Risultati della ricerca per: “movida”

  • Servizio civile, niente bando: zero fondi in Liguria per il 2012

    Servizio civile, niente bando: zero fondi in Liguria per il 2012

    Dal 2001, anno in cui per la prima volta è stato aperto un bando di servizio civile nazionale che “andasse oltre” il concetto di obiezione di coscienza, ogni anno è stato pubblicato un nuovo bando per il reclutamento di volontari in numerosi enti pubblici, associazioni no profit e di volontariato, enti culturali o di assistenza.

    Quest’anno per la prima volta non ci sarà nessun bando. Una notizia che già si sapeva, date le difficoltà di far iniziare il percorso ai volontari selezionati nel 2011, che hanno visto slittare di alcuni mesi l’avvio in servizio. Una notizia che però è stata ufficializzata solo nei giorni scorsi e denunciata dall’Assessore Regionale alle Politiche Sociali (con delega anche alle Politiche Giovanili) Lorena Rambaudi, che così ha spiegato a margine del consiglio regionale: «Il Governo ci ha comunicato che quest’anno per la prima volta da quando è nato, nel 2001, non verrà finanziato. Ogni anno in Liguria poco più di mille volontari partecipano a questa esperienza di cittadinanza attiva (…) Si salta un anno e stiamo cercando di accelerare i bandi per il 2013 in modo da farli partire nel primo semestre. La cosa è gravissima e non era mai successo».

    Il bando 2013 ci sarà, almeno a quanto sembra finora. L’unica cosa che le singole Regioni e tutti gli enti e associazioni coinvolti possono fare è accelerare i tempi per la presentazione dei progetti, che dovranno essere selezionati prima della pubblicazione del bando, e sensibilizzare sulla necessità di aumentare i fondi per questa opportunità, che non solo arricchisce il bagaglio di esperienze e il curriculum di migliaia di giovani ogni anno, ma è fondamentale per il proseguo stesso delle attività di molti enti e associazioni coinvolte.

    [foto di Constanza Rojas]

  • Limitazioni alla vendita di bevande alcoliche: l’ordinanza del Comune

    Limitazioni alla vendita di bevande alcoliche: l’ordinanza del Comune

    Vicoli, Centro Storico di GenovaDal primo gennaio 2012 i titolari di bar, negozi e ristoranti di tutta Italia hanno il potere di scegliere autonomamente quando alzare e abbassare le saracinesche. Fu uno dei primi dictat del decreto Monti promosso con il nomignolo “Salva – Italia”. In quell’occasione Marta Vincenzi dichiarò: «…l’iniziativa deve essere commisurata alle esigenze dei territori, per evitare che certi provvedimenti facciano degenerare situazioni a rischio». Spetta al Sindaco, infatti, sulla base degli indirizzi espressi dal Consiglio Comunale e nell’ambito dei criteri  indicati dalla Regione, il potere di coordinare e riorganizzare gli orari degli esercizi commerciali dei pubblici esercizi e dei servizi pubblici.

    La Legge, infatti, ha prescritto agli enti locali l’adeguamento delle proprie disposizioni alla liberalizzazione degli orari concedendo però l’eventuale applicazione di vincoli ritenuti necessari per evitare danno alla sicurezza e garantire la protezione della salute umana.

    Detto ciò, seguendo anche le indicazioni delle Associazioni di Categoria, con un’ordinanza il Sindaco ha ufficializzato i vincoli contro l’abuso di bevande alcoliche a Genova, partendo proprio da quel sopracitato paragrafo della Legge in tema di tutela della sicurezza e della salute. Una decisione che, inevitabilmente, ha provocato dissenso fra i commercianti del Centro Storico e non solo

    Così recita il testo dell’ordinanza: “I titolari e i gestori degli esercizi muniti della licenza prevista dai commi primo e secondo dell’articolo 86 del testo unico delle leggi di pubblica sicurezza, di cui al regio decreto 18 giugno 1931, n. 773, e successive modificazioni, ivi compresi gli esercizi ove si svolgono, con qualsiasi modalità, spettacoli o altre forme di intrattenimento e svago, musicali o danzanti, nonché chiunque somministra bevande alcoliche o superalcoliche in spazi o aree pubblici ovvero nei circoli gestiti da persone fisiche, da enti o da associazioni, devono interrompere la vendita e la somministrazione di bevande alcoliche e superalcoliche alle ore 3 e non possono riprenderla nelle tre ore successive, salvo che sia diversamente disposto dal questore in considerazione di particolari esigenze di sicurezza”.

    E ancora: “I titolari e i gestori degli esercizi di vicinato (attività commerciali con una superficie di vendita non superiore a 250 mq n.d.r.) devono interrompere la vendita per asporto di bevande alcoliche e superalcoliche dalle ore 24 alle ore 6, salvo che sia diversamente disposto dal questore in considerazione di particolari esigenze di sicurezza.  Ritenuto opportuno prevedere che negli orari di interdizione della vendita e somministrazione di alcolici previsti dalla norma sopra richiamata gli esercenti debbano altresì inibire l’accesso del pubblico alle bevande alcoliche predisponendo idonei sistemi di occultamento delle stesse.”

    Viene invece rinviata a successivo Provvedimento la disciplina oraria dei pubblici esercizi diversi dalla somministrazione e di ogni altra tipologia esclusa dall’intervento legislativo di liberalizzazione.

    Foto di Diego Arbore

     

  • Turismo Lgbt: dopo la Toscana anche Padova diventa friendly

    Turismo Lgbt: dopo la Toscana anche Padova diventa friendly

    Dopo la Toscanala regione italiana più virtuosa che per prima ha realizzato un canale dedicato al turismo lgbt – ora tocca a Padova che venerdì 27 aprile ha presentato ufficialmente il contenitore di iniziative “Padova friendly”, con il quale punta all’ambizioso obiettivo di inserire la città veneta tra le grandi mete turistiche internazionali preferite dalla popolazione lesbica, gay, bisessuale e transgender.

    Il portale www.toscana-gay-friendly.htm consente ai turisti lgbt di scegliere itinerari, strutture alberghiere, servizi complementari, che si rivolgono con una più particolare attenzione all’ospite lgbt. Oltre a Firenze, patria del Rinascimento, è possibile scoprire la vita gay di Torre del Lago e della Versilia, zone che da più di dieci anni hanno affinato la loro offerta ricettiva con particolare attenzione alle esigenze dei turisti gay italiani e stranieri. E ancora itinerari nella Maremma, nelle città d’arte e in tutta la Toscana.

    Per quanto riguarda la città veneta l’iniziativa “Padova friendly”, promossa dal Circolo Arcigay Tralaltro Padova e da Etta Andreella, mira da un lato a diffondere una cultura dell’accoglienza, creando ambienti e situazioni che mettano a proprio agio le persone LGBT trattandole equamente, senza pregiudizi e soprattutto con la massima naturalezza, dall’altro a promuovere nuove opportunità di sviluppo turistico. Il progetto “Padova Friendly” vuole essere un continuo work in progress atto a contenere e promuovere tutte le iniziative dedicate alle persone LGBT organizzate e promosse nella città di Padova.

    «Ormai non si parla più di turismo al singolare ma di turismi – spiega l’Assessore alla Cultura, Andrea Colasio – Ciascuno cerca l’offerta che maggiormente si avvicina alle proprie esigenze e necessità. Padova, città da sempre “friendly”, deve ampliare la propria offerta per accogliere la popolazione LGBT, colta e maggiormente sensibile alle proposte culturali delle città d’arte».
    Il turismo LGBT solo in Italia rappresenta circa il 9% del fatturato turistico globale, un mercato dove ormai si parla di nuovi turismi lgbt dedicati ai singles, alle coppie, alle nuove famiglie, agli sportivi, agli uomini e donne di affari.

    Se guardiamo fuori dai nostri confini i principali enti turistici nazionali (British Tourism Authority, Francia, Olanda, Australia, Svizzera) o regionali (Provenza, Scozia, Tasmania, Miami), molte linee aeree, diverse catene alberghiere e alcuni consorzi locali spesso aiutati dalle istituzioni, hanno messo in atto politiche di accoglienza e inclusione rivolte al mercato lgbt.

    In Italia, come detto in precedenza, la Toscana è stata la prima realtà locale a muoversi in questo senso.

    La Liguria, terra storicamente accogliente, in cui il turismo rappresenta – o per meglio dire dovrebbe rappresentare – uno dei pilatri dell’economia regionale, risulta ancora indietro per quanto riguarda i servizi dedicati alle persone lgbt, mentre al contrario potrebbe essere utile ragionare sulle opportunità di sviluppo offerte da questo particolare segmento turistico.

    Comunque, dopo il grande successo ottenuto dal Gay Pride genovese nel giugno 2009 – che ha visto la partecipazione di oltre 200 mila persone – l’associazionismo, le iniziative ed i locali gay sono in costante aumento. È nato anche il sito internet ufficiale, www.genovagay.com (con una propria Pagina Facebook) che alla stregua di un giornale online informa il popolo LGBT genovese e ligure delle iniziative culturali e degli eventi dedicati, nonché delle conquiste sui diritti dei gay in tutto il mondo.

    Nella città veneta il principale veicolo di diffusione dell’informazione sarà il sito internet www.padovafriendly.it, cui sarà associata un’intensa attività social 2.0 per dare massima visibilità alle occasioni che gli aderenti all’iniziativa creeranno per il turista gay.

    Sempre a questo scopo è in programmazione la pubblicazione di un flyer cartaceo con le indicazioni turistiche di rilievo e la pianta di Padova con i locali segnalati e una vera e propria “Guida Queer” di Padova, che ha visto il consenso entusiasta delle Guide Turistiche di Padova che studieranno dei percorsi ad hoc che raccontino quella Padova, magari non molto conosciuta ma che già nella seconda metà del ‘500 vedeva sbocciare l’amore tra due insigni professori padovani, Gabriele Falloppio – lo scopritore delle tube di Falloppio – e Melchiorre Guilandino.
    Sempre in ambito culturale, sconti e agevolazioni saranno previste per i soci Arcigay per l’ingresso ai Musei Comunali.

    Molte realtà padovane – bar, ristoranti e storici locali della movida – hanno già aderito o aderiranno a breve. Alcuni hotel oltre ad offrire soluzioni dedicate, si sono impegnati, in collaborazione con Arcigay, a formare il loro personale per evitare che si creino, anche involontariamente, situazioni che possano mettere in imbarazzo, se non ferire, il turista LGBT.

    «Non sempre è sufficiente una generica disponibilità ad accogliere tutti – sottolineano i promotori del progetto – Per questa ragione è in cantiere la stesura di un vero e proprio codice etico, condizione essenziale per l’adesione a “Padova Friendly”, che promuova: la non discriminazione, la piena accoglienza, la disponibilità a fornire informazioni sulle proposte gay del territorio, la professionalità e la formazione in tal senso del personale, tutte competenze che non possiamo dare per scontate».

     

    Matteo Quadrone

  • Centro storico: le proposte dei cittadini in vista delle elezioni comunali

    Centro storico: le proposte dei cittadini in vista delle elezioni comunali

    Un ciclo di incontri pubblici con i candidati sindaco in corsa alle prossime elezioni amministrative con l’obiettivo di organizzare e far sentire le idee e le proposte dei residenti del centro storico. È quello che a partire dal mese di marzo sta portando avanti l’associazione Centro Storico Est – AssEst: prossimo appuntamento venerdì 27 aprile ore 21:00 presso il Convento di S. Maria di Castello con i candidati sindaco Giuliana Sanguineti (Partito Comunista dei Lavoratori), Simohamed Kaboour (Fratelli e Fratellastri), Roberto Delogu (Comunisti – Sinistra Popolare) e Rossella Ridella (candidata consigliere comunale lista PD).

    «Troppo spesso questo quartiere che pure è uno dei più popolosi e con la più alta densità di bambini viene considerato un teatro vuoto da gestire secondo il capriccio del momento – scrive AssEst – un manichino su cui cucire abiti non suoi, calando soluzioni estemporanee e velleitarie quando basterebbe ascoltare e assecondare le tante voci buone che ne emergono».

    «Abbiamo la fortuna di vivere nei luoghi che hanno fatto la storia di Genova e che nel passato l’hanno fatta grande, addirittura Superba – continua l’associazione – Eppure questi stessi caruggi e piazzette ancora oggi vengono vissute più come problema che come risorsa. Se Genova deve ripartire, e sappiamo quanto necessario sia che riparta, deve farlo anche da come pensa e vive il suo nucleo più antico».

    I cittadini ribadiscono con forza che il loro «Non è un semplicistico “no alla movida” come facilmente o strumentalmente viene riportato spesso dai media in un comodo cliché. Il nostro è un No forte e chiaro a chiunque usa il territorio nell’indifferenza o peggio in sfregio ai suoi abitanti».

    Per questo hanno elaborato una proposta concreta che pone la valorizzazione della cultura e della storia della città come motore di un nuovo sviluppo turistico, ambientale ed economico del centro storico.
    In sintesi i punti principali sono 6:
    Percorsi turistici e culturali del Centro Storico Est; Manutenzione strade; Pedonalizzazione del centro storico; “Movida”; Presenza costante dei vigili anche la notte; Utilizzo del mercato del pesce.

    «Attualmente il nostro quartiere è aggirato dai percorsi che vengono proposti ai turisti, nonostante sia immediatamente adiacente a via S. Lorenzo e sia ricco di storia e arte», sottolinea AssEst.
    Secondo i cittadini occorre dirigere il flusso di persone anche dentro questa parte di centro storico, cosa che permetterebbe di incrementare e diversificare le attività commerciali.
    «Per questo abbiamo un progetto ben preciso: il giorno 14 Dicembre 2011 abbiamo organizzato una conferenza pubblica alla quale hanno partecipato numerose associazioni del quartiere dove il FAI ha illustrato il suo progetto di acquisizione e apertura al pubblico della Torre degli Embriaci. Il progetto attualmente è fermo per intoppi essenzialmente burocratici».
    L’Associazione sta attivamente lavorando come tramite tra i vari soggetti «Chiediamo che l’amministrazione si ponga come attivo capofila per la realizzazione del progetto che porterebbe un beneficio enorme alla zona senza costi a carico del comune».

    Ma non si tratta solo della torre degli Embriaci, ugualmente importante è la presenza del Parco Archeologico di Piazza S. Silvestro, attualmente chiuso al pubblico e invaso dalle erbacce.
    Inoltre i cittadini ricordano anche altri splendidi monumenti della zona: Porta Soprana, le chiese di S. Maria di Castello, S. Donato, S. Cosma e Damiano, l’Oratorio di S Giorgio e S. Torpete con i suoi concerti d’organo, e ancora la casa natale di Mameli in via S. Bernardo e i palazzi dei Rolli in Via S. Bernardo.
    «Noi diamo il nostro contributo con i Mercoledì del Castello (giunti alla 7ma edizione) e con diverse iniziative in svolgimento – spiega l’associazione – ad esempio la mostra sulla diffusione della lingua genovese nel mondo; le visite guidate al castrum, ai luoghi del risorgimento, ecc.».
    «Tutto questo andrebbe inserito in uno specifico percorso turistico-culturale per il quale l’amministrazione comunale dovrebbe attivare azioni positive finalizzate a coinvolgere gli operatori dei grandi eventi culturali, gli operatori turistici, Porto Antico e Acquario in modo da realizzare una sinergia utile a presentare una nuova offerta turistica ai visitatori della nostra città – spiega AssEst – Ovviamente un percorso turistico-culturale come quello appena descritto non può prescindere da una riqualificazione urbanistica dei luoghi: è essenziale la manutenzione delle strade che lo compongono».

    Inoltre i residenti di quest’area del centro storico condividono e sono grandi sostenitori della pedonalizzazione che purtroppo però «Procede a rilento e manca la fondamentale preparazione di posteggi a corona per i residenti, il realizzarsi di regole certe e rispettate ed una segnaletica adeguata. Anche il rifornimento, giusto e doveroso, dei commercianti va monitorato e riorganizzato con un approccio più moderno ed ecocompatibile».

    Per quanto riguarda lo spinoso tema “movida”, AssEst parte da alcuni dati oggettivi «Nel centro storico (fonte uffici demografici del comune) vive la più alta percentuale di coppie con bambini dell’intera città. Le rilevazioni effettuate dall’ufficio acustico dei vigili urbani hanno stabilito che in zone ben precise e delimitate (S. Donato, via S. Bernardo, Piazza delle Erbe, S. Giorgio) esiste un pesante sforamento dei limiti di legge delle emissioni acustiche generate dalla “movida” e questo rappresenta una violazione alla legge ed un attacco alla salute dei residenti. Si è verificata, in seguito all’eccessivo rumore, una fuga di abitanti, specialmente coppie giovani con bambini, alla ricerca di zone più tranquille al di fuori del centro storico».

    Il giusto equilibrio tra i residenti e “movida” rivendicato dagli abitanti «Deve realizzarsi con la chiusura dei locali (Venerdì e Sabato) non oltre le 2 di notte e con la repressione, specie nelle ore tra le 3 e le 4, di atti vandalici, schiamazzi, comportamenti incivili che le cronache documentano sfociati in vere aggressioni da parte di gruppi di presone alterate dall’alcool che si attardano in zona».
    E l’associazione ritiene doveroso ringraziare l’assessore Scidone per l’attività e il supporto che ha fornito ai residenti sul tema “movida”.

    Inoltre risulterebbe fondamentale garantire la presenza – continua ed attenta sul territorio – dei vigili urbani, affiancata e coordinata con quella delle altre forze dell’ordine.
    «Una presenza che deve essere costante anche durante le ore notturne, allo scopo di verificare comportamenti scorretti di attività commerciali e non, e di frequentatori non residenti del centro storico».

    Infine un altro argomento molto sentito dai residenti è quello relativo alla futura destinazione del Mercato del Pesce. «Da tempo, pubblicamente (in incontri con l’amministrazione e con la stampa) chiediamo che gli spazi che si libereranno all’interno del mercato del pesce vengano riservati alle attività sociali, culturali e sanitarie del quartiere», conclude l’associazione dei cittadini del centro storico.

     

    Matteo Quadrone

    Foto di Diego Arbore

  • Falso Demetrio: l’intervista alla libreria di via San Bernardo

    Falso Demetrio: l’intervista alla libreria di via San Bernardo

    libreria falso demetrio genovaIlaria qualche mese fa ha aperto nel centro storico la libreria “Falso Demetrio”. Un atto che, in un momento di penuria generale, denota senza dubbio un certo coraggio…

    Cosa porta ad aprire una libreria indipendente in un momento così difficile per l’economia?

    In un momento difficile per l’economia bisogna comunque vivere (non si può stare con le mani in mano) e provare a fare qualcosa, mandare dei segnali positivi, impegnarsi per la società e per noi stessi, che ne facciamo parte.

    Una libreria indipendente non promette grandi guadagni e questo mi sta bene, posso anche accontentarmi di una vita dignitosa facendo un lavoro che mi piace e che dia un senso alle mie giornate.

    Qual è la linea aziendale che avete scelto? Su quali testi puntate?

    Nella scelta dei testi mi aiuta il mio socio, che si occupa della saggistica; io seleziono i romanzi e gli illustrati. La tendenza è quella di valutare libri che, anche se contemporanei (e magari pesantemente pubblicizzati) abbiano un contenuto e uno stile valido.

    Ci disinteressiamo completamente ai “casi letterari” se sono tali solo per la spesa che sta dietro la loro distribuzione.

    Pensiamo che il nutrimento intellettuale sia molto vicino a quello fisico: deve essere di qualità; nessuno vorrebbe mangiare spazzatura, probabilmente nemmeno leggerla.

    Naturalmente, su richiesta dei clienti mi preoccupo di far arrivare i libri che li interessano specificamente, siano essi libri più o meno recenti.

    Si parla spesso del centro storico per questioni legate al degrado o alle polemiche sulla movida. Ci raccontate la “vostra” via San Bernardo?

    Via San Bernardo non è una via facilissima, ma parlando del giorno non è nemmeno una via tanto complicata. Il passaggio è fluido e le persone del quartiere hanno avuto piacere di vedere aprire una libreria sulla piazza.

    I commercianti vicini sono stati altrettanto lieti e disponibili verso di noi, non ci manca incoraggiamento e appoggio da nessuno. Ripeto, aprire una libreria è anche una scelta sociale, che investe sulla diffusione della cultura e sul miglioramento del centro storico (da questo deriva anche l’entusiasmo e l’aiuto che stiamo ricevendo).

    Certamente, assistere all’apertura di altri locali che offrano varietà, incoraggiando un aumento del passaggio nella via, sarebbe utile e regalerebbe nuova speranza a tutti.

    Quali sono iniziative collaterali che organizzate in libreria? Se qualcuno ha in mente un evento culturale da organizzare o vorrebbe presentare un suo libro, in che modo può rivolgersi a voi?

    Come eventi collaterali diamo spazio a chiunque proponga iniziative di tipo culturale; letture di poesie o prosa, rassegne, incontri su svariate tematiche (che vanno dalla storia alla psicologia) e anche musica.

    Cerchiamo di organizzare eventi almeno due volte al mese, anche se ultimamente la media è salita e stiamo offrendo un incontro a settimana.

    Attualmente è in corso una rassegna di poesia contemporanea che durerà due mesi e che si svolgerà ogni venerdì sera alle 21. Quest’inverno una proposta molto interessante, e che ha soddisfatto gli uditori, è stata quella di un corso di storia della musica; gli incontri, tenuti da un giovane compositore genovese, Matteo Manzitti, si sono svolti sempre il venerdì, verso sera.

    Una volta al mese, tendenzialmente il primo giovedì di ognuno, ci incontriamo per una lettura collettiva, durante la quale i partecipanti portano un romanzo/saggio da condividere con gli altri, leggendone due o tre pagine.

    Per contattarci basta passare dalla libreria e mettersi d’accordo, c’è massima apertura e disponibilità da parte nostra, in cambio ci aspettiamo solo serietà.

    Puoi darci un tuo parere sulla legge Levi e su come ha influenzato e/o potrà influenzare l’attività di chi pubblica e vende libri?

    Per quanto riguarda la legge Levi ho poco da dire, anche perché gli sconti fatti dalle grandi case di distribuzione sono rimasti quelli di prima, con modalità differenti certo, ma pur sempre oltre il 15%. Per le piccole librerie è impensabile stare dietro ad un’offerta simile. Ma potrebbe andare meglio, in Francia ad esempio, per questo genere di attività (cioè librerie che vendano solo ed esclusivamente libri, quindi non gadget, piatti, strumenti musicali e altro), c’è sicuramente un appoggio burocratico/economico maggiore da parte dello stato.

    Tuttavia, chi viene ad acquistare da noi (che comunque proponiamo una nostra tessera-sconti insieme al vantaggio che ci possiamo permettere di arrotondare o fare sconti aggiuntivi ai clienti più assidui) lo fa anche per il piacere di trovarsi in una libreria degna di questo nome e per scambiare quattro chiacchiere e due consigli.

    Ebook: nemico giurato della carta o solo un modo come un altro di leggere?

    Un modo come un altro di leggere.

    Non credo che sostituirà mai il piacere che prova il lettore nello sfogliare il libro, sceglierselo, vederlo pagina dopo pagina consumarsi piano piano, e poi riporlo nella sua libreria, pronto per essere riletto o prestato/regalato ad un amico. Oppure, la bellezza di comprare più libri, metterli insieme in attesa sullo scaffale e, finito il romanzo/saggio in corso, osservare attentamente per scegliere quale sarà il prossimo tomo da iniziare.

    L’oggetto-libro non può essere sostituito, magari se ne compreranno un po’ meno perché i libri on-line possono aiutare nella selezione di ciò che ci piace; e se ne avranno un po’ meno da portare alle bancarelle per il bisogno di disfarsene.

    Marta Traverso

  • Incontro con Marco Doria, candidato sindaco di Genova per il centro sinistra

    Incontro con Marco Doria, candidato sindaco di Genova per il centro sinistra

    Marco DoriaSiamo con Marco Doria, docente universitario di Storia economica presso la facoltà di Economia dell’ateneo genovese, vincitore delle primarie, candidato sindaco del centro sinistra. Marco Doria è stato per sette anni, dal 1978 al 1985, consigliere di circoscrizione di Albaro per il Pci e per tre, 1990-1993, consigliere comunale. Dopo quasi vent’anni da attivo spettatore nell’autunno 2011, grazie ad un  appello di alcuni intellettuali genovesi, Doria ha deciso di tornare ad occuparsi di politica in prima persona.

    Sostenuto da Sinistra Ecologia e Libertà, ha vinto con largo consenso le primarie ed oggi ci sono molte aspettative intorno alla sua candidatura. Lei è indubbiamente una figura libera ed indipendente ma la prima domanda che voglio porle è: pensa davvero di riuscire – nel caso diventasse sindaco – ad attuare le politiche che ha in mente, insomma ad avere testa e mani libere di agire, considerando che dovrà confrontarsi con interessi e logiche che muovono i partiti che l’appoggeranno?

    La testa libera sicuramente sì. Io penso che la coalizione di centro sinistra sia una coalizione di cittadini. Mi auguro di ottenere tanti consensi e spero che anche la lista che mi appoggia, espressione della società civile, raggiunga un buon risultato. Ovviamente io dovrò confrontarmi, come già sto facendo, con tutti i componenti della coalizione, singole persone ed organizzazioni politiche, per trovare una linea comune. Oggi sono il candidato di tutta la coalizione del centro sinistra e per essa ho il massimo rispetto. Questo però non significa affatto che io debba piegarmi a delle logiche di spartizione del potere.

    Vorrei affrontare con lei il tema del centro storico, una perla della città che andrebbe adeguatamente valorizzata a fini turistici e commerciali. Attualmente alcune zone, penso a via della Maddalena e al Ghetto, stanno provando a rialzarsi soprattutto grazie all’impegno di residenti, realtà associative ed al sostegno delle istituzioni; altre porzioni di città vecchia, ad esempio via di San Bernardo, sono frequentate solo nelle ore notturne a causa della cosiddetta “movida”, mentre durante il giorno sono abbandonate a se stesse. Come si possono coniugare le diverse esigenze degli abitanti, che chiedono di tutelare il loro sacrosanto diritto al riposo e dei giovani alla ricerca di luoghi per il divertimento, con la necessità di rilanciare il centro storico?

    Il centro storico è un gioiello, un patrimonio di Genova ma anche una porzione di città che vive problemi complessi e seri. Quindi richiede politiche di intervento articolate. Innanzitutto occorre valorizzare sempre più l’insieme di bellezze storico-artistiche della città vecchia. E promuovere flussi di turisti non solo nei percorsi tradizionali, ovvero Palazzo Ducale, via San Lorenzo, via Garibaldi, area del Porto antico, ma anche in percorsi oggi meno frequentati. Penso ad esempio a Sarzano, S. Maria di Castello, le Vigne, la Commenda di Prè. Inoltre il centro storico deve diventare un’area dove favorire, con adeguate politiche di sostegno, l’insediamento di nuove attività economiche, in particolare piccole attività commerciali ed artigianali. Per quanto riguarda la questione della cosiddetta “movida” è necessario ricordare a tutti l’importanza del rispetto delle regole affinché il legittimo bisogno di svago dei giovani non entri in conflitto con le rispettabili esigenze dei residenti. Occorre una politica capace di distribuire in maniera più intelligente sul territorio cittadino i luoghi del divertimento giovanile, in modo tale da risolvere il problema della tutela dei diritti degli abitanti del centro storico.

    Al di là delle considerazioni sull’utilità economica e sull’impatto ambientale di alcune grandi opere infrastrutturali, secondo lei un’opera come il Terzo valico, oggi in liguria e più in generale in Italia, le istituzioni sono in grado di gestirla? Oppure vista la moltiplicazione dei costi che spesso si registra nel nostro Paese ed il concreto pericolo di infiltrazioni criminali, attualmente lo Stato italiano non è all’altezza?

    Io ritengo che alcune grandi opere debbano essere realizzate. I temi che lei solleva, pericolo di infiltrazioni criminali e certezze costi/tempi, sono sfide ed impegni che dobbiamo assumerci. In altri termini voglio dire che questi rischi non devono bloccarci. Si tratta infatti di pericoli che riguardano anche altre opere, non necessariamente le cosiddette grandi opere. Penso ad esempio ai lavori pubblici per la messa in sicurezza del territorio. In tutti i casi bisogna prestare la massima attenzione ma gli interventi vanno realizzati.

    Per quanto riguarda il Terzo Valico lei ha detto di essere favorevole, si tratta di un intervento che insiste su una vallata, la Val Polcevera, che già presenta diverse criticità e nel passato è stata ampiamente vessata…

    Per me è importante modernizzare il sistema di collegamenti ferroviari tra Genova e la pianura padana e tra Genova ed il resto d’Europa. Quindi sono favorevole ai lavori di potenziamento delle infrastrutture ferroviarie che potrebbero garantire uno spostamento significativo del trasporto dalla gomma alla rotaia. Ovviamente sono consapevole dei disagi che questi interventi comportano nella popolazione residente. Per la realizzazione di qualsiasi opera, grande o piccola, bisogna fare in modo di controllare la certezza dei tempi/costi ed attenuare, per quanto possibile, le criticità sul territorio.

    Per quanto riguarda la gestione dei rifiuti, l’inceneritore a Borzoli è una priorità?

    La soluzione è aumentare la raccolta differenziata e soprattutto l’effettivo riciclo dei materiali recuperati, ovvero la via al riciclo spinto ai livelli indicati dalle normative europee e nazionali. Questo sistema riduce la quota residua di rifiuti che dovrà essere trattata. Una parte di questi sarà trattata in un impianto a freddo di prossima realizzazione. Quindi il problema va affrontato, da un lato stimolando la raccolta differenziata e dall’altro con l’impianto di trattamento a freddo. In questo modo, secondo me, potremmo ottenere risultati significativi ed in seguito valutare se saranno necessari ulteriori investimenti anche per sistemi diversi. 

    Secondo lei qual è la vocazione di Genova per il prossimo futuro, soprattutto per quanto riguarda la crescita economica e la creazione di nuove opportunità di lavoro?

    Genova dovrebbe avere una vocazione mista ed accanto ai tradizionali assi dell’economia cittadina, ovvero porto ed industria, bisogna svilupparne degli altri. Il porto deve continuare ad essere una colonna dell’economia genovese. Il settore industriale è stato pesantemente ridimensionato ed il Comune farà la sua parte per cercare di difenderlo.

    E poi ci sono altre numerose opportunità: penso ad esempio al settore della ricerca, la ricerca scientifica, quindi l’importanza del ruolo dell’Università, dell’IIT, del nuovo polo tecnologico degli Erzelli, la ricerca in campo medico-sanitario, quindi l’ex Ist e l’ospedale Gaslini. E ancora l’ambito del turismo e della cultura: Genova ha tutte le potenzialità per diventare una capitale italiana del turismo culturale.

     

    Matteo Quadrone

    Video di Daniele Orlandi

     

    Era Superba – SPECIALE ELEZIONI COMUNALI 2012

    Incontro con il candidato sindaco del Gruppo Misto Enrico Musso

    Incontro con il candidato sindaco del Movimento 5 Stelle Paolo Putti

    Incontro con il candidato sindaco del partito Italia Nuova Armando Siri

    Incontro con il candidato sindaco del partito La Destra Susy De Martini

    Incontro con il candidato sindaco di Primavera Politica Simonetta Saveri

    Incontro con il candidato sindaco di Gente Comune Giuseppe Viscardi 

    Incontro con il candidato sindaco della Lega Nord Edoardo Rixi

    Incontro con il candidato sindaco del centrodestra Pierluigi Vinai

    Incontro con il candidato sindaco del Pcl Giuliana Sanguineti

    Incontro con il candidato sindaco di Fratelli Fratellastri Simohamed Kaabour

    Incontro con il candidato sindaco di Portento per Genova Orlando Portento 

    Incontro con il candidato sindaco di Comunisti Sinistra Popolare Roberto Delogu

  • Incubatore di imprese del centro storico: senza fondi, stop agli aiuti

    Incubatore di imprese del centro storico: senza fondi, stop agli aiuti

    I rubinetti sono chiusi ormai da alcuni anni ma nonostante ciò la sua funzione continua ad essere vitale per alcuni tra i quartieri più difficili della città vecchia, in particolare via della Maddalena, via di Prè e via dei Giustiniani. Parliamo dell’Incubatore di imprese del centro storico, attivo dal 1999, favorisce e supporta la creazione di nuove imprese e non solo, svolge infatti un ruolo cruciale anche nell’aiutare le imprese esistenti a riqualificarsi. Gestito in stretta collaborazione dall’ufficio politiche promozione di impresa del Comune di Genova e da Job centre, grazie ad attività di animazione e promozione della conoscenza del territorio, è stato capace di dare una spinta significativa al rilancio di alcune zone del centro storico.

    Oggi rischia di terminare la sua esperienza a causa del mancato rifinanziamento della legge nazionale – la cosiddetta legge Bersani, la Legge 266/1997 “Interventi urgenti per l’economia”, utile per l’innovazione economica in aree colpite da degrado urbano – che ne ha reso possibile la nascita. Chiariamo subito che la responsabilità di questa scelta non ricade sull’amministrazione comunale, la quale al contrario – tramite l’assessore alle politiche del lavoro e strumenti per il suo sviluppo, Mario Margini – ha promesso il massimo impegno nel fare pressioni, affinché l’attuale esecutivo guidato da Monti, sostenga la legge.
    In realtà, come detto, già a partire dall’ultimo Governo Berlusconi, da Roma non sono più arrivati soldi. L’incubatore è riuscito comunque a svolgere il suo ruolo fornendo agevolazioni alle imprese in parte a fondo perduto ed in parte con finanziamenti in sette anni allo 0,5%. In pratica è solo grazie al denaro che lentamente rientra dai finanziamenti passati, se l’incubatore ha portato avanti le sue iniziative.
    «Nel 2012 raccoglieremo i frutti del lavoro svolto nel 2011 – spiega Claudio Oliva, direttore del Job centre e uno dei protagonisti del Patto per lo sviluppo della Maddalena – ma se quest’anno non seminiamo, a causa della mancanza di fondi, il raccolto nel 2013 sarà misero».

    Ma non è sufficiente aiutare le imprese ad insediarsi, occorre sostenerle con iniziative in grado di rivalutare l’intero contesto territoriale che le circonda. Ed i risultati si sono visti, in particolare alla Maddalena, dove negli ultimi tempi si registra un frizzante e positivo fermento in tutto il tessuto sociale, abitanti, negozianti, associazioni, tutti uniti con un comune obiettivo: riqualificare l’intero quartiere.
    «In zona maddalena abbiamo ottenuto importanti risultati – ricorda Oliva – da luglio a dicembre 2011 abbiamo favorito l’insediamento di 9 nuove aziende. Mentre negli ultimi anni 14 attività sono state riqualificate».
    «Se davvero non avremo più il supporto dell’Incubatore noi protesteremo vivacemente – annuncia Carla Gregori, storica commerciante della zona – insieme al Patto per lo sviluppo della Maddalena e con l’impegno del Civ, siamo riusciti a far dialogare tra loro cittadini, titolari di esercizi commerciali, parrocchie e realtà sociali».

    Il rischio insomma è quello di inceppare un meccanismo ben oliato e poi ritrovarsi in grave difficoltà per rimetterlo in moto. il ruolo dell’Incubatore infatti è molteplice, rappresenta il fulcro di un processo complesso che comprende l’assistenza ai potenziali nuovi imprenditori, l’azione diretta sul territorio per stimolare la risposta della comunità residente e degli operatori commerciali, ma anche il sostegno per la riqualificazione delle attività che stentano ed hanno bisogno di una mano per rilanciarsi.
    Dal 1999 ad oggi sono state numerose le persone che si sono rivolte all’Incubatore per proporre le proprie idee, ricevere tutte le informazioni sulle agevolazioni possibili, visionare i locali disponibili e poi decidere se partecipare ai bandi. L’incubatore si occupa di selezionare i locali e si adopera con i proprietari, dando loro la possibilità di rendere fruttuosi spazi altrimenti abbandonati. Valuta attentamente le proposte dei potenziali nuovi imprenditori per accettare quelle più qualificate che offrano garanzia di solidità.

    E a proposito di conoscenza del territorio oggi ci si muove anche su nuovi fronti, come dimostra un’importante iniziativa, recentemente avviata. Parliamo dell’organizzazione di visite guidate in zona Maddalena, un progetto reso possibile grazie al sostegno della Compagnia di San Paolo (uno dei soggetti attivi del Patto). «Oltre 500 persone hanno già partecipato – spiega Oliva – è stato un grande successo. Li abbiamo accompagnati a visitare i negozi ed i luoghi storici del quartiere. Sono attività che fanno leva sulla cultura e contribuiscono a creare un clima consono affinché nuove imprese si possano inserire nel contesto della Maddalena».

    Per quanto riguarda la zona di Prè, qui la situazione “ambientale” è leggermente diversa. Infatti, se alla Maddalena grazie ad un mix di elementi – cittadini, negozianti, associazioni – il quartiere ha invertito la rotta, in via di Prè nonostante l’impegno degli abitanti, i passi avanti sono stati decisamente più limitati. Indubbiamente un miglioramento c’è stato perché oggi il quartiere è maggiormente vivibile rispetto a poco tempo fa, ma i problemi legati a spaccio, eccessivo consumo di alcol e microcriminalità, permangono.
    Su questa cruciale porzione di centro storico però, grava un’ingombrante ambiguità di fondo. La zona non è mai stata sfiorata dal cosiddetto fenomeno della “movida”, che numerose criticità sta creando in altre zone della città vecchia (ad esempio via di San Bernardo), invase dai giovani nelle ore notturne e completamente spettrali durante il giorno. Ma neppure è mai stato promosso – con la dovuta convinzione – un processo di trasformazione in senso turistico, nonostante le incredibili potenzialità di una strada conosciuta a livello internazionale, a due passi dal Porto antico.
    «Secondo me finora l’amministrazione ha giudicato che in questa zona non valesse la pena fare investimenti in questo senso», spiega Ornella Cocorocchio, residente e portavoce dell’associazione La coscienza di Zena.

    Eppure l’Incubatore di imprese anche a Prè ha svolto e continua a svolgere, un ruolo fondamentale. In questi anni ha favorito l’avvio di ben 44 nuove imprese. E non solo. «Due operazioni significative hanno riguardato la riqualificazione dei Truogoli di Santa Brigida e del mercatino di Shangai – ricorda Oliva – oggi purtroppo c’è solo un bando aperto per piazza Sant’Elena».
    Il problema è che in zona Prè non ci sono più locali pubblici disponibili. Tutti quelli che c’erano sono stati recuperati. «La gran parte dei locali sono in affitto ma vanno adeguati – continua Oliva – sarebbero necessari dei bandi per riqualificare le imprese esistenti ma non ci sono fondi».
    «L’incubatore a Prè è assolutamente necessario – spiega Cocorocchio – abbiamo inviato una lettera all’assessore Margini affinché faccia tutto il possibile per preservare questo presidio».
    Una presenza ancora più importante perché «L’università ha aperto i portoni su via Prè, Palazzo Reale inserisce una libreria ed un museo dell’artigianato sopra lo Statuto, un imprenditore privato ha recuperato un edificio e sta riqualificando la piazzetta di proprietà dell’Università (recentemente intitolata alle vittime di mafia) – scrivono comitati/associazioni nella missiva – Tutto questo potrebbe essere un’operazione feconda di ricadute positive per il quartiere e riproporre l’azione benefica apportata a Sant’Agostino, se solo fosse garantita intorno alle nuove realtà che andranno a formarsi, una nuova rete di attività adeguate. Una garanzia per questo è che continui ad esistere a Prè l’Incubatore di imprese, il solo che in questa fase può agire avendo quella visione d’insieme che non fa disperdere le forze e può convogliare al massimo risultato».

    Gli abitanti, considerato il probabile aumento del transito degli studenti, grazie all’apertura delle porte dell’Università e con l’auspicio che anche i turisti vengano invogliati a passare con più frequenza dall’antica via di Prè, chiedono che venga incentivata la presenza di pubblici esercizi, ovvero bar, ristoranti, ma anche un semplice panificio, oggi ancora un miraggio.
    «Purtroppo qualsiasi spazio disponibili va appannaggio dei privati per aprire l’ennesimo rivenditore di kebab o phone center – aggiunge Cocorocchio – sono numerose anche le sale preghiera ed ora, con l’ennesimo rinvio della moschea, aumenteranno anch’esse. Il problema è che così si restringe il campo per l’insediamento di nuove attività commerciali adeguate all’auspicabile trasformazione del quartiere».
    Senza considerare che quelle poche attività già presenti dovranno fronteggiare, nel prossimo futuro, anche il pericolo della maxi struttura di vendita in progetto a Ponte Parodi «Rischiamo di finire come a Sampierdarena con la Fiumara – denuncia Cocorocchio – una volta insediato, infatti, il centro commerciale ha annullato tutto il tessuto dei piccoli negozi situati nell’area circostante».

    Ma per fortuna ci sono anche dei buoni segnali. L’incubatore doveva essere trasferito il 31 gennaio invece è ancora al suo posto.

    «Se nel prossimo futuro non sarà più operativo – conclude Cocorocchio – significa implicitamente che qui non c’è possibilità di sviluppo economico. In pratica equivale alla resa di tutti: istituzioni e cittadini».

    L’assessore Mario Margini, interpellato da Era superba sulla questione, lascia aperta la porta della speranza «Giovedì prossimo saremo a Roma con altri comuni italiani per cercare di capire quali sono le intenzioni del Governo Monti in merito al rinnovamento del finanziamento della legge 266/1997. Non si tratta di una scelta politica ma di una scelta economica che compete all’esecutivo nazionale. Per me l’Incubatore è un presidio che va mantenuto e speriamo di riuscirci».

     

    Matteo Quadrone

  • Giardini Luzzati, nasce una Nuova Associazione per riqualificarli

    Giardini Luzzati, nasce una Nuova Associazione per riqualificarli

    giardini luzzatiIl rinnovamento dei Giardini Luzzati passa attraverso il lavoro di un gruppo di volontari, che ha di recente formalizzato la propria attività sotto la denominazione di Nuova Associazione.

    Scopo di questo gruppo è creare e aprire spazi di integrazione culturale e aggregazione sociale all’interno del centro storico: mentre la zona intorno a piazza delle Erbe è conosciuta più che altro per la movida e per i numerosi locali, l’area dei Giardini Luzzati è meno frequentata, anche a causa di alcuni episodi legati al piccolo spaccio, al consumo di alcol e a piccole risse.

    L’associazione si prefigge dunque l’obiettivo di contrastare e prevenire un utilizzo passivo della piazza offrendo al contempo un’alternativa alla “movida” basata sulla cultura, l’intercultura, la convivenza pacifica e la cittadinanza attiva.

    Questi i destinatari dei progetti e le attività previste, come riportato dalla pagina Facebook dell’associazione:
    1- Bambini e famiglie. Creare spazi educativi attraverso attività ricreative, sportive e culturali rivolte ai minori e rendere l’area più vivibile e fruibile incentivandone in questo modo la frequentazione da parte delle famiglie. Attività sportive, laboratori teatrali e musicali, attività ludiche, realizzazione di un’area gioco, organizzazione di feste di compleanno, realizzazione spazio nursery all’interno del circolo da mettere a disposizione delle mamme.

    2- Giovani. Rispondere all’esigenza dei giovani di trovare spazi di aggregazione positiva, di integrazione, di ascolto e di sviluppo delle proprie potenzialità. Visti i bisogni dei giovani del quartiere si prevedono attività di tipo sportivo e aggregativo: tornei sportivi, arrampicata, cineforum, concerti, teatro per i giovani. Inoltre creeremo uno “spazio ascolto”. Le professionalità dei nostri operatori saranno a disposizione dei giovani.

    3- Anziani. Accogliere e rispondere ai bisogni di relazione e socializzazione degli anziani, valorizzando al contempo le loro esperienze mettendole a disposizione della comunità. Realizzazione campo da bocce, spazi ludici, trekking per anziani, realizzazione di attività ed eventi su loro iniziativa.

    4- Popolazione straniera. Favorire l’integrazione dei cittadini stranieri nel tessuto socio-culturale genovese, promuovendo l’incontro e lo scambio tra le differenti realtà presenti sul territorio. Realizzazione di feste tradizionali, attivazione di percorsi di partecipazione e cittadinanza delle comunità straniere, realizzazione di incontri formativi sulle realtà attuali e storiche dei paesi di provenienza.

    5- Scuola. In vista del trasferimento degli istituti scolastici del quartiere nelle immediate vicinanze dei Giardini Luzzati, ci si propone l’obiettivo di continuare a collaborare con la scuola offrendo la struttura come strumento didattico. Vista la stretta collaborazione tra Scuola Garaventa e Baliano e Associazione Il Ce.Sto attraverso il centro sociale, si metteranno le strutture della piazza a disposizione della scuola. In particolare si proporrà: utilizzo del campo sportivo per lo svolgimento dell’educazione fisica, utilizzo del tendone per la realizzazione di spettacoli, eventi, mostre, feste.

    6- Enti e Associazioni. Intensificare la collaborazione con le altre realtà associative e comunitarie del territorio e con le Istituzioni Pubbliche. Si metteranno a disposizione delle associazioni e dei cittadini che lo richiederanno gli spazi e le strutture. Sono già in previsione attività quali mercatino delle pulci una volta al mese, cucina multietnica, feste di quartiere, sagre, manifestazioni, convegni e formazioni, proiezioni.

    Per maggiori informazioni sull’associazione e le sue attività si può contattare il numero telefonico 010 8696609.

  • Mediazione comunitaria: una risposta ai conflitti del centro storico

    Mediazione comunitaria: una risposta ai conflitti del centro storico

    <<Genova può costituire una piattaforma per cercare di lavorare sul conflitto in maniera preventiva prima che questo degeneri e possa trasformarsi in violenza – spiega Alejandro Nató, avvocato argentino, esperto mondiale in mediazione, formatore del corso di Sensibilizzazione alla Mediazione Comunitaria promosso e organizzato dalla Fondazione San Marcellino e dal DiSCLiC dell’Università di Genova, in collaborazione con Comune di Genova, Provincia di Genova e Regione Liguria – una caratteristica peculiare è l’aver avviato il progetto con un approccio di tipo comunitario, vale a dire che a Genova siamo partiti direttamente dalle esigenze della comunità. Quello che stiamo portando avanti assume un valore aggiunto proprio perché quando una determinata comunità, per sua spontanea volontà, decide di appropriarsi degli strumenti adeguati a gestire il conflitto, si genera una tale forza, in grado di espandersi agevolmente al resto della società. Inoltre la città possiede una particolare vocazione che ci permette di applicare la mediazione in ambiti diversi: interculturale, educativo, comunitario. Siamo riusciti ad unire segmenti della società che sono attori chiave come i residenti, gli operatori dei servizi sociali, gli agenti della polizia municipale. Grazie all’esperienza maturata alla casa di quartiere Ghett-up siamo giunti all’esperienza odierna. Vorrei sottolineare il grande impegno sociale che ho subito riscontrato nei partecipanti. Al di là dell’insegnamento relativo agli strumenti da utilizzare per la mediazione, si è creato infatti un vincolo potente, una rete di vicinanza e conoscenza che consente di individuare il conflitto precocemente>>.

    La mediazione comunitaria è un metodo di risoluzione pacifica e partecipativa dei conflitti, un programma sociale che favorisce la creazione di spazi dove la stessa comunità stabilisce un dialogo costruttivo per superare i problemi quotidiani. In pratica la mediazione comunitaria è l’arte della buona convivenza, attraverso la quale è possibile tracciare nuovi percorsi in direzione della concordia.
    Ma come funziona? Un terzo imparziale, formato a questo proposito – è il caso di Alejandro Nató, mediatore che ha lavorato in tutti i Paesi dell’America Latina, in particolare ha trascorso 3 anni in Bolivia impegnato a mediare i conflitti durante la riforma agraria promossa dal Presidente Evo Morales – facilita lo scambio di idee, informazioni, sentimenti e bisogni tra coloro che vivono una situazione conflittuale, aiutando a generare, in maniera collaborativa, soluzioni alternative a questa situazione.

    <<L’idea è quella di allargare la proposta formativa anche ai non addetti ai lavori – spiega Danilo De Luise, Fondazione San Marcellino Onlus – già nel 2011 il Corso sulla mediazione era rivolto ai residenti del Ghetto, oltreché ad agenti della polizia municipale, insegnanti della scuola Caffaro di Certosa, operatori dei servizi sociali. Nel 2012 l’obiettivo era riuscire ad attivare un altro territorio. Ed inaspettatamente sono stati gli abitanti di via San Bernardo, in maniera del tutto spontanea, a muoversi per primi dopo aver conosciuto la fortunata esperienza del Ghetto. Così è nato il progetto Quic (Quartiere in cantiere) di via San Bernardo. Oggi il corso, completamente gratuito, è aperto ad un gruppo eterogeneo di persone, 75 iscritti, tra i quali ci sono oltre ai già citati operatori dei servizi sociali ed agenti di polizia municipale, anche mediatori culturali, psicologi, e soprattutto gli abitanti di Prè, via San Bernardo e del Ghetto>>.

    Il corso è partito il primo febbraio presso la Biblioteca Berio e si compone di sessanta ore divise in tre sessioni, febbraio, marzo e maggio, e si concluderà con un convegno nei giorni 21 e 22 maggio prossimi.
    Venerdì 3 febbraio il workshop si è sviluppato intorno all’esperienza appena avviata dai cittadini attivi di via San Bernardo. Questi ultimi hanno raccontato a tutti i partecipanti il motivo di conflitto maggiormente sentito dai residenti. Prima hanno introdotto brevemente le ragioni della loro mobilitazione.

    <<Tutto nasce dal desiderio di fare qualcosa per migliorare le condizioni di vita del nostro quartiere – spiega Carola – abbiamo iniziato a conoscerci ed attraverso il confronto è emersa la problematica che davvero sta più a cuore agli abitanti, parliamo del famoso fenomeno della “movida”. Un forte disagio per i residenti che subiscono l’invasione notturna del quartiere e di conseguenza, come prima reazione, decidono di ritirarsi nelle loro abitazioni. Oggi ci troviamo in una fase appena precedente all’emergenza. In più di un’occasione abbiamo assistito ad episodi di violenza fisica e verbale, atti intimidatori, azioni invasive come lo sfondamento di alcuni portoni dei palazzi. Se non troviamo il modo di intervenire rischiamo che la situazione degeneri>>.

    Proprio per questo motivo hanno deciso di partecipare al Corso, in maniera tale da acquisire gli strumenti necessari per provare a cambiare lo stato delle cose.
    Ma le criticità relative alla frequentazione notturna riguardano una larga fetta del centro storico, alle prese da almeno una decina d’anni con un fenomeno che oltre ad aumentare le frustrazioni dei residenti, ferisce un tessuto sociale già provato da un passato di abbandono.
    Nata come tentativo di rivitalizzazione dei vicoli, la “movida” si è tramutata in un boomerang.
    Le istituzioni pubbliche, incentivando l’apertura dei locali, ipotizzavano di migliorare la vivibilità del centro storico. A distanza di breve tempo bisogna constatare come l’obiettivo non sia stato raggiunto. Si è registrata invece una proliferazione eccessiva di attività commerciali dedicate esclusivamente al “popolo della notte” e che inevitabilmente lasciano sguarnito un intero territorio nelle ore diurne.
    Oggi, percorrendo alla luce del sole via San Bernardo, sembra di attraversare un quartiere desertificato – basta osservare la sfilza di serrande abbassate – per poi trasformarsi, con il calare del buio, nell’epicentro di una festa che spesso assume toni incivili.

    Una prima risposta potrebbe essere favorire il decollo di insediamenti commerciali che offrano un servizio diverso rispetto ai locali aperti solo nelle ore serali. Ma è necessario anche un decisivo cambio di mentalità dei cittadini <<Noi vorremmo che il quartiere fosse vissuto anche di giorno, che le persone transitassero abitualmente per i vicoli in maniera tale che gli stessi gestori dei locali potrebbero constatare che è possibile avere un tornaconto economico anche con le serrande aperte di giorno>>.

    Tornando alla questione più critica, quella dovuta alla “movida” <<Nessuno di noi è contrario alla presenza dei giovani frequentatori – aggiunge Marina – ma fino a quando non si tocca con mano la situazione è difficile comprendere i disagi che subiamo. Parliamo di 3 notti alla settimana in cui gli abitanti si trovano in scacco di centinaia di ragazzi, alcuni dei quali si comportano in maniera incivile, impedendo il diritto al riposo>>.

    Ma in questo caso – secondo i cittadini di via San Bernardo – siamo di fronte ad un vero e proprio problema sociale che non riguarda esclusivamente i residenti, bensì l’intera città.
    <<Alle spalle di determinati comportamenti si nascondono anche delle responsabilità istituzionaliOggi ai giovani il centro storico offre solo la possibilità di girovagare per locali e bere. Occorre fornire altre opportunità di svago ed è necessario lo sforzo unitario di abitanti, commercianti ed amministrazione comunale>>. Un grido d’allarme, un’esplicita richiesta d’aiuto che i residenti del centro storico indirizzano a chi di dovere.

    Da sottolineare infine la presenza al Corso degli agenti della polizia municipale impegnati sul territorio, i quali evidenziano l’importanza del loro coinvolgimento <<Durante il nostro lavoro abbiamo sempre cercato di seguire il buon senso dell’antico vigile di quartiere, oggi grazie agli strumenti che stiamo acquisendo, possiamo migliorare il nostro approccio ai conflitti che ci troviamo quotidianamente di fronte. Si tratta di un cambio di mentalità che può dare davvero buoni frutti>>.

     

     

    Matteo Quadrone

  • Centro storico: la casa occupata di via dei Giustiniani

    Centro storico: la casa occupata di via dei Giustiniani

    Via dei Giustiniani casa occupataUn edificio di proprietà del Demanio, vincolato dalla Sovrintendenza per il suo valore storico – architettonico, come altri sontuosi palazzi eretti in via dei Giustiniani fra XVI e XVII secolo, giace abbandonato nella più totale incuria da circa 6 anni. Parliamo del civico 19, uno stabile di sette piani che fino all’inizio del 2006 ospitava al piano terra e al primo piano le attività della Comunità di Sant’Egidio rivolte ai poveri con la distribuzione di vestiario e generi di sussistenza, al secondo piano la sede storica dell’associazione onlus il Ce.Sto che svolgeva attività ludiche e sociali con bambini e ragazzi del quartiere. Nell’edificio trovava posto anche un dormitorio per detenuti appena usciti dal carcere, gestito dalla Compagnia della Misericordia mentre i piani superiori erano abitati da alcuni nuclei famigliari.

    Ebbene nel 2006 i residenti e le associazioni vengono forzatamente allontanati perché la proprietà dichiara il palazzo inagibile. Una raccomandata datata fine novembre 2005 – indirizzata al Ce.sto e firmata dalla filiale ligure dell’Agenzia del Demanio – recita “Da un’indagine svolta da organismi tecnici di quest’ufficio è emerso che lo stabile occupato da codesta associazione presenta evidenti problemi strutturali con conseguente pericolo per la vivibilità all’interno dell’immobile stesso. Si invita pertanto la S.V. a voler rilasciare tale immobile libero da persone o cose nella piena e completa disponibilità della scrivente Agenzia del Demanio”.
    La proprietà paventa il rischio di crolli imminenti e nel giro di pochi mesi, tra gennaio e febbraio 2006, completa lo sgombero del civico 19. Da allora nessun lavoro di ristrutturazione è stato eseguito e l’edificio è rimasto sfitto per tutti questi anni, scivolando inesorabilmente nel degrado.
    L’Agenzia del Demanio, interpellata sulla questione, spiega “La Prefettura di Genova nel 2001 ha individuato alcuni problemi strutturali nell’immobile di via dei Giustiniani e ha incaricato il Provveditorato alle opere pubbliche di occuparsi dell’esecuzione dei lavori di messa in sicurezza. Nel 2001 e nel 2003 sono stati realizzati alcuni interventi. Nel 2006 i residenti sono stati invitati ad abbandonare l’edificio per completare l’opera di ristrutturazione”.

    Sul finire di ottobre 2011 un gruppo eterogeneo di persone ha deciso di occupare il civico 19 per rispondere alla drammatica esigenza di spazi abitativi e per restituire al quartiere un luogo vitale di socialità.
    Abbiamo occupato perché abbiamo bisogno di case, di luoghi in cui vivere dignitosamente, perché siamo stanchi di buttare i nostri miseri stipendi in affitti indecenti – scrivono i protagonisti dell’azione nel manifesto pubblico affisso per i vicoli del centro storico – Siamo uomini e donne diversi per età e percorsi di vita, ma uniti da bisogni concreti molto simili e dalla comune volontà di organizzarsi per soddisfarli. Abbiamo occupato perché abbiamo bisogno di spazi in cui costruire ciò che non abbiamo: un luogo di incontro dove costruire rapporti di mutuo appoggio, un ambito in cui discutere e divertirsi, uno spazio per noi e per il quartiere, per mangiare e per studiare, per adulti e per bambini, uno spazio di tutti coloro che lo vivono e lo sentono proprio”.
    Gli occupanti hanno fatto visionare il palazzo da un gruppo di tecnici solidali, architetti, ingegneri e restauratori che, nel corso di numerosi sopralluoghi, non hanno individuato elementi di criticità tali da comportare una situazione di grave pericolo. Anzi i problemi strutturali riscontrati nel civico 19 sarebbero i medesimi che affliggono almeno un quarto dei palazzi dei vicoli del centro storico.
    E così i nuovi abitanti della casa hanno deciso di predisporre un rigoroso piano di interventi per un uso progressivo e consapevole dello stabile, con l’obiettivo di renderlo fruibile in maniera sicura.
    Oggi è già stato sistemato il piano terra, adibito a spazio sociale, dove sono state organizzate svariate attività, proiezioni cinematografiche, cene sociali e spettacoli teatrali. Ricordiamo ad esempio l’esperienza del teatrino dei burattini che, ripetuta per due domeniche di novembre, ha riscosso un notevole apprezzamento richiamando numerosi bambini della zona.
    Grazie alla pratica del dialogo e al principio della “porta aperta” – chiunque può entrare per informarsi e confrontarsi, ogni giovedì alle 17:30 si svolge un’assemblea pubblica per accogliere le proposte di nuove iniziative/attività – gli occupanti hanno instaurato buoni rapporti con il vicinato e la loro presenza, soprattutto se messa al confronto con quella ben più rumorosa e molesta dei frequentatori della movida, non sembra arrecare disturbo ai residenti.
    Il prossimo passo sarà rendere agibile il secondo piano per realizzare attività sociali auto – organizzate. Si parla di una palestra, una sala prove musicale, un mercatino per lo scambio di vestiti e ancora un’attività di doposcuola concordata con le mamme del quartiere.

    Ma tornando alla questione sicurezza è inevitabile porsi alcune domande. “Se la situazione di via dei Giustiniani era così preoccupante perché i soldi pubblici non sono stati spesi per altri interventi piuttosto che per il rifacimento della facciata in occasione del G8 del 2001? – si legge ancora nel manifesto – Forse era più stimolante svuotare il palazzo per cercare di venderlo”.
    A pensar male si fa peccato ma spesso ci si azzecca – diceva un notissimo uomo politico della Prima Repubblica – ed in effetti è difficile spiegare perché il palazzo sia stato svuotato con una fretta assai sospetta. Solo un concreto rischio di crolli avrebbe potuto giustificare una simile celerità. Ma allora perché a distanza di 6 anni nessuno si è preoccupato della messa in sicurezza dell’edificio?
    Secondo gli occupanti – fin dal principio – l’operazione di sgombero era finalizzata alla vendita dell’intero immobile. E nel 2010, grazie all’opportunità offerta dal federalismo demaniale, il civico 19 sarebbe stato inserito nell’elenco dei beni immobili del patrimonio demaniale considerati alienabili.

    Resta il dato di fatto che dal lontano 2006 l’associazione onlus il Ce.Sto, che da trent’anni opera nel difficile contesto del centro storico promuovendo un modello di pacifica convivenza fra etnie e culture diverse, è stata arbitrariamente privata di un luogo che, proprio per la sua ricchezza di spazi, rendeva possibile lo svolgimento delle più svariate attività.
    Il Centro Sociale gestito dal Ce.Sto – dove si svolgono giornalmente attività ludiche dopo scolastiche e sociali con bambini e ragazzi del quartiere – ha trovato ospitalità nei locali della ex Scuola Baliano di Vico Vegetti. Oggi però la ex Baliano è prossima ad essere ceduta o destinata ad un nuovo utilizzo, ed il Centro Sociale rischia nuovamente di rimanere senza sede.
    Cinque anni fa abbiamo perso la sede storica a causa dell’inagibilità di un edificio di valore storico e artistico su cui la proprietà non ha fatto alcun intervento – denuncia il segretario dell’associazione, Domenico De Simone – e attualmente ci troviamo al punto di partenza”.
    Nel frattempo il quartiere si devitalizza a causa della progressiva scomparsa di attività commerciali e laboratori artigiani mentre si registra una crescita abnorme della movida con l’aumento dei partecipanti, l’estensione degli orari fino alle prime luci dell’alba ed il dilagare di episodi di teppismo e vandalismo.
    “La nostra ex sede è stata fatta oggetto di un’occupazione che dimostra se non l’infondatezza delle motivazioni dello sfratto, almeno il fatto che alla manifestazione di problemi è seguita solo la più completa inazione della proprietà (Agenzia del Demanio) ma anche degli altri soggetti che dovrebbero interessarsi all’urbanistica, alla vitalità e alla socialità di questa, come di altre zone della città”, concludono amareggiati i volontari del Ce.Sto.

     

     

    Matteo Quadrone

  • Alassio: chiude il circolo Arci Brixton

    Alassio: chiude il circolo Arci Brixton

    Alassio circolo Arci BrixtonFacciamo un salto fuori da Genova: andiamo in una località di mare forse un po’ distante per noi abituati a fare il bagno tra Camogli e Vesima, forse un po’ troppo vip per le nostre tasche, dove la spiaggia libera non la trovi neanche a pagarla oro. Ad Alassio tutti ci siamo stati almeno una volta: ci siamo innamorati del budello, del suo gelato, di quell’aria da vecchia signora ricca e forse un po’ annoiata.

    C’è qualcosa che accomuna alassini e genovesi: una certa allergia a un certo tipo di movida. Quella che non ti fa dormire per il troppo chiasso, che suona una musica che non ti piace, che lascia bottiglie vuote in terra sotto la porta di casa tua. Residenti e albergatori alassini hanno seguito le orme dei genovesi che abitano in Canneto, San Bernardo e dintorni.

    Ricapitoliamo brevemente: il 13 ottobre sono stati messi i sigilli al Circolo Arci Brixton per disturbo della quiete pubblica. I decibel rilevati nelle case circostanti erano quattro volte superiori al limite consentito.

    La popolazione si mobilita: i gestori fanno ricorso e il 23 ottobre gli alassini riempiono il budello armati di striscioni per manifestare il loro dissenso. Il locale è attivo da 18 anni, conta 400 tesserati e al suo interno si sono svolti numerosi concerti, conferenze e attività benefiche.

    L’ultimo capitolo si è scritto pochi giorni fa: il tribunale del Riesame ha detto no alla riapertura del locale.

    Così ha commentato la presidenza provinciale Arci di Savona: «non siamo affatto d’accordo con tale decisione. Il circolo Arci Brixton è l’unico spazio di socializzazione per i giovani nel ponente ligure, e la musica è un’importante espressione artistica, culturale e sociale, e non una fonte di rumore».