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  • Permacultura, alla Tabacca di Campenave si vive in armonia con l’ambiente ma in contatto con il resto del mondo

    Permacultura, alla Tabacca di Campenave si vive in armonia con l’ambiente ma in contatto con il resto del mondo

    tabacca-cascina-ortoUn’antica casa contadina del 1900 immersa in un bosco di castagni in località Campenave, detta “La Tabacca”, a pochi chilometri dalla città, dalle spiagge di Vesima e Arenzano, dal porto di Voltri. Qui si sta realizzando uno dei primi esperimenti in Liguria di progettazione integrale in Permacultura, ideato e gestito dall’associazione ambientalista Terra Onlus, che aveva già promosso nel 2010, sempre nell’area di Vesima, un innovativo progetto di realizzazione di orti sinergici.
    A distanza di alcuni anni dall’inizio della ristrutturazione, Era Superba è tornata alla Tabacca per raccontare l’evoluzione di questo interessante progetto, una delle tante iniziative legate all’innovazione e alla creatività espresse dal territorio genovese.

    La Tabacca, nello stesso tempo azienda agricola e luogo di formazione, è oggi un punto di riferimento fondamentale per la diffusione della permacultura in Liguria.
    Qui sono stati costruiti impianti di fitodepurazione, pannelli solari, orti ad agricoltura sinergica e un forno in terra cruda, e si è posta particolare attenzione anche all’autosufficienza energetica e alla fitoterapia utilizzando a scopo curativo le piante esistenti. Il percorso di progettazione in Permacultura è molto lungo e insegna prima di tutto a tenere conto dei limiti relativi all’ambiente naturale e umano circostante. «I limiti li devi superare ricercando soluzioni che devono essere ecologiche – afferma Giorgia Bocca, referente genovese di Terra Onlus – non basta comprare materiali di bioedilizia. Devi ribaltare il punto di vista, cominciare a ragionare sul processo, sul modo in cui arrivi a costruire la tua casa, sul modo in cui arrivi a questi materiali».
    Terra Onlus ha scelto di privilegiare per la ristrutturazione della Tabacca materiale e legno locale, senza cedere alle lusinghe di un vantaggio economico immediato, ma cercando soluzioni che potessero essere riprese e applicate da altri soggetti.

    tabacca-orto-verdeAlla Tabacca è fondamentale anche l’aspetto educativo e la ricerca di nuove forme di socialità.
    E’ uno dei centri di formazione di Terra Onlus, assieme al Palazzo Verde a ridosso del Porto Antico di Genova. I corsi di Terra Onlus hanno l’obiettivo di recuperare antichi saperi contadini, come fare il pane in casa o realizzare i cesti, a scopo non solo ludico, ma anche di attivazione di nuove prospettive professionali e imprenditoriali. Alla Tabacca, nel periodo primaverile ed estivo, si organizzano campi per bambini e ragazzi, campeggi e corsi formativi più specifici, come quelli sulla fitodepurazione. «Le aziende agricole un tempo erano vere aziende sociali, alle quali contribuiva un’intera famiglia e spesso venivano coinvolte anche le persone vicine», continua Bocca. Ed è questo antico modello di socialità condivisa, fondato sull’armonia fra comunità umana e ambiente, che Terra Onlus propone alla Tabacca, adattandolo alle esigenze del mondo contemporaneo.

    Ai corsi della Tabacca arrivano bambini, persone con un lieve disagio sociale che arrivano grazie a un accordo con la Asl, molti wwofers, persone appartenenti alla rete mondiale W.W.O.O.F che offrono la loro collaborazione volontaria a fattorie o piccole aziende agricole biologiche in cambio di vitto e alloggio.
    Nell’esperienza genovese della Tabacca, Terra Onlus ha scelto la strada non della ricerca di un’autosufficienza tesa all’isolamento dal resto della società, ma della contaminazione, per integrarsi nella realtà esistente in maniera critica e mettere in moto processi e buone pratiche di cambiamento e ripensamento in senso ecologico dell’organizzazione del territorio e della progettazione urbanistica.
    «La finalità dell’insediamento della Tabacca, proprio in mezzo al bosco di castagni – ricorda Giorgia – non è quella di vivere in un mondo ecologico fantastico, ma quella di contaminare, di capire come l’attivazione di nuovi processi può essere recepita, ad esempio, dal territorio e dalla pubblica amministrazione, per lavorare sulle normative. Con alcuni tecnici della provincia, ad esempio, stiamo lavorando sulla normativa per la fitodepurazione».
    E’ una nuova prospettiva, nella quale l’innovazione dal punto di vista agricolo si integra con i principi etici, con la ricerca di una rinnovata socialità e dell’armonia ecologica con l’ambiente naturale e umano circostante.
    Nella Permacultura, i principi etici e le tecniche sono legati in maniera indissolubile. Questo aspetto la rende una filosofia di vita particolarmente utile e preziosa, al di là dello stretto legame con l’agricoltura, in un periodo storico nel quale l’innovazione tecnologica è considerata buona in sé, in maniera acritica, e procede in maniera indipendente da ogni principio e ragionamento etico.

    Dalla Permacultura alla decrescita

    La Permacultura è un modello di progettazione ecologica degli insediamenti agricoli e umani. Nata in ambito agricolo come teoria e tecnica di agricoltura “permanente” e sostenibile ispirata al funzionamento degli ecosistemi naturali, è divenuta una filosofia di vita che abbraccia tutti i temi e i saperi legati al rapporto fra insediamenti umani e ambiente, dall’edilizia all’accesso alla terra, dall’agricoltura alle relazioni sociali.
    Bill Mollisson, l’ideatore della Permacultura, è stato negli anni settanta uno dei primi scienziati a comprendere i rischi di un modello di sviluppo fondato su uno sfruttamento illimitato dell’ambiente. Quasi contemporaneamente uscirono il “Rapporto sui limiti dello sviluppo (1972) e le opere di Nicholas Georgescu Roegen. Una prospettiva affine, più recente, è la teoria della decrescita di Serge Latouche. Talora fraintesa come un invito pauperista alla crescita negativa, questa tesi ci invita a mutare la nostra prospettiva, mettendo in discussione la “fede” acritica nell’idea di crescita e di legame diretto tra Pil e benessere individuale e sociale.
    Molllison comprese la necessità di individuare nuove soluzioni per l’equilibrio dei sistemi biologici fondate su una prospettiva radicalmente ecologica. A partire dal 1981 con l’allievo David Holmgren diede inizio a un’attività formativa mirata che portò alla nascita di accademie di Permacultura nei paesi Europei, fra i quali Germania, Gran Bretagna, Spagna e Italia.
    Nel nostro paese la permacultura è praticata prevalentemente nelle fattorie biologiche e nella rete degli “ecovillaggi” insediamenti ispirati all’autosufficienza economica ed ecologica.


    Andrea Macciò

  • Un’oasi di natura tra i container e il mare: l’orto sinergico di Valletta San Pietro a Cornigliano

    Un’oasi di natura tra i container e il mare: l’orto sinergico di Valletta San Pietro a Cornigliano

    orto-singergico-valletta-san-pietroIl bisogno di riavvicinarsi ai ritmi naturali legati al lavoro della terra, antidoto al disagio di molte persone per i ritmi artificiali imposti dalla vita lavorativa e sociale. La crisi che ha portato molte persone a riscoprire l’importanza economica dell’agricoltura. Il desiderio di molti anziani di lavorare la terra mettendo a frutto in città saperi acquisiti in gioventù e di giovani e gruppi di avere uno spazio in cui coltivare e condividere prodotti di qualità. L’attenzione alle filiere alimentari e la voglia di “sapere che cosa si mangia”. La necessità di riqualificare spazi degradati. Sono le ragioni che negli ultimi anni hanno portato a riscoprire gli orti urbani, nati nel XIX secolo e quasi scomparsi nel dopoguerra.
    Dopo l’esperienza pionieristica di Modena nel 1980, molti comuni hanno adottato regolamenti per l’individuazione e l’assegnazione delle aree adibite a orto urbano.
    Il Comune di Genova, dopo l’istituzione della Consulta del Verde nel 2012, nel 2015 ha aggiornato il regolamento sui terreni a uso agricolo, aumentando la platea dei potenziali assegnatari e riconoscendo forme particolari di orto urbano: orti didattici, community garden, orti sociali e terapeutici, orti innovativi. La gestione dei bandi per l’assegnazione è affidata ai Municipi.

    Per raccontare questo mondo, a distanza di quasi 4 anni, siamo a tornati a visitare l’orto sinergico di Cornigliano, in via Nino Cervetto, all’interno del parco urbano di Valletta San Pietro. Un’esperienza legata a un’idea complessiva di città che comprende l’agricoltura urbana, la riqualificazione degli spazi degradati, la promozione di nuovi stili di vita e di organizzazione del territorio.

    Il progetto è stato promosso nel 2011 dall’associazione Terra Onlus che si occupa di formazione ambientale, accesso alla terra, sostegno all’agricoltura locale e filiere di distribuzione del cibo e altri prodotti. Il valore simbolico dell’iniziativa è accresciuto dal fatto di essere stata realizzata in un luogo d’Italia simbolo di un modello di industrializzazione e urbanizzazione che negli ultimi anni ha mostrato tutte le sue criticità.
    L’orto di Cornigliano è coltivato secondo i principi dell’agricoltura sinergica, sistema naturale incentrato sulla preservazione dell’ecosistema del suolo e ispirato agli insegnamenti di Masanobu Fukuoka.

    orto-singergico«Quando non si parlava ancora di orti comunitari – ci spiega Giorgia Bocca, referente di Terra Onlus – grazie a un progetto europeo della rete Yepp della quale facevamo parte e che promuoveva l’attivazione di progetti partecipativi destinati ai giovani di quartieri periferici, abbiamo reso coltivabile questo luogo, che era fortemente degradato, e iniziato dei processi di attivazione territoriale per farlo diventare un luogo di aggregazione per il quartiere. In Italia abbiamo altri progetti simili, e ora, avendo raggiunto gli obiettivi prefissi, abbiamo deciso di coinvolgere di più soggetti da sempre interessati alla gestione dell’orto. E’ importante che ci sia un cambio, un nuovo ciclo. Terra Onlus fa parte della Consulta del Verde del Comune e si è impegnata sul nuovo regolamento per favorire l’accesso agli orti urbani di più soggetti possibile, in particolare dei più giovani».

    Gli spazi attuali sono relativamente numerosi e gestiti da cittadini o da gruppi, in alcuni casi formati da Terra Onlus. La domanda di terra in città è in netta crescita e, sempre secondo Terra Onlus, sarebbe auspicabile l’individuazione di nuovi terreni per far fronte alle tante richieste, provenienti soprattutto da giovani disoccupati e associazioni.

    Oggi l’orto è gestito da un gruppo di volontari, coordinati da Valentina Tricerri, educatrice del settore infanzia e adolescenza di Arci. Sono cittadini che si prendono cura della parte agricola, insegnanti delle scuole del quartiere, educatori interessati a valorizzare l’aspetto didattico del contatto con la natura. «Attualmente il progetto non è finanziato e abbiamo provato a fare una chiamata alle armi popolare», ci racconta Valentina. «La cosa meravigliosa è che c’è stata una risposta super variegata. Per le persone del quartiere la calamita è stata la possibilità di avere un luogo verde da poter curare e da cui trarre beneficio anche a livello di prodotti agricoli. Loro sono le persone che ci investono di più a livello di cura e tempo: se nessuno coltiva è inutile portarci i bambini, sarebbe solo un giardino. Questo è e deve essere un luogo anche aperto ad altri. La valenza pedagogica è fondamentale. Spiegare ai bambini che cosa significa un orto sinergico ha un valore educativo altissimo. L’ecologia è una rete di solidarietà in cui ognuno ha una propria natura, una propria specificità, che viene valorizzata nello scambio con altri. L’importanza di essere tanti, diversi e in rete è l’obiettivo che molti di noi hanno con i bambini e i ragazzi. La cura della terra è per tutti qualcosa di proficuo».

    orti-verde-stagnoL’associazione Philos ha svolto attività terapeutica con ragazzi autistici e alcune scuole attività educative legate agli orti didattici. Una suggestiva ipotesi è stata quella di coltivare a Valletta San Pietro specie tipiche dei paesi di alcuni richiedenti asilo coinvolti nella gestione dell’orto, ma non è stato possibile, a causa delle differenze climatiche.
    L’orto si trova a metà del parco, in un’area in cui sorgeva un parco giochi per bambini distrutto dal fuoco, poco sotto la collina di Coronata, dove sorgono altri orti tradizionali, curati da singoli cittadini. Questa posizione, secondo Valentina, ha preservato l’ambiente dell’orto: «Quando sei lì, ti senti davvero in mezzo alla natura. La strada di Cornigliano, l’inquinamento, il rumore delle macchine sembrano lontanissimi. Sullo sfondo vedi palazzoni di cemento armato, ma senti cantare gli uccellini…è una fascia di natura, che ha preservato una biodiversità molto particolare, tipica di altre regioni e altre latitudini».

    L’orto sinergico di Cornigliano non è solo agricoltura urbana. E’ anche educazione, didattica, “ortoterapia”, se ci è concesso usare un neologismo. È teatro di eventi culturali come il Festival degli orti sinergici, integrazione sociale e interculturale, cittadinanza attiva, cura del territorio e rigenerazione urbana.
    Il gruppo coordinato da Valentina è aperto, chiunque lo desideri può chiedere di inserirsi in qualsiasi momento e partecipare alla gestione dell’orto: basta contattare Valentina all’Arci Genova, chiamando il numero 0102467506.


    Andrea Macciò

  • Coltivare cannabis contro il dissesto idrogeologico. La proposta di Rete a Sinistra

    Coltivare cannabis contro il dissesto idrogeologico. La proposta di Rete a Sinistra

    cannabis-marjiuana-terapeutica-coltivazione (4)La Liguria come Regione apripista della legalizzazione della coltivazione e del consumo della cannabis. E’ l’obiettivo presentato da Rete a Sinistra e dai Radicali questa mattina a Genova attraverso due proposte di legge regionale che saranno presto discusse dall’assemblea legislativa ligure. La prima, più innovativa, riguarda la promozione della coltivazione di cannabis attiva, la cosiddetta “canapa utile”, anche a fini di contrasto al dissesto idrogeologico. «In questo modo – ha spiegato il capogruppo in Regione di Rete a Sinistra, Gianni Pastorino, all’agenzia Dire – si possono recuperare e bonificare i terreni attraverso una pianta che è particolarmente appetibile per il nostro territorio dal punto di vista dei terreni e del clima, nonché del mercato anche dal punto di vista dell’impiego della canapa nel settore della bioingegneria». Per il consigliere regionale è «necessario superare una serie di pregiudizi perché parliamo di canapa utile, con un tenore thc (ovvero di principio attivo) praticamente inesistente, che vale invece come nuove possibilità per l’industria italiana attraverso un’attività particolarmente pregiata e semplice».

    Nel testo è prevista anche una copertura finanziaria di 300 mila euro all’anno a partire dal 2017 e fino al 2019.

    cannabis_terapeuticaLa seconda proposta di legge, invece, riprende l’attuazione della legge vigente 26/2012 che fa della Liguria una delle 11 Regioni italiane che autorizza l’uso della cannabis a fini terapeutici. «Dalla precedente giunta di centrosinistra, purtroppo, non è partito l’impulso per l’attuazione – ammette Pastorino che, in passato, è dovuto ricorrere in prima persona a cure mediche a base di cannabinoidi – cosa che, invece, va riconosciuto, è stato fatto dall’attuale giunta Toti. Tuttavia, mancano tutti i processi di formazione da parte dei medici e dei farmacisti galenici e le informazioni per l’utenza rispetto alla modalità terapeutiche».

    «È arrivato il momento di dire che il proibizionismo ha fallito sotto tutti i punti di vista – commenta la consigliera comunale di Lista Doria, Marianna Pederzolli – e di sottrarre un enorme profitto alle narcomafie. La presentazione delle due proposte di legge in Regione è la prosecuzione di quel percorso iniziato a marzo dello scorso anno in Comune con una mozione che chiedeva al governo un cambio di passo sulla legalizzazione delle droghe leggere».

    Legalizziamo! La proposta di legge di iniziativa popolare

    cannabis terapeuticaL’occasione della presentazione alla stampa delle due proposte di legge regionale è stata utile ai rappresenti di Rete a sinistra per manifestare il proprio appoggio alla campagna “Legalizziamo!” che punta a presentare in Parlamento una proposta di legge di iniziativa popolare contro il proibizionismo, proprio mentre a Roma un folto intergruppo sta lavorando sul tema con un testo che potrebbe arrivare in Commissione entro fine settembre. «La Liguria – spiega il coordinatore di legalizziamo.it, Marco Perduca – potrebbe essere una delle regioni apripista. La nostra proposta di legge è più ampia e meno restrittiva di quella del Parlamento e vuole lanciare un messaggio chiaro, cioè che gli italiani sono pronti da più di 20 anni a comprare e consumare legalmente un prodotto che è anche una medicina e non è pericoloso come invece altre droghe legali».

    Secondo la relazione 2015 al Parlamento sulle dipendenze del dipartimento delle politiche antidroga, il 32% degli italiani ha consumato cannabis e ben 4 milioni nell’ultimo anno, mentre il 73% degli italiani sarebbe pronto a considerare la legalizzazione secondo un sondaggio Ipsos 2015.  Inoltre, si stima che i rivenditori illegali siano almeno 120 mila per un mercato complessivo che vale oltre 7 miliardi di euro.

    La proposta di legge popolare, tra le altre cose, prevede: l’auto-coltivazione libera per i maggiorenni fino a 5 piante e la necessità di comunicazione senza però attendere alcuna autorizzazione per la coltivazione da 6 a 10 piante; la possibilità di associarsi in “cannabis social club” di massimo 100 persone per la coltivazione e il consumo senza fini di lucro; la coltivazione a fine commerciali previa comunicazione; l’indicazione del livello di thc (principio attivo) presente e la dicitura “un consumo non consapevole può danneggiare la salute”; il divieto di pubblicizzazione dei prodotti nelle vicinanze delle scuole; il controllo della qualità di produzione da parte del ministero della Salute; l’agevolazione dell’accesso alla cannabis medica per le malattie che oggi non la prevedono; l’investimento degli introiti della tassazione per campagne informative e sociali a sostegno dell’economia e per la riduzione del debito pubblico; la depenalizzazione totale dell’uso personale di tutte le sostanze nonché la liberazione per detenuti per condotte non più penalmente sanzionabili.

    La raccolta delle 50 mila firme necessarie a presentare la proposta di legge, e per cui Rete a Sinistra si sta spendendo in questi giorni anche a Genova e in Liguria, dovrà avvenire entro fine ottobre. «Siamo a metà del cammino sia dal punto di vista del tempo, sia dal punto di vista delle firme – prosegue Perduca – e riteniamo che, se 50 mila o più cittadini daranno un messaggio chiaro al nostro Parlamento dicendo che si può fare ancora meglio, sicuramente l’intergruppo può accelerare e mantenere la barra ferma sulla legalizzazione. L’importante è che il governo si faccia sentire sostenendo in pieno quello che i parlamentari stanno facendo e prendendo qualche suggerimento da quello che stiamo raccogliendo noi».

  • Orti urbani, approvato il nuovo regolamento per assegnazioni e gestione. Spazio anche agli under 30

    Orti urbani, approvato il nuovo regolamento per assegnazioni e gestione. Spazio anche agli under 30

    orto-orti-urbani-agricoltura-coltivareÈ stato finalmente approvato nella seduta di giunta di questa mattina il nuovo Regolamento per l’assegnazione e la gestione degli orti urbani nel Comune di Genova (leggi l’inchiesta “Genova, una città da coltivare” su Era Superba #58, qui la versione ridotta). Dopo una lunga gestazione, iniziata con le proposte della Consulta del Verde arenatesi poi, come spesso succede, sulle scrivanie di Tursi, la delibera passerà ora alla discussione della Commissione e del Consiglio comunale, prima di entrare in vigore.

    Ancora suscettibile di qualche modifica, dunque, il nuovo regolamento andrà a sostituire una normativa non più adeguata e in vigore da una decina di anni. Il punto focale è l’ampliamento del concetto di orto urbano, che prima era sostanzialmente solo un appezzamento di terra destinato alla coltivazione tout court per pensionati o fasce di popolazione particolarmente disagiate. Si allarga anche il numero di cittadini che potranno potenzialmente utilizzare i terreni previsti per l’uso agricolo e selezionati allo scopo dai Municipi.

    Ma vediamo nel dettaglio quali sono le novità più importanti di questo regolamento, partendo dalle nuove definizioni che vengono date al concetto di orto urbano. Oltre al tradizionale appezzamento di terreno da cui l’assegnatario può ottenere produzione di fiori, frutti e ortaggi per l’autosostentamento, vengono individuati:

    community garden, orti destinati alla coltivazione collettiva e partecipata, già presenti in alcune realtà come quelle della Madonnetta (San Nicola, Castelletto);

    orti didattici, allo scopo di avvicinare giovani e bambini alla conoscenza e al piacere di coltivare la terra, come previsto ad esempio nel progetto di riqualificazione di Valletta Carbonara;

    orti sociali e terapeutici, in cui si pratica la coltivazione ortofrutticola come elemento di integrazione sociale di persone o gruppi svantaggiati (immigrati, anziani, disoccupati ma anche disabili o persone sottoposte a terapie di riabilitazione fisica e psichica);

    orti innovativi in cui dare spazio a metodi di agricoltura biologica ed ecocompatibile, con particolare attenzione alla tutela della biodiversità e alla diffusione di pratiche virtuose come la gestione razionale dell’acqua, la raccolta differenziata e il riuso dei rifiuti, l’utilizzo di fonti energetiche rinnovabili.

    Naturalmente ogni tipologia di orto avrà i propri criteri per stabilire le graduatorie ai fini dell’assegnazione. Vi sono però alcuni requisiti generali: avere la residenza o la sede legale (in caso di associazioni) nel Comune di Genova oppure non avere fondi di proprietà destinati alla coltivazione sempre nel territorio comunale, essere in grado di provvedere autonomamente alla cura dell’appezzamento, non aver subito condanne per reati contro l’ambiente.

    Le differenze arrivano, invece, quando dagli orti tradizionali si passa alle categorie fresche di introduzione. I primi devono essere accessibili pedonalmente, sorgere in prossimità di sorgenti, essere suddivisibili in singole unità tra i 50 e 100 mq. La graduatoria per l’assegnazione, come detto, tiene conto di nuovi parametri: i punteggi non premieranno più solo la fascia anziana superiore ai 65 anni d’età ma anche, in modo decrescente, i giovani tra 26 e 30 anni. Altri criteri premieranno i redditi Isee più bassi, il numero di componenti del nucleo familiare, l’eventuale presenza di handicap e la residenza nel Municipio in cui si trova il terreno.

    Per gli orti speciali, destinati principalmente ad associazioni, scuole, comitati e altre forme di gruppi di persone, vengono aggiunti ulteriori criteri. Intanto, gli appezzamenti in cui sorgono devono essere complessivamente estesi almeno per 500 mq. Poi, entrano in gioco le funzioni sociali, educative e la qualità dei progetti e delle pratiche agricole e il coinvolgimento delle persone potenzialmente interessate, il tutto in base a criteri e punteggi già dettagliati dallo stesso regolamento.

    «Le difficoltà più grandi – sostiene l’assessore al Verde, Italo Porcile – non riguardano tanto la disponibilità delle aree che potrebbe essere sufficiente a soddisfare buona parte delle richieste quanto la sensibilità, da un lato, dell’amministrazione a proporre e pubblicizzare in maniera efficace bandi e assegnazioni di questo genere e, dall’altro, della cittadinanza a rispondere e aderire nei fatti alle iniziative comunali a riguardo».

    Nella delibera, comunque, si evidenzia anche la necessità che gli uffici di Tursi individuino nuove aree destinabili ad orto urbano, ad esempio in terreni di proprietà civica non utilizzati o con concessioni in scadenza. Spetterà poi a Municipi la gestione dei bandi per le assegnazioni e il controllo del rispetto dei contratti di concessione che potranno avere la durata massima di 4 anni per gli orti tradizionali (allungabile a 6 in caso in cui gli assegnatari si facciano carico di opere di manutenzione straordinaria dell’area) e 5 per le nuove categorie (prorogabili per altri 5).

    Porcile, e non solo, crede molto nelle potenzialità degli orti urbani: «La promozione dell’uso di spazi pubblici con queste finalità – dice l’assessore – costituisce, soprattutto in periodi di recessione  economico-finanziaria, un’importante opportunità economica, sociale ed ambientale per la collettività. Inoltre, una gestione produttiva e manutentiva di porzioni di territorio marginali e residuali, attraverso attività di produzioni agricole a basso impatto ambientale ed ecocompatibili, comporta un miglioramento della vivibilità urbana». Tutto sta nel capire quanto l’amministrazione riuscirà a raccogliere questa sfida e a rilanciarla in maniera efficace ai cittadini in cerca di un piccolo orticello da coltivare anche tra le mura della città.

     

    Simone D’Ambrosio

  • A tutto G.A.S.! Gruppi di Acquisto solidale in crescita, viaggio fra produttori e consumatori

    A tutto G.A.S.! Gruppi di Acquisto solidale in crescita, viaggio fra produttori e consumatori

    verdura-ortoNati nel 1994 a Fidenza, i Gas (Gruppi di acquisto solidale) in Italia sono in continua e costante crescita. Dopo vent’anni non hanno neanche più bisogno di grosse presentazioni, si tratta di gruppi di persone che si mettono insieme per condividere in modo continuativo l’acquisto di prodotti alimentari o di uso comune per poi ridistribuirli al loro interno; non si tratta di spendere meno, si tratta di spendere meglio e di avviare un processo virtuoso nel difficile ciclo produzione- commercio-consumatore. Una connessione dal produttore al consumatore quanto più possibilmente breve e rispettosa dei diritti di tutti gli attori, garantendo un salario dignitoso a chi lavora, una ricompensa adeguata per chi produce ed un prodotto biologicamente sano con un prezzo corretto per chi consuma.

    L’articolo integrale è pubblicato sul numero 59 di Era Superba (dove trovare la rivista).

    I Gas, negli anni successivi alla crisi del 2009, vantano un incremento dell’11% in valore assoluto, con 3 miliardi annui di giro d’affari: si calcola che circa il 20% degli italiani acquisti da fonti “alternative” rispetto alla grande distribuzione.
    In Italia il sito ufficiale conta circa 970 Gruppi di acquisto solidali, ma si calcola che moltissimi, forse addirittura altrettanti, potrebbero essere quelli che non hanno ritenuto di doversi registrare. La Liguria ne conta una quarantina, una trentina solo nel capoluogo, ma anche qui sono molto numerosi i “cani sciolti”.

    Il punto di vista dei consumatori

    mercato-frutta-verdura-sarzanoAbbiamo parlato con Enrica e Michele, una coppiache partecipa al gruppo Birulò di Genova Centro: «noi siamo in questo gruppo da quasi 15 anni, avevamo letto su un giornale dell’esistenza dei Gas, abbiamo partecipato ad un incontro e da lì in poi è nata la nostra collaborazione. Birulò, essendo un gruppo numeroso, è suddiviso in microGas formati da diverse famiglie con un denominatore comune, che può essere il posto di lavoro, la vicinanza di abitazione, il rapporto di amicizia o addirittura il condominio. Lo scopo principale è alimentare un’economia alternativa ai canali usuali, basata sui principi di equità, solidarietà e sostenibilità, soprattutto attraverso gli acquisti, possibilmente a chilometro zero, da produttori marginali o in difficoltà finanziaria, che sarebbero strangolati dalla grande distribuzione, scomparendo dal mercato».

    I gruppi non hanno bisogno di fare opera di ricerca per avere nuovi membri, anzi sempre più persone cercano di inserirsi in questo mercato parallelo, condividendone gli obiettivi e creando nuovi gruppi che si appoggiano a quelli già esistenti. «Nessuno ha un impegno minimo di acquisto, anzi certe famiglie partecipano solo ad un certo tipo di forniture ed altre si fanno vive solo attraverso internet per inviare gli ordini e ci si incontra semplicemente per il ritiro della merce. Voglio dire che non è obbligatorio socializzare, se si ritiene di non farlo, ma ci sono anche volontari che invece, oltre che occuparsi di tenere i contatti con il fornitore e riscuotere i pagamenti, tengono anche la contabilità interna, gestiscono le iniziative collaterali come la Banca del Tempo e si riuniscono periodicamente con rappresentanti di Gas fuori Regione per confrontarsi e scambiarsi conoscenze e competenze anche su argomenti diversi come le energie alternative ed altro».
    E riguardo alla scelta dei produttori? «Funziona il passaparola o la conoscenza diretta, noi li cerchiamo preferibilmente sul territorio ligure o comunque molto vicino ma, per gli agrumi, gestiamo personalmente il contatto con un consorzio di produttori della Sicilia dove abbiamo passato una settimana non solo di vacanza, ma visitato e osservato le tecniche agricole, instaurando anche una bella amicizia».

    Il punto di vista dei produttori

    orto-orti-urbani-agricoltura-coltivareIl consorzio cui fanno riferimento Enrica e MIchele si chiama Le galline felici, è in provincia di Catania, collabora a sua volta con una piccola serie di cooperative sociali: ce lo racconta Beppe, lo abbiamo raggiunto al telefono mentre sta visitando i campi di produzione.
    «Noi siamo partiti in nove soci, eravamo proprio piccoli però il nostro socio fondatore aveva già le idee chiare. Ora siamo 23 persone, ci siamo divisi i compiti all’interno dell’azienda, che nasce come produttrice di agrumi siciliani e serve esclusivamente i Gas: niente negozi, niente privati, men che meno grande distribuzione. Il nostro scopo, fin dai primi passi, è stato produrre in maniera biologica, certo, ma soprattutto etica: io dico sempre che un arancio biologico raccolto da un extracomunitario sfruttato è più nocivo di uno cresciuto a pesticidi».

    Riguardo ai rapporti del consorzio con i Gas, Beppe aggiunge: «noi non vogliamo entrare in competizione con i produttori del nord, che sono magari vicini come area geografica a Gas nostri clienti: ad esempio i pomodori non li coltiviamo, perché sono ottimi anche quelli liguri, lombardi o piemontesi, e per arrivare nelle case dei clienti non attraversano l’Italia. Invece forniamo agrumi anche a gruppi francesi e belgi da molti anni ormai: e stiamo studiando una sorta di collaborazione, vorremmo avere i loro prodotti di eccellenza, come la birra, e scambiarli con i nostri, ma è una cosa un po’ complicata, non so ancora se e come la concluderem

    Abbiamo incontrato Enrica, titolare dell’Azienda Agricola Boccarda di Busalla (Ge) che ci racconta di essere diventata fornitrice del Gas Fratello Sole di Albaro tramite conoscenti comuni, perché «alla fine quello che conta è il passaparola, è la gente che ti fa buona pubblicità e parla bene di te dopo che ha assaggiato i tuoi prodotti».
    «Noi abbiamo anche provato ad avere la certificazione biologica – aggiunge – ma è molto costosa, e sinceramente neanche così rigorosa come si potrebbe pensare. Chi ci conosce sa benissimo i criteri con cui lavoriamo, volendo ci vengono a visitare in qualsiasi momento. Abbiamo un piccolo allevamento, dove gli animali sono alimentati con i nostri prodotti; abbiamo polli e galline e infatti al Gas vendiamo sempre le uova, ovviamente quando ci sono. In più, abbiamo il bollo Cee per il nostro Macello a Sarissola, e fra i piccoli produttori ormai siamo quasi gli unici ad essere autorizzati a macellare, e vengono da noi anche da fuori valle».

    Si dirà che sono lussi che non tutti possono permettersi ed in parte può essere vero: ma per qualcuno il lusso può essere anche un semplice panino al salame, a patto di conoscerne l’origine e la qualità.

    Bruna Taravello

    L’articolo integrale su Era Superba #59

  • Genova, una città da coltivare: aree agricole e accesso alla terra, edificabilità e orti urbani

    Genova, una città da coltivare: aree agricole e accesso alla terra, edificabilità e orti urbani

    agricolturaPer fare il quadro generale delle normative che regolamenteranno nei prossimi anni l’accesso alla terra e il suo utilizzo, dobbiamo avventurarci fra le pieghe non semplici del nuovo Piano Urbanistico. Le aree entro i confini genovesi che il Puc (Piano Urbanistico Comunale) definisce “agricole” o di “protezione ambientale” si estendono per circa 13 mila ettari. Zone in cui solo gli agricoltori possono fare interventi edilizi e che corrispondo ad una parte preponderante del territorio comunale.  Tuttavia, se si escludono le aree dedicate alla pastorizia e alla silvicoltura, nelle aree di protezione ambientale è in realtà molto difficile introdurre un’attività agricola in grado di mantenere una famiglia. Ecco, allora, comparire nel Puc le aree propriamente definite “agricole”«Si tratta delle zone – spiega il vicesindaco Stefano Bernini – in cui abbiamo già verificato l’esistenza di un’attività di questo genere o che, sulla base di un’analisi georeferenziata, vi si possono prestare per qualità del terreno, esposizione, tipo di pendio, estensione. In questa seconda categoria è permessa attività residenziale solo ai contadini professionali, a quelli cioè che rispecchiano le caratteristiche previste dalla classificazione regionale».

    L’inchiesta integrale è pubblicata sul numero 58 di Era Superba (dove trovare la rivista). Sostenendo Era Superba puoi ricevere ogni uscita direttamente a casa o sulla tua email (qui maggiori informazioni)

    orto-orti-urbani-agricoltura-coltivareFin qui, dunque, sembrerebbe esserci poco margine di manovra per chi si dà all’agricoltura solo per passione o, stretto dalla morsa della crisi e della disoccupazione, vorrebbe improvvisarsi contadino per provvedere autonomamente al proprio sostentamento alimentare.
    Per venire incontro a chi ha riscoperto un’innata passione per la vita nei campi, troviamo le aree di “presidio ambientale”, piccoli polmoni incastrati tra le aree agricole vere e proprie e il limitare della città. «Con queste aree – continua nella sua illustrazione il vicesindaco nonché assessore all’Urbanistica – proviamo a rispondere alla nuova tendenza di andare a vivere in campagna per essere circondati dal verde e avere a disposizione un piccolo terreno, orto, vigna, in cui realizzare una produzione agricola propria. Si tratta di zone cuscinetto, in cui l’attività edilizia sempre legata a quella agricola è fortemente limitata». Non si tratta di un’invenzione del nuovo Piano urbanistico perché questi spazi erano già previsti nel Piano regolatore di Sansa e, seppure con maglie più larghe, anche in quello licenziato dalla giunta Vincenzi. Tali presidi ambientali saranno di due tipologie, a seconda delle concessioni edilizie previste. La prima categoria, più “permissiva”, consentirà di realizzare in ogni terreno anche l’0,01% di abitativo: ciò significa che per costruire una casa di 100 metri quadrati, sarà necessario avere terre almeno per 10 mila mq. Più restrittiva, invece, la seconda categoria: qui l’abitativo concesso scende allo 0,005%, ossia ogni 50 mila metri quadrati di terreno è possibile realizzare una casa di 100 metri quadrati. E per arrivare a 200 mq di costruzioni edilizie si dovrà possedere una certificazione di avvenuto abbattimento di altri fabbricati.

    Ma finiscono veramente qui le possibilità di intervento edilizio nelle aree verdi, più o meno protette? No, non siamo stati di colpo catapultati nel magico mondo di Oz. Resiste, ad esempio, la norma che consente di ricostruire rustici diroccati e che può dare il via libera a piccole speculazioni edilizie. «Chi recupera vecchi rustici con la logica della ricostruzione storica del manufatto – illustra il vicesindaco – ha la possibilità di costruire l’equivalente in termine volumetrico in un nuovo edificio in area limitrofa». In altre parole: nel tuo terreno c’è un fienile diroccato? Se lo ricostruisci, ridando al paesaggio il suo aspetto originario, potrai ampliare la tua casa degli stessi volumi che hai restaurato.

    Coltivare a Genova: il nuovo regolamento degli orti urbani

    orto-urbanoCi concentriamo ora sugli spazi verdi pubblici che cercano di farsi largo tra asfalto e cemento: gli orti urbani, ovvero quegli appezzamenti di terreno che si insidiano nei sempre troppo pochi spazi verdi nel cuore della città e che possono essere assegnati in concessione ad alcuni cittadini per la realizzazione di piccole coltivazioni. Con picchi particolarmente consistenti nei Municipi Medio Ponente, Ponente e Valpolcevera, Genova ha superato la quota di 310 orti urbani ed è in fase di approvazione il nuovo regolamento cittadino che dovrebbe consentire, da un lato di ampliare questi spazi a disposizione nei vari Municipi, dall’altro di renderli accessibili a una fetta più larga della popolazione.  La regia di questi spazi e dei relativi bandi per l’assegnazione resterebbe sempre in mano ai Municipi, ma il Comune tiene a sottolineare la strategicità dell’orto urbano nella visione cittadina del Verde: con il nuovo regolamento, i Municipi avranno la possibilità di assegnare gli spazi a fasce più ampie della popolazione, senza dimenticare il valore di progetti sperimentali come gli orti didattici o gli orti innovativi. La richiesta dell’utilizzo di orti urbani pubblici è, infatti, in continua crescita.
    È tuttavia importante sottolineare che gli appezzamenti disponibili nei 9 Municipi non sono sufficienti a soddisfare una domanda sempre più crescente grazie un ritrovato amore per la natura e un senso di attaccamento al territorio dovuto anche alla tenaglia della crisi economica che ci massacra da anni. «Quando si è pensato di creare queste realtà – ricorda l’assessore ai Lavori Pubblici Gianni Crivello – ci si era rivolti soprattutto alla terza età e ai pensionati. Ora il target è radicalmente cambiato. Per questo motivo, con il nuovo regolamento, cercheremo di coinvolgere fette più ampie delle cittadinanza, abbassando i limiti di età e puntando a categorie sociali particolarmente disagiate come potrebbe essere quella dei cassintegrati».
    Più spazio sembra esserci anche per i giovani, soprattutto under 30. Nel nuovo regolamento, per l’assegnazione dei terreni ad uso orto urbano, in risposta ai bandi lanciati dai Municipi, i richiedenti devono essere in possesso di domicilio nel Comune di Genova, non disporre nel territorio comunale di fondi di proprietà o appartenenti a familiari conviventi destinati alla coltivazione, provvedere personalmente alla coltivazione dell’appezzamento assegnato, non aver avuto condanne penali per reati contro l’ambiente. Le graduatorie per l’assegnazione vengono predisposte tenendo presente una serie di criteri di priorità come reddito, età del richiedente favorendo le fasce superiori ai 65 anni e inferiori ai 30, eventuale situazione di disabilità del richiedente o di persona appartenente nucleo famigliare, residenza nel Municipio in cui si trova l’orto urbano, numero di componenti il nucleo familiare.
    Il passo successivo deve neccessariamente essere quello di moltiplicare le terre a disposizione, puntando forte su spazi come la Valletta Carbonara, le pendici della collina degli Erzelli, Ca’ di Ventura in Valbisagno, alcuni spazi a Teglia che potrebbero essere resi disponibili in seguito a nuove operazioni edilizie e relativi oneri di urbanizzazione. Ma non si tratta di una questione che può essere risolta solo attraverso la pianificazione urbanistica e le norme di carattere generale inserite nel nuovo Puc.

    La Banca della Terra

    valtrebbia-verde-alberi-bosco-ambienteLa Banca della Terra è un espediente attraverso cui la Regione Liguria sta cercando di aumentare la superficie destinata all’agricoltura recuperando aree agricole e forestali abbandonate, incolte o sottoutilizzate, il cui stato di degrado rappresenta, tra l’altro, un grande fattore di rischio per l’integrità del territorio. Più nel dettaglio, si tratta di una banca dati nella quale i proprietari mettono a disposizione i propri terreni a chiunque li voglia acquistare o affittare. La Regione funziona da tramite e facilitatore e, nell’ultimo anno, ha investito 800 mila euro come contributi all’acquisto di nuovi terreni da parte di operatori agricoli.
    «Partiamo da tanti terreni pubblici – spiega l’assessore regionale all’Agricoltura, Giovanni Barbagallo – grazie ad esempio alla collaborazione del Comune di Genova che metterà a disposizione una serie di terre non strategiche per funzioni comunali. Ma iniziano ad arrivare segnalazioni di terreni di privati: particolarmente interessanti sono i terreni abbandonati e dismessi perché non più utili alle aziende o perché pericolosi per l’incolumità delle stesse o del patrimonio pubblico». La banca regionale della terra, dunque, da un lato aiuta a livello finanziario gli operatori agricoli a iniziare o ampliare (il 70% delle aziende vitivinicole e vinicole regionali ha a disposizione meno un di ettaro di terreno) la propria attività, dall’altro aumenta la superficie utile agricola perché vincola le terre vendute o concesse a questa finalità. La Conferenza regionale dell’agricoltura, infatti, ha individuato tra i problemi più gravi proprio la diminuzione della superficie utile agricola che si è ridotta al 10% del territorio ligure: negli ultimi 60 anni abbiamo perso da Imperia a La Spezia l’80% di terreno agricolo mentre abbiamo assistito all’aumento della boscosità a monte (i terreni boschivi negli ultimi 120 anni sono aumentati del 60% a causa dell’imboschimento selvaggio di prati, pascoli e terrazzamenti abbandonati) e delle infrastrutture e del cemento a valle. «Abbiamo già fatto due bandi (a giugno e ottobre 2014, NdR) – dice con soddisfazione l’assessore – per cui sono giunte in Regione circa 130 domande per l’assegnazione di contributi agli imprenditori agricoli per l’acquisto di nuovi terreni».
    Ma l’aspetto indubbiamente più interessante della Banca delle Terra, lato domanda, è che per accedervi non è necessario essere registrati come contadini professionali ma si aprono le porte a molti giovani disoccupati e inoccupati e a chiunque volesse sporcarsi le mani e tornare a sudare un po’ sulla terra. Per accedere ai finanziamenti regionali, tuttavia, è necessario costituirsi azienda agricola.

    Sembrerebbe ancora una volta tutto perfetto, se non fosse che spesso a mancare sia proprio la disponibilità della terra da coltivare. «Se è vero che non ci sono masse plaudenti di persone che vogliono andare a lavorare faticosamente in campagna – ammette Barbagallo – è altrettanto vero che spesso gli interlocutori saltano fuori ma a mancare è la materia prima. È evidente come siano strategici in questo senso le intenzioni dei vari enti locali e dei relativi piani regolatori. Ovviamente ci devono essere delle scelte urbanistiche di programmazione ma non basta vincolare un terreno per far sì che diventi agricolo: bisogna coltivarlo e presidiarlo costantemente e per questo servono degli incentivi che, però, non mancano grazie ai 313 milioni del PSR. Ovvio che se gli enti locali iniziano a mettere a disposizione i propri terreni, cominciamo ad andare nella giusta direzione».

    Simone D’Ambrosio

    L’inchiesta integrale su Era Superba #58

  • Puc, Piano Urbanistico: approvato il progetto definitivo che disegna il futuro della città

    Puc, Piano Urbanistico: approvato il progetto definitivo che disegna il futuro della città

    Consiglio Comunale a Palazzo Tursi aula RossaNon ci sono spumante e brindisi che nel dicembre 2011 avevano suggellato il primo via libera al nuovo Piano urbanistico comunale con la giunta Vincenzi ma la soddisfazione tra i banchi di sindaco e assessori è palpabile. Il Consiglio comunale ha, infatti, approvato il nuovo Puc con 21 voti a favore, 11 contrari e 5 astenuti. Affinché le norme inizino a “dettare legge”, però, si dovrà verosimilmente aspettare la fine dell’anno: «Ci saranno ancora 90 giorni di pubblicazione – ha spiegato il vicesindaco Stefano Bernini – per eventuali nuove osservazioni che potranno essere fatte solo su modifiche apportate al testo del progetto preliminare approvato dal ciclo amministrativo precedente. Successivamente si effettuerà un nuovo passaggio in Consiglio comunale ma la griglia di possibili modifiche diventa sempre più stretta». Nel frattempo il piano definitivo sarà inoltrato a Regione e Città Metropolitana a cui spetta l’ultimo parere circa la coerenza del Puc rispetto agli atti di pianificazione urbanistica sovraordinati. Tutti passaggi che dovranno essere espletati entro la fine di dicembre, quando scadrà il cosiddetto regime di salvaguardia che consente di prevedere già attualmente interventi coerenti con il testo del nuovo piano.

    «Sottolineo l’importanza del momento – aveva detto la settimana scorsa il sindaco, intervenendo in avvio di discussione – perché il piano urbanistico è un percorso segnato dal grandissimo lavoro degli uffici, una visione perché definisce l’idea precisa di città che ha l’amministrazione e uno strumento perché abbiamo l’esigenza di decidere a dare tempi certi ai cittadini, alle imprese e a tutti gli interlocutori». Dopo la votazione di ieri pomeriggio il sindaco è raggiante e ripete quasi come un mantra la propria grande soddisfazione: «Sono veramente lieto che il quarto Puc della storia di Genova repubblicana sia stato approvato in questo ciclo amministrativo. Abbiamo fatto nostri alcuni grandi temi già ben avviati dalla giunta precedente e abbiamo cercato di ottimizzarli. Ad esempio – ha proseguito il sindaco – non hanno trovato recepimento le numerose sollecitazioni che abbiamo ricevuto per la trasformazione in altro delle aree industriali della città che, invece, sono rimaste tali».

    Maggioranza ancora in difficoltà

    Se l’esito finale della votazione sulla delibera era scontato, lo stesso non si può dire per le valutazioni politiche che seguono l’approvazione del Puc. Confermando un quadro che aveva iniziato a delinearsi già durante la tanto discussa delibera sulla Gronda, la maggioranza uscita dalle urne sulle questioni delicate rischia di non essere autosufficiente. Incassati i voti contrari di Bruno (Fds) e Pastorino (Sel, favorevole invece il voto dell’altro consigliere Chessa), la giunta ha dovuto registrare anche le astensioni di Gozzi (Pd) e De Benedictis (Gruppo misto, ex Idv). Assenti invece Gibelli (Lista Doria) e Mazzei (Gruppo misto, ex Idv). Per raggiungere la maggioranza assoluta, non indispensabile ma comunque rilevante da un punto di vista politico, sono stati allora necessari i due voti positivi dei consiglieri di Udc, Gioia e Repetto che, almeno formalmente, non fanno parte della maggioranza. Da sottolineare anche che il consigliere Caratozzolo (PD), neo-presidente della commissione Territorio, pur essendosi allineato al partito nella votazione finale ha espresso il proprio voto contrario su tutti gli emendamenti proposti, compresi quelli che hanno riscontrato pieno accoglimento da parte della giunta (due dei quali proposti dallo stesso capogruppo del PD, Simone Farello).

    Nuovo Galliera e altri emendamenti

    Parco cittadino di Villa QuartaraIl tema più caldo, a conti fatti, è risultato quello relativo alla costruzione del nuovo ospedale Galliera. Ben tre gli emendamenti presentati per vincolare le aree a uso sanitario e non consentire l’operazione immobiliare che garantirebbe risorse economiche fondamentali per dare il via all’operazione. Le proposte sono arrivate dai consiglieri di Lista Doria, da quelli del Movimento 5 Stelle, da Antonio Bruno (Fds) e Gian Piero Pastorino (Sel) ma sono state tutte respinte dell’aula: significativo, ma non è la prima volta, che anche il sindaco abbia votato contro un emendamento proposto dalla sua stessa Lista.

    Dei 44 emendamenti presentati a inizio discussione, solo una manciata ha riscontrato il parere favorevole della giunta ed è stata votata positivamente dalla maggioranza dei consiglieri. Tra questi, il documento presentato da Lista Doria che blocca definitivamente il progetto di realizzazione del box auto nella zona di Bosco Pelato. Parere positivo e votazione favorevole anche per altri due emendamenti presentati da Lista Doria: il primo inserisce gli alloggi destinati all’inclusione sociale (ERS) tra le destinazioni d’uso previste come servizi pubblici, il secondo prevede che la ricostruzione di edifici consentita all’interno dello stesso Municipio per il superamento di criticità idrogeologiche possa essere realizzata su suolo precedentemente già urbanizzato.

    centrale-latte-genova-feginoAccolto e approvato anche un documento sulla normazione dei parchi storici che richiama in particolare le tutele previste dalla Carta di Firenze. Sì, infine, ai due emendamenti proposti dal capogruppo PD Simone Farello, uno puramente tecnico riferito a un errore materiale relativo a un’osservazione prodotta dai municipi, l’altro più delicato relativo al trattamento dei rifiuti speciali. L’ex assessore alla Mobilità, ha proposto una suddivisione della normativa a seconda della tipologia di rifiuti trattati con un alleggerimento delle prescrizioni per i rifiuti non invasivi dal punto di vista del trattamento industriale. Secondo indiscrezioni la questione riguarderebbe in particolare il futuro delle aree dell’ex centrale del Latte rimaste a vocazione industriale ma c’è chi non la pensa così: «Non vorrei – ha detto in Sala Rossa Paolo Putti, capogruppo M5S – che si aprissero le porte alle 14 società private che abbiamo letto vorrebbero mettere le amni su Amiu e che, in alcuni casi, trattano fanghi industriali derivanti dalla lavorazione del petrolio».

    Dall’ex mercato di corso Sardegna a Gronda e Tav: tutti i no della giunta

    Nessuno scossone, invece, dagli emendamenti che riguardavano le questioni più delicate e interessano il futuro di alcune aree urbane in attesa di riqualificazione o di cambio di destinazione d’uso. Resta inalterata, dunque, la destinazione d’uso dell’ex mercato di corso Sardegna, per cui invece è stata accolto e approvato un ordine del giorno che impegna la giunta a valutare i progetti dei cittadini una volta concluso l’accordo con la Rizzani De Eccher. Nulla da fare anche per l’emendamento riguardante la caserma Gavoglio che voleva far recepire nel Puc alcune indicazione arrivate dal comitato dei cittadini che da anni punta fortemente sulla riqualificazione della struttura: il progetto di dettaglio sarà discusso attraverso appositi tavoli partecipativi che saranno organizzati dal Municipio I – Centro Est. Confermate le destinazioni ferroviarie per tutte le aree di Terralba per cui qualsiasi modifica deve per forza di cose passare attraverso un accordo di programma sottoscritto dalle Ferrovie dello Stato. E, nonostante le proposte dei consiglieri grillini, confermate anche le attuali normative che prevedono la realizzazione di un distributore di carburante in Carignano all’altezza della rotonda di corso Aurelio Saffi e la realizzazione di parcheggi interrati in piazza Acquaverde (Stazione Principe).

    Respinti anche gli emendamenti che volevano stralciare dal Puc la centralità di Gronda e Terzo Valico dallo sviluppo della città e che hanno fatto registrare l’ennesima differenza di vedute tra il sindaco (che ha votato contro) e la sua Lista (che, le posizioni un po’ ambigue del passato, ha votato a favore, assieme a Pastorino, Bruno e M5S).

    Esaote e Oms Ratto: tutto rimandato

    Ritirato, invece, l’emendamento presentato da Bruno e Pastorino su Esaote dopo l’ennesimo confronto avvenuto nel pomeriggio tra i capigruppo e i rappresentati di Oms-Ratto. La questione è nota: i consiglieri vorrebbero ridestinare l’area di Sestri a uso industriale, cancellando la variante prevista nel precedente ciclo amministrato e confermata nel nuovo Puc che prevede la destinazione d’uso commerciale per alcune aree. Un provvedimento necessario a Esaote per poter vendere gli stabilimenti di Sestri e spostarsi sulla collina di Erzelli. Ma l’azienda avrebbe dovuto assicurare il mantenimento della piena occupazione, cosa che non sta avvenendo per i 54 lavoratori di Oms-Ratto, ditta dell’indotto di Esaote. La questione è molto delicata perché una retromarcia da parte del Comune potrebbe far saltare definitivamente il delicato tavolo di confronto e, a cascata, il trasferimento a Erzelli, la vendita delle aree e il futuro lavorativo di tutti i dipendenti Esaote. Il vicesindaco Bernini ha chiesto, dunque, di pazientare fino a fine mese: «Potremo approvare la variante che fa tornare le aree di Sestri a destinazione industriale solo dopo che la Città Metropolitana avrà chiuso la Conferenza dei Servizi. Stiamo aspettando la Valutazione ambientale strategica ma entro fine mese potremo tornare a parlare definitivamente della questione».

    Tante, dunque, le questioni che restano sospese, al di là dell’approvazione del piano urbanistico.«Ma non possiamo ridurre il grande lavoro fatto fin qui esclusivamente alla sostanza di qualche singolo provvedimento. Come amministratore mi augurerei 100 di questi giorni» ha sottolineato il sindaco. «Se c’è una cosa di cui possiamo andare fieri – ha aggiunto il vicesindaco Stefano Bernini – è che anche chi si è astenuto o ha votato contro la delibera ha comunque riconosciuto il grande lavoro di ascolto, di confronto e di trasparenza fatto dagli uffici. Poi è naturale che su alcune situazioni specifiche non possiamo pensarla tutti allo stesso modo». A testimonianza di ciò, in effetti, al di là delle dichiarazioni di voto dei vari capigruppo, va registrato anche il fatto che praticamente nessuna richiesta di modifica è arrivata sulle scelte generali a cui è improntato il nuovo Piano urbanistico e che riguardano lo sviluppo futuro della città. «Ciò – ha commentato il sindaco – è testimonianza del fatto che non esisteva una visione diversa della città neppure da parte delle opposizioni. Le differenze, invece, riguardano una serie di critiche su questioni di dettaglio che avremo di affrontare anche in seguito».

    Gli ordini del giorno e le discussioni dei prossimi mesi

    A contribuire a un clima quasi insolitamente disteso, nonostante la crucialità della delibera in discussione, è stata sicuramente la predisposizione della giunta ad accogliere molti dei 68 ordini del giorno presentati quasi interamente dalle opposizioni. Da sottolineare, in questo caso, il lavoro certosino del decano del Consiglio comunale, il consigliere Guido Grillo (Pdl – Forza Italia) che ha chiesto di convocare nei prossimi mesi apposite sedute di commissione per fare il punto sulle azioni intraprese dalla giunta per tenere fede agli impegni presi nel corso di tutto il mandato amministrativo su questioni urbanistiche di particolare interesse e rilevanza: si spazia dal polo ospedaliero del ponente alla riqualificazione di Vesima, dal porticciolo turistico di Pegli al restyling di via Burlando, dai progetti relativi alla potenziale nuova viabilità a Sant’Ilario alla valorizzazione della aree ferroviarie dismesse di Terralba tenendo conto anche del progetto dei cittadini richiamato dal Movimento 5 Stelle, dal punto della situazione sui lavori di Ponte Parodi a quello sui progetti dell’ex caserma Gavoglio. Interessante anche un gruppo di documenti presentati da Lista Doria per l’adozione di un Piano urbano della mobilità sostenibile, per l’approvazione definitiva del Piano del Verde, per la costituzione di un tavolo con la Città Metropolitana sulle misure di Protezione Civile e la gestione dei finanziamenti per la messa in sicurezza idrogeologica del territorio, per la sensibilizzazione della Regione a un riequilibrio delle strutture sanitarie pubbliche sul territorio ad oggi fortemente penalizzato nelle periferie, per la subordinazione degli interventi di infrastrutture viarie a quelli necessari per un potenziamento dei trasporti pubblici e per la reale concretizzazione della pianificazione dei bambini per le aree pubbliche di loro interesse.

    Già detto dell’approvazione dell’ordine del giorno riguardante l’ex mercato di corso Sardegna, merita di essere citata, infine, la richiesta presentata dal M5S e approvata dal Consiglio di predisporre la fruibilità del nuovo Puc anche alle persone dislessiche o con disabilità cromatiche.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Produrre vino in Liguria, la professione del viticoltore: la nostra visita a Cogorno

    Produrre vino in Liguria, la professione del viticoltore: la nostra visita a Cogorno

    San-Salvatore-CogornoDavanti ad uno scorcio perfetto, un angolo di Liguria con i muretti a secco, le vigne in leggera pendenza e la Basilica dei Fieschi che si staglia contro il cielo azzurro. Siamo a San Salvatore di Cogorno; l’aria della mattina è gelida e sferzante nonostante il sole, e le vigne sembrano riposare sotto lo sguardo benevolo della basilica.

    Daniele Parma, viticoltore per professione e per passione, ci aspetta sulla strada: siamo in ritardo e saltando i convenevoli ci incamminiamo verso la vigna. Daniele ha la schiettezza e la ruvida timidezza tipica di tanti liguri e quando parla di vino la competenza, la dedizione e la passione emergono con una forza che è impossibile non notare. Camminando tra i filari di vermentino ci racconta la sua storia «Ho iniziato a lavorare nella distilleria di famiglia ma nel 2004 ho deciso di mettermi in proprio perché avevo capito che la vigna e il vino erano la mia strada. Nel 2007 ho iniziato a recuperare vigne abbandonate, lavorando sulle piante esistenti e, in alcuni casi, piantandone di nuove: questa – dice indicando con la mano i filari intorno a noi – è una di quelle vigne. Alcune di queste piante hanno quarant’anni»

    Oggi Daniele, con la sua azienda agricola, La Ricolla, può contare su quattro ettari di vigna per un produzione di circa 25.000 bottiglie. Oltre al vermentino che cresce nel vigneto di San Salvatore di Cogorno, Daniele produce una bianchetta da una vigna che si trova alla Prioria di Carasco e un rosso da uve sangiovese e ciliegiolo coltivate a Tolceto. Dalle sue parole emerge chiaramente l’amore del vignaiolo per il vermentino che «può toccare vette qualitative davvero importanti» ma ci piace la schiettezza con cui Daniele ci parla della bianchetta «è un vitigno del nostro territorio, un vino bianco fresco, da focaccia. Non facciamolo diventare quello che non è». Il sangiovese è una scelta che ci stupisce: «Quando ho deciso di mettere il sangiovese mi hanno dato tutti del matto. Non è un’uva di queste parti, è un vitigno nervoso, difficile ma io ne sono innamorato da sempre». Camminiamo tra i filari e Daniele ci mostra alcune foglioline verdi sulle piante «A dicembre questo non si è mai visto. E pensa che la prima brina l’abbiamo avuta solo in questi giorni. Si sentono tanti ragionamenti e tante teorie ma io guardo i fatti: sono 28 anni che lavoro in questo settore e in questo territorio e posso dire che il clima è davvero cambiato».

    E qui scatta la fatidica domanda, la croce di tutti i viticoltori in questo anno così anomalo e piovoso “Come è andata la vendemmia?” «Sicuramente non è stata un’annata facile. Ma settembre è stato un buon mese e io ho scelto di correre dei rischi sfruttandolo appieno e vendemmiando tra gli ultimi giorni di settembre e i primi di ottobre. Ho rischiato tanto ma ho raccolto un prodotto di qualità». Ma com’è fare il viticoltore in Liguria? «Non è facile. Innanzitutto per la morfologia stessa del territorio: questa vigna è relativamente agevole, con una pendenza limitata ma, per esempio, la Prioria, dove ho la bianchetta, ha una pendenza importante e non è semplice da lavorare. E poi in Liguria non è facile perché a livello istituzionale manca spesso un sostegno e tra di noi non siamo in grado di fare sistema cosa che invece altrove sono stati in grado di fare. Comunque va detto che qui a Levante, per l’iniziativa dei singoli, la viticoltura negli ultimi anni sta crescendo e c’è un bel fermento». Daniele vende la maggior parte delle sue bottiglie tra Recco e Moneglia e da un paio d’anni, grazie ad un piccolo importatore, spedisce a New York circa il 10% della sua produzione. Ma la sua vocazione non è certo commerciale e ad un certo punto della nostra chiacchierata ci regala una frase che racchiude il senso del suo essere viticoltore «Il vino si fa in vigna. E’ lì che passo tanto tempo. Intervengo il meno possibile, osservo. Fare il vignaiolo significa saper leggere tra le righe».

    Queste parole ci accompagnano anche durante la visita alla cantina che è accanto alla distilleria F.lli Parma, l’ultima attiva in Liguria, oggi gestita dal fratello di Daniele. In cantina troviamo solo acciaio, niente legno. E anche qui Daniele lavora riducendo al minimo gli interventi sul vino: «Pulizia e attenzione sono i due ingredienti fondamentali per lavorare su un vino che sia il più naturale possibile». Ci soffermiamo sull’assaggio del Berette, il vino su cui in questi ultimi anni Daniele ha investito più energia. Le berette in genovese sono le bucce. Ed è proprio sulle bucce che questo vermentino in purezza fa una macerazione di 4 giorni che diventano 6 per quello di quest’anno che assaggiamo direttamente dalla vasca di acciaio «Erano anni che provavo a fare questo vino; i primi tre anni ho buttato via tutto. L’anno scorso finalmente ho ottenuto quello che volevo».

    Al di là del fatto che il vino ha bisogno ancora di un po’ di tempo prima di arrivare all’imbottigliamento, si capisce al primo assaggio che il Berette di Daniele unisce alla freschezza del vermentino una ricchezza che al palato lo rende particolarmente avvolgente. È un vino bello e ambizioso che, nel solco della tradizione, ci racconta una storia di passione e dedizione. E da quello che vediamo nel bicchiere possiamo dire che il Berette crescerà ancora perché il tempo potrà solo giocare a suo favore.

    Chiara Barbieri

  • #Vitefuoriporta, il mestiere dell’apicoltore: dal miele alla propoli sulle alture di Prà

    #Vitefuoriporta, il mestiere dell’apicoltore: dal miele alla propoli sulle alture di Prà

    marina-consiglieri-apicoltriceDoverosa premessa personale: fin da bambina avrei voluto avere le api. Da un paio d’anni ho realizzato questo sogno con due arnie, tanti sbagli ma anche tanta soddisfazione. Per cui vi lascio immaginare l’entusiasmo con cui mi sono arrampicata sulle alture di Prà per incontrare Marina Consiglieri, Presidente Liguria Biologica, tecnico apistico Alpa Miele e apicoltrice di professione.

    La strada che porta all’azienda agricola di Marina è tanto sorprendente quanto disagevole. Si sale tra serre, muretti a secco e fasce e laggiù in fondo si intravvedono i container del porto, le gru, il mare. Incredibilmente, dopo le piogge e il dolore, la città si è svegliata in questa domenica di ottobre sotto un sole caldissimo. Salgo lungo una strada sterrata piena di sassi, buche, dossi, radici: cose da esperti navigatori dell’entroterra. Quando arrivo a destinazione la vista ripaga del viaggio. Ci troviamo in una conca disseminata qua e là di querce e ulivi, dominata da una vecchia casa con alle spalle un monte ricoperto di erica. Un’oasi, una destinazione degna di un viandante da fiaba. Nell’erba e tra gli alberi riconosciamo subito le arnie circondate da coltivazioni di ortaggi che Marina Consiglieri commercializza attraverso la rete dei GAS locali. Il mare e il porto sbucano lontani all’orizzonte e anche la sagoma triste della Concordia fa capolino tra gli alberi.

    Con Marina prendiamo il caffè sotto il pergolato e iniziamo a parlare. Ci raggiunge Antonio, suo fratello, che in questa storia ha un ruolo centrale. «Ha iniziato lui con le api. Faceva il servizio civile, era la fine degli anni 70…» Antonio che oggi è un agronomo interviene «Ti ricordi? Le prime arnie le abbiamo costruite con del legno che avevo preso da un falegname iraniano a Campomorone. Le abbiamo ancora da qualche parte». Da allora Marina, che prima faceva l’impiegata, le api non le ha più lasciate. Oggi ha 50 arnie a Moconesi in Val Fontanabuona e 30 sulle alture di Prà. Dell’apicoltura ne ha fatto una professione e quando le chiedo un bilancio mi guarda tranquilla e senza tanti giri di parole mi dice «Positivo. Bello». Parole schiette e dirette, come lei.

    La nostra chiacchierata con Marina avviene in un anno decisamente difficile per l’apicoltura «Nel 2011 siamo arrivati a produrre tra i 60 e gli 80 kg di miele per arnia. Oggi va già bene se riusciamo ad averne dai 10 ai 20 kg». Le ragioni? Primo fra tutti il clima. Dopodiché sugli avversari delle api potremmo parlare a lungo citando i pesticidi ma anche antagonisti più specifici come l’acaro della varroa o la famigerata vespa vellutina avvistata per la prima volta in Italia proprio nella nostra Regione.

    Marina lavora in regime biologico e ci soffermiamo sull’argomento per capire che cosa significa essere bio in apicoltura «Innanzitutto è fondamentale la dislocazione degli apiari: devono essere lontani da industrie, discariche, coltivazioni intensive. In Liguria abbiamo poco spazio ma queste condizioni si trovano più facilmente che altrove. Il nostro è infatti un territorio particolarmente adatto all’apicoltura biologica considerando anche l’assenza di colture intensive spesso letali per le api. Comunque, in generale, in Italia la legislazione è rigida ma va riconosciuto il fatto che il miele italiano ha mediamente un livello qualitativo molto alto».

    Ma fare l’apicoltore non vuol dire solo produrre miele. «Anche la propoli e il polline sono prodotti sui cui oggi c’è un buon mercato. La propoli è un antibiotico naturale che si ottiene da una sostanza resinosa che le api raccolgono dalle gemme di alcuni alberi. È un prodotto estremamente interessante che viene raccolto dall’apicoltore e dato in trasformazione ai laboratori autorizzati». Diverso è il discorso della pappa reale «In questo caso ci troviamo di fronte a un lavoro più complesso e più specifico ma sicuramente le prospettive di mercato per la pappa reale italiana sono buone. Alcuni dicono che l’estrazione della pappa reale sia un lavoro prettamente femminile, è un’attività meno fisica e richiede pazienza e precisione – a questo punto Marina sorride – Io preferisco spostare arnie e melari».

    Oggi Marina deve prelevare gli ultimi melari della stagione. Vado con lei. È una donna di 59 anni, piccola e minuta ma la sua energia la si coglie appieno nella velocità con cui sposta i melari che, anche se in questa stagione sono soltanto pieni per metà, sono comunque molto pesanti. Si mette la tuta con la maschera e apre alcune arnie per controllare le famiglie che sono popolosissime. Lavorando Marina mi indica la montagna alle nostre spalle «È ricoperta di erica. Alle api piace, ne fanno un miele profumatissimo».

     

    Mi avvicino alle arnie, faccio foto, osservo le api che ci ronzano intorno in questo spazio sospeso tra il cielo e il mare. E a questo punto ci scappa una puntura… Salutando Marina ci siamo dette che le devo un’ape. Ma questa è un’altra storia.

     

    Chiara Barbieri

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  • Viaggio “fuori porta” alla scoperta di una ligure doc, la mucca cabannina

    Viaggio “fuori porta” alla scoperta di una ligure doc, la mucca cabannina

    mucca-cabannina (1)Per la prima avventura “fuori porta” di #EraOnTheRoad abbiamo scelto di parlare di allevamento. Non quello intensivo, dei grandi numeri, ma quello a misura del nostro Appennino, fatto di pochi capi e di razze autoctone. Siamo andati a in Valle Scrivia, nel comune di Savignone nel Parco dell’Antola, alla scoperta della mucca cabannina.
    In un sabato di settembre, sotto un cielo un po’ incerto, ci siamo lasciati Genova alle spalle, abbiamo superato Montoggio e Avosso e, dopo il bivio per Valbrevenna, abbiamo svoltato in una strada stretta che attraverso i boschi ci ha portati a destinazione. L’Autra è conosciuta come agriturismo e fattoria didattica ma prima di tutto è un’azienda agricola che nasce nel 1983 dal desiderio di Alfredo Bagnasco di avere una vita diversa fatta di animali, di campagna e di vita lontano dalla città.

    All’Autra ci sono venti vacche di razza cabannina, l’unica razza bovina interamente ligure che deve il suo nome alla frazione di Cabanne, nel comune di Rezzoaglio, nel cuore del Parco dell’Aveto. Alfredo alleva le mucche di razza cabannina principalmente per il latte e per il formaggio: il piccolo caseificio annesso all’azienda agricola produce due o tre volte la settimana delle formaggette e della ricotta che vengono distribuite in un circuito di commercianti locali. Con Alfredo andiamo a cercare le mucche al pascolo e, prima di vederle, ne intuiamo la presenza dai prati puliti e rasati. «Un tempo questi pascoli erano incolti e abbandonati – racconta Alfredo – le cabannine ora pascolano libere in un’area di circa 8 ettari e contribuiscono così alla pulizia di prati e boschi».

    Nel XIX secolo i capi di razza cabannina erano circa 40.000, oggi siamo nell’ordine di poche centinaia. Ma l’estinzione, che agli inizi negli anni ’70 era un rischio concreto, per ora è scongiurata grazie al congelamento del seme e all’intervento, tra gli altri, dell’Associazione Provinciale Allevatori di Genova e di Slow Food che tutela la razza come Presidio.
    Le ragioni di questa caduta libera verso l’estinzione? Alfredo cita le mucche di razza bruna, animali più massicci e molto più produttivi spesso prediletti dagli allevatori a discapito delle razze autoctone. Ma le caratteristiche di un animale da allevamento vanno inevitabilmente incrociate con le caratteristiche di un territorio. E quando ci troviamo davanti il primo esemplare di cabannina possiamo constatare che si tratta di una mucca piccola, robusta e compatta, evidentemente perfetta per sfruttare i pascoli ripidi del nostro entroterra. La bruna, una mucca di dimensioni decisamente più grandi, non sarebbe adatta a questi terreni poveri e impervi. È evidente, dunque, che parliamo di una razza meno produttiva rispetto ad altre oggi tanto diffuse, ma si tratta di un animale da allevamento con l’Appennino genovese nel dna e le cui caratteristiche sono perfette per dare il meglio proprio in questo habitat.

    Dopo l’incontro ravvicinato con le cabannine, che si sono dimostrate anche estremamente fotogeniche, siamo ritornati verso il caseificio e con Alfredo abbiamo parlato di futuro. Innanzitutto ci siamo chiesti se l’allevamento può essere una chance per il domani di tanti giovani in cerca di opportunità. «Sicuramente i margini per lavorare ci sono anche se la vita a cui si va incontro è fatta di sacrifici e di tanto lavoro», racconta Alfredo.

    Ragionando sul presente e sui fatti, oggi c’è sicuramente un interesse diffuso verso l’allevamento; all’Autra un primo dato in questa direzione ce lo danno i numeri della fattoria didattica: circa 50 classi in visita in due mesi. Inoltre, nuovi mestieri potrebbero nascere nel solco della tradizione: Alfredo ha anche una quindicina di asini con cui vorrebbe sviluppare attività legate alla pet teraphy o al trekking, cosa peraltro già sperimentata in altre regioni d’Italia.

    E parlando di futuro, tra i tanti scenari possibili, emerge il sorriso di Sucia, indiano, 27 anni, braccio destro di Alfredo. Lui segue gli animali nella quotidianità ma anche nelle attività legate alla fattoria didattica: è lui infatti a insegnare ai bambini i segreti della mungitura. Sucia è all’Autra da 5 anni e ama il suo lavoro, si vede da come ci guida nelle stalle e da come ci racconta i caratteri e le idiosincrasie dei diversi animali.

    Ci piace pensare, salutando Alfredo e lasciando l’Autra, che oggi l’allevamento nel nostro entroterra abbia anche i colori e l’allegria del sorriso di Sucia. E che uno dei tanti futuri possibili possa partire proprio da qui.

     

    Chiara Barbieri

  • #Vitefuoriporta, il viaggio di Era Superba alla scoperta di storie e sapori dell’entroterra

    #Vitefuoriporta, il viaggio di Era Superba alla scoperta di storie e sapori dell’entroterra

    Raggio di sole tra gli uliviAi miei occhi la lunghezza con cui Genova si estende lungo la costa è ben percepibile via mare. La profondità del suo entroterra, invece, l’ho colta pienamente viaggiando in treno. Fuori dal finestrino scorrono l’Appennino, le alture boscose, i forti che fanno capolino, i primi segnali della città che avanza; e poi giù fino a quel mare che Genova sembra voler stringere in un abbraccio.
    #Vitefuoriporta nasce dalla voglia di raccontare questa profondità, lasciandosi alle spalle il mare e la città per inoltrarsi nell’entroterra. E forse galeotti sono stati i tanti viaggi in treno da Torino, mia città di origine, a Genova che da tre anni a questa parte mi ha felicemente e definitivamente adottata.

    Per una come me, nata e cresciuta ai piedi delle Alpi, potrebbe sembrare scontato il desiderio di scrivere, tra l’incuriosito e l’ammaliato, di vicoli, di mare e di tutto ciò che è così nuovo e così lontano dalla città in cui ho vissuto per trent’anni. Ogni mattina, andando in ufficio, guardo il mare e penso che sia un privilegio poterlo guardare in un giorno qualunque. Credo sia un’emozione che per noi, gente di pianura, non si spegnerà mai del tutto. Ma quando si è trattato di lavorare su un’idea di rubrica per la nuova stagione di #EraOnTheRoad (i nostri sopralluoghi nei quartieri di Genova in diretta Twitter), la voglia di raccontare sapori e personaggi lontani dal mare e dalla città ha paradossalmente preso il sopravvento, complici forse il mio essere sommelier e un’inarrestabile attitudine da food lover.

    orto-orti-urbani-agricoltura-coltivareCon #Vitefuoriporta parleremo, tra le altre cose, di vino, di ortaggi, di mucche, di miele, di farina. Incontreremo produttori, allevatori, agricoltori, apicoltori. Tutto questo cercando di tracciare una geografia ideale di storie, tradizioni e sapori. Un viaggio nel genovesato alla scoperta delle eccellenze del territorio ma anche un percorso per conoscere vite e “mestieri” diversi, alcuni quasi perduti altri oggi sulla cresta dell’onda grazie a un ritorno verso tutto ciò che è terra.

    Faremo anche un’incursione fuori provincia per raccontare due territori del vino: ci allontaneremo un po’ geograficamente ma parleremo di luoghi presenti e vivi nella memoria di tanti genovesi.

    Nelle prossime settimane partiremo con la prima tappa della nostra avventura fuori porta. Speriamo di divertirci, di scoprire qualcosa di nuovo, di uscirne un po’ più saggi e un po’ più curiosi perché alla fine la morale della favola è che curiosi non lo si è mai abbastanza.

    Chiara Barbieri

  • Boschi Superbi, il territorio boschivo genovese: gestione, manutenzione e valorizzazione

    Boschi Superbi, il territorio boschivo genovese: gestione, manutenzione e valorizzazione

    valtrebbia-verde-alberi-bosco-ambienteForse non sarà il Wienerwald, il “polmone verde di Vienna” con i suoi 6000 chilometri di ampiezza, ma si tratta comunque di un’area boschiva di tutto rispetto. Parliamo della nostra cintura verde, i boschi di Genova, la macchia mediterranea in riviera, alternata a pinete che nelle zone interne diventano bosco misto e poi faggete; foreste, talvolta anche molto fitte e scoscese, popolate principalmente da cinghiali che si spingono anche entro l’area urbana genovese.  Ma si possono incontrare anche i caprioli, specialmente in Val Trebbia e nella Valle Stura, e i lupi in Val d’Aveto o Val Graveglia. Un patrimonio verde significativo di cui andare orgogliosi, da conservare e valorizzare.

    Dalle attività agricole ai “boschi deboli”

    L‘ultimo censimento Istat dell’agricoltura (2010) ha fotografato per la provincia di Genova una riduzione del 40% del numero di imprese agricole rispetto al precedente del 2000 (anche se gli occupati nel settore negli ultimi anni sono in crescita e diminuisce l’età media dei conduttori, ndr); questo progressivo abbandono ha rappresentato un danno in termini puramente economici – poiché un terreno agricolo che ritorna bosco perde buona parte del proprio valore – ma anche di salute del territorio, in quanto il bosco che si forma in maniera casuale è spesso un bosco “debole” con molti arbusti e pochi alberi, facilmente attaccabile dagli incendi e con radici in grado di assorbire meno acqua rispetto a giovani alberi in crescita.

    Il territorio non presidiato dall’attività umana resta a carico della pubblica amministrazione, se appartenente al demanio, oppure è lasciato al buon cuore dei proprietari, con le conseguenze che sono sotto gli occhi di tutti.

    Infatti anche se siamo la regione in Italia con la maggior percentuale di territorio boschivo, e Genova ne è la provincia più ricca (circa il 50% del territorio), la percentuale di necromassa (piante morte) è più che doppia rispetto alla media nazionale (13,2 metri cubi contro i 5,2 di media nazionale per gli alberi “morti in piedi”; 3,1 contro 1,3 per i “morti a terra”). Questo potrebbe essere dovuto in parte agli estesi rimboschimenti di conifere del secolo scorso, che ponendo gli alberi a latitudini non particolarmente favorevoli li ha resi più fragili e più facilmente soggetti alle epidemie, che peraltro negli ultimi decenni sono state particolarmente diffuse. D’altra parte la macchia mediterranea, tipica delle nostre zone, è composta da piante che possono resistere alla siccità grazie alla composizione del loro fusto: ciò però le rende anche estremamente infiammabili. Quando arrivano le piogge violente, parte di questi alberi morti si aggiungono agli altri già caduti intasando ulteriormente il flusso delle acque nel breve viaggio dal bosco al mare.

    Regione Liguria: la Banca della Terra e il bando per la gestione di 7000 ettari di bosco pubblico

    Lago del Brugneto LiguriaÈ quindi l’incuria del territorio il nemico principale, ed è anche l’unica cosa sulla quale si può veramente agire.
    Per questo, o anche per questo, la Regione Liguria ha deciso di correre ai ripari, e a novembre la Giunta ha approvato il Ddl sulla Banca della Terra, per favorire il recupero del territorio e restituirlo all’uso, sia agricolo che selvicolturale. «Vogliamo favorire il recupero produttivo delle aree a vocazione agricola abbandonate o sottoutilizzate – aveva spiegato in quell’occasione l’assessore Barbagallo, promotore della proposta – e perseguire anche l’aumento della superficie media aziendale, la costituzione di unità produttive più ampie ed efficienti, con enormi conseguenze anche sul piano occupazionale e di reddito, tenendo conto che il 70% delle aziende vitivinicole liguri sono sotto l’ettaro di superficie».
    In sostanza si vorrebbero convincere i proprietari di terreni ad occuparsene, e gli enti locali ad essere meno negligenti, instaurando una sorta di circolo virtuoso. «Ma – sottolineava Barbagallo – siccome non tutti possono dedicarsi all’attività agricola la legge prevede che le terre di cui i proprietari non possono o non riescono a prendersi cura siano trasferite nella disponibilità di chi vuole farne uso, attraverso un soggetto terzo garante».
    Il soggetto terzo dovrebbe essere un Fondo affidato alla gestione di Filse, la finanziaria regionale, con una dotazione finanziaria iniziale di 1,3 milioni di euro che dovrebbe servire a favorire il riordino finanziario delle aziende esistenti, svolgendo una funzione del tutto simile ad una banca. Vedremo poi, nel concreto, quanto i diffidenti liguri saranno disposti a concedere e quanto le istituzioni vorranno credere in questo provvedimento, che in Toscana sta muovendo i primi passi operativi mentre in Sicilia è già una realtà con alcuni appezzamenti sulle Madonie dati in gestione a cooperative di giovani. Altre Regioni, invece, hanno preferito battere strade diverse: ad esempio, la Regione Lombardia, che ha problemi di sotto utilizzo del patrimonio boschivo, incentiva la meccanizzazione delle aziende selvicolturali con finanziamenti e corsi di formazione.

    Castagne-autunno-bosco-torriglia-D2
    Frammentazione della proprietà – Tanti appezzamenti in capo a soggetti diversi erano dovuti, in origine, al tentativo di salvarsi anche in annate climaticamente ostili: in caso di grandinate o temporali molto localizzati, tipicamente liguri, il raccolto andava perduto solo su una parte e non sul totale delle proprietà. Poi il passare delle generazioni ha ovviamente acuito questa caratteristica che, unita al territorio spesso aspro e ripido, ha reso l’uso degli attrezzi a motore quasi proibitivo.

    Una direzione, quella intrapresa dalla Giunta, assolutamente condivisibile, anche perché oggi la frammentazione della proprietà è una delle cause principali che portano all’abbandono del territorio.

    Nella sede di Piazza De Ferrari, tuttavia, devono soffrire di bipolarismo. La stessa Giunta che ha avuto il merito del Ddl sulla Banca della Terra per le aree a vocazione agricola, infatti, ha preso una decisione controversa per quanto riguarda la gestione delle selve più remote e apparentemente meno strategiche. Se le norme severe volte alla protezione dell’integrità ambientale (norme alle quali sono sottoposti anche i terreni dei privati che ricadano nei Sic – siti di importanza comunitaria) in alcuni casi impediscono di fatto lo sviluppo di attività agricole o boschive (vietato l’uso della motosega, vietato aprire sentieri anche solo per disboscare, piani di impatto ambientale prima di tagliare alberi o modificare casolari), ecco il bando regionale che scade questo mese per la concessione di 7 lotti di bosco pubblico con durata di dodici anni (3 in provincia di Imperia, 2 a Savona, 1 a testa per Genova e La Spezia, quasi tutti in aree Sic) per lo svolgimento di attività da iscrivere alla Camera di CommercioCerto, gli assegnatari dovranno rispettare il Piano di assestamento (su cui la Regione avrà potere di controllo) o predisporne uno idoneo qualora manchi per quella specifica zona, tuttavia i concessionari che arriveranno quali ospiti paganti potranno scegliere “l’offerta tecnico gestionale” da presentare; viene naturale chiedersi: sarà sufficiente il potere di controllo della Regione ad evitare utilizzi impropri del territorio? 

    Boschi di Genova: cosa ne pensa Tiziano Fratus?

    Abbiamo raccolto il pensiero di Tiziano Fratus, “homoradix” per eccellenza, una passione per gli alberi secolari e la capacità unica di ascoltare il respiro che ogni bosco possiede. «I liguri hanno gli stessi difetti di tutti gli altri italiani, in ogni zona si presentano le stesse dinamiche. La Regione dovrà tutelare i luoghi che darà in concessione con il nuovo bando e non dovrà limitarsi a sperare che i privati riescano dove lo Stato non è riuscito. Se fosse questa la strategia, suonerebbe ridicola. Sia chiaro, la partecipazione dei cittadini alla gestione, il cosiddetto partenariato sociale, è una strada in cui credo anch’io, ma la gestione in toto ad un privato non è a mio modo di vedere la soluzione migliore per recuperare i terreni boschivi».
    La Liguria è una regione di cui Tiziano si è occupato più volte, sia nel suo libro “L’Italia è un bosco” sia nella rubrica settimanale su La Stampa, “Il cercatore d’alberi”: da Villa Hanbury alle sequoie della Val d’Aveto, passando per quelle, monumentali, di Pegli, dell’Orto Botanico e di Villa Serra. «La Liguria dell’entroterra è ben diversa da quella di costa, sono due mondi che non si parlano». Che non sia arrivata l’ora di provare a far loro scambiare almeno due chiacchiere?

    Bruna Taravello

  • Cia Liguria e Piano di Sviluppo Rurale: i dati sull’occupazione per il periodo 2007-2013

    Cia Liguria e Piano di Sviluppo Rurale: i dati sull’occupazione per il periodo 2007-2013

    orto-orti-urbani-agricoltura-coltivareSi è svolta questa mattina presso il Palazzo della Borsa l’assemblea di Cia Liguria (Confederazione Italiana Agricoltori) che ha eletto Aldo Alberto nuovo presidente regionale. L’occasione è stata utili anche per diffondere i dati del settenato appena concluso (2007-2013) per l’occupazione nell’agricoltura nel territorio ligure.

    “Il Piano di sviluppo rurale – si legge nella nota stampa – è il cardine intorno al quale ruota il futuro dell’agricoltura. A testimoniarne l’importanza, due dati relativi al settennato appena concluso che si riferiscono all’occupazione e al consolidamento del territorio: grazie alle risorse ricevute dal Psr, nella sola Liguria sono stati ricostruiti 103.000 m2 di muretti a secco – come dire un muro alto un metro che corre ininterrottamente da Genova a Imperia; o, se preferite, da Genova a Sarzana – e sono stati inseriti nel mondo del lavoro 600 giovani under 40. Per i due terzi di questi ragazzi si può parlare di “ritorno all’agricoltura”, trattandosi di persone precedentemente occupate in altri settori, o senza lavoro”.

    Anche se occorre sottolineare che lo sviluppo del primario nella nostra regione passa soprattutto dalle linee di indirizzo delle varie amministrazioni, a partire dai Piani Urbanistici Comunali, come nel caso del Puc genovese in via di definitiva approvazione, spesso aspramente criticati proprio per la scarsa lungimiranza in tema di rilancio dell’attività agricola (qui il dossier che la Rete If di Genova ha inviato alla Commissione Territorio del Comune con osservazioni al Puc, ndr), Cia Liguria sottolinea anche l’importanza dell possibilità di creare ricchezza per il settore anche attraverso percorsi di promozione turistica: “Da questo punto di vista è sicuramente interessante la crescita della filiera corta e di quella cortissima, che mette direttamente in contatto produttore e consumatore. Le imprese liguri di quest’ultima tipologia sono oggi più di 300, prevalentemente di piccola dimensione e a gestione familiare: un dato ricavabile dall’agenda “Spesa in campagna” curata proprio da Cia Liguria, che ha censito 130 aziende di vendita diretta e circa 200 agriturismi attivi nella nostra regione. A queste vanno aggiunte le molte imprese che vendono direttamente a ristoranti, esercizi al dettaglio e grande distribuzione, per le quali si può comunque parlare di filiera corta, esistendo un solo passaggio intermedio tra produttore e consumatore finale”.

    Cia Liguria si basa sui dati forniti da Unioncamere per tracciare l’identikit dell’agricoltura ligure: “Un settore che nel complesso rappresenta l’8% delle imprese attive in Liguria e un’incidenza del 7,7% sul totale delle imprese giovani, dato interessante se rapportato al 7% medio a livello nazionale, con una punta addirittura del 12% nella provincia di La Spezia. Ben superiore alla media anche il numero di imprese femminili, che rappresentano il 37% del totale, ben 8 punti percentuali oltre la media nazionale del 29%, e a Genova sono addirittura il 40%. Un ultimo dato superiore a quello medio riguarda, infine, le imprese con titolare straniero: il 2,7% contro l’1,8% su scala nazionale, e un picco del 3,7% in provincia di Imperia”.

  • Agricoltura a Genova, prezzi dei terreni troppo elevati: il dossier

    Agricoltura a Genova, prezzi dei terreni troppo elevati: il dossier

    Uliveto murato di Quarto“Campagna genovese: agricoltura o villette?”. Questo il titolo del dossier che oggi il Tavolo per l’Agricoltura della Rete If (Istruzioni per il Futuro – Rete ligure per l’altraeconomia e gli stili di vita consapevoli) presenta in udienza alla Commissione Territorio del Comune di Genova. Un dossier articolato in 18 punti (qui il pdf completo) che denuncia l’assenza di una programmazione urbanistica a tutela del territorio e dell’attività agricola: “[…] ove è presente un indice di edificabilità residenziale è molto difficile acquisire terreni per allargare un’azienda agricola o per aprirne una nuova. Si noti che se nel breve periodo l’edilizia fa “rendere” di più un terreno, l’agricoltura rinnova il proprio reddito ogni anno, dal momento che non consuma le risorse, anzi le attiva”.

    Dito puntato, dunque, sul PUC in via di approvazione. Le osservazioni della Rete If invitano il Comune a prendere in considerazione il problema che limita più di ogni altro lo sviluppo dell’agricoltura nell’entroterra genovese, ovvero l’elevato prezzo dei terreni conseguenza diretta della possibilità di nuove edificazioni residenziali.

    Le questioni sono affrontate in maniera documentata e rigorosa a sostegno della richiesta di criteri stringenti per ridurre il consumo di suolo, garantire l’accesso alla terra ai giovani, garantire l’accesso al cibo locale di qualità e preservare l’ambiente e la qualità della vita. Per ottenere questi importanti risultati, la proposta della Rete If parte dal “rilancio e valorizzazione del territorio agrario produttivo” senza prescindere dal mantenimento dell’impegno a edificare solo sull’esistente, in un’ottica di recupero e riutilizzo delle volumetrie esistenti, anche in stato di dismissione e abbandono.

    Il rilancio dell’agricoltura, per la Rete If, è dunque tutt’altro che impossibile: “Con il nuovo Piano di Sviluppo Rurale 2014-2020 un giovane (fino a 41 anni) potrà accedere ad un premio di primo insediamento che potrebbe arrivare fino a 70.000 euro per avviare una nuova azienda agricola: se si riuscisse a rendere più mobile il mercato terriero potrebbero crearsi numerosi nuovi posti di lavoro”, si legge nel dossier.

    E ancora: “[…]non siamo pregiudizialmente contrari alle edificazioni a fini non agricoli, semplicemente sottolineiamo le conseguenze perniciose dell’esistenza di un indice di edificabilità diffuso su gran parte del territorio oltre la “linea verde” (ovvero l’area situata a monte della fascia di edificazione prevista dal Puc lungo la costa, ndr). Non è qui il caso di entrare nello specifico delle convenzioni di presidio ambientale, spesso molto povere di contenuti, e dell’assenza di controlli. La nostra obiezione è più profonda e si allaccia all’idea centrale, legata al valore della terra: se si possono fare case a fini non agricoli, l’agricoltura non ha di fatto possibilità di insediarsi. Una scelta politica esclude dunque l’altra: o villette o agricoltura”.

     

    [foto di Daniele Orlandi]

  • Pronto soccorso verde: su Facebook aiuto a chi coltiva in casa

    Pronto soccorso verde: su Facebook aiuto a chi coltiva in casa

    piante decoroSono sempre più numerose le iniziative che in Liguria promuovono stili di vita sostenibili e la condivisione fra persone che vivono lo stesso territorio: dopo Te lo regalo se vieni a prenderlo e Vicini di rete, oggi vi presentiamo Regalo e baratto in agricoltura.

    Un gruppo nato su Facebook, creato circa due mesi fa da un gruppo di liguri appassionati di agricoltura e prodotti locali, e che oggi conta oltre duemila membri: come si legge nel regolamento, chiunque ha la possibilità di scambiare e donare oggetti che possono essere riutilizzati o consumati, purché inerenti a ciò che è legato all’agricoltura, al naturale e al biologico“.

    Il progetto più recente legato al gruppo, come ci scrivono i coordinatori Marco Damele (imprenditore agricolo di Camporosso) e Laura Pasi (assistente di comunità infantile a Carasco), che lo hanno creato, è il Pronto Soccorso Verde: lo scopo è offrire agli iscritti “consulenze gratuite sulle malattie delle nostre piante d’appartamento o giardino e per la ricerca di rimedi, cure e prodotti a basso impatto ambientale per il nostro orto“.

    Il Pronto Soccorso Verde è solo l’ultimo tassello di un progetto più ampio, denominato PES – Petali e sfumature: un blog che tra poesie, fotografie e frammenti letterari è stato creato per mettere in relazione le due Riviere, con particolare attenzione a eventi, iniziative e prodotti tipici. Sul blog sono ammessi i contributi di agricoltori, educatori e scrittori che vivono in Liguria e vogliono condividere le proprie esperienze, segnalare eventi e promuovere i valori che sono oggetto anche del gruppo Facebook.