Tag: polemiche

  • Premio Paganini: a rischio l’edizione 2012 del concorso per violino

    Premio Paganini: a rischio l’edizione 2012 del concorso per violino

    corso musicaDiciamoci la verità: quanti di noi ascoltano musica classica, non si perdono un concerto per archi o comprano abitualmente dischi di questo genere? Ben pochi, rispetto alla recente evoluzione del pop e dei talent show.

    Tuttavia noi stessi non-ascoltatori ci indigniamo – com’è giusto che sia – nel sapere che non ci sarà più il Premio Paganini, illustre concorso per violino che il prossimo settembre sarebbe giunto alla 54ma edizione.

    Il Festival – che da alcuni anni aveva già preso a tenersi con cadenza biennale – avrebbe dovuto svolgersi dal 19 al 30 settembre, ma una delibera del Comune ha imposto un ipotetico slittamento al 2013 in attesa di capire la situazione dei finanziamenti. Una delle possibili soluzioni al vaglio per non veder tramontare definitivamente il Premio è accorparlo ad altre manifestazioni analoghe, magari tramite la costituzione di un Centro Studi Paganiniano.

    Se altre città italiane hanno infatti istituito da tempo delle Fondazioni dedicate ai compositori – Verdi a Parma, Rossini a Pesaro e così via – Genova non ha mai rivolto analoga attenzione alla memoria di Paganini. Viste le circostanze, potrebbe essere l’occasione giusta per porre rimedio a questa mancanza.

    Marta Traverso

  • Books in the Casba: la libreria di via Prè chiede aiuto alla città

    Books in the Casba: la libreria di via Prè chiede aiuto alla città

    books in the casba via preDa quasi cinque anni ci diamo da fare per fare il nostro mestiere di librai e per dare un contributo al miglioramento della strada più dimenticata della città: via Prè“.

    Con queste parole inizia la lettera scritta a un quotidiano genovese da Fabio Marabotto, titolare della libreria Books in the casba, uno degli spazi culturali più vivi del centro storico, che dopo via Prè ha aperto dall’anno scorso una seconda sede in vico del Fieno.

    Una lettera che nasce dalle difficoltà in cui versa la libreria, isolata geograficamente rispetto alle grandi catene della lettura di via XX Settembre o del Porto Antico – in tempi di crisi economica, l’apporto dei “passanti casuali che diventano acquirenti” è fondamentale per qualsiasi attività economica – ma anche e soprattutto vittima di un comportamento sempre più radicato nella nostra città: i genovesi evitano via Prè. Troppi stranieri, troppa delinquenza, troppo di tutto, pare. Neppure la vicinanza con l’Università e strutture come il Museo del Mare hanno contribuito a cambiare la situazione.

    Per questa ragione Marabotto ha lanciato un appello ai concittadini: così non si può continuare, è necessaria “una mano per poter dare ancora un futuro a questo nostro pezzo di città“. In che modo si potrebbe contribuire al rilancio di via Prè? Un’idea potrebbe essere quella di sostenere la nascita di nuove attività economiche, certo. Precisamente come indicato da un bando del Comune di Genova, attivo da diversi mesi ma che non ha ancora ricevuto adesioni.

    Come lamentato da Marabotto, “Immaginate come possa essere su una strada che quotidianamente è sui media della città come esempio negativo di qualunque cosa: droga, risse e crolli di palazzi“.

    Non è forse questa l’immagine che il genovese medio – lo stesso che dopo aver letto questo articolo ha preso a mugugnare per la possibile chiusura della libreria – ha di via Prè?

    Marta Traverso

  • I monumenti italiani tra degrado e incuria, Genova non fa eccezione

    I monumenti italiani tra degrado e incuria, Genova non fa eccezione

    Chiesa del Gesù GenovaL’Italia, è proprio il caso di dirlo, è tutta una rovina. Rovina per la stangata erariale che ha impoverito tutti e che ha fatto registrare un crollo delle vendite che vanno dal -30 (abbigliamento, scarpe) al -5 % (giocattoli) e una media che si asseta sul -28%?No, si tratta dello sfascio a cui nostri monumenti storici vanno incontro considerato che, pezzo dopo pezzo, vengono giù, spinti più che dalla forza di gravità dal degrado e dall’incuria.

    Dopo il tragico crollo della Casa dei Gladiatori, a Pompei, che ha fatto gridare allo scandalo ma che si è cercato di giustificare con le forti piogge, oggi è la volta del Colosseo: poche “briciole” di tufo staccatesi da un arco dell’Anfiteatro Flavio, antistante l’Arco di Costantino, che seguono quelle di Natale,” piovute” dal prospetto esterno.

    Nonostante la smentita della direttrice del Colosseo, Rossella Rea che parla di allarmismo ingiustificato e che ipotizza si tratti di quelle “vecchie” riferibili al 25 dicembre, sta di fatto che sono planate tra noi non smosse da un erculeo Golia ma da banali piccioni, la cui esigua massa ponderale ci da l’idea di quanto precaria sia la situazione.

    Il patrimonio storico di una nazione è un bene che tutti cercano di proteggere, tutti ad eccezione dell’Italia che, con un eccellenza artistica invidiata dal mondo intero, si permette di non curare e valorizzare questo bene incommensurabile.

    E’ indubbio, infatti, che l’arte italiana, oltre ad essere testimonianza della genialità dei nostri avi, rappresenterebbe, se ben sfruttata, un richiamo turistico invidiabile e, quindi, una fonte di sicuro denaro.

    Per sopperire alla miopia di un governo che tiranneggia la cultura con continui tagli, ci siamo dovuti affidare a stranieri come John Julius Norwich o alla fondazione onlus inglese “Venice in Peril” per salvare una città unica che rischia di naufragare miseramente in un mare di incapacità ed indifferenza.

    Non paghi di ciò, aspettiamo ancora di vedere i risultati degli aiuti internazionali devoluti a favore del restauro del patrimonio artistico dell’Aquila, devastata dal terribile terremoto e, soprattutto, siamo ancora in attesa di vedere interventi concreti su monumenti, vedi Pompei o il Colosseo, che sono simboli del “made in Italy” di passata memoria.

    In questo panorama non certo idilliaco, risulta angosciante, inoltre, la perdita quotidiana di opere minori come piccole pievi dimenticate, quadri di famosi pittori nascosti in chiese frequentate solo da pii praticanti, insegne o altri oggetti lasciati alle intemperie del tempo o alla portata di ladri sacrileghi.

    Genova non fa eccezione: nella chiesa del Gesù, ad esempio, due pale di Rubens sono spesso l’unica compagnia” dell’Assunta” di Reni o del “ Riposo durante la fuga in Egitto “ del Piola; opere del Piola o di Fiasella, parimenti, sono presenti nella chiesa dell’Annunziata, chiesa dimenticata dai percorsi turistici, così come ignoto ai più è l’”Apparizione di Maria Vergine” del Grechetto in quel gioiello architettonico che è la chiesa di santa Maria di Castello.

    Non parliamo delle ”Edicole”, Madonnine votive che vegliavano dall’alto su ogni angolo dei “caruggi” e che sono state lasciate in pasto a trafugatori senza scrupoli con il risultato che ne sono sparite più della metà.

    Svanito nel nulla è, anche, un curioso cartello che, pur non essendo esempio di mano sapiente, risultava essere una delle tante piccole testimonianze della storia della nostra città : rotondo, come quelli stradali di divieto, campeggiava da tempo immemorabile all’incrocio di vico Carabraghe (antico Calabraghe), e proibiva il transito ai “minori”, nelle ore scolastiche, per preservare innocenti occhi dal meretricio che lì aveva uno dei punti di maggior “traffico”.

    Piccolo esempio a fronte di opere più imponenti come i forti che sovrastano le alture della città o l’acquedotto romano destinati, però, ad un medesimo destino: un lento triste oblio, soffocati da erbacce e degradati da inevitabili ”tracolli”.

    Adriana Morando

  • Rai, nel 2012 aumenterà il canone

    È comparso in queste ore, sul sito abbonamenti della Rai, il prezzo del nuovo Canone che gli italiani sono costretti ogni anno a pagare. L’anno scorso i contribuenti avevano versato una cifra di 110,50 euro, dall’anno prossimo invece il prezzo della tassa sarà di 112 euro.

    Canone Rai è però una definizione fuorviante perchè – come pochi sanno – i soldi versati non vanno direttamente alle casse della televisione pubblica ma all’Agenzia delle Entrate, quindi allo Stato, che a sua volta finanzierà in parte la Rai.

    La Rai taglia le spese (95 milioni di euro) e conseguentemente ridimensiona il servizio pubblico, ottenendo anche l’aumento del canone che passa a 112 euro, ma strapaga i calciatori come Bobo Vieri ed è immobile sul fronte dell’evasione – spiega il Presidente del Codacons, Carlo Rienzi – Un comportamento incomprensibile, dal momento che il mancato pagamento del canone speciale, cui sono tenuti per legge tutti gli esercizi pubblici, le sedi di partito, gli istituti religiosi, le navi, ecc., comporta un danno per le casse della rete di Stato stimato in circa 230 milioni di euro annui”.

    “Addirittura la Rai, contro il parere dello stesso DG Lorenza Lei, ha rifiutato di fornire al Codacons i dati circa l’evasione di tale tipologia di canone, impedendo all’associazione di contribuire al recupero delle somme dovute – prosegue Rienzi – Riteniamo inaccettabile che, a fronte dell’aumento del canone, si effettuino tagli di tale portata al servizio pubblico, con conseguente danno per i telespettatori e per i cittadini che finanziano l’azienda”.

  • Lettera di un tassista genovese: “Siamo una lobby, che c’è di male?”

    Lettera di un tassista genovese: “Siamo una lobby, che c’è di male?”

    Taxi in piazza De Ferrari

    Ecco il testo di una lettera che un tassista genovese ha inviato alla Redazione di EraSuperba dopo la pubblicazione dell’articolo su uno studio della Cgia di Mestre in merito all’ andamento dei prezzi in seguito alle liberizzazioni:

    “Quando nel lontano 1993 decisi di “acquistare” una licenza di taxi tutti mi dissero: ” ma come! Vai a fare il tassista, l’ultima ruota del carro, fa il tassista chi non sa cos’ altro fare ecc. ecc”. Oggi scopro che tutti vogliono fare il tassista, incredibile! Da ultima ruota del carro il nostro lavoro è diventato ambitissimo…
    Ma come, dico io, quando mi indebitavo per comprare una licenza di taxi, gli altri ambivano a posti in grandi aziende della mia città, al posto in Comune, Provincia, Regione, al gettonatissimo posto in banca; nessuno si sognava di fare carriera come tassista, tutti volevano il posto “sicuro” nel privato o, meglio ancora, nel pubblico, e allora si facevano carte false per ottenerlo, raccomandazioni, amicizie e chi più ne ha più ne metta.

    Oggi il periodo delle vacche grasse è finito, quei posti sono rarità per pochi e allora? Allora, vogliono fare tutti i tassisti a costo zero. Considerate che, chi come me ha comprato una licenza e già lavorava, ha lasciato il posto da dipendente a qualcuno che era iscritto nelle liste di disoccupazione quindi, non tutti i mali, se così la vedete, vengono per nuocere. […] Clicco su internet e vado a cercare il significato di lobby, il primo dizionario che trovo è il Sabatini Coletti e riporto testuali parole: “Gruppo di persone legate da interessi comuni e in grado di esercitare pressioni sul potere politico per ottenere provvedimenti a proprio favore, specialmente in campo economico e finanziario” (seguono esempi).

    Ebbene, non mi sembra una definizione così satanica. Mi sembra che la definizione calzi per tutti quei gruppi di persone che manifestano per ottenere un qualche cosa che li accomuna, si può applicare al comitato di quartiere che manifesta o fa pressioni per ottenere il campo di calcetto, alle associazioni di consumatori, alle associazioni di inquilini (a proposito io “capitalista” a 49 anni mi sto ancora pagando il mutuo sulla prima e unica casa), ai lavoratori che vanno in corteo per il proprio lavoro ecc.

    Allora, secondo quanto detto, anche i tassisti sono una lobby, certo, ma nel senso che indica il dizionario, non nel senso di gruppo chiuso, inaccessibile. Quando mi sono rivolto alle associazioni per comprare la licenza nessuno mi ha chiuso la porta in faccia, chiunque può acquistare una licenza, come dite? E’ proprio questo il punto? Ma signori miei io sono riuscito ad acquistare una licenza di taxi facendo sacrifici, ma non avrei potuto acquistare qualsiasi attività più quotata sul mercato, ognuno fa il passo secondo possibilità, non mi potrei permettere una banca o una s.p.a. con dipendenti e nemmeno una licenza taxi di altre città ma non per questo pretendo che mi si diano gratis.

    Per quanto riguarda i tanto sbandierati vantaggi per i consumatori, vorrei che mi ricordaste quale settore, che è stato liberalizzato, abbia portato vantaggi al cittadino: i supermercati? Se non stai attento a quello che compri e dove lo compri ci lasci lo stipendio; i telefoni? Una selva, mille tariffe in continua evoluzione senza possibilità di comparare quelle di un gestore da un’ altro; gas, luce, assicurazioni ecc. ecc. Vi siete mai chiesti come mai negli ultimi anni si sono viste proliferare miriadi di associazioni consumatori?

    Andate un po’ a vedere i consigli, le raccomandazioni le istruzioni che queste associazioni sono costrette ad emanare per contrastare un elenco faraonico di problematiche sorte grazie alla diversificazione dell’offerta, è tanto diversificata che non ci si capisce più nulla, occorrerebbero commercialista e avvocato sempre a portata di mano! La gente non ne può più …

    Privilegiati mi sento dire e rimango lì …. a pensare, privilegiato ma in che cosa? Ho investito per una attività come fanno tutti, in tutti i settori, dal bar alla FIAT, lavoro 12 ore al giorno altrimenti non si riesce a coprire tutte le spese (e adesso con la manovra Monti vedremo…) , gli incassi sono diversi da città a città e in alcune realtà è veramente dura (e qui si potrebbe parlare dei piani di viabilità dei singoli Comuni il vero ostacolo al rapporto incasso/tariffe); Natale Capodanno e Pasqua, quando ti tocca ti tocca; niente mutua, se ti ammali sono affari tuoi, la settimana scorsa sono stato a casa 2 giorni con la febbre, il terzo giorno non passa, a lavorare con berretto e sciarpa; non abbiamo ferie pagate, se ti vuoi fermare una settimana sono cavoli tuoi; tredicesima, quattordicesima, cosa sono schedine del totocalcio? Tutte le spese dell’auto? A carico tuo; Assicurazioni? più care, siamo soggetti a rischio essendo tutto il giorno nel traffico; Liquidazione? niente, la nostra liquidazione è appunto il valore della licenza; cassa integrazione, non esiste ovviamente, se non c’è lavoro, amen; assenteismo, quello sì che ne possiamo fare uso, se ti assenti, lo paghi subito, non incassi e risolto il problema; poi vogliamo parlare di una giornata in mezzo al traffico? Lasciamo immaginare; d’inverno c’è il freddo, d’estate fa caldo; malattie professionali mai riconosciute e come se non bastasse ogni tanto c’è chi ti punta un coltello alla gola e ti rapina.

    Se vogliamo dirla tutta, in effetti, abbiamo un po’ di sconto sul bollo dell’auto e qualche cosa sull’iva del carburante che ogni anno viene sempre più ridotta (e questo indipendentemente dai timbri che mettiamo sulla scheda carburante).

    Evasione fiscale? Ecco il tallone d’ Achille, ora lo frego …
    E si, siamo additati come grandi evasori, non lo nego in passato si pagava poco ma chi non era evasore fiscale nel periodo delle vacche grasse, e senza citare liberi professionisti, imprenditori e politici voglio ricordare che anche il lavoratore dipendente che fa il doppio lavoro in nero è un evasore fiscale e tra le mie conoscenze ne ho diversi esempi, e allora in questo campo chi è senza peccato…

    Adesso non è più così, i bollettini dell’ Inps arrivano regolarmente da pagare e per quanto riguarda la dichiarazione dei redditi ci pensa l’ Agenzia delle Entrate a monitorare, devi dichiarare quello che dicono loro altrimenti scatta l’accertamento.

    Ecco, Signori, questi sono i nostri privilegi, certo un cliente mi ha detto che potevo scegliere di fare l’operaio o l’impiegato, come per dire: “non ti ci ho messo io sul taxi”, vero ma noi non abbiamo chiesto niente .. sono piuttosto ALTRI a cercare noi.
    Ora, se quella che vi ho descritto è un’immagine di una categoria privilegiata, i casi sono due, o siete male informati e allora niente da dire, succede, oppure siete in malafede e dietro a certi commenti che si leggono sul web che rasentano il linciaggio ci sono appunto gli ALTRI di cui sopra. […]

    Quindi? Quindi è una guerra tra poveri diavoli che ci vogliono far fare, attenti! Da queste liberalizzazioni sbandierate come progresso e beneficio per tutti ne verrà fuori che il nostro lavoro lo faranno altri ma per il comune cittadino non cambierà nulla, come è successo con le altre liberalizzazioni, c’è chi vuole il nostro posto e null’altro, dopo aver scardinato l’intero sistema lavorativo con speculazioni, corruzione, trasferimento di capitali e manodopera all’estero, dopo aver causato un’enorme emorragia di posti di lavoro andando a produrre nei paesi emergenti ora, per rimettere le cose a posto (secondo loro), attaccano l’unico sistema lavorativo che per forza di cose sta in piedi da solo, il lavoratore autonomo.
    Meditate Gente, meditate!! (e lo scrivo maiuscolo perché io ho ancora rispetto di questo popolo che troppe volte è stato ingannato).

    Roberto Cappanera. Un tassista.
    robertolaser80@libero.it

  • Macchina del tempo: che fine ha fatto Fabrizio De Andrè?

    Macchina del tempo: che fine ha fatto Fabrizio De Andrè?

    Fabrizio De Andrè

    IL PRECEDENTE

    30 dicembre 2008. Palazzo Ducale chiude l’anno inaugurando una mostra multimediale dedicata a Fabrizio De Andrè, alla presenza di Dori Ghezzi e tanti amici artisti. La mostra rimane aperta fino a 21 giugno 2009, raccogliendo circa 150.000 visitatori.

    Proprio grazie a questa esposizione, la Fondazione Cultura annuncia di aver raggiunto il pareggio di bilancio già a luglio 2009, un risultato incredibile se paragonato ai numerosi problemi economici in cui spesso incorrono gli enti culturali (genovesi e non): “De Andrè tornerà a Genova, la mostra diventerà permanente nel palazzo del Grillo“, assicura il presidente Luca Borzani pochi giorni dopo la chiusura.

    La mostra dedicata a Faber è stata molto più che una fonte di introiti e di prestigio per la maggiore Fondazione culturale di Genova: ha contribuito infatti a un rilancio notevole al turismo e alla visibilità della nostra città. Il famoso indotto di cui spesso ci si dimentica quando si sostiene che “con la cultura non si mangia”: strutture ricettive, ristoranti, attività commerciali e molte altre realtà genovesi si aprono alla prospettiva di trarre un forte beneficio da un “turismo cantautorale”.

    IL PRESENTE

    Che fine ha fatto la mostra di De Andrè? Il prossimo 10 gennaio si celebrano dodici anni dalla sua morte, ma Genova sembra non aver ancora trovato la via giusta per omaggiare uno dei suoi più grandi cantautori.

    La mostra a lui dedicata non ha ancora fatto ritorno nella nostra città: dopo le tappe di Nuoro, Palermo, Roma e Milano, Genova sembra non aver ancora trovato lo spazio adeguato per ospitare un museo permanente dedicato a Faber.

    Pare quindi caduto nel dimenticatoio l’annuncio ufficiale del Sindaco Marta Vincenzi, che lo scorso 1 febbraio aveva indicato Palazzina Millo al Porto Antico (e non più palazzo del Grillo, come inizialmente si pensava) come sede ufficiale della mostra permanente, con la promessa di completare l’allestimento entro il 2011. L’anno sta per finire, ma nulla ancora è stato fatto.

    In compenso pare che nei primi mesi del 2012 riaprirà il negozio Musica Gianni Tassio, con una nuova gestione (a cura dello scrittore Andrea Pugliese) e un nuovo nome, Via del Campo 29 rosso.

    De Andrè tornerà a vivere almeno nel suo piccolo museo, che con le sue note ha attirato per molti anni i passanti di via del Campo per ammirare la sua chitarra in vetrina e dare uno sguardo alla discografia completa in vinile.

    Perché, oltre allo storico negozio di via del Campo, non si trova uno spazio in città da dedicare in modo permanente a De Andrè e alla mostra che così tante persone da tutta Italia hanno voluto visitare? Perché la Fondazione che porta il suo nome ha sede a Milano, città in cui ha vissuto i suoi ultimi anni, e Genova non si sente pronta a ospitarla? Perché gli sponsor che ogni anno versano 300.000 Euro per portare cantanti foresti alla Notte Bianca non si prodigano per dare a uno dei nomi storici del cantautorato genovese l’omaggio che merita?

    Marta Traverso

  • Lettera aperta a Babbo Natale

    Lettera aperta a Babbo Natale

    Egregio sig. Babbo Natale,

    ieri mi sono preso qualche ora per sgranchire le gambe e fare due conti. Mi trovo in pieno centro in coda alla cassa di un negozio di elettronica anche se non ho comprato nulla, sono solo curioso. Dieci minuti scarsi, spesa complessiva delle 4/5 persone che mi precedono: 6800 euro. Sarà un caso, proviamone un altro. Negozio di abbigliamento in via XX Settembre, la coda è un po’ più lunga, 10/11 persone davanti a me, per cui mi avvicino alle casse fingendomi interessato alla bigiotteria esposta così da poter tendere l’orecchio: spesa complessiva in un quarto d’ora 3400 euro. Per non tediarla, signor Natale, vado al sodo e le comunico che ho girato 5 negozi in due ore scarse e che il risultato ha ampiamente superato i 20000 bigliettoni.

    Io la taglio caro Babbo, mi dia giusto il tempo di buttar giù la manovra, una settimana, massimo due, non di più, cosa ne pensa? Lei che potrebbe affermare senza vergogna di essere diventato più famoso di Gesù… Ora sarebbe disposto a farsi da parte? Si tira su in qualche mese un bel Natale Tecnico, mi metto di buona lena e trovo un giovane che sia sbarbato e smilzo, e un po’ meno rosso. Che so, vendo bene una storiella sul riciclo dei giocattoli, magari stimolo anche un po’ di fantasia… vuol mettere la sua vecchia letterina scritta con la penna del bambino e il pugno del mercato?!

    Ci ragioni,
    Gabriele Serpe

  • Rai, i dipendenti scioperano contro il ridimensionamento dell’azienda

    Rai, i dipendenti scioperano contro il ridimensionamento dell’azienda

    Rai cavallinoPettorine arancioni con su scritto “la Rai siamo noi” e un volantino, porto con cortesia, sono stati i protagonisti, in via XX Settembre e alla Stazione Brignole, di una civile ma ferma protesta condotta dai dipendenti della Rai, tecnici ed amministrativi, per manifestare il loro dissenso sulla decisione di ridimensionamento dell’azienda, deliberato dal Consiglio di Amministrazione su proposta del Direttore Generale, Lorenza Lei.

    Slc Cgil, FIstel Cisl, Uilcom Uil, UGL Telecomunicazioni, Snater, Libersind-Confsal si sono uniti in uno sciopero, che ha registrato un’adesione pari al 93%, contro una serie di interventi  di contenimento dei costi, secondo un piano di riduzione di spazi produttivi, obiettivo che la Rai ha intenzione di mettere in atto in risposta alla crisi economica che coinvolge tanta parte del paese.

    Come si legge sul “critico libello”, l’operazione prevede, ad esempio, la cessione di Rai Way, rete per la trasmissione del segnale e di  infrastrutture grazie alle quali, da sempre, si  garantisce ai cittadini il servizio pubblico delle reti televisive e radiofoniche RAI, o si è intenzionati a chiudere le riprese esterne nonché Rai Internationale, Rai Corporation, Rai Med e gli uffici di corrispondenza, strutture che permettono l’approfondimento giornalistico dedicato alle eccellenze del nostro paese e  che costituiscono un ponte di connessione tra stati e culture diverse.

    Tali scelte, come si può facilmente evincere, si traducono in un danno che non è solo di immagine ma implicano la conseguente rinuncia ad investimenti sui mercati esteri.

    Vengono, inoltre, deplorati il recedere dalle trasmissioni calcistiche con ovvie minori possibilità  di risorse legate alla pubblicità e l’ipotesi di ridurre la produttività editoriale di sedi come Aosta, Bolzano, Trento, Trieste, Palermo, mettendo a rischio l’impiego e la professionalità di tanti lavoratori. Lo stesso salario risulta impoverito per un contratto di lavoro che, come tanti altri, è fermo da anni e di cui non è previsto un prossimo rinnovo.

    Inoltre, il Piano Industriale 2010-2012, come si legge, taglia di ben 170 milioni di euro i costi per personale il  che implica una  decurtazione degli stipendi fra il 18 e il 20% o un’evidente riduzione della forza lavoro.

    Queste misure si sarebbero rese necessarie in quanto, negli ultimi anni, si è registrato un “graduale deterioramento della posizione finanziaria, che passa da un valore positivo di 110 milioni di euro nel gennaio 2008 ai -260 milioni di budget di gennaio 2011”.

    Il tutto si traduce che, nel 2012, il passivo ammonterebbe alla “modica” cifra di circa 200 milioni di euro, passivo non certo attribuibile al poco impegno o alle scarse capacità degli operatori ma per la gestione discutibile di certi dirigenti poco attenti alle spese ingiustificate o poco capaci a promuovere politiche aziendali atte a valorizzare le risorse interne.

    Non è certamente con lo smantellamento di asset aziendali e con l’esternalizzazione del lavoro, veri regali per la concorrenza, che si può pensare ad una crescita della Rai che, per la sua funzione pubblica , è un bene comune da mantenere, liberandola, magari, da quella influenza partitocratica il cui dictat  può orientare su scelte inopportune e, soprattutto, con un’oculata caccia agli sprechi che, in generale, nelle cose pubbliche sono un fenomeno dilagante, retaggio di un ignorante modo di pensare: intanto non è roba mia!

    Adriana Morando

  • Privilegi della Casta? Ci sono cose più importanti da affrontare

    Privilegi della Casta? Ci sono cose più importanti da affrontare

    Non c’è dubbio che questa classe politica abbia accumulato negli anni privilegi faraonici. Tant’è che  ormai si parla dei nostri politici usando abitualmente il fortunato termine di “casta”, suggerito dal best-seller omonimo dei giornalisti del Corriere della Sera Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella.

    Anche grazie a inchieste come questa gli Italiani hanno cominciato a prendere coscienza del fatto che una grande parte della politica ha perso di vista il senso del proprio lavoro e della propria missione per dedicarsi alla cura dei propri interessi personali e al mantenimento dei propri privilegi. Non è un fatto inedito: lo riscopriamo ciclicamente.

    Primo fu Berlinguer nel ’81 con la questione morale; poi venne Tangentopoli nel ’92 con la corruzione dei partiti. Ci risvegliamo a fiammate, salvo poi riaddormentarci ogni volta. Anche se rimane nella gente un senso viscerale di disgusto e disillusione per la politica, tutto viene come rimosso, dimenticato, archiviato, nell’illusione che, dopo essersi sfogati, basti non parlarne più per riprendere una vita normale. E invece il problema si ripresenta sempre.

    Per chi ha seguito da vicino la politica nel ventennio berlusconiano, sa benissimo che, a destra come a sinistra, c’erano molte ragioni per rendersi conto di come la classe politica non si fosse affatto rigenerata. Per tutti gli altri si ricomincia nel 2007, in sordina, quando esce, appunto, La Casta di Rizzo e Stella.

    Nel 2008 scoppia la crisi delle banche anglosassoni, ma comincia anche il quarto governo Berlusconi, che rimarrà negli annali come uno dei momenti più bassi per la dignità della nostra classe politica, a causa di proposte di legge sempre più liberticide, di politici sempre più impresentabili, di comportamenti pubblici sempre più spregiudicati e di scandali sempre più numerosi.

    Infine, con il paese sull’orlo del default, Berlusconi si dimette e arriva Monti con una manovra “lacrime e sangue” di cui abbiamo parlato più volte. Ed è a questo punto che, come dicevano Gino e Michele, «anche le formiche s’incazzano».

    Per anni abbiamo tollerato dai nostri politici cose che in nessuna democrazia conosciuta si tollererebbero; cose che sono possibili solo nel paese dei feudi, delle signorie e dei potentati, del «io so’ io, e voi non siete un cazzo», del «è normale che chi ha potere lo usi: lo faresti anche tu». Poi improvvisamente, quando la situazione si fa tragica, imbracciamo i forconi.

    E’ in quest’ottica che va considerata la nuova campagna “anti-casta” che sta appassionando il paese: da una parte cittadini indignati e organi di stampa improvvisamente conquistati alla causa che chiedono l’abolizione dei vitalizi e la riduzione degli stipendi, dall’altra politici arroccati nella difesa spudorata dei privilegi acquisiti. Per alcuni tutto ciò sembrerà una grande conquista, ma purtroppo lo è solo in parte: vale a dire che, continuando su questa strada, probabilmente otterremo poco, faremo danni peggiori e poi ci riaddormenteremo nuovamente.

    Infatti, se è senz’altro giusto chiedere che i nostri mille parlamentari partecipino ai sacrifici del paese rinunciando a un po’ dei loro costosi privilegi, questo non può bastare. Non è un’eventuale rivalsa che ci dovrebbe appagare. Il fine dovrebbe essere piuttosto quello di avere una classe politica onesta ed efficiente. Per questo pensare solo ad abolire i privilegi non può portarci lontano.

    Ad esempio, sul tema dei vitalizi abbiamo già commesso degli errori. Scandalizzati dalla cronaca di Stella e Rizzo, che raccontava come i parlamentari prendessero la pensione solo per il fatto di essere stati eletti e senza versare i contributi che tutti gli altri cittadini sono tenuti a versare per legge, abbiamo ottenuto a furor di popolo l’obbligo minimo di una legislatura: ora un parlamentare per avere la pensione deve fare almeno 5 anni in parlamento. Ma il vitalizio non è di per sé un privilegio: è una garanzia di democrazia.

    Per la Costituzione i parlamentari sono in carica senza vincolo di mandato: significa che non devono rispettare accordi politici, ma solo votare per il bene dei cittadini. Per evitare che potessero subire ritorsioni per questo, si garantiva che, terminato il loro incarico, avessero comunque di che vivere: ecco il senso del vitalizio. Invece con il limite dei 5 anni cosa abbiamo ottenuto? Abbiamo ottenuto i Razzi e gli Scilipoti, cioè persone che, solo per garantirsi il vitalizio (si veda il video-confessione trasmesso da Nuzzi su LA7), il 14 dicembre 2010 tennero in piedi una legislatura già finita e una maggioranza risicata che non prenderà più alcuna misura seria, portando lo spread a 570 punti e il paese sull’orlo del fallimento. Un bel risultato.

    Chiedere l’adeguamento degli stipendi dei parlamentari alla media europea, invece, è senz’altro più sensato. Eppure io non mi scandalizzo tanto per il fatto in sé che i miei politici siano i più pagati di Europa: mi andrebbe anche bene, se fossero i migliori. Il problema è che sono i peggiori. Se li pago meno, certo sono più contento: ma resto comunque molto preoccupato per la loro scarsa affidabilità.

    Insomma, la lotta ai privilegi va certamente bene, se è fatta con criterio: il politico non deve avere nulla che non sia strettamente necessario per la sua funzione. Ma se vogliamo delle regole che servano ad avere politici migliori, dovremmo preoccuparci di chiedere una buona legge elettorale, di esigere un codice etico molto più severo e soprattutto di scardinare il sistema di potere dei partiti, che si basa su un finanziamento pubblico troppo generoso e un finanziamento privato poco trasparente.

    I partiti, in barba a un referendum votato da una larghissima maggioranza di cittadini, si auto-assegnano rimborsi elettorali astronomici; poi, grazie ad incredibili agevolazioni fiscali, raccolgono anche denaro privato tramite le fondazioni, che non hanno bilanci pubblici (memorabile la giustificazione di D’Alema: «c’è la privacy!»).

    E’ così che diventano troppo vicini a una certa imprenditoria, così che controllano la Rai, Finmeccanica e tutte le altre aziende pubbliche, che pilotano gli appalti pubblici e che prospera il virus del conflitto di interessi.

    Ecco dove bisognerebbe dirottare la nostra attenzione e dove sono le regole da cambiare. Eppure, anche le regole migliori del mondo non bastano a regalarci una buona politica. Contro i cattivi politici c’è solo un metodo infallibile, già sperimentato e vecchio di centinaia d’anni: non votarli.

    Andrea Giannini

  • Ruby “rubacuori” ha avuto un figlio: ma chi se ne frega!

    Ruby “rubacuori” ha avuto un figlio: ma chi se ne frega!

    Ruby rubacuoriE’ uscita su tutti i giornali, le agenzie di stampa hanno battuto con foga la notizia riportata in tempo reale dai portali web… Cosa è successo? Chi è morto? No no cari miei, Ruby “rubacuori” ha avuto un bambino...

    Ma siamo matti?! Addirittura la notizia si è rincorsa da sola tutto il dì, fra smentite e falsi allarmi, c’è addirittura chi l’ha definito un “giallo”…

    Quando si assiste a questi spettacoli indecenti la fiducia nei confronti del genere umano sfuma via come un incenso profumato, perché, tra l’altro, l’articolo sul bimbo di Ruby è stato uno dei più letti della giornata. E si torna con il dito puntato contro noi stessi: siamo un nutrito gruppo di coglioni?

    Già c’è chi considera stupida e fuorviante la stampa che si occupa di parti (senza y) e inciuci di vip o presunti tali, in questo caso neanche di vip o presunti tali si tratta.

    Vi prego di fare una cosa, non voglio risultare sgarbato o poco delicato, ma per piacere se avete cliccato su quella notizia almeno abbiate il buon gusto di farvi qualche domanda, di provare a migliorarvi, mettete in campo l’orgoglio e la dignità, insomma, non abbiate vergogna di lavorare su voi stessi.

    Gabriele Serpe

     

  • Codacons, frecciarossa: diminuiti i posti in seconda classe

    Codacons, frecciarossa: diminuiti i posti in seconda classe

    L’associazione dei consumatori denuncia a gran voce un aumento occulto sulle tariffe dei treni Frecciarossa e presenta un esposto-diffida a Trenitalia e al Ministero dell’economia.

    Nei giorni scorsi le Ferrovie dello Stato hanno presentato la nuova flotta di Frecciarossa, all’interno dei quali scompaiono le famose “classi” per far posto a 4 differenti livelli di servizio: Executive, Business, Premium e Standard, i cui biglietti hanno ovviamente un prezzo diversificato.

    I nuovi treni avranno 573 posti così ridistribuiti: STANDARD 272 posti, PREMIUM 134 posti, BUSINESS 159 posti , EXECUTIVE 8 posti.

    La vecchia flotta di Frecciarossa disponeva invece di 603 posti per treno: PRIMA CLASSE 195 posti, SECONDA CLASSE: 408 posti.

    Considerando che il livello “standard” corrisponde alla classica “seconda classe”, i posti per tale categoria di viaggio sui nuovi Frecciarossa sono diminuiti del 33%, passando da 408 a 272. “Con la conseguenza – spiega il Codacons – che il passeggero che deve prendere un treno e trova i posti di livello standard esauriti, è costretto ad acquistare biglietti della classe superiore (la premium o la business), e pagare una tariffa maggiore”.

    Il Codacons ha preso ad esempio la tratta Roma-Milano e ha confrontato i prezzi tra le vecchie prima e seconda classe ed i nuovi 4 livelli. Il risultato è il seguente:

    STANDARD 86 euro; PREMIUM fino a 100 euro; BUSINESS fino a 116 euro; EXECUTIVE 200 euro.

    PRIMA CLASSE 116 euro; SECONDA CLASSE: 91 euro.

    “E’ evidente, quindi, che chi non troverà posto sulla standard, ipotesi assai probabile visto il ridotto numero di poltrone, dovrà acquistare un biglietto per il livello premium rischiando di spendere fino a 9 euro in più (+9,9%), con picchi del +27,4% qualora si passi ad un posto in business”, spiega l’associazione dei consumatori.

    “Riteniamo questo un aumento occulto delle tariffe ferroviarie, perché se si riducono i posti in classe economica per ogni treno, si costringono gli utenti a viaggiare in classi o livelli superiori, con conseguente rincaro di spesa. Per tale motivo – spiega il Presidente Carlo Rienzi – abbiamo presentato un esposto-diffida al Ministero dell’Economia, a Ferrovie e a Trenitalia, diffidandoli dal non applicare ingiustificati aumenti tariffari a danno degli utenti”.

    L’associazione annuncia infine un ricorso all’Antitrust e al Tar del Lazio finalizzati a bloccare i rincari occulti decisi dalle FS.

  • Abbazia di San Giuliano: dopo 40 anni il restauro non è ancora concluso

    Abbazia di San Giuliano: dopo 40 anni il restauro non è ancora concluso

    L'abbazia di San GiulianoQuando al posto di una brutta copia della “Promenade des Anglais”, Corso Italia era ancora una scogliera frastagliata, ricca di piccole insenature e la Foce ospitava l’antico lazzaretto, che ebbe l’onore di ospitare J. J. Rousseau (1743), l’abbazia di S. Giuliano era già li, affacciata direttamente sul mare.

    Risalente al X secolo, il primo documento ufficiale in cui compare, per un atto di compravendita, porta la data del 17 agosto 1282. Secondo alcune fonti la struttura fu fondata dai frati Francescani, passò nel 1309 ai monaci Cistercensi e, nel 1429, ai Benedettini dell’Abbazia di San Fruttuoso di Capodimonte.

    Come tanti edifici religiosi, subì l’onta di essere trasformata in dimora ad uso abitativo, quando nel 1797 le truppe di Napoleone giunsero a Genova. Tornerà ai monaci solo nel 1982, per essere definitivamente chiusa nel 1939.

    Oasi di pace, prima dello sbancamento per far passare l’attuale via, da Punta Vagno si raggiungeva il  forte di S. Giuliano, attraverso quella zona chiamata “Marinetta”, per una creuza che si snodava tra aromi di erbe selvatiche e alti muraglioni, veli di pietra che nascondevano ville signorili , e si giungeva all’abbazia, accompagnati, si dice, da file di vigneti.

    Non vi era la spiaggia, creata artificialmente in seguito, ma solo scogli contro cui, narra la leggenda, incappò un” lœidu” (leudo-barca a vela latina), quegli stessi scogli che continuarono ad essere abitati dai fantasmi dei naufraghi i quali si divertirono, per anni, a tormentare i pescatori di lampare.

    Risparmiata dagli adiacenti sbancamenti del 1914, per la realizzazione della passeggiata a mare, subì pesanti danni durante l’ultima guerra, periodo dal quale incominciò un lento degrado fino al 1986 quando iniziarono i primi restauri interni. La facciata, invece, venne rifatta nel 1992 in occasione delle colombiadi. Dopo quarant’anni, tra fermi e riprese dei lavori, tra carte bollate e mancanza di soldi, le  opere non sono ancora concluse e rischia di rovinarsi ciò che è già stato fatto.

    Il ministero dei Beni Culturali, attuale proprietario, fa sapere che sono ancora necessari dagli 800 al milione di euro, non più reperibili, come i precedenti, dai proventi del gioco del lotto (1999) e coi tempi che corrono…non rimane che rivolgersi alla Vergine coi Santi, uno degli affreschi di Lorenzo e Bernardino Fasolo, o al crocefisso in legno della scuola dello scultore A. M. Maragliano che, unici custodi, resistono all’incuria e ai tortuosi cammini della burocrazia.

    Adriana Morando

  • Bike mob: ciclisti genovesi scendono in piazza a De Ferrari

    Bike mob: ciclisti genovesi scendono in piazza a De Ferrari

    ciclisti

    Costa meno, fa bene alla salute ed è il primo mezzo di trasporto che si impara a guidare da bambini: tre ragioni più che valide per preferire la bicicletta ad auto, moto e mezzi pubblici.

    La recente manovra finanziaria ha portato due colpi non indifferenti ai trasporti: da un lato l’aumento delle accise sul prezzo della benzina, dall’altro il rischio di nuovi tagli al trasporto pubblico locale. Una ragione che spinge il Circolo Amici della Bicicletta a sensibilizzare ancora di più sulla scelta di questa terza opzione.

    Per questa ragione i ciclisti genovesi si danno appuntamento sabato 17 dicembre (ore 16.30) in piazza De Ferrari per il primo flash mob su due ruote.
     
    Nel corso dell’iniziativa, per omaggiare i 150 anni dell’Unità d’Italia, sarà deposta una ruota di bicicletta sotto la statua di Garibaldi, in onore degli “eroici” ciclisti urbani che ogni giorno combattono con il traffico cittadino.

    Marta Traverso

  • Sciopero e allerta meteo, giornata nera: il punto sulla viabilità

    Sciopero e allerta meteo, giornata nera: il punto sulla viabilità

    Quarto dei mille, PriaruggiaTempo grigio foriero di pioggia, periodo natalizio di shopping, sciopero dei mezzi pubblici, un cocktail destinato a far vivere alla nostra città una giornata di passione.

    Il problema del traffico genovese, 4° in Italia come intensità e flussi, non è una novità come non è una novità che i vari assessori preposti non siano stati in grado di modificare questa annosa situazione.

    L’orografia del territorio certo non aiuta, lavori di manutenzione che provocano improvvisi restringimenti delle careggiate, alcuni provvedimenti “bizzarri” di cui non si capisce l’utilità, la carenza perenne di un trasporto pubblico inadeguato, sono il panorama desolante per chi si deve muovere nel contesto urbano per lavoro, per necessità o per semplice shopping.

    Usare i mezzi pubblici: belle parole. Dopo mezz’ora di attesa, al freddo e al gelo, di un autobus che quando arriva fa concorrenza ad un barile di acciughe, l’alternativa è il mezzo personale, un vero lusso, di questi tempi, con gli ultimi rincari tra accise e quant’altro.

    Se si riesce a superare, indenni, il ronzante sciame di motorini che sfrecciano da ogni lato (meno male che esistono) e si giunge al traguardo, una selva di righe blu, che vanno da Righi all’aeroporto, presentano, all’automobilista coatto, un altro salasso.

    Finalmente, il Comune ha deciso di intervenire in maniera seria! Mi si passi l’ironia: è pur vero che è stata sospesa l’area blu di S. Fruttuoso ma non era necessaria una mente eccelsa per percepire che sarebbe stato un ulteriore pesante fardello a carico di una zona densamente popolata, già oberata dalla presenza del mercato rionale (per le feste, ne era prevista la presenza anche alla domenica) e dello stadio che riducono drasticamente il già insufficiente numero di parcheggi a disposizione del quartiere.

    Altro provvedimento: nelle corsie gialle di Corso Buenos Aires, via Gramsci, corso Quadrio, via Archimede, via di Francia, da gennaio, dopo le 20 di sera fino alle 6.20 del mattino, sarà possibile transitare senza incorrere nelle note sanzioni rilevate da intransigenti telecamere.

    Commento: qual è l’utilità di un simile provvedimento che non incide sullo smaltimento del traffico quotidiano?

    All’insegna del giallo, via Buranello diventerà una corsia aperta solo ai mezzi pubblici e ai residenti, convogliando il restante flusso su vie parallele già caotiche. All’insegna della giustizia, invece, verrà rimossa la telecamera “ingannevole” di via Barabino. E le altre? Sono 23 con l’ultima (entrata in funzione in via Siffredi a Sestri Ponente), regolate da ben otto fasce orarie differenti: una giungla a cui il Comune ha promesso di mettere fine, a partire da gennaio. In attesa di decisioni che incidano concretamente su un problema di non facile risoluzione, prepariamoci, pazientemente, a “godere” di questa giornata che, tutti sono avvisati, sarà da bollino nero.

    Adriana Morando

  • Frequenze tv digitale: la gara va annullata secondo Altroconsumo

    Frequenze tv digitale: la gara va annullata secondo Altroconsumo

    Questa mattina, l’associazione di consumatori Altroconsumo e FEMI (Federazione Media Digitali Indipendenti) hanno notificato al Ministro per lo Sviluppo Economico, Corrado Passera, una formale diffida di annullamento in autotutela del bando di gara per l’assegnazione di diritti d’uso di frequenze in banda televisiva per sistemi di radiodiffusione digitale terrestre.

    Un intervento che chiede formalmente il ritiro dell’ormai nota procedura “Beauty Contest“, del tutto anticoncorrenziale, e per di più antieconomica.

    La diffida è stata notificata anche alla Commissione Europea, nonchè all’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, all’Autorità Garante della concorrenza e del Mercato, ed all’Autorità per la Vigilanza sui Contratti Pubblici, al fine di stimolarne i poteri di controllo e di vigilanza.

    “Il nuovo Governo e, in particolare, il ministro per lo Sviluppo Economico Corrado Passera hanno ora la possibilità di dimostrare che vogliono per il futuro nel nostro Paese un sistema televisivo con più concorrenza, aperto e libero – si legge nel sito di Altroconsumo – Per questo abbiamo inviato al Ministro una formale istanza perché il Governo si ravveda completamente sulla procedura di questa gara, annullandola e avviando al suo posto un’asta pubblica come si è fatto con le frequenze per la banda larga di internet mobile”.

    “In questo modo, oltre ad evitare di rafforzare ulteriormente il duopolio Rai-Mediaset anche nel nuovo contesto digitale, il governo dimostrerebbe di non voler chiedere, nell’attuale situazione di grave crisi economica, sacrifici solo ai cittadini, esigendo il dovuto per la concessione delle frequenze digitali da Rai, Mediaset e ogni altro operatore che vorrà aggiudicarsele – aggiunge l’associazione di consumatori – Di questi tempi, l’Italia non si può certo permettere di rinunciare a qualche miliardo di entrate nelle casse dello Stato”.

    E sempre nella giornata di oggi, il presidente dellItalia dei valori, Antonio Di Pietro, ha illustrato in aula un’interrogazione sul tema, schierandosi a difesa degli interessi delle emittenti locali. Le associazioni di categoria hanno denunciato da tempo l’esproprio, subito con modalità di dubbia legittimità, dei canali dal 61 al 69. Inoltre ritengono inammissibile che l’asta sia avvenuta ad esclusivo carico delle emittenti locali e, in particolare, criticano l’assegnazione praticamente a costo zero di sei frequenze, attraverso la procedura del “beauty contest”, quando invece l’applicazione dell’asta pubblica per l’assegnazione di tali frequenze avrebbe potuto produrre un introito stimato in circa 3 miliardi di euro.

     

    Matteo Quadrone