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  • Le piante grasse: caratteristiche botaniche e di coltivazione

    Le piante grasse: caratteristiche botaniche e di coltivazione

    Negli articoli delle prossime settimane ci soffermeremo sulle piante succulente (spesso indicate, erroneamente, col termine generico di “Cactus”, che in realtà si riferisce invece soltanto ad una determinata famiglia di tali vegetali) e delineeremo le principali caratteristiche botaniche e di coltivazione di alcuni dei numerosissimi tipi esistenti.

    Il tema in questione risulta per me, da appassionato della materia, più problematico degli altri in quanto il mio rapporto con questo genere botanico si è evoluto nel tempo, passando da una sorta di antipatia nei suoi confronti fino ad una stupita ammirazione. In generale, le cactacee o si amano o si odiano. E’ difficile che si possano trovare mezze misure. Per quanto mi riguarda, non riuscivo a capirle fino in fondo e, ad esse, preferivo decisamente gli alberi e gli arbusti. Solo questi ultimi mi sembravano davvero vivi e il loro profondo mutare di colori, forme, dimensioni ed aspetto mi permetteva, da sempre, di cogliere con prospettive diverse e nuove, il continuo mutare delle stagioni. Alberi ed arbusti passano infatti, con un ritmo infinito, dal verde cangiante della primavera, alle fioriture estive dai colori brillanti, ai variegati toni del giallo-marrone del fogliame d’autunno, fino a trasformarsi in scarne “impalcature” di rami scuri contro il tenue e ceruleo cielo invernale.

    Per contrasto ed ad un primo sguardo, le “piante grasse” mi apparivano invece rigide, quasi immutabili, un po’ cerose ed apparentemente immobili e soprattutto sempre uguali nel paesaggio in cui sono inserite. Più di recente mi sono però accorto che, per capire questo particolare genere di piante, serve utilizzare una visuale diversa e soprattutto osservarle e “leggerle” ad un livello differente. Solo così esse si possono davvero apprezzare e soltanto così è possibile cogliere l’intrinseca natura che le caratterizza: le succulente sono infatti, nel mondo vegetale, il più chiaro esempio della vittoria della natura sul territorio.

    In fondo, esse dimostrano che, anche nel luogo apparentemente più inospitale, può esistere una rigogliosa forma di vita. Le “piante grasse” sopravvivono in aree in cui nessun’altra pianta vive: popolano le sabbie dei deserti, gli scoscesi ed irti pendi rocciosi, le rocce vulcaniche assolate delle isole perse in mezzo al mare e molte delle saline e ventose coste del Mediterraneo. Non soccombono di fronte ai climi estremi, al sole più cocente ed al terreno più arido ed apparentemente inospitale. Se le si guarda con occhio attento, ci si rende poi conto che esse, in realtà, non sono affatto statiche: crescono ed evolvono lentamente ma mutano profondamente nel tempo, fioriscono e si sviluppano, raggiungendo anche dimensioni ragguardevoli.

    Da un punto di vista estetico, le cactacee si stagliano poi scultoree, nelle loro forme spesso innatamente architettoniche, nel paesaggio. I loro profili sono poi esaltati e sottolineati dal verticale sole estivo, proiettando così ombre, dalle forme più diverse, sul terreno, con effetti talvolta sorprendenti. Inoltre, sotto il profilo dell’adattabilità al contesto in cui sono inserite, resistano impassibili a tutto ed affrontano tutti gli agenti atmosferici senza apparente sforzo. Sono spesso longeve tanto da sembrare che quasi nulla possa abbatterle. Basta però talvolta un forte colpo di vento per distruggere in un attimo, similmente a quanto può accadere con le palme, anni di lento accrescimento, con profondo impatto ed evidenti conseguenze grafiche sul paesaggio in cui sono inserite.

    Sotto il profilo pratico, gli utilizzi di queste piante sono poi, date le molteplici forme presenti in natura, estremamente diversificati. Si potrà ad esempio utilizzarle, isolate ed opportunamente scelte, in vasi dalle forme moderne per sottolineare le linee minimaliste dei moderni edifici in cristallo e cemento. Le succulente potranno trovare anche impiego in giardini loro esclusivamente dedicati, come nella ricca collezione di cactacee del Duca di Aosta a Pantelleria. Potranno ancora essere anche frammiste ad altre essenze vegetali (quali palme e numerose varietà di Yucca e di Cycas), sempre dalle forme essenziali, come nello splendido giardino dei Ferragamo – di San Giuliano nella Sicilia orientale (inserito nel circuito dei Grandi Giardini Italiani). Qui il verde scuro della vegetazione, proveniente dalle più disparate regioni del mondo, unito alle particolari forme delle cactacee, il tutto contrapposto ai colori accesi delle fioritura estive, crea infatti una inaspettata tipologia di giardino storico.

    Alcune particolari varietà di succulente (differenti tipi di Sedum e di Talinum) potranno invece trovare un loro utilissimo ed inusuale impiego in contesti completamente diversi ed apparentemente inaspettati, come nel moderno e biologico green roofing del Chelsea Office di New York. Le loro limitate esigenze colturali, le ridotte richieste manutentive e di potature, la quasi assenza di necessità di irrigazione, unite alla possibilità (per talune famiglie) di crescere su suoli di scarsa profondità, rendono queste e similari varietà di succulente perfette per realizzare incredibili tappeti verdi sui tetti dei grattacieli e persino degli edifici industriali.

    La loro apparente rigidità non deve poi indurre in errore. Alcune varietà di succulente sono capaci di produrre, grazie alle loro fioriture, incredibili spettacoli naturali: basti pensare alle distese di succulente che fioriscono in primavera in Sardegna, agli sfolgoranti colori dei prati di Crassula spp., Adromischus spp., Stapeliads e Cotyledon spp. del Namaqualand in Sud Africa o anche, più semplicemente, ai fiori frammisti ai frutti dei filari di fichi d’India siciliani che si perdono nell’orizzonte.

    Da ultimo va però anche riconosciuto che l’impiego delle succulente non è sempre agevole e l’effetto, se la scelta e la disposizione non sono ben studiate ed armonizzate al contesto, può risultare esteticamente insoddisfacente per la rigidità finale dell’insieme. Per ovviare a ciò, ci si potrà limitare ad una regola generale: assecondare, nell’impossibile tentativo di emularla, la natura.

    Così facendo si sono talvolta raggiunti sulle coste italiane, nei giardini fronte Mediterraneo o in quelli che si perdono, superata una ripida scogliera, nel mare, risultati sorprendenti e tali da permettere appena di distinguere l’opera dell’uomo dalla contigua area naturale. In particolare, se si riuscirà ad ottenere il risultato sperato, soprattutto le porzioni di terreno meno vicine alla casa si perderanno letteralmente, confondendosi via via con esso, nel paesaggio circostante. La natura infatti non sbaglia mai: gli insiemi di vegetali, succulente, cespugli di piante autoctone ed aromatiche, da cui si può attingere, sono spesso più riusciti, per colori, forme e disposizioni, di quelli immaginati dal più brillante dei progettisti. Nel dubbio, basterà quindi, nel realizzare la trama base del giardino, copiare dal paesaggio circostante, eventualmente inserendo poi pochi elementi caratterizzanti (a seconda delle preferenze del proprietario) l’area a verde per forme e colori. L’insieme così ottenuto risulterà naturalmente armonico, spontaneo e il giardino progettato non rischierà di turbare artificiosamente il paesaggio costiero o non correrà mai il rischio di assomigliare ad una asettica “collezione “di vegetali.

    In certi casi fortunati, il risultato potrà arrivare addirittura ad essere tale che l’osservatore non colga neppure più il muro divisorio che separa il dentro dal fuori, il giardino dal paesaggio circostante ma soprattutto il “progettato e costruito” dall’uomo dal perfetto equilibrio e dalla spontaneità delle infinite combinazioni vegetali, fornite della natura.

    di Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano
    Per informazioni: ema_v@msn.com

  • L’inglese è la lingua del presente… e anche del futuro?

    L’inglese è la lingua del presente… e anche del futuro?

    Luca Rossi è un settantenne italiano del 2050. Guardandosi indietro, ricorda come negli anni Novanta i suoi genitori abbiano speso fior di quattrini per fargli imparare l’inglese. La stessa cosa ha poi fatto lui con i suoi figli, investendo soldi – tanti – ed energie.

    Nel 2050, però, all’ONU si parla il cinese, dato che la Cina è ormai la superpotenza mondiale. L’India è il top in campo tecnologico e l’hindi è diventato la lingua della ricerca e dell’hi-tech.  “Che spreco di tempo e di denaro per me e per i miei figli,” pensa il sig. Rossi: “Se solo avessi saputo che l’inglese sarebbe passato di moda…”

    L’inglese è la global lingua franca del 2012, ma lo sarà anche nel 2050? La domanda preoccupa chi intende investire tempo e risorse nello studio di una lingua che al momento attuale offre concrete opportunità di carriera e di esperienze di vita – ma nel futuro chissà. Ovviamente una risposta certa non è possibile. Tuttavia, possiamo formulare qualche educated guess, ovvero ipotesi plausibili.

    Se analizziamo ciò che è successo al latino, lingua franca dell’antichità e del Medioevo, lo scenario che si prospetta per l’inglese sembra essere quello di un inevitabile declino sooner or later, prima o poi. Un senatore di Roma non avrebbe mai pensato che il latino potesse recedere fino a sopravvivere soltanto nelle scuole e in alcune funzioni religiose.

    Ma il caso dell’inglese è così simile a quello del latino? Osservando bene, le differenze sono molte. Prima di tutto, per quanto molto diffuso per i parametri del passato, il latino non è mai stato una lingua globale: in Australia o nell’attuale Canada la sua stessa esistenza era totalmente sconosciuta. In Cina e in Giappone nessuno parlava il latino. L’inglese, invece, a partire dal XVI secolo ha gradualmente stabilito la sua presenza in tutti i continenti, dove oggi è presente in molti paesi come lingua ufficiale o come seconda lingua; nella peggiore delle ipotesi è percepito – vedi Italia o Russia – come lingua fondamentale per la comunicazione internazionale.

    Ma oltre alla diffusione geografica, la differenza principale è che sono cambiati tempi e mezzi, con una novità su tutte: Internet. L’email e i programmi di instant messaging permettono a dipendenti e manager di aziende di comunicare in tempo reale con clienti e colleghi di altri paesi: quasi sempre lo fanno in inglese. Gli aggiornamenti e le ricerche in campo scientifico e tecnologico sono pubblicati nella maggioranza dei casi in lingua inglese.

    E poi, quali sono i possibili concorrenti dell’inglese? Certamente lo spagnolo è molto diffuso e negli USA la comunità latina è forte, ma non sembra per ora in grado di impensierire l’inglese. In Occidente molti ragazzi iniziano a studiare il cinese, ma non dimentichiamo che in Cina è l’inglese stesso che è diventato una vera mania, con piazze traboccanti di giovani che si danno appuntamento  per lezioni di massa al grido di: “I want to learn English”.

    Come teacher, la domanda sul futuro dell’inglese mi ha sempre creato un’ansia da possibile futuro disoccupato… Per questo motivo, circa 5 anni fa, mentre lavoravo in una scuola in Inghilterra chiesi qualche career advice, tradotto colloquialmente “dritte per la mia carriera”,  al fondatore della scuola stessa, Mr. Richard D. Lewis.

    Il signor Lewis è uno che di lingue straniere qualcosa sa: ne parla perfettamente più di 10 e ha fondato un centro di formazione linguistica di eccellenza mondiale. Quando gli chiesi che cosa pensava del futuro dell’inglese e se magari dovessi mettermi a studiare cinese per assicurare il mio di futuro, mi rispose così: “Vedi, sono 40 anni che si dice che l’inglese verrà soppiantato. Prima si parlava del russo, poi del giapponese, ora del cinese. Eppure l’inglese è in una posizione ancora più forte rispetto al passato.  Detto questo, ovviamente più lingue conosci e meglio è.”

    Le sue parole mi tranquillizzarono e decisi di continuare con la mia professione sperando, nel 2050, di non avere gli stessi rimpianti del signor Luca Rossi…

    Daniele Canepa
    [foto di Diego Arbore]

  • Palazzo Tursi: la crisi irrompe in Consiglio Comunale

    Palazzo Tursi: la crisi irrompe in Consiglio Comunale

    Seduta molto movimentata a Palazzo Tursi. Tutto è ricominciato esattamente da dove ci eravamo fermati la settimana scorsa, in particolare dall’emendamento approvato in extremis al termine della precedente riunione del Consiglio Comunale, che aveva stabilito il taglio dei premi ai dirigenti.

    L’assessore Miceli, rispondendo ad un’interrogazione del consigliere Gioia, ha evidenziato che i revisori contabili del Comune hanno dato un parere negativo sulla decisione di spostare la somma prevista per i premi ai dirigenti al settore sociale. Nonostante ciò la Giunta è decisa a dare attuazione alla richiesta del Consiglio, anche perché il parere dei revisori non sarebbe vincolante. L’assessore ha anche precisato che la somma di 1.800.000 euro inserita nel bilancio 2012 si riferiva, in realtà, all’anno 2011 ed era già stata liquidata a marzo. Tale spesa è dunque ormai incomprimibile. Tuttavia, vi è l’impegno della Giunta a rispettare la modifica stabilita dall’emendamento per il triennio 2012 – 2014.

    Un altro tema portato all’attenzione degli assessori è stato quello riguardante la proliferazione delle sale da gioco a Genova, di cui ha parlato il consigliere Anzalone dell’Idv. Sul tema l’assessore Oddone ha risposto sottolineando che, su proposta del Consigliere Malatesta del Pd, è stata creata una consulta comunale permanente sul gioco che effettuerà uno studio approfondito del fenomeno. Al tempo stesso è stata confermata la volontà dell’amministrazione di eseguire controlli più accurati sulle licenze, sull’utilizzo di pubblicità ingannevoli e sul rispetto delle norme che impongono distanze minime delle sale da gioco dalle scuole.

    Si è parlato anche dello svincolo autostradale di Multedo, argomento a cui Era Superba ha dedicato ieri un approfondimento. Gli altri temi sollevati dai consiglieri hanno riguardato alcune misure urgenti per la prevenzione degli incendi boschivi (Lauro del Pdl) e i tagli al corpo della polizia municipale (Rixi della Lega).

    Proprio quando la seduta stava entrando nel vivo e proprio mentre si stava affrontando il punto uno dell’ordine del giorno riguardante la situazione economica della città, la crisi economica ha fatto il suo ingresso nell’aula consiliare.

    Ma questa volta non sono stati i consiglieri o gli assessori a sollevare il problema, bensì un gruppo di lavoratori dell’AMIU Bonifiche, azienda a cui AMIU subappalta da anni la pulizia dei torrenti e il diserbo della città. Una quindicina di persone sono entrate direttamente in Sala Rossa mostrando un lungo striscione e urlando con decisione: «Non ce ne andiamo finché non ci date un lavoro!» La protesta nasce dal mancato rinnovo del contratto a sette lavoratori che da anni venivano impiegati stagionalmente da AMIU Bonifiche.

    L’azienda controllata dal Comune avrebbe mantenuto circa una ventina dei contratti a tempo determinato già esistenti, sostituendo i rimanenti sette con altri dipendenti interni a tempo indeterminato. I lavoratori, che nelle settimane scorse avevano già incontrato in diverse occasioni l’assessore Oddone, hanno chiesto fatti concreti alla nuova amministrazione. Alcuni di loro si sono riuniti con i capigruppo e dall’incontro è trapelato che proprio i sette non confermati avrebbero chiesto ad AMIU di essere stabilizzati, visto che da anni venivano chiamati regolarmente ad effettuare operazioni di diserbo. Solo dopo la conferma della convocazione lunedì mattina della Commissione Sviluppo Economico con i vertici dell’AMIU e i sindacati, gli occupanti hanno lasciato progressivamente l’aula.

    Alla ripresa dei lavori diversi consiglieri hanno evidenziato la necessità di fare chiarezza sulle ragioni dei licenziamenti, ma al tempo stesso hanno espresso il proprio disappunto per le modalità della protesta, sottolineando la gravità dell’episodio. «Il problema è che noi abbiamo ascoltato questi lavoratori non perché le loro ragioni fossero fondate, anche se sembrano tutt’altro che infondate, ma semplicemente perché hanno interrotto la seduta» ha osservato Enrico Musso. Sul punto è intervenuto lo stesso sindaco sottolineando che «non è giustificabile la messa in ostaggio del Consiglio Comunale», ma la forte tensione sociale richiede di anteporre il dialogo a qualsiasi altro tipo di reazione. Però Doria ha voluto anche ribadire che non servono le irruzioni perché la Giunta ha ascoltato sia i lavoratori sia l’azienda: «tutto è da verificare, ma nel momento in cui approviamo un bilancio in cui si parla di valorizzazione delle aziende controllate dal Comune e controllo dei costi, non possiamo dire ad un’azienda che tenta di far svolgere il proprio lavoro a dei lavoratori interni che ha sbagliato».

    Che la situazione economica della città sia grave diventa ancora più chiaro quando l’assessore Oddone riprende la relazione che aveva dovuto interromprere per l’ingresso inatteso dei lavoratori dell’AMIU. I nodi da sciogliere sono moltissimi: la chiusura della centrale del latte di Genova, il rinnovo degli appalti di Iren per le manutenzioni delle condutture, la possibile cessione di Ansaldo Energia e Ansaldo STS da parte di Finmeccanica.

    Minimo comune denominatore di tutte queste crisi aziendali è il rischio di perdere ulteriori posti di lavoro. Per questo l’amministrazione comunale sta cercando di trovare soluzioni che permettano di salvaguardare i dipendenti diretti delle aziende e dell’indotto. In particolare l’assessore Oddone ha spiegato che il Comune tenterà di convincere la multinazionale Lactalis ad evitare la chiusura della centrale del latte, ma valuterà anche soluzioni alternative con l’intervento di imprenditori locali.

    Per la questione Iren si è firmato un protocollo d’intesa che prolunga l’appalto per la manutenzione fino a dicembre, ma si tratta di una soluzione provvisoria. Più complessa la questione Finmeccanica, sulla quale la decisione spetta soprattutto al governo nazionale, in particolare al Ministero dell’Economia e delle Finanze, che controlla le aziende pubbliche statali. In realtà, dall’incontro che il Presidente della Regione Burlando e il Sindaco Doria hanno avuto il 19 giugno con il Ministro dello Sviluppo Passera non sono emerse risposte chiare, soprattutto perché la società è quotata in borsa e le scelte dirigenziali dipendono da più azionisti. Il Consiglio ha anche approvato un documento sottoscritto da tutti i capigruppo, ad eccezione del M5S, sulla situazione di Finmeccanica, in cui si esprime preoccupazione per la volontà del consiglio di amministrazione e del Governo di cedere le aziende del settore civile per concentrarsi sul settore militare. Ciò che manca, si legge nel documento, è «una chiara strategia industriale, specialmente sullo sviluppo di nuovi prodotti». La volontà degli enti locali (Regione, Comune e Provincia) è quella di proteggere i gioielli industriali di Genova, ma il destino di queste aziende è ancora molto incerto.

    Infine si è discusso del progetto Erzelli. Benché il sindaco e l’assessore allo Sviluppo ritengano positiva la decisione di Siemens di spostare i propri uffici presso il nuovo polo insieme a Ericsson, diversi aspetti preoccupano i consiglieri. Musso in particolare si chiede come mai Siemens non abbia accettato un finanziamento pubblico di 25 milioni di euro per il proprio spostamento e sottolinea anche la ritrosia dell’Università al trasferimento della Facoltà di Ingegneria sulla collina in cui sorgerà il nuovo polo tecnologico. Vicende che creano diverse ombre sulla buona riuscita del progetto. Anche Enrico Pignone, capogruppo della Lista Doria, non reputa positivo che tutte le aziende stiano decidendo di affittare i locali agli Erzelli invece di comprarli. «Se io credessi nel progetto, forse, investirei comprando quelle aree» ha sostenuto il consigliere.

    Oltre ai dubbi sulla capacità di mantenere a Genova la forza produttiva esistente, sono grandi anche le incertezze per lo sviluppo futuro della città. È proprio il caso di dirlo: Genova Era Superba, un tempo, e ora cosa diventerà?

    Federico Viotti 

  • La forza della banalità: non dare al calcio quel che non è del calcio…

    La forza della banalità: non dare al calcio quel che non è del calcio…

    Questa rubrica non si è mai occupata di calcio. Eppure anche lo sport, quando è fenomeno di massa, ha una sua forte rilevanza sociale. In questi giorni, in particolare, la coincidenza tra il torneo europeo e il vertice politico dell’Unione ha reso evidente che il calcio può ispirare un paese, ma che più spesso rischia di trasformarsi in un polverone mediatico che inghiotte tutto e impedisce di distinguere le cose.

    Complice, ancora una volta, il quarto potere: i mass-media rappresentati da giornalisti che, per un verso o per l’altro, non sempre fanno una bella figura. La maggior parte di questi ha trasformato il meeting europeo in un clamoroso successo per la diplomazia italiana, mentre contemporaneamente, sul versante sportivo, affastellava considerazioni e analogie di ogni tipo sulla vittoria della nostra nazionale contro la Germania nella “partita dello spread”. Clamoroso il “commento tecnico” (le virgolette sono d’obbligo) degli inviati RAI: ditirambi patriottici di stampo dannunziano, peana sulle gesta degli indomiti guerrieri italici, un romanzo epico a tinte azzurre. E’ evidente che ormai è nata una scuola. Mentre nel 1982 Nando Martellini si era accontentato di un semplice «Campioni del mondo!», già nel 2006 Marco Civoli estrasse dal cilindro la celebre frase «Il cielo è azzurro sopra Berlino!», tanto spontanea quanto la folta chioma corvina del noto giornalista milanese.

    Tutto il resto della stampa si è allineata come un cinegiornale del ventennio fascista; ma anche politici, dirigenti e esponenti dell’economia non sono stati da meno. Memorabile rimarrà la dichiarazione del presidente del Coni, Sandro Petrucci, che al fischio finale sentenziava convinto: «lo spread lo dettano gli azzurri, le chiacchiere stanno a zero». Quali chiacchiere non si è capito, visto che di spread se n’è parlato solo in campo economico e politico, ed è sempre, la settimana scorsa come oggi, concretamente e pericolosamente alto.

    Come non citare, poi, la lettera di incoraggiamento di Napolitano a Prandelli, neanche partisse per la guerra di Etiopia! Altre chicche sono riepilogate da Marco Travaglio in un articolo di lunedì, e sono involontariamente ma irresistibilmente comiche. Eppure neanche Travaglio dimostra particolare acume nell’aver tifato contro l’Italia. Non perché così facendo abbia leso l’onore della patria, ma perché evidentemente si era convinto che il paese avesse più da guadagnarci, in termini di serietà e concentrazione interna sui suoi problemi, da una sconfitta anziché da una vittoria. E questa è una stupidaggine. In realtà, al di là del sano e normalissimo tifo sportivo, non c’era alcun bisogno di desiderare né che l’Italia vincesse, né che perdesse.

    Anche se gli interessi sono tanti e gli intrecci con piani diversi, come quello economico, politico, psicologico e sociale, non si possono negare, non dobbiamo tuttavia dimenticare una piccola banalità: che il calcio è e resta un gioco. Un gioco la cui finalità dovrebbe essere il divertimento di chi lo pratica (nel caso dei dilettanti) e di chi lo guarda (nel caso del calcio professionistico). Insomma, una cosa che certo può appassionare o annoiare, ma che comunque andrebbe valutata per quello che è: uno sport. E quando si vince o si perde,  di solito contano i meriti o i demeriti sportivi (per lo meno al netto di “moggiopoli” e “scommessopoli” varie…).

    Che lezione possiamo trarre, ad esempio, dalla sconfitta contro la Spagna? Al massimo che gli Iberici sono molto più bravi di noi a giocare palla a terra (onore a Prandelli per averci staccato dal “catenaccio”, ma forse c’è stato anche un pizzico di presunzione di troppo), e probabilmente che i loro settori giovanili sono molto più organizzati dei nostri a sfornare talenti. Ma di certo non si può concludere che gli Spagnoli siano in ogni cosa più bravi di noi, più organizzati, più seri o più talentuosi. Così come non c’è ragione di affermare che noi siamo meglio dei Tedeschi. Forse converrebbe tornare a queste piccole ovvietà: che hanno la forza della banalità.

    Non dubito che sotto sotto, a causa del nervosismo derivato dalla crisi economica e dai “nein” poco simpatici con cui Angela Merkel ci aveva risposto fino al giorno prima, la vittoria contro la nazionale tedesca sia stata per molti una valvola di sfogo per frustrazioni a lungo sopite. Non dubito che la coincidenza temporale avesse creato un’aspettativa esasperata tanto nella missione di super-Mario (Monti) a Bruxelles, quanto in quella di super-Mario (Balotelli) a Kiev. E non dubito nemmeno che molti sperassero in una vittoria della nazionale per far passare in secondo piano grandi e piccole magagne nostrane: magari una nuova legge elettorale “porcellum-bis”, un’amnistia sullo scandalo del calcio scommesse o le torbide vicende della trattativa Stato-mafia.

    Ma forse basterebbe cominciare a dire che stiamo attribuendo al “mondo del calcio” valenze che non ha o che non dovrebbe avere. Oggi sembra quasi che il mestiere del “giornalista sportivo” sia soprattutto quello di trovare il modo di attaccare ad un fatto per sua natura agonistico e tecnico tutta una serie di significati che non gli appartengono; a vantaggio dello show-business – è chiaro –, ma a danno dello sport. E’ così che certi “cronisti” passano la loro giornata cercando di capire per quale curioso fenomeno della natura i calciatori non vengano allevati in qualche collegio inglese, tipo Eton, ma siano anzi inclini ad utilizzare un linguaggio poco ortodosso, a guidare belle macchine senza osservare scrupolosamente il codice stradale e a cambiare spesso partner per fugaci accoppiamenti amorosi. Ma forse basterebbe dire che un calciatore si giudica per come calcia un pallone: anziché elevarlo a modello di virtù positiva o negativa, lo si potrebbe lasciare a gestire fatti privi di interesse pubblico, le sbronze in discoteca, le fidanzate gelose o le multe della polizia stradale nell’ambito della sua vita privata. Forse varrebbe la pena ricordare che vincere un europeo non ci rende migliori o peggiori, non ci fa stare meglio o peggio. Forse dobbiamo imparare che non possiamo affidare il riscatto del paese a un pugno di uomini, sia esso un governo tecnico o una squadra di calcio.

    Forse gli spettacoli sportivi hanno di bello che regalano semplici gioie e sofferenze; ma forse la nostra felicità ce la dobbiamo sudare e costruire da un’altra parte.

    Andrea Giannini

  • Londra: una capitale unica, speciale e romantica

    Londra: una capitale unica, speciale e romantica

    Quale bambino non ha sognato di volare intorno al Big Ben con Peter Pan o chi non ha immaginato di trovarsi nel mezzo di uno dei più spinosi casi di Sherlock Holmes nella Londra celata dalla nebbia e dal fumo grigio che fuoriesce dai camini? Londra è questo, è unica, speciale e romantica.

    Unica come un pomeriggio in barca a remi nel lago di Hyde Park, speciale come la Union Jack e romantica come una passeggiata di mezzanotte nei dintorni del Tamigi ad ammirare la luna che illumina Westminster.

    Siamo su un isola o semplicemente nel sesto continente? Questa domanda può sembrare esagerata ma l’aria che si respira a Londra è quella di una città che vive delle sue tradizioni pur convivendo con immigrazione e integrazione all’ordine del giorno, dove ogni persona è la benvenuta e dove la libertà di espressione viene esposta in ogni angolo della strada.

    La città è divisa in quartieri, ognuno diverso e ognuno con caratteristiche uniche. Si passa da Westminster dove troviamo le più classiche e regali  attrazioni londinesi, il Big Ben , Buckingam palace e Trafalgar square per poi arrivare a Soho, dove turisti e persone di ogni etnia e gusti sessuali si mischiano per le vie sempre vive del quartiere più giovanile della città, ricco di bar, pub e ristoranti da ogni parte del mondo.

    Adiacente a Soho troviamo Chinatown, uno degli insediamenti cinesi più grandi e ordinati d’Europa, costituito principalmente da ristoranti sempre colmi di persone amanti della loro cucina. Per vedere “l’inglese vero” invece bisogna recarsi nella City, dove uomini in giacca e cravatta con impermeabile e bombetta si aggirano a passo spedito nei dintorni di Liverpool street, tempio delle banche e degli istituti assicurativi più prestigiosi.

    Una delle peculiarità di Londra sono i suoi mercati famosi in tutto il mondo, nei quali è facile trovare merce di ogni genere, dagli oggetti più moderni a quelli più antichi, vestiti usati, dischi rari, giocattoli d’epoca e antiche cianfrusaglie recuperate in qualche scantinato di qualche casa in stile georgiano.
    Tra i più importanti e rinomati ci sono Portobello Road e Camden Market, il primo , situato a Notting Hill, un elegante quartiere nella zona ovest della città che durante i week-end si trasforma in una variopinta via lungo la quale si possono trovare banchi di antiquariato locale, oggetti storici di ogni parte del mondo, vecchie riviste, abbigliamento , attrezzatura di guerra, arredamento, quadri e stampe storiche inglesi.
    Portobello Market è uno dei mercati di antiquariato più belli e importanti al mondo, visitato da migliaia di turisti ogni anno e il suo nome è ormai conosciuto nella memoria di ogni persona come Portobello Road, la via nella quale vengono esposti i banchi.
    Meno famoso ma non per questo di minore interesse è Camden Lock Market, situato a nord della City nella zona di Camden Town, un luogo alternativo e giovanile costruito lungo il Regent’s Canal sede in estate di piacevoli gite in barca e passeggiate lungo i ponti storici sedi di epiche battaglie. Il mercato si divide in due parti, il versante alla luce del sole dove si trovano negozi di abbigliamento alternativo con negozi stile punk, metal e abbigliamento giovanile di ogni genere, banchetti alimentari da ogni parte del mondo, prevalentemente cibi asiatici, che colorano e profumano di curry e zafferano l’aria del Lock. Il mercato coperto invece è stato rimodernato a causa di un incendio divampato nel 2008 che ha distrutto i negozi storici presenti nell’area fin dal 1975, anno della costruzione del mercato. Il nuovo mercato costruito dopo l’incendio risulta essere più moderno e meno caratteristico del precedente ma nonostante questo resta uno dei più belli di Londra e forse del mondo. Al suo interno si trovano negozi di dischi e piccoli espositori di quadri e insegne di pub, abbigliamento usato ,moderno e vintage, forse quello che rappresenta meglio Londra, la varietà.

    Nonostante l’importanza di questi due luoghi così famosi al mondo, non possiamo trascurare l’importanza di Petticoat Lane, meno conosciuto ma sicuramente molto più caratteristico a causa di un suo non riconoscimento specifico. Questo mercato non viene citato quasi mai nelle mete turistiche nonostante sia uno dei più antichi dell’intera Londra. Un tempo chi esponeva al di fuori del territorio di competenza era perseguitato dalla polizia che veniva a loro volta aggredita e cacciata dai venditori stessi. Di conseguenza il mercato è sempre stato mal visto dalle autorità fino al 1936 , anno in cui una legge lo dichiara mercato a tutti gli effetti, nonostante lo sia stato in maniera informale fin dal 1700. Nasce come mercato di tessuti per poi evolversi in abbigliamento e stoffe da ogni parte del pianeta. Si trova vicino a alla stazione di Liverpool street, facilmente raggiungibile con la fermata della metropolitana di Aldgate, è aperto dal Lunedì al Venerdì e durante il week end si estende anche nelle vie circostanti.

    Londra si estende lungo il Tamigi per decine e decine di km ma grazie al più antico sistema di metropolitane del mondo risulta facilmente raggiungibile in pochi minuti anche zone molto distanti tra loro.

    Per viaggiare all’interno della città , oltre alla rete metropolitana , troviamo i famosissimi bus rossi a due piani, i taxi e se ci si vuole spostare senza inquinare ci sono biciclette a noleggio in ogni angolo del centro dove si possono trovare anche affascinanti risciò.

    Prendendo la metropolitana marrone, la Bakerloo line e scendendo alla stazione di Baker Street, ci si trova dinnanzi a un enorme statua raffigurante il mitico Sherlock Holmes, che secondo i racconti di Sir.Arthur Conan Doyle risiedeva proprio a Baker Street, al 221b, dove adesso si può trovare la sua casa trasformata in museo. A fianco alla casa del più famoso investigatore del mondo troviamo un negozio molto particolare, il negozio dei Beatles. Questo piccola attività nasce dalla semplice passione del proprietario per i fab fours e proprio grazie alla sua passione che possiamo trovare gli articoli più particolari riguardanti i Beatles.

    Sempre alla fermata di Baker Street si trova il museo delle cere più famoso del mondo, il Madame Tussaut dove le statue dei più famosi personaggi si fanno fotografare assieme a migliaia di turisti ogni giorno.

    Fare shopping a Londra è facile, basta recarsi a Piccadilly circus e dirigersi in tutte le direzioni passeggiando lungo Regent street dove si possono trovare le marche più famose di abbigliamento e cosmetica, mentre per i più piccoli c’è Hamleys, uno dei negozi di giocattoli più grandi al mondo, cinque piani di giochi interattivi grazie ai ragazzi che lavorano al suo interno che fanno divertire i bambini con bolle di sapone giganti, piccoli aerei volante e magie degne dei migliori prestigiatori.

    Da Regent street ci si collega a Oxford circus e Oxford street, anch’esse ricche di grandi firme ma improntate sui giovani e per chi vuole fare acquisti low cost, quest’ultima è la naturale prosecuzione di Knitesbridge, dove ha sede Harrods, il grande magazzino celebre a livello internazionale.

    Lungo la Piccadilly, la strada che collega Green park a Piccadilly Circus, troviamo Fortnum & Mason, un grande magazzino famoso per essere il fornitore ufficiale di the della casa reale. Aperto nel 1707 nel centro di Londra, nel tempo ha mantenuto la stessa regale precisione nella cura e nell’allestimento delle vetrine e grazie alla sua varietà di prodotti è stata scelta dall’aristocrazia locale per servire le più grandi manifestazioni della storia Londinese. Al suo interno si possono trovare le migliori qualità di the da degustare comodamente nella prestigiosa sala allestita in perfetto stile British, accompagnando la bevanda con paste, biscotti e cioccolatini di loro produzione oppure importate dalle più prestigiose pasticcerie del mondo.

    Adiacente a Fortnum & Mason troviamo la piccola chiesa di St.James, nel cui cortile viene esposto un piccolo mercato di merce usata e di produzione artigianale, facile da visitare per la sua comodità, utile per staccare la vista dalle grandi firme del centro cittadino. Sempre tenendo come punto di riferimento Piccadilly circus e attraversando Leicester Square con i suoi cinema e ticket office e proseguendo verso ovest percorrendo New Row, non ci si può non imbattere in Covent Garden. Situato nel west end della città, costituisce il raccordo tra lo Strand e la zona centrale Charing Cross Road. Nato dalle ceneri di un antico orto di un convento di frati, dal quale prende il nome, si è trasformato nel tempo in mercato ortofrutticolo per poi diventare il luogo più turistico di Londra dopo Piccadilly Circus. Al suo interno si trovano negozi di abbigliamento e ristoranti dai quali è possibile assistere comodamente seduti agli spettacoli degli artisti di strada che si esibiscono da ogni parte del mondo.

    Tra i mille pregi di Londra troviamo anche la vena romantica che la contraddistingue. Per i viaggi in dolce compagnia si può passeggiare lungo il Tamigi intorno alla mezzanotte, attraversare il Millennium Bridge e con un po’ di fortuna si può ammirare la luna piena che illumina il Big Ben, il tutto accompagnato dalle musiche dei Betales suonate da improvvisati musicisti lungo le rive del fiume, oppure potete affittare una barca a remi nel lago di Hyde Park e navigare in mezzo ai Cigni poco prima del tramonto.

    La frenesia della città e le migliaia di persone che si incrociano ogni minuto vengono spezzati dal verde e dalla tranquillità dei parchi cittadini. Hyde park e Green park su tutti, dove troviamo volatili di ogni genere non preoccuparsi della presenza delle persone, mentre piccoli scoiattoli si avvicinano ai bambini in attesa di qualche briciola. St.James park invece, è il più antico dei parchi reali ed è situato a est di Buckingham Palace, al suo interno si trova un lago con due isole, la Duck Island e la West Island. Tra i parchi annoveriamo anche alcuni cimiteri, tra cui il West Brompton Cemetery, un enorme distesa di tombe di guerra sulle cui lapidi si trovano grossi Corvi neri molto caratteristici , non particolarmente allegro ma sicuramente interessante per gli storici e amanti della fotografia.

    Vicino a West Brompton si trova anche la casa di Freddy Mercury, ormai non più abitata dalla sua famiglia ma comunque sede di pellegrinaggio, consigliamo quindi di non suonare il campanello…

    Londra è diventata facilmente raggiungibile grazie ai voli Low Cost che permettono da tutta Italia dispendere poche centinaia di euro in ogni stagione. Gli alloggi sono facili da trovare, si va dall’albergo di lusso ai più economici, mentre per chi vuole dormire in una vera casa Inglese puà cercare un B&B dove troverà sicuramente accoglienza , pulizia, cortesia e l’odore del bacon con salsiccia che vi sveglia al mattino per la colazione.

    Londra è sicuramente la città meglio fornita al mondo per quanto riguarda il trasporto grazie, come detto, alla più antica rete metropolitana del mondo, consiglio però, se avete l’occasione di muovervi in bus, e di salire al piano superiore per godere tutta la città vista da angolazioni indubbiamente particolari.

    E forse Samuel Johnson aveva proprio ragione, “…chi è stanco di Londra è stanco della vita”.

     

    Diego Arbore

  • Oltre il giardino: l’impatto e gli effetti sul paesaggio circostante

    Oltre il giardino: l’impatto e gli effetti sul paesaggio circostante

    Qualsiasi giardino, anche il più semplice ed il meglio inserito nell’ambiente circostante, incide sul paesaggio in cui è stato realizzato. Tale effetto è inevitabile e spesso viene sottovalutato, tanto dai proprietari che, in alcuni casi, dagli stessi autori dell’area verde. Se ciò accade, si assiste talvolta all’improbabile inserimento di giardini di stile iper moderno e minimalista nel mezzo della campagna rurale e senza tempo, di giardini di impianto nipponico in aree cittadine prettamente occidentali o, a poco probabili, insiemi di cactacee in Lombardia!

    Anche però il giardino meglio contestualizzato produce, anche talvolta in positivo, i suoi inevitabili effetti sul paesaggio circostante. In certi casi questi sono immediatamente intellegibili per qualsiasi osservatore esterno, a volte invece lo sono solo per uno attento o, al contrario, risultano chiaramente evincibili solo da una certa distanza, per esempio dall’alto.

    Il giardino di Giorgio Armani, di cui ci siamo occupati la scorsa settimana, è un esempio evidente di quanto appena detto. Pur essendo molto inserito nel contesto e nell’ambiente isolano, da quest’ultimo si discosta in modo evidente. A livello verticale, per effetto dell’alto muro a secco di cinta che lo circonda su molti lati e soprattutto per lo svettare delle citate palme secolari.

    Esse, secondo la definizione di un noto paesaggista, si presentano come veri e propri punti esclamativi nell’orditura del paesaggio circostante. Quanto appena detto potrebbe sembrare, per chi non sia mai stato sull’isola, cosa eccessiva. Così non è, Pantelleria è spesso brulla, la vegetazione prostrata, talvolta strisciante, gli alberi sono rari e non superano mai una certa altezza. Le palme di Armani svettano invece, le più alte di tutta l’isola, in mezzo a tutto il resto, si notano a distanza e non stonano nell’insieme, pur essendone indubbiamente elemento di rottura, solo grazie alla loro attenta collocazione.

    Analogamente a quanto appena detto, incredibili possono essere gli effetti sul paesaggio derivanti dall’impiego di una sola essenza vegetale, ripetuto sistematicamente nello spazio. Un semplice muretto con poco terreno ed un dato numero di Echinocactus Grusonii (una cactacea molto nota, diffusa e dalla forma sferica, si veda la fotografia dell’articolo precedente), su di esso disposti secondo un preciso schema geometrico, possono creare, inaspettati ma ben armonizzati nel contesto circostante, effetti scultorei. Nel giardino in questione, un muretto divisorio è stato infatti destinato a queste cactacee. Esse si susseguono, in modo ritmico, studiato ma al tempo stesso spontaneo, fornendo il migliore esempio di cosa sia possibile ottenere coordinando le varietà di forme, colori e libertà della natura con precise scelte progettuali dell’uomo.

    Infine, a nostro avviso, merita anche un accenno il palmento che si estende a nord dei dammusi (tipiche costruzioni abitative di Pantelleria) di Armani. Qui vi è una zona di collegamento tra le aree a verde semi spontanee ed il giardino vero e proprio.

    Il terreno in questione è stato dedicato  esclusivamente alla coltivazione di una stessa varietà di palma. La terra non è qui ricoperta da alcuna vegetazione, è lasciata spoglia, di un particolare colore bruciato. In questa zona sono poi collocate, secondo un preciso schema geometrico, moltissime palme ancora piuttosto giovani, tutte uguali tra loro per genere, dimensioni e sviluppo vegetativo. L’insieme è, pur nella sua semplicità, assolutamente stupefacente, sia da vicino che da lontano, sia dall’alto che dal basso. Le foglie verdi scure svettano su fusti ovaliformi marroni che rimandano vagamente a grandi ananas, alcuni rami reggono i datteri.

    Le piante ricordano quindi, quasi, nella loro rigorosa e regolare disposizione progettuale, un esercito di vegetali disposto su un campo di battaglia! Un simile effetto è un esempio di controllo dell´uomo sulla natura.

    L’impianto generale del palmeto è, data la sua collocazione, l’insieme complessivo del giardino e la delimitazione con muretti a secco, estremamente soddisfacente e riuscito. Simili risultati non sono però mai scontati e possono essere raggiunti solo grazie ad un’esperienza, una sensibilità e soprattutto ad un profondo rispetto (anche nel piegarla ai propri desideri) della Natura!

    di Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano
    Per informazioni: ema_v@msn.com

  • Approvato in Consiglio il bilancio previsionale del 2012 e l’aumento dell’aliquota IMU

    Approvato in Consiglio il bilancio previsionale del 2012 e l’aumento dell’aliquota IMU

    Si è conclusa ieri la non-stop di tre giorni per l’approvazione del bilancio e della nuova Imposta Municipale Propria (IMU). Dopo due giorni di presentazione degli ordini del giorno e degli emendamenti, è stata la volta delle dichiarazioni di voto dei gruppi consiliari e del voto finale.

    La mattinata si era aperta con un intervento del sindaco Doria che ha voluto chiarire, ancora una volta, le ragioni che hanno portato all’aumento delle aliquote IMU. Come già aveva affermato in occasione della presentazione del bilancio previsionale 2012, questa decisione si era resa necessaria per ovviare alla riduzione dei trasferimenti statali. In particolare, per effetto delle due manovre correttive messe in atto dal Governo Berlusconi e dal Governo Monti, al Comune di Genova, nel 2012, sono stati destinati 40 milioni di euro in meno. Tuttavia, il sindaco ha ribadito la propria volontà di rimettere mano al bilancio nel tentativo di ridurre la spesa corrente e consentire quindi una diminuzione dell’aliquota IMU nel saldo che i cittadini saranno chiamati a pagare a dicembre. La Giunta ha infatti accolto un emendamento presentato dal Pd (E 8 alla proposta n. 46) in cui si impegna ad effettuare una spending review più approfondita che permetta ulteriori risparmi della macchina comunale.

    Al tempo stesso il sindaco ha voluto precisare che, anche in assenza di eventuali ritocchi, il bilancio proposto non avrà effetti recessivi perché le risorse recuperate attraverso un aumento dell’IMU verranno destinate ai servizi pubblici comunali.

    Nonostante le parole di apprezzamento per il discorso in aula da parte di tutti i gruppi consiliari, i partiti di opposizione hanno voluto ribadire durante il dibattito le proprie posizioni divergenti rispetto alla Giunta. In particolare i consiglieri del Pdl hanno sottolineato che le attuali difficoltà economiche del Comune dipendono da una cattiva gestione delle precedenti amministrazioni di centro-sinistra che hanno creato un debito di 1,3 miliardi di euro. Trasversale a tutti i gruppi di minoranza è poi l’insoddisfazione per il respingimento della maggior parte degli ordini del giorno e degli emendamenti, da loro presentati. Oggetto di critica è stato soprattutto l’assessore al bilancio Miceli, a cui era spettato martedì l’ingrato compito di spiegare in aula il bilancio e di respingere quasi in blocco tutte le proposte di modifica presentate in maggioranza dai partiti di opposizione. A propria discolpa l’assessore ha sostenuto che la maggior parte delle richieste erano impossibili da accettare, in parte perché presumevano una modifica di leggi statali – su cui il Comune non ha ovviamente alcuna competenza – e in parte perché non inerenti al bilancio.

    Ma la requisitoria più dura è giunta proprio da un (ex?) alleato, l’Idv. Il consigliere Anzalone ha ribadito il no del proprio partito all’IMU considerata un’imposta «sbagliata, ingiusta e iniqua», contestando anche che sul programma elettorale del sindaco non si era parlato di un suo aumento. Doria, tuttavia, non ritiene definitiva la rottura ed è convinto che il comportamento dei consiglieri dell’Idv sia dettato soprattutto da logiche nazionali che vedono il partito di Di Pietro all’opposizione in Parlamento e in netto contrasto con l’introduzione della nuova tassa sugli immobili. Il sindaco è convinto che con il dialogo sarà possibile ricucire lo strappo.

    Più attendista e cauta la posizione del Movimento 5 Stelle, che, pur avendo espresso la propria contrarietà contro l’IMU, ha anche evidenziato la mancanza di tempo per una lettura approfondita del bilancio. «Avremmo voluto proporre delle alternative, ma non c’è stato il tempo» ha affermato il capogruppo del movimento Paolo Putti. Quest’ultimo ha anche garantito la massima collaborazione con la Giunta e con la maggioranza per cercare di rivedere il bilancio entro l’autunno.

    Queste posizioni si sono tradotte in 22 voti a favore e 18 contrari per l’approvazione dell’aumento dell’IMU e in 20 voti a favore e 12 contrari per il bilancio preventivo del 2012. In entrambe le votazioni al centro-sinistra composto da Pd, Sel, Fds e Lista Doria si sono opposti Pdl, Lega, Lista Musso, Ucd e Idv. Il Movimento 5 Stelle ha votato contro l’aumento dell’IMU, mentre è uscito dall’aula in occasione del voto sul bilancio, sul quale aveva già annunciato la propria astensione.

    Risicati quindi i numeri a favore della maggioranza che è anche stata battuta in alcune votazioni su ordini del giorno ed emendamenti proposti dai partiti di opposizione. In particolare è stato approvato un emendamento presentato dall’Idv (emendamento 11) che chiede di ridurre il premio di risultato dei dirigenti comunali di 1.800.000 € da destinare al settore sociale. Sul caso è intervenuta anche la segreteria generale del Consiglio Comunale, osservandone l’illegittimità, perché non è consentito indicare con un emendamento la destinazione specifica di risorse del Comune.

    Inoltre sono stati approvati contro il parere della Giunta altri due ordini del giorno sempre dell’Italia dei Valori che riguardano il taglio dei dirigenti esterni del Comune.

    In parte si può giustificare questa situazione con l’inesperienza di molti consiglieri in Sala Rossa, costretti dopo poche sedute a confrontarsi con l’approvazione di uno dei documenti più complessi che il Consiglio deve approvare nel suo esercizio. Al tempo stesso si è evidenziata in più occasioni una certa debolezza della maggioranza, i cui singoli componenti hanno spesso assunto posizioni divergenti rispetto al proprio partito di riferimento. Proprio nel caso dell’emendamento 11 dell’Idv approvato contro il parere della Giunta sono stati fondamentali per questo risultato il voto a favore di Carattozzolo del Pd e l’astensione di Bruno della Fds.

    Si prospetta quindi un lungo lavoro per Doria e i suoi assessori per cercare di ricompattare la maggioranza con un attento riesame estivo del bilancio. Ma non basterà solo questo. Si dovrà cercare di coinvolgere maggiormente quelle forze politiche che, pur professandosi vicine alle posizioni del sindaco (Idv, Udc e M5S), hanno stentato a sentirsi del tutto coinvolte nel suo programma. Come ha detto il capogruppo del Pd Farello, la prima occasione per verificare chi vorrà appoggiare il progetto della nuova Giunta sarà a settembre, quando Marco Doria presenterà il suo Documento Programmatico di Legislatura. Allora si deciderà “chi sta dentro e chi sta fuori”. Insomma per usare ancora le parole di Farello: «Ci rivediamo a settembre».

    Federico Viotti

    Foto Daniele Orlandi

  • Italia – Germania: la vera sfida si gioca a Bruxelles

    Italia – Germania: la vera sfida si gioca a Bruxelles

    E’ Italia – Germania. E non riguarda (solo) il calcio. La partita più importante la stiamo giocando al vertice europeo di Bruxelles: ed anche questa è una partita da dentro o fuori.

    Le speranze di tutti si appuntano sul premier italiano: non è un mistero che sia Monti il leader europeo che ha il compito di persuadere Frau Merkel. L’obiettivo è trovare uno strumento che permetta di ridurre gli spread; in altri termini, una soluzione che consenta a Spagna e Italia di tornare a finanziarsi sul mercato senza pagare gli astronomici tassi di interesse attuali, mentre la Germania ne paga di bassissimi.

    E’ chiaro che le due cose sono collegate: più il nostro paese è percepito come a rischio, più gli investitori si sposteranno su paesi ritenuti più affidabili, come la Germania. Insomma la nostra difficoltà di finanziamento è il rovescio della medaglia della facilità tedesca: una cosa determina l’altra e viceversa. E questo fa sorgere la domanda: siamo noi che siamo particolarmente incapaci o sono i Tedeschi che sono particolarmente bravi? E’ così che a questioni economiche, monetarie e politiche si mischiano giudizi e pregiudizi che speravamo di non sentire più e che la rivalità calcistica di questi giorni alimenta ulteriormente.

    Ma anche a un livello, per così dire, “più alto”, cioè tra economisti e notisti politici sta spopolando il rimpallo delle responsabilità e il dibattito sulle colpe dell’uno e dell’altro popolo. Ieri il Corriere della Sera ha ospitato un intervento di Alberto Alesina, che se la prende decisamente con il “livore antitedesco” mostrato da alcuni commentatori e assolve decisamente la Germania con argomenti che ho già sentito ripetere da più parti. E forse, a questo punto, conviene discuterli un minimo.

    In Italia, ad esempio, il dibattito si è cristallizzato a partire da due pregiudizi opposti, che hanno entrambi un fondo di verità. Da una lato ci sono quelli, come appunto Alesina (ma anche Marco Travaglio), che vedono soprattutto l’inadeguatezza mostrata dalla società italiana e dalla sua classe politica, e per questo motivo, all’opposto, tendono ad assolvere da ogni responsabilità il modello tedesco improntato al rispetto delle regole e all’efficienza. Dall’altro lato ci sono quelli che pensano che non possa essere tutta colpa nostra: partendo dall’oggettivo fallimento della linea del rigore imposta dalla Germania all’Europa, rimpallano sui Tedeschi ogni addebito e chiamano sul banco degli imputati l’intero impianto dell’euro.

    Chi ha ragione? Innanzitutto chi certamente ha torto, sotto tutti i punti di vista, e non avrebbe quindi il diritto né di pontificare pubblicamente né di prendersela con la Germania e con l’euro, è questa classe politica: che aveva la possibilità di fare molte buone cose, al di là della valuta in uso e delle influenze teutoniche, ma è riuscita a governare malissimo, e anche a fare una cattiva opposizione. Per questo motivo non soltanto la banda Berlusconi, ma anche i dirigenti della sinistra avrebbero ottimi motivi di decenza per non cercare alibi, levare le tende e lasciare in silenzio il posto ad altri. Fatta questa premessa, bisogna poi distinguere bene i vari livelli di una discussione altrimenti sterile. Un certo insieme di considerazioni che si sentono in giro, ad esempio, guarda al passato: quali sono state le responsabilità dei singoli Stati? Che ruolo ha avuto l’euro in tutto questo? Sono domande difficili. Il giudizio più significativo lo darà la Storia e per definizione spetta ai posteri, non a noi.

    Tuttavia possiamo dire che è un dato di fatto che la Germania abbia sfruttato le opportunità date dell’euro molto meglio dell’Italia; ma è anche vero che le condizioni di partenza erano ben diverse. La Germania, ad esempio, ha risorse minerarie abbondanti e aveva già un poderoso sistema industriale, almeno nell’ovest. L’Italia invece per certi versi era da tempo in una fase di bassa crescita, di crisi identitaria sia economica che politica e contava molto sull’export agevolato da una lira debole. In questa situazione, con la complicità della diversa qualità delle rispettive classe dirigenti, l’euro è stato le ali del boom tedesco e contemporaneamente una sfida di competitività forse troppo grande per il fragile sistema italiano. Dire, come fa Alesina, che non è certo una colpa dei Tedeschi quella di «produrre Audi e Bmw che tutti vogliono» non coglie il punto. Tutti vogliono anche le Ferrari, se è per questo. Ma con l’euro è diventato molto più semplice vendere una BMW a un italiano che una Ferrari a un tedesco. E questo in Germania ha aumentato il fatturato delle aziende che esportavano, migliorato i salari e aumentato anche le entrate per lo Stato. E non si può neanche esagerare l’importanza nella crisi attuale delle fantomatiche «riforme». Indubbiamente i Tedeschi hanno fatto riforme strutturali importanti che hanno dato al paese equilibrio e stabilità, e sono state cruciali per l’affermazione economica e il riassorbimento della disoccupazione. In Italia invece non ci abbiamo nemmeno provato: e questa è una colpa. Ma nulla ci autorizza a pensare che le riforme di cui l’Italia aveva e ha bisogno siano le stesse che hanno fatto i Tedeschi, che non richiedessero sacrifici maggiori rispetto a quelli che hanno affrontato con successo i Tedeschi e che ci avrebbero restituito un paese forte come quello tedesco. Non si può fare un ragionamento simile in astratto prescindendo dal sistema di relazioni, dalla stabilità sociale, dalle risorse disponibili, dai problemi logistici, dalla qualità della classe dirigente e dal suo sistema di selezione: in una parola dall’eredità storica e dalle oggettive specificità del territorio. In ogni caso anche se così non fosse, – torno a ribadire – questo giudizio lo daranno gli storici. In questo momento il passato conta relativamente.

    Da quando è scoppiata la crisi greca, come dice giustamente Alesina, tutti i leader europei «hanno fatto un gran pasticcio, creando poi contagio»: ma non si può negare che nel determinare questa strategia il ruolo guida della Germania non sia stato decisivo. La crisi finanziaria è nata negli Stati Uniti ed è sbarcata in Europa attraverso il porto di Atene: era ed è stata per lungo tempo essenzialmente una crisi di fiducia dei mercati finanziari relativamente gestibile. L’ostinazione tedesca a non volerla affrontare direttamente e anzi ad utilizzarla per costringere i partner europei a fare quelle riforme che avrebbero dovuto evitare alla Germania di intervenire finanziariamente in un modo o nell’altro, ha prodotto l’urgenza attuale.

    E’ indubbio che, rimanendo a noi, sia Berlusconi prima, che Monti poi, avrebbero potuto fare di più dal punto di vista delle riforme. Ma anche qui c’è stato un grosso errore di calcolo. Oltre ad aver fatto capire troppo tardi che Berlusconi era un problema, e anche senza voler cedere alla tesi che vede la mano della Troika dietro le manovre che portarono Monti a palazzo Chigi, è chiaro però che il suo insediamento a premier è stato salutato positivamente sia a Berlino che a Bruxelles. Peccato solo che non si sia tenuto in debito conto che cambiare il primo ministro e mandare al potere un governo tecnico esclude il ricambio del Parlamento: che infatti è sempre quello che sentenziò a maggioranza assoluta la discendenza egiziana della marocchina Ruby Rubacuori. Non si rendevano conto nell’UE che questo Parlamento di cooptati difficilmente avrebbe votato misure incisive contro la corruzione e l’evasione fiscale? Che difficilmente avrebbe ridotto i costi della pubblica amministrazione? Che difficilmente avrebbe sopportato di farsi logorare varando misure impopolari una dopo l’altra? Insomma, se proprio dobbiamo dare un giudizio su questa complessa fase storica, una linea equilibrata deve ammettere che, accanto a quelle pesanti di tutti gli altri, si possano individuare anche cruciali responsabilità tedesche.

    Ma ciò che più conta non è il passato: è il futuro. Anzi, il futuro prossimo; e l’Europa non ha più di uno o due mesi a disposizione. Ammesso e non concesso che esistano misure che l’Italia possa prendere da sola per salvarsi, è chiaro che oggi il paese avrebbe bisogno di tempo: che non c’è. Per questo il vertice europeo di questi giorni sarà fondamentale. Per questo oggi tutto è nelle mani dalla volontà tedesca di tenere insieme l’euro. La pressione internazionale è arrivata al punto tale che la Germania non può più nascondersi. Greci, Spagnoli e Italiani hanno sbagliato tutto, mentre i Tedeschi facevano tutto giusto? Può darsi. Ciò non toglie che ora la situazione è quella che è, e offre due sole alternative: o un’Unione Europea più solida o la fine dell’euro. Se la Merkel pensa davvero che l’euro sia stato per la Germania più un onere che un beneficio, oppure se pensa davvero che degli altri paesi non ci si possa più fidare, può prendersi la responsabilità storica di decretare la fine. Sarebbe una scelta dannosa per il resto dell’Europa e per l’economia mondiale. Per i Tedeschi, chissà: in ogni caso potrebbero poi giudicare loro stessi in breve tempo. E per il resto toccherebbe alla Storia assolverli o condannarli per questa decisione. Ma se la Germania deciderà di tenere in vita l’Unione Europea, potrà chiedere tutte le condizioni e le garanzie che vuole; ma non potrà sottrarsi all’obbligo di pagare, in qualche forma, anche per gli errori di altri. Nelle unioni politiche vere, queste cose succedono. Gli Stati Uniti non metterebbero in discussione il dollaro perché la Louisiana ha truccato i conti. Anzi, è proprio perché manca questa garanzia che la speculazione in Europa non si arresta. Se la Germania alla fine farà una qualche concessione in questo senso, dopo potrà chiedere molto: e scoprirà anche che molti in Italia saranno contenti di avere istituzioni europee forti, che possono ridare credibilità anche a quelle nostrane.

     

    Andrea Giannini

  • Perché l’inglese è la lingua franca globale?

    Perché l’inglese è la lingua franca globale?

    “In the right place at the right time”. Nel posto giusto al momento giusto. Si trovano qui, racchiuse nella sintesi di una frase, le diverse risposte alla domanda sul perché proprio l’inglese sia diventato la lingua franca internazionale, ovvero il codice usato per comunicare tra persone di lingua diversa.

    Per capire meglio, facciamo un passo indietro partendo da un uomo vissuto tra la fine del XVI e l’inizio del XVII secolo, sir Walter Raleigh. Se oggi l’inglese è diffuso globalmente, un po’ di merito va attribuito a questo navigatore e poeta, appoggiato da Elizabeth I, le cui spedizioni verso l’America portarono allo stabilimento del primo settlement (“insediamento”) inglese sul suolo poi divenuto statunitense.

    Fu la prima bandiera piantata overseas, parola che indica ciò che è “oltremare”, “straniero”, e il primo tassello di un Impero che nel XX secolo era presente in tutti i continenti, seppure in forme diverse: dall’India, all’Australia, al Sudafrica e al Canada. L’inglese è entrato nelle ex-colonie come lingua dell’amministrazione, del commercio e dell’istruzione, specialmente tra i ceti più abbienti, affiancandosi e/o sovrapponendosi alle lingue locali. D’altra parte, abbiamo già visto come l’affermazione di una lingua non sia un processo molto democratico: il più forte vince e impone come lingua del potere la propria.

    “The sun never sets on the British Empire,” si diceva. Siccome però nulla è permanente, il sole tramontò eccome sull’Impero britannico, sgretolatosi nel giro di pochi anni dopo l’indipendenza dell’India di Gandhi nel 1947. La posizione dell’inglese non era però in pericolo. Infatti, negli anni immediatamente successivi alla Seconda Guerra Mondiale, se la Gran Bretagna – comunque uscita vincitrice dal conflitto – era in declino, gli Stati Uniti emergevano come superpotenza.

    Chi vince le guerre impone la propria lingua, dicevamo. Fu così che l’idioma di due paesi vincitori si stabilì come lingua ufficiale – o perlomeno come una delle lingue ufficiali – di organizzazioni internazionali, quali ONU, NATO e in seguito UE. Piccola nota didattica: fate attenzione alle sigle quando passate dall’italiano all’inglese. Le Nazioni Unite diventano infatti in inglese UN, United Nations, così come l’Unione Europea è EU, European Union.

    La diffusione globale dell’inglese non è stata solo un fatto politico, ma anche economico e culturale. L’American way of life, lo stile di vita americano, è stato un modello per decenni per il mondo occidentale, pubblicizzato peraltro dai film di Hollywood e dalle tv series americane, o comunque provenienti proprio dal mondo anglofono.

    Da decenni le canzoni in testa alle hit parade internazionali provengono normalmente da paesi anglofoni. Che vi piacciano i Beatles, gli Iron Maiden o Rihanna, avrete probabilmente già familiarizzato con parole e frasi comuni nei testi delle canzoni, quali love, “amore”, I want you, “ti voglio” e I need you, “ho bisogno di te”. (http://www.youtube.com/watch?v=zLGWyfGk_LU)

    Il boom dell’informatica e di Internet  ha poi contribuito in modo fondamentale all’affermazione dell’inglese. I software di aziende – americane – leader di questi settori, come Google, Microsoft e  Apple, sono in inglese, anche se normalmente vengono poi tradotti in altre lingue.

    Nel mondo accademico l’eccellenza è rappresentata da università americane e britanniche come il MIT, Harvard, Yale, Oxford e Cambridge. Sempre nel campo della conoscenza, le pubblicazioni scientifiche e mediche di rilevanza internazionale sono scritte in inglese.

    Ecco quindi le radici del “right place” – una presenza radicata in tutti i continenti – e del “right time” –  l’era della comunicazione in tempo reale da e verso ogni angolo del mondo grazie a Internet e ai mass media – che hanno permesso all’inglese di assumere il ruolo di lingua franca globale.

    Per quanto riguarda il futuro la domanda è: l’inglese riuscirà a mantenere questo ruolo? Pur non avendo la sfera di cristallo, cercherò di fornirvi delle ipotesi plausibili … See you!

     

    Daniele Canepa
    [foto di Diego Arbore]

  • Tour de force per l’approvazione del bilancio in Consiglio Comunale

    Tour de force per l’approvazione del bilancio in Consiglio Comunale

    Si concluderà probabilmente oggi l’ampia sessione del Consiglio Comunale iniziata lunedì (25/06) per l’approvazione del bilancio previsionale del 2012 e i provvedimenti ad esso collegati. Tra lunedì e martedì sono stati presentati tutti gli ordini del giorno e gli emendamenti riferiti alle quattro proposte della Giunta Comunale. Quella su cui si è concentrata inevitabilmente la maggior parte gli interventi dei consiglieri, con 133 ordini del giorno e 19 emendamenti, è stata la numero 47, che riguardava appunto i documenti previsionali e programmatici per il triennio 2012 – 2014. Gli ordini del giorno (odg) dei consiglieri (da non confondersi con l’ordine del giorno della riunione del Consiglio) sono atti di indirizzo non vincolanti con i quali si presentano delle richieste al sindaco e alla giunta affinché si effettuino degli interventi sul provvedimento in esame. Si tratta, in altre parole, di iniziative volte a sollecitare alla Giunta un cambiamento della propria posizione o un suo impegno a svolgere approfondimenti su uno specifico tema.

    Gli argomenti più discussi nelle due sedute svoltesi fino ad ora sono stati quelli riguardanti la dismissione di immobili pubblici e di quote non strategiche di aziende partecipate dal comune; la vendita delle farmacie comunali e la riduzione dei premi ai dirigenti  comunali. Su questi argomenti si sono trovati su posizioni non molto diverse i consiglieri dei partiti di opposizione di centro-destra (Pdl, Lega, Lista Musso e Udc), il M5S e i ribelli dell’Idv.

    Particolarmente “prolifico” è stato il Pdl che ha presentato in totale 66 odg, seguito dall’Udc (25), dalla Lega (19) e dall’Idv (12). La contrarietà di quest’ultimo partito all’aumento dell’IMU (dal 4 al 5 per mille sulla prima casa) era già nota da tempo, ma di certo non hanno contribuito a tranquillizzare gli animi i continui malumori che sono affiorati nel gruppo dipietrista anche in merito alla costituzione delle Commissioni. In particolare l’Idv ha rifiutato l’offerta di una presidenza e una vicepresidenza, dopo che a nessuno dei suoi componenti è stata offerta alcuna posizione all’interno della giunta pur avendo sostenuto l’elezione del sindaco Marco Doria.

    La Giunta si è tendenzialmente espressa in modo sfavorevole sugli odg e gli emendamenti presentati. Solo 28 odg su un totale 144 sono stati accolti – 5 sono stati trasformati in raccomandazioni – e un solo emendamento è stato accettato su 30. L’assessore Miceli, in particolare, ha ribadito la volontà di non vendere le farmacie comunali e ha sottolineato la bontà dell’operazione di cessione di immobili, che potrebbe generare fino a 13 milioni di euro di plus-valenza. Su questo punto ha sollevato dei dubbi il consigliere Boccaccio del M5S, il quale ritiene si tratti di una cifra eccessivamente ottimistica che difficilmente si riuscirà ad ottenere vista l’attuale svalutazione del mercato immobiliare. Sulle possibili dismissioni di quote in aziende partecipate è intervenuto lo stesso sindaco Doria, il quale ha ricordato che sul tema dovrà essere svolta una riflessione più profonda, ragione per cui sono state rimandate a tale occasione tutte le richieste pervenute dai consiglieri.

    Destinata ad avere ripercussioni in futuro è sicuramente la questione dei compensi ai dirigenti comunali. L’assessore Isabella Lanzone ha esposto la posizione della Giunta genovese in merito evidenziando che, nonostante sia prevista una riorganizzazione che dovrà valorizzare al meglio le risorse interne, non si può, per esempio, intervenire sul diritto dei dirigenti di avvalersi di consulenti esterni. Al tempo stesso l’assessore al Personale ha anche affermato l’intenzione di ridurre i premi di produzione a chi occupa posizioni di direzione all’interno delle aziende pubbliche comunali. Già nei giorni scorsi sul tema era intervenuto il sindacato autonomo Dircom, affermando che con queste riduzioni si avrebbero risparmi poco significativi e che i dirigenti hanno già fatto la propria parte di sacrifici.

    In attesa del dibattito e della votazione sulla proposta relativa al bilancio che avrà luogo domani in Sala Rossa, oggi l’aula consigliare ha deliberato sull’adozione del Regolamento in materia di Imposta Comunale Propria (IMU) in cui sono riportati i criteri per l’applicazione dell’imposta e le aliquote. Su questo punto sono stati presentati 3 ordini del giorno (due a firma del Pdl e uno della Lega) e altrettanti emendamenti.

    Alla conclusione del dibattito la proposta è stata votata ottenendo 21 voti favorevoli e 17 contrari. Benché questo risultato, già in parte previsto, abbia garantito l’approvazione finale del testo, ha anche evidenziato l’opposizione non solo dei partiti di destra e di centro (Pdl, Lega, Lista Musso e Udc), ma anche dell’Idv e del Movimento 5 Stelle. I membri del primo partito si sono dichiarati insoddisfatti non solo per la loro generale contrarietà alla nuova tassa sugli immobili, ma anche per la decisione della giunta di non accettare le proposte di modifica presentate. Sembra quindi che le divergenze già emerse prima e dopo l’elezione del nuovo sindaco tra Idv e altri partiti di maggioranza stiano diventando sempre più nitide. Tuttavia, il nucleo duro di partiti a sostegno della Giunta Doria restano ancora compatti e consentono a quest’ultima di portare a casa il primo risultato positivo di questa lunga 3 giorni di dibattito.

    Domani si riprenderà la seduta e si affronterà il tema più ostile e controverso: l’approvazione del bilancio del Comune di Genova. Alla luce delle sedute precedenti e dei temi sollevati si prevede un dibattito infuocato con una maggioranza chiamata, ad appena venti giorni dal suo insediamento, ad affrontare una durissima sfida.

     

    Federico Viotti
    [foto di Daniele Orlandi]

  • Napolitano e la trattativa “Stato-Mafia”: questione di credibilità

    Napolitano e la trattativa “Stato-Mafia”: questione di credibilità

    NapolitanoChe c’entra Napolitano con la mafia? Come mai l’attuale Presidente della Repubblica si mette a parlare di “interpretazioni arbitrarie e tendenziose” della stampa, che proverebbero ad accostarlo, in qualche modo, a una vecchia trattativa tra parti dello Stato e la mafia siciliana? Come mai alcuni giornali (anzi un solo giornale: Il Fatto Quotidiano) si sono messi di punto in bianco ad attaccare il Capo dello Stato in un periodo così difficile per il nostro paese? Ha forse ragione Eugenio Scalfari, che su Repubblica insinua il sospetto di un tentativo di destabilizzazione ai danni del governo Monti, che ha avuto proprio in Napolitano il massimo sponsor istituzionale?

    Diciamo la verità: gli Italiani non ci stanno capendo niente. Forse non sono nemmeno così interessati all’argomento, e magari sono preoccupati per altre cose, come la crisi economica o gli Europei di calcio. Quindi bisogna riepilogare i fatti. Le procure di Palermo, Firenze e Caltanissetta stanno indagando a vario titolo sulle stragi di mafia del 1992-93, che fecero vittime tra politici di fama nazionale (Lima e Salvo), giudici di primo piano (Falcone e Borsellino) e poi anche cittadini comuni: uomini, donne e anche bambini piccolissimi, rimasti uccisi in veri e propri attentati terroristici finalizzati a destabilizzare il paese. La mafia dei Corleonesi faceva la guerra allo Stato per fare la pace: cioè ottenere un accordo sul carcere duro (41-bis), revisione dei processi e altre questioni. Ed è stato accertato che pezzi dello Stato si mossero per avviare una trattativa con Cosa Nostra allo scopo di fermare le stragi; oppure, più prosaicamente, allo scopo di salvare la pelle a certi politici che temevano per la propria vita.

    Un canale di contatto fu trovato tramite i carabinieri del Raggruppamento Operativo Speciale (ROS), che agganciarono, attraverso il figlio Massimo, l’ex- sindaco mafioso Vito Ciancimino, amico di Riina e soprattutto di Provenzano. Questo canale venne poi soppiantato da altri che, a quanto si sa finora, non risultano bene identificati. E’ un fatto però che a un certo punto le stragi cessarono; ed è un fatto che Giovanni Conso, allora Ministro di Giustizia, revocò il carcere duro a circa 300 mafiosi. Persino le catture di Riina (prima) e Provenzano (poi) presentano punti oscuri, che sarebbe però troppo lungo riepilogare qui.

    Per quel che ci riguarda basti dire che in queste torbide vicende, su cui sarebbe bene fare luce, Napolitano non è mai entrato, e nessuno sospetta che l’attuale inquilino del Quirinale possa avervi avuto un ruolo. Senonché la magistratura, nel corso delle sue indagini, mette a confronto due ex-politici, oggi privati cittadini, che avevano occupato in quella stagione posizioni di primo piano: Claudio Martelli, socialista già Ministro di Grazia e Giustizia, e Nicola Mancino, democristiano e Ministro dell’Interno dal ’92 al ’94. Mancino, già celebre per aver negato (e poi in parte ritrattato) un avvenuto incontro col giudice Borsellino pochi giorni prima della bomba in Via D’Amelio che lo uccise, viene chiamato a ricostruire gli avvenimenti: ed entra in contraddizione con la testimonianza resa da Martelli. Non occorre un genio per capire che, se due testimoni forniscono due versioni opposte, significa per forza che uno dei due mente. Pertanto la magistratura convoca un confronto faccia a faccia tra i due e indaga Mancino per falsa testimonianza. A questo punto l’ex-ministro si spaventa e, ignorando di avere il telefono sotto controllo, comincia a chiamare D’Ambrosio, collaboratore di Napolitano. Le intercettazioni pubblicate non lasciano dubbi: Mancino vorrebbe che il Quirinale in qualche modo facesse pressione sulla magistratura.

    Incredibilmente D’Ambrosio non respinge la richiesta di Mancino: anzi, fa capire che il Presidente Napolitano si starebbe interessando della questione. Viene addirittura messo in mezzo il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso, che però si defila con eleganza ed intelligenza. Non basta. Secondo quanto dice D’Ambrosio al telefono, Napolitano suggerirebbe a Mancino di parlare con Martelli – pare di capire – per concordare una versione comune: in pratica, una falsa testimonianza.

    Le manovre alla fine non sortiscono alcun effetto: ma che ci siano state è un dato di fatto. A questo punto bisognerebbe capire se D’Ambrosio abbia millantato tutto, oppure se Napolitano sia stato davvero a conoscenza della cosa. Non sarebbe facile per il Presidente dimostrare la seconda ipotesi: agli atti si scoprono due telefonate intercorse proprio tra Mancino e Napolitano, che la magistratura correttamente distrugge perché non penalmente rilevanti. In ogni caso il problema non si pone nemmeno, perché il Quirinale non si degna di rispondere.

    Dal Colle si susseguono dichiarazioni di disgusto contro il solito “fango mediatico”, si deplora l’atteggiamento di certi organi di stampa e si invoca addirittura una legge contro le intercettazioni. Ma di risposte nel merito nemmeno l’ombra. Insomma, al di là della sostanza, nella forma Napolitano si comporta come un Berlusconi qualsiasi, addirittura minacciando quella stessa “legge bavaglio” contro cui la stampa italiana si era mossa compatta. Solo che i mass-media questa volta si prestano al gioco. Anziché incalzare Napolitano chiedendogli trasparenza verso l’opinione pubblica e risposte nel merito, tirano su un bel polverone con il preciso obiettivo di rendere difficile capire cosa stia effettivamente succedendo.

    Invece di raccontare i fatti, giornali e televisioni stanno cercando di annacquarli. Purtroppo questa è la realtà. Ed è anche una vecchia storia. L’informazione in Italia dipende da partiti e da gruppi industriali. Per questo motivo, quando una notizia risulta sgradita tanto alla classe politica quanto a quei settori dell’economia che controllano l’editoria, ecco che diventa difficile per il cittadino ottenere un’informazione completa; perché automaticamente quasi tutti i direttori e i responsabili si preoccupano più di non scontentare chi gli paga lo stipendio, che di fare quello che sarebbe il loro mestiere: cioè dare le notizie. Questo non significa censurarle. Non ce n’è bisogno: basta dare ampio risalto ai commenti e poco spazio ai contenuti. I TG si aprono con titoli fuorvianti e poi si mettono prima le smentite e le dichiarazioni dei protagonisti (che raccontano le cose a modo loro), poi succintamente un riassuntino dei fatti (da cui si capisce poco o nulla). Nei giornali è ancora più semplice: titoloni a prima pagina tipo “L’ira del Colle – Trattativa Stato-mafia, Napolitano attacca: io trasparente” (Repubblica), oppure “Napolitano interviene «Campagna di sospetti costruita sul nulla»” (Corriere della Sera); poi si aggiungono commenti di editorialisti e politici, ed infine si seppellisce da qualche parte nelle pagine interne l’ottimo lavoro dei cronisti, che riportano tutto, intercettazioni comprese.

    Così il cittadino che si intestardisce e perde tempo ad approfondire l’argomento può riuscire a farsi un’idea sufficientemente chiara; ma tutti gli altri, cioè la maggioranza delle persone, che non hanno o la possibilità o la voglia di sviscerare la questione, si faranno inevitabilmente un’idea confusa e approssimativa. Ed era proprio questo l’obiettivo.

    Verrebbe da chiedersi come mai tutti si adoperino per evitare che Napolitano finisca invischiato in faccende opache. La risposta è semplice: è in gioco la credibilità del paese. Il momento è difficile, l’Italia sta negoziando a livello europeo per sistemare i problemi del debito e non deve perdere quel poco credito d’immagine che ancora le viene concesso. La classe politica, già abbastanza compromessa e sfiancata dall’impegno a sostenere un governo scomodo, è priva di certezze e non può permettersi di perdere l’unico punto fermo. Ve lo immaginate cosa succederebbe se Napolitano si dimettesse? Cosa farebbe Monti rimasto solo a dialogare con il peggior Parlamento della storia repubblicana, che deve approvargli le leggi e che per di più dovrebbe mettersi a tentare un difficilissimo accordo per eleggere un nuovo Presidente della Repubblica? Sarebbe un bel problema.

    Tuttavia la mancata trasparenza che ha sempre avvolto tutte le più inquietanti vicende italiane, soprattutto in tema di mafia, è un problema ben più grosso. Per questo dico che non c’è malintesa ragione di Stato che tenga: Napolitano farebbe bene a prendere le distanze dal suo collaboratore ed ex-magistrato D’Ambrosio, costringendolo alle dimissioni per aver speso il suo nome in manovre torbide e in tentativi di pressione sulla magistratura inquirente. L’alternativa sarebbe dimettersi personalmente. Capisco che si tratti di un’affermazione pesante, ma anche se non ci sono rilievi penali, da un punto di vista politico ce n’è abbastanza per rovinare la carriera di chiunque. Si è mai visto un Presidente della Repubblica che si muova nei confronti della magistratura su richiesta di un privato cittadino, che da quella stessa magistratura è indagato per falsa testimonianza, per giunta su vicende di mafia?

    Inutile dire che, se fossimo in Inghilterra, Germania o Stati Uniti il Presidente sarebbe in grossi guai e rischierebbe di doversi dimettere. L’opinione pubblica avanzerebbe domande fin troppo ovvie: perché Mancino, per problemi suoi personali, ottiene udienza e appoggio presso il Quirinale? Avrà forse qualche potere di ricatto su Napolitano o su amici di Napolitano? Sono solo sospetti, è ovvio: per quello che ne sappiamo, il Presidente potrebbe aver peccato solo di ingenuità. Ma nelle vere democrazie non si tollera nemmeno l’ingenuità: proprio perché da adito a dubbi. Napolitano avrà agito con le migliori intenzioni: ma noi come facciamo a esserne sicuri?

    Negli altri paesi funziona così: o chiarisci o ti dimetti. Il giustizialismo non c’entra un bel niente. Quello che importa è la pretesa del cittadino di dormire sonni tranquilli confidando nell’onestà della sua classe politica: per questo i politici fanno di tutto per dissipare anche i minimi sospetti. La difficile situazione economica del nostro paese non può essere una scusa. Anzi: se i giornalisti si fossero sempre occupati di dare le notizie, gli imprenditori di realizzare profitto creando posti di lavoro, le forze dell’ordine di combattere la criminalità e i politici di risultare limpidi e trasparenti, non saremmo ai punti in cui siamo adesso. Le mafie sono soprattutto un problema economico: secondo alcune stime pesano per il 10% del PIL. Dunque è proprio in questa fase che ci dovremmo preoccupare di non commettere gli errori del passato. Ed è proprio in questa fase che ci sarebbe bisogno di non fare sconti a nessuno.

    Andrea Giannini

  • Pantelleria: le antiche palme di Giorgio Armani…

    Pantelleria: le antiche palme di Giorgio Armani…

    Quello che colpisce del giardino in questione è che esso sembra, all’osservatore esterno, lì da sempre, anzi esso quasi si confonde, pur distinguendosene impercettibilmente, dal paesaggio circostante.

    Il giardino di Giorgio Armani è situato in uno dei punti più suggestivi dell’isola di Pantelleria, su un promontorio di terra che si protende, isolato, nel mare. Solo tre colori caratterizzano l’insieme: il verde scuro della vegetazione, il marrone bruciato del terreno ed il blu del Mediterraneo.

    Ciò non significa che non vi siano i grigi delle pietre o i vivaci colori delle fioriture estive ma tutto questo è collocato ad un livello diverso, meno evidente e non intellegibile (per volute esigenze stilistiche, volte a non incidere troppo sul paesaggio) dall’esterno. Dove non vi era nulla e nulla sembrava poter crescere, ora vi sono cespugli di rose, bordi di Lavande violacee, muri di Plumbago azzurri, cespugli di gelsomino bianchi e, infine, alberi che non ti aspetteresti di vedere a Pantelleria, come i cipressi.

    Il tutto evidenziato dalle cactacee che sottolineano in modo naturale il ritmo decorativo complessivo grazie alle loro stupefacenti ed essenziali forme geometriche. In particolare, vi sono  qui alcune Agave victoriae reginae (una particolare e suggestiva varietà di agave a foglie verde scuro striate di bianco), Cereus peruvianus (una succulenta a portamento a candelabro, simile ad un albero) e molte varietà di Cycas (che, con approssimazione, assomigliano un po’ a palme), tutte piante dalle esigenze (soprattutto idriche!) limitate, tali da non richiedere particolari manutenzioni e soprattutto perfettamente adattabili ad un contesto ed ad un clima davvero estremi.

    L’unica concessione, volta ad ottenere un effetto immediato, è rappresentata da un insieme di palme, disposte a schiera, secondo un preciso schema stilistico. Esse svettano, alte, quale elemento verticale di rottura, su di una vegetazione omogenea per dimensioni e colori. Queste però non sono esattamente semplici palme, sono piante di trecento anni che crescevano nel giardino di un palazzo storico di Palermo, trasportate con un elicottero (con le difficoltà ed i costi che si possono facilmente immaginare!) su di un’isola, persa in mezzo al Mediterraneo e dalla quale non si vede, su tutti i lati ed a perdita d’occhio, altro che mare.

    Il loro impatto sul giardino è però decisivo ed impressionante, soprattutto al tramonto quando si stagliano contro un cielo di un particolare viola, tipico solo di Pantelleria. Anche la piscina, di per sé spesso elemento di frattura rispetto all’insieme, è stata studiata con grande attenzione e contestualizzata, per quanto possibile, all’insieme. A sfioro, protesa sul paesaggio e rivolta al mare, si confonde con l’orizzonte che è, data la collocazione di Pantelleria, infinito…

     

     

    di Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano

    Per informazioni: ema_v@msn.com

  • Tre cose da sapere per ogni parola inglese

    Tre cose da sapere per ogni parola inglese

    Il passaggio da Middle a Modern English alla fine del Quattrocento è dal punto di vista linguistico una fase confusa, come evidenziato da William Caxton, che nel 1476 apre la prima stamperia a Londra.

    Caxton si lamenta in una prefazione a una traduzione dell’Eneide che non è nemmeno possibile ordinare un uovo, dato che coesistono diverse parole per indicare lo stesso alimento, tra cui quella usata oggi, ovvero egg.

    Anche nelle opere di Shakespeare – a cavallo tra ‘500 e ‘600 – troviamo anche una situazione grammaticale non ancora definita. Per esempio, la forma negativa del presente, che secondo lo standard attuale viene costruita con do not, appare sia con sia senza ausiliare. Nello spazio di soli tre versi troviamo nell’Atto I, Scena II di Julius Caesar:  

    I do not know the man e  I fear him not, (quest’ultimo oggi sarebbe I do not fear him).

    Per quanto riguarda la pronuncia, si registra a partire dal XIV secolo un fenomeno noto come Great Vowel Shift (GVS), ovvero “grande spostamento dei suoni vocalici”. Il GVS è un processo che non si è mai arrestato ed è ancora in atto nel presente. Per esempio, la “a” di mate (“amico”, “compagno”), che oggi viene pronunciata /eɪ/, secoli fa veniva letta /a:/. La “o” in loot (“bottino” come sostantivo, o “saccheggiare” come verbo) ora si legge /uː/.

    Perché si è verificato questo GVS che tanto ci complica la vita nello studio dell’inglese? Le ragioni sono incerte. Tuttavia, considerando quanto la pronuncia in Inghilterra rappresenti uno status symbol che identifica chi appartiene a una determinata classe e ha ricevuto una certa education (“istruzione”), è possibile che alla base del GVS vi sia la volontà da parte di alcune classi di distinguersi dalle altre attraverso la pronuncia. E’ un discorso di  sociolinguistica – materia che studia i rapporto tra i cambiamenti linguistici e i fattori sociali che li determinano –  che rivedremo ancora…

    Tornando al passaggio al Modern English, il problema dell’inglese alla fine del ‘400 è quello di essere una lingua nazionale ma di non avere ancora uno standard, ovvero un modello uniforme e tendenzialmente stabile che possa svolgere il ruolo di punto di riferimento. Dal XV secolo l’affermazione di Londra come centro del potere economico e politico fa sì che sia la varietà dialettale londinese a imporsi a livello nazionale.

    Un ruolo importante nella standardizzazione dell’ortografia inglese è anche quello dei dizionari. Un primo abbozzo è il Table Alphabeticall di Robert Cawdrey nel 1604, contenente una spiegazione di circa 2000 termini difficili e rivolto in particolare alle donne, per le quali l’accesso alla cultura era più difficile che per gli uomini.

    A Dictionary of the English Language di Samuel Johnson, pubblicato nel 1755, e soprattutto il monumentale Oxford English Dictionary, di oltre 150 anni dopo, completano l’opera abbozzata da Cawdrey. Come abbiamo già visto, l’OED contiene oltre 600.000 parole.

    Degno di menzione è anche l’American Dictionary of the English Language di Noah Webster. Il suo tentativo va nella direzione di una semplificazione dello spelling americano, rendendolo più vicino alla pronuncia. Da qui abbiamo differenze di spelling come nelle parole: colour /color, honour/honor, theatre/theater (il termine a sinistra riporta lo spelling del British English, mentre quello a destra è in American English). E’ significativo che Webster abbia avvertito la necessità di un dizionario americano distinto da quelli britannici. “Divided by a common language”,”divisi da una lingua comune”, scriveva George Bernard Shaw riguardo a Gran Bretagna e Stati Uniti: anche su questo aspetto torneremo in seguito.

    Nonostante questi tentativi, lo spelling delle parole inglesi rimane ancora di difficile interpretazione. Per questo motivo, trovo ancora valido e attuale un insegnamento  – molto profondo nella sua semplicità – di un mio vecchio docente: “Di ogni parola inglese è fondamentale conoscere tre cose: che cosa significa, come si scrive e come si pronuncia.”

    Daniele Canepa
    [foto di Diego Arbore]

  • Commissioni consiliari: battaglia sulla riduzione del numero dei consiglieri

    Commissioni consiliari: battaglia sulla riduzione del numero dei consiglieri

    Seduta lampo quella del Consiglio Comunale di ieri (19 giugno 2012, n.d.r.). Appena un’ora e quattordici minuti sono stati sufficienti per affrontare alcune interrogazioni poste dai consiglieri agli assessori competenti e per la costituzione delle commissioni consiliari permanenti.

    Esattamente come accade in Parlamento durante il cosiddetto question time, anche nel Consiglio Comunale di Genova è previsto che all’inizio di alcune sedute i consiglieri possano rivolgersi direttamente agli assessori per chiedere chiarimenti su questioni specifiche (tecnicamente definiti articoli 54). In particolare nella riunione di ieri si sono affrontati quattro diversi argomenti: la costruzione del contestato parcheggio nell’area dove sorge il cinema Eden a Pegli; l’esito dell’esercitazione anti-alluvione in via Fereggiano; il problema dell’attraversamento pedonale di via Montaldo; il problema dei tagli alla scuola pubblica. Per dovere di cronaca – anche perché è stata la prima volta dall’insediamento della nuova giunta che è avvenuta questa procedura – approfondiamo i temi affrontati.

    Gli interventi di alcuni consiglieri (Rixi della Lega, Bruno della Fds, Putti del M5S e Grillo del Pdl) hanno stigmatizzato i problemi legati alla costruzione del nuovo parcheggio a Pegli, in particolare l’eliminazione dello storico cinema all’aperto e il taglio di alcuni alberi. Francesco Oddone, che ha risposto alle loro domande, ha assicurato che i lavori sono stati svolti fino ad ora ottenendo tutte le autorizzazioni necessarie e che si è richiesto un ulteriore parere al Dipartimento di Ingegneria delle Costruzioni, dell’Ambiente e del Territorio (DICAT) sull’intero progetto.

    All’assessore ai Lavori Pubblici Crivello erano invece rivolte le due questioni riguardanti la prova di alluvione in via Fereggiano e l’attraversamento di via Montaldo. Nel primo caso i consiglieri De Benedictis (Idv), Musso Vittoria (Lista Musso) e Grillo (Pdl) hanno rilevato la scarsa partecipazione dei cittadini all’esercitazione, sottolineando che la principale preoccupazione della popolazione è rivolta soprattutto i tempi di risarcimento dei danni subiti e i disagi arrecati alla mobilità da alcuni lavori di ripristino delle strade (specialmente in via Donghi). L’assessore interpellato ha annunciato maggiori sforzi per informare e coinvolgere la cittadinanza. Tuttavia ha precisato che l’esercitazione doveva servire in primo luogo a verificare il corretto funzionamento della macchina dei soccorsi e per questo era rivolta soprattutto alle squadre d’intervento.

    Nel secondo caso si è affrontato il problema della pericolosità di alcuni attraversamenti pedonali in via Montaldo (relatori Gozzi del Pd e Campora del Pdl) e Crivelli ha nuovamente risposto evidenziando tutto ciò che fino ad ora è stato fatto a livello di segnaletica per migliorare la sicurezza.

    Infine, il consigliere Brasesco (Lista Doria) ha sollevato il tema dei tagli alla scuola pubblica e del modello di autogoverno degli istituti scolastici definito dalla legge Aprea. L’assessore Boero, pur condividendo nel merito le osservazioni del consigliere, ha fatto notare che trattandosi di leggi statali il Comune non può intervenire su di esse, ma può solo cercare di garantire la qualità negli istituti scolastici di sua competenza (scuole di infanzia da 0 a 6 anni).

    Si è successivamente passati all’esame del primo ed unico punto all’ordine del giorno, che riguardava la costituzione delle commissioni permanenti. Seguendo la linea dell’abbattimento dei costi della politica già dettata dal governo nazionale con la riduzione del 20% dei consiglieri comunali, si è decisa anche la riduzione del numero di commissioni consiliari da 9 a 7. Inoltre nella Conferenza dei Capigruppo di lunedì si era stabilito un criterio per cercare di ‘calmierare’ il numero di consiglieri all’interno delle commissioni stabilendo che «…tutti i consiglieri hanno diritto a fare parte fino ad un massimo di sei commissioni consiliari permanenti, i capigruppo possono essere componenti di sette commissioni consiliari permanenti».

    Ma evidentemente non sono bastate le negoziazioni e le riunioni dei giorni scorsi per mettere tutti d’accordo. Dopo il suono della campanella che richiama i consiglieri al voto è apparso infatti sul display un risultato inatteso: 32 favorevoli, 1 astenuto e 5 contrari. L’inaspettata opposizione del Movimento 5 Stelle è stata spiegata ai giornalisti dal capogruppo Putti sottolineando che, nonostante vi fossero degli accordi tra forze politiche per un’autolimitazione del numero di consiglieri nelle commissioni, la loro effettiva riduzione è stata molto modesta. Il Movimento aveva proposto un taglio dei consiglieri e, di conseguenza, dei gettoni di presenza pari al 50%, mentre, secondo Putti, questa percentuale si sarebbe attestata su livelli molto più bassi (10% circa). A sua volta Malatesta del Pd ha fatto notare come il suo partito, pur rappresentando la maggioranza nel Consiglio, abbia deciso di limitare il numero di presenze dei propri consiglieri nelle commissioni dalle 63 spettanti a 50, mentre altri partiti di minoranza non avrebbero fatto lo stesso sforzo.

    Stando ai documenti forniti dal Comune, se si confronta la composizione delle Commissioni della legislatura Vincenzi e quelle attuali si può constatare una riduzione del totale dei consiglieri del 38% (128 consiglieri). In particolare il Pd disponeva di 96 consiglieri distribuiti nelle 9 commissioni, mentre oggi è passato ad averne 50 per 7 commissioni (-48%). Anche il Pdl ha ridotto fortemente la propria presenza nelle commissioni (da 81 a 31 consiglieri), ma ciò è dovuto anche alla notevole contrazione del gruppo politico pidiellino all’interno del consiglio che è passato da 13 a 5 componenti. Il Movimento 5 Stelle ha richiesto 18 posti nelle commissioni, l’Idv e la Lista Musso 19, la Lista Doria 34, Sel e Udc 13 e infine la Federazione della Sinistra e la Lega sono presenti con il loro unico consigliere in tutte le commissioni.

    La verità, come spesso accade, sta quindi nel mezzo. Le proposta del M5S effettivamente non è stata accolta in modo completo dai partiti, ma una contrazione della spesa per i gettoni del 38% rappresenta comunque un traguardo importante e un segnale, ci auguriamo, per fare ancora di più nel futuro.

    Federico Viotti
    [foto di Daniele Orlandi]

  • Stati Uniti d’Europa: la grande utopia dell’unione politica europea

    Stati Uniti d’Europa: la grande utopia dell’unione politica europea

    Si fa presto a parlare di unità politica dell’Europa. Monti ha dichiarato addirittura che sarebbe questa la soluzione di cui abbiamo bisogno. E non ha tutti i torti. Ma, ad essere onesti, chi ci crede più? La Grecia ha votato una maggioranza pro-euro, ma i mercati non si sono lasciati impressionare; la Spagna è quasi definitivamente fuori dall’accesso al credito, con i bonos a dieci anni che hanno ormai superato la soglia psicologica di non ritorno del 7%; l’Italia rischia di seguire a ruota e la Germania, sola contro tutti, non pare arretrare di un millimetro. In questa delicatissima fase, c’è qualcuno disposto a pensare che un progetto di maggiore coesione politica possa salvare l’Europa tirandoci fuori dalla crisi? Non scherziamo.

    La ricetta magica (se mai ne esiste una) si chiama “condivisione europea del debito” e passa obbligatoriamente per un “si” della Germania ai famigerati Eurobond (cioè i titoli di debito europei la cui solvibilità sarebbe garantita da tutti i paesi dell’UE). Si parla anche di unione bancaria, di un bilancio comune, di un nuovo ruolo per la BCE: tutte cose che – chissà – potrebbero sortire effetti anche positivi, soprattutto se si riuscisse a schiodare la Banca Centrale Europea dal suo mandato ufficiale, che è semplicemente quello di contenere l’inflazione, per farla diventare davvero una “banca centrale” come tutte le altre.

    In ogni  caso più o meno questo è quello che ci si aspetta per dare una scossa al malato prima che passi a miglior vita. L’unione politica dell’Europa, invece, potrebbe venire soltanto con molto tempo a disposizione: tempo che non c’è. L’idea sembra quindi sconclusionata. Sempre che – e a questo bisogna stare bene attenti – per “unione politica” s’intenda, appunto, un’unione politica; e non invece una serie di vincoli e intromissioni sui bilanci nazionali da parte di un gruppo di euro-burocrati. Meglio chiarirsi bene le idee: una gestione “politica”, qualunque cosa significhi, non può essere nulla che prescinda, in democrazia, da un voto o un mandato popolare. Se invece la Germania ottenesse di sottoporre a un rigido controllo i conti degli Stati in difficoltà, questa si dovrebbe chiamare piuttosto “cessione di parte della sovranità nazionale”: una scelta delle classi dirigenti europee che toglierebbe autonomia alle politiche nazionali senza che nessun cittadino fosse chiamato ad esprimersi in merito.

    Pertanto, purtroppo, o Monti dice “unione politica” pensando così di tendere una mano alla Germania in cambio di un impegno tedesco sul problema del debito, oppure confonde il problema con la soluzione. Allo stato attuale, infatti, siamo costretti a constatare, a volere essere realisti, che è l’assoluta mancanza di un’unità di intenti e di un progetto politico comune ad affossare l’Europa, piuttosto che auspicare, con molto idealismo, che un’improbabile unità politica ci salvi.

    Mi spiego meglio. Uno dei più importanti argomenti della vita politica di un paese è la questione fiscale: vale a dire, chi paga e quanto per le spese dello Stato. Si tratta di una questione centrale anche nell’attuale crisi europea: i Tedeschi non sono contenti di come i Greci hanno gestito e gestiscono il loro sistema di tassazione; e l’Unione Europea recentemente ha bacchettato persino Monti per aver fatto troppo poco contro l’evasione. Il perché di queste attenzioni è evidente: se un paese dell’Unione è in difficoltà e deve chiedere ad altri paesi membri di intervenire, è normale che questi stessi paesi pretendano, come minimo, che chi chiede aiuto faccia pagare prima le tasse ai propri cittadini. Se si sta insieme, ci vogliono condizioni uguali: se no si favoriscono alcuni e si sfavoriscono altri.

    Ora, come si fa a mettere d’accordo l’Irlanda, che tassa tuttora le imprese ad un’aliquota che si aggira attorno al 12%, con la Grecia che non tassa gli armatori e con l’Inghilterra che, giustamente, non vede di buon occhio una tassazione sulle transazioni finanziarie, dato che il paese si basa su una fiorente industria finanziaria? In nome di cosa dovremmo chiedere ad uno Stato di rinunciare a una cosa importante come la propria politica fiscale (tanto più gli Inglesi, che ne discutono dal 1215)? Ma c’è un altro problema più grosso. Lo Stato, una volta che ha raccolto le tasse, le redistribuisce. E redistribuire significa sostanzialmente togliere a chi ha di più per dare a chi ha di meno. E’ il problema dell’allocazione delle risorse, la cui finalità è quella di rendere omogeneo il paese riequilibrando gli scompensi che ci possono essere, ad esempio, tra ricchi e poveri, tra città e campagna, tra settentrione e meridione, eccetera. Si tratta di un’operazione non scontata che può imbattersi in parecchie difficoltà politiche. Ad esempio, è illuminante il caso italiano della “questione settentrionale”, che è stata il cavallo di battaglia dalla Lega: perché il Nord efficiente deve pagare per il Sud sprecone? Questa, a bene vedere, è esattamente la stessa domanda che si stanno ponendo i Tedeschi in Europa.

    In generale ci si chiede perché una parte più virtuosa debba cedere sue risorse ad un altra parte meno organizzata. Ma il solo fatto di porsi questa domanda, significa già esprimere un’insofferenza di fondo: significa mettere in discussione l’interesse collettivo per affermare un interesse parziale, rendendo così evidente che una visione unitaria sta franando o è già franata. Quindi il fatto che la Germania non voglia pagare l’inflazione per risolvere problemi che in effetti non ha creato lei, testimonia che non pensa a mantenere in vita quel sogno europeo che pure era la missione storica tedesca. E il discorso vale anche per gli altri Stati europei, che non hanno mostrato maggiore lungimiranza: per tutti la pratica è stata l’affermazione dell’interesse particolare a scapito dei grandi progetti ideali.

    Se fosse stata messa la stessa energia con cui oggi si pretendono vincoli di bilancio che deprimono l’economia anche nel pretendere norme severe contro la corruzione, le mafie e la grande evasione fiscale, che pure hanno scavato la fossa, ad esempio, del debito pubblico italiano, chissà come sarebbero andate le cose. Forse sarebbe stata considerata un’indebita ingerenza politica; o forse un quadro normativo comune di questo tipo si sarebbe potuto facilmente approvare direttamente con il voto dai cittadini europei. Almeno in Italia, c’era molta fiducia nelle istituzioni europee: e in queste materie gli Italiani avrebbero delegato più volentieri che ai loro stessi politici. Sarebbe stato un passo importante verso gli Stati Uniti d’Europa, che invece oggi restano un’utopia. Forse se ne riparlerà: sempre che, tra qualche mese, esista ancora l’Europa.

    Andrea Giannini