Categoria: Rubriche

Scopri Genova e la Liguria, la sua storia, la tradizione, la cucina e le curiosità.

  • Ristorante Romantico di Rapallo

    Ristorante Romantico di Rapallo

    Ristorante Romantico RapalloNel centro di Rapallo, a due passi dalla stazione e dal lungomare dominato dal suggestivo e caratteristico Castello, c’è un ristorante  che propone le ricette della tradizione culinaria ligure rielaborate con rispetto degli antichi sapori.

    E’ il Ristorante Romantico, un locale elegante e raffinato in cui gustare una cucina che si basa su ingredienti nostrani di prima qualità e che propone ottimi piatti sia di pesce che di carne, oltre che pasta fresca e dolci fatti in casa.

    Il gusto e la genuinità delle ricette rispecchia la passione che da anni muove i gestori e gli chef e la volontà di offrire ai clienti una cena di qualità e curata nel dettaglio, dal servizio, al cibo, dalle bevande all’accoglienza.

    Il ristorante serve pesce freschissimo, crudità di mare, crostacei, fritto misto, pesce al cartoccio, pescato del giorno, oltre che ottimi primi, dal pesto alla genovese ai sughi di pesce. Non mancano anche le proposte per gli amanti della carne, con tagliate, e bistecche oltre che i gustosissimi dolci fatti in casa come il cuore di millefoglie alla nocciola, il tortino al cioccolato.

    Romantico propone una selezione di oltre 200 etichette provenienti da tutte le regioni d’Italia, dai vini bianchi, rossi, rosati, Champagnes e spumanti, adatti a ogni tipo di abbinamento culinario, dal dal pesce, alla carne, ai formaggi.

    Nel Ristorante Romantico è anche possibile gustare una cena all’aria aperta nella splendida veranda in un piccolo carruggio.

    Ristorante Romantico

    Indirizzo: Corso Italia 23, Rapallo

    Telefono: 0185 62354

    Sito internet: www.romanticoristorante.it/ROMANTICO

    Orari di apertura: Aperto a pranzo e cena

    Chiusura: Martedì (esclusa l’estate in cui il locale rimane sempre aperto)

    Prezzo medio: 40 euro

     

  • Consulenza online, Gas e Luce: bollette pazze, utenti impazziti

    Consulenza online, Gas e Luce: bollette pazze, utenti impazziti

    In Italia esiste un organismo, l’A.E.E.G., ossia l‘Autorità per l’energia elettrica ed il gas. Meno male, direbbe qualcuno… Pensa se non ci fosse!

    Che cosa succede se ricevete a casa una bolletta del gas o della luce che contiene errori, vizi o, peggio ancora, contiene importi assurdi e/o non dovuti? L’utente medio si arma di santa pazienza, chiama il call center dedicato e spiega il suo problema… Al call center risponde l’operatore numero 418 che di nome fa Mario e risponde da Firenze; l’operatore dice all’utente che il problema verrà risolto in 48 ore con l’emissione di una nuova bolletta che annulla la precedente.
    Dopo due settimane l’utente riceve una raccomandata di sollecito di pagamento della bolletta incriminata; allora chiama nuovamente il call center, dove risponde Giuseppina da Napoli, la quale sostiene che non vi sono problemi, la pratica è già a posto.Passano altri due mesi e il Nostro riceve una raccomandata dal recupero crediti. Al call center Roberto da Roma lo insulta maleducatamente (esiste un insulto educato?). L’utente è esasperato, cerca di cambiare gestore, ma il nuovo gestore non può prendere in carico la sua utenza, poiché il vecchio gestore sostiene di avere un credito in sospeso…
    Quella appena raccontata è l’odissea di un moderno Ulisse che, navigando nei mari agitati della burocrazia, spesso finisce per naufragare; e, da buon Robinson Crusoe, si ritrova solo in un’isola sperduta di desolazione e frustrazione. Ulisse combatteva contro i Proci, il Nostro deve combattere contro un nemico non sempre identificabile.

    Ma gli rimane una strada: una lettera raccomandata da spedire presso la sede del gestore “incriminato”; se entro 40 giorni non riceve risposta o se la risposta risulta insoddisfacente, gli resta la possibilità del reclamo all’AEEG, la quale, in teoria, interviene e fa le verifiche del caso.
    E proprio il caso vuole che nel frattempo sia passato un anno…

    Alberto Burrometo
    [foto di Diego Arbore]

    Per saperne di più sull’argomento trattato, ma anche per fare domande o richiedere consulenze di ogni genere, per segnalazioni e informazioni scrivere a progetto.up@gmail.com oppure direttamente a redazione@erasuperba.it. Alberto Burrometo, presidente dell’associazione Progetto Up, è a vostra disposizione.

  • Oltre il giardino: i segreti del giardino pantesco

    Oltre il giardino: i segreti del giardino pantesco

    La settimana scorsa abbiamo parlato del contesto paesaggistico-ambientale, tipico dell’isola di Pantelleria. Questa realtà unica, ostile ma particolarissima, ha portato alla nascita, in tempi assai remoti, di un peculiarissimo genere di giardino che viene definito, dal nome dell’isola in cui si è sviluppato, per l’appunto pantesco.

    A priva vista ed ad uno occhio inesperto, questo particolare tipo di spazio a verde non appare immediatamente riconducibile all’usuale concezione di giardino. Esso consiste infatti in un insieme di muretti a secco dell’altezza che varia da poco più di un metro a circa tre, che racchiudono, all’interno di una pianta circolare, un solo o pochi alberi, generalmente di agrumi o poche essenze vegetali di tipo mediterraneo. L’accesso a questi giardini è garantito solamente da una piccola porta, per il resto tutto è cintato dalle alte mura che proteggono l’interno dall’esterno, separano il dentro dal fuori e soprattutto preservano le essenze vegetali dagli agenti atmosferici estremi. Questi giardini rappresentano quindi un ingegnoso sistema quasi autosufficiente, in grado di difendere (a dire il vero a permetterne la vita!) le piante contenute al loro interno, nello specifico, dalla siccità e dal vento, che per la sua intensità e frequenza provoca spesso, sull’isola, danni difficilmente compatibili con la loro sopravvivenza.

    La descrizione del giardino sopra delineata non dà però l’esatta idea di cosa possa celarsi dietro agli scabri muretti a secco, spesso fortemente compenetrati nel paesaggio di terra e pietra lavica con cui essi stessi sono edificati. Dall’esterno del giardino pantesco, non si potrà neppure cogliere immediatamente l’incredibile varietà di tipologie che da esso hanno tratto origine e che sono ora sfruttate dagli esperti del settore per realizzare, sull’isola, giardini nel mezzo del deserto.

    A Pantelleria si sono infatti diffuse, negli anni, forme di giardini simil panteschi, a pianta oltre che circolare anche quadrata o rettangolare, spesso utilizzate per proteggere e permettere, al tempo stesso, un più rapido sviluppo delle piante non autoctone e più delicate. Essi si confondono bene nel paesaggio, passando spesso inosservati ai più, intellegibili nell’orditura del paesaggio solo per i ciuffi di verde che oscillano, oltre e al di sopra dei muretti, all’incessante vento.

    Lo spazio racchiuso tra mura permette di avere un’area separata dal resto del giardino, con il quale esso però si interfaccia sempre in uno stretto rapporto, tale spazio è di dimensioni non grandi ma comunque tali da consentire di ospitare alcune essenze vegetali.

    L’insieme interno potrà poi essere vario e molto eterogeneo. Le piante potranno essere disposte in modo simmetrico o casuale, lungo le pareti o nello spazio centrale, si potranno creare effetti diversi in base alla tipologia di cespugli e di rampicanti impiegati. Oltre a proteggere dagli agenti atmosferici esterni,  il giardino pantesco utilizza infatti la porosità delle pietre e l’escursione termica tra giorno e notte, insieme ai canali in pietra che raccolgono l’acqua piovana, per captarla direttamente dall’atmosfera. Così facendo, esso soddisfa, in modo ecologico e senza dispersione, l’esigenza idrica della pianta. Infine, tale giardino permette la sopravvivenza, a Pantelleria, di specie vegetali altrimenti ivi non adattabili.

    I muri in pietra garantiscono, poi, di ampliare lo spazio disponibile e di sfruttare i volumi anche in verticale. Vari tipi di rampicanti potranno così crescere sui muretti a secco, tanto all’interno che all’esterno del giardino pantesco. La varietà delle piante all’interno della “stanza” potrà essere pressoché infinita. In generale si collocheranno soprattutto agrumi, stante l’indiscutibile valenza pratica delle piante, ma anche arbusti quali mirto o altre ed analoghe essenze mediterranee, spezie e piante odorose. La limitatissima disponibilità idrica determina infatti, sull’isola, una tendenza alla massimizzazione dei risultati e quindi, di regola, la scelta delle essenze vede privilegiare quelle che combinino l’aspetto pratico (produzione di frutti, di verdure o erbe aromatiche) a quello più propriamente estetico. Lavande, Lavatere, rose rampicanti, Cistus, mirto, Santolina e decine di altra varietà possono però trasformare, in un lasso di tempo tutto sommato incredibilmente breve ed in combinazione a piante produttive di frutti, un terreno arido, un’area inospitale, battuta dal vento e riarsa dal sole, in un giardino tra mura, del tutto inaspettato e davvero difficilmente immaginabile dall’esterno.

     

    di Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano
    Per informazioni: ema_v@msn.com

  • Nice to meet you, English! L’inglese ha poche regole?

    Nice to meet you, English! L’inglese ha poche regole?

    Come insegnante di inglese mi è capitato di sentire questa affermazione: “L’inglese ha meno regole rispetto all’italiano”. Mi sono chiesto spesso la provenienza di questa sorta di urban legend.

    Dal punto di vista sintattico, alla base del fraintendimento riguardo alla sua presunta “facilità” risiede forse il fatto che l’inglese ha un sistema flessivo ridotto, una caratteristica che è confusa con una maggiore semplicità in generale. Gli aggettivi, per esempio, sono invariabili: good (“buono/a/i/e”) rimane inalterato davanti a boy, girl o people, mentre in italiano si modifica l’aggettivo a seconda del genere e numero del sostantivo che esso accompagna. La coniugazione dei verbi è più agevole da memorizzare: ended è il passato del verbo to end (“finire”) e rimane invariato per tutte le persone, mentre in italiano abbiamo: “finiv-o”, “finiv-i”,ecc.

    Il sistema flessivo non è sempre stato “scarno”. Per esempio, nell’Old English esistevano i casi: nominativo, accusativo, dativo erano presenti nell’inglese antico così come lo sono ancora nel tedesco. Oggi, tranne l’eccezione del genitivo sassone (Jim’s car, “l’auto di Jim”), di essi non abbiamo più traccia.

    Il graduale cambiamento dell’inglese da lingua sintetica, ovvero dotata di un ricco sistema flessivo, ad analitica, è avvenuto lungo l’intero arco del Middle English. Sfortunatamente per noi, il graduale ridimensionamento della flessione non ha reso l’inglese una lingua priva di regole, anzi, come conseguenza è aumentato notevolmente il rigore relativo all’ordine delle parole nella frase.

    Strettamente legata alla riduzione del sistema flessivo è la conversion, il passaggio di una parola da una categoria grammaticale a un’altra. Down (“giù”), che in origine era una preposizione, viene usata ormai anche come verbo. Nell’inglese da pub, to down significa “tracannare”: “Come on! Down it in one” (“Dai! Bevila alla goccia”).

    Altro tratto peculiare dell’inglese è la corrispondenza quasi nulla tra pronuncia e grafia. Per esempio, la “o” viene letta come:

    /ɔː/ in more;

    oppure:

    /ʌ/  in love;

    Le radici della discrepanza risalgono al Middle English e alla difficoltà di amalgamare in un sistema unico due componenti così diverse come quelle germanica e francese. A questo fattore si somma il complesso di inferiorità nei confronti delle lingue classiche, che ha portato nel Cinquecento a ulteriori complicazioni dello spelling. Un caso evidente è quello di debt (“debito”): nonostante già dal XIV secolo la “b” non fosse pronunciata – non lo è tuttora – essa è stata tuttavia aggiunta nella grafia della parola, in ossequio al latino debitum.

    Passiamo all’analisi lessicale. L’Oxford English Dictionary, il dizionario inglese più completo, contiene oltre 600.000 parole: il dato mi sembra già sufficientemente imponente per contraddire l’idea di una lingua “facile”.

    Il francese e le lingue classiche hanno arricchito la base di parole germaniche, dando vita a una serie di doublets, ovvero sinonimi di origine diversa, come: liberty /freedom (“libertà”) e  infant/child (“bambino”). Normalmente,  il termine anglosassone è considerato meno formale di quello francese o latino. Per questo motivo, un italiano che usa la parola a lui più familiare commence anziché begin (“incominciare”) dà a un interlocutore inglese un’impressione immediata – ahimé poi spesso smentita – di grande padronanza della lingua.

    La ricchezza del vocabolario inglese è inoltre dovuta all’espansione dell’Impero britannico e dei suoi scambi commerciali, cominciata nel Cinquecento, secolo che segna l’inizio del Modern English. L’Inghilterra e l’inglese si aprono al mondo, venendo a contatto con le lingue delle colonie. Nel vocabolario entrano parole come pundit (“esperto”, parola di origine sanscrita) e tattoo (dalla Polinesia), esempi di un processo che è ancora in corso…

    Insomma, sembra che l’inglese non sia così semplice. Ma poi, esistono lingue facili e difficili? A questa e ad altre domande cercheremo di rispondere prossimamente. Bye!   

    Daniele Canepa
    [foto di Diego Arbore]

  • Da Mussolini a Beppe Grillo, ma non come ha scritto Severgnini…

    Da Mussolini a Beppe Grillo, ma non come ha scritto Severgnini…

    Beppe GrilloDopo l’exploit di Parma e i sondaggi che danno il suo movimento quasi al 20%, Beppe Grillo è diventato la vittima prediletta dall’ossessività compulsiva dei mass-media. Dopo essere stato bandito da tutte le televisioni per una battuta sui socialisti (battuta che si era poi rivelata profetica), è stato riscoperto magicamente a distanza di vent’anni; fino al punto che oggi giornali, telegiornali e cinegiornali lo seguono ovunque vada per coglierne ogni sospiro e possibilmente montarci una polemica sopra (aiutati certamente dalla vena provocatoria del comico).

    L’ultima in ordine di tempo è stata: “Grillo contro il Financial Times”; quasi un’epopea mistica da film degli anni ’60, del tipo: “Ercole contro Roma”. In realtà Grillo ha soltanto risposto, e anche piuttosto pacatamente, a un articolo apparso sul Financial Times a firma del giornalista del Corriere della Sera Beppe Severgnini. Severgnini, che è volto piuttosto noto perché partecipa spesso ai dibattiti televisivi, è un saggista simpatico, alla mano, di nota fede interista e con una vena esterofila che lo ha portato a pubblicare libri in inglese per spiegare l’Italia agli stranieri. L’articolo in questione recava l’eloquente titolo “Lo stridente fascino del Grillo Parlante d’Italia” e si proponeva – ovviamente – di svelare ai lettori del prestigioso quotidiano britannico i retroscena dell’exploit elettorale di Beppe Grillo. Nel suo pezzo Severgnini accosta il comico genovese prima a Berlusconi e poi addirittura a Mussolini. E Grillo ovviamente si arrabbia. Scrive al direttore del Financial Times definendo il paragone “offensivo” e concludendo: «In futuro spero di leggere sul suo prestigioso giornale articoli più qualificati ed obiettivi sulla politica italiana».

    Una vicenda che, tutto sommato,  ha poco da dire e che potremmo evitare tranquillamente di menzionare, se non fosse per un punto che esula dall’argomento Beppe Grillo e che riguarda il contenuto specifico dell’articolo. Quando Severgnini paragona il fondatore del Movimento 5 Stelle a Mussolini, in fin dei conti esprime una libera opinione: un’opinione semplicistica, a mio giudizio, ma un’opinione che comunque va rispettata e che non è certo stata inventata dal giornalista del Corriere (esistono da tempo diverse declinazioni del lato autoritaristico di Grillo, tra cui quella del “Berlusconi di sinistra”). Se Severgnini vuole spiegare in questi termini il fenomeno Grillo ai suoi lettori stranieri, è liberissimo di farlo.

    Stupisce però che un giornalista così bravo si avventuri in un’analisi della cultura populista nostrana passando per i più scontati luoghi comuni sugli Italiani e tradendo una forte sudditanza psicologica verso la cultura anglosassone. Severgnini conia addirittura la definizione di “Populismo 2.0” e butta nel calderone insieme con Grillo: Bossi, Berlusconi, Tsipras del partito greco Syriza e persino il movimento dei “pirati” tedeschi. Un’analisi non proprio raffinatissima, in cui gli Italiani, per di più, fanno una pessima figura. Severgnini infatti li tratteggia come una massa succube di leader carismatici e autoritari, e come un popolino credulone preda del pifferaio magico di turno (Grillo) e incapace di valorizzare il professionista serio e preparato (Monti): il quale invece, pare di capire, non sarebbe snobbato da quella borghesia anglosassone a cui Severgnini strizza l’occhio.

    Difficile sfuggire all’impressione che questo quadro risulti un po’ offensivo per l’intelligenza media del popolo italiano. Non lo dico per patriottismo, che con la questione non c’entra nulla: lo dico perché credo che il giornalista sia stato piuttosto superficiale. Un conto è non risparmiare critiche a nessuno, nemmeno ai compatrioti; un’altra cosa sono i preconcetti, che non aiutano né gli stranieri a entrare in sintonia con noi, né noi a capire noi stessi. Contesto a Severgnini, in particolar modo, di aver ceduto a una visione pseudo-storica che dipinge l’italiano medio come incline al richiamo dell’uomo forte. Penso invece che questa tendenza vada interpretata dal punto di vista di una democratizzazione mai realizzata fino in fondo, come l’emancipazione e l’autogoverno mancati delle masse popolari. La storia d’Italia, che è una nazione giovane, non è la storia del popolo italiano: è piuttosto la storia delle sue élites politico-economiche e delle ingerenze straniere subite. Per questo le masse popolari non hanno mai abbandonato l’atavica diffidenza verso il potere che è tipica di chi ha imparato a vivere sottomesso.

    Ad esempio, dopo secoli di dominio straniero e papale, l’indipendenza dell’Italia fu ottenuta solo nel 1861: e non fu certo il frutto di un movimento popolare. Fu piuttosto il capolavoro politico e militare di due grandi personalità, Cavour e Garibaldi, che beneficiarono anche della benevola attitudine dell’Inghilterra. Dopo di che l’Italia fu governata dalla classe dirigente sabauda e dai gattopardi dei vecchi possedimenti borbonici. Fu solo nel 1912 che Giolitti concesse il suffragio universale maschile, uno strumento potenzialmente in grado di aprire alle masse la vita politica del paese. Eppure già quattro anni dopo il popolo italiano venne scaraventato suo malgrado in un’orribile guerra europea essenzialmente per le pressioni di piccoli gruppi di nazionalisti romani e per la precisa volontà politica di tre persone: il re Vittorio Emanuele, il primo ministro Antonio Salandra e il ministro degli esteri Sideny Sonnino.

    Anche il successo del fascismo dipese molto dal fatto che Mussolini fu in grado di accreditarsi presso le élites industriali come l’uomo dell’ordine e della stabilità contro la propaganda rossa; mentre non riuscì a prendere mai, fintanto che le elezioni restarono libere, nemmeno un terzo dei voti popolari. E quando nel ’22 andò al potere, lo fece grazie ad un pugno di militanti in camicia nera, dei quali il Duce temeva il fallimento al punto da starsene in attesa al confine con la Svizzera, pronto ad espatriare se le cose fossero andate storte. Sarebbero bastati due colpi di baionetta dei carabinieri per disperderli: ma il re non volle intervenire e gli Italiani si adattarono, come al solito, a diventare fascisti sotto il fascismo, anche se è pur vero che il consenso verso il regime conobbe momenti di spontaneo entusiasmo ai tempi della guerra in Etiopia. Ma ovviamente il parere del popolo non contava nulla.

    Dopo la catastrofe della seconda guerra mondiale, grazie a una nuova e moderna costituzione, gli Italiani, e stavolta anche le Italiane, sperarono di poter cominciare davvero a occuparsi di ricostruire il paese in autonomia. Ma nei decenni a venire l’idealismo si affievolì, perché il paese si scoprì di fatto zona di confine tra due blocchi contrapposti e terra di conquista per agenti della CIA, uomini del KGB, mafiosi e rivoluzionari rossi. Bombe, omicidi, stragi e sequestri divennero così uno strumento di pressione sul paese, un modo per impedire a industriali e dirigenti pubblici di scardinare gli equilibri geopolitici internazionali, a magistrati e giudici di indagare troppo a fondo, a giornalisti di raccontare verità scomode e a movimenti popolari di affermarsi.

    Quando scoppiò Tangentopoli, il consenso bulgaro che l’operato del pool di Di Pietro riscosse tra la gente ben descrive il senso di soffocamento e asfissia con cui veniva vissuto il sistema di potere dei partiti, che ingessava la vita politica e drenava le risorse pubbliche. Ed è in questo contesto che si spiega anche l’exploit della Lega Nord come partito di protesta. Forse Tangentopoli durò troppo a lungo; forse la aspettative di rinnovamento che inevitabilmente le inchieste suscitarono non furono soddisfatte in tempo: fatto sta che la gente poco a poco si stancò e diede fiducia al bellissimo sogno di cartapesta fatto di ottimismo e prosperità economica prospettato dal nuovo venuto: Silvio Berlusconi. Eppure persino il Cavaliere durò solo pochi mesi e ci vollero tutti i vantaggi della sua posizione di potere e tutta l’inconsistenza dei suoi avversari politici per risuscitarlo e tenerlo in vita per un’altra decina d’anni.

    Oggi che non ci sono più dominazioni stranieri, non c’è più la guerra fredda, non c’è più Mussolini e non c’è più Berlusconi, le cose sono cambiate poco: siamo ostaggio di un parlamento di cooptati e di un governo che non abbiamo votato, che a sua volta deve rendere conto ad una governance europea in cui prevalgono gli interessi di altri Stati. Come si vede, dunque, nel corso della nostra storia sono state poche le occasioni in cui, come popolo, abbiamo avuto davvero voce in capitolo. Certo, quelle poche non siamo stati capaci di coglierle: ma d’altra parte non abbiamo mai maturato né l’esperienza né la cultura necessarie.

    Il problema non è certo quello (genetico) di subire il fascino carismatico del leader forte: è piuttosto quello (storico) di avere avuto pochissime occasioni per esercitare la libertà. Dei cosiddetti “leader populisti” di successo si dimentica spesso di ricordare che sanno proporsi come alternativa di rottura rispetto ad una situazione esistente percepita come negativa. Presentare Grillo come un anti-europeista che cambia spesso idea, che offre «risposte semplicistiche a problemi complessi» e che piace agli Italiani perché è simpatico e fa il buffone, è svilente per Grillo, certo: ma è svilente soprattutto per gli Italiani, che vengono trattati come bambini spaventati incapaci di arrangiarsi senza la tutela di questa classe dirigente.

    In realtà quello che per molti è davvero centrale nella proposta politica di Grillo riguarda, da una parte, la demolizione delle consorterie politiche, finanziarie e mafiose che condizionano lo sviluppo civile ed economico del paese, dall’altra la responsabilizzazione civica e democratica dei cittadini, che devono imparare ad accettare il prezzo della loro partecipazione attiva alla vita pubblica. In altri termini, è quell’ideale di democrazia che ci è sempre stato negato e che per l’ennesima volta, sembrerebbe, stiamo cercando di ottenere. E’ l’idea di Grillo che preferisco e quella che mi piacerebbe potesse sopravvivere alle sue contraddizioni.

    Andrea Giannini

  • Consiglio Comunale: “Bilancio di guerra” per il Comune di Genova

    Consiglio Comunale: “Bilancio di guerra” per il Comune di Genova

    GenovaIl secondo Consiglio Comunale dell’“Era Doria” si è concentrato su un tema caldo, anzi scottante: il bilancio previsionale 2012. A questo tema è stata dedicata quasi tutta la riunione con una relazione decisamente ampia dell’assessore Francesco Miceli. Il principale obiettivo della relazione è stato chiarire la genesi di questo bilancio e le ragioni che hanno spinto a proporre un aumento delle aliquote dell’IMU.

    Miceli ha voluto innanzitutto chiarire che si tratta di un bilancio in continuità con quello del 2011, già caratterizzato dai forti limiti imposti dai pesantissimi tagli decisi dai governi nazionali (sia dall’ultimo governo Berlusconi, sia dell’attuale governo Monti). A ciò si aggiunge il Patto di stabilità che, imponendo la riduzione del debito pubblico, ha ulteriormente limitato la possibilità per lo Stato di sostenere la spesa degli enti locali. Lo ha voluto ribadire in più occasioni l’assessore dicendo che non si può parlare di cattiva gestione dell’amministrazione comunale e nemmeno di buco nel bilancio, ma di una mancanza di risorse derivanti dallo Stato. Questo ha imposto la necessità di trovare nuove risorse per garantire un livello di servizi adeguato alle richieste dei cittadini.

    Senza eseguire alcuna manovra correttiva rispetto al 2011 il Comune di Genova non avrebbe nemmeno avuto le risorse necessarie per coprire le spese che è obbligato ad affrontare (il pagamento del personale, dei contratti con le società partecipate e dell’Azienda Municipalizzata d’Igiene Urbana). In particolare avrebbe ottenuto 750 milioni di euro di entrate a fronte di 780 milioni di euro di spesa rigida. Poco di più avrebbe ottenuto con l’aumento dell’aliquota Irpef (+0,1%), con l’introduzione della tassa di soggiorno e con un’ulteriore riduzione del personale (all’inizio del 2011 erano 6362 i dipendenti a tempo indeterminato, alla fine dell’anno 6119 e si prevede un’ulteriore diminuzione nel 2012). Solo 4 milioni di euro sarebbe stato l’avanzo a disposizione dell’amministrazione, il che avrebbe reso impossibile espletare qualsiasi funzione.

    In questo contesto è maturata la scelta di agire sull’IMU per ottenere maggiori introiti. Miceli ha voluto precisare che il gettito derivante dalle aliquote base dell’imposta sono destinate interamente allo Stato, mentre agli enti locali restano solo le risorse derivanti da un loro aumento. Per essere chiari del 5×1000 che si pagherà sulle prime case, il 4×1000 andrà all’amministrazione centrale e l’1×1000 al Comune. In particolare si è deciso di incrementare del 3×1000, il massimo consentito, l’aliquota per gli immobili non adibiti ad abitazione principale e dell’1×1000 l’aliquota sulle prime case. Un raffronto con l’ICI permette di verificare che con l’IMU ci sarà comunque un risparmio per i possessori di case popolari, mentre vi è un aumento fino a 100 euro per gli alloggi economici (che costituiscono il 58,5%  degli immobili presenti sul territorio comunale) e un maggiore aumento per le abitazioni civili e signorili. Nulla di nuovo, in realtà, visto che questa linea era già stata proposta dall’amministrazione Vincenzi.

    Grazie a questo ulteriore sforzo contributivo da parte dei cittadini genovesi il Comune avrà a disposizione 106 milioni di euro di cui 68 verranno utilizzati per politiche sociali ed educative, i due settori che il sindaco Doria ha sempre dichiarato di ritenere centrali sia in campagna elettorale sia dopo il suo insediamento a Palazzo Tursi.

    Per tutto il resto dovranno bastare i 38 milioni rimanenti. Questo comporterà ovviamente una riduzione degli investimenti. Per esempio, per ciò che riguarda i lavori pubblici, Miceli parla di un programma caratterizzato dalla “concretezza” e dalla necessità di dare priorità ai lavori urgenti, come quelli di messa in sicurezza del territorio. Lo stesso sindaco durante il suo discorso di apertura dei lavori del nuovo Consiglio Comunale aveva affermato la volontà di risolvere alla radice i problemi derivanti dal dissesto idrogeologico, ma viene da chiedersi quanto sarà possibile farlo con le scarsissime risorse a disposizione.

    Insomma ancora una volta si tratta di un “bilancio di guerra”, come dice lo stesso Miceli, con il quale si richiede ai cittadini genovesi di fare un ulteriore sforzo solidaristico per mantenere in piedi la macchina comunale.

    Anche la politica deve fare la sua parte e Doria è stato molto chiaro fin dal principio su questo punto. Bisogna far percepire ai cittadini che anche le istituzioni si impegnano a ridurre i propri sprechi e a svolgere il proprio lavoro con assoluta serietà. Per questo, anche in seguito allo scandalo dei gettoni di presenza ottenuti da alcuni consiglieri assistendo solo per pochi minuti alle sedute nella Sala rossa di Palazzo Tursi, si è avanzata la proposta di introdurre dei contrappelli in conclusione delle varie riunioni.

    È quasi una gara tra i consiglieri di tutti gli schieramenti (sul tema hanno preso parola Farello, Rixi, Gioia, Musso e Grillo) a proporre per primi l’introduzione di nuovi sistemi che garantiscano maggiore controllo sul comportamento dei consiglieri e permettano all’opinione pubblica di sapere cosa accade all’interno delle “stanze fumose della politica”. Innanzitutto si propone una modifica del regolamento entro il 30 giugno, che introduca un controllo della presenza dei consiglieri alle sedute delle commissioni. La proposta viene estesa anche alle sedute della Giunta e al Consiglio Comunale (dove già avviene su richiesta di tre consiglieri). Una soluzione potrebbe consistere nell’introduzione di tesserini magnetici per la verifica delle presenze, fermo restando che lo stesso presidente della commissione può effettuare direttamente questo controllo.

    L’operazione trasparenza passa anche attraverso – o addirittura parte da – l’iniziativa dei consiglieri del Movimento 5 Stelle, che hanno deciso di trasmettere via streaming con una webcam le sedute del Consiglio. Anche su questo punto diversi consiglieri sono intervenuti chiedendo di ampliare questa prassi alle riunioni degli altri organi comunali.

    Tutti d’accordo quindi sull’utilità della modifica al regolamento, ma, vista anche una certa difficoltà ad accordarsi sulle modalità per procedere in questo senso, la speranza, espressa anche dal capogruppo del Pd Simone Farello, è che troppi tecnicismi non comportino il rischio di allungare a dismisura i tempi. Non sarebbe una novità per la politica, ma si tratta proprio di quei “vizi” da cui la nuova amministrazione comunale ha promesso di volersi liberare.

    Federico Viotti 
    [foto di Daniele Orlandi]

  • Oltre il giardino: isola di Pantelleria e giardino mediterraneo

    Oltre il giardino: isola di Pantelleria e giardino mediterraneo

    Tramonto a PanatelleriaAlcune persone hanno reso l’Italia famosa nel mondo e hanno contribuito a confermare l’idea che questo Paese sia tuttora il più creativo nel panorama internazionale e che sia in condizione di influenzare, come nei secoli passati, gli sviluppi ed i trend nei principali settori della cultura. Tra questi una menzione particolare merita, in tempi recenti, Giorgio Armani. Egli è, come è noto a tutti, la Storia del “Fashion design” ma, cosa quest’ultima meno conosciuta, anche il fortunato proprietario di un riuscito giardino mediterraneo sull’isola di Pantelleria.

    Prima di descrivere tale recente realizzazione, vogliamo fornire al Lettore (che non sia già stato sull’isola!) l’idea del contesto paesaggistico-ambientale unico e particolarissimo in cui tale giardino si inserisce, discostandosene appena quel tanto che basta per farsi notare solo ad un occhio attento.

    Pantelleria

    Pantelleria è, innanzi tutto, un’isola e questa che può sembrare un’affermazione scontata, in realtà non lo è affatto. Ogni isola è sempre una realtà a sé. E questo è particolarmente vero per Pantelleria che è più vicina all’Africa che all’Italia, geograficamente, culturalmente ed anche da un punto di vista botanico. Questo non è un luogo per persone qualsiasi, soggiornarvi è una parentesi dalla realtà, è quasi qualcosa di onirico. Il caldo intenso non è mai soffocante, il vento sferzante si armonizza al luogo, il sole scalda le ossa e non la pelle. Il blu del mare è unico ed il (raro) verde fa capire quanto la vegetazione e la natura siano preziosi nella realtà che ci circonda. Pantelleria è un insieme di rocce vulcaniche nere, riarse dal sole e coperte da un terreno arido e di colore brunito, il tutto è letteralmente perso in mezzo al mare che non è qui il Mediterraneo della Sardegna ma è un vero mare, impetuoso e profondo.

    Pantelleria

    Il poco terreno che copre la superficie vulcanica è quindi bruciato dal sole, impastato di salsedine e letteralmente frustato da un vento quasi incessante. Un contesto quindi estremamente ostile alla vita delle specie vegetali e di certo non propriamente atto ad agevolare la creazione di giardini. Questi ultimi saranno quindi davvero un atto eroico in termini di impegno, dedizione e passione (e “last but non least” costi!). In questo contesto, quasi unico, a colpire è l’immobilismo, molle e spossato della vegetazione: distese verdi di vigne apparentemente incuranti del sole, del sale e del vento.

    A Pantelleria le uniche coltivazioni praticabili e praticate sull’isola sono quindi quella del cappero e della vite. Il primo è qui un cespuglio dalle dimensioni ridotte, cresce semispontaneo tra le rocce e colpisce chiunque per i suoi fiori bianchi, che riflettono la luce di un sole africano, screziati di viola intenso. La vite è, sull’isola, diversa da quella a tutti nota, qui assume la forma di un bonsai spontaneo, con un tronco contorto da cui spuntano pochi rami, dalle grandi foglie verde vivo. Queste ultime si piegano, durante il giorno, per resistere al sole, molli e stropicciate al forte e costante vento, su rami che sembrano assecondare, spossati  anch’essi durante le ore di calura, le forze della natura. Poche piante succulente, qualche arbusto spontaneo ed alcune specie di palme, qualche pino marittimo, tutti generalmente di piccole dimensioni e piegati secondo le correnti, completano l’insieme.

    In questo contesto del tutto peculiare si inserisce e va letto il giardino di Giorgio Armani, diverso ma accomunato nei tratti salienti (i muri che lo circondano su più lati) al giardino pantesco, generalmente e per tradizione atavica, racchiuso tra muretti a secco, tipico dei Paesi a clima estremo e di Pantelleria in particolare. La prossima settimana ci addentreremo nel giardino…

    di Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano
    Per informazioni: ema_v@msn.com

  • Storia di Genova: il Palazzo della Meridiana (Palazzo Grimaldi)

    Storia di Genova: il Palazzo della Meridiana (Palazzo Grimaldi)

    Palazzo della Meridiana

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    Palazzo Grimaldi, meglio conosciuto come Palazzo della Meridiana, dall’affresco dell’orologio solare che campeggia sulla facciata sud dell’edificio, costituisce una delle prime testimonianze del rinnovamento architettonico cui andrà incontro, più tardi, questa zona della città, con la costruzione della Strada Nuova (1550), attuale Via Garibaldi.

    Edificato (1536-1544) lungo l’erta pendenza di Salita San Francesco, fu commissionato da Gerolamo Grimaldi, figlio di quel Giorgio Oliva che, entrato  a far parte del Patriziato Genovese, aveva potuto iscriversi, dietro lauto compenso,  nell’Albergo Grimaldi ed acquisirne, di diritto, il nome, insomma una “primogenitura” che ricorda il racconto biblico delle lenticchie di Esau. Acquisito un nome altisonante  tra la nobiltà della città e forte di un ingente patrimonio che gli era derivato dal suo “mestiere” di banchiere (in Spagna, ebbe il monopolio della riscossione delle tasse di Granada e di Cordoba, una specie di  moderna “Equitalia”), Gerolamo Oliva Grimaldi,  rientrato a Genova nel 1516, sentì l’esigenza di corredarsi di una dimora consona al suo rango. Sul committente vi è, in realtà, qualche incertezza poiché alcune fonti riportano che sia stato in realtà il figlio Giovanni Battista, sta di fatto che, quest’ultimo, ne fu certamente il destinatario che ne portò a termine il compimento, chiamando in cantiere architetti e pittori di prestigio quali il Bergamasco (vero nome G.B. Castello, forse autore del progetto), Galeazzo Alessi, Bernardo Spazio, Bernardo Cantone, Giovanni Ponzello e Luca Cambiaso.  Infatti, con il testamento del 1550, Gerolamo Grimaldi lasciò “in fedeicommissum” il Palazzo all’unico figlio maschio, Battista, al quale si deve, sicuramente, il decoro della facciata più alta con le “Storie di Ercole”(Aurelio Busso) e degli affreschi cinquecenteschi interni.

    L’impianto architettonico dell’edificio, tipico del ‘500, presenta una facciata principale che, per pendenza del declivio e assenza di altra via di comunicazione,  fu orientata su Salita San Francesco ove si apre l’adito di accesso che, anticamente, era costituito da due cortili comunicanti, oggi chiusi da una vetrata. I chiostri erano, e sono, circondati da un colonnato con campate ricoperte da volticelle circolari, ottagonali, quadrangolari, riccamente decorate che, come quelle dei saloni e delle scale,  sono da attribuirsi (1565 e il 1573) al Bergamasco. Il prospetto sud, originariamente  occupato da uno dei tre giardini che completavano la struttura del palazzo,  è stato ampiamente rimaneggiato per la  costruzione della via Nuovissima (1778–1786), attuale via Cairoli.

    Palazzo della Meridiana

     

     

     

     

     

     

     

    Grazie ad un vasto sbancamento e livellamento del terreno fu realizzata la piazza antistante (Piazza Meridiana), fu aggiunto l’attuale avancorpo (opera di Giacomo Brusco),  fu recuperato un piano,  furono aumentati gli assi delle finestre e la parete venne fregiata con la meridiana.

    Dall’ Ottocento iniziarono, poi, vari passaggi di proprietà, dai Grimaldi ai Serra di Cassano, agli Odero, ai De Mari e ai Mongiardino ed infine, agli inizi del ‘900, fu affittato alla Società di Assicurazioni di Evan Mackenzie, che incaricò Gino Coppedé  della ristrutturazione degli ambienti e a cui dobbiamo i “fantasiosi” interventi in stile Liberty (1907). Avvalendosi della collaborazione del pittore, architetto, frescante Nicola Mascialino (1854-1945), Coppedè dispose  la copertura del cortile con un ampio lucernaio, tra i cui vetri si intersecano disegni floreali, velieri e stemmi immaginari, nonché curò l’affresco delle volte del colonnato che si arricchirono di originali motivi ornamentali  tra cui primeggiano racemi, girali, ghirlande, anfore e dei curiosi “intrusi” legati all’attività del committente quali  timoni, salvadanai, ancore. Anche la volta dello scalone che porta ai piani superiori è riccamente decorata con fregi che si sovrappongono a quelli cinquecenteschi, creando una fitta ragnatela  tra le  lesene in aggetto e tra il gioco degli stucchi. Al piano superiore, troviamo   un susseguirsi di stanze, con pavimenti in seminato veneziano impreziosito da  frammenti di corallo, Sala Rosa, Salone del Camino, Sala Gialla, Sala Arazzi, Sala Calvi, quest’ultima con volta a padiglione, sottesa da 12 lunette e motivo centrale raffigurante il dio del Sole, Apollo, sul suo carro infuocato (Lazzaro Calvi).

    Mirabile, però, è il Salone Cambiaso, il cui soffitto è interamente occupato da un affresco a tema mitologico, “Ulisse saetta i Proci con l’aiuto di Minerva e di Telemaco“, che, tra le pieghe del racconto omerico, sublima il potere e la ricchezza della potente famiglia nobiliare. Non a caso, tra le figure che fanno da cornice alla scena centrale, troviamo il ritratto di Gerolamo Grimaldi, nei panni di Numa Pompilio, re romano ricordato per le sue grandi riforme ed apportatore di pace e benessere,  in posizione opposta al quale siede Carlo V, a simboleggiare la protezione del re spagnolo sul casato Grimaldi. Aldilà dei contenuti celebrativi, il dipinto è importante perché segna una svolta evolutiva nell’arte pittorica genovese. Ricordiamo che i soffitti delle dimore nobiliari, ancora ubicate tra gli stretti “caruggi”, erano costruiti prevalentemente in canniccio e come tali poco propensi a portare decori e stucchi. Non si era, quindi, sviluppata una vera scuola di maestri d’arte in questo settore.

    Luca Cambiaso, rifacendosi alla visione pittorica michelangiolesca, per primo in Genova, cercò di imprimere alle sue figure un movimento dinamico, realizzato  con giochi di prospettica, studio della luce, rapporti figura-spazio: un arto proteso, uno sgabello che cade, il bordo di un abito che ondeggia, danno volume e profondità alla superficie piana che si dilata ad accogliere forme e colori.  In questa stessa sala si trova, poi, un camino monumentale cinquecentesco, una sapiente cornice di  marmo,  opera di Gian Giacomo della Porta o dello stesso Bergamasco, che ricorda i laggioni islamici (piastrelle decorate in rilievo), nelle cui trame sono inseriti lo stemma e le armi  del casato.

    La storia dell’edificio non finisce qui, nell’ultimo secolo è stato adibito ai più disparati usi: sede di una Compagnia di navigazione, asilo, scuola, uffici Comunali, Ospedale Militare durante la prima guerra mondiale. Nel 2004 è stato acquistato dal Gruppo Viziano che ne ha finanziato il restauro, riaprendolo alla sua funzione museale accanto ad attività più moderne come sede per eventi e ricevimenti, residenzialità (alcune zone sono riservate ad appartamenti di prestigio) e al commercio come l’apertura di un prossimo ristorante, ma, soprattutto, ridandogli il giusto prestigio dovuto ad un edificio che, nel 2006, è entrato a buon diritto tra i “Palazzi dei Rolli”, dichiarati Patrimonio dell’Umanità UNESCO.

    Adriana Morando
    [foto di Daniele Orlandi]

  • Nice to meet you, English! L’influenza del “français” nella lingua inglese

    Nice to meet you, English! L’influenza del “français” nella lingua inglese

    Il passaggio al Middle English avviene a partire dal 1066. In quell’anno a Hastings Guglielmo il Conquistatore, William the Conqueror, sconfisse l’esercito inglese guidato da Harold II, ultimo re anglosassone (guarda il video). Guglielmo era Duca di Normandia, regione nel nord della Francia: una nuova ruling class, “classe dominante”, di nobili normanni prese il posto dell’aristocrazia anglosassone.

    Dal punto di vista sociale, non si trattò solo di una sostituzione di uomini al vertice, ma di un cambiamento profondo, che segnò il passaggio da un sistema tribale a uno feudale, basato sulla proprietà della terra.

    Si creò una divisione in tre blocchi: bellatores (“coloro che vanno in guerra”, quindi l’aristocrazia), oratores (“coloro che pregano”, ovvero il clero), laboratores (“coloro che lavorano la terra”). Ciascuno di questi gruppi parlava una lingua diversa, dando vita a una situazione definita triglossia, cioè la compresenza di tre varietà linguistiche di diverso prestigio sociale in un territorio. La nobiltà usava il francese, gli ecclesiastici scrivevano in latino, lingua della cultura, mentre tra i contadini sopravvisse l’anima anglosassone e quindi germanica dell’inglese, fatta di un vocabolario essenziale, un “core English”, per esprimere azioni e oggetti della vita quotidiana: sun (“sole”), field (“campo”), sneeze (“starnuto”), ecc. Per il popolo fu un periodo buio: la giustizia veniva amministrata in francese e chi non lo conosceva aveva possibilità limitate di potersi difendere in tribunale.

    La situazione cambiò, soprattutto a causa delle sempre maggiori tensioni tra Inghilterra e Francia: la loro rivalità sfociò nella Guerra dei Cent’Anni (1337-1453). I francesi diventarono il nemico da combattere e l’inglese recuperò gradualmente il prestigio perduto: una lingua è un forte elemento identitario per compattare un popolo verso un obiettivo comune. Nel 1362 il discorso di apertura del Parlamento fu pronunciato in inglese per la prima volta. Ormai, tuttavia, l’inglese aveva acquisito un’anima francese.

    Ma in quale misura ha influito il contatto con il francese sul Modern English? Molto. Si stima che circa 10.000 vocaboli siano entrati a far parte del vocabolario che usiamo oggi.

    In ambito legale, politico, artistico abbiamo esempi quali: court (“tribunale”), bailiff (“ufficiale giudiziario”), parliament (“parlamento”), beauty (“bellezza”), aisle (“navata”, parola dalla pronuncia particolare /aɪl/, senza la ‘s’).

    Curioso è il discorso legato ad alcuni tipi di carne. Vediamo queste due coppie di parole: pig / pork (“maiale”/ “carne di maiale”), ox/beef (“bue”/”carne bovina”). In altre parole, l’animale ancora in vita ha un nome anglosassone – gli allevatori parlavano inglese – mentre il termine culinario ha origine nel language of power dei nobili, cioè il francese. Ancora una volta dinamiche – e ingiustizie – sociali si riflettono nell’uso della lingua.

    L’influenza del francese, tuttavia, non è solo legata al lessico. In generale, i livelli di analisi di una lingua riguardano anche la fonologia, ovvero lo studio dei suoni di una lingua, e la sintassi, che studia come le parole costruiscono una frase e i modi in cui le frasi si collegano per costruire un periodo (l’insieme di parole comprese tra due punti fermi).

    Dal punto di vista fonologico, il francese contribuì a cambiamenti nei suoni vocalici. Per quanto riguarda la sintassi, l’inglese era caratterizzato dalla presenza di frasi coordinate, collegate da congiunzioni come and (“e”), so (“così”), but (“ma”). Nonostante l’inglese moderno presenti ancora tendenzialmente dei periodi semplici, il francese, lingua neolatina, ha aumentato il livello di subordinazione tra le frasi in un periodo.

    Nel XVI secolo, in cui si fa terminare il periodo del Middle English, convivevano ormai nella lingua inglese tre componenti: germanica, franco-normanna e greco-latina. L’inglese era pronto per partire alla conquista del mondo.

    Daniele Canepa
    [foto di Diego Arbore]

  • La prima seduta del nuovo Consiglio Comunale di Genova

    La prima seduta del nuovo Consiglio Comunale di Genova

    Via GaribaldiSi è tenuta ieri alle 14 a Palazzo Tursi la prima riunione del Consiglio Comunale di Genova. Si è trattato di una seduta dai contenuti piuttosto formali, in cui destavano particolare interesse soprattutto l’elezione del Presidente del Consiglio e la presentazione delle linee programmatiche del Sindaco.

    La riunione si è aperta con un minuto di silenzio in ricordo delle vittime del terremoto in Emilia e di due importanti personalità genovesi recentemente scomparse, l’ex consigliere comunale Bruno Delpino e il comandante partigiano Gino Campanella.

    Prima di entrare nel vivo dei lavori si è proceduto alla sostituzione – tecnicamente surroga – di tre consiglieri nominati assessori (Bernini, Crivello e Garotta) a causa dell’incompatibilità delle due cariche. Al loro posto sono subentrati i candidati non eletti che avevano ottenuto il maggior numero di voti all’interno della stessa lista. Ha presentato, invece, le proprie dimissioni Pierluigi Vinai, tornato alla Fondazione Carige dopo l’esperienza delle elezioni. Al suo posto è entrato in Consiglio Luigi Grillo.

    Al terzo punto dell’ordine del giorno si trovava l’elezione del nuovo Presidente del Consiglio Comunale, una delle questioni che avevano animato il dibattito politico in questi ultimi giorni. Alla seconda votazione è stato eletto Giorgio Guerello, che aveva già ricoperto questa carica nel ciclo precedente. Sull’elezione di Guerello la maggioranza ha votato in modo compatto e ha capitalizzato anche due voti provenienti dall’opposizione (27 voti Guarello, 1 Putti e 13 bianche). Questo nonostante l’Idv avesse manifestato una forte irritazione per la mancata attribuzione di una carica ai propri eletti. La maggioranza per ora sembra essere solida, ma si muove su un terreno scivoloso, poiché, in mancanza di un supporto da parte dei tre consiglieri dipietristi, il suo vantaggio sull’opposizione si ridurrebbe a cinque voti (21 a 16).

    Già a partire dall’approvazione del bilancio potranno verificarsi i primi problemi, poiché il coordinatore regionale Giovanni Palladini ha già sottolineato la contrarietà del proprio partito all’ipotesi di un aumento dell’Imu sulla prima casa. Lo stesso Palladini aveva anche rifiutato l’offerta di una delle due vicepresidenze, che sono andate a Pier Claudio Brasesco (Lista Doria) e Stefano Baleari (Pdl). Il regolamento del Consiglio Comunale prevede espressamente che una vicepresidenza vada all’opposizione.

    La conclusione di questa prima fase di “composizione” del Consiglio è stata caratterizzata dal giuramento del nuovo sindaco Marco Doria e dalla presentazione della nuova Giunta comunale con la riconferma degli assessori già presentati una settimana fa. Doria aveva chiesto fin dal principio che gli assessori non accumulassero incarichi e si dedicassero in toto al lavoro in Giunta, generando immediatamente difficoltà e polemiche. Alcune di esse sono rientrate, per esempio quella sul caso Oddone, assessore allo sviluppo economico, che dopo le prime reticenze, ha scelto di dimettersi dalla presidenza di Datasiel, la società informatica della Regione Liguria. Resta invece sulle proprie posizioni Isabella Lanzone, che ha deciso di mantenere il proprio incarico presso l’Asl di Udine. La Lanzone sarà assessore part-time al personale, percependo la metà dell’indennità prevista.

    La seconda parte della riunione del Consiglio Comunale ha invece toccato aspetti più politici, con la presentazione da parte del sindaco delle “linee di indirizzo politico” della nuova amministrazione comunale. Come ha affermato lo stesso Doria, non si tratta ancora di un vero e proprio “Documento programmatico di legislatura”, che verrà presentato successivamente e sul quale vi dovrà essere una delibera del Consiglio, ma di un’analisi meno formale di tre aspetti: le questioni di fondo che il Comune di Genova deve affrontare; i valori che guideranno l’azione dell’amministrazione; le relazioni di quest’ultima con gli altri soggetti pubblici e privati.

    La prima questione di cui ha parlato il nuovo sindaco è stata ovviamente la crisi economica. Marco Doria è stato chiaro: «…per l’Italia, per Genova, per l’Europa e per gli Stati Uniti non si profilano dei tempi da sviluppo economico accelerato». Per questa ragione il Comune dovrà impegnarsi per promuovere lo sviluppo di nuove attività imprenditoriali, ma al tempo stesso salvaguardare quelle già presenti. Genova è e resta una città industriale e portuale, ma dovrà crescere anche in nuovi settori nei quali presenta grandi potenzialità, come l’high tech, il turismo e la cultura. Altrettanto chiaro è stato il sindaco quando ha riconosciuto che il Comune, in realtà, non possiede competenze specifiche in ambito economico-produttivo, ma che, tuttavia, potrà cercare di esercitare pressioni politiche sulle decisioni che vengono prese a livello nazionale e regionale su questo tema.

    La crisi però non è solo economica. È evidente la presenza di un’altrettanto grave crisi sociale e politica. Sul primo versante il nuovo sindaco ha richiamato i principi di equità e giustizia sociale espressi dall’articolo 3 della costituzione e ha sostenuto la necessità di continuare a dare risposte immediate alle difficoltà dei singoli. In questo senso Doria ha affermato di non voler ridurre i servizi ai cittadini nonostante l’esigenza di contenere la spesa pubblica. Al tempo stesso il primo cittadino ha anche richiesto un impegno da parte degli organi comunali e dei suoi membri nel dare un esempio di trasparenza e integrità. Doria ha parlato di cultura della legalità come strumento per ridare dignità alle istituzioni e per contribuire a generare un riavvicinamento tra cittadini e politica.

    Altro tema fondamentale nel discorso di Marco Doria è stato l’ambiente. In questo ambito il sindaco prevede un forte impegno del Comune nella messa in sicurezza del territorio. Vi è la volontà di risolvere i problemi alla radice con investimenti ingenti che verranno programmati nel lungo periodo. Questo intervento strutturale comporterà anche la ridefinizione degli stili abitativi e costruttivi che hanno dominato fino ad oggi. In particolare il sindaco ha fatto riferimento al Piano Urbanistico Comunale (PUC) su cui già aveva iniziato a lavorare la giunta Vincenzi e che verrà ripreso dalla nuova giunta, cercando di mettere fine all’eccessivo consumo del suolo pubblico.

    Infine si è parlato di relazioni tra istituzioni comunali e altri soggetti pubblici e privati. L’amministrazione deve affrontare problemi complessi e spesso non ha i mezzi per farlo da sola. Per esempio nell’erogazione di servizi assistenziali alle persone hanno acquisito un ruolo sempre più importante le associazioni e le onlus che operano in questo settore affiancando il Comune. Il sindaco ha quindi sottolineato la necessità di coinvolgere maggiormente questi soggetti sia nella lettura dei bisogni esistenti, sia nella progettazione degli interventi. La stessa proposta è stata avanzata per ciò che riguarda i rapporti con gli altri enti pubblici, in particolare Regione e autorità portuale. Infine, Doria ha espresso il preciso intento di migliorare il dialogo con il mondo dell’economia. Di fronte alle richieste delle imprese l’amministrazione deve essere più efficiente. «Non e necessario che la risposta sia sempre positiva, ma deve arrivare con tempi certi e con il massimo della chiarezza» ha detto il sindaco. Su questo punto il Comune dovrà impegnarsi per favorire l’attività imprenditoriale genovese.

    Da questa prima seduta emerge senza dubbio la consapevolezza della complessità delle sfide che il Comune di Genova dovrà affrontare, ma al tempo stesso si percepisce la volontà di proporre soluzioni strutturali destinate a risolvere alla radice i problemi. Per ora si tratta ancora di “linee di indirizzo”, ma già nei prossimi giorni con la presentazione del bilancio e con i primi provvedimenti potremo verificare verso quale direzione si orienterà le nuova amministrazione Doria.

    Federico Viotti

    [foto di Daniele Orlandi]

  • Europa, la crisi è politica: chi è causa del suo mal pianga sé stesso

    Europa, la crisi è politica: chi è causa del suo mal pianga sé stesso

    Merkel e ObamaOra interviene anche Obama. E il problema del debito europeo diventa ufficialmente un problema globale. Con la Spagna sull’orlo del default e le indiscrezioni su un tardivo e improbabile piano di salvataggio europeo, gli Usa cominciano a preoccuparsi davvero.

    Tanto che si farebbe presto a scambiare per eccesso di arroganza le parole del portavoce della Casa Bianca, che ha dato la disponibilità dell’amministrazione americana «a consultarsi e a consigliare» le capitali europee in tema di crisi. Vale a dire “volete cominciare a fare qualcosa o vi dobbiamo fare un disegnino?”

    In realtà, come ha detto giustamente Edward Luttwak, non si tratta di arroganza: si tratta piuttosto di disperazione. Obama è già in campagna elettorale. Aveva appena finito di avviare il paese lungo il cammino di una crescita stentata, coordinandosi anche con gli interventi della FED per tenere il dollaro ad un livello competitivo, che è piombata la crisi europea a rischiare di rompergli le uova nel paniere. Se l’euro continua a svalutarsi, gli USA devono continuare a svalutare a loro volta per mantenere un rapporto euro/dollaro favorevole alle esportazioni. Inoltre se va in crisi il mercato europeo, va in crisi l’economia americana. Anzi, va in crisi l’economia mondiale.

    I dati economici sulla prima parte del 2012 danno Cina e India a livelli di crescita “ordinari”, lontani comunque dai livelli astronomici che avevano ancora nel 2011. Il Brasile, dopo il +7,5 % del 2010, è oggi in una fase di rallentamento che si avvicina alla recessione. E molti analisti attribuiscono la colpa di tutto alla crisi del debito europeo: il che significherebbe che persino i paesi cosiddetti “BRICS” (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica) soffrirebbero per i problemi dei cosiddetti “PIIGS” (Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia, Spagna). E quindi il mondo è a un livello di interconnessione che forse non immaginavamo.

    Per questo tutti sono preoccupati per il vecchio continente e stanno cominciando a fare pressioni, a vario titolo. Obama non sta solo suggerendo ricette economiche: sta cercando di sfruttare il suo peso politico per smuovere lo stallo. Il problema infatti non è che sui tavoli delle diplomazie europee manchino soluzioni: il problema è che si fa fatica a decidere chi debba pagarle.

    La Germania non si fida dei paesi dell’Europa meridionale, e per impegnarsi ancora a livello europeo (cioè per mettere denaro sul piatto), vuole che questi accettino di sottoporsi a regole comunitarie di politica di bilancio e di controllo dei conti: il che significherebbe abdicare a una parte di sovranità nazionale per delegarla a un’istituzione dove i Tedeschi la fanno da padroni. Intanto però questi paesi qualche sacrificio hanno cominciato pure a farlo: e finora la situazione è solamente peggiorata. Un cambio di rotta non si profila e la baracca minaccia di venire giù da un momento all’altro. Per questo cominciano a chiedersi se sia loro interesse rimanere a queste condizioni.

    In questo contesto, però, in cui tutti accampano sacrosante divergenze di vedute nazionali, viene meno proprio quella convergenza di interessi che era stata la fortunata condizione storica di partenza. Vale a dire che l’Unione Europa si era formata ed è rimasta in piedi fino ad oggi in parte grazie all’intuizione di una ristretta élite politica, ma in parte grazie al semplice fatto che a tutti è convenuto così. La Germania si è rifatta una verginità politica per la prima volta dal dopoguerra, e si è trovata con una moneta non troppo forte che ha favorito le sue esportazioni. I paesi del Sud si sono legati ad una regione economica più vasta e solida, che li ha messi al riparo dall’inflazione e ha garantito anche finanziamenti per le aree sottosviluppate. Fintanto che tutti sono stati bene, nessuno ha avuto niente da ridire. L’integrazione europea ne ha guadagnato. Grazie agli accordi di Schengen, per andare in Francia non era più necessario cambiare le lire con i franchi. E nessuno si preoccupava davvero che il coordinamento politico fosse insufficiente e rimanesse affidato a burocrati scelti dai partiti e mandati in istituzioni distanti dalle popolazioni che avrebbero dovuto rappresentare. Eppure è proprio per questo motivo che oggi l’Europa rischia di saltare.

    La crisi economica non è il responsabile, esattamente come non si può ritenere un compito in classe responsabile dell’impreparazione di uno studente. Se oggi l’Europa rischia di non superare nemmeno il suo primo test, ciò significa solo che era drammaticamente impreparata.

    Bisognava costruire un’unità politica, invece che accontentarsi della soluzione tanto comoda quanto fragile di mettere insieme moneta unica comunitaria e autonomie politiche nazionali. Certo, probabilmente serviva tempo: e nessuno si aspettava che il problema si sarebbe presentato così presto. Ma l’inerzia e la mancanza di iniziativa dell’attuale leadership europea stanno lì a dimostrare che lo slancio europeista e l’idealismo degli inizi si sono completamente liquefatti in pochi anni, sprofondati nel molle abbraccio di un benessere che si pensava infinito: e la costruzione di un progetto con grandi speranze si è atrofizzata e spenta.

    Insomma, se la crisi fosse scoppiata tra cinquant’anni, ci avrebbe colto alla sprovvista allo stesso modo di oggi. E come oggi ci avrebbe messo di fronte ad un bivio: o riprendere con decisione la marcia verso gli Stati Uniti d’Europa, ammesso che non sia troppo tardi, oppure ognuno per la sua strada. Gli Eurobond possono salvarci dalla sfiducia dei mercati, ma genereranno  problemi in futuro: e non possono salvarci dalle contraddizioni di una politica ripiegata negli egoismi nozionali.

    Purtroppo i leader europei si sono finora rivelati privi di respiro, mostrando di aver smarrito una vecchia verità: che per far politica non bastano voti, carisma, personalità, eloquenza, un pizzico di cinismo e onestà individuale, ma occorre anche una visione dialettica della realtà. Il politico non deve essere solo reattivo, saltando quando si presentano problemi, ma deve essere attivo, operando nella realtà per modificarla secondo una visione ben precisa e costruendo attorno a questa il consenso necessario. Il problema dell’Europa è quello di avere politici allenati a non perdere voti piuttosto che a ispirare una visione nelle masse. La Merkel difende gli interessi tedeschi. Ma Kohl immaginava un ruolo per la Germania in Europa. La differenza sta tutta qui.

     

    Andrea Giannini

  • Consulenza online: consigli per l’acquisto di un’automobile

    Consulenza online: consigli per l’acquisto di un’automobile

    In tanti mi chiedono: qual è la marca di automobili più seria? Vedo tante pubblicità… Eh, già, sembra proprio che adesso si vendano solo telefonini e automobili, a giudicare dalle reclame. Quale sia la marca automobilistica più seria non si può certo dire così su due piedi; certo è che alcuni parametri li possiamo prendere in considerazione.

    Innanzitutto partiamo proprio dalle pubblicità: un’impresa seria si vede anche da questo. Quanto è più chiara e comprensibile l’offerta, tanto è più semplice coglierne i vantaggi. Una marca “seria” non inserisce asterischi accanto all’offerta (l’offerta scritta a caratteri cubitali, le note asteriscate a caratteri illeggibili perfino sui manifesti per strada…); a questo punto va detto che poche case automobilistiche si distinguono in positivo.

    Un altro elemento chiave è la garanzia offerta. La legge sul consumo parla di due anni (a livello europeo); molte case si adeguano e nemmeno si sforzano per offrire qualcosa in più; poi ci sono casi eclatanti: la Kia Motors offre ben sette anni di garanzia, l’unica in assoluto! Viene da pensare: sanno che cosa vendono, sono sicuri del fatto loro… Infine ci sono le cosiddette promozioni. Di solito durano pochissimi giorni e riguardano le concessionarie che aderiscono all’iniziativa; sta a voi scoprire quali sono…

    Dopo la pubblicità viene la seconda fase dell’indagine, ovvero quella presso le concessionarie o autosaloni. In questo caso, la palla passa al venditore, che per la legge attualmente in vigore, è colui a cui bisogna chiedere il risarcimento in caso di difetto del veicolo: una apparente assurdità, ma questa è un’altra storia.

    E le storie potrebbe raccontarvele il venditore dandovi informazioni errate, proponendovi modelli poco validi o comunque non corrispondenti alle vostre esigenze; in questo caso il venditore “fa” la casa automobilistica, la nobilita quando si comporta correttamente, la discredita in caso contrario.

    Senza parlare delle finanziarie. Appiopparvi un finanziamento, per una concessionaria auto, è un ulteriore guadagno sulla vendita (una provvigione, tanto per intenderci); il concessionario ha subito il denaro corrispettivo dell’auto, voi la pagate in comode rate da qui all’eternità e, se sgarrate, sono problemi della finanziaria.

    Se, a questo punto, siete sicuri dell’automobile che volete acquistare, non vi resta che trovare chi vi offre le condizioni economiche migliori. Motivi apparentemente inspiegabili fanno sì che ad esempio in Piemonte sia molto più conveniente acquistare una vettura nuova, in Lombardia una usata. Qualcuno dice: è il mercato… sarà pure, ma non è possibile dovere perdere mezze giornate per scoprire se in una promozione vi sia una truffa, se la promozione è seria, verificare quale sia il concessionario più serio e, infine, fare tutte le valutazioni del caso in famiglia senza, peraltro, essere sicuri di avere fatto l’affare della vita.

    La morale? La pubblicità rimarrà sempre e comunque l’anima del commercio, ma il commercio non farà mai pubblicità all’anima.

     

    Alberto Burrometo

    Per segnalazioni, domande e richieste di consulenza scrivere a progetto.up@gmail.com oppure redazione@erasuperba.it. La rubrica “Consulenza Online” vuole essere un filo diretto con i lettori, il presidente dell’ associazione Progetto Up Alberto Burrometo è a vostra disposizione.

    [foto di Diego Arbore]

  • Oltre il giardino: un esempio di terrazza fra agrumi e bambù

    Oltre il giardino: un esempio di terrazza fra agrumi e bambù

    Abbiamo detto che ogni terrazza è un caso a sé e rappresenta un microcosmo, cui disposizione e scelta delle piante devono adattarsi. Nello scegliere le essenze si dovrà avere sempre in mente l’effetto complessivo che si desidera ottenere: elegante, formale, spontaneo o rustico.

    Le foglie, il portamento, le dimensioni e i colori della vegetazione e delle fioriture sono infatti in grado di modificare completamente l’insieme. Anche la destinazione d’uso del terrazzo dovrà essere poi attentamente valutata, si dovranno infatti tenere in considerazioni le diverse esigenze e la destinazione d’uso delle varie aree (solarium, barbecue…).

    Nella dislocazione delle piante si esamineranno e pondereranno l’ubicazione delle finestre della casa, della visuale che da questa si gode sull’esterno e, in linea molto semplificata, delle dimensioni. Spazi grandi richiedono generalmente piante grandi e spazi piccoli piante piccole, cosa non sempre semplice da ottenere dato che le piante sono vive e non del tutto e sempre controllabili!

    Una delle difficoltà pratiche maggiori si può riscontrare, per il neo giardiniere, con i rampicanti e con il loro sviluppo. La scelta della qualità corretta sarà quindi fondamentale per ottenere il risultato auspicato. Tra i più semplici da far crescere, si consigliano i gelsomini, alcune varietà di rose ed il diffuso Rincospermum jasminoides (rincospermo o gelsomino invernale).

    Per completare questa breve digressione sulla terrazza, vi descriveremo infine un esempio, un po’ particolare ma, secondo noi, ben riuscito, di terrazza cittadina. La ricostruzione non renderà però mai giustizia al risultato, garantito dalla natura e dalla dedizione dei proprietari.

    Il terrazzo in questione è caratterizzato da una semplice composizione, di taglio minimalista (per il tipo di piante impiegato) in contrasto con l’insieme complessivo, lussureggiante. Lungo i lati sono state collocate vasche contenenti grandi piante di bambù di differenti varietà. A completamento sono poi stati aggiunti vasi di agrumi (aranci selvatici o eventualmente, se si preferisse, di kumquat), caratterizzati dai loro fiori bianchi e soprattutto dalle abbondanti fruttificazioni di un elegante e lucido arancione carico. Per la copertura dei muri e frammisti all’insieme sono stati collocati gelsomini e Rinconspermum jasminoides, dalle foglie lucide e scure e dai fiori bianchi.

    Per enfatizzare l’insieme sono stati posizionati alcuni vasi di agapanto bianchi (o anche azzurri o eventualmente Cistus), dalla lussureggiante fioritura estiva e di facile coltivazione. In loro alternativa, si potrebbe peraltro optare, qualora si desiderasse un diverso effetto, per vasi di Sterlizia reginae, dalle infiorescenze giallo-viola-arancione e dall’estetica più esotica.
    Un’adeguata illuminazione radente dal basso, tra i bambù, completa l’insieme dando agli ospiti l’idea e la gradevole sensazione, nelle serate estive, di trovarsi nel verde e lontanissimi dalla città di tutti i giorni.

    di Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano
    Per informazioni: ema_v@msn.com

  • Nice to meet you, English! Alla scoperta della lingua inglese

    Nice to meet you, English! Alla scoperta della lingua inglese

    Bus di Londra“Where do you come from?” si chiede normalmente a una persona conosciuta da poco. Nel caso dell’inglese: “Where does English come from?” Quali origini ha l’inglese? Gli studiosi individuano tre diverse fasi: Old English, Middle English, Modern English.

    Per capire meglio, dobbiamo tornare indietro di alcuni secoli,  fino al 410 d.C. quando le legioni dell’Impero romano si ritirarono dalla Britannia, lasciando sull’isola popolazioni celtiche, che parlavano dialetti di un ceppo linguistico lontano da quello dell’inglese.  Il vuoto che seguì  fu colmato da popolazioni germaniche, che iniziarono a migrare verso l’isola a partire dal  449: gli Iuti, i Sassoni e gli Angli. Proprio da questi ultimi derivano England (“terra degli Angli”) ed English. Questa data è fondamentale perché segna per convenzione l’inizio dell’ Old English.

    Angli, Sassoni e Iuti provenivano dalle coste delle attuali Germania e Olanda e parlavano dialetti derivanti dal proto-germanico, l’antenato non solo dell’inglese, ma anche del tedesco e di altre lingue germaniche (svedese, olandese e danese per citarne alcune). A queste migrazioni si aggiunsero quelle dei Vichinghi, originari delle coste scandinave, i quali più o meno aggressivamente si stabilirono in Inghilterra a partire dall’VIII secolo. Diverse espressioni legate alla vita quotidiana dei dialetti – germanici anch’essi – dei nuovi arrivati si radicarono nell’Old English, tra cui: they are, birth (“nascita”), sky (“cielo”), window (“finestra”, dal composto “vindauga”, cioè “occhio del vento”).

    Ma quanto è simile l’Old English all’inglese di oggi? Ben poco. Se non mi credete, cliccate su questo link…  e verificate voi stessi. Potrete ascoltare la lettura del prologo di Beowulf, il poema epico più importante dell’inglese antico, che narra le gesta dell’eroe omonimo di fronte al mostro Grendel. Noterete  che rispetto a oggi sono radicalmente diverse la fonologia, la sintassi e il vocabolario. A questo punto sorgono due domande legittime: come mai l’inglese è cambiato così tanto? E perché le lingue, in generale, cambiano?

    E’ necessario rispondere innanzitutto alla seconda: la storia di una lingua è la storia delle persone che la parlano. Una lingua non è solo un mezzo per interagire con altri individui, ma soprattutto per comprendere la realtà: è normale quindi che tale strumento si evolva per “dare un nome” ai cambiamenti che hanno luogo nella società. A tale proposito, viene in aiuto una citazione da Aspects of the Theory of Syntax del grande linguista Noam Chomsky secondo cui una proprietà del linguaggio è: “Fornire i mezzi per […] reagire in modo appropriato a una gamma illimitata di nuove situazioni.”

    A causa del loro carattere dinamico, tuttavia, le lingue non cambiano solo in risposta a esigenze che provengono dall’ “esterno”, ma anche per ragioni “interne”. Per esempio, la pronuncia può evolversi nel corso del tempo, magari per facilitare l’articolazione di determinati suoni.

    Altri fattori determinanti sono il contatto stesso tra lingue diverse e lo status che viene attribuito a certe espressioni rispetto ad altre. Al riguardo, ho un aneddoto significativo. Pochi giorni fa ho ricevuto un’email in cui sono stato definito come lavoratore “skillato”, ovvero “qualificato”. Per fortuna conosco l’inglese, altrimenti avrei potuto confonderlo con un’offesa… Battute a parte, la cosa mi ha fatto riflettere su quanto l’inglese sia penetrato nella nostra lingua, proprio perché in alcuni ambiti – in particolare quello business – usare alcune espressioni inglesi è uno status symbol.

    Saranno proprio il language contact e il prestigio sociale a giocare un ruolo chiave nel passaggio da Old a Middle English, come vedremo prossimamente…

    Daniele Canepa

    [foto di Diego Arbore]

  • Che cos’è il Consiglio Comunale: competenze, regole e funzioni

    Che cos’è il Consiglio Comunale: competenze, regole e funzioni

    Consiglio Comunale di GenovaQuesto articolo rappresenta per Era Superba – e per me – l’inizio di una nuova esperienza. Con l’occasione delle recenti elezioni comunali e l’insediarsi di un nuovo Consiglio Comunale, abbiamo pensato di creare “Liberi Tursi“, una nuova rubrica dedicata alle attività del Consiglio comunale. L’idea nasce dalla sensazione che ciò che avviene all’interno dell’organo istituzionale per definizione più vicino ai cittadini non sia, in realtà, così chiaro alle persone. Si sa che il linguaggio della politica e della burocrazia risulta spesso di difficile lettura per i non addetti ai lavori, ma talvolta neppure il mondo dell’informazione è sufficientemente attento a trattare questi temi con la dovuta chiarezza. Per questa ragione abbiamo concepito la nostra nuova rubrica come un servizio per i lettori; un nuovo strumento per cercare di raccontare con trasparenza i problemi di cui si discuterà nel Consiglio genovese e per spiegare le decisioni prese dai politici locali e i loro effetti sulla cittadinanza.

    Per iniziare ad occuparci di questo argomento abbiamo pensato che fosse utile creare innanzitutto uno schema di riferimento che fornisse a noi e ai soprattutto ai lettori “le lenti” giuste per comprendere e interpretare le scelte degli organi di governo comunali. Quali sono questi organi? Come si organizzano? Chi ne fa parte? Quali competenze hanno? Cosa possono decidere? Queste sono solo alcune delle domande a cui si cercherà di dare una risposta in questo primo articolo di “Liberi Tursi”…

     

    ORGANIZZAZIONE E COMPOSIZIONE DEGLI ORGANI COMUNALI 

    Leggi, statuti e regolamenti definiscono l’organizzazione e la composizione del governo comunale. In particolare la legge 142 del 1990 ha definito i suoi tre principali organi: consiglio, sindaco e giunta. Vediamoli nel dettaglio.

    Il Consiglio Comunale è un organo assembleare il cui numero di membri è stato recentemente modificato dalla legge finanziaria del 2010, con l’obiettivo di contenere la spesa pubblica. I consiglieri genovesi, che in precedenza erano 50, sono stati ridotti a 40. Quest’organo rimane in carica cinque anni, a meno di una variazione di almeno ¼ della popolazione (nel caso di fusioni, incorporazioni di più comuni o distacco di una frazione di essi) o di dimissioni contestuali della metà più uno dei consiglieri. Il consiglio può anche essere sciolto per violazioni della costituzione o delle leggi, per gravi motivi di ordine pubblico e infiltrazione mafiosa. Altre ragioni “più politiche” che ne possono comportare lo scioglimento sono: le dimissioni del sindaco, una mozione di sfiducia nei confronti del sindaco stesso e la mancata approvazione del bilancio.

    All’interno dell’assemblea si possono formare dei gruppi consiliari formati da consiglieri dello stesso orientamento politico. I capigruppo costituiscono la Conferenza dei capigruppo, il cui ruolo è quello di coordinare e programmare i lavori all’interno del Consiglio.

    Come avviene nel Parlamento nazionale si possono anche formare delle commissioni che, ad esempio, compiono una prima ricognizione su un tema di cui l’assemblea deve occuparsi. Le commissioni possono anche effettuare delle indagini su determinati fatti o episodi e svolgere funzioni consultive e di controllo.

    Il Sindaco è il colui che dà impulso e dirige l’azione del governo comunale. Dal 1993 (legge 81 del 1993) viene eletto direttamente dai cittadini e nomina la propria giunta, potendo anche rimuovere gli assessori, senza la necessità di richiedere alcuna approvazione da parte del Consiglio. Ciò evidenzia che il sindaco riveste una posizione di chiara supremazia rispetto agli altri soggetti. Tuttavia egli può essere sfiduciato con una mozione motivata e sottoscritta da almeno 2/5 dell’assemblea e approvata dalla maggioranza assoluta dei consiglieri (votazione per appello nominale).

    Infine vi è la Giunta, ovvero l’organo esecutivo comunale di cui fanno parte gli assessori (che non possono essere contemporaneamente consiglieri) e lo stesso sindaco. I membri della giunta collaborano con il “primo cittadino” alla definizione delle politiche e a presentarle all’interno del consiglio.

    Un’ultima figura rilevante è quella del Presidente del Consiglio comunale, il quale dirige i lavori dell’assemblea e la convoca. Non è quindi il Sindaco a coordinare il Consiglio perché a partire dal 1993, si pensò di distinguere in modo più netto esecutivo da assemblea.

     

    MATERIE DI COMPETENZA

    Questo punto è di cruciale importanza, perché spesso i mezzi d’informazione attribuiscono in modo un po’ confuso la responsabilità di alcuni provvedimenti a soggetti in realtà poco o per nulla competenti in materia. Ciò crea una certa confusione sulle funzioni e i compiti propri dell’amministrazione comunale. Cerchiamo di fare chiarezza su questo punto.

    Innanzitutto il Consiglio approva il bilancio annuale e previsionale e il rendiconto di gestione del comune. Molto importanti sono anche le competenze sul piano urbanistico (piano regolatore, piani attuativi di regolamenti edilizi, concessioni edilizie) e sulla manutenzione di strade, piazze e giardini. A livello ambientale il comune si occupa dello smaltimento dei rifiuti e del controllo del livello d’inquinamento (acquifero, acustico, atmosferico). Inoltre gestisce i trasporti pubblici locali in collaborazione con la provincia, disciplina la circolazione stradale e garantisce il rispetto delle norme sul traffico (vigili urbani).

    Gli organi di governo del comune si occupano anche di sviluppo economico e di attività produttive, in particolare regolando il rilascio di licenze per negozi, vigilando sul rispetto delle norme che riguardano i prezzi al consumo, il funzionamento dei mercati comunali e gli orari delle attività commerciali.

    Un’altra area di competenza è quella dei servizi alla persona e alla comunità. In questo ambito non rientra tanto la sanità, che è soprattutto in mano alle regioni e allo stato, bensì i servizi sociali e assistenziali. All’amministrazione comunale è stata attribuita una sempre maggiore responsabilità anche nella soppressione o aggregazione di istituti scolastici di livello inferiore a quello secondario. Infine vi è una competenza che riguarda i beni e le attività culturali, basti pensare ai musei e alle biblioteche civiche.

    Nonostante questo elenco delle competenze comunali non sia del tutto completo, si nota immediatamente la loro specificità. Si deve quindi riconoscere che l’azione del governo locale definisce soprattutto alcuni aspetti di dettaglio, dovendo mantenersi all’interno di una disciplina più generale dettata soprattutto dagli organi dello Stato e dalle regioni. È quindi oltremodo importante verificare quando certi atti dipendano direttamente dalla volontà dei comuni e quando, invece, si tratti di un’applicazione di regole sovraordinate.

     

    TIPI DI ATTO NORMATIVO

    Cosa “produce” un Consiglio Comunale? Innanzitutto sgombriamo il capo da un primo possibile equivoco: il Consiglio non approva leggi, bensì regole. Queste possono essere di diverso tipo. Al loro interno rientrano innanzitutto gli statuti, nei quali sono contenuti i principi dell’ordinamento comunale (Statuto del Comune di Genova). Scendendo di grado troviamo i regolamenti che hanno come obiettivo quello di definire più nel dettaglio il funzionamento di certe attività come, ad esempio, l’edilizia, la polizia urbana, nonché l’organizzazione degli uffici amministrativi e lo stesso funzionamento del Consiglio (Regolamenti del Comune di Genova). Su altre situazioni complesse gli organi comunali producono degli atti di carattere generale che prendono appunto il nome di piani o programmi. I più noti sono senza dubbio i piani regolatori, ma ne esistono molti altri che riguardano le opere pubbliche e la gestione del territorio. Chiaramente negli ambiti di propria competenza il comune non si limita a definire degli orientamenti generali, ma si spinge anche nel dettaglio con una serie di atti amministrativi che riguardano la singola situazione, la singola persona o un singolo bene. Questi atti permettono di dare attuazione alle linee generali determinate dagli organi di governo ordinando, vietando o autorizzando ad esempio la costruzione di un edificio o impedendo la circolazione del traffico in un dato luogo per un certo periodo.

     

    POSSIBILI SVILUPPI

    La recente modifica dell’assetto delle Province, avvenuta per effetto dei tagli alla spesa pubblica voluti dal Governo Monti, coinvolge direttamente i consigli comunali. A questi ultimi viene assegnato il compito di eleggere i dieci membri del nuovo Consiglio Provinciale, ma, cosa più importante, al comune verranno trasferite entro il 31 dicembre la maggior parte delle funzioni provinciali. La Provincia di Genova, per esempio, è già stata commissariata con l’obiettivo di traghettarla al suo nuovo assetto. Lo sviluppo, ancora abbastanza incerto, di questa riforma comporterà un cambiamento di grande rilievo per i comuni italiani, e avrà sicuramente delle ripercussioni importanti sull’attività dei suoi organi, che vedranno aumentare i propri compiti e le proprie responsabilità.

     

    Nonostante la lunghezza di questo primo articolo sono molte le cose che si potrebbero ancora dire sull’organizzazione e il funzionamento di un’amministrazione comunale, ma vale la pena farlo mano a mano che procederemo con il resoconto delle sedute del Consiglio comunale. La sfida è proprio questa: avvicinare le istituzioni locali ai cittadini. Una sfida che lo stesso Comune di Genova – come molti altri – sta cercando di affrontare, creando all’interno del proprio sito web molti strumenti, per rendere più trasparente la propria attività. Crediamo che questa sia la via giusta e, nel nostro piccolo, vogliamo contribuire a rafforzarla.

    Buona lettura a tutti.

    Federico Viotti