Tante volte, ahinoi, in questo funesto autunno ci siamo imbattuti nella ricerca di informazioni per quanto riguarda le precipitazioni. Previsioni d’ogni sorta, quelle “ufficiali” formulate dall’Arpal e quelle disponibili nei tanti siti e nelle tante applicazioni meteo. Tra un’allerta e l’altra, nelle scorse settimane Era Superba si è guardata intorno e ha scoperto che proprio un’azienda genovese, insieme all’Università di Genova, sta lavorando ad un progetto innovativo. Non una soluzione definitiva, certamente, ma qualcosa che parte da un punto di vista diverso da quelli conosciuti e che può integrare le strumentazioni attualmente a disposizione. Abbiamo chiesto di raccontarci la storia di Smart RainFall System ad Andrea Caridi di Darts Engineering srl e al Professor Daniele Caviglia dell’Università di Genova.
Che cosa è Smart RainFall System?
Uno strumento per il monitoraggio delle precipitazioni in tempo reale. «Ciò significa che ci collochiamo – spiega Caridi – in uno spazio ben preciso che non è quello della previsione ma del monitoraggio». Lo scopo non è prevedere che tempo farà domani ma monitorare con precisione quello che sta accadendo in quel preciso momento.
Due gli elementi di innovazione del sistema rispetto agli strumenti che vengono utilizzati normalmente. Il primo è il fatto che la misurazione sia effettuata in real time, le strumentazioni utilizzate oggi, infatti, forniscono nuovi dati secondo scadenze, cioè ogni 10 minuti, ad esempio.
Il secondo elemento è rappresentato dalla possibilità di poter localizzare in maniera fine, dettagliata l’evento atmosferico, cioè può fornire mappe pluviometriche (quelle che ci siamo ormai abituati a vedere sempre più spesso come immagine correlata alle notizie) ad alta risoluzione. Questo perché il sistema progettato utilizza dati provenienti dalle parabole satellitari, che permettono di raccogliere informazioni su ciò che sta accadendo intorno a loro in tempo reale nello spazio fra esse e il satellite – in media 36mila km separano parabola e satellite – «il fenomeno precipitativo avviene più vicino alla terra, tipicamente si tratta di 3/6 chilometri difronte alla parabola, questo permette di avere quei dati precisi e dettagliati» spiega Caridi. L’analisi del segnale satellitare fornisce il numero in millimetri orari di pioggia caduta in tempo reale. Il sistema funziona quanto più è fitto di parabole, «mettendo insieme i dati di diversi satelliti è possibile costruire una mappa pluviometrica il più possibile dettagliata», aggiunge il prof Caviglia.
Le parabole già ci sono sui nostri tetti o balconi, basterebbe posizionare su di loro il sensore che raccoglie i dati e li mette in rete.
Si tratterebbe di una soluzione poco costosa dato che l’infrastruttura esiste, manca il “raccoglitore, elaboratore e distributore” delle informazioni. Questo strumento, grosso come una scatola di caramelle, è al centro del lavoro di Darts e Università. Si tratta di inserire fra decoder e satellite il sensore che raccoglie i dati, elabora le mappe e le mette a disposizione su internet. «Il nostro dato può essere inserito nei sistemi attuali dei modelli idrologici per dare una previsione a brevissimo termine di quello che succederà al suolo – continua Caridi – non diventa uno strumento di previsione ma dà l’opportunità ad altri di esserlo, apre molte porte al sistema di previsione».
Senza contare che avere i dati in tempo reale disponibili sul web, potrebbe aprire altre strade riguardo alla comunicazione durante le emergenze, i dati sarebbero certo nelle mani dei tecnici e studiosi, ma potrebbero essere destinate anche alle istituzioni per una tempestiva comunicazione e ai media, ad esempio, fino al singolo cittadino.
Come avvengono oggi le previsioni meteo?
Oggi non vediamo informazioni in tempo reale, sottolineano da Darts, le mappe che vediamo sono aggiornate normalmente con scadenza di una decina di minuti e non sono così dettagliate rispetto al territorio. Radar e pluviometri non possono da soli essere così precisi. Il Radar (in Liguria ne abbiamo uno che monitora l’intera regione) è uno “scanner” spaziale che ci racconta che succede in una zona con un raggio di circa un chilometro, e impiega del tempo a visionare tutta la regione. I pluviometri (circa 200 in Liguria) sono, in parole povere, dei “secchi” che informano su quanto sta piovendo in quella precisa zona nella quale si trovano.
Pare proprio che Smart RainFall possa rappresentare un aiuto concreto nel monitoraggio delle precipitazioni. Nel frattempo è partita una sperimentazione sulle città di Genova e Firenze, che proseguirà almeno per 12 mesi ed è stato depositato un brevetto congiunto fra Darts e Università sia a livello italiano che europeo che è in attesa di esito.
Smart RainFall è parte di un progetto più ampio co-finanziato dalla Regione il cui tema è la mobilità urbana. Ultima novità la fondazione di uno spin off universitario che si configurerà come una start up (Artýs – Advanced enviRonmental moniToring and analYsis Systems) orientata a fornire servizi innovativi nell’ambito del monitoraggio ambientale.
L’obiettivo è quello di poter coinvolgere la cittadinanza che può diventare parte attiva nella complesso tema della sicurezza urbana, magari proprio offrendo la parabola sul terrazzo per l’installazione del sistema.
Vedremo, intanto aspettiamo i primi report sull’attività di sperimentazione.
Claudia Dani
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Il futuro della Valletta San Nicola (o Carbonara) ci è sempre stato a cuore. Sarà perché si intravede la possibilità di recuperare uno dei pochi polmoni verdi così preziosi rimasti in città, sarà perché questo recupero muove imprescindibilmente da un progetto nato dai cittadini, quella politica dal basso che tanto sosteniamo e che, per una volta, può effettivamente avere uno sbocco concreto. Fatto sta che su Era Superba abbiamo sempre dato conto dell’iter istituzionale che, finalmente, sembra aver piantato un mattoncino importante per quest’aera, che sorge alle spalle dell’Albergo dei Poveri e sale fino alla collina di San Nicola, che per decenni ha ospitato le serre comunali.
Qualche settimana fa la giunta ha approvato una delibera che dà il via libera a un nuovo contratto d’affitto fino alla fine del 2015 tra l’amministrazione, beneficiaria dei terreni, e l’Istituto Brignole, proprietario. Si tratta, in sostanza, della riproposizione di un accordo esistente fin dal 1970 e rinnovato tacitamente fino a fine 2001 quando l’Istituto inviò una lettera di sfratto al Comune. In realtà, l’area non è mai stata totalmente abbandonata per la necessità da parte di Tursi di mantenere in loco il vivaio pubblico (compresa la storica collezione di felci e piante tropicali) nonché alcune attività di rimessaggio di Amiu. Questa situazione, tuttavia, ha dato luogo a un complicato contenzioso tra Comune e Regione, da cui dipende l’Istituto Brignole, nel momento in cui quest’ultimo è stato messo in liquidazione a fine 2012.
«La vertenza per quanto riguarda il pregresso – spiega Simone Leoncini, presidente del Municipio I Centro Est – è piuttosto complicata e, di conseguenza, l’iter per l’accordo di programma va un po’ a rilento. Ma il Patrimonio e l’Istituto Brignole stanno ragionando su alcune permute che potrebbero far chiudere anche questo capitolo e arrivare alla quantificazione del diritto di superficie a lunga durata in favore del Comune».
La soluzione definitiva è sancita proprio dalla delibera accennata ma è maturata soprattutto in virtù del confermato orientamento da parte di Tursi a non modificare l’attuale destinazione d’uso agricola e di verde pubblico dell’area (prevista anche nel nuovo Puc) in favore di speculazioni edilizie, dando attuazione a quanto previsto dalla Soprintendenza ai Beni architettonici e dalla volontà testamentaria del primo proprietario, Emanuele Brignole. In attesa di una soluzione del pregresso (ovvero gli ultimi 13 anni di occupazione della Valletta da parte del Comune) e della sigla di un contratto di locazione a lunga gittata o di un diritto di superficie il più possibile permanente, la Regione ha dato il proprio nulla osta per concedere nuovamente l’area in affitto al Comune fino alla fine del prossimo anno, escludendola di fatto dai beni alienabili da parte del liquidatore dell’Istituto Brignole.
L’accordo tra istituzioni
Impensabile, tuttavia, che gli oltre 25 mila metri quadrati continuino a restare semi-abbandonati, fatte salve quelle poche aree di diretto interesse per l’amministrazione. Ecco, allora, che contestualmente al nuovo contratto di locazione tra Comune e Istituto Brignole, la delibera approvata in giunta dà il via libera anche a un accordo di indirizzo tra tutti gli enti interessanti alla gestione e alla valorizzazione degli spazi. Tra questi, infatti, c’è anche l’Università che sta completando la riqualificazione del confinante complesso monumentale dell’Albergo dei Poveri, su cui l’ateneo ha acquisito il diritto di superficie per i prossimi 50 anni, e che si è detta pronta a mettere a disposizione il proprio know-how a supporto delle nuove attività che coinvolgeranno la Valletta in cambio di qualche spazio verde per il nascente Campus.
Regione e Comune, invece, si sono impegnati a ricercare finanziamenti pubblici, magari sotto forma di bando europeo, per la copertura degli investimenti necessari alla realizzazione del progetto che verrà.
La proposta
Ma qual è il progetto che le istituzioni hanno in mente per riqualificare la Valletta? Negli accordi fin qui siglati di certo resta solo la vocazione agricola e il verde pubblico, il resto è ancora tutto molto fumoso. Sul futuro dell’area, si sa, sta lavorando ormai da parecchio tempo il comitato “Le Serre”. La proposta dei cittadini (qui l’approfondimento) punta molto sulla gestione partecipata del verde pubblico, con la realizzazione di orti urbani che fungano da naturale spazio di aggregazione sociale, affiancati ad attività ricreative, didattiche e turistiche, con la valorizzazione delle serre storiche, e produttive, attraverso l’insediamento di un polo botanico per la produzione orticola e vivaistica prettamente locale. Alcune attività sono meglio delineate in una mozione, presentata da Marianna Pederzolli (Lista Doria) e approvata a larga maggioranza dal Consiglio comunale a giugno 2013, in cui si fa esplicito riferimento all’assegnazione in comodato d’uso gratuito di alcune aree a progetti innovativi nel settore della green economy, della ricerca e della produzione agro-alimentare. Inoltre, si prevede la realizzazione di un Osservatorio del paesaggio rurale, con la regia delle facoltà umanistiche dell’Università e dell’Orto botanico, che funga da coordinatore e promotore di azioni di valorizzazione del patrimonio culturale, urbanistico e rurale della città, e si impegnano sindaco e giunta a inserire il complesso della Valletta Carbonara – San Nicola, una volta recuperato, all’interno dei percorsi museali del centro di Genova.
«Proprio venerdì scorso – ci racconta Leoncini – abbiamo fatto un incontro all’assessorato all’Ambiente a cui ha partecipato anche il comitato Le Serre. Dal momento che l’area è passata fino a fine 2015 tutta al Comune dobbiamo iniziare a capire come far diventare da subito protagonisti i cittadini: certamente si può partire con una pulizia accurata degli spazi ma l’obiettivo è quello di giungere all’affido almeno di una parte del verde. Insomma, le cose si stanno muovendo e presto faremo un altro sopralluogo».
«Finalmente riprende quel percorso partecipativo che speriamo ci permetta di entrare a pulire e zappare un po’ la terra veramente a breve» conferma Franco Montagnani del comitato “Le Serre”. «Dopo i primi passi della primavera scorsa, il confronto si era un po’ bloccato per dar modo al Comune di chiudere l’accordo con l’Istituto Brignole. Adesso possiamo tornare alla carica chiedendo l’affido della Valletta, in modo da poter iniziare a valorizzare questo bene pubblico insieme con altre associazioni. Anche perché oltre all’affitto fino a fine 2015 ci sono ipotesi concrete per il futuro diritto di superficie».
Ci stiamo, dunque, avvicinando quantomeno a un primo riuso temporaneo (tema che tratteremo ampiamente nel prossimo numero della nostra rivista, Era Superba 57, in uscita l’1 dicembre) che, con tutta probabilità, potrebbe aprire le porte alla riqualificazione complessiva e definitiva di un’area che sarebbe malauguratamente dovuta diventare un parcheggio e che, grazie alla spinta dei cittadini, al sostegno del Municipio Centro Est e all’ascolto di Consiglio e Giunta comunali, sta per tornare in un certo qual modo alla sua vocazione naturale. Un esempio virtuoso che può servire da sprone per tante altre aree abbandonate o sottoutilizzate che in città, certo, non mancano.
Simone D’Ambrosio
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«È un anno è mezzo ormai che non seguo più costantemente le questioni di via Shelley, in attesa che venga approvato il nuovo piano regolatore» ci racconta, quasi sconsolato Lucio Parodi, geometra in pensione e già consigliere comunale a metà degli anni ’70. Una sconsolatezza piuttosto motivata, se si tiene presente che la realizzazione della nuova viabilità pubblica di collegamento tra corso Europa e via Monaco Simone, legata a doppia mandata con un significativo intervento edilizio proposto dal Consorzio cooperative Rio Penego 2 e la messa in sicurezza idrogeologica del medesimo corso d’acqua, va avanti dal 1981.
Ricorsi, controricorsi, intervenuti della magistratura, conferenze dei servizi chiuse da commissari con mandato scaduto, quella che da sempre viene sintetizzata come “la storia via Shelley”, che a più riprese abbiamo raccontato sulle pagine di Era Superba, è uno dei più fulgidi esempi dell’assurdità della burocrazia italiana. Ma, adesso, finalmente qualche tassello sembra poter andare a posto. Il tutto per “merito” di un’emergenza idrogeologica che riguarda il rio Penego.
Come dimostrato anche dagli allagamenti nell’autunno/inverno 2013-2014, con l’acqua che defluiva lungo via Shelley provocando anche la rottura del manto stradale, la tombinatura del rio Penego non risulta funzionale: accertamenti disposti dalla Provincia hanno dimostrato che l’unico tratto di tombinatura adeguato dal punto di vista idraulico è quello che riguarda i primi 120 metri del corso d’acqua, fatta eccezione per la necessità di un intervento di messa a norma del fondo. La seconda parte di tombinatura, invece, realizzata tra gli anni ’60 e ’70 dagli abitanti di via Shelley, presenta inadeguatezze tali da aver spinto il sindaco Marco Doria a emanare un’ordinanza di divieto di sosta dei veicoli nel tratto compreso tra il civico 11 e il civico 79 di via Shelley in caso di allerta meteorologica ,trasformabile all’occorrenza in interdizione al traffico veicolare e al transito pedonale.
Per eliminare in maniera definitiva l’emergenza, nel mese di marzo, il Comune di Genova aveva dato il via libera ai lavori per la messa in sicurezza della tombinatura dei primi 120 metri del rio Penego, su sollecitazione della Provincia. Ai restanti 370 metri avrebbero dovuto provvedere principalmente i residenti di via Shelley in maniera “urgente e imprescindibile in vista delle prevedibili piogge autunnali ai fini di tutela della pubblica/privata incolumità”, presentando un progetto di messa in sicurezza entro i primi di ottobre. Una scadenza non rispettata che ha portato la Provincia a commissionare al Comune anche la realizzazione di questa seconda parte di lavori accollandone i costi agli inadempienti: si parla di 650 mila euro per l’adeguamento del secondo tratto del rio Penego alla piena duecentennale secondo le norme previste dal piano di bacino.
Sistemato il rio Penego, potranno partire anche i lavori per la realizzazione della nuova viabilità pubblica e per il progetto edilizio che, nel corso degli anni, è stato sensibilmente ridimensionato e dovrebbe limitarsi alla costruzione di quattro palazzine accoppiate alla base più una quinta distaccata. «D’altronde – ricorda il geometra Parodi – sono passati oltre 40 anni da quando il Consiglio comunale stava valutando l’opportunità di creare un collegamento più facile tra Apparizione e Corso Europa e si era bloccato proprio per approfondire le proposta del prolungamento di via Monaco Simone».
Gli accordi iniziali tra Comune e Consorzio Penego 2 prevedevano, come oneri di urbanizzazione per l’operazione edilizia, l’adeguamento idraulico della tombinatura del primo tratto del rio Penego in carico a Tursi e la realizzazione della strada di collegamento tra corso Europa e via Monaco Simone in carico ai privati. Un intervento dal costo complessivo di poco superiore ai 5 milioni di euro, già previsto nel piano triennale dei lavori pubblici 2014-2016. Oggi si dovrebbe sostanzialmente ripartire da qui, con l’aggiunta, come detto, dei lavori di messa in sicurezza della seconda parte del rio.
Il progetto negli ultimi anni è stato bloccato per un ricorso al Tar vinto dagli abitanti di via Shelley, contrari a nuovi insediamenti nella zona. Ma il tribunale amministrativo ha sostanzialmente confermato la validità dell’istruttoria realizzata dalla Conferenza dei Servizi che, tuttavia, aveva approvato definitivamente il progetto quando il commissario ad acta era ormai stato formalmente rimosso dal suo incarico. Si tratta, dunque, di convocare una nuova Conferenza dei Servizi che non dovrà far altro che deliberare nuovamente i documenti già approvati. A quel punto potrà finalmente partire la gara per l’assegnazione dei lavori.
Simone D’Ambrosio
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Addio parcheggio degli autospurghi in via Lodi. Ricupoil, società che si occupa principalmente di stoccaggio di oli esausti e che ha sede sulla sponda opposta del Bisagno, dovrà rinunciare a quella che ultimamente era diventata una sorta di rimessa abusiva di mezzi pesanti. La ditta ha acquisito gli spazi ex Moltini dal curatore fallimentare della Piombifera, il quale nel 2010 aveva chiesto l’avvio della conferenza dei servizi per approvare un progetto di conversione dell’ormai ex area industriale in funzione residenziale. La nuova proprietà, tuttavia, prima dell’estate ha formalizzato la propria rinuncia a portare avanti questa riqualificazione, probabilmente a causa degli eccessivi oneri urbanistici richiesti dal Comune e che riguardavano soprattutto la messa in sicurezza idrogeologica del rio Preli e l’allargamento della sede stradale.
«Il ritiro del progetto edilizio – spiega il vicesindaco e assessore all’Urbanistica, Stefano Bernini – farebbe venire meno la variante al Puc vigente che era stata approvata dal Consiglio comunale per dare via alla riqualificazione dell’area. Erroneamente qualcuno potrebbe pensare al ritorno in vigore dell’originaria destinazione produttiva, in realtà non è così: a fare fede è il preliminare del nuovo Puc approvato nel 2011 in cui è confermata la nuova destinazione prevalentemente residenziale. Per evitare qualsiasi equivoco, comunque, abbiamo pensato a una delibera ad hoc in cui ribadiamo con forza che nell’area dell’ex Piombifera non potrà essere riattivata la funzione produttiva dismessa nel 2005».
Tirano un sospiro di sollievo gli abitanti della zona, molto preoccupati dal continuo passaggio di mezzi pesanti nei pressi della vicina scuola e in concomitanza con una strada piuttosto stretta, per di più con lunghi tratti di marciapiede inadeguato o addirittura assente.
«Il proprietario – riprende Bernini – pensava di poter fare una furbizia utilizzando l’area come parcheggio dei propri mezzi pesanti: ma si tratterebbe di utilizzare l’attività produttiva di un’azienda che in realtà ha cessato di esistere nel 2005 e che non si può riesumare dopo 9 anni pretendendo di far valere una norma generale che vorrebbe la possibilità di portare avanti l’attività nella stessa area solo con l’adeguamento delle norme di sicurezza».
Il testo della delibera, ancora al vaglio della Commissione ma che entro fine mese dovrebbe con tutta probabilità approdare in Consiglio, prescrive per l’area di via Lodi la “riconversione per realizzare un nuovo insediamento con funzione principalmente residenziale e contestuale recupero di spazi per servizi pubblici di quartiere, mediante interventi di demolizione e ricostruzione degli edifici esistenti a parità di superficie agibile (circa 6 mila metri quadrati, ndr)”. Nell’area sono ammesse anche attività di artigianato minuto e non inquinante, servizi privati, connettivo urbano, esercizi di vicinato, servizi e parcheggi pubblici e anche parcheggi privati pertinenziali non interrati.
«L’intervento di riconversione dell’area – ha spiegato l’architetto De Fornari della direzione Urbanistica – comporterebbe comunque la necessità di tenere presente gli obblighi di riassetto idrogeologico del rio Preli, con una riqualificazione del corso d’acqua attraverso interventi di rinaturalizzazione, il miglioramento dell’efficienza idraulica del sito anche attraverso il recupero di spazi verdi in piena terra e l’utilizzo di verde pensile sulle coperture. Il tutto potrebbe comportare anche la necessità di una riduzione sostanziosa della superficie edificabile».
Nei prossimi giorni, nel corso di una nuova seduta della Commissione, dovrebbero essere ricevuti i lavoratori della Ricupoil preoccupati per il proprio futuro (anche se qualche voce vede la cosa più come una missione voluta dal datore di lavoro, dal momento che i dipendenti non sembrano essere sindacalizzati e quindi legati a doppia mandata al proprietario dell’azienda). L’intenzione dell’amministrazione, comunque, sembra piuttosto chiara: «Non siamo di fronte alla riduzione della capacità di lavoro di Ricupoil – sostiene il vicesindaco – perché le attività potranno tranquillamente continuare a essere svolte nella sponda opposta del Bisagno dove la ditta ha la propria sede. Il Comune non può farsi carico del rischio d’impresa di Alberti (proprietario della Ricupoil, ndr) che deve spostare il rimessaggio degli autospurghi attualmente a Fegino in un’area ormai venduta: starà a lui trovare altri spazi che non potranno essere quelli di via Lodi».
Passate le forche caudine della Sala Rossa, il provvedimento potrebbe prestare il fianco a qualche ricorso da parte degli interessati, anche se gli uffici comunali hanno lavorato in modo certosino per garantire la maggior inattaccabilità possibile ai provvedimenti.
A fianco alle questioni urbanistiche, infatti, potrebbero arrivare anche due ordinanze del settore Mobilità: «Abbiamo pensato a un provvedimento che interdica in maniera perpetua su tutta via Lodi il transito degli autocarri che superano le 7,5 tonnellate – spiega l’assessore alla Mobilità, Anna Maria Dagnino – e una disposizione più restrittiva a 3,5 tonnellate negli orari di entrata e uscita dalla scuola». Si tratta di strumenti che garantirebbero maggiori possibilità di intervento al Comune qualora Ricupoil non dovesse attenersi alle confermate disposizioni urbanistiche, magari impendendo l’accesso alla civica amministrazione nelle aree ex Moltini.
Secondo alcuni, tuttavia, le due disposizioni di mobilità potrebbero non essere sufficienti a evitare il parcheggio dei mezzi della Ricupoil in via Lodi. Per provvedimenti più restrittivi come l’interdizione totale ai mezzi superiori alle 3,5 tonnellate, però, sarebbe necessario un intervento più complicato di sicurezza stradale (tra l’altro di competenza dell’assessore Fiorini) e non di stretta mobilità che, invece, è subordinata ai parametri necessari per consentire il transito dei bus da 8 metri che servono la zona.
Seguendo la via della legalità, alla società che ha da poco acquisito le aree non resterebbe che presentare al Comune un nuovo progetto di riqualificazione residenziale o tentare di rivendere a sua volta le aree. Ricupoil avrebbe potuto intraprendere il cammino della mediazione con Tursi: il parcheggio degli autospurghi sarebbe, infatti, probabilmente stato accettato a fronte di alcuni oneri di urbanizzazione come l’allargamento della sede stradale nei pressi della scuola e, naturalmente, la messa in sicurezza del rio Preli. Adesso, invece, la società rischia anche di non poter sfruttare le strutture acquistate neppure per trasferire i propri uffici dal momento che si ricadrebbe in una destinazione d’uso direzionale, non prevista dal nuovo Puc e dalla delibera in via di approvazione.
Concretamente, gli scenari che potrebbero realizzarsi rischiano di ridursi a due: il sorgere di un infinito contenzioso tra pubblico e privato o la nascita dell’ennesima grande area dismessa e dimenticata in città. Anzi, a ben pensarci, le due situazioni sarebbero pure compatibili anche se, per una volta, forse ai cittadini potrebbe andare bene così, a patto che qualcun altro si occupi della messa in sicurezza idrogeologica del rio Preli.
Simone D’Ambrosio
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Nella più classica delle zone Cesarini la giunta comunale ha dato il via libera alla presentazione di tre progetti preliminari per la riqualificazione di altrettante strutture sportive cittadine a un bando regionale (scaduto il 31 ottobre) che punta a distribuire circa 25 milioni di euro “avanzati” dagli ex fondi Fas. A beneficiare di questi contributi, che in minima parte potrebbero essere affiancati da qualche spicciolo messo a disposizione del Comune, potrebbero essere due storiche piscine genovesi come la Mameli di Voltri e la Massa di Nervi, del cui stato di degrado abbiamo già più volte parlato sulle pagine di Era Superba. A questi si potrebbe affiancare anche una nuova sede per i galeoni delle regate storiche delle Repubbliche Marinare, che sarebbero custoditi sempre nel complesso del centro veliero di Prà ma in una struttura ad hoc. Da sottolineare come la realizzazione di tutti e tre i progetti preliminari sia stata sostanzialmente a costo zero: per il capannone del Galeone ci hanno pensato gli uffici comunali, per la Mameli il disegno è stato regalato al consorzio Utri Mare dall’architetto Marco Pesce, per la Massa la donazione è arrivata dall’architetto Luca Mazzari.
«Non ci siamo fatti mancare nulla come amministrazione – scherza l’assessore allo Sport, Pino Boero – nel senso che appena sono arrivato mi hanno restituito le chiavi della piscina Massa. Abbiamo cercato delle soluzioni tampone per alcuni di questi impianti chiusi ormai da anni ma era necessario risolvere i problemi alla radice. Non si poteva fare un bando perché difficilmente si sarebbero trovate società disposte a investire in questo momento economico. Abbiamo dunque cercato di sfruttare la disponibilità della Regione Liguria sulla rimodulazione dei fondi Fas per gli anni 2007-2013 e naturalmente la programmazione per quelli 2014-2020 scegliendo questi progetti che chiederanno anche un esborso da parte del Comune, seppure minimale».
Non sono riusciti a rientrare nel bando altre due strutture da tempo chiacchierate: la piscina Nico Sapio di Multedo, per cui non c’erano i tempi tecnici per giungere a un progetto neppure preliminare, e il complesso tennistico di Valletta Cambiaso, al contrario di quanto anticipato qualche mese fa dall’assessore Boero.
Ora la palla passa alla Regione. «Non posso sapere come la Regione disporrà di queste risorse – dice Boero – ma a noi interessava dimostrare che davanti a strutture fatiscenti il Comune si è impegnato a cercare una strada sicura, seppure probabilmente non rapidissima, per avviare le riqualificazioni». E se i fondi non dovessero essere concessi? «Non voglio fare nessun piano B almeno finché qualcuno non mi deluderà sul piano A» dichiara l’assessore. «Non voglio certo dire che la Regione ci debba dare tutto e subito ma questi sono i progetti che abbiamo indicato ed è chiaro che qualcosa ci aspettiamo: se non tutto arriverà, aspetteremo il prossimo giro».
Ma vediamo più da vicino i tre progetti in corsa per i finanziamenti.
La piscina Massa di Nervi
Il disegno della nuova piscina Massa, che con tutta probabilità verrà presentato ai cittadini nel corso di un incontro pubblico entro la fine del mese, prevede l’abbattimento delle gradinate che attualmente danno sull’asfalto, il rifacimento di tutti i locali interni e, soprattutto, la messa a norma della vasca che dovrebbe, quantomeno in via preliminare, allargarsi alle dimensioni regolamentari per la pallanuoto (33×20 metri con una profondità di 2 metri).
«Purtroppo – spiega il presidente del Municipio Levante, Nerio Farinelli – non è stato possibile rendere partecipe la comunità prima della presentazione del progetto preliminare ma i tempi erano davvero molto stretti. Ottenere questi finanziamenti per noi sarebbe un grande successo perché ci abbiamo lavorato ininterrottamente da settembre anche grazie alla preziosa collaborazione dell’architetto Mazzari e del suo staff».
L’aspetto forse più prestigioso di questo progetto è la richiesta di finanziamento per il rifacimento della pavimentazione di tutto il molo di Nervi per dare continuità alla Passeggiata Anita Garibaldi, che in questo modo arriverebbe fino al faro. E la piscina sarebbe anche un bel vedere grazie a un gioco di vetri e trasparenze, che garantirebbe appetibilità agli spazi interni pensati per convegni e altre attività non prettamente agonistiche.
Costo complessivo: 3,5 milioni di euro, di cui 2 per la piscina e 1,5 per la riqualificazione viaria. «Si tratta di una struttura piuttosto semplice e leggera – riprende Farinelli – che si inserisce bene nel contesto del porticciolo e crea un collegamento naturale con il borgo e la passeggiata. Siamo riusciti ad avere il via libera per provare ad acchiappare i finanziamenti europei in extremis ed è una cosa che ci riempie di gioia. Peccato solo che arrivi in un momento in cui la città avrebbe bisogno di ben altri fondi su altre poste per riprendersi dall’alluvione: ma questi, purtroppo, sono finanziamenti vincolati e se non venissero spesi su queste partite sportive andrebbero persi».
La Mameli di Voltri
Progetto riqualificazione Mameli di Voltri – Prospetto Est
Altra storica piscina che potrebbe rinascere grazie all’intervento dei fondi europei è la Mameli di Voltri. Come noto, la struttura rientra nella concessione demaniale affidata al consorzio Utri Mari, una sorta di partecipata del Comune di Genova, che si occupa anche della gestione della società sportiva e della passeggiata ponentina. Il progetto di riqualificazione, realizzato dall’architetto Pesce socio del consorzio che ha chiesto l’intervento di Tursi per trasformare il disegno in realtà, prevede anche in questo caso il rifacimento integrale della vasca secondo le prescrizioni della FIN per la pallanuoto agonistica. Nuovi saranno anche gli spogliatoi dopo che le vecchie strutture erano state demolite da Autorità Portuale assieme a una desueta falegnameria. Tutta l’impiantistica interna sarà rivista per consentire un abbattimento dei costi di gestione che, tuttavia, potranno contare anche sugli introiti provenienti dalla spiaggia libera attrezzata prospiciente, anch’essa interessata dal restyling. Infine, è prevista anche l’eliminazione del “pallone” e la sua sostituzione con una copertura telescopica che consenta di fare attività al coperto in inverno (con la protezione anche di una parte delle gradinate) e all’aperto in estate.
«Una delle regioni per cui la pallanuoto ha perso molto del suo appeal – spiega il presidente del Municipio Ponente, Mauro Avvenente – è stata il suo confinamento nei mesi invernali dentro le piscine. Non a caso società storiche come la Mameli o la Sportiva Nervi sono fallite. Con questo intervento, non solo architettonico ma anche funzionale con nuove attrezzature per il riscaldamento e il filtraggio delle acque, pensiamo a far rinascere una piscina storica aperta nel 1956. Speriamo che la Regione tenga conto anche dell’alto valore sociale di un impianto sfruttato dai bambini delle scuole, dai ragazzi differentemente abili, da chi non ha grandi disponibilità economiche e dai carabinieri subacquei di Voltri».
I costi per l’intera riqualificazione dovrebbero aggirarsi attorno ai 3,3 milioni di euro (2,5 milioni per le strutture, 830 mila euro per l’efficientamento energetico).
I tempi di realizzazione sono comunque ancora lunghi, come ci spiega Andrea Mariani, funzionario dell’assessorato allo Sport: «Se la Regione dovesse confermare i fondi in tempi piuttosto rapidi, abbiamo previsto un cronoprogramma che attraverso le necessarie procedure a evidenza pubblica arrivi ad affidare i lavori entro la fine del 2015». I cantieri a quel punto dovrebbero durare non meno di 2 anni. «I lavori sono piuttosto complessi – ricorda Mariani – ma il progetto prevede una realizzazione per lotti progressivi in modo che l’intero complesso possa riaprire le porte ai cittadini prima di tre anni».
La speranza per il presidente di Municipio Avvenente è di poter vedere qualcosa di concreto entro la fine del suo secondo mandato (primavera 2017): «Sarei la persona più felice del mondo se potessi vedere la fine di una serie di opere come il Por di Prà e la riqualificazione della Mameli: potrei andarmene a pescare soddisfatto».
Prà, nuova casa per il galeone storico
Un po’ a sorpresa il terzo progetto che potrebbe rientrare nei finanziamenti ex Fas è il rifacimento della struttura che ospita i due galeoni storici utilizzati, negli ultimi anni con scarsissimi risultati, per le regate delle Repubbliche Marinare. Le imbarcazioni sono attualmente conservate nel capannone centrale del centro veliero di Prà; tuttavia, l’area è stata concessa quest’estate alla Federazione italiana canottaggio che realizzerà il primo centro di eccellenza nazionale per giovani promesse e grandi campioni.
«Avere atleti provenienti da ogni dove che potranno trovare strutture adeguate per fare sport è una grande opportunità per il Ponente» dice Avvenente. «Con 450 mila euro dei Por riusciremo a sistemare il campo di regata e stiamo pensando anche all’accoglienza e alla ricettività: a Villa de Mari nascerà un ostello che lavorerà in simbiosi con gli impianti sportivi della Fascia di Rispetto». Così vedere nuotare nella piscina di Prà campioni internazionali del calibro di Ryan Lochte, come successo i giorni scorsi, o vogare i futuri eredi dei fratelli Abbagnale potrebbe trasformarsi da eccezione a norma.
Ecco allora la necessità di spostare i due galeoni in una struttura che potrebbe fungere anche come una sorta di museo o, comunque, di polo attrattivo attraverso una superficie trasparente per dare visibilità a un’attività su cui l’amministrazione vorrebbe puntare nei prossimi anni. Qui i costi sono decisamente più bassi rispetto a quelli delle altre due opere e dovrebbero aggirarsi attorno ai 460 mila euro.
Nico Sapio a Multedo: verso una svolta?
C’era una terza struttura a Ponente che sarebbe rientrata volentieri tra gli impianti da riqualificare attraverso i fondi europei: stiamo parlando della piscina Nico Sapio di Multedo, la cui situazione purtroppo non si è potuta sbloccare per mancanza di un vero e proprio progetto di rilancio.
«Mia nonna – sorride amaro il presidente Avvenente – diceva sempre che per poter sperare di vincere la lotteria di Capodanno bisogna almeno comprare un biglietto. Il biglietto in questo caso è rappresentato dal progetto che per la Sapio non c’è. L’assessore Boero sta valutando se far partire un altro bando oppure ragionare sull’utilizzo polifunzionale della struttura mettendo a gara anche i campetti da calcetto e tennis, che grazie all’impegno dei volontari sono stati riaperti gratuitamente a tutti i bambini della zona».
Voci di corridoio dicono che l’amministrazione sia sempre più orientata verso un project financing per la riqualificazione complessiva delle strutture. Accantonato il progetto di Multedo 1930 che versa in cattive acque economiche, parrebbe che un’altra grande società sportiva cittadina si sia fatta avanti per rilevare l’intero compendio sportivo: si potrebbe, dunque, tonare a parlare di addio alla piscina ma, prima, bisognerà convincere gli abitanti.
E Valletta Cambiaso?
Fino a qualche settimana fa sembrava che all’interno di questa infornata di fondi Fas potesse rientrare anche la riqualificazione dei campi da tennis di Valletta Cambiaso che, invece, sono rimasti fuori dal bando. Ma anche per questo progetto, assicura l’assessore Boero, le acque non sono ferme: «La riqualificazione di questi impianti probabilmente andrà avanti su altre strade: potrebbe richiedere in futuro l’intervento di fondi Fas ma non dovrebbe esserci alcuna necessità di intervento da parte del Comune perché in questo caso ci penserebbero almeno in parte i capitali privati di My Tennis, che hanno in gestione gli spazi, ed eventualmente la Federtennis».
Simone D’Ambrosio
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La scorsa puntata di #EraOnTheRoad ci ha portato a San Fruttuoso, precisamente da Borgo Incrociati a piazza Terralba, un tragitto breve ma al centro di almeno tre questioni aperte di assoluto rilievo: la situazione concreta e gli umori della popolazione dopo gli eventi alluvionali, la nuova fermata della metropolitana in piazza Martinez e la riqualificazione urbana dei parchi ferroviari dismessi di Terralba.
Il nostro percorso è partito proprio da Via Borgo degli Incrociati, dove purtroppo sono ancora evidenti i segni del passaggio dell’acqua fuoriuscita dal Bisagno. I danni causati dall’alluvione sono stati così gravi che, nonostante l’indefesso lavoro di proprietari e volontari, molti esercizi commerciali non hanno ancora potuto riaprire i battenti.
«La parola d’ordine che riassume in pieno la situazione è disastro – ci spiega il presidente del CIV locale Stefano di Bert – Chi si sta riorganizzando per riaprire lo fa con le proprie forze e senza alcuna garanzia, singolarmente o in gruppo con altri cittadini. Stiamo seguendo passo passo le attività poste in essere dal Comune, ma non siamo soddisfatti. Sembra che non riusciamo a trovare nessuno in grado di ascoltarci ed aiutarci veramente”.
Infatti, accanto a chi è al lavoro per riaprire la propria attività nel Borgo, c’è anche chi ha deciso di trasferirsi altrove, o semplicemente non se la sente di investire nuovamente, come testimoniano gli avvisi affissi sui muri: troppa la paura di nuove alluvioni, visto che quei “grandi lavori di ingegneria civile idraulica”, come li ha definiti il sindaco Marco Doria, sono ancora una prospettiva lontana nel tempo.
In via Canevari purtroppo la situazione è analoga, tanta rabbia e un sacco di lavori in corso. «Ci sentiamo abbandonati – spiega una commerciante – le istituzioni non ci stanno aiutando abbastanza, abbiamo chiesto una dilazione del pagameneto delle imposte comunali maggiore di quella che il sindaco ha già garantito, ma la risposta è stata negativa. In queste condizioni io non sono in grado di tenere aperto, qua non si vede bene– dice indicando il mobilio del suo negozio – ma fra le altre cose io avrei da cambiare tutto in negozio, il legno è fradicio, ammuffito, e tende a rompersi, ma chi ce li ha i soldi? Gli unici che veramente si sono resi utili in questo periodo sono i volontari, ai quali deve andare un grande ringraziamento».
Fra gli operatori c’è chi esprime la sua rabbia esponendo uno striscione che ricorda il rapido succedersi dal 2011 ad oggi di due alluvioni, sottolineando la paura per il futuro, così come chi esercita la sua professione in un locale privo di porta d’ingresso, sperando che arrivino finanziamenti in grado di risolvere il problema. Si rischia la fuga di molte attività dall’area con la prospettiva infelice di una rapida desertificazione della zona.
Abbiamo poi percorso Via Canevari fino a raggiungere la metropolitana di Brignole, ancora danneggiata dall’alluvione: corse ridotte con una frequenza di un viaggio ogni otto minuti a causa dell’allagamento di alcuni treni, ed un ingresso alla stazione ancora inagibile.
E proprio il tema della metropolitana ha portato la diretta fino a piazza Martinez, dove, alle spalle della scuola, dovrebbe sorgere una nuova stazione della metropolitana.
Giunti sul posto abbiamo cercato di capire quale fosse l’opinione dei residenti sul progetto: «I miei timori sono sul fonte dell’ordine pubblico –spiega una signora – la situazione di Piazza Martinez, specialmente di notte, è pericolosa, non vorremmo un peggioramento. Temo poi che i lavori possano mettere a rischio la stabilità del nostro palazzo che è particolarmente vicino all’area destinata alla nuova stazione e ha già dei problemi alle fondamenta».
Un’altra residente dichiara con amara ironia: «Una fermata della metropolitana qua sarebbe meravigliosa! Basta che dal Comune ci mandino tutti a fare dei corsi di nuoto e poi può funzionare! Qua sottoterra è pieno di rivi e falde acquifere, pensino bene prima di mettersi a scavare». In realtà bisogna sottolineare che i lavori previsti per la realizzazione di questa tratta della metropolitana dovrebbero essere compiuti in superfice, senza scavi di sorta, anche per quanto riguarda la stazione (qui l’approfondimento).
L’area destinata alla nuova stazione si trova all’interno del parco ferroviario che separa San Fruttuoso da corso Gastaldi e si estende dalla zona di piazza Giusti fino a Terralba. Ed è proprio questa grande porzione di terreno, di proprietà di Ferrovie dello Stato, ad essere al centro dell’ultima tappa del nostro sopralluogo.
Il parco ferroviario, attualmente ancora in parte operativo nelle sue funzioni di rimessa per motrici e convogli, è destinato per decisione della proprietà alla dismissione, in parte per la realizzazione della nuova stazione della metropolitana (con la speranza di poter poi arrivare sino a Terralba con ascensore di collegamento all’ospedale San Martino).
Per quanto riguarda il futuro utilizzo del grosso degli spazi rimane ancora il punto interrogativo; con il nuovo PUC in approvazione il grado di incertezza sul futuro di questo grande lenzuolo di terra incastrato tra San Martino e San Fruttuoso rimane alto. Il dibattito pubblico sul parco ferroviario conosce tuttavia un momento di grande crescita, grazie all’attività del Comitato NO Cementificazione Terralba e della sponda offerta dall’Università e dal Municipio Bassa Val Bisagno.
«Abbiamo paura– spiega Sabina Leale del comitato cittadino – che le ferrovie vogliano fare un’operazione che preveda nuova cubatura e nuovo cemento. La zona, da sempre giudicata a rischio idrogeologico, è addirittura passata con l’ultimo piano di bacino nella fascia di rischio massima. Non si può pensare di rendere impermeabile all’acqua anche questa porzione di territorio. Secondo noi l’area andrebbe restituita alla città, magari con la realizzazione di uno spazio verde, adatto alla socialità, che unirebbe San Fruttuoso, San Martino e il centro città».
Il 14 ottobre scorso il comitato ha presentato, presso il circolo ARCI Zenzero, una mostra che riunisce dieci progetti di riqualificazione dell’area, realizzati in collaborazione con l’Università di Architettura. Si tratta di lavori prodotti da studenti del corso di architettura del paesaggio sotto il coordinamento della professoressa Adriana Ghersi.
Questa mostra verrà a breve nuovamente esposta, dal 3 al 7 novembre, nei locali del Municipio Bassa Val Bisagno presso la Sala del Consiglio in Via Manzoni 1. «Sono progetti realizzati tenendo conto della normativa vigente e di quella in corso di approvazione – tiene a precisare il presidente del Municipio Massimo Ferrante – Non si tratta di progetti virtuali, ma di piani di riqualificazione operativi e realistici. Gli studenti sono intervenuti su tutta l’area da Terralba a piazza Giusti, anche se al momento non è chiaro quali siano le intenzioni della proprietà. Certamente per legge qualunque intervento deve essere immaginato senza l’aumento della cubatura, ed anche per quanto riguarda la destinazione d’uso la normativa pone forti vincoli, resi ancora più stringenti dall’intervento della giunta Doria sul PUC ereditato dall’amministrazione Vincenzi».
«Per l’area – conclude Ferrante – immaginiamo spazi verdi, servizi, attività produttive, non certo hotel o nuovi lotti residenziali, ed in quest’ottica ci sembra importante partecipare in sinergia con altre istituzioni e cittadini ad un vero e proprio dibattito sulla questione. Si tratta di dinamiche che in altri paesi sono la norma, ma spesso nel nostro paese sembriamo ignorare il valore di queste buone pratiche di collaborazione e sinergia”.
Effettivamente l’ipotesi di creare un parco che unisca i quartieri di San Fruttuoso e San Martino è molto suggestiva, e potrebbe forse dare respiro e qualità della vita ad una zona di Genova densamente popolata, costretta in spazi relativamente stretti e scollegati. Non rimane che attendere l’approvazione del nuovo PUC, attesa non prima di dicembre, per capire meglio i margini di manovre che avranno FS e Comune; nel frattempo invitiamo tutti ad andare a vedere dal 3 novembre i progetti per il parco ferroviario nella Sala del Consiglio del Municipio in via Manzoni.
Carlo Ramoino
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Simulazione di un lotto del progetto: nuovi viadotti Cerusa est e ovest
L’approvazione del progetto definitivo della Gronda autostradale di Ponente dovrà passare nelle prossime settimane nuovamente attraverso le forche caudine del Consiglio comunale. Lo ha affermato ieri pomeriggio il vicesindaco Stefano Bernini spiegando che entro il 12 dicembre, data della presunta chiusura della prima conferenza dei servizi dell’opera, la Sala Rossa dovrà approvare un parere sul tracciato definitivo per poter procedere ufficialmente con gli espropri.
«Nessuno ci ha informato dell’incontro a Roma – ha tuonato il capogruppo di Sel Gianpiero Pastorino – avrei sperato che la giunta venisse in aula per confrontarsi con il Consiglio visto che si sta parlando dell’ennesima cementificazione del territorio che coinvolgerà la città da Vesima alle sponde del Bisagno».
«Tutto il processo della Gronda – ha rincarato la dose Paolo Putti, capogruppo di M5S e punto di riferimento del movimento No Gronda – è circondato dalla totale mancanza di trasparenza da parte delle istituzioni che si sono occupate solo di creare consenso attorno all’opera. Ma i vecchietti pensionati che passano il tempo guardando i lavori ci raccontano da decenni la fragilità del territorio che frana sempre più di frequente: e noi in questo territorio vogliamo di nuovo mettere mano con grandi infrastrutture?».
«La conferenza dei servizi che si è riunita per la prima volta il 17 ottobre a Roma – ha risposto Bernini – ha chiesto a Regione, Comune, Autorità portuale, Aeroporto e Autostrade di completare un percorso che possa portare alla dichiarazione di pubblica utilità dell’opera necessario per fare gli espropri lungo il tracciato della Gronda. Per Autorità portuale, Aeroporto e Autostrade si tratta dell’accordo sulla pista di atterraggio che va allargata sul canale di calma, per la Regione si tratta di un’approvazione della Giunta sul tracciato, per il Comune si tratta di portare in Consiglio un parere sul tracciato che farebbe concludere il percorso di questa prima conferenza dei servizi». Approvando il tracciato definitivo si potrebbe arrivare alla pubblica utilità dell’opera e proseguire nell’acquisizione di aree ed edifici da parte di Autostrada con il conseguente indennizzo per i cittadini interferiti.
Solo allora potrebbe aprirsi la seconda conferenza dei servizi che dovrà esaminare le ben più delicate questioni delle prescrizioni della Via, del progetto esecutivo e della sua eventuale suddivisioni in lotti funzionali.
Ma, seppure esclusivamente a fini espropriativi, non è poi così scontato che questo nuovo parere richiesto al Consiglio comunale sia positivo. Le sinistre dovrebbero essere abbastanza compatte, almeno su questo tema, e alla giunta non resterebbe che puntare su qualche larga intesa tra Pd e opposizioni: «Annuncio fin d’ora il mio scontato voto contrario – commenta Antonio Bruno, Fds – e auspico che si attivi una ferma opposizione in città e in Consiglio comunale. L’intervento si sviluppa da est a ovest mentre il traffico delle merci del porto di Genova si sviluppa da Nord a Sud e impatta in un territorio delicatissimo dal punto di vista idrogeologico. Gli studi trasportistici dimostrano che il traffico gravante su Genova è prevalentemente interno al nodo autostradale».
Perché la pratica deve passare nuovamente dalla Sala Rossa che sulla questione si era già espressa? «Il tracciato della Gronda – ha spiegato ancora il vicensindaco – è contenuto solamente nel nuovo Puc ma non in quello vigente, per questo la conferenza dei servizi ci ha chiesto di confermare un parere positivo. È anche abbastanza probabile che dopo questo passaggio non sia necessario che la decisione della conferenza dei servizi debba nuovamente tornare in Sala Rossa per un’ulteriore ratifica perché nel frattempo dovremmo essere giunti all’approvazione definitiva del Puc in cui, appunto, la Gronda è prevista».
Prima di Natale, dunque, gli interferiti potrebbero avere una risposta definitiva sul proprio futuro. «Chiudiamo definitivamente questa partita – chiude Bernini – che potrebbe anche portare qualche vantaggio sia agli abitanti sia a chi ha attività produttive perché le valutazioni di appartamenti ed edifici sono stati fatti nel 2008 a margine del dibattito pubblico e a cifre più interessanti di quanto possa offrire attualmente il mercato immobiliare». Secondo il vicesindaco la questione con gli abitanti è già stata chiusa, ora si tratta di completare la stesso percorso anche con le aziende nelle prossime settimane: la quadra potrebbe essere trovata attraverso la Regione che si è detta disponibile ad aumentare l’indennizzo proposto da autostrade a patto che gli imprenditori rimangano sul territorio locale anche dopo la nuova collocazione.
Viene da chiedersi, però, come mai Autostrade che sembra aver perso quasi tutto l’interesse per la realizzazione dell’opera, soprattutto a seguito di studi di traffico che non motiverebbero un investimento così ingente (si parla di 3 miliardi di euro), sia comunque disposta a sborsare le quote degli espropri per un’infrastruttura che chi sa se e quando mai sarà completata. Probabilmente la questione degli interferiti rappresenta un costo minore di cui vale comunque la pena farsi carico senza la necessità di dover metterci la faccia su un’opposizione definitiva all’infrastruttura.
Simone D’Ambrosio
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Che ne sarà del nuovo waterfront cittadino? Una domanda che rischia di rimanere senza risposta definitiva ancora per molto tempo. Nell’ultimo numero dell’edizione cartacea di Era Superba abbiamo dedicato diverse pagine alla visione della Genova del futuro che l’amministrazione comunale sta cercando di portare avanti. Ormai oltre un mese fa, il vicesindaco Stefano Bernini non aveva avuto alcuna remora a raccontarci le sue perplessità sull’idea, allora solamente abbozzata, di cedere a Renzo Piano le chiavi del nuovo fronte del mare cittadino che chiama in causa una complessa ristrutturazione di aree non più funzionali alla Fiera di Genova e altri spazi di proprietà di Autorità portuale.
«Piano fa disegni perché sono belli e perché deve vendere disegni belli – commentava sulle nostre pagine il vicesindaco – io invece devo confrontarmi con la necessità di fare un lavoro in tempi rapidi per poter offrire spazi che siano coerenti con le mie necessità industriali. Stiamo parlando della volontà di valorizzare una delle aree più interessanti della nostra città, che riceve la fascia di arrivo in centro di tutta la Val Bisagno, che è a pochi passi dalla stazione Brignole e che, soprattutto, è la porta di collegamento naturale tra levante e ponente, attraverso via XX settembre. Perché dobbiamo fissare l’immagine futura della città sui disegni di Renzo Piano?».
Nel frattempo, però, il nuovo (ed ennesimo) affresco blu di Renzo Piano è stato ufficialmente presentato e pare che, oltre che ad Autorità Portuale e Regione, non dispiaccia più di tanto neppure al sindaco Marco Doria. «Il progetto di Piano è apprezzabile – ha detto ieri pomeriggio il primo cittadino rispondendo al question time in Sala Rossa – e ha degli elementi di genialità perché è stato concepito da un professionista di straordinario valore. Cerca di collegare in una visione unitaria le varie necessità della città, provando a rispondere, da un lato, alle esigenze di un comparto produttivo fondamentale come quello delle Riparazioni navali, dall’altro, alla valorizzazione degli spazi ex fieristici aprendoli alla città creando nuovi collegamenti tra il quartiere della Foce e il Porto Antico. Ecco perché come amministratore comunale ho ritenuto di aderire a questo: ora si tratta di compiere i passi giusti dal punto di vista della correttezza assoluta delle procedure amministrative che decideremo di intraprendere, in totale coerenza con quanto già stabilito nella delibera del luglio 2014».
Sindaco contro vicensindaco, allora? All’apparenza sembrerebbe di sì, anche se lo stesso Bernini non conferma, almeno direttamente. Anche perché la situazione è ben più intricata per poter essere ridotta a semplici “diversità di vedute” interne alla giunta. Buona parte della partita si gioca attorno al futuro delle Riparazioni navali. Bernini propone il tombamento dell’area del Duca degli Abruzzi per spostare qui l’intera attività che ha necessità di maggiori spazi a disposizione: «È proprio quest’area che Burlando vorrebbe far ridisegnare a Piano ma non ha una lira da dargli e un orizzonte temporale strettissimo viste le imminenti elezioni. Magari vorrebbe un disegnino da “regalare” alla Paita ma poi che cosa succederebbe?» si chiedeva il vicesindaco qualche settimana fa.
«Le Riparazioni navali nella posizione attuale non hanno prospettiva– ha ribadito ieri Marco Doria – tanto che le aziende più dinamiche trasferiscono le proprie attività lavorative a Marsiglia: o stiamo a guardare senza fare niente, magari facendo i disegni più belli del mondo, oppure possiamo creare le condizioni affinché questo pezzo della nostra storia continui a operare a Genova offrendogli spazi più adeguati». In questo caso la posizione del sindaco sembra riavvicinarsi a quella del suo vice. Va detto che proprio ieri mattina il primo cittadino aveva incontrato le altre istituzioni in gioco per fare il punto della situazione: possibile che qualche pedina sia stata mossa in maniera efficace. Ad esempio, quella che riguarda la vendita ad Autorità portuale del Palazzo Ex Nira per una cifra che potrebbe aggirarsi attorno ai 6/7 milioni di euro. Per il momento, comunque, l’unico elemento ufficiale in campo è la delibera approvata in Sala Rossa lo scorso luglio che forniva alla giunta le linee di indirizzo da seguire per la vendita delle aree ex fieristiche e la loro nuova destinazione d’uso.
Altro punto che sembra essere piuttosto chiaro al sindaco sono le varie spettanze economiche: «Si tratta di un’operazione complessa e articolata che richiede l’intervento di soggetti e fonti di finanziamento diversi: gli interventi in aree di proprietà di Autorità portuale dovranno esser finanziati da Autorità portuale, quelli su aree di proprietà del Comune, essendo irrealistico pensare che le possa finanziare direttamente il Comune con le sue casse, dovranno esser finanziate attraverso un’intelligente e controllata partecipazione di soggetti privati che si vorranno inserire all’interno di un disegno urbanistico da discutere nelle sedi di amministrazione comunale competenti».
Ma quanta pazienza avrà ancora il Comune (e il vicesindaco) in questo gioco tra istituzioni, considerando che in ballo ci sono 18 milioni (che Tursi deve alla sua partecipata Spim per l’operazione immobiliare di acquisto delle aree non più funzionali a Fiera di Genova)? E, soprattutto, che cosa potrebbe succedere qualora il Consiglio comunale si trovasse a dover votare una delibera che affidasse a Renzo Piano le chiavi della riprogettazione delle aree ex-fiera? Il blasone dell’archistar potrebbe non essere sufficiente a convincere i già numerosi scettici.
Simone D’Ambrosio
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La matita dell’artista da un lato, la razionalità dell’amministratore dall’altro. “Genova schiacciata sul mare”, Genova che “sembra cercare respiro al largo, verso l’orizzonte”. #Genovamorethanthis il futuro della propria immagine se lo gioca proprio qui, in questa dicotomia tra utopico affresco e sostenibile riorganizzazione degli spazi. Spazi che abbondano ai margini di una città che rischia ogni giorno di perdere sempre più la sua ormai antica vocazione industriale. Spazi occupati, angusti e affascinanti, tra quei “labirintici, vecchi carrugi (licenza poetica, a Francesco Guccini si può concedere)” affacciati sul porto, all’ombra della Lanterna. Ma soprattutto spazi che hanno bisogno di essere liberati, spostati, riassegnati per dare vita a una nuova idea di città sostenibile.
Questa è una preview, l’inchiesta integrale è pubblicata sul numero 56 di Era Superba (dove trovare la rivista). Sostenendo Era Superba puoi ricevere ogni uscita direttamente a casa o sulla tua email (qui maggiori informazioni)
La Genova di domani non può essere una città legata ai grandi sogni perché “palanche”, inutile negarlo, non ce ne sono. Almeno per adesso. Gli anni delle Colombiane, del G8, di Genova capitale europea della cultura sono ormai un ricordo che ha comunque lasciato segni indelebili come il Porto Antico e il Centro Storico patrimonio Europeo dell’Unesco ma non ci si può però fermare qui. Genova, come dice il nuovo slogan cinguettante, è molto più di questo o, quantomeno, vorrebbe provare a esserlo. E, allora, che città sarà nel 2025? Il nodo cruciale non può che essere l’affaccio sul mare, quel cosiddetto waterfront che si estende per una trentina di km di costa, da Nervi a Voltri, e che si vuole potenziare e valorizzare proprio a partire dal suo cuore di fronte al centro cittadino.
Qualcuno, addirittura, è arrivato a sognare un nuovo Porto Antico, tanto da ipotizzare l’affidamento a Renzo Piano, del progetto di riqualificazione delle aree ex Fiera acquistate dal Comune tramite Spim (qui l’approfondimento) perché non più necessarie ad attività fieristiche e molto più utili a salvare i disastrosi bilanci della Fiera di Genova. Già, Renzo Piano, proprio colui che a partire dal ’94 aveva ricevuto le chiavi artistiche della costruzione del Porto Antico sulle aree dell’Expo colombiano del ’92 e che tra 2004 e il 2008 aveva provato, senza alcun risvolto concreto, a ridisegnare tutto l’affaccio sul mare della città da piazzale Kennedy fino a Voltri.
Ma anche questa volta gli affreschi dell’archistar potrebbero restare solo sulla carta perché i soldi, appunto, non ci sono e bisogna fare i conti con la realtà e con le esigenze del territorio. «Piano fa disegni perché sono belli e perché deve vendere disegni belli – commenta il vicesindaco del Comune di Genova e assessore all’Urbanistica, Stefano Bernini – io invece devo confrontarmi con la necessità di fare un lavoro in tempi rapidi per poter offrire spazi che siano coerenti con le mie necessità industriali. Stiamo parlando della volontà di valorizzare una delle aree più interessanti della nostra città, che riceve la fascia di arrivo in centro di tutta la Val Bisagno, che è a pochi passi dalla stazione Brignole e che, soprattutto, è la porta di collegamento naturale tra levante e ponente, attraverso via XX settembre. Perché dobbiamo fissare l’immagine futura della città sui disegni di Renzo Piano? Se Piano decide che lì vuole metterci una spiaggetta, o si fa la spiaggetta o non si fa nulla? Invece, rimettendo a posto i bagni comunali, utilizzando le proprietà della Marina militare che passeranno ad Autorità portuale, sfruttando le idee e gli investimenti del Municipio nell’area Govi, possiamo disegnare un percorso molto produttivo».
Ma allora esiste davvero un’idea, un’immagine futura della città? Sia il vicesindaco che i tecnici del Comune sanno bene che il disegno del nuovo waterfront su cui stanno lavorando gli uffici di Tursi non avrà lo stesso appeal dei disegni proposti da Piano. Tuttavia, l’intento è quello di proporre un’idea che possa essere effettivamente realizzabile con le risorse a disposizione. «Il grande sforzo è stato arrivare alla conoscenza dei punti più piccoli – racconta Bernini osservando una lunga cartina del litorale genovese – che è anche l’unica possibilità per goderci questa città e farla godere a pieno. L’artista bravo è quello che arriva al bello, al meglio possibile partendo dalle esigenze e dalle risorse delle città, che è il vero committente. Lo sforzo degli uffici è stato proprio questo: produrre un disegno che non fosse un gesto pittorico artistico ma mettere insieme un qualche cosa che avesse una serie di verifiche di legittimità e desse garanzie alla cittadinanza». Più che un nuovo Porto Antico allora, si tratterà, come recita lo stesso Piano Urbanistico, di sottoporre a “una complessiva riqualificazione mediante la realizzazione di opere funzionali alla sua fruizione ed alla riorganizzazione degli spazi di rimessaggio delle imbarcazioni e delle attrezzature balneari e ricettive, ivi inclusa l’integrazione con l’utilizzo della superficie del depuratore e la ristrutturazione dei relativi spazi ed attrezzature ad uso pubblico e collettivo” tutto l’arco litorale compreso tra Punta Vagno e piazzale Kennedy e da qui arrivare fino alla zona dell’Expo.
Punta Vagno
Per quanto riguarda Punta Vagno tutto ruota attorno al trasferimento dell’Istituto idrografico della Marina (qui l’approfondimento) dalla collina di Oregina a Calata Gadda, nell’ex palazzina Selom, quasi a ridosso del Molo Vecchio. Che c’entra con Punta Vagno e corso Italia? I nuovi spazi di Calata Gadda ospiteranno tutte le attività collegate all’Istituto idrografico e questo comporterà anche la dismissione dell’ex Batteria Stella (sulla strada che unisce la Fiera del Mare al Porto Antico) e della zona diportistica di Punta Vagno. L’accordo con Autorità Portuale, però, non c’è ancora stato. Inoltre, l’area può essere recuperata solo se al Ministero vengono offerti anche degli appartamenti e da Palazzo San Giorgio nulla ancora si è mosso alla ricerca di immobili disponibili.
Ponte Parodi
Con un investimento tra i 150 e 200 milioni di euro, invece, nell’area di Ponte Parodi (circa 40 mila metri quadrati accanto alla Darsena) dovrebbe sorgere un cosiddetto “fun-shopping center” (qui l’approfondimento) che darebbe vita a una “grande piazza sul Mediterraneo” con l’obiettivo di catturare soprattutto l’attenzione e la presenza dei giovani. Ma di grande per ora c’è soltanto l’ambizione: il progetto, presentato nel 2000 e approvato definitivamente nel 2002, sarebbe dovuto terminare già nel 2010. Invece, negli ultimi mesi, si è fatta largo anche l’ipotesi che l’idea potesse essere ormai desueta e non rispondesse più, da un lato, ai bisogni della città, dall’altro, all’interesse del Gruppo Altarea che si è aggiudicato l’area.
Silos Hennebique
A pochi metri di distanza da Ponte Paorodi sorge un’altra imponentissima zavorra del waterfront genovese, il silos Hennebique. È passato quasi un anno da quando il 29 novembre 2013 il bando per la concessione novantennale dell’ex silos granaio alle spalle della Darsena è andato deserto (qui l’approfondimento). Stiamo parlando di una delle più grandi strutture abbandonate della nostra città: 210 metri di lunghezza, 33 di larghezza e 44 di altezza, con 210 pilastri e 38 mila metri quadrati calpestabili. Autorità portuale e Comune di Genova avevano annunciato un nuovo bando, più leggero soprattutto dal punto di vista delle funzioni ammissibili, in tempi abbastanza rapidi. Ma, come detto, un altro anno è passato invano. Secondo il vicesindaco Bernini la soluzione attualmente al vaglio è quella di «pensare di realizzare un centro economico-direzionale legato ad attività portuali». Hennebique come nuovo Palazzo San Giorgio dove si decidono i traffici commerciali della città? Anche qui non possiamo far altro che restare a guardare.
Tra il 2017 e il 2020 Cornigliano e Genova, più in generale, avranno il nuovo depuratore in grado di sostituire l’attuale impianto di via Rolla nonché la struttura di trattamento fanghi della Volpara grazie al collettamento di tutti i fanghi provenienti dai depuratori di Punta Vagno, Centro Storico, Valpolcevera e Sestri Ponente. Il 23 settembre scorso è stato sottoscritto il contratto tra Comune, Mediterranea delle Acque e Società per Cornigliano per la cessione del diritto di superficie delle aree ex Ilva in cui sorgerà l’impianto di trattamento di fanghi e acque (qui l’approfondimento).
«Il nuovo impianto – ha detto questa mattina l’assessore all’Ambiente, Valeria Garotta – permetterà di dare risposta a due importanti problemi di convivenza con l’abitato generati dalle attuali strutture di trattamento dei fanghi della Volpara e di via Rolla. Va, comunque, sottolineato che i due impianti attuali non presentano problematiche ambientali e rispettano pienamente i parametri di legge per cui l’intervento è necessario esclusivamente per garantire una migliore vivibilità dei quartieri».
«Genova – conferma l’amministratore delegato di Mediterranea delle Acque, Gianluigi Devoto – è tra le città messe meglio dal punto di vista della depurazione perché le amministrazioni che si sono succedute hanno investito parecchio su questo settore come dimostrato anche dal progressivo miglioramento della qualità delle acque di balneazione. È vero che in alcuni casi si tratta di impianti vecchi, realizzati negli anni ’80 con tecnologie superate, ma sono assolutamente efficienti e rispettano pienamente i parametri di legge a differenza di quanto accade in comuni limitrofi (Recco e Rapallo, ad esempio)».
Come già anticipato lo scorso inverno sulle pagine di Era Superba, il nuovo depuratore sorgerà su 15 mila metri quadrati di aree ex Ilva e di proprietà di Autorità portuale, all’interno di un terreno molto più vasto (circa 114.100 mq) su cui Società per Cornigliano ha svolto opere di bonifica pubblica e risanamento ambientale e di cui ha ottenuto da Palazzo San Giorgio il diritto di superficie per 60 anni (qui l’approfondimento). Un diritto che, per una cifra di poco superiore al milione e mezzo di euro, è stato girato al Comune di Genova e quindi a Mediterranea delle Acque con la formalizzazione dell’accordo di fine settembre.
Il costo totale dell’intervento è attualmente stimato attorno 104 milioni di euro, già previsti nei piani presentati al governo e all’Autorità per l’energia elettrica e il gas e coperti dal servizio idrico integrato del territorio genovese. Nella prima fase, per la realizzazione dell’impianto di trattamento dei fanghi con una portata di 16500 tonnellate di fango essiccato all’anno, è previsto un investimento per circa 40 milioni. Questa parte di depuratore, il più grande in città per quanto riguarda il trattamento fanghi, occuperà un’area di circa 8 mila metri quadrati e dovrebbe utilizzare tecnologie avanzate e “salvaspazio” che i tecnici di Mediterranea delle Acque hanno potuto vedere alla prova in Belgio. Inoltre, con tutta probabilità, dal fango trattato sarà possibile recuperare un buon quantitativo di biogas da sfruttare per il funzionamento dello stesso depuratore, ottimizzando così il bilancio energetico della struttura.
Questo primo lotto di lavori potrebbe concludersi entro il 2017, consentendo la dismissione dell’impianto di Valpolcevera limitatamente al trattamento fanghi e quella complessiva della struttura alla Volpara che, attualmente, lavora i fanghi provenienti dal depuratore di Punta Vagno in cui si effettua esclusivamente il trattamento delle acque.
Per la dismissione totale dell’impianto sito in Valpolcevera si dovrà attendere il completamento della seconda fase dei lavori, dedicata alla realizzazione della struttura per il trattamento delle acque, con tecnologie a “membrane bio” che serviranno un potenziale di 240 mila abitanti per una portata giornaliera di 48 mila metri cubi e per cui sono stati predisposti 36 milioni di euro. La struttura sorgerà nei restanti 7 mila quadrati, occupati in passato dal Gruppo Spinelli e che entreranno formalmente nella disponibilità di Mediterranea delle Acque solo tra 3 anni. Ecco perché questo secondo lotto non potrà vedere la conclusione verosimilmente prima del 2020.
Infine, gli ultimi 28 milioni di euro sono necessari per la realizzazione delle opere di collettamento, per la messa a sistema dei fangodotti e delle fognature nonché per la bonifica delle aree di Volpara e Valpolcevera interessate dagli attuali impianti.
«Siamo grati all’amministrazione per aver voluto sbloccare una situazione impantanata ormai da anni – commenta il presidente del Municipio Medio Ponente, Giuseppe Spatola – ma non posso non lamentare che la situazione delle immissioni olfattive a Campi e Cornigliano è, seppure con frequenza ridotta rispetto al passato, talvolta ancora insostenibile. I tempi che vengono prospettati sono, ahimè, ancora un po’ lunghi per un territorio che vorrebbe rilanciarsi anche dal punto di vista commerciale e della ristorazione: spero che in questa fase intermedia non ci si dimentichi dei nostri problemi».
Sulla stessa lunghezza d’onda Agostino Gianelli, presidente del Municipio Media Val Bisagno: «La Val Bisagno aspetta da anni che vengano risolte le problematiche dell’impianto della Volpara: quando vedo cartine e progetti che parlano di dismissione non posso far altro che dirmi felice. Spero però che si possa raggiungere qualche obiettivo ben prima del 2020 perché si tratta di dare risposte concrete alle lotte dei cittadini, esattamente quello che dovrebbero fare le amministrazioni».
Prima del via ufficiale ai cantieri bisognerà capire quali siano le necessarie autorizzazioni ambientali richieste dalle normative regionali, nazionali e comunitarie per poter procedere. Anche se i lavori, in realtà, sono già parzialmente partiti. Ad oggi, infatti, è stato posato il 30% dei quasi 9 chilometri di tubazioni necessari a collegare l’area di Punta Vagno con la nuova area ponentina ed è stata completata la progettazione esecutiva del relativo fangodotto. Avviata è anche la posa in opera dei collegamenti tra la nuova area e l’attuale impianto di Valpolcevera a margine dei lavori per la realizzazione della Strada a Mare.
Intanto, proseguono i lavori per il completamento dello scarico a mare del depuratore della Darsena, un’opera resa particolarmente complicata dal contesto portuale in cui sorge l’impianto (alle spalle del Museo del Mare): le tubazioni di circa 1 metro di diametro sono giunte oggi all’incirca all’altezza della Diga foranea. I lavori, per un importo complessivo di circa 20 milioni suddiviso in lotti annuali da 4/5 milioni ciascuno, dovrebbero proseguire ancora per un paio di anni. Dopodiché anche i fanghi di questa zona potrebbero confluire nel nuovo depuratore di Cornigliano ma su questo non c’è stata ancora molta chiarezza da parte dei vertici di Mediterranea delle Acque.
Quale futuro per le aree dismesse a Cornigliano e Volpara?
A proposito delle aree in via di dismissione, come confermato dall’a.d. Devoto, negli accordi tra gli enti è previsto che dopo la chiusura degli attuali impianti di depurazione, queste rientrino nella piena disponibilità dell’amministrazione. Per il momento, però, non sembrano esserci particolari progetti all’orizzonte. Non resta che tenere per valido quanto ci aveva comunicato ormai circa un anno fa il vicesindaco nonché presidente di Società per Cornigliano, Stefano Bernini: posto il fatto che già soltanto dalla dismissione dell’impianto attuale, Cornigliano trarrebbe grande beneficio in termini di vivibilità e respirabilità dell’aria, toccherà al Comune definire la destinazione d’uso delle aree liberate. E Tursi sembra essere orientato a concederle per l’insediamento di attività produttive e artigianali, fatte salve le necessità tecniche per la realizzazione di opere complementari al nuovo impianto.
La Metropolitana di Genova arriverà fino a San Fruttuoso. Grazie a un emendamento alla legge di conversione del decreto “Sblocca Italia”, che il ministro alle Infrastrutture e Trasporti Maurizio Lupi si è già detto disponibile ad accogliere, i 28 milioni necessari per realizzare l’opera arriveranno dal governo. La notizia è stata data questa mattina a Palazzo Tursi dal sindaco Marco Doria, in una conferenza stampa congiunta con l’assessore Dagnino, il presidente della Regione Burlando e alcuni parlamentari del Pd.
«C’è una convergenza di intenti tra le amministrazioni locali e il governo – ha spiegato il sindaco, riprendendo i concetti chiave dell’ultimo incontro romano con Lupi – che ha individuato nel finanziamento delle infrastrutture per il trasporto pubblico locale uno dei suoi assi strategici. In questo capitolo, rientra anche il prolungamento della metropolitana in quanto elemento essenziale delle politiche locali di mobilità urbana».
Lo scopo dello Sblocca Italia dovrebbe essere quello di razionalizzare le risorse disponibili sul territorio italiano per dirottarle su quelle opere già cantierizzate o, comunque, con un progetto definitivo già approvato, sottraendo sprechi laddove i lavori sono al momento soltanto un’idea.
«Entro giovedì – ha spiegato il deputato Mario Tullo (PD) – presenteremo gli emendamenti che arriveranno in aula entro la metà di ottobre. Tra questi ci sarà anche la richiesta di inserire la tratta di Metropolitana Brignole – piazza Martinez nelle opere finanziabili. La legge dovrà poi passare al Senato, per cui l’approvazione definitiva arriverà non prima di novembre».
Si tratta di opere prevalentemente in superficie, il cui ammontare complessivo è stato stimato in 28 milioni: di questi, in realtà, circa 18 milioni saranno spesi per due nuovi treni necessari a potenziare il servizio, mentre solo 10 milioni verranno impiegati per la cantierizzazione della tratta Brignole – piazza Martinez. I lavori, infatti, sono piuttosto banali: non saranno necessari nuovi scavi ma si procederà sfruttando il sedime non più necessario alle attività della ferrovia per giungere alla nuova fermata che dovrebbe sorgere alle spalle della scuola elementare di piazza Martinez.
Il progetto della fermata San Fruttuoso – Piazza Martinez
«Una prima idea progettuale – spiega l’assessore alla Mobilità Anna Maria Dagnino – prevedeva la realizzazione di una vera e propria stazione con costi che erano circa il doppio di quelli che invece abbiamo preventivato con il nuovo progetto. Si tratterà infatti di realizzare solo una fermata, una scelta minimalista che sfruttando la possibilità di restare in superficie ci consentirà di vedere l’opera completata in tempi e con costi ragionevoli».
Attualmente si stima che la Metro di Genova trasporti circa 14,8 milioni di passeggeri l’anno: numeri comunque approssimativi vista la mancanza di tornelli. Con l’arrivo dei nuovi 7 treni – il primo dei quali previsto entro la fine di ottobre – che andranno a risiedere nel deposito sotto via Buozzi in corso d’opera, il traffico dovrebbe raggiungere i 20 milioni di passeggeri/anno che potrebbero salire a 30 milioni con il prolungamento della tratta fino a piazza Martinez e l’arrivo di 2 ulteriori treni. Naturalmente, queste cifre sono comprensive del trasferimento di una buona percentuale di utenze in arrivo e partenza da San Fruttuoso che attualmente utilizza l’autobus.
A chi sostiene che il prolungamento della Metropolitana verso San Fruttuoso rappresenterebbe solamente un doppione in vista dei nuovi sviluppi del nodo ferroviario genovese, l’amministrazione risponde senza troppi fronzoli che si tratta di due utenze completamente diverse.
«Si tratta di un miglioramento significativo perché consentirebbe il raggiungimento di quartiere popoloso come quello di San Fruttuoso e faciliterebbe il percorso verso l’ospedale San Martino» ha dichiarato il primo cittadino.
Certo, quello verso l’ospedale San Martino è soltanto un avvicinamento: il collegamento diretto continuerà a mancare. Tante le ipotesi sul piatto, da una funicolare a una seconda fermata della Metro in piazza Terralba, come annunciato in passato dalla Regione. Qui, però, entrerebbero in gioco le preoccupazioni della CGIL che ha sollevato qualche perplessità soprattutto sull’eventuale ulteriore prolungamento: il sindacato, da un lato, è preoccupato per il futuro delle officine FS comunque non compromesso da questo primo intervento che si limiterà a piazza Martinez, dall’altro preferirebbe che gli investimenti di mobilità si concentrassero sulla ricerca definitiva di una soluzione per il trasporto pubblico in Val Bisagno e, in particolare, sulla sponda sinistra del torrente. Questione delicata, quest’ultima, che richiederebbe fondi almeno dieci volte maggiori e che, comunque, non sarebbe potuta rientrare nello Sblocca Italia per cui è necessario che le opere siano già progettate.
Il progetto per la metro fino a piazza Martinez, infatti, esiste già da qualche anno quantomeno meno a livello di studio preliminare ed è stato predisposto da Metropolitana milanese. Una volta confermato il finanziamento, prima di giungere all’apertura dei cantieri si dovrà passare naturalmente da un bando pubblico per la redazione del progetto definitivo ed esecutivo, nonché per l’affidamento dei lavori.
Resterà, invece, in capo ad Ansaldo sts la realizzazione di un ammodernamento tecnologico per il tronchino di Brin, che consentirà una manovra più semplice ai treni giunti a fine corsa, e i lavori per il secondo lotto del deposito di Di Negro (l’affidamento ad Ansaldo è previsto entro la fine dell’anno, i lavori procederanno in parallelo con quelli del primo lotto e proseguiranno almeno per tutto il 2015) a cui è legata anche la realizzazione del parcheggio di interscambio come punto di arrivo del nuovo nodo stradale di San Benigno. Per questo capitolo si parla di una cifra che si aggira globalmente attorno ai 9 milioni di euro, già finanziati. Intanto, come già anticipato sulle pagine di Era Superba, l’assessore Dagnino («è stato sbagliato non pensare a una fermata provvisoria alternativa per un cantiere di questa portata») ha confermato che entro la fine di ottobre verrà ripristina la fermata Amt di via Buozzi, in direzione centro, soppressa proprio per lasciare spazio al cantiere.
La riqualificazione dell’area che ha ospitato fino al 2009 il mercato di Corso Sardegna è un tema a cui Era Superba ha già dedicato diversi approfondimenti. Siamo tornati sul posto con la diretta di #EraOnTheRoad per verificare lo stato d’avanzamento dei lavori, e per capire se il 2015, data indicata fino ad oggi per il termine dei lavori, sia ancora una previsione realistica.
Il nostro sopralluogo è arrivato a due giorni di distanza dall’iniziativa “Mercato in Festa”. La manifestazione, organizzata dal Civ con il patrocinio del Municipio, oltre a regalare una giornata di festa al quartiere, era finalizzata a rinvigorire il dibattito fra istituzioni, associazioni e semplici cittadini sull’ancora incerto futuro di questa pregiata area della città. Ma ecco cosa abbiamo trovato una volta sul posto.
Nonostante non sia facile rendersene conto osservando la struttura dall’esterno, segnaliamo subito che uno dei lavori più urgenti, la rimozione dei pannelli in amianto che costituivano la copertura dell’ex mercato, è progredito notevolmente, con sicuro vantaggio per la serenità e la salute di chi vive e lavora nei paraggi. «I lavori di bonifica del tetto contenete amianto affidati ad Amiu Bonifiche – commenta Umberto Solferino, presidente del Civ di Corso Sardegna – sono sostanzialmente terminati. Chiuderemo questa fase della messa in sicurezza entro la fine di ottobre». Si tratta dunque di un piccolo, e tutto sommato accettabile, ritardo sulla precedente stima che prevedeva il completamento della bonifica per fine settembre. Purtroppo però non si può parlare di analoghi progressi nella soluzione delle restanti criticità che impediscono la fruizione dell’area al pubblico.
La prima cosa che si nota giunti in Corso Sardegna, come sottolineano comprensibilmente seccati diversi residenti, è che le impalcature esterne a protezione dei cornicioni pericolanti arrugginiscono immobili, sono lì ormai da circa una ventina d’anni. All’interno dell’ex mercato poi basta un rapido giro per rendersi conto di come il lavoro vero e proprio di ristrutturazione e messa in sicurezza dei vari lotti sia di fatto ancora da iniziare, a dominare è un senso di abbandono e degrado, non privo di un certo macabro fascino.
È facile imbattersi in materiali di vario genere, come travi, frammenti di cartongesso, pezzi di metallo e altro, pericolosamente penzolanti dai soffitti. Le strutture sono interamente accessibili con relativa facilità a chiunque, diventando spesso rifugio notturno per senza fissa dimora, spesso purtroppo disposti e costretti a mettere a rischio la propria incolumità pur di guadagnare un riparo. Inutile sottolineare la gran quantità di rifiuti sparsi per la zona, ma soprattutto all’interno dei lotti, per la maggior parte privi di porte e vetri alle finestre.
Lo stato dell’arte
Dopo la questione giudiziaria che ha visto contrapposti il Comune e la ditta De Eccher (qui l’approfondimento) è stato predisposto un nuovo bando per l’affidamento dei lavori di ristrutturazione dei vari edifici; rimane dunque l’incertezza sul soggetto che si aggiudicherà l’appalto.
«Quello che è certo – spiega Solferino – è che il Comune ha stanziato per restauro e messa in sicurezza degli edifici 500.000 euro accendendo un apposito mutuo, mentre altri 200.000 euro verranno a breve destinati dal Municipio all’acquisto di arredi e luminarie, oltre che alla rimozione delle impalcature in Corso Sardegna».
Tenendo presenti i vincoli imposti dal Piano di Bacino da una parte, e quelli imposti dalla Sovrintendenza ai Beni Architettonici dall’altra, i fondi attualmente disponibili non saranno sufficienti a restituire alla cittadinanza la possibilità di fruire dell’area nella sua interezza. La soluzione proposta dal Civ è quella di aprire il maggior numero di lotti possibili in breve tempo e mettere in sicurezza i restanti isolandoli ed impedendo l’accesso al pubblico. «L’intento – chiarisce Solferino – è quello di restituire in fretta alla città più spazi possibile, con particolare attenzione al collegamento fra Corso Sardegna e Via Carlo Varese. Riaprire questo tratto di strada, magari rendendolo ciclabile, restituirebbe linearità ed immediatezza ai collegamenti fra San Fruttuoso e Marassi. Per l’apertura dei cancelli stimiamo fra i dodici e i diciotto mesi”. L’intera area, con attività commerciali, culturali e ricreative potrebbe diventare il polmone sociale del quartiere, ma a conti fatti bisognerà aspettare il 2016.
Recupero dell’ex Mercato, la proposta non ufficiale
Il progetto di recupero dell’ex mercato di Corso Sardegna, come abbiamo già avuto modo di raccontare in passato (qui l’approfondimento), ha previsto vari approcci al problema sicurezza e ristrutturazione, e tuttora permangono, almeno fino all’assegnazione del bando, numerosi interrogativi sulle modalità di intervento; quel che rimane costante è l’obiettivo della riconversione dell’area in polo commerciale, sociale e culturale.
Esattamente in quest’ottica si pone anche il progetto che Paola Roviaro ha concepito per la sua tesi di laurea in architettura. Roviaro, che ha presentato al pubblico il suo lavoro in occasione della manifestazione “Mercato in Festa”, ha immaginato un intervento con strutture in legno per la messa in sicurezza, che avrebbero vantaggio di consentire la conservazione delle strutture originarie. «Con questa tipologia di intervento, che non necessita di grossi investimenti, si potrebbe restituire in tre fasi l’ex mercato alla cittadinanza – racconta l’architetto – Il primo passo sarebbe quello di riaprire l’ingresso principale in Corso Sardegna e quello di Via Varese, successivamente si procederebbe al ripristino della funzionalità dei sei lotti interni destinandoli ad attività di tipo culturale e a piccoli mercati. Infine ho ipotizzato di recuperare anche gli stabili perimetrali realizzando degli spazi di co-working dedicati ai liberi professionisti, ed una zona di residenza di breve termine”.
Il progetto del neo-architetto ci fa comprendere ancora una volta di più le grandi potenzialità di questa area urbana abbandonata al degrado.
Per ora concentriamoci sui lavori orchestrati da Civ e Municipio, la riapertura dei cancelli a dicembre 2015 sarebbe già un importante passo in avanti.
Oltre il giardino riprende dopo la pausa estiva parlandovi di un nuovo ed avveniristico progetto nella città di Londra. Tanto a Parigi quanto a New York fervono ultimamente nuove realizzazioni “verdi” ma la capitale inglese non è, in questo campo, seconda a nessuna altra città. The Garden Bridge dovrebbe essere costruito a breve (i lavori dovrebbero iniziare nella primavera del prossimo anno) come ponte sul Tamigi, da percorrere solo a piedi e completamente ricoperto di alberi ed arbusti. Galleggerà sull’acqua del fiume, congiungendo la zona di Temple Station al South Bank. Se si guarda a volo d’uccello il susseguirsi dei ponti londinesi, vi è infatti sempre un ritmo ed una continuità, ma, tra Waterloo e Blackfriars, c’è ancora una lacuna. Per colmarla, è stato ideato proprio The Garden Bridge.
Nell’idea dei progettisti il ponte dovrebbe apparire come un verde giardino, affacciato sull’acqua dove, pur nel pieno centro di una moderna metropoli, perdersi tra gli alberi, sentire gli uccelli cantare nell’erba popolata di insetti. Per sottolineare il carattere naturale del ponte, i suoi sostegni saranno costituiti da due sole enormi colonne costolate. Queste spunteranno dall’acqua ed emuleranno grandi tronchi, ripartiti in rami a sorreggere tutta la struttura. Saranno realizzati in cupronickel in quanto questo materiale acquista, nel tempo, un patina brunastra particolare, senza richiedere manutenzioni specifiche e senza diventare troppo scuro.
Per accentuare l’idea di perdersi in un verde parco, si è deciso che i percorsi pedonali saranno zizzaganti tra gli alberi, i prati e gli arbusti, senza che da una parte sia possibile scorgere l’altro lato del ponte. Vi saranno poi numerosi affacci, per tutta l’estensione della struttura, da cui poter apprezzare, da una nuova prospettiva, particolari scorci della città.
Come schema base, si è deciso di utilizzare le essenze vegetali in modo da dare continuità all’insieme, senza che il giardino risulti un campionario botanico, con alcune varietà peculiari e tipiche sia della città di Londra che delle banchine del Tamigi. Gli alberi dovranno poi essere estremamente flessibili ed adattabili per assecondare i forti venti. Tutte le piante scelte dovranno essere quelle giuste in modo da potersi sviluppare al meglio e da abbattere i costi di gestione e manutenzione nel tempo.
Dal punto di vista del “landscape design”, l’approccio mirerà ad esaltare l’aspetto naturale e “selvatico” dell’insieme. L’attraversamento del ponte costituirà un viaggio nel “verde”, suddiviso in cinque diversi capitoli. Si comincerà da South Bank con piante ed alberi che avrebbero potuto essere autoctoni in quella zona del Tamigi, essenze spontanee come collegamento ideale con le aree umide della banchina del fiume. Seguirà una zona con alberi di grandi dimensioni, che potranno svilupparsi grazie ad un terreno profondo alcuni metri. Vi sarà poi un’ampia area, più luminosa, soleggiata ed esposta, dove cresceranno piante di tipo mediterraneo: pini, mirti e rosmarini. Si passerà ad un prato popolato di gelsi, di querce e meli, piante diffuse nella parte più antica della città, posta sulla banchina a nord. Il capitolo finale, proprio prima di raggiungere Temple, sarà tipicamente boscoso ed evocherà i parchi spontanei vittoriani.
Nell’idea dei progettisti sarà una Londra, da percorrere a piedi e con lentezza, sempre nuova ed incorniciata da alberi, da cogliere sospesi sull’acqua da un innovativo ponte “verde”.
Ieri sono ripresi ufficialmente i lavori del Consiglio comunale, con la prima seduta dopo la pausa estiva della Commissione Territorio chiamata a discutere su due progetti molto delicati che nell’arco di pochi metri di distanza cambieranno sensibilmente l’aspetto della Val Bisagno. Stiamo parlando degli insediamenti di Coop Talea nell’area ex Guglielmetti e Bricoman nel terreno in passato occupato da Italcementi. A entrambi i temi sulle pagine di Era Superba abbiamo dedicato numerosi approfondimenti ma la convocazione della Commissione consiliare è stata l’occasione per fare il punto della situazione, nonostante l’assenza dell’assessore all’Urbanistica, Stefano Bernini, impegnato a Roma per un incontro istituzionale con il ministro Lupi.
Coop Talea, il sì definitivo spetterà al Consiglio comunale
«Il progetto alternativo per l’area di Coop Talea presentato dall’Associazione Amici di Ponte Carrega a livello amministrativo non è nulla». Con queste parole gli uffici comunali hanno fugato ogni dubbio sul futuro del processo di riconversione del Centro Coop Bisagno e della riqualificazione dell’ex officina Guglielmetti, l’area acquistata dalla Coop per una cifra attorno ai 26 milioni di euro allo scopo di realizzare un complesso alberghiero con torre alta 35 metri e un centro commerciale con annesso parcheggio sulla copertura, tra Lungobisagno Dalmazia, piazzale Bligny e via Terpi. L’istruttoria andrà avanti seguendo il progetto presentato dai proprietari e, secondo quanto emerso dal dibattito in Commissione comunale, non potrebbe essere diversamente almeno fino all’ultimo passaggio definitivo nel plenum della Sala Rossa. Sembrerebbe, dunque, destinato ad avere poco il successo il progetto alternativo realizzato dall’architetto Giacomo Gallarati per conto degli Amici di Ponte Carrega, che avevamo illustrato nel dettaglio prima dell’estate.
«O questa nuova idea progettuale viene presentata da chi è titolare dei capannoni – spiega l’architetto De Fornari della direzione Urbanistica del Comune di Genova e responsabile dell’istruttoria del progetto Coop Talea – o gli uffici non hanno alcuna possibilità tecnica di interruzione dell’iter. Arrivati a questo punto dell’istruttoria solo il proprietario può proporre una variante al progetto: gli uffici tecnici comunali hanno sicuramente qualche margine di manovra, peraltro in parte già esercitato perché stiamo parlando di un disegno significativamente rivisto rispetto all’idea iniziale, ma non possono stravolgere il progetto. Tutt’al più potrebbero bocciarlo ma ci dovrebbero naturalmente essere delle motivazioni oggettive e le necessarie assunzioni di responsabilità».
A dire il vero ci sarebbe ancora una strada per porre un freno alla realizzazione del nuovo complesso commerciale-ricettivo: il Consiglio comunale, infatti, sarà chiamato a votare la variante al Puc necessaria alla cantierizzazione dell’opera, dal momento che la funzione dell’area dovrà mutare da produttiva a ricettiva. Ma l’ipotesi di un diniego, nonostante alcuni consiglieri della frantumata maggioranza abbiano al momento fatto intendere diversamente, sembra quanto mai remota. I consiglieri, infatti, dovrebbero assumersi la responsabilità di bloccare un progetto per cui il Comune ha già incassato circa 26 milioni di euro vitali soprattutto per le casse di Amt.
È stato, dunque, inutile il lavoro degli Amici di Ponte Carrega e dei cittadini della Val Bisagno? Assolutamente no, a sentire anche le parole degli stessi proprietari dell’area. «A settembre dell’anno scorso – ricostruisce le tappe l’ingegner Gianluigi Lino, direttore Sviluppo e strutture di Coop Liguria – abbiamo presentato la prima versione del progetto che poi è andata in Conferenza dei servizi poco prima di Natale. In quei tre mesi, il Municipio, le associazioni e cittadini ci hanno fatto una serie di richieste di modifiche e miglioramenti che abbiamo raccolto e in larga parte accettato perché ci sembravano sensate». Tra queste, l’inserimento dello spazio dedicato al Teatro dell’Ortica e una rivisitazione della mobilità con l’eliminazione di una rotatoria che consentisse un allargamento della piazza prevista dal progetto e l’introduzione di un’altra rotonda in piazzale Bligny. «In una seconda fase – prosegue Lino – abbiamo recepito altre osservazioni da parte degli uffici comunali, nonostante tutte le complessità a mettere le mani dentro un progetto del genere che avrà mille disegni a corredo. Ma l’abbiamo fatto con convinzione perché eravamo soddisfatti della bontà dei contributi arrivati dalla discussione pubblica».
Il progetto alternativo degli Amici di Ponte Carrega è «irricevibile» secondo Coop Talea
Poco prima dell’estate, però, l’associazione Amici di Ponte Carrega prova a sparigliare le carte proponendo un progetto assolutamente alternativo, meno impattante, più rispettoso delle tradizioni del territorio pur a parità di superfici per il nuovo insediamento (qui l’approfondimento). «Le criticità del progetto – spiega l’architetto Fabrizio Spiniello, portavoce degli Amici di Ponte Carrega – riguardano soprattutto la scarsa attenzione posta ai valori storici e ambientali della Val Bisagno. Ma siccome non siamo un’associazione del “no” ma del “come” abbiamo proposto la nostra alternativa». Un’alternativa illustrata ieri ai consiglieri presenti in Commissione dallo stesso autore Giacomo Gallarati, che ha ribaltato il punto di partenza del progetto «mettendo al cuore l’identità dell’area, spostando l’albergo in una posizione molto meno impattante e rivendendo il posizionamento dei parcheggi per valorizzare al massimo gli spazi verdi e pubblici».
«È un contributo irricevibile – ribatte duramente l’ingenger Lino – fatto da una persona che non conosce i limiti del problema, non conosce la legge e i regolamenti vigenti, non conosce come funziona una macchina del genere che non riguarda solo l’attività commerciale e ricettiva ma tutta la complessa macchina logistica che sta alla base del progetto. A parte il fatto che l’assunto di base di ridurre tutto a una sequela di casettine un po’ lungo il fiume, un po’ sulla copertura è deprimente dal punto di vista architettonico dell’elaborazione che è stata fatta».
Le responsabilità del Comune
Da non dimenticare la questione economica: non siamo certo di fronte a un’opera di beneficienza ed è naturale che Coop debba rientrare dei 26 milioni investiti. «Se il Comune avesse deciso di fare qualcosa di meno impattante – ricorda Lino – avrebbe potuto limitare la volumetria o inserire altri vincoli al momento della vendita». Ma sicuramente avrebbe incassato di meno.
Una questione su cui, non senza ragione, pone l’accento anche Clizia Nicolella di Lista Doria: «Il Consiglio comunale – eravamo ancora nel ciclo amministrativo della giunta Vincenzi, ndr – sarebbe dovuto intervenire al momento della dismissione dell’area pubblica e della conseguente vendita ai privati. Questa situazione ci serva da lezione per ricordarci che gli spazi pubblici non sono mezzi di sostentamento per il bilancio comunale ma soprattutto uno strumento per offrire ai cittadini un miglioramento della propria vita». Evidente l’allusione, ad esempio, alle aree dell’ex Fiera del Mare (qui l’approfondimento).
Il punto più critico del progetto di Coop Talea sembra essere il forte impatto architettonico della futura struttura alberghiera, la cui necessità però è stata ribadita con forza dal presidente del Municipio Media Val Bisagno, Agostino Gianelli: «Un albergo in Val Bisagno è necessario per intercettare l’utenza dei grandi eventi sportivi alla Sciorba, i tifosi ospiti del Ferraris e altri turisti o lavoratori che si troverebbero comodamente vicini all’uscita autostradale di Genova Est».
Su questo punto i progettisti di Coop erano già intervenuti ma le parole dell’ingegner Lino annunciano una rinnovata disponibilità a un ulteriore ritocco: «Siccome non siamo sordi e ciechi e pensiamo che, anche se in modo sbagliato e scorretto (perché progettare in casa d’altri non è che sia proprio il massimo della correttezza, dopo che in fase iniziale abbiamo incontrato più volte questi signori dell’associazione Amici di Ponte Carrega, siamo intervenuti sul progetto e mesi dopo hanno avuto un’altra pensata), il problema evidenziato ci sia effettivamente, stiamo cercando di capire come ridurre questo impatto, la volumetria e il fastidio per la popolazione che vive sulle alture nelle vicinanze. Forse abbiamo anche trovato una strada che coinvolge la rielaborazione di una parte del progetto e al momento opportuno la presenteremo: siamo tutti rientrati dalle ferie da due giorni ma ci stiamo lavorando. Questa sarà la disponibilità ulteriore a modificare il progetto andando incontro ai cittadini per dimostrare che non siamo sordi. Le cose impossibili o palesemente irricevibili le lasciamo a chi le propone. A parte gli Amici di Ponte Carrega, comunque, mi sembra che il progetto sia stato universalmente accettato».
Oltre all’impatto della struttura alberghiera, a lasciare perplessi alcuni consiglieri comunali è anche la disposizione interna degli spazi soprattutto relativamente alle aree verdi, pubbliche e destinate a uso sociale. Se però il Consiglio riuscirà a lavorare in maniera compatta, qualcosa potrà ancora essere ottenuto anche sotto questo punto di vista, come lascia intravedere lo stesso direttore Sviluppo e strutture di Coop Liguria: «Sarà la convenzione urbanistica – ovvero la necessaria variante al Puc che il Consiglio comunale sarà chiamato a votare, ndr – a stabilire con precisione quali aree dovranno essere pubbliche e quali private, naturalmente secondo una legge nazionale e regionale che norma le superfici in funzione della valorizzazione. Noi abbiamo interpretato la legge nel modo più estensivo possibile ma sarà poi l’amministrazione a esprimersi definitivamente».
A preoccupare il presidente di Municipio Gianelli, invece, non è tanto l’impatto del progetto, che pur essendo «concentrato nella stessa zona di un altro significativo intervento» ma sarà mitigato dagli importanti oneri di urbanizzazione a carico dei privati e beneficio dei cittadini del Municipio, quanto una questione di sicurezza di assoluto rilievo: «La Guglielmetti è piena di amianto – sentenzia allarmato il presidente – perché i tetti sono in eternit. Chiunque farà i lavori e in qualsiasi direzione essi andranno abbiamo tutti la necessità di vigilare affinché la messa in sicurezza sia rapida e completa. Nelle vicinanze ci sono infatti molte abitazioni che subiranno questa servitù».
Bricoman, progetto in dirittura d’arrivo con tanti interrogativi
A poche decine di metri dal progetto Talea, sorgerà un altro centro commerciale. Si tratta del nuovo magazzino per il fai da te “Bricoman”, un progetto di Coopsette per la riqualificazione della vasta area ex Italcementi estesa per circa 216 mila metri quadrati, anch’esso deliberato sotto la giunta Vincenzi. I lavori, in questo caso, sono in fase decisamente più avanzata e non dovrebbero prevedere ulteriori passaggi in Consiglio comunale. Restano però alcuni interrogativi, soprattutto sotto il profilo della sicurezza idrogeologica dato che la nuova struttura sorgerà sul rio Mermi, in una zona in cui potrebbe anche insistere il pericolo frane, e in prossimità del rio Torre.
Una prima risposta è abbozzata dall’architetto De Fornari del settore Urbanistica del Comune, in attesa che una riconvocazione della Commissione alla presenza del vicesindaco Bernini possa fugare anche gli ultimi dubbi: «Se questo progetto, che ha già superato l’ostacolo di un contenzioso al Tar nel 2012, non fosse stato ritenuto sicuro sotto il profilo idrogeologico, la Provincia di Genova non avrebbe autorizzato nemmeno un metro quadrato di intervento. I lavori, invece, sono partiti e quasi giunti a una prima fase di conclusione perché tra gli oneri di urbanizzazione c’è proprio la messa in sicurezza del rio Mermi che sarà completata entro novembre. A dimostrazione della grande sensibilità sotto questo profilo – conclude De Fornari – vanno ricordati gli interventi di sopraelevazione dell’argine in sponda sinistra, a detta dei tecnici specializzati non necessaria ma comunque accolta. Insomma, o chi ha firmato i pareri di sostenibilità ha sbagliato o si tratta di un capitolo chiuso».
Non sono questi, però, gli unici problemi sollevati ieri in Commissione dall’associazione Amici di Ponte Carrega che ha posto l’attenzione anche su alcuni aspetti relativi alla mobilità. «Vorremmo innanzitutto capire – ha detto Fabrizio Spiniello – perché nel progetto Bricoman risalente al 2011 si parla di 1000/1200 veicoli in transito al giorno mentre in quello della vicina Coop Talea la cifra sale a 2600 in 10 ore. Sottolineiamo poi che la realizzazione della rotatoria su Lungobisagno Dalmazia, senza un’adeguata impiantistica semaforica, renderà difficoltoso l’attraversamento pedonale considerando che al di là del torrente si trovano la scuola, gli studi medici e la farmacia. Infine, vista la nuova progettazione della viabilità che ridurrà drasticamente i parcheggi a uso degli abitanti (da 85 a 26) chiediamo che una parte dei parcheggi privati ad uso pubblico dell’insediamento Bricoman siano fruibili alla cittadinanza in tutto l’arco delle 24 ore». Le risposte alla prossima puntata. Forse.
A breve dovrebbero partire i lavori per la realizzazione dei primi quattro progetti di restyling urbano proposti direttamente dai cittadini attraverso il bando “Partecip@“. Su Era Superba abbiamo già parlato in più di un’occasione di questa iniziativa, una sperimentazione di democrazia partecipativa, per ora limitata al Municipio Centro Est, avviata lo scorso autunno con l’approvazione del regolamento e culminata a marzo 2014 con la pubblicazione del bando. Grazie anche alla collaborazione dell’associazione genovese OpenGenova, che ha affiancato il Municipio nella promozione dell’iniziativa e nella raccolta delle proposte progettuali dei cittadini, sono stati presentati alla commissione municipale ben 34 progetti di cui 25 dichiarati ammissibili (dei 9 progetti non ammissibili 5 non erano rispondenti alle tipologie di intervento previste e 4 superavano la soglia di costo massimo). Successivamente, questi progetti sono stati pubblicati sul web e votati da oltre 3500 cittadini e lavoratori con sede della propria attività nel Municipio Centro Est, si è così potuto dar vita ad una graduatoria. Con i 28 mila euro stanziati dal Municipio per il progetto nel 2014, verranno realizzati i primi quattro (quindi i più votati), via via tutti gli altri, fondi permettendo. Significativa, in questo senso, la prospettiva annunciata con la presentazione del bilancio preventivo del Comune per il 2014 di un maggiore trasferimento di fondi ai Municipi (qui l’approfondimento), un provvedimento che potrebbe permettere al progetto “Partecip@” di allargarsi anche alle altre delegazioni cittadine.
I progetti che potranno trovare realizzazione con il primo stanziamento di fondi, non appena sarà approvato il Bilancio comunale, sono “Come una nave per il quartiere” (Lagaccio), “All’ombra dell’estivo sole” (Oregina), “Giochiamo in piazza” (Prè – Molo – Maddalena) e la realizzazione di un laboratorio di informatica presso la scuola De Scalzi – Polacco (Portoria – Carignano).
Come una nave per il quartiere
È il progetto che ha raccolto il maggior numero di consensi dai cittadini, consiste nel sostanziale restying dei giardini di via Sapri nel quartiere del Lagaccio con l’impiego del wpc, materiale complesso di legno e plastica utilizzato anche nell’allestimento delle navi (da qui il titolo). Una pedana rialzata per accedere all’orto didattico, uno spazio fruibile per tutto il quartiere. La spesa è di 5.000 euro.
All’ombra dell’estivo sole
Si tratta della riqualificazione dei giardini don Acciai, altrimenti ribattezzati “Piazza dei popoli”, all’incrocio tra via Napoli e via Vesuvio, una proposta lanciata dall’associazione “Quartiere in Piazza” che presidia attivamente i giardini. Verrà realizzato un pergolato con vite rampicante che regalerà una preziosa zona d’ombra nelle giornate estive, in un’area attualmente già fornita di panchine e quotidianamente frequentata da bambini e anziani del quartiere.
Giochiamo in piazza
Progetto ipotetico di collocazione gioco presso Giardini Luzzati
L’iniziativa, per una spesa totale di 7.900 euro con l’aggiunta di 2.000 euro di cofinanziamento privato, prevede la progettazione, costruzione e/o acquisto di arredi urbani (piccoli tavoli e panchine mobili, giochi per bambini e adulti e installazioni artistiche che andranno ad abbellire le aree di intervento) e l’installazione di una struttura fissa di gioco (costruita autonomamente dai proponenti rispettando le normative di sicurezza) presso i Giardini Luzzati.
“Si tratta di prodotti che verranno costruiti e acquistati nell’ottica della condivisione tra diversi spazi e realtà e saranno quindi trasportabili e messi a disposizione delle associazioni, gruppi e singoli cittadini del territorio per la realizzazione di iniziative di quartiere”, si legge nel progetto.
L’intervento ha l’obiettivo di arricchire l’offerta ludico-ricreativa e la disponibilità di spazi dei Giardini Luzzati a favore delle famiglie del quartiere e dei minori che frequentano la scuola Garaventa-Baliano recentemente trasferitasi nel nuovo edificio di piazza delle Erbe e dell’Asilo Nido Comunale San Donato.
Scuola De Scalzi – Polacco, laboratorio di informatica
Il fabbricato ottocentesco si trova nel quartiere di San Vincenzo all’angolo tra via Tollot e via Ricci. L’investimento previsto è di 5.600 euro, si tratta di un intervento di manutenzione straordinaria per uno spazio della scuola adibito ad aula computer “cui si vorrebbe dare dignità di Laboratorio di informatica”, leggiamo nel progetto, oltre ovviamente alla messa in sicurezza.