Andrea Di Marco, profondi occhi colore grigioazzurro-acciao-italsider, bolzanetese doc come ama definirsi, si è diplomato in tromba nel 1995 e dal 1996 ha fatto parte del gruppo comico musicale dei Cavalli Marci (capitanati dall’indimenticato Claudio Rufus Nocera).
In televisione ha partecipato alle più importanti trasmissioni di genere comico degli ultimi anni, ma anche partecipazioni cinematografiche, teatro e radio… Insomma Andrea, ne hai fatta di strada sino ad oggi…
Non credo affatto però di essere arrivato, anzi, penso che tutto quanto fatto finora sia ancora una preparazione, mi sento un po’ come l’atleta nella fase di allenamento prima di iniziare la vera partita.
E quale sarebbe questa importante partita?
Ovviamente esibirbi in un One-Man-Show il sabato in prima serata su Rai1!
Musicista, comico, attore… Di tutti i ruoli che sai ricoprire con quale ti riscontri maggiormente?
Principalmente come musicista, mi sono formato come tale, tutta la mia vita è stata sempre improntata alla musica, non potrei pensare ad una giornata senza la sua presenza. Poi come attore comico.
Dei tanti personaggi da te creati ce n’è uno che ti rappresenta maggiormente e perché?
Sicuramente Don Giorgione, che più che rappresentarmi è esattamente il mio contrario, il mio alter ego, la mia parte oscura, l’altra metà di me! In lui faccio vivere ciò che è diametralmente opposto al mio sentire, così l’ho creato avido, opportunista e maschilista!
Il filosofo Bergson diceva: “Non vi è nulla di comico al di fuori di ciò che è propriamente umano”. Io credo che le tue creature siano grondanti di umanità…
Fin da bambino gli artisti che mi hanno lasciato un segno sono quelli che facevano intravedere la loro umanità dietro ai personaggi. Totò, Troisi, i più recenti Paolo Rossi, Corrado Guzzanti e soprattutto la Gialappa’s Band. Un mio stimato collega, Rocco Barbaro, dice “…la comicità è svelare il meccanismo“, aprire una tenda dietro la quale si sta nascondendo qualcosa, svelare una realtà altrimenti non detta, puntare il dito sull’ipocrisia.
Io credo che la risata sia il momento più vero con noi stessi, come quando starnutendo è impossibile tenere gli occhi aperti, non si può mentire quando si ha un sinceros croscio di risata. Non c’è mediazione della coscienza, è una reazione pura, è il contatto con il nostro sentire più profondo.
Guimaraes è una cittadina del Portogallo, circa 160.000 abitanti nel distretto di Braga, estremo nord ovest della nazione. Guimaraes è stata scelta come capitale europea della cultura 2012, lo stesso ruolo che Genova aveva ricoperto nel 2004.
In occasione di questo evento è stato indetto un bando di mobilità per artisti e operatori culturali residenti nei Paesi del Mediterraneo e che operano nei settori delle arti visive, cinema e spettacolo. Il Fondo Roberto Cimetta permetterà di ricevere un finanziamento che copra le spese di viaggio e di visto per un soggiorno studio, workshop, festival o seminario a Guimaraes nel corso del 2012.
Scopo del fondo è dare a singoli artisti la possibilità di realizzare, durante il periodo di soggiorno, un progetto nei settori musica, spettacolo, cinema, arte contemporanea, design e architettura. Nel corso della selezione sarà data priorità agli artisti che provengono da alcune zone del Mediterraneo: in mezzo a Betlemme, Marrakech, Algeri, Tunisi, Gumri e Haifa, anche gli artisti di Genova e provincia avranno una corsia preferenziale.
È possibile presentare la propria candidatura entro il 31 dicembre 2011.
Una nuova esposizione inaugura questo pomeriggio (venerdì 9 dicembre – ore 18, ndr) alla galleria studio 44 di vico Colalanza, in pieno centro storico.
La collettiva Take Away ha destato da alcuni giorni la curiosità di molte persone per via delle Torte contemporanee, gli originali ritratti di Lorenzo Parisi, che ha scelto la cucina per immortalare i dittatori del passato e del presente. Le facce sono riprodotte su ostia, a guarnire la superficie di autentiche torte da pasticceria.
Non solo da guardare, s’intende: i visitatori della mostra diventeranno parte integrante di una performance di Eat Art, e saranno invitati a mangiare una fetta delle opere d’arte esposte.
La mostra sarà aperta al pubblico fino al 24 dicembre, l’orario di apertura è dal giovedì al sabato ore 16.00-19.00.
Un evento importante anche perché si avvicina il tempo in cui Galleria Studio 44 dovrà lasciare i locali in cui si trova per cercare una nuova sede, in modo da scongiurare il rischio chiusura paventato nelle scorse settimane.
Siete curiosi di scoprire quanto è florido il panorama culturale ligure? Alla faccia dei soliti nomi noti della cultura e di chi pensa che di questi tempi i giovani sanno darsi una mossa solo quando c’è da manifestare contro crisi e precariato, ecco la dimostrazione che quando c’è una passione si può superare ogni barriera.
È il caso di un gruppo di giovani savonesi, amici dai tempi del liceo e accomunati dalla passione per la scrittura: insieme hanno fondato nell’estate 2010 TreDiNotte, una rivista underground free press in cui si pubblicano racconti e poesie.
Ecco cosa si legge nel primo editoriale: «Avete mai provato a rollarvi una sigaretta in pubblico? Vi sentite osservati: i vecchi vi guardano, ma fanno finta di non vedervi per il sospetto che stiate facendo qualcosa di illegale e che siate delle teppe. Beh, noi, quando pubblichiamo, ci sentiamo davvero così, osservati ma ignorati, come i tossici nei giardini pubblici che tutti li vedono ma nessuno li guarda».
Se avete voglia di conoscere da vicino i protagonisti di TreDiNotte e scoprire i testi che amano pubblicare, il loro primo reading genovese si terrà al Milk Club (centro storico, via Mura delle Grazie 25) venerdì 9 dicembre, ore 22.
Dal 18 dicembre 2011 al 18 gennaio 2012 allo Spazio della Volta di piazza Cattaneo una mostra intitolata Saluti da Genova, che ospiterà le opere d’arte figurativa (grafica, pittura, fotografia, disegno, arte digitale) partecipanti al concorso indetto dall’associazione ART Commission a sostegno delle vittime dell’alluvione del 4 novembre.
Possono partecipare fotografi, pittori e grafici senza limiti di età e di nazionalità. Le opere dovranno avere la dimensione massima di 30 x 40 cm cornice compresa ed essere munite di attaccaglia. Potranno essere inviate fino a due opere insieme alla domanda di partecipazione e alla ricevuta di versamento della quota di partecipazione all’indirizzo mail artcommission.genova@gmail.com entro il 13 dicembre 2011.
Tutte le opere presentate verranno esposte nella mostra, pubblicate on line sul sito di SpaziodellaVolta e sulla pagina Facebook di ART Commission. Tramite questi canali saranno votate dai visitatori per scegliere un’immagine simbolica della città che sarà poi riprodotta su una cartolina con tiratura di 20.000 copie, messa in vendita online in tutto il mondo al prezzo di 3 Eu ciascuna.
Il ricavato sarà destinato interamente alle persone colpite dall’alluvione.
Sono escluse dal concorso foto scattate in occasione dell’alluvione.
Per maggiori informazioni è possibile contattare direttamente l’Associazione al numero 347 9300692.
Da oggi non esiste più. La manovra finanziaria sottoscritta da Mario Monti e presentata ieri alla stampa, ha decretato la soppressione dell’ENPALS, l’Ente Nazionale Previdenza e Assistenza Lavoratori dello Spettacolo e dell’INPDAP, Istituto di Previdenza dei dipendenti pubblici.
La scomparsa dell’ENPALS avverrà in concomitanza con l’entrata in vigore della manovra, ovvero entro la fine dell’anno o nei primi giorni del 2012 e insieme alle sue funzioni verranno trasferiti all’Inps anche dipendenti e dirigenti.
Così si legge nella nota del Ministero: “Le risorse strumentali, umane e finanziarie degli Enti soppressi sono trasferite all’Inps, la cui dotazione organica è incrementata di un numero corrispondente alle unità di personale di ruolo dell’Inpdap e dell’Enpals”. “I due posti di direttore generale degli Enti soppressi – si legge nella bozza – sono trasformati in altrettanti posti di livello dirigenziale generale dell’Inps, con conseguente aumento della dotazione organica dell’Istituto incorporante”.
L’Inps diventerà quindi la nuova cassa previdenziale a cui i lavoratori dello spettacolo dovranno versare i contributi. Anche i contributi versati in precedenza verranno trasferiti nelle casse dell’INPS.
Arrivo fuori dal palazzetto un’ora prima dell’apertura dei cancelli, e ci sono già diverse code a serpentina che si allungano in mezzo alla nebbia gelida di Assago. Scendendo verso l’ingresso si ha una vista dall’alto dello spiazzo: la nebbia sembra latte, illuminata dalla luce giallognola dei lampioni, in lontananza si vedono muoversi lentamente solo le teste che emergono attraverso il buio e la foschia. Mi metto paziente dietro gli altri già parecchio infreddoliti, chi immobile con la sciarpa fino al naso, chi saltellante da un piede all’altro.
Sono quasi le otto quando finalmente passo sotto la bocchetta d’aria calda dell’ingresso e riattivo la circolazione; coda per il bagno, coda per una bottiglietta d’acqua (rigorosamente servita senza tappo, non sia mai che ti venga un raptus e la usi come proiettile! Comodissimo assistere a un concerto tenendo in equilibrio la suddetta bottiglietta tra uno spintone e l’altro… l’unica soluzione è trangugiarla nel minor tempo possibile con ovvie conseguenze) e finalmente guadagno la postazione, nel primo anello. Nell’attesa guardo gradinate e parterre riempirsi lentamente, ed è esattamente come mi aspettavo: intorno a me, persone di ogni tipo e di ogni età. Letteralmente. Non è cosa da tutti avere la facoltà di riunire una tale congerie umana, eppure.
Nel parterre ancora in parte vuoto, una meravigliosa bambina balla, salta e canta mimando il microfono a ritmo delle canzoni che vengono diffuse in attesa dell’inizio. Manco a dirlo, sue canzoni, in versione cover però, con tanto di chicche come la cover italiana di Day Tripper, il cui testo è conosciuto solo dai fan di lunga data o chi, come me, ha avuto la fortuna di tenere in mano gli spartiti originali anni ’60 versione italiana, con traduzione a lato: “….perché non sei dritta, come pensi tu, ci ho messo un po’ ma d’ora in poi non me la fai!”
E con una puntualità assolutamente inglese, alle nove e un quarto buio in sala. Il pubblico comincia a urlare, e sul palco illuminato dall’occhio di bue compare lui: Paul McCartney. È un tripudio di grida, applausi e fischi. Si avvicina alla ribalta, guarda la platea, fa il gesto di toccarla con un dito e scottarsi per il calore del benvenuto. Ovazione.
La divisa è quella dei primi Beatles: completo scuro con giacca di taglio militare a bottoni, colletto e polsini rossi. A tracolla il mitico basso Hofner di allora. Schiena al pubblico, cenno di ok con il batterista, dà il via. Hello Goodbye apre il concerto. Manco a dirlo, il pubblico è un’unica voce che canta ogni singola nota insieme a lui, mentre i due megaschermi laterali trasmettono le immagini del palco. Poco dopo arriva All My Loving: giù in platea si vede gente che salta mentre canta. Di qui in poi, un crescendo che non si arresta mai: musica suonata in modo sublime, mai una sbavatura, mai una pausa, mai un errore.
Magistrali i musicisti che lo accompagnano. Facce da rock -magri, scavati, capelli un po’ lunghi, alla Mick Jagger- i due chitarristi, Rusty Anderson e Brian Ray, più David Arch alle tastiere e il trascinante Abe Laboriel Jr. a una batteria che è il suo naturale prolungamento. Tutti eccezionali performers, polistrumentisti e coristi, con in più la capacità di fare piccole scenette sul palco, nel mezzo delle canzoni, divertendo il pubblico… un vero spettacolo.
Paul canta, trascina il pubblico, alterna pezzi ritmati a ballate, cambia strumento a ogni canzone, basso, chitarra, mandolino, pianoforte; tra una canzone e l’altra dice qualche frase in italiano, fa battute, scherza, dirige il pubblico in brevi gag sonore; il fisico è perfetto, la voce pure, non dimostra nemmeno un po’ i sessantanove anni, quasi settanta, che ha.
Detta legge sul palco per tre ore filate, rendendo ridicoli al confronto gruppi e artisti molto più giovani che si fregiano di grande bravura e poi fanno concerti mediocri da un’ora e mezza. Messi in fila, anzi in un angolo, da un gigante. Questa è Storia della musica, anzi, è Storia, perché è notorio che musicisti come lui hanno cambiato il mondo non solo dal punto di vista musicale ma anche sociale e culturale. Chi dice che artisti come lui sono passati, che sono vecchi, che sono cose di un’altra epoca, non ha capito niente. Sono passati cinquant’anni da Please Please Me, ma quello che i Beatles hanno creato resta attuale più che mai, immortale, e va oltre la singola canzone. È un modo di fare musica, con il gruppo a quattro-cinque elementi, che è diventato un archetipo, e gli adolescenti scalmanati delle prime file, che saltano con le braccia al cielo e cantano ogni parola di tutte le canzoni, ne sono la prova.
Loro hanno capito, e non si lasciano sfuggire l’occasione unica di vedere a pochi metri da loro una leggenda come Sir Paul.
Drive My Car o Helter Skelter potrebbero uscire adesso e avere un successo strepitoso, non avendo niente da invidiare al rock odierno (e tanto meno a “soluzioni” pop tanto appariscenti quanto prive di sostanza, usate fino alla nausea per un’estate e poi finite esattamente dove meritano di stare, nel dimenticatoio).
Dopo le prime canzoni Paul lancia la giacca e apre i primi bottoni della camicia, per il giubilo delle voci femminili che si levano in un coro di “Wooooooow!” (d’altronde quando uno è figo, è figo pure a settant’anni!). Si va avanti in un’alternanza di pezzi dei Beatles e pezzi degli Wings, con una scaletta serratissima e mai scontata, perché Paul lascia fuori alcuni pezzi più classici per mettere invece The Night Before, I’ve Just Seen A Face, I Will.
Godimento puro in pezzi come Back in the USSR e Live Or Let Die, forse la più spettacolare perché accompagnata da una serie di fuochi d’artificio e fiammate vere che partono dalla ribalta per salire in aria per tutta la durata della canzone, mentre le immagini che si susseguono velocissime sugli schermi fanno il resto e Paul, in alto, pesta sul piano con l’energia di un ragazzo ma l’eleganza di un lord. E poi medley stupendi, come A Day In The Life/ Give Peace A Chance .
Momenti di vera commozione invece quando suona Something dedicandola a George, con le foto di loro due giovani insieme che passano sugli schermi, o Here Todayscritta per John, o Blackbird, suonate da solo con l’acustica, illuminato da un solo fascio di luce e accompagnato da un’enorme luna piena che sale lentamente, proiettata sulle quinte. Il pubblico canta piano, sussurra insieme a lui. I megaschermi mandano le immagini della platea, e molti hanno gli occhi lucidi.
Quando arriviamo a Hey Jude, per tanti le lacrime ormai hanno la meglio. Oltre alla canzone in sé, è la magia che si crea in quel momento, in quel luogo, con tutta quella gente che canta insieme a lui, che ti stringe lo stomaco e la gola e ti investe con emozioni fortissime. Per una volta, per un istante, ti senti parte di un tutto, e questa sensazione ti sopraffà. “Hey Jude, don’t take it bad, take a sad song and make it better..”e poi l’esplosione, nel celeberrimo finale di quattro minuti con gli strumenti che uno a uno si fermano fino a lasciare la voce del pubblico che canta da solo: “Naa, na na, nanananaaaa, Hey Jude!”e poi riprendono per chiudere la canzone.
Prima uscita. Eh no, non ci vorrai mica lasciare così? E allora tutti a richiamarlo sul palco, con un minuto buono, perfettamente a tempo, di coro “Hey Jude”. Rientra. Altre tre canzoni, di cui un medley. Seconda uscita e nuova standing ovation, secondo rientro, per il saluto definitivo. Le ultime tre sono Yesterday, Helter Skelter e un eccezionale estratto da Abbey Road lato B, il lato della suite per intenderci: Golden Slumbers/Carry That Weight/The End.
Lunghissimo applauso. Inchino alla Beatles, come nel ’63. Alza la chitarra al cielo, mano che saluta: “Ciao ciao! Alla prossima volta! See you next time!”. Non si poteva chiedere di più. Sir Paul stasera ha dato lezione di grandissima musica, e ha dimostrato una volta di più, se ce ne fosse bisogno, che non c’è oggi gruppo in grado di far passare per vecchia o superata questa Musica.
Esco di lì scollegata dalla realtà, con gli ultimi versi ascoltati che mi risuonano in testa:
“And in the end
the love you take
is equal to the love
you make”
Un’occasione da non perdere per tutti gli aspiranti fotografi: partecipando al contest International Street Photography Award – che viene indetto una volta l’anno ed è aperto ad artisti dello scatto provenienti da ogni parte del mondo – è possibile vincere l’allestimento di una propria mostra personale allestita a Londra.
Non solo: il vincitore del concorso sarà anche completamente spesato dei costi di viaggio e soggiorno per partecipare alla cerimonia di premiazione e all’inaugurazione della mostra.
Non solo (parte 2): il vincitore avrà anche un premio in denaro di € 2.000.
Come partecipare? È sufficiente inviare da 5 a 8 fotografie sul tema della street, ossia “immagini che riflettono e interpretano la società contemporanea e la relazione tra l’individuo e l’ambiente che lo circonda”.
Il termine per inviare la propria candidatura tramite il sito ufficiale del concorso è il 5 gennaio 2012. Entro maggio saranno comunicati i risultati e la mostra verrà allestita a giugno.
Unica nota dolente: il concorso prevede una quota d’iscrizione di 30 Eu. Ma visto il premio in palio si può dire che il gioco valga la candela.
Diventare attore è il sogno di tanti, soprattutto di chi (e a Genova pare siano proprio tanti) sembra proprio vivere di pane e teatro. Oltre alle compagnie stabili, nel capoluogo ligure esistono alcune compagnie specializzate in una delle branchie più interessanti e al tempo stesso più difficili della recitazione: l’improvvisazione teatrale.
Se vi interessa conoscere più da vicino questo mondo, sabato 3 dicembre il Teatro dell’Ortica sarà sede di una gara di improvvisazione tra due delle compagnie più attive sul territorio: da un lato Imprò, dall’altro Maniman Teatro.
Gli attori delle due compagnie si sfideranno in una gara, e daranno al pubblico una dimostrazione di questa arte. Entrambe le compagnie operano all’interno di associazioni culturali che organizzano corsi di improvvisazione teatrale: un’opportunità da non perdere per valutare sul campo l’abilità di chi questi corsi li ha già frequentati, e capire se può valere la pena tentare l’avventura. Naturalmente (non solo) con il vincitore.
Andrea Ceccon e’ uno che riesce a sorprendere. Sorprende soprattutto perche’, anche in una chiacchierata privata, si rivela capace di spunti e considerazioni in grado di strappare il sorriso, ma non prive di un certo acume. Benche’ gia’ piuttosto conosciuto in Liguria e non solo, Ceccon ha raggiunto la piu’ vasta notorieta’ partecipando a Colorado Cafe’ insieme agli amici/colleghi Enrique Balbontin e Fabrizio Casalino (con i quali ha dato vita a popolari sketch come i savonesi, il maestro di vita Rabartha e gli scontrosissimi operatori turistici liguri, con la proverbiale “torta di riso” sempre finita).
Ma Ceccon non e’ solo questo… Trombettista, cantante, attore di teatro, compositore, ha lavorato con Giorgio Gaber e i Matia Bazar, ha vinto due volte il premio Tenco, ha fatto parte dei “Mau Mau” e dei “Cavalli Marci”, ha fondato le “Voci Atroci” (con cui ha vinto il premio Quartetto Cetra) e recentemente ha scritto anche un libro, “Vapfan-ghala”, edito da DeAgostini. Un personaggio poliedrico.
Andrea, cominciamo dai tuoi esordi. Oggi sei un comico, ma in realta’ nasci musicista….
Ho studiato tromba al conservatorio, ma piu’ che altro ho sempre scritto “belinate”!
Cioe’…?
Si, insomma: cose che facciano ridere. Vedi, per me la musica e’ una cosa seria: mi hanno sempre insegnato che il musicista sta nella buca dell’orchestra. Ho scritto tantissime canzoni, ma la canzone non e’ solo musica: e’ anche parole. E le parole hanno un livello di comunicativita’ differente: e’ piu’ facile per la gente seguirle. Oggigiorno “La Musica” la capiscono in pochi.
Hai studiato anche recitazione…
Si, allo Stabile. Per me il teatro e’ piu’ affascinante della musica, piu’ vario. Nel teatro hanno la loro importanza anche cose che non ti aspetteresti: che so, ad esempio la falegnameria! Quando ho conosciuto Balbontin lui faceva gia’ quelle cose su Savona, ma io all’epoca stavo ancora lavorando con la Finocchiaro, se non ricordo male. Sai, all’inizio… mettersi a fare quelle “macchiette”, per chi viene dal teatro… Insomma: per trascinarmi, me l’hanno dovuto menare!
Nelle vostre parodie spesso viene fuori lo stereotipo del genovese. Qual e’ il tuo rapporto con la citta’? Per me Genova e’ una citta’ unica: davvero, non riesco a parlarne male… Vedi, anche quando facciamo gli sketch tipo “torta di riso”, non e’ che non ci sia della verita’ dietro: vai in giro e ti rendi conto che la gente e’ proprio cosi’… Ma sotto sotto mi piace.
Ti piace…??
Si! Non che ogni tanto un sorriso in piu’ non guasti… Ma mi rendo conto che anch’io sono cosi’: se mi chiedi una cosa due volte, la seconda ti ho gia’ mandato a fare in culo! In fin dei conti, questo non mi dispiace completamente: mi piacciono i genovesi testardi, duri come sassi e indipendenti; mi piace il fatto che in generale non siamo “fighetti”. Se prendi Bologna, noti che tutto si standardizza dopo un minuto: la gente nelle mode ci crede veramente. Genova certo non le nega: le assorbe. Ma e’ anche in grado poi di filtrarle.
Non l’avevo mai vista in questa prospettiva… Ma non e’ strano che tra i genovesi, che sono percepiti (e si percepiscono) come un popolo scontroso, di “musoni”, siano venuti su tanti comici?
Nient’affatto: Genova e’ il migliore habitat culturale.
In che senso, scusa…?
Perche’, come ti dicevo prima, sono tutti cocciutamente indipendenti. Ognuno si tiene il suo modo di pensare, si intestardisce, non assimila. E questo crea un crogiuolo di opinioni diverse che mantiene l’ambiente vivace. Col risultato che anche i discorsi che si sentono al bar, a ben vedere, sono interessanti e seguono quasi sempre una certa logica.
In effetti… Cosa mi dici, infine, del tuo rapporto con la televisione? Tu sei un comico che viene definito “di sinistra”: com’e’ lavorare a Mediaset?
Guarda, le mie idee politiche sono ben note… Pero’ io sono per lo humor, non per la politica. Certo, ho visto “censurare” qualche battuta su Berlusconi, ma, alla fine della favola, solo perche’ erano volgari e gratuite. A me non piace parlare di queste cose: non mi piace la televisione che parla della televisione. La TV a casa non ce l’ho nemmeno! Quando mi presentano gente conosciuta, il famosissimo tal dei tali, io molte volte non lo riconosco: per me vale come un gatto schiacciato dal camion!
Vietato l’ingresso ai non addetti ai lavori… Non per questa volta.
La mano che sposta i lembi rossi di un sipario e lo sguardo di un occhio attento e curioso.
Si presenta con questa prima immagine, Retroscena (segreti del teatro), unico programma televisivo – teatrale nel panorama italiano.
Il programma nasce nel 2007, per opera di Michele Sciancalepore (giornalista laureato in lingue e letterature straniere moderne, autore e critico teatrale) e del suo cast composto da Eleonora Megna, Goffredo Merolla e Giuseppe Bartolomei.
Michele, conduttore del programma, intervista i protagonisti del palcoscenico internazionale, ma la particolarità a mio avviso molto interessante è la possibilità di entrare “dentro” i processi di creazione artistica, nella sua realtà più vera e nuda, mostrando anche quegli aspetti poco sereni, faticosi e travagliati che vengono prima del prodotto finale.
L’officina creativa che ci viene mostrata è davvero un’opportunità unica per osservare, a distanza, il lavoro di altri artisti, confrontarsi con essi, e anche accogliere consigli degli stessi sui modi con i quali si può affrontare questo mestiere.
In “Lezioni Americane” Italo Calvino scriveva che la fantasia è un posto dove ci piove dentro. Da dove viene la pioggia della creazione artistica?
Coloro che provano a fare di questa pioggia un’arte, ci raccontano come raccolgono e mettono insieme tutte le goccioline minuscole che diventeranno nel migliore dei casi cascate pronte a fare breccia nelle nostre vite.
Chi fosse interessato, nel sito di Retroscena (http://www.retroscena.tv2000.it) trova un archivio di tutte le puntate andate in onda dagli esordi fino ad oggi.
Tra gli ospiti del programma ricordo Ascanio Celestini, Moni Ovadia, il teatro del lemming… e non solo personaggi, ma anche puntate dedicate a festival come “Premio Europa per il Teatro” svoltasi quest’anno a San Pietroburgo e luoghi teatrali nostrani come il “centro teatrale Umbro”.
Retroscena va in onda
sul canale 801 di Sky o 28 del digitale terrestre il :
-lunedì alle 22.40
-martedì alle 15.30,
-sabato alle 10:35 e la
-domenica alle 23:45, su TV2000
Nudi e crudi, come mamma ci ha fatti. Di tutte le taglie, di ogni colore. E’ cosi’ che ci vuole Spencer Tunick, fotografo newyorkese; ci chiede di spogliarci di abiti e di pudore, magari di sdraiarci sull’asfalto delle nostre citta’, per celebrare la “bellezza artistica della pura nudita’”.
Tunick e’ l’artista in grado di far denudare centinaia di persone contemporaneamente e farle diventare un fenomeno d’arte contemporanea, per poi definirle come installazioni di nudo su larga scala: una forma surreale di puzzle umano dove le tessere sono individui spogliati e utilizzati come elementi di un mosaico tridimensionale.
Nelle sue foto centinaia di corpi. Non e’ pornografico, non e’ volgare. E’ un’ eccentrica forma d’espressione che coinvolge curiosi e simpatizzanti in tutto il mondo.
La sua carriera inizia puna ventina di anni fa quando, dopo aver ottenuto il Bachelor of Arts nel 1988, comincia a fotografare nudi nelle vie di New York, era il 1992. Tunick in ventanni ha fotografato migliaia di esseri senza veli ritratti in diverse situazioni metropolitane, in movimento, a riposo… La collettivita’ e’ la sua specialita’ e la sua migliore forma di espressione… solo in pochi casi tratta di nudi individuali o di piccoli gruppi inseriti in situazioni insolite.
Divulgare la sua arte “genuina” non fu sicuramente una passeggiata… infatti, appena due anni dopo l’esordio, nel 1994, fu arrestato nel Centro Rockfeller di Manhattan (New York), solo perche’ in compagnia di una modella completamente nuda.
Dopo aver realizzato alcune foto in altri paesi degli Stati Uniti, nell’ambito di un progetto che prese il nome di ‘Nakad States’, comincia ad allargare il raggio della sua tela e sbarca a Londra, Lione, Melbourne, Montreal, Caracas, Santiago, Sao Paulo, Buenos Aires, Sydney, Newcastle, Roma e Vienna.
Nel giugno del 2003 ben 7000 persone hanno posato per lui a Barcellona.Nel maggio del 2007, a Citta’ del Messico, ha battuto il suo record personale fotografando oltre 18.000 persone nello Zocalo della citta’, tutti modelli volontari.
L’ultmia sua performance risale a settembre 2011, quando ha fotografato migliaia di israeliani e turisti a Mineral Beach, sul mar Morto, rbattezzato poi “Mar Nudo”.
In molti definiscono le sue opere ‘manifestazioni sociali’ a sostegno della liberta’ di espressione. Ma c’e’ molto di piu’ nel suo esperimento visivo… “un’azione livellatrice che permette di comprendere l’omogeneita’ umana, tramite una visione democratica del nudo, che, totalmente privato di umanita’ e sensualita’, ci riporta ad uno stato di uguaglianza non ottenibile in nessun contesto odierno”.
Da quando è arrivato YouTube tutti gli artisti hanno scoperto un terreno più che fertile per farsi conoscere: cantanti, performer, attori e così via possono caricare gratuitamente filmati per mostrare all’etere il loro talento.
Non solo: spuntano come funghi anche registi e sceneggiatori che creano intere opere da diffondere via YouTube. Con il contemporeaneo sviluppo delle web tv, nascono veri e propri format televisivi realizzati a costo zero.
La Liguria in questo senso ha all’attivo diversi progetti, a partire dalla sitcom Fessbuc che prendeva in giro il popolare social network. Da qualche settimana quattro ragazzi di Andora – Alessio Vandini, Manuele Ascheri, Luca Zerbone e Dario Guardone – hanno realizzato le prime puntate di Fake Out!, web serie tv distribuita via YouTube in pillole da dieci minuti l’una.
Il quartetto si occupa di tutto: sceneggiatura, riprese, montaggio, e recitano pure. La prima puntata è già online, mentre prossimamente sono in arrivo i video del backstage e dei prossimi episodi.
Fa sempre piacere vedere come realtà in apparenza piccole riescano a realizzare qualcosa di bello. È il caso di Monleone, frazione del comune di Cicagna in Valfontanabuona, che il prossimo sabato 3 dicembre vede riaprire dopo dieci anni il suo Teatro.
Una sala da 350 posti con un palco grande 10×12 metri donata al Comune nel 1956 da un cittadino benestante e amante della cultura, restaurata nel 1998 e che nel 2011 riparte con una stagione teatrale di 40 spettacoli grazie al contributo dell’associazione culturale Mediaquality.
Gli spettacoli saranno così strutturati: cabaret o concerti al venerdì, prosa al sabato e teatro dialettale la domenica, così da accontentare il pubblico di tutti i gusti. Sono previsti anche laboratori con le scuole, mentre il regista Carlo Mondadori aspira a fondare una compagnia teatrale stabile a Cicagna.
L’inaugurazione è sabato 3 dicembre (ore 21) con uno spettacolo gratuito sui 150 anni dell’Unità d’Italia. Gli spettacoli si terranno tre giorni la settimana, ossia venerdì e sabato (ore 21) e domenica (ore 15.30). Per informazioni sulla stagione si può contattare il numero 0185 1908295.
La Galleria Rinascimento Contemporaneo, in via Marsilio da Padova a Boccadasse, propone dal 19 novembre fino al 21 gennaio, la mostra “The last man standing“, di Tom Porta.
Artista di punta della nuova generazione, visionario e feroce, dipinge le città del giorno d’oggi, spaziando dalle prospettive più celebri ai particolari meno evidenti, con grandi visioni e piccoli dettagli, con rabbia e passione, perché l’arte vive nel tumulto dei sentimenti ed il pittore li traduce in colori, forme, segni.
I dipinti dell’artista, sono radicate nella realtà e ispirate dal sogno, rappresentano l’irreale possibile e la suggestione dell’impossibile, il luogo delle idee dove la sfida dell’arte si coagula sulla tela e si sviluppa negli anfratti della ragione (Luigi Pedrazzi).