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  • Mafia e politica a Genova: parla Abbondanza, presidente della Casa della Legalità

    Mafia e politica a Genova: parla Abbondanza, presidente della Casa della Legalità

    santa-maria-passione-solitudine-malinconia“C’è stato un momento in cui ho capito di non potermi fidare di nessuno”. Christian Abbondanza è un fiume in piena, una miniera di nomi e fatti che raccontano l’altra faccia della Liguria, quella che ormai è diventato difficile nascondere. Lui è il presidente della Casa della Legalità, osservatorio sulla criminalità e sulle mafie che nasce a Genova per espandersi poi in Liguria e nel Nord Italia con l’intento di essere un presidio sociale e un punto di riferimento per tutto ciò che riguarda la legalità, la giustizia ed i diritti. Christian, insieme ad Enrico D’Agostino segretario della Casa della Legalità, porta avanti questo lavoro fin dai primi anni 2000, un lavoro lento e paziente di cui si raccolgono i frutti solo sapendo aspettare. Un lavoro per cui Abbondanza ha pagato e sta pagando un prezzo decisamente alto fatto di minacce e intimidazioni. Christian ripercorre i procedimenti penali in cui la Casa della Legalità è stata coinvolta a seguito delle attività intraprese; annota su un tovagliolo da bar tante crocette quanti sono i procedimenti così da non perdere il conto. Alla fine siamo intorno alla cinquantina. “Ma come fate a difendervi? Dove trovate le risorse economiche per farlo?” Christian, si accende una sigaretta, sorride ma non si scompone “Per fortuna abbiamo dei legali che ci seguono con patrocinio gratuito”.

    L’intervista integrale è pubblicata sul numero 61 di Era Superba (dove trovare la rivista).

    Consultando il sito casadellalegalita.info è facile rimanere impressionati dalla mole di dati su cui si basano le inchieste, un archivio di testi e ricostruzioni frutto di anni di studio, un patrimonio libero e a disposizione di tutti i cittadini. «Il nostro lavoro parte tutto dalla mappatura – racconta Abbondanza – Abbiamo iniziato nei primi anni 2000 mappando le famiglie criminali attive su Genova. Da quel momento non fu difficile trovare una sovrapposizione con il mondo degli appalti pubblici. Allora mappammo i soggetti che avevano potere di assegnare appalti e, conseguentemente, mappammo soggetti che attraverso queste attività avevano la possibilità di prendere voti. Poi passammo al sistema di controllo, le forze dell’ordine e la magistratura. Questo lavoro documentale e il suo costante aggiornamento è alla base di tutto ed è un lavoro che porta risultati in tempi lunghi: basti pensare che stiamo vedendo oggi i risultati di indagini iniziate nel 2005. Tutto sta nel riuscire a dimostrare ai soggetti criminali che la loro forza di intimidazione non è invincibile. Non chinando la testa li possiamo fermare».

    Mafia e politica

    elezioniIn tutta onestà mi chiedo quanto il comune cittadino abbia la percezione di quello che fate. Poi ogni tanto succedono dei fatti eclatanti e le cose vengono a galla raggiungendo senza dubbio una massa critica più ampia. Negli ultimi mesi lo scandalo delle primarie e delle infiltrazioni malavitose nei gazebi di Certosa ha portato alla ribalta delle cronache temi e personaggi sui cui voi lavorate da tempo…

    «Parliamo di un episodio che ha sbattuto in faccia a tutti il motto “Noi facciamo quello che vogliamo” tipico della comunità criminale. L’episodio ha portato all’attenzione dei liguri i meccanismi di condizionamento del voto. Non parliamo di nulla di nuovo, dagli anni 70 ad oggi massoneria e criminalità organizzata hanno condizionato il voto in Liguria: ce lo dicono una serie di inchieste, dall’inchiesta Teardo in avanti ma dal punto di vista mediatico e sociale la cosa è sempre passata sotto silenzio. Questo sistema si è autoalimentato nel tempo arrivando a una spudoratezza che è esplosa con le primarie 2015. Questa volta è stato impossibile ignorare il problema. Ma le primarie sono state soltanto la punta dell’iceberg. La campagna elettorale della Paita, ad esempio, è stata costellata di episodi che meritano di essere evidenziati.  Vogliamo parlare di quel Paolo Cassani, sostenitore della Paita, responsabile di un comitato elettorale di Albenga nonchè prestanome di Carmelo Gullace, boss della ‘ndrangheta arrestato nel savonese? La Paita ha sempre sostenuto di non saperne nulla. Ma, tra le altre cose, il Cassani era stato inibito dall’esercizio di impresa, un dato facilmente recuperabile e difficile da ignorare. Inoltre è si è parlato della presenza ai seggi di Certosa di quell’Umberto Lo Grasso, ex consigliere IDV e già condannato per lo scandalo delle firme false raccolte per la presentazione della lista Burlando nel 2010. Abbiamo raccontato su casadellalegalita.info un episodio emblematico legato al Lo Grasso: Rosario Monteleone nel 2010 festeggia la sua rielezione nel ristorante del boss storico di Cosa Nostra a Genova. Monteleone non nega l’episodio della cena ma ne attribuisce l’organizzazione a Lo Grasso. E qui mi fermo. Intorno alle primarie la rete è fitta ma evidentissima».

    Nel caso delle primarie un elemento di novità, se così possiamo dire, è stato il pesante coinvolgimento delle comunità straniere.

    «Certo, anche le comunità straniere hanno giocato un ruolo importante. È evidente come questi soggetti abbiano una contiguità con la criminalità organizzata soprattutto per quel che riguarda la manodopera sia essa orientata ad attività illecite o legata ad attività lecite in ambiti quali l’agricoltura e l’edilizia. Sono soggetti fortemente esposti all’influenza del crimine organizzato e le primarie sono state la riprova di questo meccanismo».

    La mafia in Liguria non esiste: un preconcetto duro a morire

    [quote]Nel 2006 denunciammo alcuni episodi di pizzo nel ponente genovese. Ci convocarono in questura e l’allora alto funzionario preposto ci disse che a Genova il pizzo non esisteva, che non eravamo mica a Palermo e che il pagamento che denunciavamo poteva essere considerato un obolo, nulla di più[/quote]

    L’uomo della strada direbbe “E pensare che siamo in Liguria”…

    «Purtroppo questa è una dinamica che si ripete spesso dalle nostre parti, anche da parte degli organismi di controllo. Nel 2006 denunciammo alcuni episodi di pizzo nel ponente genovese. Ci convocarono in questura e l’allora alto funzionario preposto ci disse che a Genova il pizzo non esisteva, che non eravamo mica a Palermo e che il pagamento che denunciavamo poteva essere considerato un obolo, nulla di più.
    Sulla situazione ligure basti pensare che il Procuratore Granero, tornato a Savona dopo anni, ha dichiarato di aver trovato “il deserto giudiziario”. All’epoca di Teardo, membro di spicco del Psi, ex presidente della Regione a cui venne contestato nel 1983 il reato di associazione a delinquere di stampo mafioso, si spalancarono in Liguria le porte dei centri di potere alla criminalità organizzata. Di lì partì tutto. Se trovi porte spalancate perché non devi entrare? La politica che apre le porte della pubblica amministrazione, le banche che aprono le porte con coperture di mutui ingiustificati e con la mancata segnalazione delle operazioni di riciclaggio… L’elenco potrebbe essere molto lungo. Per dire, anche i notai fanno la loro parte: notai che fanno atti per privati vendendo beni demaniali. Quasi surreale. Questo per dirti che, parlando del nostro territorio, il sistema è completamente permeabile, ad ogni livello. A Genova tutto il potere ha sempre avuto un suo trait d’union, un punto d’incontro: la Carige. Carige era al centro di un sistema che ora è emerso nell’inchiesta Berneschi. Se vedi i soggetti coinvolti nell’inchiesta vedi rappresentati tutti i centri di potere presenti in città e, in senso più ampio, sul territorio. Per dire anche pezzi della magistratura sono permeabili all’influenza criminale. E anche la curia non è da meno: abbiamo ampiamente documentato su Casa della Legalità le vicende di una società savonese, dove diocesi di Savona e mappati terminali della ‘ndrangheta vanno a braccetto. Non dimentichiamoci il caso Boccalatte a Imperia. Un presidente di tribunale accusato di corruzione e arrestato non è cosa che si veda tutti i giorni. Questa è la Liguria».

    Politica e informazione

    [quote]Borsellino sosteneva che anche se non vi sono abbastanza elementi per perseguire penalmente un politico colluso con la criminalità, da un punto vista etico e morale, gli elementi a disposizione devono comunque far sì che il politico venga messo al bando[/quote]

    giornaliFacendo uno zoom out e guardando dall’alto lo scenario che stiamo delineando, si nota un’inquietante trasversalità politica rispetto a questa situazione.

    «La criminalità organizzata ha con la politica un rapporto estremamente trasversale e nella trasversalità ha trovato la migliore forma di protezione possibile. Prendiamo i due poli opposti della nostra regione: Ventimiglia, storica roccaforte della destra, e Sarzana, da sempre legata alla sinistra. In entrambi i casi troviamo delle contiguità documentate con soggetti appartenenti alla criminalità organizzata. Io non sollevo le questioni sulle collusioni della controparte e loro non solleveranno le mie. Nel momento in cui sollevo un fatto, la controparte mi ribalta la questione perchè anche io sono ricattabile. Questa trasversalità si specchia anche nell’approccio della criminalità organizzata al mondo economico e produttivo. Collusioni con le grandi imprese da un lato e dall’altro troviamo i legami con le cooperative rosse».

    Oggi in Italia ci sono nuovi soggetti politici, mi riferisco al Movimento 5 Stelle. Come si inseriscono in questo sistema?

    «Provo ad analizzare la situazione. La criminalità organizzata usa i Cinque Stelle in maniera diversa rispetto alle forze politiche tradizionali. Li usa da una parte per destabilizzare  e dall’altra per piazzare qualcuno così da renderlo condizionabile. Da parte nostra abbiamo sollevato una questione di contiguità tra la lista Cinque Stelle candidata alle Regionali e la famiglia Mafodda. Se si guardano le agenzie stampa e gli articoli precedenti alla nostra denuncia si nota che la Salvatore citava spesso l’inchiesta Maglio3, l’inchiesta La svolta, i rapporti della rete del Gullace con Paita. Dopo aver sollevato la questione Mafodda nulla di tutto questo è più stato citato. Se io sono, per così dire, attaccabile, su quel fronte non ho più diritto di parola. Alla fine è un modus che ritorna».

    Ma l’informazione come si comporta rispetto a tutto questo?

    «L’informazione ha un ruolo determinante. La criminalità organizzata così come le attività illecite della politica, qualunque esse siano, hanno, per prima cosa, bisogno di rendersi invisibili. Se c’è attenzione mediatica ci può essere anche attenzione giudiziaria. Il problema qual è? In Liguria c’è sempre stato, da parte dei mezzi di informazione, un atteggiamento non indipendente, tranne rare eccezioni. Parlo della Liguria ma è evidente che la stessa cosa vale a livello italiano. Dal punto di vista etico e di diritto all’informazione, la collusione, anche se non suffragata dalle prove necessarie per un condanna sul piano penale, ma comunque suffragata da intercettazioni e risultanze documentali meriterebbe secondo me di essere evidenziata. Borsellino sosteneva che anche se non vi sono abbastanza elementi per perseguire penalmente un politico colluso con la criminalità, da un punto vista etico e morale, gli elementi a disposizione devono comunque far sì che il politico venga messo al bando. E, aggiungo io, qui si inserisce il ruolo dell’informazione, il dovere di far emergere proprio questi elementi. Comunque, per fortuna, abbiamo incontrato giornalisti ma anche agenti dei reparti investigativi, determinati e competenti, soggetti a cui affidare gli esiti del nostro lavoro e le testimonianze raccolte; così come abbiamo incontrato magistrati liberi e indipendenti che non hanno avuto remore nello scontrarsi con i poteri forti. Queste sono le persone che ci permettono di dire che ne è valsa la pena e che è importante continuare questo lavoro».

     

    Chiara Barbieri

    L’intervista integrale è pubblicata sul numero 61 di Era Superba

  • Fiera di Genova e Porto Antico: dall’ipotesi fusione ai progetti per il nuovo waterfront

    Fiera di Genova e Porto Antico: dall’ipotesi fusione ai progetti per il nuovo waterfront

    Fiera di GenovaDopo le dimissioni della presidente della Fiera di Genova, Sara Armella, contestuali alla presentazione del primo bilancio in pareggio e seguite a quelle dell’amministratore delegato Antonio Bruzzone, è stato nominato su indicazione del Comune Ariel Dello Strologo nuovo presidente della Fiera di Genova. Per quanto riguarda invece l’amministratore delegato, nomina che spetta a Regione Liguria – Filse, ecco Luca Nannini, docente, insegna all’università di Pisa Strategie di Risanamento Aziendale.

    Nelle settimane che hanno preceduto l’assemblea dei soci si era tornati a parlare con insistenza di un possibile matrimonio tra l’ente fieristico e la Porto Antico Spa. La nomina di Dello Strologo, presidente della Porto Antico dal 2009 che manterrà le due cariche, conferma quella che era molto più che un’ipotesi. Un progetto che dovrebbe in un certo qual modo ricalcare a livello amministrativo quanto potrebbe accadere sul piano urbanistico con la realizzazione del Blue Print di Renzo Piano, che ha l’obiettivo di mettere finalmente in comunicazione diretta l’area dell’Expo con quella della Fiera. E così, esattamente com’era successo per la riqualificazione degli anni ‘90, la figura dell’archistar torna a essere nuovamente decisiva.

    Nel numero 61 di Era Superba, in uscita lunedì 3 agosto, troverete un ampio approfondimento sulla situazione dei due enti (vi proponiamo qui un estratto), con un’intervista al direttore generale di Porto Antico Alberto Cappato, che voci di corridoio indicavano in corsa con lo stesso Dello Strologo per il ruolo di presidente di Fiera. Una volta che sarà formalizzato il rapporto fra i due enti, Cappato avrà comunque un ruolo operativo di coordinamento fra le due realtà cittadine.

    L’articolo integrale è pubblicato sul numero 61  di Era Superba

    foto porto antico dall'altoL’avvocato e presidente della Comunità ebraica genovese, Ariel Dello Strologo, dunque, sarà il trait d’union dirigenziale tra i due enti. È comunque esclusa, almeno in tempi brevi, qualsiasi fusione. Anche perché sarebbe piuttosto azzardato mettere sulle spalle di un ente che funziona, come la Porto Antico, il fardello di una realtà che deve trovare la giusta strada per ripartire, come la Fiera di Genova. La fusione, peraltro, non sarebbe neppure semplice dal punto di vista tecnico: parte degli azionisti dei due enti coincide ma le quote di capitale variano sensibilmente da ente a ente e da proprietario a proprietario. Si parla piuttosto di «integrazione operativa – come la definisce il sindaco Marco Doria – da costruirsi soprattutto attraverso la rete di imprese come precondizione per verificare altre e future forme di integrazione». Una rete in cui dovrebbero confluire spazi, eventi e comunicazione, progetti e servizi, iniziative di vario genere, come lo stesso Salone Nautico, allo scopo soprattutto di evitare una concorrenza fratricida e di ricercare fresche fonti di finanziamento.

    «I fatti recenti – commenta l’assessore comunale con delega ai rapporti con Fiera e Porto Antico, Carla Sibilla – sicuramente contribuiranno ad accelerare i processi: l’integrazione si stava studiando, ripartiremo da lì ma per quanto riguarda un’eventuale fusione vanno fatti sicuramente studi più approfonditi di due diligence».

    Integrare, però, non significherebbe solo tagliare qualche poltrona, che certo è necessario fare per risparmiare un po’ di soldi sul capitolo management, ma vorrebbe dire soprattutto creare un nuovo contenitore che, ad esempio, punti forte sulla nautica, offrendo accosti sia alla Fiera che lungo il Molo Vecchio, ma anche sul turismo e sull’intrattenimento. Il che vorrebbe dire, da un lato, provare appunto a rilanciare il Salone Nautico, dall’altro allargare gli orizzonti delle proposte culturali del Porto Antico che, forse, negli ultimi anni si sono adagiate un po’ troppo sugli allori e rischiano di anno in anno di ripetersi solo perché previste dal calendario.

    Fiera di Genova

    fiera-genova-kennedy-DILa Fiera (32,46% Comune di Genova, 27,39% Filse-Regione Liguria, 21% Città Metropolitana, 17,24% Camera di Commercio di Genova, 1,91% Autorità Portuale), com’è noto, è finalmente giunta al pareggio di bilancio dopo anni di durissimi tagli e un consistente ridimensionamento degli spazi. Il fardello degli spazi lasciati liberi se lo è accollato il Comune, con la speranza di poterli rivendere, anche a lotti, in vista della riqualificazione di questa porzione di waterfront. «Se non si venderanno – allerta il vicesindaco Stefano Bernini – l’onere ricadrà sui genovesi, dato che per risanare i conti di Fiera e acquisire queste aree il Comune ha acceso un mutuo con la Bnl di una ventina di milioni di euro». In un modo o nell’altro, dunque, i conti dell’ente di piazzale Kennedy andranno definitivamente a posto non appena Comune, Regione e Autorità Portuale firmeranno l’accordo di programma che deciderà il futuro delle aree. «Solo a quel punto sarà possibile l’unione tra Fiera e Porto Antico – sostiene il vicesindaco Stefano Bernini – indipendentemente dal Blue Print, che non verrà mai realizzato perché, com’era già successo con gli Affreschi dello stesso Piano, è un’idea completamente sconnessa dalla possibilità di progettare qualcosa che sia economicamente sostenibile». La società con sede ai Magazzini del Cotone, così, non dovrebbe essere caricata di oneri eccessivi ma, anzi, riceverebbe nuovi spazi da gestire in modo coordinato e con personale commisurato.

    Porto Antico

    [quote]Abbiamo sempre più grandi difficoltà a organizzare la rassegna estiva perché i genovesi si aspettano sempre di più. Ci sarebbe la speranza di poter prolungare gli spettacoli anche per il mese di agosto ma non è facile a causa del budget limitato che abbiamo a disposizione».[/quote]

    Ma se dell’ente di piazzale Kennedy e del suo precario stato di salute economica molto si è parlato sulle pagine di quotidiani genovesi, Era Superba compresa, meno si sa di che cosa succede negli uffici della Porto Antico Spa (51% Comune di Genova, 43,44% Camera di Commercio, 5,56% Autorità Portuale), che navigano almeno apparentemente in acque ben più tranquille.

    porto-antico-sfera-piano-acquario-DIIntanto le note positive: il bilancio 2014, chiuso entro il 30 aprile ma non ancora ufficialmente pubblicato sulle pagine del sito della società, fa tornare il segno + con oltre 500 mila euro di utile. Passata, dunque, la mareggiata dello scorso anno, quando fu registrata una perdita da 1,8 milioni legata soprattutto alla fallimentare operazione di Ponte Parodi, a causa degli infiniti ritardi di Autorità portuale. «Ma il nostro obiettivo – dichiara Alberto Cappato, direttore generale di Porto Antico spa, che circa un suo coinvolgimento in vista di un’eventuale unione con la Fiera di Genova preferisce il silenzio – non è tanto quello di produrre utili, quanto di reinvestire le risorse per migliorare l’area e renderla più attrattiva».

    A proposito di miglioramenti, con l’esplosione di caldo delle ultime settimane non possono non essere apprezzati i miglioramenti alla piscina prospiciente i Magazzini del Cotone. Ma la riqualificazione che più sta a cuore ad Alberto Cappato è quella della Città dei Bambini: «Abbiamo ripreso la gestione diretta dallo scorso dicembre – racconta – e abbiamo completato un grosso intervento di rinnovamento e nuova disposizione dei giochi per fasce d’età. Grazie alla collaborazione con il Cnr, è stata completamente rivista la sezione delle illusioni ottiche ma abbiamo pensato anche alla parte manuale, un aspetto educativo importante nell’era dei nativi digitali».

    C’è poi tutto il settore degli eventi, sia organizzati direttamente sia solo per la concessione degli spazi o altre partnership. «Ogni anno – ammette Cappato – abbiamo sempre più grandi difficoltà a organizzare la rassegna estiva perché i genovesi si aspettano sempre di più. Ci sarebbe la speranza di poter prolungare gli spettacoli anche per il mese di agosto ma non è facile a causa del budget limitato che abbiamo a disposizione».

    porto-antico-notte2-DIBudget che, invece, non dovrebbe essere un problema per un grande sogno di Cappato che potrebbe consentire proprio all’area dell’Arena del Mare di vivere anche in autunno e in inverno. Si tratta della famosa ruota panoramica, una sorta di London Eye sotto, anzi di fronte, alla lanterna. L’installazione era già stata annunciata per lo scorso inverno ma, poi, non se n’è saputo più nulla: «Abbiamo avuto qualche lungaggine con le autorizzazioni soprattutto per quanto riguarda l’Enac per l’occupazione dello spazio aereo ma adesso è tutto a posto. Solo che la ruota che sarebbe dovuta arrivare dall’Olanda (con cabine climatizzate e la possibilità anche di realizzare servizi di catering all’interno, ndr) è stata installata altrove perché l’acquirente non poteva aspettare oltre dato che doveva iniziare a rientrare di un investimento sull’ordine di grande dei 2, 3 milioni di euro. Quindi, ora, aspettiamo la fabbricazione di una nuova ruota con le stesse caratteristiche che consentano di installarla nei mesi invernali e rimuoverla in quelli estivi».

    Altro pallino di Cappato per il futuro è l’incentivazione della mobilità elettrica come strumento di potenziamento turistico: «Abbiamo da poco vinto un bando europeo – ci anticipa Cappato – per l’installazione di colonnine di ricarica veloce ogni 50 chilometri, nelle aree di servizio autostradali: 14 milioni di finanziamento che nel giro di due anni dovrebbe dare vita a un lungo percorso che creerà un corridoio europeo di mobilità elettrica, che si chiamerà Unit-E, tra Genova, Dublino e Bruxelles. La speranza è quella di attirare un nuovo tipo di turismo che risiede non così lontano da noi, visto che a Nizza esiste una flotta di car sharing elettrico con 60 auto».

    Sembrano, invece, essere risolti i problemi di natura economica con Costa Edutainment: «La nuova vasca dei delfini – spiega Cappato – sarebbe dovuta entrare in servizio molto prima e i ritardi hanno fatto andare a rotoli tutti i piani finanziari. La vasca, infatti, la stiamo pagando noi ma l’Acquario sta restituendo nei tempi previsti tutto il dovuto».

    Una nota negativa è rappresentata dalla crisi del Museo Luzzati che ha annunciato il rischio chiusura. «Il grido di allarme purtroppo non stupisce – dice laconicamente Cappato – perché le istituzioni non ce la fanno più a supportare tutte queste realtà: i soldi non bastano ed è necessario fare delle scelte». Difficile pensare che la società Porto Antico possa intervenire direttamente con finanziamenti: «Piuttosto – prosegue il direttore generale – cercheremo di farli entrare più a sistema con il resto dell’area, ad esempio pensando a qualche sinergia con la Città dei bambini».

    Infine, c’è il buco nero dell’ex Wow, nel modulo 1 dei Magazzini del Cotone: inaugurata a marzo 2013, la cittadella della scienza non è mai decollata ed ha chiuso miseramente i battenti dopo neanche un anno di vita. Scaduto il contratto con i concessionari (prima Garrone, poi Ferrero), gli spazi sono stati utilizzati temporaneamente solo per il Myba, importante fiera internazionale per i professionisti di Superyacht e Charter. Al momento il padiglione resta tutto chiuso, in attesa di una nuova destinazione di medio-lungo periodo.

    A proposito di ospitalità congressuale, anche su questo punto non solo la Porto Antico ma tutta la città di Genova dovrebbe investire. «Quando i congressisti arrivano a Genova – sostiene Cappato – restano sempre estasiati dei servizi e delle location per le loro riunioni, anche i tempi di permanenza tengono a ridursi a causa dei costi». Ma nel 2014 sono state solo 110 mila le presenze in zona Expo legate a questo settore: il mercato è ancora eccessivamente stagionale e Genova sconta sicuramente la difficile accessibilità con mezzi pubblici e privati dai grandi centri italiani ed europei.

     

    Simone D’Ambrosio

    L’articolo integrale è pubblicato sul numero 61 di Era Superba

  • Comunità di San Benedetto, orfani del Don. Incontro con il “Megu” Domenico Chionetti

    Comunità di San Benedetto, orfani del Don. Incontro con il “Megu” Domenico Chionetti

    Don GalloEra l’8 dicembre 1970 quando don Federico Rebora accoglieva nella canonica di San Benedetto al Porto don Andrea Gallo, allontanato da pochi mesi dalla “sua” parrocchia del Carmine. La storia della Comunità iniziava così, 44 anni fa, con una Messa: è una storia fatta di accoglienze, di vita al fianco degli ultimi, di giorni vissuti nel territorio. Un territorio che si è allargato a macchia d’olio in città, nel basso Piemonte e persino nella Repubblica Dominicana.
    Parlare e soprattutto scrivere della Comunità di San Benedetto qui, a Genova, non è mai facile. Il rischio di cadere nella solita retorica o nel ricordo di un passato che – ahinoi – non c’è più, è sempre dietro l’angolo. Ma se la Comunità, anche con qualche inevitabile zoppicatura, è riuscita a sopravvivere oltre un anno e mezzo senza il suo punto di riferimento, significa che i tanti semi lanciati lungo il cammino da don Andrea Gallo hanno trovato terreno fertile.

    L’intervista integrale è pubblicata sul numero 57 di Era Superba (dove trovare la rivista). Sostenendo Era Superba puoi ricevere ogni uscita direttamente a casa o sulla tua email (qui maggiori informazioni).

    Nata dall’esigenza di accogliere i più reietti degli emarginati, ovvero i tossicodipendenti abbandonati nella strada da quella che allora era la nuova piaga dell’eroina, la Comunità apre ben presto le porte a chiunque bussasse in cerca di accoglienza. Quella che era una canonica diventa presto una casa. Il filo rosso era rappresentato dal lavoro: lavoro che operatori e accolti svolgevano fianco a fianco, nel tentativo di ridare dignità a chi l’aveva persa e, naturalmente, di autosostenersi dal punto di vista economico.
    Anche don Gallo nei primi anni lavorava come fattorino. A metà degli anni ’90 arrivano i fondi pubblici e la collaborazione con Asl e Sert: la Comunità può così ampliare i propri orizzonti, le proprie strutture, dal ristorante alle cascine, dalla libreria al centro di recupero di scarti alimentari fino a diventare una fucina di progettualità.

    [quote]Non riusciamo ad essere più quei catalizzatori di indignazione e di forte riflessione che il Gallo riusciva a concentrare su di sé. E credo che non sia una cosa che pesa solo sulle nostre spalle. Credo che quel senso di ebollizione che abbiamo vissuto al funerale di Andrea fosse proprio dovuto a questo, alla rabbia e alla paura che quella libertà, quella forza e caparbietà di opinione andassero disperse.[/quote]

    Come se la passa oggi la Comunità di San Benedetto al Porto? Ne abbiamo parlato con Domenico Chionetti, noto a tutti come “Megu”,  storico portavoce. «La Comunità è un luogo dove ci sono legami naturali, paritari, tra persone profondamente diverse tra loro: d’altronde questo è lo scopo dell’accoglienza. Al nostro interno non ci sono zizzanie, solo i normali problemi che possono derivare dall’autogestione. Ma questo esisteva anche quando c’era il Gallo, soprattutto negli ultimi anni: fino alla fine degli anni ’90 girava per tutte le strutture ed era presente a tutte le riunioni ma col passare del tempo, anche un po’ per la grande esplosione pubblica e mediatica che ha avuto, ha iniziato a smuovere le coscienze in giro per l’Italia. Ma le cose qui non potevano certo stare ferme: per questo il metodo è sempre stato quello dell’autogestione. Andrea non dava ordini: era un riferimento che noi cercavamo. Lui non dava direttive, non era un impositivo».
    L’autogestione, dunque, sembra essere lo strumento principale che ha aiutato la Comunità a sopravvivere al suo fondatore, unica via per dimostrare che don Gallo forse non aveva proprio tutti i torti nel portare avanti il suo messaggio. Quindi sono false quelle vocine che mettono un po’ in dubbio l’armonia all’interno della Comunità e la funzionalità della Comunità stessa dopo la scompare di don Gallo? «La cosa più complessa per noi, e forse quella che rischia di dare addito alle malelingue, è l’impossibilità di essere così inclusivi come lo eravamo quando c’era Andrea. La sola presenza del “Gallo” – se lo vedevi, lo ascoltavi, gli parlavi, lo toccavi – ti bastava per essere corrisposto e quasi incluso nella Comunità di San Benedetto. La sua figura garantiva molta più relazione con il territorio: la vera sfida per noi è mantenere l’eredità sconfinata delle sue relazioni e questo vale più di qualsiasi struttura, qualsiasi progetto. Ed è molto difficile farlo con l’umanità che ogni giorno è sempre più sofferente e sempre più incazzata».

    Ma non vi stanca il continuo paragone tra presente e passato, tra quello che era la Comunità con don Gallo e quello che è San Benedetto oggi? «Non è tanto questo che mi stanca quanto soprattutto il peso di non riuscire ad avere quella presa di voce che prima si aveva su tantissimi temi, dalla politica alla cristianità. Non riusciamo ad essere più quei catalizzatori di indignazione e di forte riflessione che il Gallo riusciva a concentrare su di sé. E credo che non sia una cosa che pesa solo sulle nostre spalle. Credo che quel senso di ebollizione che abbiamo vissuto al funerale di Andrea fosse proprio dovuto a questo, alla rabbia e alla paura che quella libertà, quella forza e caparbietà di opinione andassero disperse».

     

    Simone D’Ambrosio

    L’intervista integrale su Era Superba #57

  • Cannabis terapeutica, incontro con malati e produttori genovesi: le immagini e le testimonianze

    Cannabis terapeutica, incontro con malati e produttori genovesi: le immagini e le testimonianze

    cannabis-marjiuana-terapeutica-coltivazione (8)Il tema dell’uso terapeutico della cannabis è stato approfondito in più di un’occasione su queste pagine. Durante l’ultima puntata di #EraOnTheRoad, siamo tornati sulla questione pubblicando senza censura la testimonianza di malati e produttori con l’intento di comprendere se il diritto di curarsi con la cannabis, riconosciuto dalla legge italiana almeno in teoria, sia di fatto inibito a chi ne dovrebbe poter fruire.

    Nonostante la voglia di rivendicare apertamente ed a gran voce il diritto di ottenere per sé le migliori terapie disponibili, le persone intervistate devono celare la propria identità dietro a pseudonimi; infatti gli alti costi della cannabis importata legalmente a scopi medici dall’Olanda costringono spesso i malati a pratiche al limite della legalità, e a volte oltre, come l’autoproduzione.

    La testimonianza di Alberto, produce cannabis per combattere la malattia

    [quote]Se l’alternativa è quella di andare dallo spacciatore, io mi sento più tranquillo così. Certamente però la legislazione non prevede la possibilità dell’autoproduzione, nemmeno per i malati, e credo che questo dovrebbe essere la prima cosa da fare[/quote]

    «Ho 30 anni,  sono un lavoratore precario – racconta Alberto –  e tre anni fa mi hanno diagnosticato la sclerosi multipla; grazie all’utilizzo della canapa sono riuscito a combattere in maniera efficace la mia malattia. Tre anni fa ero in sedia a rotelle, a causa degli spasmi muscolari che mi causavano forti tremiti alle gambe. Ai tempi, tra l’altro la legge regionale non era ancora stata approvata; mi sono attivato subito per capire se la marjuana avrebbe potuto aiutarmi, come avevo letto da più parti. Attraverso degli amici mi sono procurato uno spinello con relativa facilità, come  credo possa fare anche oggi chiunque ne abbia la necessità o solo la voglia. Già precedentemente alla diagnosi mi era capitato di fumare in maniera saltuaria, ma non immaginavo assolutamente quali potessero essere gli effetti della sostanza sulla patologia che adesso ho: nel giro di cinque minuti infatti la mia gamba aveva smesso del tutto di tremare, e non solo, anche i dolori muscolari erano molto migliorati. Nella mia condizione ti senti come se il muscolo lavorasse sempre, non riesci a rilassarlo, e ti sembra che  i tessuti si strappino da dentro: una sensazione simile a quella che prova chi ha un muscolo sotto sforzo da tanto tempo. Questo tipo di dolori ha cominciato a sparire, con l’uso della marjuana, sostanzialmente senza effetti collaterali, salvo una gran fame».

    Alberto mi parla poi delle note dolenti della situazione: infatti  ha seri problemi economici che non gli consentono di curarsi come dovrebbe: «Ho approfondito molto le mie ricerche sui benefici che questa pianta produce per decine di malattie, studiando gli effetti dei numerosi principi attivi presenti nella cannabis, fino ad arrivare alla conclusione che avrei tranquillamente potuto coltivarla da me. Per il farmaco Bedrocan importato dall’Olanda (si tratta di cime di una varietà di cannabis appositamente selezionata sulla base dell’alta concentrazione di principi attivi) bisogna spendere circa quattordici euro al grammo, con tempi d’attesa di almeno tre mesi, ammesso che tu riesca a trovare un medico preparato in materia e disposto ad effettuare la prescrizione».

    «Ottenere la prescrizione è stato difficile: in ospedale non sono riuscito a trovare un medico che mi prescrivesse il Bedrocan; venivo ignorato oppure mi si rispondeva di aspettare il Sativex che sarebbe uscito sul mercato a breve (si tratta di un prodotto sintetico, che dovrebbe essere utilizzato in sostituzione del Bedrocan, ndr). So che può sembrare assurdo, ma nessuno per ignoranza o per paura mi voleva prescrivere il farmaco che su di me aveva l’effetto migliore. Addirittura mi veniva somministrato un medicinale miorilassante che, oltre ad avere una scarsa efficacia, mi provocava incontinenza. Alla fine sono riuscito ad ottenere una prescrizione da un neurologo. Io ho una cosiddetta ricetta bianca, con la quale posso acquistare marjuana dalle farmacie completamente a mio carico, a fronte di una pensione di invalidità di duecentonovanta euro riconosciutami per la mia patologia. Tieni presente che consumo circa un grammo di cannabis al giorno, e quindi per me l’acquisto in farmacia è una soluzione impraticabile: non potevo, né posso tuttora, permettermelo. Ho anche provato dei preparati sostitutivi come lo spruzzino, che però per me, come per diverse altre persone con le quali ne ho parlato, si è rivelato poco efficace a combattere alcuni disturbi tra cui il dolore. Mi sono dunque chiesto come fare a procurarmi regolarmente la marijuana di cui necessito per stare meglio».

    La risposta– mi spiega Alberto- l’ho trovata quando ho scoperto che esistono delle aziende olandesi, inglesi, americane e spagnole che vendono semi di qualità e genetiche selezionate appositamente per alcune patologie. Allora ho acquistato per modica cifra questi semi, ed in breve ho ottenuto la mia prima piantina. Nel frattempo però mi rifornivo dal mercato clandestino, con tutti i problemi del caso, ed inoltre non ero tanto contento di regalare soldi alle mafie; poi anche il solo uscire di casa nelle mie precarie condizioni fisiche, per di più entrando a volte in contatto con certe realtà, non era proprio confortevole. Mi ritrovavo spesso per le mani cannabis di scarsa qualità, tagliata con sostanze dannose, come ho compreso soprattutto da quando ho consumato le inflorescenze coltivate ed essiccate da me: gli effetti benefici, rispetto a prima, erano ancora più sorprendenti. Ancora oggi vado avanti in questa maniera, perché è l’unica modo di non dare un mare di soldi a mani sbagliate, e di avere il meglio per me. Ormai poi ho anche individuato le diverse varietà che si associano meglio ai momenti ed ai disturbi di cui soffro, per cui in questo senso riesco completamente ad autogestirmi.

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    L’assunzione di cannabis a scopo terapeutico con il vaporizzatore

    Alberto mi spiega e mi fa vedere come consuma la sua medicina: «Il miglior modo di assunzione, che io sfrutto grazie ad un regalo che mi ha fatto un’amica, è quello della vaporizzazione della pianta: in questa maniera si assumono tutti i principi attivi del vegetale senza che si verifichi combustione, cosa che sprigionerebbe anche sostanze nocive. La vaporizzazione estrae dalla pianta tutti i principi attivi e gli oli essenziali che vengono quindi assunti per inalazione. Si tratta di una metodologia ottimale di consumo  per i non fumatori, anche se il vaporizzatore ha un costo piuttosto elevato; per questo alcune farmacie addirittura li affittano. Il problema ora è quello di uscire un po’ allo scoperto per reclamare il diritto alla cura, perché nel frattempo i malati continuano a rifornirsi sul mercato nero; chi sta male non può aspettare la marjuana legale italiana per  la quale saranno necessari anni. E poi, perché pagare caro qualcosa che quasi chiunque può prodursi da solo?».

    Chiedo a questo punto ad Alberto se non tema le possibili conseguenze legali che derivano dalla sua attività di autoproduzione, e questa è la risposta: «Ma guarda, visto che io non spaccio, penso che se facessero un’indagine sul mio conto non dovrei avere molti problemi. Poi, se l’alternativa è quella di andare dallo spacciatore, io mi sento più tranquillo così. Certamente però la legislazione non prevede la possibilità dell’autoproduzione, nemmeno per i malati, e credo che questo dovrebbe essere la prima cosa da fare. Mi sembra un’ ingiustizia costringere gente che prende 290 euro di pensione di invalidità al mese ad arricchire le case farmaceutiche quando potrebbe prodursi il suo farmaco autonomamente. Poi, quando uno ha certe patologie invalidanti, non può nemmeno più fare certi lavori, infatti non è raro che i malati si trovino in ristrettezze economiche: magari la tua vita era scaricare camion, e ti trovi da un giorno all’altro a non poter più lavorare».

    Chiedo dunque ad Alberto quali fossero i medicinali che in precedenza gli venivano somministrati: «Flebo da 1000 mg di cortisone, poi mi riempivano di oppiacei contro il dolore come il Toradol, per me assolutamente inefficace. Inoltre mi somministravano psicofarmaci per riuscire a farmi dormire: il cortisone è uno steroide e quindi ti agita, sudi, non è una bella sensazione. Con la cannabis, a parte il cortisone, ho eliminato tutto il resto, e non mi fiderei più ad usare Lexotan, Tavor o altri psicofarmaci: per me hanno effetti collaterali molto più pesanti della cannabis che mi produco con il solo ausilio della cacca di gallina. Molti malati vivono nella paura  perché si curano grazie ad una pianta, è assurdo. Il Bedrocan non è altro che erba, molto forte e passata sotto ai raggi gamma per garantire la non contaminazione di funghi o muffe. In Italia per gran parte del mondo scientifico questa materia è un tabù, legato anche a notevoli interessi economici».

    La testimonianza di Rosa: un calvario fra ospedali e farmacie

    [quote]Ero ricoverata al San Martino e sulla cartella clinica era correttamente riportato che dovevo assumere cannabis tre volte al giorno, ma in tutto l’ospedale non c’era un vaporizzatore, né qualcuno che poteva farmi infusi. Gli infermieri arrivavano quindi tre volte al giorno e mi portavano sul terrazzo perché potessi farmi una canna, una cosa che per me nel 2014 è assurda[/quote]

    cannabis-marjiuana-terapeutica-coltivazione (2)Nel corso della nostra indagine, abbiamo incontrato Rosa, che ci ha raccontato la sua storia: «Ho cinquant’anni, e dall’età di un anno soffro di epilessia a seguito di un accesso di febbre, anche se i medici non sono mai riusciti esattamente ad identificarne la causa. Per gran parte della mia vita sono stata bombardata di medicinali, soprattutto benzodiazepine, con pesanti effetti collaterali come l’impossibilità di guidare, una costante sonnolenza ed enormi problemi sul lavoro, ad esempio non potevo fare alcuna attività notturna. Ho inoltre nel tempo sviluppato una farmaco-resistenza notevole ed una neuropatia. Al compimento del quarantesimo anno di età, a seguito di un lavoro di documentazione che ho portato avanti negli anni, ho deciso di provare a rivolgermi alle strutture sanitarie per provare qualche terapia alternativa a quelle che avevo in corso, ed in particolare di provare con la cannabis in via sperimentale. La risposta è stata di fermo rifiuto, ed allora, del tutto autonomamente, ho cominciato a scalare fino ad eliminare i vecchi farmaci e ad assumere regolarmente marijuana. Ho sperimentato da sola i dosaggi dei vari cannabinoidi, e il risultato è stato notevole: riesco con la cannabis ad evitare la maggior parte delle crisi che mi colpivano anche tre o quattro volte l’anno, e ho scoperto che per me l’ideale è un alto tasso di thc. Queste crisi sono eventi molto intensi e pericolosi, mi hanno causato nel corso della vita diverse fratture, e in un caso il coma: la canapa insomma ha migliorato nettamente la qualità della mia vita».

    cannabis-marjiuana-terapeutica-coltivazione (12)Rosa poi racconta come è arrivata ad importare legalmente il medicinale di cui ha bisogno, e dei problemi che ha dovuto e deve affrontare: «Successivamente sono entrata in contatto con una serie di movimenti per il diritto alla libertà di cura, con il mondo antiproibizionista, e ho quindi deciso di provare insieme al mio compagno, anche lui affetto da serie patologie, di giocare la carta dell’importazione tramite il servizio sanitario nazionale, mai sostenuta veramente dal reparto di neurologia. Grazie ad un provvedimento dell’allora ministro Livia Turco, e ad un medico che aveva capito la nostra situazione grazie alla documentazione che gli avevo sottoposto, sono riuscita ad iniziare l’avventura dell’importazione del Bedrocan dall’Olanda. I costi sono elevatissimi, fra me ed il mio compagno arriviamo a spendere 1200 euro ogni due o tre mesi. L’ultima importazione che dovevo effettuare infatti non me la sono più potuta permettere, semplicemente non ho più il denaro per pagare, ho anche diversi debiti contratti per pagarmi le cure. Trovo questa cosa scandalosa, mi è stato riconosciuto il 67% di invalidità e un sacco di cure visto il mio reddito basso mi sono riconosciute gratuitamente o quasi, ma così non è per il Bedrocan, mentre la morfina e le benzodiazepine te le tirano letteralmente dietro».

    Rosa mi racconta come durante i suoi numerosi ricoveri, dovuti alle crisi e alle conseguenti cadute, spesso le strutture ospedaliere le abbiano somministrato farmaci che le provocavano forti effetti collaterali, oppure come non si riuscisse a trovare una maniera adeguata per farle assumere la propria terapia: «Una volta sono caduta a seguito di una crisi fortissima come non mi succedeva più da anni e ho riportato delle fratture facciali; in ospedale sulla cartella clinica era correttamente riportato che dovevo assumere in Bedrocan tre volte al giorno, ma in tutto l’ospedale non c’era un vaporizzatore, né qualcuno poteva farmi infusi. Gli infermieri arrivavano quindi tre volte al giorno e mi portavano sul terrazzo perché potessi farmi una canna, una cosa che per me nel 2014 è assurda».

    Infine Rosa mi spiega che ora non riesce più a permettersi il Bedrocan di importazione: «Allo stato attuale io non riesco più a pagare, non assumo nessun farmaco sostitutivo, e allo stesso tempo per questioni di spazio e lavoro non riesco a fare coltivazioni di canapa, quindi mi riferisco a chi la coltiva, coltivatori o malati che cercano di sopravvivere come me, magari partecipando alle spese di produzione. Non posso fare diversamente anche perché non voglio rivolgermi al mercato nero: ho bisogno di una sostanza pura, che sia trattata adeguatamente, adatta alla patologia e poi non voglio incentivare chi ne fa commercio quando ne avrei diritto gratuitamente. Se io chiedessi la morfina come terapia del dolore me la darebbero, mentre se chiedi il Bedrocan in molti ospedali, come al San Martino di Genova, nicchiano, di fatto inibendo un tuo diritto. Il mio appello è quello che si sblocchi questa situazione che non permette ai malati di curarsi liberamente scegliendo le terapie più opportune, pensa che siamo arrivati al punto che ci sono dei malati oncologici ai quali danno la morfina che non viene assunta ma scambiata con la cannabis sul mercato nero, per via o di una maggiore efficacia, o semplicemente dei minori effetti collaterali ai quali espone il consumatore». 

    Riccardo, il produttore sano che condivide con i malati senza scopo di lucro

    [quote]Su internet ad esempio, dove il contatto è mediato da avatar virtuali, è possibile rendersi conto, attraverso comunità e forum dedicati, che le persone e le reti dedite questo tipo di attività sono diverse, anche limitatamente alla nostra città. Si sanno nascondere molto bene, ma sono parecchi[/quote]

    Per ultimo abbiamo intervistato Riccardo; lui non è malato, ma è un consumatore di cannabis a “scopo ricreativo” che da lungo tempo autoproduce le sostanze che consuma: «Si comincia a coltivare, nel mio caso come in molti altri,  da ragazzi, quando si fuma per le prime volte qualche spinello; si trattava di un passatempo, di una passione, che era mossa dalla curiosità e dalla necessità di evitare i costi esosi e la scarsa qualità della marijuana reperibile attraverso il mercato nero».

    Negli anni Riccardo è venuto a conoscenza delle proprietà mediche della pianta, così come dei problemi che molti malati hanno nel reperire quella che per loro è una medicina spesso insostituibile: «Visto che coltivo per me stesso, ho cercato di entrare in contatto con persone che abbiano esigenza medica di questa sostanza per condividere i frutti del raccolto, senza alcun fine lucrativo o commerciale. Date le leggi di questo paese vigenti in materia, i contatti ed i rapporti legati a questo mondo sono tendenzialmente personali, confidenziali, e i metodi di approccio più frequenti sono l’incontro, il passaparola. Si tratta di una questione di consapevolezza e passione comune a molte persone, che cercano di coordinarsi organizzando assemblee su tutto il territorio nazionale per identificare buone pratiche da portare avanti per affrontare il problema».

    cannabis-marjiuana-terapeutica-coltivazione (3)«Questa attività è portata avanti sostanzialmente senza una struttura organizzativa che raduni produttori e malati, perché una simile modalità operativa non consentirebbe la necessaria discrezione, o l’altrettanto importante agilità delle comunicazioni. Ci si basa dunque principalmente sulla conoscenza diretta, anche se può succedere che all’interno di queste reti di rapporti qualcuno abbia la possibilità di mettere a disposizione uno spazio adatto alla coltivazione: allora è possibile che le risorse di più persone vengano messe in comune nel portare avanti un’unica attività. Quello che si verifica più spesso è però che un singolo preveda, o si trovi ad avere, un raccolto abbondante, e decida così di condividere il proprio prodotto con chi ne ha bisogno. Generalmente il coltivatore di cannabis ha piacere di condividere con gli altri il proprio prodotto, la consapevolezza di fornire un valido aiuto a persone afflitte dalla malattia non fa altro che aumentare il piacere della condivisione».

    «Grazie al passaparola – spiega Riccardo in relazione alla realtà che conosce direttamente – si cerca di entrare in contatto con sempre più malati, perché penso che nonostante i rischi di cui sopra il mettersi in rete e l’essere numerosi siano delle soluzioni concrete al problema, o se non altro una delle vie da provare a percorrereSu internet ad esempio, dove il contatto è mediato da avatar virtuali, è possibile rendersi conto, attraverso comunità e forum dedicati, che le persone e le reti dedite questo tipo di attività sono diverse, anche limitatamente alla nostra città. Si sanno nascondere molto bene, ma sono parecchi; negli anni purtroppo è facile conoscere malati che necessitano di cannabis per stare meglio, ed è così che generalmente si instaurano queste dinamiche». 

    Il know-how e il materiale per mettere in piedi una piccola o media autoproduzione sono paradossalmente a disposizione di chiunque abbia i mezzi economici per procurarseli, perché si tratta nella media di materiali piuttosto costosi come lampade e sostanze fertilizzanti: oltre che su internet, sono di facile reperibilità nei sempre più numerosi negozi dedicati, facili da trovare in qualunque grande città del paese. «È un mercato più che florido, che va di pari passo con un fenomeno di netto cambiamento a livello mondiale dei paradigmi culturali rispetto alla cannabis. Non dimentichiamo che in tanti altri stati nel mondo la coltivazione e l’autoproduzione di marijuana hanno conosciuto un vero e proprio boom, legato anche al cambio di rotta delle politiche statunitensi sulla droga leggera che hanno aperto a questi prodotti un mercato enorme».

    Per concludere chiedo a Riccardo se secondo lui con la recente bocciatura da parte della Corte Costituzionale della legge cosiddetta “Fini-Giovanardi” si sono aperti secondo lui spiragli per l’autoproduzione, soprattutto in riferimento ai malati. La risposta di getto è negativa, ecco le argomentazioni: «Si è passati dai governi Berlusconi che hanno portato avanti per anni una politica ghettizzante e repressiva nei confronti del fenomeno, ai governi Monti e Letta che non si sono minimamente preoccupati di affrontare la questione, fino ad arrivare a Renzi, che prende provvedimenti slegati l’uno dall’altro, più utili a fare propaganda e a dipingersi come liberale piuttosto che a cambiare realmente qualcosa. Basti dire che il provvedimento che autorizza la produzione su suolo italiano di cannabis- presso lo stabilimento chimico farmaceutico militare (Scfm) di Firenze–non affronta in nessun modo la questione della distribuzione della sostanza, se non altro ai malati».

    Le testimonianze di questi tre genovesi danno un quadro di quanto l’Italia, come in molti altri settori della scienza e della cultura in forte mutamento, sia molto indietro rispetto alle realtà dei paesi più avanzate. Il dibattito sulla cannabis medica, e sull’efficacia complessiva delle politiche proibizioniste rispetto alla canapa, langue da anni, anche vittima di anacronistiche posizioni dogmatiche e demonizzanti. Nonostante il momento storico sia difficile, e le priorità politiche del governo sembrino essere praticamente tutte legate all’economia, sicuramente c’è la necessità di procedere speditamente nell’approfondire il dibattito, mettendo di conseguenza in atto soluzioni concrete che tutelino la salute pubblica, in particolare per i malati. È una questione di giustizia e di libertà.

    Carlo Ramoino

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  • Buridda, i ragazzi del Lsoa rispondono a Bernini. Mercato del Pesce? Le ragioni del no

    Buridda, i ragazzi del Lsoa rispondono a Bernini. Mercato del Pesce? Le ragioni del no

    sgombero-buriddaNon poteva tardare la riposta del Buridda al quadro tracciato su Era Superba dal vicesindaco Bernini che ha ricostruito le tappe che hanno portato allo sgombero e ha anticipato che cosa potrebbe accadere nel futuro. I ragazzi del collettivo, dopo lo sgombero, il corteo e l’assemblea di ieri sera e prima del volantinaggio di stamattina sotto palazzo Tursi alla ricerca di un incontro con il sindaco, hanno letto quanto dichiarato ieri a Era Superba dal vicesindaco e si sono resi disponibili a fare il quadro della situazione dalla loro prospettiva. Con un punto ben fermo: l’avventura del Laboratorio sociale non finisce così ma, almeno per il momento, non potrà continuare neppure negli spazi al primo piano del mercato del pesce ritenuti assolutamente non adeguati alle esigenze.

    « La trattiva – ricorda un membro del collettivo – è inizia all’incirca 6 anni fa con termini molto semplici: tutti gli spazi occupati, Buridda, Tdn, Zapata e Pinelli dovevano essere assegnati regolarmente con contratto d’affitto abbattuto del 90% (qui l’approfondimento di Era Superba, ndr). Il Pinelli doveva andare nello spazio in muratura che hanno ora, per lo Zapata il Comune avrebbe dovuto comprare l’attuale struttura del Demanio, il Tdn sarebbe stato sottoposto a grandissimi lavori di ristrutturazione e messa in sicurezza nell’ambito della costruzione della moschea, il Buridda sarebbe stato spostato in luogo idoneo per vendere il palazzo di via Bertani».

    Un luogo idoneo che, però, non può essere il primo piano del mercato del pesce. «Luogo idoneo – proseguono i ragazzi del Buridda – per noi significa uno spazio che avesse la stessa superficie della ex Facoltà di Economia e Commercio, in grado di ospitare in centro tutte le attività che già facciamo quotidianamente. Invece, ci hanno proposto due appartamenti da 400/500 metri quadri a fronte di 4300/4500 che utilizzavamo l’altro ieri in una struttura che si estende per ben 5800 mq». Da non sottovalutare anche la questione soffitti: «Essendo appartamenti, i soffitti sono alti più o meno 3 metri e non tutte le nostre attività possono essere ospitate in uno spazio con così poca aria a disposizione».

    Ma all’inizio si vociferava di una possibile estensione anche ai piani inferiori. «Ci avevano detto che nel giro di 6 mesi avremmo avuto tutto lo stabile del mercato del pesce. E a quel punto la trattativa sarebbe anche potuta andare in porto perché lo spazio sarebbe stato sufficiente per fare i concerti, una determinata tipologia di eventi e per ospitare le palestre. Avremmo avuto a disposizione anche i fondi dove attualmente ci sono le celle frigorifere. Ma il mercato del pesce non si è mai voluto spostare a Ca’ de pitta».

    Così solamente la palestra di arrampicata ha provato a spostarsi nei nuovi spazi. «Abbiamo fatto una serie di lavori di parziale ristrutturazione – racconta il nostro contatto – spendendo anche un bel po’ di soldi per l’impianto elettrico». A settembre di due anni fa la palestra ha, dunque, aperto i battenti al mercato del pesce ma non è stata un’operazione semplice: «All’interno del collettivo abbiamo discusso molto sull’opportunità di proseguire la trattativa con il Comune, tanto che solo uno dei tanti laboratori si è effettivamente trasferito ma dopo un anno aveva già abbandonato gli spazi».

    Così, da circa un anno a questa parte, nel primo piano del mercato del pesce non c’è più nulla. «È vuoto – confermano i ragazzi – anche se per ragioni strategiche teniamo ancora le chiavi. L’unica volta che lo abbiamo utilizzato è stata ieri giusto per metterci uno striscione. Sempre ieri in assemblea abbiamo anche deciso che non lo sfrutteremo neppure come magazzino e tutt’al più ci prenderemo un altro spazio».

    Nel frattempo la trattiva con le istituzioni è assolutamente ferma. «Nessuno aveva l’interesse a sentirsi – ammette il portavoce del collettivo – noi stavamo dove eravamo e loro ogni tanto mandavano un tecnico a controllare lo stabile, niente di più». Solo due consiglieri di Lista Doria si sono fatti vivi nel frattempo proponendo un paio di alternative a via Bertani. «Pignone e Bartolini – ci svelano i ragazzi del Buridda – ci hanno raccontato di aver sentito il Patrimonio e di aver ricevuto una disponibilità di massima per un due appartamenti al Massoero o per la scuola Garaventa nei vicoli. Ma gli appartementi del Massoero avevano le stesse difficoltà degli spazi al mercato del pesce, sarebbero stati da ristrutturare e avrebbero probabilmente comportato anche la necessità di farci carico della mensa mentre la Garaventa all’epoca era ancora occupata (dagli alunni che sono poi stati traferiti nella nuova scuola di piazza delle Erbe, ndr)».

    Da allora, tutto taceva fino all’alba di ieri. «Ma non ci vengano a direi che non ne sapevano nulla – incalzano dal Buridda – o che il sindaco è uscito mezz’ora prima dal Comitato di sicurezza o, ancora, che comunque non era d’accordo sullo sgombero. È lui il proprietario e parte della responsabilità e comunque sua».

    Oltre a mettere in evidenza le responsabilità politiche della situazione, al collettivo sta molto a cuore un altro punto: capire se veramente c’è qualcuno interessato all’acquisto del palazzo di via Bertani e, nel caso, di chi si tratti. «Da un mesetto – ci raccontano –  girano voci che dietro tutto ciò potrebbe esserci gente di Milano pronta a investire i soldi dell’Expo: è vero o sono solo sparate? Perché per quanto ribassato il prezzo dello stabile non crediamo potrà scendere sotto i 7 milioni di euro e ci sono lavori immani da portare a termine. Intanto il piano terra è vincolato dalla Sovrintendenza e poi gli spazi interni sono aule e non appartamenti: una casa con i soffitti alti 5 metri non la ha neppure il cardinal Bertone. Quindi, sicuramente c’è dietro un’operazione di speculazione, e non ci sembra un dettaglio approfondire per capire chi sta per speculare sull’immobile».

     

    Simone D’Ambrosio

     

  • Lo sgombero del Lsoa Buridda e il futuro del complesso di via Bertani. Il punto con il vicesindaco Bernini

    Lo sgombero del Lsoa Buridda e il futuro del complesso di via Bertani. Il punto con il vicesindaco Bernini

    Lsoa Buridda«L’ho saputo solo stamattina quando ero per motivi personali in federazione del Pd ma anche il sindaco è stato informato a fatti già avvenuti». Inizia così il vicesindaco Stefano Bernini la ricostruzione della caldissima giornata di ieri, cominciata all’alba con lo sgombero del Laboratorio Sociale Occupato Autogestito “Buridda” dalla storica sede di via Bertani e proseguita con le proteste dei giovani che vedevano in quello spazio un punto di riferimento imprescindibile per l’aggregazione e l’espressione artistico-culturale all’esterno dei più classici circuiti commerciali. Durante la giornata si sono susseguite le manifestazioni di sdegno per l’accaduto e di solidarietà ai giovani. Più silenziosa, come spesso accade sui temi scottanti, l’amministrazione che si è affidata quasi esclusivamente a un sintetico comunicato stampa in cui si confermava che l’esecuzione del provvedimento non fosse stata concordata con il Comune.

    Ma in serata il vicesindaco Bernini non si è sottratto alla ricostruzione delle tappe che hanno portato alla triste situazione attuale.

    «Ce l’hanno fatta sotto il naso – commenta Bernini – e la cosa brutta è che qualcuno dica che il Comune lo sapeva perché ieri in Comitato sicurezza era stato informato il sindaco. Non è così. Lo sgombero era inevitabile perché lo stabile è in condizioni non sostenibili per molto tempo ancora ma avremmo preferito che avvenisse in altri modi, concordati, magari ad agosto». E magari ci sarebbe stato il tempo di riaprire le trattative con i ragazzi del Buridda. «Non dobbiamo però dimenticarci – prosegue il vicesindaco – che il Buridda di per sé non resta senza casa, visto che uno spazio per loro è già stato stanziato nel piano superiore del mercato del pesce». Uno spazio che, tuttavia, sembra rispondere più alle esigenze della città che a quelle del Lsoa.

    «Probabilmente è vero che gli spazi messi a disposizione non si prestano al massimo per le attività di laboratorio e musica – ammette Bernini – ma va anche tenuto presente che gli spazi comunali non sono poi così tanti. Per il Buridda potremo cercare di valutare assieme altri percorsi tornando a discutere su quali siano gli spazi che possono avere a disposizione ma è proprio l’attività che svolge il laboratorio che aveva spinto a muoversi verso il mercato del pesce. È vero che, ad esempio, la creazione della nuova scuola di piazza delle Erbe consente di avere nuovi spazi a disposizione ma se faccio attività che abitualmente producono un certo tipo di rumore non posso certo piazzarle in mezzo alle case. Ad esempio, lo Zapata a Sampierdarena, nei magazzini del sale non ha nessun vicino che va a rompere le scatole».

    La questione del ricollocamento, dunque, è piuttosto delicata perché sempre secondo Bernini «pur comprendendo che nell’area del centro della città ci sia bisogno di lasciare un presidio di centro sociale in qualche modo autogestito e in un posto facilmente raggiungibile, non possiamo solo pensare all’obiettivo dell’aggregazionismo giovanli ma dobbiamo anche studiare degli spazi gestibili e sostenibili per la collettività».

    Ma proprio tenendo conto di tutte queste difficolta, era davvero inevitabile lo sgombero? E, l’edificio di via Bertani, è effettivamente a rischio crollo? Un conto, infatti, è dichiarare un edificio inagibile, un altro è sottolinearne gli eventuali rischi. Dai riscontri che abbiamo avuto attraverso un rapido contatto con i responsabili del Patrimonio del Comune, il palazzo sembrerebbe non avere difficoltà a livello di stabilità: resta, tuttavia, la pericolosità della situazione interna con i ben noti ponteggi a sostenere lo scalone di collegamento tra i piani, motivo per cui la stessa Università aveva abbandonato da tempo gli spazi.

    «C’è un responsabile che è il direttore del Patrimonio del Comune di Genova – spiega il vicesindaco – che se cade un sassolino sulla testa di un ragazzo che sta lì dentro, ci va di mezzo. La gravità della situazione era già stata segnalata tanto che già da tempo la magistratura aveva dato ordine alla Questura di sgomberare. Già la giunta Vincenzi aveva cercato un accordo con i ragazzi del Buridda ma la trattativa è andata molto alle lunghe anche perché in certi casi forse risulta essere più importante la trattativa del risultato. Nel frattempo non è che le condizioni dell’immobile andassero migliorando e se sono accorti gli stessi ragazzi che hanno cercato, ad esempio, di spostare alcune mattonelle sul tetto perché entrava l’acqua».

    Ma oltre alla pericolosità dell’edificio c’è un altro aspetto che entra in gioco, ovvero la necessità di monetizzarlo. «Questo – ricorda Bernini – è uno degli immobili per cui da tempo è prevista la vendita per ridurre l’indebitamento del Comune e aumentarne le capacità di spesa in termini di partita corrente, magari in favore dei servizi sociali, non dovendo più pagare gli interessi su quella parte di debito». E pur essendo in brutte condizioni, il palazzo è collocato in un bel posto, destinato dal piano regolatore a uso residenziale, in una zona che ha ancora un po’ di mercato. Ecco che allora il terzo bando, dopo i due andati deserti nel passato potrebbe essere alle porte. Si tratterà di una procedura piuttosto snella, dal momento che la normativa consentirebbe anche un’assegnazione con trattativa privata. «So per certo – assicura il vicesindaco – che questa volta gli acquirenti ci sono. Anche perché essendo andati deserti i primi due bandi, il prezzo di base d’asta può calare sensibilmente avvicinandosi a una cifra che sommata al costo della ristrutturazione lascerebbe ancora qualche margine di utile a un imprenditore immobiliare. Vogliamo, comunque, che tutta l’operazione abbia evidenza pubblica, in modo tale che ci sia trasparenza sul prezzo di vendita».

    E, naturalmente, un edificio sgombero è molto più appetibile dal mercato immobiliare che una struttura occupata da un centro sociale. Per cui, se è vero che Tursi nulla sapeva è altrettanto vero che, stigmatizzate tempistiche e modalità, lo sgombero dell’edificio, in fin dei conti, possa anche andare bene all’amministrazione.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Federparchi: l’unificazione degli enti parco in Liguria non è necessaria

    Federparchi: l’unificazione degli enti parco in Liguria non è necessaria

    il verde, la natura,i fiori,l'ambiente,i parchiMentre prendono vita i lavori della commissione tecnica voluta dalla giunta regionale per evidenziare una serie di azioni condivise di razionalizzazione dell’attività dei Parchi liguri, il dibattito sulla ventilata ipotesi di accorpamento degli enti di gestione ha varcato i confini nazionali.

    Chiamata in causa all’inizio di aprile, l’assessore all’Ambiente, Renata Briano, aveva spiegato come la Regione Liguria fosse in attesa di una risposta da parte dei ministeri di Economia e Ambiente circa la necessità o meno di ricomprendere nei tagli imposti dalla spending review anche il sistema degli Enti Parco. Un’attesa che, anche a causa del cambio guardia romano, continua a prolungarsi ma che, a detta del presidente nazionale di Federparchi, Giampiero Sammuri, è del tutto ingiustificata: «La richiesta di un parere ministeriale circa l’obbligatorietà della comprensione del sistema degli Enti Parco all’interno delle norme previste dalla spending review è stata fatta solo dalla Regione Liguria. Al di là della mia opinione sulla forzatura di questa interpretazione del dettato normativo, il fatto che nessun altra Regione si sia mossa in questo senso dovrebbe far nascere quantomeno il sospetto che non sia necessario operare l’unificazione. Generalmente, infatti, Regioni ed enti locali cercano di interpretare le norme a proprio vantaggio: l’intervento nazionale, tutt’al più è un’azione successiva».

    Negli ultimi anni, in Italia, solo due realtà hanno operato nella direzione di un accorpamento degli Enti Parco esistenti sul proprio territorio. Si tratta di Piemonte ed Emilia Romagna che hanno attuato riduzioni di gran lunga meno significative rispetto all’unificazione deliberata dalla Regione Liguria, passando rispettivamente da 24 a 15 enti e da 14 a 8. Inoltre, entrambe le operazioni di parziale accorpamento sono avvenute ben prima dell’avvento della legge nazionale per la riduzione degli sprechi nella spesa pubblica e in maniera del tutto autonoma e indipendente da qualsiasi imposizione governativa.

    «Da quanto c’è la spending review – spiega Sammuri – nessuna Regione italiana ha attuato una riduzione degli Enti di gestione dei Parchi. Non metto in dubbio la necessità di ridurre le spese ma da qui ad annullare l’esistenza degli Enti Parco ne passa di strada». Un po’ come dire: se in Italia questo sistema di gestione è utilizzato ovunque, un motivo dovrà pure esserci.

    Il presidente di Federparchi entra anche nel merito più strettamente economico della questione: «I parchi funzionano bene quando c’è un presidio locale legato al territorio che parla con le amministrazioni e la popolazione residente, valutando i problemi e decidendo come intervenire. Il parco è conoscenza dei problemi, mediazione paziente e presenza sul territorio: bisogna mettere insieme cacciatori e ambientalisti, agricoltori, imprenditori e turisti. Ci vuole un lavoro paziente per fare tutto questo, un lavoro che si fa a costi molto modesti. Un eventuale accorpamento di questi servizi non produrrebbe altro che una sorta di diseconomia. Il presidente di un parco prende un’indennità simbolica: con lo stipendio di un consigliere regionale si pagherebbero tutti i presidenti dei parchi e avanzerebbero anche dei soldi. Un ufficio centrale a Genova sarebbe la soluzione più lontana da tutto questo e non avrebbe nessun effetto di risparmio reale».

    Secondo Sammuri, dunque, vi sono azioni e servizi tipici degli Enti Parco che non possono essere delocalizzati: parlare con le persone, con le categorie, con le associazioni deve restare una peculiarità decentrata e non può essere accorpata per nessuna ragione.

    «Quando si parla di risparmi – conclude il presidente di Federparchi – bisogna parlare di soldi e non fare solo un’operazione di immagine che vada a colpire un’unica realtà. Siamo disponibili a discutere con la Regione Liguria perché, al di là della situazione contingente critica, ovunque lo si possa fare è giusto pensare di poter risparmiare. Ci sono senza dubbio attività che possono essere razionalizzate, pervenendo a un certo risparmio: ad esempio, la gestione degli stipendi e del personale, la realizzazione di un centro unico di acquisto e, volendo, anche di ufficio stampa e promozione centralizzato. Ciò che non si può assolutamente accorpare, però, è la presenza e il confronto col territorio: com’è possibile pensare che il sopralluogo per verificare con mano i danni fatti dai cinghiali sia gestito da un ufficio centrale a Genova?».

     

    Simone D’Ambrosio

    [foto di Diego Arbore]

  • Sampierdarena, via Buranello: nessuna modifica alla viabilità

    Sampierdarena, via Buranello: nessuna modifica alla viabilità

    Via Buranello SampierdarenaVia Buranello si rifà il look ma non cambia. Almeno per il momento gli abitanti di Sampierdarena possono stare tranquilli: anche al termine dei lavori di restyling, la viabilità del budello ponentino non sarà modificata. Ad assicurarlo è Anna Maria Dagnino, assessore a Mobilità e Traffico del Comune di Genova, ponendo fine alla voci che nelle ultime settimane ventilavano l’ipotesi di una chiusura al traffico privato nell’ultimo tratto della strada.

    Con una procedura un po’ inusuale, per rispondere all’interrogazione presentata dai consiglieri Lauro e Grillo, entrambi in quota Pdl, l’assessore ha anticipato gli argomenti dell’incontro di venerdì prossimo con i rappresentati del Municipio Centro Ovest, in cui verrà presentata ufficialmente la normativa della nuova circolazione nella zona.

    «Non c’è nulla di concreto che possa far pensare a un’eventuale chiusura al traffico privato di via Buranello. La risistemazione della segnaletica che avverrà entro giugno non modificherà l’attuale viabilità ma interverrà soltanto su una rimodulazione della sosta, essendosi allargati i marciapiedi con la creazione delle relative isole» ha dichiarato l’assessore in sala Rossa.

    Nonostante la riduzione da due a una corsia per consentire l’allargamento del marciapiede, via Buranello resterà aperta sia al traffico pubblico che a quello privato. Tra poche settimane, dunque, i cantieri saranno smobilitati e, una volta risolti gli ultimi problemi relativi alla dislocazione dei cassonetti Amiu, il restyling potrà essere completato con la riasfaltatura del manto stradale. Nelle nuove aree di sosta, incastonate nel marciapiede, troveranno spazio alcuni parcheggi destinati ai disabili, un buon numero di stalli tradizionali destinati alle vetture separati da quelli riservati ai motocicli, oltre ad alcune zone merci e un’area “un’ora zona disco” a servizio del tessuto commerciale. Il riordinamento coinvolgerà in parte anche la parallela via Sampierdarena che beneficerà di una ritracciatura dei parcheggi già esistenti, senza alcuna modifica per quanto riguarda la collocazione di aree blu e soste tradizionali.

    Certamente, l’aver dimezzato la superficie destinata ai veicoli per raddoppiare quella pedonale, in una strada che non ha certo la stessa affluenza di passanti di via XX Settembre, non aiuterà il decongestionamento del traffico. Tuttavia, i tempi non sono ancora maturi per pensare a un radicale riassetto della viabilità di Sampierdarena e si dovrà aspettare quantomeno il completamento dei lavori sulla strada a mare, la vera nuova arteria della mobilità a Sampierdarena.

    «La speranza – si augura l’assessore Dagnino – è che con la realizzazione della strada a mare il traffico di percorrenza vada naturalmente a concentrarsi sulla nuova arteria, lasciando la porta aperta a interventi diversi per via Buranello e zone limitrofe. Ma si tratta di ragionamenti da fare eventualmente in futuro, tenendo presente le esigenze del tessuto commerciale».

     

    Simone D’Ambrosio

  • Erzelli, il punto con il vicesindaco Bernini sul trasferimento di Ingegneria

    Erzelli, il punto con il vicesindaco Bernini sul trasferimento di Ingegneria

    ericsson-erzelli-d6La strada verso quella che qualcuno ha ribattezzato “Silicon Valley alla genovese” sembra finalmente giunta a una svolta decisiva. Non dovrebbe, infatti, tardare ancora molto il fatidico sì da parte dell’Università di Genova per il trasferimento della Facoltà di Ingegneria sulla collina degli Erzelli. Il nuovo Parco tecnologico, dunque, potrebbe presto diventare anche scientifico, come d’altronde previsto nel progetto originario di riqualificazione di questo angolo di Ponente, un tempo relegato a deposito di container per l’attività portuale.

    Ad oggi, negli oltre 400 mila metri quadrati destinati all’hi-tech trova già posto la nuova sede di Ericsson che, a breve, sarà affiancata da Siemens. Terminata questa seconda palazzina in direzione Sestri, i lavori potranno concentrarsi sulla direttiva di Cornigliano, per la realizzazione degli uffici di Esaote, che dovrebbero terminare entro il 2015: così facendo, i due rami del ferro di cavallo attorno agli Erzelli sarebbero completati. Ma, nel frattempo, il vicensindaco del Comune di Genova, nonché assessore all’Urbanistica, Stefano Bernini, è convinto che possano partire anche i cantieri per l’Università.

    Il suo ottimismo è motivato soprattutto dall’esito dell’ultimo fruttuoso incontro con il rettore Deferrari, a fine aprile, in cui si è giunti sostanzialmente alla definitiva pianificazione delle questioni finanziare, grazie anche allo sbloccamento da Roma dei 15 milioni di euro previsti per la realizzazione dei laboratori di Ingegneria.

    «Con il rettore – spiega Bernini – abbiamo affrontato alcune questioni fondamentali. La più corposa riguarda la logistica e quindi tutta la problematica legata ai trasporti, che è stata studiata da un gruppo di lavoro creato ad hoc che ha fornito tutte le necessarie risposte alle esigenze dell’Università, sia a breve che a lungo termine».
    Nell’immediato la questione riguarda l’ottimizzazione del collegamento su gomma, ovvero tramite autobus, tra la stazione ferroviaria di Cornigliano e gli Erzelli: un primo potenziamento che, interessa la linea 5, è già attivo su via Melen, la cui nuova viabilità con pendenze ridotte e angoli di curva smussati consentirà il transito di mezzi da Amt da 18 metri. Dall’altro lato della collina, invece, oltre all’avvio dei primi cantieri per la realizzazione delle zone verdi, stanno procedendo i lavori su via dell’Acciaio: una volta terminati, si potrà introdurre una nuova linea circolare Sestri – Erzelli – Cornigliano.

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    Per quanto riguarda il futuro, il punto focale è rappresentato dalla realizzazione della famosa funivia che dovrebbe collegare il polo scientifico-tecnologico con la nuova stazione ferroviaria di Calcinara, già concordata con RFI (Rete Ferroviaria Italiana) e con l’aeroporto, il cui progetto è già stato presentato alla Comunità Europea per la richiesta di finanziamento. Ai piedi della collina, dunque, dovrebbe sorgere un posteggio multipiano che diventerebbe il centro intermodale dei trasporti, sul modello di interscambio presente ad esempio a Milano Famagosta: fermata dell’autobus, treno destinato a diventare metropolitana di superficie, e stazione della funivia, in collegamento diretto con la collina da un lato e l’aeroporto dall’altro.

    «Un’altra questione affrontata con l’Università è stata principalmente di ordine giuridico, dal momento che l’Ateneo ha chiesto al professor Onida una valutazione pro veritate su una serie di questioni legali riguardanti la compravendita di immobili. Mi risulta, però, che le conclusioni in proposito siano state consegnate in questioni giorni e, quindi, dovremmo essere davvero molto vicini al traguardo».

    La nuova sede di Ingegneria Navale

    In realtà, sul piatto c’è ancora un punto piuttosto spinoso che riguarda il tanto chiacchierato destino del corso di Ingegneria navale. Qui le forze in gioco sono molteplici: oltre alla ben nota richiesta lanciata dal Comune di La Spezia, bisogna considerare la proposta avanzata da Fincantieri di inglobare la vasca navale all’interno della nuova palazzina direzionale, che si sposterà dall’attuale sede di via Cipro a Sestri. Quest’ultima soluzione è anche quella vivamente caldeggiata da Bernini perché avvierebbe una forte integrazione tra Università e Fincantieri, in un ideale continuum con il vicinissimo polo scientifico-tecnologico di Erzelli, unendo la fase progettuale a quella produttiva, senza dimenticare le eventuali opportunità di collaborazione che potrebbero aprirsi con le aziende committenti delle varie realizzazioni navali.

    «Cerchiamo con tutte le forze di evitare lo spostamento di sede alla Spezia – tiene a sottolineare il vicesindaco – perché riteniamo si tratti di un’operazione poco produttiva: anche dal fatto di studiare insieme nascono e crescono le competenze perciò è opportuno che una facoltà non sia spantegata in giro per la regione. Inoltre, nella sistemazione spezzina, benché all’interno dell’arsenale, vi sarebbero diversi limiti per la realizzazione di stage produttivi, mentre a Sestri, studenti, ricercatori e professori si ritroverebbero assolutamente nel vivo della cantieristica navale».

    Infine, un rapido sguardo a un’altra tematica che potrebbe riguardare gli Erzelli da vicino e già da molto tempo tiene banco in città: vale a dire, la tanto attesa realizzazione del nuovo ospedale di ponente. «Nell’incontro tra Asl, Comune di Genova e Regione Liguria – racconta Bernini – si è deciso di realizzare uno studio di fattibilità approfondito che metta a confronto i due siti in cui l’ospedale potrebbe trovare posto, ovvero l’area di villa Bombrini e gli Erzelli. In questa seconda ipotesi, l’ospedale verrebbe realizzato in una zona di proprietà pubblica confinante con quella del Parco scientifico tecnologico e potrebbe godere del nuovo sistema di trasporto integrato di cui abbiamo già parlato. Da queste valutazioni tecniche, logistiche, urbanistiche e funzionali arriverà la decisione di comune accordo tra le istituzioni coinvolte».

     

    Simone D’Ambrosio

  • Festival della Scienza 2012, dati e presenze: incontro con Manuela Arata

    Festival della Scienza 2012, dati e presenze: incontro con Manuela Arata

    Festival della Scienza 2012Durante l’interclub dei Rotary Genova Sud Ovest e Genova San Giorgio, la presidente del Festival della Scienza Manuela Arata ha esposto in anteprima i risultati ufficiali dell’ultima edizione. «Da Genova – ha detto Manuela Arata – è partita una rivoluzione culturale. Oggi raccogliamo i frutti di un lavoro che dura da 10 anni. Genova ha le caratteristiche giuste per ospitare questo evento: in città c’è una predisposizione unica verso le conoscenze tecniche».

    Nonostante la crisi che ha colpito anche il festival, nonostante un budget che è tornato a essere quello delle prime edizioni, l’edizione 2012 si è chiusa con molti segni positivi. È stata superata la duemilionesima visita, la Piazza delle Feste al Porto Antico ha registrato 23.000 visitatori, il numero degli scienziati invitati è cresciuto notevolmente e sono stati 5271 gli animatori scientifici arrivati da tutta Italia. «Questi sono dati che danno un cambiamento profondo. Sapere dagli scienziati che per loro è un orgoglio essere invitati al festival è una consapevolezza che lascia il segno».

    L’edizione di quest’anno del festival è stata dedicata all’Europa, prima di sapere che, proprio nel 2012, l’Europa avrebbe poi vinto il premio Nobel. Le flessioni, che tutti potevano aspettarsi da questa decima edizione, non ci sono state. Il festival ha registrato 11 giorni di eventi, oltre 350 eventi, 49 mostre interattive, 103 laboratori, 18 spettacoli e 37 eventi speciali per un successo di pubblico riconosciuto da tutti. Il Festival ha chiuso con il 10% in più di visitatori, per un totale di 225.000 visite complessive, 40.000 visualizzazioni delle conferenze in streaming on demand e un incremento del 10% di visitatori sul sito web.

    La prossima edizione sarà l’edizione del compleanno e vedrà la bellezza come parola chiave, «perché nella scienza c’è tantissima bellezza». Il messaggio che, in chiusura di intervento, ha lanciato Manuela Arata è forte: «Se c’è l’idea di fare di Genova una città culturale sui temi della scienza, allora facciamolo! Il Festival della Scienza ha lo scopo profondo di animare un territorio che sappia fare inncovazione».

     

    Valeria Abate
    [foto di Daniele Orlandi]

  • Erzelli: incontro a Tursi fra il Rettore, il Sindaco e le commissioni consiliari

    Erzelli: incontro a Tursi fra il Rettore, il Sindaco e le commissioni consiliari

    Ieri a Tursi c’è stato l’incontro tra il Rettore dell’Università Prof. Deferrari e le commissioni Promozione della città e Sviluppo economico del Comune di Genova.

    Il primo ad intervenire è stato il sindaco Marco Doria, che ha ribadito il suo personale favore al trasferimento della Facoltà di Ingegneria agli Erzelli. Tuttavia, ha detto anche di comprendere la posizione dell’Università, il cui spazio di manovra è limitato da parametri fissi di indebitamento (non superiori al 15%) che non le consentono di sostenere finanziariamente l’operazione.

    «Sarebbe comunque un’occasione sprecata per l’intera città», ha detto il Sindaco, il quale ha anche aggiunto che se dovesse immaginarsi la città nel 2022 vorrebbe figurarsela con Ingegneria agli Erzelli e che portare a termine la creazione del Parco Tecnologico e Scientifico sarebbe il segno di una città che sa pianificare il suo futuro.

    Il Comune vuole collaborare con l’Università per cercare di raggiungere questo traguardo, ma senza alcun tentativo di forzatura e di messa in discussione della sua autonomia decisionale. Questa in parole povere la notizia emersa dall’incontro.

    Il successivo intervento del Rettore Deferrari, infatti, è servito ad esporre, una volta di più, le ragioni che hanno portato alla decisione di non dare il via libera al trasferimento.  Inoltre ha voluto evidenziare che attualmente la Facoltà di Ingegneria di Genova è tra le migliori d’Italia (3° posto), la soddisfazione degli studenti è molto elevata e le collaborazioni con le aziende sono numerose.

    Il Rettore ha approfittato dell’occasione anche per rispondere a tono alle critiche che in questi giorni erano state fatte sulla decisione dell’Ateneo, ad esempio ricordando che una delle ragioni per cui non si sono ottenute le risorse sufficienti è per il fallito accordo con Banca Carige per l’acquisto dei laboratori del nuovo Parco Tecnologico destinati alla Facoltà di Ingegneria.  «A questo proposito il Presidente di Leonardo Technology Spa ha parlato di “accattonaggio” – continua Deferrari – ma si sarebbe trattato di 26 milioni di euro molto utili ai fini del trasferimento».

    Infine il Rettore ha puntualizzato anche sulla proposta di Ght di non vendere, ma di affittare, all’Università i parcheggi per le auto a canoni ridotti sarebbe stata svantaggiosa. Sarebbe stato più conveniente comprarli accendendo un mutuo.

    Fra Ght e Università i rapporti rimangono in sospeso, le due parti sono pronte a sfidarsi in una battaglia legale, la tensione è fortissima e sicuramente non favorisce la ricerca in extremis di una soluzione. Eppure il Rettore ha voluto concludere continuando a sostenere che il sogno degli Erzelli è ancora perseguibile…

     

    Federico Viotti
    [foto di Daniele Orlandi]

  • L’Università dice no agli Erzelli: le riflessioni sul futuro del progetto

    L’Università dice no agli Erzelli: le riflessioni sul futuro del progetto

    «Non bastano i finanziamenti pubblici e le cessioni del patrimonio immobiliare, servirebbero altri 42 milioni e non li abbiamo», il Rettore Giacomo Deferrari è stato chiaro durante la conferenza stampa che ha confermato il no del Cda dell’Università al trasferimento della Facoltà di Ingegneria al Parco Tecnologico degli Erzelli.

    E mentre la Facoltà torna alla ricerca di una nuova collocazione, a margine della seduta del Consiglio comunale il sindaco Marco Doria (che ha partecipato alla riunione del massimo organo di governo dell’Università di Genova insieme al presidente della Regione Burlando) ha mantenuto un certo ottimismo, ribadendo la propria convinzione sull’importanza della costruzione del Polo degli Erzelli definendo il progetto un’operazione fondamentale per la creazione della “Genova del Futuro” e ha aggiunto che in tale contesto l’Università dovrà essere presente.

    «Il documento votato dal Cda ribadisce l’importanza strategica della presenza di Ingegneria agli Erzelli, però allega anche una serie di rilevazioni sul bilancio dell’Ateneo – dice il sindaco – Allo stato attuale l’Università non dispone delle risorse necessarie per potersi trasferire a meno di non indebitarsi». Sarebbe quindi necessario un ulteriore finanziamento pubblico o un intervento di un investitore privato, ipotesi oggi quantomeno difficili da immaginare. Il sindaco tuttavia osserva che non sarebbero risorse sprecate anche perché «si consegnerebbe alla Facoltà di Ingegneria una sede moderna che arricchirebbe il valore patrimoniale dell’Università stessa».

    Dunque, nonostante l’esito negativo della riunione, Doria è convinto che il discorso non sia chiuso e afferma anzi che il suo principale obiettivo sarà quello di creare le condizioni per favorire la buona riuscita del progetto. Infine, pur riconoscendo che l’indebitamento sarebbe oggettivamente un grosso problema per l’Università e che spesso quest’ultima è stata oggetto di critiche ingenerose, Doria ha rimproverato all’Ateneo un atteggiamento non sempre attivo nella ricerca di possibili soluzioni.

    D’altronde che l’Università non fosse accanita sostenitrice del progetto lo si era intuito già da diverso tempo, lo stesso Rettore in occasione della conferenza stampa citata in apertura di articolo non lo ha nascosto: «Riconosco che si tratta di un progetto positivo, ma non sono un fanatico degli Erzelli, per me non è Lourdes… Stiamo riducendo le spese in ogni settore, abbiamo ridotto da oltre 1700 a circa 1300 il numero dei docenti. Il rischio è di avere agli Erzelli palazzi belli e nuovi, però vuoti… il che non servirebbe a nessuno».

    E se da un lato c’è la ritrosia di una parte non minoritaria della città al progetto, dall’altra c’è da registrare, allo stato attuale, l’incapacità/impossibilità delle istituzioni di mettere in campo una strategia sufficientemente valida per portare Università e privati sulle alture di Sestri.

    Ora probabilmente si potrebbe anche storcere il naso davanti ai cospicui finanziamenti pubblici concessi a Siemens ed Ericsson per il trasferimento… anche se è facile farlo adesso. Eppure, se si aggiunge lo schiaffo di neanche 15 giorni fa, quando Ericsson ha dichiarato 94 esuberi fra i dipendenti della sede genovese, più che facile diventa quasi automatico. Perché probabilmente qualche errore di valutazione nella strategia “Polo degli Erzelli” è stato commesso, visto che ancora oggi non è così chiaro quanto le due società abbiano effettivamente intenzione di puntare su Genova come sede strategica per il futuro.

    Per fortuna è ancora presto per trarre conclusioni definitive, la partita non è definitivamente chiusa. Una cosa è certa, il no dell’Università non porta entusiasmo sul futuro degli Erzelli.

     

    [foto di Andrea Vagni]

  • Corte dei Conti: agenti non riconoscibili, democrazia sospesa

    Corte dei Conti: agenti non riconoscibili, democrazia sospesa

    In occasione della cerimonia di apertura dell’anno giudiziario della Corte dei Conti, avvenuta un paio di giorni orsono, il procuratore regionale Ermete Bogetti ed il presidente della sezione giurisdizionale Andrea Russo, hanno affrontato vari temi.

    Sicuramente tra le questioni più importanti menzionate dalla magistratura contabile ci sono l’istruttoria appena avviata per controllare la regolarità delle operazioni relative al polo tecnologico degli Erzelli, finanziato anche con soldi pubblici e l’inchiesta affidata alla Guardia di finanza circa l’utilizzo dei cospicui finanziamenti pubblici per il recupero di Forte Begato che da anni versa in stato di degrado. E ancora le indagini per accertare il danno erariale subito dallo Stato a causa del taglio degli alberi del parco dell’Acquasola nell’ambito del contestato progetto per il parcheggio sotto il parco storico cittadino.

    Ma particolarmente significativo è stato anche il passaggio relativo ai procedimenti avviati dalla procura per chiedere i danni materiali e di immagine ai poliziotti condannati per le violenze durante il G8 di Genova del 2001. In attesa dei giudizi definitivi della Cassazione per procedere contro gli imputati della Diaz e di Bolzaneto, il procuratore Bogetti ha ricordato che si potrebbero già istituire dei processi per quei casi che in sede civile hanno visto lo Stato risarcire alcuni manifestanti aggrediti e picchiati senza motivo.

    Peccato però che sia davvero arduo riuscire ad identificare gli agenti delle forze dell’ordine responsabili di azioni ingiustificate. Bogetti, ricordando l’esperienza torinese quando indagò su un funzionario impegnato in Valsusa durante una manifestazione No Tav, ha sottolineato <<Se si ammette che i singoli operatori non possano essere riconoscibili… vuol dire ammettere che si possa verificare una sospensione delle regole… che non può essere tollerata in uno Stato di diritto>>. Il procuratore ha suggerito un’alternativa <<Per rimediare a tale situazione, sempre che si voglia farlo, non occorrerebbero particolari o costosi strumenti. Sarebbe sufficiente una targhetta adesiva con numeri  o lettere ben visibili apposta sul casco e/o in un altro punto dell’equipaggiamento degli agenti appartenenti ai reparti anti sommossa>>.

     

    Matteo Quadrone

  • Patto per Prè: il commento del comitato “Via di Prè, l’orgoglio di Genova”

    Patto per Prè: il commento del comitato “Via di Prè, l’orgoglio di Genova”

    Dopo la firma del “Patto per Prè”, accordo siglato ieri dal Comune (rappresentato dall’assessore alla Città sicura Francesco Scidone) e dai cittadini, arrivano i primi commenti.
    È dal 2004 che chiediamo di fare qualcosa per il quartiere – spiega Marie Noelle Vardi, portavoce del comitato Via di Prè l’orgoglio di Genova – Certo è meglio tardi che mai. La mia paura è che, visto che siamo in prossimità della campagna elettorale, non si tratti di annunci destinati a cadere nel vuoto. Spero al contrario possa essere invece l’inizio di un percorso positivo”.

    Tra i punti che stanno più a cuore ai comitati, c’è sicuramente il contrasto all’illegalità, in particolare quella commerciale. “Abbiamo chiesto maggiori controlli per quanto riguarda i negozi della zona – continua Noelle Vardi – Molti commercianti non espongono i cartelli necessari, non curano adeguatamente la pulizia degli esercizi commerciali e vendono prodotti contraffatti. Qui è in gioco la salute dei cittadini oltre al decoro urbano della via”.

    E poi il problema più grave, quello dell’abusivismo abitativo, affrontato finora senza i necessari strumenti di contrasto. Sono troppi infatti gli alloggi che proprietari senza scrupoli affittano eludendo ogni regola.
    Il numero degli alloggi sovraffollati continua a crescere – racconta Noelle Vardi – la legge punisce i proprietari che affittano agli irregolari. Ma purtroppo aggirare la legge e garantirsi l’impunità, è fin troppo facile. È infatti sufficiente affittare ad una persona in regola e poi chiudendo entrambi gli occhi, non preoccuparsi se in quell’appartamento si trovano a vivere anche in dieci persone”.
    Si creano così situazioni disumane sotto tutti i punti di vista. Secondo il comitato l’unica azione da compiere è punire il proprietario, sequestrare l’appartamento e metterlo all’asta.
    Spesso e volentieri si tratta di signori italiani che abitano in quartieri bene della città –continua Noelle Vardi – e con il loro comportamento contribuiscono a peggiorare il degrado di via Prè”.

    Infine si è parlato di favorire i flussi turistici attraverso l’organizzazione di attività sociali, artistiche e culturali. “Noi ci abbiamo sempre provato – conclude Noelle Vardi – abbiamo realizzato eventi, concerti musicali e quant’altro ma purtroppo le nostre risorse economiche sono limitate. Ora le premesse di un aiuto della istituzioni ci sono, staremo a vedere i risultati concreti”.

     

    Matteo Quadrone

  • Alluvione: la fragilità del territorio e le responsabilità dell’uomo

    Alluvione: la fragilità del territorio e le responsabilità dell’uomo

    Alluvione del 4 novembreIl bilancio ufficiale della devastante allluvione che ieri si è abbattuta sulla nostra città conta 6 morti, 4 donne e due bambini, i cui corpi senza vita sono stati tutti ritrovati nella medesima strada, via Fereggiano.

    E’ difficile il giorno dopo commentare una tragedia di queste dimensioni ma è necessario, senza entrare in polemiche pretestuose, fare alcune considerazioni.

    Eventi del genere accadono perchè concorrono almeno quattro fattori: la forza della natura, la mano dell’uomo, la responsabilità degli amministratori, il buonsenso e l’autoprotezione dei cittadini.

    Il territorio italiano, per morfologia e clima è storicamente da sempre soggetto a frequenti eventi idrogeologici intensi.

    La Liguria è una delle regioni più esposte: il 98% dei Comuni è infatti a rischio secondo il dossier Legambiente-Protezione Civile.

    Le ragioni, spiegano i geologi, sono la particolare conformazione geomorfologica, la cementificazione selvaggia che amplifica la fragilità di fondo e la mancata cura del territorio. Ma nonostante questo, denuncia il presidente dei geologi liguri Giovanni Scottoni, la Regione Liguria non dispone di un vero servizio geologico.

    Genova è una città cresciuta sopra diversi rii e torrenti, la cui criticità, sottolinea il WWF, deriva dal fatto di essere stati tutti “Cementificati, canalizzati e tombati”.

    Il rio Fereggiano, che ha causato una strage di innocenti, è da tempo considerato un torrente a rischio. Almeno dal 2006, all’epoca dell’ex responsabile della Protezione Civile, Guido Bertolaso.

    Nel piano provinciale di difesa idrogeologica si legge “Il rio Fereggiano presenta un’elevata criticità idraulica nel tratto terminale tombinato a causa della grave insufficienza della sezione di deflusso“.

    Non si poteva intervenire di più a livello idreogeologico per evitare che straripasse ?

    Il Sindaco Marta Vincenzi, visibilmente scossa, durante la conferenza stampa di ieri ha spiegato “Per il Fereggiano abbiamo inaugurato a giugno la messa in sicurezza di un primo tratto del torrente che ha comportato la demolizione di quattro edifici che sorgevano sugli argini. Interventi che hanno evitato di aggiungere tragedia a tragedia”.

    Mentre per quanto riguarda il fiume Bisagno, sempre nel piano provinciale di difesa idrogeologica, si legge “La maggior criticità idraulica risulta essere il tratto compreso fra lo sbocco a mare e la confluenza con il rio Fereggiano, a causa della grave insufficienza del tratto terminale canalizzato e coperto”.

    E qui si comprende bene come il problema sia la mancanza di risorse finanziarie.

    Come ha spiegato il Sindaco infatti non è stata ancora realizzata un’opera fondamentale: lo scolmatore del Bisagno, una galleria di 6 Km in grado di intercettare le acque in piena e condurle fino al mare, perche la spesa da sostenere, circa 300 milioni, oggi non è disponibile.

    Soldi prima stanziati e poi ritirati dal Governo. Come ha ammesso un paio di giorni fa lo stesso Ministro dell’Ambiente, Stefania Prestigiacomo.

     

    Indubbiamente però i cambiamenti climatici hanno un peso preponderante: da alcuni anni le precipitazioni stanno assumendo un carattere “monsonico“, delle vere e proprie “bombe d’acqua”, come ormai le chiamano gli esperti, che si abbattono con un’intensità fortissima su una zona circoscritta, che purtroppo è impossibile individuare in anticipo.

    Ieri il pluviometro dell’Università ha rilevato 386 millimetri d’acqua tra la mezzanotte e il tardo pomeriggio, ma in gran parte concentrati tra le 10 e le 15.

    Non un record assoluto per l’area genovese (nell’ottobre del 1970 furono 948 millimetri in 24 ore; nel settembre del 1992 se ne rilevarono 429), ma pur sempre un fenomeno di una violenza impressionante.

    Su “La Stampa” Luca Mercalli, presidente della Società Meteorologica Italiana, oggi scrive “Se quantità d’acqua di questo tipo si riversano in poche ore su una città fatta come Genova, collocata alla base di versanti apenninici da cui l’acqua si riversa improvvisa senza dare tempo di mettere in pratica efficaci piani di evacuazione in corso di evento, i disastri sono pressochè inevitabili“.

    Ma è stato fatto davvero tutto il possibile ?

    Marta Vincenzi ha dichiarato “E’ stato come uno tsunami, non potevamo fare di più“.

    E ha ricordato come tra le ore 12:00 e le ore 12:17 il livello del rio Fereggiano ha raggiunto i tre metri d’altezza arrivando così ad esondare prepotentemente gli argini.

    Poi ha aggiunto “Siamo di fronte a una modificazione del clima che non si era mai vista in precedenza (…) precipitazioni che ci devono far ripensare a tutto quello che sappiamo anche a livello di prevenzione. Comincio a credere che anche gli stessi piani di bacino siano da rivedere: dovremo ripensare a tutto, a cosa fare in caso di allerta, a come valutare le portate dei fiumi e le conseguenze di precipitazioni di una violenza impensabile fino a pochi anni fa“.

    Ma bisogna ribadire che non è da ieri che si verificano sul territorio italiano precipitazioni circoscritte di questa intensità.

    Probabilmente è un’urgenza non rinviabile mettere al più presto mano ai piani di bacino e occuparsi della manutenzione costante e puntuale dei corsi d’acqua cittadini.

    Perchè la soluzione per salvare vite umane dai cataclismi della natura, nell’anno 2011, non può essere solo la coscienza dei singoli cittadini, l’autoprotezione e un livello di allerta massimo che imponga il coprifuoco a una città intera.

    Matteo Quadrone