Tag: degrado

  • Sturla, sopralluogo nel quartiere genovese. Dalla Casa del Soldato a Villa Gentile, facciamo il punto

    Sturla, sopralluogo nel quartiere genovese. Dalla Casa del Soldato a Villa Gentile, facciamo il punto

    sturla-3Il sopralluogo di #EraOnTheRoad di questa settimana ci ha portato a visitare in diretta Twitter il quartiere di Sturla, in compagnia di Francesco , residente ed attivista del “Comitato in Difesa di Sturla”.
    La nostra visita inizia da Piazza Cadevilla, nelle immediate vicinanze di Piazza Sturla, dove ha sede il deposito e stoccaggio di materiali da costruzione della ditta Viziano, oltre che di “zetto”, che viene scaricato ed ammucchiato nel piazzale: «Nei giorni secchi e ventosi – racconta Francesco – si alza una gran quantità di polvere. Sembra assurdo concepire un’attività di questo genere nel cuore di un bel quartiere come Sturla. Da segnalare anche la vicinanza con il liceo M.L. King, dove i ragazzi sono costretti a stare ore in un ambiente insalubre. Inoltre nell’area attorno alla piazza c’è una situazione non decorosa, anche quella rischiosa da un punto di vista sanitario, a causa di topi e sporcizia».

    Effettivamente la piazza è puntellata di costruzioni fatiscenti, divenute evidentemente ricettacolo di immondizia ed abbandonate a sé stesse «Quella di Piazza Cadevilla è una problematica che permane da più di vent’anni, quando il Comune cedette l’area a Viziano Costruzioni».

    Altrettanto vicina a Piazza Sturla, ma dalla parte opposta della strada, sorge invece l’ex-Casa Littoria o Casa del Soldato, che costituisce la seconda tappa della nostra visita. Era Superba si è già occupata di questo edificio nel marzo 2013, sarà cambiata la situazione? Purtroppo no, lo stabile è ancora in disuso, e non ci sono elementi che facciano presagire una veloce presa in carico da parte delle amministrazioni e del demanio (proprietario dell’immobile) del destino di uno spazio che potrebbe diventare una risorsa per Sturla, anzi che costituire un problema: anche in questo caso la prossimità con edifici scolastici pone la questione dell’igiene a causa di topi ed animali che hanno colonizzato la zona.

    «La Casa del Soldato fino a qualche anno fa era abitata almeno nella sua parte superiore da ufficiali dell’esercito. Da quando se ne sono andati lo stabile è nel più completo abbandono. Pensare che potrebbe, con un piccolo investimento, essere utilizzato con finalità pubbliche, come richiesto dal nostro Comitato circa 5 anni fa. L’abbandono è completo, l’edificio è diventato il regno dei roditori, tanto da rendere praticamente inutili le disinfestazioni nelle scuole vicine». Dunque il problema, oltre a riguardare la pulizia e la salubrità della zona, riguarda il mancato sfruttamento di uno stabile pubblico che non avrebbe bisogno di ristrutturazioni straordinarie, ma semplicemente di un pochino di ordinaria manutenzione, come dimostrano le finestre, spesso aperte ed a volte rotte, dal vento o da qualche vandalo. Prima di procedere con la prossima tappa del sopralluogo, gli impianti sportivi ed il giardino pubblico di Villa Gentile, ci soffermiamo a vedere come l’ingresso posteriore ai giardini di Via Chighizola sia stato reso impossibile da una frana frutto delle recenti ondate di straordinario maltempo.

    Con un breve spostamento ci rechiamo dunque, sempre in compagnia di Francesco, nell’area di Villa Gentile. Anche di quest’area Era Superba si è occupata recentemente. L’impianto sportivo di Vila Gentile è al centro di una vertenza che vede contrapposti il Comitato per la Difesa di Sturla e la società Quadrifoglio, affidataria degli sopazi comunali. La principale accusa mossa a Quadrifoglio è quella di non aver dato seguito all’impegno di mantenere aperti e fruibili alla cittadinanza i giardinetti pubblici limitrofi alla pista per l’atletica, ma di tenere anzi chiusi tre dei quattro accessi, rendendo di fatto possibile accedere all’area verde se non attraversando il campo di atletica. Dal canto suo la società che ha in gestione l’impianto replica che i cancelli sono tenuti chiusi per motivi di sicurezza, a causa di lavori in corso, oltre che per la difficoltà nel gestire economicamente anche la manutenzione degli spazi verdi. «L’unico lavoro sul giardino che abbiamo visto –spiega Francesco- è la rimozione di una transenna che divideva la pista ed il giardino, che pare sia stata effettuata senza i permessi necessari. Il risultato è di fatto quello dell’annessione dello spazio che dovrebbe essere di uso libero e pubblico al campo sportivo».

    Recandoci sul posto lo stato di abbandono del giardino pare evidente: rifiuti, vegetazione incontrollata e cancelli chiusi. «Un problema aggiuntivo – incalza Francesco – sempre derivante dalla chiusura degli accessi al campo, è costituito dal fatto che uno di questi varchi era previsto come via di fuga dalla vicina materna in caso di emergenza. Si è dovuto programmare un piano di evacuazione temporaneo, che prevede il deflusso delle scolaresche in un’area molto meno funzionale, compiendo un tragitto che prevede anche l’attraversamento di una strada percorsa dalle macchine: una soluzione sicuramente meno felice della precedentemente che sfruttava il campo di atletica come via di fuga».

    Ultima questione legata a Villa Gentile è quella del parcheggio annesso, una volta ad uso degli spettatori delle gare, ed attualmente adibito a parcheggio privato. Recandoci sul posto abbiamo notato come sia anche esposto un cartello che annuncia la possibilità di affittare dei posti macchina, una situazione che a prima vista sembrerebbe normale, ma Francesco tuona: «Ci sembra assurdo, non è certo facile venire in macchina ad assistere a delle gare; personalmente ho dei dubbi sulla legittimità di un uso simile del parcheggio». Per quanto riguarda Villa Gentile, in buona sostanza, abbiamo potuto constatare come la situazione sia sostanzialmente tale e quale a quella che avevamo raccontato a Giugno.

    Francesco ci accompagna infine alla ex-Casa del Dazio, un piccolo edificio in Via dei Mille, dismesso da una trentina d’anni. Lo stabile è chiuso e transennato, come inaccessibile è anche il parcheggio retrostante. «Originariamente la struttura sarebbe dovuta andare alla Polizia, ma nel 2004 – racconta Francesco – è stato compiuto un doppio attentato dinamitardo ai danni della vicino commissariato: da allora sono stati chiusi e transennati sia la casa de Dazio, che il parcheggio, e tutto è rimasto immutato fio ad oggi».

    «A mio parere – conclude Francesco – la situazione del nostro quartiere non è certo ottimale. Sturla è una zona molto bella, con angoli e scorci meravigliosi, ed è un vero peccato che sia così mal gestita. Con interventi poco onerosi e volontà politica si potrebbero restituire alla cittadinanza aree verdi e spazi pubblici. A parole specialmente dal Municipio abbiamo ricevuto promesse e rassicurazioni, vedremo in cosa si tradurranno concretamente».

     

    Carlo Ramoino

  • Ex piombifera Molassana, rischio impasse. Il confonto fra Comune e privati

    Ex piombifera Molassana, rischio impasse. Il confonto fra Comune e privati

    piombifera-moltini-via-lodi-molassana-2Addio parcheggio degli autospurghi in via Lodi. Ricupoil, società che si occupa principalmente di stoccaggio di oli esausti e che ha sede sulla sponda opposta del Bisagno, dovrà rinunciare a quella che ultimamente era diventata una sorta di rimessa abusiva di mezzi pesanti. La ditta ha acquisito gli spazi ex Moltini dal curatore fallimentare della Piombifera, il quale nel 2010 aveva chiesto l’avvio della conferenza dei servizi per approvare un progetto di conversione dell’ormai ex area industriale in funzione residenziale. La nuova proprietà, tuttavia, prima dell’estate ha formalizzato la propria rinuncia a portare avanti questa riqualificazione, probabilmente a causa degli eccessivi oneri urbanistici richiesti dal Comune e che riguardavano soprattutto la messa in sicurezza idrogeologica del rio Preli e l’allargamento della sede stradale.

    «Il ritiro del progetto edilizio – spiega il vicesindaco e assessore all’Urbanistica, Stefano Bernini – farebbe venire meno la variante al Puc vigente che era stata approvata dal Consiglio comunale per dare via alla riqualificazione dell’area. Erroneamente qualcuno potrebbe pensare al ritorno in vigore dell’originaria destinazione produttiva, in realtà non è così: a fare fede è il preliminare del nuovo Puc approvato nel 2011 in cui è confermata la nuova destinazione prevalentemente residenziale. Per evitare qualsiasi equivoco, comunque, abbiamo pensato a una delibera ad hoc in cui ribadiamo con forza che nell’area dell’ex Piombifera non potrà essere riattivata la funzione produttiva dismessa nel 2005».

    Tirano un sospiro di sollievo gli abitanti della zona, molto preoccupati dal continuo passaggio di mezzi pesanti nei pressi della vicina scuola e in concomitanza con una strada piuttosto stretta, per di più con lunghi tratti di marciapiede inadeguato o addirittura assente.

    piombifera-moltini-via-lodi-molassana«Il proprietario – riprende Bernini – pensava di poter fare una furbizia utilizzando l’area come parcheggio dei propri mezzi pesanti: ma si tratterebbe di utilizzare l’attività produttiva di un’azienda che in realtà ha cessato di esistere nel 2005 e che non si può riesumare dopo 9 anni pretendendo di far valere una norma generale che vorrebbe la possibilità di portare avanti l’attività nella stessa area solo con l’adeguamento delle norme di sicurezza».

    Il testo della delibera, ancora al vaglio della Commissione ma che entro fine mese dovrebbe con tutta probabilità approdare in Consiglio, prescrive per l’area di via Lodi la “riconversione per realizzare un nuovo insediamento con funzione principalmente residenziale e contestuale recupero di spazi per servizi pubblici di quartiere, mediante interventi di demolizione e ricostruzione degli edifici esistenti a parità di superficie agibile (circa 6 mila metri quadrati, ndr)”. Nell’area sono ammesse anche attività di artigianato minuto e non inquinante, servizi privati, connettivo urbano, esercizi di vicinato, servizi e parcheggi pubblici e anche parcheggi privati pertinenziali non interrati.

    «L’intervento di riconversione dell’area – ha spiegato l’architetto De Fornari della direzione Urbanistica – comporterebbe comunque la necessità di tenere presente gli obblighi di riassetto idrogeologico del rio Preli, con una riqualificazione del corso d’acqua attraverso interventi di rinaturalizzazione, il miglioramento dell’efficienza idraulica del sito anche attraverso il recupero di spazi verdi in piena terra e l’utilizzo di verde pensile sulle coperture. Il tutto potrebbe comportare anche la necessità di una riduzione sostanziosa della superficie edificabile».

    Nei prossimi giorni, nel corso di una nuova seduta della Commissione, dovrebbero essere ricevuti i lavoratori della Ricupoil preoccupati per il proprio futuro (anche se qualche voce vede la cosa più come una missione voluta dal datore di lavoro, dal momento che i dipendenti non sembrano essere sindacalizzati e quindi legati a doppia mandata al proprietario dell’azienda). L’intenzione dell’amministrazione, comunque, sembra piuttosto chiara: «Non siamo di fronte alla riduzione della capacità di lavoro di Ricupoil – sostiene il vicesindaco – perché le attività potranno tranquillamente continuare a essere svolte nella sponda opposta del Bisagno dove la ditta ha la propria sede. Il Comune non può farsi carico del rischio d’impresa di Alberti (proprietario della Ricupoil, ndr) che deve spostare il rimessaggio degli autospurghi attualmente a Fegino in un’area ormai venduta: starà a lui trovare altri spazi che non potranno essere quelli di via Lodi».

    piombifera-moltini-via-lodi-molassana-3Passate le forche caudine della Sala Rossa, il provvedimento potrebbe prestare il fianco a qualche ricorso da parte degli interessati, anche se gli uffici comunali hanno lavorato in modo certosino per garantire la maggior inattaccabilità possibile ai provvedimenti.
    A fianco alle questioni urbanistiche, infatti, potrebbero arrivare anche due ordinanze del settore Mobilità: «Abbiamo pensato a un provvedimento che interdica in maniera perpetua su tutta via Lodi il transito degli autocarri che superano le 7,5 tonnellate – spiega l’assessore alla Mobilità, Anna Maria Dagnino – e una disposizione più restrittiva a 3,5 tonnellate negli orari di entrata e uscita dalla scuola». Si tratta di strumenti che garantirebbero maggiori possibilità di intervento al Comune qualora Ricupoil non dovesse attenersi alle confermate disposizioni urbanistiche, magari impendendo l’accesso alla civica amministrazione nelle aree ex Moltini.
    Secondo alcuni, tuttavia, le due disposizioni di mobilità potrebbero non essere sufficienti a evitare il parcheggio dei mezzi della Ricupoil in via Lodi. Per provvedimenti più restrittivi come l’interdizione totale ai mezzi superiori alle 3,5 tonnellate, però, sarebbe necessario un intervento più complicato di sicurezza stradale (tra l’altro di competenza dell’assessore Fiorini) e non di stretta mobilità che, invece, è subordinata ai parametri necessari per consentire il transito dei bus da 8 metri che servono la zona.

    Seguendo la via della legalità, alla società che ha da poco acquisito le aree non resterebbe che presentare al Comune un nuovo progetto di riqualificazione residenziale o tentare di rivendere a sua volta le aree. Ricupoil avrebbe potuto intraprendere il cammino della mediazione con Tursi: il parcheggio degli autospurghi sarebbe, infatti, probabilmente stato accettato a fronte di alcuni oneri di urbanizzazione come l’allargamento della sede stradale nei pressi della scuola e, naturalmente, la messa in sicurezza del rio Preli. Adesso, invece, la società rischia anche di non poter sfruttare le strutture acquistate neppure per trasferire i propri uffici dal momento che si ricadrebbe in una destinazione d’uso direzionale, non prevista dal nuovo Puc e dalla delibera in via di approvazione.

    Concretamente, gli scenari che potrebbero realizzarsi rischiano di ridursi a due: il sorgere di un infinito contenzioso tra pubblico e privato o la nascita dell’ennesima grande area dismessa e dimenticata in città. Anzi, a ben pensarci, le due situazioni sarebbero pure compatibili anche se, per una volta, forse ai cittadini potrebbe andare bene così, a patto che qualcun altro si occupi della messa in sicurezza idrogeologica del rio Preli.

     

    Simone D’Ambrosio

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  • Ex mercato Corso Sardegna, a che punto siamo? Apertura dei cancelli entro dicembre 2015

    Ex mercato Corso Sardegna, a che punto siamo? Apertura dei cancelli entro dicembre 2015

    ex-mercato-corso-sardegna-rimozione-tettoLa riqualificazione dell’area che ha ospitato fino al 2009 il mercato di Corso Sardegna è un tema a cui Era Superba ha già dedicato diversi approfondimenti. Siamo tornati sul posto con la diretta di #EraOnTheRoad per verificare lo stato d’avanzamento dei lavori, e per capire se il 2015, data indicata fino ad oggi per il termine dei lavori, sia ancora una previsione realistica.
    Il nostro sopralluogo è arrivato a due giorni di distanza dall’iniziativa “Mercato in Festa”. La manifestazione, organizzata dal Civ con il patrocinio del Municipio, oltre a regalare una giornata di festa al quartiere, era finalizzata a rinvigorire il dibattito fra istituzioni, associazioni e semplici cittadini sull’ancora incerto futuro di questa pregiata area della città. Ma ecco cosa abbiamo trovato una volta sul posto.

    Note positive: la rimozione del tetto

    Nonostante non sia facile rendersene conto osservando la struttura dall’esterno, segnaliamo subito che uno dei lavori più urgenti, la rimozione dei pannelli in amianto che costituivano la copertura dell’ex mercato, è progredito notevolmente, con sicuro vantaggio per la serenità e la salute di chi vive e lavora nei paraggi. «I lavori di bonifica del tetto contenete amianto affidati ad Amiu Bonifiche – commenta Umberto Solferino, presidente del Civ di Corso Sardegna – sono sostanzialmente terminati. Chiuderemo questa fase della messa in sicurezza entro la fine di ottobre». Si tratta dunque di un piccolo, e tutto sommato accettabile, ritardo sulla precedente stima che prevedeva il completamento della bonifica per fine settembre. Purtroppo però non si può parlare di analoghi progressi nella soluzione delle restanti criticità che impediscono la fruizione dell’area al pubblico.

    Note dolenti: all’interno regna il degrado

    La prima cosa che si nota giunti in Corso Sardegna, come sottolineano comprensibilmente seccati diversi residenti, è che le impalcature esterne a protezione dei cornicioni pericolanti arrugginiscono immobili, sono lì ormai da circa una ventina d’anni. All’interno dell’ex mercato poi basta un rapido giro per rendersi conto di come il lavoro vero e proprio di ristrutturazione e messa in sicurezza dei vari lotti sia di fatto ancora da iniziare, a dominare è un senso di abbandono e degrado, non privo di un certo macabro fascino.

    È facile imbattersi in materiali di vario genere, come travi, frammenti di cartongesso, pezzi di metallo e altro, pericolosamente penzolanti dai soffitti. Le strutture sono interamente accessibili con relativa facilità a chiunque, diventando spesso rifugio notturno per senza fissa dimora, spesso purtroppo disposti e costretti a mettere a rischio la propria incolumità pur di guadagnare un riparo. Inutile sottolineare la gran quantità di rifiuti sparsi per la zona, ma soprattutto all’interno dei lotti, per la maggior parte privi di porte e vetri alle finestre.

    Lo stato dell’arte

    ex-mercato-corso-sardegna-degradoDopo la questione giudiziaria che ha visto contrapposti il Comune e la ditta De Eccher (qui l’approfondimento) è stato predisposto un nuovo bando per l’affidamento dei lavori di ristrutturazione dei vari edifici; rimane dunque l’incertezza sul soggetto che si aggiudicherà l’appalto.
    «Quello che è certo – spiega Solferino – è che il Comune ha stanziato per restauro e messa in sicurezza degli edifici 500.000 euro accendendo un apposito mutuo, mentre altri 200.000 euro verranno a breve destinati dal Municipio all’acquisto di arredi e luminarie, oltre che alla rimozione delle impalcature in Corso Sardegna».
    Tenendo presenti i vincoli imposti dal Piano di Bacino da una parte, e quelli imposti dalla Sovrintendenza ai Beni Architettonici dall’altra, i fondi attualmente disponibili non saranno sufficienti a restituire alla cittadinanza la possibilità di fruire dell’area nella sua interezza. La soluzione proposta dal Civ è quella di aprire il maggior numero di lotti possibili in breve tempo e mettere in sicurezza i restanti isolandoli ed impedendo l’accesso al pubblico. «L’intento – chiarisce Solferino – è quello di restituire in fretta alla città più spazi possibile, con particolare attenzione al collegamento fra Corso Sardegna e Via Carlo Varese. Riaprire questo tratto di strada, magari rendendolo ciclabile, restituirebbe linearità ed immediatezza ai collegamenti fra San Fruttuoso e Marassi. Per l’apertura dei cancelli stimiamo fra i dodici e i diciotto mesi”. L’intera area, con attività commerciali, culturali e ricreative potrebbe diventare il polmone sociale del quartiere, ma a conti fatti bisognerà aspettare il 2016.

    Recupero dell’ex Mercato, la proposta non ufficiale

    Il progetto di recupero dell’ex mercato di Corso Sardegna, come abbiamo già avuto modo di raccontare in passato (qui l’approfondimento), ha previsto vari approcci al problema sicurezza e ristrutturazione, e tuttora permangono, almeno fino all’assegnazione del bando, numerosi interrogativi sulle modalità di intervento; quel che rimane costante è l’obiettivo della riconversione dell’area in polo commerciale, sociale e culturale.
    Esattamente in quest’ottica si pone anche il progetto che Paola Roviaro ha concepito per la sua tesi di laurea in architettura. Roviaro, che ha presentato al pubblico il suo lavoro in occasione della manifestazione “Mercato in Festa”, ha immaginato un intervento con strutture in legno per la messa in sicurezza, che avrebbero vantaggio di consentire la conservazione delle strutture originarie. «Con questa tipologia di intervento, che non necessita di grossi investimenti, si potrebbe restituire in tre fasi l’ex mercato alla cittadinanza – racconta l’architetto – Il primo passo sarebbe quello di riaprire l’ingresso principale in Corso Sardegna e quello di Via Varese, successivamente si procederebbe al ripristino della funzionalità dei sei lotti interni destinandoli ad attività di tipo culturale e a piccoli mercati. Infine ho ipotizzato di recuperare anche gli stabili perimetrali realizzando degli spazi di co-working dedicati ai liberi professionisti, ed una zona di residenza di breve termine”.
    Il progetto del neo-architetto ci fa comprendere ancora una volta di più le grandi potenzialità di questa area urbana abbandonata al degrado.
    Per ora concentriamoci sui lavori orchestrati da Civ e Municipio, la riapertura dei cancelli a dicembre 2015 sarebbe già un importante passo in avanti.

    Carlo Ramoino

  • Quezzi, ex Onpi: 3500 metri quadrati in abbandono. Dal Comune alla Regione, tutto tace

    Quezzi, ex Onpi: 3500 metri quadrati in abbandono. Dal Comune alla Regione, tutto tace

    quezzi ex onpi edificio particolare 006«Rispetto al complesso ex Onpi (qui l’approfondimento di Era Superba) stiamo studiando, nell’ottica di una politica generale di riduzione dei costi, un’ipotesi di permuta con Arte, in cambio di tre edifici scolastici sui quali paghiamo il fitto passivo. Qualora l’operazione non andasse a buon fine, l’idea è quella di cercare di vendere l’immobile perché un diverso utilizzo da parte del Comune richiederebbe altissimi costi di ristrutturazione che in questo momento non possiamo prevedere». Era il maggio 2013 quando l’assessore al Patrimonio, Francesco Miceli, così rispondeva in Consiglio comunale a un’interrogazione a risposta immediata del democratico Claudio Villa. Ieri, 17 giugno 2014, l’assessore per sua stessa ammissione ha usato più o meno le stesse parole per spiegare all’alfaniano Matteo Campora che in, buona sostanza, in 13 mesi non è stato fatto nessun passo avanti sul futuro degli oltre 5300 metri quadrati di via Donati n. 5, a Quezzi.

    L’edificio ha sempre avuto destinazione socio-sanitaria inizialmente attraverso l’Opera nazionale pensionati d’Italia, poi con l’Istituto Doria e, infine, con l’Asp Brignole, prima di essere definitivamente abbandonato al degrado, a incursioni vandaliche e alla devastazione degli agenti atmosferici come l’alluvione del 2011, che colpì con le ben note tragiche conseguenze in modo particolare l’attigua zona di via Fereggiano.

    quezzi ex onpi edificio 005Dal 1988, ovvero dalla cessazione dell’attività dell’Onpi, l’immobile è diventato di proprietà comunale. Nel 2010 Tursi ne commutò un terzo con Arte (L’Azienda Regionale Territoriale per l’Edilizia) per ottenere un porzione di Villa de’ Mari e destinarla ad attività sociali legate alla Fascia di Rispetto di Prà. Da tempo, ormai, l’intenzione della civica amministrazione sarebbe quello di liberarsi anche della restante quota di proprietà dell’immobile per ottenere, sempre in permuta da Arte, un edificio in via Fea dove sono allocati due asili nido e uno spazio per servizi sociali e un altro immobile ad usi associativi sul lungomare di Pegli. «L’obiettivo – ha ribadito ieri Miceli – è quello di produrre un risparmio per le casse comunali dato che per quegli spazi attualmente incorriamo in fitti passivi. Starà poi ad Arte decidere come utilizzare la struttura di via Donati».

    «La strada per l’inferno è lastricata di buone intenzioni – ha replicato Campora – e mi auguro che a breve si possa giungere ad azioni concrete. Non si può più sopportare che molti beni pubblici vengano lasciati al degrado più totale. Mi auguro che almeno in quest’ultima fase di attesa si predisponga un’adeguata custodia dell’immobile».

    Le trattative tra il Comune e Arte, società partecipata della Regione, che potrebbe trasformare l’edificio in una nuova sede per residenze popolari, sono ormai da troppo tempo in fase di stallo. «Gli unici a essersi mossi in questo periodo – ci racconta il presidente del Municipio III  Bassa Val Bisagno, Massimo Ferrante – siamo stati noi che il 25 ottobre scorso abbiamo deliberato 25 mila euro per la riqualificazione dei giardini esterni, su un bilancio municipale che ammonta a 300 mila euro». A dimostrazione che il Municipio tiene molto a questi spazi, il presidente ricorda anche che da tempo esiste un comitato di cittadini che vorrebbe prendersi cura della zona esterna dell’edificio che, in ogni caso, sembra destinata a restare di proprietà comunale. «Attenzione però che se il Comune e la Regione non si chiariscono sulle pertinenze della struttura – allerta Ferrante – io non posso certo far partire nessun intervento di riqualificazione. Anche perché se il fabbricato continua a essere vandalizzato, siccome di notte non ci metto le vedette o le sentinelle alpine, chi mi costudisce l’area verde che vado a recuperare, al di là del servizio gratuito che i cittadini sono disposti a fare?».

    Per mettere fine al rimpallo tra Tursi e De Ferrari, a cui ormai siamo ampiamente abitati anche su ben altri fronti, il Municipio aveva provato a fare da intermediario in un tavolo convocato dalla Regione, a cui presero parte Arte, il presidente Burlando e l’assessore Boitano. Incontro a cui la stessa Regione si “dimenticò” di convocare l’assessore comunale Crivello, delegato dal sindaco per chiudere definitivamente la questione da parte di Tursi.

    «Burlando – spiega il presidente del Municipio – voleva attivare un fondo Fas per il 90% della struttura, lasciando il restante 10% corrispondente al piano terra al Comune per creare un laboratorio, un asilo o, comunque, uno spazio per i cittadini. Arte si è resa disponibile ed eravamo rimasti d’accordo che la Regione ne avrebbe parlato con il Comune. Da allora non ne ho saputo più nulla». Intanto oggi il presidente Ferrante incontrerà i cittadini che da mesi ormai vorrebbero riappropriarsi del giardino. Ma, ancora una volta, non avrà buone nuove da offrire.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Forte Begato, il cammino verso la riqualificazione dei forti riparte da qui. Ma la strada è in salita

    Forte Begato, il cammino verso la riqualificazione dei forti riparte da qui. Ma la strada è in salita

    forte-begato11Un miracolo. O quantomeno mezzo. È quello che il Comune sta chiedendo ad Aster, Amiu Protezione civile e ai tanti volontari che in meno di un mese dovranno rendere accessibile al pubblico buona parte dell’area circostante Forte Begato. Già perché il progetto di riqualificazione dell’intero sistema fortificato genovese (qui l’approfondimento), con la richiesta di passaggio gratuito di proprietà dal Demanio a Tursi, sta proseguendo nel suo articolato corso. E sabato 28 giugno ci sarà il primo passo concreto, visibile alla cittadinanza.
    Il programma, ancora top-secret, dovrebbe essere svelato nelle prossime ore. Al momento è certo che, per la prima volta dopo il fallimento del restauro iniziato negli anni ’90 e che ha dilapidato oltre 10 milioni di euro, l’area sarà resa nuovamente accessibile a tutti i genovesi, con visite guidate, anche grazie a un potenziamento del servizio di pubblico organizzato per l’occasione (si parla di un piccolo autobus in partenza da Dinegro o Granarolo). E i cittadini potranno apportare anche il proprio contributo attraverso suggerimenti concreti per il riutilizzo futuro o ricordi e testimonianze dello splendore storico del passato: allo scopo verrà predisposto un sistema di raccolta digitale e analogico, di cui a breve il Comune renderà note le modalità.

    Forte Begato, verso l’evento del 28 giugno. Ecco come si presenta oggi la struttura

    Questa giornata al forte sarà resa possibile grazie a una concessione temporanea del bene da parte del Demanio per i prossimi quattro mesi. Quello del 28 giugno, dunque, potrebbe essere solo il primo di una serie di eventi estivi, tutti naturalmente a titolo gratuito come imposto dagli accordi stipulati con lo Stato. Intanto, anche solo per questa prima apertura sarà necessario un mezzo miracolo, dato lo stato di degrado e abbandono in cui è rimasto finora il forte, come abbiamo potuto vedere nel corso del sopralluogo di ieri assieme alle commissioni consiliari.
    Dei 40 mila metri quadrati lungo i quali si estende tutta l’area del Forte Begato (compresa una vastissima cisterna a volte sotterranea, ancora ricca d’acqua e navigabile), solo la metà sarà resa nuovamente disponibile in questo antipasto di quanto potremo vedere tra qualche anno: si tratta dei tre manufatti della zona più bassa, quella che guarda verso il mare, e di tutto il verde circostante ad esclusione dell’edificio principale che, forse, potrebbe riaprire i battenti solo nel piano più alto a uso esclusivo di fotografi e televisioni.
    In questi giorni partirà una massiccia opera di pulizia e messa in sicurezza: verrà tagliata l’erba, eliminati i vetri e i rifiuti prodotti dagli infiniti atti vandalici che hanno devastato gli interni di un bene già completamente recuperato. E se si riuscirà a trovare qualche spicciolo verranno anche messe in sicurezza le finestre danneggiate con l’inserimento di apposite coperture in policarbonato.

    «Partiamo da Forte Begato – spiega Roberto Tedeschi, direttore del Patrimonio di Tursi – perché è quello con la struttura più stabile, già recuperata e senza alcun problema neppure alle coperture. Il vandalismo, infatti, ha riguardato solo quella che possiamo definire “pellicola”, oltre agli interni e a tutti i fili di rame che erano già stati predisposti nei vari impianti. Ma il progetto di valorizzazione qui può partire in tempi brevi perché le mura sono salde e pronte».

    La riqualificazione dei forti di Genova

    forte-sperone2Per chi si fosse perso le puntate precedenti, l’intero ambiziosissimo progetto punta alla riqualificazione di tutta la cinta muraria genovese che risale ai primi anni del ‘600 (l’approfondimento da guidadigenova.it) e di tutte le fortificazioni in essa racchiuse, comprese torri e polveriere. Il punto di arrivo dovrebbe essere un presidio attivo e con attività specifiche per ciascun fortezza che dovrà essere assolutamente accessibile alla città. Impossibile capire quanto di questo immenso sogno diventerà realtà, se si considera che la cinta muraria si estende per 19,3 chilometri (ridotti a 16 se si escludono le parti sul mare) e una ventina di strutture principali. Sarà, dunque, necessario andare avanti per gradi senza però dimenticare la valorizzazione complessiva del sistema anche perché lo Stato, una volta concessi i beni, vigilerà sulla progressiva attuazione del progetto culturale e sulla rinnovata valenza che i forti dovranno avere non solo come riappropriazione della città di una parte fondamentale della sua storia ma soprattutto come luogo pubblico fruibile, accessibile e ben mantenuto.

    Il polo ricettivo di Forte Begato

    In questa prima fase, il Comune ha chiesto la consegna di tutte quelle fortificazioni che insistono sulla cinta muraria (Belvedere, Crocetta, Tenaglie, Castellaccio, Begato e Sperone) con l’aggiunta del forte Puin perché sono quelli che più facilmente potrebbero essere raggiungibili con i mezzi pubblici (Puin escluso).
    Adesso è giunto il momento di passare dallo studio tecnico, quasi ultimato anche grazie alla collaborazione totalmente gratuita di molti professionisti esperti e appassionati del settore, alla fase divulgativa. Ecco, dunque, che il 28 giugno i genovesi potranno scoprire che cosa succederà al Forte Begato: il disegno di riqualificazione è quasi arrivato in fondo alla sua redazione e potrà essere presentato ai ministeri competenti nel giro di pochi mesi, quasi sicuramente entro la fine del 2014.

    Il progetto prevede una parte ricettiva (albergo), quella che ancora manifesta le maggiori difficoltà nella fase organizzativa, nella struttura principale ad eccezione del piano terreno che sarà, invece, destinato a una dozzina di attività commerciali, artigianali e artistiche rientranti in un contenitore selezionato e prettamente orientato ai giovani lavoratori. «Gli spazi – spiega Tedeschi ai consiglieri di Tursi – sarebbero messi a disposizione a fronte di un canone molto agevolato per i primi 5 anni in cambio dei lavori di ristrutturazione e del presidio costante e qualificato di cui i privati si farebbero carico. È possibile pensare al recupero di mestieri storici come antiche legatorie, al riciclo e riuso di materiale di scarto e magari a spazi per startup di neolaureati». Nell’immobile principale troverebbe spazio anche un museo virtuale sulla storia degli assedi alla cinta muraria e al territorio circostante, che resterebbe di competenza pubblica in un’area di circa 250 mq e che potrebbe diventare punto di riferimento per un progetto più grande. Con l’acquisizione dei forti, infatti, Genova non solo si riappropria della sua storia ma consente anche di dar vita a un più ampio progetto europeo che unisce la cinta fortificata della Francia marittima, con quella piemontese per tornare poi alla Francia alpina.
    Nelle strutture che si aprono negli ampi spazi ai piedi del forte, infine, dovrebbero insediarsi attività ristorative (bar, trattoria) che potrebbero anche essere cronologicamente le prime a partire.

    La seconda tappa: Forte Sperone

    forte-sperone-interno-verticaleRecuperato Begato, si passerà al Forte Sperone. Per quanto riguarda il baluardo della Superba la situazione è più complicata perché è necessaria una serie di interventi di messa in sicurezza strutturale del bene. «Si tratta dell’arco che costituisce il passaggio tra la fortificazione e la parte Nord – spiega Tedeschi – che ha anche bloccato le storiche concessioni per le manifestazioni teatrali o per i rave dei più giovani». Proprio per questo motivo, una prima fase di intervento dovrebbe essere dedicata alla costituzione di un percorso ben delimitato che crei delle barriere di sicurezza attorno al ponte ma consenta di accedere ad altri spazi. Lo Sperone, infatti, dovrebbe diventare una sorta di punto di riferimento per gli amanti delle escursioni, a piedi, in bici o cavallo. «Nelle zone più basse – prosegue il direttore del Demanio – verranno ospitate le stalle, le rimesse per le biciclette, un punto di informazione per gli escursionisti, i servizi igienici e un bar. Più all’interno del forte, invece, saranno predisposte due sale per eventi e catering, oltre naturalmente alla possibilità di sfruttare il grande prato da cui si può prendere il sole dominando tutta la città». E sempre a proposito di bici, per venire incontro a chi non ha proprio un fisico da scalatore, il sistema che si insedierà dovrà prevedere la possibilità di riconsegnare i mezzi a valle. Come poi tornare alle auto lasciate al Peralto è questione ancora tutta da vedere, dato che il mezzo pubblico più comodo è la funicolare che si ferma però al Castellaccio.

    Fra sogno e realtà: 2 mln solo per il Begato, i consiglieri mettono i piedi per terra

    forte-begato2Fin qui i sogni e le parole dolci. Ma è necessario anche guardare al concreto, ovvero alle evidenti difficoltà che si pongono di fronte a un progetto tanto nobile quanto, con tutta probabilità, eccessivamente ambizioso e dai tempi assolutamente imprevedibili. Basti pensare che per la sola pulizia e messa in sicurezza dell’intero sistema di Forte Begato (cura del verde, risistemazione di tutti i fili vandalizzata, imbiancatura degli spazi interni, ricopertura di una trentina di vetri spaccati tra le opere necessarie più evidenti), al di là di una prima rinfrescata per il 28 giugno, sono necessari almeno 2 milioni di euro, secondo le stime probabilmente molto al ribasso del dottor Tedeschi.

    Poi si tratterà di trovare un gruppo di privati disposti a investire vere e proprie badilate di euro per ristrutturare i locali secondo le proprie necessità, in un progetto che, data la collocazione, rischia di essere eccessivamente vincolato alla bella stagione (chi è che a dicembre, con vento e pioggia, andrà a cenare sulle alture della città o pernotterà in una struttura lontana dal centro e resa attualmente ancora più distante da una sostanziale impossibilità di essere raggiunta con i mezzi pubblici?). Senza considerare i costi che gli investitori si dovranno accollare per la manutenzione di tutta l’area e gli ovvi canoni che dovranno corrispondere al Comune (vi ricordate cosa raccontavamo qualche settimana fa circa gli impianti sportivi?). «E nel frattempo – chiede provocatoriamente il capogruppo di Sel, Gian Piero Pastorino – che ne sarà dell’area del forte dopo la pulizia per questi primi quattro mesi di concessione? Lasceremo di nuovo tutto all’incuria e al degrado? Forse si potrebbe pensare a come assegnare gli spazi ad attività per uso temporaneo».

    Il Movimento 5 Stelle, invece, riflette sui danni del passato: «Quanto avremmo risparmiato dei 2 milioni di euro che ora servono per ripristinare forte Begato se in questi anni, invece di abbandonare il forte, avessimo pensato a un sistema di sorveglianza?» si chiede retoricamente il capogruppo Paolo Putti.

    «Avevo anche trovato chi si sarebbe fatto carico di un investimento di 1,5 milioni – rincara la dose Stefano Anzalone, ex Idv e già assessore allo Sport della Giunta Vincenzi – ma il progetto di una pista di kart fu bocciato. Ora l’unica strada per trovare i privati sarebbe quella di una concessione gratuita per 40 anni a fronte dei lavori di recupero del bene e di una clausola sociale che garantisca un minimo di giornate all’anno per l’utilizzo pubblico degli spazi. Altrimenti nessuno verrebbe a investire qui».

    Il più negativo sembra essere Alfonso Gioia: «Stanno brancolando nel buio – dice il capogruppo dell’Udc in Consiglio comunale – siamo di fronte a un enorme patrimonio ma il progetto che ci stanno proponendo sembra ancora molto superficiale. Certo, il proposito del Comune sarebbe anche buono ma credo ci siano altre priorità di fronte al bilancio che andremo a discutere, di una città che ha il quarto indebitamento d’Italia: invece di parlare dei 2 milioni per forte Begato, che ne ha già sprecati molti di più nel passato a fronte di una struttura che non ha neppure un sistema fognario completo né un allaccio al gas, si potrebbe pensare di destinare quella cifra ad altri settori in emergenza come il sociale».

    Sulle difficoltà economiche si sofferma anche Antonio Bruno, Fds: «Senza un intervento diretto da parte dello Stato non riesco a capire come il progetto possa andare avanti con le proprie gambe». Il consigliere di maggioranza vede però di buon occhio l’iniziativa di sabato 28 giugno: «Mi sembra un’ottima occasione per informare l’opinione pubblica dell’esistenza di un luogo e di un progetto molto importanti per la nostra città».

     

    Simone D’Ambrosio
    [foto dell’autore]

  • Lagaccio, ex Sati: si attende il bando del Comune per la cessione

    Lagaccio, ex Sati: si attende il bando del Comune per la cessione

    palazzo-ex-sati-lagaccioL’edificio in Via del Lagaccio un tempo appartenuto alla ditta di autotrasporti Sati, quattro piani e parcheggio, è vuoto da ormai una ventina di anni. I piani superiori sono già abitati da privati, ma quelli inferiori, di Tursi, sono reclamati da 20 anni da cittadini e associazioni per attività sociali (qui il punto della situazione a febbraio 2013). Tuttavia, il Comune non ha mostrato finora volontà concreta di investire in questa situazione.

    La scorsa settimana, durante il consueto appuntamento con #EraOnTheRoad, abbiamo parlato con Salvatore Fraccavento di GAL – Gruppo Amici Lagaccio e Simone Leoncini presidente del Municipio I delle problematiche connesse ai locali dell’immobile ex Sati.

    Qui, ci racconta Fraccavento, la situazione è diversa da quella della ex Caserma Gavoglio: le aree sono accomunate dal fatto di essere inutilizzate e di essere state richieste dagli abitanti del quartiere per attività ricreative e sociali. Tuttavia, mentre la caserma è di proprietà del Demanio (si attende di sapere proprio in questi giorni se avverrà la cessione gratuita al Comune di Genova, qui l’approfondimento), i locali di ex Sati appartengono a Tursi, che li ha acquisiti anni fa dopo che sono stati messi in vendita dalla ditta Spim, società per la gestione del patrimonio pubblico al 100% del Comune. Per questo, ci spiega il cittadino del Lagaccio, «la situazione è ben più grave e scandalosa di quella della Gavoglio: anche se l’Amministrazione potrebbe agire, c’è immobilismo».

    palazzo-ex-sati (1)Travagliate le vicende dell’edificio: di proprietà della ditta di trasporto Sati, è poi diventato di AMT, che è rimasta nei locali fino alla metà degli anni ’90 quando, già rimossi i mezzi, restavano gli uffici amministrativi. Un tempo, raccontano gli abitanti del Lagaccio, questo era uno dei centri più all’avanguardia: c’erano oltre 60 pullman, le officine, il centro di progettazione. Poi, negli anni ’80 è stato uno dei primi a essere venduto e, acquistato da AMT, è poi passato nelle mani di Spim e poi, ancora al Comune. Ai tempi dell’acquisto di Tursi, si era fatta avanti anche una cooperativa di cittadini del quartiere, subito dissuasa da costi troppo ingenti (4 mln circa).

    Anni fa, la giunta Vincenzi aveva proposto un bando per la cessione a privati e la costruzione di edilizia sociale mai andato in porto perché il suo mandato è terminato. Con il passaggio alla nuova giunta è rimasta l’idea del bando, ma con la clausola che un piano fosse destinato al social housing, e uno alla cittadinanza.

     

    Le richiesta dei cittadini: parcheggio e spazio sociale

    palazzo-ex-sati-verticale-2palazzo-ex-sati-verticaleOggi le associazioni chiedono che il parcheggio attuale (60 posti, in affitto ai residenti per 75 euro/mese) venga allargato. Infatti, ci sarebbe posto per un altro park su due piani rialzati da un centinaio di posti. In questo momento, questa è una priorità per il quartiere, in cui non ci sono aree adibite a parcheggio e le auto sono lasciate in strade private o più semplicemente lungo i marciapiedi di Via del Lagaccio, ostruendo il traffico e creando spiacevoli ingorghi e situazioni pericolose. Gli abitanti chiedono parcheggi a raso, con canone mensile.

    Per quanto riguarda i locali interni, invece, oggi i volontari di GAL hanno a disposizione due stanzini da usare come sgabuzzino. Ci racconta Fraccavento: «Attualmente noi di GAL abbiamo un locale in Via del Lagaccio 86r, in cui trovano spazio gli anziani, e uno all’82r, dove hanno sede i nostri uffici. Questo non basta: non possiamo organizzare, feste, incontri, cineforum, momenti di aggregazione per tutto il quartiere. Gli anziani che vengono da noi sono più di 50 al giorno e siamo costretti a mandarne via alcuni perché non c’è posto a sufficienza. Inoltre, dallo scorso anno c’è anche un gruppo di giovani, ma gli spazi non ci sono e siamo costretti a farli incontrare nei nostri uffici. Ci dispiace separare giovani e anziani, ci sembra che in un momento in cui si parla tanto di integrazione tra diverse etnie sia importante considerare anche quella tra giovani e anziani».

     

    Le novità per il futuro

    Durante la nostra diretta Twitter di #EraOnTheRoad, interviene Simone Leoncini, presidente del Municipio I, e risponde alla richiesta dei cittadini:

     

    Leoncini conferma infatti di aver inviato poco tempo fa una lettera al Comune per sbloccare la situazione e racconta a Era: «Stiamo aspettando che Tursi emani il bando per la cessione degli spazi a una ditta privata, che dovrà costruire su un piano abitazioni di edilizia popolare e sull’altro uno spazio per il quartiere. Se ne parla dalla primavera 2013, ma gli uffici del Comune stanno effettuando varie valutazioni. Nel caso in cui non si presentino soggetti interessati, nel giro di qualche mese sistemeremo almeno il primo piano, dotandolo dei servizi minimi, per consegnarlo ai cittadini. Abbiamo stimato un costo di 70 mila euro: cifra alta, ma non impossibile da raggiungere, e magari associazioni e cittadini potrebbero darci una mano. Speriamo che la situazione si sblocchi: è una follia che lo spazio sia vuoto».

     

    Elettra Antognetti

  • Giardini Babilonia e S.M. in Passione: riqualificazione guidata dagli studenti

    Giardini Babilonia e S.M. in Passione: riqualificazione guidata dagli studenti

    santa-maria-passioneSanta Maria in Passione e Stradone Sant’Agostino, il “centro” del centro storico genovese: uno dei primi insediamenti della città che ha vissuto i cambiamenti e le alterne vicende degli ultimi secoli. Ma come è possibile che un’area così importante per la storia di Genova sia rimasta abbandonata a se stessa, nella noncuranza generale, per decenni? È quello che si chiedono alcuni studenti della ex Facoltà di Architettura – oggi Scuola Politecnica -, che il 28 novembre 2011 hanno giardini-babilonia-4fatto incursione negli spazi verdi adiacenti alla Facoltà (noti come Giardini Babilonia) per piantare un melograno, simbolo della prima “occupazione”.

    Da qui, una serie di iniziative per il recupero di tutte le aree verdi della zona e del complesso di Santa Maria in Passione (1000 mq totali). Durante uno dei consueti appuntamenti con #EraOnTheRoad, abbiamo incontrato gli studenti e abbiamo chiesto loro di raccontarci il perché delle azioni passate e i progetti per la prosecuzione dell’iniziativa. Determinazione, passione e competenza sono gli ingredienti principali: tutti uniti per restituire al quartiere uno spazio abbandonato, intrappolato in un labirinto di burocrazia.

    Chi siete e in cosa consiste la vostra iniziativa?

    «Tutto è iniziato in modo “illegale” con l’ingresso nel giardino quella notte di novembre di due anni fa. In quell’occasione abbiamo espresso la volontà di riaprire e restituire alla cittadinanza un luogo chiuso dagli anni ’90 e strategico per la città: si tratta dell’unico spazio verde del centro storico, di cui potrebbero fruire studenti, abitanti, anziani e bambini. Invece, fino ad allora era rimasto chiuso e abbandonato. Stessa sorte è toccata al complesso di Santa Maria in Passione, bombardato nel corso della seconda guerra mondiale e fino ad oggi interessato solo da esigui interventi di recupero e messa in sicurezza  (come la ricostruzione della cupola in legno). Nonostante il nostro intervento di apertura dei giardini, ancora adesso molti pensano che siano spazi dell’università e non li frequentano. Il nostro scopo è renderli fruibili a tutti: per questo abbiamo organizzato varie iniziative (l’ultima, la seconda edizione di “Cosa bolle in pentola?” lo scorso 26 novembre; la festa di quartiere del maggio 2012 e l’apertura delle reti del 15 marzo 2012)».

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    Come prosegue oggi la vostra iniziativa?

    «Molto bene: l’11 aprile 2013 abbiamo presentato un progetto di recupero (circa 20 tavole) in giardino in presenza dei rappresentanti dell’università, del Municipio e della Soprintendenza ai Beni Archeologici, che hanno espresso parere favorevole. Il 30 aprile è stato approvato in toto dal Consiglio di Scuola Politecnica, anche nelle critiche a loro destinate. Abbiamo fatto pressioni ai vertici per risolvere la situazione e abbiamo ottenuto che loro si occupassero della messa in sicurezza del giardino e noi dell’aspetto urbanistico e architettonico. Il 23 ottobre il Consiglio di Amministrazione di Ateneo ha approvato il finanziamento del progetto di messa in sicurezza: dovrebbe essere anche già stato depositato in Comune. Dello scorso ottobre è poi la notizia che il CdA dell’Università di Genova (da anni proprietaria dell’area) ha ceduto in comodato d’uso gratuito al Comune di Genova parte degli spazi esterni dell’ex Facoltà, avviando l’iter per le procedure di formalizzazione del contratto. Il progetto ci descrive: non sono stati considerati solo gli aspetti tecnici, ma anche quello sociale (per la partecipazione di tutti ala gestione di uno spazio di frontiera tra città e università) e intellettuale. Crediamo che l’Università dovrebbe occuparsi concretamente degli interventi in città, mentre in molti casi si limita a trasmetterci nozioni sul piano teorico. Disponiamo di un “tesoro”: quello della Facoltà di Architettura genovese è un caso unico nel mondo, perché non approfittarne?».

    Santa Maria in Passione aperta a cittadini e turisti

    santa-maria-passione-4Inoltre, accanto all’interesse per il recupero dei Giardini di Babilonia, anche quello per il complesso di Santa Maria in Passione: gli studenti chiedono la “musealizzazione” e l’inserimento all’interno di un percorso didattico, garantendo l’accesso a cittadini e turisti. Proprio a questo proposito, la scorsa estate i ragazzi hanno organizzato visite turistiche autonome in tutto il complesso, di cui hanno le chiavi: non solo la parte che affaccia sull’omonima piazza, ma anche quello che una volta era il convento delle suore di clausura, oggi inaccessibile. Inoltre, il 15 ottobre, sempre nei pressi della Facoltà, sono state divelte due vecchie serrature di cancelli comunali nel corso dell’iniziativa “Apertamente”. Commentano i ragazzi: «Da quel giorno autogestiamo apertura e chiusura dei cancelli dei Giardini dal lunedì al venerdì, (dis)attendendo le istituzioni», e scrivono sul loro blog “Spazio Libero”: “Lo abbiamo fatto apertamente, alla luce del sole ma senza cercare le luci della ribalta. Una volta aperte le strade pubbliche abbiamo (ahinoi!) invocato l’intervento di Comune e Università, regalandogli un mazzo delle chiavi che aprono i nostri lucchetti, invitandoli a collaborare. Sapete cosa ci è stato risposto? Assolutamente niente. Un silenzio assordante che all’inizio ti stranisce, ma poi capisci che la realtà è questa, che l’istituzione è lontana, autoreferenziale, conservatrice. Allora basta stupirsene, basta lamentarsi. In questi giorni abbiamo ragionato tanto in università e in quartiere e abbiamo scelto di continuare a oltranza l’autogestione dell’apertura dei cancelli, che hanno dimostrato di poter unire anziché dividere. Quello che chiediamo è di attraversali il più possibile”.

    “Basta lamentarsi”, basta aspettare che qualcosa succeda: è un po’ questa la filosofia alla base del vostro agire…

    «Sì, è un paradosso che nessuno si occupasse prima di noi di queste zone: ci sono questioni complicate. Alcune aree, come i Giardini, sono di proprietà della Facoltà, altre come Santa Maria in Passione, sono comunali, ma con il vincolo archeologico della Soprintendenza… insomma, c’è da perdersi in un labirinto di burocrazia. Era soprattutto una “grana” per chi di competenza, e il fatto che noi ci siamo fatti avanti facendocene carico è stato positivo per molti. Il nuovo Preside della Scuola Politecnica ha accolto le nostre proposte, mostrandosi disponibile. In fin dei conti, ci stiamo occupando di qualcosa che non compete a noi, per il bene di tutta la cittadinanza. Il nostro agire è anche una critica politica all’istituzione universitaria e all’amministrazione cittadina, due soggetti che limitano l’iniziativa volontaria dal basso. Sappiamo che alcuni ci criticano, ma non siamo pentiti riguardo al nostro modo di operare presente e passato. Pensiamo che giustizia e legalità siano due concetti che vengono erroneamente assimilati: la seconda è l’assetto che si da un governo, ma è una struttura mutevole che deve essere aggiornata, anche dal basso se necessario».

     

    Elettra Antognetti

    Era On The RoadQuesto articolo è stato scritto grazie ai sopralluoghi di #EraOnTheRoad. Contattaci per commenti, segnalazioni e domande: redazione@erasuperba.it

     

     

     

     

  • Sampierdarena, via Caveri: accordo Comune-privati per fermare il degrado

    Sampierdarena, via Caveri: accordo Comune-privati per fermare il degrado

    Sampierdarena. via CaveriVia Caveri, una strada mista comunale-privata di Sampiardarena (nei pressi di Piazza Masnata) che si arrampica sulle alture conducendo a diversi palazzi e pure a due scuole, versa da tempo in condizioni disastrose. Le innumerevoli buche disseminate lungo il manto stradale ne rendono pericoloso il transito, in particolare per scooter e moto, mentre il marciapiede preesistente è quasi del tutto danneggiato e viene utilizzato dai proprietari di automobili come parcheggio. La gravità della situazione è resa evidente dalla chiusura di una scala di collegamento, nella parte alta della via, onde evitare rischi per la pubblica incolumità.

    Parliamo di un’arteria urbana secondaria ma frequentata quotidianamente da molte famiglie che accompagnano i propri figli presso la scuola materna “H.C.Andersen” e la scuola elementare “E.Montale”, nonché al parco pubblico adiacente.
    «Alla sommità via Caveri, prima dell’ingresso degli edifici scolastici, si trova una piazzetta priva d’asfaltatura che nei giorni di pioggia si trasforma in un acquitrino fangoso – racconta Fabio Papini, abitante del vicino Campasso e consigliere (Pdl) del Municipio Centro Ovest che nell’autunno scorso ha presentato un ordine del giorno in merito – Ma la manutenzione è carente lungo tutto il percorso. Per questo ho sollevato la questione in consiglio municipale chiedendo di coinvolgere l’assessore comunale ai Lavori Pubblici, Gianni Crivello, in modo tale da indire un’assemblea con gli amministratori dei condomini di via Caveri affinché si giunga ad un accordo per la sistemazione della strada e delle pertinenze ad essa collegate».

    Sampierdarena. via Caveri2E sì, perché il nodo critico è proprio legato alla natura giuridica della strada, classificata come strada mista comunale-privata. «I primi cinquanta metri di via Caveri (civ. 4 compreso), sono di proprietà del Comune di Genova – conferma l’assessore Crivello – Per il restante, a Catasto Strade, risulta che l’intera via sia costituita da un unico mappale senza numero, non sono indicati i proprietari e dunque può essere classificata vicinale (via di proprietà privata soggetta a pubblico transito, ndr). Da ricerche effettuate presso l’Ufficio Utenze, non risultano utenze a carico del Comune per l’illuminazione della via. Gli interventi effettuati da Aster sono stati prevalentemente sul sedime comunale, fatta eccezione per l’intervento di chiusura per incolumità di una scala di raccordo in via Caveri alta».

    Diversi cittadini, come racconta il consigliere del Municipio Centro Ovest, Papini «Si sono lamentati della situazione e hanno chiesto un intervento del Comune che però, vista la natura vicinale di gran parte della strada, ha risposto con un diniego. Detto ciò, il Comune ha l’obbligo di concorrere alla manutenzione pro quota unitamente ai proprietari. Il problema è trovare un accordo tra gli amministratori dei palazzi coinvolti».

    Le strade vicinali di uso pubblico, dunque, chiamano direttamente in causa i rapporti tra i privati e la Pubblica Amministrazione, in particolare i Comuni, i quali sarebbero obbligati a concorrere alla spesa per la manutenzione, sistemazione e riparazione della strade vicinali di uso pubblico, ai sensi dell’art. 3, del D.Lgs. Luogotenenziale 01.09.1918, n. 1446 che «… prevede l’obbligo del Comune di partecipare agli oneri di manutenzione ordinaria e straordinaria delle strade vicinali, nella misura variabile da 1/5 fino a metà della spesa a seconda dell’importanza delle strade, purché la strada sia soggetta a pubblico transito. Sussiste tale requisito ogni qual volta la strada vicinale può essere percorsa indistintamente da tutti i cittadini per una molteplicità di usi e con una pluralità di mezzi, mentre è irrilevante che la stessa si presenti disagevole in alcuni tratti e poco frequentata nel complesso. L’uso pubblico, assimilabile a una servitù collettiva, legittima i Comuni a introdurre alcune limitazioni al traffico, ad esempio vietando l’uso di alcuni mezzi (specie di quelli molto impattanti) in modo continuativo o in particolari periodi, come per il resto della viabilità comunale. L’apposizione di limiti e divieti non fa venire meno la caratteristica del pubblico transito e quindi non esime i Comuni dall’obbligo di contribuire alla manutenzione (T.A.R. Lombardia Brescia, sez. I, 11 novembre 2008, n. 1602)».

     

    Matteo Quadrone

  • Molassana, ex piombifera via Lodi: stop a nuove case, dubbi sul futuro

    Molassana, ex piombifera via Lodi: stop a nuove case, dubbi sul futuro

    piombifera-moltini-via-lodi-molassanaSono preoccupati gli abitanti di via Lodi, zona Preli, alture di Molassana. Come riportato giorni fa sulle pagine di un quotidiano locale, infatti, a inizio dicembre davanti all’ingresso dell’ex Piombifera Moltini è comparsa una misteriosa scritta “Ricupoil srl”: si tratta di una società che si occupa principalmente di stoccaggio di oli esausti e che, secondo sempre più ricorrenti indiscrezioni, avrebbe acquistato l’area in oggetto dal liquidatore della vecchia proprietà, l’avvocato Paolo Momigliano. Sembra così svanito definitivamente nel nulla il progetto di riqualificazione di quel terreno che si estende per quasi 6500 metri quadrati e che avrebbe dovuto ospitare un nuovo complesso residenziale “non invasivo” e, probabilmente, anche un’attività commerciale di medie dimensioni.

    Addio al progetto per la realizzazione di nuove residenze

    Facciamo un salto indietro nel tempo. Nel 2005 “La Piombifera” chiudeva i battenti, lasciando a casa un centinaio di lavoratori, dando avvio a un lungo processo di liquidazione. Qualche anno prima, nel 2002, in seguito a una frana erano emersi dal sottosuolo alcuni bidoni che lasciavano presagire la necessità di approfondite indagini su eventuali attività illecite di gestione dei rifiuti. Da quel momento, lo stabilimento di via Lodi, i cui fabbricati contengono anche una certa quantità di eternit che rende necessaria un’accurata e non più procrastinabile bonifica, è rimasto sostanzialmente abbandonato e giace oggi in una situazione di degrado.

    piombifera-moltini-via-lodi-molassana-3L’iter amministrativo per la riqualificazione della zona è culminato nel 2012 con una delibera di Consiglio comunale che dava il preventivo assenso a una variante al Puc per cambiare la destinazione d’uso dell’ex area piombifera da produttiva a residenziale, con una serie di oneri urbanistici che riguardavano in particolare la demolizione di tutti gli edifici esistenti, la bonifica dell’amianto, la messa in sicurezza idrogeologica dei terreni attorno al rio Preli e l’allargamento della sede stradale di via Lodi. Un iter che, però, non è mai giunto a conclusione, dato che per poter sciogliere la relativa conferenza dei servizi è necessaria la piena accettazione degli oneri urbanistici da parte di chi volesse realizzare le strutture residenziali. Passaggio mai avvenuto, come spiega il vicesindaco con delega all’Urbanistica, Stefano Bernini, a causa della crisi del mercato immobiliare che ha reso non più economicamente appetibile l’opera.

    «Ad oggi – sostiene Bernini – il Comune di Genova ha una conferenza servizi ancora aperta per la realizzazione di un’area residenziale in via Lodi. Siamo di fronte al classico caso di cui tanto si è parlato ma nulla di formale è avvenuto. Si dice che il liquidatore della Moltini avrebbe seguito nuovi percorsi per la vendita dell’area ma a noi non risulta nulla di ufficiale. In quell’area attualmente si potrebbe proseguire col progetto previsto dal piano urbanistico oppure continuare l’attività della piombifera, opzione che ritengo alquanto impercorribile. Se, invece, come sembra, si volesse cambiare la tipologia produttiva è necessario passare attraverso le forche caudine degli uffici urbanistici comunali».

    In sostanza, la Ricupoil può anche aver acquistato l’area ma ben poco ci potrebbe fare finché non intervenisse una nuova variante al Puc che, per poter essere accettata, dovrebbe comunque prevedere le inevitabili opere accessorie di messa in sicurezza del rio Preli e di allargamento della sede stradale di via Lodi. Il tutto a prescindere dalla bonifica della zona su cui sembra stiano procedendo Arpal e Asl, soggetti competenti per l’eliminazione dell’amianto.

    L’entrata in scena di Ricupoil: quale futuro per l’ex piombifera?

    piombifera-moltini-via-lodi-molassana-2Sembra perciò piuttosto strano che Ricupoil si sia resa disponibile ad acquistare l’area sostanzialmente alla cieca, soprattutto per le ingenti cifre che sono circolate in Consiglio comunale. Secondo il capogruppo del Pdl Lilli Lauro, infatti, si parlerebbe addirittura di 2,5 milioni di euro. Una somma esagerata per il semplice trasferimento della sede direzionale-amministrativa della nuova proprietà che, attualmente, risiede in via Laiasso, zona Ponte Carrega, e coinvolge non più di una cinquantina di dipendenti. Ma c’è di più. Secondo voci ricorrenti, infatti, Ricupoil starebbe ultimando l’acquisto di alcuni mezzi di Eco.Ge della famiglia Mamone, che riguardano in particolare il settore degli autospurghi. Da qui, la crescente preoccupazione sulle attività che nel futuro potrebbero interessare la stretta via Lodi, che rischierebbe di dover ospitare una rimessa di mezzi piuttosto ingombrante a pochi metri di distanza dalla sede da un edificio scolastico.

    Al momento, comunque, la cifra di acquisto sembra priva di qualsiasi fondamento, come ci spiega il presidente del Municipio IV – Media Val Bisagno, Agostino Gianelli: «In un paese democratico, Ricupoil è liberissima di comprarsi ciò che vuole. Io non so se l’hanno fatto e, nel caso, a quali cifre. So solo che quelle riportate in Consiglio o sono inventate o, comunque, differentemente da quanto è stato detto, non provengono da fonti municipali che hanno parlato con me. Quando ho saputo la cifra tirata fuori dalla Lauro, ho chiesto a una sua consigliera municipale da dove arrivasse questa informazione, ma mi è stato risposto che non sapeva da dove fosse uscita. Di fronte a questa situazione io non posso fare altro che confermare che finché non interviene un’ulteriore variante al Piano urbanistico, che deve essere approvata dal Consiglio comunale, nell’area ex Montini non è che si possa fare molto di nuovo».

    Quale impatto avranno le attività di Ricupoil, dunque, non è ancora dato saperlo. Ma se consideriamo che gli oli esausti sono inquinanti al massimo, in caso di pioggia che cosa potrebbe succedere dato che l’area sorge sul rio Preli, zona fortemente alluvionabile? Anche in questo caso il presidente Gianelli ha trovato rassicurazioni direttamente alla fonte: «Dopo la prima apparizione della notizia sulla stampa locale, il titolare della Ricupoil è venuto a farmi visita con l’intento di rassicurarmi sul fatto che non ha alcuna intenzione di spostare il deposito degli oli nell’area dell’ex piombifera. Innanzitutto, perché in termini di legge non è possibile creare depositi in terreni che sorgono in prossimità di corsi d’acqua. Inoltre, la ditta possiede già il deposito di via Laiasso, che continuerà a essere attivo, perciò verranno spostati solo gli uffici amministrativi. Gli interventi che saranno effettuati, oltre naturalmente alla bonifica dell’amianto, saranno solo di natura strutturale con l’eliminazione di un capannone e la messa in sicurezza di tutta l’area. Mi è stato assicurato che non esiste alcun progetto di cambiamento di destinazione d’uso».

    Gianelli, inoltre, ha spiegato che la stessa proprietà si è detta disponibile ad affrontare la questione in un tavolo a tre con Bernini nonché a incontrare i cittadini in un’eventuale assemblea pubblica.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Piscine di Multedo e Voltri: messa in sicurezza per arginare il degrado

    Piscine di Multedo e Voltri: messa in sicurezza per arginare il degrado

    multedo-giardini-lennon-degrado-piscine-sapio-2È ancora presto per scoprire che cosa ne sarà del futuro della piscina “Nico Sapio” a Multedo, che ormai è abbandonata al degrado da oltre due anni. C’è però una novità piuttosto importante. L’Associazione sportiva dilettantistica “Nuotatori genovesi”, che aveva vinto il bando pubblico di concessione dell’impianto – una piscina da 25 metri, una palestrina prenanatoria e due campi in erba sintetica per la destinazione promiscua di tennis multedo-degrado-piscine-sapioe calcio a 5 – ma che non si era rivelata in grado di poterne sviluppare la riqualificazione e il rilancio, ha finalmente riconsegnato le chiavi, dopo un lungo tira e molla che abbiamo già  raccontato in passato.

    La piscina, dunque, è tornata nella piena disponibilità del Comune di Genova, che però deve assolutamente provvedere alla sua messa in sicurezza come ha mostrato la nostra incursione nel corso di una puntata di #EraOnTheRoad. Per poter porre un freno allo stato di sostanziale abbandono ed evitare nuove effrazioni e altri atti vandalici, compreso il tentativo di piccoli furti del materiale ancora presente all’interno dello stabile, l’assessorato allo Sport ha stanziato 24 mila euro a beneficio del Municipio VII Ponente.

    «Con questa cifra – spiega il presidente Mauro Avvenente – dovremo predisporre un piccolo bando per chiudere gli accessi non solo alla piscina di Multedo ma anche alla Mameli di Voltri. L’idea iniziale era quella di murare tutti gli ingressi per impedire sfondamenti, ma si sarebbe trattato di uno spreco di denaro pubblico perché i prossimi gestori sarebbero stati costretti ad abbattere l’ostacolo, con ulteriore lavoro da parte loro». La soluzione, allora, dovrebbe definitivamente orientarsi verso l’installazione di robusti cancelli che possano dissuadere i malintenzionati e rimangano patrimonio futuro per chi si aggiudicherà la gestione dei beni.

    «A Voltri – prosegue Avvenente – l’attività natatoria dovrebbe riaprire i battenti in estate, dal momento che l’associazione che ha finora avuto in mano la piscina si è detta disponibile a proseguirne la gestione anche per la prossima stagione, soprattutto in ottica di un possibile rilancio invernale nel 2014-2015».

     

    Il futuro della piscina Nico Sapio di Multedo

    In attesa del nuovo bando comunale, resta invece ancora incerto il futuro dell’impianto di Multedo. In questa fase transitoria, ci sarebbe l’intenzione di restituire ai bambini del quartiere almeno uno dei due campetti in erba sintetica che costeggiano l’ingresso al Pio XII – Signorini. Ma anche in questo caso le cose non sono per nulla semplici, come ci spiega Avvenente: «L’idea inziale era capire se il Comitato di quartiere di Multedo fosse stato in grado di gestire i due campetti in questa fase intermedia. Il Comune, tuttavia, ha manifestato l’interesse di mantenere integro tutto l’impianto sportivo dei giardini Lennon per rendere in qualche modo remunerativa la futura concessione dal momento che la piscina da sola non garantisce un sufficiente apporto economico. Il comitato però ha detto di non essere in grado di gestire un centro sportivo così articolato solo con l’attività di volontariato, anche perché sarebbe necessario mettere mano all’impianto elettrico, agli spogliatoi e alle recinzioni, oltre naturalmente alla manutenzione del manto sintetico. Ma in questo caso servirebbero cifre almeno con uno zero in più rispetto a quelle messe attualmente a disposizione dal Comune». Un piano b potrebbe essere il temporaneo affidamento a qualche scuola calcio già attiva sul territorio che, tuttavia, vorrebbe la garanzia di una disponibilità pluriennale: richiesta che mal si concilia con la necessità di giungere molto rapidamente al nuovo bando di concessione.

    Insomma, una matassa abbastanza complicata da dirimere ma, almeno, si sta finalmente parlando di proposte concrete dopo mesi di attesa gettati al vento, come testimonia la chiosa del presidente Avvenente: «Stiamo valutando tutti i pro e i contro per evitare che lo stato di abbandono non degradi i beni a un livello tale che chiunque poi dovesse vincere la gestione degli impianti ci dovesse mettere secoli per rimetterli in funzione».

     

    Simone D’Ambrosio

  • Quezzi, ex Onpi: un enorme edificio abbandonato da anni. Quale futuro?

    Quezzi, ex Onpi: un enorme edificio abbandonato da anni. Quale futuro?

    quezzi ex onpi edificio particolare 006Un complesso urbano di dimensioni notevoli, oltre 5300 mq di superficie netta, da diversi anni giace abbandonato – e prima sottoutilizzato – nel quartiere di Quezzi, in via Donati n. 5, immediate vicinanze di via Fereggiano. Parliamo dell’edificio ex ONPI (compreso l’ampio giardino annesso) che storicamente ha sempre avuto una destinazione socio-sanitaria, in principio ospitando l’Opera Nazionale Pensionati d’Italia, poi una residenza protetta per anziani gestita dall’Istituto Doria e ancora – dopo la costituzione della nuova A.S.P. Emanuele Brignole (Azienda Servizi alla Persona) – la RSA Quezzi, per scivolare, infine, nel più completo degrado. Oggi l’imponente palazzo è ormai fatiscente nonché continuamente brutalizzato da incursioni vandaliche piuttosto frequenti. Negli ultimi tempi, un presidio almeno temporaneo, è stato rappresentato dalla pubblica assistenza Volontari del Soccorso, che ha trovato accoglienza all’interno di alcuni locali dell’ex ONPI in seguito al danneggiamento della propria sede nell’alluvione del 2011, ma proprio di recente i militi si sono trasferiti presso la nuova sede di via Canevari. E così il degrado è tornato a essere il padrone incontrastato.

    quezzi ex onpi edificio 007L’immobile di Quezzi è pervenuto al Comune di Genova – in forza di una legge del 1988 conseguente allo scioglimento dell’ONPI – una volta dismessa l’attività sociale. Tuttavia, il complesso non è interamente di proprietà civica, in quanto circa un terzo è stato ceduto ad Arte Genova (Azienda Regionale Territoriale per l’Edilizia della Provincia di Genova) nel 2010, a seguito di una permuta finalizzata all’acquisizione, da parte del Comune, di una porzione di Villa De Mari, destinata ad attività sociali nell’ambito della Fascia di rispetto di Prà. La rimanente parte, circa due terzi del complesso, è invece rimasta in capo al Comune, in particolare l’area esterna.
    Sette anni orsono, nel 2006-2007, si parlava di una riconversione dell’ex ONPI ad uso abitativo – nell’ambito del piano comunale di riqualificazione di Quezzi – con priorità alla realizzazione di residenze sostitutive di quelle destinate alla demolizione ai fini della messa in sicurezza della valle del Fereggiano. Il progetto, però, è naufragato, le case sono state abbattute ma le persone trasferite altrove, mentre il complesso di via Donati è rimasto un contenitore vuoto.
    Adesso, per la travagliata vicenda dell’ex ONPI di Quezzi, potrebbe finalmente aprirsi uno spiraglio positivo, visto che Arte sembra intenzionata ad acquisire l’intero edificio per trasformarlo in nuovi alloggi. Nel frattempo, il Municipio Bassa Valbisagno si è impegnato in prima persona per la riqualificazione del giardino annesso.

    Quale futuro per l’ex ONPI?

    Nel maggio 2013, il consigliere comunale del Partito Democratico, Claudio Villa, ha chiesto informazioni in merito alla Giunta di Palazzo Tursi. «L’immobile ex ONPI di Quezzi versa in una situazione di evidente degrado – ha spiegato Villa – Il Municipio Bassa Valbisagno, anche con la disponibilità dei residenti, sta lavorando ad un progetto di riqualificazione dell’area verde circostante. A questo proposito, chiedo quali interventi abbia in atto di compiere l’amministrazione, a sostegno delle iniziative già intraprese».
    «Rispetto al complesso ex Onpi stiamo studiando, nell’ottica di una politica generale di riduzione dei costi, un’ipotesi di permuta con Arte, in cambio di tre edifici scolastici sui quali paghiamo il fitto passivo – ha risposto l’assessore al Bilancio e Patrimonio, Francesco Miceli – Qualora l’operazione non andasse a buon fine, l’idea è quella di cercare di vendere l’immobile perché un diverso utilizzo da parte del Comune richiederebbe altissimi costi di ristrutturazione che in questo momento non possiamo prevedere».

    quezzi ex onpi edificio 005«Si tratta di un edificio enorme e di un’area abbandonata da troppi anni – spiega il presidente del Municipio, Massimo Ferrante – Quattro mesi fa ho scritto al Sindaco Marco Doria e al presidente della Regione Claudio Burlando per chiedere un tavolo di confronto su questo tema. Esistono dei comitati di abitanti che sarebbero pronti a darsi da fare per migliorare la situazione. L’area verde rimarrà di proprietà comunale. Quindi possiamo subito intervenire. In tal senso, c’è già la disponibilità del CIV di zona e dei comitati di genitori di alcune vicine scuole».
    Ferrante sostiene che, circa un mese fa, anche la parte comunale sarebbe passata in mano ad Arte. A dire il vero, l’operazione è ancora in divenire, come spiega l’assessore comunale al Patrimonio, Francesco Miceli «L’ipotesi permuta va avanti, ma finora non si è concretizzata perché Arte prima vuole la conferma, da parte della Regione, di poter realizzare, quindi finanziare, una ristrutturazione finalizzata alla realizzazione di nuove unità abitative di edilizia popolare o social housing. Il Sindaco Doria, a breve, incontrerà il presidente della Regione Burlando per sollecitare una soluzione in grado di ampliare l’offerta di case popolari sul territorio. Inoltre, la permuta permetterebbe al Comune di ottenere tre edifici scolastici di via Fea (zona Marassi, nda), più altre unità di minore entità».
    Insomma, Arte aspetta il via libera dalla Regione e l’amministrazione di Palazzo Tursi sta alla finestra. Comunque sia, l’intenzione di entrambe le parti «È quella di arrivare a concludere l’operazione di permuta», chiosa l’assessore Miceli.

    La riqualificazione dell’area esterna: l’impegno del Municipio con l’aiuto dei cittadini

    quezzi ex onpi 009

    La filosofia promossa dal Municipio Bassa Valbisagno, è sintetizzata così dal presidente Ferrante «Intanto iniziamo noi, come ente decentrato dell’amministrazione comunale, a recuperare una porzione dell’ampio giardino che circonda l’ex ONPI, con l’aiuto dei cittadini attivi ai quali sarà affidata in gestione. Il Municipio può contare su un budget annuale di 300-350 mila euro di Conto capitale. Per questo, proprio con l’ultimo Conto capitale, abbiamo deciso di stanziare oltre 40 mila euro per la sistemazione di una parte dell’area verde. Così facendo cerchiamo di dare il là alla riqualificazione e cominciamo a mettere piede dentro il sito abbandonato».
    il Municipio, però, come mette in chiaro Ferrante «Ha investito delle importanti risorse economiche perché gli è stato assicurato un contestuale impegno di Arte. Quest’ultima è un’azienda regionale con una sua precisa mission e non sono io a dover dire se a Quezzi saranno realizzate unità abitative di edilizia popolare, social housing o quant’altro».

    quezzi ex onpi giardino 004La prossima tappa è fissata il 9 dicembre, quando si svolgerà un incontro tra Comune, Municipio e Arte. «Premesso che, almeno per i prossimi anni, vale a dire prima che sia possibile partire con i lavori di ristrutturazione, l’edificio rimarrà tale e quale – sottolinea Ferrante – noi dobbiamo ragionare con l’azienda regionale affinché il primo passo sia quello di impedire a vandali e sbandati l’accesso all’interno dei locali. Io mi aspetto che Arte intenda tutelare la sua proprietà. In futuro, se la situazione dovesse evolvere in maniera negativa, il Municipio si farà sentire visto che sta mettendo in gioco una forte volontà politica, oltre a una significativa quota di denaro».

    Tuttavia, soltanto l’auspicabile spirito d’iniziativa dei cittadini – pure con il concreto contributo dell’ente municipale – non basta per cambiare lo stato di fatto. «L’amministrazione comunale ci deve dare una mano per ampliare la riqualificazione – sottolinea Ferrante – anche attraverso un sostegno economico. Noi possiamo far rivivere circa 500 mq. Ma la superficie esterna da recuperare è molto più vasta. Il Municipio, intanto, può far sì che i residenti inizino a riappropriarsi del giardino dell’ex ONPI».

    Anche perché, simili aree cadono facilmente nel dimenticatoio, quando non gli viene assegnata una precisa destinazione. «Sono numerosi gli esempi di giardini che abbiamo sistemato, rendendoli accessibili agli abitanti – ricorda il presidente del Municipio Bassa Valbisagno – L’ultimo esempio è quello di Terralba dove, vicino al mercato, il Municipio ha ripristinato uno spazio che era diventato rifugio di persone problematiche. L’installazione di alcuni giochi per bambini e di un cancello per la sicurezza sono interventi che riqualificano un luogo, dandogli un’evidente funzione. A fine mese i giardini di Terralba saranno aperti al pubblico grazie al loro affidamento in gestione alle realtà associative di quartiere».
    Secondo Ferrante, esiste una rete di associazioni che già sono impegnate in tale direzione o sono pronte a farlo. «Stiamo parlando di buone prassi che vogliamo esportare il più possibile nell’intero Municipio – conclude il presidente della Bassa Valbisagno – Il nostro investimento sull’ex ONPI è davvero importante. Noi ci crediamo. Ma anche gli altri devono crederci».

    quezzi ex onpi edificio 001

    «Ovviamente sono favorevole alla riqualificazione del giardino dell’ex ONPI – spiega il consigliere municipale di Rc-Fds e residente a Quezzi, Giuseppe Pittaluga – E auspicherei una ristrutturazione dell’edificio con l’obiettivo di destinarlo completamente all’uso pubblico, quindi edilizia popolare, oppure case per madri in difficoltà, padri separati, ecc., insomma per dare risposta alle reali esigenze della cittadinanza».
    Il consigliere Pittaluga, invece, esprime perplessità in merito al trasferimento del complesso nelle mani di Arte «Se davvero l’edificio passerà all’azienda regionale non è detto che poi quest’ultima realizzerà della vera edilizia popolare. A volte, infatti, dietro al social housing si mascherano anche interventi finalizzati alla vendita di residenze sul libero mercato. E qui a Quezzi, in una zona ultra urbanizzata, ciò sarebbe deleterio».
    In effetti, l’emblematico caso di via Ortigara in Val Polcevera – dove va detto non è coinvolta Arte ma Spim, società immobiliare del Comune – è un esempio negativo da tenere bene in considerazione.

    «All’inizio del mio mandato di consigliere ho domandato ad Arte quante e dove sono le unità sfitte nel territorio del Municipio – conclude Pittaluga – Attendo ancora oggi una risposta. Probabilmente, prima di avviare qualunque operazione, occorrerebbe valutare attentamente quanta potenziale offerta di edilizia popolare, oggi inutilizzata, è già presente a Marassi, Quezzi e San Fruttuoso».

    Matteo Quadrone

    [Foto dell’autore]

  • Prà, ex stazione e parco Dapelo: rimane soltanto il degrado

    Prà, ex stazione e parco Dapelo: rimane soltanto il degrado

    cantiere-stazione-praPrà è un quartiere sui generis e ancora in divenire. Dopo la creazione del porto commerciale a discapito delle spiagge che attiravano turisti da tutto il nord Italia soprattutto negli anni ’50 e ’60, la sua fisionomia è mutata radicalmente e ancora oggi i praini ne pagano lo scotto. I progetti del POR-Fesr Prà Marina di questi ultimi anni per il rilancio della zona si sono sviluppati con andamento variabile e incerto nel corso di tre amministrazioni fascia-rispetto-pradifferenti, dalla giunta Pericu all’attuale Doria, e oggi restano tante perplessità: la Fascia di Rispetto attualmente risponde alle iniziali aspettative di cittadini e amministrazione? La risposta è no.

    Nel corso di #EraOnTheRoad abbiamo visitato il quartiere e abbiamo parlato con cittadini, associazioni e rappresentanti politici. In questo articolo ci concentriamo in particolare su due aree della Fascia di Rispetto: Parco Dapelo ed ex stazione ferroviaria.

    Quella che sarebbe dovuta essere una zona di “respiro” tra città e porto, dotata di strutture per il divertimento, lo sport, il relax, è oggi perlopiù nel degrado. La parte a Levante è occupata abusivamente da quattro anni da una quindicina di famiglie (in totale 30 – 40 persone) che hanno insediato lì le loro baraccopoli. Il tutto, con ripercussioni anche sulla vivibilità nel quartiere. Ad ascoltare i racconti dei cittadini, gli occupanti si aggirerebbero nel centro cittadino, non senza causare disagi: «Li vediamo ancora fare i loro bisogni in strada, anche dopo che Piazza Sciesa è stata dotata di un vespasiano, e avvertiamo tensioni sociali». Non a caso, poche settimane fa CIV e Comitato per Prà hanno presentato alla procura oltre 500 esposti per lo sgombero, ma finora non sono arrivate risposte.

     

    Parco Dapelo

    parco-dapelo-praAnche la parte più a Ponente della Fascia di Rispetto, seppur in stato migliore, presenta non poche contraddizioni: se il polo sportivo (campo da calcio, piscina, centro remiero) funziona e attira ogni giorno sportivi e cittadini, la zona occupata dal Parco Dapelo, di proprietà comunale, è invece l’emblema di un’operazione di riqualificazione fallita: nato nel 2001, è stato pensato per essere il polmone verde del quartiere, sul modello nerviese (con palme provenienti dalla dotazione di Euroflora 2001), con spazio giochi e teatro all’aperto per coinvolgere la cittadinanza in manifestazioni e concerti. Oggi, le palme -secche- sono da sostituire e dei sei pioppi originari due sono crollati una settimana fa, mentre gli altri quattro dovrebbero essere abbattuti, con procedure lunghe e costose. La scarsa cura dei 30 mila mq, con le erbacce che superano in altezza le panchine e la poca illuminazione, lo rendono poco frequentato.

    La manutenzione del parco è stata affidata dal Comune all’associazione Prà Viva, gruppo sociale senza scopo di lucro che registra la partecipazione di oltre mille cittadini e riunisce in sé oltre 15 Associazioni differenti, e nel cui Consiglio Direttivo sono stati insediati soggetti (3, dei 7 totali) nominati direttamente dal Comune di Genova. La missione di Prà Viva è la gestione di tutti i servizi pubblici, impianti sportivi, parcheggi, aree e immobili, spazi verdi, attività commerciali esistenti e previste sulla Fascia di Rispetto. Dal 2004-2005, considerate soprattutto le difficoltà dell’associazione nel garantire da sola il decoro, Prà Viva ha sottoscritto un accordo con Aster, per cui i due soggetti collaborano nella gestione degli 80 mila mq totali, con Prà Viva che versa ad Aster circa 40 mila euro l’anno, impianti esclusi: spesa insostenibile per l’associazione, che è attualmente alla ricerca di soluzioni diverse. Racconta il presidente Ginetto Parodi: «Vorremmo optare per una formula in cui i costi sono gestiti dall’Amministrazione. Noi diventiamo “sponsor” di Aster e gestiamo le aree di pertinenza limitrofe al nostro circolo, mentre loro si occupano del restante. Per noi è un impegno troppo grande, sono aree pubbliche e non c’è ritorno economico».

    Continua Parodi: «Impensabile per noi pensare di farci carico di un onere di questa portata, il Comune delega a noi ma noi non abbiamo i mezzi per gestire la “cosa pubblica”. Chiediamo ai cittadini di Prà di collaborare: creare gruppi di aggregazione è sì indice di una città viva e che vuole cambiare, ma nel nostro quartiere ce ne sono tanti e spesso il rischio è quello di disperdere le forze. Meglio stare uniti».

    Il parco Dapelo e le restanti porzioni della Fascia di Rispetto dovrebbero essere il simbolo della rinascita del quartiere, sui progetti si è investito molto anche in termini di promozione, invece la realtà dei fatti sottolinea impietosa gli errori di valutazione commessi dalle amministrazioni, a partire dall’affidare la gestione di un’area così vasta e delicata ad un soggetto che non avrebbe mai potuto avere le spalle abbastanza grosse per sostenerne il peso.

     

    Ex stazione ferroviaria

    Ex stazione Ferroviaria Genova PràSempre davanti all’impianto sportivo, ecco il vecchio sedime ferroviario, ora smantellato ma mai rimosso, con tracce di amianto. Di questo, solo una parte è stata trasformata in parcheggio provvisorio, ad uso degli utenti degli impianti. La vecchia stazione, invece, fa parte degli interventi del POR 2007-2013: erano stati stanziati finanziamenti dall’Unione Europea per la creazione di un mercato a Km 0, per l’integrazione del centro abitato con la Fascia di Rispetto, ma finora nulla è stato fatto. Al posto di quest’ultimo, racconta Nicola Montese del Comitato per Prà, al sabato mattina ci sono due banchi di Coldiretti, ma non sono sufficienti a sostituire il progetto iniziale. Nuova, invece, l’altra stazione di Prà, quella più a mare: aperta dal 2006, lo stesso Montese avanza l’ipotesi che l’architettura così imponente sia stata voluta solo “per riempire” gli oltre 6 km di fascia di rispetto, troppo “vuoti”. E poi? Null’altro: si attende di vedere se verrà realizzata la modifica alla viabilità della Via Aurelia entro il 2015 (concessa una proroga di due anni), con i fondi stanziati per il POR, altrimenti ci sarà la revoca dei finanziamenti. Anche qui il Comitato mostra perplessità. Quello che doveva essere un percorso “partecipato”, che coinvolgeva Amministrazione e cittadini, per molti operatori (come ad esempio Comitato per Prà e Associazione Per il Ponente) si è rivelato un percorso “a senso unico” e partecipato solo nominalmente. Mentre i cittadini avrebbero preferito la trasformazione di Via Aurelia in una strada a due corsie a scorrimento lento (30 Km/h, con agevolazioni per il traffico ciclabile a limitazioni per quello automobilistico), con la creazione di una nuova strada a scorrimento veloce più lontana dal centro abitato (lungo l’ex sedime ferroviario), l’Amministrazione ha dato il via libera a una soluzione che prevede il raddoppiamento delle corsie sulla Via Aurelia, senza limitazioni di velocità. Cosa che, a detta dei comitati, non fa che allontanare la Fascia di Rispetto dal centro commerciale del quartiere (Via Fusinato) e non integrare le due realtà.

    Nicola Montese racconta: «Avevamo tutto, non abbiamo più niente: ci hanno portato via la nostra identità, promettendoci un risarcimento mai arrivato. Storicamente questa era una delle località turistiche più ambite della riviera ligure (la Nervi o la Camogli di Ponente come ricorda una vecchia canzone popolare “Sabbo a Camoggi e dumenega a Prà”, n.d.r.). Poi, la frattura: dagli anni ’70-’80, le spiagge – prima fonte di occupazione, di reddito e parte dell’identità locale – sono state smantellate per far posto all’insediamento del porto merci con la prospettiva di 5 mila posti di lavoro per i cittadini di Prà (i posti sono stati poi mille, di cui solo 26 sono praini). Per “risarcire” gli abitanti della perdita, prima è arrivata la Fascia di Rispetto e poi il progetto di creazione di una “grande Prà”, invece siamo nel degrado assoluto. Proviamo a interagire da tempo con un Municipio inesistente e un Comune che pensa di poter nascondere qui tutto il “marcio”. Abbiamo creato un Comitato senza bandiere politiche per rivendicare quel che ci spetta e dare voce a quelle persone che hanno così paura di vivere nel loro quartiere, che non denunciano nemmeno più i crimini: dopo l’arrivo delle baraccopoli, i furti risultavano diminuiti».

     

    Elettra Antognetti

    Era On The RoadQuesto articolo è stato scritto grazie ai sopralluoghi di #EraOnTheRoad. Contattaci per commenti, segnalazioni e domande: redazione@erasuperba.it

     

     

     

  • Multedo, piscina Nico Sapio: dopo due anni il futuro è ancora incerto

    Multedo, piscina Nico Sapio: dopo due anni il futuro è ancora incerto

    multedo-giardini-lennon-degrado-piscine-sapio-5Poco prima della pausa estiva, durante un sopralluogo di #EraOnTheRoad in diretta Twitter, avevamo promesso aggiornamenti riguardo al futuro della piscina Nico Sapio a Multedo (qui un approfondimento del novembre 2012). Ma l’avvenire dell’impianto ponentino – che in occasione della diretta abbiamo avuto modo di constatare come non goda attualmente di buona salute (vedi galleria foto) – è ancora totalmente avvolto nella nebbia. Insomma, chi sperava di poter mettere i piedi in acqua nel prossimo inverno dovrà rassegnarsi a rimanere all’asciutto quantomeno anche per la futura stagione sportiva che ormai è alle porte.

    La struttura di proprietà comunale – che oltre a una piscina da 25 metri comprende una palestrina prenanatoria e campi in erba sintetica per la destinazione promiscua di tennis e calcetto – è stata consegnata il 4 dicembre 2012 all’Associazione sportiva dilettantistica “Nuotatori genovesi, vincitrice di un apposito bando lanciato da Tursi. Oltre al canone annuale di concessione di poco inferiore ai 15 mila euro, il contratto prevedeva che l’associazione avviasse una serie di lavori di “manutenzione ordinaria e straordinaria, con esclusione delle parti strutturali” già a partire dal febbraio 2013, per poter aprire l’impianto intorno al mese di novembre. Ma i lavori non hanno mai visto luce. “Nuotatori genovesi” lamenta, infatti, che la struttura sia stata consegnata in condizioni diverse da quanto previsto dal bando. In una lettera inviata agli uffici comunali competenti, si parla di mancanza dell’impianto fognario e, addirittura, di possibile presenza di amianto. E per questo motivo si invoca l’intervento del Comune.

    «Una situazione alquanto grottesca – commenta l’assessore allo Sport, Pino Boero – poiché non capisco come si possa firmare un contratto senza avere ben presente le condizioni del bene che si sta per prendere in gestione e avere piena consapevolezza dei lavori di risanamento che devo intraprendere».

    multedo-degrado-piscine-sapioDietro la motivazione ufficiale ce n’è sicuramente un’altra economica. Ossia l’impossibilità da parte di “Nuotatori genovesi” di reperire i fondi per poter procedere alla ristrutturazione dell’impianto di Multedo. Se da un lato, infatti, il Comune non può più farsi garante di fidejussioni a causa dei vincoli imposti dal patto di stabilità, anche i privati hanno enormi difficoltà a ricevere prestiti bancari per la mancanza di garanzie concrete a copertura dei multedo-degrado-piscine-sapio-2mutui (vedi il caso del Mercato del Carmine ndr).

    Un’impasse da cui si potrà uscire solamente attraverso le vie legali, già imboccate da Tursi. Entro metà novembre, dunque, se non verrà trovata una conciliazione che sembra sempre più improbabile, il bene tornerà definitivamente nelle mani del Comune. Che nel frattempo, si spera, avrà già ascoltato il parere dei secondi classificati nel bando di assegnazione e unici altri partecipanti per capire se fossero intenzionati o meno a rilevare l’impianto. Secondo quanto previsto dalla legge, infatti, l’obbligo a subentrare ai vincitori viene meno dopo 180 giorni dal termine della gara: un periodo già ampiamente trascorso. Certo, si potrebbe procedere comunque a trattativa privata ma sembra che l’interesse di “Idea Sport”, unici altri partecipanti alla gara, sia ormai del tutto scemato. Il gruppo di società (che comprendeva tra le altre  Crociera, Andrea Doria, Multedo 1930, Pontedecimo e Anpi Molassana) infatti, aveva presentato ricorso al Tar contro la graduatoria finale ma, in seguito al pronunciamento del tribunale amministrativo a favore del Comune di Genova, aveva rinunciato a proseguire l’impugnazione presso il Consiglio di Stato.

    La sensazione, dunque, è che a novembre si dovrà procedere con un nuovo bando, giungendo all’ennesima dilatazione dei tempi. Ma in una storia intricata come questa non è il caso di lanciarsi in previsioni che risulterebbero quantomeno azzardate.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Ex Fonderie Ansaldo, Multedo: accantonata l’ipotesi ipermercato?

    Ex Fonderie Ansaldo, Multedo: accantonata l’ipotesi ipermercato?

    ex-fonderie-ansaldoLe ex fonderie Ansaldo, 22 mila metri quadrati nel cuore di Genova, tra Sestri Ponente e Pegli. Uno spazio immenso, dimenticato in balìa del degrado, in un quartiere, quello di Multedo, in cui la presenza del capannone (edificato dal gruppo Ansaldo all’inizio del ‘900 e rimasto operativo fino agli anni ’80) è lo specchio dell’impronta generale di quell’area, “schiacciata” tra il Porto Petroli, la ditta Carmagnani e la Superba.

    Un edificio dal grande valore storico-artistico come ce ne sono pochi in Italia, sul quale sembrava pendere un’inconfutabile condanna, un amaro verdetto: l’edificio, di proprietà privata ed appartenente a una cooperativa composta da quattro associazioni (Panorama Genova, Tecnocittà, Talea, Coop Liguria), avrebbe dovuto essere trasformato in un ipermercato. In una Coop, per la precisione: stando agli accordi del maggio 2012 tra Comune e associazioni proprietarie, si parlava del trasferimento dell’attuale Coop di Via Merano, a Sestri Ponente, nella struttura, rimessa a nuovo. Il tutto, non senza destare perplessità e stupore dei cittadini, contrari a una proposta che a detta loro era già obsoleta se non inutile (una delle tante anomalie di questa città) e che avrebbe finito solo con il danneggiare il piccolo commercio locale.

    ex-fonderie-ansaldo-3Rabbia e indignazione è stata mostrata anche da parte dei commercianti e dei rappresentanti del CIV sestrese e di Pegli, che lamentavano la scarsa attenzione ricevuta nel periodo post-alluvione e denunciavano questo colpo basso da parte dei soggetti competenti. Di fatto, però, il progetto di Coop e soci è fermo al palo e alle ex fonderie non c’è ancora traccia di un cantiere, né di alcunché che faccia prospettare l’imminenza dell’inizio lavori. Abbiamo chiesto delucidazioni al vice sindaco Stefano Bernini, nonché Assessore all’Urbanistica del Comune di Genova, e siamo andati di persona a Multedo a constatare lo stato dei fatti.

     

    Accantonata l’ipotesi ipermercato: si ragiona su nuove proposte

    Interpellato sul progetto di trasferimento della Coop e sull’effettivo inizio dei lavori, Stefano Bernini dichiara: «Allo stato attuale, l’ipotesi di costruzione di un ipermercato nel locali di Via Multedo è ferma. In realtà, Coop Liguria e gli altri proprietari hanno parlato di “nuove proposte” e di “altre ipotesi”, che non sono state ancora ufficialmente presentate. Se ne riparlerà in autunno. Anche noi, per ora, ignoriamo di cosa si tratti, ma a quanto pare la Coop non sarà più realizzata. In ogni caso, bisogna ricordare che qualunque sia la proposta di Coop, il progetto finale dovrà essere unitario e concordato, nel rispetto del vincolo posto dalla Soprintendenza dei Beni Culturali e Paesaggistici sulla storica facciata. La trasformazione della destinazione d’uso deve, inoltre, tenere conto anche di un vincolo comunale, che prevede la realizzazione di una strada di collegamento che, da Via Multedo, si estende fino a Via Puccini (da realizzarsi al momento della realizzazione dell’atteso ribaltamento a mare nel cantiere navale di Fincantieri, a Sestri Ponente, n.d.r.). Infine, sempre in base al vincolo del Comune, è prevista anche la realizzazione di una nuova fermata metropolitana superficiale che, sfruttando i binari del treno già presenti ma inutilizzati, permetterà di deviare qui sulla costa il traffico urbano, una volta che sarà realizzato il nuovo nodo ferroviario interno, per il trasporto delle merci. Oltre Multedo, si parla di realizzare nuove fermate anche a Calcinara, a Voltri, a Pegli Lido, e in altri siti del Ponente genovese, sul modello della stazione già ricavata a San Benigno».

    «Per il momento – prosegue Bernini – non ci resta che attendere e valutare i prossimi passi dei proprietari. Anche nel caso in cui restasse valida l’opzione iniziale del trasferimento della Coop di Sestri Ponente, resterebbero in vigore le disposizioni del 2012 circa la riduzione della metratura. Mentre inizialmente si parlava di 13 mila metri quadrati da destinare al commercio non alimentare, più 2 mila 500 per il settore alimentare, in base alla variante adottata definitamente dal Piano Regolatore lo spazio commerciale è stato ridotto a un massimo di 7 mila mq».

    Lo stato attuale: degrado e abbandono

    ex-fonderie-ansaldo-4Disinnescata la “bomba” del progetto Coop, nonostante il sollievo di commercianti e CIV, restano alcune perplessità: i continui rimandi, la persistente assenza di un progetto vero e proprio, la lentezza della Pubblica Amministrazione e lo scarso interesse dei soggetti privati finirà per provocare lo sfascio definitivo dell’edificio prima che sia raggiunto un accordo? Quello che si chiedono i cittadini è perché – dopo tante titubanze, incertezze, rimandi- ancora non si riesca a trovare un accordo per la riqualificazione di una struttura con così tante potenzialità.

    L’edificio, allo stato attuale, è completamente abbandonato, se non per la presenza di un deposito dell’azienda comunale AMIU, nel piazzale adiacente allo stabile (in cui sono presenti camion e furgoni) e in quello posteriore, dove sono posizionati i cassonetti per la raccolta. L’accesso, reso possibile esclusivamente agli addetti negli orari lavorativi, è altrimenti interdetto al resto della cittadinanza: le due cancellate, a destra e a sinistra della storica facciata principale che affaccia su Via Multedo, sono aperte e varcabili solo dai lavoratori e, anche entrando, l’edificio è ulteriormente recintato da filo spinato e barricate che, pur aggirabili, rendono chiari i precetti di Comune e proprietari: è vietato l’accesso, per motivi non solo di ordine pubblico, ma anche di sicurezza. La struttura, tutta, è infatti fatiscente: spesso varcata abusivamente da “writers” che realizzano graffiti o da persone in cerca di un riparo -come ci confermano i residenti e le persone che incontriamo in zona-, anche da fuori si vede chiaramente che versa in condizioni pericolanti, con calcinacci cascanti, crepe sui muri, pareti abbattute, fili, scale, oggetti dimenticati all’interno dai tempi in cui ancora le fonderie erano operative. Attorno, l’erba alta, le bottiglie rotte e la sporcizia.

    La struttura, importante esempio di architettura industriale dei primi del ‘900, ha subito variazioni nel corso degli anni: al nucleo originario, ridotto per estensione, sono state fatte delle aggiunte, con l’aumento della volumetria iniziale sia in lunghezza che in altezza, con la costruzione di piani superiori tra gli anni ’60 e ’70.

    I pareri dei cittadini sono vari: lo sdegno per le attuali condizioni è trasversale, e si sprecano non tanto i “mugugni” sull’inefficienza amministrativa, quanto l’incredulità per l’abbandono di un sito che ha fatto la storia recente di questa città. Le proposte di riqualificazione (raccolte grazie alla partecipazione al dibattito aperto sui social) si sprecano: polo artistico-museale, spazi per i giovani sul modello internazionale (sullo stile dell’ex locale berlinese “Tacheles”, luogo di ritrovo per artisti di tutto il mondo), polo scientifico sul modello del meno raggiungibile IIT, sulle alture di Morego, e così via. Ai genovesi in fermento che chiedono di ottimizzare i grandi spazi e le strutture cittadine (si veda il caso analogo dell’ex mercato di Corso Sardegna), non resta che attendere le nuove disposizioni.

     

    Elettra Antognetti

    Era On The Road

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  • Mercato Corso Sardegna: il Civ apre i cancelli e fa pressing sul Comune

    Mercato Corso Sardegna: il Civ apre i cancelli e fa pressing sul Comune

    mercato-corso-sardegna-12Dopo il ricorso al TAR da parte della ditta Rizzani-De Eccher, attuale appaltatrice per il progetto di restyling dell’ex mercato coperto di Corso Sardegna, al Comune di Genova sono stati richiesti 11 milioni di euro per i danni causati in questi anni alla ditta di Udine. Con il rischio, per l’amministrazione genovese, che alla Rizzani venga riconosciuto il diritto a ricevere una bella fetta di quell’ingente somma che ha richiesto.

    Il Civ di Corso Sardegna, guidato da Umberto Solferino, venerdì ha aperto i cancelli della struttura ai giornalisti per mostrare il degrado e sensibilizzare la cittadinanza  (in coda le immagini, ndr) su una situazione che al momento continua a rimanere in sospeso (Era Superba ha seguito in più di un’occasione le tappe di questo complesso e travagliato iter, ecco l’approfondimento e gli ultimi aggiornamenti). Lo scorso 3 giugno durante il seminario informativo sui progetti urbanistici in Val Bisagno, il tema mercato è rimasto un po’ a sorpresa ai margini della discussione, in quell’occasione lo stesso Solferino ha chiesto aggiornamenti alle amministrazioni sul futuro della struttura senza ricevere però risposte concrete dagli amministratori presenti, evasivi sul tema.

    «La possibilità di effettuare valutazioni chiare e stabilire la fattibilità del progetto, anche sotto il profilo economico, attualmente c’è – dichiara Solferino – ed è necessario che il Comune agisca adesso prima che sia troppo tardi e prima che la storia del mercato si prolunghi a dismisura».

    Il fatto è che oggi non esiste un progetto realizzabile e c’è il rischio che gli investitori privati retrocedano, lasciando il Comune con in mano un pugno di mosche: il progetto approvato un tempo non è ormai più realizzabile, se non in parte, ed è necessario che vengano apportate delle modifiche e che venga presentato un progetto alternativo il prima possibile. Altrimenti lo scenario che si profila più verosimile è quello che Rizzani-De Eccher esca definitivamente dal progetto e il Comune, spinto da varie pressioni su più fronti (la stessa Rizzani, la popolazione e il CIV di Corso Sardegna), sa di dover risolvere in fretta lo stallo. L’amministrazione dovrebbe riuscire a presentare un progetto più snello di quello attuale (partendo sempre da quello già in essere, ma modificandolo in base alle disposizioni nuove) e in tempi brevi.

    Qualora la ditta decidesse di fuoriuscire e riconsegnare le chiavi del complesso, infatti, il Comune dovrebbe pagare una liquidazioni all’impresa in uscita, smaltire l’amianto presente nel sito (altro problema annoso), indire un nuovo bando e cercare un altro soggetto appaltatore.

    È tanta la fretta dei cittadini, esasperati, e forti sono le pressioni del CIV. «Attualmente, una squadra di architetti – ci racconta Solferino – sarebbero disponibili a riunirsi in una tavola rotonda e ragionare con le amministrazioni su come modificare il progetto in essere, salvandone il salvabile. Ma il Comune ancora temporeggiaStiamo parlando di una superficie di 22 mila metri quadrati in piano, a Genova: una situazione più unica che rara, e che tuttavia è abbandonata al degrado da troppo tempo. Per questo stiamo facendo forti pressioni, nella speranza di venire prima o poi ascoltati. Chiediamo che venga ripreso il vecchio progetto, che ne vengano salvate le parti ancora attuabili e che si pensi a una soluzione diversa per le parti non realizzabili, come quelle relative alla parte interrata. Tanto più che, se venisse realizzato il progetto dello scolmatore del Bisagno, la zona di Corso Sardegna verrebbe declassata da zona rossa a zona gialla, e sarebbe così possibile ottenere i permessi per realizzare intanto alcuni dei lavori previsti. Allo stato attuale non c’è tempo da perdere».

     

    Elettra Antognetti