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  • Erzelli, il punto sul trasferimento dell’ex Facoltà di Ingegneria con il rettore Paolo Comanducci

    Erzelli, il punto sul trasferimento dell’ex Facoltà di Ingegneria con il rettore Paolo Comanducci

    erzelli«Una soluzione economicamente sostenibile, giuridicamente percorribile e logisticamente accettabile». Così il magnifico rettore, Paolo Comanducci, ha definito il trasferimento dell’ex Facoltà di Ingegneria, oggi parte della Scuola Politecnica, sulla collina di Erzelli in occasione dell’arrivo in città del presidente del Consiglio, Matteo Renzi, per siglare l’accordo di programma per il trasferimento nel Parco Scientifico Tecnologico del ramo biomedico di IIT.

    Comanducci ha colto l’occasione, offerta dalla seduta di Commissione del Consiglio comunale, per sgomberare il campo dalle voci insistenti circa l’esistenza di un progetto alternativo per la riqualificazione della sede di ingegneria: «C’è sempre stata la massima apertura rispetto alle esperienze e competenze dei colleghi ingegneri (oggi è in calendario un’assemblea con tutte le anime dell’ex facoltà per discutere come realizzare al meglio il trasferimento, ndr) ma la decisione finale spetta all’Ateneo: se facciamo questa operazione è ovvio che la facciamo per il bene di Ingegneria, qualsiasi altro progetto alternativo è ormai fuori tempo massimo. Non è più giustificabile un atteggiamento, non dico di ostruzionismo, ma di eccessiva cautela». Insomma, non si sa quando ma Ingegneria ad Erzelli ci andrà. Anche perché, ricorda il rettore, «se il trasferimento non andasse a buon fine, servirebbe un investimento di almeno 20 milioni di euro per la manutenzione straordinaria degli spazi oggi occupati e che non vengono toccati da quasi un decennio. Andare agli Erzelli è una buona soluzione anche dal punto di vista dell’immagine: l’ex facoltà di Ingegneria deve aumentare il numero degli studenti per sfruttare al meglio le capacità dei propri docenti ma per farsi attraente ha anche bisogno di spazi attrezzati che siano veramente attraenti».

    Il rettore non risparmia critiche al suo predecessore: «Da quando mi sono insediato ho cercato di uscire in tutti modi dalle secche in cui si era incagliato il progetto Erzelli perché l’Università di Genova non può permettersi di impiegare su un solo progetto metà dell’apparato dirigente e un quarto degli uffici: non possiamo dimenticarci gli studenti di tutte le altre facoltà. Ho ritenuto opportuno dire con chiarezza che una certa strada (quella dell’acquisto di cosa futura, fortemente caldeggiato da Ght, proprietaria delle aree di Erzelli, ndr) che per alcuni anni era stata ipotizzata, non era giuridicamente percorribile». La scelta di Comanducci è quella di imboccare la strada del bando ad evidenza pubblica per la realizzazione del progetto, previo acquisto del terreno da parte di Regione Liguria. L’Università ha infatti chiesto che la regia dell’operazione passi in mano alla Regione, soprattutto per una questione di risparmi: intanto, la struttura tecnica dell’Ateno difficilmente riuscirebbe a farsi carico in tempi rapidi della gestione di un appalto così sostanzioso; secondariamente, con questo percorso si riusciranno a recuperare 13-14 milioni di euro di risparmi sull’Iva. Per questo motivo, è in fase di discussione finale un accordo di programma tra Ministero, Università, Regione e Comune affinché i fondi messi a disposizione vengano dirottati su Filse, finanziaria partecipata di Regione Liguria per lo Sviluppo economico.

    Le questioni più delicate riguardano proprio l’aspetto economico dell’operazione e la logistica e i collegamenti per raggiungere la collina sestrese, su cui a lungo si è dibattuto negli ultimi 7 anni, da quando cioè si è iniziata a ventilare la possibilità di questo trasloco.

    Dal punto di vista economico, la questione è ormai delineata da tempo. Le risorse pubbliche rese disponibili ammontano a 125 milioni: 75 dal Ministero dell’Istruzione, 20 dal Ministero dello Sviluppo Economico e la restante trentina da Fondi europei per lo sviluppo Regionale. Di questi, però, 15 milioni dalla firma di Renzi di questa sera non saranno più disponibili: le risorse, che tuttavia la Regione si è impegnata a recuperare con altre strade, assieme ad altri 4,5 milioni del Mise verranno infatti impiegate per la nuova sede agli Erzelli dell’Istituto Italiano di Tecnologia e la realizzazione di un incubatore di imprese ad alto sviluppo tecnologico.

    «L’ammontare complessivo delle risorse – tiene a specificare Comanducci – non è sufficiente per completare l’operazione. Se potrebbero bastare per la costruzione dei nuovi edifici, di certo non potranno coprire le spese per il complicato trasloco di laboratori e strutture oggi dislocati tra Opera Pia, Villa Cambiaso e Fiera». I fondi per il trasloco, con tutta probabilità, dovrebbero essere recuperati da operazioni immobiliari di valorizzazione degli spazi liberati ad Albaro. Se non si dovessero trovare tutte le risorse finanziare necessarie, il rettore Comanducci apre alla possibilità di mantenere un presidio negli spazi attuali: «Penso a una realtà ben individuata e ben definita che è quella di Villa Cambiaso, edificio di difficilissima collocazione che non sia pubblica, e che potremmo riconvertire a sede di master, dottorati e altri percorsi di alta formazione».

    Il polo scientifico tecnologico, con l’arrivo di IIT, il probabile trasferimento di Esaote e il progetto di costruzione dell’Ospedale di Ponente, sta dunque prendendo piede anche se lentamente e, al momento, solo sulla carta. Resta però ancora una grande incognita, quella della logistica e dei trasporti: solo per l’Università, infatti, si stima un flusso giornaliero di 4-5 mila studenti. Come arrivare agli Erzelli? «Per il momento – ammette Comanducci – si sono progettate soluzioni interessanti ma va ricordato che non sono ancora state finanziate. Sarebbe però infantile chiedere di vedere operativa oggi una logistica per 5 mila persone, quando ancora là non ci siamo andati né abbiamo stipulato l’atto finale per andarci».

    Oltre al potenziamento della viabilità su gomma, dal punto di vista del trasporto pubblico e della realizzazione di parcheggi per la mobilità privata, all’orizzonte c’è sempre la famosissima funivia che dovrebbe collegare la nuova fermata del nodo ferroviario di Genova Aeroporto (la cui proposta di finanziamento, assieme alle stazioni di Sestri e San Giovanni d’Acri verrà presentata alla Comunità europea entro fine anno), e la relativa piastra di interscambio ai piedi della collina, proprio con la sommità degli Erzelli.

     

    Simone D’Ambrosio

     

  • Multedo, opportunità low-cost per la riqualificazione dell’ex piscina. Bagarre a Tursi: «soluzione dilettantesca»

    Multedo, opportunità low-cost per la riqualificazione dell’ex piscina. Bagarre a Tursi: «soluzione dilettantesca»

    multedo-giardini-lennon-degrado-piscine-sapioLa possibilità dello spostamento del polo petrolchimico di Multedo sotto la Lanterna e, quindi, più lontano dalle abitazioni, non è l’unico “tema caldo” che riguarda la delegazione ponentina. Il Consiglio comunale, infatti, è tornato a discutere di una questione che sulle pagine di Era Superba abbiamo seguito quasi passo dopo passo. Si tratta del futuro dell’ormai ex piscina Nico Sapio di Multedo. La discussione è stata nuovamente sollevata dal consigliere Paolo Gozzi (PD) che sul tema (e non solo, considerato il voto contrario alla delibera di approvazione del Puc) ha il dente piuttosto avvelenato con l’attuale giunta.

    Avevamo già raccontato della possibilità avanzata dall’assessore allo Sport, Pino Boero, di trasformare la struttura in una palestra, cercando comunque di non privare il quartiere di uno spazio di aggregazione sportiva, in continuità con i campetti polifunzionali esterni. L’idea, che tuttavia non è ancora stata formalmente scartata, non piace molto al Municipio, fortemente legato alla tradizione degli sport acquatici della Nico Sapio. «È vero – confessa il presidente del Municipio Ponente, Mauro Avvenente – che avevamo sostenuto il mantenimento della piscina ma nel frattempo ci siamo un po’ dovuti arrendere all’evidenza: i costi di manutenzione di una piscina sono diventati esorbitanti ed è quasi impossibile trovare chi è disposto a investire in un’impresa del genere».

    Il ripristino della piscina così com’era conosciuta ai suoi antichi splendori sembra, dunque, l’ipotesi meno praticabile. Il rischio, infatti, è di giungere a un bando deserto o di replicare situazioni passate in cui i vincitori della gara pubblica si sono poi tirati indietro al momento di avviare i lavori di ristrutturazione del complesso. Questo progetto avrebbe anche il vantaggio di essere totalmente a carico del gruppo di imprenditori sportivi che lo ha proposto, a differenza dell’ipotesi di sola trasformazione in palestra che, invece, necessiterebbe di un finanziamento regionale.

    C’è, però, una terza ipotesi arrivata all’attenzione di Comune e Municipio che potrebbe accontentare tutti. Si tratta del mantenimento parziale della piscina, con uno spazio destinato all’idroterapia e due corsie riservate al nuoto libero, la realizzazione di una piccola palestra e la riqualificazione dei campetti esterni che diventerebbero due campi da calcio a 5 e a 7 in erba sintetica di nuova generazione.

    Su richiesta del Municipio, la scelta spetterà agli abitanti di Multedo. Lo scorso 27 febbraio le tre ipotesi sono state illustrate nel corso di un’assemblea pubblica molto partecipata, in seguito alla quale l’amministrazione ha fatto recapitare ad associazioni e comitati interessati gli studi tecnici dei progetti fin qui pervenuti. Il presidente Avvenente ha chiesto ai cittadini di esprimere una preferenza, per dare poi la possibilità al Comune di bandire la gara pubblica tenendo, come da promessa, il più possibile conto dei desiderata del territorio.

    «Ma davvero – ha commentato il consigliere Gozzi, alzando un po’ i toni della discussione – si pensa che una situazione bloccata da tre anni possa trovare soluzione affidando la scelta a un’assemblea casuale sul territorio, senza che si siano svelati i soggetti che hanno presentato le proposte, senza avere fatto uno studio commerciale e urbanistico? Non si può arrivare a una soluzione in un modo così dilettantesco. Questo, ancora più delle disonestà e delle inefficienze, è il motivo principale per cui gli impianti sportivi cittadini stanno andando a puttane. Avete posizioni e stipendi dirigenziali per fare valutazioni e prendere decisioni: quindi, prendete queste decisioni senza ingannare la gente con assemblee pubbliche che tanto non conteranno nulla».

    «È ancora presto per festeggiare – precisa tuttavia il presidente – ma sono convinto che l’assessore Boero sia molto deciso a concludere finalmente questa situazione. Qualsiasi sia la scelta finale, non possiamo più permetterci di mantenere in situazione di degrado questa struttura che è già costata 20 mila euro al Comune per la messa in sicurezza e il disincentivo degli ingressi abusivi che, tuttavia, continuano a verificarsi sconquassando sempre di più l’edificio».

    Nel corso della travagliata storia della riqualificazione della Nico Sapio, si era parlato anche del coinvolgimento di un tratto di litorale, in linea d’aria, di fronte alla piscina. «Se n’era parlato – ricorda il presidente Avvenente – per un possibile coinvolgimento della società sportiva Multedo 1930 che ha anche una sezione di pesca. Il progetto, tuttavia, si è un po’ arenato ma non abbiamo assolutamente abbandonato il sogno di poter riqualificare il litorale di Multedo, anzi. Il 27 marzo verranno presentati ai cittadini alcuni disegni pensati dai laureandi della Facoltà Architettura che hanno pensato un futuro diverso per il nostro affaccio sul mare. E chissà che, con qualche finanziamento europeo, qualcosa non possa davvero passare dalla carta alla realtà». D’altronde, parlare di riqualificazione di litorale con il nuovo piano regolatore portuale alle porte, che come detto in apertura potrebbe finalmente liberare Multedo delle servitù petrolchimiche, potrebbe aprire in tempi relativamente brevi scenari piuttosto interessanti per tutta la delegazione ponentina.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Ex mercato corso Sardegna, fra errori del passato e progetti per il futuro: verso l’incontro del 29 marzo

    Ex mercato corso Sardegna, fra errori del passato e progetti per il futuro: verso l’incontro del 29 marzo

    ex-mercato-corso-sardegna-rimozione-tettoUn mixi-expo aperto a tutte le associazioni che vogliano far sentire la propria voce sulla riqualificazione dell’ex mercato di corso Sardegna. Comincia a prendere piede l’evento organizzato dal Civ e dal Municipio III – Bassa Val Bisagno per domenica 29 marzo, anticipato pochi giorni fa sulle pagine di Era Superba. Hanno già annunciato il proprio sostegno l’associazione #riprendiamocigenova, la Facoltà di Architettura, artigiani e negozianti del quartiere, Confesercenti, Ascom e Confindustria per un appuntamento che possa restituire per un giorno gli spazi ai cittadini, far toccare con mano che cosa potrebbe succedere nel breve periodo e, soprattutto, fare finalmente una sintesi produttiva di tutte le voci, i disegni e i progetti che fin qui sono circolati attorno al futuro della struttura. «Chiunque vorrà confrontarsi con il Municipio – dice il presidente Massimo Ferrante – avrà il suo spazio, anche gli ambientalisti del Circolo Nuova Ecologia, sempre che vogliano incontrarci dato che formalmente non lo hanno mai fatto. Io non sono contrario alla partecipazione, come è stato detto da più parti, e l’organizzazione questo evento lo dimostra. Ma la partecipazione deve avvenire all’interno di alcuni parametri altrimenti non è altro che un moto perpetuo».

    Approfittando anche dell’assenza di partite di Genoa e Sampdoria quel weekend, tutto il corpo della Polizia Municipale del distretto Bassa Val Bisagno sarà impiegato a garantire la sicurezza dei cittadini: l’area prescelta non sarà con tutta probabilità quella della riqualificazione temporanea ma quella più prossima all’entrata, proprio per una questione di sicurezza.

    Tornato prepotentemente alla ribalta dopo le parole del vicesindaco Bernini che sembravano stoppare il processo di riuso a breve termine dell’ex mercato fortemente voluto dal Municipio, il tema della riqualificazione dell’imponente struttura nel cuore di corso Sardegna è tornata a far discutere questa mattina la Commissione Territorio.
    «Non esiste un progetto di Ferrante, di Crivello o di Bernini – ha ricordato l’assessore ai Lavori Pubblici, Gianni Crivello – ma semplicemente una delibera di giunta (n. 289/2003, ndr) approvata nel novembre 2013 in cui si approva il finanziamento di 500 mila euro per i lavori di demolizione di alcuni edifici non vincolati dalla Sovrintendenza e per la sistemazione provvisoria dell’area per uso temporaneo in attesa dell’intervento di riqualificazione complessiva. Si tratta, se vogliamo, di un palliativo ma è l’unica cosa che possiamo fare finché non sarà concluso il contezioso con De Eccher». Gli edifici da abbattere sono quelli, ormai famosi, che si affacciano su via Varese, la cui demolizione darebbe via libera a una nuova piazza asfaltata con la conseguente messa in sicurezza attraverso recinzioni degli edifici che si affaccerebbero sulle aree sgombrate. Una delibera, all’epoca, votata dallo stesso vicesindaco Bernini, che ultimamente si è detto invece contrario a ogni demolizione per evitare l’insorgere di nuovi problemi nella trattativa con Rizzani. Tuttavia, nel testo della delibera si legge che gli interventi di demolizione previsti “non pregiudicano i rapporti in essere con la società convenzionata Rizzani de Eccher”.

    mercato-corso-sardegna-tetto«La delibera non è certo un testo sacro – precisa Crivello – e se decidiamo di non rimuovere più quegli gli edifici, la cambieremo. Ma è da qui che deve partire il progetto di riuso temporaneo dell’ex mercato». Nello stesso documento viene anche indicato l’iter per i lavori che potranno essere attivati (con o senza demolizioni) solo una volta terminata la bonifica dell’amianto. «Abbiamo smaltito circa 100 tonnellate di amianto per poco meno di 10 mila metri quadrati – spiega Francesco Chiantia di Amiu Bonifiche – mentre altri quattro edifici sono stati incapsulati, come previsto dalla legge, altrimenti si sarebbe lasciata una parte della struttura a cielo aperto. Resterebbe da incapsulare ancora un edificio (angolo sud-est di via Varese, ndr) che non è stato toccato perché si pensava venisse demolito».

    Demolizione a cui un gruppo piuttosto nutrito di cittadini (3300 le firme raccolte finora) si è opposto presentando un progetto alternativo che mira alla conservazione di tutto il perimetro della struttura per non pregiudicare la riqualificazione definitiva: «Siamo d’accordo che l’area venga sfruttata – spiega Patrizia Conte, coordinatrice dei comitati per la salvaguardia dell’ex mercato di corso Sardegna – ma proponiamo di liberare uno spazio centrale, demolendo due piccoli edifici non vincolati e realizzando uno spazio verde con il ripristino della vecchia pavimentazione in lastroni che renderebbe permeabile la zona calpestabile, a differenza dell’asfalto».

    Ora, dunque, non resta che prendere una decisione sul da farsi. «Tutta la discussione che è nata attorno alla riqualificazione dell’ex mercato – sostiene Crivello – è frutto di una precisa scelta politica esattamente contraria all’immobilismo: così come abbiamo fatto con la previsione dei lavori dello scolmatore del Fereggiano in attesa di quello del Bisagno, cerchiamo di trovare una soluzione intermedia che possa andare incontro alle richieste dei cittadini. Certo, non tutti saranno d’accordo, ma tra i compiti dell’amministrazione, dopo aver ascoltato ed essersi confrontata con tutti, c’è quello di fare sintesi e assumere delle decisioni».

    «A me non interessa tanto se e quali edifici verranno demoliti – commenta il presidente Ferrante – ma piuttosto che si avvii finalmente quel processo di riappropriazione del luogo da parte dei cittadini. Non ci troveremmo in questa situazione se nel 2009 si fosse accelerato l’avvio dei lavori perché l’alluvione avrebbe comportato vincoli più stringenti alla Rizzani e non la rinuncia al progetto che costerà un sacco di soldi ai cittadini. Certo, personalmente sarei favorevole alla demolizione degli edifici previsti dalla delibera perché si creerebbe finalmente una comunicazione diretta tra piazza Martinez e corso Sardegna, ma è il Comune che deve decidere». Un po’ di coltello dalla parte del manico resta, però, anche nelle mani del Municipio dato che, se il processo di restituzione di uno spazio pubblico ai cittadini dovesse ulteriormente tardare, Ferrante potrebbe rivolgere altrove (rifacimento di Piazza Martinez) i 50 mila euro di bilancio impegnati. A quel punto, al Municipio resterebbe soltanto il risanamento conservativo della facciata su corso Sardegna, compresa la rimozione dei ponteggi ormai non più in sicurezza, mentre la palla per la gestione della struttura tornerebbe tutta sulle spalle del Comune.

    Il quadro, insomma, resta ancora molto incerto o, quantomeno, bloccato e potrebbe restarlo almeno ancora fino all’evento di fine marzo. Nel frattempo, però, dell’ex mercato di corso Sardegna si tornerà a parlare con tutta probabilità nei prossimi giorni, quando in Consiglio comunale si discuterà l’approvazione del nuovo Puc, in cui le destinazioni previste per l’area restano le stesse che avevano dato il via libera alla presentazione del project financing di Rizzani – De Eccher che tanto aveva fatto discutere anche prima del suo stop definitivo.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Ex Mercato Corso Sardegna, doccia fredda da Tursi: no alle demolizioni, progetto da rivedere

    Ex Mercato Corso Sardegna, doccia fredda da Tursi: no alle demolizioni, progetto da rivedere

    Mercato Corso SardegnaIl progetto di riqualificazione temporanea dell’ex mercato di corso Sardegna rischia di subire una brusca frenata. Le parole pronunciate dal vicesindaco nel corso dell’ultima seduta di Commissione dedicata al nuovo Puc, suonano come un “fermi tutti” alla realizzazione della nuova piazza pubblica che si ricaverebbe dalla demolizione di due edifici affacciati su via Varese e non vincolati dalla Sovrintendenza.
    «Normare oggi quell’area in modo diverso – ha detto Bernini in Sala Rossa – avrebbe un effetto non positivo su una fase delicatissima di una trattativa che il Comune sta cercando di chiudere con un gruppo privato che deve essere indennizzato perché non può più realizzare il progetto per il quale si era aggiudicato un bando pubblico. Sono personalmente convinto che l’ex mercato possa essere valorizzato senza incidere con grossi interventi di modifica sulla struttura, seguendo l’esempio di altri grandi paesi europei per spazi simili. Ma questo tipo di progettazione può partire solo il giorno dopo che avremo chiuso la vertenza in atto»

    L’immediata conseguenza, dunque, sembrerebbe uno stop definitivo al progetto fortemente voluto dal presidente del Municipio, Massimo Ferrante, in accordo con il Civ e finora sostenuto anche dall’assessore ai Lavori Pubblici, Gianni Crivello. Secondo il vicesindaco, l’intera area sarebbe intoccabile fino alla chiusura (praticamente raggiunta a livello informale) dell’accordo con il gruppo Rizzani de Eccher, il colosso friulano dell’edilizia che si era aggiudicato l’appalto per la riqualificazione dell’intero ex mercato ma che, in seguito all’alluvione del novembre 2011, ha visto porre vincoli fortemente ridimensionanti al progetto iniziale tanto da rinunciarvi e chiedere un copioso indennizzo al Comune (dalle casse di Tursi potrebbero uscire oltre 2 milioni di euro, molto meno degli 11 chiesti come dall’azienda ma, comunque, una cifra di tutto rilievo in tempo di bilanci in crisi). Tutt’al più, lascia intendere Bernini, potrebbero essere demoliti un paio di edifici nella zona sud che non corrispondono però all’idea portata avanti dal Municipio.

    mercato-corso-sardegna-2008-d1Il vicesindaco ha anche liquidato negativamente la richiesta della consigliera di Lista Doria, Barbara Comparini, di prevedere nel nuovo Puc un cambio destinazione d’uso per gli spazi dell’ex mercato, che possa essere già vincolante per la riqualificazione complessiva. «Nel nuovo piano urbanistico – spiega Stefano Lanzarotto del Comitato contro la cementificazione di Terralba – per quanto riguarda corso Sardegna sono state previste le stesse norme del Puc precedente, quelle cioè che avevano consentito alla Rizzani de Eccher di presentare il proprio progetto. Eppure tutto ciò contrasta con il piano di bacino e le norme regionali che hanno portato all’annullamento dell’appalto e alla vertenza ben nota. Che cosa sta facendo il Comune? Va contro fonti legislative sovraordinate o sta preparando il terreno per una futura nuova speculazione edilizia?» .

    Sarebbero già tre i gruppi di architetti interessati a subentrare nella riqualificazione definitiva della struttura, che non prevedrebbe alcuna demolizione e vorrebbe restituire alla città uno spazio in pieno stile liberty. Qualcosa di simile rispetto a quanto disegnato dai cittadini che, assieme al circolo Nuova Ecologia di Legambiente e al coordinamento dei gruppi per la riqualificazione di corso Sardegna, avevano raccolto circa 3 mila firme per manifestare il proprio dissenso rispetto al progetto del Municipio, proponendo per contro la conservazione totale del perimetro esterno dell’ex mercato e l’apertura all’uso pubblico dell’area interna attraverso la realizzazione di un’ampia zona verde, con fonti d’acqua e un polo ludico aggregativo per il quartiere.

    Le forti parole di critica rilasciate a Era Superba da Ferrante qualche settimana fa proprio a tal proposito («Sono firme raccolte con l’inganno») hanno lasciato il segno. «Il progetto di Ferrante – commenta Stefano Lanzarotto – non ristruttura l’ex mercato ma lo deturpa non rendendo più usufruibile l’intero stabile per una definitiva riqualificazione futura. Mentre il nostro progetto, che avrebbe gli stessi costi di quello del Municipio, si avvicina molto alla posizione del vicesindaco».

    La questione, comunque, è ancora del tutto aperta e sarà affrontata nei prossimi giorni nel corso di un’apposita seduta di Commissione. Anche perché l’assessore ai Lavori Pubblici, Gianni Crivello, ha più volte assicurato che il mercato non resterà vuoto ancora a lungo. D’altronde, a questo scopo sono state accantonate risorse importanti del bilancio comunale: 500 mila euro per una riapertura parziale e temporanea di alcuni spazi, oltre ad altri 200 mila euro impiegati per la rimozione o l’incapsulamento delle parti in amianto. E anche il Municipio ci ha messo del suo con 100 mila euro stanziati per il risanamento conservativo della facciata e altri 50 mila pronti per la riqualificazione futura.

    La sensazione è che un punto di incontro, quantomeno tra le diverse anime istituzionali, possa essere trovato in una rivisitazione del progetto del Municipio, lasciando perdere qualsiasi demolizione: «Così facendo – specifica Crivello – la realizzazione del progetto portato avanti da Ferrante non pregiudicherebbe alcuna ipotesi di project futuro sull’intero edificio e potrebbe essere realizzata anche in attesa della chiusura dell’accordo con la Rizzani de Eccher». Insomma, la regia del progetto, con i giusti correttivi, resta al Municipio. «L’obiettivo – conclude l’assessore ai Lavori Pubblici – è quello di restituire ai cittadini uno spazio pubblico, possibilmente con del verde, nel più breve tempo possibile. Vedremo se sarà il caso di pensare a una fase di progettazione partecipata. Ma che cosa fare lì dentro lo decide il Municipio». Ed è proprio questo che sembra preoccupare il vicesindaco Bernini, dal cui assessorato all’Urbanistica dipendono tutte le eventuali autorizzazioni a procedere.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Ex mercato corso Sardegna: avanti con il progetto del Municipio per il riutilizzo temporaneo

    Ex mercato corso Sardegna: avanti con il progetto del Municipio per il riutilizzo temporaneo

    ex-mercato-corso-sardegna-rimozione-tettoEntro la fine del 2015 l’ex mercato di corso Sardegna potrebbe tornare a rivivere. Quantomeno nella sua parte riqualificata secondo il percorso che il Comune e soprattutto il Municipio Bassa Val Bisagno hanno delineato già da tempo (qui l’approfondimento). La conferma arriva direttamente da Massimo Ferrante, presidente del Municipio III – Bassa Val Bisagno che prova a mettere definitivamente a tacere le svariate voci che nelle ultime settimane sono tornate a circolare sul futuro della struttura.

    «La nostra posizione sul futuro dell’area è chiara» ricorda Ferrante. Il Comune ha messo a disposizione 200 mila euro per bonificare l’amianto: 9 mila metri quadrati terminati alla vigilia di Natale per i lavori di rimozione e incapsulamento dei fabbricati (circa il 10% del tetto) che, altrimenti, sarebbero rimasti senza copertura. Altri 500 mila euro sono pronti per la demolizione di due edifici affacciati su via Varese, non vincolati, che darà via libera alla restituzione al Municipio di un importante spazio libero.

    «Ho sempre detto – sottolinea il presidente – che il Municipio avrebbe deciso come gestire lo spazio con i cittadini e il Civ. Abbiamo investito 100 mila euro per la riqualificazione o, più precisamente, risanamento conservativo della facciata, il cui appalto gestiremo in maniera autonoma: verranno rimossi i ponteggi trentennali, tolti gli elementi secondari non originali, sistemati i cancelli e riqualificata la facciata, tutto nel rispetto dei vincoli della Sovrintendenza». Tempi previsti: primo semestre del 2015, nella versione ottimistica ma, sicuramente, entro la fine dell’anno. Periodo in cui Ferrante spera potranno essere completati anche i lavori di competenza comunale.

    La riqualificazione dell’ex mercato ortofrutticolo è tornata di grande moda. Due sono i progetti di riqualificazione alternativa a quelli del Municipio che si sono fatti largo sulle pagine dei quotidiani locali.
    Il più noto è sponsorizzato da Andrea Agostini e dal circolo Nuova Ecologia di Legambiente. In aperto contrasto con la riqualificazione temporanea scelta dal Municipio, questo progetto, che ha raccolto il consenso di quasi 3 mila cittadini, prevede la conservazione totale del perimetro esterno e l’apertura all’uso pubblico dell’area interna attraverso la realizzazione di un’ampia zona verde, con fonti d’acqua e un polo ludico aggregativo per il quartiere.
    «Sono firme raccolte con l’inganno – tuona Ferrante – perché se vado a dire che l’amministrazione vuole costruire un piazza asfaltata, un parcheggio e nuovo cemento è chiaro che anche io andrei a firmare. Ma noi non vogliamo fare nulla di tutto questo. A noi viene data dal Comune un’area libera per il cui arredamento ho appositamente stanziato 50 mila euro. Saranno i cittadini e il Civ a chiederci che cosa farne. Tra l’altro, con queste associazioni non c’è mai stato un incontro e gli stessi vertici di Legambiente mi hanno chiesto scusa per le sparate di alcuni loro singoli elementi».

    Secondo progetto quello dell’architetto Andrea Martinuzzi, che vorrebbe trasformare l’ex mercato in un centro commerciale del made in Italy di qualità, sull’ambizioso modello londinese di Covent Garden. Anche in questo caso, il niet arriva da Ferrante che, questa volta, non nega di aver incontrato gli ideatori del progetto ma, sostanzialmente, annuncia di averlo già ampiamente scartato. «Finché non si farà lo scolmatore del Fereggiano – ricorda il Presidente – i fabbricati all’interno sono vincolati e non si possono toccare perché sorgono in area esondabile, per cui non è possibile fare alcuna edificazione né cambiamento di destinazione d’uso. Qui, invece, si stanno mettendo già le mani avanti su cosa si potrà fare tra cinque, sei anni. Ma le speculazioni future, nel momento in cui tutta l’area dell’ex mercato tornerà pubblica, sono proprio ciò che vorrei evitare. E poi, secondo lei, vado a realizzare una catena del lusso con i commercianti fuori che faticano a portare avanti le proprie attività?».

    Insomma, Ferrante ha le idee chiare. E non c’erano grossi dubbi: «L’unico spazio utilizzabile è quello del vecchio bar, in posizione rialzata, che sarà dato al Civ è sarà circondato dalla nuova piazza di 4500 metri quadrati che creeremo con le demolizioni previste».

    «È tutto in mano al Municipio – ha assicurato l’assessore ai Lavori Pubblici, Gianni Crivello – che ha le idee chiare e naturalmente sceglierà interagendo con il Civ. L’obiettivo è quello di ricostruire una piazza, magari con zone verdi. Noi siamo aperti a ogni possibilità ma, ripeto, sono le realtà territoriali che devono decidere che cosa fare e non certi cittadini magari molto in vista (il riferimento piuttosto esplicito è ad Andrea Agostini, ndr)».

    E il Municipio, allora, che cosa fa? Tira dritto per la sua strada, e organizza un grande evento per il prossimo mese di marzo: «Si tratta di un appuntamento che avverrà proprio dentro l’area che verrà liberata – annuncia Ferrante – un’occasione perfetta per far capire ai cittadini quale vocazione daremo a questa nuova area pubblica e ragionare con loro su come poterla attrezzare».

     

    Simone D’Ambrosio

     

    NOTA

    Pubblichiamo il contenuto della lettera – datata 19 marzo – firmata dal presidente del Municipio Bassa Val Bisagno Massimo Ferrante, in seguito alla richiesta di chiarimenti da parte di Legambiente e del Circolo Nuova Ecologia in merito alle dichiarazioni rilasciate dallo stesso Ferrante in questo articolo.

    «Intendo specificare che la raccolta firme effettuata dal Circolo Nuova Ecologia e da altre associazioni è stata assolutamente corretta e legittima ma ritenevo non fosse esatta in alcuni contenuti proposti ai cittadini. Tali incomprensioni sui contenuti ritengo siano il frutto di un mancato dialogo con i proponenti la raccolta stessa. Come Municipio abbiamo intenzione di dialogare con tutti e per questo crediamo sia un utile momento di partecipazione l’incontro organizzato con tutta la società civile il prossimo 29 marzo all’interno dell’ex mercato e dove, come già dichiarato, chiunque vorrà confrontarsi con il Municipio avrà il suo spazio. Ritengo assolutamente che Legambiente e il Circolo Nuova Ecologia rappresentino una importante realtà cittadina, con cui dialogare è importante in particolare in questa fase di crisi per la città e in un Municipio esposto al dissesto idrogeologico come il nostro. Questo è l’unico argomento che abbiamo condiviso con i vertici di Legambiente, che non hanno chiesto scusa per l’atteggiamento di alcuni loro membri, ma condiviso la necessità che vi sia sempre un dialogo e un canale di comunicazione e scambio aperto fra istituzioni e cittadini».

  • Nuovo ospedale Galliera, poche certezze e tanta campagna elettorale: Tursi bacchetta la Regione

    Nuovo ospedale Galliera, poche certezze e tanta campagna elettorale: Tursi bacchetta la Regione

    ospedale-galliera-pronto-soccorsoTornato in auge in periodo di campagna elettorale per le regionali, il progetto del Nuovo Ospedale Galliera in questi giorni sta facendo parlare di sé sulle pagine della stampa locale e nei palazzi di piazza De Ferrari e via Garibaldi. Ieri pomeriggio a Tursi l’argomento è stato tirato in ballo dalla consigliera Clizia Nicolella nel corso di un’interrogazione a risposta immediata che ha preceduto, come di consueto, la seduta ordinaria di Consiglio comunale. «Sui giornali è apparsa la notizia che l’unico ostacolo all’approvazione definitiva del progetto sia da attribuire alle consuete lentezze delle pratiche burocratiche comunali ma a noi risulta, invece, che le mancanze vadano imputate alla Regione» ha detto la rappresentante di Lista Doria.

    Tre gli elementi che mancano affinché la palla possa definitivamente passare al Comune: una convenzione Tursi-Galliera che metta nero su bianco gli oneri urbanistici collegati al cambiamento di destinazione d’uso di alcuni plessi da ospedalieri (tra cui l’attuale pronto soccorso e alcuni laboratori) a residenziali, che aumenterà del 10% la superficie abitativa di Carignano e servirà a coprire la sostenibilità economica del progetto; l’accordo di programma riguardante la riqualificazione degli spazi ospedalieri esistenti (l’attuale edificio dell’ospedale Galliera) e l’allestimento di quelli nuovi; un accordo Stato-Regione che stabilisca i finanziamenti necessari all’intera opera, sulla cui copertura economica la Corte dei Conti ha manifestato più volte seri dubbi.

    «È proprio qui – sostiene il vicesindaco Stefano Bernini – che stanno le gambe corte rispetto alle bugie che vengono dette dalla Regione: l’accordo tra governo e Regione non è ancora stato firmato perché i finanziamenti per l’opera non ci sono o comunque non sono ancora chiari. È stato lo stesso assessore regionale Montaldo a confermarmelo il 22 gennaio a Roma, all’uscita da un infruttuoso incontro al Ministero».

    E se non bastassero le difficoltà economiche, a mancare sembra essere anche una più precisa programmazione strategica: «Non esiste – accusa Bernini – un piano sanitario regionale all’interno del quale venga legittimata la necessità dell’intervento sul Galliera. È indispensabile che la Regione chiarisca definitivamente la riorganizzazione dei plessi ospedalieri e delle piastre sanitarie territoriali, quantomeno per quanto riguarda l’Asl 3 genovese».

    Solo dopo che saranno messi a posto tutti questi tasselli si potrà procedere con l’iter urbanistico del progetto che riguarda direttamente il Comune. «In realtà – puntualizza il vicesindaco – ci sarebbe ancora un buco da riempiere: è nell’aria, infatti, una nuova versione del progetto per la riqualificazione del Galliera meno impattante rispetto a quella presentata al Comune e fortemente contestata dai cittadini. Ma agli uffici di Urbanistica, checché venga annunciato dalla Regione, non è ancora stato presentato nulla a riguardo».

    Ecco allora che il nuovo Puc, in cui la realizzazione del nuovo Galliera, o Galliera bis che dir si voglia, è prevista all’interno di un cosiddetto ambito speciale, fa riferimento esclusivamente alla fattibilità del primo progetto presentato. Prima che gli uffici di Urbanistica e, di conseguenza, il Consiglio comunale, si possano esprimere sulla fattibilità del nuovo progetto è necessario che la Regione riempa tutti i buchi e invii le carte a Tursi.

    Con un quadro ancora così ampiamente incerto, è impensabile fare una previsione sui tempi di realizzazione dei nuovi edifici. «Visto che ci sono ancora tutti questi buchi – commenta la consigliera Nicolella – mi auguro che il via libera del Comune dal punto di vista urbanistico a quest’opera (il riferimento è all’ambito speciale inserito nel nuovo Puc che dovrebbe essere votato a breve in Sala Rossa, ndr) sia subordinato alla presentazione da parte della Regione di elementi reali. Il Comune, infatti, e in particolar modo il sindaco sono chiamati a tutelare l’equo accesso alle cure per tutti i cittadini».

    La sensazione che da piazza De Ferrari, soprattutto in tema sanitario, si stia facendo parecchia campagna elettorale è forte. La dimostrazione arriva anche da un’altra delicata situazione che riguarda l’ospedale di Ponente: «A maggio dello scorso anno – ricorda Bernini – l’assessore regionale Montaldo aveva annunciato lo studio di fattibilità dell’opera nelle due aree in ballottaggio di Erzelli e Villa Bombrini. Eppure, finora, al Comune non è arrivato nulla di ufficiale».

     

    Simone D’Ambrosio

  • Vuoti urbani e riciclo temporaneo: studio sulle aree dismesse o sottoutilizzate di Genova

    Vuoti urbani e riciclo temporaneo: studio sulle aree dismesse o sottoutilizzate di Genova

    campasso. ex mercato pollame.001Ne trovi praticamente una in ogni quartiere. Quelle più note sono già state censite e magari qualcuno sa già che cosa farne nel futuro. Eppure, tutti i giorni ci passi davanti e non cambia mai niente. Stiamo parlando delle aree abbandonate, dismesse, sottoutilizzate. Quelle, cioè, che in una città post industriale come Genova pullulano in ogni quartiere. Come a pullulare sono anche le proposte di cittadini, comitati, associazioni che vorrebbero occuparle, riqualificarle e restituirle all’uso pubblico. Magari anche temporaneamente, in attesa che la burocrazia delle grandi istituzioni muova qualche passo e qualche mattone verso un progetto di riutilizzo definitivo.

    Ed è proprio per capire quanto sia possibile restituire ai cittadini, nei fatti, spazi altrimenti destinati al degrado che, la scorsa estate, è nata una tesi di laurea magistrale in Architettura di Laura Nazzari e Benedetta Pignatti che, insieme con il loro relatore, il professor Mosè Ricci, si sono lanciate nello studio di alcune efficaci “Strategie di riciclo temporaneo di aree dismesse o sottoutilizzate nella città di Genova”.

    L’inchiesta integrale è pubblicata sul numero 57 di Era Superba (dove trovare la rivista). Sostenendo Era Superba puoi ricevere ogni uscita direttamente a casa o sulla tua email (qui maggiori informazioni).

    skater-street-art-CMind the Gap”, il titolo dello studio, prende il via da un progetto di ricerca più complesso, intitolato “Recycle Genova” e iniziato 2 anni fa sotto il coordinamento del professor Ricci con l’obiettivo di individuare, mappare, dimensionare tutte le aree dismesse o sottoutilizzate della nostra città. La mappatura di queste aree viene denominata “Genova Footprint”: un’impronta, o sarebbe meglio dire, un retaggio che i vecchi splendori industriali hanno lasciato alla città come un pesante fardello.

    «Recycle Genova – racconta Mosè Ricci – è la parte genovese di una grande ricerca che si chiama Recycle Italy realizzata da 11 Università italiane e 8 straniere sul tema della rivalorizzazione del patrimonio urbano architettonico e paesaggistico che non riusciamo a utilizzare e che stiamo abbandonando». Lo studio ha mosso i primi passi a partire dal 2012, grazie a una grande mostra ospitata al Maxxi di Roma. «In Italia – prosegue il docente – negli ultimi 15 anni abbiamo costruito circa 300 milioni di metri cubi/anno, pari a circa una città per un milione e mezzo di abitanti all’anno». Un’eredità di veri e propri vuoti urbani, aree, volumi e infrastrutture che hanno ormai perso la propria funzione originaria o che non portano più sviluppo ma che spesso coincidono ancora con i pochi spazi aperti disponibili e suggeriscono una riqualificazione tanto necessaria quanto rapida.

    Ecco, allora, che il riciclo diventa la soluzione più sostenibile e auspicabile per ottimizzare al massimo le potenzialità di aree ormai abbandonate. Riciclare, infatti, consente di ridurre gli sprechi, limitare la presenza di degrado e abbattere i costi di mantenimento: in altri termini, riciclare vuol dire creare un nuovo valore e un nuovo senso.

    Al momento, gli studenti della facoltà di stradone Sant’Agostino hanno individuato 27 aree, analizzate secondo alcune macro-categorie come popolazione, mobilità, servizi presenti nei municipi in cui questi spazi sono collocati per soffermarsi in maniera più approfondita sullo stato di progetto degli stessi. Un lavoro che vuole consegnare alla città, attraverso tesi, ricerche e studi di settore, una serie di dati che diano la possibilità all’amministrazione di trasformare il tutto in qualcosa di operativo per gestire il cambiamento, le trasformazioni. Insomma, una buona pratica di ricerca applicata alla città: esattamente quello che dovrebbe fare l’Università.
    Si va, allora, dal milione e 300 mila metri quadrati delle aree ex ilva agli 800 metri quadrati del mercato di Cornigliano: in mezzo, tanti luoghi ed edifici abbandonati, di cui spesso ci è capito di parlare sulle pagine di Era Superba on e off line. Proposte di progetto giacenti nel nulla da anni, come Ponte Parodi o l’ex mercato di corso Sardegnala Mira Lanza, la Caserma Gavoglio e il Campasso. Proprio a causa della deriva post-industriale, la maggior parte di queste aree si concentra nei quartieri di Ponente della nostra città: il Municipio Medio Ponente vince per distacco con gli oltre 2 milioni di metri quadrati di aree “in attesa”, seguito dalla Valpolcevera (oltre 663 mila mq) e dal Centro Est (poco più di 300 mila).

    «Dobbiamo smontare quella processualità dei piani urbanistici costruiti secondo un sistema di scatole cinesi – commenta il professor Ricci – che devono essere tutte aperte prima di arrivare al nocciolo: cerchiamo di creare una strada che ci consenta di fare qualcosa subito, che permetta ai cittadini di attivarsi e proporre funzioni autogestite e autogovernate che sfruttino il bene in maniera anche solo temporanea nell’attesa della realizzazione di un eventuale progetto più ambizioso».

    La soluzione arriva guardando all’Europa, in particolare a Paesi Bassi e Germania, e si chiama riciclo temporaneo. «Il concetto di “recycle” – chiarisce il docente – è un po’ diverso da quello di riuso o restauro. Con il restauro il nostro obiettivo è quello di riconoscere un valore in un oggetto deteriorato e potenziarlo facendo tornare a splendere lo stesso bene. Con il riciclo invece, esattamente come succede con i rifiuti quando cerchiamo di dare il via a un nuovo ciclo vitale cambiando il senso dello scarto, cerchiamo di trasformare uno spazio, una struttura in qualcosa di altro rispetto alla sua funzione originaria: ad esempio, da una fabbrica creiamo dei condomini, come successo con Soho a New York». Ad Amsterdam dal 2000 è stato istituito un vero e proprio ufficio comunale per il riciclo temporaneo che si occupa della gestione delle pratiche e del sostegno finanziario per la realizzazione di questi progetti.

    Ma che cosa manca per rendere questo processo sistematico anche nel nostro Paese? La legislazione italiana, con buona compagnia di molti altri paesi continentali, accusa la mancanza di una regolamentazione giuridica sul tema del temporaneo. È quindi possibile solo ipotizzare quali potrebbero essere gli strumenti legali utilizzati e le procedure necessarie per l’attuazione di un siffatto progetto di riciclo in Italia: nel frattempo, non resta che affidarsi all’estro delle singole iniziative locali.

    E a Genova sarebbe possibile pensare a un utilizzo temporaneo di spazi abbandonati?
    «Non tutti i 27 vuoti urbani genovesi fin qui catalogati – raccontano Laura e Benedetta – sono risultati pronti all’uso e così versatili da poter essere riciclati temporaneamente. Tra i requisiti più efficaci abbiamo evidenziato l’accessibilità degli spazi, la proprietà pubblica che può agevolare i rapporti contrattuali tra le parti, la sicurezza dell’area, l’assenza di un progetto definitivo in atto o comunque la mancanza di conflitti tra questo e il riciclo temporaneo, la presenza di un comitato di cittadini disposto a prendersi cura dell’area con un progetto di riqualificazione realizzabile in tempi rapidi e in assoluta economia». La filosofia della ricerca predilige dunque interventi minimi, non strutturali, basati soprattutto sull’inserimento di arredo urbano facilmente removibile.
    Ma il concetto di temporaneo, in questi come in tutti i progetti, non implica obbligatoriamente una durata ristretta nel tempo, bensì un carattere di transitorietà. «Le ipotesi progettuali scelte per il momento a puro livello accademico variano a seconda delle necessità dell’area – spiegano le giovani urbaniste – ma in nessun caso vengono previste opere edilizie in modo tale che, come ci è stato spiegato da tecnici del Comune, sia possibile ipotizzare la messa in opera del progetto temporaneo anche non in conformità con le destinazioni d’uso previste dal Puc. Tuttavia, l’inserimento nel Puc di norme ad hoc per interventi di riciclo potrebbe rendere tali interventi “conformi”
e di conseguenza realizzabili con procedure rapide che non richiedano autorizzazione ma bensì semplice comunicazione o SCIA (Segnalazione Certificata di Inizio Attività, ndr)».

     

    Simone D’Ambrosio

    L’inchiesta integrale e le proposte progettuali sul numero #57 di Era Superba

  • Bitcoin a Genova, in via Pré l’apparecchio per cambiare le banconote in denaro digitale

    Bitcoin a Genova, in via Pré l’apparecchio per cambiare le banconote in denaro digitale

    Sono 6 gli esercenti che a Genova accettano pagamenti in bitcoin. Potete vedere quanti sono in Italia su Coinatmradar (http://coinatmradar.com/)
    Bitcoin, che cosa significa? Si tratta di una forma di denaro digitale. Una rete decentralizzata di pagamento “peer-to-peer” (volgarmente senza server fissi), gestita dai suoi utenti senza autorità centrale o intermediari. “Dalla prospettiva di un utente – dal sito bitcoin.otg – Bitcoin è per la maggior parte denaro liquido che circola in internet”. Sono 6 gli esercenti che a Genova accettano pagamenti in bitcoin. Potete vedere quanti sono in Italia su Coinatmradar (http://coinatmradar.com/)

    In Liguria abbiamo il 25% degli apparecchi ATM di bitcoin presenti sul territorio nazionale. Uno di questi è a Genova, in via Prè e un altro a Chiavari. Ad oggi inItalia ce ne sono solo 8: 2 a Roma, 1 in Emilia Romagna, 2 a Milano, 1 Verona e 2 in Liguria.

    A che cosa serve un ATM di bitcoin? A chi è venuto in mente di installarlo? Ne abbiamo parlato direttamente con gli ideatori del progetto, un gruppo di amici. «È una scommessa e siamo perfettamente consapevoli che potrebbe non portare a nulla o a poco ritorno. In fondo vogliamo fare cultura» ci racconta Andrea Rossi uno degli ideatori del progetto e socio e amministratore di Viva!, la società che ha in carico gli apparecchi sia a Genova che a Chiavari. L’ATM si trova all’interno dell’agenzia di viaggi Viva Viajes (parte di Viva! srl) in via Prè 129r, si occupano di money transfer e viaggi per stranieri. Insieme a lui Paolo Rebuffo nato a Genova, attualmente vive in Svizzera,  si occupa di investimenti  e cura un blog (http://www.rischiocalcolato.it/) «in Svizzera è una valuta riconosciuta ufficialmente e per lavoro sono entrato in contatto con un’azienda che produce queste macchine (gli ATM) che permettono di cambiare soldi contanti (euro ad esempio) in bitcoin, ne ho parlato ad Andrea ed è nato il progetto. In questa fase si tratta di aiutare la rete a diffondere l’esistenza e le possibilità di utilizzo dei bitcoin. È una fase pionieristica. Noi crediamo molto nel significato di bitcoin e nelle sue caratteristiche di essere auto-generata, non manipolabile dalle banche centrali, ne inflazionabile».

    «Ci sembra un’opportunità, è uno strumento molto vicino al business del moneytrasfer, oltre che un buon risparmio rispetto ad altri servizi esistenti» aggiunge Rossi.

    Bitcoin: la moneta di domani?

    Risponde Rebuffo: «proprio come nelle intenzioni attuali delle banche, tendiamo ad un mondo in cui non si ha più bisogno di contanti, i soldi girano dentro ai computer come impulsi elettronici. Questo accade con i bitcoin che sono immagazzinati in database mantenuti da pc distribuiti nel mondo e sono milioni in rete, ma, rispetto alla situazione attuale,  non esiste un ente centralizzato (una banca) che possa inibire l’accesso ai soldi di ognuno, cosa che può succedere oggi per motivi giustificabili o meno con la presenza delle banche».

    «Non esiste una banca centrale e la quantità di bitcoin che è in circolo nel mondo è precisamente stimabile in qualsiasi momento, ad esempio ora, mentre parliamo, ci sono 13 milioni 733 mila di bitcoin. In questo modo si ha la certezza che non esista nessun comitato di banchieri  centrali che possa creare inflazione monetaria, cioè aumentare la quantità di monete in circolo».

    Altro aspetto da sottolineare quello legato all’anonimato: «non è vero che bitcoin sia anonimo; è possibile, in qualsiasi momento, vedere da sito pubblico tutte le transazioni fatte da quando bitcoin è nato. I bitcon sono legati a un indirizzo, una serie di numeri e lettere che è il “posto” nel quale si possono ricevere e dare via bitcoin, nel nostro linguaggio bancario corrisponde all’IBAN bancario, queisto dato è visibile, è pubblico. Non si sa a chi appartiene però è pubblico. Esistono modi, tramite gli indirizzi IP, per accedere all’identità che corrisponde a quell’indirizzo bitcoin. Questo per dire che bitcoin non nasce per evadere il fisco, il suo scopo è avere un sistema monetario non inflazionabile e non controllabile dalle banche. Oggi, in Italia, e nel mondo, bitcoin non è ancora una moneta e non è ancora abbastanza stabile ma, secondo me, lo sarà».

    In questo momento i bitcoin si scambiano tramite wallet, si tratta di app per smartphone (https://play.google.com/store/search?q=bitcoin%20wallet)  e pc (https://bitcoin.org/en/choose-your-wallet)  che permettono di ricevere e dare bitcoin, ma la semplicità d’uso per il cosiddetto “uomo della strada” al momento non c’è ancora. Proprio applicazioni come queste interagiscono con gli apparecchi ATM come quello in via Prè, tramite qrcode semplicemente inserendo gli euro nella macchinetta. In altre parole inserisco gli euro che diventano una quantità in bitcoin. L’ATM non funziona nel senso inverso, «a noi non interessa, diventerebbe uno strumento di cambio-valute e al momento il bitcoin non è una valuta, è una questione di cultura non si tratta di cambiare i bitcoin per avere euro. Va usato per una delle mille possibilità: abbonarsi ad un giornale, comprare software in rete… L’ATM serve per entrare nel mondo bitcoin e scoprirlo».

    Claudia Dani

  • Gronda, ore calde a Tursi. Proviamo a fare chiarezza: dati e posizioni a confronto

    Gronda, ore calde a Tursi. Proviamo a fare chiarezza: dati e posizioni a confronto

    Bolzaneto, progetto Gronda di Ponente
    Galleria Monterosso, viadotto Bolzaneto (Mercato Ortofrutticolo/Babyfarma)

    L’antipasto è servito. Come ampiamente annunciato, martedì prossimo il Consiglio comunale sarà chiamato a discutere sulla Gronda. Una delibera di per sé tecnica che dovrebbe risolvere, una volta per tutte, le problematiche degli interferiti, i cittadini genovesi (famiglie e attività produttive che siano) interessati dalla costruzione e dal passaggio del nuovo nodo autostradale. Una delibera chiesta al Comune di Genova dalla Conferenza dei Servizi che attende un parere positivo sul tracciato definitivo dell’opera per proclamarne la pubblica utilità e dare il via libera agli espropri. Il problema nasce dal fatto che il tracciato definitivo della Gronda (approvato nel ciclo amministrativo Vincenzi) è sì contenuto nel nuovo Puc, che dovrebbe essere approvato entro un mese, ma non nel Puc attualmente vigente, in cui invece è stato inserito un percorso ormai superato (che prevede il raddoppio della A7 e un passaggio sul Polcevera a fianco al ponte Morandi).

    «Nel momento in cui diamo il parere sugli interferiti e si arriva alla Conferenza dei servizi – sostiene il vicesindaco Stefano Bernini – la Conferenza stessa diventa pianificatrice dal punto di vista urbanistico, sovraordinata rispetto agli enti locali: può dare la pubblica utilità all’opera e procedere agli espropri. Per cui non è necessaria una variante al Puc vigente che, comunque, entro i primi di febbraio sarà sostituito dal nuovo Puc in cui il tracciato della gronda è aggiornato». Resta il fatto che il primo punto della parte esecutiva della delibera in esame chiama in causa l’espressione di “parere favorevole” per quanto attiene alla “compatibilità e agli effetti sul Puc del 2000 dell’inserimento del tracciato dell’infrastruttura autostradale Gronda di Ponente in coerenza con il progetto all’esame della Conferenza dei Servizi”.

    L’obiettivo della seduta odierna di Commissione (aggiornata a martedì mattina) era esclusivamente quello di ascoltare i comitati no Gronda, Società Autostrade, i rappresentanti dei cittadini interferiti e i Municipi interessati al passaggio del nuovo nodo autostradale.
    Il dibattito si è aperto tra le polemiche per la mancata audizione di Paolo Gozzi, rappresentante dei Consiglieri comunali nell’Osservatorio cittadino per la Gronda che ha tuttavia rassegnato le proprie dimissioni dall’organismo a metà dicembre, e l’assenza dei Municipi ad eccezione del Medio-Ponente.
    L’occasione è stata utile ai comitati “No Gronda” per ricordare l’impatto gravoso dell’opera sul territorio. In sintesi: 11 milioni di metri cubi di terre da scavo che verranno movimentati di cui 6 milioni contenti amianto in varie percentuali, 55 chilometri di scavo per realizzare le gallerie necessarie, 3,2 miliardi di euro di costo preventivato, almeno 8 anni di tempo per la costruzione, aumento del 15,11% del pedaggio autostradale su tutta le rete nazionale per finanziare l’opera, 1 milione di mezzi pesanti che complessivamente transiteranno sulla viabilità urbana genovese a cantieri aperti e 60 sorgenti acquifere a rischio.

    La risposta arriva direttamente da Società Autostrade, per bocca dell’ingegner Alberto Selleri: «Il progetto dal nostro punto di vista è definitivo ed è stato approvato anche dal Ministero dell’Ambiente, con una serie di ben note prescrizioni (poche rispetto a progetti di portata simile a questo come il San Gottardo o la Variante di Valico) su cui vorremmo fare chiarezza in sede di Conferenza dei Servizi possibilmente prima di arrivare alla fase esecutiva. Si tratta di un progetto studiato nel miglior modo possibile, limitando tutti gli impatti ambientali e cercando di validare le promesse fatte nel corso del dibatto pubblico. Ma si tratta di un progetto unico: non esiste la possibilità di spezzarlo in lotti perché funziona solo nella sua interezza».

    palazzo-tursi-bernini-doria-guerello-DUn’affermazione che apparentemente potrebbe far crollare tutti i tentativi di mediazione all’interno della maggioranza di Tursi. Ma, come ricorda il vicesindaco Bernini, la decisione ultima non è di Autostrade ma spetta al ministero delle Infrastrutture e quindi al governo: «Se Lupi decide che non è il caso di fare tutta la Gronda perché siamo in grado di sostenere economicamente solo il primo lotto, così si dovrà fare. Il ministro ha chiaramente detto che non è possibile dirottare per 10 anni tutti gli introiti nazionali degli aumenti di pedaggio solo per finanziare la Gronda e ha pure scartato la possibilità di incrementare tali aumenti. Una terza strada sarebbe quella di chiedere alla Comunità europea una proroga sui 10 anni di concessione del tratto autostradale a Società Autostrade per allungare i tempi di rientro dall’investimento economico. Ma è ancora tutto da vedere e il Comune deve essere parte attiva all’interno di questo confronto. Anche perché dal punto di vista della fattibilità in lotti tutto è possibile. La gronda di ponente da Bolzaneto a Voltri può essere fatta in unico lotto, come unico lotto è il collegamento Genova ovest – Bolzaneto (raddoppio a7): quindi, almeno due lotti sono possibili dal punto di vista tecnico».

    «Immaginare di far partire prima un lotto di un altro – replica Selleri di Autostrade – vuol dire allungare i tempi e generare un nuovo impatto ambientale. Se il ministero decidesse di abbandonare il vecchio progetto è ovvio che dovrebbe essere fatta tutta una serie di studi sulle eventuali nuove soluzioni».

    Le decisioni esecutive, comunque, spetteranno alla Conferenza dei servizi (un tavolo successivo a quello del 23 gennaio che, invece, sarà chiamato a esprimersi solamente sulla pubblica utilità dell’opera e sui conseguenti espropri) che, paradossalmente, vedendo la piega che stanno prendendo le cose e l’ormai nota perdita di interesse da parte di Società Autostrade per l’opera potrebbe anche portare a decisioni clamorose. Tutto, o quasi, dipenderà dalla volontà del governo.
    Anche perché la vera utilità dell’opera, secondo i suoi principali detrattori, è ancora tutta da verificare dato che si basa su studi trasportistici e di traffico veicolare ormai superati da anni. Sul tema anche il vicesindaco si lascia sfuggire una battuta: «L’attuale tracciato della Gronda non può risolvere tutti i problemi di mobilità generati soprattutto dal sovraccarico di traffico sul ponte Morandi e nel nodo di Genova Ovest. Anche con la nuova opera, se arrivo da Ventimiglia e devo andare al Porto, induco i camion comunque a uscire a Genova Ovest. Le cose sarebbero state diverse se avessimo avuto il braccio che portava verso Cornigliano, differenziando i traffici e decongestionando il centro città. Certo si potrebbe sempre intervenire con una riqualificazione strutturale del Morandi che però al momento non sembra essere all’orizzonte».

    Insomma, siamo vicini alla battaglia finale, in attesa di capire quanto la maggioranza riuscirà a essere ancora compatta. La mediazione per convincere i consiglieri di Lista Doria, Sel e Fds a votare con il Pd è però ancora in corso. In questi giorni, e sarà così fino a martedì prossimo, i telefoni sono bollenti. Gli uffici dell’Urbanistica stanno lavorando alacremente alla produzione di modifiche al testo della delibera già passata in giunta che possano accontentare i più: l’obiettivo degli esponenti più a sinistra all’interno della maggioranza è quello noto di ottenere la realizzazione del solo primo lotto dell’infrastruttura, ovvero il raddoppio della A7.
    «Visto che il tracciato è già stato deciso dall’amministrazione precedente – commenta il capogruppo di Lista Doria, Enrico Pignone – l’unica cosa che possiamo fare è sfruttare il ritorno della questione in Consiglio comunale, seppure per via traverse, per ottenere risultati utili alla città inserendo elementi finora mai considerati».
    Ecco allora che nella delibera spunterà la richiesta di inserire il Comune di Genova all’interno del Comitato nazionale di controllo e vigilanza sull’opera che al momento contempla solo Arpal, Regione Liguria e ministero dell’Ambiente. Ma l’aspetto più delicato e ancora in fase di discussione è un richiamo a una rivalutazione dell’opportunità dell’opera alla luce delle recenti alluvioni: certo, il Pd non potrebbe mai accettare una posizione così esplicita ma proprio qui si stanno giocando tutte le carte interne alla maggioranza. È lo stesso vicesindaco ad ammettere aperture: «L’accento va posto sul fatto che il Comune deve per forza di cose poter partecipare alla discussione sulla regolamentazione dei corsi d’acqua e verificare che i calcoli fatti in passato risultino corretti anche in funzione dei nuovi fenomeni atmosferici che, ahinoi, si verificano ormai con regolarità».
    Rispetto al passato, dunque, il vicesindaco sembra essere molto più conciliante verso i detrattori dell’opera, cercando di portare a casa da questo confronto qualche frutto positivo per il prosieguo della giunta Doria e della variegata maggioranza. «Capisco la posizione di chi vorrebbe concentrarsi esclusivamente sul raddoppio della A7 – dice il vicesindaco – sulla cui necessità siamo tutti convinti a prescindere dall’impatto ambientale che verrebbe mitigato dai notevoli vantaggi ottenuti dalla città. Ma per me è strategica tutta l’opera, anche dal punto di vista ambientale, perché toglierebbe traffico pesante dalla viabilità urbana e dalla parte più vicina alla case».

    Difficile, comunque, un voto unanime anche se dovessero essere accolte tutte le richieste delle sinistre. Il compromesso, comunque, sembra ancora possibile. Anche perché il Partito Democratico ha più volte annunciato che un’eventuale maggioranza sulla delibera diversa da quella uscita dalle urne potrebbe aprire una grave crisi di governo della città. «Ma si tratta soprattutto di una questione di immagine – chiosa Bernini – perché gran parte delle rivendicazioni di chi si oppone al progetto sono già state evidenziate dalle prescrizioni della VIA. Non posso essere tranquillo sull’esito della votazione di martedì perché sono molto sensibile ai voti secondo coscienza e posso capire che qualche consigliere che ha da sempre espresso contrarietà radicale all’opera non se la senta di votare neppure una delibera tecnica, pur con tutti gli adeguamenti del caso».

     

    Simone D’Ambrosio

  • Scolmatore del Bisagno, la grande opera per la messa in sicurezza del primo torrente cittadino

    Scolmatore del Bisagno, la grande opera per la messa in sicurezza del primo torrente cittadino

    bisagno-fereggiano-marassi-monticelliDal dopoguerra e fino al 2011 il Bisagno aveva rotto gli argini ogni ventennio, ora lo ha già fatto due volte in tre anni. Il primo torrente cittadino è una bomba ad orologeria, così come i suoi affluenti e come gli altri principali corsi d’acqua genovesi, per non parlare delle condizioni dei rii minori che scendono dalle alture, spesso terreni abbandonati e quindi maggiormente esposti al rischio frane. La situazione genovese è un’emergenza nazionale.
    Da Roma sono arrivate le prime promesse ufficiali, per ora solo parole, ma quantomeno confortanti. Nei prossimi cinque anni lo Stato, nell’ambito del Piano Nazionale 2014/2020 contro il dissesto idrogeologico, si impegnerebbe a stanziare quasi 380 milioni per il territorio genovese. E, tra le opere da finanziare, ecco comparire quello che fino a poco tempo fa era considerato un progetto “irrealizzabile”: lo scolmatore del Bisagno.

    L’articolo integrale è pubblicato sul numero 57 di Era Superba (dove trovare la rivista). Sostenendo Era Superba puoi ricevere ogni uscita direttamente a casa o sulla tua email (qui maggiori informazioni).

    Il progetto risale al 2007 e si basa sulle stime del Piano di bacino che indicano in 1300 mc/s (metri cubi al secondo) la portata massima del torrente con tempo di ritorno di duecento anni (la stima ai tempi del fascismo che portò ai lavori di copertura fu di 500 mc/s, ndr). Attualmente il Bisagno è in grado di “resistere” fino a 700 mc/s, portata elevabile tra gli 800 e i 900 mc/s con i lavori di adeguamento idraulico dell’attuale copertura di via Brigate Partigiane.

    Lo Scolmatore del Bisagno è un canale sotterraneo di 9,5 m di diametro in grado di “sottrarre” acqua al torrente in caso di piena alzando la portata di 417 mc/s rispetto ai livelli attuali (mettendo quindi il corso d’acqua in sicurezza). La galleria, lunga quasi 7 km dal ponte Ugo Gallo (altezza Sciorba) sino ai bagni Squash in corso Italia, andrebbe anche ad intercettare le portate dei torrenti Fereggiano, Rovare e Noce (ognuno dei rii con relativa galleria di collegamento a quella principale). Costo totale 230 milioni (qui il Quadro Economico) , di cui 153 di lavori, i restanti 80 circa fra Iva, spese tecniche, indagini, collaudi ecc. «In questi giorni, avendo il Comune bandito l’appalto per la costruzione dello scolmatore del Fereggiano – spiega Simone Venturini, ingegnere idraulico, dirigente di Technital S.p.A e co-firmatario del progetto – abbiamo rivisto il computo del progetto del 2007 dal quale abbiamo stralciato le opere già inserite nel progetto definitivo dello scolmatore Fereggiano (il cui primo stralcio è in via di aggiudicazione) e abbiamo aggiornato i prezzi unitari.
    Ne deriva che l’importo residuale dei lavori (ovvero quello che resterebbe da fare, mantenendo l’opera già progettata nel 2007 senza modifiche né “alleggerimenti”) che serve per realizzare lo scolmatore del Bisagno è pari a circa 145 milioni e il finanziamento lordo si può aggirare sui 165-182 milioni circa (a seconda che lo Stato voglia applicare l’Iva al 10%, come per lo scolmatore Fereggiano andato in gara, o al 22%)».

    Come è noto, dopo gli eventi alluvionali del 2011, il Comune ha deciso di stanziare le risorse a disposizione (45 milioni) per realizzare una parte del progetto del 2007, ovvero il cosiddetto “mini-scolmatore”, la galleria di scolmo del Fereggiano (che capta le acque dell’affluente, ma non incide sulle piene del Bisagno). Una scelta che aveva attirato non poche critiche (il progetto è stato “rimandato” in un primo momento dal Consiglio nazionale dei Lavori Pubblici) principalmente per l’incertezza sulla copertura economica (i 45 milioni coprono solo il primo stralcio e lasciano fuori le opere di presa e collegamento per Rovare e Noce) e la necessità di aggiornare studi, stime e rilevazioni. Tuttavia, se davvero dovessimo assistere ad improvvise accelerazioni dell’iter per la realizzazione dello Scolmatore del Bisagno, sia la galleria che lo sbocco a mare del mini–scolmatore sarebbero perfettamente integrabili con la galleria principale. E se l’avvio dei lavori per il grande scolmatore dovesse arrivare prima di aver terminato il mini – scolmatore (dicembre 2020) «i due cantieri si integrerebbero molto bene ed anzi si ridurrebbe il disturbo all’area di spiaggia».
    La durata dei lavori per lo scolmatore Fereggiano è stimata in cinque anni, sono invece sei gli anni previsti per la realizzazione di quello del Bisagno.

     

    Gabriele Serpe

    L’articolo integrale su Era Superba #57

  • Santuario dei cetacei: i tesori del Mar Ligure che uniscono Italia, Francia e Principato di Monaco

    Santuario dei cetacei: i tesori del Mar Ligure che uniscono Italia, Francia e Principato di Monaco

    Il Mare
    Il Santuario è popolato da otto specie di cetacei fra cui balenottera, capodoglio e delfino. La balenottera comune a seconda degli anni varia dai 150 ai 1600 esemplari. Il tursiope (delfino) si aggira attorno ai 1000, numeri più alti presenta la stenella striata (sempre appartenete ai delfinidi) che in estate arriva ai 39000. «È chiaro – sottolineano dal Segretariato del Santuario – che per i cetacei il Santuario è una zona importante. Gli esemplari tornano regolarmente, pur muovendosi lungo tutto il Mediterraneo nord-occidentale, in quel “triangolo” di mare nel quale trovano il loro habitat naturale».

    Sentiamo parlare spesso del Mar Ligure per quel che riguarda i traffici commerciali e le rotte di crociere e traghetti, eppure sappiamo che il triangolo di Mediterraneo compreso tra la nostra costa, quella francese, parte di quella toscana e il nord della Sardegna raccoglie un tesoro naturale molto importante, il Santuario dei cetacei (Sanctuaire Pelagos).

    Il Santuario è una zona marina di 87.500 km², una ASPIM – aree specialmente protette di importanza mediterranea – che è regolata e protetta da un accordo tra l’Italia, il Principato di Monaco e la Francia. È, a livello mediterraneo, l’unica Area Marina Protetta internazionale di mare aperto dedicata alla protezione dei mammiferi marini.
    Un mare nel quale si muovono molte specie di cetacei, una ricchezza che dal 1999 le tre nazioni coinvolte studiano e monitorano continuamente. Nel 2004 Italia, Francia e Principato hanno siglato un accordo per un piano di gestione congiunto, e da quel momento, il Santuario viene gestito, potremmo dire, “a tre mani”.
    Uno degli obiettivi del patto è gestire e minimizzare gli impatti delle attività umane, assai intense in un tratto di mare così piccolo, sui mammiferi (la cui popolazione è costantemente sotto controllo) e sui loro habitat. Ma anche sensibilizzare e coinvolgere i professionisti e chi semplicemente ama e si gode il mare, sulla salvaguardia dell’area.
    Un esempio positivo di collaborazione fra nazioni. Come funziona?

    La Conferenza delle Parti (COP, cioè i tre Stati) è l’organo decisionale dell’Accordo, chiamato ad approvare le raccomandazioni formulate dal Comitato Scientifico e Tecnico (CST). La Conferenza delle Parti, che si svolge ogni due anni, è costituita da un Presidente, dalle delegazioni nazionali delle tre Parti, dai componenti del Segretariato Permanente e dagli osservatori.
    È il Segretariato Permanente a coordinare tutte le parti; oltre ad assistere il Comitato Scientifico e Tecnico (l’ultima edizione si è svolta proprio a Genova a fine novembre), si occupa della gestione finanziaria e di rappresentare il Santuario Pelagos. Il Segretariato Permanente ha sede presso il Palazzo Ducale di Genova.

    La balena biancaÈ il Ministero per l’Ambiente insieme alle regioni Liguria, Toscana e Sardegna ad occuparsi degli aspetti italiani dell’Accordo ed ogni anno preventiva azioni e budget. «Ci sono i contributi ordinari, che servono al funzionamento tecnico dell’Accordo e che sono in gestione al Segretariato Permanente, e poi ci sono quelli dedicati alla parte scientifica o all’implementazione dell’Accordo che sono a discrezione di ogni paese e non sono gestiti direttamente dal Segretariato. I contributi ordinari sono utilizzati per il funzionamento tecnico, l’organizzazione delle riunioni, il comitato scientifico, la Conferenza delle Parti, gli stipendi dei dipendenti, hosting…», ci spiega Fannie Dubois del Segretariato Permanente.  «Quella del 2014 è una situazione particolare, perché dal 2010 al 2013 il Segretariato non è stato attivo. Tuttavia è comunque stato possibile tramite un bando e grazie ai finanziamenti versati dai singoli paesi portare avanti le iniziative relative al Santuario anche per quest’anno».

    Santuario dei cetacei: cosa è stato fatto nel 2014?
    «Sono stati finanziati due progetti – continua Dubois – il primo per lo studio dell’impatto del rumore, stimato attraverso i dati del traffico marittimo su capidoglio e zifio (due delle specie di cetacei che popolano il santuario) che ha avuto inizio fra settembre e ottobre 2014 e durerà per un anno. Il finanziamento ammonta a 70 mila euro. Nello stesso periodo è partito un altro progetto che individua la stima d’abbondanza del grampo, cioè a quanto ammonta la popolazione di quel particolare cetaceo. Qui il finanziamento è stato di 36.250 euro».

    Proprio nella nostra città qualche settimana fa si è svolto il 7° Comitato scientifico e tecnico dell’Accordo (27-28 novembre 2014). Fra i temi principali sul tavolo, la sinergia fra il progetto Life Whalesafe e il sistema Repcet per concentrare gli sforzi e ridurre più efficacemente i rischi di collisione tra le navi e i grande cetacei. Il sistema Repcet consiste in un software per la navigazione commerciale, il cui scopo principale è quello di ridurre i rischi di collisione tra grandi cetacei e navi commerciali. Il concetto di base è semplice: ogni avvistamento di grandi cetacei da parte del personale di guardia a bordo di una nave fornita di Repcet, viene trasmesso via satellite in tempo “quasi-reale” ad un server sulla terraferma. Il server centralizza i dati e invia un’allerta a tutte le navi provviste di Repcet che potrebbero essere interessate.

    Il progetto Life Whalesafe, invece, mira a mettere a punto un sistema per l’eliminazione delle interferenze finalizzato a individuare e localizzare i capodogli, tramite un sistema di boe e idrofoni per l’ascolto sott’acqua, a identificare le minacce per gli stessi e a prevenire le collisioni ed altri rischi grazie all’invio in tempo reale di messaggi di avvertimento alle navi presenti in zona.
    «Il Santuario non ha partecipato al progetto Life Whalesafe (il progetto è stato presentato solo in Italia) ne siamo stati informati successivamente e non abbiamo potuto essere coinvolti direttamente, – spiega Dubois – però risponde totalmente agli obbiettivi dell’Accordo, è ovvio che potrebbe sovrapporsi ad altro progetto nel quali le Parti (intese come tre parti dell’Accordo Italia, Monaco e Francia ndr) si sono già impegnate: il sistema Repcet. Proprio per questo il nostro Comitato si è raccomandato che i due progetti si armonizzino».

    Al momento il sistema Repcet è installato su una decina di imbarcazioni francesi e sarà gratuito per i porti, per essere operativi ne servono 30 installati. Il progetto Whalesafe, invece, dovrebbe partire a settembre 2015, sembrerebbe dunque esserci ampi margini per riuscire ad armonizzare i due progetti.

    Un altra questione fondamentale sollevata dal Comitato scientifico tecnico riguarda la cooperazione tra le reti nazionali di spiaggiamento in particolare al livello della comunicazione tra i tre paesi in caso di spiaggiamento in zona trasfrontaliera di cetacei vivi. E infine l’estensione del marchio di qualità “high quality whale watching” Pelagos-ACCOBAMS (già implementato in Francia) all’Italia e al Principato di Monaco.

     

    Claudia Dani

    [foto di Roberto Manzoli]

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  • Pra’, la proposta dei cittadini per il “nuovo” VTE. Colline alberate davanti ai container

    Pra’, la proposta dei cittadini per il “nuovo” VTE. Colline alberate davanti ai container

    progetto-vte-fondazione-primavera-3Passare dalla protesta alla proposta. È quello che stanno cercando di fare i cittadini di Pra’, grazie anche al nuovo catalizzatore di istanze locali rappresentato dalla Fondazione PRimA’vera, per sfruttare la messa a punto del nuovo piano regolatore portuale al fine di ottenere benefici per tutto il territorio della delegazione.

    «Pra’ si porta dietro ormai da decenni una ferita sanguinante – ricorda Guido Barbazza, presidente della Fondazione PRimA’vera – rappresentata dalla costruzione scriteriata del porto commerciale che non ha mai preso in considerazione le necessità della popolazione. Negli anni sono state fatte scelte urbanistiche scriteriate, ancora ben presenti nella mente di chi vive il quartiere e ricorda che fino a pochi decenni fa poteva fare il bagno a due passi da casa, sfruttando una spiaggia bellissima».

    Pra’ e il porto, la situazione attuale

    Vte, Porto Container«C’è stata una fase storica – ricorda il presidente del Municipio Ponente, Mauro Avvenente – in cui sembrava ci fosse la disponibilità a restituire alla città una porzione di territorio, il cosiddetto “raviolo”. Un progetto saltato in seguito al rifacimento del nodo ferroviario di Genova che, tuttavia, spostando i binari più a mare, libera una fascia larga tra i 20 e i 30 metri». Che cosa fare, allora, per restituire questa porzione di territorio ai cittadini?
    Nel primo quaderno di Urban Lab, che ha segnato il lento e macchinoso cammino per la definizione del nuovo Puc, era previsto uno spostamento a mare dell’Aurelia con la realizzazione sul lato opposto di un lungo viale pedonale e ciclabile che riconnettesse fisicamente la parte abitativa della delegazione con la Fascia di Rispetto, dalla sponda destra del Branega fino a quella sinistra del rio San Giuliano.
    In questo contesto, tuttavia, si è inserito il nuovo piano regolatore portuale in via di definizione: com’è noto (qui l’approfondimento), Palazzo San Giorgio ha presentato tre possibili scenari per lo sviluppo del nuovo porto di ponente (Avanzamento, Isola, Porto Lungo) tutti bocciati dai residenti di Pegli, Pra’ e Voltri. Quando la tensione tra cittadini e istituzioni era arrivata ormai ai massimi storici, con un dialogo praticamente inesistente, la Fondazione PRimA’vera ha provato a sparigliare le carte con la presentazione di un nuovo disegno che potesse mettere d’accordo le esigenze del porto da un lato e le necessità degli abitanti dall’altro.

    «Devo rendere merito alla Fondazione di essersi saputa porre in maniera propositiva e costruttiva nei confronti delle istituzioni – ammette Avvenente – proponendo un percorso che potrebbe dare frutti molto importanti. Nel frattempo, anche il Municipio non è stato con le mani in mano e ha lanciato un contest in collaborazione con la Facoltà di Architettura per capire come potrebbero essere ridisegnate le aree che potrebbero tornare alla città. E proprio in questi giorni stiamo facendo vedere i disegni ai cittadini e ci incontreremo anche per un dibattito pubblico sul futuro della zona». Autorità portuale, che sta affinando le bozze del piano regolatore, non sembra essere pregiudizialmente contraria alle richieste dei cittadini e lo stesso presidente Merlo pare aver assicurato che le istanze del territorio saranno tenute in forte considerazione.

    «La bella cosa – commenta Barbazza – è che dopo 50 anni di urla inconcludenti, le istituzioni hanno ricominciato a dialogare con i cittadini. Fino ad oggi c’è sempre stato qualcuno che dentro gli uffici tirava delle righe sulla schiena dei residenti che si sarebbero poi dovuti sobbarcare tutti gli oneri. Ora, invece, pare che le nostre idee siano piaciute e speriamo che venga davvero colta l’occasione per inserire tra i lavori di miglioramento dell’attività portuale anche una serie di opere che mitighi non solo gli interventi futuri ma anche le servitù devastanti che Pra’ ha dovuto pagare fino ad oggi».

    Il progetto dei cittadini: restituire il mare a Palmaro

    progetto-vte-fondazione-primaveraDal momento che il porto non può certamente essere cancellato con una bacchetta magica, l’obiettivo dei cittadini e della Fondazione PRimA’vera è quello di separare definitivamente, visivamente e spazialmente, le attività portuali e industriali dalla vita quotidiana della delegazione ponentina attraverso la realizzazione di colline alberate (innalzando le attuali dune) che nascondano i container e ne assorbano i rumori. Per quanto riguarda l’inquinamento acustico, notevoli vantaggi potrebbero arrivare anche dall’elettrificazione delle banchine, a lungo promessa ma non ancora realizzata, che consentirebbe finalmente alle navi ancorate di spegnere i gruppi elettrogeni, oggi spesso in azione anche nelle ore notturne.

    «Sarebbe anacronistico opporsi allo sviluppo del porto – sostiene il presidente del Municipio, Mauro Avvenente – ma la fase storica dello sviluppo invasivo è inevitabilmente finita. I cittadini hanno acquisito una sensibilità ambientale tale da pretendere giustamente che lo sviluppo sia equilibrato, ragionevole e rispettoso di chi risiede nelle vicinanze. Anche perché dobbiamo metterci in testa che Genova non è e non potrà essere Rotterdam: là il porto sorge a 40 chilometri dalla città, qui a Palmaro siamo a 40 metri dalle case».

    progetto-vte-fondazione-primavera-2In estrema sintesi, il progetto avanzato dalla Fondazione prevede una nuova conformazione del porto di Pra’ come una vera e propria isola, staccata da terra e collegata al centro abitato solo attraverso una serie di ponti: un intervento non eccessivamente problematico dal momento che è da tempo già in cantiere il rifacimento dello svincolo autostradale, noto come Genova Voltri ma nei fatti inferente il territorio di Pra’. Lungo tutto il litorale da Pra’ a Voltri, e quindi in particolare nella zona di Palmaro, dovrebbe invece tornare il naturale affaccio al mare. «Tutto ciò – dice con speranza Barbazza – cambierebbe completamente il contesto: siamo convinti che, nonostante tutto quello che abbiamo subito negli anni – con questo tipo di opere, fattibili sia dal punto di vista tecnico che economico, Pra’ potrebbe tornare a essere la delegazione attraente, ricca di servizi e comodità, quale era in passato».

    Due sono i traguardi che si vorrebbero raggiungere: la nascita di una nuova cittadella dello sport, ottimizzando al massimo le già esistenti piste ciclabili e podistiche, campi di regata, piscina, campo da calcio in continuità con gli interventi previsti dal Por, e la realizzazione del cosiddetto “Porto Amico”, con l’infrastruttura che diventi reale portatrice di benessere al tessuto economico e civile della delegazione.

    «La realizzazione di questo intervento – spiega Avvenente, convinto della bontà del progetto – porterà alla costituzione di una sorta di porto-isola, con l’eliminazione dell’istmo che oggi unisce la sponda destra del Branega con quella sinistra del rio san Giuliano, riaprendo un canale navigabile nella zona prospiciente Palmaro e riconnettendosi al canale di calma della Fascia di Rispetto. Per rendere tutto ciò realmente concreto stiamo lavorando in sinergia con Ferrovie dello Stato per capire come si possa garantire la navigabilità del nuovo canale in parallelo alla realizzazione della nuova tratta ferroviaria metropolitana».

    Oltre i lavori del Por (qui l’approfondimento | qui l’ultimo aggiornamento)

    Insomma, una riqualificazione del porto di Pra’ (e non di Voltri come si è soliti dire, suscitando le ire dei cittadini come nel caso del casello autostradale) renderebbe giustizia a una parte di territorio rimasta fuori dal Por che sta investendo nel territorio ponentino ben 15 milioni di euro. «Quando si decise la perimetrazione degli interventi – chiarisce il presidente del Municipio – non so per quale ragione si decise di tagliare fuori tutta la zona di Palmaro dove fino a non troppi anni fa c’erano i bagni, la spiaggia e un entroterra interessante caratterizzato da ville storiche come quella del barone Podestà, villa Sauli e villa De Mari. Tolto questo, il resto è stato solo cementificazione, quartieri collinari, autostrada, ferrovia e soprattutto porto. La realizzazione del progetto portato avanti dalla Fondazione PRimA’vera rappresenterebbe proprio un importante e doveroso risarcimento dei fardelli pagati dai cittadini a causa dello sviluppo delle attività commerciali del Porto di Genova verso ponente».

    Se, dunque, il Por realizzerà (o, forse, per il momento sarebbe meglio un più cautelativo “realizzerebbe”) la riqualificazione di tutta quella parte di città che si affaccia sulla piattaforma portuale, con questo intervento si potrebbe completare una sorta di ricomposizione fisica di tutto il territorio del Municipio, su cui il presidente Avvenente punta da sempre: «Il sogno di dare vita a un unico percorso pedonale da Multedo a Vesima potrebbe essere un po’ più vicino. Ad oggi, infatti, le cesure vere e proprie sono due: una è rappresentata dal porticciolo turistico di Pegli, l’altra è proprio la zona di Palmaro. Risolte queste criticità, da Multedo si potrebbe sostanzialmente arrivare fino a Varazze lungo un unico litorale, con quella che sarebbe senza dubbio la passeggiata sul mare più lunga d’Europa».

     

    Simone D’Ambrosio

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  • Aree fiera e waterfront: Piano sì, ma fino a un certo punto. No a concorso di idee, mancano tempo e soldi

    Aree fiera e waterfront: Piano sì, ma fino a un certo punto. No a concorso di idee, mancano tempo e soldi

    Fiera di GenovaA poco più di un mese di distanza dalla riposta a un apposito articolo 54, il sindaco Marco Doria torna a parlare in Consiglio comunale del riassetto del waterfront (qui l’inchiesta su Era Superba #56). E lo fa respingendo la mozione del Movimento 5 Stelle e di Lista Musso, presentata prima dell’estate e posta in discussione solo ieri pomeriggio, che proponeva l’affidamento a un concorso internazionale di idee per la progettazione del nuovo affaccio sul mare della città.

    «Si tratta di una mozione datata – ha detto il primo cittadino – scritta nel momento in cui il Consiglio approvò prima della pausa estiva una delibera di riassetto urbanistico legata a un passaggio di proprietà di aree ex fieristiche da Comune di Genova a Spim. Accettare questa mozione sarebbe un po’ come rinnegare tutto il percorso che si è compiuto successivamente con la presentazione di un progetto da parte di Renzo Piano, che ha messo la sua personalità a servizio di un ridisegno complessivo di un’area che non è più quella che riguardava solo la delibera di quest’estate ma che comprende anche la zona delle Riparazioni navali e arriva fino al Porto Antico».

    E, invece, Doria torna a ribadire che «questa amministrazione vuole sostenere l’impegno progettuale di un grande professionista che ridisegna questo pezzo di waterfront della città e crea un affaccio sul mare con uno spazio pubblico dove attualmente ci sono attività in ambito portuale. È un progetto che tiene conto degli interessi strategici del settore delle Riparazioni navali, di un riposizionamento delle attività nautiche a Genova, della restituzione di spazi alla città in una visione unitaria. È, dunque, da questo progetto che l’amministrazione deve partire».

    Un po’ diverso da quanto sostenuto a più riprese da Bernini. «Le voci che parlano di discussioni all’interno dell’amministrazione sul disegno di Piano – ha provato a chiarire Doria senza troppo successo – in alcuni casi sono state costruite ad arte dalla stampa ma in realtà derivano semplicemente dalla necessità di tenere presente all’interno del progetto alcuni vincoli urbanistici insiti nella zona, come la presenza della Sopraelevata che impone un equilibrio con i volumi che si costruiranno in zona in sostituzione di quelli esistenti».
    Il vicesindaco, di cui per primi avevamo raccolto le perplessità (eufemismo) sul disegno dell’archistar, non conferma né smentisce ma per buona parte dell’intervento del sindaco non è neppure seduto al proprio posto in Sala Rossa. Sarà certamente una casualità ma non si tratta della prima volta e se è vero che due prove fanno un indizio…

    Intanto, comunque, la maggioranza ha tenuto – e già questa potrebbe essere una notizia – bocciando la mozione con 16 voti contrari (Pd, Lista Doria, Sel a cui si aggiunge l’Udc), 12 favorevoli (ai consiglieri proponenti della mozione si sono uniti i colleghi del Pdl e alcuni rappresentati del Gruppo Misto) e 3 astenuti (Villa – Pd, De Benedictis – Gruppo Misto e Bruno – Fds).

    Il concorso di idee o, come chiesto da Paolo Putti per avere una connotazione più concreta, “il concorso di progetti” non è del tutto abbandonato vista anche l’insistenza delle richieste da molteplici realtà politiche (in mattinata anche il Consiglio regionale aveva discusso sul tema attraverso un’interrogazione urgente avanzata dal Consigliere Lorenzo Pellerano all’assessore all’Urbanistica, Gabriele Cascino) ma viene rimandato a un secondo momento, come spiega lo stesso Marco Doria illustrando le prossime tappe dell’iter progettuale sul futuro delle aree: «Al momento – ricorda il sindaco – abbiamo un masterplan, il Blueprint di Piano, che sarà affinato e rappresenterà il punto di partenza per una progettazione complessiva dell’area, in una visione unitaria. Sulla base di questa progettazione, come da delibera di luglio, ci sarà un accordo di programma urbanistico tra Comune, Regione e Autorità Portuale che passerà al vaglio del Consiglio comunale e che dovrà essere coerente con il Puc. Nell’accordo di programma saranno ribadite le tre linee fondamentali del progetto: creare nuovi collegamenti tra porzioni di città, non appesantire la volumetria esistente e restituire spazi pubblici ai cittadini. Siglato l’accordo di programma, potranno allora partire concorsi anche a carattere internazionale per progettare nel dettaglio i singoli pezzi di questo disegno unitario che, come detto, non riguarda solo gli spazi ex Fiera ma una visione più complessiva di tutto l’affaccio sul mare della città».

    Una posizione che non convince del tutto l’ex senatore Enrico Musso: «Siamo sicuri di volerci affidare ai soliti noti – sostiene il docente, più in linea con le posizioni del vicesindaco che con le idee del primo cittadino – o non sarebbe forse meglio puntare su tutte le professionalità che ci sono nel mondo? Piano è diventato un punto di riferimento dell’architettura e dell’urbanistica proprio perché ha vinto una serie di concorsi in Paesi in cui i concorsi si fanno e funzionano: può darsi che il suo sia davvero il progetto migliore ma allora perché non stabilirlo con un concorso?».

    Piazzale Kennedy GenovaLa riposta è semplice ed era già stata accennata in passato dal vicesindaco Bernini: i tempi e i soldi per un concorso internazionale di riprogettazione di tutta l’area da Punta Vagno ai Magazzini del Cotone non ci sono. Il Comune deve, infatti, fare i conti con i bilanci dei prossimi anni: se Spim, società partecipata da Tursi, non dovesse riuscire a completare la vendita delle aree ex fieristiche, i disavanzi verrebbero accollati al bilancio del Comune e, di conseguenza, ai cittadini.

    Per accelerare l’iter, già nella delibera di quest’estate erano state messe nero su bianco alcune idee programmatiche sul futuro delle aree, pur in mancanza di ipotesi progettuali: «Non si puntava tanto alla massima redditività degli investimenti – ha ricordato il sindaco – ma si stabiliva già allora che non venisse costruito un metro cubo o un metro quadrato in più di quanto esistente in zona, che ci fosse un uso diversificato degli spazi restituiti a scopi urbani e che fosse previsto dal punto di vista urbanistico un collegamento tra la zona Foce e il Porto Antico». Vincoli di cui Piano dovrà tenere conto per convincere i consiglieri comunali della bontà del suo progetto. Se ne riparlerà nel 2015.

     

    Simone D’Ambrosio

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  • Caserma Gavoglio, entro un anno il Comune deve presentare il progetto di riqualificazione. A che punto siamo?

    Caserma Gavoglio, entro un anno il Comune deve presentare il progetto di riqualificazione. A che punto siamo?

    gavoglio-lagaccioIeri, in occasione del consueto sopralluogo in diretta Twitter di #EraOnTheRoad, siamo andati a far visita alla Caserma Gavoglio, il gigante di oltre sessantamila metri quadrati ubicato nel cuore del Lagaccio. L’area, come è noto sostanzialmente dismessa da diversi decenni, potrebbe costituire un mezzo di sviluppo e maggiore vivibilità per il quartiere che la ospita, afflitto come è dalla carenza di spazi e dall’eccessiva quantità di edifici.
    Era Superba si è occupata a lungo del futuro della Gavoglio (qui l’approfondimento): la Caserma è ancora quasi totalmente sotto la responsabilità del Ministero della Difesa, che si è tuttavia impegnato a cedere gratuitamente l’area al Comune di Genova a fronte della presentazione di un progetto di riqualificazione complessivo. La scadenza di questo processo è stata fissata esattamente fra un anno, nel dicembre del 2015.

    Nel frattempo, come primo passo del passaggio di proprietà della Caserma, al Comune è stato ceduto piazzale Italia, la piazza antistante la struttura: per questa porzione dell’area è stato approvato un progetto di ristrutturazione minimale, che sarebbe servito a rendere almeno la piazza immediatamente fruibile per il quartiere.

    Abbiamo contattato Enrico Testino, attivista del comitato Voglio la Gavoglio, che ci ha spiegato come questi lavori dovessero essere pronti per giugno dell’anno corrente, quando in realtà si è ancora lontani dalla loro positiva conclusione. Come si può facilmente vedere appena giunti al cospetto della struttura, gli interventi fino ad oggi realizzati sono transennamenti e impianto di reti per tutelare la sicurezza immediata delle persone, ma ancora manca quella parte della ristrutturazione volta a rendere pienamente fruibile lo spazio alla cittadinanza. Ancora attesa, infatti, la nuova asfaltatura del piazzale e il ripristino, preventivato dal progetto iniziale, di una stanza all’interno delle costruzioni della Caserma destinata ad associazioni e comitati del quartiere: «A quanto ci risulta sono stati anche stanziati diciannovemila euro per questi lavori – ci spiega Testino – non capiamo quindi il motivo che ci ha portato ad oggi in questa situazione».

    Per il resto dell’area, come accennato, il processo di  trasferimento di proprietà al Comune è in atto, ed è subordinato alla presentazione di un progetto complessivo di recupero che dovrà anche essere concertato con la Soprintendenza, visto che parte degli stabili sono vincolati per il loro valore storico. Abbiamo incontrato l’Assessore all’urbanistica Stefano Bernini che ci ha fatto il punto della situazione circa lo stato della procedura e del futuro della Caserma Gavoglio.

    Con la Giunta Vincenzi era stato ipotizzato un percorso per il recupero dell’area che faceva perno sulla edificazione di nuova cubatura a destinazione residenziale, infatti ci spiega l’assessore: «Fino a poco temo fa la Caserma era considerata un bene dello Stato che  se il Comune voleva avere a disposizione doveva pagare ben quattro milioni e mezzo di euro, fatto che rese necessario trovare il modo per recuperare quei soldi. La Giunta Vincenzi pensò di affidare ad una immobiliare il compito di effettuare una stima ed un progetto che prevedeva appunto il finanziamento attraverso le nuove abitazioni, sollevando numerose proteste. Noi, anche grazie all’accordo con la Difesa, abbiamo cambiato il piano regolatore, e abbiamo stabilito che lì non si possono realizzare nuovi volumi, al massimo si può abbattere qualcosa di quello che non è protetto dalla Soprintendenza, bisogna salvaguardare lo spazio pubblico, con particolare attenzione al verde. Il Patrimonio e la Soprintendenza devono ora, sulla base di queste direttive, elaborare un progetto».

    È stato affidato a Ri.Genova, la società a responsabilità limitata partecipata dal Comune e specializzata in operazioni immobiliari e di riqualificazione urbana attraverso il mercato finanziario ordinario, il compito di presentare nei prossimi giorni un piano di intervento relativo ad un primo lotto, sicuramente entro fine anno. «Stiamo parlando della parte bassa della Caserma. Sicuramente una parte degli stabili esistenti, nel rispetto delle caratteristiche architettoniche che gli sono proprie, andrà recuperato ad un uso residenziale, così da poter finanziare la realizzazione del parco, degli spazi pubblici e di quelli destinati all’associazionismo. Si tratta per altro di una parte dalla Caserma che già originariamente era destinata a questo tipo di utilizzo. Poi gli edifici di minore pregio secondo me potrebbero essere abbattuti per dare maggiore respiro al quartiere, già densamente cementificato. Bisogna procedere a pianificare per lotti il lavoro, individuando un cronoprogramma sicuro, almeno per la fase di progettazione, al fine di rientrare el termine della fine dell’anno prossimo, obiettivo che credo proprio riusciremo a raggiungere».

    Per quanto riguarda i tempi della conclusione vera e propria dei lavori non è ancora possibile fare previsioni realistiche. «Ora la priorità è trovare chi è in grado di portare il progetto avanti e finanziarlo, considerato che le casse del Comune sono in crisi anche a causa delle alluvioni, avremo a breve un incontro con il Patrimonio per stabilire queste questioni, unitamente ad un cronoprogramma preciso. Io ho consigliato di appoggiarsi a Ri.Genova per la realizzazione degli altri lotti (così come è avvenuto per il lotto più a mare, senza dimenticare che in tutto questo processo dobbiamo coinvolgere e condividere progetti ed idee con la cittadinanza e con la Soprintendenza): l’azienda potrebbe trovare risorse sul mercato».

    Chiediamo a Bernini se immagina necessarie altre fonti di finanziamento dell’opera, o se ritiene sufficiente la ricerca di capitali di investimento esterni a Tursi: “Il Patrimonio potrebbe decidere di destinare delle risorse a questo lavoro, e credo che comunque sarà necessario, almeno per quanto riguarda la progettazione iniziale».

    Un ulteriore problema per il quale abbiamo chiesto lumi all’assessore è la presenza di amianto nelle coperture dei capannoni della Caserma: «La Difesa ci ha assicurato di avere compiuto tutti gli adempimenti atti a mettere il materiale in sicurezza. Certamente con i lavori andrà rimosso, e sarà uno dei costi grossi dell’operazione».

    Non rimane che augurarsi che l’Amministrazione nel suo complesso riesca a non perdere l’occasione di recuperare questo grande spazio, che potrebbe diventare un importante polmone verde  per il Lagaccio, un quartiere piuttosto congestionato, sia da un punto di vista della viabilità , sia dal punto di vista della densità abitativa.

    Carlo Ramoino

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  • Pra’, al via i lavori per il Parco Lungo. La corsa contro il tempo del Comune dopo anni di immobilismo

    Pra’, al via i lavori per il Parco Lungo. La corsa contro il tempo del Comune dopo anni di immobilismo

    cantiere-stazione-praL’onda lunga dell’alluvione rischia di estendersi fino a Pra’. Secondo alcune notizie circolate nei giorni scorsi, l’assessore regionale allo Sviluppo economico, Renzo Guccinelli, starebbe pensando di recuperare alcune risorse per le imprese, disastrate dalle ultime catastrofi ambientali, dai lavori non ancora conclusi dei Por. Tra questi, appunto, gli interventi più sostanziosi della riqualificazione di Pra’ marina. Un rischio che ha subito messo in allarme i consiglieri comunali Caratozzolo (Pd), Repetto (Udc) e Pastorino (Sel) che hanno chiesto all’assessore ai Lavori Pubblici, Gianni Crivello, quali siano le azioni che l’amministrazione ha intenzione di mettere in campo per scongiurare quella che sarebbe «una vera e propria iattura per tutta la città».

    «Non vogliamo porci in contrapposizione con la Regione – ha esordito l’assessore Crivello – perché siamo ben consapevoli di quanto sia importante tutelare le imprese in questo momento ma i fondi vanno individuati altrove, non si possono cercare nella realtà dei Por». In sintesi, i soldi di Pra’ restino a Pra’. Per passare dalle parole ai fatti, tuttavia, c’è bisogno di una concreta velocizzazione dell’apertura dei cantieri. Anche su questo punto Crivello vede positivo e annuncia la richiesta all’Europa di una proroga sul termine inflessibile di fine 2015: «È indubbio che stiamo continuando a lavorare sul filo e che dovremmo proseguire ventre a terra ma, per non rischiare di andare lunghi, proprio oggi (ieri per chi legge, NdR) abbiamo scritto con il sindaco una lettera a Burlando e Guccinelli chiedendo che si facciano intermediari con l’Europa per una richiesta di proroga, in virtù della situazione di emergenza che stiamo vivendo sul territorio. E per questo chiediamo una mano anche ai parlamentari liguri nazionali ed europei».

    pra-canale-calma-fascia-rispetto-3Il rischio, però, è che quella dell’alluvione diventi una coperta per nascondere altre responsabilità. Se, infatti, è vero che il Por di Pra’ ha subito una serie di rallentamenti non imputabili all’amministrazione (ritrovamento di amianto, richieste di variante al progetto iniziale, ostacoli burocratici da Regione e Provincia) è altrettanto vero che il progetto è in ballo ormai da sei anni: «Rischiamo di perdere 15 milioni di euro per un territorio che ha patito tutto il patibile – commenta con rabbia il presidente del Municipio Ponente, Mauro Avvenente – e adesso andiamo a dire ai cittadini “scusate, ci siamo sbagliati”? Sinceramente non credo che si possa realmente tornare indietro perché per alcuni lavori siamo arrivati alla firma dei contratti, ci sono gare ormai aggiudicate e si dovrebbero pagare penali salatissime in caso di revoche. Qualche preoccupazione in più c’è sicuramente per quei lavori che devono ancora essere assegnati. Ma non è possibile arrivare sempre all’ultimo secondo: non credo sia normale dover ancora far partire i lavori a un anno dalla scadenza. Non è più possibile andare avanti così: siamo un Paese troppo contorto, bisogna semplificare le procedure, nel rispetto della legge, perché la gente non le capisce e non le accetta più».

    «Non credo – ha replicato Crivello, di cui tutti hanno sottolineato la determinatezza a portare a compimento questi lavori – che la richiesta di proroga oggi possa essere considerata una giustificazione non realistica e non concreta: basta spostarsi pochi chilometri da Pra’ per capire come sia critica la situazione in Val Cerusa. Gli uffici tecnici che si stanno occupando dell’emergenza frane sono gli stessi che dovrebbero seguire le pratiche dei Por. Sarebbe un paradosso perdere quei soldi in una situazione in cui abbiamo visto riconosciuto uno stato di calamità per l’alluvione dei primi di ottobre e ne abbiamo chiesto altri per le successive. Non credo che l’Europa possa, da un lato, riconoscere la tragedia e, dall’altro, non considerare l’evento come straordinario negando una proroga di alcuni mesi».

    In attesa dell’eventuale proroga, la prima parte dei lavori del Parco Lungo dovrebbe essere contrattualizzata con la ditta Unieco entro dicembre: l’amministrazione sembra essere intenzionata a chiedere la calendarizzazione dei lavori sul doppio turno giornaliero, con una serie di premialità in corso d’opera per la riduzione dei tempi di consegna. Entro fine gennaio dovrebbero partire anche la seconda parte di lavori per il Parco lungo e i cantieri del Parco di Ponente, la cui gara verrà pubblicata la prossima settimana. In questo caso, come per il nuovo approdo Navebus (gara in partenza entro la metà di dicembre, apertura offerte a metà febbraio, inizio lavori a marzo), i tempi di realizzazione sono più brevi e la consegna dovrebbe arrivare entro settembre/ottobre 2015. L’obiettivo, almeno per il momento, resta fissato a fine dicembre 2015 come per tutti gli altri Por, pena restituzione all’Europa dei fondi non utilizzati e di quelli già investiti.

    Simone D’Ambrosio

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