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Scopri Genova e la Liguria, la sua storia, la tradizione, la cucina e le curiosità.

  • Consulenza online: condominio e sinistri stradali, la mediazione è un problema

    Consulenza online: condominio e sinistri stradali, la mediazione è un problema

    La scorsa settimana eravamo rimasti con l’amministratore di condominio che otteneva l’ok dall’assemblea per andare in mediazione… Ora, mi si permetta una considerazione: vi sono situazioni oggettivamente non conciliabili.

    Poniamo che un’assemblea condominiale deliberi di espropriare Tizio di un bene di sua proprietà; la delibera di per sé è nulla e quindi è sempre impugnabile da Tizio. Qui non esiste una situazione “grigia”: il bene è di proprietà di tizio oppure non lo è. La mediazione è priva di senso logico. Eppure è obbligatoria…

    Anche l’assemblea che dia il proprio benestare all’amministratore affinchè quest’ultimo si presenti all’udienza di mediazione, in che termini può farlo? E poi, in mediazione può accadere (anzi, è altamente probabile) che vi sia una proposta transattiva; di regola, l’amministratore dovrebbe riconvocare un’altra assemblea straordinaria per avere l’ok su quella proposta. Di fatto, il procedimento di mediazione si chiude (positivamente o negativamente) in due sedute.

    A questo punto la domanda sorge spontanea: togliere lavoro ai tribunali è cosa buona e giusta, ma creare situazioni grottesche come quella appena descritta è la soluzione alternativa?

    E nell’ambito dei sinistri stradali le cose non vanno meglio. Vi è da discutere sia sulla responsabilità nel causare l’incidente, sia nel determinare l’entità del risarcimento. Sul punto della responsabilità, vi è da dire che questa va provata (con verbali dell’Autorità intervenuta piuttosto che con i testimoni…); sul punto della quantificazione non è facile trovare l’accordo, specie se vi sono i carrozzieri di mezzo. Il procedimento di mediazione deve durare al massimo 4 mesi e, in certe situazioni, potrebbero non bastare… Da ultimo, bisogna aspettare un po’ di tempo per vedere questo procedimento pienamente assestato e, quindi, per valutarne l’utilità o meno. Per fortuna, nei sinistri stradali le situazioni sono in generale tutte grigie.

    Alberto Burrometo

    Per segnalazioni, domande e richieste di consulenza scrivere a progetto.up@gmail.com oppure redazione@erasuperba.it. La rubrica “Consulenza Online” vuole essere un filo diretto con i lettori, il presidente dell’associazione Progetto Up Alberto Burrometo è a vostra disposizione.

  • L’Europa è una bomba a orologeria, siamo pronti all’addio della Grecia?

    L’Europa è una bomba a orologeria, siamo pronti all’addio della Grecia?

    EuroQuando parlo con la gente, mi rendo conto con stupore che pochi hanno capito la gravità della situazione. I più sono convinti che l’Europa non possa sfaldarsi e che l’Italia non tornerà mai alla lira: si crede che di fronte alla prospettiva di perdere un componente così importante dell’Unione, dando un colpo fatale al sogno europeo, le resistenze individuali e gli egoismi nazionali prima o poi cadranno. Speriamo. Temo però che questa prospettiva ottimistica dipenda solo dal fatto che si sottovalutino o si ignorino gli allarmi lanciati dagli economisti, e che non si sappia o non si voglia ammettere che il burrone si apre dritto di fronte a noi, che l’auto su cui viaggiamo è lanciata a tutta velocità e che l’autista continua ad accelerare.

    A dire il vero non tutti gli addetti ai lavori pensano che un’eventuale nostra uscita dall’euro possa rivelarsi catastrofica come un volo da un crepaccio. Nel breve periodo sarà probabile un drastico peggioramento delle condizioni di vita, con una riduzione significativa del poter di acquisto dei salari. Sul medio periodo però la situazione potrebbe migliorare sensibilmente. Quello che è certo è che, al di là delle tinte più o meno fosche con cui lo si dipinge, ogni economista che s’interessi della situazione europea non può più ignorare questo scenario: anzi tende a considerarlo sempre più probabile ogni giorno che passa.

    Tanto per fare un esempio, recentemente Paul Krugman – che cito frequentemente essendo uno dei più noti ed influenti economisti a livello mondiale (ha vinto un Nobel, insegna a Princeton e scrive sul New York Times) – ha dato la Grecia fuori dall’euro a giugno: cioè il mese prossimo. Appena accadrà, ciò spingerà lo Stato italiano e quello spagnolo a varare regole draconiane che vietino trasferimenti di denaro all’estero e pongano un limite al prelievo di contanti. Il che significherebbe il panico e il default a un passo.

    A questo punto i tedeschi avrebbero due sole possibilità: da una parte sconfessare in un battito di ciglia tre anni di politica di rigore ed austerità, ammettendo di aver sbagliato tutto; dall’altra decretare la fine all’euro. Ma non è Krugman l’unico a esprimersi in questo senso: ormai è chiaro a tutti che l’eventualità sta lì, concretissima, a portata di mano. E chi ha delle carte da giocarsi si sta già muovendo.

    Infatti, al di là delle dichiarazioni ufficiali improntate alla misura e all’ottimismo, tutte le cancellerie d’Europa si stanno preparando ad un’uscita della Grecia: “GreExit” è la parola d’ordine. Anche Monti, se non è uno sprovveduto o l’ultimo dei Giapponesi, si starà sicuramente preparando all’eventualità che un default greco faccia salire la tensione dei mercati sul debito italiano. Temo che se la gente avesse idea di quanto seriamente gli addetti ai lavori stiano prendendo la faccenda, l’ottimismo svanirebbe in fretta e si diffonderebbe il panico.

    Ed è proprio questa certezza – oserei dire – “matematica” sulle conseguenze a cui questa linea ci sta portando a far pensare a tutti che i Tedeschi, se non si smuovono ora, non si smuoveranno nemmeno nel prossimo futuro. Due anni fa si poteva ancora pensarla diversamente: ma oggi non c’è più nessuno disposto a dire che la politica voluta dalla Germania nei confronti della Grecia, in particolar modo il principio del “share the burden”, vale a dire di ripartire tra tutti i debitori le perdite della rinegoziazione dei debiti di Atene, puntando sull’austerità e il contenimento del debito, sia stata la mossa azzeccata. Lo stesso Krugman in un’intervista al settimanale tedesco Der Spiegel ha dichiarato chiaro e tondo: «Abbiamo avuto due anni e mezzo di tempo per valutare gli effetti di queste politiche [di austerità, ndr] e mi stupisce che, malgrado le prove evidenti del fallimento, sia ancora questa la ricetta che si intende usare».

    Il debito che abbiamo accumulato non c’entra nulla con la crisi in atto. (Sempre Krugman: «Non sto dicendo che il debito non mi preoccupa. Sto cercando di far capire che in questo momento non deve preoccupare»). E’ stato piuttosto il fatto di non mettere la garanzia europea sul debito a scatenare l’attuale crisi. Se un titolo di stato europeo (che sia greco o tedesco, non importa) può non essere onorato e può essere rinegoziato, provocando così perdite per chi lo detiene, è ovvio e normale che la gente non lo comprerà più tanto facilmente. O lo banca centrale di quello Stato (nel nostro caso la BCE) stampa tanta moneta quanto ne serve, andando incontro alla svalutazione, ma onorando i debiti, oppure è ovvio che la gente si libererà dei titoli di quegli Stati considerati meno solidi e quindi a rischio fallimento non appena s’intacchi la fiducia nel sistema. La Germania è troppo solida per fallire, ma l’Italia e la Spagna no. Eppure sono troppo grandi e troppo importanti, questo si, perché un loro default e una loro uscita dall’euro non possa segnare inevitabilmente la fine dell’Unione Europea.

    A questo punto i Tedeschi non possono più fingere di non sapere verso cosa ci stanno portando. Perché non cambiano rotta e non accettano una misura di garanzia europea (tipo Eurobond) che ripristini la fiducia? Ci sono vari motivi. Innanzitutto, l’ho già scritto, da loro va tutto bene e l’urgenza della crisi non si sente. L’export verso l’Asia è cresciuto tantissimo e probabilmente molti in Germania pensano che si possa vivere benissimo anche senza il mercato interno europeo. In secondo luogo dalla fine della prima guerra mondiale i Tedeschi hanno un sacro terrore dell’inflazione, e pensano comunque che un aumento dei prezzi sarebbe l’ennesima tassa che loro, i più virtuosi, devono pagare per salvare gli altri, i meridionali, quelli che hanno speso e sperperato per anni. Infine è probabile che per la loro mentalità protestante sia inconcepibile che chi si macchia di una colpa (fare debiti per anni), poi non ne paghi il conto (accettare pesanti misure di austerità).

    E anche se ci sono possibilità che questa linea di pensiero conduca a  conseguenze negative per la stessa Germania, non è detto che il buon senso e la praticità riportino i Tedeschi a più miti consigli: storicamente, se c’è un popolo che ha dimostrato senso morale e perseveranza, a costo di una certa ristrettezza di pensiero, questi sono proprio i compatrioti di Bismarck.

    In ogni caso nelle prossime settimane sapremo se il rischio si concretizzerà, oppure se la tempesta passerà davvero, dando ragione a chi sostanzialmente non si preoccupa della cosa o la ignora. Un po’ come accade in certi film americani, dove l’eroe disinnesca all’ultimo secondo la bomba nucleare che è destinata a radere al suolo New York City, mentre la gente ignara continua a vivere la sua vita come niente fosse.

    Andrea Giannini

  • Storia di Genova: San Lorenzo, il piazzale medievale

    Storia di Genova: San Lorenzo, il piazzale medievale

    Cattedrale S.Lorenzo

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    Se sei nato a Genova non ci fai caso, ma qui tutto è parsimonioso, proprio come ci insegna la tradizione che vuole i suoi abitanti corredati dal “braccino corto”, marchio d’infamia che pare dobbiamo a Sir Francis Drake, navigatore, corsaro e politico inglese, e ai poco accorti nostri antichi concittadini del ‘500 che decisero di schierarsi con gli spagnoli nella guerra contro l’Inghilterra. Furono proprio i genovesi, infatti, a finanziare “l’invincibile armata”, costituita da 130 vascelli e da 24000 uomini, ma l’esito disastroso della spedizione insegnò loro, da quel giorno, ad essere più oculati nell’aprire i cordoni della borsa, nonché ad ostentare quella diffidenza verso i “foresti” che è un altro “pregio” che si ascrive ai liguri.

    Parsimoniosi, dunque con il denaro, con il sorriso ma anche con lo spazio, conteso al mare e ai monti  metro su metro, oggi come ieri, battaglia che si rispecchia nelle sue caratteristiche creuze, nei suoi angusti vicoli, nella sua scarsità di ampie piazze. Non stupisce, dunque, che il sagrato a che si apre davanti alla Cattedrale di San Lorenzo, unico slargo degno di questo nome, fosse, nel Medioevo, uno spazio pubblico dove si svolgeva la maggior parte della vita civile, economica e politica della città.

    A partire dal 1300, qui, aveva luogo la designazione del doge: erano riunioni popolari spesso tumultuose come quella in occasione dell’elezione di Simon Boccanegra (1339), primo doge di Genova (a cui si ispirò Giuseppe Verdi per la composizione dell’omonima opera),  durante la quale, scalmanati avversari politici, appartenenti al vecchio regime, bruciarono, nel piazzale, i libri dei crediti della Repubblica, naturalmente, tra le grida esultanti degli spettatori.

    Nel quotidiano, mentre lungo i muri della chiesa stazionavano i besagnini, esponendo i loro prodotti ortofrutticoli, Piazza San Lorenzo era occupata dalle “caleghe” (dal latino callegarii, ovvero aste pubbliche), un variopinto mercato dell’usato non dissimile da quello che si  tiene a Palazzo Ducale, la prima domenica del mese. Nel 1615, però, in seguito alla morte di un gabelliere per mano di un “repessin”, le autorità furono indotte ad abolire tale pratica.

    Incontro rituale era, poi, quello che si svolgeva durante la festa del santo patrono della città, San Giovanni Battista: per questa occasione, ci si recava a comprare le “benedizioni”, cioè foglie di noci, rami di sambuco ed altre piante perché, secondo le antiche credenze, le erbe bagnate dalla rugiada  di quella notte “magica” avevano straordinarie proprietà curative. Nel giorno del solstizio d’estate, infatti, il sole e la luna,  a detta della tradizione, si univano in matrimonio, riversando sulla terra  energie positive che inducevano effetti miracolosi come quello di fare fiorire le felci. Una fioritura effimera, di una sola notte, che, se raccolta, avrebbe avuto il potere di far piegare qualunque volontà.

    Il fascino di un “ sogno di una notte di mezza estate”, come direbbe lo stesso Shakespeare, lasciava il posto, spesso, nell’arco dell’anno, ad episodi  non proprio bucolici: ne rimangono tracce sulla porta laterale della Cattedrale, Porta di San Gottargo, dove sono visibili i buchi impressi dai micidiali dardi delle balestre o le fenditure alla base delle colonne, conseguenze di un incendio divampato durante le lotte tra Guelfi e Ghibellini, nel 1296.

    Cattedrale S.LorenzoSan Lorenzo, pozzanghera

     

     

     

     

     

     

     

    Ricordiamo, poi, che le chiese e le loro pertinenze godevano dell’immunità giudiziaria, diritto di asilo emanato da una bolla papale ed in essere fino al XVIII secolo. Tutte le chiese ne fruivano ed accoglievano rei di tutti i tipi ad eccezione di quelli condannati per omicidio volontario. Non è difficile immaginare che qualche “furbetto” strumentalizzasse tale prerogativa per trarne un illecito vantaggio. E’ il caso di “o Serronetto”, lestofante settecentesco che aveva eletto a domicilio proprio la Cattedrale. In agguato e pronto a colpire, quando individuava l’oggetto delle sue malefatte, scendeva nella piazza, metteva in opera la sua bricconata e, con altrettanta rapidità, riguadagnava i “sacri” scalini dove era al sicuro dalle pene della legge. Si racconta, ad esempio, che il mattino del 2 settembre 1729, con un suo provvido intervento, avesse liberato un camallo accusato per una questione di tabacco  e nello stesso giorno avesse fatto oggetto di una fitta sassaiola i gendarmi di passaggio. Quel satanasso “che stando sopra la scala… fa tutto il giorno molte insolenze” fu infine preso e condannato a dieci anni da trascorrere nelle patrie galere ma, il giorno stesso, evase per rifugiarsi nella Chiesa degli Incrociati.

    La piazza è stata, anche, testimone di eventi più edificanti: qui transitavano notai e cancellieri che si recavano nel Chiostro per redigere atti importanti; vi passavano i poveri che andavano a elemosinare un piatto di minestra, vino e focaccia distribuiti dai Canonici o la attraversavano i 13 indigenti, prescelti tra i senza tetto, a cui,  in occasione del Giovedì Santo, dopo la lavanda dei piedi da parte del Reverendo Capitolo, capeggiato dall’Arcivescovo, veniva offerto un pranzo completo.

    Come in ogni angolo di Genova che si rispetti, non può mancare un po’ di “noir”. Il 26 febbraio 1799, Sebastiano Biagini, giornalista e politico (fu uno dei fautori della caduta della vecchia Repubblica) fu pugnalato a morte  dal collega Queirolo, mentre si trovava all’interno della farmacia Dodero, prospicente la piazza. La parte più horror della vicenda, però, fu il funerale che ne seguì: il cadavere non fu messo in una bara ma seduto, come se guidasse, su un carro trainato da sei cavalli bianchi e, così, traslato alla Basilica di Carignano. Qui, fu composto, sempre seduto, al centro di una macabra scenografia: nelle mani gli fu messa una copia della Costituzione,  a destra, una statua della Storia nell’atto di incoronarlo, a sinistra, un effige del Genio Ligure che bruciava una serpe, incarnazione dell’avversario che ne aveva causato la morte, alle spalle, una stele simboleggiante l’Eternità dietro cui occhieggiava, funerea, la Morte. Sopra tutta questa “artistica” composizione, che fu lasciata in esposizione per ben due giorni, campeggiava un’aerea Fama provvista di tromba.

    Per tornare a cose più amene, fa sorridere, oggi, la denuncia di un anonimo (1745) che segnalava “il disordine scandaloso di vedere, alla notte, uomini e donne frammischiati sopra la scalinata di San Lorenzo” o la riprovazione che veniva manifestata nei confronti di giovani nobili per un comportamento giudicato disdicevole: questi bricconi impenitenti solevano, infatti,  bivaccare sulla piazza, nell’imminenza delle funzioni religiose, per “sbirciare” le caviglie delle giovanette che scendevano dalle carrozze.

    Tante storie, dunque, curiose, tristi o tragiche raccontate da una piazza molto diversa da quella attuale perché, nel 1830, fu necessario un profondo restyling, demolendo alcuni edifici che erano stati costruiti a ridosso della cattedrale, al fine di restituirle un po’ di spazio. Il Palazzo dei Fieschi, che trovate, sulla sinistra, ponendovi con le spalle alla Cattedrale,  è un esempio evidente di questo “recente” ridimensionamento:  se guardate attentamente, potrete constatare, infatti, che ne è stata asportata una “fetta”, come si evince dalla facciata che risulta arretrata rispetto all’originale.

     

    Adriana Morando
    foto di Daniele Orlandi

  • Oltre il giardino: la terrazza in città

    Oltre il giardino: la terrazza in città

    La terrazza in città rappresenta, a nostro avviso, un vero lusso, nel senso lato del termine. In una città, come Genova, dal clima mite, poter disporre di uno spazio esterno alla casa, fruibile per grande parte dell’anno, garantisce la possibilità, se ben curato, di avere uno stretto e immediato contatto con la natura, anche in un contesto fortemente cementificato ed urbanizzato.

    Nel presente articolo potremo ovviamente fornire solo alcuni rapidi accenni alla materia. L’enorme varietà di esposizioni, dimensioni, conformazioni delle varie terrazze necessita infatti di uno specifico studio, sia dal punto di vista progettuale che della scelta delle piante più adatte.

    In una città dal clima mediterraneo, come è Genova, sarà ovviamente possibile l’impiego della gran parte delle essenze di cui abbiamo già parlato nell’articolo della settimana scorsa. Tale schema potrà poi essere integrato o variato, a seconda del contesto e delle esigenze, con altre varietà.

    Per esempio, in posizioni ombrose o semiombrose, si potranno poi facilmente coltivare ortensie, oste, felci, bossi oppure acidofile (piante che necessitano di un terreno con particolare livello di acidità) quali azalee, rododendri, skimmia e camelie.

    Molto poi dipenderà dall’effetto che si desidera ottenere e dal contesto stilistico complessivo in cui la singola terrazza si inserisce. Per esempio, in un edificio ottocentesco o comunque di stile classico, si potranno, ad esempio, utilizzare piante di alloro o di bosso, unite magari ad ortensie bianche o altre varietà meno note di hydrangea (ad es: paniculata o quercifolia).

    Nel dettaglio, il citato bosso è infatti un cespuglio longevo, dalla crescita regolare, dalle eleganti foglie ovaliformi scure, genericamente utilizzato in giardini o contesti di taglio classico. Per la copertura di muri, pareti verticali o strutture in ferro, suggeriamo, in questo caso, l’impiego di rampicanti quali il gelsomino o il rhyncospermum jasminoides, entrambi dalla fioritura estiva bianca. L’insieme di per sé classico e “formale” potrà poi essere alleggerito o sottolineato mediante l’impiego di bulbose o piante di stagione, da scegliere secondo le finalità desiderate ed, ovviamente, il gusto del proprietario!

    In un simile insieme si potranno, per esempio, poi invece aggiungere in luogo delle ortensie, se l’esposizione lo consente, alberelli di limoni, arance o kumquat, sempre di impianto semplice ma di richiamo più mediterraneo.

    La scelta dei vasi, delle vasche e dell’insieme degli altri elementi di arredo risulta evidentemente di grande rilievo in ambito cittadino e fortemente caratterizzante dell’insieme complessivo.

    Particolare attenzione si suggerisce inoltre di riporre nella scelta dei materiali, ad esempio, della pavimentazione. Si tratta infatti di interventi definitivi o difficilmente modificabili (salvo grandi spese!)  in un secondo momento. Anche l’illuminazione avrà poi, specie  nelle serate estive, un ruolo di primo piano, potendo decretare il successo dell’insieme e/o la valorizzazione della singola pianta.

    Come già accennato in altro articolo, non va neppure sottovaluta la valenza olfattiva di alcune specie vegetali e delle loro fioriture tardo primaverili ed estive.

    Una terrazza in città, se ben strutturata, potrà quindi rappresentare completamento e valorizzazione di un appartamento ma potrà anche, se il proprietario lo desidera, assumere una valenza meno formale e diventare un semplice insieme di piante rustiche.

    Nel caso in cui, per esempio, la terrazza o il balcone siano siti in prossimità del vano cucina, l’insieme potrebbe essere completamente diverso da quello sopra descritto e molto più spontaneo. Si potrebbe infatti immaginare di collocare vasi di rosmarino, salvia, lavanda ed altre piante officinali nonché dedicarsi alla crescita, in terrari, di erbe aromatiche (basilico, erba cipollina, …) ed eventualmente di qualche ortaggio di più facile coltivazione. Alla valenza più propriamente estetica, si aggiungerebbe, in questo caso, anche quella pratica, oltre alla soddisfazione del proprietario di vedere crescere il proprio basilico.

    Come nel caso della terrazza al mare, i due esempi riportati sono solo alcuni dei possibili e numerosissimi tipi di terrazze ipotizzabili. Il pressoché sconfinato mondo vegetale, unito alla fantasia del progettista, permettono infatti combinazioni infinite e risultati, a priori, inimmaginabili. Non si deve però pensare che si debba necessariamente disporre di grandi spazi o di ampie terrazze. Anche due soli vasi con cespugli o alberelli potati secondo i dettami dell’“ars topiaria” e poche bulbose o stagionali alla base, posti simmetricamente ai lati di una porta, o un rampicante che si abbarbica su una balaustra, possono cambiare completamente il contesto. Tutto ciò con notevole risultati estetici e di soddisfazione nel prendersene cura, del tutto paragonabili ad una ben più impegnativa terrazza cittadina!

    di Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano
    Per informazioni: ema_v@msn.com

  • Elezioni politiche 2013: la fine della seconda Repubblica?

    Elezioni politiche 2013: la fine della seconda Repubblica?

    Pier Luigi BersaniIl notista politico che cerca di interpretare il voto popolare è destinato immancabilmente a parlare di cose che non sa. Come si può sapere, infatti, quale ragionamento stia dietro al voto espresso da migliaia o milioni di teste pensanti differenti? Di solito ci si basa sulla sensibilità, sull’intuizione e sull’esperienza personale: tutte facoltà, per l’appunto, limitate ed ingannevoli. E che spesso inducono anche gli osservatori più attenti a considerare le cose non per quello che sono, ma per quello che vorrebbero che fossero.

    Per questo, nel tentativo di rappresentare il quadro che sembra emergere da quest’ultima tornata elettorale, bisogna procedere con i piedi di piombo e partire dai dati di fatto. E il dato di fatto più evidente è l’astensione; che era già a livelli record nel primo turno del 6/7 maggio, ma che è schizzata ancora più in alto nel secondo turno dei ballottaggi. Il nuovo sindaco Marco Doria, ad esempio, ha vinto ottenendo la preferenza del 60 % dei votanti effettivi, che però in termini assoluti, a causa dell’astensione, si traduce in un avente diritto su cinque. Insomma, il “marchese rosso” si troverà nella non facile condizione di dover amministrare una città in cui l’80% dei cittadini o non lo ha votato oppure non gli ha proprio prestato attenzione.

    Questo forte astensionismo inoltre certifica la disaffezione della gente dalla classe politica, anche se a questo non esiste una spiegazione semplice, come potrebbe sembrare. Ci sono ragioni storiche profonde, come il rallentato processo di democratizzazione in un paese dove il potere ruota ancora attorno a notabili e signorotti, o la fine delle ideologie del ‘900. E ci sono ragioni contingenti, come gli scandali, la corruzione e l’arricchimento privato dei rappresentanti del popolo o la crisi economica (rispetto alla quale i politici sono in parte colpevoli e in parte capro espiatorio – in entrambi i casi non la scampano…).

    In ogni caso è difficile attribuire un peso specifico a ciascuno di questi fattori: di solito in questi casi viene comodo dire che c’è un “mix” di spiegazioni diverse. Comunque sia, lo scollamento tra politico e cittadino è incontrovertibile ed è confermato anche dalle scelte degli elettori “sopravvissuti”, che tendono a premiare ovunque i candidati percepiti come “outsider”. Dopo Milano e Napoli la sagra continua. A Palermo vince Orlando (IDV), battendo rovinosamente il candidato ufficiale delle sinistre nel ventennale della morte di Falcone. A Genova Doria è sindaco dopo che alle primarie aveva già surclassato ben due primedonne del PD. A Parma Pizzarotti sconfigge clamorosamente il PD e certifica che il partito di Grillo ha ormai i numeri per ambire al Parlamento. Addirittura qualcuno accredita al Movimento 5 Stelle, che nella ultime settimane ha visto triplicare il proprio indice di gradimento nei sondaggi, un consenso superiore a quello accreditato al Popolo Delle Libertà.

    E in effetti un altro verdetto importantissimo è stato il crollo del blocco di potere di destra formato da PDL e Lega. D’altra parte, con la crisi che stiamo vivendo e per il modo in cui è uscito di scena, squalificato dalle cancellerie di mezza Europa, sarebbe stata davvero una sorpresa clamorosa, se gli elettori non avessero punito il precedente governo, bevendosi la storia che la colpa sarebbe tutta dell’euro e di Prodi e Ciampi che nell’euro ci avevano portato. La Lega in particolare, distrutta dagli scandali, ha perso 7 ballottaggi su 7: nel partito di Bossi rimane ormai soltanto il sindaco di Verona Flavio Tosi, uno che non si era comprato una laurea in Albania, ma che aveva addirittura osato partecipare ai festeggiamenti per il 150° dell’unità d’Italia e che pare amministri bene la sua città.

    Insomma: è chiaro a tutti che è in atto una rivoluzione enorme nell’assetto politico del nostro paese, che alle politiche nel 2013 ci sarà da divertirsi e che la seconda repubblica è probabilmente alla fine. Chiaro a tutti, meno che a uno: Pierluigi Bersani. Il cui partito, tutto sommato, aveva anche tenuto. Forse il fatto che le sinistre puntino molto su scuola e stato sociale è visto positivamente da un elettorato che teme Monti, la crisi e la ricette europee. Eppure sono bastati i commenti a caldo del segretario per far pensare che anche per il PD le ore siano ormai contate. Bersani infatti prima finge di non vedere il filo rosso che lega le elezioni comunali di Milano, Napoli, Genova, Parma e Palermo; poi sbandiera i numeri delle molte vittorie ottenute, tipo Budrio e Garbagnate, come se potessero controbilanciare la sconfitta di Palermo; e ancora, si fa sbeffeggiare da Grillo (e a dire il vero da tutta Italia) riuscendo a scolpire un capolavoro del rigiro e del contorsionismo semantico dicendo che a Parma il partito avrebbe non perso, bensì “non vinto”, trattandosi di un comune amministrato in precedenza dal centro-destra; e infine conclude serafico “senza se e senza ma” che il PD è  il “vincitore delle elezioni amministrative”. Come se ci fosse ancora un avversario. Come se ci fosse ancora Berlusconi. Come se ci fosse ancora il PDL o Forza Italia. Come se il mondo fosse ancora quello del 2006, con due poli aggregati, due programmi, i dibattiti televisivi tra i due candidati premier e poi magari l’immancabile “Porta a Porta”, con Vespa che assiste agli spogli in diretta mentre la grafica ripartisce rigorosamente i voti tra una casellina rossa e una casellina azzurra. Ecco: se Bersani e il PD non hanno capito che devono cambiare radicalmente assetto, generazione e logica e sanno rispondere solo “abbiamo vinto noi”, possiamo pure stare certi che dal prossimo anno avremo un grillino a Palazzo Chigi.

     

    Andrea Giannini

  • Consulenza online: assemblea di condominio, come impugnare una delibera

    Consulenza online: assemblea di condominio, come impugnare una delibera

    Questa di Giulio M. di Chiavari è proprio una bella domanda… Già, perchè da pochi mesi è entrata in vigore quella norma che prevede il tentativo obbligatorio di conciliazione anche in materia condominiale.

    Ora, se è pacifico che si possa mediare quando si è in lite, vi sono casi in cui oggettivamente appare complesso. Supponiamo dunque che vi sia una delibera assembleare che calpesti il diritto di un qualche condomino. Con la vecchia normativa, costui doveva entro trenta giorni impugnare la delibera presso il tribunale così come previsto dal Codice Civile.

    Ora, prima di una simile condotta, deve tentare una mediazione… Al di là del fatto che in casi del genere sarebbe curioso capire come si fa a mediare e quindi intravvedere il successo di questa nuova normativa vigente, difficile è capire come possa funzionare il meccanismo, per cui quella che segue non può che essere una mera ipotesi, ancorchè molto vicina alla realtà.

    Chi vuole impugnare una delibera assembleare, fa istanza di mediazione presso uno dei centri all’uopo predisposti. Contro chi? Contro il condominio, naturalmente, in persona dell’amministratore. Quest’ultimo deve convocare un’assemblea straordinaria durante la quale comunica di avere ricevuto un’istanza di mediazione dal condomino “Tizio”. L’assemblea deve deliberare se andare in mediazione o fare finta di nulla e non presentarsi. Chi scrive suggerisce di trovare una mediazione proprio in quella sede: i costi si riducono ed i tempi si accorciano.

    Ma si sa, a volte le questioni di principio superano (e di molto) la ragione ed il buon senso. Quindi, nel caso in cui l’assemblea deliberi di non presentarsi, “tizio”, se vuole far valere i suoi diritti, prosegue la sua “battaglia” in tribunale, mostrando al Giudice il verbale nel quale sta scritto che il condominio non si è presentato alla mediazione: un punto a suo favore!

    Invece, nel caso in cui l’assemblea dia l’ok per la mediazione, l’amministratore dovrà avere a sue mani anche una delibera che gli dia i margini entro i quali può mediare. Il risultato della mediazione va poi comunicato ai condomini.

    Poi ci sono le situazioni ibride e lì viene il bello… Ce ne occuperemo la prossima settimana.

     

    Alberto Burrometo

    Per segnalazioni, domande e richieste di consulenza scrivere a progetto.up@gmail.com oppure redazione@erasuperba.it. La rubrica “Consulenza Online” vuole essere un filo diretto con i lettori, il presidente dell’associazione Progetto Up Alberto Burrometo è a vostra disposizione.

    [foto di Diego Arbore]

  • Siviglia, la splendida città dell’Andalusia

    Siviglia, la splendida città dell’Andalusia

    Siviglia, Spagna‘Ramooooon!’: se la voce tonante di un barista grida nomi sovrastando il chiacchiericcio confuso e le risate degli astanti, siamo molto probabilmente nell’ora più affollata in uno degli innumerevoli bar di Siviglia, quando tutti, residenti e turisti, si fermano di locale in locale a bere freddissime cervezas e a mangiare succulente tapas. Questa tipica tradizione spagnola si trova infatti anche nello splendido capoluogo andaluso -iscritta dall’Unesco nella Lista del Patrimonio dell’Umanità– che si snoda lungo le rive del fiume Guadalquivir.

    Oggi quarta città spagnola per numero di abitanti (ca. settecentomila), Siviglia viene fondata dai Fenici, poi dominata da Greci, Cartaginesi, Romani e dopo la caduta dell’impero da Vandali, Svevi e Visigoti fino alla conquista araba del 712 e poi alla Reconquista cristiana del 1248.

    Nell’epoca delle spedizioni verso il Nuovo Mondo, dal 1492 per i successivi due secoli, Siviglia vive il suo periodo più felice. Da metà del Seicento, il progressivo declino fino all’Ottocento, quando iniziano interventi governativi di supporto alla ripresa produttiva; scelta per l’Esposizione Iberoamericana del 1929, più di recente la città è stata sede dell’Esposizione Universale del 1992 e dei Mondiali di Atletica nel 1999.

    Oggi Siviglia è una delle mete turistiche più frequentate nella regione dell’Andalusia. Il periodo migliore per visitarla è sicuramente la primavera, tiepida e soleggiata. Decisamente sconsigliata la piena estate visto che si raggiungono abitualmente punte di oltre 40°C. Dunque, dove andare una volta giunti in questo crogiuolo di storie e culture?

    Sicuramente il centrale barrio di Santa Cruz, centro storico sorto sul vecchio ghetto, merita tutta la nostra attenzione: qui si trova la Cattedrale, terminata nell’arco di cento anni, che vanta il primato di chiesa gotica più grande al mondo. Accanto ad essa, la Giralda svetta per 96 metri d’altezza: antico minareto durante la dominazione araba, poi convertito in torre campanaria, richiede un po’ di buona volontà per essere “scalato” interamente, ma ripaga con una vista meravigliosa a perdita d’occhio sulla città e la campagna circostante fino all’orizzonte.

    Poco distante, i Reales Alcazares, originariamente fortezza araba e poi residenza reale, ci portano attraverso un bellissimo percorso di commistione tra tipi architettonici musulmani e aggiunte rinascimentali cristiane; da non perdere i giardini del palazzo (più che giardini, un vero e proprio parco con boschetti ed edifici a sé stanti).

    Siviglia, SpagnaSiviglia, Spagna

    Dopo tanto peregrinare, una passeggiata nei vicoli circostanti è esattamente quello che ci vuole: piazzette ombrose dove riposare sotto alberi d’arancio, negozietti d’artigianato (noti per le ceramiche, gli eccezionali azulejos: occhio però ai molti souvenir e chincaglierie prettamente turistiche made in China) e ad ogni angolo un bar dove assaggiare tanti tipi di tapas a pochi euro. Dai terrazzini scendono sui muri bianchi piccoli rampicanti in fiore, e ad ogni portone socchiuso è possibile sbirciare le bellissime corti interne, tipiche degli edifici locali e derivanti dalla tradizione moresca: fontanelle, piante e azulejos le contraddistinguono e fanno cornice a una frescura provvidenziale quando il caldo estivo comincia a farsi sentire.

    Se proprio vi manca lo shopping in stile globale, a pochi minuti a piedi dalla cattedrale ecco le vie commerciali, con tutte le catene internazionali d’abbigliamento più note; è curioso osservare come gli allestimenti moderni siano stati inseriti negli spazi di edifici antichi, creando accostamenti tanto originali quanto antitetici.

    Altra tappa interessante è l’antica Fabrica de Tabacos (il secondo edificio più grande della Spagna dopo l’Escorial), oggi sede dell’università: pensata come una cittadella autonoma e fortificata, è ancora provvista di fossato e ponte levatoio. Che siate o no appassionati cinefili, non potete perdervi la monumentale Plaza de España, edificata per l’Expo del ’29, e adottata come ambientazione di film come Lawrence d’Arabia e Star Wars II:l’attacco dei cloni.

    Proseguendo verso ovest arriviamo al barrio de La Macarena, quartiere popolare e caratteristico, ricco anch’esso di antichi edifici e davvero unico se si vuole respirare l’atmosfera sivigliana nella sua versione più autentica. È bello perdersi per le strade strette di questo quartiere dove ogni via è dedicata a un santo o alla Vergine, puntando sempre verso ovest per giungere infine al tratto residuo delle antiche mura, visione suggestiva e arabeggiante al termine del nostro percorso. Qui si trova la Basilica de la Macarena che accoglie la relativa statua della Virgen de la Macarena, portata in processione una volta l’anno durante la Semana Santa.

    Ancora un suggerimento: il lungofiume abbonda di punti panoramici, permette tranquille passeggiate ed è corredato di piste ciclabili (che proseguono peraltro in gran parte della città). Oltre alla Torre del Oro -altro simbolo sivigliano- anticamente eretta dagli arabi per controllare la navigazione sul fiume, ci sono almeno due ponti da vedere: il Puente del Alamillo, realizzato da Santiago Calatrava, e il Puente de Isabel II, costruito nell’Ottocento, il più antico ponte in ferro oggi conservato della Spagna, conosciuto anche come Ponte di Triana perché porta all’omonimo quartiere. Appena dopo il detto ponte è il caratteristico mercato coperto, che sorge dove una volta si trovava la sede dell’Inquisizione.

    Infine un paio di accorgimenti: Siviglia è una città da scoprire a piedi per non perdersi nulla… meglio limitarsi a qualche fermata di autobus e per il resto la parola d’ordine è camminare. Come è da evitare l’estate per l’insopportabile calura, così sono sconsigliati i due periodi più affollati e costosi dell’anno, ossia la Semana Santa e la  Feria de Abril. La prima coincide con la settimana di Pasqua e le processioni delle decine di confraternite sono la tradizione religiosa più importante della città. La seconda è la Fiera di Aprile, festa locale con banchetti, costruzioni effimere (le cosiddette casetas), festeggiamenti e abitanti in costume folkloristico. Se proprio decidete di visitare la città in questi periodi, preparatevi a una folla incontenibile e a prezzi molto più alti del resto dell’anno!

    Claudia Baghino
    foto di Daniele Orlandi 

  • Storia di Genova: i palazzi dei Rolli, patrimonio dell’umanità Unesco

    Storia di Genova: i palazzi dei Rolli, patrimonio dell’umanità Unesco

    Palazzo Rosso

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    I Rolli di Genova, un incontro imperdibile, un viaggio a ritroso nel tempo per immergersi negli antichi splendori di una città che, per la sua gloriosa storia, vanta a buon diritto l’appellativo di Superba, una riscoperta di quelle antiche dimore genovesi, sobrie all’esterno, ma che ammagliano per lo sfarzo che si può ammirare all’interno, seguendo con occhi abbagliati, i sapienti stucchi, gli affreschi magistrali, le preziose dorature, i capolavori d’arte e il luccichio dei marmi di Carrara.

    Siamo lontani dalle povere case in legno che fino al 200 il Cintraco andava ad ispezionare nei giorni di quel “vento d’Aquilone” che tanto si temeva in caso di incendi, siamo tra i palazzi che sorsero sempre più alti, ricoperti di preziosa pietra nera di Liguria, l’ardesia, siamo tra le nobili abitazioni che si affacciano sul percorso delle Strade Nuove che si snodano da piazza De Ferrari, attraversando tutto il centro medievale, fino al Palazzo de Principe, Andrea Doria, valente Ammiraglio ed abile politico, unico Principe di Genova, di fatto se non di diritto.

    Due secoli di continui rinnovamenti a partire dall’antica via Montalbano, da cui le “signorine” furono sfrattate per far posto ad una strada, larga 7 metri, via Aurea (odierna via Garibaldi), fatta con l’argento e l’oro proveniente dal nuovo mondo, allestita per ospitare le residenze di prestigio delle nobili famiglie genovesi che volevano allontanarsi dalle anguste case della Ripa Maris, troppo vicine ai moli e ai mercati.

    Spianata la collina di Castelletto, tra il 1551 e il 1558, ed allontanato il postribolo, l’arteria si presentava con un unico ingresso da piazza Fontane Marose perché dall’altro lato, oggi piazza della Meridiana, era chiusa dai giardini di Palazzo Ducale. Gli edifici che individuiamo col nome altisonante dei loro antichi padroni, i Pallavicini, gli Spinola, i Grimaldi, i Lomellini , i Lercari, i Cattaneo-Adorno, i Brignole-Sale, ammaliano per gli immensi atrii, gli imponenti scaloni, le volte a crociera, i loggiati aggettanti su splendidi giardini che, per quelli a monte, giungevano fino a Castelletto, architetture talmente imponenti che indussero Pietro Paolo Rubens a disegnare i palazzi della via e di tutta la città perché diventassero un modello per i costruttori di Anversa (tavole pubblicate nel 1662).

    Spicca tra gli altri il cosiddetto Palazzo delle Torrette, posizionato di fronte a Palazzo Tursi, che l’architetto Giacomo Viano volle più arretrato rispetto agli altri per dare maggior luce al  “più nobile” dirimpettaio ma, soprattutto, per nascondergli  la vista, poco decorosa, degli edifici  del sestiere della Maddalena in cui si era spostato il meretricio.

    Tra il 1602 e il 1613 (completato nel 1655), un secondo percorso viene delineato per diventare la strada residenziale di un’altra potentissima famiglia genovese, i Balbi, che realizzano La Grande Strada del Vastato. Ai lati sorgono palazzi “degni del congresso di un re”  come li aveva definiti Madame de Stael  e infatti si sono  fregiati  della presenza, persino, della regina Elisabetta di Inghilterra.

    Palazzo RealePalazzo Reale

     

     

     

     

     

     

     

    Logge, scalee, colonnati, saloni affrescati  e tanto marmo che la Repubblica concedeva di utilizzare solo alle famiglie che avevano operato “qualche fatto egregio in utilità della Patria”, sono il denominatore comune di queste dimore che raggiungono il più alto grado di magnificenza nel  Palazzo Reale, divenuto dal 1823, residenza ufficiale di casa Savoia. Il cortile con tre arcate che da accesso al giardino da cui si gode una magnifica vista sul porto, la sua loggia, i suoi saloni che accolgono   più di 200 dipinti e mobili originali genovesi, piemontesi, francesi della metà del XVII secolo fino all’inizio del XX secolo, la superba Sala del trono, le volte affrescate, sembrano quasi scomparire davanti alla mirabile bellezza settecentesca della  Galleria degli Specchi dove si ha la sensazione di perdersi in un mondo di luce.

    La Strada Nuovissima (via Cairoli) fu completata alla fine del ‘700, dopo monumentali opere di sbancamento atte ad unire la via Aurea a via Balbi, lungo il cui tracciato si possono ammirare le antiche dimore di Gio Carlo Brignole, di Antoniotto Cattaneo, di Nicolò Lomellini e di Cristoforo Spinola.

    Ma i palazzi dei Rolli non sono solo questi, se ne annoverano, infatti, 83 di cui 42, dal 13 luglio 2006,  sono consacrati, dall’Unesco, come Patrimonio dell’Umanità. Potete trovarli scendendo nel cuore della città medievale lungo quell’antica valle di Luccoli che vide gli insediamenti dei Doria, dei De Mari, degli Spinola, rispettivamente a San Matteo, a Banchi e a San Luca. Nascosti in oscuri vicoli o in anguste piazzette incontriamo le dimore degli Imperiali, dei De Marini, dei Durazzo, di Domenico Grillo (sede della Fondazione De André), dei Della Rovere, dei Salvago, dei Saulli, dei Senarega, solo per citare alcuni tra i nomi non ancora menzionati, ognuno con la sua storia ma tutti  insieme per raccontare le gesta gloriose di Genova.

    Un incontro da non perdere, come dicevo, percorrendo un dedalo di viuzze, talora mai esplorate, alla ricerca di quelli che, come cita il biografo di Cola di Rienzo  “erano maravigliosamente belli i palazzi di Genova, che specchiano le fronti di niveo marmo nel nostro mar glauco”, in compagnia di un curioso interrogativo: perché si dicono palazzi dei Rolli?

    Nel 1500 non esistevano gli equivalenti dei nostri alberghi o la disponibilità di strutture pubbliche atte ad accogliere ospiti di riguardo. Si poneva, dunque, il problema di dove trovare un alloggio decoroso per i visitatori stranieri. Fedeli al loro spirito parsimonioso, i nobili ben si guardavano di aprire le loro dimore a questi illustri personaggi, per cui, le autorità si videro costrette ad imporre una forzosa accoglienza. Si censirono, dunque, 150 dimore nobiliari, classificandole in 3 distinte categorie in base alla raffinatezza degli arredi, all’ubicazione, al confort abitativo ed ad altri requisiti che sono ben specificati in 5 editti risalenti al 1576. Ad ognuna di esse, poi,  fu assegnata una certa tipologia di ospiti, Papa, Cardinali, Principi, notabili o semplici turisti di rango. Gli edifici prescelti venivano contrassegnati da un “rollo” (rotolo di carta) che veniva inserito in un bussolotto da cui, in una specie di estrazione del Lotto, si “pescava” quello “fortunato”, il cui padrone, giocoforza, era obbligato a prendersi cura del forestiero.

    Come si può desumere facilmente, soprattutto perché parliamo dei proverbiali avari genovesi, nessuno si dimostrava entusiasta di tale oneroso incarico, come testimoniano le numerose lamentele che giungevano al Doge, sia per l’esborso  di vil denaro sia per  i comportamenti, talora, esuberanti di quei, non voluti, coinquilini. La visita ai Rolli è un’occasione unica, dunque, per scoprire, come dice Edoardo Grendi, “una città bellissima ma che, per una ragione o per l’altra, non si scopre mai”.

     

    Adriana Morando
    foto di Daniele Orlandi

  • Consulenza online: facciamo luce sulle bollette, senza vederci chiaro

    Consulenza online: facciamo luce sulle bollette, senza vederci chiaro

    Forse non lo sapevate, ma anche per il mercato della distribuzione di energia elettrica e per quello del gas esiste una normativa precisa, tanto precisa che il 50 % degli utenti che si rivolgono ad associazioni di consumatori hanno proprio un problema relativo a queste due tipologie di bollette.

    Innanzitutto va detto che esiste un organo di controllo, l’AEEG (Autorità per l’energia elettrica e gas ), il quale determina le regole per questo tipo di mercato. Già, perchè di mercato si tratta…

    Esiste il mercato tutelato, le cui tariffe vengono stabilite dallo stato ed i gestori che operano in quell’ambito sono coloro che distribuiscono gas o energia elettrica; a Genova, tanto per capirci, Iren mercato per il gas ed Enel Servizio Elettrico per la luce. Tutti gli altri fanno parte del cosiddetto mercato libero: ognuno vende luce e/o gas alla tariffa che ritiene opportuna e con le promozioni che ritiene.

    In questo bailamme Iren Mercato ed Enel hanno pensato bene di inserirsi anche nel mercato libero, creando non poca confusione agli utenti, i quali, vedendo il medesimo marchio, hanno pensato di non cambiare gestore… In altre parole, i costi del trasporto (di gas e/o luce) li pagano a se stessi guadagnandoci due volte.

    Facciamo due esempi: Enel Energia ha sede a Roma, ha lo stesso marchio e lo stesso slogan (L’Energia che ti ascolta) di Enel Servizio Elettrico, con la differenza che le bollette sono stampate in azzurro; il risparmio per il consumatore? Pochi Euro all’anno… in cambio di molte difficoltà: comunicare la lettura effettiva perchè sennò viene stimata è il problema più grosso e non da poco. Iren Mercato Libero, stesso marchio, stessa sede a Genova: operatori che fanno finta di controllare i contatori, così prelevano i vostri dati e vi appioppano a vostra insaputa un contratto nuovo, con il libero mercato… Finita qui? Neanche per idea !

    Entrambe (Enel Energia e Iren) vendono sia gas che luce, così il guadagno si quadruplica. L’AEEG non muove un dito e le associazioni di consumatori stanno con le mani in mano…

    Un caso emblematico riguarda GDF Suez, impresa venditrice di gas nell’entroterra ligure, in Lombardia ed in Emilia Romagna: abbiamo constatato bollette che fanno del paradosso il loro modo di esistere; provare a contattare qualcuno? Non provateci, tanto non rispondono al pari dell’ENI.

    Un’ultima nota: in Italia ci sono una quindicina di venditori di energia elettrica e circa seicento di gas. Chi scrive è un fautore del mercato tutelato. E’ una grossa bufala il fatto che con il mercato libero si risparmi, checché ne dicano Federica Pellegrini, Gerry Scotti e tutte le pubblicità del settore.

     

    Alberto Burrometo

    Per segnalazioni, domande e richieste di consulenza scrivere a progetto.up@gmail.com oppure redazione@erasuperba.it. La rubrica “Consulenza Online” vuole essere un filo diretto con i lettori, il presidente dell’associazione Progetto Up Alberto Burrometo è a vostra disposizione.

    foto di Diego Arbore

  • Oltre il giardino: la terrazza sul mare

    Oltre il giardino: la terrazza sul mare

    Questa settimana ci occuperemo specificamente del terrazzo nella casa al mare o comunque sito in prossimità del mare. Come è facile immaginare, la presenza del salino, di particolari correnti d’aria e di venti di notevole intensità rendono qui meno agevoli la sopravvivenza e lo sviluppo delle piante.

    Per questo motivo ci proponiamo di fornire qualche utile suggerimento relativo alla collocazione, alla scelta ed alla coltivazione delle essenze vegetali più adatte a questo microclima, molto diffuso in varie regioni italiane e, in particolare, in Liguria.

    Innanzi tutto, suggeriamo di optare in questo caso per piante di facile coltivazione, possibilmente mediterranee e, ancora meglio, autoctone dell’area in cui verranno utilizzate. In Liguria, lo sono per esempio alcune varietà di ginestre, il corbezzolo, l’euforbia, il Cistus ed il timo. La scelta di queste piante agevola infatti enormemente il lavoro del “giardiniere” che si trova ad intervenire su essenze già acclimatate e comunque perfettamente ambientate al contesto mediterraneo e, come tali, bisognose di minori attenzioni e cure.

    In ogni caso, anche la collocazione delle piante assume grande importanza. Meglio optare, se possibile, per posizioni riparate e non troppo esposte ai venti provenienti dal mare (soprattutto al libeccio). Sarà poi utile optare per piante che non abbisognino di eccessive quantità di acqua o di irrigazioni costanti ed abbiano, per natura, un portamento compatto ed a cespuglio, cioè che non necessitino, al fine di minimizzare i costi, di continui interventi di manutenzione o di potature costanti.

    Ottenere un buon effetto complessivo è peraltro meno difficile di quanto si possa immaginare. Saranno infatti sufficienti pochi vasi o vasche di medie dimensioni e capienza, un impianto idrico automatico ben funzionante e regolato per ottenere, anche su terrazze molto esposte al sole ed al salino, un “bordo misto” di cespugli mediterranei, atto a nascondere un muro o una visuale esteticamente poco soddisfacente.

    Non potendo esaminare l’enorme varietà di essenze disponibili sul mercato, oggi ne passeremo in rassegna solo alcune. In particolare, in questo primo articolo sull’argomento, suggeriremo di tenere in considerazione, ad esempio, le seguenti piante a portamento arbustivo: Lantana, Teucrium, Polygala, Westringia e Lavatera.

    Per sommi capi, la Lantana (molto utilizzata in Sardegna) forma un cespuglio di medie dimensioni e presenta fiori raggruppati di varie colorazioni (dal bianco-giallo, al rosa, fino al rosso e giallo). Il Teucrium è, invece, un arbusto dalle foglie lanceolate grigio-verdi e dalla fioritura, sempre tardo primaverile ed estiva, azzurro-viola. La Polygala forma un massa regolare di rami e foglie di colorazione verde chiaro, con una ricca fioritura nei toni del rosa intenso. La Westringia ricorda, invece, vagamente e sotto il profilo vegetativo, un grande rosmarino, con infiorescenze bianco puro o azzurro-viola.

    Queste piante sono tutte caratterizzate dalle limitate esigenze, sono facilmente adattabili, non richiedono interventi di potatura continui e permettono, grazie alla varietà della colorazione delle foglie e dei fiori (la gamma dei colori è omogenea e ben compatibile sul bianco, rosa, azzurro-viola) di ottenere una composizione diversificata e, al tempo stesso, omogenea ed esteticamente appagante.

    Alle predette piante, tutte a fioritura tardo primaverile ed estiva, si potranno poi abbinare, a seconda delle diverse esigenze, sempreverdi di medie dimensioni quali ad esempio il mirto oppure piante quali la già citata Lavatera, appartenente alla famiglia delle malvacee. Quest’ultima pianta forma un bel cespuglio compatto e in giugno garantisce una notevole fioritura, sempre nei vari toni del rosa. La pianta è molto frugale e necessita solo di sporadiche potature, volte principalmente alla rimozione dei rami sfioriti.

    Nel caso in cui si voglia poi optare per essenze ancora più semplici e conosciute, suggeriremmo di utilizzare il Pelargonium (ossia quello che conosciamo come il normale geranio) delle varietà a maggiore sviluppo e del tipo a foglia profumata. Questi geranei (di origine sudafricana e venduti soprattutto da un vivaio siciliano, noto in tutta Italia) raggiungono anche il metro e mezzo di altezza, presentano la parte sempreverde profumata (dalla vaniglia al limone, dalla menta al sandalo…) e producono infiorescenze non eccessivamente vistose ma di grande impatto estetico, se frammiste alle altre essenze di cui sopra.

    Nel caso in cui si ritenesse di completare l’insieme con alcune bulbose e tuberose, ci limitiamo, in questo articolo, a suggerirne due tipi meno noti. L’Allium, parente fiorifero dell’aglio da cucina, produce corolle floreali (di colore verde, rosa, bianco) su un lungo stelo spoglio e ha alla base un ciuffo di foglie filiformi. Il bulbo in questione è di semplicissima coltivazione e garantisce a chiunque risultati assicurati.

    Suggeriamo poi l’impiego dell’agapanto, una pianta a radici rizomatose (non quindi propriamente un bulbo) di origine africana, che fiorisce in estate in modo vistoso con corolle di grandi dimensioni (bianche o azzurre) su lunghi steli che svettano su cespugli di foglie lanceolate, lucide e verdi scuro. Anche questa pianta non necessita di cure particolari e tollera assai bene la siccità.

    L’insieme sopra delineato garantisce un buon risultato estetico, non richiede particolari cure e rappresenta solo una delle possibili alternative, realizzabili grazie all’incredibile varietà di piante mediterranee e non, esistenti in natura e potenzialmente utilizzabili in terrazze e giardini. Anche il neofita potrà quindi, date le limitate esigenze di loro coltivazione, ottenere, anche in poco spazio, un bordo misto ben bilanciato per massa, colori, dimensioni ed esigenze di sviluppo vegetativo. L’impiego, invece, della singola pianta garantirà, anche in un solo vaso adeguatamente collocato, di avere su una terrazza assolata, senza grande impegno ma con grande soddisfazione, un angolo verde, fiorito per grande parte dell’estate.

     

     

     

     

     

     

    di Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano
    Per informazioni: ema_v@msn.com

  • Baraonde Beach Club

    Baraonde Beach Club

    Baraonde Beach Club CogoletoNella spiaggia di Cogoleto c’è un locale dover poter passare un’intera giornata in totale relax, dalla colazione sino alla notte, godendo di un panorama suggestivo sulla costa Ligure.

    Il Baraonde Beach Club di giorno è uno stabilimento balneare in stile etnico con terrazza direttamente sul mare; la spiaggia è attrezzata con un baby park pensato per i più piccoli con giochi, scivoli, sabbia e nei weekend è prevista un’animazione con ragazze qualificate pronte a far divertire i bambini in acqua e fuori.

    Il bar e il ristorante garantiscono un efficace servizio per tutti coloro che desiderano gustarsi i sapori delle specialità liguri e le bevande dissetanti dell’estate. Al calar del sole inizia l’aperitivo a buffet ricco di stuzzichini, accompagnato da un’atmosfera rilassante con musica si sottofondo, cocktails serviti e preparati da Barman qualificati.

    Il ristorante è senz’altro una delle maggiori attrazioni del Baraonde Beach Club. Situato in una posizione incantevole in riva al mare, offre un’ampia gamma di soluzioni gastronomiche, e consente di scegliere tra una romantica e caratteristica cena a lume di candela o una vera e propria grigliata estiva in spiaggia a pochi metri dal mare.

    Il ristorante è aperto tutti i giorni sia a pranzo che a cena, è sempre gradita la prenotazione.

    In più il locale organizza serate enogastronomiche, grigliate in spiaggia nei sabati sera (gradita la prenotazione)  seguite da serate con musica, dj e  altre sorprese della Disco on the Beach, con DJ fino a notte fonda dove poter ballare liberamente anche sulla sabbia, in riva al mare.

    La discoteca è infatti uno dei pezzi forti del baraonde Beache Club: creata quasi per gioco, si riconosce ora come uno dei locali di punta della Riviera Ligure, mentre invece il suo punto di forza è la semplicità alla porta che la rende unica nel suo genere. La voglia di passare una serata in compagnia, con qualsiasi tipologia di musica, in terrazza coperta o per gli amanti in spiaggia in riva al mare, vestiti come meglio si voglia, il tutto accompagnato da un efficace servizio di Barman capaci di soddisfare qualsiasi vostra richiesta.

    Per tutta l’estate sono in programma serate a tema ricche di premi, sorprese, ed è inoltre possibile organizzare feste private, compleanni, addio al celibato/nubilato, feste di laurea, con lo staff del Baraonde Beach a completa disposizione a seconda delle diverse esigenze dei clienti.

    La discoteca è aperta da giugno a settembre compresi.

    Baraonde Beach Club

    Indirizzo: Via Aurelia di Levante, Cogoleto, Genova (1 km dall’uscita autostradale di Arenzano)

    Come Arrivare:  Baraonde Beach dista  10 minuti dalla stazione ferroviaria di Cogoleto.

    Per chi arriva in macchina:

    da Genova, prendere la A10 in direzione Savona-Ventimiglia ed uscire al casello di Arenzano. Prendere la direzione COGOLETO, siamo ad 1 km dal casello.

    da Milano, prendere la A10 in direzione Savona-Ventimiglia ed uscire al casello di Arenzano. Prendere la direzione COGOLETO, siamo ad 1 km dal casello.

    da Torino, prendere la A6 fino a Savona, quindi prendere in direzione Genova ed uscire ad Arenzano. Prendere la direzione COGOLETO, siamo ad 1 km dal casello.

    Telefono: 349 6864466

    E-mail: baraondebeach@hotmail.it

    Sito internet: www.baraondebeach.com

    Facebook: baraonde beach cogoleto

    Apertura: tutti i giorni

    Prezzo medio per la serata, comprensivo di cena euro 25

    (I.P.)

  • La Grecia verso l’uscita dall’Euro: il fallimento della politica europea

    La Grecia verso l’uscita dall’Euro: il fallimento della politica europea

    Acque sempre più agitate in Europa. Gli effetti del voto greco della settimana scorsa stanno scuotendo i mercati e la politica europea. I tentativi di formare un governo che supporti i tagli imposti dall’Europa sono naufragati: è così che la Grecia tornerà alle urne, con il rischio che non si faccia in tempo o non si formi il consenso politico necessario a prendere le misure richieste dalla Troika come condizione per sbloccare l’ultima tranche di prestiti entro giugno.

    Il default della Grecia e la sua uscita dall’euro, quindi, è oggi un’eventualità concreta, se non addirittura un esito quasi certo. I mercati e la politica europea, dopo essersi rifiutati a lungo di voler prendere in considerazione questa ipotesi, improvvisamente danno sfogo più o meno irrazionalmente a paure a lungo sopite. Eppure stiamo sempre girando intorno al medesimo problema: la scommessa della speculazione internazionale sulla tenuta della moneta unica europea.

    Come ho scritto più volte, il problema dell’euro è duplice: da una parte è la moneta comune di un mercato disomogeneo, scisso tra il nord e il sud dell’Europa; dall’altra parte è una valuta priva della regolazione di una banca centrale sovrana che possa permettersi di attuare politiche inflazionistiche o deflazionistiche. Il combinato di questi due fattori e della crisi internazionale ha spinto grossi attori finanziari e speculatori a scommettere sulla dissoluzione della moneta unica, mettendo sotto attacco le economie della zona euro con i bilanci meno stabili. E si tratta di operazioni certo discutibili sul piano morale, i cui effetti negativi vengono scontati sulla pelle delle persone. Ma nella logica del capitalismo dei giochi di borsa, c’è davvero poco da stupirsi. Guadagnare denaro con operazioni sempre più spregiudicate è il lavoro che garantisce a queste persone redditi a molti zeri.

    Per questo mi è venuto istintivamente da sorridere quando ieri sera, a Otto e Mezzo, un ambasciatore ospite della Gruber ha concluso che i finanzieri non pensano all’integrazione europea ma al guadagno personale: è ovvio che, se si facessero di questi problemi, sarebbero già stati rimossi da tempo!

    Si può e si deve riformare i mercati finanziari: l’ha detto l’altro giorno anche Vegas, il presidente della Consob, e l’ha detto pure Obama. Ma siccome l’operazione è difficile e richiede coordinamento globale, nel frattempo occorre affrontare la situazione guardando in faccia la realtà. Nella congiuntura politica attuale chi comprerebbe titoli di Stato greci o italiani ai bassi interessi di quelli tedeschi? Nessuno rischierebbe così i propri soldi: il gioco non varrebbe la candela. Dobbiamo domandarci piuttosto come mai l’Europa si stia sfaldando, facendo vincere la scommessa agli speculatori che hanno puntato su questa carta e hanno lavorato per concretizzare questa eventualità.

    La teoria del complotto regge fino ad un certo punto, perché, se l’Europa sapesse reagire compatta, nessun soggetto o gruppo di soggetti sarebbe tanto forte da poter scommettere contro di essa. Posta in questo modo, la questione contiene già la risposta: e la risposta è che la governance europea ha fallito. Se la Grecia esce dall’euro e la speculazione trarrà nuova linfa per attaccare anche Spagna, Portogallo, Irlanda e Italia, non si potrà che concludere che la ricetta europea basata sul contenimento dei debiti sovrani ha fatto fiasco.

    Di questo dovrebbe prendere atto in primis la Germania della Merkel, che è stata il principale sponsor di questa politica fallimentare. Con la vittoria di Hollande in Francia, il fronte critico anti-rigore in Europa si è ampliato: anche Monti è stato piuttosto duro nelle sue ultime dichiarazioni a questo riguardo. Eppure, nonostante la recentissima sconfitta elettorale del partito della cancelliera nel Nord Reno Vestfalia, l’opinione pubblica tedesca continua a sostenere la linea della Merkel in Europa.

    Der Spiegel sta pubblicando un’inchiesta in cui si mettono in risalto i trucchi contabili di Prodi e Ciampi, con l’avvallo dell’allora cancelliere tedesco Helmut Kohl, che permisero all’Italia di rientrare all’ultimo momento utile nei rigidi parametri di Maastricht e quindi nell’Unione Europea: e questo è considerato un errore politico, un precedente alla base dei molti problemi attuali. Questo dimostra che l’opinione pubblica tedesca continua a far finta di non capire che l’Europa unita non è stata costruita su un’ideale contabile, ma su un’ideale di pace e prosperità dopo le divisioni che avevano causato gli orrori delle due guerre mondiali. E’ inevitabile che in Europa ci siano i difetti dei paesi europei: gli Italiani che cercano scorciatoie, i Greci che truccano i bilanci pubblici e i Tedeschi che si irrigidiscono nelle loro posizioni. Ma integrarsi vuol dire fare degli sforzi. Il contribuente tedesco forse pensa che i paesi del sud Europa, quando parlano di “sforzi”, cerchino solo di ottenere soldi e di non fare sacrifici.

    Eppure un’analisi disincantata della realtà dovrebbe dimostrare che la ricetta tedesca per far fronte alla crisi finora ha fatto guadagnare solo il ricco nord Europa. I tassi alti pagati da Grecia e Italia rendono all’opposto particolarmente conveniente per la Germania ristrutturare il debito, perché gli investitori vendono bot italiani per comprare bund tedeschi; i salari tedeschi sono doppi rispetto all’Italia; in Germania la disoccupazione è a livelli accettabili, mentre da noi è a livelli record; le esportazioni tedesche sono cresciute avvantaggiandosi di un euro certo più debole di quello che sarebbe il marco; da quest’anno, poi, andremo anche in pensione prima dei tedeschi. Aggiungiamo infine che l’orgoglio nazionale teutonico non è mai stato ferito: nel 2003 l’Ecofin concesse alla Germania, che aveva sforato il deficit di bilancio, un anno di proroga proprio per risparmiare ai tedeschi l’umiliazione di una multa. Una delicatezza che questi non mostrano di avere.

    Se Hollande ha vinto rinfacciando a Sarkozy di essere il “cagnolino della Merkel”, se Monti si è spinto fino a dichiarare che ci sono molti modi di colonizzare gli altri stati, se i Greci bruciavano in piazza le bandiere tedesche e oggi scelgono le incertezze e la povertà di un probabile default pur di recuperare autonomia e liberarsi dalla guida tedesca, non bisognerà concludere che la politica tedesca sta solo creando risentimenti? Allora bisogna scegliere: o si accetta di fare inflazione con Eurobond o altro, e si salva l’Europa, oppure ognuno per la sua strada. E non è assolutamente detto che in questa seconda ipotesi la Germania non ci andrà a rimettere. Allo stato attuale le cose non possono funzionare, perché, come ha detto giustamente un analista, la Germania in Europa è come il Real Madrid in serie B.

  • Mont Saint Michel, nel nord della Normandia

    Mont Saint Michel, nel nord della Normandia

    Il Monte di Sant MichelSi vede comparire a chilometri di distanza, indistinto, quasi irreale, confuso con il lontano orizzonte: uno sperone di roccia che si innalza, improvviso, con i suoi 170 metri complessivi,  nel bel mezzo di un panorama pianeggiante, evocando i paesaggi impressionisti di Monet, Pissarro , Sisley, dove la luce sembra scivolare sui profili degli oggetti per ammantarli di una coltre magica. Siamo a Monte Saint Michel, nel nord della Normandia, sede di antiche tribù celtiche che espletavano, su questo monte, i loro arcani riti druidici.

    Dedicato a Beleno, il dio gallico del Sole,  questa isola che “non è”, con la strabiliante architettura dei suoi edifici, conserva qualcosa di arcano che affascina il visitatore. Anticamente circondata dalla foresta di Shissy, per l’abbassarsi del terreno, questa guglia di granito ha ceduto, lentamente, posto al mare che l’ha circondata (nel 709) trasformandola in un’isola tidale, cioè un’isola collegata alla terra ferma da un tombolo, una banda sabbiosa che, periodicamente, viene ricoperta dall’acqua, durante l’alta marea.

    Qui, infatti, il mare, due volte al giorno, invade l’immensa baia con flussi che possono raggiungere i 14 metri di altezza, alla velocità di “un cavallo al galoppo”. Il fenomeno, che impiega tempi differenti tra innalzamento (5-6 ore) e il deflusso (un’ora in più), ha determinato il progressivo insabbiamento della baia dovuto alla formazione di un deposito sedimentario, favorito dalla presenza della diga-strada (costruita nel 1880) che funge da via di comunicazione. Per ovviare a questo grave inconveniente che rischia di alterare perennemente la singolarità del luogo, da qualche giorno, è stato interdetto il transito delle auto ed è in atto un progetto, promosso dagli addetti alla tutele del patrimonio,  che prevede la sostituzione della diga con un ponte e la messa in opera di effetti meccanici, tipo “sciacquone”, accorgimenti che dovrebbero ridare a Mont Saint Michel la sua insularità.

    Se ci poniamo con le spalle al mare e lo sguardo rivolto all’abbazia, dedicata a San Michele Arcangelo, ci appare subito chiaro il simbolismo architettonico ternario, cioè a tre livelli, corrispondenti agli strati sociali della collettività medievale: in basso, il popolo che lavora; al centro, chi governa e combatte cioè il re e i cavalieri; in alto, i monaci che pregano e curano lo spirito.

    Con l’avvento del Cristianesimo, infatti, i primi a stabilirsi sul monte furono dei religiosi canonici che vivevano in piccoli oratori. Narra la leggenda che, nel 709, l’Arcangelo Michele apparve al vescovo di Avranches, sant’Auberto, invitandolo a costruire una chiesa in cima al monte Tombe (nome dell’altura di Saint Michel). Ignorata per due volte la richiesta, il vescovo fu punito dallo spirito celeste che gli provocò un foro nel cranio, toccandolo col suo dito infuocato (il teschio col foro è conservato nella cattedrale di Avranches). Solo nel 966, Riccardo I, nonno di Guglielmo il Conquistatore, scacciò i religiosi originari, colpevoli di comportamenti dissoluti, e li rimpiazzò con i benedettini di Saint-Wandrille. Costoro, intenzionati a costruire l’edificio religioso, si resero conto che il basamento era insufficiente, per cui incominciarono col fabbricare 4 cappelle, site nei quattro punti cardinali, (ad est quella dei grandi pilastri, a sud quella di Saint Martin, a nord quella di Notre-dame-des-trente-cierges) che saranno, poi, la piattaforma su cui poggerà il futuro complesso.

     

     

     

     

     

     

     

     

    In quella più antica, ad ovest, o di Notre-Dame-sous-terre, sono state rinvenute le vestigia di una chiesa preromanica, forse un primitivo santuario presente sul monte. La struttura ecclesiale, sviluppata su tre livelli, con i suoi archi a sesto acuto, è un pregevole esempio di romanico-normanno, col tetto in legno, affinché il peso della volta non risultasse troppo oneroso da sostenere. La navata centrale, iniziata dall’abate Ranulphe nel 1060, è più corta rispetto a quella originale: fu, infatti, ridimensionata, nel XVIII secolo,  a seguito di un incendio che aveva distrutto  le tre primitive campate e che spiega certi dislivelli sulla terrazza. Sul pavimento del coro si può notare un’apertura che dà accesso alla cripta del grandi pilastri. Sulla crociera del transetto poggia la torre-lanterna, aperta su tutti i lati, la cui base, neoromanica, simboleggia la Gerusalemme Celeste. Sulla guglia svetta una statua bronzea dell’Arcangelo Michele, alta 2,70m, opera dello scultore parigino Fremiet, che  è smontabile e funge da parafulmine.

    Ricevute cospicue donazioni dal re di Francia, agli inizi del XIII secolo e in soli 17 anni, venne edificata una prima parte della celebre “Merveille” (meraviglia): il chiostro e il colonnato a quinconce (quatto colonnine ai vertici di un ideale quadrato e una centrale), astrazione del livello della meditazione. La progettazione della “Merveille”, infatti, prevedeva 3 edifici contigui, ciascuno di 3 piani, ognuno con una grande sala dal significato simbolico, dove anche il ripetersi del numero 3 era scelto volutamente come riferimento metaforico alla Santissima Trinità. La mancanza di fondi, non permise l’attuazione dell’intera opera: fu completata, infatti, solo la Merveille occidentale col chiostro (nutrimento dell’anima), dello scriptorium (nutrimento dello spirito) e la dispensa (nutrimento del corpo) e della Merveille orientale col refettorio, la sala degli ospiti e l’aumônerie (Cappellanato), dove un tempo i pellegrini mangiavano gli “avanzi” dei monaci. La terza che comprendeva, dall’alto verso il basso, la sala del capitolo, la biblioteca e le scuderie non fu mai costruita.

    Prima di lasciare il complesso monasteriale, una curiosità: sul sagrato si possono osservare alcuni contrassegni lasciati dagli scalpellini a cottimo in modo che si potesse valutare il lavoro eseguito e quindi il compenso dovuto, nonché sapere chi fosse il colpevole in caso di problemi.

    Ai piedi della rocca, col crescere in potenza e prestigio dell’abbazia, si sviluppò un villaggio che ancor oggi si snoda lungo l’unica via, la Grande Rue,  alla quale si accede attraverso la Porte de l’Avanceée, la principale delle tre che interrompono la cinta muraria, a scarpata, che circonda l’isola. In realtà, oggi, il centro abitativo è costituito da due comuni distinti: il primo, quello di Saint Michel, più turistico, il secondo più spirituale cioè quello dei monaci. Superato quest’accesso, un Infopoint è pronto a fornire tutte le spiegazioni necessarie e, soprattutto, a procurare l’orario delle maree, spettacolo da non perdere.

    Lasciati i cannoni inglesi, i Michelettes, che stazionano nei pressi dell’ingresso, si possono prendere tre strade. La prima, per i frettolosi, forniti di un cuore da atleta, che, attraverso ripide scalinate, porta direttamente ai giardini e all’abbazia; una seconda che principia dopo la Porte du Roy (provvista di ponte levatoio), per raggiungere il bastione e la torre omonima; la terza è quella riservata ai curiosi e ai pellegrini che, prima di atti penitenziali, possono godere delle tentazioni terrene offerte dai mille ristorantini che si affacciano ai lati della salita.

    Lungo questo percorso, si possono effettuare pause culturali nei 4 musei civici, ricchi di storia e di curiosità. Raggiunta la cima, nel modo preferito, si viene ripagati, per la fatica profusa, non solo dalla indescrivibile magnificenza della chiesa ma, anche, da una vista mozzafiato che spazia dalla punta del Grouin fino alla Bretagna, abbracciando l’ampia baia che, quando il mare si è ritirato, sembra una distesa di deserto dorato.

    Non fatevi, però, venire il desiderio di scendere a passeggiare su quella che sembra un’oasi di pace : sotto il manto arenoso si nascondono insidiose sabbie mobili che possono essere evitate solo facendosi accompagnare da una guida esperta. Nel viaggio di ritorno verso la consueta quotidianità, pellegrino, turista o amante dell’arte porta con se un nuovo compagno: il ricordo imperituro di un  gioiello unico nel suo genere che, non a caso, dal 1979, è stato dichiarato far parte dei Patrimoni Mondiali dell’Umanità.

    Adriana Morando

  • Oltre il giardino: introduzione alla terrazza

    Oltre il giardino: introduzione alla terrazza

    Hudson Hotel, New York
    La terrazza dell’Hudson Hotel di New York

    Il primo vasto argomento che trattiamo in questa rubrica è quello della terrazza. Potremmo innanzitutto soffermarci sulla sua origine, sulla sua funzione e dire che essa rappresenta l’evoluzione del concetto di “giardino pensile”, di origine (forse) babilonese. Saremmo però, così facendo, molto scontati e diremmo, spesso, cose già note ai più. Nelle prossime settimane saremo invece concreti e cercheremo, per quanto possiamo, di suggerire soluzioni pratiche per la terrazza al mare ed in città.

    Oggi ci limiteremo, invece, a delineare cosa però significhi, nella società contemporanea, il concetto di “terrazza” e perché essa debba essere rivalutata e valorizzata. Balconi e terrazze rappresentano rare aree, potenzialmente a verde, in un contesto fortemente urbanizzato, nel quale esse devono necessariamente inserirsi ed al quale devono armonizzarsi. Innanzi tutto, va ricordato che, in moltissimi immobili, la terrazza non è accessibile a terzi ed è a mero appannaggio, spesso anche estetico, del suo proprietario. Nella maggior parte dei casi, è inoltre assai difficile o persino impossibile percepire, dal basso, cosa si celi sui tetti delle grandi città o di metropoli come Milano, Londra o New York. Per i più è impensabile ritenere che, lassù, vi possano essere prati, cespugli ed alberi o che, a centinaia di metri dal suolo, possano scorrere, su strutture in cemento armato e ferro, torrenti o esservi veri e propri laghetti con tanto di carpe e papere!

    Il concetto di “terrazza” è quindi assai lato, si estende da un semplice insieme di pochi vasi, a veri e propri “muri verdi” e “tetti verdi” ricoperti di varietà di succulente, fino a lussureggianti ecosistemi con piante, panchine e persino animali che vi vivono stabilmente o, quanto meno, in modo occasionale.

    La progettazione degli ecosistemi più complessi, appena descritti, richiede ovviamente competenze e sforzi non secondari. Si devono infatti tenere in considerazione molteplici fattori e soprattutto le peculiari esigenze metereologiche proprie della sommità degli edifici: estati torride, inverni gelidi, piogge di forte intensità, venti irregolari e rifrazioni di sole e luce date dalla presenza dei palazzi limitrofi.

    Le terrazze ed i più recenti “tetti verdi” (su cui torneremo ampiamente in un prossimo articolo) rappresentano poi, al di là della valenza estetica ed al valore aggiunto in termini economici e di salute, microsistemi autonomi ed ecologicamente rilevanti. Grazie ad una maggiore assorbenza e tolleranza, rispetto ai tetti ordinari, al caldo ed al freddo, tali soluzioni hanno però anche una valenza pratica concreta: determinano una riduzione dei consumi energetici, un riutilizzo delle acque meteoriche ed una migliore coibentazione degli stabili su cui insistono.

    Tutto ciò non rappresenta ovviamente però nulla se confrontato alla possibilità di disporre, grazie alle moderne tecnologie, di uno spazio a giardino, di immediata e diretta fruibilità, anche nelle moderne e sovraedificate città.

    Come vedremo, ogni contesto avrà il suo prototipo di terrazza, si tratti di quella della casa al mare, di quella di impianto più classico in città o di un semplice insieme di piante rustiche per la cucina. Gli esempi sono poi infiniti, si spazia infatti dalla terrazza concettual-minimalista newyorchese, al tetto della Casa madre di Hermes in Rue du Fauboourg Saint Honoré a Parigi (dove crescono persino gli alberi da frutto!), fino a quella mediterranea o di sole e frugali cactacee…

    Comunque venga concepita, da area di utilizzo quotidiano, a zona dove sperimentare le proprie coltivazioni botaniche, da sorta di semplice “orto cittadino”, a mero e proprio “status symbol” dove organizzare incontri di lavoro o dove invece semplicemente ricevere gli amici, la terrazza resta però sempre un luogo particolare e a sé stante.

    Come accennato, essa è separata da tutto e da tutti, non è infatti direttamente accessibile se non dietro autorizzazione o invito e, da terra, è persino talvolta impossibile immaginarne l’esistenza. Infine, ancorché gli esempi più riusciti possano essere più lussureggianti ed assai meno prevedibili di un giardino, gli “hanging gardens” (nelle terminologia inglese) non sono quasi mai aperti al pubblico. Sono, in ultima analisi, immediatamente fruibili solo dai pazienti, assai dediti ma anche davvero privilegiati loro proprietari!

    di Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano
    Per informazioni: ema_v@msn.com

  • Consulenza online: le bollette delle compagnie telefoniche

    Consulenza online: le bollette delle compagnie telefoniche

    Antenna per cellulariCi scrive Andrea da Voltri: «…ho un contratto con una compagnia telefonica. Per diverso tempo la linea non ha funzionato a dovere, problemi di connessione internet, però mi sono arrivate ugualmente le bollette da pagare… Come mi devo comportare?»

    La prassi è la seguente. E’ necessario inoltrare reclamo alla compagnia telefonica, chiedendo l’adempimento del contratto e il risarcimento per il disagio arrecato. Entro 40 giorni la compagnia deve, o meglio, dovrebbe rispondere… Qualora essa non risponda o, più verosimilmente, fornisca una risposta insoddisfacente, l’utente è legittimato ad esperire il tentativo di conciliazione presso il CO.Re. Com., obbligatorio per legge. Il Co.Re.Com. riceve l’istanza e fissa la data di udienza.

    Il verbale di avvenuta conciliazione è un titolo esecutivo, con il quale l’utente può agire contro la compagnia telefonica nel caso in cui non ottemperi a quanto deciso in sede di conciliazione. Molti avvocati tendono a non fare conciliare i loro clienti: un modo come un altro per fare una causa e guadagnarci su… E l’utente ci guadagna?

    Nella mia esperienza vi posso dire: pochi, maledetti e subito! Perchè fare una causa che può durare due anni per ottenere un risultato a volte identico? Senza contare le spese legali.

    Partendo dal messaggio di Andrea, rimaniamo in tema compagnie telefoniche. Come mai alcune continuano a chiedere la penale per il recesso anticipato nonostante i decreti Bersani le abbiano abolite? Semplice: loro ci provano!

    Oppure mettono come voce “spese di chiusura pratica”; un modo come un altro per fregare… E, pur trattandosi in genere di pochi Euro, l’utente deve perdere tempo, adire il Co.re.Com per farsi restituire il maltolto e chiedere i danni per l’ingiusta perdita di tempo.

    In conclusione: occhi aperti e controllate sempre tutte le bollette, voce per voce, la fregatura sta sempre dietro l’angolo.

     

    Alberto Burrometo

    Per segnalazioni, domande e richieste di consulenza scrivere a progetto.up@gmail.com oppure redazione@erasuperba.it. La rubrica “Consulenza Online” vuole essere un filo diretto con i lettori, il presidente dell’associazione Progetto Up Alberto Burrometo è a vostra disposizione.