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  • Elezioni, il giorno dopo: Grillo ride, Napolitano un po’ meno

    Elezioni, il giorno dopo: Grillo ride, Napolitano un po’ meno

    NapolitanoDetto, fatto: il Movimento 5 Stelle ha fatto l’exploit ed è la notizia del giorno. Il risultato di Putti a Genova (così come degli altri candidati “grillini” in giro per l’Italia) appare straordinario solo per chi non si era accorto che le cose stavano cambiando già da un pezzo, che le simpatie per il partito di Grillo aumentavano giorno dopo giorno.

    Immediatamente il Corriere della Sera ha lanciato in prima pagina un editoriale di Massimo Franco che definisce il risultato ottenuto dal Movimento 5 Stelle “il contenitore di un «no» che prescinde dagli schieramenti e rispecchia confusamente, a volte con parole d’ordine irresponsabili, la voglia di spazzare via un sistema incapace di riformarsi”. Siamo alle solite: Grillo è un facinoroso, magari un eversivo; e poi è uno che non ha nulla da proporre, se non un cieco rifiuto di tutto quello che offre oggi il pur magro panorama politico.

    Eppure ricordo che una volta Ferruccio De Bortoli, l’attuale direttore del Corriere, fece mea culpa invitando i colleghi a riflettere sul modo in cui la stampa italiana aveva sostanzialmente ignorato ed irriso la Lega Nord per lungo tempo, salvo poi dover ammettere, dopo gli ottimi esiti elettorali del partito di Bossi, che questi aveva dimostrato abilità nel ricavarsi un consenso. Bisogna concludere, quindi, che la lezione non è stata messa a frutto ancora una volta.

    Dopo questa tornata elettorale la Lega si conferma in disfacimento, mentre il M5S va inevitabilmente a rubarle la scena. Ma la società italiana, o almeno la sua parte conservatrice e borghese, sembra ancora troppo lenta nel cogliere i mutamenti sociali. Lo stesso Napolitano non ha risparmiato sul buon risultato del movimento di Grillo un’acida battuta: “Di boom ricordo quello degli anni ’60: altri non ne vedo”. Una dichiarazione sapida che tradisce un’antipatia personale magari giustificata (Grillo ha più volte attaccato Napolitano definendolo “Morfeo”), ma istituzionalmente fuori luogo.

    Ed è già la seconda volta: in precedenza aveva dato a Grillo del “demagogo”, anche se non lo aveva nominato direttamente. Ormai è palese che il Presidente della Repubblica osteggi non una dichiarazione, un’iniziativa legislativa o un aspetto in particolare della politica di un partito, ma proprio tutto un movimento in quanto tale. Si potrebbe forse dire, allora, che non dovrebbe avventurarsi in simili giudizi, per quanto velati, perché il suo è un ruolo istituzionale formalmente super partes. La scusa che Napolitano e altri possano ravvedere un rischio nel linguaggio e nei toni usati da Grillo fa davvero sorridere.

    Intendiamoci: nemmeno io mi auguro che i politici imparino a confrontarsi con “vaffa” e provocazioni. Ma ho già scritto che Grillo si prende questa libertà perché resta un comico e che i ragazzi del suo movimento, al contrario, non si permettono toni così “diretti”: pertanto il rischio che la moda si diffonda rimane circoscritto. Al contrario sono reali i mille e mille scandali che stanno seppellendo questa classe politica “moderata” e lanciando Grillo e che Napolitano è riuscito spesso ad ignorare. E’ assurdo, quindi, che si schieri nettamente contro il comico genovese per ragioni di bon ton: a maggior ragione se questo giudizio viene da uno che nel ’56, quando i Sovietici reprimevano la rivolta in Ungheria con i carri armati, riuscì a dire che i Russi stavano “portando la pace”. Direi che per la democrazia e le istituzioni è più pericoloso giustificare l’uso della violenza che dire le parolacce e fare battutacce.

    Comunque, a parte Grillo e “grillini” (che ora vedremo all’opera nei consigli e potremo così giudicare in concreto se sono davvero bravi o meno), rimane ben poco da commentare a proposito di queste amministrative. L’astensione è in costante aumento: ma su questo nessuno nutriva dubbi. Poi c’è il fenomeno delle schede nulle, un partito che ha totalizzato a Genova quasi il 5% dei voti. Insulti e disegni sconci fanno la gran parte di questa cifra, ma non bisogna dimenticare un meccanismo di voto cervellotico che tra comune, municipio, sindaco, preferenze e voti disgiunti ha mandato in crisi gli stessi scrutatori. Se esprimere un voto è più difficile che fare la dichiarazione dei redditi, non ci si può poi lamentare se la gente sta a casa persino nelle brutte giornate.

    Cos’altro? Ah, si! Il PDL e il PD, i due “partiti maggiori”. Ecco, se il primo ormai sta scomparendo dalla scena politica italiana, il secondo farebbe meglio a non cantare vittoria (come prontamente ha fatto D’Alema): un conto è contribuire alla vittoria di candidati esterni come Pisapia a Milano e Doria a Genova, un altro conto è convincere la gente a votare Bersani premier…

    Andrea Giannini

     

  • Macchina del tempo: aeroporto di Genova, via alla privatizzazione?

    Macchina del tempo: aeroporto di Genova, via alla privatizzazione?

    IL PRECEDENTE

    10 maggio 2011: il Ministero del Tesoro ha dato il via libera alla privatizzazione del 60% di Aeroporto di Genova Spa, società che gestisce l’Aeroporto “Cristoforo Colombo” e attualmente controllata dall’Autorità portuale.

    Si disse: “Entro la prossima settimana sarà dunque aperta ufficialmente la gara per mettere in vendita le quote dell’aeroporto, che si chiuderà nel giro di 60-90 giorni: per partecipare all’asta è previsto un prezzo base di 30 milioni di euro (prezzo a base d’asta), in aggiunta alla disponibilità di investirne altri 43 milioni, come previsto da Enac. Si tratta di un progetto fortemente voluto dall’Autorità portuale, allo scopo di dare slancio all’aeroporto e trovare nuovi partner per sostenere il trasporto aereo da e verso il capoluogo ligure”.

    IL PRESENTE

    Ha senso definire tutto questo una privatizzazione fantasma? In un clima di rinnovamento politico come quello che Genova sta vivendo in questi mesi, sembra assurdo che il rilancio del trasporto aereo sia un tema di così scarso interesse per i media, le istituzioni e i partner economici. Un’assurdità rincarata da una condizione di luci e ombre che circolano intorno a questa situazione, a partire dal fatto che nessun esponente delle istituzioni sembra conoscere i dettagli della vendita.

    Comunque sia la gara indetta dopo il nulla osta dello scorso anno c’è stata, ma nessuno ha partecipato.

    Si prevede l’apertura di un nuovo bando entro giugno, mentre Regione, Camera di Commercio e Aeroporto hanno stanziato per i prossimi tre anni 7,5 milioni di euro (2.5 mln di euro annui) e la gestione dell’aeroporto ha annunciato un nuovo record di presenze: nei primi tre mesi del 2012 il numero di passeggeri sui voli di linea è aumentato del 5,3%, con un +6,3% sui voli internazionali.

    Marta Traverso

  • Storia di Genova: le antiche porte della città

    Storia di Genova: le antiche porte della città

    Porta Sottana o dei Vacca, Genova

    La Storia di Genova, articoli e video – Vai all’approfondimento sulle antiche mura e la difesa della città – GuidadiGenova.it

    Pietre millenarie che raccontano una storia di antiche glorie, guardiane sentinelle poste a sbarramento di eserciti invasori, occhi di rigidi gabellieri veglianti sulle merci in transito: queste erano le porte di Genova, unici varchi aperti  in quella cinta invalicabile di mura che cingevano la città.

    La loro funzione è chiaramente descritta in una lapide sistemata  a Porta di S. Andrea (1161) o Soprana (per indicare la sua posizione dominante) che recita: “…sono difesa da uomini, circondata da mura mirabili e col mio valore respingo lontano le armi nemiche. Se porti pace è lecito toccare queste porte, se chiedi guerra ti allontanerai triste e vinto…”.

    A dispetto delle sua magnificenza, Porta Soprana ha subito numerosi offese come quella del 1576 quando fu destinata a casa in affitto o quando, durante la Rivoluzione Francese,  divenne area adibita alla ghigliottina e ai servizi del famoso boia, Samson, lo stesso che aveva decapitato Luigi XVI. A dispetto dello scempio operato intorno a essa  con la distruzione della collina di S. Andrea, della demolizione del convento, del carcere, del vecchio borgo dei lanaioli, del Rivo Torbido e, più recentemente, del quartiere di via Madre di Dio, rimane ancor oggi uno dei simboli più autorevoli della potenza genovese del passato.

    A lei si contrappone la coetanea  gemella porta di Santa Fede (dal nome della chiesa templare che sorgeva nei paraggi) o  porta Sottana (per distinguerla dalla sorella levantina), chiamata anche Porta dei Vacca, a partire dal XIII secolo, dal nome della famiglia che aveva dimora nella zona. Risulta molto diversa da quella originale per le modifiche apportate nel corso del tempo anche se recenti restauri hanno cercato di porvi rimedio.

    Scendendo verso il porto incontriamo porta Siberia (o Porta del Molo), oggi sede del Museo Luzzati, che deve il suo nome alle cibarie che attraverso di essa venivano portate ai magazzini della Ripa Maris. Realizzata su progetto dell’architetto Galeazzo Alessi (1512-1572), ispiratosi per la sua realizzazione alla Porta di San Miniato di Firenze (Michelangelo),  è una solida costruzione in pietra di Finale, una roccia ligure chiara che reca le tracce di conchiglie. Sul piazzale antistante, si innalzavano le forche per le impiccagioni  di quei condannati che dalle carceri di Sant’Andrea venivano condotti, lungo la salita del Prione,  fino al molo. Dai bastioni laterali della porta, che erano forniti di potenti cannoni, si dipartivano le imponenti mura di Malapaga così chiamate perché ospitavano le carceri per i debitori insolventi.

    Vi sono, poi, porte che si sono date al vagabondaggio e, lontano dalla loro sede originale, aspettano solo di raccontarvi la loro storia. La più irrequieta, cioè quella che ha viaggiato di più, è Porta Pila, dedicata alla Regina di Genova, la Madonna. Sita originariamente al termine dell’antica via Giulia (dove oggi Via XX Settembre incrocia via Fiume), elegante e maestosa, si narra fosse destinata alle fortificazioni di Porto Maurizio ma fu , infine, mandata a Genova per volere dei i Padri del Comune, tra il 1647 e il 1649. Nel 1891 si pensò di abbatterla insieme alla demolizione delle “Fronti basse” delle Mura Nuove ma,  grazie ad un provvido ripensamento, nel 1899, fu inserita nel bastione Montesano, alle spalle della piccola stazione di Brignole. Intorno al 1940, quando anche questo bastione venne abbattuto per l’ampliamento del nodo ferroviario, la porta si rimise in cammino verso la sua ubicazione definitiva che fu trovata tra i palazzoni di via Imperia. A memoria di questo peregrinare, rimane una lapide, scritta in latino, che riporta il racconto  dei suoi passati “traslochi”. Pare, però, che il suo errabondo cammino non sia ancora esaurito: esiste, infatti, un progetto per il suo spostamento  in Piazza Verdi, di fronte alla stazione.

    Sulle stesse Mura Nuove, ma a ponente, si ergeva la porta che dal faro prendeva il nome: Porta della Lanterna. Costruita tra il 1633 e il 1643 fu lasciata in pace fino al 1827 quando ne venne costruita  una più larga, a fornice doppio, a pochi centinaia di metri. Questi antichi varchi, infatti, prevedevano un solo accesso ed erano insufficienti al crescente traffico di persone e merci. Diventata, dunque, di intralcio alla viabilità, la porta seicentesca fu malamente distrutta, nonostante una petizione popolare con più di diecimila firme che ne chiedeva la salvaguardia; oggi rimane a ricordo solo una statua della madonna e l’iscrizione “posuerum me custodem”. La nuova porta ottocentesca ebbe sorte migliore: salvata dalla demolizione, quando fu spianato il colle di san Benigno, nel 1930, prese la via “dell’esilio” per essere collocata ai piedi della lanterna.

    Porta degli Archi, più antica delle precedenti perché facente parte delle mura cinquecentesche, anch’essa rivestita di pietra di Finale, faceva bella mostra di se all’altezza dell’attuale Ponte Monumentale. Per far posto alla nuova strada in costruzione (1892), Via Giulia, attuale via XX Settembre, fu spostata a Carignano ed inserita su un portello delle Mura delle Cappuccine, all’altezza dell’attuale via Banderali. Era conosciuta anche come Porta di Santo Stefano per la vicinanza con l’omonima chiesa e, ancora oggi, si fregia di una statua del santo, opera scultoria di Taddeo Carlone.

    Tra le porte che resistono al tempo vi è quella dell’Olivella, a lungo chiusa per la sovrapposizione delle mura cinquecentesche e poi riaperta, nel 1825, quando, su progetto di Carlo Barabino, venne risistemata l’area della spianata dell’Acquasola. Pur nascosta da pertinenze della ferrovia di Casella, sussiste anche la Porta di San Bartolomeo, unica  con ponte levatoio che veniva alzato per mezzo di contrappesi sferici e che deve il suo nome alla vicina chiesa. La porta successiva che possiamo incontrare proseguendo fino a via del Carso e poi continuando a destra lungo le antiche mura, è quella di San Bernardino, di cui si ricorda che, fino al 1896, restava chiusa dalle 21 alle 4 e mezza di mattina.

    Arrivando a Righi, troviamo la Porta delle Chiappe o di San Simone, a fianco dell’Osservatorio Astronomico, il terzo ed ultimo passaggio  dal lato est delle fortificazioni. A ponente,  si può cercare la porta di Granarolo, transito per l’antica strada proveniente da Begato, uno stretto passaggio con fornice in arenaria, sormontato da uno stemma marmoreo che, lasciata per anni in stato di abbandono, è oggi visibile solo dall’esterno, seguendo un ripido sentiero da via Ai Piani di Fregoso.

    Similmente è possibile ammirare la Porta degli Angeli, lungo la salita omonima, adito di una delle strade che collegavano Genova a Sampierdarena e alla Valpolcevera. Più centrale è la Porta di Carbonara, in cima alla via da cui prende il nome, di cui si intravvedono le tracce nel grande arco trasformato in deposito.

    Malasorte, invece, per la più occidentale delle entrate che si aprivano nella cinta muraria urbana trecentesca: la Porta di San Tommaso. Si trovava tra le attuali piazza Acquaverde e Piazza Principe e doveva la sua toponimia al monastero che sorgeva presso il Caput Arenae, di fronte al mare. L’antico complesso monasteriale è ricordato perché qui visse Santa Limbania, religiosa a cui sono legate leggende di fatti prodigiosi. Quando fu realizzata la ferrovia, l’accesso fu demolito ma, si dice, sono rimaste tracce sepolte nel tratto compreso tra la stazione metro e quella ferroviaria.

    Stessa sorte per la porta Aurea (da cui trae il nome il quartiere di Portoria) che, sita sul colle di Piccapietra,  fu spazzata via dalle sciagurate manipolazioni urbanistiche degli anni 50-60, insieme alle sue due torri a ferro di cavallo, già ridimensionate nel XVIII secolo. Analoga fine per la modesta Porta Romana, collocata all’imbocco di via San Vincenzo, la cui denominazione derivava dalla strada romana che, provenendo da vico Dritto Ponticello (attuale zona piazza Dante), proseguiva attraverso Via San Vincenzo fino a Borgo Incrociati. Stesso epilogo  per la Porta dell’Acquasola (posizionata al limite settentrionale della spianata),  per la Porta di Murtedo (ubicata alla cima della salita di santa Caterina davanti alla prefettura) e per la Porta di S. Agnese (situata presso la Piazza del  Vastato odierna Piazza dell’Annunziata).

    Perduta ogni traccia, anche, delle primitive porte carolinge, Porta San Pietro, a fianco della chiesa di San Pietro in Banchi, Porta di Serravalle, attuale zona via Tommaso Reggio, Porta di Castri, nella zona Sarzano-Santa Croce, che con la Porta Superana (porta Soprana) facevano parte di quella primitiva cinta muraria della città di cui si hanno notizie certe. Per concludere, ricordiamo che esistevano anche passaggi pedonali (portelli) come quello di S. Egidio o quello più famoso di Portello, cui si deve il nome della piazza fra le gallerie Bixio e Garibaldi.

     

    Adriana Morando
    Foto di Daniele Orlandi

     

  • Oltre il giardino: al via la rubrica verde di Era Superba

    Oltre il giardino: al via la rubrica verde di Era Superba

    Cervara, il giardino di PortofinoQuesto articolo è il primo di una serie che si propone di trattare, sotto diversi profili, l’affascinante tema del “verde”. In generale, il rapporto tra uomo e natura è stato, in tempi recenti, rivalutato e si è affinata, anche come controtendenza ai problemi ecologici, una maggiore sensibilità riguardo alle tematiche ambientali.

    In questo primo articolo descriveremo brevemente ciò che verrà trattato in futuro, in modo da dare al lettore l’idea di quanto varia ed interessante possa essere questa materia. Esamineremo le principali correnti stilistiche del paesaggismo in Italia ed all’estero, le particolarità di alcuni giardini celebri e parchi storici, parleremo dei professionisti della materia, forniremo alcune nozioni di botanica, anche riguardo alla corretta scelta e cura delle piante nei differenti contesti (essenze vegetali più opportune in una terrazza sul mare o in città) e tratteremo delle sempre più frequentate manifestazioni botaniche (da Orticola di Milano, alla Tre Giorni per il Giardino del Castello di Masino, fino al celeberrimo Chelsea Flower Show di Londra).

    Come accennato, di recente si assiste al diffondersi di una più diffusa consapevolezza per la rilevanza dell’elemento naturale e vegetale o forse, più semplicemente, ad uno spontaneo riavvicinamento nei confronti delle meraviglie della natura. Numerosi sono i personaggi pubblici che dedicano tempo e attenzione alla cura del “verde” e che si fanno, in prima persona, promulgatori di tale nuova cultura. Per citare solo i più noti, Michelle Obama è celebre per la recente introduzione di un orto alla Casa Bianca, da lei curato personalmente, Carlo di Inghilterra per la sua passione per la botanica e la produzione di cibi organici e biologici (a mezzo del marchio Duchy Originals), alcuni stilisti, quali per esempio Yves Saint Laurent (il suo giardino a Marrakech è frequentato quanto un museo), per i loro celeberrimi ed estrosi giardini.

    Recentemente alcune dimore storiche hanno poi aperto i loro cancelli mostrando, similmente a quanto da tempo accadeva con il National Trust inglese, tesori botanici inesplorati ed appannaggio, per secoli, solo di una ristretta elite (si pensi, per citarne solo alcuni, al giardino della Kolymbetra, all’Abbazia della Cervara, al giardino de La Mortella, alla Reggia di Pralormo, ai Giardini Vaticani…)

    Non bisogna pensare però che il privilegio di poter disporre di uno spazio verde sia un lusso per pochi. Anche una piccola area ed una limitata disponibilità economica sono in grado di riservare a chiunque grandi soddisfazioni! Si tratti quindi di un cortile interno, di una terrazza, di un normale balcone cittadino, di una fascia di terreno in riviera o di un parco storico, scelte adeguate garantiscono risultati sorprendenti.

    L’intervento a “verde” incide, infatti, molto sull’ambiente urbano, sia da un punto di vista più propriamente visivo che, sebbene ciò sia spesso trascurato ed aspetto poco noto, sotto un profilo cromatico e sensoriale. Preferire alcune varietà botaniche ad altre (ad es: alloro, lavanda, agrumi e similari) permette infatti di ottenere, soprattutto in spazi di ridotte dimensioni, risultati sorprendenti sotto il profilo dell’incidenza olfattiva e difficilmente immaginabili a priori.

    Basta alzare lo sguardo verso certe terrazze romane o buttare l’occhio in alcuni cortili milanesi per rendersi conto di quanto possano incidere, nel singolo contesto, qualche vaso o una armonica disposizione di semplici felci, il tutto con grande soddisfazione del proprietario e beneficio per la collettività.

    Cosa sarebbero d’altronde Bolgheri senza i suoi cipressi, la costa ligure senza i pini marittimi, i giardini inglesi e francesi senza le querce secolari o taluni parchi neoclassici senza gli imponenti e centenari cedri del Libano? Anche un semplice viale cittadino risulterebbe completamente diverso senza filari di alberi che lo costeggiano da sempre. Elementi che diamo per scontati, dunque, non lo sono affatto, soprattutto se si pensa che le piante sono esseri viventi, dotati di ben precise esigenze!

    Il landscape design riunisce quindi in sé diverse ed eterogenee componenti. Vi è l’aspetto più propriamente scientifico, vi è la componente naturalistica, vi è però anche un fondamentale profilo artistico che permette, tramite semplici vegetali, di creare l’enorme varietà del paesaggio (naturale ed artificiale) che ci circonda e che spesso diamo per scontato. Il panorama sarà, cambiando la composizione delle piante, quindi ora mediterraneo, ora continentale, ora alpino e, a sua volta, il giardino avrà stili diversi a seconda del contesto, dell’area geografica e soprattutto del carattere del proprietario!

    In Italia, dove l’Arte e la Natura hanno sempre avuto rilievo e dovranno in futuro (essendo beni preziosi e rari) averne sempre di più, la riscoperta e l’adeguato impiego del “verde” potrebbero rilevarsi, per le loro implicazioni sociali, culturali ed estetiche, fondamentali.
    Parafrasando quindi la celebre frase di un scrittore straniero: e se, da ultimo, fossero proprio l’Arte e la Natura a poterci salvare?

    Giardino Inglese

    di Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano
    Per informazioni: ema_v@msn.com

  • Movimento 5 Stelle e Beppe Grillo, anti-politica o nuova politica?

    Movimento 5 Stelle e Beppe Grillo, anti-politica o nuova politica?

    Beppe GrilloL’uomo del momento è Beppe Grillo. Il suo Movimento 5 Stelle (M5S) è salito alla ribalta grazie ai sondaggi, che gli accreditano, a seconda degli istituti che fanno i rilevamenti, dal 4,5 all’8 % dei voti: un risultato ragguardevole, che potrebbe trasformare una formazione semisconosciuta fino a poco tempo fa nella terza forza politica del paese.

    Di conseguenza i partiti maggiori, in particolar modo a sinistra, hanno dovuto cominciare a misurarsi anche con questa novità, che sembra coalizzare soprattutto il voto di protesta. Eppure, tra i comizi di un leader-comico e gli attacchi dei politici vecchi e nuovi che cercano di demonizzare il nuovo venuto, potrebbe sembrare difficile capire cosa rappresenti davvero il M5S: se sia quell’interessante novità che pretende di essere o non sia addirittura un pericolo per la democrazia, come vorrebbero i suoi detrattori.

    Eppure farsi un’idea, al di là della propaganda di parte, è piuttosto semplice. Qualunque osservatore esterno, che si interessi di politica e che sia minimamente informato sulla genesi e sul programma del partito di Grillo, può fare con onestà le sue valutazioni, dato che su internet non manca davvero nulla: video, programmi, dichiarazioni, contestazioni, critiche e quant’altro. E basterebbe solo una veloce occhiata per far piazza pulita di tutta una lunga serie di luoghi comuni: il M5S non fa “anti-politica”, ma si pone semplicemente al di là della vecchia bipartizione destra-sinistra, al di là di leader giudicati compromessi e idee date per sorpassate; il M5S non si propone di buttare giù tutto, ma ha invece un programma costruttivo scritto direttamente dai cittadini che hanno voluto partecipare e che si arricchisce giorno per giorno di nuove iniziative; infine il M5S non è affatto contro la rappresentanza parlamentare e le regole della democrazia, avendo al contrario un programma radicalmente democratico in cui spicca l’insegnamento della Costituzione come materia obbligatoria a scuola.

    La chiave per comprendere pregi e difetti del partito fondato da Grillo sta piuttosto nella particolarità di un movimento trainato da un leader carismatico che non vuole fare il politico. Il comico genovese infatti, in base alle regole che lui stesso si è dato, è ineleggibile. Nel 1981 nei pressi di Limone guidando su uno sterrato ghiacciato perse il controllo del suo fuoristrada e finì in un burrone, provocando la morte delle tre persone che viaggiavano con lui: ravvisando un’imprudenza del conducente, la suprema corte di cassazione lo ha condannato per omicidio colposo a un anno e tre mesi di carcere. Se la corte abbia avuto ragione o meno ad attribuire a Grillo una responsabilità così pesante, ormai non  importa più: il punto è che questo triste episodio fa di Grillo un pregiudicato a tutti gli effetti. Pertanto il comico, che è impegnato da molti anni in una campagna denominata “Parlamento pulito”, che ha l’obbiettivo di estromettere i condannati dal supremo organo di rappresentanza democratica, per non fare a pezzi la propria credibilità ha dovuto scegliere coerentemente di non candidarsi mai in prima persona. Questo non gli ha impedito di fare il comico con successo e contemporaneamente di promuovere un movimento politico che permetta a giovani incensurati e volenterosi di portare in politica idee nuove.

    Qui sta la particolarità del M5S, che in questo momento è anche la sua forza. Essendo solo un privato cittadino dotato della verve dell’intrattenitore, Grillo può permettersi boutades, sparate, scherzi, parolacce e provocazioni che ai politici tradizionali non sarebbero permesse e che attirano le simpatie di quella gente comune che non vede l’ora di poter mandare finalmente a quel paese questa classe dirigente. Grillo scatena polemiche ad ogni comizio: ciononostante, essendo un comico, può fregarsene allegramente di venire frainteso e può beffarsi della moderazione e dell’equilibrio che per un politico sarebbero virtù indispensabili. Tanto non si rovinerà la carriera politica: non l’ha mai intrapresa!

    Allo stesso modo può schivare tranquillamente i dibattiti e i talk-show che mal si adattano a quel one-man-show che è tipico dei suoi spettacoli. Piuttosto può sfruttare la sua popolarità per mandare avanti i ragazzi del movimento che lui stesso ha creato: così da una parte abbiamo un comico di professione che è ispiratore di un movimento e suo primo promotore, e dall’altra abbiamo un partito giovane e dinamico, che beneficia della  propaganda alternativa e “informale” di un professionista della risata.

    Il mix è semplice e geniale, ma ha un punto debole: è un trucco che non può durare a lungo. Un leader politico che si candidi a premier ha oneri e responsabilità, ma può anche imprimere svolte e guidare il partito. Grillo invece non potrà farlo per sempre. Ha dato vita al M5S, ma mano a mano che questo partito prende campo nei consigli regionali e provinciali, e un domani – verosimilmente – anche nel Parlamento della Repubblica, comincerà a muoversi in senso autonomo. E’ già successo che i ragazzi del movimento su qualche punto si siano ritrovati in disaccordo con il fondatore: a che titolo Grillo può richiamarli all’ordine? Il protagonismo del comico si dovrà adattare, prima o poi, a farsi da parte e a lasciare andare la sua creatura al proprio destino: altrimenti il M5S come partito non avrà futuro.

    Un partito ha bisogno di militanti, elettori e di leader politici: se questi leader emergono, si confrontano con i militanti e con gli elettori, non con la volontà di una sola persona che sta all’esterno (a meno che non sia un potente lobbista o un facoltosissimo finanziatore, ma questa è un’altra storia e non è certo il caso di Grillo). L’atipicità del M5S, quindi, non è nulla di cui preoccuparsi: si risolverà in un verso o nell’altro, decretando la maturazione del movimento o la sua fine. Il rischio eversivo e anti-democratico è solo una barzelletta raccontata dai detrattori di Grillo che vogliono spaventare l’elettorato moderato. In realtà, mentre la Lega Nord è un movimento dichiaratamente separatista – e quindi realmente eversivo – e appare per di più sempre a rischio di inquietanti cadute a sfondo razzista, il M5S si pone l’obiettivo di realizzare l’ideale democratico attraverso l’attuazione della Costituzione e la partecipazione effettiva del cittadino alla vita politica. Le 15 paginette che costituiscono il programma del movimento si possono anche non condividere (io stesso non le condivido tutte), ma non si può non riconoscere che portino un contributo finalmente diverso al dibattito politico.

    A mio giudizio manca ancora una proposta economica e industriale, che risponda direttamente alla domanda centrale, in un periodo di crisi dell’occupazione, di come si creano posti di lavoro. Ma di sicuro il programma non è fatto di proposte inapplicabili e utopistiche, come ha detto una volta su Radio 24 Giuseppe Cruciani: al contrario, sono state messe insieme esigenze di rinnovamento della classe politica, tematiche ambientali ed energetiche, la “definanziarizzazione” dell’economia, contributi di esperti e soluzioni moderne che sono già realtà nei paesi più avanzati.

    Ma soprattutto Grillo ci ha ricordato alcune piccole verità che ci stavamo dimenticando: che in Italia ci siamo ridotti male perché i primi a trasgredire le regole e i principi democratici, nel disinteresse generale, sono quegli stessi che le regole dovrebbero scriverle; che il nostro dibattito pubblico è povero e che passiamo il tempo a guardarci l’ombelico, invece che interrogare chi è esperto e vedere cosa fanno nei paesi più evoluti; che è possibile cambiare le cose, che dalle altre parti succede e che potrebbe succedere anche da noi; e infine che, se vogliamo questo cambiamento, non solo dobbiamo impegnarci in prima persona, ma dobbiamo anche rischiare e rimetterci del nostro. La democrazia non è un gioco a costo zero: «non si può solo mettere la croce su un simbolo e stare a guardare  […]. Sono 50 anni che votiamo e stiamo a guardare. Siamo i guardoni di tutto. Ci tappiamo il naso e votiamo il meno peggio. Non funziona più con questo movimento.  […] Alzate il culo, perchè non è possibile: “tengo famiglia, tengo il mutuo, non c’ho il lavoro…”. Qualcosa bisogna rischiare tutti».

    Andrea Giannini

     

  • Consulenza online: assicurazioni auto, mercato libero o prigione?

    Consulenza online: assicurazioni auto, mercato libero o prigione?

    Parlare di libero mercato potrebbe sembrare banale, eppure non lo è affatto. Una carrellata di contraddizioni… per noi che tutti i giorni dobbiamo fare i conti col carrello della spesa. Mercato libero vorrebbe dire libertà di scegliere, non libertà di farsi imprigionare; prendiamo l’esempio dalle assicurazioni auto che per prime furono oggetto di libero mercato.

    Siamo nel 1995: ogni impresa assicurattrice poteva applicare la tariffa RC Auto ritenuta più idonea. Prima di allora, la tariffa era monitorata dallo stato, ovvero ovunque ci si recasse, il prezzo da pagare era quello. E non si discuteva.

    Poi il libero mercato, ovvero la nuova frontiera del risparmio. Era proprio il caso di dirlo: risparmio assicurato. Ma qualcosa non ha funzionato, evidentemente, dal momento che i prezzi delle assicurazioni auto sono sempre aumentati. Anzi, dal 1995 gli aumenti sono stati più consistenti, grazie al mercato libero.

    Qualcuno diceva: così sei libero di andare da chi ti offre la tariffa più vantaggiosa; ma allora non c’era internet e trovare l’assicurazione più conveniente non era roba di due minuti, anzi, il tempo perso in telefonate e ricerche disperate non giustificava il risparmio eventualmente ottenuto.

    Allora si è detto. Meglio rimanere dove si è, se ci si trova bene… Poi sono comparse le compagnie telefoniche: prezzi eccezionali in virtù della mancanza di agenzie assicurative vere e proprie, cosa che abbatteva parecchio i costi; però non sapevi mai con chi parlavi ed il rapporto interpersonale andava a farsi friggere.

    Questa volta si è detto: meglio guardare in faccia il tuo interlocutore e rimanere dove si è, se ci si trova bene… Poi sono arrivate le banche a proporre prezzi stracciati, a condizione che uno apra un nuovo conto corrente, sennò non vale. E’ come se un giorno la Michelin decidesse di fabbricare automobili super economiche, a condizione che siano equipaggiate con i loro pneumatici, sennò niente auto!

    In questo caso s’è detto: meglio guardare negli occhi un interlocutore o guardare in faccia la realtà e andare da chi ci prende in giro, però ci fa risparmiare?

    Alla fine sono arrivati i grandi riformisti: Bersani prima e Monti poi. E che cosa hanno portato le rifrome? Una gran confusione sulle classi di merito (un neopatentato può acquisire la classe bonus/malus del padre guidatore virtuoso), il paradosso dell’indennizzo diretto (in caso di incidente paga la tua assicurazione, ma ti devi accontentare…), le carrozzerie convenzionate (non puoi più decidere dove fare ripararare la tua auto) e, dulcis in fundo, la mediazione obbligatoria in caso di sinistro (prima di fare causa all’assicurazione devi fare obbligatoriamente il tentativo di conciliazione).

    E adesso che si dice? Che il futuro non lo assicura più nessuno.

     

    Alberto Burrometo

    Foto di Diego Arbore

    Per segnalazioni, domande e richieste di consulenza scrivere a progetto.up@gmail.com oppureredazione@erasuperba.it. La rubrica “Consulenza Online” vuole essere un filo diretto con i lettori, il presidente dell’associazione Progetto Up Alberto Burrometo è a vostra disposizione.

     

     

  • Storia di Genova: la cittadina di Arenzano

    Storia di Genova: la cittadina di Arenzano

    Arenzano

    GuidadiGenova.it – Arenzano e Cogoleto, luoghi da visitare

    Se una domenica non sapete cosa fare e volete lasciare la città ma non avete voglia di farvi inscatolare, per troppo tempo, in quella quattro ruote che già vi accompagna, quotidianamente, nel traffico caotico di Genova, imboccate l’autostrada che porta verso il ponente ed uscite ad Arenzano, una piccola e ridente cittadina marinara, sita in un’insenatura naturale chiusa da Capo San Martino.

    Un nome antico come le sue origini che, pare, risalgano ai tempi dei romani come testimonierebbe “ Arentianis” (possedimenti della famiglia di Aurentius), toponimo di chiara derivazione latina. Un’altra fonte ipotizza  che il nome  tragga origine dalla presenza di “un’ara di Giano”, divinità bifronte che viene chiamata in causa anche per la denominazione  della nostra metropoli.

    Aensèn o Rensèn, in ligure, stretta tra il mare e i monti, col suo territorio interamente compreso nel Parco Naturale del Beigua, offre un’immagine di serena tranquillità che stride con i suoi trascorsi storici, tempi lontani che la videro preda delle incursioni dei saraceni che qui crearono una delle più importanti basi per la pirateria del Mar Ligure. A questi scomodi ospiti è legata un’antica leggenda, quella del “pozzo sparito”. Si narra che, nel luglio 1260, le vele  dei predatori mussulmani apparvero all’orizzonte incutendo, negli arenzanesi, un ben motivato terrore. A difesa dei beni più preziosi, decisero di nascondere le fanciulle e gli oggetti pregiati in un pozzo che si era inaridito per l’estrema siccità, sito nel centro della città. Ricopertolo accuratamente e cancellate tutte le tracce, attesero che la scorribanda avesse termine e poi corsero a recuperare i loro tesori ma non furono in grado di ritrovare il luogo di quel nascondiglio così ben celato. Può sembrare incredibile ma, ancora nell’ottocento, nei contratti di compra-vendita di terreni,  veniva inserita una clausola che imponeva, nel caso del rinvenimento del pozzo, di cederne il contenuto al primitivo proprietario.

    Cacciati i saraceni, nel medioevo, Arenzano venne a far parte della Marca Obertenga, ampio territorio sotto il dominio di una dinastia longobarda, il cui capostipite era Oberto, marchese di Milano e conte di Luni. Fu questo un periodo di grande crescita per il piccolo borgo che si trasformò in un fiorente centro commerciale, sede  di importanti cantieri navali  e che raggiunse il massimo sviluppo, nel XIII secolo, quando la cittadina poteva vantare oltre 50 barche a vela che svolgevano i loro traffici nel Mediterraneo.

    Con l’avvento delle navi a vapore, l’attività portuale si ridusse gradualmente per lasciare il posto ad un’altra ricca fonte di introiti, il turismo, di cui ne è testimone il famoso Grand Hotel, inaugurato nel 1915 e tuttora esistente, situato a pochi passi dal Parco Comunale (di proprietà del marchese Cambiaso).

    Per chi è in cerca di relax “dinamico”, si può raggiungere Cogoleto percorrendo la pista ciclabile che collega i due centri rivieraschi, uno splendido lungomare dedicato al cantautore genovese Fabrizio De André, o avventurarsi a “Cü du Mundu”, località conosciuta per i suoi percorsi torrentizi e alpinistici. Se, al contrario, preferite qualcosa di più tranquillo vi aspetta la Villa Negrotto Cambiaso (XVI secolo), oggi sede del municipio, e il suo verde prato all’inglese. Non mancate di fare una visita alla chiesa parrocchiale, costruita su progetto dell’architetto Giovanni Antonio Ricca tra il 1703 e il 1717 che vi accoglierà con la sua facciata barocca, cui fanno da cornice due campanili e il vicino oratorio quattrocentesco di Santa Chiara.

    L’edificio ecclesiale, una ricostruzione fedele operata sulle macerie del bombardamento aereo del 1944, mostra un interno, di forma ellittica, impreziosito dagli affreschi di Andrea Semino e da ampie vetrate colorate, ritraenti san Giovanni Battista e i santi Nazario e Celso, a cui è dedicata. In alto, affacciato sul mare, si erge il Santuario del Bambino di Praga, fondato dai Carmelitani scalzi nel 1905. Il culto del piccolo ”re” vede la luce in questo luogo con il dono di una statua in cera da parte della principessa Polissena Lobkowitz, nel 1628, che fu sostituita con l’attuale, nel 1902, offerta dalla marchesa Delfina Gavotti,  ed incoronata ufficialmente nel 1924.

    Naturalmente non si può lasciare Arenzano senza visitare il bellissimo museo dedicato alle tecnologie per l’ambiente. Il suo nome è “Muvita” ed è nato 11 anni dopo il più grande disastro navale del Mediterraneo che vide disperdersi in mare le 144.000 tonnellate di petrolio contenute nelle stive della “Haven”, relitto che ancora giace sui fondali a 70 m di profondità. L’edificio, il Casone, in cui è sito il “science center”,  è una vecchia cartiera del seicento con un caratteristico tetto a nave rovesciata che  ricopre una struttura  di quattro livelli: i primi due sono divisi in sette aree di percorsi interattivi, il terzo è dedicato alla biblioteca e ad un laboratorio di biochimica, il quarto ospita un auditorium da 300 posti, il tutto per un totale di 2600mq di superficie. Unico nel suo genere in Italia, si propone di educare al rispetto dell’ambiente attraverso la conoscenza del clima, delle varie forme di energia, dello sfruttamento delle biomasse, dei modelli di crescita sostenibile.

    Per partecipare alla festa patronale in onore dei santi Nazario e Celso, che non manca di processioni, bancarelle di tutti i generi e di fuochi d’artificio, dovrete, però, aspettare il 28 luglio e, soprattutto, non potete mancare alla festa di San Bartolomeo il 24 agosto, in località Terralba, occasione irrinunciabile per poter gustare le melanzane ripiene, specialità del luogo.

     

    Adriana Morando

  • Partecipazione e democrazia: se do moneta voglio vedere cammello

    Partecipazione e democrazia: se do moneta voglio vedere cammello

    Soldi e MoneteNello scorso articolo ho parlato di tasse e ho concluso auspicando che la questione fiscale possa diventare anche nell’Italia di oggi, come sempre è stato nella storia, il fulcro per lo sviluppo democratico del paese. Il cancro del malaffare, degli interessi particolari, della crisi della rappresentanza politica e del disinteresse verso la cosa pubblica può essere curato a partire proprio da qui, dall’esigenza di una politica di tassazione più equa e intelligente.

    Capisco che molti tendano a disgiungere il tema della democrazia e dei diritti da quello della gestione delle risorse dello Stato, essendo il primo un argomento con una sua validità teorica a priori e il secondo un argomento decisamente più pratico che si valuta empiricamente caso per caso. Eppure, nonostante ciò, i due aspetti sono fortemente collegati. E lo si vede bene proprio nella situazione attuale. A causa della crisi del debito sovrano, il governo Monti, che non è riuscito finora a convincere la Merkel a cambiare le regole dell’UE, non ha trovato niente di meglio da fare che alzare le tasse e inasprire la lotta all’evasione, che è un serbatoio di risorse sottratte allo Stato potenzialmente enorme. Non c’è dubbio che se tutti pagassero le tasse, le casse pubbliche non sarebbero più a rischio e quindi chi specula contro di noi avrebbe vita difficile.

    Ma resta il problema di come fare, in concreto, per combattere l’evasione. Milena Gabanelli a Report ha suggerito un’idea che, se si potesse effettivamente mettere in pratica, sarebbe l’arma definitiva: l’abolizione del contante.

    Molti non sono d’accordo: pensano che si tratti di una proposta utopistica, che metta a rischio la privacy e che verrebbe piegata, alla fine, agli interessi del sistema bancario, ben contento di poter costringere tutti i cittadini a pagare le commissioni di un conto corrente. Comunque stiano le cose, per spirito di discussione, proviamo ad immaginare cosa succederebbe se questa idea venisse effettivamente attuata e se sortisse l’effetto desiderato: proviamo ad immaginare un’Italia in cui l’imprenditore non possa più falsificare i bilanci e l’operaio non possa più arrotondare lo stipendio facendo lavoretti extra nel week-end. Cosa succederebbe?

    Succederebbe che i consumi, nel primo periodo, sprofonderebbero e l’economia ne risentirebbe in negativo. Personalmente ho pochi dubbi a riguardo. Se tutti gli Italiani si ritrovassero a pagare più tasse, cioè a dare più soldi allo Stato, è ovvio che potrebbero spendere di meno, cioè avrebbero meno soldi da dare ad altri cittadini in cambio di beni e servizi. Quindi avremmo un forte ribasso dei consumi, ingigantito dalla percezione psicologica di una minore disponibilità di liquidi che accentuerebbe la propensione delle famiglie al risparmio. Insomma l’economia sprofonderebbe in una recessione ancora maggiore.

    Certo la speculazione internazionale allenterebbe significativamente la morsa, e questo sarebbe un enorme risultato, perché ci porterebbe probabilmente fuori dal rischio bancarotta. Ma resterebbe il problema di un’economia più povera che non saprebbe più come ripartire. Lo Stato non si potrebbe rimettere a spendere come prima: adesso c’è anche il pareggio di bilancio in Costituzione. Gli investimenti stranieri rimarrebbero comunque scoraggiati da una tassazione elevata. Il cittadino, infine, non potrebbe più alleggerire la pressione fiscale con la piccola evasione, che sarebbe impossibile senza più contante in circolazione. A questo punto c’è poca scelta: alla gente non resterebbe che prendersela con la politica e sarebbe una rivoluzione enorme. Saremmo costretti cioè a rivolgere la nostra attenzione contro gli sprechi, i costi della corruzione, il malaffare e la cattiva gestione della cosa pubblica e non sarebbe facile per la classe dirigente uscire indenne anche dal più piccolo scandalo: perché il cittadino, non avendo più altra strada, difficilmente accetterebbe di continuare a foraggiare una spesa pubblica fuori controllo.

    Si ricostituirebbe insomma il legame virtuoso di controllo dell’opinione pubblica tra i soldi che vanno via con le tasse e i servizi che si pretende di avere in cambio. Aumenterebbe l’attenzione verso la gestione del denaro pubblico e di conseguenza la partecipazione democratica. Gli onesti verrebbero premiati e la meritocrazia sarebbe un fattore di impulso economico. Gli sprechi calerebbero vistosamente, la spesa pubblica dimagrirebbe e sarebbe più equilibrata. Si sposterebbe la tassazione in modo da renderla più equa e da ultimo avremmo una sua riduzione.

    Fino a ieri non ci preoccupavamo veramente della differenza che c’è tra pagare tributi di guerra, pagare il pizzo alla mafia e pagare le tasse: sono sempre soldi che ci escono dal portafoglio. Eppure solo nell’ultimo caso c’è una motivazione sociale, la possibilità di esercitare un controllo e un servizio che ci viene dato in cambio. Senza più scorciatoie, saremmo costretti a rendercene conto e a pretendere da coloro ai quali affidiamo la gestione che le cose vadano davvero così. In fin dei conti, se diamo moneta, si tratta solo di pretendere di vedere cammello.

     

    Andrea Giannini

  • Consulenza online: via Canepari, strisce gialle a tradimento

    Consulenza online: via Canepari, strisce gialle a tradimento

    AutobusNei giorni scorsi abbiamo ricevuto decine di segnalazioni relative a due nuove situazioni legate alle famose strisce gialle, ovvero le corsie riservate ai bus. In realtà, va detto, le situazioni non sono propriamente nuove, sono nuove le multe che vengono recapitate agli ignari automobilisti. In particolare, stiamo parlando di via Canepari e di via di Francia, laddove le telecamere sono posizionate da mesi, ma non tutti lo sanno, a quanto pare.

    Mario di Certosa, uno tra i tanti, ci segnala un’assurdità: «Abito in via Mansueto e per tornare a casa debbo percorrere via Canepari e, ad un certo punto, giro a destra; mi è stata notificata una multa perchè la telecamera mi ha immortalato mentre invadevo la corsia riservata ai bus…»

    Abbiamo voluto indagare e, un po’ come la Pantera Rosa, ci siamo recati in loco… Cosia gialla tratteggiata in quanto ci si trova in prossimità di un incorcio (con via Mansueto, appunto) e telecamera posizionata qualche decina di metri prima: impossibile dirigersi verso via Mansueto senza incorrere nell’infrazione.

    Dalla fotografia emerge chiaramente l’auto con la freccia inserita per svoltare in via Mansueto… Ricorso vinto in partenza, voi direte. Certo, ma quanto tempo deve perdere un cittadino a seguito della superficialità del Comune?

    Alcune segnalazioni arrivano anche per via di Francia… E nuovamente Pantera Rosa in azione… In particolare, chi proviene dalla sopraelevata ed esce in via di Francia si trova di fronte una rotonda; per dirigersi a ponente senza passare sotto l’occhio vigile della telecamera è necessario tagliare la strada a tutti, virare di prepotenza a sinistra per incanalarsi nella corsia giusta… che brivido! Però quella telecamera è segnalata, in mezzo ad altri tremila cartelli ce n’è uno che ci avvisa: per vederlo bisogna fermarsi o tamponare chi ci sta davanti.

    In Inghilterra hanno più senso civico: la prima volta che commetti un’infrazione ti avvisano che dalla prossima volta riceverai una multa. Qui il silenzio regna sovrano per farci cadere in trappola: ci fanno commettere tante infrazioni finchè non veniamo a conoscenza di commetterle… E io vado a piedi.

     

    Alberto Burrometo

    Per segnalazioni, domande e richieste di consulenza scrivere a progetto.up@gmail.com oppure redazione@erasuperba.it. La rubrica “Consulenza Online” vuole essere un filo diretto con i lettori, il presidente dell’associazione Progetto Up Alberto Burrometo è a vostra disposizione.

  • Storia di Genova: alla scoperta del forte San Giorgio

    Storia di Genova: alla scoperta del forte San Giorgio

    Il Forte San Giorgio di Genova

    La Storia di Genova, articoli e video – Vai all’approfondimento su GuidadiGenova.it

    Passi e ripassi per via Ugo Bassi senza vederlo perché si nasconde diedro gli edifici di una città che gli è cresciuta attorno, assediandolo col suo abbraccio di pietra, ma se si imbocca la stradina laterale che si trova nel tornante, appena passata la chiesa di S. Tommaso nel quartiere di Oregina, ecco apparire un imponente cancello, l’entrata di forte san Giorgio.

    Non è possibile andare oltre: se si supera quella parete di ferro, che si apre lentamente solo dopo aver dichiarato le proprie generalità e sotto lo sguardo vigile di austere telecamere, il marinaio di guardia, affiancato da un carabiniere in divisa, vi invita a tornare sui vostri passi: siamo in zona militare, perché qui è ubicato, attualmente, l’Istituto idrografico della Marina Militare Italiana.

    Questa roccaforte nasce sulle macerie di uno dei 19 bastioni, inglobati nelle mura cinquecentesche di Genova , posizionato sull’erta costa di S.Ugo, alle spalle del porto,  che in seguito ad una sollevazione popolare, fu parzialmente distrutto e dato alle fiamme, nel 1848. Dopo alcun anni venne decisa la realizzazione della nuova fortezza col compito di difendere il sottostante Arsenale Militare, edificato, a sua volta, sull’antico complesso monasteriale di Santo Spirito.

    Il contributo del genio sardo, coniugato ad una maggiore disponibilità di mezzi, fu fondamentale nell’architettura della nuova costruzione: all’uso della pietra locale venne aggiunto, infatti, l’impiego dei mattoni il che rese possibile la realizzazione di una struttura dinamica costituita da ampi spazi, connessi fra loro da gallerie o ampie rampe,  per uno spostamento veloce in senso verticale od orizzontale, lungo le quali si aprono improvvisi ballatoi o passaggi per un perfetto collegamento tra i vari reparti organizzativi. Il compito iniziale dell’edificio fu quello di scongiurare eventuali sommosse dovute all’insofferenza  verso la nuova dominazione sabauda, come si evince da alcuni elenchi  sugli armamenti dell’epoca nei quali si legge che  nei due forti cittadini, quello di S. Giorgio e di Castelletto, era prevista una potenza di fuoco di 23 cannoni di grosso calibro, 8 mortai e 28 cannoncini.

    Successivamente, fu presa in considerazione l’ipotesi di un utilizzo come polveriera che, allora, era ubicata nell’area del Lagaccio, dove attualmente si trova l’ex-caserma Gavoglio. Infine si risolse di adibirla ad Osservatorio Astronomico, funzione ricordata anche dal toponimo della via di accesso, “passo all’Osservatorio“, e alla produzione di  cartografia nautica. Nacque, così, l’Istituto Idrografico, Ente deputato all’elaborazione di tutte le carte per la navigazione del Mediterraneo dal meridiano 8, che passa al largo della costa sarda di ponente fino al  meridiano 22 che taglia il Peloponneso tra capo Gallo e capo Matapan.

    E’ indubbio che la cartografia genovese abbia tradizioni antichissime che chiama in causa la Corona Lusitana del ‘400 la quale commissionava ad abili disegnatori liguri tale compito, accecandoli a lavoro terminato perché non svelassero i segreti militari ivi contenuti. Certamente, le carte medievali non raggiungevano la  perfezione che si ottiene oggi grazie all’alta tecnologia, ma erano banalmente dei “ferri” del mestiere, ricavati da semplice schizzi, inviati a Genova per l’elaborazione, da naviganti che percorrevano un tratto di costa e ne disegnavano il profilo (non vi erano ancora macchine fotografiche). A questo primo abbozzo si inserivano, via via, dati aggiuntivi  riportati da altri viaggiatori fino a diventare delle vere “enciclopedie” indispensabili a chi andava per mare.

    Quanto a segretezza… i genovesi, abili commercianti, furono pronti ad improntare un florido commercio internazionale senza troppo interessarsi  delle coste nazionali. Fu, infatti, Nelson il primo a richiedere una carta  dei litoranei siciliani così quando, nel 1872, l’Idrografico iniziò la sua attività, affidato alla direzione di G. B. Magnaghi, Ammiraglio della Regia Marina, la cartografia italiana era praticamente inesistente e si dovette incominciare col mettere in essere un vero osservatorio  astronomico, un opificio per le incisioni su rame, un apparato per la stampa calcografica e solo, tra il 1877 e il 1878, si fu in grado di approntare navi corredate da strumenti per le rilevazioni dei dati idrografici. I primi versanti  ad essere interessati furono quelli del Tirreno, dalla costa francese fino a quella calabra ed alcuni tratti dell’Adriatico, ad esempio, la costa veneta. Per la Sicilia si dovette aspettare il 1908, dopo il terribile terremoto di Messina e nell’intervallo 1912-1914 si incominciò a scandagliare il Mar Rosso. Nel periodo fascista l’attenzione fu portata verso i litorali delle colonie e delle nazioni prossimali come quelli dell’Eritrea, della Somalia, della Cirenaica, della Tripolitania, dell’Albania, delle isole Greche e quelle lontanissime del Polo Nord dopo la tragica spedizione del “dirigibile Italia” (1928).

    Durante l’ultima guerra l’Istituto Idrografico lasciò la sua sede genovese per Montecatini e, poi, per Baveno (Lago Maggiore), tornando, definitivamente, nella nostra città solo nel 1947. Storia nella storia si potrebbe dire, la stessa che si può toccare con mano salendo lungo l’acciottolato carrabile fino ai piedi di  uno squadrato edificio rosso, emergente dalle antiche muraglie, dove, ai lati di un imponente porticato fanno da guardia due minacciosi cannoni. Poco più in là, vicino all’asta della bandiera i simboli della marineria, due nere ancore che ci ricordano il legame col mare. Una lunga , larga scalea, incuneandosi nel cuore dell’edificio, s’inerpica verso l’alto, impreziosita da una riproduzione dell’antico porto di Genova e da un bassorilievo di Gelio Repetto, raffigurante S. Giorgio nell’atto di uccidere il drago.

    Non manca la biblioteca in cui sono raccolti volumi di pregio alcuni dei quali risalenti ai primi dell’ottocento, oltre a più di 2000 carte calcografiche pubblicate tra il 1600 e gli inizi del novecento. Continuando la salita, si riemerge all’esterno in una “piazzetta” circondata dal corpo del fabbricato e da cui si accede ai locali dove ferve l’attività di tecnici qualificati che hanno il compito di “tradurre” i dati, raccolti dalle navi idrografiche, in carte nautiche.

    Dalle ampie vetrate, la vista si estende sul porto per spingersi lontano fino alla Torre della Specola da cui partiva, alla fine dell’ottocento lo “sparo del cannone di mezzogiorno“. A quei tempi, infatti, l’Idrografico provvedeva a segnalare l’ora esatta alle navi del porto e alla città, attraverso cronometri distribuiti in punti strategici e, nel contempo, avviava un congegno elettrico che azionava il cannone posto in un casotto vicino alla torre.

     

    Adriana Morando

  • Storia di Genova: Quinto al Mare

    Storia di Genova: Quinto al Mare

    Quinto, Genova

     La Storia di Genova, articoli e video – Vai all’approfondimento su GuidadiGenova.it

    Il quartiere di Quinto al Mare (poco più di 8.000 abitanti) come lo vediamo e conosciamo oggi, prese forma a partire dagli anni 50 del secolo scorso, quando venne avviata una massiccia espansione edilizia terminata nel decennio successivo con la costruzione di Corso Europa a monte dell’Antica via Romana e della napoleonica Aurelia a mare.

    Come accaduto per i quartieri di Quarto dei Mille e Sestri Ponente, Quinto deve il nome alla collocazione sulla Via Aurelia antica di epoca romana (ad Quintus Milium – quinto miglio dalla città di Genova). La via romana attraversava Genova perpendicolarmente al torrente Bisagno e al torrente Sturla (i ponti di S.Agata in Borgo Incrociati e quello detto appunto “romano” di via delle Casette a Sturla ne sono testimonianza), era l’asse di accesso alla città da Levante lungo i borghi di Nervi, Quinto, Quarto e Sturla. A prova della sua importanza, in molti testi medievali veniva indicata con l’appellativo di Strada. L’attuale Via Antica Romana di Quinto conserva tratti di quell’antichissimo asse di vitale importanza per il commercio e le comunicazioni.

    Gran parte della storia di Quinto al Mare si concentra fra codesta strada e il mare. Eh già, il mare… Scontato evidenziare quanto la presenza del mare abbia segnato la vita di questa terra e delle genti che nella storia l’hanno abitata. Testi storici evidenziano la tradizione marinara di Quinto in più di un’occasione; sin dal Medioevo il borgo fu costretto a difendersi dai continui attacchi dei saraceni provenienti dal nord africa e dalle tante imbarcazioni di pirati che riuscivano più facilmente a raggiungere le coste dei borghi limitrofi, piuttosto che tentare di penetrare nel porto di Genova. Per questo motivo venne eretta un’imponente fortezza a difesa delle abitazioni, che rimase in piedi sino ai bombardamenti inglesi del 18esimo secolo. Ulteriore conferma della tradizione di questa terra, negli anni in cui la flotta della Repubblica di Genova era fra le più potenti ed attrezzate del mondo, la quasi totalità degli abitanti maschi del borgo erano arruolati sulle navi genovesi.

    Inoltre, secondo l’ipotesi di alcuni storici, fu proprio Quinto a dare i natali a Cristoforo Colombo; il navigatore genovese sarebbe nato in una villa nella zona a monte dell’attuale corso Europa, in località Terra Rossa, alle pendici del monte Moro, in cui avrebbero abitato i familiari. Si sa, pero’, quante tesi e ipotesi ci siano su questo tema, il più delle volte contraddittorie. Colombo è rappresentato in un affresco nella chiesa di San Pietro situata sulla via Antica Romana.

    Durante il periodo napoleonico il borgo conobbe le prima trasformazione in seguito ai lavori per l’apertura dell’Aurelia a mare (oggi SS1). Nei primi decenni del novecento era diventato sede di due importanti opifici, oltre che di un grande molino granario, e di diversi frantoi per la produzione dell’olio. E quando nel 1926 fu annesso alla Grande Genova, l’economia agricola del borgo aveva appena conosciuto la spinta dello sviluppo “industriale”, con il conseguente aumento della popolazione e la costruzione di nuove abitazioni.

    Tutto ciò rese insufficiente lo scalo della stazione imponendo il suo ampliamento mediante lo spostamento a monte della linea ferroviaria. (A ricordo della vecchia sede ferroviaria resta solo una galleria all’inizio di via Gianelli oggi adibita ad autofficina…)

    Foto e video di Daniele Orlandi

    QuintoQuinto

  • Tasse più alte d’Europa, evasione fiscale da record: cercasi Robin Hood

    Tasse più alte d’Europa, evasione fiscale da record: cercasi Robin Hood

    Spese e debito pubblicoC’era una volta, in un paese lontano lontano, un sovrano che vessava il suo popolo mandando emissari a riscuotere oboli altissimi, affamando così la brava gente. Ma un bel giorno tornò dal mare un principe che, radunati un gruppo di valorosi aiutanti, si nascose nel fitto della foresta e da lì cominciò a prendere d’assalto gli emissari del re, rubando il loro denaro per restituirlo ai poveri.

    Ovviamente questa è la storia di Robin Hood, ma a ben vedere si tratta di una storia incredibilmente attuale. Ci sono governanti cattivi, tasse alte e un popolo in difficoltà: insomma, è l’Italia di oggi. Ecco, non è un caso se una delle storie più popolari e antiche della nostra cultura parla sostanzialmente di politica fiscale: la Storia dell’uomo occidentale, se vogliamo, è essenzialmente una storia di tasse. Il principe Giovanni di Robin Hood è lo stesso che nel 1215 concesse ai baroni inglesi la Magna Charta, che impediva al Re di imporre nuove tasse senza l’autorizzazione del Consiglio (la futura Camera dei Lord del Parlamento inglese). Ma anche la formazione del Sacro Romano Impero, la Riforma protestante, la Rivoluzione Francese e quella Americana furono tutti eventi in cui il problema della tassazione fu il primo motore del corso della Storia.

    Anche oggi in Italia il problema fiscale è centrale. Per anni, e soprattutto nel recente passato, lo abbiamo affrontato a modo nostro: cioè con il pragmatismo e la morale cattolica, che sono elementi fondanti della nostra cultura. Il cattolicesimo, infatti, imporrebbe una condotta di vita piuttosto dura, improntata al sacrificio e alla castità: e proprio per questo motivo si da per scontato che non possa essere perseguita con successo dalla maggior parte delle persone. Nella realtà, quindi, pochi riescono davvero a porgere l’altra guancia e a non desiderare la donna d’altri: e questi, di solito, sono quei santi che spiccano, per l’appunto, nel nostro popolo fatto anche di navigatori e poeti. Insomma, in Italia la regola è eccezionalità, mentre la costante trasgressione si condanna in pubblico, ma è normale pragmatismo in privato. Se le tasse sono alte, il problema non si affronta: si aggira.

    L’evasione fiscale ebbe la sua consacrazione e il suo sdoganamento ufficiale grazie all’ex-Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, che in una conferenza stampa del 17 febbraio 2004 dichiarò: «Se lo Stato mi chiede il 50 e passa per cento, sento che è una richiesta scorretta, e mi sento moralmente autorizzato ad evadere, per quanto posso, questa richiesta dello Stato».

    Oggi i tempi sono cambiati. Monti ha dichiarato pubblicamente, e non senza una qualche nota polemica rivolta proprio alla “linea politica” del suo predecessore, che sono gli evasori a mettere le mani nelle tasche degli Italiani. La gente poco a poco sta prendendo consapevolezza della gravità del fenomeno (120 miliardi all’anno è il mancato introito per le casse pubbliche stimato dalla Corte dei Conti); l’Agenzia delle Entrate ha intensificato i controlli a tappeto; il super-computer “Serpico”, a quanto pare, comincerà ad incrociare i dati dei contribuenti per scovare situazioni sospette. Insomma, sembra che sia cominciata la battaglia per riportare il fenomeno dell’evasione, sul lungo periodo, a percentuali in linea con quelle degli altri paesi europei.

    Eppure il problema dell’elevata pressione fiscale resta. Oggi in Italia, a chi le tasse le paga, lo Stato prende 55 centesimi per ogni euro guadagnato: un valore che non ha eguali al mondo, andando a superare persino quello dei paesi scandinavi, che però offrono i migliori servizi pubblici che si conoscano.

    Da noi, al contrario, l’enorme percentuale di gettito fiscale alimenta una spesa pubblica folle, deprime i consumi, spaventa l’investitore straniero e strangola l’economia. Se ne rendono conto tutti, non solo il Berlusconi del 2004, il quale non avendo alcuna cultura politica, ma essendo dotato in abbondanza di una beata ingenuità e di una spiccata propensione ad aggirare le leggi, era entrato nell’argomento come un elefante in cristalleria, proponendo, da uomo di Stato, di soprassedere a piacimento alle regole dello Stato (cosa che, tra l’altro, lui faceva già da tempo).

    Ma il problema non può essere se pagare le tasse o evaderle: la legge va rispettata comunque. Ciò non toglie che dovremmo chiedere leggi che, per una norma di elementare buon senso, abbiano un senso e si possano effettivamente rispettare. Nel paragone tra l’Italia di oggi e la storia di Robin Hood c’è solo un fattore che manca: è Robin Hood stesso, vale a dire l’eroe. Ma quella è solo una leggenda. Nella realtà gli Inglesi fecero tutto da soli: cioè si ribellarono.

    E in altri momenti della Storia ci furono re che persero la testa. Oggi fortunatamente sono “in voga” metodi più civili; ma il principio, quello di lottare per poter sottostare a delle leggi giuste anche e soprattutto in materia fiscale, resta. Nel corso della Storia è qui che è maturato il grado di civiltà di un paese. Se riuscissimo a perdere l’abitudine di fare leggi per il gusto di aggirarle, grida manzoniane che suonano bene a rileggerle, ma che sono sempre disattese nella vita reale, saremmo costretti a imparare a fare quello che come collettività non abbiamo mai fatto: affrontare i problemi. Fedeli al detto “calati iuncu ca passa a china” (calati giunco che passa la piena), siamo bravissimi ad aggirare gli ostacoli. Ma prenderli di petto è un’altra cosa. E anche se molti non avranno la più pallida idea di come questo si possa fare, in realtà esiste già un modo ben collaudato, che non comporta appendere la gente a testa in giù in Piazzale Loreto: benvenuti nel magico mondo della democrazia.

     

    Andrea Giannini

  • Consulenza online: Mediazione Civile (seconda parte)

    Consulenza online: Mediazione Civile (seconda parte)

    La scorsa settimana abbiamo lasciato in sospeso l’argomento delle mediazioni. Mi sono sorpreso di come la gente sia davvero precariamente informata su questa novità introdotta due anni fa ed ora pienamente in vigore…

    Intanto precisiamo che la mediazione obbligatoria non è una alternativa al processo ordinario ed il mediatore non è un giudice.

    Il giudice prende in esame un caso sottopostogli da due o più parti in lite e, valutati tutti gli elementi, sia di fatto che di diritto, emette una sentenza che ha il valore di legge tra le parti. Il mediatore esamina sì la questione sottoposta al suo vaglio, ma il suo compito non è quello di entrarne nel merito, bensì quello di fare da pompiere tra due soggetti.

    I latini dicevano in medio stat virtus… Quindi il mediatore deve essere… virtuoso e, perchè no, anche un po’ psicologo. Deve cioè comprendere le ragioni di due soggetti che, da soli, non trovano un accordo su una questione. E dispensare consigli utili al raggiungimento della pax, della pace.

    E come ogni essere umano dotato di fallacità, il mediatore potrebbe non riuscire nello scopo, magari non per sua colpa… Gli avvocati, per esempio: hanno mal recepito questa novità e non lo nascondono; per loro è meglio non “mediare”  e farsi una causa che rende certamente di più. Per loro… ma per il cliente? Meglio dunque “obiezione di coscienza” o “obiezione vostro onore” ? Ai posteri l’ardua sentenza….

    Ricordiamo che chiunque può tentare la mediazione senza farsi assistere da un professionista: chi fa da sè fa per tre, dice l’antico adagio. Per concludere, mi preme ricordare le materie per cui vige l’obbligo di tentare una mediazione prima di instaurare un qualunque giudizio nelle aule tribunalizie:

    Condominio; Diritti reali; Divisione; Successioni ereditarie; Patti di famiglia; Locazione; Comodato; Affitto di azienda; Risarcimento del danno derivante dalla circolazione di veicoli e natanti; Risarcimento del danno derivante da responsabilità medica; Risarcimento del danno derivante da diffamazione con il mezzo della stampa o altro mezzo di pubblicità; Contratti assicurativi, bancari e finanziari.

    Insomma, ce n’è per tutti i gusti, anche se per mediare, a volte, ci vuole un palato sopraffino.

    Alberto Burrometo

     

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  • Storia di Genova: i Truogoli di Santa Brigida e l’antico monastero

    Storia di Genova: i Truogoli di Santa Brigida e l’antico monastero

    Piazza dei Truogoli di Santa Brigida

    La Storia di Genova, articoli e video su GuidadiGenova.it – Vai all’approfondimento sul Sestiere di Pré

    “Superba ardeva di lumi…Genova…  dal suo  arco marmoreo di palazzi” (Giosuè Carducci), edifici, come dice l’ode citata, eburnei, imponenti, che incombono granitici su quell’antica “via Nuova” (via Balbi)  che i nobili Durazzo e Balbi, insediatisi nel quartiere nel XVII secolo, vollero a monte dell’angusta via di Pré, per dotare le loro ricche dimore di un agevole sbocco viario verso  il ponente.

    Tra queste solenni residenze s’incuneano angusti viottoli che scendono ripidi e tortuosi verso il porto o s’inerpicano,  in salita, verso il monte tra un affastellarsi di case sovrapposte. L’attuale aspetto è il risultato di quel rimaneggiamento edilizio ottocentesco che intrappolò,  nei loro intricati meandri, piccole creuze nella cui toponomastica riecheggia il glorioso passato della Repubblica Marinara e dei suoi domini:  via di Famagosta, di Montegalletto, salita di Balaclava, di Montebello, tutte nate da un unico sentiero: salita Santa Brigida.

    Lasciata, dunque, l’ampia piazza del Vastato (l’attuale piazza della Nunziata) e  procedendo in direzione della Stazione Principe, percorrendo  quella  “Strada delli Signori Balbi”, ricchi banchieri genovesi,  si giunge in quel tratto di via dove un dimesso “stendardo”, che ben poco ha di storico, ci annuncia di essere giunti nel luogo dove, il 24 marzo 1403, l’arcivescovo di Genova, Pileo de Marinis, pose la prima pietra di quel monastero che dalla santa prese il nome. Sulla destra, un sottopasso, seguito da una scalinata, da accesso ad una piccola piazzetta dove il tempo sembra essersi fermato: le facciate, completamente rinnovate, di tipiche case medievali,  che sembrano gioire dei loro nuovi  vestiti gialli e rossi, fanno da cornice ai vecchi truogoli (gli antichi lavatoi di Santa Brigida), approvvigionati , da una fonte detta Bocca di Bove, un angolo di silenzio dove tendendo l’orecchio pare ancora  di percepire il garrulo chiacchiericcio delle allegre lavandaie.

    Sulla vetusta tettoia, brillante di restauro, si specchia una preziosa edicola, unico ornamento di spicco nell’essenzialità della piazza. A sinistra, un solido arco, antico ingresso del monastero,  continua in un dedalo di vicoli, ricchi di storia,  che s’inerpicano in alto, scalando la collina, fino in Corso Dogali.

    Sono questi i luoghi dove giunsero, provenienti dalle turbolente alture di Sarzano, le monachelle agostiniane con l’intento di costruire una chiesa e di dedicarla alla santa, Brigida, di cui seguivano la regola (la regola dell’Ordine del Santissimo Salvatore di Santa Brigida  è un’integrazione, in 27 capitoni,  di quella di Sant’Agostino).

    Appartenente alla famiglia reale svedese, Brigida (1303-1373), sposa giovanissima del nobile Ulf Gudmarsson e madre di 8 figli, alla morte del marito  si spogliò dei suoi beni  per darsi a una vita di fede. In uno dei tanti pellegrinaggi, fatto a piedi o a dorso di un mulo, giunse a Genova dove trovò ospitalità, per qualche mese, nell’abbazia di San Gerolamo di Quarto, in attesa di imbarcarsi per Roma, ospitalità che certo non ricambiò se, come narra la leggenda, dall’alto del Peralto, volgendo gli occhi verso la città ne abbia vaticinato la completa rovina.

    Truogoli di Santa BrigidaIl monastero brigidino di Genova aveva una caratteristica peculiare:  era pensato per una “coabitazione”, seppur rigorosamente separata, tra  frati e suore, entrambi di clausura, il che impose la costruzione di passaggi labirintici che ci danno conto delle  future creuze. Oltre alla chiesa  vi erano stanze, dormitori, mense, biblioteche per i religiosi, laboratori ed officine per gli operai, nonché ampi spazi esterni  come campi ed orti: una costruzione enorme, che occupavano quasi l’intero poggio. Era inevitabile che una così prossima contiguità fosse fonte di tentazioni e che, nel tempo, desse adito a malevoli sospetti, cui cercò di porre rimedio, nel 1600, Papa Clemente VIII, il cui  intervento, atto a porre fine all’ “onta” rappresentata dal convento “misto”,  si concretizzò, nel 1606, con la dipartita  dei poveri fraticelli. Rimaste sole in tanto spazio, le suore misero in vendita i loro terreni, la cui cessione permise, due secoli dopo, la costruzione di via Balbi.

    Ma i guai non erano finiti: alla fine del settecento, in linea con le idee giacobine che giungevano dalla vicina Francia, molti ordini religiosi furono soppressi e molti possedimenti confiscati tra cui quello conventuale di santa Brigida: tutti gli edifici furono riadattati ad uso abitativo, stessa sorte che  toccò alla chiesa, demolita per fare posto a tre palazzotti  conosciuti come “palazzi Dufour”, dal nome del casato del compratore. Prima di questa triste fine subì  la “vergogna” di essere  adibita, prima, ad officina di un fabbro e, successivamente, trasformata in filanda.  Dell’antica abbazia rimane solo l’arco d’ingresso, una colonna, una finestra, un muro, un residuo di affresco sotto un’arcata, tracce nascoste che potete trovare, dopo un’attenta ricerca, tra le ombre dell’intreccio dei vicoli.

     

    Adriana Morando

  • Mediazione obbligatoria: istruzioni per l’uso (parte prima)

    Mediazione obbligatoria: istruzioni per l’uso (parte prima)

    Dal 21 marzo scorso sono diventate obbligatorie le mediazioni in materia di circolazione stradale e di condominio. Il tutto in attuazione del decr. leg. 28 / 2010… In altre parole, chi adesso vuole intraprendere un giudizio (una causa, n.d.a.) contro qualcuno, deve prima passare attraverso il tentativo di conciliazione obbligatorio.

    Niente conciliazione? No causa. Lo scopo è quello di alleggerire il carico di lavoro dei tribunali e dei giudici di pace. Ma partiamo all’inizio: da circa tre anni in Italia si sono costituiti organismi ad hoc per gestire le mediazioni, tanto che ad oggi sono circa ottocento quelli accreditati presso il competente ministero. E quindi grandi investimenti di soggetti che nelle mediazioni hanno fiutato il business; maree di costosi corsi per diventare mediatori civili nella speranza di costruirsi una speranza lavorativa…

    Ognuno degli organismi ha i propri mediatori; ogni mediatore può essere iscritto presso più organismi fino ad un massimo di cinque. L’anno scorso lo stato publicizzava la mediazione attraverso la televisione dicendo che era gratuita… Invece costa € 40,00 oltre IVA per colui che la richiede… questa cifra è identica a prescindere dall’organismo presso cui vi rechiate per chiedere una
    mediazione.

    Poi ci sono le vere e proprie tariffe: ciascun organismo ha un proprio tariffario che è regolato in base a degli scaglioni: più alto è il
    valore della controversia, più alto è il costo che andrete a sostenere. Ma attenzione: la tariffa la sborserete soltanto se la vostra
    controparte accetta di venire a conciliare e, pertanto, di sostenere anch’ella l’onere economico della mediazione.

    Facendo un esempio: Mario Rossi si ritiene creditore di Giuseppe Verdi (non il musicista…) per una somma pari a € 3.000. Si reca presso un istituto di mediazione, compila il modulo apposito, sborsa € 40 oltre iva. L’organismo riceve l’istanza, avvisa uno dei propri mediatori il quale fissa una data ed un luogo ove deve avvenire il tentativo obbligatorio di conciliazione.
    Nel momento in cui Giuseppe Verdi accetta, così come Mario Rossi, deve sborsare una somma stabilita dall’organismo in base allo scaglione in cui si “trova” la controversia di valore di € 3.000. Qualora la mediazione abbia successo, viene stilato un verbale che,
    una volta omologato presso il tribunale, ha i medesimi effetti di una sentenza.

    A chi giova dunque la mediazione? Di sicuto agli organismi accreditati ed ai mediatori. Alle parti litiganti giova solo in alcuni casi, ovvero quando il valore della vertenza è piuttosto alto. Agli organi giudiziari? Dipende. Dipende dalla volontà delle parti di raggiungere accordi insperati, dipende dalla volontà degli avvocati di fare addivenire i loro clienti a miti consigli. E dipende dagli ineterssi in gioco, come sempre…

    I tempi di un procedimento di conciliazione sono molto brevi rispetto a quelli di un tribunale; i costi possono essere notevolmente inferiori, ma anche superiori: si pensi al fatto che non esiste un luogo individuato per le mediazioni, al contrario dei tribunali che hanno precisi Fori di competenza…. In altre parole, Mario Rossi, residente a Genova, può chiamare a conciliare Giuseppe Verdi residente a Pescara. Dove? A Catanzaro, per esempio!!!
    Quindi, cari lettori, meditate, mediate e, se è il caso, rimediate…

     

    Alberto Burrometo

    Per segnalazioni, domande e richieste di consulenza scrivere a progetto.up@gmail.com oppureredazione@erasuperba.it. La rubrica “Consulenza Online” vuole essere un filo diretto con i lettori, il presidente dell’associazione Progetto Up Alberto Burrometo è a vostra disposizione.