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  • Sampierdarena ha il suo “Blueprint”. Ecco i cinque punti per il rilancio della città nella città, tra sicurezza e qualità della vita

    Sampierdarena ha il suo “Blueprint”. Ecco i cinque punti per il rilancio della città nella città, tra sicurezza e qualità della vita

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    Sicurezza, infrastrutture, riqualificazione urbana, gestione dell’ambiente e valorizzazione culturale. Questi i cinque punti per la rinascita di Sampiedarena, la città nella città che da troppo tempo aspetta di essere “ricordata” dalla politica, sempre presente in campagna elettorale, ma poco nella quotidianità.
    Ne abbiamo parlato con Gianfranco Augusti, rappresentate delle “Officine Sampierdarenesi”, l’associazione che da anni lavora per il rilancio del quartiere che, per prima cosa, ci ha assicurato che le risposte verbali dei candidati alla carica di sindaco di Genova, alle “Officine” non basteranno: dovranno mettere nero su bianco le loro risposte attraverso un questionario che sarà distribuito durante gli incontri, poi, una volta eletto il primo cittadino, subito al lavoro per mettere in atto il “progetto cura” per il quartiere di ponente.
    Lo hanno definito il “Blue Print di Sampierdarena”, ma se non dovesse bastare, c’è chi pensa addirittura a un referendum per diventare un comune autonomo. In sintesi, le Officine non hanno intenzione di perdere tempo prezioso per riqualificare e valorizzare il quartiere ostaggio di degrado che invece avrebbe molto da offrire: «Se il prossimo ciclo amministrativo sarà come quello che si sta per concludere – spiega Gianfranco Angusti il quartiere è destinato a morire».
    Altro che grido d’allarme, c’è molto di più. Dati alla mano, circa il cinquanta per cento delle saracinesche si è abbassato, i problemi di sicurezza abbondano e il disagio sociale che ne consegue è ormai noto a tutti, tant’è vero che si è stilata una vera e propria mappa dei punti più caldi: nella zona di via Sampierdarena, via Pietro Chiesa e dintorni c’è il problema dei cosiddetti “circoli culturali” e della promiscuità tra prostitute e residenti, che si sta estendendo alla vicina via Buranello. In piazza Settembrini, piazza Montano e vie limitrofe, c’è il problema dei minimarket e dei bivacchi. E però con le parole si fa poco: «Abbiamo già incontrato Gianni Crivello, candidato per la coalizione di Centrosinistra, e assessore uscente della giunta Doria e Arcangelo Merella, candidato con la sua lista Ge9si – prosegue Angusti – nelle prossime ore incontreremo Luca Pirondini (M5S), poi sarà la volta di Marco Bucci per il Centrodestra e Paolo Putti della lista Chiamami Genova. A ciascuno di loro abbiamo presentato e presenteremo il nostro dossier con i cinque punti chiave per il rilancio di Sampierdarena“.
    via cantoreNon a caso il primo punto del programma delle Officine è proprio la sicurezza, protagonista assente della vita di quartiere: affare assai delicato, da trattare però con convinzione, esigendo il rispetto delle ordinanze sulla vendita di alcol e la limitazione delle nuove aperture di sale slot. Le infrastrutture avranno un ruolo fondamentale per il volto del ponente genovese che si appresta a cambiare, tra strada a mare, nodo ferroviario e porto. Servirà un monitoraggio serrato per evitare disagi anche gravi ai residenti, sia in fase di cantiere che a opere concluse. Il terzo punto del documento sarà centrale per il quartiere perché riguarda la riqualificazione urbana, legata con un filo rosso al rilancio dei negozi di vicinato. Valorizzare questo tipo di commercio e far sì che le saracinesche si alzino di nuovo sarà un obbiettivo base per il quartiere e per questo, sotto la lente di ingrandimento c’è il “bando periferie”, ovvero quei ventiquattro milioni di euro che serviranno per palazzo della Fortezza, piazza Tre Ponti, mercato, centro civico Buranello, mercato ovovaicolo del Campasso, ex biblioteca, Magazzini del sale ed ex deposito rimozioni di via San Pier d’Arena.
    Seguono a ruota la gestione dell’ambiente e del ciclo dei rifiuti e la valorizzazione culturale. Proprio quest’ultimo punto è particolarmente importante per le Officine, perché riguarda il teatro Modena, la Lanterna di Genova e il polo scolastico.«Basta interventi spot – dice ancora Angusti – questi cinque punti devono essere parte di un progetto globale che preveda innanzi tutto l’immediata bonifica della zona sotto tutti gli aspetti».
    I candidati alla carica di sindaco di Genova sono avvisati: subito dopo l’11 giugno si ritroveranno i sampierdarenesi a bussare alle porte di Tursi per esortare il prescelto a mantenere quanto promesso in campagna elettorale. Come a dire che immaginando i fasti del passato, che osservarne il rapido declino, si avrà la possibilità di gettare le basi di un quartiere tutto nuovo, con un cuore pulsante fatto di commercio, industria e vivibilità. «Se si rivelerà necessario non esiteremo a tornare in strada e a mettere in campo anche iniziative clamorose – conclude Angusti – questo luogo ha un’anima che dev’essere ritrovata, ma deve brillare di una luce diversa, evoluta. Ecco la Sampierdarena che vogliamo e che ci meritiamo».
    Nina Genta
  • Regione Liguria, nuova sede di rappresentanza a Bruxelles costa 30mila euro all’anno. Toti: «Surreale non essere presenti dove si decidono finanziamenti»

    Regione Liguria, nuova sede di rappresentanza a Bruxelles costa 30mila euro all’anno. Toti: «Surreale non essere presenti dove si decidono finanziamenti»

    Piazza de Ferrari Palazzo della Regione«Una rappresentanza permanente a Bruxelles ci deve essere. Nella scorsa legislatura è stata abborracciata, con qualche superficialità, una sede che funzionava poco e male. Con le stesse risorse, abbiamo dato razionalità a una presenza fissa a Bruxelles che possa servire alla nostra Regione, esattamente come quella di Roma». Lo dice alla agenzia Dire il presidente della Regione Liguria, Giovanni Toti, in occasione della presentazione degli eventi dedicati all’inaugurazione della nuova sede dell’ente in rue du Trône 62 a Bruxelles. «Dopo anni di quasi totale inattività abbiamo avviato un’azione di efficientamento dei nuovi uffici della Regione Liguria a Bruxelles – spiega Toti – era surreale che non fossimo presenti dove si decide buona parte dei finanziamenti regionali per le nostre imprese – prosegue Toti – l’integrazione economica europea è importante e dell’integrazione della Regione Liguria con il resto del mondo abbiamo fatto una bandiera nel nostro programma, dopo dieci anni di isolamento della precedente amministrazione».
    La nuova sede costerà 30.000 euro all’anno. «Il Pd spendeva oltre 200.000 euro per qualcosa di simile a uno scantinato – attacca l’assessore regionale allo Sviluppo economico, Edoardo Rixioggi invece abbiamo una sede, non sfarzosa ma operativa, assieme ai nostri partner europei, Regione Piemonte che ci dà gli spazi, Valle d’Aosta, Paca e Rhone Alpes». L’assessore spiega che «è necessario fare massa critica con le altre Regioni perché non vada in porto il progetto dell’Unione europea di centralizzare la gestione dei fondi comunitari: per noi in Liguria c’è in ballo oltre un miliardo di euro». In questo contesto, dunque, la Liguria deve «dare segnali politici» della propria presenza «per costruire un’Europa diversa – prosegue il segretario regionale del Carroccio – che non sia più quella della finanza e dei banchieri ma quella dei posti di lavoro e dello sviluppo industriale. Troppo spesso escono progetti europei non ritagliati sul nostro territorio perché non eravamo presente nei tavoli giusti, non possiamo più permettercelo». Tra le iniziative previste nel giorno dell’inaugurazione, mercoledì 3 maggio, due workshop, articolati in circa 20 interventi da parte di esperti e rappresentanti economici liguri che presenteranno la regione e le sue opportunità economiche all’interno dello scenario europeo. Una giornata che culminerà con il taglio del nastro da parte del presidente Toti e dei rappresentati di tutta l’Euroregione.
  • Pra’, l’identità perduta di un quartiere che ha sacrificato le spiagge per il porto. Tra “risarcimento” e promesse mancate

    Pra’, l’identità perduta di un quartiere che ha sacrificato le spiagge per il porto. Tra “risarcimento” e promesse mancate

    pra-spiaggia-passeggiata-fasciaPra’, un’estate qualsiasi di metà anni ’60. Alcuni giovani si tuffano da quello che tutti conoscono come lo “scoglio dell’oca” mentre, poco lontano, turisti torinesi e milanesi affittano lettini e sdraio in uno dei tanti stabilimenti balneari della spiaggia, che comincia dall’edificio della vecchia ferrovia e si stende tra il confine con Pegli e il fiume Cerusa, a Voltri. «Li chiamavamo “i bagnanti” – ricorda Aldo Pastorino, residente a Pra’ dal 1958 – ed era un momento sempre molto animato per il nostro quartiere. Qui l’estate iniziava presto e finiva il più tardi possibile, ogni sera c’erano persone per strada fino a mezzanotte e anche oltre. C’erano moltissime gelaterie e alberghi di ogni prezzo e tipo, alcuni dei quali già a metà giugno esponevano il cartello “esaurito”».

    Per i più giovani, immaginare la Pra’ descritta da Aldo richiede un grosso lavoro di immaginazione. Quel mondo, oggi, sopravvive solo nella toponomastica: la rotonda “Scoglio dell’Oca”, collocata proprio nella stessa area dell’antica roccia, o la passeggiata “Spiaggia di Pra’”. Una volontà di recuperare il legame con il passato emersa proprio con i recenti lavori di riqualificazione del quartiere – i famosi Por – che hanno rivoluzionato la viabilità locale e colorato di verde lo spazio tra la strada e la ferrovia. «Questa nuova realtà è apprezzata pra-scoglio-oca-rotondadai cittadini» riconosce Aldo poco prima, però, di usare una parola che si sente spesso collegata alla recente storia locale: risarcimento. Pur generalmente apprezzate, è così che sono percepite le recenti modifiche al quartiere, soprattutto da chi ricorda gli anni in cui a Pra’ si poteva fare il bagno in mare. Se immaginiamo la storia degli ultimi decenni della delegazione come una parabola, infatti, la discesa inizia con l’inizio dei lavori per la costruzione del Vte tra la fine degli anni ’70 e i primi anni ’80, per raggiungere il punto più basso tra gli anni ’90 e i primi 2000un periodo in cui l’inquinamento qui era qualcosa di insopportabile» spiega Aldo). Quelli più recenti sarebbero, invece, anni di relativa risalita. «Certo, si è sofferto abbastanza nel perdere la spiaggia – prosegue Aldo – ma ora come si può vedere c’è un compenso. La passeggiata, per esempio, che arriva fino a Pegli, è bella e alberata, ha una pista ciclabile ed è molto frequentata da persone di tutte le età, soprattutto nelle serate estive».

    Il porto, tra promesse di occupazione mancate e la fine del mondo balneare praese

    pra-fascia-rispettoRecentemente, abbiamo trattato su queste pagine la riconquista della balneabilità su due punti del litorale di Pegli e di quella (avvenuta ormai qualche anno fa) sull’intera tratto di mare su cui affaccia Voltri. Secondo il presidente del Municipio 7 Ponente Mauro Avvenente, questi risultati sono la prova della possibile convivenza tra spiagge e porto. A Pra’, tuttavia, la spiaggia nemmeno più esiste, e quella che era la sua identità pre-porto non sarà mai più recuperata. «In passato, Pegli, Pra’ e Voltri erano tre delegazioni ognuna con la propria identità – racconta Aldo, che presiede il consorzio di Santa Limbania, un’associazione per la promozione del territorio tra Liguria e Basso Piemonte – Pegli aveva una vocazione turistica oggi perduta, che risale all’800 e Villa Lomellini (l’attuale Hotel Mediterranee) ne è una testimonianza. Alla stazione di Pegli sono scesi i granduchi russi. Il clima mite (dovuto ai monti che la proteggono dai venti freddi) lo rendevano un luogo di villeggiatura. Pra’, dal canto suo, era un borgo di pescatori, mentre Voltri aveva una vocazione industriale».

    pra-scoglio-oca-02Molti praesi si arrabbiano quando il porto di ponente viene chiamato “porto di Voltri”. Nonostante il nome originario Vte stesse proprio per “Voltri Terminal Europe” (oggi il nome ufficiale è Psa Voltri Pra’, dal nome dell’azienda di Singapore che l’ha acquistato nel 1998) è infatti sulla delegazione praese che esso ha fatto sentire con maggior intensità dal punto di vista ambientale. Non è dunque in genere per orgoglio che i praesi vogliono che il nome del porto sia legato a quello del proprio quartiere, ma per la volontà di veder riconosciuto il sacrificio collettivo di una comunità, perché non ci siano dubbi su chi sia stato a pagare il prezzo più alto, in una parte della città dove risuonano forte i “campanili”, anche se ieri forse più di oggi.

    Lo sviluppo economico e una crescita dei posti di lavoro era la promessa offerta in cambio della rinuncia alle proprie spiagge. Ma, secondo Aldo, non sarebbe andata così: «Da un certo punto di vista – racconta infatti – il Vte è stata una delusione. I cittadini si aspettavano un aumento del tasso d’occupazione locale, che in realtà è stato inferiore rispetto a quanto si ventilava. Certo, il porto è molto esteso e attrezzato ma con l’automazione si riducono di molto i posti di lavoro». D’altro canto, a Pra’ non ci sono più alberghi: «L’ultimo – prova a ricordare Aldo – ha chiuso l’anno scorso».

    Luca Lottero

  • 25 aprile, Regione diserta celebrazione della resa di Villa Migone. Per la prima volta presenti i nipoti del generale Gunther Meinhold

    25 aprile, Regione diserta celebrazione della resa di Villa Migone. Per la prima volta presenti i nipoti del generale Gunther Meinhold

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    @Foto Credits – visitgenoa.it

    Regione Liguria grande assente dalla celebrazione del 72° anniversario della resa delle truppe tedesche al Comitato di liberazione nazionale a Genova. Nei locali di Villa Migone, dove il generale Gunther Meinhold siglò l’accordo con i partigiani liguri il 25 aprile 1945, si sono ritrovati per la prima volta i discendenti dei protagonisti di quel momento storico che segnò la sconfitta tedesca nel capoluogo ligure prima ancora dell’avvento delle forze alleate. Nella dimora proprietà dell’ex senatore dei Ds Gian Giacomo Migone, sono arrivati, da un lato, le nipoti del comandante delle forze armate tedesche in Liguria, Wilko Meinhold e Mbarianne Doering, dall’altro, Guido e Jack Savoretti, rispettivamente figlio e nipote del medico partigiano Giovanni “Lanza” Savoretti, e Tania Scappini, nipote dell’operaio Remo presidente del Cnl ligure.

    Presenti tutte le autorità: il Comune con il sindaco Marco Doria e l’assessore Pino Boero, la Città metropolitana con il consigliere Enrico Pignone, l’europarlamentare Sergio Cobfferati, il vescovo vicario Nicolò Anselmi, prefetto, questore e il presidente del Tribubnale di Genova. Assente “solo” la Regione. Il cerimoniale di Palazzo Tursi fa sapere che l’invito era stato mandato direttamente al governatore, Giovanni Toti, il quale però ha cortesemente declinato per altri impegni istituzionali. Stona che non sia stato mandato alcun suo delegato, soprattutto alla luce delle recenti polemiche di campagna elettorale legate al tema dell’antifascismo, che il sindaco Marco Doria ha indirettamente richiamato nel suo intervento. «Oggi si sentono segnali che mi preoccupano – afferma il primo cittadino – in chiaro contrasto con quel percorso che tendeva a dare meno importanza ai confini nazionali e privilegiava tolleranza e integrazione. Quanto avvenne in queste stanze è una lezione che la storia ci dà: c’è bisogno di più impegno civile esattamente come allora, di valori profondi: L’attualità dell’antifascismo sta nel calarli nella realtà del 2017».
    Una prima volta  
    «Non avevano molta voglia di parlarne in famiglia, erano consci di aver fatto qualcosa di incredibile ma preferivano tenersela per loro. E’ il tratto in comune che riguarda la vita di chi il 25 aprile 1945, nei locali di Villa Migone a Genova, firmò la resa delle truppe tedesche al Comitato di liberazione nazionale prima dell’avvento delle forze alleate». Lo raccontano figli e nipoti, oggi per la prima volta riuniti dal Comune del capoluogo ligure in quelle stesse stanze, 72 anni dopo. Ci sono Wilko Meinhold e Marianne Doring, nipoti del generale Gunther Meinhold comandante delle forze armate tedesche in Liguria, Guido e Jack Savoretti, figlio e nipote del partigiano Lanza al secolo Giovanni Savoretti, e Tania Scappini, nipote dell’operaio Remo presidente del Cnl ligure. “Siamo a ricordare un giorno che ha cambiato la storia di Genova, dell’Italia, della Germania e dell’Europa- dice con convinzione Jack Savoretti- l’Europa che viviamo oggi è stata costruita da queste persone e sono molto orgoglioso che mio nonno ne abbia fatto parte. Ne parlava poco nella vita privata perché una volta girata la pagina dolorosa di un bruttissimo periodo della storia, hanno voluto mantenerla girata”. Il cantante britannico, di madre tedesca e padre genovese, noto supporter del Genoa, ha una parola anche per i colori rossoblu: «Il tifo genoano – afferm a- è legato ai valori della Resistenza». Infine, una tirata d’orecchie all’Italia: «In Inghilterra, chi vince se ne vanta. In Italia, i partigiani hanno vinto e ci vorrebbe un maggiore investimento per tenere vivo il ricordo nelle nuove generazioni»

    La risposta di Toti

    «Spiace constatare che anche dopo 72 anni c’è ancora chi non perde occasione per polemizzare inutilmente e strumentalmente su quella che dovrebbe essere la festa di tutti». Così il presidente della Regione Liguria, Giovanni Toti, replica alla “Dire” a chi lo attacca per aver declinato l’invito alla celebrazione del 72esimo anniversario della resa dei tedeschi al Comitato di liberazione nazionale a Genova. «La mancata partecipazione agli odierni eventi legati al 25 aprile – spiega il governatore – è semplicemente dettata da precedenti impegni di amministrazione. Pertanto ribadiamo che ogni polemica possa essere legata solo a una irrispettosa ricerca di un vantaggio politico che non si addice alla profondità del momento». Toti ricorda poi che «l’attenzione di Regione Liguria per una ricorrenza fondativa della nostra Repubblica e della nostra democrazia è ben testimoniata dalle ‘Giornate Pertiniane’ in cui si è celebrato il ricordo di un grande partigiano e presidente, dal sostegno fattivo dell’ente agli istituti storici della Resistenza e, come già accaduto l’anno scorso, alla presenza alle celebrazioni di domani in piazza Matteotti». Non molto fortunato il rapporto tra il governatore e la festa della Liberazione: lo scorso anno in piazza a Genova era stato fischiato quando aveva parlato dei Marò, domani salirà nuovamente sullo stesso palco.

  • I secoli oscuri della Genova bizantina: da emporio a sede del metropolita milanese, fino alla “decadenza” longobarda

    I secoli oscuri della Genova bizantina: da emporio a sede del metropolita milanese, fino alla “decadenza” longobarda

    santa-maria-castello-centro-storico-vicoli-4Genova medievale è spesso una sorpresa. Una città nascosta, addormentata sotto le stratificazioni cinque-seicentesche, abbracciata al proprio mare, sua primaria fonte di sostentamento. È così. La geografia è importante. E la Liguria è, da questo punto di vista, un caso di studio interessante. Una fiorente tradizione storiografica ha inteso cogliere nella natura iniqua e avversa del suolo ligure una delle radici della vocazione marittima e commerciale delle sue genti. Senza entrare nel merito del più o meno rigido determinismo che talvolta ha accompagnato il pensiero di molti storici e letterati su questa regione, si può dire che le testimonianze dell’esistenza d’un rapporto privilegiato tra i Liguri (intesi in senso lato) e il mare siano consistenti già in età classica: Strabone, Plutarco e Livio ne denunciano le azioni piratesche; secondo Posidonio, essi «come mercanti solcano il mare di Sardegna e quello libico, slanciandosi coraggiosamente in pericoli senza soccorso»; per Plutarco, questi impareggiabili marinai si spingerebbero «fino alle colonne d’Ercole».

    Tale rapporto è tanto più evidente per la città di Genova, «emporium» dei Liguri, secondo Strabone, sfruttato dalle genti dell’interno per barattare i prodotti della propria economia – legname, animali, pelli, miele, ambra – con merci di maggiore pregio, per lo più olio d’oliva e vino dell’Italia meridionale (essendo il loro «scarso, resinato e aspro»). Si tratta di dati sostanzialmente confermati dalla ricerca archeologica: il rinvenimento nei pressi dell’oppido pre-romano genuate, situato sulla collina di Castello, così come nell’area immediatamente sottostante e sui fondali antistanti al porto, di anfore e ceramiche di provenienza mediterranea – iberica, provenzale e nord-africana –, assieme a reperti di fattura locale e regionale, testimonia, infatti, la realtà d’una proficua stagione di scambi prolungatasi a fasi alterne tra il V secolo a. C. e il VII secolo d. C.

    Nell’impero

    scavi-matteotti-domus-romana-03I problemi sorgono quando si voglia appurare la continuità (o la discontinuità) della funzione marittima del porto-emporio genovese – essenzialmente, funzione di collegamento tra il mare e l’interno montuoso della regione, e, attraverso la via Postumia e la via «romana» che risaliva il corso del Bisagno, con la valle padana tra l’età tardo-romana e gli albori dell’espansione mediterranea. Non molto è possibile dire sulla Genova di questo periodo, anche se l’indagine archeologica ha recentemente sottolineato una certa ripresa negli scambi a partire dal III secolo. Conseguenza, forse, d’una maggiore partecipazione alle vicende dell’impero d’Occidente, come parrebbe mostrare il frammento d’un’epigrafe appartenente a un monumento eretto per l’imperatore Filippo l’Arabo tra il 245 e il 246 rinvenuta nel corso di alcuni scavi condotti presso l’attuale Piazza Matteotti. Com’è noto, nel corso della riorganizzazione amministrativa operata dall’imperatore Massimiano, la Liguria –l’antica IX regio augustea – divenne una delle quattro province in cui era divisa l’Italia annonaria. Il suo territorio, tuttavia, comprendeva anche l’Aemilia e la Transpadana, e, dunque, anche Mediolanum – Milano –, promossa a sede imperiale in luogo di Roma. Ed è assai probabile che fu proprio l’influsso di quest’ultima a riportare in auge il porto genovese. O, almeno, questo può arguirsi dal fatto ch’esso sia citato nell’Edictum de Pretiis di Diocleziano del 301. Non solo: il rinvenimento di contenitori da trasporto provenienti dalla penisola iberica, dalle coste africane, dalla Sicilia, dalle isole egee e dal Mediterraneo orientale mostra come il porto di Genova abbia progressivamente assistito all’arrivo di merci di prima necessità come grano, olio, pesce e legumi, evidentemente smerciati non solo lungo la costa ma anche nell’interno, oltre a beni di lusso orientali, in particolare siriani, destinati alla nuova aristocrazia e alle necessità della liturgia cristiana, allora in piena espansione.

    Tale ripresa è leggibile, del resto, nell’allargarsi del tessuto urbano verso ponente, lungo il corso della ripa maris – per intenderci: l’attuale fronte del porto, caratterizzato dalla Duecentesca palazzata di Sottoripa –, e attorno ai nuovi luoghi di culto cristiani. Senza, peraltro, subire ripercussioni nel momento in cui, al principio del V secolo, per fare fronte allo sfondamento del limes renano da parte dei Goti, Genua e le riviere liguri entrarono a far parte della Provincia Alpium Appenninarum, definita anche Liguria maritima. Non molto è noto di questo periodo. Tra il 415 e il 418, Rutilio Namaziano, nel suo De reditu suo, descrive una località situata tra Luni e Albenga, in cui ai trovavano caserme, granai e locande, che potrebbe identificarsi con il porto genovese. Ma nulla di più. La nuova minaccia vandalica, affacciatasi verso la metà del secolo dal mare, comportò, a ogni modo, la creazione d’una sorta di limes marittimo lungo la fascia costiera del territorio tosco-ligure. Non sappiamo, tuttavia, se e in che maniera Genova fosse coinvolta. Nessun mutamento amministrativo pare aver avuto luogo sotto il governo di Odoacre, né sotto quello di Teodorico, anche se – si può arguire – la città pare offrirci un quadro florido. Cassiodoro, ad esempio, riporta nelle sue Variae due lettere redatte da Teodorico tra il 507 e il 512, destinate a una comunità di ebrei stanziata a Genova, la quale doveva essere dotata di notevoli sostanze, giacché aveva richiesto al sovrano l’autorizzazione a migliorare lo stato della propria sinagoga. Ebbene: tale testimonianza è stata sovente ricondotta all’esistenza d’attività economiche: Genova, al pari di Marsiglia o Narbona, conserverebbe, in questo periodo, le caratteristiche del centro di scambio con legami sia con il Ponente, in particolare per i Galli e gli Ispani in viaggio verso l’Italia, sia con il Levante.

    I rapporti con Bisanzio

    © www.romanoimpero.com
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    È proprio sotto il momento di massima ascesa di Teodorico che, per la prima volta, venivamo a sapere dell’esistenza, a Genova, d’una sorta di partito bizantino, i cui membri desideravano probabilmente emanciparsi dal governo goto per porsi sotto l’egida dell’imperatore d’Oriente. La guerra greco-gotica vedrà il porto genovese – al pari di altre località della Provincia Alpium Appenninarum – schierarsi decisamente in favore di Giustiniano. Al principio del conflitto, tra il 537 e il 538, risale, infatti, la notizia dello sbarco a Genova – «ottima stazione per chi navighi per la Gallia e la Spagna» – d’un migliaio di uomini (isaurici e traci, oltre a un manipolo di truppe palatine scelte) provenienti da Roma, inviati da Belisario in soccorso dell’arcivescovo milanese Dazio; ciò che suggerisce l’assunzione, da parte del porto genovese, d’una qualche funzione strategica dal punto di vista militare. Tale supposizione è confermata da una nota di Procopio, secondo il quale, nel 544, la città avrebbe ospitato un presidio bizantino stabile comandato da un certo Bono, nipote del magister militum Giovanni. Non sappiamo, a ogni modo, dove fosse stanziato: non sono rimaste, infatti, emergenze architettoniche dell’epoca né circuiti murari bizantini, anche se la funzione strategica e difensiva del porto genovese non può essere messa in dubbio. Tale funzione, del resto, è ulteriormente testimoniata nel restante territorio costiero, nel quale sorgevano diverse fortificazioni bizantine – si pensi, in particolare, ai «castra» di Perti, oggi nel comune di Finale Ligure, e di Filattiera, nell’estremo levante ligure –, volte a garantire la sicurezza delle coste e a prevenire possibili attacchi dall’interno.

    Com’è noto, l’esercito imperiale conquistò velocemente Milano almeno quanto velocemente la perse. Nel 539, la città tornò, infatti, sotto il controllo goto. Con tutta probabilità, Genova fu tratta in salvo da una probabile scorribanda verso sud da una mossa inaspettata: Belisario inviò, infatti, un contingente a presidiare Tortona, principale snodo verso la costa ligure, che rimase, dunque, sotto il controllo bizantino. Proprio allora, tuttavia – stando almeno a Marcellino Comes –, la città subì una devastazione per opera di Teodeberto, re d’Austrasia, costringendo il presidio bizantino a ritirarsi entro le mura. Negli anni successivi, la costa ligure fu coinvolta nella rivolta di Sisige, governatore delle Alpes Cottiae, che pose la provincia sotto il proprio personale controllo senza, tuttavia, separarla dall’impero; stipulando, anzi, un’alleanza con i bizantini. La mossa dovette interessare anche Genova, secondo il Catalogus provinciarum Italiae, parte della medesima provincia. Senza dubbio, la città rappresentava allora il principale presidio bizantino del Tirreno, oltre che il primo riparo contro le imminenti invasioni longobarde. Nel 569, lo stesso metropolita milanese, Onorato, abbandonò Milano, occupata da Alboino, per rifugiarsi presso il porto genovese, ritenuto più sicuro, ospitando, molto probabilmente, risorse di natura militare. Tale fatto ha portato a ritenere che la città abbia svolto in quel frangente un qualche ruolo come centro politico-amministrativo della regione – una regione che l’Anonimo ravennate chiama Provincia maritima Italorum –, come parrebbe dimostrare la notizia della presenza, nel 599, del vir magnificus Giovanni, vicario del prefetto del pretorio, oltre che di Vigilio, prefetto dell’Urbicaria, destinatario di una lettera di papa Gregorio Magno.

    Da Genova bizantina a Genova longobarda

    Palazzo San Giorgio, autorità portuale GenovaL’evento maggiore di quella che possiamo definire la “Genova bizantina” fu, a ogni modo, lo spostamento temporaneo della sede del metropolita milanese tra le sue mura. La comunità ambrosiana occupò l’area dell’attuale piazza Matteotti (i dati archeologici ne confermano la frequentazione sino al VII secolo), convivendo con l’ecclesia locale; per un certo periodo, anzi – dal 629 al 638 –, pare che le due cattedre fossero occupate dalla medesima persona: il vescovo Asterio. L’avanzata longobarda, a ogni modo, procedeva senza sosta, stringendo progressivamente l’arco ligure in una morsa. In questo periodo la città risulta sempre militarizzata. O, almeno, questo pare arguirsi dal rinvenimento fortuito d’un epitaffio d’un soldato di nome Magno, membro d’un contingente di truppe illiriche, morto a Genova nel 590. Tale situazione, però, non durerà a lungo. Secondo lo Pseudo-Fredegario, a seguito delle devastazioni operate dal longobardo Rotari attorno al 643, il capoluogo ligure, degradato da «civitas» a «vicus» – al pari di altre città costiere quali Albenga, Varigotti e Savona –, si sarebbe ridotto a null’altro che a un piccolo centro di pescatori e agricoltori dalla semplice economia di scambio o di sussistenza. In realtà, è difficile stimare l’effettiva estensione delle conquiste longobarde sul litorale. L’indagine archeologica, anzi, ne ha alquanto ridimensionato la portata: la maggior parte dei siti costieri continua a essere frequentata ben oltre la metà del VII secolo; i manufatti longobardi, inoltre, sono estremamente rari. Piuttosto, ciò che si nota è un progressivo ritrarsi dell’elemento bizantino entro gli attuali confini regionali sino al definitivo abbandono del territorio attorno alla metà del secolo VII, cui seguì, con tutta probabilità, la perdita da parte di Genova d’ogni funzione amministrativa.

    La diminuzione del traffico marittimo, benché non ascrivibile a interventi traumatici, è, comunque, un dato di fatto. Importanti indizi in questo senso provengono dagli scavi effettuati nei nel Porto Antico di Genova nel 1995, nel corso dei quali è stata messa in luce una sequenza stratigrafica di 3,5 metri di spessore, sottostante il livello medio attuale del mare, rivelatrice dei progressivi mutamenti subiti dall’area portuale nell’arco di circa due millenni: al principio del VII secolo, la zona pare essere andata incontro a un significativo insabbiamento, dovuto all’aumento degli apporti torbidi dei torrenti Bisagno e Polcevera. Ebbene: l’importazione di ceramiche di pregio di provenienza mediterranea, per lo più nord-africana, subì una diminuzione sensibile proprio in questo periodo; dopodiché si segnala, invece, una maggiore presenza di ceramiche locali o a diffusione regionale, per lo più tosco-settentrionali. È probabile che tale spiegazione di tale regressione sia da ricercarsi, più che nei capricci del clima, nel più generale moto di disfacimento dell’unità mediterranea, conseguente al venir meno dell’influenza culturale bizantina, cui fece seguito una diminuzione degli scambi di lunga distanza in favore d’una regionalizzazione dei circuiti economici. Ciò non significa, a ogni modo, che la regione abbia perso del tutto d’importanza nell’ambito delle reti transmarine di trasporto, anche se la persistenza del principale scalo ligure quale centro d’appoggio e di transito per la navigazione tirrenica è senza dubbio meglio documentata per il periodo precedente. Quel che è certo è che, con l’avvento longobardo, la breve storia della Liguria bizantina – circa la quale vorremmo saperne di più – termina la propria corsa. Bisognerà attendere altri quattro/cinque secoli perché siano i Genovesi a tornare a Bisanzio. Questa volta in forze e con l’obiettivo di restarvi.

    Antonio Musarra

    Bibliografia

    Balzaretti, R., Dark Age Liguria. Regional Identity and Local Power, c. 400-1020, London-New York 2013.

    Christie, N. Byzantine Liguria: An Imperial Province Against the Lombards, AD 568-643, «Papers of the British School at Rome», 58 (1990), pp. 229-271.

    Christie, N., The limes bizantino review: the defence of Liguria, AD 568-643, «Rivista di Studi Liguri», 55 (1989), pp. 5-38.

    Formentini, U., Genova nel basso impero e nell’alto medioevo, in Storia di Genova. Dalle origini al tempo nostro, vol. 2, Milano 1941-1942, pp. 7-278.

    Genova. Dalle origini all’anno mille. Archeologia e storia, a cura di P. Melli, Genova 2014.

    Musarra, A., Genova e il mare nell’Alto Medioevo: una rilettura delle fonti, in «Bullettino dell’Istituto Storico Italiano per il Medio Evo» (in corso di stampa: 2017).

    Origone, S., Liguria bizantina, 538-643, in Polypleuros nous. Miscellanea für Peter Schreiner zu seinem 60. Geburtstag, a cura di C. Scholz e G. Makris, München 2000 («Byzantinisches Archiv», 19), pp. 272-289.

    Pavoni, R., Liguria medievale. Da provincia romana a stato regionale, Genova 1995.

    Schreiner, P., Bisanzio e la Liguria, in Oriente e Occidente tra Medioevo ed Età moderna. Studi in onore di Geo Pistarino, a cura di L. Balletto, vol. 2, Genova 1997, pp. 1097-1108.

    L’articolo è anche consultabile suo sito www.imperobizantino.it
  • Turismo, a Pasqua oltre 500mila turisti in Liguria. Oggi Infiorata a Milano e il 29 aprile Red Carpet da guinness

    Turismo, a Pasqua oltre 500mila turisti in Liguria. Oggi Infiorata a Milano e il 29 aprile Red Carpet da guinness

    Portofino, levante di Genova«Dati straordinari quelli registrati per le feste di Pasqua e altrettanto si preannunciano quelli per il 25 aprile, il 1° maggio e il 2 giugno, una primavera preludio di una grande estate per la Liguria». Così il presidente della Regione Liguria, Giovanni Toti, commenta il dato degli oltre 500.000 turisti arrivati in Liguria durante le festività pasquali, nel corso di una conferenza stampa dedicata alla presentazione di due nuove iniziative di promozione del territorio.

     

    Numeri incoraggianti, dicono in Regione, quasi estivi, assieme a quelli che ci si attendono per i prossimi ponti per cui si registra già un 85% di prenotazioni negli hotel. «Oltre all’attrattività della regione – sostiene il governatore, come riportato dall’agenzia Dire – credo che abbia pesato anche un anno e mezzo di una campagna di cambiamento di atteggiamento nei confronti dell’industria turistica che questa amministrazione considera una vera e propria industria in grado di produrre ricchezze, occupazione e opportunità». Per incrementare ulteriormente il flusso turistico, in piazza De Ferrari hanno pensato ad altri due eventi dedicati. L’infiorata già realizzata nel piazza simbolo del capoluogo ligure oggi sbarcherà a Milano «per quella politica di spaccatura dell’isolamento che aveva contraddistinto negli ultimi dieci anni la nostra regione – spiega Tot i- e per far capire ai milanesi che a Pasqua hanno deciso di restare a casa quanto invece potrebbe essere bello venire a vedere di persona la Liguria». Da Sanremo arrivano sotto la Madonnina 25.000 fiori per dare il benvenuto alla bella stagione assieme alle specialità enogastronomiche liguri, sotto il marchio di promozione turistica  #lamialiguria.

     

    Sabato 29 aprile si torna in Liguria e più precisamente nel golfo del Tigullio, dove verrà realizzato il red carpet più lungo del mondo, 8,5 chilometri che collegheranno Rapallo a Portofino per inaugurare il marciapiede che, spiega Toti, «collega le località turistiche tra le più rinomate della nostra Regione e che il territorio aspetta da oltre 100 anni, un’opera che era stata fatto a pezzi e che oggi è completamente congiunta grazie ai fondi che abbiamo stanziato quando siamo arrivati». L’installazione-evento, per cui è stata chiesta la certificazione al Guinness World Record sarà realizzata dai fratelli Diego e Massimo Galelli e vedrà l’impegno di dieci persone, per tre giorni consecutivi e 300 ore di lavoro. Il precedente record, stabilito il 3 novembre 2014, era di 5,35 chilometri ed era stato realizzato da Gera Arcaden e Michael Bilinger in Germania

     

  • Amiu batte cassa a Comune di Genova. Castagna: «Non possiamo più aspettare». Congelate le spese: tempi più lunghi per riapertura Scarpino

    Amiu batte cassa a Comune di Genova. Castagna: «Non possiamo più aspettare». Congelate le spese: tempi più lunghi per riapertura Scarpino

    ScarpinoAmiu chiede al Comune il saldo del debito, per fare fronte alle spese correnti, oggi in via di congelamento. L’appello arriva dal presidente dell’azienda Marco Castagna, oggi ascoltato in Commissione consigliare. Una situazione, quella della partecipata, notoriamente complicata: i soldi del credito verso l’amministrazione civica potrebbero essere necessari per tamponare, almeno temporaneamente, gli impegni finanziari preventivati per la riapertura di Scarpino.
    «Il Comune, nella doppia veste di debitore e azionista unico di Amiu – attacca Castagna – deve intervenire al più presto per assicurare i mezzi finanziari necessari alla continuità aziendale, a prescindere da operazioni di aggregazione». Una richiesta deliberata anche dall’ultimo consiglio di amministrazione dello scorso 13 aprile, su invito del collegio sindacale della partecipata. Ad Amiu, Palazzo Tursi deve 55 milioni di euro per gli extracosti già sostenuti nel 2015 e nel 2016, ma il debito complessivo è di circa 200 milioni di euro. «La continuità aziendale – ribadisce il presidente – è subordinata al fatto che Amiu ottenga le somme già spese, come di diritto. Non possiamo aspettare un eventuale ri-equilibrio di bilancio a luglio per interventi a garanzia del nostro credito: non esiste l’ipotesi di congelare la situazione attuale», come invece sarebbe intenzione della giunta se, come probabile, la delibera di aggregazione dovesse fallire per la terza volta. Non si può più aspettare, quindi. Lo spettro del default aleggia prepotentemente, e le concrete ipotesi dell’arrivo di un commissario prefettizio per l’approvazione del bilancio lasciano pochi margini di manovra: «In assenza della delibera di aggregazione o di un piano che metta in sicurezza la continuità aziendale – annuncia Castagna – Amiu si riserva di adottare tutte le deliberazioni ritenute più adeguate per vedersi riconosciuto il dovuto prima di portare i libri in tribunale». Eventuali iniziative che potrebbero anche prevedere una ingiunzione di pagamento a carico di Comune.

    Soldi non identificati
    «In caso di non esito positivo dell’opportunità aggregativa – replica l’assessore al Bilancio, Franco Miceli – se l’azienda chiede senza ulteriori indugi il rimborso degli extracosti già sostenuti è un problema di Tari che dovrebbe essere aumentata». Non sono però esclusi non meglio specificati «altri tipi di interventi per dare supporto finanziario all’azienda per traguardare prossimi mesi», con il rischio però di «problemi di mantenimento degli equilibri di bilancio del Comune». Che significa tagli ai servizi, o un “salvagente” romano, come già qualche voce di corridoio sembrerebbe dare per probabile regalo da “campagna elettorale”.  La situazione si dipanerà definitivamente nelle prossime due settimane, visto che il bilancio deve essere approvato in Consiglio comunale entro il 9 maggio.
    Reazioni
    Diverse le reazioni dei consiglieri presenti Sala Rossa, non proprio gremita nonostante l’importanza della questione. Putti (Effetto Genova) domanda alla giunta come mai non si sono fatte, a suo tempo, pressioni su Roma per ottenere finanziamenti dedicati, mentre Grillo (Pdl) ricorda ai consiglieri del Partito Democratico, al governo della città da tre mandati, che la questione era stata affrontata per tempo dal Consiglio comunale, senza però trovare riscontro nelle determinazioni della giunta.
    Tra le operazioni a rischio blocco, le gare relative alla realizzazione degli impianti per il trattamento e il trasporto del percolato dalle discariche chiuse di Scarpino 1 e 2, la realizzazione del sistema di drenaggio per la stabilità della discarica, la realizzazione del terzo lotto della discarica e del progetto esecutivo della “fabbrica della materia” il cui progetto preliminare è stato definitivamente approvato una decina di giorni fa in conferenza dei servizi. «Ogni rallentamento – ha concluso Castagna – allunga i tempi per la riapertura della discarica e quindi la durata e i costi del conferimento dei rifiuti fuori regione».
    Nicola Giordanella
  • L’ Accademia Ligustica delle Belle Arti diventa statale: 670 mila euro all’anno dal Ministero. Genova verso il Politecnico delle Arti

    L’ Accademia Ligustica delle Belle Arti diventa statale: 670 mila euro all’anno dal Ministero. Genova verso il Politecnico delle Arti

    Accademia Belle ArtiLunedì 24 aprile alle 10.30 presso il Palazzo dell’Accademia in Largo Pertini, la ministra dell’istruzione, università e ricerca Valeria Fedeli, il sindaco di Genova Marco Doria, il presidente della Regione Liguria Giovanni Toti e il presidente di Accademia Ligustica Giuseppe Pericu firmeranno l’accordo di programma che avvia un percorso triennale verso la statizzazione dell’Accademia Ligustica e pone le premesse per la costituzione del Politecnico delle Arti di Genova.

    L’importante riconoscimento arriva dopo un lungo percorso di valorizzazione dell’Accademia, che in questi anni ha saputo aumentare ed approfondire l’offerta formativa. Un percorso che ha visto la collaborazione degli enti locali, che ogni anno finanziano e supportano l’istituto, garantendogli anche la possibilità di utilizzare spazi del patrimonio collettivo: come è noto oltre agli spazi al Palazzo dell’Accademia, dell’immobile in Via Bertani e degli spazi presso il Museo di Sant’Agostino è stato messo a disposizione Palazzo Senarega, recentemente restaurato e funzionale alla realizzazione del Politecnico delle Arti.

    I soldi del Ministero

    Il riconoscimento, ovviamente, oltre ad accrescere e riconoscere il prestigio dell’Accademia, porta molti vantaggi, soprattutto in termini economici: l’accordo di programma, che si concretizzerà nel triennio accademico 2017-2019, prevede l’impegno del Ministero a corrispondere a favore dell’Accademia un importo annuale di 670mila euro, oltre al contributo ordinario annuale di 370mila euro, che permette di salvaguardare e sviluppare le attività didattiche e di alta formazione artistica, in particolare proseguendo nel recente percorso di integrazione con l’alta formazione in ambito musicale svolta dal Conservatorio Statale Niccolò Paganini. A questi soldi vanno aggiunti i 150mila euro di Comune di Genova e i 100mila euro di Regione Liguria

    L’Accademia Ligustica svolge già da tempo a tutti gli effetti un ruolo di Accademia statale, è stata sostenuta in questi anni dal Comune di Genova (sia economicamente che mettendo a disposizione spazi), dalla Regione e dalla Provincia, ma i trasferimenti si sono rivelati via via non sufficienti per coprire i costi dell’attività didattica. La mancanza di contributi statali aveva negli anni scorsi dato avvio ad una situazione economica di crisi che il ruolo attivo del Comune ha contribuito in parte a risolvere nell’ottica di salvaguardare le attività didattiche di alta formazione artistica e musicale

    Le prospettive

    Questo passaggio continua il percorso verso la nascita di un innovativo Politecnico delle Arti, che dovrebbe unire le eccellenze dell’Accademia Ligustica e del Conservatorio, creando in assoluto uno dei primissimi poli di alta formazione artistica del paese. Il “contenitore”, ovviamente, sembra molto luccicante: i contenuti, e la loro qualità, sono ovviamente tutto un altro capitolo, ma la strada è aperta. Il nodo forse più difficile sarà quello di integrare questa “eccellenza” con un territorio da anni in cerca di sé stesso, sospeso tra tagli, chiusure e un passato industriale che non vuole finire mai.

  • Bilancio, la Prefettura mette “in mora” il Consiglio comunale. Commissario se salta approvazione entro 9 maggio

    Bilancio, la Prefettura mette “in mora” il Consiglio comunale. Commissario se salta approvazione entro 9 maggio

    Tursi, protesta dei lavoratoriUn commissario prefettizio potrebbe prendere le veci del Consiglio comunale, per svolgere l’ordinaria amministrazione e far “tornare i conti”, se il bilancio non sarà approvato entro i termini di legge. Una eventualità non da escludere, visto che il documento contabile è stato “legato” a filo doppio con l’aggregazione di Amiu.

    L’atto del Prefetto è un atto dovuto, previsto dal Testo unico delle leggi sull’ordinamento degli enti locali (D. Lgs n.267/2000): se non viene approvato il bilancio dell’ente locale entro i termini di legge, attraverso decreto di proposta ministeriale viene sciolto il Consiglio comunale, rimpiazzandolo con un commissario. Questi deve svolgere il ruolo dell’organo per l’ordinaria amministrazione, fino all’esito delle nuove elezioni. La comunicazione della Prefettura di Genova è arrivata al presidente del Consiglio comunale, che tramite i capigruppo ha informato l’assemblea: il termine ultimo per l’approvazione del documento di bilancio è l’8 maggio, dopo il quale scatterà il commissariamento.

    «Il bilancio così come è stato presentato non può prescindere dal completamento del percorso di aggregazione di Amiu – ha sottolineato il vicesindaco Stefano Bernini a margine della seduta di Consiglio comunale – per cui i soldi che servono per Amiu si possono trovare solo in questo modo. Un eventuale commissario dovrebbe fare i “conti della serva”, tagliando servizi e aumentando tariffe per produrre un nuovo bilancio in regola». Eventuale neanche tanto, visto che la conta dei voti necessari per far passare la delibera su Amiu, (alla terza presentazione) è quanto mai dall’esito incerto. «Amiu potrebbe andare in default – conclude Bernini – se il commissario non trovasse la quadra dei conti».

    Le prossime settimana, quindi, si preannunciano di fuoco, lacrime e sangue: in Sala Rossa sarà ripresentata la delibera su Amiu a precedere il bilancio, con lo spauracchio del commissariamento messo nero su bianco. L’appuntamento potrebbe essere calendarizzato il 2 o il 3 maggio, ma l’incertezza regna sovrana a Tursi. Come andrà a finire?

     

  • Premio Paganini, presentato il bando per il concorso internazionale. Ad ottobre un festival dedicato al violinista genovese

    Premio Paganini, presentato il bando per il concorso internazionale. Ad ottobre un festival dedicato al violinista genovese

    conservatorio paganiniSi svolgerà dal 5 al 14 aprile 2018 la 55ª edizione del Concorso internazionale di violino “Premio Paganini”. Il bando è stato pubblicato sul sito www.premiopaganini.it e le preselezioni partiranno già nell’autunno di quest’anno.

    Il Premio – diventato a cadenza triennale – è una delle più importanti competizioni violinistiche mondiali, fu fondato nel 1954 con l’obiettivo di scoprire giovani talenti e ha nel tempo laureato artisti importanti come, tra gli altri, Salvatore Accardo, Gidon Kremer e Leonidas Kavakos.

    Il “Paganini” è da sempre uno dei biglietti da visita di Genova nel mondo, connotandola – oltre che come patria del celebre violinista – anche come città della musica. E il suo carattere internazionale è stato esaltato dal recente rilancio operato dal Comune di Genova, che ha deciso – dall’edizione 2015, che è stata organizzata dopo cinque anni di stop – di far svolgere le fasi di preselezione in piazze europee e mondiali. Moltissimi partecipanti al Premio provengono infatti da paesi asiatici, dagli Stati Uniti e da ogni parte d’Europa. Le “gare” che porteranno alla scelta dei concorrenti che parteciperanno alla fase finale dell’aprile 2018 si svolgeranno infatti a New York, Vienna, Mosca, Guangzhou (Cina) e – naturalmente – Genova.

    Appuntamenti

    Il Comune di Genova accompagna l’attesa per la prossima edizione con un ricco calendario di appuntamenti dedicati alla figura di Nicolò Paganini. Si è da poco conclusa l’iniziativa “I suoni di Genova”, un’inedita produzione discografica, sia video che audio, registrata nella sala di Palazzo Tursi che ospita il “Cannone”, e realizzata con il violino, la chitarra e il violoncello appartenuti a Paganini, suonati dal violinista Giulio Plotino, assieme al violoncellista Clemens Hagen e al chitarrista Matteo Mela.

    Ad ottobre a Genova, dal 24 al 29 si terrà il primo Paganini Genova Festival. Sei giorni per far conoscere a tutti il grande musicista, che prende il via in concomitanza della data di nascita del violinista (27 ottobre 1782). Compleanno che sarà festeggiato con un concerto del Violino di Paganini al Teatro Carlo Felice, un ricco programma di eventi, incontri e visite guidate organizzato dall’associazione Amici di Paganini in collaborazione con il Comune di Genova, al Teatro Carlo Felice, la Fondazione Hruby e il Conservatorio Paganini: tra gli ospiti attesi il, Luigi Attademo, Anna Tifu che si esibirà con il “Cannone”, Giovanni Angeleri ultimo italiano ad aggiudicarsi il Premio Paganini e molti altri. Il festival che si chiuderà con un concerto, sempre al Carlo Felice, ospiterà anche una mostra di strumenti e cimeli paganiniani che completerà quanto già esposto nella sala Paganiniana dei Musei di Strada Nuova. La mostra è resa possibile dalla Fondazione Hruby e da Gianni Accornero.

    Sempre all’interno del festival, sarà presentato anche il volume di aggiornamento del Catalogo tematico delle musiche di Niccolò Paganini. L’opera originale, realizzata dalle musicologhe Maria Rosa Moretti e Anna Sorrento fu commissionata nel 1982 dal Comune di Genova in occasione delle celebrazioni per il bicentenario della nascita del grande compositore. Dopo 35 anni, l’Associazione Culturale Musica con le Ali sostiene la realizzazione del volume di aggiornamento curato dalle stesse musicologhe.

    «Il progetto del Paganini Genova Festival – sottolinea l’assessore alla cultura e al turismo Carla Sibillasi propone come appuntamento annuale e come elemento di completamento del concorso musicale. L’intento è promuoverne la conoscenza e allargare la platea del suo pubblico potenziale. L’iniziativa conferma – continua l’assessore – l’apertura dell’Amministrazione civica nei confronti di tutte le idee e proposte che arricchiscano il Premio, sempre nel rispetto dello spirito e del livello di alta qualità che caratterizza, fin dalla sua origine, la tradizionale manifestazione. Il Comune di Genova ha deciso di puntare su un rinnovato Premio Paganini, ora a cadenza triennale per un motivo semplice: il Concorso è un importante volano di promozione della cultura musicale e dell’immagine della città nel mondo. Per aumentare il suo appeal internazionale – conclude Sibilla – in questi anni abbiamo intessuto collaborazioni con le istituzioni culturali di paesi per così dire “strategici” per il Concorso, tenendo conto della provenienza degli artisti e dei contatti “storici” che il Comune ha in essere attraverso gemellaggi e rapporti di cooperazione».

    L’amministrazione comunale ha allo studio anche ulteriori azioni per promuovere a livello europeo l’eredità musicale paganiniana e la cultura violinistica nazionale, con l’intento di realizzare un vero e proprio itinerario paganiniano, trovando anche sinergie nei luoghi dove il musicista ha vissuto o suonato, come Genova, Cremona e in Europa Monaco, Nizza, Varsavia e Vienna.

    Il Comitato per il Premio Paganini è composto da Comune di Genova, Palazzo Ducale Fondazione per la Cultura, Conservatorio Nicolò Paganini, Teatro Carlo Felice, Giovane Orchestra Genovese e dal direttore artistico Fabio Luisi.

  • Rocca dei Corvi, il memoriale “ostaggio” dei cantieri del Terzo Valico. Cociv: «Sarà meglio di prima». La storia dell’eccidio e della partigiana Graziella Giuffrida

    Rocca dei Corvi, il memoriale “ostaggio” dei cantieri del Terzo Valico. Cociv: «Sarà meglio di prima». La storia dell’eccidio e della partigiana Graziella Giuffrida

    Foto a cura di Cociv
    Foto a cura di Cociv

    Il 25 marzo 2017 si è svolta l’annuale commemorazione dei martiri di Rocca dei Corvi, poco sopra Trasta; tuttavia, negli ultimi anni, il ‘cippo’ commemorativo non è facilmente accessibile a causa dei cantieri del Terzo Valico che rendono molto complesso l’accesso al memoriale senza attraversare il cantiere.

    Il santuario infatti si trova “circondato” da questo cantiere e, dal 2016, l’accesso al santuario è precluso, come ci racconta Davide Ghiglione, consigliere municipale del municipio V Valpolcevera e membro dei comitati No Tav: «Noi avevamo denunciato già cinque anni fa il pericolo che il santuario potesse essere spostato o rimosso e infatti dal 2016 non è più possibile accedere al cippo tramite il sentiero principale a causa dei lavori per il Terzo Valico. Adesso per passare è necessario transitare dentro al cantiere».

    «Anche durante la manifestazione di quest’anno – continua il consigliere municipale – è stato necessario percorrere questa strada. Esiste un percorso alternativo che permette di raggiungere il memoriale ma obbliga a passare da monte ed è un tratto di strada molto impervio e difficilmente percorribile soprattutto per le persone anziane che ancora partecipano a queste manifestazioni».

    Secca la risposta di COCIV, il consorzio di aziende che ha in appalto la realizzazione del Terzo Valico, attraverso la risposta del loro ufficio stampa: «Il Cippo dei Partigiani Rocca dei Corvi si trova in stretta adiacenza all’area di cantiere COL2 FEGINO e non è interessato dai Lavori del Terzo Valico che sono stati sviluppati in maniera tale da evitarne la ricollocazione in altra sede e, quindi, di preservare la storicità del sito. Attualmente il memoriale si presenta in condizioni migliori rispetto quelle ante operam dei lavori Terzo Valico, dal momento che sono stati effettuati sistematicamente da Cociv interventi di manutenzione e ripristino dei sentieri, anche a seguito degli eventi alluvionali occorsi in questi anni nonché di miglioramento dell’area di accesso».

    rocca-dei-corvi-02I dubbi principali riguardano tuttavia il destino di questo memoriale nel momento in cui i cantieri termineranno la loro attività; su questo il Cociv assicura che «al termine delle attività di cantiere, la viabilità di accesso verrà mantenuta in forma definitiva con le stesse condizioni già presenti oggi (strada asfaltata a due corsie)».

    Ad oggi, le tempistiche del cantiere non sono chiare, viste le recenti difficoltà derivanti le inchieste della magistratura e la gestione dello smarino di alcuni scavi, che anni interessato montagne amiantifere. Le rassicurazioni di Cociv sul mantenimento del Santuario di Rocca dei Corvi fanno ben sperare, ma Era Superba continuerà a presidiare la vicenda, per verificare che alle parole seguano i fatti. Nel frattempo ripercorriamo la storia di quelle tragiche vicende legate alla Resistenza, per preservarne la memoria.

    La storia

    L’eccidio di Rocca dei Corvi è stato uno degli ultimi perpetrati in Valpolcevera da parte delle forze nazi-fasciste e ha una particolarità: si tratta dell’unico eccidio avvenuto in città dove, tra gli assassinati, era presente anche una donna, Graziella Giuffrida.

    Il massacro infatti venne commesso tra il 23 e il 24 marzo 1945, esattamente un mese prima della Liberazione di Genova. Durante questo periodo, a causa del progressivo avanzamento delle truppe alleate verso il Nord Italia, s’intensificò anche l’attività partigiana e, di conseguenza, anche le forze nazi-fasciste aumentarono la pressione sulla popolazione per ridurre le possibilità di un’escalation rivoluzionaria che sarebbe comunque avvenuta un mese dopo, il 24 aprile, quando la popolazione di Genova insorse contro gli occupanti e liberò la città prima dell’arrivo delle forze alleate.

    Nei giorni della Liberazione della città in località Barabini di Teglia, vennero ritrovate alcune fosse ricoperte di terra presso una capanna il via Rocca dei Corvi e, al loro interno, vennero ritrovati cinque corpi. Ci vollero tre giorni per identificare i corpi a causa delle torture subite da questi giovani nella villetta di Via Rocca dei Corvi. In questo casolare protetto da filo spinato venivano condotti i partigiani catturati durante controlli o azioni di polizia e, in queste costruzioni, i prigionieri venivano torturati e uccisi e infine sepolti in fosse comuni. I cinque corpi ritrovati in quell’occasione vennero collegati ai partigiani scomparsi Daniele Cotella, Sebastiano Macciò, Andrea Savoldelli, Giancarlo Valle e Graziella Giuffrida.

    Daniele Cotella, 43 anni, fu catturato perché ospitò un altro partigiano, Savoldelli, inseguito dai tedeschi. Torturato venne ritrovato in una delle fosse a Rocca dei Corvi.

    Sebastiano Macciò, 23 anni, riuscì a fuggire durante la perquisizione della propria casa. Saputo che la madre e poi lo zio erano stati arrestati per rappresaglia Macciò si consegnò ai tedeschi che lo torturarono orrendamente prima di ucciderlo.

    Andrea Savoldelli, 48 anni, venne fermato da una pattuglia di tedeschi a tarda sera per un controllo. Colto dal panico tentò la fuga e si rifugiò in casa del partigiano Cotella e lì si fece arrestare con l’amico di fronte alla minaccia nazista di infierire sulla famiglia. Anch’egli fu torturato, ucciso e gettato in una fossa alla Rocca dei Corvi.

    Giancarlo Valle “il genovese”, 19 anni, faceva parte di una formazione partigiana piemontese e si trovava a casa perché malato. I tedeschi saputo della loro presenza lo arrestarono e dopo averlo torturato lo uccisero.

    graziella-giuffridaGraziella Giuffrida, catanese di 21 anni, che si era trasferita a Genova per  fare la maestra, dove si unì come volontaria alle squadre di Azione partigiana. Ma un incontro ravvicinato con un gruppo di soldati tedeschi le costò la vita: fu arrestata, infatti, sul tram da militari nazisti i quali, dopo averla pesantemente importunata, si accorsero che era in possesso di una pistola. Condotta nella sede del comando di Fegino fu sottoposta a tortura e violentata prima di essere uccisa e gettata in una delle fosse di Via Rocca dei Corvi.

    Gianluca Pedemonte

     

     

     

  • Fegino, la lettera aperta dei cittadini ad un anno dal disastro. La debolezza della Politica e la misura del rischio

    Fegino, la lettera aperta dei cittadini ad un anno dal disastro. La debolezza della Politica e la misura del rischio

    iplom-petrolio-inquinamentoIl 17 aprile 2016, esattamente un anno fa, una delle tubature dell’oleodotto Iplom che collega i depositi di Fegino con la raffineria di Busalla si rompeva, sversando centinaia di migliaia di litri di greggio nei rio Pianego. Un disastro ambientale che ha “travolto” gli abitanti della delegazione della Val Polcevera, che da decenni convivo con il “rischio” di un incidente “rilevante”: un rischio divenuto realtà.

    Il primo anniversario cade nel giorno di Pasquetta, ricorrenza festosa, durante la quale, per tradizione, la comunità popolare si riversa su prati e colline, per godere del sole primaverile e della natura. Una coincidenza che impone una riflessione su quanto è stato fatto per arginare il disastro di Fegino, e quanto si sta facendo per evitarne di nuovi.

    Bonifica

    Era Superba sta documentando la lenta opera di bonifica ambientale, ad oggi ancora al palo. Come abbiamo visto, infatti, dopo una prima fase emergenziale sono state eseguite delle perizie per quantificare il danno e misurare le necessità dell’intervento; il famoso Piano di Caratterizzazione. La prima versione di questo documento, presentata ad agosto, però non ha chiarito alcuni aspetti, per cui l’amministrazione comunale ha richiesto delle integrazioni. Qui è nata una querelle squisitamente burocratica che ha visto rimbalzare la palla tra Genova e Roma, per determinare chi avesse l’ultima parola sulla questione. Dopo nove mesi è stato stabilito che la regia dei lavori doveva rimanere a Genova, è solo a marzo Comune, Regione e Arpal si sono riuniti per “deliberare” ulteriori prescrizioni da consegnare all’azienda, per avviare la bonifica. Il tutto, ovviamente, stando nei termini di legge. Dodici mesi, però, in cui centinaia di persone sono rimaste esposte alle esalazioni chimiche, solo perché lì vivono e lì lavorano. Veramente la politica non poteva fare, o pretendere, di più?

    La misura del rischio

    fegino.iplom3Nelle ore successive al disastro Era Superba ha denunciato l’irregolarità dei Piani di Emergenza Esterna degli impianti industriali a rischio di incidente rilevante situati nell’area metropolitana genovese. Tra questi ricade anche il deposito di Fegino. In questi giorni la Prefettura è al lavoro per la redazione dei nuovi documenti, non senza qualche difficoltà. La normativa, però, esclude le tubature degli oleodotti da questa procedura, non vincolando queste invasive infrastrutture ad un protocollo di intervento emergenziale rafforzato. Il 14 marzo scorso il Consiglio comunale del Comune di Genova ha votato all’unanimità una impegnativa che da mandato alla amministrazione di “lavorare” affinché questa lacuna venga colmata. Una determinazione che rischia di rimanere lettera morta: la Prefettura, infatti, nel presentare la prima bozza del PEE dell’impianto di Fegino, pare non abbia tenuto conto di questa richiesta, attenendosi scrupolosamente alle prescrizioni di legge. Oggi, quindi, i territori attraversati da oleodotti sono esposti al medesimo rischio di un anno fa. Siamo sicuri che non si può fare di più? Le Istituzioni davvero non possono agire in maniera migliorativa rispetto alle leggi?

    Rabbia degna

    In tutto questo, nel mezzo di questo mare di codici e cavilli, ci stanno le persone, la cui tutela dovrebbe essere uno degli scopi ultimi di normative, politica e istituzioni. Nel caso di Fegino, i cittadini si sono organizzati, e dopo un anno di “battaglie” continuano a monitorare e ad aggiornare la loro mobilitazione e le loro iniziative, anche legali. Nella loro lettera aperta, scritta in occasione del “primo” anniversario del disastro e che pubblichiamo integralmente, oltre alla rabbia per una emergenza che sembra non finire, si legge la speranza che qualcosa possa ancora cambiare: chi ha orecchie per intendere…

    [quote]

    TRISTE ANNIVERSARIO 17 APRILE 2016 – 17 APRILE 2017

    Lo avevamo definito “Atto finale” quello che intorno alle 19.30 del 17 aprile 2016 ha riversato nel rio Pianego, rio Fegino, torrente Polcevera e infine in mare , oltre 600 mila litri di petrolio fuoriuscito a seguito della rottura della tubatura di IPLOM spa che, dal Porto Petroli di Multedo , trasporta il greggio verso la raffineria di Busalla .

    Il 17 aprile 2016 , per ironia della sorte , era il giorno del referendum sulle trivelle , andato vano per il mancato raggiungimento del quorum , una scelta che avrebbe potuto determinare la volontà dei cittadini ad iniziare un percorso di cambiamento verso fonti energetiche alternative e meno inquinanti.

    Così non è stato per molte ragioni, la più importante e decisiva la scelta del governo di non accorpare il referendum alla tornata delle elezioni.

    A Fegino ci siamo ritrovati in un incubo, una marea nera scorreva nei rivi ed ha segnato nel profondo anche le nostre vite.

    Come cittadini ci siamo visti catapultare in un mondo di burocrazia, interessi economici contrapposti ma comunque opposti al nostro diritto alla salute e sicurezza, difficoltà ad avere momenti di vera partecipazione, in cui le nostre richieste venissero ascoltate ed accolte .

    Per mesi a contatto con le esalazioni degli idrocarburi, che vediamo riaffiorare ad ogni pioggia, con la preoccupazione per i danni che, nel tempo, potremmo dover contare per essere stati esposti a tali esalazioni.

    E, dopo un anno, manifestazioni, presidi, commissioni, interrogazioni, mozioni, tavoli tecnici, un tentativo di allontanare dal controllo dell’amministrazione locale la regia delle operazioni di bonifica sperando magari di non doverla fare , la bonifica non è ancora iniziata .

    E’ stata aperta la conferenza dei servizi, della quale per altro non abbiamo ancora avuto relazioni ed i tempi continuano ad allungarsi e aumenta la preoccupazione.

    Avremmo pensato che quanto accaduto, potesse essere motivo di riflessione sulla normativa a livello nazionale che, evidentemente, ha ancora notevoli lacune perchè possa essere efficace per la tutela della salute e della sicurezza delle persone .

    Avremmo pensato che le persone dovessero venire prima dell’appellarsi al rispetto delle normative e ai limiti di legge, prima di numeri e tabelle, perché nessuno dovrebbe essere costretto a subire percentuali di rischio per la propria salute, sicurezza, per la tutela del territorio, a vantaggio del profitto di pochi.

    Noi però continueremo a lottare, nonostante la stanchezza, nonostante i tentativi di dipingerci allarmisti, autosuggestionabili e forse anche un po’ fastidiosi, perché il faro che ci guida è la volontà di far rispettare i nostri diritti di persone che amano e vivono il proprio quartiere e che, qui, vogliono continuare a vivere, in salute , in sicurezza e nel rispetto di ambiente e territorio.

    Comitato spontaneo cittadini Borzoli e Fegino.

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    Nicola Giordanella

  • Quartiere Bernabò Brea, quando l’edilizia popolare e il welfare abitativo erano un “sogno” possibile. Un esempio virtuoso (e isolato) di volontà politica

    Quartiere Bernabò Brea, quando l’edilizia popolare e il welfare abitativo erano un “sogno” possibile. Un esempio virtuoso (e isolato) di volontà politica

    bernabò-brea-01«Il giorno in cui ci assegnarono le case eravamo tutti qui, nel  giardino più largo, sotto i pini. Aspettavamo di sentire quale casa ci sarebbe toccata, dove avremmo abitato, ma non era difficile essere contenti, erano tutte simili e tutte molto belle. Molto di più di quello che ci saremmo potuti permettere, e molto di più di quanto avevamo mai sognato».

    La storia del quartiere Bernabò Brea, spesso citato sui testi di architettura e sempre ricordato quando si parla della difficile sintesi tra edilizia popolare e welfare abitativo, potrebbe partire da qui, dalle parole commosse che questo anziano mi disse la prima volta che vidi le palazzine basse, adagiate in una conca verde e tranquilla, davvero  inaspettata in una città come Genova. Ma come si arrivò a quella mattina ai giardini?

    Il contesto storico

    bernabò-brea-02Nel dopoguerra Genova si trovò di fronte al problema di dover ricostruire quanto crollato sotto i bombardamenti sia aerei che navali, poiché la perdita del patrimonio edilizio nel territorio del  Comune era calcolata intorno al 23%. Ovviamente  era una condizione comune a quasi tutte le altre città italiane, e per questo nel 1945 il Parlamento approvò il decreto legge n. 154 contenente le norme per i Piani di Ricostruzione, strumento agile e prezioso che incentivò i Comuni ad utilizzare i finanziamenti messi a disposizione dotandosi di propri piani ad hoc. A Genova partecipò al concorso di idee fra gli altri l’architetto Luigi Carlo Daneri, che poi progettò e realizzo’ il quartiere Ina-Casa Bernabò Brea.

    Contemporaneamente all’emergenza abitativa, il dopoguerra poneva l’enorme problema della disoccupazione. Migliaia di uomini, tolta la divisa, faticavano a guadagnare qualcosa, poiché l’industri bellica si era fermata e molta parte degli stabilimenti industriali erano stati danneggiati nei bombardamenti. L’allora Ministro del Lavoro e della Previdenza Sociale Amintore Fanfani vide nel settore dell’edilizia il volano capace, assorbendo molta parte della manodopera non qualificata, di far ripartire il circolo virtuoso della produzione. Fu così emanata la Legge n. 43, che attraverso il lancio nazionale del piano Ina – Casa si proponeva di diminuire la disoccupazione costruendo nuove case per i lavoratori ed attraverso l’indotto dell’edilizia di sostenere il rilancio della produzione  che avrebbe creato altro lavoro.

    A quel punto era evidente che in nessuna città ricostruire  poteva significare solo ristrutturazione di quanto era crollato, meno che mai a Genova dove il dibattito su di un nuovo modello di sviluppo urbano si intrecciava con quello riguardante il recupero del centro storico. Qui moltissime erano le abitazioni completamente fatiscenti e pericolanti ma nonostante questo numerose famiglie  si ammassavano in case prive di servizi igienici e spesso anche dell’acqua. Le ipotesi in ballo a questo riguardo erano divise fra chi proponeva la distruzione, chi il diradamento, e chi invece il risanamento: la diatriba fu poi risolta con le trasformazioni, anche traumatiche, delle aree di Via Madre di Dio e di Piccapietra.  Era evidente che non si potevano comunque abbattere delle case senza costruirne di nuove, ed il Comune già nel periodo fra le due guerre aveva approvato insediamenti, anche di edilizia popolare, sulle alture della città. Questo portò a rendere urbane molte zone collinari alle spalle di Genova, mentre le preesistenti costruzioni rurali venivano abbattute o si ritrovavano circondate da enormi palazzi che ne soffocavano ogni bellezza.

    Molte speculazioni edilizie sia private che pubbliche si trovarono la strada spianata e le lottizzazioni continuarono almeno fino agli anni ’80, quando circa il 55% delle abitazioni genovesi poterono considerarsi “periferiche”. Ina-Casa ebbe invece il merito di perseguire un disegno più organico ed anche particolarmente innovativo e personalizzato, specialmente nel primo periodo, dal 1949 al 1956.

    Questo progetto si affiancò a quelli precedenti e seguenti di ricostruzione, e godendo di un percorso in un certo modo privilegiato ricoprì un ruolo che si potrebbe definire pionieristico – o quantomeno innovativo – di ripensare la città. Infatti i quartieri nati grazie a Ina-Casa dovevano, e lo fecero in molti felici casi, sorgere con l’idea di identificarsi nel concetto di comunità, ispirandosi a moderni standard abitativi che avrebbero anche dovuto avere effetti sulla costruzione in generale  delle periferie che invece in quegli stessi anni ebbero un’espansione  disordinata del tutto estranea a questo progetto.

    Architettura di rispetto: Bernabò Brea

    bernabò-brea-03In poco tempo a Genova  intorno al Piano si accese l’interesse degli addetti ai lavori, e per il quartiere di Bernabò Brea il bando fu assegnato all’architetto Luigi Carlo Daneri, che insieme Giulio Zappa e Luciano Grossi Bianchi presentò un progetto decisamente innovativo. Daneri era, all’epoca, ordinario alla Facoltà di ingegneria, e privilegiava un approccio all’architettura che fosse rispettoso del paesaggio ligure e delle sue linee; come progettista della Chiesa di San Marcellino e di Piazza Rossetti a Genova, della Casa del soldato a Sturla e di molte altre opere aveva ricevuto riconoscimenti sia in Italia che all’estero. Il progetto Bernabò Brea, molto particolareggiato, era stato tracciato da Daneri stesso non in pianta ma sul territorio, rispettando la piantumazione della valletta,  con le palazzine che seguivano le naturali curve orografiche ad eccezione di una costruzione più lunga, detta edificio-ponte, che prevedeva un percorso pensile per le attività commerciali. La zona pur essendo del tutto staccata da altri insediamenti non era isolata quindi, seguendo le indicazioni della legge, i costi per gli allacciamenti ai servizi essenziali – acqua gas e luce- non si presentavano eccessivi così come le strade confinanti,  Via Isonzo e Via Sturla, erano scorrevoli e servite dai mezzi pubblici in modo da agevolare il tragitto dei lavoratori verso le unità produttive.

    Fu chiamata architettura di rispetto, e tale fu, con le costruzioni basse ma non a schiera, alte dai tre ai cinque piani al massimo, mentre solo un edificio svettava sullo sfondo con i suoi nove piani, movimentando la linea dell’intero complesso. Le soluzioni architettoniche erano diversificate nei diversi lotti, alcune più riuscite altre meno fruibili ma in ogni caso mai fini a sé stesse, poiché in tutte vi era questa ricerca dello “stare bene”, del fare comunità anche e soprattutto partendo dal singolo nucleo per arrivare all’intero quartiere. Tutto questo possiamo vederlo ancora oggi, osservando alcuni particolari come le scale direttamente all’aperto su cui si aprono le porte dei singoli appartamenti, i loggiati, i balconi luminosi esposti al sole, a cercare proprio l’ambiente della piazzetta di paese.

    Effetto “leva” di questo progetto fu quello di alzare di molto il valore dei terreni adiacenti alla maggior parte delle realizzazioni, in quanto si trovavano ad avere già disponibili i servizi essenziali per edificare; altro  effetto fu quello di non riuscire, nei sette anni successivi alla prima parte del progetto, a reperire terreni  alle medesime condizioni. I complessi di Forte Quezzi e di Mura Angeli, infatti, ebbero certamente dei meriti ma scatenarono molte più critiche che applausi: Bernabò Brea rimase un’isola felice.

    Le colline

    brenabò-brea-04Nel 1956 Genova emanò il piano regolatore nel quale l’unica preoccupazione, a detta di molti autori, fu quella di ottenere consensi intorno al progetto. E se l’espansione a macchia d’olio delle periferie di città come Torino Milano o Roma fu  evitata, qui si risalirono sempre più i margini di colline e torrenti con le conseguenze che paghiamo tuttora. A quel tempo però l’aver evitato un allargamento chilometrico spropositato sembrò quasi un successo, solo in seguito ci si rese conto che l’aver progettato in pianta anziché in sezione, accettando di innalzare le costruzioni in modo da stipare più famiglie possibili nello stesso palazzo, aveva di fatto minato sia la qualità della vita di chi vi abitava sia la tenuta stessa del territorio.

    Dall’estero il progetto Ina Casa risvegliò molto interesse, portato ad esempio di soluzione felice fra le diverse esigenze dell’architettura e del welfare abitativo. L’Italia fu così per una stagione pioniera dell’edilizia popolare, per aver ideato uno strumento agile, efficace, veloce nelle realizzazione. In Italia nel primo ciclo, terminato nel 1955, era stato assorbito il 20% della manodopera disponibile, e oltre 147mila alloggi erano stati consegnati  a prezzi accessibili. Di questi, era previsto che un 50% fosse a riscatto, mentre la restante parte era data in locazione. In ogni caso l’esperimento Bernabò Brea rimane uno dei più efficaci fra quanti furono in quegli anni, e nei successivi, edificati.

    Una testimonianza

    Molti sono i testimoni di quella stagione e dalle loro esperienze si evince la qualità politica di certe scelte, prima ancora che urbanistica. Un passato che sembra lontano anni luce. Ecco la storia di Paolo, arrivato in Bernabò Brea nel 1956, a tre anni. La madre gli ha sempre raccontato che quella mattina tutte le famiglie assegnatarie si ritrovarono nei giardini (confermando il racconto dell’anziano riferito all’inizio) e, semplicemente, scelsero la casa in cui avrebbero preferito vivere. «Mia madre voleva una casa con il poggiolo, ne indicò uno, ma era già stato assegnato, allora un altro, ma aveva meno vani di quanti gliene servivano, alla fine lasciò scegliere all’impiegato».

    I ricordi di Paolo non sono, ovviamente, di quel giorno, perché era troppo piccolo, ma molte cose gli sono state tramandate: «le case furono assegnate tutte insieme, aspettarono di completare il complesso per darle. Gli alberi c’erano già, e anche i giardini, curati quotidianamente da un incaricato del comune. I giardini pubblici non erano come adesso, ma c’erano tre piscine, avevano forme diverse, arrotondate e irregolari: in una l’acqua ci arrivava fino al collo, a noi più piccoli».

    Immagini che arrivano da una città che forse non riusciamo neanche più ad immaginare: «non c’erano auto qui, nessuno ne aveva una; le cose iniziarono a cambiare un po’ alla fine degli anni ’60. Sopra al quartiere c’era una vecchia villa, abbandonata (ora c’è una palazzina residenziale, ndr) e un altra era dove adesso c’è la Residenza per anziani. Al posto della Scuola Collodi ora abbandonata c’era una fattoria, con tutti gli animali e persino un asino. La buttarono giù per costruire la scuola moderna, prefabbricata, e adesso è tutto abbandonato lì dentro». Noi ragazzini eravamo tantissimi, facevamo gruppo, era bello vivere qui. Ricordo mia madre che aveva i bollettini da pagare con l’affitto sempre pronti nel cassetto della credenza; i primi tempi era un vero e proprio affitto, dopo lo tramutarono in riscatto, così sia noi che molti altri diventammo proprietari senza grossi sforzi».

    Chiedo a Paolo se, guardando il progetto, ricorda che tutto quello indicato fosse realizzato e mi dice che si, in effetti c’erano dei negozi sotto i portici, un lattaio, un materassaio, forse poco altro. Però sicuramente per parecchi anni ci fu il Circolo Ricreativo, l’ambulatorio, un ufficio informazioni perché le persone non si sentissero abbandonate. Solo la piccola unità destinata alle persone sole lui non ha memoria che sia mai stata realizzata, «ma chissà – aggiunge – se da ragazzi avremmo notato questa cosa. Noi andavamo negli orti, mangiavamo la frutta, i fichi, le pere. Erano di tutti».

    Il parere tecnico

    Abbiamo chiesto un parere qualificato sulla realizzazione di Bernabò Brea ad un addetto ai lavori, l’architetto e urbanista Andrea Vergano, autore del libro “La Costruzione delle Periferie” uscito  per l’Editore Gangemi nel 2015. In questo libro, che si legge come un romanzo, vengono raccontati gli intrecci tra politiche urbanistiche e ricerca del consenso attraverso il tema abitativo, ed ovviamente si parla anche della realizzazione di Bernabò Brea.

    Questo progetto è stato molto celebrato, sia in Italia che all’estero: lei è dello stesso parere?
    «Bernabò Brea è stato un intervento urbanistico che ha goduto fin da subito di buona fama, un modello pubblicato e lodato sulle riviste di settore. Questo forse perchè è stato realizzato così come era nel progetto. O forse perché si è inserito con misura nel paesaggio del parco preesistente, o forse ancora perché è stata scelta accuratamente la posizione, separata ma non isolata dal contesto urbano».

    Secondo il suo parere di urbanista, questo progetto ha retto bene il passare degli anni o invece sarebbe da modificare, da rendere più “moderno”?
    «Questo progetto rappresenta ciò che di buono l’architettura e l’urbanistica moderna hanno saputo produrre in termini di qualità dell’abitare. Un documento-monumento da conservare così come si conservano le parti della città storica: in quanto moderno, testimonia il passato».

    Scusi?
    «Noi ci portiamo dietro una concezione di urbanistica che in realtà si potrebbe dire conclusa con gli anni ’80: in realtà questa non esiste più, ora servono spazi e servizi dove prima c’erano insediamenti industriali e case»

    Secondo lei un’esperienza del genere sarebbe ripetibile ai giorni nostri, a parte i cronici problemi finanziari che ovviamente incontrerebbe
    «Questo progetto, e allargando il discorso tutto il piano Ina-Casa, era perfettamente adeguato a quella società e a quelle esigenze: allora si parlava sempre e solo di crescita, c’era la crescita demografica, la crescita produttiva, la crescita salariale. Costruire agglomerati di case necessari ai numerosi lavoratori che arrivavano nelle città, che via via dovevano soddisfare bisogni, dal cibo alla casa alla macchina. Quel modello ormai si è esaurito. Adesso, ed è un adesso che dura da almeno vent’anni, l’esigenza non è più costruire, poiché non c’è più la crescita, l’espansione: adesso la domanda è di controllo e mitigazione dei rischi ambientali, di attenzione all’ambiente. Non dobbiamo costruire, dobbiamo ricostruire, riusare, riqualificare. Partendo proprio dalla periferia».

    Il quartiere Bernabò Brea, quindi, è al contempo “reperto” di una stagione politica e sociale del passato ed “esempio” di quello che si può fare quando si mettono a sistema esigenze, territorio e “visione”, parola tanto in voga in questi giorni. Oggi le necessità e le urgenze sono sicuramente cambiate, come anche il contesto e le prospettive: ancora una volta, però, la differenza può essere fatta dalla “qualità” della politica, chiamata a interpretare le richieste della collettività, presente e futura.

    Bruna Taravello

  • Doria chiude il mandato: «5 anni di sofferenza inaudita». Pochi rimpianti: «Non aver inciso sulla riforma della p.a.»

    Doria chiude il mandato: «5 anni di sofferenza inaudita». Pochi rimpianti: «Non aver inciso sulla riforma della p.a.»

    Marco Doria, sindaco di GenovaCinque anni di crisi economica che ha moltiplicato le situazioni di sofferenza sociale, cinque anni di “sofferenza inaudita” della finanza locale e di taglio progressivo dei trasferimenti dal governo per complessivi 170 milioni dal 2011 a oggi. E’ il bilancio del sindaco di Genova, Marco Doria, che in un’ora e un quarto di conferenza stampa e 180 pagine di report sintetizza cinque anni di amministrazione. «Abbiamo governato in cinque anni di sistema di disgregazione del sistema politico italiano, con una schizofrenia delle regole del gioco che ha messo a dura prova i nostri nervi e la nostra calma», afferma il primo cittadino. «Fin dall’inizio – ricorda il sindaco- ci hanno chiesto se ce la sentissimo di andare avanti: era un giochino da microcosmo autoreferenziale. Abbiamo governato la città per cinque anni garantendo stabilità amministrativa affrontando difficoltà notevolissime ed essendo molto coerenti con certe linee guida della nostra azione».

    La giunta Doria tira le fila, prima dello stop all’azione politica in vista della campagna elettorale che scatterà il prossimo 27 aprile. Tutti presenti, tranne l’assessore ai Lavori pubblici e candidato del centrosinistra per il prossimo mandato, Gianni Crivello. Ma non ci sarebbe nessun calcolo politico, semplicemente un impegno istituzionale per incontrare gli abitanti della Val Varenna e inaugurare uno dei tanti interventi realizzati dal 2012 a oggi. «La nostra azione – rivendica con orgoglio il primo cittadino – è stata pulita e trasparente nei confronti delle scelte: non abbiamo nascosto polvere sotto i tappeti. Abbiamo affrontato in maniera obiettiva tutte le criticità, mantenuto conti in ordine e puliti e ridotto l’indebitamento del Comune di oltre 100 milioni di euro, dando un contributo al risanamento delle casse del Paese».

    Tanti i “titoli” di cinque di giunta arancione, suggeriti dallo stesso sindaco: la valorizzazione del patrimonio, la riqualificazione urbana, l’impiantistica sportiva. Fiore all’occhiello, la “Genova resiliente”, ovvero le opere per la messa in sicurezza idrogeologica della città: «Dal 2012 al 2017 – rivendica il sindaco – anche grazie ai trasferimenti del governo si è fatto quello che non è stato fatto nei 50 anni precedenti mentre stava aumentando la fragilità del territorio. Senza dimenticare il salto di qualità  fatto dal punto di vista turistico, – sottolinea Doria – senza eventi né risorse straordinarie».

    Ultimo ma non ultimo, la città solidale: «Anche se so che non basta– sottolinea Doria – abbiamo mantenuto fino all’ultimo euro gli stanziamenti per il sociale. In una società diseguale, le politiche nostre per l’inclusione attenuano il disagio ma non lo eliminano». E l’ultima medaglia appuntata sul petto è quella dei diritti, con un regolamento sulle unioni civili approvato prima che si facesse una legge nazionale. Tutto possibile, secondo Doria, grazie alla «forte coesione della giunta. Abbiamo discusso, qualche volta anche animatamente, sarebbe strano se così non fosse stato, ma c’è sempre stato un rispetto profondo, anche da parte degli assessori che si sono avvicendati». Infine, un ringraziamento alla macchina comunale, che nell’ultimo ciclo amministrativo ha visto riducisi di circa 900 unità il personale con un contemporaneo innalzamento dell’età media.

    Pochi rimpianti

    L’unico vero rammarico espresso dal sindaco uscente è la riforma della Pubblica amministrazione che è «un tema cruciale, il mio rimpianto è non essere riuscito a fare abbastanza e a dare un contributo in questo senso. Abbiamo difeso ma avrei voluto efficientare di più il sistema pubblico complessivo, andando oltre, modificando e incidendo». Risponde così, il sindaco di Genova, Marco Doria, alla domanda dei giornalisti che gli chiedevano quali fossero i suoi rimpianti di questi 5 anni di amministrazione. «Pur essendo consapevole di aver fatto cose giuste – conclude Doria – uno vorrebbe fare sempre di più di quello che riesce, soprattutto quando si entra in contatto con l’universo mondo dei problemi della città».

    La ricandidatura di Bernini

    «Mi ricandido sicuramente». Questo l’annuncio del vicesindaco Stefano Bernini a margine della conferenza stampa, che dunque, sarà sicuramente uno dei senatori della lista del Partito democratico a sostegno della candidatura di Gianni Crivello. «Finora è una compagna elettorale dai toni molto bassi- sostiene Bernini- si è cominciato a dire che ci vogliano visioni della città per portare alla ricrescita economica ma bisogna essere chiari: i Comuni hanno poteri limitati. Non possiamo portare la città a essere un paradiso fiscale, possiamo solo agire nella pianificazione e come rete di relazioni». Bernini, invece, rivendica che nel corso di questo ciclo amministrativo «si è passati da una visione, da una idea della città a progetti concerti e al lavoro che, ad esempio, hanno portato anche all’incremento degli oneri di urbanizzazione incamerati»

     

  • Case popolari, preferenza a residenti e nuovi poveri. Regione Liguria introduce possibilità sub-affitto e trasloco in provincia

    Case popolari, preferenza a residenti e nuovi poveri. Regione Liguria introduce possibilità sub-affitto e trasloco in provincia

    arizona-molassana-case-popolari«E’ una riforma epocale che dall’assistenza pura torna a fare social housing vero, apre alle nuove povertà e a nuovi criteri per l’assegnazione delle case popolari che riteniamo più equi. È una legge organica e credo sia un benchmark, una pietra miliare di come si debba fare edilizia residenziale in questo Paese». Lo dice il presidente della Regione Liguria, Giovanni Toti, come riportato dall’agenzia Dire, presentando alla stampa la riforma regionale dell’assegnazione e della gestione dell’edilizia pubblica. Le principali novità riguardano l’introduzione di premialità nella graduatoria di assegnazione degli alloggi per gli stranieri regolarmente soggiornanti in Italia da almeno 10 anni e ai nuclei famigliari che vivono sul territorio ligure da almeno 5 anni.
    «Si darà precedenza agli italiani e a tutti i cittadini stranieri che da 10 anni sono regolarmente sul nostro territorio e da 5 anni in quello ligure – elenca le modifiche l’assessore all’Edilizia, Marco Scajola – si aprirà alle nuove povertà colpa della crisi come le donne sole con bambini, le coppie giovani sotto i 35 anni con figli, gli over 65 anni, nuclei familiari soggetti a procedure di sfratto, genitori separati o divorziati, nuclei familiari con presenza di soggetti disabili o malati terminali». Canale preferenziale anche per chi lavora nelle forze dell’ordine «perché riteniamo che sia doveroso dare una mano, anche con un gesto simbolico, a chi fa un lavoro delicatissimo per la sicurezza di ognuno di noi», sostiene Scajola. Un 50% degli alloggi sarà comunque riservato a famiglie con bassissimo reddito. «Siamo orgogliosi di aver invertito la tendenza dell’utilizzo degli immobili pubblici da parte di questo ente – prosegue il governatore – questa legge sarà finanziata in modo importante dalla dismissione di patrimonio immobiliare della Regione, che non serve agli scopi istituzionali dell’ente, che è quello di assistere i cittadini in varie forme». Tra gli esempi, la vendita a privati del Tennis Club di Santa Margherita Ligure.
    Le risorse saranno indirizzate a individuare nuovi alloggi e a finanziare opere di manutenzione di quelli al momento sfitti, soprattutto in realtà molto critiche come a Genova che a fronte di almeno 3.000 domande all’anno sono solo circa 150 gli alloggi assegnati. Tra le novità introdotte dalla riforma anche la possibilità di cambiare alloggio popolare assegnato in caso di gravi necessità per ragioni di salute e o lavoro che richiedano il trasloco in un’altra provincia della regione. E ancora: possibilità per i morosi incolpevoli di sublocare parte dell’alloggio se si impegna a firmare un piano di rientro concordato con l’ente gestore.
    Infine, ogni 8 anni verrà verificata la persistenza dei criteri di assegnazione: se l’inquilino assegnatario supererà del 50% il limite Isee previsto, il canone di affitto sarà innalzato per 4 anni, quando verranno nuovamente controllate le condizioni economiche. «Una riforma moderna, strutturata, seria, senza demagogia – conclude Scajola, come riportato dall’agenzia Dire – ma che vuole entrare nel merito dei problemi perché la vecchia legge 10 del 2004 era ormai superata. Con questa formula, noi entriamo nel merito di quelli che sono i problemi attuali». Il nuovo disegno di legge dovrà ora passare al vaglio del Consiglio regionale, toccherà poi alla giunta definirne i criteri di attuazione con una nuova delibera.