su di me aveva l’effetto migliore. Addirittura mi veniva somministrato un medicinale miorilassante che, oltre ad avere una scarsa efficacia, mi provocava incontinenza. Alla fine sono riuscito ad ottenere una prescrizione da un neurologo. Io ho una cosiddetta ricetta bianca, con la quale posso acquistare marjuana dalle farmacie completamente a mio carico, a fronte di una pensione di invalidità di duecentonovanta euro riconosciutami per la mia patologia. Tieni presente che consumo circa un grammo di cannabis al giorno, e quindi per me l’acquisto in farmacia è una soluzione impraticabile: non potevo, né posso tuttora, permettermelo. Ho anche provato dei preparati sostitutivi come lo spruzzino, che però per me, come per diverse altre persone con le quali ne ho parlato, si è rivelato poco efficace a combattere alcuni disturbi tra cui il dolore. Mi sono dunque chiesto come fare a procurarmi regolarmente la marijuana di cui necessito per stare meglio».
“La risposta– mi spiega Alberto- l’ho trovata quando ho scoperto che esistono delle aziende olandesi, inglesi, americane e spagnole che vendono semi di qualità e genetiche selezionate appositamente per alcune patologie. Allora ho acquistato per modica cifra questi semi, ed in breve ho ottenuto la mia prima piantina. Nel frattempo però mi rifornivo dal mercato clandestino, con tutti i problemi del caso, ed inoltre non ero tanto contento di regalare soldi alle mafie; poi anche il solo uscire di casa nelle mie precarie condizioni fisiche, per di più entrando a volte in contatto con certe realtà, non era proprio confortevole. Mi ritrovavo spesso per le mani cannabis di scarsa qualità, tagliata con sostanze dannose, come ho compreso soprattutto da quando ho consumato le inflorescenze coltivate ed essiccate da me: gli effetti benefici, rispetto a prima, erano ancora più sorprendenti. Ancora oggi vado avanti in questa maniera, perché è l’unica modo di non dare un mare di soldi a mani sbagliate, e di avere il meglio per me. Ormai poi ho anche individuato le diverse varietà che si associano meglio ai momenti ed ai disturbi di cui soffro, per cui in questo senso riesco completamente ad autogestirmi.”
L’assunzione di cannabis a scopo terapeutico con il vaporizzatore
Alberto mi spiega e mi fa vedere come consuma la sua medicina: «Il miglior modo di assunzione, che io sfrutto grazie ad un regalo che mi ha fatto un’amica, è quello della vaporizzazione della pianta: in questa maniera si assumono tutti i principi attivi del vegetale senza che si verifichi combustione, cosa che sprigionerebbe anche sostanze nocive. La vaporizzazione estrae dalla pianta tutti i principi attivi e gli oli essenziali che vengono quindi assunti per inalazione. Si tratta di una metodologia ottimale di consumo per i non fumatori, anche se il vaporizzatore ha un costo piuttosto elevato; per questo alcune farmacie addirittura li affittano. Il problema ora è quello di uscire un po’ allo scoperto per reclamare il diritto alla cura, perché nel frattempo i malati continuano a rifornirsi sul mercato nero; chi sta male non può aspettare la marjuana legale italiana per la quale saranno necessari anni. E poi, perché pagare caro qualcosa che quasi chiunque può prodursi da solo?».
Chiedo a questo punto ad Alberto se non tema le possibili conseguenze legali che derivano dalla sua attività di autoproduzione, e questa è la risposta: «Ma guarda, visto che io non spaccio, penso che se facessero un’indagine sul mio conto non dovrei avere molti problemi. Poi, se l’alternativa è quella di andare dallo spacciatore, io mi sento più tranquillo così. Certamente però la legislazione non prevede la possibilità dell’autoproduzione, nemmeno per i malati, e credo che questo dovrebbe essere la prima cosa da fare. Mi sembra un’ ingiustizia costringere gente che prende 290 euro di pensione di invalidità al mese ad arricchire le case farmaceutiche quando potrebbe prodursi il suo farmaco autonomamente. Poi, quando uno ha certe patologie invalidanti, non può nemmeno più fare certi lavori, infatti non è raro che i malati si trovino in ristrettezze economiche: magari la tua vita era scaricare camion, e ti trovi da un giorno all’altro a non poter più lavorare».
Chiedo dunque ad Alberto quali fossero i medicinali che in precedenza gli venivano somministrati: «Flebo da 1000 mg di cortisone, poi mi riempivano di oppiacei contro il dolore come il Toradol, per me assolutamente inefficace. Inoltre mi somministravano psicofarmaci per riuscire a farmi dormire: il cortisone è uno steroide e quindi ti agita, sudi, non è una bella sensazione. Con la cannabis, a parte il cortisone, ho eliminato tutto il resto, e non mi fiderei più ad usare Lexotan, Tavor o altri psicofarmaci: per me hanno effetti collaterali molto più pesanti della cannabis che mi produco con il solo ausilio della cacca di gallina. Molti malati vivono nella paura perché si curano grazie ad una pianta, è assurdo. Il Bedrocan non è altro che erba, molto forte e passata sotto ai raggi gamma per garantire la non contaminazione di funghi o muffe. In Italia per gran parte del mondo scientifico questa materia è un tabù, legato anche a notevoli interessi economici».
La testimonianza di Rosa: un calvario fra ospedali e farmacie
[quote]Ero ricoverata al San Martino e sulla cartella clinica era correttamente riportato che dovevo assumere cannabis tre volte al giorno, ma in tutto l’ospedale non c’era un vaporizzatore, né qualcuno che poteva farmi infusi. Gli infermieri arrivavano quindi tre volte al giorno e mi portavano sul terrazzo perché potessi farmi una canna, una cosa che per me nel 2014 è assurda[/quote]
Nel corso della nostra indagine, abbiamo incontrato Rosa, che ci ha raccontato la sua storia: «Ho cinquant’anni, e dall’età di un anno soffro di epilessia a seguito di un accesso di febbre, anche se i medici non sono mai riusciti esattamente ad identificarne la causa. Per gran parte della mia vita sono stata bombardata di medicinali, soprattutto benzodiazepine, con pesanti effetti collaterali come l’impossibilità di guidare, una costante sonnolenza ed enormi problemi sul lavoro, ad esempio non potevo fare alcuna attività notturna. Ho inoltre nel tempo sviluppato una farmaco-resistenza notevole ed una neuropatia. Al compimento del quarantesimo anno di età, a seguito di un lavoro di documentazione che ho portato avanti negli anni, ho deciso di provare a rivolgermi alle strutture sanitarie per provare qualche terapia alternativa a quelle che avevo in corso, ed in particolare di provare con la cannabis in via sperimentale. La risposta è stata di fermo rifiuto, ed allora, del tutto autonomamente, ho cominciato a scalare fino ad eliminare i vecchi farmaci e ad assumere regolarmente marijuana. Ho sperimentato da sola i dosaggi dei vari cannabinoidi, e il risultato è stato notevole: riesco con la cannabis ad evitare la maggior parte delle crisi che mi colpivano anche tre o quattro volte l’anno, e ho scoperto che per me l’ideale è un alto tasso di thc. Queste crisi sono eventi molto intensi e pericolosi, mi hanno causato nel corso della vita diverse fratture, e in un caso il coma: la canapa insomma ha migliorato nettamente la qualità della mia vita».
Rosa poi racconta come è arrivata ad importare legalmente il medicinale di cui ha bisogno, e dei problemi che ha dovuto e deve affrontare: «Successivamente sono entrata in contatto con una serie di movimenti per il diritto alla libertà di cura, con il mondo antiproibizionista, e ho quindi deciso di provare insieme al mio compagno, anche lui affetto da serie patologie, di giocare la carta dell’importazione tramite il servizio sanitario nazionale, mai sostenuta veramente dal reparto di neurologia. Grazie ad un provvedimento dell’allora ministro Livia Turco, e ad un medico che aveva capito la nostra situazione grazie alla documentazione che gli avevo sottoposto, sono riuscita ad iniziare l’avventura dell’importazione del Bedrocan dall’Olanda. I costi sono elevatissimi, fra me ed il mio compagno arriviamo a spendere 1200 euro ogni due o tre mesi. L’ultima importazione che dovevo effettuare infatti non me la sono più potuta permettere, semplicemente non ho più il denaro per pagare, ho anche diversi debiti contratti per pagarmi le cure. Trovo questa cosa scandalosa, mi è stato riconosciuto il 67% di invalidità e un sacco di cure visto il mio reddito basso mi sono riconosciute gratuitamente o quasi, ma così non è per il Bedrocan, mentre la morfina e le benzodiazepine te le tirano letteralmente dietro».
Rosa mi racconta come durante i suoi numerosi ricoveri, dovuti alle crisi e alle conseguenti cadute, spesso le strutture ospedaliere le abbiano somministrato farmaci che le provocavano forti effetti collaterali, oppure come non si riuscisse a trovare una maniera adeguata per farle assumere la propria terapia: «Una volta sono caduta a seguito di una crisi fortissima come non mi succedeva più da anni e ho riportato delle fratture facciali; in ospedale sulla cartella clinica era correttamente riportato che dovevo assumere in Bedrocan tre volte al giorno, ma in tutto l’ospedale non c’era un vaporizzatore, né qualcuno poteva farmi infusi. Gli infermieri arrivavano quindi tre volte al giorno e mi portavano sul terrazzo perché potessi farmi una canna, una cosa che per me nel 2014 è assurda».
Infine Rosa mi spiega che ora non riesce più a permettersi il Bedrocan di importazione: «Allo stato attuale io non riesco più a pagare, non assumo nessun farmaco sostitutivo, e allo stesso tempo per questioni di spazio e lavoro non riesco a fare coltivazioni di canapa, quindi mi riferisco a chi la coltiva, coltivatori o malati che cercano di sopravvivere come me, magari partecipando alle spese di produzione. Non posso fare diversamente anche perché non voglio rivolgermi al mercato nero: ho bisogno di una sostanza pura, che sia trattata adeguatamente, adatta alla patologia e poi non voglio incentivare chi ne fa commercio quando ne avrei diritto gratuitamente. Se io chiedessi la morfina come terapia del dolore me la darebbero, mentre se chiedi il Bedrocan in molti ospedali, come al San Martino di Genova, nicchiano, di fatto inibendo un tuo diritto.Il mio appello è quello che si sblocchi questa situazione che non permette ai malati di curarsi liberamente scegliendo le terapie più opportune, pensa che siamo arrivati al punto che ci sono dei malati oncologici ai quali danno la morfina che non viene assunta ma scambiata con la cannabis sul mercato nero, per via o di una maggiore efficacia, o semplicemente dei minori effetti collaterali ai quali espone il consumatore».
Riccardo, il produttore sano che condivide con i malati senza scopo di lucro
[quote]Su internet ad esempio, dove il contatto è mediato da avatar virtuali, è possibile rendersi conto, attraverso comunità e forum dedicati, che le persone e le reti dedite questo tipo di attività sono diverse, anche limitatamente alla nostra città. Si sanno nascondere molto bene, ma sono parecchi[/quote]
Per ultimo abbiamo intervistato Riccardo; lui non è malato, ma è un consumatore di cannabis a “scopo ricreativo” che da lungo tempo autoproduce le sostanze che consuma: «Si comincia a coltivare, nel mio caso come in molti altri, da ragazzi, quando si fuma per le prime volte qualche spinello; si trattava di un passatempo, di una passione, che era mossa dalla curiosità e dalla necessità di evitare i costi esosi e la scarsa qualità della marijuana reperibile attraverso il mercato nero».
Negli anni Riccardo è venuto a conoscenza delle proprietà mediche della pianta, così come dei problemi che molti malati hanno nel reperire quella che per loro è una medicina spesso insostituibile: «Visto che coltivo per me stesso, ho cercato di entrare in contatto con persone che abbiano esigenza medica di questa sostanza per condividere i frutti del raccolto, senza alcun fine lucrativo o commerciale. Date le leggi di questo paese vigenti in materia, i contatti ed i rapporti legati a questo mondo sono tendenzialmente personali, confidenziali, e i metodi di approccio più frequenti sono l’incontro, il passaparola. Si tratta di una questione di consapevolezza e passione comune a molte persone, che cercano di coordinarsi organizzando assemblee su tutto il territorio nazionale per identificare buone pratiche da portare avanti per affrontare il problema».
«Questa attività è portata avanti sostanzialmente senza una struttura organizzativa che raduni produttori e malati, perché una simile modalità operativa non consentirebbe la necessaria discrezione, o l’altrettanto importante agilità delle comunicazioni. Ci si basa dunque principalmente sulla conoscenza diretta, anche se può succedere che all’interno di queste reti di rapporti qualcuno abbia la possibilità di mettere a disposizione uno spazio adatto alla coltivazione: allora è possibile che le risorse di più persone vengano messe in comune nel portare avanti un’unica attività. Quello che si verifica più spesso è però che un singolo preveda, o si trovi ad avere, un raccolto abbondante, e decida così di condividere il proprio prodotto con chi ne ha bisogno. Generalmente il coltivatore di cannabis ha piacere di condividere con gli altri il proprio prodotto, la consapevolezza di fornire un valido aiuto a persone afflitte dalla malattia non fa altro che aumentare il piacere della condivisione».
«Grazie al passaparola – spiega Riccardo in relazione alla realtà che conosce direttamente – si cerca di entrare in contatto con sempre più malati, perché penso che nonostante i rischi di cui sopra il mettersi in rete e l’essere numerosi siano delle soluzioni concrete al problema, o se non altro una delle vie da provare a percorrere. Su internet ad esempio, dove il contatto è mediato da avatar virtuali, è possibile rendersi conto, attraverso comunità e forum dedicati, che le persone e le reti dedite questo tipo di attività sono diverse, anche limitatamente alla nostra città. Si sanno nascondere molto bene, ma sono parecchi; negli anni purtroppo è facile conoscere malati che necessitano di cannabis per stare meglio, ed è così che generalmente si instaurano queste dinamiche».
Il know-how e il materiale per mettere in piedi una piccola o media autoproduzione sono paradossalmente a disposizione di chiunque abbia i mezzi economici per procurarseli, perché si tratta nella media di materiali piuttosto costosi come lampade e sostanze fertilizzanti: oltre che su internet, sono di facile reperibilità nei sempre più numerosi negozi dedicati, facili da trovare in qualunque grande città del paese. «È un mercato più che florido, che va di pari passo con un fenomeno di netto cambiamento a livello mondiale dei paradigmi culturali rispetto alla cannabis. Non dimentichiamo che in tanti altri stati nel mondo la coltivazione e l’autoproduzione di marijuana hanno conosciuto un vero e proprio boom, legato anche al cambio di rotta delle politiche statunitensi sulla droga leggera che hanno aperto a questi prodotti un mercato enorme».
Per concludere chiedo a Riccardo se secondo lui con la recente bocciatura da parte della Corte Costituzionale della legge cosiddetta “Fini-Giovanardi” si sono aperti secondo lui spiragli per l’autoproduzione, soprattutto in riferimento ai malati. La risposta di getto è negativa, ecco le argomentazioni: «Si è passati dai governi Berlusconi che hanno portato avanti per anni una politica ghettizzante e repressiva nei confronti del fenomeno, ai governi Monti e Letta che non si sono minimamente preoccupati di affrontare la questione, fino ad arrivare a Renzi, che prende provvedimenti slegati l’uno dall’altro, più utili a fare propaganda e a dipingersi come liberale piuttosto che a cambiare realmente qualcosa. Basti dire che il provvedimento che autorizza la produzione su suolo italiano di cannabis- presso lo stabilimento chimico farmaceutico militare (Scfm) di Firenze–non affronta in nessun modo la questione della distribuzione della sostanza, se non altro ai malati».
Le testimonianze di questi tre genovesi danno un quadro di quanto l’Italia, come in molti altri settori della scienza e della cultura in forte mutamento, sia molto indietro rispetto alle realtà dei paesi più avanzate. Il dibattito sulla cannabis medica, e sull’efficacia complessiva delle politiche proibizioniste rispetto alla canapa, langue da anni, anche vittima di anacronistiche posizioni dogmatiche e demonizzanti. Nonostante il momento storico sia difficile, e le priorità politiche del governo sembrino essere praticamente tutte legate all’economia, sicuramente c’è la necessità di procedere speditamente nell’approfondire il dibattito, mettendo di conseguenza in atto soluzioni concrete che tutelino la salute pubblica, in particolare per i malati. È una questione di giustizia e di libertà.
Carlo Ramoino
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Doverosa premessa personale: fin da bambina avrei voluto avere le api. Da un paio d’anni ho realizzato questo sogno con due arnie, tanti sbagli ma anche tanta soddisfazione. Per cui vi lascio immaginare l’entusiasmo con cui mi sono arrampicata sulle alture di Prà per incontrare Marina Consiglieri, Presidente Liguria Biologica, tecnico apistico Alpa Miele e apicoltrice di professione.
La strada che porta all’azienda agricola di Marina è tanto sorprendente quanto disagevole. Si sale tra serre, muretti a secco e fasce e laggiù in fondo si intravvedono i container del porto, le gru, il mare. Incredibilmente, dopo le piogge e il dolore, la città si è svegliata in questa domenica di ottobre sotto un sole caldissimo. Salgo lungo una strada sterrata piena di sassi, buche, dossi, radici: cose da esperti navigatori dell’entroterra. Quando arrivo a destinazione la vista ripaga del viaggio. Ci troviamo in una conca disseminata qua e là di querce e ulivi, dominata da una vecchia casa con alle spalle un monte ricoperto di erica. Un’oasi, una destinazione degna di un viandante da fiaba. Nell’erba e tra gli alberi riconosciamo subito le arnie circondate da coltivazioni di ortaggi che Marina Consiglieri commercializza attraverso la rete dei GAS locali. Il mare e il porto sbucano lontani all’orizzonte e anche la sagoma triste della Concordia fa capolino tra gli alberi.
Con Marina prendiamo il caffè sotto il pergolato e iniziamo a parlare. Ci raggiunge Antonio, suo fratello, che in questa storia ha un ruolo centrale. «Ha iniziato lui con le api. Faceva il servizio civile, era la fine degli anni 70…» Antonio che oggi è un agronomo interviene «Ti ricordi? Le prime arnie le abbiamo costruite con del legno che avevo preso da un falegname iraniano a Campomorone. Le abbiamo ancora da qualche parte». Da allora Marina, che prima faceva l’impiegata, le api non le ha più lasciate. Oggi ha 50 arnie a Moconesi in Val Fontanabuona e 30 sulle alture di Prà. Dell’apicoltura ne ha fatto una professione e quando le chiedo un bilancio mi guarda tranquilla e senza tanti giri di parole mi dice «Positivo. Bello». Parole schiette e dirette, come lei.
Parliamo del presente.2014 annus horribilis per apicoltura.2011 60/80 kg di miele per arnia.Oggi non più di 10/20 kg @_CONAPI_#EraOnTheRoad
La nostra chiacchierata con Marina avviene in un anno decisamente difficile per l’apicoltura «Nel 2011 siamo arrivati a produrre tra i 60 e gli 80 kg di miele per arnia. Oggi va già bene se riusciamo ad averne dai 10 ai 20 kg». Le ragioni? Primo fra tutti il clima. Dopodiché sugli avversari delle api potremmo parlare a lungo citando i pesticidi ma anche antagonisti più specifici come l’acaro della varroa o la famigerata vespa vellutina avvistata per la prima volta in Italia proprio nella nostra Regione.
Marina lavora in regime biologico e ci soffermiamo sull’argomento per capire che cosa significa essere bio in apicoltura «Innanzitutto è fondamentale la dislocazione degli apiari: devono essere lontani da industrie, discariche, coltivazioni intensive. In Liguria abbiamo poco spazio ma queste condizioni si trovano più facilmente che altrove. Il nostro è infatti un territorio particolarmente adatto all’apicoltura biologica considerando anche l’assenza di colture intensive spesso letali per le api. Comunque, in generale, in Italia la legislazione è rigida ma va riconosciuto il fatto che il miele italiano ha mediamente un livello qualitativo molto alto».
Ma fare l’apicoltore non vuol dire solo produrre miele. «Anche la propoli e il polline sono prodotti sui cui oggi c’è un buon mercato. La propoli è un antibiotico naturale che si ottiene da una sostanza resinosa che le api raccolgono dalle gemme di alcuni alberi. È un prodotto estremamente interessante che viene raccolto dall’apicoltore e dato in trasformazione ai laboratori autorizzati». Diverso è il discorso della pappa reale «In questo caso ci troviamo di fronte a un lavoro più complesso e più specifico ma sicuramente le prospettive di mercato per la pappa reale italiana sono buone. Alcuni dicono che l’estrazione della pappa reale sia un lavoro prettamente femminile, è un’attività meno fisica e richiede pazienza e precisione – a questo punto Marina sorride – Io preferisco spostare arnie e melari».
Oggi Marina deve prelevare gli ultimi melari della stagione. Vado con lei. È una donna di 59 anni, piccola e minuta ma la sua energia la si coglie appieno nella velocità con cui sposta i melari che, anche se in questa stagione sono soltanto pieni per metà, sono comunque molto pesanti. Si mette la tuta con la maschera e apre alcune arnie per controllare le famiglie che sono popolosissime. Lavorando Marina mi indica la montagna alle nostre spalle «È ricoperta di erica. Alle api piace, ne fanno un miele profumatissimo».
Mi avvicino alle arnie, faccio foto, osservo le api che ci ronzano intorno in questo spazio sospeso tra il cielo e il mare. E a questo punto ci scappa una puntura… Salutando Marina ci siamo dette che le devo un’ape. Ma questa è un’altra storia.
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Nel mondo del cinema esistono alcuni connubi incredibilmente fruttuosi e flop clamorosi. Spesso i film prendono le mosse da libri, da giochi tradizionali oppure da videogiochi di successo e l’esito al botteghino è talvolta una sorpresa. Nel 2016 è prevista ad esempio l’uscita della pellicola basata sul popolare World ofWarcraft e Thomas Tull, produttore del film, ha fornito una spiegazione del perché molti lungometraggi basati su videogiochi si rivelino dei fallimenti: «I film basati sui videogiochi non sono mai stati fatti bene, e penso che parte del motivo risieda nel fatto che sono stati creati per la ragione sbagliata. Se dici soltanto “Quanta gente ha giocato al gioco? Quanti soldi possiamo farci?” Sei spacciato. Sei finito ancora prima di iniziare».
Probabilmente è quello che è accaduto a Super Mario Bros, film del 1993 andato in negativo di 27 milioni di dollari, e a tanti altri titoli successivi per cui non sono state fatte le giuste considerazioni. Eppure ci sono lungometraggi ispirati a giochi tradizionali che riescono a catturare il pubblico: il poker, la roulette, il blackjack e in generale il mondo dei casinò non rovinano necessariamente una pellicola, qualora si parta da storie da raccontare e non si pensi soltanto agli introiti. Rounders, ad esempio, tradotto in Italia con Il giocatore, ha avuto un grande successo al botteghino, complici gli attori, fra cui spiccano Matt Damon nei panni del protagonista Mike e John Malkovich, e complice il fatto che la trama sia di primaria importanza e non sottovalutata in nome di quanto attiri il poker in generale.
Altro connubio di successo è stato quello fra il libro Casinò di Nicholas Pileggi e l’omonimo film uscito nel 1995: sarà che la regia è di Martin Scorsese e che i protagonisti sono Robert De Niro e Sharon Stone, ma anche in questo caso la trasposizione cinematografica è stata ben accolta perché la trama è appassionante. I giochi tradizionali piacciono ancora molto e il mito che se un passatempo di successo viene tramutato in film non può diventare che un flop è da sfatare. Questi stessi giochi sono stati oggi digitalizzati, hanno raggiunto una audience più ampia e se anche per esempio la tombola online di William Hill sta riscuotendo successo, su quali basi possiamo dire che un eventuale film ispirato a questo gioco sarebbe un fallimento. Le perdite al botteghino derivano più che altro da videogiochi che diventano film e che seguono le dritte sbagliate, non da giochi in generale trasposti sul maxischermo.
Per uno Street Fighter – Sfida finale (1994) deludente, un Final Fantasy: The Spirits Within (2001) che scontenta tutti e un Resident Evil (2002) che deraglia fuori dai binari segnati dal videogioco, esistono un Giocatore, un Casinò e un 21 di successo. 21, film del 2008 basato su una storia vera, non conta su un cast stellare, ma sul blackjack e su una narrazione puntuale e ben svolta. La discriminante fra un film di successo proveniente da un gioco e uno che si rivela un flop non risiede nel fatto che quel gioco sia tradizionale oppure da console; il vero problema dei film ispirati ai videogiochi è che vengono a mancare una trama appassionante e una storia ben strutturata.
Alle parole di Thomas Tull possiamo aggiungere quelle di David S Goyer, sceneggiatore di Batman Begins e L’uomo d’acciaio, che individua la falla del connubio cinema-videogiochi nel fatto che i videogiochi fatti bene sono quelli in cui ci si immedesima con la situazione e l’ambientazione; il protagonista è di secondaria importanza perché quello che il giocatore si ricorderà sempre è cosa ha fatto a un determinato livello, quando è avvenuta la svolta, e queste emozioni non possono essere restituite da un film.
Tutti gli occhi sono ora puntati su Tetris, di cui la casa di produzione Threshold Entertainment ha acquisito i diritti per fare un film. Potrebbe sembrare strano costruire una pellicola basandosi su uno dei più famosi videogame degli anni Ottanta, quello in cui andavano impilati con precisione i mattoncini che cadevano dall’alto, ma Larry Kasanoff, CEO della casa di produzione, ha rassicurato tutti con frasi che in realtà non risultano cristalline: «Non sarà un film dove un gruppo di linee si rincorrono sullo schermo. Non stiamo lasciando spazio alla forme geometriche. C’è una storia dietro a Tetris che lo renderà una cosa molto più fantasiosa». Dobbiamo preparaci all’ennesimo flop cinema-videogioco, oppure la storia da raccontare è davvero fantasiosa? Speriamo che la Threshold Entertainment faccia tesoro dei fallimenti avvenuti prima di lei.
Il declino industriale italiano e genovese è sotto gli occhi di tutti. Pensiamo all’intricata situazione dell’impresa siderurgica Ilva, il destino della società cantieristica Fincantieri, l’ipotesi di cessione del ramo trasporti del gruppo Finmeccanica, dunque Ansaldo Breda e la genovese Ansaldo Sts. Tutte realtà che nel territorio ligure conservano importanti presidi che equivalgono a diverse migliaia di posti di lavoro.
Per esaminare la questione industriale in Italia abbiamo contattato due fra i maggiori esperti in materia, Luigi Vergallo docente presso l’Università di Milano e Giuseppe Berta docente di Storia Contemporanea dell’Università Bocconi; è importante sottolineare come entrambi concordano su almeno due punti: il paese, da lungo tempo, è privo di una vera politica industriale; inoltre, così com’è oggi, senza una profonda riqualificazione, l’apparato produttivo nostrano non sembra in grado di superare le sfide della modernità e della spietata concorrenza al ribasso – soprattutto relativa al costo del lavoro – in vigore nel mercato globale.
L’inchiesta integrale è pubblicata sul numero 56 di Era Superba (dove trovare la rivista). Sostenendo Era Superba puoi ricevere ogni uscita direttamente a casa o sulla tua email (qui maggiori informazioni).
«Paghiamo lo scotto dell’assenza di una politica industriale degna di questo nome fin dagli anni ’70, periodo in cui possiamo collocare l’inizio di una crisi per le economie avanzate, dalla quale poi in sostanza non si è più usciti – spiega Vergallo – Da qui ha preso il via un enorme processo di deindustrializzazione. In quegli anni avremmo avuto necessità di una strategia di sviluppo industriale, ed economico in senso più ampio, invece è mancata, e tuttora manca, una politica industriale forte, capace non dico di dettare la linea, ma almeno di indicare un percorso possibile. Si sono persi anni importanti. E soprattutto si continua a perdere troppo tempo dal punto di vista della ricerca».
«Aggiungo che la storia dell’industria italiana non sarebbe stata la stessa senza l’apporto dell’intervento statale – commenta Berta – che ha giocato un ruolo fondamentale di apripista e guida. Perciò non è vero che dobbiamo smantellare l’industria pubblica italiana.Bisognerebbe lanciare una grande operazione come l’inchiesta industriale del 1870-’74, o la commissione economica della Costituente nel 1946, in cui le istituzioni interrogano gli operatori da un lato per redigere un bilancio dell’esistente, e dall’altro per cercare di tirare fuori linee concrete di sviluppo. Su che cosa dobbiamo puntare? Dove concentriamo le nostre energie e risorse? Manca questa visione d’insieme».
Ilva
Nello stabilimento di Genova Cornigliano i dipendenti sono 1750, di cui 1450 con contratti di solidarietà (il recente accordo tra Governo e parti sociali ha garantito la continuità di reddito e l’integrazione salariale grazie ai lavori di pubblica utilità fino a settembre 2015, quando potranno ripartire i contratti di solidarietà).
«Il cuore del problema è Taranto, e adesso l’unica strada percorribile è quella di una soluzione internazionale – sottolinea Giuseppe Berta – Ma un grandissimo operatore dell’acciaio perché compra? Può essere interessato sia ad un tentativo di riqualificazione degli impianti, sia ad un intervento di riduzione della concorrenza. Io temo che possa sussistere anche quest’ultimo aspetto». L’incognita principale, però, per il momento è soprattutto relativa a chi dovrà affrontare il costo del risanamento del sito pugliese, «dubito che il compratore voglia accollarsi simili ingenti oneri economici» . L’altro interrogativo riguarda il ridimensionamento della produzione. Un operatore internazionale che subentra di solito tende a ridurre la capacità produttiva. «Da un lato bisognerebbe riqualificare la produzione, per produrre un acciaio più sofisticato, d’altro canto si tratta inevitabilmente di ridurre la capacità produttiva, e dunque anche l’occupazione – continua Berta – I nodi critici sono tanti, e finora non sono stati affrontati con chiarezza. La siderurgia italiana ha varie faccie. Ha la faccia dell’Ilva, che è quella più problematica, ma ha pure i volti di Arvedi, di Danieli, e di altri operatori, che producono acciai speciali. Sicuramente c’è ancora spazio per la produzione italiana, tuttavia, l’Ilva dovrebbe puntare sulla produzione di acciai di qualità alta».
Secondo Berta «La colpa del nosto paese è di non aver visto un mondo in evoluzione. Basta guardare la Germania, oppure la siderurgia coreana. Quanti e quali passi avanti hanno fatto nell’ambito della riduzione dell’impatto ambientale della siderurgia. Noi, invece, cosa abbiamo fatto? In questi ultimi 25 anni è cambiato il mondo dell’acciaio, mentre in Italia siamo rimasti al palo. O perlomeno, sono cambiati soltanto alcuni nostri segmenti».
Fincantieri
Lo storico stabilimento Fincantieri di Genova Sestri Ponente, dove sono stati costruiti transatlantici reputati tra i migliori al mondo per la loro qualità, dà lavoro a circa 560 dipendenti, oltre la metà dei quali attualmente in cassa integrazione. Tre anni fa il piano industriale del gruppo prevedeva la chiusura del presidio genovese. Oggi, fortunatamente, le ultime notizie parlano di un’imminente ripresa del lavoro. A metà luglio, infatti, si è svolta la cerimonia del taglio della prima lamiera per la nuova Regent (Seven Seas Explorer), nave da crociera extralusso che sarà realizzata nei prossimi mesi nel cantiere di Sestri, per essere consegnata all’armatore nell’estate 2016. Nel frattempo, secondo indiscrezioni di stampa, sarebbe stato confermato l’ordine anche per un’altra nuova nave.
L’annuncio di due o tre anni di lavoro nel cantiere di Sestri Ponente è ovviamente una buona notizia per il sindacato. «Però, a maggior ragione perché è prevista la costruzione di una nave, probabilmente due, e questo ci rende più tranquilli, cerchiamo di capire cosa accade nel settore – sottolinea il segretario generale Fiom-Cgil Bruno Manganaro – La cantieristica vive proprio dei cicli, oggi la tendenza al “gigantismo navale” è un po’ in frenata».
Eppure ci sono nuovi settori sui quali ragionare, ad esempio «La costruzione dei cosiddetti traghetti verdi per risolvere il problema del costo troppo alto degli attuali combustibili – continua Manganaro – L’altra questione è quella energetica: parliamo della realizzazione di piattaforme off-shore per sfruttare forme energetiche alternative. Nel Nord Europa si punta molto sull’eolico in mare. L’Italia in tal senso è a zero, Fincantieri pure. Siamo indietro di anni. Insomma, dobbiamo studiare, fare ricerca sui materiali in mare, magari sviluppando nuove idee in Italia. Costruendo centri di ricerca, attraverso il legame con l’Università, ad esempio a Genova ci sarebbe tale opportunità. È il Governo che dà questi input? È l’azienda che ci pensa? Sennò, superato un momento di crisi, dopo che cosa farà Fincantieri? I singoli stabilimenti del gruppo devono essere in grado sia di realizzare una nave da crociera, sia altre tipologie di strutture, grazie alle specializzazioni, in gran parte di ingegneria navale, che potrebbero crescere al suo interno».
Senza dimenticare che Genova ancora attende il famoso “ribaltamento a mare” del cantiere, che consentirà a Sestri di superare diseconomie di scala penalizzanti. «Siamo in ritardo di 4-5 anni. Adesso abbiamo un nuovo ordine, ma una volta conclusa la commessa, senza il ribaltamento saremo di nuovo punto a capo», chiosa Manganaro.
Ansaldo Sts
Il nuovo Amministratore Delegato di Finmeccanica, Mauro Moretti, ha affermato di aver trovato “luci ed ombre” nella variegata galassia societaria del gruppo, ma anche “cose eccellenti”. Secondo Moretti “Finmeccanica fa troppe cose e deve, invece, concentrarsi sui prodotti a più alto livello tecnologico”. Quindi, una volta selezionati i settori sui quali investire, gli altri potranno essere venduti al migliore acquirente. Tra questi ultimi ci sarebbe il settore trasporti, ovvero Ansaldo Sts, azienda leader nella progettazione, installazione e manutenzione di sistemi di segnalamento, unica realtà di Finmeccanica ad aver mantenuto la sede legale a Genova, ed Ansaldo Breda, impresa attiva nella produzione di materiale rotabile.
Il presidio genovese di Ansaldo Sts conta oltre 600 lavoratori. Così, dopo aver vissuto l’uscita di Ansaldo Energia dall’orbita Finmeccanica (nell’ottobre 2013, infatti, l’84,5% delle quote societarie sono passate alla Cassa Depositi e Prestiti, che poi le ha cedute per il 40% ai cinesi di Shanghai Electric) Genova si appresta a vivere un simile processo pure per Ansaldo Sts.
Sarà regolato da un patto di sussidiarietà il nuovo modo di rispondere alle esigenze delle donne che hanno subito violenza e dei minori che le accompagnano. Un percorso mai sperimentato prima che prevede la co-progettazione e la co-realizzazione di iniziative a sostegno della lotta alla violenza di genere. Ne abbiamo parlato con le associazioni coinvolte e con il Comune di Genova.
Dove eravamo rimasti? Su Era Superba avevamo raccontato la distribuzione dei finanziamenti 2013 e le azioni future che si erano prospettate, partendo dal presupposto che sul territorio genovese gli enti che si occupano di lotta alla violenza di genere sono più di uno e che il sistema di assegnazione di risorse (tramite bando pubblico) ad un solo ente non fosse più funzionale. Da questo punto, e dalle indicazioni che ha dato la Regione nel Testo Unico delle norme del Terzo Settore (LR 6 dicembre 2012 N 42), ripartiamo; la soluzione individuata è quella dei patti di sussidiarietà come formula per la gestione dei servizi alla persona.
Violenza sulle donne a Genova, verso il patto di sussidiarietà
Dopo la Commissione pubblica, in cui si sono incontrate associazioni e Comune,è stato emesso un avviso pubblico per l’attuazione del patto, sono stati individuati gli enti che avrebbero potuto partecipare alla co-progettazione e co-realizzazione del progetto per le azioni contro la violenza di genere (un sistema di interventi di prevenzione, informazione, consulenza e sostegno) e si è costituita una ATS (Associazione Temporanea di Scopo) fra le diverse onlus che hanno, poi, presentato un progetto alla Conferenza dei sindaci di Asl3 (che riunisce i sindaci o i loro rappresentanti dei 40 Comuni, compreso quello di Genova, che fanno parte del territorio dell’Asl3 genovese). In questo momento si sta attendendo che la Conferenza emetta un atto ufficiale, si sta preparando la delibera e, a quanto ci dicono dalla Direzione Politiche Sociali di Tursi, si sta definendo l’accordo che dovrà essere sottoscritto dal Comune stesso (come capofila della Conferenza dei sindaci di Asl3) e dal capofila dell’ATS. Questo sancirà in modo formale un patto che, tuttavia, è già sancito in maniera non formale. Il documento prevede come anticipato la progettazione congiunta di servizi a sostegno della donna maltrattatae la co-realizzazione degli stessi attraverso l’impiego congiunto di risorse umane e finanziarie da parte di pubblico e privato.Al momento non ci sono ancora i numeri ufficiali per quanto riguarda l’ammontare del finanziamento pubblico che tuttavia dovrebbe aggirarsi intorno ai 70.000 euro complessivi (quel che è certo è che il contributo non potrà superare il 70% del costo totale del progetto che arriva sino a settembre 2015). Se questa anticipazione dovesse trovare conferma, i fondi riservati al patto sarebbero inferiori rispetto a quelli che fino al 2013 venivano affidati ad una sola struttura. Ma sulle risorse a disposizione non si sbilancia Barbara Carpanini dalla Direzione Politiche Sociali del Comune di Genova«in corso d’opera si capirà meglio quali risorse economiche serviranno. Non bisogna dimenticare che in questo patto la pubblica amministrazione non mette a disposizione solo risorse economiche, ma anche alcuni locali, oltre al centro già esistente di via Mascherona (dove si trova attualmente il centro antiviolenza gestito dall’associazione il Cerchio delle Relazioni, ndr) anche alcuni spazi sul territorio comunale laddove sono stati avviati sportelli».
Le associazioni coinvolte, sono quelle che vi abbiamo già raccontato a cui si aggiungo altre due realtà. Dell’ATS, costituita ufficialmente il 29 luglio 2014, fanno parte Mignanego Società Cooperativa Sociale Onlus, Il Cerchio delle Relazioni, il Centro per non subire violenza onlus da UDI, Associazione U.D.I. Genova, l’Aurora società cooperativa sociale onlus e C.I.R.S. Genova. Aurora e CIRS avranno il compito di prendersi in carico le utenti con problemi psichiatrici. Il CIRS si occupa del reinserimento in particolare di giovani donne che si trovino in situazioni di disagio psico-sociale. La cooperativa Aurora raccoglie in sé l’esperienza di più di trent’anni di interventi sociali a favore di donne in gravi difficoltà, è nata dall’iniziativa di tre enti di volontariato tutti impegnati in questo campo (L’Ancora – il C.I.R.S. di GE.- La Tenda).
Dunque l’ATS è costituita e il progetto presentato è in attesa di firma ufficiale. Ora le associazioni che già operano tutti i giorni nella lotta alla violenza hanno un compito in più: quello di incontrarsi e cercare di trovare un modo per uniformare al meglio la raccolta dati, le pratiche, le modalità di rilevazione, le schede anagrafiche. «Si vuole cercare una metodologia comune di lavoro, una sinergia fra i diversi soggetti», racconta Paola Campi del Centro Pandora seguita a ruota da Olmi del Centro per non subire violenza «definire tutti gli aspetti “tecnici” per avere una metodologia comune fermo restando la specificita’ di ogni centro. In questo modo si eviteranno sempre più sprechi di risorse sia umane che economiche». Oltre al lavoro sui centri ricordiamo che dell’ATS fanno parte CIRS e L’Aurora che nel progetto (che speriamo presto di leggere per esteso) si occuperanno di sostegno psichiatrico, ma non solo. È stata infatti ipotizzata la creazione di un punto di ascolto per il maltrattante in modo da agire anche in questo senso per contrastare la violenza di genere. Il progetto prevede per il 2014 la formazione di personale per l’attuazione. C’è poi l’UDI (che quest’anno festeggia i 70 anni di attività) che si occuperà di una serie di iniziative di tipo culturale e informativo soprattutto con incontri nelle scuole.
Insomma da quello che ci è sembrato di capire le risorse umane ed economiche disponibili per questo primo patto permettono per il momento di concentrarsi principalmente su due aspetti: una fase di raccolta dello status quo insieme all’uniformazione dei dati e la formazione di due nuove risorse per il maltrattante. «Stiamo già lavorando e raccogliendo spunti, emergono spontaneamente altre attività e servizi che avranno bisogno di una futura programmazione per un nuovo patto», chiosa Carpanini.
È ancora presto per dare giudizi su questo ambizioso progetto, lo affermano anche associazioni e Comune. La strada sembra quella giusta, l’importanza di fare rete e sistema e di dare nuova linfa e organizzazione alla lotta alla violenza di genere è fuori discussione. Il percorso intrapreso tuttavia è in salita, le risorse finanziarie restano le medesime degli anni passati (o addirittura si riducono) mentre le realtà coinvolte aumentano, basta questa affermazione per capire che qualche cosa non torna. Il sospetto è che il contributo del 30% chiesto alle associazioni potrebbe rivelarsi troppo oneroso in risorse umane ed economiche. Staremo a vedere.
Claudia Dani
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La Lega Italiana per la Lotta contro i Tumori lancia il progetto Ancora Donna: si tratta di una campagna di crowdfunding sulla piattaforma Rete del Dono che ha come obiettivo quello di fornire assistenza gratuita alle donne in terapia oncologica e post-operatoria.
Con un contributo libero, tutti i sostenitori aiutano a mantenere gratuita questa assistenza. Donare è semplice, basta collegarsi al sito retedeldono.it (clicca qui).
La campagna curata da LILT Genova è rivolta alle pazienti che stanno affrontando terapie oncologiche, e si pone come obiettivo primario quello di per farle sentire ancora donne in un momento così difficile dal punto di vista fisico e psicologico.
Si sostiene la “parte sana” delle pazienti attraverso servizi gratuiti come lo psicologo, il nutrizionista, il dermatologo, l’acconciatore ,gli specialisti in tecniche di arte terapia, Reiki, Tai Chi Chuan, autisti LILT per il trasporto da e per l’ospedale.
A tutto questo si aggiunge la compartecipazione della LILT alla spesa per l’acquisto della parrucca: un buono del valore di 100 € per l’acquisto di una parrucca.
LILT Genova ha iscritto il progetto Ancora Donnaa questa campagna di crowdfunding per poterne sempre garantire l’esistenza. Il percorso di ogni donna all’interno del progetto è infatti per lei completamente gratuito e personalizzato per rispondere adeguatamente ai singoli bisogni: in questo modo ognuna può sentirsi accolta come persona ed ha la possibilità di sentirsi parte del gruppo.
La LILT – Lega Italiana per la Lotta contro i Tumori – Sezione Provinciale di Genovaoffre servizi alle pazienti un preziosi servizio di assistenza, l’accoglienza nella Casa Amici che si trova vicino all’Ospedale San Martino di Genova, un servizio di trasporto dei malati, consulenze psicologiche, riabilitazioni e reinserimento sociale.
LILT Genova promuove corretti stili di vita quali la sana alimentazione e l’attività fisica e risponde alle esigenze della prevenzione secondaria con visite mediche a contributi ridotti, che permettono a tanti di controllare il loro stato di salute.
L’Associazione conta oggi a Genova oltre 3000 soci e nel Poliambulatorio di Via Caffaro fornisce ogni anno circa 6.000 prestazioni, tra visite ginecologiche e pap test, ecografie transvaginali, mammografie, ecografie mammarie, visite senologiche, visite e mappatura nei, visite urologiche, visite colon retto, visite ed ecografie alla tiroide.
Altri numeri di LILT Genova sono: 6.000 visite annuali al Poliambulatorio di Via Caffaro; 6.500 ospiti annuali in Casa Amici; 850 trasporti per 5800 Km percorsi all’anno dalla nostra auto a disposizione dei pazienti in trattamento chemioterapico; 90 signore in terapia oncologica seguite costantemente con il progetto “Ancora Donna”, che offre servizi dedicati al miglioramento della qualità di vita; 3.500 studenti delle scuole primarie e secondarie di Genova e Provincia coinvolti ogni anno in attività di informazione ed educazione alla salute sui temi delle dipendenze e sensibilizzazione agli stili di vita salutari; 3.434 tra amici e followers su Facebook LILT Lega Tumori Genova; 3.500 iscritti alla Newsletter.
Per informazioni sul progetto: www.legatumori.genova.it; raccoltafondi@legatumori.genova.it; 010.2530160
Chi è Carola Frediani. È giornalista, si è formata e ha lavorato con Franco Carlini (pioniere della Rete e autore di Chip&Salsa) nell’agenzia Totem. Ha fondato l’agenzia Effecinque, agenzia giornalisti indipendente. Frediani si è immersa nel web “profondo” per più di due anni, lo ha frequentato, passando giorni in chat per conoscere chi quel mondo lo frequenta per i più diversi motivi, sia da spettatore che da protagonista. E lo ha esplorato facendo il proprio mestiere da giornalista: ponendo domande, verificando le fonti e riunendo tutto in un testo un racconto-inchiesta.
“La prima regola del Deep Web è che non si parla del Deep Web”. Così esordisce l’ebook di Carola Frediani. “Chi lo pratica e lo vive, per i motivi più diversi, in genere non ama la pubblicità. Chi dovrebbe parlarne, ad esempio i media, di solito non va mai oltre l’immagine cupa e vaga di “web oscuro”. In queste due frasi “ rubate” all’introduzione dell’ebook di Carola Frediani “Deep Web. La rete oltre Google. Personaggi, storie, luoghi dell’internet profonda” edito dalla casa editrice digitale Quintadicopertina, sono riassunte le motivazioni per cui abbiamo deciso di intervistare l’autrice e cercare di raccontare (almeno in parte) che cosa vi sia all’interno di questo mondo.
L’intervista integrale è pubblicata sul numero 56 di Era Superba (dove trovare la rivista). Sostenendo Era Superba puoi ricevere ogni uscita direttamente a casa o sulla tua email (qui maggiori informazioni).
Per chiunque di noi, internet corrisponde a Google o meglio ai motori di ricerca più in generale, è da qui che partiamo quando vogliamo essere informati o quando cerchiamo qualcosa. Poi vi è tutto il mondo dei social media, che probabilmente, in alcuni casi, dribbla il passaggio della pagina iniziale di Google perché ci offre, già bello e pronto, quello che ci aspettiamo di trovare e che vogliamo cercare: notizie di ciò che ci accade intorno, aggiornamenti e spostamenti delle persone che conosciamo, l’ultimo post del personaggio famoso che seguiamo, eccetera eccetera. Ma aldilà di tutto questo vi è un mondo “nascosto”, “sommerso”, “profondo” ai più, ugualmente popolato di persone, di fatti che accadono e di comunicazioni che si scambiano. Questo è in parole molto semplici quello che gli inglesi chiamano Deep Web e che l’autrice che ha risposto alle nostre domande ha indagato e raccontato.
Per farsi un’idea più chiara, partite dal presupposto che solo poco più dell’1% del web è indicizzato e “trovabile” dai motori di ricerca, la maggior parte delle risorse sono raggiungibili solo tramite link diretti e navigazione in anonimato. Qui sta il contenuto dell’indagine di Frediani.
Illustrazione di Nicoletta Mignone
Cosa significa esistere aldilà di Google? Chi c’è e cosa accade nel deep web?
«Il Deep Web è la Rete non indicizzata dai motori di ricerca per varie ragioni, ed è molto vasta, può contenere a sua volta database, altre reti e altri “pezzi” di rete non indicizzati. Con questo termine però spesso si indicano anche le cosiddette darknet (una darknet – in italiano potremmo dire rete scura – è una rete virtuale privata dove gli utenti connettono solamente persone di cui si fidano, ndr) reti che permettono di muoversi, comunicare e realizzare siti o servizi in modo anonimo. Quindi oltre a non essere raggiungibili attraverso Google sono anche luoghi anonimi, al contrario del resto di internet che di fatto non lo è mai».
Una “rete diversa”. Quali sicurezze e insicurezze sia dal punto di vista di chi cerca che di chi offre?
«Le darknet sono promosse da governi (anche lo stesso governo americano), attivisti dei diritti umani e della libertà di espressione perché sono dei mezzi potenti per sfuggire alla censura, o al rischio di essere individuati e perseguiti da parte di regimi autoritari. Dalla Cina al Bahrein, dalla Siria alla Turchia, sono usate da migliaia di cittadini, giornalisti, dissidenti, minoranze. Ma sono una risorsa anche nelle democrazie, garantendo a chiunque quella piena libertà di espressione che in alcuni casi solo l’anonimato può dare. Ovviamente lo stesso anonimato attira anche criminali e persone interessate a traffici più o meno loschi. Quindi vi si trova un po’ di tutto. Attività cybercriminali e compravendita di droghe sono tra le azioni illecite più diffuse…»
L’inchiesta realizzata dall’autrice, come d’altronde il tema stesso che affronta, è in continua evoluzione e si arricchisce quotidianamente di nuovi contenuti. Carola Frediani ha scelto di non interrompere il suo viaggio, e continuare a frequentare la rete più profonda. Una versione particolare dell’ebook permetterà di seguire le tappe successive del viaggio caricando automaticamente aggiornamenti e nuovi contenuti.
L’abuso di eroina e droghe pesanti da parte di giovani e meno giovani era una piaga che in molti pensavamo ingenuamente sconfitta. I nati negli anni ’60 e ’70 ricordano i danni causati dall’eroina perché li hanno vissuti sulla loro pelle, magari tramite l’esperienza di un amico o di un famigliare. Quelli della mia generazione, i nati negli anni ’80, anche se più giovani, sono stati influenzati da film, canzoni, letteratura e racconti di amici più grandi. Erano anni in cui si sentiva parlare di tossicodipendenze, si potevano vedere con i propri occhi i volti stremati dei “tossici” e se ne viveva l’emarginazione a livello sociale. Poi qualcosa si è rotto, o forse semplicemente tutto è rimasto uguale ma non ce ne siamo resi conto: riaprendo gli occhi nel 2014, dopo un buon decennio in cui ci eravamo assopiti, ci siamo accorti che no, la piaga della tossicodipendenza non è stata sconfitta, e che sì, i giovani fanno ancora uso di eroina (anche se nel frattempo si sono fatte strada una serie di altre droghe, dalla cocaina alle sintetiche, tutto molto più accessibili e a buon mercato).
L’inchiesta integrale è pubblicata sul numero 56 di Era Superba (dove trovare la rivista). Sostenendo Era Superba puoi ricevere ogni uscita direttamente a casa o sulla tua email (qui maggiori informazioni).
Abbiamo cercato di scoprire di più, interpellando esperti del settore che operano nella città di Genova da oltre due decenni e che hanno vissuto le metamorfosi della droga e i cambiamenti della scena giovanile. Infatti, il capoluogo ligure non è immune da questa problematica: vi siete mai accorti, passeggiando, tra centro e periferia, della quantità allarmante di siringhe buttate per strada e nei parchi? Dal Carmine all’Hennebique, passando per il centro storico e Castelletto, spesso capita di trovare i resti di quello che è il perfetto kit del tossicodipendente. Come mai è tornata la moda del “buco”, e dove ci sta portando?
Non si tratta di un fenomeno nostrano, piuttosto del riflesso di una tendenza globale, in cui gli USA fanno da apripista: dopo la liberalizzazione delle droghe leggere in molti Stati, nel giro degli ultimi anni pare sia andato formandosi un mercato nero di spaccio di droghe pesanti a prezzi sempre più vantaggiosi. I trafficanti non avevano intenzione di mollare le redini e andare in pensione anticipata: così i campi di marijuana sono stati riconvertiti a coltivazioni di papavero, si è iniziato a produrre più oppiacei (e quindi più eroina) e il prezzo è calato drasticamente (si parla di 4 dollari per dose). Lo stesso vale per la “droga dei ricchi” per antonomasia, la cocaina. Per non parlare poi della moda dell’abuso di antidolorifici e affini, le cui recenti restrizioni hanno finito anch’esse per spianare la strada all’ero. E poi, le metanfetamine che, ancora meno comuni nel nostro Paese, sono state rese celebri dalla fortunata serie tv Breaking Bad. In breve, tra 2007 e 2012 i fruitori negli USA sono quasi raddoppiati, arrivando a quota 670 mila, e ogni anno – stando al Daily Beast – si registrano 38mila decessi per overdose, di cui il 75 % sono overdose da oppioidi.
Nel vecchio continente, abbiamo cominciato a porci il problema più di recente, quando la morte di alcune celebrities hollywoodiane – una sua tutte, Philip Seymour Hoffman a febbraio 2014 – ha fatto da cassa di risonanza. Così si è venuto a sapere che in Europa nel 2011 sono stati segnalati circa 6.500 decessi per overdose (18 per milione di abitanti), in particolare da eroina, con punte in Norvegia ed Estonia.
In Italia, secondo il Rapporto riferito al 2013 del Dipartimento per le politiche antidroga, il 95,04 per cento della popolazione tra i 15 e i 64 anni (indagini campionarie) non ha assunto stupefacenti e il consumo di eroina risulta in calo costante dal 2004. Tuttavia, aldilà dei rapporti ufficiali, ci sono dei segnali palesi che dicono il contrario.
Per quanto riguarda nello specifico Genova, i numeri sono poco rassicuranti. Ce lo spiegano i medici del Sert di Via Sampierdarena: i dati relativi al primo semestre 2014 dicono che i pazienti in carico in tutta la città sono 3723, di cui 3110 tossicodipendenti, 518 alcolisti e 95 giocatori d’azzardo. Di questi, 322 sono nuovi casi.
Per quanto riguarda il territorio di Sampierdarena, San Teodoro, Sestri Ponente e Cornigliano, è coperto da due soli servizi ambulatoriali, che fanno capo del Dipartimento di Salute Mentale: insufficienti, ci dicono, a coprire un territorio spesso problematico come questo. Qui a Ponente, sempre nel primo semestre 2014, i pazienti registrati sono stati 903, con 86 nuovi casi, con altri 691 (di cui 43 nuovi) che gravitano su questa sede dalla Valle Scrivia. Sempre per restare in zona, i pazienti del Sert di Voltri sono, ad esempio, 551 e sulle stesse cifre si aggirano gli altri servizi. In generale, rispetto agli precedenti, l’incremento è del 15%.
Colpita e affondata. A Genova è alluvione, ancora una volta. Nella notte un forte temporale si è rovesciato sulla città, intorno alle 23.30 la prima esondazione del Bisagno, seguito a ruota dal Fereggiano e dallo Sturla. Poco dopo la mezzanotte giunge la notizia del ritrovamento della vittima, un uomo travolto dall’acqua nel tunnel di via Canevari.
Danni e allagamenti in Val Bisagno nella zona di Sant’Agata e Borgo Incrociati, a Marassi in Corso Sardegna e Corso Torino sino alla Foce, e nella parte alta all’altezza di via Adamoli a Molassana e al Giro del Fullo. Allagato anche il centro cittadino, Brignole, via XX Settembre e via Cesarea. Danni anche a Sturla e Borgoratti.
Un copione, purtroppo, a cui avevamo già assistito tre anni or sono. Nessuno lo aveva previsto, neanche questa volta.
Alessandro Zeggio, detto il Capitano, dal 6 settembre è in sella alla sua bicicletta pieghevole e sta pedalando per raggiungere Gerusalemme. Nella lunga intervista pubblicata sulle pagine di Era Superba 56 (dove trovare la rivista), Alessandro ci aveva raccontato i preparativi, la tanto attesa partenza e le prime tappe del viaggio. Lo avevamo lasciato a Benevento, ospite ancora una volta di un’accogliente sacrestia; il 20 settembre, un paio di giorni dopo, si è procurato il biglietto da Bari per Durazzo; appena sbarcato, si è immediatamente reso conto che il clima intorno a lui era cambiato.
«Sono stato messo in guardia decine di volte in questi quindici giorni, e decine di volte mi sono sentito dire che ero un pazzo a tentare questa cosa. Ho incontrato un signore che mi ha spiegato per filo e per segno tutti i pericoli verso cui sto andando incontro, aveva un tono grave, realmente preoccupato, e mi ha messo ansia, lo devo ammettere. Mi ha detto di stare attento a chi potrebbe fingere interesse alla mia iniziativa solo per rapinarmi, di non accettare mai sistemazioni di fortuna, come ho fatto finora, e mai e poi mai fidarmi delle persone che incontro ma di ragionare solo in base a quello che sembra conveniente e sicuro per me».
«Ecco – continua Alessandro – quella sensazione di sentirmi parte di un Noi che mi ha accompagnato fin qui, diciamo che è svanita. Comunque a Tirana mi fermerò un paio di giorni a fare il turista, e cercherò di ambientarmi nella nuova situazione».
Quindi, date le premesse, alla fine il Capitano ha cercato di attraversare piuttosto rapidamente l’Albania, dopo tre giorni di “testa bassa e pedalare”. Al confine, però, ancora una botta di adrenalina prima di lasciarsi alle spalle il paese: «mi hanno portato in caserma, un poliziotto ha iniziato a frugarmi nelle borse, tirava fuori tutto, ma proprio tutto quello che trovava fino in fondo, e quando ha visto i bengala ha fatto la faccia soddisfatta e stava per azionare il cordino e lanciarne uno, poi ha preso lo spray al peperoncino e se lo è puntato in faccia… continuava a frugare e a dire che il confine, con quelle cose addosso, non potevo passarlo. Alla fine gli ho passato qualche banconota per farlo smettere, e ci sono riuscito, dopo aver incassato si è rabbonito e mi ha lasciato andare, finalmente!»
Clima da vecchie frontiere, dunque, quelle che interessavano anche il territorio dell’attuale Unione Europea. Corruzione e terrorismo psicologico all’ordine del giorno. Ma il viaggio di Alessandro rappresenta un valore aggiunto anche per questo, ci restituisce le sfaccettature di un mondo che troppo spesso crediamo con presunzione di conoscere e poter giudicare, magari solo in base ad una breve vacanza.
Nella Repubblica Macedone, anche se il clima era piovoso e freddo, psicologicamente è andata molto meglio. Alessandro ha potuto gironzolare nei vicoli di Ocride /Ohrid, la “Gerusalemme slava” con la fotocamera in mano, una delle cose che in Albania gli avevano sconsigliato di fare. Oltre a questo, la bellezza dei monumenti (si dice che questa città avesse 365 chiese, una per ogni giorno dell’anno) la pulizia e cura sia della città, sia dei vari paesini attraversati lo hanno decisamente rinfrancato, e anche se ammalato ( ha sottovalutato l’escursione termica pedalando fino a 1200 metri di altezza, e si è ritrovato febbricitante) ha potuto sentirsi pienamente “on the road again” in quella che gli è sembrata una Svizzera dell’est.
Quindi è finalmente entrato in Grecia, si è fermato ad Edessa, una cittadina ricca di acque, fresca e verdissima, attraversata da mille rivoli e cascate che, ci racconta Alessandro, da queste parti è anche detta la piccola Amsterdam. Poi via, verso un nuovo mare, l’Egeo, attraverso Salonicco, città universitaria dove un’insospettabile movida, animata dagli studenti e dagli ultimi turisti, gli ha scrollato di dosso quel po’ di solitudine e di stanchezza che gli era rimasta appiccicata addosso. «Questa è una città con una storia di 3000 anni, impantanata in un traffico vischioso e paralizzante, con una cronica carenza di percheggi dovuta alla struttura della città, marittima e collinare. Vi ricorda per caso qualche altro posto?!… Però qui pedalare è facile e sicuro, perché la tradizione della bici è molto radicata e anche fuori dalle piste ciclabili, comunque numerose, il ciclista è rispettato. Le similitudini a questo punto sembrano svanire!»
Attraversando la Grecia e seguendo la Via Egnatia, Il Capitano è arrivato a Komotini, a circa 20 km dal mare: qui la vicinanza della Turchia ha iniziato a farsi vedere nell’architettura dei paesi, nell’abbigliamento ed anche nella fisionimia delle persone. Poi ha raggiunto Alessandropoli, la città dove, ha detto scherzando «per via del mio nome mi aspettavo l’accoglienza con la banda, le maestre con gli alunni che battevano le mani, ballerine e giocolieri… e banchetti in strada! A parte gli scherzi, con la connessione che andava a singhiozzi, mi sono trovato, prima di arrivare qui, a fronteggiare due fra le cose che temevo di più: il vento contrario, e i branchi di cani selvatici. Con il vento ho perso clamorosamente (e non poteva essere che così) visto che le mie borse sporgono e fanno vela, in più io mi sono incaponito a spingere sui pedali per andare comunque, così mi sono sfondato le gambe ed esaurito la volontà. Con i cani per ora non ho né vinto né perso, diciamo che grazie all’aiuto dei passanti o alla fortuna sono sempre riuscito a disperderli. Però sono aggressivi, molto: quando uno, per fortuna solitario, non mi mollava più e io non riuscivo a seminarlo, l’ho affrontato rischiando grosso, ma mi è andata bene. Spaventato dal mio vocione, forse dalla mia rabbia che è uscita tutta insieme, si è dato alla fuga senza più voltarsi indietro».
E non si volta indietro neanche Alessandro, che intanto è entrato in Turchia, un confine “pesante”, sicuramente simbolico: attraverso una linea immaginaria si esce in qualche modo dall’Europa, almeno quell’Europa che conosciamo o che crediamo di conoscere. Per lui ora si apre un nuovo mondo, una nuova incognita.
A questo punto, con Istanbul quasi a vista, un piccolo bilancio si impone, e gli abbiamo chiesto se abbia mai pensato, almeno una volta… “ma chi me l’ha fatto fare, che cosa ci faccio io qui da solo”.
«Pentito no! Mai!», ci risponde senza esitazioni. Riguardo alla solitudine, invece, ammette che a volte essere in due non sarebbe così male, ma si riferisce al lato pratico della faccenda; sentirsi solo per lui è, come dire, un effetto collaterale messo in conto fin dall’inizio. Intanto, il primo impatto con i turchi, con i giovani turchi, è stato veramente positivo: «Ho incontrato questi due ragazzi, Suleyman e Mehmet Ali, due fratelli: io avevo una gran voglia di mangiare l’anguria che vendevano al bordo della strada, e anche se nella mia testa avevo un piano di viaggio, alla fine mi sono fermato a chiacchierare. Loro continuavano a ripetermi “you’re a little crazy” e mi presentavano con orgoglio a tutti quelli che si fermavano a comprare; poi è arrivata una ragazza che aveva studiato in Italia, abbiamo ancora chiacchierato e riso, e alla fine abbiamo mangiato le polpette sul prato tutti insieme. Quando sono ripartito mi sentivo davvero meglio, più grintoso ed energico, e mi sono ancora preso il tempo per un bicchiere di “chay” il thé turco, che mi hanno offerto direttamente sul cofano di una macchina, accompagnato dai biscotti e da un’incomprensibile chiacchierata in italo-turco, che ci ha fatto ridere da matti… Solitudine? Noooooo!!»
In queste ultime settimane si parla molto della riforma del lavoro e Jobs Act. Un argomento certamente di grande interesse, ma è passato molto in secondo piano un altrettanto importante studio di David Autor, ricercatore del dipartimento di Economia del MIT di Boston, che ha messo in evidenza come potrebbe cambiare il mondo del lavoro nei prossimi anni e quale ruolo avranno in questo processo i computer. Insomma, mentre ci apprestiamo a seguire lunghe discussioni sul Jobs Act, ci possiamo immaginare lo scenario del mercato del lavoro dei prossimi anni.
In molti, negli ultimi mesi, hanno fatto previsioni cupe sul futuro mercato del lavoro, prevedendo addirittura per i prossimi decenni una crescita economica ‘jobless’, senza cioè un contemporaneo aumento dell’occupazione. Il motivo sarebbe legato alla progressiva automazione dei processi, che renderebbe obsoleto un crescente numero di professioni. Ed in effetti anche lo studio di Autor mette in evidenza, dati alla mano, che negli ultimi trent’anni negli Stati Uniti (e non solo) si è assistito ad una crescente polarizzazione del mercato delle professioni: nonostante la crisi, è aumentata l’occupazione in professioni a qualifica molto elevata (programmatori, ingegneri, manager) e relativamente bassa (addetti alla pulizia, alla sicurezza, ecc.) mentre è fortemente diminuita in settori a qualifica “media” (impiegati).
In pratica, la disoccupazione è aumentata proprio in quei settori in cui operazioni impiegatizie di routine sono state progressivamente svolte dai computer. Eppure, secondo Autor, non saremo sostituiti dai computer e questo processo di polarizzazione non andrà avanti in maniera indefinita. Qui entra in gioco il cosiddetto paradosso di Polanyi, secondo il quale “conosciamo molto di più di quello che riusciamo a spiegare”. Detto in altri termini, computer e robot non possono essere programmati per svolgere tutta una serie di operazioni complesse, dettate da conoscenze “tacite”, legate all’esperienza personale dell’individuo. Ecco perché, proprio per questo motivo, se una serie di operazioni impiegatizie saranno progressivamente eseguite dai computer, nasceranno nuove professioni che valorizzeranno l’esperienza e la flessibilità che solo l’essere umano può garantire.
Se le macchine potranno svolgere operazioni impiegatizie, sempre più imprese nel futuro cercheranno ‘facilitatori‘ in grado di semplificare i processi e le pratiche amministrative. Allo stesso modo, i robot entreranno sempre di più nelle famiglie, ma proprio per questo nasceranno professioni legate a questa diffusione, come il consulente per robot, in grado di consigliare le famiglie per la scelta del robot, configurare il robot stesso e modificarne di volta in volta la programmazione, oltre che fare manutenzione. In un settore competitivo come il poker sportivo, già oggi molti giocatori si formano avvalendosi di software avanzati come il calcolatore delle probabilità nel poker, ma saranno sempre più richiesti dai pokeristi professionisti coach e mentor in grado di trasferire le loro conoscenze ed esperienze, soprattutto nella psicologia del gioco.
Insomma, mentre imperversano teorie allarmistiche neo luddiste, dal MIT di Boston arrivano previsioni più rassicuranti, che tengono conto del fatto che, al netto degli impieghi persi nel settore impiegatizio, si creeranno nuove professioni necessarie nei futuri scenari economici. E soprattutto, si creeranno nuove professioni di “media qualifica”, che fermeranno quindi il processo di polarizzazione: non tutte le procedure possono essere infatti esplicitate e di conseguenza saranno valorizzate professioni che combinano le abilità tecniche (parzialmente sostituibili dalle macchine) con la flessibilità e la capacità di sintesi tipiche dell’essere umano. Insomma, cambierà sicuramente il mercato del lavoro, ma ancora più di un tempo sarà importante investire nella formazione e nella valorizzazione di quelle abilità che non possono essere sostituite dalle macchine.
La matita dell’artista da un lato, la razionalità dell’amministratore dall’altro. “Genova schiacciata sul mare”, Genova che “sembra cercare respiro al largo, verso l’orizzonte”. #Genovamorethanthis il futuro della propria immagine se lo gioca proprio qui, in questa dicotomia tra utopico affresco e sostenibile riorganizzazione degli spazi. Spazi che abbondano ai margini di una città che rischia ogni giorno di perdere sempre più la sua ormai antica vocazione industriale. Spazi occupati, angusti e affascinanti, tra quei “labirintici, vecchi carrugi (licenza poetica, a Francesco Guccini si può concedere)” affacciati sul porto, all’ombra della Lanterna. Ma soprattutto spazi che hanno bisogno di essere liberati, spostati, riassegnati per dare vita a una nuova idea di città sostenibile.
Questa è una preview, l’inchiesta integrale è pubblicata sul numero 56 di Era Superba (dove trovare la rivista). Sostenendo Era Superba puoi ricevere ogni uscita direttamente a casa o sulla tua email (qui maggiori informazioni)
La Genova di domani non può essere una città legata ai grandi sogni perché “palanche”, inutile negarlo, non ce ne sono. Almeno per adesso. Gli anni delle Colombiane, del G8, di Genova capitale europea della cultura sono ormai un ricordo che ha comunque lasciato segni indelebili come il Porto Antico e il Centro Storico patrimonio Europeo dell’Unesco ma non ci si può però fermare qui. Genova, come dice il nuovo slogan cinguettante, è molto più di questo o, quantomeno, vorrebbe provare a esserlo. E, allora, che città sarà nel 2025? Il nodo cruciale non può che essere l’affaccio sul mare, quel cosiddetto waterfront che si estende per una trentina di km di costa, da Nervi a Voltri, e che si vuole potenziare e valorizzare proprio a partire dal suo cuore di fronte al centro cittadino.
Qualcuno, addirittura, è arrivato a sognare un nuovo Porto Antico, tanto da ipotizzare l’affidamento a Renzo Piano, del progetto di riqualificazione delle aree ex Fiera acquistate dal Comune tramite Spim (qui l’approfondimento) perché non più necessarie ad attività fieristiche e molto più utili a salvare i disastrosi bilanci della Fiera di Genova. Già, Renzo Piano, proprio colui che a partire dal ’94 aveva ricevuto le chiavi artistiche della costruzione del Porto Antico sulle aree dell’Expo colombiano del ’92 e che tra 2004 e il 2008 aveva provato, senza alcun risvolto concreto, a ridisegnare tutto l’affaccio sul mare della città da piazzale Kennedy fino a Voltri.
Ma anche questa volta gli affreschi dell’archistar potrebbero restare solo sulla carta perché i soldi, appunto, non ci sono e bisogna fare i conti con la realtà e con le esigenze del territorio. «Piano fa disegni perché sono belli e perché deve vendere disegni belli – commenta il vicesindaco del Comune di Genova e assessore all’Urbanistica, Stefano Bernini – io invece devo confrontarmi con la necessità di fare un lavoro in tempi rapidi per poter offrire spazi che siano coerenti con le mie necessità industriali. Stiamo parlando della volontà di valorizzare una delle aree più interessanti della nostra città, che riceve la fascia di arrivo in centro di tutta la Val Bisagno, che è a pochi passi dalla stazione Brignole e che, soprattutto, è la porta di collegamento naturale tra levante e ponente, attraverso via XX settembre. Perché dobbiamo fissare l’immagine futura della città sui disegni di Renzo Piano? Se Piano decide che lì vuole metterci una spiaggetta, o si fa la spiaggetta o non si fa nulla? Invece, rimettendo a posto i bagni comunali, utilizzando le proprietà della Marina militare che passeranno ad Autorità portuale, sfruttando le idee e gli investimenti del Municipio nell’area Govi, possiamo disegnare un percorso molto produttivo».
Ma allora esiste davvero un’idea, un’immagine futura della città? Sia il vicesindaco che i tecnici del Comune sanno bene che il disegno del nuovo waterfront su cui stanno lavorando gli uffici di Tursi non avrà lo stesso appeal dei disegni proposti da Piano. Tuttavia, l’intento è quello di proporre un’idea che possa essere effettivamente realizzabile con le risorse a disposizione. «Il grande sforzo è stato arrivare alla conoscenza dei punti più piccoli – racconta Bernini osservando una lunga cartina del litorale genovese – che è anche l’unica possibilità per goderci questa città e farla godere a pieno. L’artista bravo è quello che arriva al bello, al meglio possibile partendo dalle esigenze e dalle risorse delle città, che è il vero committente. Lo sforzo degli uffici è stato proprio questo: produrre un disegno che non fosse un gesto pittorico artistico ma mettere insieme un qualche cosa che avesse una serie di verifiche di legittimità e desse garanzie alla cittadinanza». Più che un nuovo Porto Antico allora, si tratterà, come recita lo stesso Piano Urbanistico, di sottoporre a “una complessiva riqualificazione mediante la realizzazione di opere funzionali alla sua fruizione ed alla riorganizzazione degli spazi di rimessaggio delle imbarcazioni e delle attrezzature balneari e ricettive, ivi inclusa l’integrazione con l’utilizzo della superficie del depuratore e la ristrutturazione dei relativi spazi ed attrezzature ad uso pubblico e collettivo” tutto l’arco litorale compreso tra Punta Vagno e piazzale Kennedy e da qui arrivare fino alla zona dell’Expo.
Punta Vagno
Per quanto riguarda Punta Vagno tutto ruota attorno al trasferimento dell’Istituto idrografico della Marina (qui l’approfondimento) dalla collina di Oregina a Calata Gadda, nell’ex palazzina Selom, quasi a ridosso del Molo Vecchio. Che c’entra con Punta Vagno e corso Italia? I nuovi spazi di Calata Gadda ospiteranno tutte le attività collegate all’Istituto idrografico e questo comporterà anche la dismissione dell’ex Batteria Stella (sulla strada che unisce la Fiera del Mare al Porto Antico) e della zona diportistica di Punta Vagno. L’accordo con Autorità Portuale, però, non c’è ancora stato. Inoltre, l’area può essere recuperata solo se al Ministero vengono offerti anche degli appartamenti e da Palazzo San Giorgio nulla ancora si è mosso alla ricerca di immobili disponibili.
Ponte Parodi
Con un investimento tra i 150 e 200 milioni di euro, invece, nell’area di Ponte Parodi (circa 40 mila metri quadrati accanto alla Darsena) dovrebbe sorgere un cosiddetto “fun-shopping center” (qui l’approfondimento) che darebbe vita a una “grande piazza sul Mediterraneo” con l’obiettivo di catturare soprattutto l’attenzione e la presenza dei giovani. Ma di grande per ora c’è soltanto l’ambizione: il progetto, presentato nel 2000 e approvato definitivamente nel 2002, sarebbe dovuto terminare già nel 2010. Invece, negli ultimi mesi, si è fatta largo anche l’ipotesi che l’idea potesse essere ormai desueta e non rispondesse più, da un lato, ai bisogni della città, dall’altro, all’interesse del Gruppo Altarea che si è aggiudicato l’area.
Silos Hennebique
A pochi metri di distanza da Ponte Paorodi sorge un’altra imponentissima zavorra del waterfront genovese, il silos Hennebique. È passato quasi un anno da quando il 29 novembre 2013 il bando per la concessione novantennale dell’ex silos granaio alle spalle della Darsena è andato deserto (qui l’approfondimento). Stiamo parlando di una delle più grandi strutture abbandonate della nostra città: 210 metri di lunghezza, 33 di larghezza e 44 di altezza, con 210 pilastri e 38 mila metri quadrati calpestabili. Autorità portuale e Comune di Genova avevano annunciato un nuovo bando, più leggero soprattutto dal punto di vista delle funzioni ammissibili, in tempi abbastanza rapidi. Ma, come detto, un altro anno è passato invano. Secondo il vicesindaco Bernini la soluzione attualmente al vaglio è quella di «pensare di realizzare un centro economico-direzionale legato ad attività portuali». Hennebique come nuovo Palazzo San Giorgio dove si decidono i traffici commerciali della città? Anche qui non possiamo far altro che restare a guardare.
Tra il 2017 e il 2020 Cornigliano e Genova, più in generale, avranno il nuovo depuratore in grado di sostituire l’attuale impianto di via Rolla nonché la struttura di trattamento fanghi della Volpara grazie al collettamento di tutti i fanghi provenienti dai depuratori di Punta Vagno, Centro Storico, Valpolcevera e Sestri Ponente. Il 23 settembre scorso è stato sottoscritto il contratto tra Comune, Mediterranea delle Acque e Società per Cornigliano per la cessione del diritto di superficie delle aree ex Ilva in cui sorgerà l’impianto di trattamento di fanghi e acque (qui l’approfondimento).
«Il nuovo impianto – ha detto questa mattina l’assessore all’Ambiente, Valeria Garotta – permetterà di dare risposta a due importanti problemi di convivenza con l’abitato generati dalle attuali strutture di trattamento dei fanghi della Volpara e di via Rolla. Va, comunque, sottolineato che i due impianti attuali non presentano problematiche ambientali e rispettano pienamente i parametri di legge per cui l’intervento è necessario esclusivamente per garantire una migliore vivibilità dei quartieri».
«Genova – conferma l’amministratore delegato di Mediterranea delle Acque, Gianluigi Devoto – è tra le città messe meglio dal punto di vista della depurazione perché le amministrazioni che si sono succedute hanno investito parecchio su questo settore come dimostrato anche dal progressivo miglioramento della qualità delle acque di balneazione. È vero che in alcuni casi si tratta di impianti vecchi, realizzati negli anni ’80 con tecnologie superate, ma sono assolutamente efficienti e rispettano pienamente i parametri di legge a differenza di quanto accade in comuni limitrofi (Recco e Rapallo, ad esempio)».
Come già anticipato lo scorso inverno sulle pagine di Era Superba, il nuovo depuratore sorgerà su 15 mila metri quadrati di aree ex Ilva e di proprietà di Autorità portuale, all’interno di un terreno molto più vasto (circa 114.100 mq) su cui Società per Cornigliano ha svolto opere di bonifica pubblica e risanamento ambientale e di cui ha ottenuto da Palazzo San Giorgio il diritto di superficie per 60 anni (qui l’approfondimento). Un diritto che, per una cifra di poco superiore al milione e mezzo di euro, è stato girato al Comune di Genova e quindi a Mediterranea delle Acque con la formalizzazione dell’accordo di fine settembre.
Il costo totale dell’intervento è attualmente stimato attorno 104 milioni di euro, già previsti nei piani presentati al governo e all’Autorità per l’energia elettrica e il gas e coperti dal servizio idrico integrato del territorio genovese. Nella prima fase, per la realizzazione dell’impianto di trattamento dei fanghi con una portata di 16500 tonnellate di fango essiccato all’anno, è previsto un investimento per circa 40 milioni. Questa parte di depuratore, il più grande in città per quanto riguarda il trattamento fanghi, occuperà un’area di circa 8 mila metri quadrati e dovrebbe utilizzare tecnologie avanzate e “salvaspazio” che i tecnici di Mediterranea delle Acque hanno potuto vedere alla prova in Belgio. Inoltre, con tutta probabilità, dal fango trattato sarà possibile recuperare un buon quantitativo di biogas da sfruttare per il funzionamento dello stesso depuratore, ottimizzando così il bilancio energetico della struttura.
Questo primo lotto di lavori potrebbe concludersi entro il 2017, consentendo la dismissione dell’impianto di Valpolcevera limitatamente al trattamento fanghi e quella complessiva della struttura alla Volpara che, attualmente, lavora i fanghi provenienti dal depuratore di Punta Vagno in cui si effettua esclusivamente il trattamento delle acque.
Per la dismissione totale dell’impianto sito in Valpolcevera si dovrà attendere il completamento della seconda fase dei lavori, dedicata alla realizzazione della struttura per il trattamento delle acque, con tecnologie a “membrane bio” che serviranno un potenziale di 240 mila abitanti per una portata giornaliera di 48 mila metri cubi e per cui sono stati predisposti 36 milioni di euro. La struttura sorgerà nei restanti 7 mila quadrati, occupati in passato dal Gruppo Spinelli e che entreranno formalmente nella disponibilità di Mediterranea delle Acque solo tra 3 anni. Ecco perché questo secondo lotto non potrà vedere la conclusione verosimilmente prima del 2020.
Infine, gli ultimi 28 milioni di euro sono necessari per la realizzazione delle opere di collettamento, per la messa a sistema dei fangodotti e delle fognature nonché per la bonifica delle aree di Volpara e Valpolcevera interessate dagli attuali impianti.
«Siamo grati all’amministrazione per aver voluto sbloccare una situazione impantanata ormai da anni – commenta il presidente del Municipio Medio Ponente, Giuseppe Spatola – ma non posso non lamentare che la situazione delle immissioni olfattive a Campi e Cornigliano è, seppure con frequenza ridotta rispetto al passato, talvolta ancora insostenibile. I tempi che vengono prospettati sono, ahimè, ancora un po’ lunghi per un territorio che vorrebbe rilanciarsi anche dal punto di vista commerciale e della ristorazione: spero che in questa fase intermedia non ci si dimentichi dei nostri problemi».
Sulla stessa lunghezza d’onda Agostino Gianelli, presidente del Municipio Media Val Bisagno: «La Val Bisagno aspetta da anni che vengano risolte le problematiche dell’impianto della Volpara: quando vedo cartine e progetti che parlano di dismissione non posso far altro che dirmi felice. Spero però che si possa raggiungere qualche obiettivo ben prima del 2020 perché si tratta di dare risposte concrete alle lotte dei cittadini, esattamente quello che dovrebbero fare le amministrazioni».
Prima del via ufficiale ai cantieri bisognerà capire quali siano le necessarie autorizzazioni ambientali richieste dalle normative regionali, nazionali e comunitarie per poter procedere. Anche se i lavori, in realtà, sono già parzialmente partiti. Ad oggi, infatti, è stato posato il 30% dei quasi 9 chilometri di tubazioni necessari a collegare l’area di Punta Vagno con la nuova area ponentina ed è stata completata la progettazione esecutiva del relativo fangodotto. Avviata è anche la posa in opera dei collegamenti tra la nuova area e l’attuale impianto di Valpolcevera a margine dei lavori per la realizzazione della Strada a Mare.
Intanto, proseguono i lavori per il completamento dello scarico a mare del depuratore della Darsena, un’opera resa particolarmente complicata dal contesto portuale in cui sorge l’impianto (alle spalle del Museo del Mare): le tubazioni di circa 1 metro di diametro sono giunte oggi all’incirca all’altezza della Diga foranea. I lavori, per un importo complessivo di circa 20 milioni suddiviso in lotti annuali da 4/5 milioni ciascuno, dovrebbero proseguire ancora per un paio di anni. Dopodiché anche i fanghi di questa zona potrebbero confluire nel nuovo depuratore di Cornigliano ma su questo non c’è stata ancora molta chiarezza da parte dei vertici di Mediterranea delle Acque.
Quale futuro per le aree dismesse a Cornigliano e Volpara?
A proposito delle aree in via di dismissione, come confermato dall’a.d. Devoto, negli accordi tra gli enti è previsto che dopo la chiusura degli attuali impianti di depurazione, queste rientrino nella piena disponibilità dell’amministrazione. Per il momento, però, non sembrano esserci particolari progetti all’orizzonte. Non resta che tenere per valido quanto ci aveva comunicato ormai circa un anno fa il vicesindaco nonché presidente di Società per Cornigliano, Stefano Bernini: posto il fatto che già soltanto dalla dismissione dell’impianto attuale, Cornigliano trarrebbe grande beneficio in termini di vivibilità e respirabilità dell’aria, toccherà al Comune definire la destinazione d’uso delle aree liberate. E Tursi sembra essere orientato a concederle per l’insediamento di attività produttive e artigianali, fatte salve le necessità tecniche per la realizzazione di opere complementari al nuovo impianto.
Dalla sua Genova, Giuliano Montaldo, partì nel lontano 1950 destinazione Roma, cercava lavoro nel mondo del cinema. Aveva vent’anni e una valigia colma di sogni e speranze. «Da allora è sempre rimasta nel mio cuore… Dopo il documentario “Genova ritratto di una città” non ho mai più girato un fotogramma a Genova, perché la amo troppo e non sarei obiettivo». Quel documentario è del 1964, Montaldo immaginava la crisi della Genova industriale e raccontava delle difficoltà di un giovane operaio, padre di famiglia, rimasto senza lavoro… «ma non avrei mai pensato che le cose sarebbero potute arrivare ai livelli di oggi. In quegli anni del dopoguerra, in cui era ambientato il film, Genova era una città con le maniche rimboccate, concetti come ricostruzione, voglia di ripartire, amore per la propria terra erano alla base di ogni ragionamento».
Regista e sceneggiatore, oggi Montaldo è uno dei grandi del cinema italiano, mentre registriamo la nostra intervista la gente che passa lo saluta e lo chiama “maestro”.
«Monicelli si arrabbiava tantissimo quando lo chiamavano così!». E Giuliano Montaldo? «Io sorrido e penso a mia madre, quando andavo a scuola ed ero un disastro. Nonostante ciò mi permise di andare a Roma a cercare fortuna nel cinema. Furono due grandi genitori, molto aperti di mentalità per quegli anni. Penso a loro quando mi sento chiamare “maestro”…»
Questa è una preview, l’intervista integrale a Giuliano Montaldo è pubblicata nel numero 56 di Era Superba (dove trovare la rivista). Sostenendo Era Superba puoi ricevere ogni uscita direttamente a casa o sulla tua email (qui maggiori informazioni)
Che ricordi ha della sua città natale?
«Tanti e forti. Da ragazzo abitavo in centro vicino a via XX Settembre, frequentavo San Vincenzo e piazza Colombo, la parrocchia della Consolazione e il cinema-teatro Sant’Agostino o della Consolazione. Con la guerra la compagnia teatrale si era sciolta e il palcoscenico del teatro era sempre vuoto. Io mi sono inventato regista a sedici anni, facevo spettacoli lì, erano piece per soli uomini che travestivo da donna per i ruoli femminili… Poi ci fu l’esplosione del Piccolo Teatro dove feci qualche comparsata da dilettantissimo e poi sul palcoscenico appena ricostruito del Carlo Felice. Lì ebbi la possibilità a diciannove anni di fare una cosa un po’ folle, il “teatro di massa”… C’era poca gente a seguirci, ma per fortuna fra quelle poche persone sedeva Carlo Lizzani che mi scelse per recitare in “Achtung! Banditi!” e mi fece entrare nel mondo del cinema, oggi sono 64 anni.
Achtung! venne girato a Pontedecimo, un film sulla resistenza in Liguria fatto dalla “Cooperativa spettatori e produttori cinematografici”, un film che non si doveva fare e che la gente di Genova ha voluto fare alla faccia del Ministero e dei divieti censori, perché la Resistenza doveva già essere dimenticata nel 1950…»
Cosa crede di aver portato con sé di Genova nel suo percorso umano e professionale? Lei che tra l’altro è stato definito “Un marziano genovese a Roma”…
«Quel libro che citi racconta proprio il mio impatto con la città di Roma, che fu un po’ traumatico. Il rigore ligure contro l’approssimazione dei romani… “ci vediamo circa alle nove”, ma come… alle nove a Genova partono le navi e se arrivi “circa” rimani in banchina! Penso di aver portato con me le influenze di culture diverse dall’Africa e dall’Oriente che si riflettevano e si riflettono ancora oggi nel modo di vivere e di parlare dei genovesi; ci sentiamo “cittadini del mondo”, con quella pianura d’acqua davanti che può portarti da qualsiasi parte, anche solo con l’immaginazione. A Roma non ritrovai nulla di tutto questo».