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  • 2 Giugno, ecco le celebrazioni a Genova: spettacolo pirotecnico e per la prima volta due inediti di Domenico Piola esposti al pubblico

    2 Giugno, ecco le celebrazioni a Genova: spettacolo pirotecnico e per la prima volta due inediti di Domenico Piola esposti al pubblico

    0601 Piola 2Una grande Festa quella che si svolgerà domani, venerdì 2 giugno, in Piazza De Ferrari, nel cuore di Genova, in occasione del 71° anniversario della Repubblica Italiana: spettacolo di fuochi d’artificio (a cura della Setti Fireworks) a tempo di musica e distribuzione gratuita di gelato tricolore, in collaborazione con Camera di Commercio di Genova, Artigiani in Liguria e Genova Liguria Gourmet. Sarà questo il clou dei festeggiamenti, a partire dalle 21.30 in occasione dell’iniziativa “Palazzi Svelati” che vede l’apertura straordinaria di 17 Palazzi storici di Genova, tra cui spicca il Palazzo della Regione che era chiuso al pubblico da 12 anni e al cui interno è stata allestita un’esposizione temporanea.

    A partire dalle 9 e fino alle 19 i cittadini potranno visitare le splendide stanze dell’ex Palazzo dell’Italia Navigazione, poi Fondiaria e vedere, per la prima volta, i due splendidi inediti di Domenico Piola, mai stati esposti al pubblico di proprietà privata.

    I due soggetti rappresentati sono: “I quattro elementi” e “Le tre età dell’uomo”.

    Due allegorie del maggior interprete delle grandi imprese decorative genovesi della seconda metà del XVII secolo. Tra le altre opere esposte: alcune sculture degli anni Trenta di Francesco Messina, di Guido Galletti e di Eugenio Baroni, oltre a un dipinto di Raimondo Sirotti e una raccolta di opere delle ex Aziende di Promozione Turistica.

    “Si tratta – dice il Presidente di Regione Liguria Giovanni Toti – di una grande occasione per festeggiare, insieme a tutti i genovesi e ai turisti che trascorreranno in città il ponte del 2 giugno, la festa della nostra Repubblica. Potremo farlo ammirando, naso all’insù, l’incredibile spettacolo pirotecnico che sarà realizzato dal tetto del Palazzo di Regione con il lancio dei fuochi a ritmo di musica sulle note di Giuseppe Verdi e di Gioachino Rossini e anche due dipinti inediti di Domenico Piola, grande artista del Seicento genovese”.

    0601 Piola 1 (1)Ad ogni visitatore sarà consegnato un “Passaporto” composto da 17 riquadri relativi ai Palazzi visitabili, di cui 15 ad accesso gratuito. Ad ogni palazzo visitato verrà apposto un timbro identificativo dell’ente: chi, nella giornata della Festa della Repubblica, riuscirà a visitare tutti i palazzi appartenenti al circuito Palazzi Svelati riceverà un premio.

    Consegnando il passaporto completo di tutti i timbri (fatta eccezione per quelli facoltativi) all’Ufficio Relazioni con il Pubblico della Regione Liguria, nel periodo compreso fra il 12 e il 23 giugno 2017, ai primi 10 sarà offerto un buono per una cena per due persone del valore di 60 euro complessivi presso i ristoranti Genova Liguria Gourmet che aderiscono all’iniziativa, in collaborazione con la Camera di Commercio di Genova. I successivi 40 avranno l’opportunità di degustare un gelato per due persone offerto dai gelatieri aderenti all’evento del 2 giugno.

  • Carcere, a Marassi 228 detenuti in più rispetto a capienza. In tutta la regione mancano 250 agenti di Polizia Penitenziaria

    Carcere, a Marassi 228 detenuti in più rispetto a capienza. In tutta la regione mancano 250 agenti di Polizia Penitenziaria

    LucchettoSovraffollato e sotto organico. Non è una novità il quadro critico del carcere di Marassi, la principale casa circondariale di Genova, che emerge dai dati forniti dal ministro della Giustizia, Andrea Orlando, in una risposta scritta alla Camera a un’interrogazione presentata da Ignazio La Russa, che evidenziava la strutturare genovese come la terza più critica in Italia dopo Poggioreale e Bologna. Secondo i numeri forniti dal dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, aggiornati al 12 febbraio e riportati dal Guardasigilli, a Marassi risultavano presenti 678 detenuti, ben 228 in più rispetto alla capienza regolare prevista dal sito ufficiale del ministero.
    Numeri che ricorrono anche se si estende l’esame a tutte le carceri liguri in cui risultano detenute 1.388 persone a fronte di una capienza regolamentare di 1.104. «Nonostante l’esubero dei presenti rispetto alla capienza regolamentare – assicura Orlando- il dipartimento ha evidenziato come risultino comunque rispettati i parametri previsti dalla Convenzione europea per i diritti dell’uomo”. Altrettanto critica è la carenza del personale di polizia penitenziaria in tutti gli istituti liguri di detenzione. A fronte di una previsione organica di 1.236 unità in tutta la regione, sempre al 12 febbraio 2017, risultavano coperti 1.110 posti ed effettivamente in servizio 984 unità, tenuto conto anche dei distacchi.
    La carenza maggiore riguarda i ruoli intermedi degli ispettori e sovrintendenti e si attesta al 58%, mentre per gli agenti e assistenti la sofferenza organica è di 107 unità, pari all’11% dell’organico previsto. «La situazione degli organici assegnati agli istituti penitenziari della Liguria sarà tenuta in debita considerazione in occasione delle nuove assegnazioni», assicura il ministro, facendo rifermento ai nuovi 887 ingressi sul suolo nazionale che a breve andranno a colmare parzialmente il vuoto in organico del corpo di polizia penitenziaria.
    Nell’interrogazione di La Russa si faceva, inoltre, particolare riferimento alla situazione critica per i detenuti malati. Anche in questo caso, ammette il ministro, la situazione peggiore in Liguria si vive nel carcere di Marassi. «Nel centro clinico sono ospitati 60 detenuti- dettaglia Orlando- 20 dei quali affetti da gravi patologie infettive, un detenuto in osservazione psichiatrica su 5 posti disponibili e 20 con gravi patologie cliniche e disabilità motorie, che richiedono frequenti accessi in ambito ospedaliero».
  • Comune di Genova deroga sull’ordinanza anti movida per 2 Giugno e San Giovanni. Tutti gli appuntamenti per la Festa della Repubblica

    Comune di Genova deroga sull’ordinanza anti movida per 2 Giugno e San Giovanni. Tutti gli appuntamenti per la Festa della Repubblica

    fuoco-matteotti-san-giovanniAnche quest’anno il 2 giugno a Genova sarà celebrato in piazza De Ferrari con musica e fuochi d’artificio, dopo la festa organizzata già lo scorso anno dalla Regione Liguria. Novità del 2017 l’iniziativa “Palazzi Svelati”: verranno aperti al pubblico 17 fra palazzi storici e sedi istituzionali abitualmente non visitabili, tra cui la sede della Regione nel palazzo ex Fondiaria. “Quest’anno non ci siamo limitati al concerto- commentato il presidente della Regione Liguria, Giovanni Toti- aprire i palazzi rappresentativi degli enti della Repubblica è un’iniziativa di trasparenza e un segno importante in una città che troppo spesso sceglie la chiusura e l’immobilismo”.
    Si potranno visitare luoghi normalmente non accessibili come Forte San Giuliano, le sedi di Banca d’Italia, Capitaneria di Porto, della Questura e dei Vigili del Fuoco. Ad ogni visitatore sarà consegnato un “Passaporto” composto da 17 riquadri relativi ai Palazzi visitabili, di cui 15 ad accesso gratuito. Ai primi 10 che consegneranno all’Ufficio relazioni con il pubblico (URP) della Regione Liguria il passaporto completo dei timbri relativi ai soli Palazzi ad ingresso gratuito, sarà offerto un buono per una cena per due persone dai ristoranti di Liguria Gourmet, in collaborazione con la Camera di Commercio. Tutti gli altri che completeranno il passaporto avranno l’opportunità di degustare un gelato offerto dai Maestri gelatieri di Artigiani in Liguria e Liguria Gourmet.
    Il clou dei festeggiamenti del 2 giugno, preceduti la sera prima dal concerto per la Festa della Repubblica al Carlo Felice, sarà lo spettacolo di fuochi d’artificio in piazza De Ferrari su musiche di Giuseppe Verdi alle ore 21.30. A partire dalle 20, sempre in piazza De Ferrari, distribuzione gratuita di gelato tricolore a cura dei gelatieri di Genova Gourmet e Artigiani in Liguria. Per la Festa della Repubblica anche Palazzo Tursi, sede del Comune di Genova, resterà aperta dalle ore 9 alle 19: oltre al cortile e al loggiato che sono abitualmente visitabili, per l’occasione apriranno le porte anche il Salone di rappresentanza e l’Ufficio di rappresentanza del sindaco. Nel Salone è esposto il Gonfalone di Genova mentre nell’Ufficio è custodito l’atto di resa delle truppe di occupazione germaniche nelle mani del Comitato di liberazione nazionale che sancì la Liberazione della città dal nazifascismo. E la giunta Doria ha anche deliberato una deroga all’ordinanza anti-movida: nelle notti tra il 2 e il 3 giugno e tra il 3 e il 4 giugno pub e bar potranno prorogare l’apertura fino alle ore 3.00, limite massimo per la somministrazione di alcolici previsto dalla legge nazionale. Stessa deroga anche nelle notti tra il 23 e il 24 giugno e tra il 24 e 25 giugno, per festeggiare il patrono della città, San Giovanni Battista.
  • Migranti, al San Raffaele le porte resteranno aperte. L’analisi di una protesta che parla “di noi” e della percezione dell’accoglienza

    Migranti, al San Raffaele le porte resteranno aperte. L’analisi di una protesta che parla “di noi” e della percezione dell’accoglienza

    Via Coronata 100
    L’ingresso del complesso ex Asl di via Coronata

    Dopo la manifestazione sotto la Prefettura dei giorni scorsi, in mattinata arriva l’annuncio: le porte della struttura che ospita i migranti a Coronata resteranno aperte durante il giorno, per venire incontro alle richieste di chi lì dentro è ospitato. La semplice cronaca dei fatti, però, non restituisce tutte le dinamiche della vicenda, che vanno al di là delle semplici questioni materiali: il sottotraccia parla di cosa significa accoglienza e della percezione che viene veicolata di certi meccanismi, spesso annebbiata dalle retoriche politiche e di gestione amministrativa. Tre ricercatrici, che ringraziamo, hanno “studiato” sul campo questo fenomeno, che parla, incredibilmente, di “noi”.

    Come ricercatrici in scienze sociali, in collaborazione con l’Ambulatorio Città Aperta[1] e la rete Operatori X[2], abbiamo deciso di seguire da vicino la vicenda, non solo per comprendere in profondità le ragioni della rivendicazione e delineare il contesto in cui questa si colloca, ma anche per documentarla, nell’ottica di dar vita ad un percorso partecipato di monitoraggio e d’informazione. Un percorso che attraversi le contraddizioni dell’accoglienza e della riproduzione dei confini dentro ed oltre lo spazio urbano, al fine di decolonizzare lo sguardo sulle pratiche della migrazione. Un’idea nata riflettendo su quanto le comunità, nel contesto cittadino, siano nei fatti poco consapevoli della complessità che ogni giorno migranti ed operatori dell’accoglienza si trovano ad affrontare sul territorio in cui vivono, anche a causa della produzione di un discorso pubblico che, dietro l’apparente neutralità, nasconde, nei fatti, gli effetti di una violenza strutturale, una violenza che quotidianamente riproduce ed amplifica narrative stereotipanti e retoriche razzializzate.

    Il 22 maggio i richiedenti asilo scendono dalle alture di Coronata verso il centro della città, dirigendosi sotto la Prefettura per chiedere di essere ascoltati dalle istituzioni. La richiesta sembra apparentemente banale, quasi scontata: chiedono di poter aver accesso alle proprie stanze nell’arco della giornata. Risiedono in cinque strutture diverse, tutte gestite dalla Fondazione Migrantes (Casa del Campo in via del Campo, Casa San Francesco da Paola, Casa Camogli – sulla quale, per ora, non abbiamo raccolto informazioni dettagliate -, Villa Ines a Struppa e l’ex ospedale San Raffaele di Coronata): il fiore all’occhiello della “buona accoglienza genovese”. La giornata delle persone ospitate nelle strutture, circa 320 -tutti uomini provenienti in larga parte dall’Africa centro occidentale-, gravita attorno ad un unico centro: il “Campus” situato in via Coronata, 100: un progetto finanziato dalla Chiesa, attraverso l’Ufficio diocesano per la pastorale Migrantes di Genova, che opera mediante la cooperativa “Un’altra storia”. Gli immobili che lo ospitano sono di proprietà del Comune di Genova, che li ha alienati, cioè concessi gratuitamente, a Migrantes, attraverso una convenzione di durata ventennale

    L’“Università di Via Coronata”, così era stata descritta mesi fa da Don Giacomo Martino (responsabile di Migrantes Genova e quindi direttore delle strutture gestite dalla fondazione diocesana. I richiedenti asilo lo chiamano semplicemente Giacomo, nda) sembra proporre un vasto ventaglio di attività, che vanno dai corsi di italiano L2, corsi di cucito, passando per il calcetto e le bocce oltre che uno sportello di assistenza sanitaria e la promessa di svariate borse lavoro.

    Ma i richiedenti asilo che incontriamo sotto la prefettura di Genova ci narrano però un’altra storia, che poco ha a che fare con i discorsi ufficiali. Gli domandiamo, così, come si svolge la loro giornata. Dalle 8h30 del mattino alle 18h00 tutti gli alloggi sono chiusi ed inaccessibili. Anche la parte del San Raffaele in cui sono collocate le camere osserva i medesimi orari. Chi non è già sul posto, perché ospite all’ex ospedale di San Raffaele, ogni giorno si reca a Coronata, dove partecipa ad un’ora di scuola di italiano e riceve il pranzo. Nel pomeriggio ci sono le attività e poi, a fine giornata tutti salgono di nuovo sull’autobus per recarsi verso il centro, alla Casa della Giovane di via delle Fontane e, dopo la cena, ognuno riprende il cammino verso i propri alloggi.

    Le ragioni che li hanno spinti a scendere in piazza, il lunedì e poi il giorno seguente, martedì 23 maggio, hanno a che vedere con l’organizzazione materiale appena descritta, ma, non appena formulate, le istanze rivelano rivendicazioni più generali, legate all’approccio infantilizzante e paternalistico dell’accoglienza che nei fatti diventa un dispositivo totalizzante, che cattura e regola dall’alto ogni aspetto della vita del migrante.

    mappaI richiedenti asilo del Campus di Coronata che abbiamo incontrato davanti alla Prefettura di Genova ci hanno raccontato dei disagi causati dall’organizzazione delle loro strutture: dover restare obbligatoriamente “fuori casa” tutto il giorno è faticoso, specialmente in inverno o in giornate di pioggia, o ancora quando si è malati o non ci si sente bene. Ci raccontano di aver cercato di sollevare il problema alla direzione più di una volta, ma di aver sempre ricevuto scarsa attenzione e risposte negative, motivate dal fatto che, per tenere aperte le strutture nelle ore diurne, si sarebbe dovuto ricorrere ad aumento del personale, che la gestione non può sostenere economicamente. Adesso però, con l’imminente inizio del mese di Ramadan (la sera di venerdì 26 maggio), diventa urgente trovare una soluzione, poiché il regime di digiuno diurno causa debolezza fisica e impone orari ben precisi per i pasti notturni e le preghiere.

    A. (iniziale di fantasia, nda) ci spiega per quale motivo si sono recati per ben due volte sotto la Prefettura e perché hanno preteso di essere ricevuti dal prefetto o da un suo rappresentante: «Noi siamo presi in carico dallo Stato italiano, il quale riceve dei fondi dalla comunità internazionale e da organismi come la Banca Mondiale per organizzare l’accoglienza. Il prefetto è il diretto rappresentante dello Stato sul territorio e quindi, poiché è la Prefettura a distribuire i soldi alle varie strutture, il prefetto è in pratica il datore di lavoro del direttore della nostra struttura. Abbiamo cercato per mesi di avere un dialogo con lui, ma non ci ha mai considerati, adesso veniamo dal suo capo per spiegare le nostre ragioni». Restiamo a lungo a discutere, mentre si aspetta che la delegazione ricevuta dal vice-prefetto faccia ritorno. Le conversazioni, principalmente in francese, sono collettive. In molti hanno voglia di far capire cosa li muove. Oltre ad un cartello con scritto «Siamo stanchi», ne hanno un altro sul quale si legge «We need freedom».

    Le spiegazioni non tardano. Il punto che i richiedenti asilo sollevano non riguarda, come riportato su altri organi di stampa, il fatto di non voler partecipare alle attività formative. Secondo quanto riferito dal responsabile infatti, la chiusura diurna del centro sarebbe finalizzata ad incentivarli a partecipare alle formazioni volontarie del pomeriggio. Molti di coloro con i quali parliamo e quindi coinvolti attivamente nelle proteste, ci mostrano i diplomi che gli sono stati consegnati la mattina stessa, i quali, sotto l’intestazione “Coronata Campus” e “Il Domani, associazione culturale”, attestano la partecipazione ai corsi pomeridiani.

    Per i soggetti in questione il problema principale è quello di ritrovarsi privati di qualsiasi libertà di scelta, rispetto a quali attività ritengano più utili alla loro crescita e inserzione nel mondo del lavoro, ma anche, più in generale, alla loro vita in Italia. B. fa un discorso molto chiaro sul necessario equilibrio che deve intercorrere tra i doveri e i diritti di qualsiasi essere umano: riconoscono il fatto di avere il dovere di svolgere delle attività, di formarsi per potersi integrare, ma credono fermamente che la loro opinione, anche nei confronti della qualità dei corsi che gli sono offerti e le loro volontà debbano essere rispettate e tenute in conto. Ad esempio, parla del fatto che a lui interesserebbe imparare bene l’italiano, perché è quello di cui ha bisogno per costruirsi un futuro, anche lavorativo, ma che il corso estremamente basico di un’ora al giorno che possono seguire a Coronata è frustrante. Gli fa eco C. che dice: «Ci mettono tutti assieme: io che non ho fatto studi e lui (B., n.d.a.) che ha finito l’università… il risultato è che non serve a nessuno dei due!».

    Le altre attività cui hanno accesso, e alle quali hanno partecipato le persone con le quali abbiamo parlato, riguardano principalmente lavori di muratura e imbiancatura, pulitura del verde e agricoltura. Tutti eseguiti all’interno del Campus, il cui edificio principale e le adiacenze, essendo state abbandonate per decenni, necessitano di consistenti interventi di manutenzione e recupero. Per alcuni è inaccettabile che gli si chieda di lavorare per mesi (a quanto abbiamo capito, il ciclo di ogni attività ne dura tre), senza nessuna garanzia che quel lavoro possa trasformarsi in un’attività remunerata, che tra l’altro gli era stato promesso nella forma di borse lavoro. D. dice: «So già che a Genova non ci sono grandi opportunità lavorative, allora, per faticare a fare il muratore o spaccarmi le mani a fare agricoltura, era meglio restare al Sud dove si lavora duro nei campi, ma almeno qualcosa si guadagna». Parole forti, come schiavismo, vengono pronunciate più volte.

    Dignità

    attestaoCi sembra importante sottolineare quanto sia ampio lo scarto rispetto alla maniera in cui la complessità delle vertenze dei migranti vengono banalizzate, appiattite e ricondotte a rivendicazioni di tipo materiale, come se si stesse sempre parlando di qualità del cibo, di condizioni igieniche o di alloggio. Come se la permanenza del migrante sul territorio sia sempre connotata dalla temporalità dell’ “emergenza”, oggettivata nella transitorietà di un perenne attraversamento del confine. Una mera questione di sopravvivenza, nei fatti. Queste rivendicazioni esistono, ma non sono mai fini a sé stesse, non si esauriscono soltanto nella richiesta di condizioni di vita migliori.

    A. ne parla in questi termini: «Il problema non è la sofferenza materiale, quando siamo partiti sapevamo che sarebbe stata dura. E poi, abbiamo vissuto il carcere il Libia … non sono un così grande problema il cibo scadente, le camerate e i pochi bagni. Queste cose, al limite, possiamo accettarle e d’altronde capiamo che non sia facile organizzare l’accoglienza per così tante persone. Ma la libertà di poter scegliere cosa riteniamo giusto fare non possiamo cederla. Pensa che se uno un giorno è malato non può neanche decidere di restare a riposare». Costituiscono un problema, però, quando sono tali da ledere alla dignità delle persone, quando queste stesse condizioni diventano un freno per la creazione di relazioni al di fuori delle strutture. In questo senso, in molti ci hanno raccontato di come l’assenza di acqua calda o, come al San Raffaele, il fatto che un solo bagno ne sia dotato (sono in 85 a dormire nella struttura), faccia sì che raramente riescano a mantenere il livello di cura e igiene personale che vorrebbero, sentendosi anche additati sui mezzi pubblici o dagli stessi formatori, che aprono le finestre delle stanze in cui si trovano lamentandosi dell’odore. O ancora, l’organizzazione della distribuzione dei pasti comporta che quasi sempre mangino tutti assieme, in quasi 300 persone, con conseguenti code, spintoni e tensioni particolarmente umilianti. Ci dicono, inoltre, che in tutti questi mesi hanno utilizzato il proprio pocket money (che ammonta a 75 euro al mese) per l’acquisto delle medicine direttamente in farmacia. A nessuno è a stato parlato del diritto/dovere di iscrizione al servizio sanitario nazionale per i richiedenti asilo, né della possibilità di accedere alle cure gratuite grazie alla dichiarazione di indigenza effettuabile presso le ASL cittadine.

    Obblighi

    Lo scarto più stridente ci appare, comunque, quello che intercorre tra la visione che un certo tipo di accoglienza pare avere, ed alimentare e quelle che sono invece la volontà dimostrate dagli stessi soggetti. Come detto più sopra, dalle parole dei nostri interlocutori traspare un’analisi molto cosciente della situazione e delle possibilità. Quella che propongono non è una critica ad un sistema che li vuole attivi fisicamente. E’ piuttosto una critica ad un sistema che li obbliga ad un’ipercinesi che non lascia alcuno spazio alla loro capacità di autodeterminarsi e alle loro necessità, sia materiali che personali e formative.

    La risposta di Don Giacomo al secondo giorno di proteste, ha la forma di una lettera, diffusa mezzo stampa, nella quale si ripropongono i medesimi argomenti riguardo la necessità di impedire l’inattività, articolandoli ad una percezione degli ospiti delle strutture da lui dirette come esseri in balia degli eventi, demotivati e con una particolare tendenza ad abbandonarsi all’inedia. Alcune frasi di questa lettera non potrebbero essere più chiare: «Purtroppo molti non hanno un pensiero costruttivo per la propria vita e senza un’offerta formativa si ritrovano per strada a chiedere l’elemosina, come si può notare agli angoli della nostra città». E ancora: «Chi ha accesso tutto il giorno alle stanze vive di notte e dorme di giorno, favorendo la spinta a una inoperosità che va contro ogni progetto di integrazione».

    Chi protesta è perfettamente cosciente della distorsione in atto e lamenta il fatto di essere considerati incapaci di collocarsi e determinarsi, per di più sottostimati in quelle che sono le loro competenze e possibilità. F. dice: «ci credono degli illetrés», traducibile come analfabeti, ma con un’accezione più precisamente legata alla formazione scolastica e alla capacità di comprendere, che va ben oltre alla padronanza della scrittura e della lettura.

    «Il nostro timore, visto che durante le proteste a contestare non sono solo ospiti stranieri ma anche giovani italiani, è che i ragazzi possano essere strumentalizzati da persone che pensano di far loro del bene e in realtà fanno compiere loro scelte sbagliate» chiosa Martino in un’intervista, esplicitando bene la ratio che connota il regime dell’umanitario (cfr, Fassin 2010, Mezzadra, Neilson 2013, nda) e rifrange gli effetti di una retorica vittimizzante e colonialista, che continua a guardare il migrante, nei fatti, come soggetto necessariamente subalterno«Nelle strutture ci sono molti intellettuali, molti politici e svariati politologi, molti che hanno terminato l’università: certo che abbiamo organizzato tutto tra noi» risponde F. quando nel corso della protesta gli viene domandato se qualcuno li ha aiutati nella mobilitazione. E lo stupore nel suo sguardo risuona più forte di ogni smentita.

    Marta Menghi (dottoranda in studi sociali, DISFOR Unige),
    Cecilia Paradiso (dottoranda in scienze sociali CNE/CNRS, EHESS Marseille),
    Amelia Chiara Trombetta (medico)

     

    P.s.: Mercoledì 24 maggio i richiedenti asilo si sono dati appuntamento al Campus tra le 7 e le 8 del mattino. Il loro obiettivo era quello di impedire l’accesso alle strutture agli operatori e ai numerosi impiegati che lavorano per la fondazione, in uffici interni alle strutture: «fino a quando le porte non saranno lasciate aperte, nessuno lavora». Così hanno fatto e, in maniera deliberatamente non violenta, hanno barricato gli ingressi, costringendo operatori ed impiegati ad attendere sul piazzale per circa un’ora. Abbiamo assistito allo svolgersi dei fatti e abbiamo lasciato il luogo quando, con mediazione della Digos, si è stabilito di attendere venerdì, concedendo due giorni alla direzione per organizzare dei cambiamenti. Nel caso tali cambiamenti non fossero arrivati, è stato chiarito che avrebbero avuto luogo ulteriori proteste.

    Oggi (venerdì 26 maggio) la mattinata è iniziata nell’incertezza: sembrava che nessuna richiesta fosse stata accettata e le ore si sono dilatate in un lunghissimo incontro tra dirigenza e ospiti. All’uscita dall’incontro, però, ci hanno fatto sapere di essere riusciti ad ottenere ascolto: le porte resteranno aperte.

  • Via Bertani, ufficializzata la cessione al fondo di Invimit. Previste residenze universitarie, ma (forse) non solo

    Via Bertani, ufficializzata la cessione al fondo di Invimit. Previste residenze universitarie, ma (forse) non solo

    Via Bertani 1
    Via Bertani 1, il Comune vende l’immobile

    Lo stabile di via Bertani 1 è stato ceduto: dopo anni di tentativi falliti l’amministrazione comunale ha individuato l’acquirente nel Fondo I3 Università di Invimit SGR SpA la società, costituita con decreto del Mef (Ministero dell’econmia e delle finanze), autorizzata alla prestazione del servizio di gestione collettiva del risparmio dalla Banca d’Italia. Il prezzo della transizione ammonto a circa 3,4 milioni di euro, ben oltre la metà di quanto ipotizzato negli anni scorsi.

    Il destino dell’immobile, un tempo sede della facoltà di economia e successivamente divenuto prima “tetto” del collettivo Buridda, pare sia quello di diventare un polo di ricettività, in particolare per l’accoglienza universitaria.

    Il Fondo istituito da Invimit, società interamente partecipata dal Tesoro, è lo strumento finanziario creato per acquisire immobili di proprietà pubblica sparsi per il territorio italiano, al fine di “modernizzare il sistema universitario e della ricerca, attraverso la gestione e la restrutturazione di residenze adeguate alla domanda degli studenti fuori sede” come specificato nel sito web della società. In particolare il fondo I3 Università prevede “azioni tese alla valorizzazione e alla riconversione degli immobili acquisiti dal Fondo oltre ad attività finalizzate alla ottimizzazione della redditività del portafoglio locabile e alla dismissione degli asset non valorizzabili e pronti alla vendita”. In altre parole non viene esclusa la cessione a privati di parte del patrimonio acquisito, come successo già per alcuni immobili a Torino, come rilevato dalla commissione parlamentare Finanze e Bilancio del 21 dicembre 2016.

    Al fondo partecipano anche enti di previdenza, come l’Inail, con una percentuale che per legge non può superare il 40%: stando alle cifre fornite dal governo a marzo erano circa 670 milioni gli asset gestiti da Invimit, a fronte dei quali a breve saranno messe sul mercato delle quote.

    In altre parole, quindi, l’edificio di via Bertani è parte ora di un asset immobiliare molto ampio, i cui dividendi sono sul mercato finanziario mondiale. Nella buona come nella cattiva sorte. Quale sarà il ritorno per Genova sul lungo periodo?

    Nicola Giordanella

  • Il Ponente al voto tra voglia di autonomia e di riscatto. L’analisi sulle sfide dei prossimi 5 anni e le eredità del passato

    Il Ponente al voto tra voglia di autonomia e di riscatto. L’analisi sulle sfide dei prossimi 5 anni e le eredità del passato

    PraQuando un abitante di Voltri, Pra’ o Pegli va, per esempio, all’acquario, non dice “vado in centro” ma “vado a Genova”. Abitudine linguistica forse ereditata dai tempi che furono, quando ognuno dei tre quartieri che oggi compongono il Municipio 7 Ponente faceva comune a sé, e chiaro segnale di un forte radicamento verso il proprio territorio, tale da percepirsi quasi come qualcos’altro rispetto alla Genova “del centro”. Non a caso, cinque anni fa il ponente premiò con una vittoria piuttosto netta il candidato del centrosinistra poi diventato sindaco Marco Doria, di cui sembrò apprezzare il proposito di rendere Genova una città policentrica. L’obiettivo dichiarato era quello di superare il concetto di periferia e la valorizzazione dei diversi centri storici disseminati lungo tutto il territorio comunale, spesso trascurati e poco noti. Oggi, con nuove elezioni comunali e quindi municipali alle porte, quello dell’autonomia municipale rispetto a Tursi torna a essere un tema caldo della campagna elettorale. In particolare, i candidati alla successione al presidente uscente Mauro Avvenente si confrontano sull’eredità dell’amministrazione Doria, dividendosi tra chi sostiene sia necessario proseguire sulla strada tracciata negli ultimi cinque anni e chi invece invoca una netta discontinuità.

    I candidati

    Un’ importante occasione di confronto delle idee dei candidati è stata la “tribuna elettorale” praese organizzata lo scorso 20 maggio dalla Fondazione Primavera nella sala del municipio di Pra’. All’incontro molto partecipato dalla cittadinanza hanno partecipato Alessio Boni (Chiamami Genova), Claudio Chiarotti (Pd, Lista Crivello e A Sinistra), Massimo Currò (Movimento Cinque Stelle) e Paolo Fanghella (Lega Nord, Forza Italia, Lista Bucci, Fratelli d’Italia, Lista Musso), assente il candidato della lista Ge9si Fabiano Debarbieri. Come naturale, a indicare come necessaria una continuità con la precedente amministrazione è stato soprattutto il candidato del centrosinistra, mentre tutti gli altri hanno espresso una volontà di cambiamento, ognuno con le proprie sfumature.

    Se però grattiamo via le naturali differenze politiche e la retorica della campagna elettorale, le tematiche fondamentali del territorio sono comuni a tutti i candidati in corsa, che differiscono soprattutto nelle soluzioni proposte e, come abbiamo visto, nel giudizio sul modo in cui sono state affrontate dalla scorsa amministrazione. A prescindere da chi vincerà le elezioni, le sfide dei prossimi anni sono già sul tavolo.

    La convivenza con il porto

    A partire dagli anni ’60 del secolo scorso, la vita di questa parte di città è stata profondamente influenzata dalla realizzazione del Vte, nato per sopperire alle esigenze di ampliamento del porto di Genova. Allora il ponente accentuò la propria vocazione industriale, pagando però un prezzo altissimo in termini ambientali. A risentirne in particolare è stato il territorio di Pra’ (che perse completamente le proprie spiagge), ma echi della presenza portuale si sentono anche su Voltri e Pegli. A partire dagli anni ’90 si è iniziato a porre il problema della convivenza tra l’infrastruttura e gli abitanti, grazie soprattutto all’attivismo di diverse associazioni di cittadini, che negli anni hanno organizzato manifestazione contro i rumori e l’inquinamento o ogni volta che si è ventilata la possibilità di nuovi ampiamenti.

    Su quest’ultimo punto si sono detti contrari tutti i candidati, evidenziando come la struttura attuale sia sufficiente per le esigenze del traffico attuale e come non sia più accettabile chiedere nuovi sacrifici al territorio. Accordo unanime anche sulla necessità di ammodernamento delle tecnologie portuali, per esempio con l’introduzione di strumenti come le banchine elettriche e su quella di un aumento della produttività del porto.

    La gronda: occasione o scempio ambientale?

    Decisamente meno unanimi le opinioni sul tema Gronda, già tema centrale della campagna elettorale cinque anni fa. Con i lavori previsti per il 2019, le forze politiche si dividono tra chi la ritiene un’opera necessaria allo sviluppo portuale e chi invece la boccia sul piano ambientale. Questi ultimi, inoltre, sostengono che per migliorare il collegamento del porto con l’entroterra sarebbe sufficiente un miglior sfruttamento delle infrastrutture già esistenti come la ferrovia, sfruttata solo su uno degli otto binari in entrata e in uscita dal porto.

    Vivibilità dei quartieri, servizi e turismo

    Oltre ai grandi temi, sono sul tavolo anche tutti quegli interventi volti al miglioramento degli aspetti più minuti della vita quotidiana dei cittadini, ambiti in cui il Municipio ha spesso maggiori possibilità di intervento effettivo. Nel corso della tribuna praese, per esempio, da più parti si è chiesta l’attivazione di servizi burocratici anche nei municipi di Pra’ e Pegli oltre che in quello “istituzionale” di Voltri, abbandonando la modalità “a rotazione” introdotta recentemente. In questo modo si verrebbe incontro alle esigenze soprattutto dei cittadini più anziani, ma sono state avanzate delle perplessità sui costi che l’operazione comporterebbe. Dal punto di vista del turismo, invece, si è richiesta l’estensione del servizio navebus fino a Pra’ e Voltri, in modo che i visitatori possano muoversi in modo piacevole dal centro per visitare il ponente. Piena approvazione, inoltre, per il centro civico culturale praese, che sorgerebbe nello spazio della vecchia stazione. In questo campo, però, il vero obiettivo dei prossimi cinque anni sarà la conclusione della passeggiata a mare, che nella versione definitiva dovrebbe collegare Multedo ad Arenzano.

    I compiti del Municipio

    Se numerose sono le sfide che attendono il territorio del ponente nei prossimi anni, è anche vero che il Municipio ha possibilità di intervento piuttosto limitate su molte tematiche che pure toccano da vicino la vita dei propri abitanti. Secondo quanto si legge sul “Regolamento per il decentramento e la partecipazione municipale” approvato nel 2010, i Municipi “rappresentano le esigenze della popolazione sul proprio territorio”, “assicurano e promuovono la partecipazione dei/delle cittadini/e, singoli/e, associati/e residenti od operanti nel territorio” e vengono valorizzati in quanto “organismi di democrazia, partecipazione, consultazione e gestione dei servizi di base”. Sono, in poche parole, la prima interfaccia dei cittadini con le istituzioni, e hanno per lo più funzione di raccolta delle istanze dei cittadini e di presentarle ai livelli istituzionali più alti come il Comune o la Regione.

    Luca Lottero

  • L’eredità collettiva e il dialogo con la “Città di Sotto”. Il ricordo di Don Andrea Gallo a quattro anni dalla scomparsa

    L’eredità collettiva e il dialogo con la “Città di Sotto”. Il ricordo di Don Andrea Gallo a quattro anni dalla scomparsa

    don-gallo-sulla-cattiva-stradaIl 22 maggio 2013 si spegneva uno dei più discussi personaggi della nostra città, il prete di strada Don Andrea Gallo. A quattro anni da quella data il mondo è molto cambiato, e Genova di conseguenza. Abbiamo chiesto a Domenico “Megu” Chionetti, storico portavoce del don, e oggi figura di riferimento della Comunità di San Benedetto al Porto

    Come è cambiata in questi anni la città senza il Gallo?
    «Credo che la città, le città, oggi sono un po’ lo specchio del paese alle prese con una dimensione più globale: la città cambia nel suo essere attraversata da molti flussi che la rendono sempre più meticcia. Sicuramente Genova è una città che deve saper dare nuove nazionalità e nuove cittadinanze: questo elemento, quello demografico, è sicuramente l’elemento più grande. Oggi mancano molti punti di riferimento come Don gallo ha saputo essere. Sempre più vedo una sorta di frammentazione e di disgregazione sociale: quando si ha la pancia vuota, si rischia di essere meno ragionevoli e solidali, e il rischio è quello di intraprendere “guerre tra poveri”, quando invece l’integrazione è la migliore risposta alla paura, ai terrorismi. Il Don ha fatto sempre appelli a essere uomini di pace, sempre.

    La risposta delle istituzioni, però, sembra andare in un’altra direzione, basti pensare ai nuovi potere di controllo previsti dal decreto Minniti…
    «Il problema è ancora quello di superare la Bossi-Fini, non dimentichiamolo: questa legge, che produce a tavolino illegalità, è una legge che non ha risolto il problema, anzi. Il decreto Minniti mi ricorda la Fini-Giovanardi sulla droga: tentativi di creare consenso, attraverso una percezione di sicurezza, che poi non sussiste. Ma non è solo colpa dell’Italia: il nostro paese rappresenta le frontiere meridionali dell’Europa e l’accoglienza deve essere un problema europeo. Le accuse alle Ong di questi giorni sono discussioni distorte che creano imbestialimento civile. Una persona come Don Gallo certo oggi manca, perché riusciva a scuotere le coscenze e a muovere riflessioni, su temi concreti e pratici».

    Tornando a Genova, Don Gallo è stato per anni il garante di un accordo tra Comune e Centri sociali, e da quando è mancato ci sono stati diversi sgomberi. Al di là del suo ruolo, come si può riaprire questo dialogo con la “città di sotto”, particolarmente minacciata in questi giorni di campagna elettorale?
    «Spetterà all’intelligenza della Politica di capire la forza delle generazioni che si avvicendano e che vengono dal basso; se lo capiranno e lo metteranno a valore, sapendo riportare un dialogo, allora bene, altrimenti, con il mancato riconoscimento del lavoro che viene fatto dagli spazi sociali e dei movimenti nei luoghi e negli spazi della nostra città, e non solo, ne subiranno i conflitti e il dissenso».

    Nel 2014 è stata dedicata una piazza Don Gallo, può bastare?
    «Lui diceva sempre “non mi interessano i monumenti”.Credo che l’eredità di Don Gallo non sia solo nostra, la piazza ha avuto un valore simbolico, perché era una piazza senza nome al centro di un quartiere difficile; un po’ come il Don che ha dato nome a persone senza voce. Un gesto sicuramente simbolico, ma non è solo una questione di luoghi: l’eredità deve essere collettiva, non può essere solo della Comunità di San Benedetto, ma di tutta la società. Oggi ci sono molti testimoni, ognuno nel suo campo, da Gino Strada a Maurizio Landini, da Moni Ovadia a Vladimir Luxuria, da Don Vito Alvarez, che porta la testimonianza dell’accoglienza a Ventimiglia, ma anche a Carlin Petrini, che è stato capace di creare una rete di culture e saperi che si intrecciano».

    Come sta la Comunità di San Benedetto a quattro anni senza il Don?
    «La Comunità è in piedi, cammina, non senza fatica, senza dubbio, ma è viva. Ovvio che lo sforzo è grande, ma dobbiamo ringraziare tutte le persone che ci sostengono, dai media alle istituzioni, e le persone comuni. San Benedetto in questi anni ha saputo aprire l’accoglienza a 360 gradi, non solo per le dipendenze, e ha bisogno del 5 per mille per sopravvivere, ma della precarietà ne facciamo un valore. Cerchiamo di andare avanti, giorno per giorno».

     

    Nicola Giordanella

     

     

  • Storia, Genova potrebbe ospitare il più grande museo italiano sull’arte ottomana. La collezione forse destinata al Sant’Agostino

    Storia, Genova potrebbe ospitare il più grande museo italiano sull’arte ottomana. La collezione forse destinata al Sant’Agostino

    sant-agostinoLa notizia è recente. Ed è di quelle in grado di suscitare clamore. Tanto che se n’è parlato, l’11 maggio, al Workshop “Circulation of people, objects and knowledge across South Eastern Europe and the Mediterranean (16th-19th centuries)”, tenutosi presso l’European University Institut, a Firenze, alla presenza d’illustri islamisti e ottomanisti (oltre che a quella, ben più modesta, del sottoscritto). Genova potrebbe ospitare il più grande museo d’arte islamica e ottomana d’Italia.

    È proprio così! Tutti ricordiamo il doppio appuntamento di qualche anno fa promosso dalla Fondazione Bruschettini per l’Arte Islamica e Asiatica (“Arte Ottomana, 1450-1600. Natura e Astrazione: uno sguardo sulla Sublime Porta”) e dal comune di Genova (“Turcherie. Suggestioni dell’Arte Ottomana a Genova”). Ho ancora impressa nella mente la visione del corano appartenuto a Maometto II, il conquistatore di Costantinopoli (il catalogo della cui biblioteca, peraltro, è stato recentemente rinvenuto in Ungheria: pare contenesse oltre 6000 volumi!). Ebbene: secondo certi “rumors”, l’improbabile stia per diventare possibile. A quanto pare, la Fondazione sta per donare l’intera collezione al comune di Genova affinché sia collocata in maniera permanente in un museo pubblico; verosimilmente Sant’Agostino, che diventerebbe, pertanto, il maggiore polo italiano dedicato all’argomento. Permettendo, dunque, percorsi inusitati di ricerca all’insegna del connubio tra Oriente e Occidente, tra rapporti commerciali e interazioni storiche e artistiche, tra arte islamica e arte cristiana.

    La notizia, dunque, è di quelle capaci di rivoluzionare l’apporto culturale a una città, tanto più che la collezione Bruschettini è davvero strabiliante (garantisco: i colleghi islamisti e ottomanisti ne sono perfettamente a conoscenza). Tanto più che un’iniziativa del genere andrebbe nella direzione di quanto, da tempo, vado proponendo: la creazione d’un Museo della Storia della Città, i cui rapporti con l’Oriente (senza per questo trascurare l’Occidente: Colombo insegna) risalgono a tempi antichissimi. Intendiamoci: un’iniziativa di questo genere gioverebbe, senza dubbio, al turismo culturale, che sta vivendo oggi la sua stagione più felice grazie alla valorizzazione del patrimonio UNESCO; ma immaginiamo le possibilità derivanti dall’attirare a Genova i migliori esperti di tutto il mondo sull’argomento, e, dunque, dall’organizzazione di convegni e dibattiti su un tema che, dopotutto, ci riguarda da vicino e che Genova ha sempre affrontato egregiamente anche in termini d’integrazione: il rapporto tra mondi diversi eppure profondamente interconnessi. D’altra parte, gli abitanti di questa città non sono forse “Arabi convertiti al Cristianesimo, discendenti di Jabala b. al-Ayham al-Ghassānī, che divenne cristiano in Siria”? O, almeno, è così che la pensava il geografo arabo Abū ‘Abdallāh Muḥammad b. Abī Bakr al-Zuhrī, vissuto in pieno XII secolo, secondo il quale

     

    [quote]questa gente non assomiglia ai Rūm [i Romani: i bizantini e, per estensione, i Latini] in fisionomia. Mentre i Rūm sono in genere biondi, questi sono bruni, con occhi neri e nasi aquilini. È per questo che si dice che siano di origine araba. Sono mercanti [che viaggiano] per mare dalla Siria alla Spagna e sono potenti sul mare[/quote]

     

    Insomma, i rapporti tra Genova il mondo arabo-islamico e ottomano hanno informato di sé gran parte della nostra storia. Ecco, dunque, la proposta. Perché non inserire un percorso di questo genere – giustamente da valorizzare in maniera autonoma – all’interno d’un complesso più vasto dedicato alla Storia della Città? Quel che mi piacerebbe che si realizzasse, in sostanza, è un grande cantiere della storia genovese che non è altro, poi, che storia mediterranea nuda e cruda: un Museo capace di rivolgersi a un pubblico vasto e variegato, in maniera scientificamente accurata ma anche squisitamente divertente (‘ché le due cose non vanno affatto in direzioni ostinate e contrarie); un Museo che sappia parlare ai Genovesi (“vel qui pro Ianuensibus distringuntur seu appellantur”, come nel mio caso) delle innumerevoli interazioni di cui Genova fu protagonista nel corso della propria storia, valorizzando i contatti profondi con le opposte sponde del Mediterraneo; un Museo che abbia come obiettivo quello di condurre una città che s’affaccia timidamente sul palcoscenico globale verso il posto che merita.

    Insomma, caro sindaco entrante, “cogli la rosa quando è il momento…”

    Antonio Musarra

  • Chiostro di Sant’Andrea, gestione dello spazio pubblico ancora in alto mare. Tra turisti increduli e imbarazzo istituzionale

    Chiostro di Sant’Andrea, gestione dello spazio pubblico ancora in alto mare. Tra turisti increduli e imbarazzo istituzionale

    chiostro-sant-andreaUn mese e mezzo fa, su queste pagine, avevamo denunciato l’assurdo caso della chiusura di uno degli angoli più caratteristici del nostro centro, storico, verde e, soprattutto, pubblico: il chiostro di Sant’Andrea, unico spazio dell’area capace di garantire un po’ di frescura per gli abitanti, i lavoratori e i turisti. La vertenza sul sito è ancora in alto mare, più confusa che mai. L’amministrazione pubblica non è stata in grado di darci una risposta definitiva.  

    Oggi lo spazio è praticamente chiuso, tranne qualche inspiegata apertura, segnalataci da qualche rassegnato lettore. L’assessore alla Cultura del Comune di Genova, Carla Sibilla, sulla questione ha espresso preoccupazione, riferendoci che al lavoro c’è la Direzione Musei e Biblioteche del Comune. Dopo la nostra denuncia a seguito della chiusura durante i Rolli Days, è stata portata avanti una fase sperimentale di una quindicina di giorni, che ha permesso l’apertura dello spazio durante i tanti ponti legati alle festività del 25 aprile e del 1 maggio, forse per evitare una nuova “figuraccia”. Nei fatti, però, dal 2 maggio il chiostro è figlio di nessuno.

    Abbiamo provato a contattare direttamente i dirigenti d’area, dai quali non abbiamo ottenuto alcuna risposta, nonostante diversi tentativi. Ci siamo rivolti quindi agli uffici del Municipio Centro Est («Chiostro di Sant’Andrea? Dove rimane?», ndr) e al Museo di Sant’Agostino che ha competenza sul bene, insieme a Casa di Colombo e Porta Soprana. Nessuna risposta.

    L’unico a risponderci è stato Emiliano Bottacco, responsabile di Coop Culture, la cooperativa che ha in concessione la gestione di Casa di Colombo e Porta Soprana: «Dopo il periodo di sperimentazione – ci ha confermato – non abbiamo avuto più nessuna indicazione da parte dell’amministrazione. Oggi siamo in proroga tecnica sui servizi attivati, ma non sappiamo nulla per l’area adiacente alla Casa di Colombo, su cui abbiamo “diritto di passaggio” per accedere alla struttura».

    Nei fatti, quindi, l’area è chiusa, e nessuno sa per quanto. Uno spazio pubblico, fruito quotidianamente da genovesi e turisti, oggi non appartiene più a nessuno. Dove sta il degrado? Oltre il danno, la beffa: con l’arrivo della cancellata, è diventato inaccessibile anche il muretto, sui cui oggi è impossibile sedersi, per godere dell’ombra degli ulivi e rilassarsi al cospetto di uno degli scorci urbani più pregiati che Genova può offrire. Offrire a chi? Ai turisti? Ma chi li vuole…

     

    Nicola Giordanella

  • Slow Fish, il ministro Martina inaugura la kermesse dedicata alla cultura del mare. Firmata la “Carta di Genova”. Hennebique sede fissa?

    Slow Fish, il ministro Martina inaugura la kermesse dedicata alla cultura del mare. Firmata la “Carta di Genova”. Hennebique sede fissa?

    slow-fish-2017Con la promessa di trovare una casa permanente a Slow Fish a Genova, si inaugura l’ottava edizione della manifestazione internazionale dedicata al pesce e alle risorse del mare, ospitata al Porto antico del capoluogo ligure fino al prossimo 21 maggio. «E’ un appuntamento ormai di riferimento per noi – afferma il ministro Maurizio Martina – il messaggio di quest’anno è la consapevolezza che sulla risorsa mare dobbiamo fare ancora tantissimo: c’e’ una pesca artigianale da tutelare di più rispetto a quanto fatto in passato». Tra gli altri temi citati dal vicesegretario del Pd, quello «della sostenibilità dei nostri mari. Dobbiamo lavorare bene e dobbiamo fare meglio sull’utilizzo delle risorse europee che abbiamo a disposizione per la nostra pesca e dobbiamo porci il tema di un maggiore coordinamento delle attività nel Mediterraneo».
    Presenti all’inaugurazione, tra gli altri, il presidente della Regione Liguria, Giovanni Toti, il sindaco di Genova, Marco Doria, il presidente di Slow Food, Carlo Petrini, i candidati sindaco a Genova di centrosinistra e centrodestra, Gianni Crivello e Marco Bucci. «La testimonianza di Slow Fish – sottolinea Petrini – è di portare avanti caparbiamente la volontà di coniugare il lavoro di pescatori e chef con la responsabilità di mantenere un ambiente sano e una giustizia sociale per chi lavora. È nostro dovere lavorare perché la Liguria divenga il fulcro di un dialogo tra le sponde del nostro mare, per superare le difficoltà comuni e creare un’economia virtuosa”.
    Alla manifestazione partecipa anche la Regione Liguria con un proprio stand, caratterizzato dall’ormai immancabile hashtag di promozione turistica #lamialiguria, che nei quattro giorni coinvolgerà realtà del mondo della pesca, del turismo, dell’enogastronomia, dell’artigianato, delle imprese. «Il cibo è oggi uno dei più importanti crocevia su cui si deciderà il futuro del pianeta – spiega Giovanni Toti all’agenzia Dire – i problemi connessi a un pianeta che produce cibo per tutti ma che è diviso tra chi muore di fame e chi mangia troppo. Da questo dipenderà non solo la sussistenza e la salute  di miliardi di persone, ma anche la possibilità di creare condizioni di pace e di sviluppo equilibrate per tutto il mondo».
    La “Carta di Genova”
    Sempre in occasione dell’inaugurazione di Slow Fish, questa mattina nella Sala dorata della Camera di Commercio del capoluogo ligure, è stata firmata la “Carta di Genova”, un documento sulle politiche della pesca e dell’acquacultura, scaturito dalla commissione Politiche agricole e condiviso da tutte le Regioni che sarà sottoposto ai governatori nel corso della prossima Conferenza delle Regioni. «Come Regione Liguria – spiega l’assessore regionale alla Pesca Stefano Maisiamo stati i promotori di questo documento che contiene una sintesi delle principali azioni che riteniamo siano indispensabili per il rilancio e la valorizzazione del settore della pesca; abbiamo raccolto gli intenti dei territori su punti che riteniamo strategici per il futuro del comparto, come le lacune da colmare sulle attività di pescaturismo e ittiturismo, sugli impianti per l’acquacoltura o la tracciabilità del pescato».

    Hennebique sede permanente?

    slow-fish-2017-bisDurante l’inaugurazione Toti lancia la proposta: all’Hennebique, dove nelle intenzioni del centrodestra dovrebbe sorgere il nuovo Palazzo del mare di Genova, potrebbe trovare spazio anche un centro di ricerca permanente sulle tematiche di Slow Fish aperto a tutto il Mediterraneo. «Mi sono confrontato con Carlo Petrini per fare della Liguria un centro di eccellenza permanente di Slow Fish – spiega il governatore – per il confronto culturale all’interno del Mediterraneo, così come il porto di Genova è la capitale dei porti d’Italia».

    Petrini conferma: “Lavoriamo perché Genova e la Liguria siano sede permanente del dialogo del Mediterraneo – dice il presidente di Slow Fish – con sede fisica e una nave di ricerca pronte per la prossima edizione del 2019».
    Nei prossimi giorni diverse iniziative legate alla cultura del mare in chiave gastronomica: al via domani a Slow Fish 2017, dalle 17 alle 19, nello stand della Regione Liguria, la “Milano Sanremo del gusto”, la famosa corsa ciclistica in chiave gourmet. Per il lancio sono state scelte due apecar da streetfood, personalizzate col logo del progetto, a bordo delle quali si sfideranno, su ricette inedite, chef delle tre regioni con tre food blogger.
    Sabato, invece, dalle 10,00 alle 11,00 nell’ambito della manifestazione Slow Fish presso l’Acquario di Genova il WWF presenta lo studio “Da dove viene il pesce che metti in tavola?”, lo studio che chiarisce le interdipendenze tra la domanda europea, i flussi di mercato globali e le implicazioni sociali che questi comportano nelle comunità dei Paesi in via di sviluppo. Tra i relatori Giulia Prato – Marine Officer WWF Italia, Cinzia Scaffidi – Vice Presidente Slow Food Italia, Simone Niedermuller – WWF Austria, Abdoulaye Papa Ndiaye – pescatore rete Slow Food Senegal e Segretario generale del Comité Local des Pêcheurs (Clp) de Ngaparou (Senegal) (TBC).
  • Turismo, oltre 150 comuni aderiscono a patto con Regione. Ok tassa di soggiorno, stretta su affitti in nero

    Turismo, oltre 150 comuni aderiscono a patto con Regione. Ok tassa di soggiorno, stretta su affitti in nero

    roberto-merlo-fotografia-liguria«Una pietra miliare per il turismo della Liguria, un patto di governance in cui il pubblico mette risorse, il privato si impegna a investire per riqualificare la nostra offerta e sfruttare l’onda lunga dei flussi in arrivo e i Comuni fanno la propria parte fino in fondo, sia con strumenti urbanistici che di investimento». Così il presidente della Regione Liguria, Giovanni Toti, definisce il “Patto per il turismo” approvato oggi in giunta e presentato al palazzo della Borsa di Genova ai Comuni che hanno già manifestato l’intenzione di aderirvi.
    Gli enti locali che sigleranno l’intesa si impegneranno a mettere in campo una serie di iniziative coordinate: utilizzare la campagna di promozione #lamialiguria lanciata dalla Regione e implementare l’app dedicata fornendo dettagli su eventi e informazioni utili al richiamo turistico; partecipare al progetto Wifi Liguria; gestire anche in forma associata uffici di informazione e accoglienza turistica; impegnarsi in una serrata lotta all’evasione ed elusione fiscale e al fenomeno dell’affitto in nero che porta via risorse al turismo legale e posti di lavoro.
    Inoltre, nel caso in cui il governo sbloccasse la possibilità di istituire nuovi tributi locali, chi aderisce al Patto potrà introdurre la tassa di soggiorno -al momento in Liguria prevista solo nei Comuni di Genova, Savona, La Spezia, Framura, Riomaggiore e Sarzana- ma dovrà destinare il 60% dei proventi a interventi di promozione e servizi da concertare con le associazioni di categoria e il restante 40% per azioni comunque legate al turismo e al miglioramento delle infrastrutture del settore. «E’ un lungo red carpet che parte da Sarzana e arriva a Ventimiglia – spiega Toti – e vuole essere simbolico della necessità-capacità che devono avere gli enti locali di dialogare tra di loro e con i privati per creare una grande, competitiva offerta turistica. La Regione Liguria ha tutto per poterlo fare, troppe chance sono state perse: è l’ora di rimediare e cercare di accelerare il passo».
    La Regione, attraverso il Fondo strategico regionale, mette anche a disposizione oltre 10 milioni di euro per il 2017 in tutto il comparto turistico: di questi, 2 milioni saranno esclusivamente dedicati ai Comuni aderenti al Patto. «Credo sia un modo corretto di utilizzare i soldi di chi ci viene a trovare, quelli del fondo strategico e gli investimenti privati che devono ritrovare slancio. Siamo in una congiuntura favorevole, dobbiamo cogliere questo momento e saperlo capitalizzare per il futuro», chiosa Toti. «L’obiettivo è fornire finanze e quattrini a chi ha voglia di investire sul turismo – conclude l’assessore regionale al Turismo, Gianni Berrino – una parte del fondo strategico regionale per il turismo è destinato agli enti locali attraverso il Patto per il turismo, un’altra parte di circa 8,5 milioni è riservata agli imprenditori privati del turismo che dovranno apportare migliorie alle loro strutture, nel tentativo di far crescere la qualità dell’offerta già comunque elevata». I Comuni che hanno manifestato la propria intenzione di aderire al Patto al momento coprono circa il 91% di tutte le presenze turistiche in Regione.
  • Scuola, Regione Liguria aderisce al programma governativo sull’edilizia. Assessore Scajola: «Tema prioritario»

    Scuola, Regione Liguria aderisce al programma governativo sull’edilizia. Assessore Scajola: «Tema prioritario»

    scuola-piazza-erbe-inaugurazione-27-gennaio-2013 (6)C’è anche la Liguria tra le Regioni che aderiscono alla “task force” sull’edilizia scolastica che scaturisce dal programma di collaborazione istituzionale che consentirà di attuare interventi di messa in sicurezza negli edifici più a rischio. Ad annunciarlo è l’assessore regionale all’Edilizia, Marco Scajola, dopo aver aderito al Protocollo d’intesa proposto dall’agenzia per la Coesione territoriale della presidenza del Consiglio dei ministri sul tema della scuola: «L’attuazione degli interventi di edilizia scolastica sul territorio ligure e nazionale – spiega Scajolaè un tema prioritario per le regioni che stanno facendo fronte comune per chiedere finanziamenti nazionali che consentano di intervenire. Il prossimo passo sarà la verifica dello stato dell’arte delle scuole e una relazione alla presidenza del Consiglio per ottenere le risorse».

    L’assessore ricorda anche che la  «Regione Liguria, in un anno e mezzo, ha già investito oltre 215.000 euro di risorse regionali per interventi di edilizia scolastica urgenti. In questi anni come Regione abbiamo fatto sforzi importanti ma serve che il governo faccia la sua parte, consentendoci di andare avanti con il lavoro di messa in sicurezza».

  • Mustafa Sabbagh, il fotografo “fedifrago” e la magia delle immagini. L’incontro a Palazzo Ducale per la Settimanale di Fotografia

    Mustafa Sabbagh, il fotografo “fedifrago” e la magia delle immagini. L’incontro a Palazzo Ducale per la Settimanale di Fotografia

    © Mustafa Sabbagh
    © Mustafa Sabbagh

    Il terzo incontro de “La Settimanale di Fotografia” porta a Genova un gigante della fotografia internazionale, che è al contempo un artista imprevedibile e provocatore. Nato in Giordania, da famiglia italo-palestinese, la sua fotografia è diventata fin da subito patrimonio mondiale per la moda e l’arte figurativa. La sua ricerca lo ha portato a stabilire che «La vera bellezza ferisce».

    Come è iniziata questa storia d’amore con la Fotografia?
    «È difficile dirlo, perché ognuno ha un suo linguaggio per parlare di certe cose. Forse la fotografia è stata sempre il linguaggio che mi apparteneva di più per parlare dei miei sentimenti verso il mondo. Certo, non sempre ci sono riuscito, ma per me ha la stessa valenza della parola. Quando ero piccolo, fotografavo per gioco, e quello che all’epoca avevamo a disposizione erano nelle polaroid, che sembravano per noi cose magiche: mi piaceva questa magia dell’immagine che appariva dopo una specie di pressione con il ditino. In realtà come tutti gli amori è difficile raccontarli e razionalizzarli».

     

    Ma c’è stato un momento in cui ti sei accorto che era diventata la tua vita
    «Ti dico la verità, non lo so neanche adesso, lo metto in dubbio sempre… come ogni storia d’amore, forse ha una data di scadenza, ma è scritta troppo piccola e non riesco a leggerla. Forse durerà all’infinito, o forse no, ma non vorrei darmi limiti, solo quando inizierò ad annoiarmi la lascerò, anche per rispetto della fotografia».

     

    Durante il percorso, fonte ispirazione particolare
    «Sono onnivoro, credo che un fotografo prima di tutto sia un accumulatore seriale, di cultura, immagini, film, suoni, sensazioni, incontro. Di questo ognuno fa la sua sintesi, lo spazio è quello che è, e si scarta quello che si ritiene superfluo. Prima o poi vengono fuori queste cose. Poi va detto che a me non piace razionalizzare, mi piace progettare, che vuol dire portare a termine delle idee. Ma devo dire che non mi piacciano neanche troppo gli obiettivi, perché potrebbero creare dei limiti, quando uno dovrebbe andare oltre ai suoi limiti».

     

    Esiste una scelta sbagliata che credi di aver fatto e che non riferisti?
    «Forse la mia troppa generosità: di fronte alla società io mi spoglio completamente, mi metto a nudo, e credo che sia un atto di generosità, e non di vanità. Questo mi è costato molta energia, ma ogni scelta che ho fatto la rifarei. Anche quelle sbagliate, perché ti lasciano qualcosa, costruiscono. Mi piace cambiare, e spesso quando vedo che i miei progetti stanno andando bene, mi viene da lasciarli li, perché credo che il peggior nemico di un creativo sia la noia. Per me è fondamentale trovare sempre tracce nuove, strade nuove. Per far capire agli altri che comunque puntare sempre sui punti migliori di se stesso, rischia di farti diventare come una fotocopiatrice».

     

    Come definiresti la tua fotografia, se si può definire ….
    «Forse sono egoista nel senso che io faccio sempre degli autoritratti anche quando “scatto gli altri”, forse in maniera onanistica, per un appagamento personale. Non penso che il mio dovere sia cambiare il mondo, il mio dovere è verso me stesso, cioè vedere il mondo attraverso di me. Mi piace il mondo com’è, anche con tutti i suoi problemi…».

     

    sabbagh-wpcf_390x500Parliamo della fotografia degli altri allora… oggi siamo bombardati da immagini..
    «Esatto, hai usato la parola giusta, siamo bombardati di immagini, non di fotografia. All’immagine manca il processo finale, rispetto alla fotografia che è un processo compiuto, dal pensarla fino a stamparla. Quelle che noi vediamo sono spesso immagini, che si fermano all’immateriale. A me interessa il processo finale, quello chimico… siamo bombardati di immagini ma conosciamo poco la fotografia».

     

    E cosa si potrebbe fare?
    «La quantità di informazione non è mai un difetto, dobbiamo solo allenarci a selezionare attraverso il nostro cervello qual è la parte più sana di quello che ci arriva. La fotografia è un processo democratico, tutti possono fotografare, ma come per le automobili, in molti hanno la patente ma in pochi finiscono a fare i piloti di formula uno. In realtà non cambia molto per il mondo della fotografia, e non credo sia pericoloso. L’unico pericolo che vedo è che chi si occupa di fotografia non sappia quello che sta facendo, il proprio ruolo e la profondità della materia».

     

    Sei un fotografo di fama internazionale, ma perché hai scelto proprio l’Italia da cui tutti scappano?
    «In questo momento storico credo che il mondo sia molto piccolo, non è importante dove hai il tuo armadio. Io posso spostarmi, e per una storia d’amore sono arrivato a Ferrara… il lato della vita privata è molto importante, e non voglio trascurarlo. In questo modo posso considerarmi fedifrago nei confronti della fotografia: io la tradisco sempre e lei non mi tradisce mai».

     

    Cosa porterai nel tuo workshop?
    «Farò lavorare loro, come ho sempre fatto. Non mi piace il fotografo vanitoso, che parla di sé, mi piacerebbe tirar fuori il meglio delle persone che ci saranno: sarà come una riunione di alcolisti anonimi, sarà un’orgia creativa. Ovviamente ho una specie di traccia nella mente, ma dopo poco, parlando con i ragazzi, avrà preso un’altra strada. Se non fosse così sarebbe falso. I cloni mi annoiano, e ce ne sono fin troppi in questa società, e non servono».

     

    Che consiglio vorresti dare ai chi vorrebbe diventare fotografo
    «Fammi questa domanda alla Settimanale, e vediamo cosa esce fuori…»

     

    Nicola Giordanella

  • Ferdinando Scianna e il valore dell’esperienza. Le scelte che cambiano la vita e la narrazione di un mondo che non c’è più

    Ferdinando Scianna e il valore dell’esperienza. Le scelte che cambiano la vita e la narrazione di un mondo che non c’è più

    Monica Bellucci @ Ferdinando SciannaNel secondo appuntamento de “La Settimanale di Fotografia” l’ospite è una colonna del fotogiornalismo, italiano e non. Parliamo di Ferdinando Scianna, classe 1943, che con le sue intuizioni, pratiche quanto istintive, ha segnato per sempre il modo di documentare la realtà, partendo da quella popolare a quella più legata alla cronaca.

    Ferdinando, la sua lunga carriera è partita quasi per caso, seguendo la passione e l’intuito, raccontando la realtà che lo circondava. Quando ha capito che la fotografia era diventata la sua professione, la sua vita?
    «Che fosse diventata una professione, l’ho capito con un certo ritardo. Quando ho incominciato, a 17 anni in Sicilia, senza nessun tipo di tradizione culturale che avesse a che fare con la fotografia; era più che altro un gioco, una passione, che non sapevo nemmeno potesse diventare un mestiere. Poi questa passione l’ho fatta diventare un metodo, una strada per trovare un sistema per fuggire dal destino preconfezionato che mi aspettava. Quindi ho iniziato a scattare in maniera più sistematica, guardandomi intorno… Dico sempre che ho incominciato a fotografare la Sicilia, perché la Sicilia era lì e io la potevo fotografare, e non il contrario, cioè era una realtà perché io la fotografavo. Da li è uscito il mio primo libro, che è servito come passaporto per emigrare come tanti dalla Sicilia, ma nel mio caso non sfuggendo dalla miseria ma inseguendo un sogno».

    Ma la sua tecnica, che ha influenzato e continua ad influenzare molti fotografi, avrà avuto uno spunto…
    «Ho molte domande inevase su questa faccenda, è difficile spiegarlo, ma quando ho incominciato non c’erano libri e poche riviste. Quando sono uscito con il primo libro, mi è stato detto che avevo forti influenze bressioniane: in realtà praticamente non lo conoscevo neanche; le prime stampe che ho visto, sapendo che fossero le sue, le ho viste anni dopo in casa del mio amico Sciascia. Leggevo quello che si poteva trovare nei pochi studi fotografici della regione. Quando ho preso il diploma liceale mi sono fatto regale una delle prime reflex in circolazione, con un solo obiettivo e il primo libro l’ho fatto così, sperimentando facendo. Non so se fu talento, io il talento non so cosa diavolo sia, e ho imparato le cose facendole… poi ho fatto il fotoreporter per l’Europeo, poi sono stato a Parigi come inviato, e nei 17 anni successivi ha sviluppato il mio stile».

    Uno stile che ha conquistato, e influenzato, anche il mondo della moda…
    «Negli anni 80, lasciando Parigi per tornare in Italia, è arrivata la richiesta imprevista e bizzarra di fare un catalogo di moda. Il mio approccio è stato quello del fotoreporter, perché era quello che sapevo fare, e la cosa ha incontrato i gusti del momento, ed ha funzionato».

    Si è trovato a disagio?
    «In precedenza avevo fatto delle prove, presentando dei provini per giornali di moda, ma erano talmente mediocri che la mia carriera di fotografo di moda sembrava finita li. Poi dopo tempo, avendo capito altre cose, sono stato capace di rispondere con un approccio diverso, istintivo, che ha funzionato».

    © Ferdinando SciannaLa sua fotografia, soprattutto quella che raccontato l’espressione popolare della religiosità siciliana, è diventata iconica. Tanto iconica che forse oggi certe realtà sono perfino “schiave” di questa narrazione. Cosa ne pensa?
    «Un pochino sento questa responsabilità, perché forse ho contribuito a trasformare quel tipo di indagine fotografica in una specie di luogo comune diffuso, soprattutto sulla tipologia “festa popolare”. Questa cosa, però, avveniva oltre 50 anni fa, cioè un’era geologica fa. Oggi è molto difficile oggi spiegare che il mondo di cinquant’ani fa, la passione per quello che mi circondava era maggiore della consapevolezza formale, una passione istintiva che poi ho dovuto digerire per farla diventare un linguaggio»

    Di quel mondo, oggi cosa è rimasto?
    «Il mondo di allora è diventato un luogo comune. La gente continua a fotografare quel mondo li escludendo quanto è successo nel frattempo, ricercando un passato che non c’è più, e la cosa rende tutto artefatto. In certe occasioni oggi ci sono più fotografi che processionanti».

    E secondo lei ha senso?
    «Rifarlo allo stesso modo non ha più senso, ci ho provato anche io anni dopo, ma andrebbe fatto contestualizzando nuovamente le cose che succedo, facendo capire che i riti sono diventati rappresentazioni: prima le processioni venivano fatteper se stessi, per ci si credeva, oggi si fanno più per turismo, per le foto, per promozione… ».

    Per chi ci prova ancora cosa potrebbe suggerire?
    «La professione di fotoreporter è in una crisi quasi mortale, non soltanto in Italia, ma nel mondo intero. Non ci sono consigli che si possano dare se non di fare quello che veramente ci appassiona, di cercare di fotografare la realtà intorno, perché se sarà difficile camparci per lo meno starai facendo una cosa che ti piace».

    E allora un consiglio su cosa non fare?
    «Spesso me lo chiedono, ma dovrebbero essere loro a spiegarlo a me, a spiegare come muoversi oggi, nel mondo di internet, telefonini… nel senso che oggi il mondo è talmente diverso al mondo in cui mi sono mosso e ho fatto la mia storia, che non c’è più. Bisogna trovare altri strumenti, altri interlocutori, altre modalità».

    Scusi la domanda, ma nella sua carriera ha scattato migliaia di fotografie, ha una preferita?
    «Scattare la foto è schiacciare un bottoncino che apre una finestra sul mondo di una frazione di secondo; quindi, nella maggior parte dei casi, non funziona, perché quello che vedi non coincide con quello che hai visto in quell’istante. Con il passare degli anni si impara a riconoscere quell’istante ma comunque non può esistere una solo fotografia è come domandare alla madre quale figlio preferisce, che probabilmente c’è ma non lo dirà mai…».

    E allora le chiedo se secondo lei ci sono delle sue foto che sono state sopravalutate…
    «Una quantità enorme! Credo che tutto la mia notorietà nasca da una sopravalutazione, e io credo di intendermi di fotografia (ride, ndr)… Ognuno fa quello che può fare, e se lo fa ha già compiuto il suo dovere».

    A cosa sta lavorando oggi?
    Oggi di tanto in tanfo faccio lavori che implicano un approccio più riflessivo, faccio ritratti e paesaggi. Inoltre, avendo fatto moltissime fotografie, molte per lavoro e innumerevoli per necessità personale, oggi lavoro molto sugli archivi, selezionando, relazionando, aggiungendo storie e parole. Come diceva Gassman “abbiamo un grande avvenire alle nostre spalle”…».

    Nicola Giordanella

  • Acoustic Night 17 al Teatro della Corte dall’11 al 14 maggio. Beppe Gambetta e i suoi amici

    Acoustic Night 17 al Teatro della Corte dall’11 al 14 maggio. Beppe Gambetta e i suoi amici

    Beppe-Gambetta-AN17Torna al Teatro della Corte Beppe Gambetta con uno degli appuntamenti musicali più attesi della stagione, tutto dedicato quest’anno alla chitarra acustica. Il concerto guadagna il tutto esaurito, con prenotazioni dalla Grecia, dagli Usa, dall’Australia, confermandosi come uno spettacolo di importanza ormai a livello mondiale. Aiuta a confermarne il successo il fatto che il Teatro della Corte,a detta dello stesso artista, offre una visione perfetta ed una perfetta acustica da qualsiasi angolo del teatro, elementi fondamentali per uno strumento musicale che non abbisogna di altri supporti per fare arrivare il proprio affascinante messaggio. Una chitarra acustica, infatti (termine anche usato per indicare la chitarra folk ), è uno strumento in cui il suono è prodotto dalla vibrazione delle corde e si propaga attraverso la risonanza della cassa armonica, senza la necessità di amplificazione elettrica. Il termine “chitarra acustica” è coniato dopo l’avvento della chitarra elettrica , che utilizza l’amplificazione elettronica per essere ascoltata in un vasto ambiente.

    Beppe, grande esperto e maestro di chitarra, collaboratore anche singolarmente dei propri ospiti, presenta e coordina, da perfetto anfitrione, con uno stile affabile, a braccio, che comunica vicinanza sia al pubblico che agli artisti, facendoli interagire in un crescendo di commossa partecipazione. Si assisterà,come sempre, ad eccezionali prestazioni di artisti di straordinario talento, per la prima volta insieme, che hanno saputo affinare e porgere le loro doti in particolari mix che partono dalla tradizione per arrivare al rinnovamento, capaci di esibirsi da soli o di fare squadra. The fathers, i padri, a pieno diritto.

    Gli ospiti che condividono il palco sono PAT FLYNN, BRYAN SUTTON e DAVID GRIER, padri della chitarra acustica moderna ed artisti dal livello tecnico superlativo. Lo stile di Pat Flynn combina elementi tradizionali con le forme più eclatanti del rock e del country. Bryan Sutton ha raggiunto un successo clamoroso e costante in America coniugando la musica dei precursori con le moderne tendenze. David Grier ha uno stile duttile e una notevole capacità di improvvisazione, sui quali si fonda la sua affermazione anche da solista.

    Elisa Prato

    + Acoustic Night 17 al Teatro della Corte dall’11 al 14 maggio